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sabato 20 giugno 2015

PALAZZO GAMBARA A VEROLANUOVA



Nel tardo Medioevo i Gambara elessero quali residenze principali della famiglia due località del bresciano, Verolanuova e Pralboino. Ranuzio Gambara, fratello del cardinale Giovanni Francesco che a Viterbo - a fine '500 - fece costruire Villa Lante, fu il committente del palazzo di Verolanuova.

Sui pilastri d'ingresso a palazzo Gambara sono collocate le Statue di Marte e Pallade, ovvero forza e saggezza.

Le statue sono attribuite a Santo Callegari, capostipite di quella straordinaria dinastia di scultori che opererà a Brescia fino all'inizio dell'800.

I Callegari ebbero in Antonio il più fantasioso e geniale interprete del barocco bresciano. Le due statue hanno una presenza assai rilevante anche per i significati simbolici.

Marte, sinonimo di guerra significava capacità di portare offesa, Pallade, uno dei vari nomignoli attribuiti ad Atena (la Minerva romana), era la protettrice delle scienze e dell'arte, ispiratrice di nobili imprese ma armata per saper difendere gli ideali che perseguiva.

Il muro di difesa è coronato da una balaustra in pietra, il palazzo è nato, infatti, come struttura fortificata.

Nel muro si aprono tre cancelli: due all'estremità hanno più l'aspetto di porte pedonali chiuse fra due possenti pilastri a larghe fasce di pietra; quello centrale è più accogliente, arricchito da pilastri bugnati in pietra di Botticino portanti due statue barocche di Minerva e Marte del Callegari.
Altro cancello barocco è posto più a monte a dare accesso al giardino superiore.

Il lato sud è la parte più antica, testimonia l'origine fortificata del palazzo e cela tracce di una torre con coronamento a mensole ricurve.
Il corpo di fabbrica si configura come architettura dai caratteri tre-quattrocenteschi con portico su pilastri ottagoni, forse parte del monastero benedettino di S Donnino divenuto nel XIII secolo giuspatronato della famiglia Gambara (Perogalli, Sandri, 1983).
Il lato Sud ospitava anche lo scalone di accesso al palazzo di cui oggi rimangono solo alcune tracce. Attualmente è sede della biblioteca comunale, mentre il corpo bandistico svolge le sue attività nei locali interrati accessibili da via Semenza (Il Cantinù).

L'ala Nord dell'edificio presenta caratteri architettonici ottocenteschi.
Attualmente ospita la sede della polizia municipale, la casa del custode e una sala riunioni. La facciata posteriore è singolare e severa, decisamente meno ricca e articolata della principale.
L'impostazione architettonica è rimarcata dalla presenza di un toro marcapiano nella parte inferiore, chiara allusione all'architettura fortificata dell'epoca.
Le finestre hanno un ornamento semplice in pietra e al centro campeggia una bella trifora serliana, anch'essa in marmo, con balcone e balaustra di carattere tipicamente veneziano; essa illuminava il salone centrale ora distrutto.

Nella parte frontale, quella antistante la piazza, Il 'giardino d'onore', formalizzato e recentemente sistemato, si offre come verde cornice alla facciata del Palazzo.
Tutto intorno allo stesso, un giardino 'romantico' con un boschetto leggermente rialzato, un ruscello e vialetti pedonali.
Nella parte posteriore vi è un prato un tempo più vasto che oggi ospita la caserma dei carabinieri, l'acquedotto municipale e la sede del giudice di pace.
L'antica conformazione del giardino, dunque, è andata per lo più perduta; i recenti interventi di restauro si ripropongono di restituire all'area l'ordine e la fruibilità con opere di salvaguardia e ripristino della vegetazione.

Nella porta centrale sotto al porticato vi è l'ingresso a una scala di proporzioni modeste perchè di costruzione recente, la sua posa nel 1840 ha determinato l'infelice divisione di quello che doveva essere il salone d'onore del primo piano.
Lo scalone originale doveva invece essere a lato Sud. La distribuzione interna delle sale risulta, dunque, notevolmente trasformata dai secoli e dall'uso a cui il Palazzo fu di volta in volta adibito.
Oggi è sede comunale.



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sabato 13 giugno 2015

IL CASTELLO DI BRESCIA



Il Castello costituisce uno dei più affascinanti complessi fortificati d’Italia, in cui si possono ancora oggi leggere i segni delle diverse dominazioni. Il Mastio centrale, le imponenti mura merlate e il torrione narrano di un’influenza viscontea, mentre i possenti bastioni e l’ingresso monumentale con ponte levatoio testimoniano della potenza della Serenissima, che resse la città per più di quattro secoli.
Già teatro delle celebri Dieci Giornate di Brescia, il Castello ha oggi abbandonato ogni retaggio belligerante per offrirsi con i suoi pendii dolci e sinuosi alle passeggiate dei visitatori, che dal cuore della città vecchia, possono accedere alla sommità del colle attraverso il percorso di Contrada Sant’Urbano.Al suo interno, il Castello sorprende con stradine ricche di mistero, ambienti nascosti e un panorama fra i più coinvolgenti, che abbraccia l’intero centro abitato, consentendo di spingere lo sguardo sulle pendici dei Ronchi e sulle valli.
Suggestivi il giro delle torri e la Strada del soccorso, una via di fuga viscontea che ha segnato gli assedi succedutisi nella storia della città.Seguendo i camminamenti si scopre del Castello anche il suo equilibrato eclettismo, in cui convivono, in un’armonia del tutto naturale, uno dei più antichi e pregiati vigneti della città, accoccolato su uno dei pendii del colle, i retaggi romani, come i magazzini dell’olio con vasche conservate fino a oggi, i baluardi medievali e una locomotiva del 1909, resa “Prigioniera del Falco d’Italia”, per la gioia dei visitatori più piccoli.

Il Castello è attorniato da un quadrilatero verde ricoperto di numerosi alberi e circodato da mura difensive. Il cuore del castello è il Mastio edificato dai Visconti di Milano nella prima metà del Trecento. L'edificio, ha base rettangolare con le mura merlate, oggi sede del civico Museo delle Armi “Luigi Marzoli” dove sono visibili alcuni pezzi unici di artiglierie del XV e XVI secolo, ha pianta rettangolare, eretto sulle fondazioni e sui resti di un tempio romano del I secolo d.C.. Di notevole interesse sono i frammenti di decorazione a fresco che ornano gli ambienti dei due piani; essi sono databili con esattezza al periodo di Giovanni Visconti (1343-1354), in quanto compaiono, a fianco di uno stemma abraso, i simboli della sua carica arcivescovile: le chiavi e la mitria. Questo permette di datare anteriormente a quel periodo i muri perimetrali del Mastio e la ripartizione interna dei locali.

Vi si accede attraverso la porta d'ingresso, risalente agli ultimi decenni del XVI secolo, intorno al 1580-1590 e dove si ammira il Leone di San Marco, emblema della Repubblica di Venezia che dominò la città per più di quattro secoli. Superata la porta d'ingresso, per raggiungere il Mastio bisogna oltrepassare un ponte levatoio in corrispondenza della Torre dei Prigionieri. La torre, articolata su tre livelli in casamatta muniti di cannoniera a raggiera è l’ unica a non presentare aperture per l’artiglieria, anche leggera; Il complesso del castello comprende anche diverse altre torri, la Torre dei Francesi, articolata su tre livelli superiori ed un quarto sotterraneo; così denominata perché, dopo lo scoppio di una polveriera, fu ricostruita dai francesi che dal 1509 al 1516 tolsero ai veneziani il dominio sulla città. La Torre Mirabella, di forma cilindrica, è comunemente ritenuta l’unico manufatto di età comunale; la Torre di Mezzo e la Torre Coltrina attribuita all’ingegnere Jacopo Coltrino da cui prende il nome, si trova nell’area settentrionale del castello; di forma cilindrica con alto basamento tronco-conico, è disposta su due livelli ed è collegata ad una cannoniera coperta con volta a botte.

All' interno del complesso del castello troviamo anche i magazzini dell'Olio, risalenti al periodo romano, il Piccolo e Grande Miglio, edifici eretti tra il 1597 e il 1598 e adibiti a magazzini di granaglie. Sono costruzioni a pianta rettangolare con il piano terreno coperto a volte e con paramenti murari in blocchi di medolo accuratamente squadrati. Il Grande Miglio è oggi sede del civico Museo del Risorgimento. Troviamo inoltre il Forte e la strada del Soccorso, “porta di servizio” che permetteva agli assediati di ricevere aiuti dall’esterno, come avvenne nel 1512 con le truppe francesi di Gaston de Foix e nel 1849, durante le Dieci giornate, quando il generale Haynau entrò nel castello liberando dall’assedio la guarnigione austriaca, la palazzina Haynau, così denominata in ricordo dell'avvenimento, La Specola Cidnea "Angelo Ferretti Torricelli", grazie al cui telescopio  per mezzo secolo i bresciani hanno ammirato le meraviglie del cosmo. Nel 1953, infatti, entrava in funzione sul Bastione San Marco il Il rifrattore Ruggieri, con il suo obiettivo a lenti del diametro di 12 cm, che ha fatto scoprire ai visitatori i numerosi crateri lunari, i satelliti Medicei di Giove, gli anelli di Saturno e le calotte polari di Marte. Nel piazzale dell'ala sinistra del Castello, si trova pure il monumento alla Locomotiva  che d'estate vede svolgersi manifestazioni di carattere culturale e cinematografico, ospita una vera locomotiva a vapore, la famosa N°1 della Ferrovia Brescia-Edolo ed i Plastici ferromodellistici del Club Ferromodellistico Bresciano.



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martedì 2 giugno 2015

LE MURA DI CASTEL GOFFREDO

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Le mura di Castel Goffredo erano il complesso di opere difensive che nel corso dei secoli furono erette per difendere la città da attacchi ostili. Si possono distinguere due cinte murarie edificate in epoche differenti. La prima cinta muraria di Castel Goffredo, dotata di fossato a difesa, si formò entro le rovine del castrum romano e fu eretta tra il 900 e il 1000. Al suo interno sorse il primo nucleo urbano e si chiamò Castellum vetus, ovvero “Castelvecchio", conservato quasi integro ai giorni nostri. Del luogo si parla in un documento del 12 giugno 1480 nel quale Ludovico Gonzaga, vescovo di Mantova e signore di Castel Goffredo, stipulò degli accordi con il comune sul possesso di alcune terre del luogo. Della prima fortificazione facevano parte anche: il castello medievale, ora scomparso; la Porta di Sopra, formata da una grossa torre rettangolare, divisa in tre piani, ora scomparsa; il Rivellino, addossato alla Porta di Sopra, ora scomparso; la Torre civica, alta 27 metri, che fungeva di porta d'accesso (chiamata porta castelli veteri) e chiudeva l'accesso a Castelvecchio; il Palazzo Gonzaga-Acerbi, residenza castellata, con fossato antistante di difesa; il Torrazzo medievale. Della prima cinta si conserva ancora un importante tratto corrispondente al lato nord del Palazzo Gonzaga-Acerbi. All'inizio del Quattrocento, sotto il marchesato di Alessandro Gonzaga, l'abitato costruito a ridosso di "Castelvecchio" fu circondato da un secondo ordine di mura e dal rivellino. Tutto attorno alle mura si estendeva un fossato originato dal corso dei torrenti Fuga e Tartarello, mentre una strada di circonvallazione percorreva tutto il perimetro. Nella città fortezza vi erano sette torrioni difensivi ad arco circolare e quattro porte di accesso: Porta Picaloca, a est, all'ingresso dell'attuale via Mantova; Porta di Sopra, a nord, all'ingresso dell'attuale via Manzoni, a ridosso della quale nel 1460 fu costruito a maggiore difesa il rivellino; Porta del Povino, a sud, all'ingresso dell'attuale via Botturi; Porta di Poncarale, a ovest, all'ingresso dell'attuale via Poncarali; Ludovico Gonzaga, vescovo di Mantova e signore di Castel Goffredo, nel 1480 affidò l'incarico di potenziare le mura difensive all'architetto militare Giovanni da Padova. Anche il marchese Aloisio Gonzaga (1540) provvide a rafforzare le porte di accesso alla città. Dopo il marchesato di Alfonso Gonzaga, che apportò solo piccoli miglioramenti alle fortezza, iniziò il decadimento delle mura difensive a causa dell'abbandono in cui furono lasciate dai duchi di Mantova e dalle guerre. Tra il 1757 e il 1771 iniziò il progressivo abbattimento delle opere di difesa, iniziando dal rivellino. Nel 1817 prese avvio la demolizione della seconda cinta muraria che progressivamente venne conclusa nel 1920. Di questa seconda cinta muraria si conserva ancora traccia del Torrione di Sant'Antonio sul quale, nel 1930, venne costruito un edificio adibito a colonia estiva elioterapica (Parco La Fontanella) e di un tratto di fossato che cingeva le mura a ovest del borgo; una costruzione di civile abitazione sorta sul Torrione dei Disciplini assieme a un tratto di fossato a sud-ovest del centro abitato. Delle porte che chiudevano la città rimane traccia in due pilastri in marmo della Porta Picaloca all'ingresso di via Mantova.

Il castello di Castel Goffredo sorgeva presumibilmente nella zona occupata, dalla metà del XIII secolo, dalla chiesa di Santa Maria (o chiesa in Castello), abbattuta nel 1986, a ridosso di Castelvecchio. Durante gli scavi per la realizzazione di un edificio di civile abitazione, vennero alla luce i resti di un edificio fortificato medievale che farebbero supporre all'esistenza del castello, sulle rovine del quale sorse la predetta chiesa. Un manoscritto del Seicento fa riferimento al castello nel punto in cui si trovava la Chiesa in Castello.

Di fronte alla roccaforte, nella stessa piazza Gonzaga, sorge la torre civica, che chiudeva il borgo medievale di "Castelvecchio" nella parte meridionale. L'ipotesi avvalorata dal Bonfiglio indica che «...il castello vecchio stava a monte della torre e della loggia, circoscritto a tramontana e ad occidente dalla fortezza nuova», senza specificare se la struttura era all'interno o fuori del palazzo del signore.

Anche il poeta Matteo Bandello, nei Canti XI de le lodi de la s. Lucretia Gonzaga... Le III parche, al tempo in cui fu ospite a Castel Goffredo del marchese Aloisio Gonzaga (dal 1538 al 1541), citò un «castello altiero» e un «buon castello» e ancora riferito ad Aloisio, «'l suo castello ha fatto così forte, qual altro che più forte Italia addite». In questo contesto, probabilmente, il Bandello si riferiva alla residenza del marchese (palazzo Gonzaga-Acerbi) con rocca al suo interno e alle fortificazioni erette nel 1520 a difesa del borgo.
Una lapide segnavia posta in via Cannone riporta anche l'antico nome "già della rocca", il che fa supporre l'esistenza della rocca nelle vicinanze.





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domenica 31 maggio 2015

IL CASTELLO DI SONCINO

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Il Castello di Soncino è uno dei più tipici castelli lombardi dell'area del cremonese, eretto a partire dal X secolo ed avente un ruolo fondamentale nella difesa dell'area sino al Cinquecento
Le origini della rocca risalgono al X secolo quando venne realizzato un primo cerchio di mura attorno ad una primitiva struttura difensiva per contrastare la calata degli Ungheri. Nel Duecento il castello venne assediato diverse volte sia dai milanesi che dai bresciani alleati e altrettante volte ricostruito sino al 1283 quando il comune di Soncino deciderà la costruzione di una nuova rocca. Nel 1312 il castello viene occupato dai cremonesi e nel 1391 i milanesi lo utilizzano per la loro guerra contro i veneziani, il che portò dal 1426 a nuovi rafforzamenti sul cerchio esterno di mura.

Nel 1283 si trova menzionata una nuova Rocca, mentre nel 1312 il castello è occupato dai Cremonesi e nel 1391 i Milanesi ne faranno una testa di ponte contro i Veneziani la cui politica di espansione in terraferma avveniva ormai a danno del Ducato Milanese. Dopo la conquista di Brescia, avvenuta nel 1426, da parte della Serenissima le mura ed il castello vennero rinforzati intorno al 1427 per sostenere gli attacchi dei veneti. La pace di Lodi del 1454 sancì definitivamente i confini tra la Repubblica di Venezia ed il Ducato di Milano, assegnando a quest'ultimo anche Soncino. Nonostante ciò, Francesco Sforza fece rinforzare le mura ed il castello. Nel 1468 i Soncinesi avanzarono al Duca la richiesta di costruire una nuova rocca presso l'angolo di sud-ovest, in sostituzione della precedente. Francesco Sforza, ancora dubbioso della fedeltà degli abitanti, non accolse la proposta e si limitò a costruire un nuovo torrione. Galeazzo Maria Sforza nel 1469 inviò a Soncino gli architetti Serafino Gavazzi da Lodi ed il cremonese Bartolomeo Gadio, quest'ultimo autore anche del Castello Sforzesco di Milano, per approntare i progetti della nuova Rocca. I lavori però non ebbero inizio. Nel 1471 gli ingegneri ducali Benedetto Ferrini da Firenze e Danese Maineri, responsabile delle fortezze di Soncino e Romanengo, intrapresero delle opere di manutenzione dell'antica rocca, oltre alle mura, alle porte ed alla torre civica. Al Ferrini venne pure ordinato di stimare la spesa per la costruzione della rocca gadiana, ma i lavori non iniziarono che nel 1473 sotto la direzione del protomastro Bartolomeo Gadio il quale aveva richiesto la presenza del Maineri e del maestro da muro Giacomo De Lera, di Cremona, esponente della nota famiglia di architetti. I lavori verranno compiuti proprio dal De Lera. Lo stato di avanzamento dei lavori è testimoniato dalle due missive ducali del 1474 nelle quali è contenuta la richiesta di collocare un'insegna con l'impresa sforzesca sopra la porta della rocca. Insieme alla cerchia muraria la rocca costituiva un importante complesso fortificato, anche se non proprio all'avanguardia. Nonostante fosse stata interamente costruita dagli Sforza, la rocca risente degli influssi viscontei: il suo impianto quadrato con torri singolari sporgenti deriva dai castelli di pianura di Pandino, Pavia ed altri. La difesa si limita a potenziare alcuni elementi quali lo spessore dei muri, la maggiore altezza delle torri, la profondità del fossato, ecc. La torre circolare costituiva una novità, un elemento aggiornato che venne edificato però su un preesistente torrione circolare e non intenzionalmente. Anche il castello di Lodi presentava un'unica torre circolare, ancor'oggi visibile, innestata su impianto quadrato ed inserita nella cerchia muraria. Nel 1499 la rocca diverrà possedimento dei veneziani fino al 1509. In seguito passerà dai francesi nuovamente agli Sforza e nel 1535 al dominio Spagnolo. Nel 1536 Carlo V di Spagna elevò Soncino a Marchesato infeudandolo agli Stampa e da allora un lento declino interesserà la rocca: gli Stampa lo trasformeranno progressivamente in residenza, costruendo nuovi corpi di fabbrica addossati alle mura interne e trasformando le strutture esistenti, come la camera superiore della torre di sud-est che diverrà cappella. Nel XVI secolo pittori di fama quali Bernardino Gatti, decorarono alcune sale ottenute chiudendo gli spalti. Vincenzo Campi realizzò al pala d'altare della cappella con una perduta Deposizione di Cristo, mentre Uriele Gatti dipinse alcune sale al piano terreno. Purtroppo la decorazione è quasi completamente sparita e non ne rimangono che poche tracce. Nonostante alcuni tentativi di rafforzare le difese in occasioni d'interventi minacciosi, la rocca cadde in un progressivo abbandono, tanto da divenire magazzino di legname. Nel 1876 Massimiliano Stampa, ultimo marchese di Soncino, cedeva il complesso alla Municipalità per legato testamentario. Nel 1883 l'architetto Luca Beltrami venne incaricato di eseguire un rilievo e nel 1886 iniziò i lavori di restauro che comportò la demolizione di porticati ed altre strutture addossate agli spalti. Le merlature, i tetti delle torri vennero in gran parte ripristinati, mentre il ponte levatoio veniva sostituito da uno un muratura. I lavori terminarono nel 1895 con il restauro del rivellino. Situata in una piazza raccolta, si presenta con un rivellino un tempo chiuso da saracinesca. Al di sopra del portale vi è una finestrella con profonda strombatura dalla quale la sentinella poteva controllare la piazza d'armi. Oltrepassato il rivellino, si entra nella rocca vera e propria, preceduta da una piccola corte che fungeva da disimpegno per i movimenti delle truppe. Due scale addossate alle pareti interne conducono agli spalti, protetti da merlature poggianti su caditoie le quali venivano utilizzate per lanciare pietre e liquidi bollenti quali pece ed olio. Sul lato ovest del rivellino un tempo v'era un ponte levatoio che veniva, in caso di emergenza, calato sul ponte fortificato in modo da permettere l'evacuazione della rocca verso la campagna. L'accesso alla rocca era permesso da due ponti levatoi, uno pedonale ed uno carraio, per il passaggio di cavalli e carri. In caso di attacco e conquista del rivellino, la rocca poteva essere facilmente isolata. Varcato il secondo ingresso si giunge al cortile del castello. Al centro del cortile v'è una vera da pozzo, ricostruita nel XIX secolo, così come è stato messo in luce l'accesso ai sotterranei. La torre di nord-ovest, detta anche Torre del Castellano perché residenza del capitano della fortezza, ha anch'essa un ingresso alla quota del cortile, ma a differenza delle altre due quadrangolari, attraversate dal cammino di ronda posto alla quota degli spalti, presenta un passaggio interrotto da due passerelle levatoie in modo da consentire l'isolamento in caso di assedio. La torre diveniva così l'ultimo baluardo di difesa che poteva garantire la via di fuga degli assediati attraverso i sotterranei della torre ed un passaggio segreto posto sul lato ovest del fossato. Dal cortile, tramite un piccolo atrio con due porte che potevano essere saldamente chiuse dall'interno, si accede ad una stanza coperta da volta a botte. Sulla parete di fronte si apre una finestra, mentre sulla parete di sinistra possiamo ammirare un camino con cappa piramidale. Sulla destra si apre la scala che conduce ai sotterranei mentre vicino alla finestra, in un angolo, si trova un pozzo. Posta simmetricamente, all'ingresso si apre la porta della scala scavata nel muro perimetrale della torre, che conduce alla stanza superiore, anch'essa con volta a botte lunettata. La sala, un tempo decorata con affreschi, presenta un'ampia finestra con sedili in mattoni posti nell'ampio sguancio, era dotata di latrina ricavata nello spessore del muro. Lungo le pareti si trovano le uscite che conducono sugli spalti. Dall'atrio che conduce allo spalto occidentale, parte una scaletta che porta al piano della merlatura, ora coperto dal tetto. Ritornati al piano del cortile, è ora possibile scendere al pozzo interno. Si giunge ad una sorta di atrio che dà accesso alla prima sala sotterranea coperta da volta a botte ed illuminata da una finestrella, mentre un lato della stanza é interamente occupato da un rialzo a forma di bancone. Proseguendo, giungiamo ad un secondo andito che conduce al secondo sotterraneo, a destra, che poteva essere inondato in caso di necessità e che conduceva a due camminamenti, probabilmente vie di fuga. A sinistra si entra in una sala con volta a botte che conduceva, mediante la porta levatoia, al pontile a due arcate sul fossato e da qui ad un'uscita segreta. Mediante una scala sotterranea si risale alla corte centrale e raggiungiamo gli spalti tramite la scala addossata al lato est. Lo spalto orientale mette in comunicazione due torri quadrate, dotate di una stanza al piano terra coperte da volte e finestra strombata. Due porte portano rispettivamente al sotterraneo su due livelli ed al piano superiore aperto sugli spalti con due archi e volte a crociera. Da qui parte un'altra scaletta che conduce al livello degli spalti della torre sud - orientale, dove si possono notare ancora tracce di affreschi, utilizzata nella seconda metà del XVI secolo come cappella. Il più antico di questi affreschi raffigura una Madonna con il Bambino, probabilmente un ex-voto, della fine del XV secolo. Sotto uno strato d'intonaco è possibile ammirare un frammento d'affresco raffigurante il Leone di S. Marco, ricordo della breve dominazione veneziana. Sul terzo strato d'intonaco, risalente alla dominazione sforzesca, è possibile vedere un grande stemma sforzesco fiancheggiato da tizzoni accesi cui sono appese delle secchie, che dovevano illustrare il motto "Accendo e spengo", mentre ai lati, ripetuta controparte, possiamo ammirare l'altra impresa araldica raffigurante una mano nell'atto di sciogliere il cane alla catena legato all'albero. L'impresa araldica, che in seguito venne venduta agli Stampa, significava la libertà che fu portata al Ducato di Milano dagli Sforza. La volta è decorato con un motivo a pergolato, analogo a quello dipinto nella chiesa di S. Maria delle Grazie di Soncino. Il tema del pergolato non è infrequente nelle fortezze sforzesche: basti ricordare quello celebre che da il nome alla Sala delle Assi in Castello Sforzesco a Milano.

La Torre circolare è l'unica ad avere questa caratteristica forma e presenta al livello dei camminamenti una sala rotonda con calotta circolare al centro della quale si trova un pilastro a forma di cilindro che conduce sul tetto del baluardo, di forma conica e di molto sopraelevato rispetto alle altre torri, di modo che l'area potesse essere usata come torre d'avvistamento. Questa torre, eretta nel Cinquecento, presenta altresì molte tracce ad affresco di stemmi e di una crocifissione oggi in forte stato di degrado. La presenza di questo particolare affresco fa pensare che qui un tempo fosse posta la cappella che, a seguito delle trasformazioni volute dai marchesi Stampa, venne trasferita in un'altra torre. Al livello degli spalti la torre presenta un andamento cilindrico, ma verso l'interno presenta un angolo rientrante con le pareti allineate agli spalti stessi. All'incrocio di queste pareti si apre una porta che immette in una stanza rotonda coperta da calotta sferica e con due aperture a doppia strombatura che servivano per puntare le spingarde a difesa del lato sud e del ponte. Vicino alla porta vi è una scaletta con andamento elicoidale che conduce alla merlatura con ordine di piombatoi. Nel pilastro cilindrico posto al centro della stanza vi è una scaletta a chiocciola che conduce alla sommità del tetto conico della torre, una sorta di belfredo che assolveva alla funzione di torretta d'avvistamento. Questa dislocazione, al di sopra dei tetti, permetteva una visione più ampia del territorio circostante. La parte inferiore della torre è costituita da una stanza bassa coperta da volta ed appena illuminata da aperture poste a filo del terreno, probabilmente un magazzino di munizioni. Tra la volta ed il pavimento della stanza superiore vi è uno spessore di circa tre metri, il che fa supporre che vi esistesse una stanza intermedia. La tradizione la vuole identificata come la sala del tesoro, ma che però potrebbe essere, forse, una struttura di consolidamento del bastione della cinta muraria a sostegno della torre cilindrica. Anche durante i restauri ottocenteschi eseguiti da Luca Beltrami, non si è mai trovata l'apertura per questa stanza. A differenza delle altre torri, questa presenta una sola sala sotterranea, di forma circolare e coperta da volta. Tornati in cortile, ammiriamo il corpo di fabbrica addossato alla cortina muraria meridionale. L'edificio è un'aggiunta cinquecentesca tesa a trasformare la rocca in residenza signorile. Le pareti recano tracce di stemmi sforzeschi, mentre la parete occidentale presenta una nicchia ad arco entro cui è affrescata una Crocifissione, ormai sbiadita. Probabilmente questa era la parete di fondo della cappella e l'affresco doveva assolvere alla funzione di pala d'altare. In seguito alle trasformazioni subite dalla rocca nella metà del XVI secolo, la cappella venne demolita per far posto ai nuovi corpi di fabbrica destinati a residenza e fu in quell'occasione che il luogo sacro venne spostato sugli spalti della torre sud orientale.





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lunedì 6 aprile 2015

IL SERRAGLIO MANTOVANO

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Il Serraglio mantovano (dal latino serraculum) era un'opera di fortificazione edificata nel XIII secolo per proteggere il territorio mantovano dalle incursioni nemiche. Venne ampiamente utilizzato dai Gonzaga dal XIV al XVII secolo e difese Mantova in più occasioni durante le guerre contro i Visconti e gli Estensi.

Il territorio era chiuso fra il fiume Mincio, i laghi di Mantova, il fiume Po e il canale Osone, con una linea di fortificazione ad ovest che da Curtatone correva fino a Borgoforte. Faceva parte del sistema difensivo anche Buscoldo con il suo castello e due torri.

Attraverso la porta di Curtatone, con il consenso del marchese di Mantova Federico II Gonzaga nel novembre 1526, transitarono le truppe dei lanzichenecchi di Carlo V, rallentando nello stesso tempo la marcia delle truppe della Lega di Cognac al comando di Giovanni delle Bande Nere, affiancato da Aloisio Gonzaga, che combatterono nella Battaglia di Governolo il 25 novembre dello stesso anno.

Con la caduta dei Gonzaga venne meno anche l'importanza del Serraglio.


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giovedì 2 aprile 2015

IL PALAZZO MARTINENGO A SALO'

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Il palazzo Martinengo a Barbarano fu costruito su incarico del marchese Sforza Pallavicino capitano della Repubblica di Venezia. Possiede un grande parco con stupende fontane. Il palazzo è proprietà privata, quindi non visitabile.

Questo palazzo in riva al lago è stato costruito circa nel 1560 circa, ed è classificato come monumento nazionale. Questa casa è dotata di bellissimi pavimenti originali, di soffitti alti da sei ai nove metri, grandi saloni e camere da letto, una loggia imponente, con statue, fontane, giardini ornati con magnolie giapponesi e cipressi, e spiagge.

Il grande palazzo ricorda una fortezza, senza ornamenti e funzionale alla sicurezza dei suoi abitanti.
Dalla strada, la facciata si presenta bassa e possente, con il susseguirsi quasi monotono delle finestrature e il torrione squadrato, forse il più antico di tutto l’insieme, privo di caditoie e merlature, ormai inutili alla difesa dopo l’avvento delle armi da fuoco. Più bassa vi è una garitta pensile, dotata di feritoie, sufficiente per le operazioni di avvistamento e per la prima difesa al tempi degli archibugi. Suggestivi sono i due parchi adiacenti il palazzo. Verso oriente troviamo tutte le essenze tipiche del clima mediterraneo, dagli ulivi al lauro, dal leccio al cipresso e, nascosta nel verde, una fontana con al centro la statuta di Diana che sorge da una grande conchiglia. Al di là della strada Gardesana, abbiamo il giardino di cipressi, animato da una monumentale fontana alimentata da una piccola sorgente che, un tempo, serviva per irrigare le piante di aranci e limoni coltivate nelle serre. Visto dal lago, il palazzo presenta la sua struttura complessiva, organizzata su quattro corpi di fabbricati collegati tra loro. All’interno, il salone di rappresentanza, che occupa, in lunghezza, quasi la metà del primo  edificio, si caratterizza per il ricco soffitto a cassettoni, dove si susseguono ampi lacunari quadrati entro i quali sono circoscritti lacunari ottagonali. Alla parete di fondo, troviamo il grande camino in marmo di Rezzato, dove due cariatidi sostengono il potente architrave. Sulla bella galleria con soffitto a travetti, si affacciano varie stanze da letto e la biblioteca, tutte con soffitto a cassettoni, sempre di forma diversa e di rara bellezza. Le tre sale più belle dell’intero complesso sono nella parte che, partendo dalla torre si protende verso il lago. Nella torre vi è la sala da pranzo col soffitto ligneo che ne denota l’origine più antica rispettop al resto. Tutto attorno alle pareti della grande sala che segue corre una fascia affrescata, raffigurante gli animali più strani e mostri marini. Infine, l’ultima sala si affaccia direttamente sul lago.


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martedì 31 marzo 2015

PARCO ARCHEOLOGICO ROCCA MANERBA

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Cammina, cammina, arrivarono in un bosco folto e rigoglioso dove crescevano insieme lecci e roverelle; profumati tappeti di fiori si piegavano ai loro passi, mentre piccoli uccelli variopinti cantavano nel fitto della boscaglia. Da un lato si ergeva un monte dallo strano profilo, dall’altro si adagiava un grande lago appena increspato da onde scintillanti… "
(da Andar per sentieri)

Non è la descrizione di un paesaggio fiabesco ma un luogo reale dove, lasciata la fretta e il rumore della vita quotidiana, è possibile immergersi in una natura multiforme e piena di sorprese: è il Parco Naturalistico della Rocca di Manerba. Esso, in uno spazio relativamente circoscritto, racchiude una varietà di specie vegetali davvero unica: piante che appartengono a climi diversi convivono accomunate dalla presenza rassicurante del lago.

La Rocca di Manerba è posta su uno sperone roccioso a picco sul Lago di Garda molto facile da raggiungere in macchina dal centro di Manerba del Garda.

Si può accedere alla rocca attraverso il sentiero che attraversa il parco, taglia per  il pianoro del "Sasso" e si arrampica fino ai ruderi del castello.

Gli scavi archeologici nell’area del Sasso, area sottostante la Rocca, esposta al vento e interrotta da una scogliera a strapiombo sul lago, con un salto di 150 metri, sono state rinvenute tracce di un insediamento del Mesolitico che testimoniano la presenza di esseri umani circa da 8000 a 5000 anni fa.

Durante le ricerche archeologiche sono venute alla luce tre circuiti di mura di difesa databili fra il XII e XIII secolo di cui il più interno racchiude la sommità della Rocca.

Entro la cinta esterna gli scavi hanno identificato una sequenza stratigrafica che va dalla cultura di Lagozza (4000 a.C.) alla fortificazione medievale da cui il sito trae il nome.

Numerosi reperti archeologici dimostrano la presenza di insediamenti Etruschi, dei Galli Cenomani e dei Romani.

Nel 776 la Rocca fu l’ultimo baluardo di resistenza dei Longobardi ai Franchi di Carlo Magno, che un secolo dopo, donò i terreni circostanti ed in riva al lago, ai monaci di San Zeno di Verona.

Col tempo la proprietà della Rocca fu degli Scaligeri, dei Visconti ed infine della Repubblica Veneta.

L'ultima struttura medievale venne distrutta nel 1574, per ordine della Serenissima perché divenuta una fortezza inespugnabile di fuorilegge.

Sulla sommità della Rocca, grazie a lavori di restauro e valorizzazione archeologica e ambientale, è possibile vedere i resti dell’antico castello medievale e di altre antiche strutture accessibili attraverso una ripida strada asfaltata, chiusa alla circolazione nell’ultimo tratto dopo il Parcheggio.

Il percorso attraverso muri perimetrali, scalinate e ponticelli in legno è segnalato da bacheche descrittive.

I ruderi, nella parte dell'entroterra declinano verso un prato che offre ospitalità e riposo ai  visitatori. Inoltre dalla Rocca si arriva anche ad una splendida spiaggia.

Sul lato dei ruderi che guardano verso il lago, un ripido e in parte difficile sentiero, permette di scendere al Parco della Rocca di Manerba.

Accessibile anche dal basso, un grande bellissimo pianoro coperto da boschi e prati di 90 ettari che comprendono la Rocca stessa e tutto il tratto costiero denominato Parco Naturale Archeologico della Rocca e del Sasso.

Nei boschi che ricoprono gran parte del territorio del Parco si trovano rappresentate tutta gli alberi  ed i cespugli autoctoni, come il Carpino nero, la Quercia roverella, il Pungitopo, il Caprifoglio e l'Elleboro che convivono con alberi e cespugli propri della Macchia Mediterranea.

Il Centro Visitatori del Parco Archeologico Naturalistico della Rocca di Manerba del Garda ospita nella sua attuale sede espositiva  (vicino al parcheggio sotto la Rocca) anche il Museo Civico Archeologico della Valtenesi.

L’edificio, frutto del riadattamento di una costruzione preesistente  con l’aggiunta di un nuovo corpo di fabbrica, sorge in posizione “strategica” lungo la salita che conduce alla sommità della Rocca. La struttura è caratterizzata, sul lato ovest rivolto verso il lago e la campagna circostante, da un’ampia vetrata che, oltre a essere sorgente di grande luminosità per gli interni, enfatizza lo stretto collegamento del complesso con il paesaggio circostante.

Al piano terra il percorso archeologico, con pannelli esplicativi e didattici bilingui (in Italiano e Inglese) e una scelta di reperti esposti all’interno di vetrine, illustra i contesti insediativi indagati nel territorio di Manerba del Garda: il sito pluristratificato della Rocca e del Sasso, occupato dall’uomo dal periodo mesolitico (8000-5000 a.C.) al XVI secolo della nostra era; quello della Pieve di Santa Maria, dove, sui resti di una villa romana affacciata sul lago, sorsero dapprima strutture abitative altomedievali e poi l’edificio religioso, con le sue varie fasi; infine, quello di località S. Sivino, sulle rive del lago, con resti di un abitato palafitticolo dell’Età del Bronzo che fa parte del patrimonio mondiale UNESCO.
Nell’esposizione sono mostrati al pubblico reperti provenienti da ricerche di superficie e da scavi stratigrafici condotti nelle località Sasso e Riparo Valtenesi, Rocca, Pieve e San Sivino. Parte di questi manufatti - esposti per la prima volta nel 1972 in una mostra che sintetizzava i risultati delle ricerche archeologiche nel territorio - divennero poi parte integrante dell’allestimento del Museo Civico Archeologico della Valtenesi, prima presso locali vicino alla Pieve di Santa Maria e poi, dal 1989, nella sede di piazza Simonati. Il criterio seguito nell’allestimento del percorso espositivo è topografico, cioè per contesti insediativi circoscritti, all’interno di ciascuno dei quali si sono seguite, dal periodo più antico al più recente, le diverse vicende che hanno interessato ciascun sito.
Si sono creati, così, quattro nuclei principali, aventi lo scopo di fornire - attraverso i risultati di accurate ricerche di superficie, degli scavi e degli studi finora condotti e alcuni dei quali ancora in corso - un quadro dell’insediamento umano nella zona, sempre passibile di ulteriori approfondimenti e variazioni.

Al primo piano la sezione naturalistica - attraverso numerosi pannelli con splendide fotografie delle specie arboree e faunistiche che popolano il Parco e due plastici, uno con la riproposizione attuale del territorio naturale del Parco e l’altro con la ricostruzione del castello medievale - sottolinea la notevole valenza ambientale di questo meraviglioso contesto che ha costituito, insieme alla posizione protesa a controllo del basso lago e la vicinanza a vie di transito, sia d’acqua che di terra, importanti fin dalle epoche preistoriche, il motivo per cui l’uomo l’ha scelto per frequentarlo e insediarvisi per così lungo tempo.
Alcune delle specie arboree, già presenti fin dalle epoche preistoriche e conservatesi tra i resti carbonizzati delle offerte rituali nel sepolcreto dell’Età del Rame del Riparo Valtenesi, popolano tuttora il parco e fanno parte delle presenze più decorative, mentre i pesci del lago costituirono sicuramente fin dal Mesolitico la base dell’alimentazione delle popolazioni locali.
Il settore espositivo dedicato alla parte naturalistica ripropone, con una serie di fotografie di grande effetto corredate da testi scientificamente rigorosi e didascalie didattiche, le sensazioni che il visitatore proverà percorrendo i sentieri del Parco.
Ogni ambiente naturale viene “fissato” nei suoi caratteri principali e descritto nell’ambito di uno o più pannelli espositivi, a loro volta raggruppati per titolo e per colore di fondo. Così, immaginandoci di camminare durante una bella giornata di primavera, inondata dal caldo sole di maggio e pervasa dal profumo dei mille fiori appena sbocciati, potremo contemplare il profilo roccioso della Rocca e capirne l’origine, distingueremo flora e fauna dei boschi, ammireremo i colori dei prati aridi del Sasso e gli animali che li popolano, le rare orchidee e gli arbusti e le erbe di indole mediterranea, poi la campagna coltivata e la sua storia, infine gli uccelli acquatici e i pesci abitatori delle acque del lago, secondo un percorso logico di accompagnamento alla scoperta della natura del Parco.

Narra un antica legenda che un ferocissimo lupo abitasse sulla rupe di Manerba, occupando un antro a picco sul lago impedendo a chiunque di avvicinarsi.

Dopo vari tentativi di cattura, gli abitanti misero una taglia sulla testa del lupo e fra i giovani che si presentarono ne vennero scelti tre: un giovane di Moniga, uno della Raffa e uno della Pieve vecchia.

Il giovane di Moniga, cacciatore, cercò di attirare il lupo con un’esca viva, ma non ebbe successo e fini per essere spinto giù dalle alte scogliere.

Quello della Raffa, pescatore, tentò di catturare il lupo con una  grande rete ma anch’esso finì come l'altro.

Il giovane della Pieve, contadino, dopo aver chiamato il lupo con finti ululati, affrontò la belva innalzando una croce gridando di arretrare.

Miracolosamente il lupo indietreggiò fino a cadere dalla rupe e morire.

Si narra che, mentre il popolo di Manerba festeggiava il vincitore, erigendo una grande croce in vetta alla Rocca, nel lago i corpi dei due sfortunati giovani si trasformarono in due grandi scogli.



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venerdì 20 febbraio 2015

CASTELLO SFORZESCO



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Passeggiando per Milano possiamo ammirare il Castello Sforzesco.

Il Castello Sforzesco è uno dei principali simboli di Milano e della sua storia. Fu costruito nel XV secolo da Francesco Sforza, divenuto da poco Duca di Milano, sui resti di una precedente fortificazione risalente al XIV secolo nota come Castrum Porte Jovis (Castello di porta Giovia o Zobia), e nei secoli ha subito notevoli trasformazioni. Fra il Cinquecento e il Seicento era una delle principali cittadelle militari d'Europa; restaurato in stile storicista da Luca Beltrami tra il 1891 e il 1905, ora è sede di importanti istituzioni culturali e meta turistica. È uno dei più grandi castelli d'Europa.

La costruzione di una fortificazione con funzioni prettamente difensive fu avviata nella seconda metà del Trecento dalla dinastia viscontea, che deteneva la signoria di Milano da quasi un secolo, da quando nel 1277 l'arcivescovo Ottone Visconti aveva sconfitto nella battaglia di Desio e cacciato da Milano il precedente Signore, Francesco Mucillo. Nel 1354 l'arcivescovo Giovanni Visconti, morendo, lasciò in eredità il ducato ai tre nipoti Matteo II, Galeazzo II e Bernabò. Tra il 1360 e il 1370 Galeazzo Visconti fece costruire, a cavallo delle mura della città, in corrispondenza della Porta Giovia (o Zobia) una fortificazione detta, appunto, Castello di Porta Giovia, dal nome dell'antico ingresso della cinta delle mura romane dedicato a Giove.

L'edificio venne ampliato dai suoi successori: Gian Galeazzo Visconti, che divenne nel 1395 il primo duca di Milano, Giovanni Maria e Filippo Maria, che per primo trasferì la corte stabilmente nel castello dal palazzo ducale che sorgeva presso il duomo (l'odierno palazzo reale). Il risultato è un castello a pianta quadrata, con i lati lunghi 200 m, e quattro torri agli angoli, di cui le due rivolte verso la città particolarmente imponenti, con muri perimetrali spessi 7 m. La costruzione divenne così dimora permanente della dinastia viscontea, per essere poi distrutta nel 1447 dalla neonata Aurea Repubblica Ambrosiana, fondata dai nobili milanesi dopo l'estinzione della dinastia viscontea avvenuta con la morte senza eredi legittimi del duca Filippo Maria.

Fu il capitano di ventura Francesco I Sforza ad avviarne la ricostruzione nel 1450 per farne la sua residenza, dopo aver abbattuto la Repubblica ed essersi impadronito di Milano quale marito di Bianca Maria Visconti. Non essendo di nobili origini, e non avendo quindi un proprio blasone, mantenne quale stemma del proprio casato la vipera viscontea. All'epoca gli era pari solo il castello Het Steen di Anversa. Nel 1452 Filarete venne ingaggiato dal duca per la costruzione e la decorazione della torre mediana, che difatti tuttora viene chiamata Torre del Filarete, cui successe l'architetto militare Bartolomeo Gadio. Alla morte di Francesco Sforza, gli successe il figlio Galeazzo Maria che fece continuare i lavori dall'architetto Benedetto Ferrini. in questi anni fu avviata una grande campagna di affreschi delle sale della corte ducale, affidata ai pittori del ducato, di cui l'esempio più pregevole è la cappella ducale cui lavorò Bonifacio Bembo. Nel 1476, sotto la reggenza di Bona di Savoia, fu costruita la torre omonima.

Nel 1494 salì al potere Ludovico il Moro e il castello divenne sede di una delle corti più ricche e fastose d'Europa, alla realizzazione della quale furono chiamati a lavorare artisti come Leonardo da Vinci (che affrescò diverse sale dell'appartamento ducale, insieme a Bernardino Zenale e Bernardino Butinone) e il Bramante (forse per una ponticella per collegare il castello alla cosiddetta strada coperta), mentre molti pittori affrescarono la sala della balla illustrando le gesta di Francesco Sforza. Di Leonardo resta in particolare la pittura di Intrecci vegetali con frutti e monocromi di radici e rocce nella Sala delle Asse, del 1498, mentre nulla rimane del colossale monumento equestre a Francesco Sforza, distrutto dai Francesi prima di essere completato.

Negli anni a seguire il castello fu infatti danneggiato dai continui attacchi che francesi, milanesi e truppe germaniche si scambiarono; fu aggiunto un baluardo allungato chiamato "tenaglia" che dà il nome alla porta vicina e progettato forse da Cesare Cesariano, ma nel 1521 la Torre del Filarete esplose, perché un soldato francese fece per sbaglio esplodere una bomba dopo che la torre fu adibita ad armeria. Ritornato al potere e al castello, Francesco II Sforza ristrutturò e ampliò la fortezza, adibendone una parte a sontuosa dimora della moglie Cristina di Danimarca.

Passato sotto il dominio spagnolo, il castello nel 1535 (governatore Antonio de Leyva) perse il ruolo di dimora signorile, che passò al Palazzo Ducale, e divenne il fulcro della nuova cittadella, sede delle truppe militari iberiche: la guarnigione era una delle più grandi d'Europa, variabile da 1000 a 3000 uomini, con a capo un castellano spagnolo. Nel 1550 cominciarono i lavori per il potenziamento delle fortificazioni, con l'aiuto di Vincenzo Seregni: fu costruito un nuovo sistema difensivo di pianta prima pentagonale e poi esagonale (tipica della fortificazione alla moderna): una stella a sei punte portate poi a 12 con l'aggiunta di apposite mezzelune. Le difese esterne raggiunsero così la lunghezza complessiva di 3 km, e coprivano un'area di circa 25,9 ettari. Le antiche sale affrescate furono adibite a falegnameria e a dispense, mentre nei cortili furono costruiti pollai in muratura. All'inizio del Seicento l'opera fu completata con fossati, che separarono completamente il castello dalla città, e la "strada coperta".

Quando la Lombardia passò dalla Spagna agli Asburgo d'Austria, per mano del grande generale Eugenio di Savoia, il castello conservò la propria destinazione militare. L'unica nota artistica del dominio austriaco è la statua di San Giovanni Nepomuceno, protettore dell'esercito austriaco, posta nel cortile della Piazza d'armi.

Con l'arrivo in Italia di Napoleone, l'Arciduca Ferdinando d'Austria abbandonò il 9 maggio 1796 la città, lasciando al Castello una guarnigione di 2.000 soldati, sotto il comando del tenente colonnello Lamy, con 152 cannoni e buone scorte di polvere, fucili e foraggiamenti. Respinto un primo, velleitario, attacco di un gruppo di Milanesi filo-giacobini, subì l'assedio francese, protratto dal 15 maggio alla fine di giugno. In un primo tempo Napoleone ordinò di ripristinarne le difese, per alloggiarvi una guarnigione di 4000 uomini. Nell'aprile 1799 questa dovette subire l'assedio delle rientranti truppe austro-russe ma, già un anno dopo, all'indomani di Marengo, il dominio francese venne ristabilito.

Già nel 1796 era stata presentata una prima petizione popolare, che richiedeva l'abbattimento del castello, interpretato quale simbolo della 'antica tirannide'. Con decreto del 23 giugno 1800 Napoleone ne ordinò, in effetti, la totale demolizione. Essa venne realizzata a partire dal 1801, solo in parte per le torri laterali e in toto per i bastioni spagnoli, esterni al palazzo sforzesco, di fronte alla popolazione esultante.

Nel 1801 venne presentato dall'architetto Antolini un progetto per il rimaneggiamento del castello in forme vistosamente neo-classiche, con un atrio a dodici colonne e circondato dal primo progetto di Foro Buonaparte: una piazza circolare di circa 570 metri di diametro, circondata da una sterminata serie di edifici pubblici di forme monumentali (le Terme, il Pantheon, il Museo Nazionale, la Borsa, il Teatro, la Dogana), collegati da portici sui quali si sarebbero aperti magazzini, negozi ed edifici privati. Esso venne respinto da Napoleone, il 13 luglio dello stesso anno, perché troppo costoso e, in effetti, sproporzionato ad una città di circa 150 000 abitanti.

Venne quindi ripreso in considerazione un secondo progetto, presentato dal Canonica, che limitava l'intervento alla sola parte rivolta verso via Dante (che porta comunque il nome dell'ambizioso progetto: Foro Bonaparte) mentre la vasta area retrostante venne adibita a piazza d'armi, coronata, anni più tardi, dall'Arco della Pace, opera del Cagnola, a quel tempo dedicato a Napoleone.

Pochi anni a seguire, nel 1815, Milano e il Regno Lombardo-Veneto, furono annessi nell'Impero d'Austria, sotto il dominio dagli austriaci del Bellegarde e il castello arricchito di cortine, passaggi, prigioni e fossati, divenne tristemente famoso perché durante la rivolta dei milanesi nel 1848 (le cosiddette Cinque giornate di Milano), il maresciallo Radetzky darà ordine di bombardare la città proprio con suoi cannoni. Durante i tragici avvenimenti delle guerre d'indipendenza italiane, gli austriaci si ritirarono per qualche tempo e i milanesi ne approfittarono per smantellare parte delle difese rivolte verso la città. Quando nel 1859 Milano è definitivamente in mano sabauda e dal 1861 parte del Regno d'Italia la popolazione invade il castello, derubando e saccheggiando in segno di rivalsa.

Circa 20 anni dopo il castello fu oggetto di dibattito: molti milanesi proposero di abbatterlo per dimenticare i secoli di giogo militare e soprattutto per costruire un quartiere residenziale estremamente lucroso. Tuttavia prevalse la cultura storica e l'architetto Luca Beltrami lo sottopose a un restauro massiccio, quasi una ricostruzione, che ebbe come scopo far tornare il castello alle forme della signoria degli Sforza. Restauro che terminò nel 1905, quando venne inaugurata la Torre del Filarete, ricostruita in base a disegni del XVI secolo e dedicata a re Umberto I di Savoia, assassinato pochi anni prima. La torre costituisce anche il fondale prospettico della nuova via Dante.

Nella vecchia piazza d'armi vengono inoltre messe a dimora centinaia di piante nel nuovo polmone verde cittadino, il Parco del Sempione, giardino paesaggistico in stile inglese. Il Foro Bonaparte è ricostruito a scopo residenziale anteriormente al castello.

Nel corso del XX secolo il castello viene danneggiato e ristrutturato dopo la seconda guerra mondiale; negli anni novanta fu costruita in piazza castello una grande fontana ispirata ad una precedentemente installata sul posto che venne smantellata negli anni sessanta durante i lavori per la costruzione della prima linea della metropolitana e non più rimessa dopo il termine dei lavori.

Nel 2005 si è concluso l'ultimo restauro di cortili e sale.

Demolita, come si è detto, nel corso dell'Ottocento, la cinta di fortificazioni più esterna, detta "Ghirlanda", ciò che oggi si vede del castello è la parte più antica, di edificazione trecentesca e quattrocentesca. Questa struttura ha pianta quadrata, con lati della lunghezza di duecento metri circa. I quattro angoli sono costituiti da torri, ciascuna orientata secondo uno dei punti cardinali. Le torri Sud e Est, che incorniciano la facciata principale verso il duomo, hanno forma cilindrica, mentre le altre due, che incorniciano la facciata verso il parco, hanno pianta quadrata e sono dette "Falconiera" la Nord e "Castellana" la Ovest. Tutto il perimetro è ancora circondato dall'antico fossato, ora non più allagato.

La facciata che pospetta verso il centro della città fu edificata alla metà del quattrocento durante la ricostruzione voluta dal Duca Francesco. Di tale periodo conservano il loro aspetto originario le due torri laterali rotonde, rivestite di bugnato a punta di diamante, che furono utilizzate nel corso dei secoli come prigioni, e dalla fine dell'Ottocento ospitano cisterne dell'acquedotto. Al loro interno si conservano ancora tracce delle segrete dove venivano rinchiusi i patrioti durante il periodo risorgimentale. Le merlature medioevali sono frutto del restauro ottocentesco; esse erano state infatti abbattute per far posto ai grandi cannoni e alle artiglierie che erano issate sulla cima delle torri e rivolte a minaccia della città, nei secoli in cui il castello ospitava la guarnigione austriaca, come si può vedere dai dipinti dell'epoca.

Dal 1906 al 1999 ha ospitato
la Scuola superiore d'Arte applicata all'Industria del Castello Sforzesco
Attualmente il complesso ospita:

Pinacoteca del Castello Sforzesco: conserva una ricchissima collezione di dipinti, tra cui opere di Filippo Lippi, Antonello da Messina, Andrea Mantegna, Canaletto, Correggio, Tiepolo
Museo della Preistoria
Museo egizio
Museo d'arte antica, con l'ultima statua di Michelangelo, la Pietà Rondanini.
Museo degli strumenti musicali
Museo del Mobile
Civiche Raccolte d'Arte Applicata
Raccolte Extraeuropee
Rivellino del Santo Spirito (escursione tra i tetti e i passaggi coperti sulla mura esterne del castello)
Biblioteca Trivulziana, che conserva il Codice Trivulziano di Leonardo da Vinci,
Archivio Storico Civico
Biblioteca d'Arte del Castello Sforzesco
Civica raccolta delle stampe Achille Bertarelli
Libreria del Castello
nonché numerose mostre itineranti.

Curiosa è la rilevante collezione archeologica di arte paleocristiana e precolombiana raccolta da Carlo Dossi durante i suoi anni di attività di scavo sul territorio milanese, greco e sudamericano. La collezione venne in parte trattenuta dallo stesso Dossi (si veda il Museo archeologico Villa Pisani Dossi a Corbetta) e, in gran parte, venne donata al Museo del Castello Sforzesco con l'obbligo di istituirvi un museo, la cui causa venne perorata anche dai discendenti dello scapigliato milanese. È lo stesso Carlo Dossi a parlare più volte di questa donazione all'interno della sua opera Note Azzurre. Attualmente questi reperti non sono esposti al pubblico e continuano a soggiacere negli scantinati del Castello.


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