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giovedì 9 aprile 2015

LE CITTA' DEL GARDA : GARDONE RIVIERA

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Gardone Riviera  è un comune italiano  della provincia di Brescia, in Lombardia. Ha una superficie territoriale con un'altimetria che varia dai 65 m s.l.m. ai 1.100 m s.l.m.

È una delle principali località turistiche del Lago di Garda, caratterizzata dalla sua tipicità " mitteleuropea".

Il ritrovamento nella frazione di Fasano (il nucleo più antico) di alcune lapidi, conferma che Gardone Riviera era già abitata in epoca romana. Successivamente il territorio fu occupato dai Longobardi, il nome stesso sembra derivare dal termine tedesco warda, ovvero fortezza o presidio militare.

Dagli inizi del Duecento il comune appartenne al vescovo di Brescia con gli Ugoni come feudatari.

Nel 1334 si confedera con altri trentaquattro comuni del lago e parte della Valle Sabbia nella comunità della Riviera di Salò. Per fronteggiare le incursioni dei Visconti, signori di Milano, la Comunità chiede l'intervento di Venezia e nel XVI secolo ne diventa parte integrante e le venne riconosciuto il titolo di Magnifica Patria.

Dal 1815 fece parte del Regno lombardo-veneto. Con la fine della Seconda guerra d'indipendenza italiana entrò a far parte del Regno d'Italia (1861-1946).

L'agricoltura, con la coltivazione di olivi e limoni, e la pesca rappresentarono per molti anni la principale risorsa economica.

Alla fine dell'Ottocento con l'ingegner Luigi Wimmer, che era venuto in Italia per curarsi i polmoni, ebbe inizio grazie al clima mite ed alla bellezza del lago l'attività turistica, che rappresenta una delle principali fonti di reddito. Nel dopoguerra Winston Churchill soggiornò a Gardone Riviera.

Dal 1943 al 1945, durante la Repubblica Sociale Italiana (RSI) più nota come Repubblica di Salò, numerosi edifici ospitarono sedi di Ministeri e Ambasciate.

Città in cui Gabriele D'Annunzio trascorse un lungo periodo della sua vita fino alla sua morte nel 1 marzo 1938.

Il Vittoriale degli Italiani è un complesso di edifici, vie, teatri e corsi d'acqua edificato dal 1921 al 1938. Fu costruita dal poeta Gabriele D'Annunzio e dall'architetto Giancarlo Maroni.

Otto sono le frazioni che compongono il Comune di Gardone Riviera: Fasano (al confine con Toscolano Maderno) e Gardone Sotto stanno direttamente sul lago di Garda, Gardone Sopra, Montecucco, Supiane, Morgnaga e Tresnico sorgono lungo i fianchi della collina. San Michele è più in alto di tutte, allo sbocco della Val di Sur. Il territorio, che lungo il litorale è compreso tra le foci dei torrenti Bornìco (ad est) e Barbarano (ad ovest), è denominato dai monti Lavino (m.907) e Fornaretto (m.1240) e Spino (m.1488); l'entroterra verso la Valsabbia, selvaggio e coperto di boschi, presenta numerosi sentieri e mulattiere.
Notevole è la varietà della vegetazione esotica: cedri, magnolie, canfore, palme, etc. fanno di Gardone Riviera una "città - giardino", conosciuta a livello internazionale. Ville e alberghi, immersi nei vasti parchi lungo il litorale, conservano le caratteristiche originarie dello stile liberty di fine Ottocento.

La Villa Alba di Gardone Riviera fu progettata nei primi anni del Novecento dall'architetto tedesco Schaefer ad imitazione dei monumenti dell'acropoli di Atene e fu la villa della famiglia Langensiepen. In stile neoclassico, presenta una maestosa facciata con colonnati, una loggia sostenuta da cariatidi, il frontone decorato con bassorilievi ed una monumentale gradinata.
Negli anni '60 la villa ed il parco furono acquistati dal Comune che vi ricavo' successivamente il primo Centro Congressi del Lago di Garda.
Villa Fiordaliso ubicata proprio in riva al lago di Garda, circondata da un bel parco con piante secolari, fu propietà di Otto Vèzin, di origine tedesca ma di nazionalità americana. Espropriata nel 1915-18 fu acquistata nel 1928 da Emilio e Paola Botturi-Polenghi, che la fecero ristrutturare ed affrescare nello stile del Cinquecento toscano. Fu testimone dell'amore tra Mussolini, ormai alla fine della sua avventura politica, e Claretta Petacci, che quì soggiornò dall'autunno 1943, ospite della "stanza rossa" al secondo piano.
Nel 1901 giunse a Gardone Riviera il prof. Arturo Hruska, medico dentista e naturalista di grande fama, che apprezzò la particolarità del clima gardonese. Intorno alla sua residenza, tra il 1910 e il 1971 realizzò un giardino botanico, esteso per poco più di un ettaro e mezzo, in cui raggruppò più di 500 specie di flora provenienti da tutti i continenti e delle più diverse zone climatiche: magnolie, primule del Tibet, canne di ogni misura, iris e verdeggianti felci, tra cui spicca l'Osmunda regalis. Vasta è la gamma di piante succulente e subtropicali, molte le piante acquatiche in piccoli stagni, tra giochi d'acqua tipici dell'architettura paesaggistica giapponese; fitta è la foresta di bambù. Rocce, crepacci e gole incastonano i fiori dell'area alpina.
Il Giardino, che dal 1988 è di proprietà della Fondazione "Andrè Heller", famoso artista multimediale austriaco.
La Chiesa di S. Nicolò eretta su un edificio preesistente che risaliva al 1391, la chiesa è opera dell'architetto lonatese Paolo Soratini. Ultimata nel 1740 conserva due tele (la Pietà e Pentecoste) di Zenon Veronese (1484-1553) un dipinto di Plama il Giovane (1570-1596) con la Madonna Gesù, S.Michele S.Nicolò e S.Antonio Abate, una tela di Andrea Celesti (1637-1712) con S.Nicolò, S.Antonio Abate e i SS. Faustino e Giovita, affreschi di Francesco Monti (1683-1768) tra cui "l'Assunzione di Maria" (1750 ca) i quattordici quadri della Via Crucis di Augusto Lozzia.
Oggetto di particolare devozione è l'immagine della Madonna di Fraole (al primo altare a sinistra) in onore al quale si celebra una grande festa con processione all'inizio di ottobre.
L'abside rivolta al lago di Garda, è circondata da una caratteristica balconata che permette un ampio giro d'orizzonte sul medio lago da Punta S.Vigilio a Peschiera del Garda, Sirmione, la Rocca di Manerba e l'Isola del Garda.


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giovedì 2 aprile 2015

IL PATRONO DI SALO' : SAN CARLO BORROMEO

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Nato nel 1538 nella Rocca dei Borromeo, sul Lago Maggiore, era il secondo figlio del Conte Giberto e quindi, secondo l'uso delle famiglie nobiliari, fu tonsurato a 12 anni. Studente brillante a Pavia, venne poi chiamato a Roma, dove venne creato cardinale a 22 anni. Fondò a Roma un'Accademia secondo l'uso del tempo, detta delle «Notti Vaticane». Inviato al Concilio di Trento, nel 1563 fu consacrato vescovo e inviato sulla Cattedra di sant'Ambrogio di Milano, una diocesi vastissima che si estendeva su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Un territorio che il giovane vescovo visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi. Utilizzò le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. Impose ordine all'interno delle strutture ecclesiastiche, difendendole dalle ingerenze dei potenti locali. Un'opera per la quale fu obiettivo di un fallito attentato. Durante la peste del 1576 assistette personalmente i malati. Appoggiò la nascita di istituti e fondazioni e si dedicò con tutte le forze al ministero episcopale guidato dal suo motto: «Humilitas». Morì a 46 anni, consumato dalla malattia il 3 novembre 1584.

In un secolo in cui l'altezza media degli uomini non superava il metro e sessanta, Carlo Borromeo era alto più di un metro e ottanta. Così lo descrive Federico Rossi di Marignano non solo era molto alto, ma era anche di corporatura robusta. I digiuni di Carlo Borromeo negli ultimi anni di vita non consistevano nell'astinenza assoluta dal cibo, ma invece, secondo l'uso ecclesiastico antico, nel consumare un solo pasto al giorno, dopo il vespro, dando seguito alla raccomandazione di Ambrogio e di Agostino di destinare ai bisognosi il denaro risparmiato con il digiuno. Astenendosi da cibi costosi, elaborati e vari, cibandosi di un alimento comune e povero come il pane, Carlo l'assumeva tuttavia «in assai quantità», necessaria al sostentamento quotidiano di un corpo robusto come il suo.

Occorre anche ricordare che durante la vita adulta Carlo Borromeo portò sempre la barba, anche se la vasta iconografia seicentesca lo raffigura rasato. Egli cominciò infatti a radersi solo nel 1576, al tempo della peste, e mantenne il volto rasato in segno di penitenza durante gli ultimi otto anni di vita.

Inizialmente fu un celebre zio che aprì al giovane Carlo la strada della fama universale. Nipote per parte di madre, Margherita sorella di papa Pio IV, al secolo Gian Angelo Medici, Borromeo fu da lui nominato cardinale e segretario privato quando aveva poco più di vent'anni. In tale veste, dando esecuzione alle direttive dello zio, il giovane Carlo ebbe la singolare occasione di contribuire a riaprire, concludere e attuare il concilio di Trento. La fama di Carlo Borromeo cominciò dunque grazie all'istituto del nepotismo.

Attuando nella diocesi ambrosiana la riforma tridentina, vivendo costantemente in ascetica povertà, Carlo Borromeo dedicò la sua azione pastorale alla cura delle anime e alla riforma dei costumi, promuovendo oltre al culto «interiore» anche il culto «esteriore» - riti liturgici, preghiere collettive, processioni - ravvivando in tal modo la fede, l'identità e la coesione sociale soprattutto dei ceti più popolari.

Quando tuttavia dopo la morte dello zio papa Pio IV, nel 1566 Carlo Borromeo, a ventotto anni, si trasferì da Roma a Milano per attuare in patria la riforma tridentina, si trovò a dover riformare una diocesi nella quale la disciplina ecclesiastica era «del tutto persa», perché da quasi un secolo gli arcivescovi titolari, risiedendo altrove, l'avevano abbandonata a se stessa limitandosi a goderne le rendite. Nel riformare una tal diocesi «del tutto persa», Carlo si trovò a dover affrontare «contrasti tanto grandi et da persone tanto potenti che havriano impaurito ogni grand'animo».

Nell'attuare i decreti tridentini il Borromeo si espose infatti alla reazione di coloro che vedevano lesi i propri privilegi: fu contrastato dai governatori spagnoli e dal Senato milanese, minacciato con i bastoni dai frati minori osservanti, aggredito con le spade dai canonici di Santa Maria della Scala, minacciato dalle monache di Sant'Agostino, vilipeso da quelle di Lecco e colpito con una archibuggiata alla schiena da un sicario dell'ordine degli umiliati.

Figlio di Gilberto II Borromeo e Margherita Medici di Marignano, sorella di papa Pio IV, crebbe nella nobile e possidente famiglia Borromeo. All'età di circa dodici anni, suo zio Giulio Cesare Borromeo, gli affidò l'abbazia di San Leonardo di Siponto nella provincia di Manfredonia, con l'ufficio e la dignità di abate commendatario, il reddito della quale fu da lui devoluto interamente per la carità verso i poveri.

Studiò diritto canonico e civile a Pavia, dove si laureò in utroque iure nel 1559 e dove successivamente creò nel 1564 una struttura residenziale per studenti universitari di scarse condizioni economiche ma con elevati livelli di preparazione e attitudine allo studio; istituto che da lui prese il nome di Almo Collegio Borromeo, oggi il più antico e prestigioso collegio storico di Pavia e tra i più antichi d'Italia.

Nel 1558 morì suo padre. Pur avendo un fratello maggiore, il conte Federico Borromeo, a Carlo fu richiesto dai parenti di prendere il controllo degli impegnativi affari di famiglia.

Il 25 dicembre 1559 lo zio materno, Giovan Angelo Medici di Marignano, venne eletto papa con il nome di Pio IV e chiamò a Roma i suoi nipoti Federico e Carlo Borromeo, nominandoli segretario privato e arcivescovo di Milano. Nel 1562 Federico morì improvvisamente; fu consigliato a Carlo di lasciare l'ufficio ecclesiastico e di sposarsi ed avere dei figli, per non estinguere la dinastia familiare. Nel 1563 Carlo si fece invece ordinare sacerdote e vescovo. Partecipò alle ultime fasi del Concilio di Trento, diventando uno dei maggiori promotori della Controriforma; collaborò in larga parte alla stesura del Catechismo Tridentino (Catechismus Romanus).

Dopo la morte dello zio papa, nel 1566, lasciata la corte pontificia, prese possesso dell'arcidiocesi di Milano, nella quale da circa ottant'anni mancava un arcivescovo residente e nella quale si era radicata una situazione di pesante degrado. A Milano Carlo Borromeo ristabilì disciplina nel clero, negli ordini religiosi maschili e femminili, dedicandosi al rafforzamento della moralità dei sacerdoti e alla loro preparazione religiosa fondando, secondo le direttive del Concilio tridentino, i primi seminari: il seminario maggiore di Milano, il seminario elvetico e altri seminari minori. Per la sua opera riformatrice si servì anche dell'opera degli ordini religiosi (gesuiti, teatini, barnabiti), fondando la congregazione degli Oblati di Sant'Ambrogio (1578).

Negli anni del suo episcopato, dal 1566 al 1584, si dedicò alla diocesi milanese costruendo e rinnovando chiese (i santuari di dell'Addolorata a Rho e del Sacro Monte di Varese, San Fedele a Milano e la chiesa della Purificazione di Maria Vergine in Traffiume); si impegnò nelle visite pastorali; curò la stesura di norme importanti per il rinnovamento dei costumi ecclesiastici. Fu nominato legato della Legazione di Romagna e visitatore apostolico di alcune diocesi suffraganee di Milano, in particolare Bergamo e Brescia, dove compì minuziose visite a tutte le parrocchie del territorio. La sua azione pastorale si allargò anche all'istruzione del laicato con la fondazione di scuole e collegi (quello di Brera, affidato ai gesuiti, o il Borromeo di Pavia).

Si impegnò in opere assistenziali in occasione di una durissima carestia nel 1569-70 e, soprattutto nel periodo della terribile peste del 1576-1577, detta anche "peste di San Carlo". Assai noto è l'episodio della processione organizzata dal santo per chiedere l'intercessione affinché il morbo si placasse, fatta a piedi nudi, con in mano la reliquia del santo chiodo inserita in una croce lignea appositamente costruita. Incredibilmente, il morbo si placò e ciò fu interpretato da molti come una manifestazione della santità dell'arcivescovo.

Attuando nella diocesi di Milano la riforma tridentina si scontrò contro le resistenze dei governatori spagnoli, del senato e dei nobili.

Per ordine del papa Pio V procedette alla riforma del potente ordine religioso degli Umiliati le cui idee si erano distanziate dalla Chiesa cattolica approssimandosi verso posizioni protestanti e calviniste. Quattro membri di quest'ordine attentarono alla sua vita. Uno di loro, Gerolamo Donati, detto il Farina (originario di Astano), gli sparò un colpo di archibugio nella schiena mentre Carlo Borromeo era inginocchiato a pregare nella cappella dell'arcivescovado. Il colpo lo ferì solo leggermente e in ciò si vide un evento miracoloso. Nella causa di canonizzazione del Borromeo si cita: "e circa mezz'ora di notte (verso le 22) va il manigoldo nell'Arcivescovado, e ritrovando il Cardinale inginocchiato nell'oratorio con la sua famiglia in oratione, secondo il suo solito, gli sparò nella schiena un archibuggio carico di palla e di quadretti, i quali perdendo la forza nel toccar le vesti non fecero a lui offesa veruna, eccetto che la palla, che colpì nel mezzo della schiena: vi lasciò un segno con alquanto tumore (gonfiore)".

Carlo non avrebbe voluto che i suoi attentatori fossero perseguiti, ma le autorità civili e un inquisitore inviato a Milano da papa Pio V procedettero secondo le leggi civili ed ecclesiastiche. Quattro responsabili dell'attentato alla sua vita furono arrestati e giustiziati secondo le leggi in vigore. L'ordine degli Umiliati fu soppresso e i beni furono devoluti ad altri ordini; in particolare, i possedimenti a Brera furono assegnati ai Gesuiti e furono finanziate opere religiose come le costruzioni del collegio Elvetico e della chiesa di San Fedele.

Nonostante le Diete di Ilanz del 1524 e del 1526 avessero proclamato la libertà di culto nella Repubblica delle Tre Leghe in Svizzera, egli combatté il protestantesimo nelle valli svizzere, imponendo rigidamente i dettami del Concilio di Trento. Nella sua visita pastorale in Val Mesolcina in Svizzera fece arrestare per stregoneria oltre 150 persone. Dopo le torture quasi tutti abbandonarono le fede protestante, salvandosi così la vita; 12 donne ed il prevosto furono invece condannati al rogo nel quale furono gettati a testa in giù.

Scampato alla peste, fu comunque indebolito in salute negli ultimi suoi anni. Il 2 novembre 1584, l'arcivescovo san Carlo Borromeo, febbricitante e di ritorno da una visita pastorale sul Lago Maggiore, tornò a Milano scendendo il Naviglio Grande, a bordo del Barchett di Boffalora. Sostò quindi a Corsico, per riprendersi dalla febbre alta, in località Guardia di Sotto e qui venne eretta un'edicola in ricordo; oggi l'edicola e l'adiacente chiesetta sono in completo abbandono e degrado. Proseguì quindi il viaggio verso Milano, su di una lettiga. Nonostante il trasporto in barella, la febbre, sempre più alta, lo spense per sempre, all'età di soli 46 anni, la sera del 3 novembre 1584 a Milano; essendo spirato dopo il tramonto, secondo l'uso del tempo venne considerato il giorno 4 come sua ricorrenza.

Fu proclamato beato nel 1602 e fu canonizzato il 1º novembre del 1610 da Paolo V (Camillo Borghese); la ricorrenza cade, secondo tradizione della Chiesa, il giorno della sua morte, il 4 novembre.

Nel terzo centenario della canonizzazione, il 26 maggio 1910 papa Pio X scrisse l'enciclica Editae Saepe in cui celebrò la memoria e l'opera apostolica e dottrinale di Carlo Borromeo. È considerato patrono dei seminaristi, dei direttori spirituali e dei capi spirituali, protettore dei frutteti di mele; si invoca contro le ulcere, i disordini intestinali, le malattie dello stomaco; è patrono della Lombardia, del Canton Ticino, di Monterey in California, di Salò, di Portomaggiore (Ferrara), di Rocca di Papa (Roma), Nizza Monferrato (Piemonte) e compatrono di Francavilla Fontana in Puglia.

Nell'esercizio della sua attività pastorale Carlo incontrava molte donne, religiose o laiche, sue parenti, conoscenti o sconosciute, nobili o popolane, ricche o povere, nobili o sposate. Con tutte queste donne Carlo Borromeo trattava tuttavia con molta prudenza per due ordini di motivi: anzitutto per non dare occasione ai maldicenti di fare insinuazioni sul suo conto e poi perché intendeva mantenere il voto di castità, sfuggendo anzitutto le occasioni che avrebbero potuto indurlo in tentazione. Durante i vent'anni del suo ministero episcopale a Milano, Carlo fu sempre nel pieno delle sue forze fisiche e il suo corpo, forte e robusto, era istintivamente attratto, al di là di ogni sua volontà, dalle grazie femminili. Quando era necessario parlare con qualche donna, il Borromeo faceva però sempre in modo che fossero presenti testimoni, solitamente ecclesiastici, e che il colloquio avvenisse, come ricordò il suo segretario Gerolamo Castano «in loco più publico che poteva et non si tratteneva se non quel manco tempo che poteva, trattando se non di quelle cose che erano necessarie».

Nel processo di canonizzazione i contemporanei dettero l'appellativo di "Castissimo" a Carlo Borromeo per la sua tenacia nella virtù della castità e della verginità consacrata. In gioventù aveva gettato a terra un suo vecchio servitore reo di avergli fatto accomodare una donna nel suo letto pensando di fargli cosa gradita, e non immaginando la sensibilità religiosa del giovane signore.

San Carlo rimase terribilmente sconvolto anche imbattendosi nell'immagine di Leobissa, la moglie del Barbarossa, dai Milanesi per scherno effigiata nuda nella pietra e in atto di radersi come usavano le prostitute. Essa aveva da secoli partecipato, con la sua familiare immobile presenza, a tutto lo scorrere della vita cittadina. Nel vederla incombente a gambe larghe dall'arco di Porta Tosa, il santo si sentì beffato e annichilito. «il Castissimo, in tutta la sua vita non volendo parlar mai con donna alcuna, anche se gli fosse stretta parente» (Padre Grattarola).



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I TERREMOTI 1901 E 2004 A SALO'

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Il 30 ottobre 1901 alle ore 14.59  una fortissima scossa di terremoto colpì diverse località nell’area ad occidente del lago di Garda ricadenti nella provincia di Brescia.
Il catalogo parametrico dei terremoti italiani (CPTI) riporta per questo terremoto i seguenti parametri: 1901 ottobre 31, ore 14.59.58 ; Io=8.0, Lat 45.580 e Lon 10.500.
Gli effetti più gravi riguardarono Salò (BS) dove l’intensità raggiunse l’VIII grado MCS. Si ebbero lesioni diffuse alle costruzioni, alcuni crolli e furono inoltre osservate spaccature nel terreno.
Il terremoto fu avvertito su una vasta area comprendente le regioni Lombardia, Trentino Piemonte, Emilia-Romagna, Liguria, Veneto e parte della Toscana.
Il governo inviò una commissione di tecnici per definire l’entità dei danni e le modalità dei lavori di ripristino.

A Salò era operante un osservatorio fondato nel 1877 come osservatorio meteorologico ed aggregato nel 1881 alla rete degli osservatori governativi; nel 1889 divenne anche sede di stazione sismica. Il terremoto del 30 ottobre 1901 fu segnalato dagli apparecchi sismici in dotazione all’osservatorio anche se il sismometrografo Agamennone, uno dei più perfezionati sismografi dell’epoca, nel giorno del terremoto non era in funzione, secondo quanto annotava Pio Bettoni, fondatore e primo direttore dell’osservatorio (1877-1937).

L’unico diagramma del sisma, registrato nella stazione di Salò, di cui si conserva la documentazione, è quello relativo al sismografo “Agamennone” a lastra mobile.

Nell’edizione del 1 novembre 1901 così riportava L’Eco di Bergamo le «gravi notizie» arrivate dalla «ridente riviera del Garda».

«A Salò - riposta testualmente la notizia - le scosse di terremoto si ripeterono 4 volte colla durata di 45 minuti. La prima fu avvertita verso le 15.53 con maggior violenza nelle case poste lungo la spiaggia del lago, presso la piazza barche La popolazione in preda ad un vero terrore si riversò nelle strade con alte strida. Tosto nella piazza Barche venne avvertito un largo crepaccio ed anche il palazzo municipale dove ha sede pure l’ufficio postale e il telegrafo, apparve danneggiatissimo. Così le case prospicienti il lago della via San Carlo furono in gran parte lesionate».

Riportano ancora le cronache de L’Eco che a Bergamo il terremoto venne avvertito alle 15.52. «Avemmo una scossa di terremoto ondulatorio sussultorio, durata qualche secondo e facilmente notata da quanti stavano tranquilli in uffici o camere, i quali videro oscillare mobili ed oggetti appesi; mentre passò inavvertito a quanti erano per via o in luoghi soggetti a rumori. In via Osio, da una casa cadde anche un po’ d’intonaco, evidentemente già quasi staccato dal muro, e che in questo caso servì da ottimo sismografo. In Rocca la scossa fu sì forte che i campanelli suonarono; vari oggetti caddero a terra. Da Redona e da Valtesse ci si telefona che la scossa vi fu avvertita pure alle 15.52».

Una forte scossa di terremoto, dell'ottavo grado della Scala Mercalli (5,2 Richter) il cui epicentro è stato individuato nella sponda lombarda del Lago di Garda, nel bresciano, ha colpito alle 23,59 di mercoledì in una vasta zona del Nord Italia: in particolare in Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria, Veneto, Trentino Alto Adige. Il sisma è stato avvertito anche in Emilia Romagna e Toscana. In Lombardia la scossa, di tipo ondulatorio, è stata avvertita intensamente anche ai piani bassi delle abitazioni nelle province di Milano, Mantova, Como, Lecco, Sondrio e Varese. Molte le persone che nonostante l'ora tarda hanno lasciato le case e si sono riversate in strada. Intasati i centralini dei vigili del fuoco, ma nella gran parte dei casi si è trattato di una grande paura senza danni alle cose e alle persone.

Il terremoto, durato oltre dieci secondi, è stato rilevato dalle stazioni dell'Istituto nazionale di geofisca ed è stato classificato dagli esperti di magnitudo 5.2 della scala Richter, pari al settimo-ottavo grado della scala Mercalli. L'area dell'epicentro è stata individuata dagli stessi esperti nella zona del Lago di Garda. Una scossa di questa intensità può provocare in genere danni alle cose e in particolare lesioni agli edifici. Molte chiamate ai vigili del fuoco in tutte le province, ma le sole zone dalle quali arrivano segnalazioni di danni ed edifici pericolanti sono nel bresciano: la Valsabbia e i Comuni di Vobarno e Sabbio Chiese e tutta la zona del Lago di Garda. Secondo la protezione civile i comuni più colpiti sono stati: Gardone Riviera, Tuscolano Maderno, Salò e Treviso Bresciano.

I danni maggiori agli edifici, ma senza vittime, sarebbero a Salò, sul Lago di Garda, area dell'epicentro. Sono stati evacuati l'ospedale (per precauzione) e la stessa caserma dei vigili del fuoco di Salò, seriamente danneggiata. I tecnici e gli esperti della protezione civile sono riuniti anche a Brescia per una valutazione dei danni. Il parere prevalente sembra comunque quello che non vi siano state gravi conseguenze anche se la forza della scossa ha sicuramente lesionato almeno le case più vecchie. Ci sarebbero due case crollate, fortunatamente disabitate, a Gardone Riviera. Case danneggiate anche a Toscolano Maderno.

Secondo il centro geofisico Prealpino di Varese, potrebbero esserci nelle prossime ore altre scosse, ma di assestamento. la scossa di questa notte, viene precisato, è insolita per intensità, ma è stata registrata in un'area già a rischio sismico.

Il 24 novembre 2004 un forte terremoto (Ml 5.2), seguito da una modesta sequenza, colpì il versante occidentale del lago di Garda, producendo danni moderati, ma diffusi, nel principale centro dell’area (Salò) e danni più seri in alcuni piccoli centri della Val Sabbia (Clibbio, Pompegnino). Lo studio macrosismico del terremoto del 2004 ha rappresentato l’occasione per riesaminare la sismicità dell’area, il cui precedente più significativo è certamente il terremoto del 30 ottobre 1901, ben presente nella memoria storica locale. È stato quindi condotto uno studio approfondito su quest’ultimo evento, del quale è stato migliorato sensibilmente il quadro informativo, e allo stesso tempo sono state riesaminate e rivalutate le informazioni disponibili sui terremoti minori che hanno interessato l’area negli ultimi due secoli. La profonda revisione del terremoto del 1901 e l’insieme dei nuovi dati disponibili consentono una migliore definizione delle caratteristiche della sismicità locale e della relativa pericolosità sismica.

Nel settore prealpino, il verificarsi di terremoti da moderati a forti sembra essere collegato a faglie inverse localizzate al confine meridionale della catena alpina con la pianura padana.
Questo è particolarmente evidente nella zona del Lago di Garda, dove la sismicità recente (1983-2005), anche se sporadica, si concentra soprattutto nella parte più meridionale della catena, e risulta quasi assente nella pianura padana.
I cataloghi storici mostrano che la sismicità della regione del Lago di Garda è piuttosto infrequente, e mettono in luce pochi terremoti con M≥ 5 durante l’ultimo millennio.
Questi ultimi vengono tutti localizzati dai cataloghi a ridosso della città di Brescia, che costituisce un ovvio punto di attrazione delle notizie per ragioni di tipo storico. Altri eventi minori sono localizzati invece sulla sponda sud-occidentale del Lago di Garda, come quelli del 1826, 1879, 1892, 1898, 1901, 1970.
Il più forte evento conosciuto è il terremoto del 1222 (I = 8-9, Mw = 6.0, Basso bresciano), che pur essendo attestato da un notevole numero di fonti, risulta definito nei parametri epicentrali, e in particolare nella localizzazione, con ampi margini di incertezza: esso infatti viene situato alternativamente a SE del Lago di Garda sulla base dello studio macrosismico di Boschi o SW del lago. Entrambi i campi macrosismici sono stati sviluppati sulla stessa base di fonti documentarie, ma il secondo studio scarta alcune informazioni non coeve e assegna l’intensità massima ad un’area piuttosto estesa: il basso territorio di Brescia con intensità IX MCS e la parte alta del territorio bresciano con I = VII-VIII MCS. Questa soluzione non è formalmente compatibile con la definizione di intensità, che per sua natura deve essere riferita ad un punto ben preciso (località), di conseguenza la localizzazione epicentrale attribuita ad un’area estesa risulta essere arbitraria. Dall’esame delle fonti storiche si evince che l’area dei massimi effetti del terremoto del 1222 dovrebbe essere diversa da quelle degli eventi del 1901 e 2004.

Per i terremoti sopramenzionati, tutti con magnitudo prossima a 5, non risulta che sia stato osservato alcun effetto di fagliazione superficiale e, più in generale, nessuna faglia sismogenetica attiva è stata riconosciuta in modo univoco nell’area interessata. Ciononostante alcuni autori sostengono di aver identificato faglie attive nella regione del Garda da evidenze geologiche, mentre altri identificano la sorgente sismogenetica responsabile dell’evento del 1901 da dati geofisici.
L’individuazione delle sorgenti sismogenetiche dei terremoti di quest’area resta una delle questioni principali sulla pericolosità sismica nella regione delle Alpi Centrali: le dimensioni limitate delle sorgenti ed i fattori geologici e climatici rendono difficile l’interpretazione delle deformazioni recenti.  
Le poche superfici di rottura riconosciute nelle Alpi Centrali non trovano corrispondenza con terremoti storici conosciuti; pertanto, in mancanza di inequivocabili evidenze superficiali, la distribuzione delle intensità macrosismiche è spesso l’unico strumento per investigare le sorgenti sismogenetiche.

Nel catalogo parametrico di partenza i terremoti del 1901 sono rappresentati da due scosse principali datate 30 ottobre e da una sequenza di alcune repliche di modesta entità in giornata e nei giorni successivi. La scossa principale delle ore 14.49 è attestata da due studi, mentre l’evento delle ore 14.51 deriva direttamente da un catalogo parametrico.
L'evento principale alle ore 14.51: la differenza di orario rispetto al catalogo ENEL (che costituisce l’ossatura originaria del catalogo PFG) ha generato un erroneo raddoppio della scossa, che non trova riscontro negli studi successivi e deve pertanto essere cancellata. Un primo studio moderno su questo terremoto è quello realizzato da ENEL, basato su alcune fonti giornalistiche e soprattutto sulla lista di osservazioni riprodotte da cartoline macrosismiche inviate da vari corrispondenti all’Ufficio
Centrale di Meteorologia e Geodinamica.

Il background informativo su questo terremoto è quindi rappresentato da fonti sismologiche (bollettini e registri delle stazioni meteorologiche di Salò, Chiavari, Cremona, Parma, Brera e Moncalieri), studi sismologici coevi e compilazioni oltre che da fonti giornalistiche.
Le fonti giornalistiche (principalmente di area lombarda, veneta ed emiliana) costituiscono il riferimento bibliografico principale per le località danneggiate (44 osservazioni sulle 57 con intensità al sito Is ≥ V-VI MCS); l’analisi puntuale delle informazioni sulle località danneggiate evidenzia inoltre alcune incongruenze, quali ad esempio il fatto che tre località (Calvagese della Riviera, Sermerio e Bolladore) siano incluse in tabella senza alcun riferimento bibliografico a sostegno e che per due località (Soiano del Lago e Portese) sia attribuita una intensità macrosismica (VI-VII MCS) solo in quanto elencate in una lista di comuni colpiti, senza alcun elemento descrittivo.

La tradizione sismologica fornisce un patrimonio di informazioni davvero rilevante, frutto del grande sviluppo del servizio meteorologico e geodinamico italiano, basato su una rete di osservatori, stazioni e corrispondenti, che è nel momento di massima espansione.

I danni più gravi si verificarono a Campoverde, frazione di Salò denominata al tempo Caccavero, ove si ebbero numerosi danni ad un patrimonio edilizio di qualità modesta (“la scossa ha causato molti danni a quelle case che in maggior parte essendo vecchie si trovavano in condizioni di statica poco
felici”, La Provincia di Brescia, 1901.10.31). Alcune case subirono crolli parziali, risultando completamente inagibili, la chiesa subì un crollo parziale così come il campanile (“tutte le abitazioni sono in pessimo stato: quattro completamente inabitabili. La Chiesa parrocchiale pure è molto danneggiata.
Un terzo del volto reale verso la facciata è caduto, e l’altra parte minaccia di cadere. Le muraglie maestre segnano  crepature; per cui la Chiesa resta chiusa al pubblico fino a compiute riparazioni.
Parte della torre al di sopra della campana è caduto”, Il Cittadino di Brescia, 1901.11.02): nel crollo di un solaio rimase vittima un bambino e si ebbero diversi feriti.
Danni riferiti ad un contesto edilizio del tutto analogo (non molto diverso da quello riscontrato in occasione del terremoto del 2004) si ebbero a Pompegnino, frazione di Vobarno: una casa abitata da quattro famiglie rimase danneggiata in modo gravissimo, la chiesa risultò pericolante e fu chiusa e si ebbero alcuni feriti.
La situazione di questa frazione poverissima è bene riassunta da un documento dell’Archivio Storico Comunale di Vobarno: “la scossa avvenuta il giorno 30 ottobre 1901 ha grandemente danneggiato i fabbricati tutti del comune di Vobarno, specialmente quelli della frazione di Pompignino, alcuni dei quali furono o abbattuti dal terremoto stesso o resi assolutamente inabilitabili, diverse famiglie rimasero senza tetto”.
Danni generalmente moderati, ma molto diffusi sul patrimonio edilizio, si ebbero a Salò e in alcune località degli immediati dintorni (Gazzane, San Felice del Benaco e Villa), a Vobarno, all’imboccatura della Val Sabbia, in alcune località a Sud-Ovest (Calvagese della Riviera, Castello,Fontanelle, Polpenazze del Garda, Prevalle e Soprazocco), oltre che in un paio di località bresciane più a Ovest (Botticino e Bovezzo).
A Navezze l’unico danno segnalato da una fonte giornalistica è una lesione e il distacco di un fregio della Chiesa parrocchiale, mentre per Gargnano sono disponibili numerose corrispondenze giornalistiche contraddittorie, che includono la località fra quelle danneggiate in modo diffuso e quelle in cui il terremoto fu molto sensibile, ma senza produrre danni.

La stima degli effetti ridimensiona in modo sensibile anche i valori di intensità per Caprino Veronese e Nuvolento (da VII a VI) e soprattutto di Sermerio (da VII MCS a V), ove una accurata corrispondenza de Il Cittadino di Brescia (1901.11.02) specifica chiaramente che non vi si verificarono danni.

Il 24 novembre 2004 alle 23.59 ora locale, una scossa di magnitudo locale 5.2 colpì l’area della provincia di Brescia sul versante occidentale del Lago di Garda compresa fra i comuni di Vobarno, Salò, Gardone Riviera e Toscolano Maderno. La profondità dell’evento venne stimata fra gli 5 e i 10 km. Alla scossa principale seguì nelle ore e nei giorni successivi una sequenza costituita da una dozzina di repliche di energia modesta, generalmente non avvertite dalla popolazione. L’evento fu avvertito in un’area molto vasta, dalla Lombardia al Veneto, in Piemonte, Liguria, Trentino, Emilia-Romagna e Toscana, ma anche in Svizzera, Austria e Slovenia.

L’area colpita è caratterizzata da località di dimensioni molto variabili, in cui coesistono centri storici costituiti generalmente da edifici di 2-3 piani in muratura di qualità decisamente modesta e cattivo stato di manutenzione, con zone di espansione relativamente recenti, costituite da edifici in muratura generalmente di buona qualità, in qualche caso con telaio in cemento armato.
Nei centri storici di molte località la vulnerabilità sismica di diversi edifici apparve particolarmente elevata per una serie complessa di fattori: materiali da costruzione di pessima qualità (una elevata presenza di ciottoli di fiume fu osservata, ad esempio, a Pompegnino), forti irregolarità costruttive in edifici in muratura (irregolarità strutturali, aperture sovradimensionate in muri portanti, scarsi collegamenti orizzontali, ecc.) esito probabile di numerosi rimaneggiamenti nel tempo,
modestissime condizioni di manutenzione.
I danni più gravi rilevati riguardarono le località sul versante occidentale del Lago di Garda, tra Salò e la Val Sabbia, e in particolare due località minori della Val Sabbia, Clibbio e Pompegnino, per le quali l’intensità stimata è risultata incerta tra il VII e l’VIII grado.
A una prima analisi, la distribuzione degli effetti terremoto del 24 novembre 2004 ha mostrato notevoli analogie con quelle dei terremoti del 30 ottobre 1901 e del 5 gennaio 1892, determinate anche da analoghe caratteristiche di vulnerabilità sismica di parte del patrimonio edilizio colpito, come si evince dall’elenco che segue:
• a Clibbio (BS), piccola frazione di Sabbio Chiese, si sono verificati un paio di crolli parziali di edifici in precarie condizioni e diversi casi di gravi danni strutturali (lesioni passanti delle mura perimetrali, distacchi di solai). Questi ultimi si verificarono in presenza di un diffuso stato di
degrado degli edifici in muratura e di interventi recenti che hanno diminuito la resistenza degli edifici alla sollecitazione sismica (installazione di coperture in cemento armato, con conseguente appesantimento del carico, non accompagnata da adeguati interventi sulla struttura portante). Caddero numerosi camini e tegole; la chiesa, il suo campanile e la canonica, in precarie condizioni di manutenzione, furono seriamente lesionate, presentando anche un distacco della facciata;
a Pompegnino (BS), frazione del Comune di Vobarno situata a est-sud/est di Clibbio si ebbe un analogo livello di danneggiamento. Crolli parziali si ebbero in edifici fatiscenti o in parziale stato di abbandono; numerosi altri edifici subirono lesioni interne anche gravi. Ci furono crolli diffusi di camini e lesioni gravi alla chiesa, sia alla facciata che al campanile. Alcuni edifici recenti in cemento armato (l’area è classificata sismica dal 1986) presentarono lesioni leggere, salvo un caso, di lesioni abbastanza gravi a livello del solaio;
• a Salò (BS) il quadro dei danni apparve nel complesso moderato: un paio di crolli parziali interessarono edifici fatiscenti in abbandono situati nella zona del lungolago; si registrarono inoltre la caduta di camini, di tegole, il distacco di intonaci e lesioni diffuse di varia gravità. Il danno più appariscente fu il crollo della cupola della cella campanaria alla sommità del campanile della chiesa di San Bernardino;
• a Pavone (BS), frazione di Sabbio Chiese, furono rilevati il crollo di camini e lesioni gravi in diversi edifici del centro storico, tra cui la chiesa di San Giovanni Battista; lesioni meno gravi interessarono anche alcuni edifici relativamente recenti;
• Morgnaga (BS), frazione di Gardone Riviera costruita su un pendio, subì danni abbastanza significativi a numerosi edifici, con lesioni passanti e diffusa inagibilità, particolarmente negli edifici della parte bassa dell’insediamento: misure di amplificazione fatte ad hoc nell’area
sembrano escludere problemi dovuti ad effetti di sito;
• a Roè (Roè Volciano) si ebbero danni significativi a due palazzine e inoltre caduta di tegole e camini e lesioni a diversi edifici. Gravemente danneggiata la chiesa parrocchiale di San Pietro in Vinculis dove parti delle arcate caddero distruggendo l’organo;
• a Sabbio Chiese (BS) la scuola elementare fu dichiarata inagibile per la caduta di calcinacci e alcuni camini sono crollati. A Gazzane, frazione del comune di Preseglie, danni dello stesso tipo furono riscontrati soprattutto su edifici maltenuti. A Prandaglio, piccolo nucleo comprendente diverse frazioni di Villanuova sul Clisi, il quadro di danneggiamento risultò contenuto, con casi di fessurazioni talvolta passanti ma episodici come alla canonica e al teatro parrocchiale e alcuni edifici civili; subirono invece danni molto gravi la chiesa parrocchiale e quella della Madonna della Neve, situata all’esterno del paese;
• a Gardone Riviera (BS) vennero rilevati lievi danni come la caduta di alcuni camini e di porzioni di cornicioni, lesioni leggere abbastanza diffuse, ed occasionalmente qualche danno più grave come lo scoppio di tamponature interne e il taglio di un pilastro in un edificio sul lungolago. La pavimentazione stradale dello stesso lungolago di Gardone subì un’evidente fessurazione. Diffusi danni anche ne Il Vittoriale, frazione di Gardone Riviera, dove diversi edifici presentarono lesioni anche significative. Danneggiata la chiesa, dove si osservò la rotazione di pesanti elementi architettonici e la caduta di fregi dalla facciata. Danni significativi anche a Carpeneda, frazione di Vobarno;
• altre località subirono danni per lo più lievi e solo sporadicamente più significativi, come a San Felice del Benaco, nelle frazioni Gazzane e Volciano del comune di Roè Volciano, e nei comuni di Toscolano Maderno e Gavardo;
• in numerose altre località (ad es. Barghe, Bedizzole, Gargnano e la stessa Brescia) la scossa venne fortemente avvertita, con spostamento o caduta di oggetti anche pesanti e spavento generalizzato, e in qualche caso isolati lievi danni ad edifici;
• in alcuni casi sono ipotizzabili effetti di amplificazione di sito, particolarmente in Val Sabbia per la presenza di terreni di fondazione soffici. Lungo la strada statale che attraversa la Val Sabbia, tra Carpeneda di Vobarno e Clibbio, in una zona soggetta a franamenti di distacco molto frequenti, caddero numerosi massi, anche di rilevanti dimensioni, uno dei quali colpì una casa all’ingresso dell’abitato di Clibbio.

La distribuzione degli effetti prodotti dal terremoto del 24 novembre 2004 ha evidenziato immediatamente alcune caratteristiche che sono apparse simili a quelle del terremoto del 30 ottobre 1901, il più significativo precedente storico della storia sismica dell’area già scarsamente conosciuta.


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IL PARCO ALTO GARDA BRESCIANO

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Il Parco regionale dell'Alto Garda Bresciano è un parco naturale istituito con legge Regionale nel 1989.

Il suo territorio si estende dalle sponde del Lago di Garda sino al lungo crinale montuoso che a Nord coincide con il confine fra Lombardia e Provincia di Trento (Valle di Ledro) e ad est con la Valle Sabbia, comprendendo nove comuni per un totale di circa 27.000 abitanti. La popolazione all'interno del parco non è omogenea; infatti, più della metà della popolazione vive nei comuni di Salò (la "capitale" del parco) e di Toscolano Maderno, i paesi più abitati. Al suo interno, nella valle principale, il Parco accoglie il Lago di Valvestino, invaso artificiale degli anni sessanta, sede di pesca sportiva. Il punto più alto del parco è il Monte Caplone che raggiunge i 1.976 metri s.l.m.

La riserva naturale dell'ex Lago di Bondo è compresa nel parco. Nel parco si svolgono attività agricole e zootecniche, con la presenza di un caseificio. Caratteristici sono i fienili di Cima Rest (1.200 m) nel comune di Magasa, con i tetti in paglia assai appuntiti (secondo alcuni di derivazione longobarda, secondo altri austro-ungarica), e la strada militare scavata lungo le creste di confine durante la prima guerra mondiale.

Il Parco Alto Garda Bresciano, con le rocce strapiombanti nel lago, gli ampi terrazzati, i sentieri e le strade panoramiche che si srotolano fra le valli, le montagne, i boschi ed i paesi dell'entroterra e della riviera è tra gli ambienti più incantevoli che la natura ha voluto regalarci. E' un dono di cui bisogna essere consapevoli, da preservare, da curare, ma anche da apprezzare meglio, scoprendo più nei dettagli l'infinità di risorse ambientali che ci offre.

Per millenni l'albero, il bosco, la vegetazione in generale, ha accompagnato l'uomo: per produrre il fuoco con cui scaldarsi, con cui cucinare e con cui fondere i metalli è necessaria la legna; con il legno si costruiscono dighe, città, mezzi di trasporto, utensili, mobili; la vegetazione distrutta regala all'agricoltore il suolo fertile per le sue colture; l'albero, i vegetali, producono l'ossigeno a noi necessario utilizzando l'anidride carbonica, tossica per noi; la vegetazione consolida il suolo, lo protegge dal ruscellamento erosivo delle acque e dall'azione di asportazione del vento, offre riparo agli animali.

Metà del territorio è coperto da boschi di querce, faggi, carpini, pini silvestri, abeti rossi e da mugheti. Gli habitat variano da quello alpino a quello sub-mediterraneo in prossimità del lago. In sintesi è possibile così tratteggiare la fisionomia vegetazionale: variante sub-mediterranea dell'Oleo-lentiscetum, Leccetum, Orno-ostryetum e Querco-carpinetum, Fagetum, Peccetum - Laricetum, Mugo-ericetum, Caricetum variae. Notevoli gli endemismi d'altura, dovuti all'isolamento delle cime durante la glaciazione würmiana. Fra tutti la Saxifraga tombeanensis, che prende il nome dal Monte Tombea, seconda cima del Parco (1.950 m). Discreta presenza di fossili. Nel Parco sono compresi 11.000 ha di foresta demaniale regionale (la maggiore estensione in Lombardia).

La flora è molto legata alla fauna: dal tipo di vegetazione dipende la presenza di una certa specie animale; ad esempio, dalla rocca del Garda fino a Desenzano è possibile distinguere una zona di canneto dove le canne emergono tra giunchi e carici costituendo la dimora ideale di insetti, molluschi acquatici ed alcuni tipi di pesci.

All'interno del parco ci sono circa 250 specie animali tra cui spicca il capriolo, il cervo, il camoscio, il muflone, il cinghiale e lo stambecco, quest'ultimo reintrodotto nel 1979. Numerosissimi anche gli uccelli tra cui vi è l'aquila reale. Fino al 1975 vi era anche la lontra.


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IL LAZZARETTO DI SAN ROCCO

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La tradizione ci racconta che San Rocco, appena si accorse di avere la peste, se ne andò spontaneamente in un bosco, vicino a Piacenza, per non contagiare le altre persone e scelse di morire in solitudine.
Un cagnolino però si prese cura di lui, portandogli ogni giorno un pezzo di pane e permettendogli così di resistere e guarire.
S. Rocco presto diventa una figura simbolica: mentre il cagnolino richiama l’intervento dell’autorità sanitaria il santo è l’esempio da seguire, cioè la necessità di ritirarsi nel lazzaretto per affidarsi fiduciosamente alle cure dello Stato.

Il lazzaretto di San Rocco realizzato a seguito di una parte del Consiglio Generale datata 7 giugno 1484 che prevede l’acquisto di una pezza di terra appartenente a Gerolamo Bergamini “ultra lacum prope foramen ab anguanis”.
L’architetto a cui l’edificazione viene affidata è “mastro Batista dei Osei da Bressa, architecto”. Gli operai impegnati nella fabbrica spesso diventano benefattori della stessa; d’altra parte, fra di essi si trovano anche condannati dal provveditore a pene da scontare lavorando uno o due mesi nel lazzaretto. Ciò consente di concludere che quest’opera non solo è commissionata e guidata dal Comune, ma impegna tutta la comunità salodiana come una vera e propria priorità collettiva.
La struttura, in piena efficienza entro la metà del XVI secolo, subì nei secoli successivi diversi interventi di manutenzione, ristrutturazione e restauro; venne poi destinata ad altri usi dal XIX secolo.
Il complesso architettonico si articola in più spazi, che rispondono a differenti e complementari funzioni. Il corpo maggiore dell’edificio è destinato ad ospitare le camere per i ricoverati e le stanze di servizio. Sul lato orientale dell’area si trova quello che potremmo chiamare “lo spazio della speranza”, la piccola chiesa dedicata a San Rocco.
Tra questi due edifici e le pendici della collina si apre un cortile, in cui si depositano e si disinfettano le merci sottoposte a sequestro dai sanitari e, durante l’epidemia, si scavano le grandi fosse comuni, in cui i cadaveri dei morti di peste vengono gettati, ricoperti da uno strato di calce viva per scongiurare la possibile comunicazione del contagio.
L’organico del lazzaretto è costituito innanzitutto da un priore e da un vicepriore; ci sono poi i guardiani, che hanno funzione di sorveglianza e sono responsabili della conservazione e della disinfezione delle merci; infine c’è il personale di servizio, costituito dagli “sboratori”, competenti delle disinfezioni, da coloro che si occupano dei servizi alle persone e dai “nettezini” o “sottradori”, coloro che trasportano e seppelliscono i cadaveri. L’opera di tutte queste persone si svolge sotto la direzione ed il controllo dell’ufficio di sanità del Comune e la supervisione di quello della Riviera.


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IL PALAZZO MARTINENGO A SALO'

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Il palazzo Martinengo a Barbarano fu costruito su incarico del marchese Sforza Pallavicino capitano della Repubblica di Venezia. Possiede un grande parco con stupende fontane. Il palazzo è proprietà privata, quindi non visitabile.

Questo palazzo in riva al lago è stato costruito circa nel 1560 circa, ed è classificato come monumento nazionale. Questa casa è dotata di bellissimi pavimenti originali, di soffitti alti da sei ai nove metri, grandi saloni e camere da letto, una loggia imponente, con statue, fontane, giardini ornati con magnolie giapponesi e cipressi, e spiagge.

Il grande palazzo ricorda una fortezza, senza ornamenti e funzionale alla sicurezza dei suoi abitanti.
Dalla strada, la facciata si presenta bassa e possente, con il susseguirsi quasi monotono delle finestrature e il torrione squadrato, forse il più antico di tutto l’insieme, privo di caditoie e merlature, ormai inutili alla difesa dopo l’avvento delle armi da fuoco. Più bassa vi è una garitta pensile, dotata di feritoie, sufficiente per le operazioni di avvistamento e per la prima difesa al tempi degli archibugi. Suggestivi sono i due parchi adiacenti il palazzo. Verso oriente troviamo tutte le essenze tipiche del clima mediterraneo, dagli ulivi al lauro, dal leccio al cipresso e, nascosta nel verde, una fontana con al centro la statuta di Diana che sorge da una grande conchiglia. Al di là della strada Gardesana, abbiamo il giardino di cipressi, animato da una monumentale fontana alimentata da una piccola sorgente che, un tempo, serviva per irrigare le piante di aranci e limoni coltivate nelle serre. Visto dal lago, il palazzo presenta la sua struttura complessiva, organizzata su quattro corpi di fabbricati collegati tra loro. All’interno, il salone di rappresentanza, che occupa, in lunghezza, quasi la metà del primo  edificio, si caratterizza per il ricco soffitto a cassettoni, dove si susseguono ampi lacunari quadrati entro i quali sono circoscritti lacunari ottagonali. Alla parete di fondo, troviamo il grande camino in marmo di Rezzato, dove due cariatidi sostengono il potente architrave. Sulla bella galleria con soffitto a travetti, si affacciano varie stanze da letto e la biblioteca, tutte con soffitto a cassettoni, sempre di forma diversa e di rara bellezza. Le tre sale più belle dell’intero complesso sono nella parte che, partendo dalla torre si protende verso il lago. Nella torre vi è la sala da pranzo col soffitto ligneo che ne denota l’origine più antica rispettop al resto. Tutto attorno alle pareti della grande sala che segue corre una fascia affrescata, raffigurante gli animali più strani e mostri marini. Infine, l’ultima sala si affaccia direttamente sul lago.


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IL DUOMO SI SALO'

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Dedicato all'Annunziata, fu ricostruito su un edificio più antico tra il 1453 e il 1502 in forme tardo-gotiche, diviso a tre navate da colonne in pietra grigia. Di tale costruzione rimangono le strutture del campanile e delle finestre con cornici in cotto sul fianco destro e la Sala del Capitolo dove campeggiano affreschi quattrocenteschi. Nello stesso periodo intorno al Duomo fu tutto un susseguirsi di cantieri di palazzi su portici voltati a seguire il tessuto gotico dei vicoli.

Progettista e costruttore del Duomo fu l’architetto Filippo delle Vacche, da Caravaggio, al tempo in cui era provveditore per la Repubblica Veneta Leonardo Calbo (1451-1453) ed arciprete di Salò Giacomo da Pavia.
Il progetto architettonico si attenne al modello della chiesa veronese di Sant’Anastasia, con l’introduzione di elementi fortemente innovativi e tali da fare di Santa Maria Annunziata un importante esempio della fase di transizione tra Gotico e Rinascimentale, secondo il linguaggio architettonico lombardo.
La grande chiesa, sebbene trasformata in epoche successive, presenta ancora oggi un elevato grado di leggibilità delle sue antiche strutture.

La navata maggiore è larga mt. 9,90; il diametro delle colonne è di un metro. Anche il pavimento, a marmi policromi, è quello originale. Lo storico Bongianni Gratarolo, nella “Historia della Riviera di Salò” (Brescia, 1599), ne fa una ammirata descrizione: “Il suolo è lastregato di pietre polite, e piane di varij colori nere,La navata maggiore del Duomo è alta mt. 22, le minori mt. 14. La lunghezza della chiesa, dalla soglia del presbiterio, è di mt. 45; il presbiterio e l’abside (nella struttura attuale) misurano complessivamente mt. 16,80. bianche, bigie, rosse, azzurre e macchiate; le forme sono ancora diverse; non pur come quelle del nobile Geometra del Petrarca, “Di triangoli, e tondi e forme quadre”, ma appresso di mandorlato, di duo triangoli, di sestili, di ottangoli e di altre distinte in opera, a parte et commesse con certi ordini, che fanno bellissimo vedere”.
L’immissione della luce in uno spazio così calibrato era in origine assicurata da un ordine di finestre ogivali aperte sulle pareti delle navate minori. Tali aperture erano sormontate da un secondo ordine di finestre meno ampie, aperte al sommo della navata maggiore.
Questo primitivo dosaggio di luce venne a mancare a causa delle trasformazioni imposte da San Carlo, nel sec. XVI, allorquando vennero aperte le cappelle laterali. Le grandi finestre sul fianco a monte (lato aquilonare) vennero completamente murate, mentre quelle sul fianco verso il lago vennero trasformate.
Nella navata meridionale spiccano le cornici di gusto lombardo di due finestre: una con formelle a fioroni e con una figura di profeta al sommo dell’ogiva; l’altra con due figure maschili (un giovane armato e uno in veste da caccia) inserite in motivi a candelabro.
Dal lato meridionale della chiesa, a lago, risulta ben visibile l’articolazione architettonica dell’edificio, con l’alta navata centrale, finestrata, a muratura mista, contrastante con i perimetrali in laterizio, e la cupola sul tiburio circolare. A proposito di materiale laterizio, narrano le cronache che i costruttori avessero aperto addirittura una fornace in quel di Portese e che una flotta di barche a remi garantisse il rifornimento del grande cantiere.

Il 7 ottobre 1453 venne collocata la prima pietra del Duomo di Salò, sull’angolo della facciata verso il lago. Una lapide, murata successivamente, ricorda l’evento con estrema laconicità: “Anno domini 1453 die 7 Octobris primis lapis huius ecclesie positus fuit in opere”.

Notizie documentarie ed alcuni dati di scavo, secondo la campagna effettuata all’esterno della chiesa in occasione dell’ultimo importante restauro, testimoniano che la nuova costruzione è sorta sul luogo dell’antica pieve; anche se, per la verità, i reperti murari ritrovati attesterebbero un diverso andamento della precedente costruzione e, precisamente, nel senso lago-monte.

Sono parimenti documentabili gli acquisti e le demolizioni di alcune abitazioni che sorgevano a ridosso della vecchia chiesa: precisamente, in corrispondenza dell’attuale piazza sulla quale si apre il monumentale portale di accesso al Duomo.

Non sono documentate le notizie relative a precedenti abbattimenti di templi di epoca romana, dedicati a Nettuno e a Cesare Augusto. Qualche studioso afferma che testimoniano tali demolizioni alcuni lacerti lapidei tuttora visibili nella zona inferiore del campanile, realizzata in gran parte con materiali di spoglio. È assodato che i costruttori del Duomo hanno recuperato buona parte dei materiali provenienti dalla demolizione della vecchia pieve. Alcune note del diario del frate Versola (Ursula), conservate nell’archivio parrocchiale, ne danno testimonianza.

Notizie interessanti si ricavano dalla Bolla di Martino V, datata 1 febbraio 1418, con la quale il pontefice, di passaggio da Mantova, incarica l’abate benedettino del monastero di Sant’Eufemia fuori le mura di Brescia di controllare la veridicità di quanto asserito dagli abitanti di Salò: se cioè la vecchia pieve fosse ormai fatiscente. In caso di corrispondenza al vero, sarebbe stato “ipso facto” delegato l’abate stesso ad autorizzare che “la detta chiesa sia ridotta ad uso moderno e riformata: e gli altari quivi esistenti siano mutati e trasferiti in altri posti del luogo”. Martino V autorizzava inoltre “l’alienazione di beni e di legati fino alla somma di cento fiorini d’oro per la riforma della chiesa stessa”. I lavori, in realtà, iniziarono molti anni dopo e, precisamente, nell’autunno del 1452 (1453 secondo il calendario veneziano). Salò era, all’epoca, capitale della Magnifica Patria di Riviera, inclusa nel territorio di giurisdizione della Serenissima Repubblica di Venezia.

Non si trattò di rinnovo della vecchia pieve, ma di un edificio progettato “ex novo”, molto più amplio, incidente drasticamente nel fitto tessuto urbano circostante, parzialmente demolito per ricavare uno spazio sufficiente al corpo di fabbrica e all’antistante piazza.

La semplice facciata in cotto non rivestito si presenta monocuspidale e a frontone triangolare, scandita da quattro contrafforti che riflettono l’articolazione interna secondo un modulo che unifica l’intero perimetro dell’edificio. Nella facciata si apre il portale maggiore, realizzato tra il 1506 da Antonio della Porta, detto il Tamagnino da Porlezza (attivo per lungo tempo in Lombardia assieme al Briosco) e da Gasparo Coirano.

L’opera fu progettata dal Tamagnino sul modello del portale della Certosa di Pavia, del Briosco. Nelle sculture si confrontano la maniera più aggiornata ed elegante del Tamagnino (“Annunciazione” ed “Eterno”) con quella più conservatrice e provinciale di Gasparo Coirano (busti dei Santi Pietro e Giovanni Battista, teste dei profeti Geremia e Zaccaria), opera tuttavia solidissima e incisiva. I manufatti scultorei erano originariamente integrati da intervalli pittorici (finiture policrome e dorature) nonché da un intervento di oreficeria in corrispondenza delle ali dell’Arcangelo.
Nel 1510-11 il salodiano Bartolomeo Otello intagliò il portale in legno di olivo cui venne applicata una finitura in foglia d’oro.

Sul lato nord si erge il campanile, frutto di sopraelevazioni successive.
La parte inferiore è stata realizzata in tre fasi, rispettivamente nei secc. XI, XIII, fine XIV – inizio XV. Alla canna quadrangolare originale si sovrappone la struttura aggiunta dopo la costruzione del Duomo, sormontata da un elegante capolino ottagonale.
Quest’ultima struttura, terminata nel 1555, è ben delimitata in basso da una cornice marcapiano, da un cornicione di coronamento composto da un listello, da una gola dritta e rovescia, da un altro listello, da un toro e da un ultimo listello. Quest’ultima elegante cupoletta, visibile da ogni parte del golfo di Salò, è stata rinforzata internamente mediante una struttura di acciaio nel corso dei lavori di restauro di cui si è fatto cenno. Accanto al campanile si trovano i fabbricati quattrocenteschi della sacrestia e della canonica.
A fianco della chiesa, verso lago, sul sito dell’antico cimitero, si trova il salone delle Congreghe (oggi denominato “Domus”), addossato all’ex cappella di San Cristoforo. Al termine del lungo fabbricato, nel muro absidale della cappella del Sacramento, è murata una statuetta romana mutila. È utile ricordare che la suddetta cappella del Sacramento confinava direttamente con l’antico porto salodiano, denominato “delle Gazzere”, del tutto eliminato all’inizio del secolo scorso, in occasione della costruzione del lungolago.

Il complesso architettonico originale risulta oggi notevolmente modificato a seguito dell’aggiunta delle cappelle laterali, semplicemente squadrate, a muratura liscia contrastante con il parato in laterizio delle navate. Tale intervento fu ordinato dal card. Carlo Borromeo che, in attuazione dei decreti tridentini, emise disposizioni precise, anche di carattere architettonico, per l’adeguamento liturgico-funzionale delle chiese esistenti sul territorio passato in rassegna in veste di Visitatore Apostolico.
Il vescovo milanese impose la rimozione dei numerosi altari addossati alle pareti (soluzione tuttora visibile nella chiesa di Santa Anastasia a Verona) e la loro collocazione in cappelle, delle quali fornì addirittura forma e misure, stabilendo inoltre che dovessero attenersi a criteri di simmetria e uniformità. Il testo delle disposizioni caroline, minuzioso e dettagliato, è conservato nell’archivio del Duomo.

Il culto dei santi, raggruppati talvolta in una sola icona, venne riordinato nelle otto cappelle aperte fra gli archi, in corrispondenza degli intercolumni. I lavori durarono dal 1581 al 1600. Quelle ordinate dal Borromeo furono le prime di numerose modificazioni che si susseguirono nel tempo. Con deliberazione del 3 gennaio 1581, infatti, il Comune decise di ridurre in forma più moderna l’abside e la tribuna. Venne chiamato, nel contempo, il pittore bresciano Tommaso Sandrini (1575-1630) per eseguire l’ornamentazione a fresco, con motivi di racemi e piccole scene di figure a monocromo, che interessano i sottarchi, le ghiere e le innervature delle crociere. Le carte d’archivio attestano che, proprio in occasione della costruzione delle cappelle laterali, vennero tolte le “catene” delle navatelle laterali.

In questo periodo fu aperta anche l’amplia cappella del Santissimo Sacramento, in fondo alla navata di destra. Essa venne affrescata con ardite prospettive a finta architettura barocca (o “quadratura”) ad opera del cremonese Giambat- tista Trotti (1555-1619), detto il Malosso. Il provveditore di Venezia Angelo Gradenigo, a seguito delle discussioni apertesi in sede di attuazione della delibera di rifacimento del coro (1581), fece da intermediario con il grande Jacopo Palma il Giovane, artista ormai principe in Venezia dopo la morte di Paolo Veronese (1588) e di Jacopo Tintoretto (1594). Il Palma, già anziano, accettò l’incarico a condizione di potersi associare con un pittore di fiducia, Antonio Vassilacchi da Milo, detto l’Aliense (1556-1629), già allievo del Veronese e poi collaboratore del Tintoretto. Lo stesso Palma stese un primo progetto per il rifacimento del coro.
L’intervento, tuttavia, sarebbe stato disastroso per le preesistenti strutture. Di conseguenza, grazie anche all’intermediazione dell’Aliense, non fu rimossa l’elegante innervatura della cupola. Con molta lentezza, si provvide a spianare le muraglie dell’abside per ricevere il grande catino entro cui il Palma raffigurò a fresco l’Assunzione della Vergine Maria.
Alle pareti sottostanti vennero collocate tele raffiguranti la natività della Madonna (opera dell’Aliense), l’Annunciazione e la Visitazione (opere del Palma). La scenografica decorazione del coro fu arricchita anche dalle grandi tele collocate sulle ante dell’organo costruito dalla bottega Antenati negli anni 1546-1548. Dette tele sono opera del Palma e dell’Aliense. Per la decorazione a stucco delle nuove cappelle venne chiamata la bottega dei Reti (o Rezi), all’epoca attiva nel bresciano e nel trentino (vedi la Chiesa dell’Incoronazione di Riva del Garda).

Il Duomo di Salò custodisce molte opere d’arte, sia lignee che pittoriche. A fungere da pala plastica, ben a ridosso dell’altare maggiore, è stata ricollocata, nel 1905, l’antica ancona intagliata, rimossa dall’abside nel 1600 al tempo dei lavori di ampliamento del coro e collocata, nel 1618, sopra la porta maggiore, in controfacciata, integra seppur mutilata degli aerei pinnacoli.
Val la pena di ricordare che l’Aliense, allorquando discusse con i reggenti della comunità il suo piano di trasformazione del coro, avanzò la proposta di smembrare l’ancona e di conservarne soltanto le statue dei santi, da collocare eventualmente “un per collona, nel mezzo della chiesa, cioè sopra alli capitelli delle colonne che così si darà anco satisfactione a quelli che hanno qualche devotion particolare”. A parere del pittore, sarebbe stato del tutto sconveniente spendere una cifra considerevole per ricollocare nel coro rinnovato “un’anticaglia”. Tale infatti appariva all’aggiornato seguace del Palma la splendida ancona ostentante una fastosa architettura assolutamente gotica e di quel gotico fiorito e sovrabbondante che da noi ebbe scarso impiego nonostante sia stata eseguita nell’ultimo quarto del secolo XV.
L’ancona, opera di varie mani, nella sua parte architettonica si compone di un basamento a due registri dal quale sorgono le lesene che compartiscono dieci nicchie, disposte su due ordini di cinque ciascuno, entro le quali sono collocate dieci statue a tutto tondo. Nel registro superiore del basamento, entro piccole nicchie ad arco polilobato, sono collocate undici tavolette con figure a mezzo busto di santi, dipinte ad olio. È importante ricordare che le sculture collocate nell’ancona rappresentano i santi titolari di altrettante chiese facenti capo alla pieve di Salò. L’anno in cui l’ancona fu posta contro la parete della primitiva abside era il 1476 (vedi Ordinamenti, volume 14, carta 48, dell’archivio del Comune di Salò). L’ostensione è documentata da una carta d’archivio datata 28 luglio 1476. Lo storico Anton Maria Mucchi studiò l’ancona e ne diede l’attribuzione al maestro Pietro Bussolo e all’indoratore e dipintore Francesco da Padova (con il genero Michele Bertelli). L’ancona di Salò, straordinaria per le trine, gli intagli lavorati a giorno e la complessa castellatura di guglie e pinnacoli, costituisce una presenza piuttosto unica fra i lavori d’intaglio ancora conservati nel territorio bresciano.

La musica nella liturgia è sempre stata un elemento necessario per esprimere con pienezza e autenticità la voce dell’uomo che s’innalza a lode del Signore. È il linguaggio espressivo per eccellenza, quello delle manifestazioni profonde che, fin dai primi secoli del Cristianesimo, elevavano l’anima fino a condurla alle soglie dell’eternità. Ed è dal bisogno di dare ad ogni momento liturgico una specifica espressione musicale che l’arte organara entra nelle chiese, prima opera dei monaci nelle pievi di epoca medioevale poi, con sempre maggiore frequenza, in ogni chiesa, sia essa parrocchia o curazia, modulata sulla suggestione del gregoriano.
Il primo organo del Duomo di Salò risale agli anni dell’antica pieve e, precisamente, al 5 giugno 1489, giorno del marcatum factum … cum magistero Baldesari Teutonico de organis conficiendis per ipsum in ecclesia Sancte Marie de Salodio, et quod est de ducatis centum sexaginta, uno plaustro vini, duabus saumis frumenti cum una domo et lecto uso suo protempore quo laborabit in dictis organis, sit valium et firmum ponant balotam suam in busula alba et qui non, i busula rubea; et datis balotis reperte fuerint omnes balotte in bussola alba et nullae in bussola rubea et sic optentum fuit mercatum suprascriptum. (contratto stipulato con il maestro organaro Baldassare Teutonico per costruire un organo nella chiesa di Santa Maria di Salò, al costo di centosessanta ducati, un carro di vino, due some di frumento ed una casa ed un letto per il tempo necessario ai lavori). Il documento – poco coerente nell’uso dei vocaboli – precisa che il contratto fu approvato a votazione segreta dai responsabili della Fabbrica del Duomo col sistema dell’introduzione di palline nell’urna (balotte in busola). L’esito fu unanime poiché tutte le palline furono messe nell’urna bianca (busola alba) e nessuna nell’urna rossa (busola rubea).
A collaudare il prezioso strumento, originariamente collocato nella navata sinistra, intervenne Alessandro dagli Organi, organista del marchese di Mantova. Una cinquantina d’anni più tardi, gli Ellecti ad Fabricam Organi Terre Sallody decisero di mettere mano al vecchio organo, con l’ambizione di farlo simile a quello del Duomo di Brescia, chiamando a Salò Giovanni Antegnati. Ma i primi contatti con l’illustre organaro non ebbero molto successo. Infatti Alessandro Bonvicino, pictor (ovvero il Moretto, che faceva da tramite con l’allora parroco Donato Savallo) il 23 dicembre 1530 risponse che: “se i Salodiani sono de voler di fare una impresa onorevole, et rifarlo tutto lui si è molto contento de venir ad ogni avviso, et se voleno ripezar (metterci una pezza) detto in strumento lui dice non volersene impazar (non volersene occupare)”. Passeranno altri 16 anni prima di raggiungere un accordo su un’opera attesa e desiderata dalla città; tuttavia non sarà la Fabbriceria a commissionare l’incarico, bensì il Comune. Il 21 maggio 1546, alla presenza del notaio Antonio, figlio di Simone Scolari di Manerba, del reverendo presbitero Ludovico Rinaldo da Salò, del console del comune Giovanni Antonio Tacone da Salò “… si conviene che il maestro Giovanni Giacomo Antegnati da Brescia costruisca un nuovo organo nella chiesa della pieve di Salò … con l’obbligo che il suono (il tono) dell’organo sia adeguato e degno dell’importanza e della grandezza della chiesa e del coro, che sia bello, pregevole come quello fatto dal maestro Giovanni Giacomo nel duomo di Brescia … tutto al prezzo di trecentosei scudi d’oro oltre alla cessione del vecchio strumento”. L’opera, che doveva essere completata entro la festa di Pentecoste dell’anno 1547, fu ultimata invece l’anno successivo.
Per tale ragione, e contestando altri difetti, il Comune si rifiutò di pagare l’Antegnati il quale manifestò sdegno ed irritazione con una lettera del 21 ottobre 1548. L’Antegnati sarà completamente pagato soltanto dieci anni più tardi. Nel 1581 l’organo venne spostato sulla parete sinistra del coro, ove è ancora oggi. In seguito vennero apportate numerose modifiche da parte di organari come Tonio Megliarini da Brescia nel 1626, Graziadio Antegnati nel 1642, Giovanni Andrea Fedrigotti nel 1653, Giovanni Maria Cargnoni nel 1727. Col passare degli anni le condizioni dell’organo peggiorarono ed il 12 ottobre 1861 Pietro Bossi, maestro ed organista della parrocchiale, si sentì in dovere di far presente a “codesta lodevole fabbriceria come egli, avendo visitato l’organo della medesima, lo ha trovato più che mai difettoso e danneggiato”. Il predetto Pietro Bossi era il padre di Marco Enrico, maestro dell’arte organara nonché compositore ed impareggiabile esecutore. Lo stesso anno venne stipulato un nuovo contratto con i fratelli Serassi di Bergamo, altra prestigiosa famiglia di organari che tenne il primato in Italia per 150 anni. La convenzione prevedeva la costruzione di uno strumento a 1382 canne e la conservazione delle 24 di facciata e delle 5 del tremolo, antegnatiane. Tuttavia, durante i lavori, venne presa la decisione di sostituire anche le canne di facciata essendo gravemente deteriorate ed inadatte al restauro.
L’organo conserva ancora oggi il prospetto ligneo dell’Antegnati, la cantoria realizzata da Bartolomeo Otello nel 1548, le ante opera di Palma il Giovane e di Antonio Vassillacchi, del 1603. Nel 1957, a riconoscimento del suo pregio storico artistico, lo strumento venne sottoposto al vincolo di tutela da parte della Soprintendenza ai Beni artistici.

In clima gotico ci riporta anche lo stupendo crocifisso ligneo, opera firmata con la sigla JH (Johannes Teutoni- chus), erroneamente identificato col pittore Giovanni da Ulma, che fu invece autore di discreti affreschi a Salò nel 1475 e a Muscoline nel 1497.

L’erronea identificazione è del Mucchi stesso che aveva malamente interpretato la delibera di allocazione conservata nell’archivio del Comune di Salò. L’assegnazione definitiva arrivò in occasione del restauro del Crocifisso, iniziato nel 1979, a seguito di uno studio puntuale di Allia Englen.

Il grande crocifisso, commissionato dal Comune in data 6 luglio 1449, venne collocato sopra l’arco trionfale, come ci ricorda Bongianni Gratarolo in una nota riportante le lodi che ne fece Andrea Mantegna, che lo mise “in credito di uno de’ più be’ crocifissi d’Italia”. All’epoca del restauro, il Comune curò una pubblicazione riportante anche un interessante testo di Giovanni Testori.


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LA RIVIERA DI SALO'

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La Riviera di Salò, ufficialmente nata come «Comunità della Riviera bresciana del lago di Garda», fu una confederazione di 34 comuni della riviera bresciana del lago di Garda e di parte della Valle Sabbia. Durante la dominazione veneziana il senato veneto elargì alla Patria il titolo di Magnifica e di Figlia primogenita della Serenissima, tanto da essere ricordata ancora oggi come la Magnifica Patria della Riviera di Salò. I suoi abitanti furono indicati come "Quelli di Salò". Venne sciolta nel maggio 1797.

Il 4 novembre del 1334 le 34 comunità della riviera e di parte della val Sabbia fondarono la comunità della Riperiae lacus Gardae Brixiensis con capoluogo Maderno. Essa era una sorta di federazione con a capo un podestà. Non volendosi alleare né con Brescia, né con Verona, decidono di dedicarsi a Venezia che manderà un provveditore.

Nel 1350 la riviera cadrà nelle mani dei Visconti, visto l'impossibilità per Venezia di proteggere un così lontano territorio. Nel 1362 Salò è cinta d'assedio da parte delle truppe scaligere e la resistenza dei cittadini, unita alla grande accoglienza per Beatrice Visconti, faranno sì che il capoluogo della riviera passi da Maderno a Salò. Con la salita al potere di Gian Galeazzo Visconti Maderno tornerà ad essere la capitale per un breve periodo per poi perdere nuovamente, durante la stesura degli statuti, il titolo. Alla morte del duca i rappresentanti di Salò e della Riviera occuparono il quinto posto nella processione funebre, ben più avanti di città quali Brescia o Verona.

Nel 1428 Salò e la Riviera tornano ad essere dominio della Serenissima, per motu proprio della Comunità, che abbandona i Visconti poco prima dell'assedio di Brescia. Nei successivi anni la Riviera si schiera più volte a favore dei Visconti, mentre Brescia rimane fedele alla Dominante, pertanto Venezia porrà la Riviera nella giurisdizione di Brescia.

Solo nel 1443 la riviera otterrà di essere indipendente, almeno parzialmente, da Brescia e a poter nuovamente accogliere sul Garda il Capitano della Riviera e Provveditore di Salò mandato dal Senato veneziano.

Durante questi anni Venezia elargirà alla Patria il titolo di Magnifica e di Figlia primogenita della Serenissima, insieme ad innumerevoli autonomie, tale da renderla quasi uno stato a sé stante. Con la guerra della Lega di Cambrai la Magnifica Patria è conquistata da Francesi e Spagnoli, mal voluti dalla popolazione, tornando poi ad innalzare le bandiere di San Marco.

Dalla riviera, il 23 aprile 1570, parte una nave di armigeri per combattere contro il turco. Questi si fanno onore durante la battaglia di Lepanto.

Nel 1580 il futuro santo Carlo Borromeo arriva in visita pastorale a Salò, dirimendo questioni e fondando un Monte di Pietà spirituale per pagare degli insegnanti che educhino i giovinetti e i fanciulli poveri di Salò.

Con l'arrivo delle truppe di Napoleone a Salò il 17 agosto 1796, inizia la fine della Magnifica Patria. Il 25 marzo dei messaggeri da Brescia, insorta contro la dominante, porta l'annuncio della rivoluzione; i Salodiani in principio accolgono la notizia, poi, allontanatisi i bresciani, decidono per rimanere fedeli alla Serenissima: ha inizio la contro-rivoluzione, l'unica ufficialmente appoggiata da Venezia.

Le truppe Bresciane e Bergamasche che attaccano il golfo vengono respinte e arrestate, grazie all'intervento degli abitanti della valle Sabbia. Il 20 maggio la città di Salò è costretta ad arrendersi ai francesi, che gli toglieranno il titolo di capitale, il nome e l'indipendenza da Brescia. Nelle successive dominazioni non verrà più restaurata una provincia, dipartimento o cantone simile alla Riviera, ma sarà sempre smembrata.

La rivera era governata da un consiglio della comunità composta da 36 consiglieri che entrano in carica metà a gennaio e metà a luglio. Ogni quadra mandava 6 consiglieri. Tra questi venivano eletti trimestralmente 6 deputati, uno per quadra, incaricati di governare effettivamente la patria. Tutti i consiglieri non potevano essere imparentati direttamente (padri, figli o fratelli) o indirettamente (cognati, suoceri, nuori) con altri in carica e neppure con il sindico speciale. Al termine del loro mandato non possono essere rieletti per almeno un anno. Alla prima riunione di gennaio e di luglio sono presenti sia i consiglieri uscenti che quelli entranti, per un totale di 56 consiglieri. Il sindico speciale deve essere laureato e deve presenziare tutti i consigli di comunità per poter contrastare tutte le parti (leggi) presentate dai deputati, non può votare.

Dal punto di vista giuridico-amministrativo la Comunità benacense già con gli statuti del 1476 fra i primi testi ad avere l'onore della stampa - appare composta da trentaquattro comuni raggruppati in sei quadre - Gargnano, Montagna, Maderno, Salò, Valtenesi e Campagna - ai quali se ne aggregarono altri otto. Tali unità rimasero invariate per il Sei e Settecento e le stesse Anagrafi assegneranno alla Riviera 42 comuni con 56 parrocchie". Il rappresentante di Venezia risiedette sempre a Salò, malgrado le reiterate istanze di Maderno (sino al 1377 capoluogo della comunità) che vi fosse almeno alternanza fra i due centri quale residenza del rettore veneto. Il quale si intitolava appunto provveditore di Salò e capitano della Riviera, amministrava la giustizia criminale (quella civile era di spettanza di un patrizio bresciano, con il titolo di podestà), aveva potere di convocare il consiglio generale della comunità, in cui però non aveva diritto di voto; nella sua cancelleria criminale il coadiutore originario era nominato dalla comunità, di cui era fiduciario. Il consiglio generale della comunità (presieduto dal sindaco, affiancato da sei deputati con compiti esecutivi e di controllo) si radunava dunque a Salò, che a pieno titolo può considerarsi la capitale di questa provincia autonoma di Terraferma. Capitale talora contestata, come risulta dalle unità inventariate in questa sottoserie, nella quale sono stati inclusi i pezzi relativi non solo ai rapporti del comune di Salò con la comunità di Riviera, ma altresi quelli concernenti rapporti con quadre e comuni della stessa, a meno che la materia di tali rapporti non fosse materia specifica di altre serie, come ad es. "Estimi" o "Gravezze e dazi".



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