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sabato 6 giugno 2015

LA CHIESA DI SANT'AGNESE A LODI



La chiesa di Sant'Agnese a Lodi fu costruita a partire dal 1351 all'interno del monastero degli Agostiniani, ordine dedito agli studi e molto vicino al Papa. Dopo la soppressione di tale ordine decretata il 23 giugno 1798 dalla Repubblica Cisalpina, la chiesa divenne “sussidiaria” di quella di San Lorenzo.

Un forte impulso all'ampliamento della costruzione fu dato nel 1393 quando divenne Vescovo di Lodi l'agostiniano Bonifacio Bottigella, che resse la diocesi fino al 1404, ovvero nel momento più puro dell’architettura gotica lombarda.

L’abside poligonale e il campanile a due ordini, molto simile a quello della Cattedrale, sono visibili soltanto dal chiostro.

La preziosa facciata, in cotto come il resto dell'edificio, è divisa in tre specchiature da semicolonne con spiovente decorato che terminano a tre quarti della superficie muraria. Nello scomparto centrale sopra il portale, lievemente strombato e incorniciato da motivi decorativi floreali e ad intreccio, si apre un grande oculo bordato con un motivo ad ovuli; in quelli laterali una fascia di archetti pensili costituisce il parapetto delle finestre archiacute, la cui ogiva è incorniciata da scodelle in terracotta invetriata, simili a quelle della facciata del duomo. Lungo il frontone centrale e gli spioventi laterali coronati da pinnacoli, corre un motivo ad archetti che ripropone, ingigantito, quello del parapetto, evidenziando così l'armonia tra le parti e il ruolo del complemento decorativo. Queste caratteristiche - che saranno riprese nel giro di pochi anni nel S. Bassiano di Lodi Vecchio - rimandano, oltre che al già ricordato S. Lorenzo, alle chiese piacentine di S. Anna e S. Lorenzo.
L'interno a tre navate, è "a sala", cioè con la copertura delle navate laterali alla stessa altezza d'imposta di quella centrale, in modo da creare un ambiente omogeneo e unitario sia dal punto di vista architettonico che dell'illuminazione. Pilastri imponenti con capitelli poligonali sostengono, nelle navate, le volte a sesto acuto, sottolineate nell'abside dalla modanatura torica. L'abside, che per la sua particolare struttura poligonale richiama il S. Francesco di Piacenza, è illuminata da due finestre archiacute simili a quelle della facciata. Nella specchiatura compresa tra le due aperture è collocato un prezioso Crocifisso ligneo che, per l'intensità espressiva del volto, i lunghi capelli su cui è poggiata una corda al posto della corona di spine, la caratterizzazione minuziosa del costato e del perizoma, può essere avvicinato a due esemplari conservati nella chiesa della Maddalena e ad un altro in S. Lorenzo. Questi accostamenti farebbero propendere per una datazione attorno alla metà del xv secolo e per una realizzazione ad opera di un intagliatore locale, anche se il precario stato di conservazione non permette una valutazione sicura.
Lungo la navata destra si conserva un'importante testimonianza pittorica, di lettura parziale perché mutilata sia all'apertura di una porta che per la sovrapposizione di affreschi successivi. Il soggetto, racchiuso da una fascia bicroma, raffigura una Scena di martirio, e la Salita al Calvario. La campagna decorativa, commissionata nel 1399 dal vescovo Bottigella, era inserita nel progetto di risistemazione della chiesa e di costruzione di un nuovo convento ad essa limitrofo. La vivacità dei colori, i volti aggraziati ma fortemente espressivi, uniti al ritmo sostenuto della narrazione rimandano alla cifra stilistica di Michelino da Besozzo che, su commissione dello stesso Bottigella, aveva affrescato, una decina di anni prima, le Storie di sant'Agostino (ora perdute) nella chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro a Pavia. Nonostante lo stato di lettura frammentario, è verisimile considerare gli affreschi, più che autografi, opera di uno stretto collaboratore proveniente dalla bottega pavese. In seguito a un recente restauro (1999), al termine della navata destra, è emerso un affresco raffigurante la Vergine in trono, san Pietro e un giovane santo non identificato nonostante la particolare iconografia.

L'opera pittorica più importante conservata nella chiesa è sicuramente il Polittico Galliani (1520) di Alberto Piazza, che in origine doveva essere la pala dell’altare maggiore, e in seguito venne collocata nella prima cappella della navata destra. Si tratta di un olio su tavola dalle dimensioni considerevoli: 420x280 cm.

Nel timpano della cimasa è raffigurato lo Spirito Santo sotto forma di colomba bianca fra raggi di luce, mentre nella lunetta al centro vi è il Padre Eterno benedicente e ai lati l’Angelo Annunciante e la Vergine Annunciata.

Nel registro superiore, a sinistra ci sono Santa Caterina d'Alessandria, con i simboli del martirio e Santa Monica che veste l’abito delle Agostiniane e regge il Crocefisso ed una borsa con libri; al centro la Vergine in trono che regge il bambino, il quale benedice l’abate Nicola Galliani, committente del polittico. A destra, Santa Chiara da Montefalco, anch'essa in abiti agostiniani, raffigurata mentre regge un giglio ed un cuore ardente, e Sant'Agnese, con la palma del martirio e l’agnello.

Nel registro inferiore, a sinistra San Bassiano, in abiti da Vescovo, e San Nicola da Tolentino, in abito agostiniano, con un giglio, il Crocefisso ed un libro aperto su cui si può leggere: “Praecepta patris mei servavi et omne ornatum saeculi contempsi”. Al centro Sant'Agostino in trono che mostra un libro aperto su cui è scritta la regola evangelica (“Ante omnia fratres carissimi diligatur Deus deinde proximus”), e schiaccia con i piedi tre eretici (donatisti, manichei, pelagiani). A destra infine c'è un Santo Vescovo (probabilmente Sant'Alberto Quadrelli, compatrono della Diocesi di Lodi), ed un Santo Agostiniano (San Giovanni Bono).

Nella predella in basso c'è Cristo fra i dodici apostoli.

Il Polittico fu commissionato da Nicola Galliani in occasione della sua elezione a priore degli Agostiniani Conventuali di Santa Agnese, avvenuta nel 1518 e reca come data di consegna il 1520.

Fra gli altri tesori artistici di questa chiesa si annoverano un trittico a bassorilievo in terracotta raffigurante Cristo di pietà fra i Santi Cristoforo e Martino e un committente, che si trova sulla parete della navata destra, e un crocefisso ligneo quattrocentesco situato al centro dell'abside.

Sempre nell'abside ci sono due affreschi seicenteschi nelle lunette che sovrastano il coro, nei quali è raffigurato Sant'Agostino che predica e Sant'Agostino morente.

Un altro affresco importante si trova nella cappella a sinistra dell’altare maggiore, e raffigura la Vergine col Bambino fra Sant'Agostino e Santa Caterina da Siena, attribuito inizialmente al Bergognone, poi a Matteo della Chiesa, pittore pavese attivo anche all’Incoronata di Lodi.



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IL PALAZZO MOZZANICA A LODI

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Il palazzo fu l'elegante dimora del conte Lorenzo, feudatario di Turano e Melegnano, personaggio di spicco della corte milanese del Moro, capitano di cavalleria e poi commissario generale delle regie armate di Luigi XII in Italia. Probabilmente negli anni Ottanta del secolo, il conte entrò in possesso del palazzo che era stato fatto edificare nel Trecento dalla potente famiglia Vignati, cui appartenne Giovanni, signore di Lodi all'inizio del Quattrocento e di cui restano alcuni stemmi nel portico del cortile.
Spetta dunque a Lorenzo Mozzanica l'ampliamento dell'edificio gotico e la sua riqualificazione in senso rinascimentale per mezzo di un vocabolario decorativo che, se attinge da un lato al repertorio del classicismo quattrocentesco, tra Bramante e Mantegna, affonda dall'altro, e saldamente, le proprie radici nella secolare tradizione lombarda dell'ornato monumentale in terracotta.

L'edificio ha una struttura organizzata intorno ad un cortile rettangolare interno porticato su due lati consecutivi, con colonne dotate di capitelli ionici e chiuso sul fondo dallo scalone d'onore d'epoca settecentesca. La facciata su strada, tipicamente bramantesca e rinascimentale, si presenta a due ordini separati da un fregio scolpito in cotto. La fascia marcapiano è composta da elementi scultorei, realizzati con la tradizionale tecnica a stampo, ed è decorata con ghirlande e figure mitologiche (tritoni e naiadi si azzuffano vivacemente tra i flutti, alternandosi a tritoni che sostengono ghirlande fitomorfe mentre Nettuno e Proserpina reggono una corona d'encarpi). L'opera decorativa è attribuita ad Agostino de Fondulis, attivo anch'esso a Lodi nella realizzazione della Chiesa dell'Incoronata.
L'ordine inferiore della facciata è costituito da un alto basamento in cotto con cinque finestre a strombo e portale decentrato; l'ordine superiore presenta, disposte irregolarmente, una serie di finestre arcuate incorniciate con motivi archiacuti anch'essi in cotto.
L'ornato del fregio, che insieme al portale, costituisce l'elemento di maggior spicco, rielabora un motivo decorativo proveniente dal repertorio d'orbita mantegnesca ed utilizzato dal De Fondulis anche in altre occasioni.
Le cinque aperture a strombo del piano terra, e ancor più le finestre archiacute con ricche ghiere in cotto del piano superiore, appaiono distribuite in modo irregolare e scarsamente correlato tra loro e con il portale. Sullo spigolo dell'edificio è possibile vedere un grande stemma marmoreo.
Il portale in pietra d'Angera, decentrato nella parte sinistra della facciata e fiancheggiato da due colonne a candelabro ed è arricchito da elementi decorativi: bassorilievi floreali e da quattro medaglioni all'antica con ritratti di profili che confermano l'epoca della realizzazione e rimandano al ruolo che Lorenzo Mozzanica svolgeva;  le quattro medaglie sforzesche decorano l'ingresso, di cui le maggiori nei pennacchi dell'arco avrebbero all'interno i busti di Francesco Sforza e sua moglie Bianca Maria Visconti mentre le più piccole nell'entasi delle due colonne sarebbero di Gian Galeazzo Maria Sforza e Isabella d'Aragona.
L'interno del piano superiore ospita numerosi affreschi.
Secondo la testimonianza dello storico Giovanni Agnelli il 29 luglio 1509  il re di Francia Francesco I alloggiò nel palazzo.



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LA CHIESA DI SAN FRANCESCO A LODI

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La rossa facciata della medievale chiesa di S. Francesco (sec.XIII), costruita dalla nobile famiglia guelfa dei Fissiraga, con protiro ogivale, grande rosone marmoreo e due emozionanti bifore a cielo aperto danno leggerezza all'insieme.

L'edificio venne innalzato tra il 1280 e i primi anni del Trecento laddove precedentemente sorgeva una piccola chiesa dell'Ordine dei Frati Minori dedicata a San Nicolò. Su iniziativa del vescovo di Lodi Bongiovanni Fissiraga, i religiosi intrapresero la costruzione dell'attuale corpo di fabbrica sostenuti dalle donazioni del nobile Antonio Fissiraga.

Nel 1527 la gestione del tempio venne affidata ai Francescani Riformati di San Bernardino, cui nel 1840 subentrarono i Padri Barnabiti, i quali avevano già occupato nel 1834 il convento adiacente trasformandolo in collegio; i primi anni della loro attività furono interamente dedicati ad un profondo lavoro di restauro del complesso, che ebbe termine nel 1842. Benché i Barnabiti abbiano ottenuto il ministero apostolico della chiesa di San Francesco "ad uso perpetuo", la proprietà dell'edificio è sempre rimasta appannaggio della parrocchia della Cattedrale di Lodi, da cui tuttora dipende.

Le notizie più antiche attestanti la presenza in città dei frati minori risalgono al 1224, anche se solo vent'anni dopo questi furono costretti ad allontanarsi in seguito agli scontri tra le autorità comunali, schierate con lo scomunicato imperatore Federico ii, e il clero. Soltanto nel 1252, quando papa Innocenzo iv ripristina la sede vescovile, possono rientrare in città e viene loro concessa dal vescovo Bongiovanni Fissiraga la chiesa di S. Nicolò con le annesse proprietà già della famiglia Pocalodi. Probabilmente a partire dagli anni Ottanta, grazie all'intervento del capo della lega guelfa Antonio Fissiraga (forse nipote del vescovo), si iniziano i lavori per la costruzione della nuova chiesa, essendo ormai il S. Nicolò troppo piccolo per l'elevato numero dei frati presenti. La costruzione doveva già essere a buon punto nel 1290 se vi fu sepolto il vescovo Bongiovanni e pressoché terminata agli inizi del Trecento, come suggerito dalla data 1304 presente in un'iscrizione scolpita sul rilievo raffigurante sant'Antonio collocato nel pilastro centrale del transetto di destra che, insieme al corrispettivo di sinistra con san Francesco, fu eseguito da fra' Delay de Brellanis da Lodi. Numerose nobili famiglie lodigiane posero le loro sepolture in S. Francesco, ottenendo il patronato delle varie cappelle aperte sul fianco sinistro a partire dal XIV fino al XVIII secolo, divenendo così i committenti dei numerosi affreschi e tele che ne ornano le pareti e gli altari. Costituisce un esempio particolare la seconda, o di san Bernardino, ricavata nel 1477 dalla demolizione del campanile già costituito dalla torre dei Pocalodi, precedentemente inglobata nell'edificio religioso. Gli interventi più sostanziali si ebbero però nel xvii secolo, quando si chiusero le bifore absidali e si rifece la decorazione di alcune cappelle, arricchite con stucchi e dorature. La trasformazione barocca della chiesa proseguì ancora per tutto il Settecento, in particolare con il rifacimento del coro con decorazioni architettoniche illusionistiche nel 1740. Con la soppressione del convento nel 1810, la chiesa divenne sussidiaria della parrocchia del Carmine, e così rimase fino al 1842, quando fu ceduta ai padri barnabiti che già dieci anni prima si erano stabiliti nel convento. Trovandosi l'edificio in precarie condizioni, fu necessario un imponente restauro affidato agli architetti milanesi Ambrogio Nava e Carlo Maciachini e ai pittori Martino Knoller e Giuseppe Bertini, che comportò il rifacimento del tetto, la chiusura di alcune cappelle e l'integrazione di brani pittorici tre-quattrocenteschi. Sugli affreschi si intervenne nuovamente a partire dal 1960 con una vasta campagna quasi ventennale, che prendendo il via dalla navata di destra ha successivamente interessato tutte le altre superfici dipinte.

La facciata in cotto rosato, rimasta incompiuta, è caratterizzata da un alto protiro ogivale con colonne in cotto su plinti di pietra, da due lesene semi-cilindriche e da un grande rosone in marmo bianco; ai lati, due singolari bifore a sesto acuto si aprono al cielo donando leggerezza alla struttura frontale.

La facciata, incompleta nella parte superiore, venne aggiunta al corpo dell'edificio forse dopo il 1312, data dell'ultima donazione effettuata da Antonio Fissiraga prima del suo arresto ad opera dei Visconti nel 1316. Costruita interamente in cotto, è scandita in tre campi da due possenti semicolonne addossate. In quello centrale, oltre al rosone marmoreo aperto quasi due secoli dopo, si staglia il portale archiacuto, con semicolonnine a fascio, cui si addossa il protiro, anch'esso frutto di aggiunta posteriore. Nei campi laterali, sopra gli ingressi, si apre una monofora a tutto sesto sormontata da una bifora archiacuta "a vento", che lascia cioè intravedere il cielo (la parete della facciata supera infatti il colmo delle navate).
L'interno, dalla pianta a croce latina, richiamo del pavese S. Francesco, è a tre navate, costituite da quattro campate (di cui la prima più stretta) ad andamento alternato, in maniera tale cioè che alla centrale ne corrispondono due laterali. Massicci piloni cilindrici in cotto (simili a quelli del duomo cittadino), terminanti con capitelli in pietra dalla decorazione vegetale o antropomorfa, sostengono le volte costolonate a sesto acuto. Il transetto è costituito da tre campate quadrate, ciascuna di misura identica a quelle della navata centrale. Lo stesso modulo si ripresenta nel coro, mentre ognuna delle quattro cappelle che lo fiancheggiano ha le medesime dimensioni di ciascuna campata nelle navate laterali.
La chiesa è giustamente celebrata anche per il suo ricco corredo pittorico che si snoda quasi ininterrottamente su pareti, volte e piloni. Le testimonianze più antiche, databili verosimilmente entro il secondo decennio del Trecento, si estendono sulle volte della terza campata nella navata centrale e sulla crociera mediana del transetto. Riecheggiano nei motivi decorativi la miniatura bolognese e la pittura veneta di fine XIII secolo mentre, nella volumetria delle figure e nell'attenta resa spaziale e prospettica, traspare la lezione giottesca che è interpretata secondo un realismo tipicamente lombardo.
Parallelamente al Maestro della tomba Fissiraga opera un altro pittore d'estrazione lodigiana, attivo soprattutto nel S. Bassiano di Lodi Vecchio (per cui ne deduce il nome di Maestro di S. Bassiano), a cui si devono numerosi affreschi votivi: il San Nicola sul quarto pilone di destra, il Battesimo di Cristo sul sesto della medesima navata, la Madonna in trono con Bambino sul settimo pilone sinistro. A queste testimonianze, dall'impianto compositivo maggiormente semplificato e dai modi più arcaicizzanti, è stato recentemente aggiunto il semplice affresco con i Funerali di Antonio Fissiraga in cui il protagonista indossa l'abito francescano. Da queste opere si svilupperà, per tutto il Trecento, una scuola locale che riproporrà le innovazioni dei due Maestri.
Alla fine del secolo si collocano invece alcune testimonianze di elevata qualità, che risentono fortemente dell'operato di Giovannino de' Grassi e del gusto proprio del Gotico Internazionale, diffusosi ampiamente nel ducato di Milano. Sull'arco d'ingresso della cappella di S. Bernardino (terza a destra) lo Sposalizio mistico di santa Caterina anche se mutilo, rivela un'estrema ricercatezza formale, che si attua in forme esili e allungate e in una stesura cromatica modulata e impreziosita da un copioso impiego di oro. Contemporaneo e culturalmente affine è il Maestro di Ada Negri, a cui si devono la Madonna col Bambino sul secondo pilone a destra, e la Visitazione sul terzo, sempre di destra. Nel primo esempio istanze miniaturistiche si esplicitano nell'incorniciatura e nel raffinato decorativismo degli abiti, mentre nel secondo si unisce anche una stesura cromatica piatta che riduce la volumetria dei singoli personaggi.





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giovedì 2 aprile 2015

IL DUOMO SI SALO'

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Dedicato all'Annunziata, fu ricostruito su un edificio più antico tra il 1453 e il 1502 in forme tardo-gotiche, diviso a tre navate da colonne in pietra grigia. Di tale costruzione rimangono le strutture del campanile e delle finestre con cornici in cotto sul fianco destro e la Sala del Capitolo dove campeggiano affreschi quattrocenteschi. Nello stesso periodo intorno al Duomo fu tutto un susseguirsi di cantieri di palazzi su portici voltati a seguire il tessuto gotico dei vicoli.

Progettista e costruttore del Duomo fu l’architetto Filippo delle Vacche, da Caravaggio, al tempo in cui era provveditore per la Repubblica Veneta Leonardo Calbo (1451-1453) ed arciprete di Salò Giacomo da Pavia.
Il progetto architettonico si attenne al modello della chiesa veronese di Sant’Anastasia, con l’introduzione di elementi fortemente innovativi e tali da fare di Santa Maria Annunziata un importante esempio della fase di transizione tra Gotico e Rinascimentale, secondo il linguaggio architettonico lombardo.
La grande chiesa, sebbene trasformata in epoche successive, presenta ancora oggi un elevato grado di leggibilità delle sue antiche strutture.

La navata maggiore è larga mt. 9,90; il diametro delle colonne è di un metro. Anche il pavimento, a marmi policromi, è quello originale. Lo storico Bongianni Gratarolo, nella “Historia della Riviera di Salò” (Brescia, 1599), ne fa una ammirata descrizione: “Il suolo è lastregato di pietre polite, e piane di varij colori nere,La navata maggiore del Duomo è alta mt. 22, le minori mt. 14. La lunghezza della chiesa, dalla soglia del presbiterio, è di mt. 45; il presbiterio e l’abside (nella struttura attuale) misurano complessivamente mt. 16,80. bianche, bigie, rosse, azzurre e macchiate; le forme sono ancora diverse; non pur come quelle del nobile Geometra del Petrarca, “Di triangoli, e tondi e forme quadre”, ma appresso di mandorlato, di duo triangoli, di sestili, di ottangoli e di altre distinte in opera, a parte et commesse con certi ordini, che fanno bellissimo vedere”.
L’immissione della luce in uno spazio così calibrato era in origine assicurata da un ordine di finestre ogivali aperte sulle pareti delle navate minori. Tali aperture erano sormontate da un secondo ordine di finestre meno ampie, aperte al sommo della navata maggiore.
Questo primitivo dosaggio di luce venne a mancare a causa delle trasformazioni imposte da San Carlo, nel sec. XVI, allorquando vennero aperte le cappelle laterali. Le grandi finestre sul fianco a monte (lato aquilonare) vennero completamente murate, mentre quelle sul fianco verso il lago vennero trasformate.
Nella navata meridionale spiccano le cornici di gusto lombardo di due finestre: una con formelle a fioroni e con una figura di profeta al sommo dell’ogiva; l’altra con due figure maschili (un giovane armato e uno in veste da caccia) inserite in motivi a candelabro.
Dal lato meridionale della chiesa, a lago, risulta ben visibile l’articolazione architettonica dell’edificio, con l’alta navata centrale, finestrata, a muratura mista, contrastante con i perimetrali in laterizio, e la cupola sul tiburio circolare. A proposito di materiale laterizio, narrano le cronache che i costruttori avessero aperto addirittura una fornace in quel di Portese e che una flotta di barche a remi garantisse il rifornimento del grande cantiere.

Il 7 ottobre 1453 venne collocata la prima pietra del Duomo di Salò, sull’angolo della facciata verso il lago. Una lapide, murata successivamente, ricorda l’evento con estrema laconicità: “Anno domini 1453 die 7 Octobris primis lapis huius ecclesie positus fuit in opere”.

Notizie documentarie ed alcuni dati di scavo, secondo la campagna effettuata all’esterno della chiesa in occasione dell’ultimo importante restauro, testimoniano che la nuova costruzione è sorta sul luogo dell’antica pieve; anche se, per la verità, i reperti murari ritrovati attesterebbero un diverso andamento della precedente costruzione e, precisamente, nel senso lago-monte.

Sono parimenti documentabili gli acquisti e le demolizioni di alcune abitazioni che sorgevano a ridosso della vecchia chiesa: precisamente, in corrispondenza dell’attuale piazza sulla quale si apre il monumentale portale di accesso al Duomo.

Non sono documentate le notizie relative a precedenti abbattimenti di templi di epoca romana, dedicati a Nettuno e a Cesare Augusto. Qualche studioso afferma che testimoniano tali demolizioni alcuni lacerti lapidei tuttora visibili nella zona inferiore del campanile, realizzata in gran parte con materiali di spoglio. È assodato che i costruttori del Duomo hanno recuperato buona parte dei materiali provenienti dalla demolizione della vecchia pieve. Alcune note del diario del frate Versola (Ursula), conservate nell’archivio parrocchiale, ne danno testimonianza.

Notizie interessanti si ricavano dalla Bolla di Martino V, datata 1 febbraio 1418, con la quale il pontefice, di passaggio da Mantova, incarica l’abate benedettino del monastero di Sant’Eufemia fuori le mura di Brescia di controllare la veridicità di quanto asserito dagli abitanti di Salò: se cioè la vecchia pieve fosse ormai fatiscente. In caso di corrispondenza al vero, sarebbe stato “ipso facto” delegato l’abate stesso ad autorizzare che “la detta chiesa sia ridotta ad uso moderno e riformata: e gli altari quivi esistenti siano mutati e trasferiti in altri posti del luogo”. Martino V autorizzava inoltre “l’alienazione di beni e di legati fino alla somma di cento fiorini d’oro per la riforma della chiesa stessa”. I lavori, in realtà, iniziarono molti anni dopo e, precisamente, nell’autunno del 1452 (1453 secondo il calendario veneziano). Salò era, all’epoca, capitale della Magnifica Patria di Riviera, inclusa nel territorio di giurisdizione della Serenissima Repubblica di Venezia.

Non si trattò di rinnovo della vecchia pieve, ma di un edificio progettato “ex novo”, molto più amplio, incidente drasticamente nel fitto tessuto urbano circostante, parzialmente demolito per ricavare uno spazio sufficiente al corpo di fabbrica e all’antistante piazza.

La semplice facciata in cotto non rivestito si presenta monocuspidale e a frontone triangolare, scandita da quattro contrafforti che riflettono l’articolazione interna secondo un modulo che unifica l’intero perimetro dell’edificio. Nella facciata si apre il portale maggiore, realizzato tra il 1506 da Antonio della Porta, detto il Tamagnino da Porlezza (attivo per lungo tempo in Lombardia assieme al Briosco) e da Gasparo Coirano.

L’opera fu progettata dal Tamagnino sul modello del portale della Certosa di Pavia, del Briosco. Nelle sculture si confrontano la maniera più aggiornata ed elegante del Tamagnino (“Annunciazione” ed “Eterno”) con quella più conservatrice e provinciale di Gasparo Coirano (busti dei Santi Pietro e Giovanni Battista, teste dei profeti Geremia e Zaccaria), opera tuttavia solidissima e incisiva. I manufatti scultorei erano originariamente integrati da intervalli pittorici (finiture policrome e dorature) nonché da un intervento di oreficeria in corrispondenza delle ali dell’Arcangelo.
Nel 1510-11 il salodiano Bartolomeo Otello intagliò il portale in legno di olivo cui venne applicata una finitura in foglia d’oro.

Sul lato nord si erge il campanile, frutto di sopraelevazioni successive.
La parte inferiore è stata realizzata in tre fasi, rispettivamente nei secc. XI, XIII, fine XIV – inizio XV. Alla canna quadrangolare originale si sovrappone la struttura aggiunta dopo la costruzione del Duomo, sormontata da un elegante capolino ottagonale.
Quest’ultima struttura, terminata nel 1555, è ben delimitata in basso da una cornice marcapiano, da un cornicione di coronamento composto da un listello, da una gola dritta e rovescia, da un altro listello, da un toro e da un ultimo listello. Quest’ultima elegante cupoletta, visibile da ogni parte del golfo di Salò, è stata rinforzata internamente mediante una struttura di acciaio nel corso dei lavori di restauro di cui si è fatto cenno. Accanto al campanile si trovano i fabbricati quattrocenteschi della sacrestia e della canonica.
A fianco della chiesa, verso lago, sul sito dell’antico cimitero, si trova il salone delle Congreghe (oggi denominato “Domus”), addossato all’ex cappella di San Cristoforo. Al termine del lungo fabbricato, nel muro absidale della cappella del Sacramento, è murata una statuetta romana mutila. È utile ricordare che la suddetta cappella del Sacramento confinava direttamente con l’antico porto salodiano, denominato “delle Gazzere”, del tutto eliminato all’inizio del secolo scorso, in occasione della costruzione del lungolago.

Il complesso architettonico originale risulta oggi notevolmente modificato a seguito dell’aggiunta delle cappelle laterali, semplicemente squadrate, a muratura liscia contrastante con il parato in laterizio delle navate. Tale intervento fu ordinato dal card. Carlo Borromeo che, in attuazione dei decreti tridentini, emise disposizioni precise, anche di carattere architettonico, per l’adeguamento liturgico-funzionale delle chiese esistenti sul territorio passato in rassegna in veste di Visitatore Apostolico.
Il vescovo milanese impose la rimozione dei numerosi altari addossati alle pareti (soluzione tuttora visibile nella chiesa di Santa Anastasia a Verona) e la loro collocazione in cappelle, delle quali fornì addirittura forma e misure, stabilendo inoltre che dovessero attenersi a criteri di simmetria e uniformità. Il testo delle disposizioni caroline, minuzioso e dettagliato, è conservato nell’archivio del Duomo.

Il culto dei santi, raggruppati talvolta in una sola icona, venne riordinato nelle otto cappelle aperte fra gli archi, in corrispondenza degli intercolumni. I lavori durarono dal 1581 al 1600. Quelle ordinate dal Borromeo furono le prime di numerose modificazioni che si susseguirono nel tempo. Con deliberazione del 3 gennaio 1581, infatti, il Comune decise di ridurre in forma più moderna l’abside e la tribuna. Venne chiamato, nel contempo, il pittore bresciano Tommaso Sandrini (1575-1630) per eseguire l’ornamentazione a fresco, con motivi di racemi e piccole scene di figure a monocromo, che interessano i sottarchi, le ghiere e le innervature delle crociere. Le carte d’archivio attestano che, proprio in occasione della costruzione delle cappelle laterali, vennero tolte le “catene” delle navatelle laterali.

In questo periodo fu aperta anche l’amplia cappella del Santissimo Sacramento, in fondo alla navata di destra. Essa venne affrescata con ardite prospettive a finta architettura barocca (o “quadratura”) ad opera del cremonese Giambat- tista Trotti (1555-1619), detto il Malosso. Il provveditore di Venezia Angelo Gradenigo, a seguito delle discussioni apertesi in sede di attuazione della delibera di rifacimento del coro (1581), fece da intermediario con il grande Jacopo Palma il Giovane, artista ormai principe in Venezia dopo la morte di Paolo Veronese (1588) e di Jacopo Tintoretto (1594). Il Palma, già anziano, accettò l’incarico a condizione di potersi associare con un pittore di fiducia, Antonio Vassilacchi da Milo, detto l’Aliense (1556-1629), già allievo del Veronese e poi collaboratore del Tintoretto. Lo stesso Palma stese un primo progetto per il rifacimento del coro.
L’intervento, tuttavia, sarebbe stato disastroso per le preesistenti strutture. Di conseguenza, grazie anche all’intermediazione dell’Aliense, non fu rimossa l’elegante innervatura della cupola. Con molta lentezza, si provvide a spianare le muraglie dell’abside per ricevere il grande catino entro cui il Palma raffigurò a fresco l’Assunzione della Vergine Maria.
Alle pareti sottostanti vennero collocate tele raffiguranti la natività della Madonna (opera dell’Aliense), l’Annunciazione e la Visitazione (opere del Palma). La scenografica decorazione del coro fu arricchita anche dalle grandi tele collocate sulle ante dell’organo costruito dalla bottega Antenati negli anni 1546-1548. Dette tele sono opera del Palma e dell’Aliense. Per la decorazione a stucco delle nuove cappelle venne chiamata la bottega dei Reti (o Rezi), all’epoca attiva nel bresciano e nel trentino (vedi la Chiesa dell’Incoronazione di Riva del Garda).

Il Duomo di Salò custodisce molte opere d’arte, sia lignee che pittoriche. A fungere da pala plastica, ben a ridosso dell’altare maggiore, è stata ricollocata, nel 1905, l’antica ancona intagliata, rimossa dall’abside nel 1600 al tempo dei lavori di ampliamento del coro e collocata, nel 1618, sopra la porta maggiore, in controfacciata, integra seppur mutilata degli aerei pinnacoli.
Val la pena di ricordare che l’Aliense, allorquando discusse con i reggenti della comunità il suo piano di trasformazione del coro, avanzò la proposta di smembrare l’ancona e di conservarne soltanto le statue dei santi, da collocare eventualmente “un per collona, nel mezzo della chiesa, cioè sopra alli capitelli delle colonne che così si darà anco satisfactione a quelli che hanno qualche devotion particolare”. A parere del pittore, sarebbe stato del tutto sconveniente spendere una cifra considerevole per ricollocare nel coro rinnovato “un’anticaglia”. Tale infatti appariva all’aggiornato seguace del Palma la splendida ancona ostentante una fastosa architettura assolutamente gotica e di quel gotico fiorito e sovrabbondante che da noi ebbe scarso impiego nonostante sia stata eseguita nell’ultimo quarto del secolo XV.
L’ancona, opera di varie mani, nella sua parte architettonica si compone di un basamento a due registri dal quale sorgono le lesene che compartiscono dieci nicchie, disposte su due ordini di cinque ciascuno, entro le quali sono collocate dieci statue a tutto tondo. Nel registro superiore del basamento, entro piccole nicchie ad arco polilobato, sono collocate undici tavolette con figure a mezzo busto di santi, dipinte ad olio. È importante ricordare che le sculture collocate nell’ancona rappresentano i santi titolari di altrettante chiese facenti capo alla pieve di Salò. L’anno in cui l’ancona fu posta contro la parete della primitiva abside era il 1476 (vedi Ordinamenti, volume 14, carta 48, dell’archivio del Comune di Salò). L’ostensione è documentata da una carta d’archivio datata 28 luglio 1476. Lo storico Anton Maria Mucchi studiò l’ancona e ne diede l’attribuzione al maestro Pietro Bussolo e all’indoratore e dipintore Francesco da Padova (con il genero Michele Bertelli). L’ancona di Salò, straordinaria per le trine, gli intagli lavorati a giorno e la complessa castellatura di guglie e pinnacoli, costituisce una presenza piuttosto unica fra i lavori d’intaglio ancora conservati nel territorio bresciano.

La musica nella liturgia è sempre stata un elemento necessario per esprimere con pienezza e autenticità la voce dell’uomo che s’innalza a lode del Signore. È il linguaggio espressivo per eccellenza, quello delle manifestazioni profonde che, fin dai primi secoli del Cristianesimo, elevavano l’anima fino a condurla alle soglie dell’eternità. Ed è dal bisogno di dare ad ogni momento liturgico una specifica espressione musicale che l’arte organara entra nelle chiese, prima opera dei monaci nelle pievi di epoca medioevale poi, con sempre maggiore frequenza, in ogni chiesa, sia essa parrocchia o curazia, modulata sulla suggestione del gregoriano.
Il primo organo del Duomo di Salò risale agli anni dell’antica pieve e, precisamente, al 5 giugno 1489, giorno del marcatum factum … cum magistero Baldesari Teutonico de organis conficiendis per ipsum in ecclesia Sancte Marie de Salodio, et quod est de ducatis centum sexaginta, uno plaustro vini, duabus saumis frumenti cum una domo et lecto uso suo protempore quo laborabit in dictis organis, sit valium et firmum ponant balotam suam in busula alba et qui non, i busula rubea; et datis balotis reperte fuerint omnes balotte in bussola alba et nullae in bussola rubea et sic optentum fuit mercatum suprascriptum. (contratto stipulato con il maestro organaro Baldassare Teutonico per costruire un organo nella chiesa di Santa Maria di Salò, al costo di centosessanta ducati, un carro di vino, due some di frumento ed una casa ed un letto per il tempo necessario ai lavori). Il documento – poco coerente nell’uso dei vocaboli – precisa che il contratto fu approvato a votazione segreta dai responsabili della Fabbrica del Duomo col sistema dell’introduzione di palline nell’urna (balotte in busola). L’esito fu unanime poiché tutte le palline furono messe nell’urna bianca (busola alba) e nessuna nell’urna rossa (busola rubea).
A collaudare il prezioso strumento, originariamente collocato nella navata sinistra, intervenne Alessandro dagli Organi, organista del marchese di Mantova. Una cinquantina d’anni più tardi, gli Ellecti ad Fabricam Organi Terre Sallody decisero di mettere mano al vecchio organo, con l’ambizione di farlo simile a quello del Duomo di Brescia, chiamando a Salò Giovanni Antegnati. Ma i primi contatti con l’illustre organaro non ebbero molto successo. Infatti Alessandro Bonvicino, pictor (ovvero il Moretto, che faceva da tramite con l’allora parroco Donato Savallo) il 23 dicembre 1530 risponse che: “se i Salodiani sono de voler di fare una impresa onorevole, et rifarlo tutto lui si è molto contento de venir ad ogni avviso, et se voleno ripezar (metterci una pezza) detto in strumento lui dice non volersene impazar (non volersene occupare)”. Passeranno altri 16 anni prima di raggiungere un accordo su un’opera attesa e desiderata dalla città; tuttavia non sarà la Fabbriceria a commissionare l’incarico, bensì il Comune. Il 21 maggio 1546, alla presenza del notaio Antonio, figlio di Simone Scolari di Manerba, del reverendo presbitero Ludovico Rinaldo da Salò, del console del comune Giovanni Antonio Tacone da Salò “… si conviene che il maestro Giovanni Giacomo Antegnati da Brescia costruisca un nuovo organo nella chiesa della pieve di Salò … con l’obbligo che il suono (il tono) dell’organo sia adeguato e degno dell’importanza e della grandezza della chiesa e del coro, che sia bello, pregevole come quello fatto dal maestro Giovanni Giacomo nel duomo di Brescia … tutto al prezzo di trecentosei scudi d’oro oltre alla cessione del vecchio strumento”. L’opera, che doveva essere completata entro la festa di Pentecoste dell’anno 1547, fu ultimata invece l’anno successivo.
Per tale ragione, e contestando altri difetti, il Comune si rifiutò di pagare l’Antegnati il quale manifestò sdegno ed irritazione con una lettera del 21 ottobre 1548. L’Antegnati sarà completamente pagato soltanto dieci anni più tardi. Nel 1581 l’organo venne spostato sulla parete sinistra del coro, ove è ancora oggi. In seguito vennero apportate numerose modifiche da parte di organari come Tonio Megliarini da Brescia nel 1626, Graziadio Antegnati nel 1642, Giovanni Andrea Fedrigotti nel 1653, Giovanni Maria Cargnoni nel 1727. Col passare degli anni le condizioni dell’organo peggiorarono ed il 12 ottobre 1861 Pietro Bossi, maestro ed organista della parrocchiale, si sentì in dovere di far presente a “codesta lodevole fabbriceria come egli, avendo visitato l’organo della medesima, lo ha trovato più che mai difettoso e danneggiato”. Il predetto Pietro Bossi era il padre di Marco Enrico, maestro dell’arte organara nonché compositore ed impareggiabile esecutore. Lo stesso anno venne stipulato un nuovo contratto con i fratelli Serassi di Bergamo, altra prestigiosa famiglia di organari che tenne il primato in Italia per 150 anni. La convenzione prevedeva la costruzione di uno strumento a 1382 canne e la conservazione delle 24 di facciata e delle 5 del tremolo, antegnatiane. Tuttavia, durante i lavori, venne presa la decisione di sostituire anche le canne di facciata essendo gravemente deteriorate ed inadatte al restauro.
L’organo conserva ancora oggi il prospetto ligneo dell’Antegnati, la cantoria realizzata da Bartolomeo Otello nel 1548, le ante opera di Palma il Giovane e di Antonio Vassillacchi, del 1603. Nel 1957, a riconoscimento del suo pregio storico artistico, lo strumento venne sottoposto al vincolo di tutela da parte della Soprintendenza ai Beni artistici.

In clima gotico ci riporta anche lo stupendo crocifisso ligneo, opera firmata con la sigla JH (Johannes Teutoni- chus), erroneamente identificato col pittore Giovanni da Ulma, che fu invece autore di discreti affreschi a Salò nel 1475 e a Muscoline nel 1497.

L’erronea identificazione è del Mucchi stesso che aveva malamente interpretato la delibera di allocazione conservata nell’archivio del Comune di Salò. L’assegnazione definitiva arrivò in occasione del restauro del Crocifisso, iniziato nel 1979, a seguito di uno studio puntuale di Allia Englen.

Il grande crocifisso, commissionato dal Comune in data 6 luglio 1449, venne collocato sopra l’arco trionfale, come ci ricorda Bongianni Gratarolo in una nota riportante le lodi che ne fece Andrea Mantegna, che lo mise “in credito di uno de’ più be’ crocifissi d’Italia”. All’epoca del restauro, il Comune curò una pubblicazione riportante anche un interessante testo di Giovanni Testori.


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sabato 21 marzo 2015

L' ABBAZIA DI PIONA

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L'abbazia sorge sull'estremità della penisola detta Olgiasca che, protendendosi nel Lago di Como, forma una caratteristica insenatura.

Le prime notizie storiche risalgono al VII secolo, a un cippo coevo, ora sistemato sotto i portici dell'abbazia, che testimonia la costruzione di un oratorio voluto da Agrippino, tredicesimo vescovo di Como:

« AGRIPPINUs
FAMULUS Xpi
COM CIVITATis
EPS HUNC HORAto
RIUM SCTAE Ius
TINAE MARTYRis
ANNO X ORDINa
TIONIS SUAE A Fon
DAMENTIS FABri
CAVIT ET SEPOLtu
RA SIBI ORDENA
BIT ET IN OMNI
EXPLEBIT ADQue
DEDICABIT »
(ex Marcora C. – Il priorato di Piona)

Gli storici si sono esercitati sulle reali intenzioni di Agrippino e sulla destinazione di quello che potrebbe essere stato un asceterio, ma tutte le ipotesi rimangono senza risposta affondando le loro radici nella nebbia dell'alto medioevo, in un periodo, peraltro, scosso dai dibattiti tricapitolini.

Forse Agrippino voleva solamente erigere una chiesa in onore di Santa Giustina o creare un plesso monastico magari femminile o forse un posto dove ritirarsi in preghiera e meditazione in attesa dell'ultimo passaggio: noi non abbiamo la risposta, né aiuta il lemma Oratorium inciso nel cippo, dati i suoi molteplici significati.

Nell'attuale Piona esistono, dunque, due edifici: l'odierna chiesa di San Nicola, costituente il vero e proprio nucleo edilizio del Priorato di Piona, e in posizione retrostante resti di un primitivo edificio ossia un rudere di una porzione di abside che può ragionevolmente essere attribuita all'oratorium voluto da Agrippino.

Sono resti che, per le loro dimensioni, fanno pensare a un edificio piccolo e raccolto, degradato col tempo e quindi distrutto, che così ha fatto posto al successivo edificio dedicato a San Nicola.

Della costruzione di quest'ultimo non si ha una datazione certa né una documentazione storica che ne testimoni attori ed intenzioni.
Agli inizi del XX secolo è stata casualmente scoperta un'iscrizione all'interno della chiesa che affermava che la stessa era stata consacrata nel 1138 alla Vergine, dal che si deduce che a quella data l'edificio, ora dedicato a San Nicola, esisteva già. Oscuro rimane il passaggio dedicatorio dalla Vergine a San Nicola; è un enigma che rimane tale, oggetto di studi e speculazioni per gli specialisti.

Altre date certe sono quelle del 1252 e 1257 nelle quali, è certificato da due lapidi, fu costruito, per iniziativa del priore Bonacorso da Canova di Gravedona, l'attuale chiostro forse in sostituzione di uno precedente degradato o più piccolo.

Si è pensato che il priorato potesse essere il risultato della traslazione di un più vetusto monastero, quello di San Pietro di Vallate, ma studi recenti hanno respinto tale ipotesi. Rimane più credibile la successione dall'asceterio di Santa Giustina, ormai diruto, con una nuova dedica conseguente alla diffusione del culto di San Nicola.

L'architettura del complesso abbaziale rientra nel cosiddetto romanico lombardo con influenze transalpine. In alcuni particolari ci sono degli spunti che fanno pensare al gotico francese di ispirazione cluniacense, cosa verosimile tenuto conto dei rapporti con la casa madre, Cluny.

La chiesa, a navata unica terminante in un'abside con copertura a botte affrescata, è lunga circa 20 metri e larga circa 8, il che ne fa una costruzione non grande e raccolta, comunque idonea ad una piccola comunità monastica.

L'edificio attuale è il risultato di un ampliamento, per allungamento, di una precedente chiesa la cui consacrazione, come si è visto, risale al 1138; l'esame delle caratteristiche architettoniche della nuova addizione ne suggerisce per la costruzione il XII secolo.

La geometria della navata è rettangolare lievemente irregolare con la parte aggiunta non perfettamente in linea con l'asse dei primitivi muri perimetrali. La chiesa ha oggi un campanile quadrato che è stato ricostruito alla fine del XVIII secolo in seguito al crollo del campanile precedente che era di forma ottagonale, su base quadrata, come quello che si trova a Gravedona; anche la collocazione del campanile era diversa, si trovava sul lato opposto della chiesa e il crollo avvenne a causa della forte pendenza del terreno, così come si può notare nel Cenacolo della Chiesa di Santa Maria delle Grazie di Milano dipinto da Leonardo da Vinci.

Il campanile del Cenacolo, con alle spalle un paesaggio tipicamente lariano presenta infatti una forte pendenza, è ottagonale e non è addossato alla facciata come a Gravedona ma sulla parete laterale esterna della chiesa.

Questa presenza nel Cenacolo è dovuta al legame esistente fra Leonardo e alcuni componenti della famiglia Birago che deteneva la commenda del Priorato di Piona.

L'abside presenta delle finestrelle a doppio sguincio ed è affrescata nella volta con una mandorla, quasi illeggibile, racchiudente un Cristo in maestà con simboli evangelici.
Nella parete sottostante sono affrescati gli Apostoli in postura ieratica bizantineggiante. Vi è incertezza sugli autori degli affreschi e sulla loro datazione che potrebbe essere del XII-XIII secolo .
All'esterno presenta un'ornatura con leggeri ed eleganti archetti. Poco dietro rimane il rudere dell'abside di un precedente edificio ecclesiale, la probabile chiesa di Santa Giustina del vescovo Agrippino.

Addossato alla parete sud della chiesa si trova un bel chiostro costruito successivamente, probabilmente in sostituzione di uno precedente di cui non si ha notizia, notevole per la bellezza degli archi e dei capitelli finemente scolpiti con figure ed allegorie care a Cluny.

Il chiostro ha una forma quadrangolare irregolare che gli fa assumere un aspetto leggermente romboidale. È racchiuso da archi a sesto pieno poggianti su colonnine e capitelli estremamente eleganti e interessanti per i loro particolari architettonici, diversi uno dall'altro. Il complesso assume l'aspetto particolarmente armonioso e quieto dell'architettura romanica anche se nei capitelli si sente l'influenza del gotico francese o secondo alcuni del gotico cluniacense puro.

La parete nord del portico è ornata da un affresco particolare, una sorta di calendario simbolico con scene che fanno riferimento a singoli mesi o stagioni dell'anno e rappresentanti i lavori agricoli tipici del periodo. Questo disegno è una striscia, quasi un fumetto che percorre la parete, di non eccelsa fattura artistica ma gentile e ingenuo, molto interessante per la testimonianza che dà della vita quotidiana e dei lavori che venivano eseguiti.

Residui di affreschi più o meno leggibili si trovano anche nelle altre pareti del chiostro.

Il priorato di Piona era inserito in quella grande rete monastica che da Cluny si era irradiata in tutta la cristianità sulla spinta di una nuova evangelizzazione e del bisogno di una riforma della Chiesa ormai sentita come corrotta e temporale. Da questo movimento derivò alla Chiesa nuova linfa religiosa, vitale per la sua missione, ma anche una maggiore crescita politica in un momento che presto sarà teatro della contesa fra istituzioni universali, Papato ed Impero.

Cluny e il suo movimento ebbero un enorme successo religioso e un grandioso sviluppo economico e politico all'ombra di potenti patroni politico-militari, successo strettamente correlato al loro favore. Ma con l'affievolirsi di questo e con la comparsa di altri concorrenti religiosi, i cistercensi che meglio interpretavano le mutate esigenze spirituali, iniziò il declino di Cluny e quello della sua rete tanto miracolosamente costruita e tanto capillarmente diffusa.

La comparsa, infine, del suo più grande nemico dichiarato, Bernardo di Chiaravalle, accelererà la sua fine.

« …Mi meraviglia, da dove ha potuto svilupparsi fra i monaci tanta intemperanza nel mangiare e nel bere, nei vestiti e negli arredi dei letti, nelle cavalcature e nella costruzione degli edifici, al punto che lì dove più studiosamente, più voluttuosamente, più sfrenatamente queste cose accadono, lì si dica che l'osservanza si tiene meglio, lì si reputi maggiore la vita religiosa. Ed ecco che la parsimonia si tiene per avarizia, la sobrietà si crede austerità, il silenzio è riputato tristezza…… »
(Bernardo di Chiaravalle, ex Cantarella G. M. - I monaci di Cluny)
Lo sfarzo delle cerimonie, la grandiosità degli edifici maggiori, il mutato interesse dei potenti perderanno Cluny e con essa molti dei priorati affiliati.

« …Ti è concesso, se servi bene, che tu viva dell'altare ... ma non perché tu tragga lussi dell'altare e di lì ti compri freni d'oro, selle dipinte, speroni d'argento, pellicce varie e grigie con ornamenti di porpora al collo e alle mani. Infine, ciò che oltre al vitto necessario e al semplice vestito tu ritieni dall'altare, non è tuo diritto: è rapina, è sacrilegio... »
(Bernardo di Chiaravalle, ex Cantarella G. M. - I monaci di Cluny.

Anche Piona seguirà la sorte di Cluny e di altri priorati: lentamente ed inesorabilmente decadrà, diminuiranno i monaci sempre di più e il suo priorato si ridurrà a prebenda. Prebenda da scambiarsi tra i potenti del momento, come occasione di gratificazione per i propri sodali fedeli, per i benefici economici che se ne potevano estorcere senza, peraltro obbligo di quegli interventi di ordine materiale e morale che avrebbero potuto salvare Piona.

È l'istituto della commenda, del patronato che si riduce a sfruttamento delle risorse commendate quasi sempre senza interventi restitutori.

Attraverso una temperie di avvenimenti storici quel monastero che nel medioevo era stato una delle punte di diamante dell'evangelizzazione cluniacense, in questa parte del lago di Como, cadrà in proprietà privata.
Solo la munificenza della famiglia Rocca, ultima proprietaria del complesso, fece rinascere il monastero con la sua donazione alla congregazione cistercense di Casamari, in memoria di un membro della famiglia, Cesare Rocca, e della moglie, Lidia, uccisi nell'Eccidio del cantiere Gondrand durante la Guerra d'Etiopia. I monaci cisternensi presero possesso del priorato il 13 febbraio 1938.

All’interno vi è presente un quadro degli inizio del 1900 di Girolamo Pergola, è molto curioso perchè vi sono in rilievo alcuni oggetti, come l’elsa della spada o il mantello. Rappresenta una Madonna che offre il proprio bambino al mondo accompagnando il gesto alla scritta “Amate i vostri nemici”. Dato che fu dipinto in periodo di guerra è stato inteso come un chiaro messaggio di pace… fu donato a Piona dal pittore in segno di riconoscenza per l’ospitalità dei monaci (e forse dei loro liquori!!!).







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