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domenica 12 luglio 2015

PRIMALUNA


Primaluna è un comune della provincia di Lecco, considerato il borgo d'origine della famiglia nobile dei Della Torre o Torriani Signori di Milano anche se in realtà la famiglia era milanese ma era stata infeudata dall'Arcidiocesi di Milano della contea della Valsassina con il borgo fortificato di Primaluna come capoluogo.

Dal 2006 Primaluna, insieme ad Introbio, Taceno, Cortenova e Parlasco, forma la Comunità della Madonna della Neve.

Le origini di Primaluna risalgono alla notte dei tempi, quando ritirandosi le acque che occupavano la valle, un popolo chiamato Orobii, occupò questo territorio. Più tardi si insediarono anche i Galli che formarono con i primi abitanti un unico popolo, gli Insubri. Ad essi succedettero prima gli Etruschi e poi i Romani. Risale a questi periodo la prima testimonianza del cristianesimo in valle, grazie al ritrovamento, nell'oratorio di San Lorenzo in Cortabbio, di una lapide funeraria che nomina una certa Flora morta il 25 aprile del 495. Deriva da ciò una delle possibili interpretazioni del nome del paese e cioè "Primum Lumen" ossia "Prima Luce" del cristianesimo che si contrappone ad altre due possibili interpretazioni etimologiche. Infatti si potrebbe pensare che il nome derivi dal fatto che il paese è la prima terra posta di fronte all'arco di luna formato dalle Grigne, oppure, interpretazione storica, il nome è stato dato in onore a Martino Della Torre, il quale strappò la prima bandiera ai nemici musulmani durante l'assedio di Damasco. Dopo la dominazione romana, fu la volta dei Barbari che fondarono il feudalismo, forma di governo consolidata dai Longobardi. Risalgono a questo periodo le prime notizie inerenti alla famiglia Della Torre. Siamo nel 1147 e capostipite della famiglia è il Conte Tazio Della Torre il quale sposa le due figlie e discendenti dei re di Francia. Si va avanti con il già citato Martino Della Torre, eroico protagonista delle crociate contro i musulmani. A quel tempo Primaluna è un grosso borgo protetto da ben sette porte e tre torri fortificate. La storia continua con Pagano Della Torre che, per aver ospitato i Milanesi fuggiti all'arrivo di Federico II, venne eletto Podestà di Milano.chiesa Barcone Ma la loro signoria sulla Valsassina sta per cedere sotto i colpi dei Visconti che si rivelarono però dominatori molto crudeli, con assassini e guerre fratricide, contrapponendosi le fazioni di guelfi e ghibellini. Estinguendosi la linea maschile, i Visconti lasciarono il governo al condottiero Francesco Sforza, il quale dovette affrontare le incursioni dei Veneziani. La pace conclusa tra le due potenze portò alla valle un fiorire del commercio e dell'agricoltura. Ma dal 1449 la valle fu ancora teatro di scorrerie da parte di rancesi, Grigioni e Spagnoli, portando la popolazione alla fame e alla disperazione. In questo periodo visitò la valle il carismatico San Carlo Borromeo, soggiornando a Primaluna, nell'antica casa Torriani, il 27 ottobre 1566. Nel 1629 il popolo fu duramente provato dal passaggio dei Lanzichenecchi che, oltre alla loro crudeltà, portarono anche la peste, seminando morte ed orrore. Fu poi la volta del domino Spagnolo fino al 1700 quando subentrarono gli Austriaci con l'imperatrice Maria Teresa d'Austria. Dell'anno 1762 bisogna ricordare la disastrosa frana del Monte Acrella che il 15 novembre distrusse Gero e parte di Barcone, causando la morte di 119 persone 400 capi di bestiame. Ma la rivoluzione francese era alle porte e la valle tornò sudditi dei Francesi. Questa continua successione di domini impoverì la valle e nel 1817 vi fu una grande carestia che decimò di nuovo la popolazione. Ed anche le successive guerre vollero il loro tributo di sangue dalla Valsassina, nome di una valle che un tempo era disseminata solo da sassi e massi erratici, ma punto strategico talmente ambito da aver attirato l'attenzione di tutti i popoli che si sono avvicendati nella storia.

Attraversando la Valsassina, per la via che seguirono i Lanzichenecchi di manzoniana memoria e tanti altri eserciti, è rimasto assai poco che riguardi torri e castelli. Merita una sosta Primaluna, per secoli il centro religioso della Valle, e anche culla e sede dei della Torre, «ricchi e battaglieri Signori, che tennero a lungo il dominio di Milano e della Lombardia», come ricorda Fermo Magni nella sua «Guida illustrata della Valsassina». A quei tempi Primaluna aveva un castello ed era circondata – scriveva il canonico Paride Cattaneo della Torre, nella seconda metà del Cinquecento – «d’antica muraglia con sette porte per intrare et uscir della terra, dalle sette virtù cardinali assomigliate acciocché curino queste non entrino li sette vitii capitali, quali tutto il mondo infettato hanno». E soggiungeva che «la prima porta dal Oriente è detta della Torre per passar per questa a una Torre pocho lontana dalla terra, le cui vestigi, si vedono sopra un collicello un tiro di mano dalla Porta lontano, alquanto elevato sopra un sasso. Questa Torre era cinta di tre ordini di mura la maggior parte de quali sono cascati dalla vecchiaia, fu distrutta detta torre al tempo delle parti dai Guelfi et Giubellini, poi di novo fu riedificata, ma non compita». Qualcosa si intravede ancora, fra gli alberi del bosco, sopra i tetti. Il defunto prevosto don Egidio Meroni, autore di ricerche e studi su vicende locali, esprimeva l’opinione che un’antica torre fosse stata trasformata nel campanile della chiesa plebana di San Pietro.

La parrocchiale, dedicata ai Santi Pietro e Paolo, affiancata da un antico campanile romanico terminante con una lanterna barocca, è stata ampliata nel 1892 e più volte rimaneggiata. All'interno si possono ammirare, oltre ai cinque altari e alle numerose tele del 500 e del 600, anche tre quadri della scuola di Tiziano, acquistati a Venezia nel 1607. Una tela, la più bella, rappresenta il martirio di San Pietro mentre le altre due raffigurano San Giovanni Battista e San Girolamo. Altro quadro importante è la Pala dell'Assunta, sita nella frazione di Barcone, che fu fatto dipingere da Tommaso Cattaneo Torriani nel 1646. Fra gli arredi sacri ricordiamo invece e la Croce dei Torriani, tipico esempio di pregevole arte orafa.

A parte alcuni portali antichi con scolpito lo stemma della famiglia Torriani e la vetusta torre che domina il paese, la parte più importante ed esplicita dell'arte in Primaluna viene a trovarsi nelle varie chiese del territorio.La Chiesa di San Lorenzo in Cortabbio è dotata di una magnifica pala d'altare raffigurante il Santo sulla graticola. Il Santuario di Maria Bambina ospita invece una tavola attribuita allo stile del Borgognone. Un discorso a sè stante merita il pezzo unico di importanza primaria nella storia degli organi presenti nella valle, il SERASSI, orgoglio del paese, che ogni anno richiama numerosi estimatori per gli apprezzatissimi concerti che si tengono nel mese di agosto e a fine anno. Esso fu costruito nel 1858 dai fratelli Serassi di Bergamo ed oggi è monumento nazionale protetto dalle Belle Arti.
Alcuni anni fa venne istituito a Primaluna un Museo Etnografico per raccogliere testimonianze della vita quotidiana del passato. Vi è inoltre testimoniato il cammino di industrializzazione dei diversi tipi di artigianato, specialmente nella lavorazione del ferro.

Nel Medioevo il paese era cinto da mura con sette torri e sette porte (e vi era un passaggio  sotterraneo che conduceva al Pioverna). Una vera e propria fortezza controllata dalla famiglia Della Torre (poi Torriani) che finì anche con il governare Milano. Una storia gloriosa, quella di Primaluna. Si dice che la mezzaluna conservata nello stemma sia legata al ricordo di Martino Della Torre, ucciso nel XII secolo a Damasco durante una crociata (ma il nome del paese non ha nulla a che fare con quel simbolo, derivando invece da Prima Calauna), mentre i gigli evocano discendenze dai nobili franchi. Capoluogo politico e religioso per molti secoli, a Primaluna si trovava la chiesa plebana cui facevano riferimento l'intera Valsassina, la Valtaleggio e Averara (il Pioverna stesso sarebbe "il fiume della Pieve").

Le miniere di barite di Cortabbio si snodano nelle viscere della Grigna con un percorso di circa 1.600 metri che conduce all’interno della miniera “Nuovo Ribasso”, scavata dal 1980 al 1988, e  “Vittoria” che è stata utilizzata per servizio ed emergenza. Il viaggio all’interno farà scoprire un ambiente unico con colori diversi della roccia a seconda del minerale che la compone insieme alla bianca barite.

Barcone fu un antico comune del Milanese.
Nel 1722 fu registrato come un villaggio di 300 abitanti connesso alla vicina Gerro, a cui fu unito dall'imperatrice Maria Teresa nel 1757. Il 15 novembre 1762 fu anch'esso danneggiato dalla frana che distrusse completamente Gerro. Nel 1786, anno che marcò anche un effimero tentativo di ridare vita alla comunità gerese, Barcone entrò per un quinquennio a far parte della Provincia di Como, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1797 e nel 1798.
Portato definitivamente sotto Como nel 1801, alla proclamazione del regno d'Italia napoleonico nel 1805 perse la denominazione comunale ad honorem di Gerro, ma nel 1809 l'intero municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse per la prima volta a Primaluna. Il comune di Barcone fu tuttavia ripristinato con il ritorno degli austriaci, e nel 1853 risultò essere popolato da 308 anime, scese a 304 nel 1871. Nel 1921 si registrarono solo 227 residenti, segno dello spopolamento delle località di montagna. Fu il regime fascista a decidere nel 1927 di sopprimere definitivamente il comune, unendolo nuovamente a Primaluna.

La Valsassina è divisa in due bacini dallo sperone di Baiedo; quello di Pasturo - Barzio, il più largo, e quello di Introbio - Taceno, allungato per una decina di chilometri. E' in questo bacino che si trova il paese di Primaluna, peraltro piuttosto esteso, ricoprendo esso un territorio di kmq. 22,82. A sud è delimitato dalle Grigne, a nord dal Monte Olino e Monte Agrella, a est dal orrente Troggia che lo divide da Introbio e ad ovest dalla frazione di Cortenova, Prato San Pietro. A metà circa del suo territorio, vi è una zona molto estesa di fertili prati, attraversati dal torrente Pioverna. Salendo verso le pendici della Grigna si incontrano fitti boschi di castagni, faggi ed una salubre pineta. Il sottobosco è ricco della classica flora, ciclamini, campanule, rododendri, genzianelle ed il piuttosto raro giglio martagone. Per vedere le stelle alpine bisogna invece spingersi sopra i nevai. La fauna è invece piuttosto ristretta, raro infatti vedere volpi e caprioli, rarissime volte i falchi che hanno nidificato sopra Primaluna, ormai impossibile avvistare l'aquila.

Per rallegrare l'estate vi sono le varie feste patronali, il 29 giugno San Pietro e Paolo a Primaluna, il 26 luglio Sant'Anna a Vimogno con tanto di fiera e l'8 settembre Natività di Maria Vergine a Cortabbio. Vi sono poi le feste degli Alpini di Primaluna e Cortabbio nel mese di luglio e varie Messe commemorative in luoghi predisposti ad ospitare, finita la parte religiosa, allegre scampagnate con polenta taragna e salsicce.






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sabato 20 giugno 2015

TURISTA A CARPENEDOLO

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Carpenedolo è situato nella pianura padana e più precisamente nella Bassa bresciana orientale, sulla riva sinistra del fiume Chiese, a metà strada tra Brescia e Mantova.
Il territorio comunale è prevalentemente pianeggiante, al termine dell'anfiteatro collinare morenico del lago di Garda. Le maggiori elevazioni sono rappresentate dal monte Rocchetta (132 m s.l.m.), dal colle Zecchi, dal monte Paletta e dal monte Fogliuto.
Dal punto di vista geologico il terreno è costituito da sedimenti terrigeni determinati dal fenomeno morenico o dalla pianura alluvionale del fiume Chiese.
Il confine con il comune di Calvisano, ad ovest, è costituito dal fiume Chiese, che qui, all'ingresso in pianura, allarga l'alveo rallentando la velocità delle acque. Un'ampia area golenale ospita salici e pioppi che si alternano a praterie e tratti paludosi e a pozze alimentate dalle risorgive. Questo ambiente ospita numerose specie di uccelli (pendolino, garzetta, martin pescatore, nitticora, tarabusino, airone cinerino. Sull'argine sono stati ricavati itinerari da percorrere in bicicletta o a piedi (verso nord fino a Montichiari o verso sud fino al ponte di Mezzane).

Il centro abitato è attraversato dalla "Fossa Magna", un canale voluto da Bernabò Visconti, che in origine partiva dal fiume Chiese, passando per Lonato, per ricongiungersi al fiume dopo aver seguito l'odierna strada statale asolana. Nel 1750 Montichiari intercettò le acque provenienti da Lonato e il tratto della "Fossa Magna" di Carpendolo è da allora alimentato solo dalle risorgive, a partire dal fontanone di Sant'Apollonia, e da due affluenti (Seriola Lametta e Fontanone della Scala), che in precedenza formavano paludi a sud ed a est del monte Rocchetta. A causa dell'intenso uso dell'acqua per l'irrigazione le risorgive sono oggi insufficienti ad alimentare il canale, che in alcuni tratti è secco.
Il percorso della Fossa Magna all'interno dell'abitato è stato in più punti coperto nel corso dell'Ottocento (piazza dell'Ospedale, piazza della Chiesa, piazza Europa). A sud del paese si conserva la ruota di uno dei mulini che utilizzavano l'acqua della Fossa.

La chiesa parrocchiale, intitolata a san Giovanni Battista, in stile barocco, ha pianta a croce latina, con navata unica e altari laterali. Ospita all'interno una pala d'altare settecentesca, di autore ignoto, con la Natività di san Giovanni Battista, di dimensioni monumentali (80 m²). Agli altari laterali sono tele con Il martirio di san Bartolomeo de' Maffei, patrono della città, L'ultima cena, San Francesco riceve le stimmate (opera di F. Zugno) e Martirio di san Lorenzo, opera di Gandin Vecchio.
Le pareti, la volta e la cupola sono ricoperti da affreschi.
Il campanile della chiesa (detto anche "Torre nuova") venne innalzato in stile barocco a partire dal 1726, al posto di quello vecchio, demolito nel 1720 in quanto pericolante. Fu costruito a spese della comunità su un'area di proprietà privata di fronte alla chiesa, su progetto dell'architetto di Lonato Paolo Soratini. Venne terminato nel 1736 e raggiunge un'altezza di 66 m.
Inizialmente aveva quattro campane, sostituite dalle nove attuali, opera di Innocenzo Maggi di Brescia, nel 1843. Le nuove campane riportano sulla superficie esterna il nome del fonditore, motti latini, figure di santi in gloria e scene evangeliche. La copertura in bronzo, bruciata nel 1975 in quanto colpita da un fulmine, fu sostituita l'anno successivo.

La chiesa del santuario di Santa Maria del Castello è un edificio seicentesco, realizzato in stile barocco opera dell'architetto G. B. Marchetti.
Alla chiesa si accede per mezzo di una scalinata che permette di raggiungere il sagrato sopraelevato, posto in posizione panoramica sulla pianura circostante.
All'interno, a pianta centrale, quattro semicolonne sorreggono gli archi su cui poggia il tamburo poligonale della cupola, nel quale si aprono finestre timpanate.
L'altare maggiore è protetto da un ciborio a forma di tempietto, attribuito al comasco Solari, con quattro colonne che sorreggono le statue delle quattro Virtù teologali. L'interno è affrescato e conserva due tele del pittore Maffei (Natività di Gesù e Visitazione).

L’antichissima chiesetta di S. Pietro è situata nella zona campestre della periferia del paese, a poca distanza dalla strada per Calvisano. Si può presumere che la sua costruzione risalga all’anno 974, come risultava da una lapidetta, ora scomparsa, trovata durante lavori di sistemazione della piazzetta antistante.
Il titolo di S. Pietro rimanda ad altre chiese bresciane ugualmente denominate, sorte sui possedimenti del monastero di S. Pietro in Monte di Serle, esistenti anche a Carpenedolo, in epoca medioevale, passati poi al vescovo di Brescia..
In più di mille anni di storia, la chiesetta ha subito parecchie ristrutturazioni e oggi porta il segno della sovrapposizione di vari stili..
La più importante modifica venne operata nel 1692. L’abside, che originariamente era rivolta a est, venne demolita (forse perché cadente), con la conseguente scomparsa di preziosi affreschi e l’altare fu collocato all’estremo opposto, dove era l’entrata. L’ingresso fu così sistemato ad oriente, protetto da un portichetto, costruito al posto dell’abside. L’arco ora visibile all’ingresso (reca una data, 1475, e una bella decorazione con trama a fiorami, forse di epoca seicentesca) era il primitivo arco trionfale, che separava il presbiterio dalla navata. .
Il vecchio soffitto della navata a capriate fu modificato con il sostegno di un arco centrale a centina più elevata dell’arco trionfale, con le colonne portanti aderenti alle pareti, una delle quali ha coperto, in parte, un affresco della crocifissione. Furono costruiti un nuovo presbiterio e un nuovo altare, separati dalla navata da un arco posto a sostegno ad uno più antico, di cui si intravede traccia.
L’autore di tale opera, il rettore Pietro Querenti, ha lasciato una iscrizione latina, posta alla parete settentrionale, vicina all’ingresso. Tradotta, così recita: “Pietro Querenti trasferì qui a levante l’ingresso. Trasportò l’altare e il coro da qui verso sera. 3 aprile 1692. Questa cappella restituì a migliore forma e ornò di dipinti il rettore Giovanni Giacomo Cassa. 7 agosto 1794”.
Opere di restauro condotte in varie fasi dal 1974 (in occasione del millennio di fondazione) al 2001 hanno permesso di ben rilevare le parti architettoniche e gli affreschi.
Sono stati evidenziati gli archi mediano e del presbiterio, liberandoli dell’intonaco e portando i mattoni a vista. La colonna dell’arco mediano è stata in parte rimossa verticalmente, in modo da mettere in luce completamente l’affresco della crocifissione.
Nel 1980 il portichetto antistante la chiesa fu abbattuto, e lo spazio da esso occupato divenne parte integrante della navata; fu portato alla luce l’antico arco trionfale presso la porta d’ingresso; vennero pavimentate con cotto di recupero, l’area dell’altare e quella dell’ex portico.
Osservando la chiesetta dal fondo risalta questa struttura e i tre archi. Nella parete meridionale si vede una antica finestra otturata, con infissi frammenti di embrici.
L’altare, aderente al muro dell’abside, è stato costruito quando la chiesa venne mutata di direzione nel 1692. E’ di intonaco e stucco con paliotto ornato di fiori e fogliame, nel cui mezzo è disegnata la mitra papale con le chiavi.
Sopra l’altare è posto un tabernacolo ligneo dipinto. La pala raffigura la Madonna con Bambino (l’immagine riprende quella del santuario del Castello, di Pietro Ricchi), i Santi Pietro e Paolo e il ritratto del committente, indicato da un’iscrizione: “R.(everendus) D.(ominus) Fau.(stinus) Cerutus R.(ector) S.(ancti) P.(etri). 1680”. Trad.: “Il rev. signor Faustino Ceruti rettore di S. Pietro”.
Alla sinistra dell’altare vi è un piccolo tabernacolo, nel quale si riponevano le reliquie, indicate da un’iscrizione: “Rel.(iquiae) San.(ctorum) Petri P.(apae) A.(postoli) nec non Gottardi et Rochi”. Trad.: “Reliquie dei Santi Pietro papa apostolo, Gottardo e Rocco”.
La chiesetta comunica con una angusta sagrestia, dove si trova un discreto affresco, raffigurante il crocifisso, alla destra un sacerdote inginocchiato in preghiera, alla sinistra la morte biancovestita con la falce.
Accanto alla chiesa sorge un campaniletto, con due campane. Una piccola lapide in marmo apposta sulla facciata sud del campanile, sopra il tetto del tempio, riporta un’iscrizione latina della data di costruzione o del restauro, e gli offerenti: “Didaci Azzi aliorumque Impensis extat a die XIII Aprilis Anno MDCCCLXV”. Trad.: “Edificato a spese di Didaco Azzi e di altri dal giorno 13 aprile 1865”.
Sulle pareti interne a lato spiccano pregevoli affreschi quattrocenteschi, il cui restauro è stato completato nel 2001. La loro data compare sulla bordatura superiore dell’affresco della parete meridionale, rappresentante la fuga in Egitto: “1474 Dip.>” (dipinto commemorativo dei 500 anni di costruzione). A tale data risalgono anche i dipinti della crocifissione e di S. Pietro, sulla parete opposta. I rimanenti affreschi raffiguranti S. Antonio abate, S. Bernardino, e ancora S. Antonio abate, sono della stessa epoca, ma sembra non siano dello stesso autore. Non ci si spiega perché sia stata dipinta due volte la figura di S. Antonio abate. Vi sono altri frammenti di affreschi di santi non identificati. Un affresco situato vicino alla parete di facciata del presbiterio, raffigurante il papa S. Gregorio e le anime purganti, è di epoca posteriore.
Gli affreschi recano i segni della devozione dei fedeli, che ricorrevano ai santi, quando erano provati da vicende dolorose: guerre, epidemie, carestia. Di questi fatti vi è ricca testimonianza nelle scritte graffite tracciate da ignoti popolani sui muri e sugli affreschi stessi. Sono ricordate le due terribili pesti del 1576 (la cosiddetta peste di S. Carlo) e del 1630. Ecco alcune scritte: “Adì 25 aprile 1621 io fui questa ciesa a la perdonanza”. “Adì 29 agosto 1630 fu sepulta la moglie di Camilo Ventura. Adì 5 setembre 1630 fu sepolta Dorotea sua figliola qui di sora in de la casa. Morti di mal di peste”. “1669. Le grandezze del mondo le tutta cener”. “1670. Fu datta Candia a Turchi”. “Candia è sta la nostra ruina deli omini et anco de le case”. “1836 il colera”.
Oltre alla festa del Santo titolare, il tempietto ospita la festa di S. Gottardo, ogni anno, al 4 maggio. Il Santo vescovo tedesco fu oggetto di devozione nelle zone di origine monastica (la chiesetta di S. Pietro era tale). Il suo culto si diffuse per opera dei monaci benedettini e il popolo se ne appropriò, prendendo in simpatia il Santo, considerato protettore contro la febbre, la podagra, l’idropisia, la peste, le malattie dei fanciulli, le doglie del parto e la grandine.
La chiesa di S. Pietro, ricevette il privilegio dell’indulgenza plenaria dal papa Clemente XIII (12 agosto 1767), a favore dei fedeli, che, veramente convertiti, confessati e comunicati, vi facevano visita nella festa dei Santi Pietro e Paolo, dai primi vespri fino al tramonto del sole, pregando per la pace dei governanti cristiani, per l’estirpazione delle eresie e per l’affermazione della santa madre Chiesa.

Il santuario dedicato alla Purità di Maria si trova nella frazione Lame, nella zona sud-orientale del territorio del comune, lungo la strada che conduce a Castel Goffredo, costruito nel 1760 al posto di una più antica cappella: il committente, il sacerdote Bonaventura Bozzola e l'anno sono ricordati da un'iscrizione.
Nel 1750 la comunità di Carpenedolo, in segno di devozione alla Immacolata Concezione, inizia la costruzione di un nuovo santuario dove sorgeva il monastero di S. Pietro in Monte. Di datazione antichissima, quest’ultimo, sembra abbia avuto origine vescovile: secondo la tradizione si narra infatti che qui si ritirò a vivere, e fu sepolto, il vescovo Silvino, morto intorno alla metà del V secolo e in seguito santificato. Nel XV secolo Giacomo Malvezzi scrisse che l’edificio era stato ristrutturato da re Desiderio in età Longobarda, mentre in un altro documento e' testimoniato il rinnovamento della chiesa all’inizio del XIII secolo. Un tempo su quest’area sorgeva anche il Castello di Carpenedolo: di probabile fondazione longobarda, aveva annessa una cappella. Il complesso fortificato fù distrutto nel 1413 insieme al paese: tra le rovine rimase però viva la devozione per quel piccolo santuario, rappresentato in un affresco quattrocentesco poi murato nell’abside della nuova chiesa. La costruzione del santuario settecentesco fu possibile grazie alle elemosine raccolte tra i fedeli di Carpenedolo, tanto generose che solo dieci anni dopo l’inizio dei lavori fu possibile celebrare la prima messa nel nuovo edificio e che nel 1766 ci fu l’ultima richiesta di fondi "onde perfezionare la detta fabbrica". Purtroppo nelle cronache dell’epoca non è mai citato il progettista dell’edificio: quasi concordemente però la critica crede di poterlo individuare in Giovan Battista Marchetti, noto architetto del secolo che lavorò sia a Brescia che in provincia. Ultimamente però si è fatta avanti un’altra ipotesi attributiva. Nel santuario si trova la tomba di quel Girolamo Callegari che nelle cronache della fabbrica è citato come "presidente dei lavori", ma in cui possiamo identificare il progettista dell’edificio se riteniamo attendibile storicamente la frase scolpita sulla lapide ottocentesca che decora la sepoltura"... leronimi Callegari, huius templi praefecti ...". La pianta della basilica si sviluppa sulla base di due croci allineate, delle quali la maggiore si trova verso est. Nel centro quattro gruppi di semicolonne reggono gli archi, sui quali poggia il tiburio poligonale con le finestre munite di timpano, tipicamente marchettiano, che proiettano luce all’interno, in ogni senso per tutto l’arco del sole. Nel presbiterio lo spazio si restringe per riprendere maggiore capienza verso il coro. L’imponente scala d’accesso al santuario è posteriore rispetto al resto della costruzione: risale infatti al 1779 e sostituisce il ponte elevatoio e la porta del Castello. La chiesa, consacrata nel 1839, subì in seguito più interventi di normale restauro per manutenzione: di tipo diverso fu l’opera pittorica eseguita nel biennio 1928-29 dai pittori bresciani Vittorio e Giuseppe Trainini per completare la decorazione del soffitto. Intervento di sistemazione più recente è la trasformazione in museo della sala attigua al santuario. Qui oggi sono esposte opere provenienti dalla parrocchia e oggetti sacri di diversa origine: tra le altre è la tela raffigurante S. Lorenzo con i santi Giovanni Battista e Pietro, firmata "Camillus" e forse attribuibile a Camillo Procaccini. Notevole è la decorazione scultorea interna al santuario tra cui si evidenzia il complesso architettonico del ciborio: situato dietro l’altare, si eleva su quattro gruppi di colonne, sormontate da trabeazione e arricchite da statue di angeli e delle quattro virtù. L’esecutore dell’opera è individuato in quel "Andrea Solarius" che incise il proprio nome su uno stucco dietro l’altare, ma di cui non si hanno notizie biografiche precise. Tra le tante e pregevoli opere pittoriche che arricchiscono il santuario è da ricordare la Beata Vergine con il Bambino dipinta da Pietro Ricchi, detto "II Lucchese", nella seconda metà del XVII secolo e oggi collocata all’altare maggiore. Ai lati di questo sono inoltre altre due importanti opere, dipinte da Francesco Maffei intorno al 1647: la Natività e la Visitazione..
La pieve di Santa Maria in Carpino,in forma basilicale è di forme romaniche, con abside semicircolare in pietra di Botticino, ornata all'esterno di sottili lesene e coronata da una cornice di laterizi. Nella muratura sono inseriti elementi di reimpiego con decorazioni scolpite di epoca altomedievale e romana.
La facciata si presentava in origine affrescata e sul fianco sud era appoggiato un piccolo edificio annesso che fungeva da sagrestia e da casa per l'eremita che custodiva il santuario, demolito nel 1966.
L'interno è a navata unica, coperta da un tetto a capriata lignea, sostenuto da cinque arcate leggermente acute. Conserva nell'abside un affresco quattrocentesco attribuito al pittore cremonese Bonifacio Bembo: in un polittico sono raffigurati la Vergine con il Bambino e angioletti; sul catino absidale è affrescato Gesù in trono con il Vangelo e i quattro evangelisti. Altri affreschi sono conservati nello spazio del coro (San Pietro, con iscrizione in caratteri gotici) e altri frammenti sulle pareti.
La chiesa ospita inoltre due tali raffiguranti San Luigi e Annunciazione, restaurati nel 1993.

Il palazzo di proprietà Laffranchi, in via Tre Ponti divenne un ospedale per disposizione testamentaria dell'ultimo proprietario, Deodato Laffranchi, morto il 14 aprile 1635. L'ospedale, ristrutturato nelle forme attuali nella seconda metà dell'Ottocento ha funzionato fino al 1970 ed è stato in seguito adibito a casa di riposo. Dopo il trasferimento di questa a nuova sede, il palazzo è stato restaurato tra il 1995 e il 1999 ed è divenuto sede del centro anziani, di uffici comunali, della biblioteca comunale, di un piccolo teatro e di un consultorio dell'ASL.

Il palazzo Tommaso Caprioli, di origine cinquecentesca, fu in possesso della famiglia Caprioli fino al suo acquisto da parte del comune. Divenne la prima sede del municipio, quindi scuola elementare e media. Dopo il trasferimento della scuola negli anni ottanta è divenuto sede dell'ufficio postale e di associazioni culturali. Un restauro condotto tra il 2005 e il 2007 ha rimesso in luce degli affreschi. Il palazzo ha preso il nome di Palazzo della Cultura e ospita ancora associazioni culturali ed è sede della proloco.

Il castello di Carpenedolo è un'antica roccaforte risalente all'XI secolo.
La struttura si erge sullo storico Monte Rocchetta che sovrasta il paese.
Il castello, attestato come esistente nel 1043 quando la struttura venne ceduta in permuta al vescovo di Brescia Oldarico. Appartenne nel XIII secolo alla famiglia bresciana dei Poncarale, guelfa. Nel 1237, in occasione della discesa in Italia dell'imperatore Federico II, il maniero, assieme al castello di Casaloldo, venne distrutto dalle truppe ghibelline di Reggio, alleate dell'imperatore.
Ciò che rimane dell'antico maniero è la Torre vecchia, a pianta quadrata e dotata di merli, associata ai resti di murature appartenenti a un castello. Ai piedi della torre si conservavano in passato anche i resti di un fossato (redefoss).
La torre venne ricostruita, sui resti del torrione precedente, nel XIV secolo, per volere di Bernabò Visconti, e di nuovo nel 1650.
La torre è stata dichiarata nel 1917 monumento nazionale italiano e nel 2006 è stata sottoposta a lavori di restauro.

Durante l'anno sono proposti dalle varie realtà del territorio alcuni eventi tradizionali:
Dopo la seconda guerra mondiale ha ripreso vita la tradizione di festeggiare il Carnevale con una sfilata di carri allegorici dei Goghi (antica fazione filoveneziana del paese), che si tiene il sabato precedente al martedì grasso, nella piazza principale del paese. A metà giornata inoltre squadre di arrampicatori si dedicano alla scalata dell'albero della Cuccagna. Vengono distribuiti gratuitamente gnocchi caldi per tutta la giornata.
Festa di San Bartolomeo, risalente alla fine del XV secolo e ancora oggi festeggiata nella settimana che comprende il 24 agosto.
Fiera "Carpenedolo in vetrina": dal 2006, fiera della produzione artigianale, commerciale e industriale comunale.
Manifestazione "Sport e solidarietà": dal 1996 in settembre gare tra le locali associazioni sportive per raccogliere fondi per beneficenza ("Gruppo Madre Teresa di Calutta").
Manifestazione "Novello e non solo": in autunno presentazione di vini delle aziende vitivinicole bresciane.
Fiera del torrone: ripresa nel 2005 insieme alla festa della Madonna del Castello (8 dicembre).

La cucina di Carpenedolo è tipica della Lombardia Orientale. È legata a tradizioni contadine e al legame culinario con le zone vicine, soprattutto con la cucina mantovana. Alcuni piatti caratteristici sono la polenta, in accompagnamento dei primi e dei secondi, fra cui la polenta e osei in versione bresciana; i primi piatti di pasta ripiena, tortelli, agnoli e casonsei, gnocchi di patate; gallina ripiena e salame cotto.

Si ricorda inoltre il Malfatto di Carpenedolo, tipico piatto locale che rappresenta la cucina povera delle campagne bresciane e che dal 2014 ha assunto lo stato di "De.C.O." (Denominazione comunale d'origine).

A Carpenedolo vive la gatta più famosa d'italia, Sissi The Red Cat, divenuta famosa per aver indovinato i risultati delle partite del mondiale di calcio in Brasile, nel 2014 e seguita su Facebook da 500.000 persone di tutto il mondo.

La percentuale di impiegati nel settore dell'agricoltura si è ridotta notevolmente, passando infatti al 14,8% del 1971 al 6,7% del 2001. Alla produzione agricola è dedicato il 75% del territorio comunale. Le coltivazioni sono costituite principalmente da granturco, utilizzato in maggior misura come mangime per il bestiame di allevamento (bovini; sia da macello che da latte).

La presenza di attività di produzione industriale è documentata fin dal XIV secolo (mulini, macine, segherie e magli maccanici attivati dalla forza dell'acqua grazie alla "Fossa Magna". Dal XV secolo è inoltre presente l'industria del laterizio, facilitata dall'abbondanza di argilla. Dal XVIII secolo si diffuse la coltivazione del gelso e l'allevamento dei bachi da seta, con sviluppo anche di attività di trasformazione e la creazione di setifici e filatoi, divenuti nel XX secolo filande (nel 1920 le filande Gatti e Dell'Oro impiegavano 800 operaie).

Dal secondo dopoguerra si ebbe un considerevole sviluppo industriale, con la presenza di aziende del settore calzaturiero, che diedero lavoro a più di 2500 persone (Bober, SuperCarpen, Pirca): nei primi anni settanta fu l'unico comune della zona a non essere dichiarato "zona depressa". Successivamente la crisi del settore costrinse le grandi aziende calzaturiere alla chiusura, ma furono sostituite da piccoli laboratori artigianali. Negli anni sessanta avevano aperto altre imprese attive nel settore alimentare, metalmeccanico e nell'edilizia.

Con l'approvazione del primo piano urbanistico da parte della Regione Lombardia, nel 1978 le attività artigianali e industriali sono state decentrate a nord e a sud del paese. Continuano ad essere presenti sul territorio alcune grandi aziende metalmeccaniche.



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venerdì 5 giugno 2015

VISITANDO LODI

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Il territorio di Lodi è situato nella parte centro-meridionale della Lombardia, nella fascia nota come «bassa pianura». Il nucleo più antico della città sorge sul colle Eghezzone, un'altura di forma approssimativamente trapezoidale ubicata sulla riva destra del fiume Adda; il resto del centro abitato si trova in parte su un terrazzo morfologico creato dall'opera di erosione del fiume, e in parte nell'area golenale.

Il territorio comunale è attraversato dall'Adda e da numerosi altri corsi d'acqua, tra cui il canale della Muzza (che ne segna il confine a ovest), la roggia Bertonica e la roggia Molina (il cui tratto urbano è oggi quasi del tutto sotterraneo).

In epoca medievale la città era lambita dal lago Gerundo: il territorio era in gran parte paludoso e insalubre, ma grazie alle opere di ingegneria idraulica e al lavoro dei monaci cistercensi e benedettini fu bonificato e trasformato in una delle regioni più fertili d'Europa. L'attività agricola è favorita anche dalle abbondanti acque irrigue delle numerose risorgive presenti.

Dal punto di vista litologico, il suolo è formato dai depositi glaciali e fluviali che riempirono la Pianura Padana tra il Pleistocene superiore e l’Olocene, durante l'ultima glaciazione. I litotipi presenti sono diversi e distribuiti in modo irregolare; generalmente sono piuttosto ricchi di matrice. I terreni sono in prevalenza sabbiosi e sabbioso-limosi.

Piazza della Vittoria, denominata "piazza Maggiore" fino al 1924, rappresenta il cuore della città di Lodi: su di essa si affacciano, in particolare, la basilica cattedrale della Vergine Assunta ed il palazzo municipale (palazzo Broletto) oltre che il palazzo Vistarini, uno dei più belli della città. Il suo impianto planimetrico si è mantenuto pressoché immutato attraverso i secoli: la piazza è caratterizzata da una pianta quadrangolare con i lati di circa 74 metri. Con 66 colonne che sorreggono i portici, alcune delle quali provengono dalla distrutta Laus Pompeia, si tratta di un raro esempio di piazza porticata su tutti i quattro lati. Tale singolare peculiarità, unita all'eleganza dei palazzi che vi si affacciano (molto vari per colori e dimensioni) la rende un luogo particolarmente suggestivo e scenografico. Piazza della Vittoria, infatti, è stata spesso scelta per ospitare eventi di interesse nazionale e registrazioni di spot pubblicitari per la televisione; il Touring Club Italiano, inoltre, l'ha inserita nel 2004 nella lista delle piazze più belle d'Italia.

Le facciate degli edifici che si affacciano sulla piazza presentano larghezze molto ridotte, in alcuni casi di pochi metri. Questa caratteristica è dovuta all'utilizzo del "lotto gotico", profondo ma stretto, tipico di tutte le città di origine medievale, pensato per sfruttare al massimo lo spazio che si affaccia sulla piazza principale. Per questo motivo, tutti gli edifici hanno le medesime caratteristiche: la bottega al pianterreno con uno spazio coperto dal portico sul fronte e i magazzini nel sotterraneo, la residenza al piano superiore e il cortile sul retro.

La selciatura della piazza, nel tipico "ricciato lombardo" costituito da ciottoli di fiume, risalirebbe al 1471. Nella prima metà dell'Ottocento, il centro del quadrilatero era occupato da un'imponente statua equestre di Napoleone Bonaparte, fatta erigere dallo stesso generale francese per celebrare la sua vittoria nella battaglia di Lodi.

La piazza è sempre stata al centro della vita della città: nel medioevo vi si tenevano le esecuzioni capitali, le fiere e le feste per l'arrivo dei vescovi, ed anche in epoca più moderna, le maggiori personalità che hanno visitato Lodi sono sempre passate da questa piazza: da Giuseppe Garibaldi a Benito Mussolini, Giovanni Paolo II e Carlo Azeglio Ciampi. Attualmente la piazza è adibita ad area pedonale; nei giorni di martedì e giovedì vi si tiene inoltre il tradizionale mercato ambulante.
Nei primi secoli di vita della città, lo sviluppo urbanistico procedette lentamente: il corpo di fabbrica della Cattedrale, la cui costruzione fu intrapresa tra il 1158 e il 1160, venne completato oltre cento anni dopo, se si escludono i rimaneggiamenti successivi; alla fine del XII secolo sorse la chiesa di San Lorenzo, mentre San Francesco e il primo nucleo di palazzo Broletto risalgono agli ultimi decenni del Duecento. Il secolo seguente ha lasciato in eredità il palazzo Vistarini, il Castello e la chiesa di Sant'Agnese. Nel tardo Quattrocento, ricordato come il periodo di massimo splendore della città, sorsero numerosi nuovi edifici, tra cui il palazzo Mozzanica, l'Ospedale Maggiore e il Tempio Civico dell'Incoronata; nella stessa epoca fu consolidato il sistema di fortificazioni difensive che risaliva agli inizi del Duecento. Tra Cinquecento e primo Settecento, infine, videro la luce il complesso di San Cristoforo e il palazzo Modignani.

Piazza Broletto di forma trapezoidale è di dimensioni ridotte, chiusa fra i portici di palazzo Broletto e il fianco sinistro del Duomo. In epoca medievale essa rappresentava il fulcro della vita pubblica cittadina, ora è sede dell'autorità municipale. Al centro è collocata una fontana in marmo rosa di Carrara, ricavata dal fonte battesimale della Cattedrale e risalente al XIV secolo.
Piazza del Mercato di forma rettangolare è anch'essa pavimentata con il tipico «ricciato», su cui si affacciano l'abside del Duomo, un'ala secondaria di palazzo Broletto, il palazzo del Governo e il palazzo Vescovile. Nei giorni di sabato e domenica vi si tiene, come da tradizione, il mercato ambulante.
Piazza Castello di dimensioni piuttosto ampie e' adibita ad area pedonale a eccezione della fascia centrale che è aperta al traffico veicolare; prende il nome dal Castello Visconteo che vi si affaccia. Spicca inoltre una statua dedicata a Vittorio Emanuele II, celebrativa dell'unità d'Italia. La piazza confina con il parco dell'Isola Carolina.
Piazza Ospitale chiamata comunemente «piazza San Francesco», è cantata in alcune opere della poetessa Ada Negri. Questa piazza rettangolare, anch'essa pavimentata con il «ricciato» e adibita ad area pedonale, è caratterizzata dalla presenza della chiesa di San Francesco e della facciata dell'Ospedale Maggiore; vi si trova inoltre una statua raffigurante lo scienziato Paolo Gorini.
Piazza San Lorenzo molto piccola è quasi nascosta fra un intrico di vie strette e tortuose tipiche del centro storico medievale di Lodi; la sua atmosfera raccolta ma luminosa ricorda un campiello veneziano. La piazza deriva il nome dall'omonima chiesa che vi si affaccia ed è anch'essa un'area pedonale.
Corso Roma ha origine da piazza della Vittoria ed è molto frequentato in virtù delle numerose attività commerciali. Analogamente ad altre vie del centro cittadino, offre quale principale motivo di interesse la presenza dei palazzi in stile liberty e dei suggestivi cortili interni delle abitazioni signorili.

Il parco dell'Isola Carolina è situato a ridosso del centro storico nelle immediate vicinanze di piazza della Vittoria e di piazza Castello, deve il suo nome alla cascina Carolina che a sua volta fu battezzata così nel 1825 in onore di Carolina Augusta di Baviera, moglie dell'imperatore Francesco I d'Austria. Il parco ha una superficie di circa 50 000 m² e venne realizzato a metà degli anni cinquanta del XX secolo grazie a una donazione di Enrico Mattei che volle in questo modo ricompensare la città presso la quale erano stati scoperti degli importanti giacimenti di gas naturale. Mattei non badò a spese e fece piantumare delle essenze di notevole interesse botanico, selezionate presso il lago di Como. Dal 2006 ospita la sede del Parco Adda Sud.

I giardini pubblici Federico Barbarossa sono collocati quasi nel cuore del centro cittadino, lungo viale IV novembre: occupano l'area che costituisce lo spianamento del fossato in cui sino agli anni trenta del Novecento scorreva la roggia Molina, che fra il 1931 e il 1937 venne canalizzata e coperta grazie al progetto dell'architetto locale Giovanni Attilio Fugazza. Il nucleo originario dei giardini risale però al 1835, anno della visita alla città da parte dell'imperatore Ferdinando I d'Austria. Nel corso del biennio 2008-2009, la zona è stata oggetto di una profonda riqualificazione.
Il lungo Adda Bonaparte permette di passeggiare nei pressi del fiume Adda, a contatto con la vegetazione fluviale; era uno dei luoghi prediletti dal poeta Giosuè Carducci quando visitava Lodi.
Il bosco del Belgiardino è una piccola oasi naturalistica situata sulle rive dell'Adda, al confine con il territorio di Montanaso Lombardo; dall'area hanno origine numerosi sentieri che permettono di visitare i boschi circostanti, parzialmente trasformati in orto botanico, in cui inoltre vivono uccelli acquatici come gallinelle d'acqua, anatre, aironi e tuffetti. Durante l'estate diventa un centro ricreativo grazie alla presenza di una piscina gestita dal comune di Lodi.

La Grande Foresta di Lodi è una delle Dieci grandi foreste di pianura e di fondovalle; strutturata in tre nuclei per ora non collegati fra loro, uno dei quali piantumato già nel 2003, è attualmente gestita come parco naturale.

La Grande Foresta di Lodi è stata finanziato dalla Regione Lombardia tramite il Programma di riforestazione, ideato da Paolo Lassini, detto "Dieci grandi foreste di pianura e di fondovalle".

La vegetazione presenta le essenze di un bosco ripariale, planiziale. Il primo nucleo, quello presso la cascina Costino, è unito con un antico alneto, bosco di Ontano nero, ed è composto in maggioranza da Pioppo bianco e Pioppo nero e i suoi ibridi col pioppo canadese. Sono presenti anche Farnie, Olmo, Acero campestre, Carpino bianco, Frassino maggiore, Melo selvatico. Il Salice bianco si trova soprattutto in prossimità dello specchio d'acqua appositamente allestito.

Fra gli arbusti, il Sambuco nero, il Biancospino, il Viburno, la Fusaggine e il Nocciolo.

Tra i Mammiferi si possono trovare ad esempio la Lepre, in abbondanza il Coniglio selvatico, il Tasso e altri Carnivori. Recentemente ha fatto la sua comparsa anche lo Scoiattolo. Ci sono anche varie specie di Uccelli Rettili, Anfibi e Insetti.

L'aspetto attuale del centro storico, tuttavia, si deve prevalentemente alle opere compiute tra Settecento e Ottocento, che alterarono la struttura urbanistica originaria dell'antico nucleo medievale di Lodi. Durante l'epoca austriaca, in particolare, grazie alla ripresa economica si registrò un forte sviluppo edilizio che trasformò il volto della città nel segno dell'architettura tardo-barocca: vennero edificate le nuove chiese di Santa Maria del Sole, Santa Maria Maddalena e San Filippo, mentre il palazzo Vescovile fu interamente ristrutturato. Numerosi monasteri ed edifici religiosi minori vennero sconsacrati e in alcuni casi demoliti per fare spazio a nuove abitazioni private; le vie principali, inoltre, furono allargate mediante la rimozione dei paracarri e l'abbattimento dei portici. Risale al medesimo periodo l'apertura dei primi due cimiteri suburbani di Riolo e di San Fereolo. Si procedette anche alla demolizione dei baluardi costruiti durante la dominazione spagnola del Seicento; al loro posto venne disegnata una strada di circonvallazione lunga 3 700 m, che raccordava tutte le porte della città, impiegate da secoli come barriere daziarie. Nel 1835, il segmento meridionale della circonvallazione fu trasformato in "passeggio pubblico".

A metà dell'Ottocento, l'abitato di Lodi era ancora interamente racchiuso entro le mura medievali; all'esterno del perimetro della città murata, oltre a numerosi cascinali, si trovavano alcuni borghi (San Grato, San Fereolo e San Bernardo), posti in corrispondenza degli incroci stradali tra la viabilità regionale e quella locale, a una distanza variabile tra i 2 e i 5 km dal centro cittadino. Questo articolato assetto urbanistico venne modificato nel 1861 dall'apertura della linea ferroviaria Milano–Bologna, che toccava Lodi lambendo la parte meridionale del nucleo abitato: la strada ferrata, infatti, rappresentò l'ostacolo principale quando, nei decenni successivi, la città cominciò con lentezza a espandersi nelle aree limitrofe all'anello di circonvallazione delle mura.

Tra il 1864 e gli inizi del Novecento vennero realizzati numerosi interventi urbanistici: dei due cimiteri di Riolo e San Fereolo, venne ampliato il primo mentre l'altro fu dismesso; nel 1886 fu intrapresa inoltre la costruzione del Cimitero Monumentale (più noto come "Maggiore"). Per quanto riguarda la rete stradale, le opere più importanti furono l'edificazione del nuovo ponte sull'Adda in muratura, la riqualificazione della zona di piazza della Vittoria, l'ampliamento di piazza Ospitale e la costruzione di un asse viario tra la stazione ferroviaria e il centro storico, con l'apertura di viale Dante e di piazza Castello. A livello di infrastrutture, nel 1880 furono inaugurate quattro tranvie extraurbane a vapore: la Milano–Lodi, la Lodi–Treviglio–Bergamo, la Lodi–Sant'Angelo e la Lodi–Crema–Soncino. Nel medesimo periodo, ebbe luogo un rapido processo di urbanizzazione del quadrilatero compreso tra il pubblico passeggio e la ferrovia: ad alcuni insediamenti produttivi, si aggiunse nel 1904 il primo lotto di abitazioni popolari. Contemporaneamente, ancora più a sud, sorsero i primi grandi complessi industriali: il Linificio Canapificio Nazionale in zona San Fereolo e le Officine Meccaniche Lodigiane presso la località Camolina.

Dopo una fase di moderata crescita tra gli anni venti e la seconda guerra mondiale, a partire dal 1955 lo sviluppo della città si fece sempre più rapido e cominciò a interessare entrambe le sponde dell'Adda: vennero creati nuovi quartieri, tra cui quello delle «case Fanfani» (a ovest del centro storico) e il «villaggio Oliva» (a sud-ovest), entrambi realizzati nell'ambito del piano INA-Casa. Tra gli anni settanta e i duemila, oltre al compimento di un sistema di strade tangenziali, ebbe luogo la dismissione di gran parte del patrimonio edilizio industriale, riconvertito in nuove aree residenziali.

Fontana si trova 3 km a nord-est della città, nella porzione di territorio situata sulla riva sinistra dell'Adda. La località, che ospita un santuario edificato tra il Cinquecento e il Seicento, è attraversata dalla ex strada statale Pavia–Brescia.
Olmo è un insediamento collocato 4 km a sud-est del centro cittadino, lungo la Via Emilia.
Riolo, già frazione del comune suburbano di Vigadore, è una località situata tra Lodi e Dovera, nell'Oltre Adda lodigiano. È lambita dal tracciato della strada Bergamina e dispone di una scuola primaria.
San Grato si trova nel settore nord-occidentale del territorio comunale, a una distanza di circa 4 km dal centro cittadino; è la più popolosa tra le frazioni di Lodi.
Bottedo è una località posta ad ovest della città, comune autonomo fino al 1873.

Il centro fu attestato per la prima volta, con il nome di Borsello, nel 1204. Comprendeva le frazioni di Paderno, Carnesella e Cà de' Valvassori.

Il comune ebbe sempre fisionomia agricola e dipese sempre strettamente dalla vicina Lodi. All'inizio del XIX secolo contava circa 200 abitanti. Come molti comuni rurali (definiti dall'amministrazione austriaca "di III classe") era governato da un rappresentante dei possidenti terrieri, che aveva ufficio nella città di Lodi.

Nel 1861 il centro fu lambito dalla linea ferroviaria Milano–Bologna, ma data la scarsa importanza della località non si pensò mai a costruire una stazione.

Nel 1873 il comune di Bottedo fu unito ai Chiosi di Porta Cremonese e ai Chiosi di Porta Regale (il termine Chiosi, di origine dialettale, indicava in passato le terre agricole circostanti la città di Lodi, analogamente ai più noti "Corpi Santi" intorno a Milano), formando il nuovo comune di Chiosi Uniti con Bottedo. Il nuovo comune, però, esistette per meno di quattro anni, venendo annesso alla città di Lodi nel 1877.

Attualmente, in seguito allo spopolamento delle aree rurali, Bottedo si presenta come un grosso cascinale, parzialmente abbandonato. Le frazioni di un tempo hanno subito la stessa sorte.


Torre de' Dardanoni è una località rurale posta alcuni kilometri ad ovest della città. Fino al 1841 costituiva un comune autonomo.

Il piccolo insediamento agricolo di Torre de' Dardanoni di antica origine, era centro di un territorio comunale posto sulla riva sinistra del canale Muzza, che comprendeva le frazioni di Castello de' Roldi e Pizzafuma.

Dopo un'effimera annessione alla città di Lodi in età napoleonica (1809-16) e il successivo ripristino dell'autonomia, Torre de' Dardanoni fu aggregata nel 1841 ai Chiosi di Porta Regale, uno dei 3 comuni ("Chiosi") che costituivano il suburbio lodigiano.

Successivamente (1873) i Chiosi di Porta Regale furono uniti ai Chiosi di Porta Cremonese e a Bottedo, a formare i Chiosi Uniti con Bottedo, finalmente annessi alla città di Lodi nel 1877.

Attualmente, in seguito allo spopolamento delle aree rurali, Torre de' Dardanoni è disabitata e in rovina. Le frazioni di Castello de' Roldi e Pizzafuma sono oggi due modeste cascine in posizione isolata.

Vigadore è una località rurale posta oltre il fiume Adda, lungo la strada per Crema. Fino al 1870 costituì un comune autonomo.

Il borgo rurale di Vigadore, di antica origine, fu attestato per la prima volta in età medievale. Il territorio comunale comprendeva le frazioni di Riolo e Portadore, oltre a numerose cascine.

In età napoleonica Vigadore fu aggregata alla città di Lodi per due volte, nel 1797-98 e quindi dal 1809 al 1816, recuperando l'autonomia con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1870 il comune di Vigadore fu unito ai Chiosi di Porta d'Adda, formando il nuovo comune di Chiosi d'Adda Vigadore. Il nuovo comune, però, esistette per soli sette anni, venendo annesso alla città di Lodi nel 1877.

Attualmente, in seguito allo spopolamento delle aree rurali, Vigadore si presenta come una cascina rurale senza alcuna particolarità. Migliore sorte ha conosciuto la frazione Riolo, interessata da un certo sviluppo edilizio.

L'agricoltura e l'allevamento sono di fondamentale importanza per Lodi e per il suo territorio fin dal Medioevo. A testimonianza di quanto il settore primario sia tuttora significativo, i dati riferiscono di 1 786 aziende nel territorio della provincia che producono soprattutto mais (47% della superficie agricola utilizzata) e foraggi (24% della SAU). Per quanto riguarda il territorio comunale, sono attive invece 84 aziende e la superficie agricola utile è costituita da 2 130 ettari, dei quali il 48% coltivati a mais. Sono presenti inoltre 5 495 capi bovini e 23 362 capi suini.

Per garantire e promuovere le eccellenze del settore, oltre che tutelare l'ambiente, il benessere degli animali e la salute dei consumatori, nel 2004 è stato fondato il comitato del marchio "Lodigiano Terra Buona".

I primi stabilimenti industriali nati a Lodi erano legati alla trasformazione dei prodotti del settore primario: il Lanificio Varesi (1868), la Polenghi Lombardo che fu la prima azienda in Italia a trattare a ciclo completo il latte (1870), le Officine Sordi che costruivano macchine per il settore lattiero-caseario (1881), il Linificio Canapificio Nazionale (1909). Tra le altre industrie presenti in città, particolarmente sviluppato era il settore meccanico: erano attive ad esempio le Officine Meccaniche Lodigiane (1908), le Officine Meccaniche Folli-Gay (1922), le Officine Curioni Spa (1925) e le Officine Elettromeccaniche Adda (1926). Queste ultime negli anni ottanta furono acquistate dalla multinazionale ABB, che nel 1994 vi trasferì il proprio centro mondiale per la costruzione di trasformatori, di interruttori per l'alta tensione e di sottostazioni elettriche; nel 2003 l'impresa contava circa 270 dipendenti.

Al confine del territorio municipale di Lodi, in un'area di competenza dei comuni di Montanaso Lombardo e Tavazzano con Villavesco, sorge una grande centrale termoelettrica di proprietà della E.ON, alimentata a gas naturale. La centrale, con una potenza installata di 1 740 MW, è una delle più importanti d'Italia e conta 120 dipendenti. Il primo nucleo, realizzato nel 1952 nell'ambito del Piano Marshall, fu inaugurato da Enrico Mattei e dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi; gli impianti attuali sono stati attivati in diversi scaglioni tra il 2002 e il 2010. La centrale preleva l'acqua di raffreddamento dal canale Muzza, dal canale Belgiardino e dal fiume Adda.

Al giorno d'oggi le industrie più sviluppate sono quella casearia (il Lodigiano è una delle 14 aree in cui è concentrata la produzione del Grana Padano) e quella artigianale, in particolare nei settori della ceramica e della cosmesi.

La più famosa tradizione artistica lodigiana è senza dubbio quella legata alla decorazione e alla lavorazione della ceramica. Fin dall'età romana, la diffusa presenza di argilla nel territorio ha fornito la materia prima per l'opera di maestri vasai e fabbricanti di maioliche o ceramiche. Grazie soprattutto alle produzioni artistiche di autori quali Rossetti, Ferretti, Coppellotti e Dossena, l'arte ceramica lodigiana ha raggiunto livelli estremamente elevati nel corso del XVIII secolo e nella prima metà del XIX secolo ed è oggi conosciuta come la "Ceramica Vecchia Lodi".

La lavorazione del ferro battuto costituisce un'altra importante produzione artistica della città di Lodi. Ricordiamo i numerosi balconi, balconcini, cancellate e lampade in stile Liberty di cui è ricco il centro storico.

Tra le più importanti imprese dell'ambito dei servizi si annovera Zucchetti, che opera nel settore del software e hardware a supporto di aziende; con 1 900 dipendenti (di cui 900 solo a Lodi), è uno dei leader italiani nel campo informatico.

Lodi ha inoltre una notevole attività bancaria: la Banca Popolare di Lodi, fondata da Tiziano Zalli nel 1864, è stata la prima banca popolare sorta in Italia. Dal 2007 fa parte del gruppo Banco Popolare, quarto gruppo bancario in Italia, il più grande tra quelli di matrice cooperativa.

Nel 1999 Lodi entrò a far parte del circuito delle Città d'arte della Pianura Padana. Dagli anni duemila il turismo ha rappresentato un settore in forte espansione sul territorio: nel 2006, ad esempio, sono stati registrati 137 000 arrivi, con un incremento del 116% rispetto a tre anni prima.

Oltre al turismo culturale, particolarmente importante è quello naturalistico, in virtù anche dell'efficiente rete ciclabile che dal capoluogo si diparte in tutto il territorio. Il turismo enogastronomico si concentra soprattutto nei mesi di ottobre e novembre, durante i quali – a partire dal 1988 – si svolge la Rassegna Gastronomica del Lodigiano.

Dal 2005 è attivo a Lodi un polo scientifico-universitario, composto dal Parco Tecnologico Padano e da alcune strutture dell'Università degli Studi di Milano.

Il Parco Tecnologico Padano è uno dei più importanti centri di ricerca a livello europeo nel campo delle biotecnologie agroalimentari.

Il polo dell'Università degli Studi di Milano comprende un ospedale veterinario per grandi animali, costituito da strutture didattiche e cliniche per equini, bovini e suini, accanto al quale è in costruzione un centro zootecnico didattico-sperimentale; sono presenti anche alcuni laboratori appartenenti alla Facoltà di Agraria. Inoltre, ha sede in città l'Istituto Sperimentale per le Colture Foraggere, retto dal 1948 al 1976 dall'illustre agronomo Giovanni Haussmann.

A Lodi è attivo anche il corso di laurea in infermieristica organizzato dall'Università di Pavia.

A Lodi hanno sede alcuni importanti musei, tra cui il Museo civico, la Collezione anatomica Paolo Gorini, il Museo di scienze naturali, il Museo del tesoro del tempio dell'Incoronata, il Museo diocesano di arte sacra e il Museo della stampa e stampa d'arte.
La cucina lodigiana, pur essendo originaria di un territorio molto vicino a Milano, presenta peculiarità proprie ben definite.

È prevalentemente caratterizzata dalla produzione casearia: numerose ricette tipiche si basano sull'impiego dei formaggi locali e soprattutto del burro. Frittate, zuppe, risotti e insaccati di maiale rappresentano le altre specialità della gastronomia lodigiana; esistono anche numerosi dolci tradizionali.

La Raspadüra è un modo di servire il formaggio grana presentandolo come sottilissime sfoglie, raschiate con un particolare coltello da una forma di Tipico Lodigiano oppure di Grana Padano giovane, stagionato dai quattro ai sei mesi. La raspadüra viene solitamente servita come antipasto, spesso accompagnata da salumi, noci o funghi, ma può anche essere utilizzata per guarnire primi piatti come il risotto o la polenta. Nacque come cibo povero: in passato era ricavata da forme di grana imperfette, mentre oggi sono impiegate forme d'alta qualità, stagionate per essere tagliate senza sfaldarsi.
Pes en carpiòn è un'antipasto primaverile a base di piccoli pesci d'acqua dolce (tipicamente ghiozzi, cobite e lamprede), fritti e successivamente macerati in acqua e aceto con l'aggiunta di cipolla, aglio e prezzemolo.
Turtìn è un antipasto tipicamente autunnale, preparato col sangue fresco di oca, anatra o tacchina, che viene battuto per impedirne la coagulazione e mescolato con burro, panna e latte. L'impasto – a cui vengono aggiunti successivamente formaggio grana, pane e amaretti grattugiati, oltre a sale, pepe e noce moscata – viene cotto con sugna di maiale e servito caldo.

Fritada cun le urtìš è una frittata sottile preparata con le cime del luppolo selvatico ("urtìš" in dialetto lodigiano) che cresce tra aprile e maggio. Da servire fredda come antipasto.
La Fritada en carpiòn è un tipico antipasto estivo: è una frittata a base di carne di vitello e verdure lessate, da servirsi fredda con un "carpione" di cipolle fritte e macerate in acqua e aceto.
La Fritada rugnùša è una semplice frittata arricchita con salamella tritata; viene solitamente consumata calda, accompagnata da un contorno di cicoria e cipolle novelle.
La Fritadine è un piatto caldo di frittate guarnite con raspadüra, burro e Granone Lodigiano (grattugiato a grana grossa) gratinato.
Il Ciudìn sut'oli è un antipasto a base di funghi "chiodini" (prataioli di gelso), bolliti nell'aceto e conditi con sale, pepe, cannella, aglio, foglie di alloro, chiodi di garofano e olio d'oliva.

Il Rišòt rugnùš è un risotto a base di salsa di pomodoro e salamella tritata, mantecato con burro e formaggio. Si tratta di uno dei piatti più caratteristici della gastronomia lodigiana.
Il Minestròn è il tipico stufato di verdure (cipolle, fagioli, carote, patate, zucchine, sedano, pomodori), insaporito con l'aggiunta di alloro, basilico, prezzemolo e rosmarino. Viene cotto con burro e pancetta.
La Minestra maridàda è preparata con riso, uova, lardo e foglie di bietola, da consumare calda.
Il Riš e lat è un piatto povero della tradizione contadina a base di riso cotto con latte e burro.
Il Rišòt cun verše e fasöi è mantecato con burro e formaggio, insaporito con l'aggiunta di verza finemente tritata e fagioli borlotti.
Il Riš e landri è una minestra a base di riso bollito, lardo, formaggio grana, burro e foglie di navone selvatico ("landri" in dialetto lodigiano) tagliate finemente. È possibile aggiungere una cotenna di prosciutto crudo.
La pasta al mascarpòn sono dei maltagliati conditi con un impasto di mascarpone e tuorlo d'uovo, insaporito con l'aggiunta di sale, noce moscata e Granone Lodigiano grattugiato.

La Büšèca è la trippa cucinata alla lombarda con pancetta, verdure (carote, sedano e cipolle), fagioli, burro e brodo di sola carne. Per tradizione viene consumata in occasione della festa patronale di san Bassiano (19 gennaio).
Le Pulpéte ligàde sono involtini di lonza di maiale ripieni di formaggio grana e pane grattugiati, da servirsi caldi con un poco di polenta.
Le Rane en ümid sono rane arrostite ed accompagnate da un intingolo a base di pomodoro, aglio e prezzemolo.
Il Dunél en ümid è un piatto a base di carne di coniglio ("dunél" in dialetto lodigiano), cotta con burro, olio d'oliva, cipolle, carote, sedano e pomodori. Da servirsi con la polenta.
La Pulenta pastisàda è la polenta tradizionale di farina di semola, accompagnata da un sugo a base di burro, olio d'oliva, cipolla, pomodoro e carne tritata (vitellone, pollo oppure maiale). Dopo la cottura, il piatto viene guarnito con fiocchi di burro e raspadüra.
Il Veršin en criculòn sono foglie di verza cotte con burro e salsa di pomodoro, da servirsi con formaggio grana grattugiato e salumi lessati.

Fungi e salsìsa è un semplice piatto caldo a base di funghi "chiodini" (prataioli di gelso) e pezzi di salamella cotti nel burro; il tutto viene infine condito con aglio, prezzemolo e formaggio grana grattugiato.
La Süpa di morti è la minestra tipica del giorno in cui la religione cattolica celebra la commemorazione dei defunti (2 novembre). È preparata con costine di maiale, cotenne, burro, olio d'oliva, fagioli, formaggio grana e verdure (carote, cipolle e sedano).
La Faraùna al mascarpòn è la faraona ripiena di mascarpone da cuocere con latte, burro, olio d'oliva e verdure.

La Tortionata, nota anche con il nome di "turta de Lòd", è un dolce friabile a base di mandorle e burro. Vanta antiche origini: probabilmente esiste dal tardo medioevo, anche se acquistò maggiore diffusione solo agli inizi dell'Ottocento.
I Meìn sono i dolci tradizionali del mese di novembre a base di burro e farina, si mangiano sbriciolati nel latte o nella panna.
Il più rinomato tra i formaggi locali è il Grana Padano DOP; viene prodotta parallelamente un'altra versione di formaggio grana chiamata Tipico Lodigiano, che deriva dalla tradizionale produzione del Granone Lodigiano, ormai scomparso: questo antico formaggio è considerato il "capostipite" di tutti i formaggi grana. Le sue caratteristiche erano particolari: era di colore giallo, in quanto veniva aggiunto lo zafferano alla pasta; inoltre, non venendo pressato, durante la stagionatura il siero contenuto formava la caratteristica goccia o "lacrima".

Le forme di lodigiano o di grana giovani vengono tagliate a metà e raschiate con un apposito attrezzo: mediante questa tecnica si ottengono delle sfoglie sottilissime, note come raspadüra. Altri formaggi tipicamente lodigiani sono il mascarpone PAT e il pannerone PAT, entrambi preparati con la panna.

Il 19 gennaio di ogni anno si svolge la festa patronale di san Bassiano. Le celebrazioni religiose si aprono la sera precedente in Cattedrale, dove ha luogo la veglia diocesana presieduta dal vescovo. La giornata festiva propriamente detta ha invece inizio la mattina del 19 gennaio, con il corteo delle autorità civiche da palazzo Broletto al Duomo, accompagnate da figuranti in costume medievale; nella cripta, dove sono custodite le spoglie del santo, vengono pronunciati i discorsi ufficiali del sindaco e del vescovo.
Dopo la messa solenne, sotto i portici di palazzo Broletto ha luogo la distribuzione gratuita di «büšèca», tè caldo e vin brulé; contemporaneamente, nell'arco di tutta la giornata, in piazza della Vittoria si tiene la tradizionale fiera di san Bassiano. Nel pomeriggio, dopo la celebrazione dei vespri, si svolge infine la cerimonia di consegna delle onorificenze civiche e del premio «Il Fanfullino della riconoscenza», attribuito ai lodigiani che si distinguono nei campi dell'impegno sociale e della promozione culturale o scientifica.
Lodi è una delle città del nord Italia in cui santa Lucia è venerata come portatrice di doni: secondo la tradizione, nei giorni antecedenti la ricorrenza del 13 dicembre, i bambini elencano i regali desiderati in una lettera che dev'essere poi inserita nell'urna collocata per l'occasione in Duomo, ai piedi della statua della santa. I preparativi per la festa hanno inizio in uno dei primi pomeriggi del mese, quando in città si svolge la «veglia di santa Lucia», una manifestazione riservata ai bambini della scuola primaria e dell'infanzia. Inoltre, dall'8 dicembre alla mezzanotte del 12 dicembre, in piazza della Vittoria si tiene l'antica fiera di santa Lucia, con bancarelle per la vendita di giocattoli, dolciumi e articoli di artigianato.

Dal 1986 ha luogo ogni anno il «Palio dei rioni», una rievocazione storica che consiste in una serie di sfide tra gli antichi quartieri della città. La giornata del Palio inizia nella Cattedrale, con una messa solenne presieduta dal vescovo; in seguito alla sfilata in costume tradizionale, si svolge la «gara degli anelli», durante la quale un fantino monta su un cavallo di legno e ferro e, spinto da due atleti, deve cercare di infilare con la sua lancia quattro anelli posti ai vertici del quadrilatero di piazza della Vittoria, nel minor tempo possibile. La competizione prosegue poi con la «cursa dei cavài», nella quale i concorrenti devono far percorrere tre giri della piazza al cavallo montato dal fantino cercando di arrivare per primi al traguardo posizionato davanti al sagrato del Duomo. Il rione proclamato vincitore in base alla classifica delle varie prove riceve «el bastón de san Bassan» dalle mani del sindaco della città. Negli anni passati, la graduatoria finale era determinata anche dal alcune competizioni sportive che si svolgevano sul fiume Adda durante l'estate, tra cui una gara di canoa e una di «biciclette fluviali».

Il «Festival dei sette peccati capitali», promosso dal comune, si è articolato in sette edizioni che hanno avuto luogo nella primavera di ogni anno dal 2003 al 2009, richiamando oltre 20 000 presenze per ognuno degli episodi. Ciascuna delle sette edizioni è stata caratterizzata da eventi culturali, dibattiti, mostre e laboratori dedicati a uno dei sette vizi capitali della tradizione filosofica occidentale. A partire dal 2010, la rassegna è stata sostituita dal festival «Comportamenti umani».
Il 21 luglio 2007 si è tenuta in città la prima «notte bianca del Palio»; l'evento, organizzato dall'assessorato alla cultura, si è ripetuto in numerose altre occasioni. Dal 2009 si svolge in contemporanea la «notte bianca della cultura», durante la quale i principali monumenti e musei della città rimangono visitabili fino all'una di notte.
Ogni anno il comune organizza la rassegna estiva «Lodi al sole», nell'ambito della quale si svolge anche il «Lodi Blues Festival». L'edizione del 2009 è stata caratterizzata da oltre ottanta eventi distribuiti nell'arco di tre mesi, e ha visto il coinvolgimento stimato di 70 000 spettatori.

Lo sport a Lodi si articola in numerose attività. Società e atleti lodigiani hanno conseguito titoli a livello italiano e internazionale.

La disciplina sportiva più seguita è per tradizione l'hockey su pista. La principale squadra della città, l'Amatori Lodi, ha conquistato uno scudetto, due Coppe Italia, una Coppa di Lega, una Coppe delle Coppe e una Coppa CERS. L'attività maggiormente praticata resta tuttavia il calcio; la società lodigiana A.C. Fanfulla fu protagonista nel campionato di Serie B tra gli anni trenta e gli anni cinquanta, conquistando poi nel 1984 una Coppa Italia di Serie C.

In città sono in funzione molti impianti sportivi, tra cui lo Stadio Dossenina, riservato al gioco del calcio.




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martedì 19 maggio 2015

I PAESI DELLA BRIANZA : ARCORE

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Arcore è un comune italiano della provincia di Monza e della Brianza in Lombardia.

Si trova nella pianura padana a nord-est di Milano, da cui dista 20 km circa, in prossimità delle due più importanti città della provincia brianzola, Monza e Vimercate.

La testimonianza archeologica più antica rinvenuta ad Arcore è rappresentata da una lastra marmorea dedicata a tale Giulia Drusilla, databile al I secolo d.C., mentre i primi accenni documentati che nominano la comunità arcorese si rifanno a pochi documenti risalenti al IX secolo.

Il paese è inoltre noto in quanto all'interno del suo territorio si trovano l'ex Villa Giulini-Casati-Stampa, ora Villa San Martino, e la Villa Borromeo d'Adda.

Sull'origine di Arcore non esiste documentazione certa: dall'etimologia si può dedurre un'origine romana. L'etimologia del nome Arcore è infatti controversa: alcuni lo ricollegano al semidio Ercole, per il cui culto forse sorgeva un tempio in suo onore, altri lo associano ad un arco eretto dai romani.

Ciò potrebbe far supporre, pur con i dovuti accorgimenti, una possibile nascita del borgo di Arcore fin dall'epoca romana. Ad avallare questa ipotesi concorrono diversi elementi: com'è infatti noto, all'epoca della conquista romana, il territorio rurale veniva suddiviso in centurie, secondo le linee incrociate del cardo e del decumano. Questa centuriazione serviva per fare le assegnazioni di terre ai cittadini delle colonie di nuova fondazione; tracce di tale suddivisione sono ancora visibili sui rilevamenti cartografici della fine dell'Ottocento, mettendo in evidenza resti di centuriazione localizzati intorno a quella che oggi è la Cascina del Bruno.

È inoltre recentemente emerso che il territorio dell'attuale comune era attraversato, in epoca romana, dalla strada che univa Mediolanum a Leucum, passando per Modicia. Nell'area dove si è successivamente evoluto il paese di Arcore erano poste due pietre miliari: la prima, che contrassegnava una stazione di posta, si trovava all'altezza dell'attuale Cascina Sentierone, mentre la seconda presumibilmente nel luogo dove poi sorse il convento benedettino di Sant'Apollinare.

A questa documentazione si collega l'epigrafe riportata su una lastra marmorea romana, conservata al museo archeologico di Milano, unica testimonianza archeologica ritrovata ad Arcore, ora conservata presso il Museo archeologico di Milano.

I documenti più antichi finora ritrovati risalgono al IX secolo e sono relativi a donazioni alle chiese locali da parte di abitanti di "vico Arcole" o "loco Arculi". Arcore, nel medioevo, appartiene alla pieve di Vimercate ed è segnalata la presenza di due monasteri: il monastero benedettino di San Martino e la casa delle Umiliate a Sant'Apollinare.

Nel trecentesco Liber Sanctorum di Goffredo da Bussero è citata la chiesa di Sant'Eustorgio che diverrà la Parrocchia della comunità ai tempi di San Carlo Borromeo. Dal XVI secolo diverse famiglie nobiliari lombarde (Casati, Durini, Giulini, Vismara, D'Adda, Barbò) spostano la propria residenza lungo tutta la Valle del Lambro e la Bassa Brianza e vi edificano importanti ville di delizia, tra cui ad Arcore la Villa Borromeo d'Adda, la Villa "La Cazzola" e la Villa San Martino (già Giulini Della Porta, Casati, Stampa di Soncino), favoriti dalla buona collocazione geografica e dalle agevoli comunicazioni. La costruzione dell'attuale chiesa parrocchiale risale al 1759.

A metà del Settecento Arcore conta 580 abitanti divisi tra il paese e le due frazioni riconosciute (Cascina del Bruno e Bernate, che subirà nei successivi due secoli un continuo passamano con il comune di Usmate Velate).

Alcune prove consentono di presupporre che il paese, un tempo, ebbe un proprio castello. Il primo documento che ne cita l’esistenza, la donazione di Ariprando e Gisla (oggi presente nell'Archivio Storico di Concorezzo), risalente al 1100, cita il lascito, da parte del nobile milanese Ariprando e della moglie Gisla di due abitazioni, la prima delle quali situata nei pressi del già citato castello.

« … casa una cum area infra castrum de loco Arcori… casa una cum area et curte… infra villam de suprascripto loco Arcori »
(notaio Ugo, Lascito di Ariprando e Gisla)
Un altro documento, risalente al XIII secolo, conservato nell'Archivio di Stato di Milano, conferma la presenza di un castrum in vico Arcole, documento citato nel XIX secolo dallo storico e paleografo Giovanni Maria Dozio in Notizie di Vimercate e la sua Pieve, nel quale egli afferma che

« … Arcore fu terra di qualche significanza nel medioevo ed ebbe un castello, in luogo che tuttora ne conserva il nome, posseduto nel secolo dodicesimo dai valvassori di Arcore… »
(Giovanni Dozio, Notizie di Vimercate e la sua Pieve)
Nonostante ad oggi non sia rimasta alcuna traccia di questo castello, si può riscontrare, nelle mappe teresiane del 1722, l’indicazione dell’attuale via Monte Grappa come strada del Castello nonché, nella tradizione arcorese, l’abitudine di definire quella parte della città compresa tra via Abate d’Adda e via San Gregorio proprio zona del Castello.

In seguito all’annessione delle provincie lombarde, all’epoca austriache, al regno di Savoia (e con la definitiva unificazione d’Italia), Arcore venne dotata di una nuova amministrazione, con un sindaco, una giunta e un consiglio comunale. Nel 1869 alla cittadina, ancora di poche migliaia di abitanti, venne aggregata la frazione di Cassina Palazzina, staccatasi dal comune di Lesmo.

Da questo momento, Arcore ebbe una graduale crescita industriale coadiuvata dalla creazione stazione ferroviaria nel 1873 e della tranvia nel 1879, con l’insediamento di varie industrie, tra cui la famosa Gilera. All’incremento industriale si accompagnò un robusto boom demografico che in poco meno di 100 anni portarono a quintuplicare il numero dei residenti arcoresi, cui si aggiunse la definitiva annessione della frazione di Bernate nel 1963.

Lo sviluppo industriale arcorese nasce, molto probabilmente, in concomitanza con la costruzione, negli anni settanta del XIX secolo, della stazione ferroviaria sulla linea Lecco-Milano. Già a fine secolo sorgono le prime attività nel ramo meccanico (Morandi), saponifico, tessile (Monti e Martini) e di carpenteria (Zerboni).

Nel 1909 nasce l'azienda motociclistica Gilera, marchio che in pochi anni diverrà uno dei più noti in Europa e nel mondo, e, negli stessi anni, accanto allo stabilimento Zerboni (che poi diverrà Falck) prende piede la ditta Carlo Bestetti, un aeroporto per aerei da guerra e piccoli aerei commerciali, distrutto dai partigiani nel 1945.

Infine, nell'immediato dopoguerra, Giuseppe Perego, da responsabile carpentiere Falck fonda, nel 1949 la Peg Perego, oggi produttrice ed esportatrice a livello internazionale di passeggini ed accessori d'infanzia.

Ad Arcore è inoltre presente anche un impianto della Tenaris Dalmine, la sede italiana della Borg Warner Morse Tec ed in forte sviluppo è l'impresa del settore terziario.

L'origine dello stemma del Comune di Arcore si ispira senza dubbio a tre diverse finalità: evidenziare nell'emblema parte della sua storia, presentare una figura che richiami il suo nome, ricordare un'antica famiglia lombarda legata alla sua storia. Per evidenziare la finalità storica, nella sezione più elevata dello stemma è stata inserita la figura della mitra, a ricordo di tre monasteri esistenti anticamente sul suo territorio. Per ricordare il nome del Comune, nella sezione centrale è stata inserita la figura dell'arco romano. Infine, nella sezione inferiore è stato inserito il fasciato contrinnestato di nero e d'argento, che costituisce l'elemento caratterizzante dello stemma della famiglia d'Adda.
Si osserva, peraltro, che attualmente il Comune di Arcore fa uso di uno stemma lievemente diverso da quello concessogli nel 1955. La differenza si riscontra nella terza sezione dell'emblema araldico: il fasciato contrinnestato di nero e d'argento è stato trasformato ora in un campo d'argento carico di una fascia contrinnestata di nero.

La Cappella della peste è una piccola cappella aperta, situata all'interno del parco della villa Borromeo, edificata nel XVII secolo dopo la morìa di peste di San Carlo e quella del 1630 che colpì in particolar modo Milano ed il suo circondario.

La cappella, a cielo aperto e di ridotte dimensioni, è costruita attorno ad una croce di pietra, posta in quel luogo a commemorazione delle numerose vittime causate dalla peste, e si affaccia su di un piccolo sentiero secondario, isolata dai normali itinerari.

Esternamente, una copertura emiciclica di rame è posta a protezione della volta esterna; internamente, la facciata è invece molto semplicemente intonacata di bianco, mentre la conca absidale è di un azzurro tenue. Tra di esse, su un bordo aggettante anch'esso bianco, è dipinta, a lettere maiuscole nere, questa frase:
« Cappella della peste 1576 1630 »
La Cappella Vela è stata costruita tra il 1850 ed il 1853 per volere di Giovanni D'Adda all'interno del complesso di Villa Borromeo, venne commissionata all'architetto Giuseppe Balzaretto (già chiamato alla creazione dell'attiguo parco) ed agli scultori ticinesi Lorenzo e Vincenzo Vela per contenere le spoglie di Maria Isimbardi (Milano, 1827 - Muggiò, 1849), sua moglie.

Il piccolo edificio, a pianta ottagonale, presenta un pavimento marmoreo a motivi geometrici complessi, da cui si innalzano le otto piccole absidi. La raffinatezza della cappella è impreziosita da alcune statue, anch'esse commissionate dal conte Giovanni, in marmo bianco sulle quali spicca, con estrema malinconia, quella della giovane Maria Isimbardi sul suo letto di morte.

Restaurata con l'acquisizione della Villa da parte del comune negli anni settanta del XX secolo, è mensilmente visitabile.

Dedicata a Sant’Eustorgio da Milano, è la più importante e tra le più antiche della città, risalente al XIII secolo  ma ingrandita e ammodernata in più fasi nel corso dei secoli successivi.

L’ultimo importante restauro venne avviato, con il benestare delle potenti famiglie locali (Durini e D'Adda in primis) nel 1759 e si concluse definitivamente soltanto nel 1891 con la sua consacrazione da parte del cardinale Agostino Gaetano Riboldi (sebbene i lavori esterni fossero già stati completati nel 1805).

Esternamente, la chiesa si presenta con una classica pianta a croce latina con i due bracci secondari adibiti a piccole cappelle. Il campanile è situato a sinistra dell’abside, defilato, mentre la facciata, grandiosa, a doppio ordine e preceduta da un pronao a tre luci (non molto dissimile da quella della vicina Lesmo) è invece la sezione più recente, edificata in epoca fascista tra il 1925 ed il 1926.

La Chiesa-Monastero alto medievale è situata nel nord-est della città, tra Arcore e la frazione Bernate, risalente al X secolo e dedicata a Sant'Apollinare abate di Montecassino.

Originariamente, il complesso era costruito in pietra arenaria (le pareti esterne ed interne e le volte) ed in cotto (il tetto ed i pavimenti). Dell’originaria struttura è però ad oggi rimasta inalterata solamente la piccola cappella, mentre gli edifici attigui, ricostruiti in epoca più recente, sorgono sui resti del precedente monastero benedettino.

Recentemente restaurato, ad oggi viene ancora fruito da una comunità di monaci e da un centro di accoglienza per anziani.

La Chiesa di Santa Maria Nascente e San Giacomo è la chiesa parrocchiale della frazione di Bernate sita in piazza conte Durini e costruita come cappella privata tra i secoli XVI e XVIII, a pianta rettangolare e dotata di un piccolo campanile. L'attuale configurazione (lesene e timpano dentellato) è invece riconducibile agli inizi del XIX secolo.

Attualmente (primavera 2012) è in corso la ristrutturazione, ormai prossima alla conclusione, dell'edificio, compresi i ricchi affreschi delle volte e dell'abside, e della piazza circostante.

L'Oratorio della Madonna del Rosario è dedicato alla Beata Vergine del Rosario, sorge nella frazione Cascina del Bruno e si presenta come un piccolo edificio ad aula con un campanile a vela, di dimensioni piuttosto ridotte, tuttora funzionante. Esso è inglobato nel complesso di edifici della omonima cascina da cui prende nome la frazione.

Tra le altre chiese di Arcore ricordiamo:
la cappella di Villa Ravizza, situata nel margine sud-ovest del parco della villa;
la chiesa dell'Immacolata, costruita nel 1895 in stile neogotico presso l'oratorio femminile;
la chiesa parrocchiale di Santa Maria Nascente, in frazione Bernate;
l'oratorio San Vincenzo, in frazione La Ca', costruita nel XVIII secolo;
la parrocchia della Regina del Santo Rosario.

A partire dal XVI secolo si hanno documenti sulle acquisizioni di terreni e sui passaggi di proprietà da parte di famiglie aristocratiche quali i Durini, i Giulini, i D'Adda, i Barbò e i Casati. In particolare il territorio di Arcore viene scelto da alcune di queste famiglie per la costruzione di residenze di pregevole fattura architettonica, con parchi di notevole estensione e di grande valore paesaggistico:
Villa San Martino, edificata sul monastero omonimo dai Giulini, passò poi in proprietà ai Casati ed è oggi di proprietà Berlusconi;
Villa Borromeo d'Adda, dal 1980 di proprietà comunale, è inserita in un ampio parco pubblico; si può visitare la cappella che ospita sculture dei Vela (1850);
Villa Ravizza, la più recente, di proprietà privata, famosa sopratutto per il giardino all'italiana;
Villa "La Cazzola" la più antica (sec. XVI), in origine di proprietà dei Durini, deve il suo attuale aspetto all'intervento di Carlo Amati famoso architetto monzese del 1812; la villa di proprietà privata è inserita in un grande parco.
Villa Buttafava, edificio signorile tardo settecentesco, ora ristrutturata come centro redisenziale;
Palazzo Durini situato in frazione Bernate, dominava le 5 corti che costituivano l'antico borgo rurale.
La vita politica nell'800 e nel primo 900 è segnata soprattutto dalla presenza delle famiglie D'Adda e Casati che costituirono per la comunità un punto di riferimento anche sotto l'aspetto di interventi in campo sociale economico.
Un primo segnale del modificarsi delle condizioni economiche e sociali è dato dall'avvento della ferrovia con la realizzazione della stazione ferroviaria sulla linea Monza-Lecco nel 1875
Probabilmente la felice collocazione rispetto alla rete di comunicazione e lo spirito imprenditoriale di alcuni personaggi favoriscono già nei primi decenni del '900 l'insediamento di alcune grosse imprese industriali, come la Gilera, e di un campo di aviazione annesso all'industria aeronautica Bestetti sulla cui area si insediò successivamente la Falk.
Nella prima guerra mondiale furono 90 i cittadini che pagarono con la vita il servizio allo Stato.
Il tessuto industriale modifica anche i comportamenti sociali e politici: nelle grandi fabbriche si sviluppa la capacità di opposizione alla dittatura in forme più o meno attive e alcuni cittadini parteciparono dal 1943 a formazioni partigiane e ad atti di resistenza pagati con la vita, tra cui gli attacchi al campo di aviazione e l'eccidio/rappresaglia di Valaperta.
Nel secondo dopo guerra si ha anche l'esplosione del processo di industrializzazione che modificherà del tutto il volto economico e sociale del paese.
Attualmente Arcore vive un processo di deindustrializzazione con lo sviluppo di insediamenti produttivi più diversificati nelle ex aree industriali.

Il Mulino Taboga è un antico mulino da grano ad acqua, situato in via Molini di Mezzo, è costituito da un edificio di mattoni e travi di legno, sorretti da pilastri in muratura, su una pianta rettangolare. L'entrata, anticipata da un porticato, introduce ai locali interni del piano terra; il primo piano è invece raggiungibile tramite una scala esterna, in ferro battuto come le ringhiere dei balconi. Documenti circa la sua esistenza risalgono ai primi decenni del XVII secolo.

La Cascina Bice è una cascina ottocentesca costituita da un ampio corpo centrale rettangolare affacciato su via Michelangelo Buonarroti, aperta nella parte centrale, rientrante, da un portico a quattro archi, a cui corrisponde al piano superiore un analogo loggiato, sostenuto da colonne.

L'ex Palazzo del Municipio è situato in Via Umberto I, a breve distanza da Piazza della Chiesa, si presenta come unedificio a due piani, con una particolare pianta a T rovesciata, venne edificato tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX come nuova sede del municipio cittadino. Dopo il trasferimento, verso la metà degli anni sessanta, degli uffici comunali in una nuova palazzina in via Roma, il palazzo venne destinato prima come sede della biblioteca civica e successivamente, dagli anni ottanta, alla scuola statale Olivetti.

Lo Stabilimento Gilera è sorto per volere di Giuseppe Gilera nel 1916, esso fu dapprima ubicato presso alcuni capannoni dell'industria Bestetti, e solo successivamente nell'attuale sede in via Cesare Battisti; con la sua chiusura, nel 1993, ad oggi sopravvivono quelli che furono i locali amministrativi e gli uffici della casa motociclistica.

Il Corpo musicale Città di Arcore è stato fondato nel marzo del 1992 su iniziativa della sezione locale dell'Associazione nazionale carabinieri - Generale c.a. Dalla Chiesa, ad oggi è diretto dal maestro Pasquale Vaccarella. Collegato all'attività concertistica (in territorio comunale attivo durante le principali feste locali e nazionali), il corpo musicale ha anche attivato una scuola di musica. Attualmente, la sua sede è ubicata in via Belvedere, 22.

Feste e ricorrenze:
L'Arcore Street Festival è un vento musicale - nato nel 2003 - nel corso del quale si esibiscono artisti, musicisti, giocolieri e teatranti coinvolgendo tutto il centro storico cittadino, in particolar modo le vie Umberto I e Gorizia. Organizzato ogni terza domenica di giugno dall'associazione Pensieri in Corso e patrocinata dal comune.

Il Cioccoarcore è il cosiddetto Tour del Cioccolato, con decine di stand dei migliori artisti italiani del cioccolato, promosso dall'assessorato al commercio e dalla Pro Loco di Arcore, viene tenuto annualmente nella piazza del mercato comunale (via Pertini), durante i primi mesi dell'anno senza seguire una data precisa.

La prima domenica di ottobre la comunità parrocchiale della Regina del Rosario celebra la sua festa patronale. Da tempo memorabile questa è la seconda festa patronale di Arcore.

La Fiera di Sant'Eustorgio è l'evento sociale più importante del paese, tenuto il lunedì della terza settimana di settembre, in prossimità della festa padronale, durante il quale si può assistere alla tradizionale sfilata dei carri rionali, all'esibizione della banda cittadina, rivisitazioni storiche, giochi (palio dei Rioni in primis) nonché altre iniziative che coinvolgono l'intera cittadinanza.

Il palio dei Rioni è stato creato su ispirazione degli antichi palii medievali ma caratterizzato da prove di abilità più semplici e paesane (come, ad esempio, il palo della cuccagna), vede la partecipazione di quattro compagini: Bernate e boschi, La Ca, Cascina del Bruno e Arcore nord/sud (prima separate).

La prima edizione del Palio di Sant'Eustorgio si è disputata in Villa Borromeo d'Adda nel settembre del 2007 ed è stata vinta dalla squadra della frazione di Arcore Nord. Nel settembre del 2008, sempre in concomitanza con la Fiera di Sant'Eustorgio, è stata invece la squadra della frazione di Bernate ad aggiudicarsi il Palio, così come nelle edizioni 2009, 2010 e 2011. Nel 2012 infine, il titolo è stato vinto dalla frazione della Ca'.

La Fiera della solidarietà e degli stili di vita, considerata la vetrina ufficiale del mondo del volontariato in Brianza, si tiene la prima domenica di ottobre e vede la partecipazione di decine di stand di enti no profit, allestiti nel centro cittadino, tra via Roma e via Umberto I.

La cucina arcorese è quella tipica della regione brianzola, ed è ampiamente influenzata da quella Milanese e lombarda, nonché dalla tradizione contadina della città (basti pensare che fino agli inizi del Novecento Arcore era un paese rurale). La carne di maiale è la più utilizzata, e da essa ne derivano i principali prodotti gastronomici che rendono famosa la Brianza: salumi, cotechini vaniglia, luganega sono solo alcuni esempi.

Tra i piatti più noti, la cassoeula, la torta paesana (cucinata soprattutto durante la festa padronale di Sant'Eustorgio), la busèca, la polenta ùncia ed il risotto.

Di pari passo con la lingua italiana, abbastanza diffuso è l'utilizzo - soprattutto nella fascia più matura dei cittadini arcoresi - del dialetto brianzolo, che, come la maggior parte dei dialetti d'Italia, è una lingua romanza (precisamente la lombarda) derivata dal latino con infiltrazioni anche di altri idiomi (spagnolo, francese, tedesco...). Attualmente, benché in lenta fase di regressione, è attualmente conosciuto e compreso dalla maggior parte della popolazione attiva.

Persone legate ad Arcore:

Natale Beretta e Gabriele Colombo, partigiani fucilati il 3 gennaio 1945 a Valaperta, LC
Silvio Berlusconi, imprenditore e politico
Carlo Cagnola, politico italiano
Alessandro Casati, politico italiano
Alfonso Casati, medaglia d'oro al valor militare
Fiorenzo Crippa, ciclista su strada italiano
Emanuele D'Adda, politico italiano
Giuseppe Gellera, fondatore della Gilera
Giorgio Larocchi, pittore e poeta
Stefano Mauri, calciatore italiano, centrocampista della Lazio e della Nazionale italiana di calcio
Matteo Morandi, ginnasta, specialista degli Anelli, campionale nazionale ed europeo e vincitore della medaglia di bronzo a Londra 2012 (anelli)
Giuseppe Perego, fumettista italiano
Carlo Rigotti, allenatore e giocatore di calcio italiano
Ludovico Trotti, politico italiano
Nanni Valentini scultore, sue opere al Syracuse Museum NY, GAM Torino, MAMBO Bologna, Museo della Permanente Milano, Musei Civici Milano, MUSMA Matera, MIC Faenza, e importanti collezioni private




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