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venerdì 1 luglio 2016

LA PROVINCIA DI LODI

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La provincia di Lodi confina a nord con la città metropolitana di Milano, ad est con la provincia di Cremona, a sud con l'Emilia-Romagna (provincia di Piacenza), ad ovest con la provincia di Pavia e con l'exclave di San Colombano al Lambro (città metropolitana di Milano).

Fu istituita il 6 marzo 1992, a seguito dello scorporo di 61 comuni dalla allora provincia di Milano.

Nella provincia cinque comuni si fregiano del titolo di città: Lodi, Codogno, Casalpusterlengo, Lodi Vecchio e Sant'Angelo Lodigiano.

Sebbene istituita di recente, le origini storiche di questa provincia ben inserita in una tipologia ambientale omogenea di bassa pianura e delimitata da grandi fiumi, risalgono almeno a 2 millenni fa.

Il primo riconoscimento giuridico si ebbe nell'89 a.C. con Gneo Pompeo Strabone e nel 49 a.C. con Giulio Cesare che concesse la cittadinanza romana ai cittadini di Laus Pompeia. Il territorio era conosciuto come ager laudensis.

La Diocesi di Lodi sorgerà nel 374, garantendo anche nei tempi più calamitosi la coesione di tutto il territorio.

Nel Basso medioevo ci fu un'eccezionale opera di bonifica dei vasti luoghi paludosi del territorio attraverso uno splendido lavoro di ingegneria idraulica, che rese il Lodigiano una delle terre più fertili d'Europa.

Nei secoli successivi all'età dei Comuni, al territorio venne riconosciuta dai vari dominatori una certa libertà amministrativa (contado di Lodi). Fu però con l'avvento degli austriaci nel XVIII secolo che si ebbe il riconoscimento pieno del Lodigiano; il contado infatti assunse forma di provincia nel 1757, e ne assunse formalmente il nome nel 1786, con la riforma di Giuseppe II.

Dopo la tumultuosa parentesi napoleonica (con l'effimera costituzione del Dipartimento dell'Adda nel 1797, poi annesso al Dipartimento dell'Alto Po con capoluogo Cremona), nel 1816 fu ripristinata la Provincia, che acquisì anche il Territorio Cremasco e prese il nome di Provincia di Lodi e Crema.

La Provincia venne abolita nel settembre 1859 dal governo del regno di Sardegna, dopo soli tre mesi dalla conquista della Lombardia (Decreto Rattazzi). Da allora furono avanzate richieste al Governo per la ricostruzione della Provincia, ma il tutto inutilmente. Il territorio lodigiano fu degradato a circondario della provincia di Milano, anch'esso soppresso nel 1927.

Nel dopoguerra il Lodigiano, che nel ventennio fascista aveva subito un periodo di stasi, cerca di recuperare le tradizioni: alla fine degli anni quaranta sorge l'ATSIL, associazione di tutela e sviluppo del Lodigiano. Nel 1959 si prende la decisione di far nascere un consorzio tra i Comuni lodigiani pur nell'ambito della Provincia di Milano; questo consorzio verrà costituito il 4 maggio 1965 con decreto prefettizio.

L'ipotesi di una maggiore autonomia si ebbe a partire dal 1970, quando vengono istituite le regioni.

Il 6 marzo 1975 viene istituito il Circondario di Lodi da parte della Regione Lombardia. È il riconoscimento di fatto che, per la Regione, il territorio lodigiano ha i requisiti del livello provinciale.

Tra il 15 gennaio e il 16 gennaio 1992 la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica esprimono parere favorevole all'istituzione della Provincia di Lodi. Il 27 febbraio 1992 il Consiglio dei ministri ne delibera l'approvazione. Il giorno dopo arriva anche il consenso della Regione Lombardia.

Con decreto legislativo del 6 marzo 1992 il Presidente della Repubblica istituisce ufficialmente la Provincia di Lodi.

Nel 1992 a Codogno è stato indetto un referendum popolare sull'adesione alla nascitura Provincia di Lodi. L'89% dei cittadini ha votato "no", testimoniando la volontà dei codognesi a restare nella Provincia di Milano. Nonostante ciò, il referendum di Codogno, così come quello della vicina Fombio, non ha avuto un'applicazione, e la città è stata inserita all'interno della nuova Provincia. Altri comuni, come San Colombano al Lambro, Cerro al Lambro, San Zenone al Lambro e Dovera sono invece riusciti a vedere applicata la volontà popolare, restando nelle province di appartenenza (Milano e Cremona).

Il territorio lodigiano si estende per circa 780 km² ed è quasi interamente delimitato dalla riva destra dell'Adda, dalla sponda sinistra del Lambro e dalla riva sinistra del Po. Gli elementi tipici sono proprio i corsi d'acqua naturali e artificiali, e una regolare pianura inclinata leggermente da Nord a Sud-Est (declivio circa dell'1.5 per mille). Unica eccezione, il limitato rilievo delle colline di San Colombano al Lambro, che raggiungono l'elevazione massima di 144 metri sul livello del mare. Il terreno è tipicamente alluvionale, generalmente composto di arena o siliceo calcarea, o argilloso silicea e calcarea che unita a strato di carbonato di calcio, mista spesso ad allumina, forma la crosta vegetale o arabile.

Il territorio, a ridosso della grande metropoli di Milano, pur rimanendo a vocazione agroalimentare, ha una caratterizzazione socio-economica determinata dal pendolarismo, dall'artigianato e dalla piccola e media impresa.Forte è l'impiego nel settore dell'industria e soprattutto in quello dei servizi.

Accanto a Lodi, città capoluogo, che conta circa 45.000 abitanti, esistono due città (Codogno e Casalpusterlengo) attorno alle quali fervono le attività e gli interessi del Basso Lodigiano affacciato sul Po; ci sono poi le città di Sant'Angelo Lodigiano (tra il Lambro e la provincia di Pavia) e di Paullo (centro nevralgico dell'Alto Lodigiano a una decina di chilometri da Milano), l'antica cittadina di Laus Pompeia (odierna Lodi Vecchio) e la borgata collinare di San Colombano al Lambro. Verso tutte queste differenti realtà gravitano le popolazioni dei territori circostanti.

Il terreno è tipicamente alluvionale e la composizione del suolo, reso fertile dall’instancabile opera di bonifica intrapresa già dai monaci cistercesi, lo rende particolarmente adatto alle coltivazioni.

Queste caratteristiche hanno indirizzato lo sviluppo economico verso la filiera agro-alimentare cioè in direzione della trasformazione, lavorazione e vendita dei prodotti di origine agricola. Il Lodigiano è infatti uno dei più importanti centri italiani per l’agricoltura e per l’allevamento, tanto da costituire un polo di livello europeo nel settore zootecnico: alle porte di Lodi, sorge il Parco Tecnologico Padano, polo internazionale per lo studio della genetica degli alimenti e per il sostegno e l’innovazione del comparto agro-alimentare.


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sabato 6 giugno 2015

LA COLLEZIONE GORINI A LODI

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La Collezione Anatomica Paolo Gorini di Lodi è un particolare tipo di spazio museale. Sita nell’Ospedale Vecchio di Lodi, nei pressi dell’incantevole chiostro della farmacia, la collezione testimonia una cultura ed un modo di intendere la scienza. Paolo Gorini, scienziato a tutto tondo, vissuto a cavallo tra l’illuminismo ed il romanticismo, ed innovativo spirito positivista nel modo di intendere la scienza, studiò per tutta la vita un metodo per salvare i cadaveri dal naturale processo di decomposizione. Elaborò vari metodi durante la sua carriera di scienziato, i cui risultati sono esposti nei locali della Collezione Anatomica. Benché possa sembrare un museo degli orrori, in cui sono esposte per la maggior parte situazioni patologiche, si tratta di un’esposizione che aveva soprattutto finalità di studio: l’unico modo per permettere a giovani studenti di studiare l’anatomia, soprattutto per ciò che concerneva le patologie, restava la conservazione dei cadaveri in liquidi, oppure mummificandoli. Non esistevano, infatti, né i Raggi X, né le celle frigorifere per conservare i corpi. Paolo Gorini ha fatto un lavoro apprezzabile per la comunità scientifica, ed è tutto testimoniato dall’esposizione di resti umani visionabili presso l’Ospedale Vecchio di Lodi.

Il Museo Gorini intende portare a conoscenza del pubblico i preparati anatomici, predisposti dall'illustre ricercatore.
La valorizzazione della Collezione Gorini è frutto di un'intesa tra l'Azienda Sanitaria Locale (proprietaria della collezione) e il Comune di Lodi, che ne ha acquisito la gestione, affidando a personale della Pro Loco la vigilanza negli orari di apertura al pubblico, garantendo in questo modo l'accesso stabile e continuativo.

La Collezione anatomica “Paolo Gorini” raccoglie i numerosi preparati umani prodotti dallo scienziato Paolo Gorini fra i primi anni Quaranta e i Settanta del secolo XIX. L’esposizione si inscrive nel solco tradizionale dei musei di storia della scienza e in particolare descrive, attraverso i preparati ivi musealizzati (fra i quali teste, arti e corpi interi), il tentativo comune e riuscito di preservare, per scopi scientifici e illustrativi, materiali organici altrimenti destinati alla naturale decomposizione. L’operazione, comune in seno alle attività scientifiche dei medici, dei naturalisti e, in particolare, dei preparatori anatomici dell’Ottocento e del primo quindicennio del Novecento, si svolgeva sempre attraverso complesse metodologie tanatopratiche, condotte per mezzo di iniezioni endovasali, che permettevano la sostituzione dei liquidi organici con sali adatti alla conservazione dei tessuti. Paolo Gorini, molto noto anche come geologo, matematico e, soprattutto, come autore della conservazione della salma di Giuseppe Mazzini, agiva con modalità simili a quelle di noti luminari a lui coevi, seguendo le tracce di Girolamo Segato, che, pochi anni prima, aveva trovato un metodo adatto allo scopo, in un’epoca in cui sia la radiologia sia le celle frigorifere erano ancora sostanzialmente lontane. In realtà, il mago di Lodi (così come i suoi concittadini lo avevano soprannominato quando ancora era in vita) faceva uso di molte formule chimiche per ottenere i propri sorprendenti risultati, non rivelandone mai la composizione e mantenendo gelosamente il segreto della “pietrificazione”. Le tecniche dello studioso, parzialmente rinvenute nel 2004 da Alberto Carli, sono state edite nel 2005 nel volume collettaneo Storia di uno scienziato. La Collezione anatomica Paolo Gorini, che della raccolta rappresenta il catalogo. Sebbene la collezione dei reperti goriniani non sia, evidentemente, adatta a qualsiasi pubblico e, sebbene i reperti che vi si conservano possano rivelarsi di non facile accostamento, la raccolta rappresenta una fondamentale memoria storica dei difficili passi compiuti dalla medicina in un percorso affascinante e spesso poco noto. Nell’atmosfera raccolta dell’antico Chiostro della Farmacia dell’Ospedale Vecchio di Lodi, oggi sede dell’Azienda Sanitaria della Provincia locale, grazie alle cure offerte dal Comune, da un Comitato scientifico e dal Centro Documentazione e Studi Paolo Gorini, che congiuntamente reggono le sorti e le ricerche dell’intera raccolta, la Collezione anatomica “Paolo Gorini” rappresenta uno dei pochi lasciti di un personaggio discusso e acclamato all’unisono nei tempi in cui visse e che, alla luce di nuove scoperte, assume sempre maggior peso nel quadro di vicende storiche, scientifiche e artistiche proprie del Risorgimento e dell’Italia unita.  

Raccoglie 166 preparazioni anatomiche prodotte dallo scienziato Paolo Gorini donate dagli eredi all'Ospedale Maggiore di Lodi. L'attuale allestimento espositivo fu curato dall'illustre anatomopatologo Antonio Allegri e inaugurato dal senatore Giovanni Spadolini nel dicembre del 1981.

Tra i reperti ci sono numerose conseguenze di patologie diffuse nel XIX secolo, ma oggi debellate o meno dannose, come il morbo di Pott o la sifilide.

Alla morte dello scienziato nel 1881 iniziarono le procedure per l'acquisizione da parte dello Stato dell'intera eredità scientifica. Una pesante nota firmata da Jacob Moleschott bloccò il procedimento in Senato. I materiali rimasero quindi agli eredi che li regalarono all'Ospedale di Lodi. Per decine di anni i preparati rimasero abbandonati nelle cantine, finché, cent'anni dopo la morte di Gorini, Allegri non li restaurò allestendo la mostra.

Fin dal 1842 Paolo Gorini sperimentò una soluzione in grado di "mineralizzare" le sostanze organiche, ovvero di riprodurre artificialmente un processo simile a quello che permette la formazione dei fossili. I reperti si possono dividere in due grandi categorie:

I preparati a secco, ovvero senza l'immersione in spirito, sono dei reperti depellati, volti ad indicare un particolare (patologico o meno), con chiaro intento didattico;
Le pietrificazioni invece non indicano particolari invisibili e interni, ma rappresentano in tutto e per tutto le fattezze del defunto addirittura nel colore dei capelli e dei peli perfettamente conservati.
La tecnica di conservazione si basa sulla sostituzione di liquidi biologici (sangue, urina, bile, umor vitreo) con elementi chimici conservanti. Nel 2005, Alberto Carli ha trovato e pubblicato alcune delle formule "segrete" di Paolo Gorini, svelando così, almeno in parte, il mistero dei suoi preparati. La formula a base di bicloruro di mercurio e muriato di calce era tossica, ma estremamente efficace. Gorini procedeva per iniezione, iniziando dalla vena e dall'arteria femorale del cadavere esangue. Il procedimento, illustrato molto dettagliatamente nei documenti scoperti e conservati presso l'Archivio Storico di Lodi, era particolarmente lungo, complesso e costoso.

Oltre ai preparati anatomici, sono esposti numerosi esempi di polidattilie, ernie, cifo-scoliosi e tumori. Vi sono anche due mummie con una serie di lastre radiografiche eseguite sulle salme per illustrare la presenza dei visceri ed indicare le vie di iniezione dei liquidi mummificanti. Una di queste è la salma di Pasquale Barbieri, un giovane lodigiano morto nel 1843, che fu la prima preparazione a corpo intero di Gorini.

Negli ultimi anni, Gorini stesso si accorse che il suo metodo sarebbe stato destinato ad avere poche applicazioni. Fu così che all'inizio degli anni settanta, per combattere l'orrore della decomposizione che tanto lo ossessionava, iniziò ad interessarsi di cremazione. A questo proposito il museo espone due riproduzioni dei progetti del "crematojo lodigiano", il primo forno crematoio costruito nel cimitero di Riolo, firmati dall'architetto Guidini.




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IL MUSEO DIOCESANO DI ARTE SACRA A LODI

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Il museo diocesano è collocato in un'ala del Palazzo Vescovile, edificio di pregio storico artistico, di origine medievale, ricostruito nel XVIII secolo, per volere del Vescovo Mezzabarba, su progetto dell'architetto Veneroni. E' stato istituito dal Vescovo Monsignor Oggioni con decreto vescovile del 15 ottobre 1975 e inaugurato il 19 gennaio 1980 dal suo successore, Monsignor Magnani. Conserva preziosi oggetti liturgici, dipinti ed affreschi, tessuti, sculture, provenienti dalla Cattedrale e dal Vescovado ma anche da varie parrocchie del territorio lodigiano, testimonianza dell'Arte e della Fede cristiana. Tra questi, il museo diocesano vanta preziose opere di arte tessile e orafa rinascimentale facenti un tempo parte del tesoro della Cattedrale, detto "di S.Bassiano".

Al museo diocesano si accede salendo uno scalone al termine della navata laterale destra della Cattedrale. Si osservi, lo scalone scenografico e monumentale che conduce negli ambienti museali e che mette in comunicazione diretta la Cattedrale con la residenza vescovile. Alle pareti si possono osservare alcuni dipinti del XVII secolo, tra cui un'Annunciazione di Camillo Procaccini e due interessanti opere, ex ante di organo, di Ercole Procaccini il Giovane.

Nella ex cappella privata del Vescovo, ora adibita a spazio museale, si può ammirare la decorazione pittorica delle volte con motivi floreali e vegetali, stucchi dorati, e finte architetture, di gusto rococò. Tutt'intorno, in vetrine, sono collocati oggetti liturgici, in legno e metallo (tabernacoli, croci astili processionali, legature di messale, carteglorie, ferule, ecc.), che vanno dal XVI al XIX secolo, oltre ad abiti e paramenti liturgici del XVIII e XIX secolo. Inoltre, troviamo vari paliotti in tessuto, con splendidi ricami, dei secc. XVIII, XIX e XX.

Si prosegue poi nella sala I, dove sono esposti alcuni frammenti di epoca romana, un frammento di colonna miliare del IV sec. d.C. e un frammento di lapide commemorativa del I sec. d.C., rinvenuti nelle strutture della Cattedrale il secolo scorso. Interessante è anche un meccanismo di orologio del XVIII secolo e un frammento del pavimento del XII secolo della Cattedrale, realizzato in "cocciopesto".

Nella sala II vi sono testimonianze di scultura lignea della fine del XV secolo (un "Cristo deposto" di anonimo e il polittico dei fratelli Lupi), oltre a dipinti di Alberto Piazza, realizzati per la Cattedrale (parte del "polittico dell'Assunta", di cui sono esposti i due pannelli laterali del registro inferiore con "S.Sebastiano" e "S.Bassiano"), e affreschi attribuiti a Callisto Piazza.

Nella sala III, alle pareti, dipinti di anonimi artisti del XVII e XVIII secolo e, degne di nota, otto miniature provenienti dall'abbazia olivetana di Villanova del Sillaro, attribuite a Francesco Binasco, miniatore attivo alla corte sforzesca a Milano, tra la fine del XV e la prima metà del secolo successivo.

Entrando nella sala IV poi, si possono ammirare i capolavori del museo, della fine del XV secolo: il prezioso tabernacolo o ostensorio Pallavicino, in argento, coralli e smalti, la mantovana Pallavicino con perline bianche di fiume, smalti policromi su lamina d'argento e, guardando col naso all'insù, il baldacchino Pallavicino con ricami con sete, fili d'oro e d'argento e perline bianche di fiume, secondo una moda diffusa nella corte sforzesca, di cui restano però rare testimonianze. Queste preziose opere facevano parte del tesoro della Cattedrale o "di San Bassiano".

Si prosegue nell'atrio, dove troviamo sulle pareti, dipinti tra cui degni di nota sono una "Visitazione", attribuita a Carlo Donelli detto il Vimercati ed un paliotto dipinto con la "Deposizione di Cristo" del XVII secolo.

Dall'atrio si accede ad altre sale, che conservano dipinti e sculture contemporanee realizzate nel XX secolo da artisti lodigiani e non, aventi tutte soggetti sacri, e donate al museo diocesano in seguito a mostre o donazioni degli stessi artisti, e alla sala dedicata al Mons. Quartieri, che è stato il primo Direttore del Museo.





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IL MUSEO CIVICO DI LODI

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Il museo civico di Lodi fu costituito nel 1868 con lo scopo di raccogliere e conservare i reperti archeologici rinvenuti nel territorio di Lodi vecchio e i dipinti di scuola lodigiana provenienti dalle chiese o dalle raccolte cittadine; fortemente voluto dalla locale Deputazione Storico Artistica, si proponeva come luogo per la conservazione e la valorizzazione delle "reliquie" provenienti dal territorio, indipendentemente dal loro pregio e valore intrinseco. Inaugurato nel settembre del 1869 con la denominazione di Museo storico-artistico ebbe sede, in origine, in alcune sale di Palazzo Provasi in via Legnano, in seguito, nei locali di Palazzo Tassis, poi in quelli di Palazzo Cadamosto e infine, dal 1876 nella sede attuale, Palazzo San Filippo, opera degli architetti Michele e Piergiacomo Sartorio, che ospita oltre alle collezioni museografiche anche la Biblioteca laudense.

Il Museo Civico a pianterreno, dopo l'ingresso con cancello in ferro battuto di Roncoroni (1958) e camino rinascimentale, e il cortile, giardino ornato da anfore romane, ospita la bellissima Sezione Ceramica, divisa in due comparti: nel primo (donazioni Dossena e minori) ceramiche padane e lodigiane dal XV al XIX secolo, tra cui preziosi manufatti delle fabbriche Rossetti, Coppellotti, Ferretti e Dossena; nel secondo (donazione Robiati) squisita collezione di maioliche lodigiane e italiane del '700.
Sempre a pianterreno, nel corridoio, le due sale della Sezione Archeologica che comprendono reperti di età celtica, etrusca e romana, tombe ed epigrafi funerarie e dedicatorie (a Mefite, Ercole, Tiberio e Agrippina) una colonna miliare del IV sec., epigrafi cristiane del VI sec., quasi tutte provenienti da Laus e dal territorio. Segue la Sezione Risorgimentale con armi, divise, stampe, documenti del Risorgimento: notevole il grande quadro di Pietro Bignami che raffigura la battaglia napoleonica al ponte di Lodi.
In fondo al corridoio, cortiletto con lapidi, sculture, iscrizioni funerarie dell'antico cimitero ebraico, frammenti del monumento a Napoleone, già in piazza Maggiore, abbattuto nel 1814. A sinistra la sala S. Paolo, ex chiesetta settecentesca trasformata in auditorium: alle pareti minori due tele d'argomento storico del primo '800. Si ritorna nel corridoio e si sale per lo scalone ornato da ferri battuti del '700 e dal busto di Ludovico Vistarini, nobile lodigiano, opera di Leone Leoni (sec.XVI). Di fronte, la Pinacoteca, che raccoglie affreschi, quadri, opere d'arte provenienti da chiese e case lodigiane. Nell'ordine, sono particolarmente degni di menzione: le formelle in legno dipinto dei fratelli Lupi con scene della vita della Madonna (sec.XV - dall'Incoronata - sala I); i corali miniati del vescovo Pallavicino (sec.XV sala II); gli affreschi delle storie del Battista di G. e M. Chiesa (sec.XV - dall'Incoronata - sala III); dipinti di Alberto e Callisto Piazza e di Cesare da Sesto (sale IV-V e VI); dipinti barocchi del Procaccini ed altri (sale VII e VIII); quadri settecenteschi e dell'Hayez. Le ultime due sale sono dedicate ad un'antologica di pittori e scultori lodigiani dell'800 e del primo '900. Uscendo dalla Pinacoteca, a sinistra il "Salone dei Notai", già sede dell'archivio notarile, ora restaurato e sede di mostre (nella volta, affresco del Carloni). A destra, l'ingresso alla Biblioteca Laudense, ricca di 120 mila volumi e di una preziosa raccolta di manoscritti, pergamene, codici (dal sec.XII in poi), incunaboli, cinquecentine, disegni e stampe. Va ammirata la solenne sala di lettura detta "Libreria dei Filippini" del XVIII sec. con scaffali e tavoli in noce intagliati dal Cavanna.

La Sezione archeologica conserva materiali provenienti da collezioni ottocentesche, esemplari provenienti dal territorio lodigiano, ritrovarti nell'Ottocento e nel corso di più recenti campagne di scavi. Vi sono esposti epigrafi della collezione Pontano e provenienti dall'antico  tempio di Ercole edificato sulle rive dell'Adda, reperti dell'età del bronzo, corredi di sepolture celtiche, armille a ovoli, vasellame di bronzo di epoca romana, il corredo della tomba del periodo golasecchiano di Mazzucca di Montanaro Lombardo. E ancora: epigrafi cristiane, sepolture celtiche e longobarde, reperti della Magna Grecia ed etruschi e infine bronzetti romani.

La Sezione ceramica conserva i manufatti dell'antica tradizione di Lodi che grazie all'abbondanza di argilla nel suo territorio è da sempre presente sul territorio. Dagli scavi archeologici dell'antica Laus Pompeia (l'attuale Lodi Vecchio), a fianco del materiale fittile proveniente dall'Etruria e dalla Magna Grecia si delinea anche una produzione locale, soprattutto di statuette votive e lucerne: reperti attualmente esposti nella sezione archeologica. Il tardo medioevo vede l'affermarsi dell'ornato in terracotta applicato all'architettura. Tra i decori più interessanti quelli dell'ospedale di Santo Spirito (oggi Ospedale vecchio), con le fasce in cotto del chiostro piccolo, della chiesa dell'Incoronata e di palazzo Mozzanica. Nel XV secolo la produzione ceramica d'uso quotidiano è ancora composta da terrecotte ingobbiate e sgraffite, decorate con la semplice gamma dei colori metallici.
I soggetti, in genere popolareschi, sono delineati rapidamente con freschezza e originalità. Nel secolo XVI, ed in quello successivo, doveva già esistere un'attività manifatturiera di buon livello qualitativo destinata principalmente all'esportazione, come si può dedurre dal rinvenimento di numerose lamentazioni circa gli alti dazi sulle maioliche estratte (secondo la terminologia del tempo) dalla città. Ma è appunto nel Settecento che si imposero, con la superbia delle loro realizzazioni, alcune fabbriche: su tutte quelle dei Coppellotti, dei Rossetti e dei Ferretti, dislocate prevalentemente a ridosso delle mura lungo l'Adda per avvantaggiarsi del trasporto sull'acqua e della vicinanza dei boschi da cui attingere la legna per i forni.
L'eccellenza delle ceramiche lodigiane fu favorita dalla raffinata perfezione della cottura a gran fuoco (cioè a elevate temperature), nonché dalla varietà del modellato e dalla bellezza e originalità delle decorazioni (policrome o monocrome) con scene mitologiche, disegni stilizzati e, in particolare, composizioni floreali. L'attività di alto profilo artistico continuò nell'Ottocento soprattutto grazie alla fabbrica Dossena. L'esposizione mussale si sviluppa in tre sale, secondo un criterio cronologico.

La Pinacoteca documenta in maniera significativa l'attività pittorica a Lodi dal XV al XVIII secolo. Del secolo XV è il ciclo di affreschi, strappati e riportati su tela, realizzati da Matteo e Giovanni della Chiesa per la chiesa dell'Incoronata. I Della Chiesa, pittori pavesi di influenza bergognonesca, furono attivi tra la fine del Quattrocento e il primo ventennio del Cinquecento. Il ciclo  illustra episodi della vita del Battista.  Un'altra coppia di artisti locali, Ambrogio e Pietro Donati, sono presenti con un altare, in legno intagliato, dipinto, graffito e dorato, che rappresenta storie della Vergine e Cristo, in nove formelle e sei pannelli.
Anche quest'opera proviene dal tempio dell'Incoronata, la più importante officina d'arte della città nel Rinascimento. I Donati teneva no una bottega artigiana attiva tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo.E proprio il XVI secolo rappresentò il secolo d'oro dell'arte pittorica lodigiana, che raggiunse i suoi esiti più alti con la famiglia Toccagni della piazza, poi passati alla storia come i Piazza.
Nel museo sono conservati: di Martino Piazza una Madonna con bambino e un San Bassiano; nell'ambito di Martino e ion collaborazione con Alberto, quattro scene con storie dei santi Asntonioo abate e Paolo eremita; di Callisto il ritratto di Ludovico Vistarini, un'Annunciazione, il Trittico di San Giuseppe, una Madonna con bambino, un Cristo morto sorretto da angeli; di Scipione, figlio di Martino, un'Adorazione dei Magi:sono poi esposte opere di Bartolomeo Bodoni, detto Bartolomeo da Pavia, Sollecito Arisi e una tela dell'ambito del Procaccini. Del XVIII secolo è una notevole veduta della Piazza Maggiore della città. Importanti poi sono tre opere ottocentesche: un volto di Cristo di Giovanni Carnovali detto il Piccio e un autoritratto e il ritratto di Teresa Zumalli Marsili col figlio.




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LA CHIESA DI SANT'AGNESE A LODI



La chiesa di Sant'Agnese a Lodi fu costruita a partire dal 1351 all'interno del monastero degli Agostiniani, ordine dedito agli studi e molto vicino al Papa. Dopo la soppressione di tale ordine decretata il 23 giugno 1798 dalla Repubblica Cisalpina, la chiesa divenne “sussidiaria” di quella di San Lorenzo.

Un forte impulso all'ampliamento della costruzione fu dato nel 1393 quando divenne Vescovo di Lodi l'agostiniano Bonifacio Bottigella, che resse la diocesi fino al 1404, ovvero nel momento più puro dell’architettura gotica lombarda.

L’abside poligonale e il campanile a due ordini, molto simile a quello della Cattedrale, sono visibili soltanto dal chiostro.

La preziosa facciata, in cotto come il resto dell'edificio, è divisa in tre specchiature da semicolonne con spiovente decorato che terminano a tre quarti della superficie muraria. Nello scomparto centrale sopra il portale, lievemente strombato e incorniciato da motivi decorativi floreali e ad intreccio, si apre un grande oculo bordato con un motivo ad ovuli; in quelli laterali una fascia di archetti pensili costituisce il parapetto delle finestre archiacute, la cui ogiva è incorniciata da scodelle in terracotta invetriata, simili a quelle della facciata del duomo. Lungo il frontone centrale e gli spioventi laterali coronati da pinnacoli, corre un motivo ad archetti che ripropone, ingigantito, quello del parapetto, evidenziando così l'armonia tra le parti e il ruolo del complemento decorativo. Queste caratteristiche - che saranno riprese nel giro di pochi anni nel S. Bassiano di Lodi Vecchio - rimandano, oltre che al già ricordato S. Lorenzo, alle chiese piacentine di S. Anna e S. Lorenzo.
L'interno a tre navate, è "a sala", cioè con la copertura delle navate laterali alla stessa altezza d'imposta di quella centrale, in modo da creare un ambiente omogeneo e unitario sia dal punto di vista architettonico che dell'illuminazione. Pilastri imponenti con capitelli poligonali sostengono, nelle navate, le volte a sesto acuto, sottolineate nell'abside dalla modanatura torica. L'abside, che per la sua particolare struttura poligonale richiama il S. Francesco di Piacenza, è illuminata da due finestre archiacute simili a quelle della facciata. Nella specchiatura compresa tra le due aperture è collocato un prezioso Crocifisso ligneo che, per l'intensità espressiva del volto, i lunghi capelli su cui è poggiata una corda al posto della corona di spine, la caratterizzazione minuziosa del costato e del perizoma, può essere avvicinato a due esemplari conservati nella chiesa della Maddalena e ad un altro in S. Lorenzo. Questi accostamenti farebbero propendere per una datazione attorno alla metà del xv secolo e per una realizzazione ad opera di un intagliatore locale, anche se il precario stato di conservazione non permette una valutazione sicura.
Lungo la navata destra si conserva un'importante testimonianza pittorica, di lettura parziale perché mutilata sia all'apertura di una porta che per la sovrapposizione di affreschi successivi. Il soggetto, racchiuso da una fascia bicroma, raffigura una Scena di martirio, e la Salita al Calvario. La campagna decorativa, commissionata nel 1399 dal vescovo Bottigella, era inserita nel progetto di risistemazione della chiesa e di costruzione di un nuovo convento ad essa limitrofo. La vivacità dei colori, i volti aggraziati ma fortemente espressivi, uniti al ritmo sostenuto della narrazione rimandano alla cifra stilistica di Michelino da Besozzo che, su commissione dello stesso Bottigella, aveva affrescato, una decina di anni prima, le Storie di sant'Agostino (ora perdute) nella chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro a Pavia. Nonostante lo stato di lettura frammentario, è verisimile considerare gli affreschi, più che autografi, opera di uno stretto collaboratore proveniente dalla bottega pavese. In seguito a un recente restauro (1999), al termine della navata destra, è emerso un affresco raffigurante la Vergine in trono, san Pietro e un giovane santo non identificato nonostante la particolare iconografia.

L'opera pittorica più importante conservata nella chiesa è sicuramente il Polittico Galliani (1520) di Alberto Piazza, che in origine doveva essere la pala dell’altare maggiore, e in seguito venne collocata nella prima cappella della navata destra. Si tratta di un olio su tavola dalle dimensioni considerevoli: 420x280 cm.

Nel timpano della cimasa è raffigurato lo Spirito Santo sotto forma di colomba bianca fra raggi di luce, mentre nella lunetta al centro vi è il Padre Eterno benedicente e ai lati l’Angelo Annunciante e la Vergine Annunciata.

Nel registro superiore, a sinistra ci sono Santa Caterina d'Alessandria, con i simboli del martirio e Santa Monica che veste l’abito delle Agostiniane e regge il Crocefisso ed una borsa con libri; al centro la Vergine in trono che regge il bambino, il quale benedice l’abate Nicola Galliani, committente del polittico. A destra, Santa Chiara da Montefalco, anch'essa in abiti agostiniani, raffigurata mentre regge un giglio ed un cuore ardente, e Sant'Agnese, con la palma del martirio e l’agnello.

Nel registro inferiore, a sinistra San Bassiano, in abiti da Vescovo, e San Nicola da Tolentino, in abito agostiniano, con un giglio, il Crocefisso ed un libro aperto su cui si può leggere: “Praecepta patris mei servavi et omne ornatum saeculi contempsi”. Al centro Sant'Agostino in trono che mostra un libro aperto su cui è scritta la regola evangelica (“Ante omnia fratres carissimi diligatur Deus deinde proximus”), e schiaccia con i piedi tre eretici (donatisti, manichei, pelagiani). A destra infine c'è un Santo Vescovo (probabilmente Sant'Alberto Quadrelli, compatrono della Diocesi di Lodi), ed un Santo Agostiniano (San Giovanni Bono).

Nella predella in basso c'è Cristo fra i dodici apostoli.

Il Polittico fu commissionato da Nicola Galliani in occasione della sua elezione a priore degli Agostiniani Conventuali di Santa Agnese, avvenuta nel 1518 e reca come data di consegna il 1520.

Fra gli altri tesori artistici di questa chiesa si annoverano un trittico a bassorilievo in terracotta raffigurante Cristo di pietà fra i Santi Cristoforo e Martino e un committente, che si trova sulla parete della navata destra, e un crocefisso ligneo quattrocentesco situato al centro dell'abside.

Sempre nell'abside ci sono due affreschi seicenteschi nelle lunette che sovrastano il coro, nei quali è raffigurato Sant'Agostino che predica e Sant'Agostino morente.

Un altro affresco importante si trova nella cappella a sinistra dell’altare maggiore, e raffigura la Vergine col Bambino fra Sant'Agostino e Santa Caterina da Siena, attribuito inizialmente al Bergognone, poi a Matteo della Chiesa, pittore pavese attivo anche all’Incoronata di Lodi.



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IL PALAZZO MOZZANICA A LODI

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Il palazzo fu l'elegante dimora del conte Lorenzo, feudatario di Turano e Melegnano, personaggio di spicco della corte milanese del Moro, capitano di cavalleria e poi commissario generale delle regie armate di Luigi XII in Italia. Probabilmente negli anni Ottanta del secolo, il conte entrò in possesso del palazzo che era stato fatto edificare nel Trecento dalla potente famiglia Vignati, cui appartenne Giovanni, signore di Lodi all'inizio del Quattrocento e di cui restano alcuni stemmi nel portico del cortile.
Spetta dunque a Lorenzo Mozzanica l'ampliamento dell'edificio gotico e la sua riqualificazione in senso rinascimentale per mezzo di un vocabolario decorativo che, se attinge da un lato al repertorio del classicismo quattrocentesco, tra Bramante e Mantegna, affonda dall'altro, e saldamente, le proprie radici nella secolare tradizione lombarda dell'ornato monumentale in terracotta.

L'edificio ha una struttura organizzata intorno ad un cortile rettangolare interno porticato su due lati consecutivi, con colonne dotate di capitelli ionici e chiuso sul fondo dallo scalone d'onore d'epoca settecentesca. La facciata su strada, tipicamente bramantesca e rinascimentale, si presenta a due ordini separati da un fregio scolpito in cotto. La fascia marcapiano è composta da elementi scultorei, realizzati con la tradizionale tecnica a stampo, ed è decorata con ghirlande e figure mitologiche (tritoni e naiadi si azzuffano vivacemente tra i flutti, alternandosi a tritoni che sostengono ghirlande fitomorfe mentre Nettuno e Proserpina reggono una corona d'encarpi). L'opera decorativa è attribuita ad Agostino de Fondulis, attivo anch'esso a Lodi nella realizzazione della Chiesa dell'Incoronata.
L'ordine inferiore della facciata è costituito da un alto basamento in cotto con cinque finestre a strombo e portale decentrato; l'ordine superiore presenta, disposte irregolarmente, una serie di finestre arcuate incorniciate con motivi archiacuti anch'essi in cotto.
L'ornato del fregio, che insieme al portale, costituisce l'elemento di maggior spicco, rielabora un motivo decorativo proveniente dal repertorio d'orbita mantegnesca ed utilizzato dal De Fondulis anche in altre occasioni.
Le cinque aperture a strombo del piano terra, e ancor più le finestre archiacute con ricche ghiere in cotto del piano superiore, appaiono distribuite in modo irregolare e scarsamente correlato tra loro e con il portale. Sullo spigolo dell'edificio è possibile vedere un grande stemma marmoreo.
Il portale in pietra d'Angera, decentrato nella parte sinistra della facciata e fiancheggiato da due colonne a candelabro ed è arricchito da elementi decorativi: bassorilievi floreali e da quattro medaglioni all'antica con ritratti di profili che confermano l'epoca della realizzazione e rimandano al ruolo che Lorenzo Mozzanica svolgeva;  le quattro medaglie sforzesche decorano l'ingresso, di cui le maggiori nei pennacchi dell'arco avrebbero all'interno i busti di Francesco Sforza e sua moglie Bianca Maria Visconti mentre le più piccole nell'entasi delle due colonne sarebbero di Gian Galeazzo Maria Sforza e Isabella d'Aragona.
L'interno del piano superiore ospita numerosi affreschi.
Secondo la testimonianza dello storico Giovanni Agnelli il 29 luglio 1509  il re di Francia Francesco I alloggiò nel palazzo.



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LA CHIESA DI SAN FRANCESCO A LODI

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La rossa facciata della medievale chiesa di S. Francesco (sec.XIII), costruita dalla nobile famiglia guelfa dei Fissiraga, con protiro ogivale, grande rosone marmoreo e due emozionanti bifore a cielo aperto danno leggerezza all'insieme.

L'edificio venne innalzato tra il 1280 e i primi anni del Trecento laddove precedentemente sorgeva una piccola chiesa dell'Ordine dei Frati Minori dedicata a San Nicolò. Su iniziativa del vescovo di Lodi Bongiovanni Fissiraga, i religiosi intrapresero la costruzione dell'attuale corpo di fabbrica sostenuti dalle donazioni del nobile Antonio Fissiraga.

Nel 1527 la gestione del tempio venne affidata ai Francescani Riformati di San Bernardino, cui nel 1840 subentrarono i Padri Barnabiti, i quali avevano già occupato nel 1834 il convento adiacente trasformandolo in collegio; i primi anni della loro attività furono interamente dedicati ad un profondo lavoro di restauro del complesso, che ebbe termine nel 1842. Benché i Barnabiti abbiano ottenuto il ministero apostolico della chiesa di San Francesco "ad uso perpetuo", la proprietà dell'edificio è sempre rimasta appannaggio della parrocchia della Cattedrale di Lodi, da cui tuttora dipende.

Le notizie più antiche attestanti la presenza in città dei frati minori risalgono al 1224, anche se solo vent'anni dopo questi furono costretti ad allontanarsi in seguito agli scontri tra le autorità comunali, schierate con lo scomunicato imperatore Federico ii, e il clero. Soltanto nel 1252, quando papa Innocenzo iv ripristina la sede vescovile, possono rientrare in città e viene loro concessa dal vescovo Bongiovanni Fissiraga la chiesa di S. Nicolò con le annesse proprietà già della famiglia Pocalodi. Probabilmente a partire dagli anni Ottanta, grazie all'intervento del capo della lega guelfa Antonio Fissiraga (forse nipote del vescovo), si iniziano i lavori per la costruzione della nuova chiesa, essendo ormai il S. Nicolò troppo piccolo per l'elevato numero dei frati presenti. La costruzione doveva già essere a buon punto nel 1290 se vi fu sepolto il vescovo Bongiovanni e pressoché terminata agli inizi del Trecento, come suggerito dalla data 1304 presente in un'iscrizione scolpita sul rilievo raffigurante sant'Antonio collocato nel pilastro centrale del transetto di destra che, insieme al corrispettivo di sinistra con san Francesco, fu eseguito da fra' Delay de Brellanis da Lodi. Numerose nobili famiglie lodigiane posero le loro sepolture in S. Francesco, ottenendo il patronato delle varie cappelle aperte sul fianco sinistro a partire dal XIV fino al XVIII secolo, divenendo così i committenti dei numerosi affreschi e tele che ne ornano le pareti e gli altari. Costituisce un esempio particolare la seconda, o di san Bernardino, ricavata nel 1477 dalla demolizione del campanile già costituito dalla torre dei Pocalodi, precedentemente inglobata nell'edificio religioso. Gli interventi più sostanziali si ebbero però nel xvii secolo, quando si chiusero le bifore absidali e si rifece la decorazione di alcune cappelle, arricchite con stucchi e dorature. La trasformazione barocca della chiesa proseguì ancora per tutto il Settecento, in particolare con il rifacimento del coro con decorazioni architettoniche illusionistiche nel 1740. Con la soppressione del convento nel 1810, la chiesa divenne sussidiaria della parrocchia del Carmine, e così rimase fino al 1842, quando fu ceduta ai padri barnabiti che già dieci anni prima si erano stabiliti nel convento. Trovandosi l'edificio in precarie condizioni, fu necessario un imponente restauro affidato agli architetti milanesi Ambrogio Nava e Carlo Maciachini e ai pittori Martino Knoller e Giuseppe Bertini, che comportò il rifacimento del tetto, la chiusura di alcune cappelle e l'integrazione di brani pittorici tre-quattrocenteschi. Sugli affreschi si intervenne nuovamente a partire dal 1960 con una vasta campagna quasi ventennale, che prendendo il via dalla navata di destra ha successivamente interessato tutte le altre superfici dipinte.

La facciata in cotto rosato, rimasta incompiuta, è caratterizzata da un alto protiro ogivale con colonne in cotto su plinti di pietra, da due lesene semi-cilindriche e da un grande rosone in marmo bianco; ai lati, due singolari bifore a sesto acuto si aprono al cielo donando leggerezza alla struttura frontale.

La facciata, incompleta nella parte superiore, venne aggiunta al corpo dell'edificio forse dopo il 1312, data dell'ultima donazione effettuata da Antonio Fissiraga prima del suo arresto ad opera dei Visconti nel 1316. Costruita interamente in cotto, è scandita in tre campi da due possenti semicolonne addossate. In quello centrale, oltre al rosone marmoreo aperto quasi due secoli dopo, si staglia il portale archiacuto, con semicolonnine a fascio, cui si addossa il protiro, anch'esso frutto di aggiunta posteriore. Nei campi laterali, sopra gli ingressi, si apre una monofora a tutto sesto sormontata da una bifora archiacuta "a vento", che lascia cioè intravedere il cielo (la parete della facciata supera infatti il colmo delle navate).
L'interno, dalla pianta a croce latina, richiamo del pavese S. Francesco, è a tre navate, costituite da quattro campate (di cui la prima più stretta) ad andamento alternato, in maniera tale cioè che alla centrale ne corrispondono due laterali. Massicci piloni cilindrici in cotto (simili a quelli del duomo cittadino), terminanti con capitelli in pietra dalla decorazione vegetale o antropomorfa, sostengono le volte costolonate a sesto acuto. Il transetto è costituito da tre campate quadrate, ciascuna di misura identica a quelle della navata centrale. Lo stesso modulo si ripresenta nel coro, mentre ognuna delle quattro cappelle che lo fiancheggiano ha le medesime dimensioni di ciascuna campata nelle navate laterali.
La chiesa è giustamente celebrata anche per il suo ricco corredo pittorico che si snoda quasi ininterrottamente su pareti, volte e piloni. Le testimonianze più antiche, databili verosimilmente entro il secondo decennio del Trecento, si estendono sulle volte della terza campata nella navata centrale e sulla crociera mediana del transetto. Riecheggiano nei motivi decorativi la miniatura bolognese e la pittura veneta di fine XIII secolo mentre, nella volumetria delle figure e nell'attenta resa spaziale e prospettica, traspare la lezione giottesca che è interpretata secondo un realismo tipicamente lombardo.
Parallelamente al Maestro della tomba Fissiraga opera un altro pittore d'estrazione lodigiana, attivo soprattutto nel S. Bassiano di Lodi Vecchio (per cui ne deduce il nome di Maestro di S. Bassiano), a cui si devono numerosi affreschi votivi: il San Nicola sul quarto pilone di destra, il Battesimo di Cristo sul sesto della medesima navata, la Madonna in trono con Bambino sul settimo pilone sinistro. A queste testimonianze, dall'impianto compositivo maggiormente semplificato e dai modi più arcaicizzanti, è stato recentemente aggiunto il semplice affresco con i Funerali di Antonio Fissiraga in cui il protagonista indossa l'abito francescano. Da queste opere si svilupperà, per tutto il Trecento, una scuola locale che riproporrà le innovazioni dei due Maestri.
Alla fine del secolo si collocano invece alcune testimonianze di elevata qualità, che risentono fortemente dell'operato di Giovannino de' Grassi e del gusto proprio del Gotico Internazionale, diffusosi ampiamente nel ducato di Milano. Sull'arco d'ingresso della cappella di S. Bernardino (terza a destra) lo Sposalizio mistico di santa Caterina anche se mutilo, rivela un'estrema ricercatezza formale, che si attua in forme esili e allungate e in una stesura cromatica modulata e impreziosita da un copioso impiego di oro. Contemporaneo e culturalmente affine è il Maestro di Ada Negri, a cui si devono la Madonna col Bambino sul secondo pilone a destra, e la Visitazione sul terzo, sempre di destra. Nel primo esempio istanze miniaturistiche si esplicitano nell'incorniciatura e nel raffinato decorativismo degli abiti, mentre nel secondo si unisce anche una stesura cromatica piatta che riduce la volumetria dei singoli personaggi.





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IL TEMPIO CIVICO DELL'INCORONATA A LODI

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Il tempio dell'Incoronata, di proprietà del Comune di Lodi è una piccola e splendida costruzione ottagonale, ideata nel 1488 da Giovanni Battagio, allievo del Bramante, e ultimata dall'Amadeo e dal Dolcebuono. L'interno, a pianta centrale, è un irripetibile, delizioso capolavoro del Rinascimento. L'insieme è una sinfonia blu e oro, rallegrata dai colori delle lesene affrescate a putti e dai dipinti sistemati nei nicchioni dell'ordine inferiore.

Verso la fine del XV secolo nella contrada de' Lomellini (oggi via Incoronata) era situata una casa di tolleranza, sulla cui facciata era affrescata un'immagine della Madonna.

Risse, duelli e litigi fra ubriachi e prostitute erano quotidiani. Durante una di queste risse, secondo la tradizione nel mese di settembre del 1487, l'effigie della Madonna lacrimò e invitò i presenti a costruire su quel luogo un tempio a lei dedicato.

I governanti della città che avevano già intenzione di chiudere la casa malfamata, colsero l'occasione e abbatterono l'edificio. Incaricarono della progettazione del tempio l'architetto lodigiano Giovanni Battaggio, allievo del Bramante.

La prima pietra dell'edificio, su cui era impresso lo stemma di Lodi,fu posta il 29 maggio 1488. Battagio guidò la fabbrica per un anno, cedendo poi il compito all'architetto luganese Gian Giacomo Dolcebuono, sotto la cui direzione i lavori proseguirono sino al 1493. L'effigie di Maria incoronata fu trasferita all'interno della chiesa, sull'altare maggiore.

Per espressa volontà del vescovo Pallavicino, l'edificio rimase sempre di proprietà del comune, che ne aveva sostenuto la costruzione: per tale ragione, all'interno del tempio si trovano alcune rappresentazioni artistiche dello scudo araldico municipale. L'amministrazione finanziaria della chiesa fu demandata dapprima ad un collegio di funzionari nobili, a cui subentrarono poi il Monte di Pietà (che aveva sede nel palazzo adiacente al tempio]) ed infine il medesimo comune di Lodi.

Nel corso dei secoli, numerosi cittadini lodigiani contribuirono al sostentamento della chiesa; i loro ritratti sono oggi raccolti nella cosiddetta Galleria dei benefattori, ospitata in un locale accessibile dalla sagrestia.

Nel 1988, in occasione del 500º anniversario dell'edificazione del tempio, fu inaugurato il Museo del tesoro dell'Incoronata, una collezione di oggetti legati alla storia del luogo di culto.

Come prescritto dal diritto canonico per le chiese che non appartengono all'amministrazione ecclesiastica, l'attività liturgica del Tempio dell'Incoronata è affidata ad un rettore nominato dal vescovo di Lodi.

Il progetto dell'edificio fu realizzato da Giovanni Battagio; i lavori di costruzione furono diretti in gran parte da Gian Giacomo Dolcebuono, che verosimilmente si attenne alle indicazioni del suo predecessore.

Il tempio, collocato in una caratteristica via molto stretta nei pressi di piazza della Vittoria, è a pianta ottagonale, coperto da una cupola ad otto spicchi sormontata da una lanterna; esternamente, attorno al tamburo, sempre ottagonale, corre una balaustra a colonnine e pinnacoli; tra il 1511 e il 1513 è documentato l'intervento al tiburio dell'architetto Giovanni Antonio Amadeo. Il campanile, disegnato da Lorenzo Maggi, venne realizzato nel 1503, mentre la facciata fu completata solo nel 1879 da Afrodisio Truzzi.

L'interno è impreziosito da sontuose decorazioni in oro e presenta, nell'ordine superiore, un matroneo ad archetti sorretto da colonnine blu e oro.

Con il trascorrere degli anni, l'edificio divenne una vera e propria galleria d'arte: ospita infatti numerosi affreschi, tavole e tele realizzati tra la fine del Quattrocento e gli inizi dell'Ottocento dai maggiori artisti che operarono a Lodi. Il Bergognone è l'autore di quattro tavole, tra le quali sono particolarmente importanti L'Annunciazione (che offre uno spaccato di paesaggio tipicamente lodigiano) e La presentazione al Tempio (che riproduce l'interno dell'Incoronata). Martino e Albertino Piazza hanno invece realizzato il Polittico Berinzaghi e L'Incoronazione della Vergine, dipinto su seta posto dietro l'altare maggiore. Callisto Piazza e Stefano Maria Legnani, infine, lasciarono qui alcuni dei loro maggiori capolavori.

Gli otto spicchi della parte interna della cupola, affrescati nel 1840 da Enrico Scuri, raffigurano i Trionfi dei santi lodigiani.

Il nicchione dell'ingresso principale è impreziosito dalle Storie di Abramo (1562) di Fulvio Piazza; sopra il portone si trova l'Epifania, opera attribuita a Callisto Piazza.

All'interno del nicchione alla destra dell'ingresso, sopra una cantoria riccamente decorata con dipinti e intagli dorati, vi è l'organo a canne, rifacimento di Giovanni Battista Chiesa effettuato nel 1775 di un precedente organo di Domenico De Luca risalente al 1507. Lo strumento, a trasmissione meccanica originaria, è racchiuso all'interno di una ricca cassa con portelle dipinte raffiguranti San Bassiano (portella di destra) e la Madonna col Bambino (portella di sinistra). L'organo ha un'unica tastiera di 50 note con prima ottava scavezza ed una pedaliera a leggio anch'essa con prima ottava scavezza.

La cappella di san Paolo possiede alle pareti numerose opere realizzate dal Bergognone. Tra esse spiccano l'Annunciazione e la Visitazione

Al giorno d'oggi, il tempio è un'importante attrazione turistica insieme all'adiacente Museo del tesoro dell'Incoronata.

Il Museo, realizzato nel 1988, è allestito negli spazi sotterranei sottostanti la monumentale sacrestia del Tempio dell'Incoronata. Consta di tre locali di diverse dimensioni caratterizzati dal reciproco intersecarsi di volte a botte e a vela, archi, nicchie, strombature di finestre.

Durante i lavori di sistemazione degli ambienti sono stati messi in evidenza alcuni dei particolari architettonici esistenti per ricordare e sottolineare il carattere un tempo "domestico" dei locali utilizzati: un pozzo ancora funzionante, scivoli per lo scarico della legna dal piano stradale, nicchie e cunicoli di collegamento con la zona abitata sovrastante.

Le opere presentate hanno un carattere di rarità e di unicità che consiste nel determinare dal punto di vista formale un insieme di pezzi che, oltre a possedere i requisiti di un museo d'arte sacra, testimonia la raccolta di oggetti legati alle funzioni religiose di un importante santuario.

Alcune delle argenterie riportano marchi di bottega, tracce fondamentali per risalire al laboratorio dell'orefice e al luogo di produzione, come il caso di una pisside da viatico, del XVIII secolo, con il motivo della campana, marchio già noto nel Seicento; un calice settecentesco con la punzonatura della Croce di Malta; un ostensorio della fine del secolo XIX, eseguito dal celebre argentiere Luigi Caber, operante all'insegna del Cervo d'Oro; un turibolo seicentesco, con il simbolo del Leone Marciano, eseguito dal milanese Bernardo Longon.

Abbastanza vasto è il repertorio di oggetti liturgici d'uso complementare: reliquiari, candelieri, vasi portapalme, secchielli, ampolline, busti portareliquie. Fra i corredi liturgici spiccano i molteplici paramenti con pianete, piviali, stole, manipoli, veli omerali e da calice, borse, tunicelle e camici bordati da ricchi merletti databili ai secoli XVII e XVIII.

Un accenno particolare va riservato alla preziosa Pace tardocinquecentesca, frutto di una bottega di smaltatori milanesi, conservata in un contenitore di cuoio, che reca inciso sul retro l'immagine di Cristo alla colonna e sul verso il pastorale con mitria vescovile, un animale rampante e l'iscrizione Ama Dio.

Degna di nota è una sveglia d'appoggio, raffinato oggetto di tecnica orologiaia e di arte applicata, databile alla metà del Settecento, che fu eseguita da Antonio Kurtzweil, attivo a Vienna fra il 1746 e il 1763.




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IL DUOMO DI LODI



La basilica cattedrale della Vergine Assunta, comunemente nota come duomo, è il principale luogo di culto cattolico della città di Lodi sede vescovile della diocesi omonima.

È una delle chiese più grandi della Lombardia e il monumento più antico di Lodi: la prima pietra dell'edificio, infatti, venne simbolicamente posta il 3 agosto 1158, giorno stesso della fondazione della città.

Nel marzo del 1970 papa Paolo VI l'ha elevata alla dignità di basilica minore.

In seguito alla distruzione di Lodi Vecchio per opera dei milanesi nel 1158, fu scelto il colle Eghezzone come luogo dove riedificare la città, le cui mura vennero iniziate nel 1160. Con ogni probabilità la conquista di Milano ad opera del Barbarossa, protettore della città lodigiana, favorì la ripresa edilizia del nuovo borgo e della cattedrale, per la cui costruzione fu impiegato materiale proveniente da Lodi Vecchio, ad indicare la continuità tra i due insediamenti. Una prima fase edilizia riguardante l'abside e il corpo centrale dell'edificio dovette essere stata condotta a buon punto nel 1163 quando furono trasportate dal S. Bassiano di Lodi Vecchio le spoglie del santo titolare. La facciata, che nel 1183 aveva solo le fondamenta, venne probabilmente ultimata assieme alla parte alta della muratura delle navate e alle volte a crociera, nella seconda metà del XIII secolo, visto che l'edicola contenente la statua del santo e il protiro furono collocati nel 1282-84. A partire dal XIV secolo si intervenne sulla struttura originaria con l'apertura di alcune cappelle gentilizie lungo il fianco meridionale, a cui nel XV secolo si aggiunsero il cortile dei canonici e la sacrestia. Un secolo dopo all'abside di sinistra fu addossata una cappella ottagonale in stile bramantesco, mentre in facciata si aprì un'ampia trifora nella navata di sinistra. L'intervento più radicale si ebbe però a partire dal 1760, quando si attuò il progetto presentato dall'architetto milanese Francesco Croce che prevedeva la trasformazione barocchetta dell'edificio. Vennero rifatte le volte della navata centrale ricoprendole con decorazioni a stucco, così come i pilastri in laterizio. Nel catino absidale andarono perduti gli affreschi eseguiti due secoli prima da Antonio Campi. Nel 1764 anche le navate laterali subirono le medesime trasformazioni, rendendo ormai irriconoscibili i tratti stilistici originari. Questo aspetto barocco venne mantenuto fino al 1958, quando si iniziò un'imponente campagna di restauri (1958-64) curata dall'architetto Alessandro Degani che con l'intento di riportare la struttura alle forme originarie intervenne incisivamente e in modo non sempre filologicamente corretto.

La maestosa facciata asimmetrica in cotto, tipicamente romanica con il suo coronamento ad archetti, presenta un protiro gotico che poggia su sottili colonne sorrette da leoni di pietra. Sono degni di nota anche il grande rosone centrale e due bifore rinascimentali, che ricordano quelle della Certosa di Pavia e sono state probabilmente realizzate dalla scuola di Giovanni Antonio Amadeo. È presente inoltre un'edicola che ospita una statua in bronzo di San Bassiano, copia di quella originale in rame dorato, risalente al 1284 e collocata all'interno. Il massiccio campanile, realizzato tra il 1538 ed il 1554 su progetto del lodigiano Callisto Piazza, rimase incompiuto per motivi di sicurezza militare.

Nello spazio compreso tra l'edificio ed il Palazzo Vescovile, si può visitare il cortile dei canonaci: è ciò che resta dell'antico chiostro del 1484, realizzato da Giovanni Battagio ed ornato da colonne e decorazioni in cotto. Dalla Cattedrale si può inoltre accedere al ricco Museo diocesano d'arte sacra.

L'interno della cattedrale di Santa Maria Assunta è a pianta basilicale, con tre navate separate da archi a tutto sesto poggianti su pilastri cilindrici in cotto e coperte con volte a crociera; le navate laterali sono sormontate da matronei che si aprono sulla navata centrale con bifore. L'ultima campata di quest'ultima e l'abside sono sopraelevati e costituiscono l'antico presbiterio: qui si trova l'altare maggiore barocco in marmi policromi. Davanti al presbiterio antico si trova quello nuovo, realizzato dopo il Concilio Vaticano II, avente per altare un sarcofago in marmo di Verona.

L'interno della cattedrale custodisce notevoli opere d'arte, quali un polittico di Callisto Piazza raffigurante La Strage degli Innocenti, un secondo polittico ad opera di Alberto Piazza con la Vergine Assunta ed un Giudizio Universale del XV secolo. Inoltre, il grande catino dell'abside è adornato da un mosaico realizzato da Aligi Sassu.

L'ampia cripta, al cui ingresso è conservato un bassorilievo del XII secolo che ritrae l'Ultima Cena, è la parte più antica della Cattedrale. In origine il pavimento era più alto di 65 cm e le volte erano sorrette da pilastri in cotto. Al centro si trova l'altare del 1856, che custodisce le spoglie di San Bassiano in una teca d'argento, opera di Antonio Cassani; le scalfiture sono di Giosuè Argenti, mentre la lamina in rame sbalzato con episodi della vita del Santo, è opera di Tilio Nani. Alla sinistra dell'altare maggiore vi è l'altare di Sant'Alberto Quadrelli, vescovo di Lodi dal 1168 al 1173. I corpi di entrambi i santi sono stati ricomposti e rivestiti nel 1994.

Nell'absidiola di sinistra si trova anche un gruppo scultoreo del Quattrocento raffigurante un Compianto sul Cristo Morto con personaggi in lacrime, popolarmente detti i caragnòn del Dòmm.

Nell'abside della cattedrale, alle spalle dell'altare maggiore barocco, si trova l'organo a canne, costruito dai fratelli Serassi nel 1837 ed in seguito dotato di una nuova cassa lignea in stile moderno.

Lo strumento è a trasmissione integralmente meccanica ed ha due tastiere (Grand'Organo, prima tastiera; Eco espressivo, seconda tastiera) di 69 note ciascuna e pedaliera di 24 note.




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venerdì 5 giugno 2015

LE VILLE DI LODI



Il Centro direzionale della Banca Popolare di Lodi, noto anche come Bipielle Center o Bipielle City è la sede dell'omonimo istituto bancario.

Progettato da Renzo Piano e sorto nei pressi della stazione ferroviaria a pochi passi dal centro storico di Lodi, è una struttura di grandi dimensioni che rappresenta la costruzione più interessante della città sotto il profilo architettonico tra quelle della seconda metà del Novecento.

È stato scelto come ambientazione per alcuni spot pubblicitari televisivi.
Il complesso si sviluppa su oltre tremila metri quadrati e comprende diversi edifici che ospitano – oltre alla sede centrale della banca – spazi sociali (come un auditorium), negozi e bar. L'edificio principale presenta una facciata di oltre 250 metri di larghezza con pannelli modulari in cotto.

Lo spazio interno è in parte coperto da una tensostruttura in vetro e cavi d'acciaio, che si estende dall'edificio principale all'auditorium, una struttura circolare con circa 800 posti; al centro è ospitata una fontana in movimento perenne creata dall'artista giapponese Susumu Shingu.

Il teatro alle Vigne è il principale teatro della città di Lodi. Originariamente si trattava di una chiesa, canonica dell'ordine degli Umiliati, ma nel 1570 passò ai padri barnabiti che lo convertirono in istituto superiore di teologia, morale e filosofia. Dopo numerosi cambiamenti di destinazione d'uso ed una radicale ristrutturazione, nel 1985 divenne sede del teatro; il suo primo direttore artistico fu Carlo Rivolta.

In origine si trattava di una chiesa appartenente all’ordine religioso degli Umiliati (chiesa di San Giovanni e Ognissanti alle Vigne). Nel 1604, in seguito alla soppressione dell'ordine da parte di Papa Pio V, la struttura venne donata ai Barnabiti, i quali, su progetto dell'architetto Giovanni Ambrogio Mazenta, nel 1618 fecero apportare alcune modifiche secondo le esigenze di solennità della Controriforma: lo spazio interno fu trasformato in una grande aula e il presbiterio venne reso ben visibile da tutti. La chiesa fu quindi consacrata nel 1627, anche se i lavori continuarono fino al 1693, per poi riprendere nuovamente in periodo austriaco (1731-1734) quando furono rifatte le volte, il pavimento e la sagrestia. Negli anni successivi la chiesa divenne sempre più ricca e sfarzosa grazie all'installazione delle campane (1752) ed una serie di arredi e tappezzerie; tuttavia nel 1810, sul finire dell'epoca napoleonica, l'ordine fu sciolto e la chiesa, spogliata di tutti gli ornamenti, divenne prima deposito di granaglie, ed in seguito (1874) palestra. Le operazioni di recupero iniziarono nel 1976, ma l'attività teatrale ebbe inizio solo nel 1985.

Casa Biancardi ha una planimetria irregolare e si affaccia su un cortile in comune. In origine al suo posto vi si trovava la fabbrica di ceramiche dei fratelli Coppellotti, che produceva oggetti decorati in stile Vecchia Lodi, ma nel 1930 dopo un incendio al suo posto viene costruita Casa Biancardi.
Bello il contrasto tra il colore rosso quasi pompeiano ed il bianco-grigio dei bassorilievi che contengono al loro interno le finestre.
Le principali decorazioni Liberty sono il balcone, con motivi floreali, e le colonnine su cui è costruito.
Al primo piano gli ornamenti superiori delle finestre sono caratterizzati da bassorilievi in calcestruzzo che rappresentano severi visi femminili incorniciati da nastri fluenti, fiori e foglie; le finestre del piano superiore sono abbellite da fiori (girasoli o margherite), mentre all'ultimo piano troviamo esclusivamente forme geometriche.
 
La Casa degli Angeli si articola attorno a un cortile rettangolare porticato. Il lato che si affaccia su via Solferino è a quattro piani (l'ultimo è un loggiato aperto); gli altri tre lati sono a tre piani.

Casa Joli Riccardo ha una pianta irregolare e si articola intorno a un vasto cortile quadrato.
Il corpo principale, che si affaccia su corso Adda, ha una struttura su quattro piani fuori terra, con il portone d'ingresso situato in posizione leggermente asimmetrica. Il fabbricato che occupa il lato destro del cortile, è a due piani; gli altri due lati  sono a tre piani.
L'edificio venne costruito su un antico convento "San Cristoforino" appartenuto alle Umiliate: dell'antico monastero rimangono le tracce degli archi a tutto sesto nel cortile interno.
 
Casa Piontelli fu progettata e costruita nel 1903 dall'arch. Maisetti su commissione dell'ing. Piontelli.
Tipica architettura di una residenza privata. Edificio a pianta a L, con struttura a pilastri intonacata. Si distinguono 2 corpi separati, ma la suddivisione interna ed i collegamenti sono in comune. Le due parti hanno subito differenti trattamenti decorativi.                                    
La costruzione è riccamente decorata, a partire dal pianterreno dove le finestre delle cantine presentano un contorno curvilineo con decorazioni raffiguranti foglie e bacche di ippocastano incavate. Le ringhiere in ferro battuto sono curvilinee con fiori. Anche le inferriate delle finestre sono in ferro battuto, ma sono più lineari. Sculture a foglie di ippocastano ornano le finestre del primo e del secondo piano. La decorazione continua anche al terzo ed ultimo piano con bassorilievi intorno alle finestre, una fascia dipinta ad affresco con motivi floreali stilizzati. Nei due settori laterali, che hanno caratteristiche diverse rispetto al resto della costruzione, all'ultimo piano, due visi femminili affiancano le finestre.      
 
Casa de Vizzi è un'elegante palazzina che nel tratto prospiciente Corso Roma ospita al piano terra alcuni negozi.
E' caratterizzata da accurate decorazioni Liberty, soprattutto ai piani superiori.
Sono da ammirare anche alcune finestre che mantengono i vetri colorati originali. Spicca il lungo balcone d'angolo del primo piano con rilievi floreali di papaveri in calcestruzzo e ringhiere in ferro battuto che rappresentano foglie di ippocastano e bacche. Gli stessi bassorilievi coronano le finestre del primo piano. Al secondo piano ritroviamo le ringhiere in ferro battuto mentre le decorazioni intorno alle finestre sono di tipo geometrico.
All'ultimo piano le finestre hanno il profilo superiore curvilineo e diventano quasi delle bifore, mentre permane la decorazione floreale nelle ringhiere. Una cornice racchiude la fascia pittorica con motivi floreali presente nel sottotetto.
Alcuni tondi che decorano le finestre del secondo e terzo piano hanno una colorazione a smalto.di e arancioni.
L'ultima parte di questa palazzina si discosta da tutto il resto.
Il piano terra è occupato da un negozio mentre i piani superiori sono occupati da tre finestre affiancate, quasi delle bifore, che presentano un coronamento curvilineo. Al primo piano notiamo un balcone, realizzato in ferro battuto, con la ringhiera a motivi floreali riproducenti foglie di quercia.
Ritroviamo la stessa decorazione nei balconcini dei piani superiori mentre un bassorilievo decora il sottotetto.
Sono interessanti i due pilastri che racchiudono la facciata: a fianco del balcone del primo piano, infatti, troviamo due tondi a bassorilievo contornati da pigne e aghi di pino mentre una ricca decorazione conclude in alto i pilastri stessi.
L'edificio si articola intorno a un cortile rettangolare; tre lati sono a tre piani , mentre il fabbricato collocato nel lato di fondo è a un solo piano.

Casa Subinaghi si trova nel centro abitato, integrato con altri edifici.
Casa Subinaghi è un'elegante palazzina, forse progettata dall'architetto Maisetti, che si sviluppa prevalentemente in altezza. L'ingresso del negozio posto al pianterreno è caratterizzato da eleganti pilastri decorati da foglie d'edera che sembrano uscire dal calcestruzzo. Tipicamente Liberty sono anche i capitelli floreali.
Il primo piano presenta un lungo balcone con decorazioni floreali a bassorilievo e una ringhiera curvilinea rifinita con vetri colorati.
La stessa decorazione si ripete nei balconi poco sporgenti presenti nei due piani superiori.
Una fascia pittorica decora la curva zona del sottotetto.

Casa Arosio, una delle palazzine Liberty più eleganti di Lodi, è sorta come sede del Cinema Mignon, su progetto dell'ingegnere Piontelli.
Sulla facciata sono presenti elementi caratteristici Liberty: dalla decorazione pittorica e scultorea floreale, alle vetrate colorate, al ferro battuto.
Al piano terra le parti superiori delle vetrine conservano vetri colorati gialli, verdi e blu.
Subito sopra corre una fascia marcapiano riccamente decorata: si possono notare anche splendidi mascheroni (forse teste di leoni o di fauni) anteposti a cetre, antichi strumenti musicali spesso identificativi delle muse dell'arte e della musica.
Al di sopra corre la decorazione pittorica che ha come soggetto tralci di rose.
Ritroviamo gli stessi fiori in calcestruzzo sugli angoli delle cornici delle finestre e sul lungo balcone.
La ringhiera invece si stacca dal contesto naturalistico, diventando quasi astratta.
Il lungo balcone del piano superiore presenta rose in bassorilievo solo sugli angoli inferiori, mentre la ringhiera riprende il motivo del piano sottostante.
 
Villa Braila fu ideata nel 1901 dall'architetto Gallavresi ed è ora sede di Associazioni e di una sede distaccata della Biblioteca Laudense. L'imponente costruzione si sviluppa su tre piani fuori terra ed uno seminterrato, ed è circondata da un ampio parco riccamente piantumato, le annesse scuderie e la casa dei custodi. La villa vera e propria, situata in mezzo al parco, conta diverse aperture tra cui la principale sul lato est, preceduta da un porticato ligneo con solaio a cassettoni decorato con motivi floreali e sostenuto da colonnine in cemento armato. Le diverse aperture in questo lato (sette portefinestre e otto finestre, accostate a bifore ed intervallate da decorazioni con soggetto naturalistico) sono chiuse da serramenti in legno o inferriate. La decorazione ricorre anche su altri lati che presentano ulteriori motivi ornamentali: su quello sud il balcone, l'unico della villa, presenta una ringhiera in ferro battuto che richiama il disegno delle inferriate di alcune finestre; sul lato ovest si staglia, invece, un alto porticato vetrato a veranda, sempre sorretto da colonnine in cemento armato.
Il quarto lato presenta l'ingresso di rappresentanza sopra al quale posiamo leggere la scritta, voluta dagli antichi proprietari, "Domus Amica".
Altri elementi Liberty sono le inferriate delle finestre delle cantine e la fascia pittorica che, all'altezza delle finestrelle dell'ultimo piano, gira tutto intorno all'edificio.

Il Ponte sull'Adda ad archi ribassati che, attraversando il fiume, collega il quartiere Borgo Adda con Revellino-Campo di Marte. Fu costruito nel 1864 per rimpiazzare l'originario ponte di legno dove si svolse la battaglia di Lodi, bruciato dalle truppe austriache nel 1859, durante la seconda guerra di indipendenza.

La sua struttura, costituita da otto archi in muratura a sostegno del piano stradale, fu realizzata nel 1864; doveva rimpiazzare l'antico ponte di legno, distrutto nel 1859.

Le prime testimonianze storiche di un'opera che permettesse l'attraversamento dell'Adda parlano di un ponte “del Fanzago” Torretta, che gli abitanti di Laus Pompeia usavano per recarsi verso Crema, Brescia e Bergamo, ma si trattava più propriamente di una passerella per pedoni.

Nel 1158, Federico Barbarossa permise la costruzione di un nuovo ponte a nord-est della nuova città; fu eretto dall'architetto Muzio della Gatta e divenne fonte di guadagno per i lodigiani.

Cento anni più tardi, nel 1258, fu edificato un secondo ponte a Vallicella (Borgo Adda), in corrispondenza dell'attuale via XX settembre.
Durante la Guerra tra gli Sforza e la Repubblica di Venezia, nel 1447, i veneziani entrano vittoriosi in città attraversandolo, ma con la Pace di Lodi, l'esercito dovette lasciare la città.

Nel 1454, Francesco Sforza fece erigere un nuovo ponte, ma già nel 1473 Andrea da Foligno, ingegnere ducale, dovette procedere a lavori di riparazione; all'inizio del Cinquecento il ponte fu distrutto nuovamente, ma venne ricostruito molte volte già a partire dal 1508, come ponte di barche.

Nel 1649 transitò sul ponte Marianna d'Austria, figlia dell'imperatore Ferdinando III, la quale stava andando in Spagna da Vienna per sposare Filippo IV. In suo onore furono fatti festeggiamenti speciali.

Il 10 maggio 1796 Napoleone vi combatté contro l'esercito austriaco, in quella che rimase nella storia come la battaglia del ponte di Lodi. All'epoca il ponte di legno era lungo circa 200 metri e largo 8. Era formato da 57 campate, 31 delle quali poggiavano nel corso principale del fiume e altre 5 in un ramo secondario, le rimanenti poggiavano su terra.

Nel 1859 durante la seconda guerra di indipendenza, gli austriaci bruciarono il ponte che fu ricostruito in cotto, su progetto dell'architetto Gualini di Milano, nel 1864, 15 metri più a monte rispetto al precedente. Il nuovo ponte, dal 1880 al 1931, fu percorso dalle tranvie interurbane per Bergamo e Soncino.

Nel 2000 furono realizzate due passerelle ciclopedonali. Nel novembre dell'anno seguente venne inaugurato un secondo ponte, 500 metri più a sud.

Porta Cremona, nota anche come Porta Cremonese, è l'unica rimasta tra le antiche porte di accesso alla città, impiegate per secoli come barriere daziarie.

In epoca medievale, per accedere alla città da sud bisognava attraversare un ponte levatoio sulla roggia Molina, e quindi la porta detta "cremonese". Per difendere e controllare il territorio della sottostante palude di Selvagreca, l’imperatore Federico II, nipote di Federico Barbarossa, nel 1234 fece erigere in questa zona anche un castello che ebbe però vita breve: dopo la morte dell'imperatore, nel 1251 i milanesi, entrati in città con l'aiuto di Sozzo Vistarini, ne imposero la distruzione. Al giorno d'oggi, dalla scalinata che porta il nome dell'imperatore si può vedere una torretta di guardia, detta specola. La porta cremonese presenta tre ingressi: quello centrale veniva utilizzato dai carri con le merci e dai nobili a cavallo, e veniva chiuso con un portone in legno al tramonto, i due laterali erano riservati ai pedoni. L'aspetto attuale è dovuto al completo rifacimento realizzato tra il 1790 e il 1792 dall'architetto Antonio Dossena.

La barriera daziaria a Lodi venne abolita il 30 aprile 1911, in esecuzione della deliberazione del Consiglio Comunale del 23 aprile 1910; a ricordo dell'evento venne posta sulla Porta una lapide commemorativa.





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