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mercoledì 10 giugno 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : MANTOVA

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Il mito della fondazione della città è legato con la storia della profetessa Manto, che la tradizione greca vuole figlia dell'indovino tebano Tiresia. Le vicende narrate nel mito vedono una dicotomia di questo personaggio (come anche accadde per quello di Longino): fonti greche narrano che Manto, fuggita da Tebe, si fermò nell'attuale Turchia; altre invece descrivono il suo arrivo, dopo lungo errare, nel territorio, allora completamente palustre, che oggi ospita la città. In questo luogo creò un lago con le sue lacrime; secondo la leggenda queste acque avevano la magica proprietà di conferire capacità profetiche a chi le beveva. Manto avrebbe incontrato e sposato la divinità fluviale Tybris (il Tevere) re dei Toscani, e il loro figlio Ocno (detto anche Bianore) avrebbe fondato una città sulle sponde del fiume Mincio chiamandola, in onore della madre, Mantua. La consonanza tra Manto e il nome della città virgiliana avvalora la seconda versione del mito. Secondo un'altra teoria Mantova trae l'origine del suo nome da Mantu, dio etrusco, signore dei morti del pantheon tirreno.

Secondo un'altra ipotesi Mantova fu fondata da Tarconte che derivò il suo nome da Manth, dio etrusco, signore dei morti del pantheon tirreno.

Il mito della fondazione di Mantova trova spazio anche nella Divina Commedia di Dante Alighieri nel XX Canto dell'Inferno, nel quale Dante stesso e la sua guida mantovana Virgilio incontrano gli indovini. Proprio indicando una di queste anime, Virgilio descrive i dintorni della città, il Lago di Garda ed il corso del Mincio che si tuffa nel Po a Governolo per affermare, riferendosi alla leggenda dell'indovina Manto:

« Fer la città sovra quell'ossa morte; e per colei che 'l loco prima elesse, Mantüa l'appellar sanz'altra sorte. »

Le prime tracce di un possibile stanziamento abitativo nell'area della futura Mantova risalgono al Bronzo Recente/Finale (Menotti - Pau - Tirabassi, Primi elementi del Bronzo Finale sull'isola di Mantova, PPE, Atti del X Incontro di Studi, vol. II, 2012), attorno all'XI-X secolo a.C.

Nel VI secolo a.C. si sviluppò la città etrusca all'interno di un territorio dove numerosi sono i siti archeologici con tracce della civiltà etrusco-padana, il più importante dei quali è il Forcello, nel vicino comune di Bagnolo San Vito.

Mantova diede anche i natali a Publio Virgilio Marone, che nacque ad Andes, alle porte di Mantova, il 15 Ottobre del 70 a. C. poi si trasferì per seguire i suoi studi filosofici prima a Roma e poi a Napoli. Virgilio non dimenticò mai il dolore causato dalla perdita della sua terra, per la quale sentì sempre una viva nostalgia.
Dopo la dominazione dei Cenomani vi fu la conquista dei Romani avvenuta nel 214 a.C. Divenuta colonia, assurse al titolo di città libera dopo la promulgazione della Lex Iulia de civitate del 90 a.C. che estese la cittadinanza romana agli abitanti delle colonie e divenne municipium dal 47 a.C. Il 15 ottobre del 70 a.C. ad Andes, piccolo villaggio nei pressi di Mantova, nacque Virgilio (Publio Virgilio Marone). Nonostante questi importanti eventi, la Mantua romana rimase ai margini, secondaria rispetto a città vicine come Verona e Cremona.

Come già nella capitale dell'Impero romano anche a Mantova giunse il messaggio cristiano. Nel 37 fu martirizzato Longino, il centurione romano che ferì al costato Gesù e che divenne custode del suo sangue e alcuni anni dopo giunse a Mantova e vi predicò, Barnaba, autore del vangelo apocrifo Gli Atti di Barnaba. La dominazione romana durò per secoli. Una recente scoperta archeologica in Piazza Sordello, il pavimento di una sontuosa domus romana del I o II secolo d.C., sembra rivalutare l'importanza della Mantua d'epoca romana.

Nel 452 a Governolo si svolse il celebre incontro nel quale Papa Leone I fermò l'avanzata verso Roma di Attila, ma il destino di decadenza era ormai segnato.

Caduto l'Impero romano per mano di Odoacre nel 476 d.C., Mantova fu invasa dai Goti di Teodorico e successivamente fu occupata dai Bizantini. All'inizio del VII secolo la città divenne longobarda sotto la guida del re Agilulfo che la riconquistò il 13 settembre 602 e dal 774 iniziò il dominio dei Franchi. Evento storico determinante per il successivo sviluppo cittadino, fu il ritrovamento nell'anno 804 del presunto Sangue di Cristo seppellito in località "Gradaro" dal centurione romano Longino. Infatti si fa risalire all'anno successivo la nascita della diocesi, quando Papa Leone III, venne a Mantova su invito di Carlo Magno con il fine di verificare il ritrovamento del Preziosissimo Sangue di Cristo.
Intorno all'anno mille, con Tebaldo di Canossa, Mantova entrò a far parte dei possedimenti Canossiani. Fu elevata a capitale da Bonifacio III senza averne in cambio la fedeltà sperata. All'assassinio di quest'ultimo e dopo la quasi immediata morte dei due figli maschi, ci fu la successione con la figlia, la contessa Matilde che a Mantova vi era nata nel 1046. Durante il periodo matildico a Mantova si tenne un Concilio nel 1064 che assolse il papa Alessandro II dall'accusa di simonia e scomunicò l'antipapa Onorio II. Alla morte di Matilde, avvenuta il 25 luglio 1115, la città, formalmente feudo imperiale, poté costituirsi in Libero Comune in seguito alle concessioni dell'imperatore che rinunciò alla nomina di un nuovo conte. La maggiore autonomia fu assicurata a Mantova come agli altri comuni della Lega Lombarda a partire principalmente dal Trattato di Costanza del 1183.

La città fu divisa in quattro con l'istituzione dei quartieri di Santo Stefano, poi di San Pietro, di San Leonardo, di San Giacomo e di San Martino. Ciascuno di questi era diviso in cinque contrade.
A capo della gerarchia cittadina era il Vescovo che solo nel 1186 perse la potestas a favore del primo Podestà forestiero, il milanese Attone di Pagano. Dal 1257 il comune fu guidato da una nuova carica, il Capitano del Popolo. All'interno della città si andarono affermando le famiglie dei Bonacolsi, degli Arlotti, dei Casaloldi. Dopo conflitti scoppiati tra questi, primeggiarono i ghibellini Bonacolsi e, nel 1273, Pinamonte Bonacolsi iniziò il periodo in cui Mantova fu sotto la guida di una Signoria. I Bonacolsi erano appoggiati dall'autorità imperiale per la loro politica ghibellina, oltre che favorevolmente visti dalla cittadinanza, quali difensori della popolazione mantovana dalle angherie del clero e dalla minaccia dell'inquisizione. La cittadinanza mantovana aveva già mostrato, nel 1235, una certa insofferenza verso i tentativi di ingerenza della Chiesa nell'amministrazione civile e penale della città, quando il vescovo Guidotto da Correggio venne linciato a furor di popolo, per aver preteso di limitare le libertà civili concesse dal Podestà. Dopo il generale malcontento causato dal rogo dell'eretico Martino di Campitello, nel 1265, i Bonacolsi attuarono una politica decisamente attenta a limitare gli eccessi del potere religioso. Nel 1293, in seguito allo sdegno provocato dal comportamento scarsamente edificante dei monaci domenicani verso alcune fanciulle, una folta delegazione di mantovani entrò con la forza nel convento e sottopose i monaci a una dura serie di insulti e minacce, sottolineando la reprimenda con la vigorosa bastonatura dei colpevoli o presunti tali. I domenicani si rivolsero alla magistratura, ottenendo dal giudice dei malefici la condanna per i responsabili al risarcimento pecuniario del danno subìto. La sentenza venne però annullata dal capitano del popolo Bardellone Bonacolsi, in riconoscimento delle buone ragioni dei condannati. Durante il governo di Guido Bomacolsi, nel 1303, entrarono in vigore gli Statuti Bonacolsiani, senza che vi fossero inserite norme repressive contro gli eretici, precedentemente ottenute dal vescovo Martino da Parma, già nel 1252. Con la ripresa delle sorti guelfe, dal secondo decennio del XIV secolo, gli scontri con il clero si fecero più pesanti, fino ad arrivare all'ordine di Rinaldo dei Bonacolsi, nel 1316, con il quale si vietava di portare armi agli "assistenti" del potente inquisitore Tomasino Tonsi di Modena. Il papa Giovanni XXII, nel 1326, scomunicò Rainaldo, creando le condizioni per la ripresa dei conflitti di potere tra le famiglie mantovane, che portò alla conquista della città da parte dei Gonzaga, nel 1328, sostenuti dalle milizie veronesi di Cangrande I della Scala.

Il 16 agosto 1328 Rainaldo, detto il Passerino, l'ultimo dei Bonacolsi, fu ucciso durante una rivolta popolare appoggiata militarmente da Cangrande I della Scala, signore di Verona. I Corradi da Gonzaga, nobili di campagna inurbatisi nel 1186, acquisirono il potere sottraendolo alle ambizioni degli Scaligeri.

Essendo originari di Gonzaga, furono ben presto identificati con l'appellativo del solo toponimo di provenienza, divenendo una delle più celebri e longeve famiglie del Rinascimento italiano. Già nel 1329 Ludovico il Bavaro conferì il titolo di vicario imperiale di Mantova a Luigi, primo Gonzaga Capitano del Popolo.

Oltre il potere politico, i Gonzaga continuarono ad accrescere le loro proprietà immobiliari e terriere al punto di includere nei terreni allodiali ben 25.000 biolche mantovane. La ricchezza della nascente signoria derivava da più fonti: i redditi derivanti dalle proprietà terriere dirette e dalle investiture feudali, dalle condotte militari in cui i comandanti gonzagheschi eccellevano, e i tributi che s'incrementarono a seguito dello sviluppo urbano ed economico di Mantova. Particolarmente intensi erano i rapporti con Venezia. La ricca e fertile campagna mantovana forniva le derrate alimentari alla città lagunare e la liquidità incassata veniva dai Gonzaga reinvestita nell'acquisto dei titoli di debito della Repubblica di Venezia, sempre alla ricerca di capitali per finanziare le spedizioni economico e militari mediterranee. Sul finire del XIV sec., infatti, per le finanze dello Stato mantovano gli interessi percepiti dagli investimenti a Venezia rappresentavano una quota molto significativa delle entrate.

La ricchezza accumulata consentì il versamento di un tributo di 12.000 fiorini d'oro che consentì a Gianfrancesco Gonzaga nel 1433, in una cerimonia pubblica in piazza di San Pietro, si essere insignito del titolo di Marchese dall'Imperatore Sigismondo che durante lo stesso evento annunciò il matrimonio della nipote Barbara di Brandeburgo con il primogenito del nuovo marchese, Ludovico.

L'interesse già manifestatosi per l'arte e i buoni studi, tra gli altri in quegli anni operò a Mantova l'illustre educatore Vittorino da Feltre, fu ancor più accresciuto con il governo di Ludovico iniziato nel 1444. Nel 1459 Papa Pio II (il senese Enea Silvio Piccolomini) convocò un Concilio in Mantova nel corso della quale in data 14 gennaio 1460, proclamò una crociata contro i Turchi, atto puramente simbolico vista l'indifferenza degli stati italiani e del Re di Francia. La permanenza del Papa a Mantova, nella quale fu accolto il 27 maggio 1459 dal marchese Ludovico, durò 7 mesi e 23 giorni.

La politica gonzaghesca era una tenace difesa di un continuo equilibrio tra le potenze confinanti: Repubblica di Venezia, Milano, Ferrara e i possedimenti pontifici. Per ancora altri decenni notevoli entrate nei bilanci gonzagheschi erano riscosse con le condotte militari, proventi derivanti dal capitanato degli eserciti di stati alleati. Famoso condottiero fu il marchese Francesco II che convolò a nozze con la sedicenne Isabella d'Este nel 1490, una delle donne più rappresentative del Rinascimento italiano. Il culmine del prestigio per i Gonzaga si ebbe con Federico II, figlio di Isabella d'Este, che dal 1530 divenne Duca di Mantova, titolo concesso dall'Imperatore Carlo V dopo aver ricevuto un'ingente somma. Nel 1536 in seguito al matrimonio tra Federico II e Margherita Paleologo ci fu l'annessione del lontano Marchesato (poi Ducato) del Monferrato.
Nello stesso anno, il giorno 8 aprile, con la bolla Ad Dominici gregis curam, papa Paolo III convocò a Mantova, per l'anno successivo, un Concilio ecumenico che non si riuscì ad organizzare per le condizioni poste dal Duca Federico II, poco propenso a sostenere spese rilevanti e a cedere, anche solo temporaneamente, parte della propria sovranità sul Ducato. Il Concilio fu annullato e riconvocato ed aperto a Trento nel 1545 sotto la presidenza del cardinale Ercole Gonzaga, anch'egli figlio di Francesco e Isabella, che nel conclave del 1559 non venne eletto papa per soli cinque voti. I Gonzaga comunque perseguirono una politica di tolleranza religiosa che consentì il formarsi di una grande comunità ebraica. Fu solo nel 1612, che Francesco, figlio del duca Vincenzo, seguendo le sollecitazioni della Curia romana, ordinò la creazione delle porte che chiuderanno la comunità ebraica all'interno del "ghetto", porte abbattute il 21 gennaio 1798 in epoca napoleonica.
Il mecenatismo di Isabella non venne meno con i discendenti. Regnante Vincenzo I, il 24 febbraio 1607 fu rappresentata la prima opera lirica della storia musicale, L'Orfeo di Claudio Monteverdi su libretto di Alessandro Striggio. Alla corte gonzaghesca era quindi nato il melodramma. Fu uno degli eventi più clamorosi del teatro e della tarda commedia rinascimentale italiana, ma l'epoca d'oro del Rinascimento mantovano e del successivo manierismo stava volgendo al termine seguendo i destini della famiglia sovrana della città.

Nel 1627, estinta la linea primogenita, il ducato passerà ad un ramo cadetto della famiglia, i Gonzaga-Nevers, francesi. La successione di un "francese", Carlo I, Duca di Nevers e Rethel, in un feudo imperiale, tra l'altro di enorme importanza strategica, non poté che originare una forte reazione dell'Imperatore germanico. Nel frattempo il nuovo duca Carlo I Gonzaga-Nevers, trovandosi in difficoltà economica, vendette al re d'Inghilterra, Carlo I, circa 90 quadri, oggetti preziosi e statue antiche: fu l'inizio della diaspora delle straordinarie raccolte d'arte accumulate da generazioni di Gonzaga. Nel 1630 l'Imperatore nel corso della Guerra di successione di Mantova e del Monferrato (1627-1631), conflitto da inserirsi nel quadro generale della guerra dei trent'anni, inviò un esercito di 36.000 Lanzichenecchi, i quali presero d'assalto la città, devastandola e diffondendovi la peste. Gli abitanti si ridussero a solo 6.000 e Mantova ne uscì profondamente cambiata: i fasti di un tempo e il prestigio resteranno solo un vago ricordo. Il trattato di Ratisbona del 13 ottobre 1630 e il Trattato di Cherasco del 6 aprile 1631 sancirono la legittimità della successione dei Gonzaga Nevers che fu riconosciuta ufficialmente dall'imperatore Ferdinando II.

L'ultimo dei Gonzaga-Nevers, Ferdinando Carlo, si dimostrò politicamente inetto e inadeguato al ruolo. Si alleò con i francesi, al tempo della guerra di successione spagnola. Per paura del castigo imperiale, si rifugiò a Venezia, portando con sé quadri, gioielli, monili e denaro. Il 3 giugno 1708 la Dieta di Ratisbona pronunciò una sentenza contro il duca Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers, che morì poco dopo a Padova, il 5 luglio, dichiarandolo traditore dell'impero e dichiarandolo decaduto per fellonia.
La dominazione austriaca ebbe inizio il 2 aprile 1707 anche se giuridicamente il ducato di Mantova fu appannaggio della casa d'Austria a partire dall'anno dopo, il 1708. Come governatore dello stato mantovano fu nominato il conte Giovan Battista Castelbarco. A quest'ultimo succedettero il langravio Filippo d'Assia-Darmstadt, rimasto in carica dal 1714 al 1735, e il conte Carlo Stampa. Dal 1737 venne nominato un vice-governatore subordinato al governatore della Lombardia austriaca, questo fino al 1745 quando il ducato di Mantova verrà unito allo Stato di Milano.

La dominazione austriaca fu caratterizzata dal 1766 dalla politica delle soppressioni, iniziata da Maria Teresa d'Austria, continuata con il figlio Giuseppe II che produsse la cancellazione di immunità e privilegi ecclesiastici e la soppressione di ordini religiosi che si erano stabiliti a Mantova nei secoli precedenti. Tale politica fu causa della chiusura di numerosi monasteri e conventi che devoluti al demanio statale, furono in massima parte trasformati in caserme e in altre strutture logistiche a servizio della preponderante funzione militare che Mantova aveva assunto sotto la dominazione austriaca. Contemporaneamente Maria Teresa d'Austria diede impulso all'istruzione pubblica, istituendo la scuola primaria obbligatoria e fondando a Mantova nel 1768 la Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere che avrebbe mutato il proprio nome in Accademia Virgiliana nel periodo di governo francese.

Quando Giuseppe II mise mano alla riforma amministrativa dei possedimenti austriaci, entrata in vigore il 1º novembre 1786, Mantova e il suo territorio costituirono una delle otto provincie della Lombardia austriaca. Ma di lì a poco il successore Leopoldo Il ripristinò la suddivisione amministrativa teresiana assicurando a Mantova, dal 24 gennaio 1791, l'antica autonomia.
Il primo periodo di presenza austriaca a Mantova terminò nel 1797.
Il primo periodo di dominazione austriaca si concluse con l'occupazione delle truppe di Napoleone Bonaparte, a seguito di un lungo assedio, durato dal 4 giugno 1796 al 2 febbraio 1797. Decisiva per l'esito finale dell'assedio fu la battaglia della Favorita del 16 gennaio 1797.

Il trattato di Campoformio decretò che Mantova fosse annessa alla neonata Repubblica Cisalpina ma quando ripresero le ostilità, gli austriaci riconquistarono la città il 28 luglio 1799. Però il conflitto su scala continentale tra Francia e seconda coalizione si concluse con la vittoria napoleonica sancita con il trattato di Lunéville del 9 febbraio 1801. Tra le clausole previste c'era il reintegro di Mantova e provincia nella Repubblica Cisalpina. In città lo sgombero delle truppe austriache si concluse pochi giorni dopo, il 16 febbraio 1801.

Nel novembre del 1801, in rappresentanza del Dipartimento del Mincio del quale Mantova era il capoluogo, furono inviati ai comizi di Lione, assemblea che avrebbe statuito la nascita della prima Repubblica Italiana, tre deputati, l'avvocato Leopoldo Camillo Volta, Giuseppe Lattanzi, segretario della Accademia Virgiliana e don Alberto Zecchi, vicario del Vescovo. Dal 26 gennaio 1802 Mantova divenne parte della Repubblica Italiana.

I rivolgimenti istituzionali non si erano ancora conclusi. Infine Napoleone fu incoronato Re d'Italia, il 26 maggio 1805, ponendo fine alla prima Repubblica Italiana. Il 28 agosto fu nuovamente nominato governatore, già lo era stato dopo la prima occupazione francese, Sextius Alexandre François de Miollis a cui si deve la decisione di denominare come Virgiliana l'Accademia istituita da Maria Teresa d'Austria. Con il Regno d'Italia l'importanza strategica della piazzaforte militare di Mantova si rafforzò. Dal 1808, a protezione della città, il generale napoleonico François de Chasseloup-Laubat fece edificare i forti di Pietole, di Belfiore e di San Giorgio[11]. Perciò, non casualmente, l'eroe della lotta armata tirolese Andreas Hofer, dopo la cattura, fu tradotto a Mantova e qui processato e successivamente fucilato il 20 febbraio 1810.

Nel 1814 la città venne investita dalla guerra scoppiata tra le truppe austriache e le truppe del napoleonico Regno d'Italia. Dopo la Convenzione di Schiarino-Rizzino del 16 aprile 1814 che bloccò le ostilità, con la Convenzione di Mantova del 23 aprile 1814, il Viceré Eugenio di Beauharnais rinunciò ad ogni pretesa sul Regno d'Italia, decretandone la dissoluzione.
Con il Congresso di Vienna del 1815 gli austriaci ripresero possesso di Mantova e ne fecero uno dei capisaldi del Quadrilatero difensivo costituito dalle altre tre piazzeforti di Peschiera, Verona, Legnago. Mantova divenne, per la sua posizione strategica, protagonista del Risorgimento italiano. La città, di fatto, divenne un'enorme caserma dove erano acquartierati ben 10.000 soldati provenienti dalle diverse nazioni inglobate nell'impero d'Austria.

Le angherie dei regnanti generarono moti liberali e cominciarono a diffondersi le idee d'indipendenza ed unità d'Italia. La società mantovana fu militarizzata; gli austriaci, infatti, imposero lo stato d'assedio dal 2 aprile 1848 che perdurò fino al 30 aprile 1854. In questa atmosfera, negli anni successivi la sconfitta subita nella Prima Guerra d'Indipendenza (1848/1849), tra il 1851 e il 1853, ci furono le esecuzioni dei Martiri di Belfiore, patrioti appartenenti al comitato rivoluzionario mazziniano che era stato istituito con la loro prima riunione del 2 novembre 1850, sotto la guida di Enrico Tazzoli, Attilio Mori e Giovanni Acerbi. Nel Castello di San Giorgio, divenuto carcere di decine di patrioti, fu rinchiuso anche Felice Orsini che sfuggì, la notte tra 29 e 30 marzo 1856, al probabile capestro con una fuga rocambolesca che ebbe risonanza sulla stampa di tutta Europa.

Il territorio della Provincia di Mantova fu investito dal conflitto tra franco-piemontesi e austriaci anche durante la Seconda Guerra di Indipendenza (1859). Nel 1866, successivamente alla Terza Guerra di Indipendenza e al Plebiscito del 21 e 22 ottobre, Mantova, assieme al Veneto e al Friuli, entra a far parte del Regno d'Italia.
Mantova, non più importante dal punto di vista strategico e militare, fu interessata da numerose demolizioni. Nel corso degli anni della monarchia e del fascismo, furono demolite Porta Cerese, Porta Pusterla, Porta Mulina, Porta Pradella (nel 1940) e le mura lungo l'attuale viale Risorgimento e fu interrata la parallela fossa Magistrale iniziando l'espansione verso sud. Anche il centro storico fu interessato da trasformazioni urbanistiche importanti. Furono abbattuti la palazzina della Paleologa che sorgeva davanti al Castello di San Giorgio, e il passaggio sopraelevato che congiungeva Palazzo Ducale al Duomo. Alle demolizioni nel ghetto ebraico, seguirono la costruzione degli edifici della Camera di Commercio, della Banca d'Italia e del Palazzo Gallico e venne ritrovata e restaurata la Rotonda di San Lorenzo. L'espansione urbanistica fu accompagnata a partire dal 1901 dall'aggregazione di porzioni di territorio dei comuni confinanti. Si cominciò con la frazione di Te, proveniente dal comune di Virgilio. Nel 1906 venne aggregata una porzione di territorio staccata dal comune di Curtatone. Contemporaneamente nei primi decenni del Novecento, i terreni demaniali, dove sorgeva la lunetta di Pompilio, furono ceduti all'amministrazione comunale che, demolita la costruzione militare, dette inizio, nel 1912, ai lavori di costruzione dell’ospedale che fu intitolato a Carlo Poma, il medico Martire di Belfiore.
Mantova, comunque, nonostante l'espansione territoriale, con i suoi 29.142 abitanti, rimane poco più di una cittadina che in presenza di poche attività industriali, vive di riflesso della ricchezza prodotta nelle campagne dove l'agricoltura era già all'avanguardia.
Nel 1919 anche Mantova, come molte altre località italiane, ebbe le sue Giornate Rosse, particolarmente sanguinose. Il 3 dicembre e il 4 dicembre esplodeva la protesta popolare per le vie e le piazze della città. Il giorno prima la Confederazione Generale del Lavoro e il Partito Socialista avevano proclamato lo sciopero generale nazionale. La città fu attraversata da cortei di protesta, presidiata da ingenti forze dell'ordine, colpita da devastazione di vario tipo come l'assalto e il saccheggio di armerie, e ci furono anche scambi di arma da fuoco. Il bilancio finale fu di 7 morti e una quindicina di feriti, tra questi il sindacalista Giuseppe Bertani. Seguirono retate ed arresti: 177 a Mantova, 153 in provincia. Di questi ben 296 si trasformarono in rinvii a giudizio. L'anno dopo furono celebrati i processi, che seppur con pene molto ridimensionate, portarono a 173 condanne.
Anche in epoca fascista continuarono le demolizioni di vecchi edifici. La caserma Landucci che occupava gli edifici della chiesa di S. Domenico e del contiguo convento dei domenicani, fu demolita facendo posto al palazzo dei Sindacati edificato nel 1926-27. Altresì non mancò un'ulteriore espansione territoriale del comune di Mantova con l'aggregazione di altre zone di territorio, staccate dai comuni di Curtatone, Porto Mantovano, San Giorgio di Mantova e Virgilio. Nel 1942, infine, vennero aggregate zone di territorio, staccate dai comuni di Curtatone, Porto Mantovano, Roncoferraro e San Giorgio di Mantova così che il comune di Mantova raggiunse l'attuale superficie di 6.397 ettari. Parallelamente all'espansione territoriale si consolidò la bonifica dei terreni (valletta Paiolo) dove si estendeva il lago omonimo, il cui prosciugamento aveva avuto inizio verso il 1780 e la cui urbanizzazione si concluse negli anni 60/70 così come per i quartieri Due Pini e Valletta Valsecchi.
Particolarmente cruenti furono i giorni successivi all' armistizio dell'8 settembre 1943. La mattina del 9 settembre Mantova fu occupata dalle truppe tedesche. Con le truppe italiane ci furono scontri armati, principalmente alla stazione ferroviaria presidiata dal 4º Contraerei. Numerose furono le vittime, dal registro dell'ospedale risulterebbero ben 24 militari italiani ‘portati mortì, tra questi il bolognese, capitano di complemento, Renato Marabini. La mattina dell'11 settembre venne uccisa Giuseppina Rippa nell'atto di offrire del pane ai militari italiani prigionieri e il 12 settembre fu rinvenuto a Belfiore ucciso da un colpo di pistola Don Eugenio Leoni, il giorno prima prelevato da una pattuglia tedesca nella chiesa di San Simone. La strategia terroristica preventiva dei tedeschi proseguì con l'Eccidio dell'Aldriga, che prende il nome da una località poco oltre il confine comunale di Mantova in territorio di Curtatone, dove il 19 settembre furono fucilati dieci militari italiani prelevati dal campo di concentramento del Gradaro (Kriegsgefangenenlager, poi Stalag 337, infine Dulag 339) situato alla periferia meridionale della città.

Il 4 maggio 1945 si insediava la giunta comunale provvisoria, nominata dal Comitato di Liberazione Nazionale con sindaco il socialista Carlo Camerlenghi. Finiva l'epoca iniziata nel 1927, dei podestà nominati con regio decreto anziché da un'assemblea eletta dai cittadini. Le prime elezioni amministrative si tennero il 24 novembre 1946 assicurando a Partito Socialista Italiano e Partito Comunista Italiano la maggioranza, riproponendo una egemonia della sinistra che era venuta meno solamente con l'avvento del fascismo.

Primo sindaco del dopoguerra, liberamente eletto, fu il comunista Giuseppe Rea. Seguirono altre giunte di sinistra, con sindaci Piero Denicolai, Eugenio Dugoni e Luigi Grigato. Nel corso del mandato amministrativo 1960/64 ci fu un cambio di maggioranza che il 6 agosto 1962 portò alla nascita di una giunta di centro-sinistra sempre presieduta dal socialista Grigato. Con un altro socialista, Gianni Usvardi, dal 20 dicembre 1974 iniziò una nuova stagione, durata 16 anni, di giunte di sinistra. Ad interrompere l'alleanza tra i partiti di sinistra fu, ancora una volta, un sindaco socialista, Sergio Genovesi, che dal 6 agosto 1990 presiedette una giunta pentapartitica, modellata sull'alleanza che esprimeva i governi nazionali.

Nel maggio 1995 viene applicata per la prima volta la nuova normativa che porta all'elezione diretta del sindaco, la popolare Chiara Pinfari. Ad insediamento del consiglio comunale e della giunta già avvenuto, si rilevava l'ineleggibilità della neo-sindaco poiché aveva conservato fino a due giorni prima del ballottaggio elettorale vincente la carica di presidente della Casa del Sole, istituzione privata convenzionata con l'Ussl.
Dopo una breve stagione commissariale, nel 1996 fu eletto sindaco Gianfranco Burchiellaro riconfermato nel 2000. La sequenza di maggioranze di centro-sinistra iniziata con l'elezione diretta del sindaco, proseguita con l'elezione di Fiorenza Brioni nel 2005, si interruppe nel 2010 quando ci fu la vittoria del centro-destra che portò all'insediamento di Nicola Sodano.



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martedì 2 giugno 2015

IL SANTO DI CASTIGLIONE DELLE STIVIERE : SAN LUIGI GONZAGA

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Luigi Gonzaga è stato un religioso italiano gesuita; venerato come santo dalla Chiesa cattolica.

Era figlio primogenito di Ferrante Gonzaga I marchese di Castiglione delle Stiviere e di Marta Tana di Santena.

I suoi genitori, Ferrante Gonzaga e Marta Tana di Sàntena, piemontese si conoscono alla corte di Filippo II e si sposano a Madrid il 15 novembre 1566, secondo le norme del concilio di Trento. Luigi nasce il 9 marzo 1568, con un parto difficile; è battezzato il 20 aprile a Castiglione. Ferrante è fiero del suo erede. La madre, donna di cultura e di fede, lo educa alla preghiera e alla carità. Luigi cresce vispo e birichino. Il padre gli regala un'armaturina leggera e lui nel 1573, a Casalmaggiore, fa l'ufficiale e spara il cannone.
Lontano da mamma Marta, Luigi prega di meno e dice "parolacce militari".
Nel 1577-78, insieme al fratello Rodolfo, Luigi passa col padre a Bagni di Lucca ed è poi accolto alla corte di Francesco de' Medici a Firenze. Fa progressi in latino e spagnolo. Nel giardino di Palazzo Pitti gioca con le principessine Eleonora, Anna e Maria.
Ma Firenze matura Luigi: davanti alla santissima Annunziata si consacra alla Madonna. Il precettore lo conduce da un confessore gesuita.
Nel 1579 Ferrante, eletto principe del Sacro Romano Impero, preferisce che i figli rientrino a Castiglione, ove Luigi, il 22 luglio 1580 riceve la prima comunione dal cardinale Carlo Borromeo. Ormai la vita di Luigi segue gli Esercizi spirituali di sant'Ignazio.
Intanto Ferrante è incaricato da Filippo II di accompagnare a Lisbona sua sorella Maria d'Austria, vedova di Massimiliano II. Dal 1581 Luigi vive a Madrid. La sua vocazione si precisa. Il 29 marzo 1583 terrà un suo discorsetto in latino davanti al re. Ma il 15 agosto 1583, davanti alla Madonna del Buon Consiglio nella chiesa del collegio della Compagnia di Gesù, Luigi è certo che il Signore lo vuole gesuita.
Marta è contenta. Ferrante oppone grosse difficoltà. Luigi è convinto, ma accetta di rimandare la decisione al ritorno in Italia. Nel 1584 a Castiglione, Luigi scappa da casa, scrive al Padre generale Acquaviva. Finalmente Ferrante cede, e il 2 novembre 1585, Luigi firma a Mantova l'atto di rinunzia al marchesato.
Lunedì 4 novembre dalla bruma mattutina spunta il sole, la carrozza attraversa il Po a San Niccolò, l'esodo di Luigi è segnato da "grande allegrezza".
Luigi arriva a Roma forse il 20 novembre 1585. Suo cugino, monsignor Scipione Gonzaga, lo ospita nel palazzetto di via della Scrofa 117 (dal 9 novembre 1991, una lapide ne ricorda il passaggio). Da una lettera di Ferrante, sappiamo che Luigi il 23 novembre fu ricevuto da Sisto V, domenica 24 passò al Gesù per la messa, poi lunedì 25 entrò nel noviziato di Sant'Andrea al Quirinale.
Dopo un breve soggiorno a Napoli per ragioni di salute, Luigi è trasferito al Collegio Romano per concludere gli studi di filosofia. Il 25 novembre 1587, nella cappella del quarto piano, pronuncia i primi voti religiosi. Spesso pregherà nella chiesa dell'Annunziata (poi assorbita nella vasta chiesa di Sant'Ignazio).
Luigi passa alla teologia, domanda le missioni dell'India. Nel 1588 riceve gli ordini minori in San Giovanni in Laterano. Il 12 settembre 1589, su consiglio del Padre Bellarmino e del Padre Acquaviva, Luigi va a riappacificare suo fratello Rodolfo con il duca di Mantova. Un suo discorso sull'eucarestia porta molta gente alla confessione. Nel ritorno, entusiasma gli studenti di Siena parlando della sequela generosa di Cristo-Re. Nel febbraio 1591 scoppia a Roma un'epidemia di tifo petecchiale e Luigi è fra i primi volontari. Il 3 marzo trasporta un appestato all'ospedale della Consolazione.
Subito un febbrone lo avvolge e lo avvia alla morte, vero "martire di carità".L'ultima lettera alla madre lo rivela carico di fede.Il 21 giugno 1591, Luigi ha maturato un grande ideale, "giunge a riva di tutte le sue speranze".

Ricordiamo inoltre il Comune di Castiglione delle Stiviere, per i quattro cortei storici in costume (1988-1991), con cinquecento comparse. L'anno 1991 fu coronato dalla visita carismatica di Giovanni Paolo II.

"Luigi è passato dall'egoismo alla protesta, dalla protesta alla proposta, dalla proposta alla socialità, dalla socialità alla carità".

Di lui Paolo VI disse nel marzo 1968: "Luigi concepì la sua esistenza come un dono da spendere per gli altri"; infine le parole di Giovanni Paolo II nel giugno 1991: "Il Padre misericordioso ha concesso a Luigi d'immolare la sua giovinezza in un servizio eroico di carità fraterna".

Un contributo determinante nel fornire schemi iconografici per la devozione a questo santo è attribuibile al pittore bresciano Pietro Scalvini, che nella sua vita ricevette numerosissime commissioni per riprodurre aspetti della vita e immagini del santo.

Come santo protettore della gioventù studiosa, san Luigi Gonzaga è titolare di numerose congregazioni religiose dedite particolarmente all'istruzione e all'educazione cristiana della gioventù: i Fratelli di San Luigi Gonzaga, sorti nei Paesi Bassi nel 1840; le Suore oblate di San Luigi Gonzaga, fondate in diocesi di Alba nel 1815; le Maestre Luigine di Parma, confluite nelle Suore domenicane della Beata Imelda nel 2002.




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LA BASILICA DI SAN LUIGI GONZAGA A CASTIGLIONE DELLE STIVIERE

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La Basilica-Santuario di San Luigi Gonzaga fu costruita a Castiglione delle Stiviere dai Gesuiti tra il 1608 ed il 1610 sull'area a loro donata dal marchese di Castiglione, Francesco, fratello del Santo. In stile barocco, costruita sulla falsariga della Chiesa del Gesù del Vignola, a Roma, su progetto del gesuita gardesano Luca Bienni, la Basilica fu ampliata nel 1761 quando si costruì il presbiterio e si innalzò la cupola, ed il gruppo marmoreo dell'altare maggiore venne sistemato in fondo alla navata principale; poco più in alto sta la pala settecentesca di Antonio Balestra raffigurante il Santo in preghiera davanti alla Vergine e vicino, nell'urna barocca, la reliquia del teschio di San Luigi. L'interno dell'edificio è ricco di icone dedicate ai principali momenti della vita del Santo, di affreschi e di decorazioni a stucco; a destra del presbiterio, nella cappellina settecentesca vi sono le urne con i corpi incorrotti delle nipoti di Luigi, le tre fondatrici del Collegio delle Vergini.
Quello che oggi è il Santuario nacque nel 1608 con la costruzione della Chiesa e dell’attiguo Collegio per i ragazzi. Contemporaneamente, a 200 metri di distanza, le tre Nipoti di S.Luigi - Cinzia, Olimpia e Gridonia - in collaborazione con i padri gesuiti dettero vita al Nobile Collegio delle Vergini di Gesù per l’educazione delle ragazze di buona società.
Così attorno a quello che attualmente è il Santuario, si trovava un polo educativo di eccellenza e un centro di irradiazione spirituale e culturale. Quello che oggi chiamiamo il Santuario, comprendeva il Collegio dei Gesuiti, la Chiesa e, in mezzo, un ampio corridoio o galleria di accesso ad entrambi.
Il Collegio dei Gesuiti nel 1980 è diventato sede del Municipio della città, la galleria o corridoio è diventata nel 2006 la Sala don Rinaldo e la Chiesa, con l’arrivo della Reliquia del Santo nel 1610 divenne Santuario; nel 1968 fu elevata a Basilica minore da papa Paolo VI.
Attualmente il Santuario di San Luigi è formato dalla Basilica, dalla sacrestia settecentesca, dalla Sala don Rinaldo, da due piccoli giardini e dalla casa rettoriale.

La costruzione della chiesa  elevata a basilica nel 1964  iniziò nel 1608 e venne praticamente ultimata nel secolo successivo. Lo stile è barocco e il progetto è del padre gesuita Luca Bienni di Salò.
L'armonica facciata è arricchita dal bel protiro in marmo, da lesene ioniche e tuscaniche, da due medaglioni laterali in marmo bianco, da una monofora centrale balaustrata e dal timpano con cornice e dentelli, sormontato da sfere metalliche e croci. La porta lignea, recentemente restaurata, risale al 1680.
Il campanile, sul lato destro, è in stile barocco.
La cupola, impostata sul tamburo cilindrico, con la lanterna sormontata dal cupolino con sfera e croce, viene innalzata nel 1727 su progetto dell’architetto Paolo Soratino di Lonato, in occasione della canonizzazione del Beato Luigi.

Il grande ambiente interno ad aula si presenta nella sua semplicità architettonica, sottolineata dalle modulazioni dell’illuminazione con sei cappelle laterali; la decorazione è barocca.
Al centro del soffitto, a botte, una tempera del pittore Martinenghi eseguita nel 1891, rappresenta il Santo che insegna il catechismo ai giovani di Roma, mentre sopra le cornici orizzontali della volta, sono raffigurati i dodici apostoli e i simboli dei quattro evangelisti.
L'affresco fra le due membrature dell’arco trionfale eseguito nel 1741 dal pittore veronese Giorgio Anselmi, rappresenta la gloria di San Luigi Gonzaga. Fra le cappelle laterali e sulla parete di fondo, sono collocati dieci ovali monocromi della seconda metà del 1600, che, con la grande tela pota sopra la porta d'ingresso, illustrano episodi della vita interiore del Santo. Il pulpito, la tribuna del principe, i matronei e i sei confessionali lignei ricchi di intagli profondi a motivi vegetali, sono di pregevole fattura e risalgono alla fine del 1600 e ai primi del 1700.

A destra della porta d'ingresso la cappella di San Stanislao Koska. La pala posta sull'altare, raffigura il Santo in preghiera davanti ad un quadro della Pentecoste. L'opera datata 1737 è firmata dalla bolognese Lucia Torelli.
Di fronte, la cappella del Crocefisso. Conserva una bella scultura in legno del Cristo morto sulla croce. L'opera attribuita ad un artigiano locale della fine del 1600, è caratterizzata da un certo realismo anatomico e cromatico.
Segue quella dedicata all’Assunta. Il seicentesco paliotto dell’altare decorato con finissime tarsie marmoree, è abbellito al centro, da una piccola immagine dell’Assunta scolpita in marmo bianco. La tela, di autore ignoto, è della seconda metà del 1700.
Di fronte, la cappella di San Francesco Saverio. Nella tela, sull’altare, il Santo viene rappresentato nell’atto di predicare il Vangelo ai popoli non ancora venuti in contatto con il Vangelo. L'opera, né datata, né firmata, risale alla prima metà del 1700.
Segue quella dell’Addolorata. La pala dell’altare, porta in basso a destra, la scritta: "Guercino Giovanni Francesco - Cento 1650" e va collocata all'interno della tarda produzione del maestro ferrarese.
Di fronte, la cappella di S.Ignazio di Lojola, il fondatore della Compagnia di Gesù. Sulla tela dell’altare è raffigurata l'apparizione della Trinità al Santo. L'opera è attribuita ad un pittore locale del 1700.

L'area del presbiterio, delimitata da una balaustra in marmo, è dominata dalla monumentale e complessa struttura dell'altare maggiore di epoca tardobarocca, ricca di marmi, di sculture e di elementi architettonici. L'opera viene realizzata nel 1761 su progetto di Paolo Soratino.
Alle estremità laterali dell’altare e dell’ancona, addossata alla parete dell'abside, due copie di angeli in marmo bianco reggicandelabro e le statue classicheggianti raffiguranti le virtù dell’innocenza e della penitenza.
Al centro, angeli genuflessi e cherubini ornano il tempietto che custodisce l'urna col teschio di San Luigi Gonzaga, donato dai Gesuiti al fratello del Santo, Francesco, nel 1610. Sopra la reliquia è collocata la pala del 1734 di Antonio Balestra raffigurante San Luigi in preghiera davanti alla Vergine. Il grande complesso marmoreo è sovrastato dal trionfo eucaristico (simbolo dei Gesuiti) e da angeli adoranti. Tra la mensa dell’altare a pianta concava e l'ancona, una scala in marmo permette ai fedeli di passare davanti alla reliquia del Santo.
Ai lati dell'altare maggiore, due mense in legno di noce intagliato con motivi decorativi cinquecenteschi.
I quattro pennacchi della cupola, incorniciati da decorazioni a stucco, sono attribuiti al Pitocchetto (secolo XVIII) e rappresentano episodi della vita del Santo: la nascita, la prima comunione, la rinuncia al marchesato e l'ingresso di Luigi nella Compagnia di Gesù a Roma. La calotta interna della cupola, è ornata da una ricca decorazione a stucco con otto medaglioni affrescati, raffiguranti le virtù cristiane. La carità è rappresentata da S.Luigi vestito da principe nell’atto di soccorrere l’appestato. Nell’interno del cupolino della lanterna, una colomba rappresenta lo Spirito Santo.
L'organo, collocato a destra del presbiterio datato 1794, è firmato da Gerolamo Bonatti. Le cantorie, in stile rococò, sono decorate da scene laccate su fondo oro e rappresentano paesaggi cinesi.
A sinistra del presbiterio, sotto la cantoria, si apre l'accesso alla sacrestia. Nel medaglione centrale del soffitto, è affrescata la gloria di San Luigi. Il vasto ambiente è arricchito da un arredo ligneo in noce di finissima qualità.
L'opera artisticamente più pregevole è l'altare in legno datato 1684 della bottega del Ceratelli. Al centro, sopra il tabernacolo, una tela della fine del 1500 (importantissima dal punto di vista iconografico) rappresenta San Luigi in preghiera davanti alla Vergine.
Di fronte, una tela settecentesca attribuita al Furioli, raffigura il Santo in atto di presentare le tre nipoti (in abiti religiosi) Cinzia, Olimpia e Gridonia, alla Vergine. Alle pareti tre ovali monocromi, rappresentano momenti della diffusione del culto aloisiano, mentre le otto tele della seconda metà del 1600 poste negli angoli, raffigurano angeli e Santi della Bibbia.





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IL CASTELLO DI CASTIGLIONE DELLE STIVIERE

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Il castello edificato tra il sec. VII e il sec. IX, all’epoca delle incursioni barbariche, con la funzione di luogo di avvistamento di invasioni di popoli nemici, il castello divenne in seguito residenza estiva della famiglia Gonzaga, sede della corte del duca Ferrante Gonzaga, padre di S. Luigi.

Del Castello, che ha dato il nome al paese e che è stato testimone della sua storia fino al tramonto dei Gonzaga, rimangono soltanto la torre d'ingresso di origine medioevale e alcuni resti della cerchia di mura con un torrione. L'assenza di merlatura, la forma tozza e arrotondata delle torrette, la rozzezza della struttura più antica, hanno indotto gli storici a ritenere che l'imponente fortezza fosse edificata ai tempi delle invasioni barbariche su un precedente castiglione romano.

Le prime notizie sicure sul complesso risalgono agli inizi del 1300 e si riferiscono alle incursioni delle milizie degli Scaligeri, durante la guerra tra Brescia e Verona. A quei tempi il castello si presentava come una rocca con un'ampia cinta muraria intervallata da sette torrioni circolari e una torre d'accesso. Conteso a lungo e a più riprese fra i Visconti e i Gonzaga, subì alternativamente demolizioni, interventi di fortificazione, abbattimenti parziali e ampliamenti. Un documento del 1468 fa riferimento alla costruzione di una seconda cerchia muraria più esterna alla prima che cingeva la rocca: fra questa e la più alta, risiedevano artigiani, commercianti e trafficanti.

Il Castello raggiunse il suo massimo splendore architettonico quando, con Ferrante Gonzaga, padre di san Luigi, Castiglione divenne sede di Signoria. Con una serie di lavori di ristrutturazione e ampliamenti, Ferrante ne fece la dimora della famiglia e la sede della sua corte. Proprio lì, nel 1566 Ferrante condusse la sposa Donna Marta Tana di Sàntena dalla quale due anni dopo (9 marzo 1568), negli appartamenti residenziali ricavati dalla rocca, avrebbe avuto il primogenito Luigi (il futuro santo). Nel 1567, ricevuto il privilegio di battere moneta, vi aveva aggiunto l'edificio della zecca. Nel 1572 Ferrante predisponeva altre opere di ristrutturazione e ampliamento: un modo per sottolineare il suo prestigio accresciuto, ma anche per soddisfare le esigenze di una famiglia che diveniva sempre più numerosa (ebbe otto figli). Nel 1577, all'indomani di una terribile pestilenza da cui Castiglione era stata preservata, Ferrante fece erigere una chiesetta in onore di San Sebastiano.

Il ramo dei Gonzaga di Castiglione era ormai in via d'estinzione; nel 1706, durante la guerra di successione spagnola, il castello fu fatto saltare dai francesi in ritirata. I ruderi, dapprima setacciati dalla popolazione a caccia di chissà quali tesori, restarono in abbandono per moltissimi anni, fino a quando furono utilizzati per la costruzione del Duomo (1762).

Sul luogo dove nacque e visse fino a diciassette anni il giovane marchese destinato alla santità, ora sorge un cippo di marmo.

Oggi è gestito dalla Parrocchia di Castiglione delle Stiviere, che ne ha fatto la sede del Centro Parrocchiale San Luigi al Castello.





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CORTE GAMBAREDOLO A CASTEL GOFFREDO

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Sita ad est di Castel Goffredo, sulla strada per Ceresara, la corte di Gambaredolo è una tipica corte rinascimentale, costruita agli inizi del Cinquecento dal marchese Aloisio Gonzaga, divenuta residenza di villeggiatura dei signori "Gonzaga di Castel Goffredo".

La corte si presenta a pianta quadrangolare con uno spazio interno circondato e chiuso da una serie di edifici con quattro piccole torri agli angoli. Alla sinistra del complesso è situata la villa padronale. L'accesso alla corte avviene attraverso il ponte sulla peschiera, fiancheggiato da due balaustre in marmo e chiuso da un cancello a protezione.

Fu costruita nei primi decenni del Cinquecento per volere del marchese Aloisio Gonzaga di Castel Goffredo e destinata a luogo di villeggiatura dei “Gonzaga di Castel Goffredo". Alla morte di Aloisio il feudo passò al figlio primogenito Alfonso che, malato di gotta, si stabilì definitivamente a Castel Goffredo nel 1586. Costui, durante la sua permanenza a Corte Gambaredolo, mentre era intento a gettare pane ai pesci, il 6 maggio 1592 venne assassinato per motivi ereditari da otto sicari inviati dal nipote Rodolfo Gonzaga di Castiglione, che fecero scempio del corpo. I sicari subirono un processo e furono condannati a morte. Uno di questi, Andrea Franzoni, venne giustiziato ed il suo corpo appeso alle mura della corte.

Dopo la morte di Alfonso Gonzaga, il possesso della corte passò alla figlia Caterina che effettuò migliorie e nel 1615 fece anche edificare l'Oratorio di San Carlo sul luogo dell'assassinio del padre. Dal 1595 al 1600 vi soggiornò Ippolita Maggi, vedova di Alfonso Gonzaga, che ricevette la corte in usufrutto.

Nel 1657 l'Oratorio di San Carlo e la corte vennero visitati dal cardinale Pietro Ottoboni, della diocesi di Brescia, alla quale la chiesa appartenne sino alla fine del Seicento.

Passata sotto la diocesi di Mantova, nel 1777 la chiesa fu visitata dal vescovo Giovanni Battista de Pergen.

Alla corte si accede tramite un ponticello sul fossato con due balaustre di marmo.

Attualmente si trova nello stato di parziale abbandono.

Gambaredolo deriva da gamberetto, crostaceo di acqua dolce presente nel Fosso Gambaredoletto, che bagnava la corte gonzaghesca fortificata.




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lunedì 1 giugno 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA DEL CONSORZIO A CASTEL GOFFREDO





Primo edificio di culto eretto entro le mura del borgo di Castelvecchio nel 1288, nel quale aveva sede il Consorzio della Misericordia, fu ricostruita nel 1434. Il marchese Aloisio Gonzaga ne fece il mausoleo di famiglia e successivamente fu trasformata in Monte di Pietà. Attualmente della chiesa non resta che il campanile, quattrocentesco, con bifore e monofore e l'abside poligonale affrescato.

Dell'antica chiesa di Santa Maria del Consorzio, ricostruita nel 1434 in stile tardo gotico ed abbattuta nel 1986, si conserva solo l'abside poligonale affrescata con volta a ombrello, il campanile quattrocentesco, con bifore e monofore, ed alcune epigrafi del marchese Luigi Gonzaga e il portale in marmo bianco del 1532, poste attualmente sul fianco della Chiesa parrocchiale di Sant'Erasmo. Di interesse gli affreschi cinquecenteschi dell’abside.

Nel 1532 il marchese Aloisio Gonzaga la fece restaurare e, in una cappella aderente al presbiterio, vi fece erigere la cappella funeraria di famiglia, che accolse inizialmente le spoglie sue il 19 luglio 1549 e del figlio Alfonso, assassinato alla Corte Gambaredolo il 6 maggio 1592 dai sicari del nipote Rodolfo. Nello stesso anno Ippolita Maggi, vedova di Alfonso, fece traslare il suo corpo assieme a quello di Aloisio nel Santuario della Madonna delle Grazie presso Mantova: una lapide in marmo bianco all'interno ne ricorda l'evento.

Nel 1798 venne adibita ad uso monte pegni.

Durante gli anni venti fu adibita a laboratorio di falegnameria e successivamente trasformata in ufficio postale della città e a civile abitazione. In alcune stanze ebbe sede la biblioteca comunale e il comando dei vigili urbani, prima della attuale sistemazione definitiva.

Dopo l'abbattimento della chiesa, avvenuto nel 1986 per fare posto ad nuovo edificio civile, sono venuti alla luce importanti reperti altomedievali (VIII e IX secolo) riguardanti la fortificazione di Castelvecchio e l'esistenza del castello medievale.

Della chiesa si conserva solo l'abside poligonale con volta a ombrello, alcuni affreschi del Cinquecento, il campanile quattrocentesco, con bifore e monofore, tre epigrafi aloysiane e il portale in marmo datato 1532, tutti posti sul fianco della Chiesa Prepositurale di Sant'Erasmo.

Da alcuni documenti presenti all'Archivio di Stato di Mantova risulta che nel 1468 venne istituita a Castel Goffredo una “banca di prestito”, sollecitata da una lettera scritta dal Comune al marchese Ludovico Gonzaga. L'autorizzazione fu concessa a Leone Norsa.

La sede del banco venne inizialmente posta nel Torrazzo, sito sul fianco destro del Palazzo Gonzaga-Acerbi. Nel 1477 però il Comune chiese al marchese la soppressione del banco in quanto dannoso per la popolazione, ma la richiesta cadde nel vuoto.

Nel 1540 il marchese Aloisio Gonzaga concesse alla famiglia Jacobo Norsa autorizzazione decennale per la costituzione del banco dei pegni che venne rinnovata nel 1568 dal marchese Alfonso Gonzaga a favore della famiglia di Giacomo e Prospero Norsa di Mantova. Il banco dei pegni continuò la sua attività sino agli inizi del Settecento con Mosè Coen.

Intorno al 1570 risale l'istituzione del Monte di Pietà, che si affiancò all'attività degli ebrei e che venne aperto nella Chiesa di Santa Maria del Consorzio a seguito delle predicazioni dei Frati Minori nel mantovano. Il primo amministratore fu B. de Reb. L'istituzione fallì nel 1578 e il marchese Alfonso Gonzaga concesse di ricostruire nuovamente il Monte, che sopravvisse anche per merito di donazioni e lasciti di cittadini castellani.

Nel 1877 il Monte di Pietà venne trasferito dal comune nell'edificio posto in Vicolo Monte Scuole e qui rimase sino alla cessazione della sua attività.




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LA CHIESA DEI DISCIPLINI A CASTEL GOFFREDO

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Costruita nel 1587 su committenza della "Confraternita dei Disciplini", la facciata è in stile rinascimentale. Nel 1686 su costruito l’attuale campanile, innalzato dopo il crollo del precedente, coevo alla chiesa; nel 1741 fu aggiunta l’abside poligonale. Nell’interno, a navata unica, sono presenti resti di affreschi del ‘600 sulla vita di san Giovanni Battista, a cui la chiesa è dedicata, e il pregevole altare maggiore in marmi policromi del 1772, opera degli artisti rezzatesi Angelo e Giambattista Lepreni. Sconsacrata dal 1960, attualmente è sede di mostre ed eventi culturali.

Alcuni documenti storici affermano che nel 1526 la chiesa doveva essere abbattuta e che la Confraternita dei disciplini, al cui interno aveva la sede, rivolse un ricorso al marchese Aloisio Gonzaga, signore di Castel Goffredo, affinché l'edificio fosse risparmiato dalla demolizione.

Qui, il 6 maggio 1592, venne portato il corpo del marchese Alfonso Gonzaga dopo il suo assassinio, prima di essere sepolto nella Chiesa di Santa Maria del Consorzio, mausoleo dei Gonzaga.



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IL PALAZZO GONZAGA ACERBI A CASTEL GOFFREDO

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Sul lato settentrionale di Piazza Mazzini, stretto fra le torri medievali dell’Orologio e il Torrazzo, si impone Palazzo Gonzaga Acerbi. Risalente al 1499 e realizzato dal marchese e vescovo Ludovico Gonzaga, sarà in realtà il nipote, Aloisio, a trasformalo in una vera corte rinascimentale.

Aloisio, infatti, che alla morte del padre e dello zio riceverà in eredità le terre di Castel Goffredo, Castiglione delle Stiviere e Solferino, farà proprio di Castel Goffredo la capitale del suo marchesato e interverrà per abbellire non soltanto la sua dimora ma l’intera città. Aloisio fece decorare con affreschi le sale del palazzo e realizzò un bellissimo giardino dove amava riunire i suoi ospiti più importanti: l’imperatore Carlo V, ad esempio, oppure il poeta di corte Matteo Bandello, che racconterà di Castel Goffredo nei suoi racconti.

L'originaria costruzione di residenza castellata, composta da due distinti fabbricati non collegati tra loro, soggetta a varie aggiunte e modificazioni, è incastonata tra la torre civica a ovest e il Torrazzo ad est e risale al 1350 circa. Di proprietà del comune (domus comunis), che effettuò opere di ampliamento e riattamento. Era sede del vicario dei Gonzaga, che abitava nell'annesso Torrazzo, comunicante col palazzo.

Una pergamena del 1480 parla del passaggio in proprietà al marchese Ludovico Gonzaga, che iniziò le opere di miglioramento dell'edificio, grazie anche all'intervento dell'architetto Ermes Flavio de Bonis.

Nel 1511 divenne la residenza del marchese Aloisio Gonzaga, che ne fece una corte sfarzosa, ospitando personaggi illustri, tra cui il capitano imperiale Luigi Gonzaga "Rodomonte", il poeta Pietro Aretino nel 1536, dal 1538 al 1541 lo scrittore Matteo Bandello (che qui conobbe Lucrezia Gonzaga di Gazzuolo) con Cesare Fregoso, Costanza Rangoni e i loro figli e lo studioso di chiromanzia frate Patrizio Tricasso da Ceresara.

L'imperatore Carlo V il 28 giugno 1543 fu ospite per un giorno del marchese Aloisio, lasciando il palazzo solo il giorno seguente. In un manoscritto anonimo si legge:

« Questa venuta, che tanto desiderava il signor marchese, fu quella e non altre, che lo indussero a cambiare, per così dire, la faccia al paese. Non era casa, non vi erano pareti esteriori in cui non si vedessero a fresco dipinte maestose logge, militari trofei, vasi egizi ed ornati d'ogni sorta, per cui più che un paese, sembrava un teatro magnifico e sorprendente »

Anche i tre figli di Aloisio videro la luce nel palazzo: Alfonso nel 1540, futuro marchese di Castel Goffredo; Ferrante nel 1544, futuro I marchese di Castiglione e Orazio nel 1545, futuro marchese di Solferino.

Importanti opere interne furono eseguite nel 1526 e nel 1598 da Alfonso Gonzaga, che dotò il palazzo di finestre a vetri.

Nell'ottobre 1589 Luigi Gonzaga, futuro santo, alloggiò nel Torrazzo.

Dopo la sua uccisione il 6 maggio 1592 da sicari di Rodolfo Gonzaga, che occupò militarmente Castel Goffredo, nel palazzo vennero imprigionate e tenute segregate per giorni la figlia di Alosio Caterina e la moglie Ippolita Maggi. Furono liberate grazie all'intervento dal duca Vincenzo Gonzaga e condotte a Mantova.

Anche Rodolfo Gonzaga soggiornò per poco tempo nell'edificio, perché il 3 gennaio 1593 fu ucciso sulla porta della Chiesa Prepositurale di Sant'Erasmo con un colpo di archibugio.

Dopo l'aggregazione al ducato di Mantova nel 1603 nessun Gonzaga abitò più nel palazzo. Rimase a lungo disabitato sino al 1756, quando passò di proprietà del comune di Castel Goffredo che lo cedette, con rogito nel notaio Giacomo Cima, il 13 aprile 1776 al colonnello Giacomo Acerbi.

Nel palazzo dimorò anche il figlio di Giacomo, Giuseppe Acerbi, nato il 3 maggio 1773 dalla moglie Marianna Riva, che divenne scrittore ed archeologo. A Giuseppe Acerbi è intitolato il Premio Letterario Giuseppe Acerbi del comune di Castel Goffredo.

Ad opera del bresciano Gaspare Turbini, il palazzo subì una radicale modificazione verso lo stile neoclassico: venne chiusa la merlatura, cancellati gli elementi architettonici rinascimentali ed ampliate le finestre.

Il palazzo fu anche luogo di nascita, il 14 novembre 1825, di Giovanni Acerbi, figlio di Battista Acerbi e Domenica Moneta, patriota ed intendente dei Mille, destinato a scrivere una delle pagine più importanti del Risorgimento italiano: i Martiri di Belfiore.

Nei giorni 27-28-29 aprile 1862 il generale Giuseppe Garibaldi fu ospite del patriota Giovanni Acerbi.

All'interno è presente una loggia retta da colonne in marmo dai volti finemente affrescati a grottesca (scuola di Giulio Romano). Una scalinata, dalla volta affrescata, conduce al piano nobile. Ad Aloisio Gonzaga si deve anche la formazione del giardino interno, ora ricco di alberi secolari, della fontana in marmo bianco e del pergolato di uve pregiate.

Di pertinenza del palazzo erano anche alcune case e la filanda (fatta costruire da Giacomo Acerbi) con annesso filatoio, delimitate dall'attuale vicolo Cannone. Del palazzo facevano parte anche le mura dell'antica fortezza di Castel Goffredo, oggi ancora in parte conservate e occupanti la parte nord.

Il marchese Aloisio Gonzaga fece dipingere la facciata esteriore verso la piazza con il fregio ad intreccio di amorini e sotto il cornicione fece porre la scritta Fortitudo mea, amor populi, potentorum reverentiam. Tracce di dipinto sono ancora visibili oggi.

Il Torrazzo è situato nell'angolo sud-occidentale del Palazzo Gonzaga-Acerbi, al quale appartiene e ne segue la storia, nella centrale Piazza Mazzini, è una costruzione medievale con coronamento a sbalzo sostenuto da mensoloni, innalzato probabilmente nella seconda metà del XIV secolo a scopo difensivo e ad uso abitazione del vicario rappresentante dei Gonzaga di Mantova, al quale il Comune di Castel Goffredo doveva dare alloggio e contribuire al salario. Il primo vicario ad occupare la struttura fu Ambrogio de Ferrari nel 1379 cui seguirono altri tredici. Al piano terreno dell'edificio era alloggiata la camera di tortura.

Un manoscritto anonimo del XVII secolo riporta che il Torrazzo (detto anche Torricello) fu la sede del banco dei pegni degli ebrei, chiamati nel 1588 da Mantova dal marchese Alfonso Gonzaga. Soggiornò nel Torrazzo anche San Luigi Gonzaga.

Nelle stanze del Torrazzo furono tenute prigioniere Elena Aliprandi e la figlia Cinzia Gonzaga allorché una sollevazione popolare della “Magnifica Comunità” castellana portò alla morte del marito, il marchese Rodolfo Gonzaga il 3 gennaio 1593.

Fu rinnovato esteriormente nel Settecento quando furono aperte le cinque finestre prospicienti la piazza.



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LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : CASTEL GOFFREDO



Castel Goffredo è un comune italiano della provincia di Mantova in Lombardia. Situato nella pianura padana e nell'Alto Mantovano al confine con la provincia di Brescia, è il settimo comune più popoloso della provincia.

Feudo autonomo gonzaghesco dal 1444 al 1602, qui nel 1444 Alessandro Gonzaga diede origine al Marchesato di Castel Goffredo. Nel 1511 il marchese Aloisio Gonzaga diede inizio al ramo cadetto dei "Gonzaga di Castel Goffredo", linea che si estinse nel 1593 ed elesse la fortezza di Castel Goffredo a capitale del suo piccolo Stato, comprendente anche Castiglione e Solferino.

È noto come la "città della calza" per la presenza di numerose industrie di calzetteria maschile e soprattutto femminile. È sede del distretto industriale tessile numero 6, composto da 15 comuni mantovani, bresciani e cremonesi.

Sull'origine del toponimo Castel Goffredo ci sono diverse ipotesi. Composto di castrum, fortificazione, e di un imprecisato "Goffredo" (dal germanico Gottfried che significa "in pace con Dio"), sul quale molti studiosi hanno cercato di trovarne il significato preciso.
Un decreto imperiale del 1164 di Federico I identifica così Castel Goffredo: Curtem de Runco Sigifredi cum castro et ecclesia, significando così che la seconda parte del nome sia derivato da Sigifredi.

Già il poeta Matteo Bandello (1554) nella sua opera in versi (Canti XI) composta proprio a Castel Goffredo mentre era ospite del marchese Aloisio Gonzaga, faceva riferimento ad un nome di persona («… giunsi al castel c'ha di Gioffredo il nome»).

Il primo ad occuparsi del significato di "Goffredo" fu Carlo Gozzi, che, nel 1810, azzardò alcune ipotesi, ma senza giungere ad una conclusione certa: Goffredo di Buglione, Goffredo il Gobbo marito di Matilde di Canossa, Goffredo di Malaterra, Goffredo da Viterbo o Goffredo di Vendôme.
Lo storico Francesco Bonfiglio, sulla base di alcune ricerche storiche effettuate intorno al 1920, farebbe risalire il nome della città ad un documento datato 8 luglio 1107 nel quale si parla di Castello Vifredi (o Castrum Vifredi). Negli atti di un convegno del 2009 si avanza l'ipotesi che il "Vifredi" citato in questo documento del 1107, sia riferito a Vifredo VI (conte di Piacenza).

Studi recenti (2010) farebbero risalire il nome Vifredi ad un adattamento fonetico e grafico invalso nel Medioevo, che vorrebbe trasformato Vifredus in Guifredus e quindi in Guffredus.
Un'altra ipotesi vorrebbe rimandare il nome "Goffredo" al vescovo di Brescia Goffredo di Canossa (X secolo), prozio della contessa Matilde, che teneva estesi possedimenti nell'area o a un Goffredo confaloniere di Medole, investito di immobili a Castel Goffredo l'8 luglio 1230 dal vescovo di Mantova Pellizzario.
Nelle carte antiche il paese è citato con nomi diversi: Kastelo Gifredo, Castel Giufrìdo, Castel Zanfrìdo, Castel Zanfrìso, Castro Grifedo, Castriguffredi, Castri Gufregi, Castel Zufrè, Castel Giufrè. E ancora, Castel Sufrè nel quale l'etimologia latina suffere porta al nome castrum suffers, che significa "castello forte", resistente, e quindi a Castello Suffrè o Zuffrè.

La storia di Castel Goffredo iniziò già nella prima metà del III millennio a.C., anche se il centro abitato attuale venne fondato in età romana (I secolo d.C.) per poi svilupparsi nel corso dei secoli successivi. In epoca altomedievale la storia della città fu strettamente legata al controllo delle potenti famiglie dei Visconti, dei Della Scala e della Repubblica di Venezia. Ma la storia della città resta indissolubilmente legata ai Gonzaga, che per quattrocento anni la governarono. Feudo autonomo dal 1444 al 1602 col primo marchese Alessandro Gonzaga, qui nel 1511 con Aloisio Gonzaga ebbero origine i rami cadetti dei "Gonzaga di Castel Goffredo, Castiglione e Solferino" e il ramo minore dei "Gonzaga di Castel Goffredo", che si estinse nel 1593. Con l'avvento di Napoleone il comune fece parte della Repubblica Cisalpina e, dopo la sua caduta, del Lombardo-Veneto; nel 1861 venne infine unito al Regno d'Italia seguendone le successive vicende storiche.

Alcuni siti venuti alla luce nel corso di scavi, testimoniano che Castel Goffredo era abitata già in epoca preistorica (età del bronzo medio). Anche l’epoca romana ha restituito reperti interessanti. Tra questi, in special modo, due steli funerarie chiaramente attribuibili alla famiglia Magia, cioè il ramo materno del grande poeta mantovano Publio Virgilio Marone. Da qui la possibilità, sostenuta anche da seri studi, che Virgilio abbia avuto i natali nel territorio goffredese. Il periodo longobardo ha lasciato solo qualche traccia.

Importanti ceramiche, ora conservate presso il Museo Civico di Padova, indicano una presenza etrusca, mentre numerosi sono gli insediamenti di epoca romana e la stessa impronta urbanistica di Castel Goffredo è ascrivibile a questo periodo storico. Questa epoca è inoltre testimoniata da diverse epigrafi di cui alcune si possono far risalire alla famiglia di Publio Virgilio Marone, il grande poeta latino che, secondo il professor Nardoni dell'Università di Cassino, ebbe i natali nel territorio goffredese.
Un bassorilievo longobardo del VII-VIII secolo, custodito presso l'Oratorio di San Michele, è il più antico segno della presenza cristiana in questa comunità.
In età carolingia Castel Goffredo appartiene alla contea di Brescia.

Quest'area, appartenente alla zona dell'Alto Mantovano infatti venne interessata dalla centuriazione di Mantova. Di questo periodo è la scoperta nel 1989, accanto all'Oratorio di San Michele Arcangelo, di tracce di una necropoli romana, con pezzi in ceramica, bronzo, tessere di mosaico e monete. Sulla romanizzazione del centro storico, alcuni studiosi suppongono che questo fosse diviso in dodici isolati e caratterizzato da cardini e decumani e che all'intersezione del "cardo massimo" e "decumano massimo" fosse posto il forum, oggi rappresentato da Piazza Mazzini.
Anche la presenza dei Longobardi è data da ritrovamenti di bassorilievi marmorei in frazione Bocchere e da un marmo lavorato con cornici e stella esagonale nell'Oratorio di San Michele Arcangelo in frazione Zecchini.

Alla caduta dei Longobardi, Castel Goffredo, intorno all'anno 800, si trovò a fare parte del distretto di Sirmione che si estendeva fra Chiese e Mincio e fino al 1115 appartenne alla contea di Brescia. La più importante testimonianza della presenza dell'abitato è data da un documento datato 8 luglio 1107 nel quale la contessa Matilde, vedova di Ugone conte di Desenzano, fece una cospicua donazione di beni al monastero benedettino di San Tommaso di Acquanegra: in esso vengono citati alcuni luoghi dell'Alto Mantovano e della Bassa Bresciana orientale, tra i quali Castello Vifredi. A quel tempo (fra il 900 ed il 1000) risale l'origine della prima fortificazione della città chiamata Castellum vetus, "Castelvecchio", comprendente anche il castello, ora scomparso. Successivamente, dal 1115 al 1190 circa, appartenne ai conti Longhi, nobile famiglia di Desenzano che estendeva le sue proprietà dal lago d'Iseo al basso Chiese. Nel XIII secolo la città fu assediata da Ezzelino da Romano, dai Della Scala di Verona e dai Visconti di Milano. In quel tempo Mantova stava evolvendo verso la signoria e nel 1272 prese il potere la famiglia Bonacolsi con Pinamonte. Il casato giunse al culmine del suo prestigio il 16 agosto 1328, anno in cui Luigi Gonzaga, appoggiato da Cangrande della Scala, prese il potere ferendo a morte l'ultimo dei Bonacolsi, Rinaldo detto Passerino.

In seguito Castel Goffredo si diede lo statuto di libero comune e quando Brescia non fu in grado di assicurare la sua difesa, il 20 settembre 1337 la popolazione, con atto pubblico del notaio Giacomino Gandolfi, preferì porsi sotto la protezione di Luigi Gonzaga, primo capitano del popolo di Mantova. Iniziava così il dominio della signoria gonzaghesca destinato a protrarsi fino al 1707. Primo vicario con poteri civili e militari fu Ambrogio de Ferrari.

Nel 1348, allo scoppio della guerra dei Gonzaga contro Visconti, Scaligeri ed Estensi, Luchino Visconti (signore di Milano), duca di Milano, tolse le terre di confine a Mantova e Castel Goffredo rimase sotto Milano sino al 1404. Per un breve periodo, dal 1426 al 1431, Castel Goffredo passò alla Repubblica Veneta per poi tornare sotto Gianfrancesco Gonzaga, V Capitano del popolo di Mantova, nel 1431. Per la seconda volta, dal 1439 al 1441, venne governato dalla Serenissima Repubblica di Venezia e nel 1441 passò definitivamente a Gianfrancesco Gonzaga, primo marchese di Mantova che, firmando la Pace di Cremona (o Pace di Cavriana), accettò l'acquisizione dei territori di Castel Goffredo, Castiglione, Solferino, Redondesco e Canneto. Queste nuove terre, nella geografia gonzaghesca, furono chiamate "mantovano nuovo". Con la morte di Gianfrancesco nel 1444 si ebbe la prima divisione dello Stato mantovano. Nel suo testamento egli lasciò al terzo figlio, il marchese Alessandro, discepolo di Vittorino da Feltre, il dominio di molti borghi mantovani e di Castel Goffredo come feudo autonomo da Mantova. Nasceva il Marchesato di Castel Goffredo.

Ad Alessandro Gonzaga si deve l'ampliamento del borgo e l'edificazione di una seconda cinta muraria di difesa. Emanò uno statuto contenente norme amministrative per il suo feudo che dal suo nome si chiamò Alessandrino e che rimase in vigore fino al 1796. Egli istituì inoltre, il 1º luglio 1457, il mercato del giovedì e la fiera di San Luca. Alessandro morì senza figli nel 1466 lasciando al fratello Ludovico III, secondo marchese di Mantova detto il Turco, i possedimenti di Castel Goffredo. Venne nominato vicario dei Gonzaga il giurista Anselmo Folengo. Risale al 1468 l'istituzione in città di una banca di prestito gestita da Leone Ebreo che venne soppressa nel 1477 a causa degli alti tassi di prestito praticati. Ma il banco, sotto la protezione dei Gonzaga, proseguì la sua attività sino alla caduta del ducato mantovano (1707). Per successione testamentaria di Ludovico III e per soli due anni, dal 1478 al 1479, governarono congiuntamente i figli Rodolfo Gonzaga e Ludovico Gonzaga, vescovo di Mantova. Nel 1480 fu affidato l'incarico di potenziare le mura difensive all'architetto militare Giovanni da Padova.

Il vescovo Ludovico e il fratello Rodolfo divisero i loro beni: il feudo di Castel Goffredo, assieme a Ostiano e Redondesco, rimase a Ludovico, che governò dal 1479 al 1511.
Alla scomparsa di Ludovico nel 1511, dopo una lunga disputa presso la corte imperiale, lo stato di Castel Goffredo, Castiglione e Solferino passò al nipote marchese Aloisio (o Luigi Alessandro).

Iniziava con Aloisio il marchesato di Castel Goffredo del ramo cadetto dei "Gonzaga di Castel Goffredo". Egli fece del suo palazzo la sede di una corte sfarzosa, la quale ospitò personaggi illustri, tra cui il capitano imperiale Luigi Gonzaga "Rodomonte" il poeta Pietro Aretino nel 1536, dal 1538 al 1541 lo scrittore Matteo Bandello (protetto da Isabella d'Este, qui conobbe Lucrezia Gonzaga di Gazzuolo, che divenne la sua musa ispiratrice e della quale si innamorò), il condottiero Cesare Fregoso, Costanza Rangoni e i loro figli, Paolo Battista Fregoso militare parente di Cesare, l'ambasciatore Antonio Rincon e lo studioso di chiromanzia frate Patrizio Tricasso da Ceresara.

Nel 1516 transitò per Castel Goffredo l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo mentre inseguiva le truppe francesi e un altro imperatore, Carlo V, il 28 giugno 1543, fu ospite della corte di Castel Goffredo. Ottenne le chiavi della fortezza e ripartì il giorno seguente. In un manoscritto anonimo si legge:

« Questa venuta, che tanto desiderava il signor marchese, fu quella e non altre, che lo indussero a cambiare, per così dire, la faccia al paese. Non era casa, non vi erano pareti esteriori in cui non si vedessero a fresco dipinte maestose logge, militari trofei, vasi egizi ed ornati d'ogni sorta, per cui più che un paese, sembrava un teatro magnifico e sorprendente »

Carlo V era in viaggio da Busseto, dove incontrò papa Paolo III, verso Trento e si intrattenne nel Castello di Canneto con Ferrante Gonzaga, col cardinale Ercole Gonzaga e con Margherita Paleologa, per legittimare a suo figlio Francesco la duplice investitura nei titoli di Duca di Mantova e Marchese del Monferrato, oltre a concordare le sue future nozze con Caterina, nipote dell'imperatore.

Nel 1543 in alcune località nello Stato gonzaghesco (Castel Goffredo, Gonzaga e Viadana) si manifestarono le prime teorie luterane, che misero preoccupazione nel cardinale Ercole Gonzaga, vescovo di Mantova.

Alla morte di Aloisio toccò al marchese primogenito Alfonso Gonzaga, che risiedette per molto tempo in Spagna, governare la città dal 1565. Costui, l'8 maggio 1568, chiamò da Mantova la famiglia ebrea Norsa affinché continuasse l'attività di prestito ed istituisse un Monte di Pietà. Fu creata anche la sinagoga, collocata nell'attuale vicolo Remoto. In quell'anno si registrò pure la costituzione a Castel Goffredo, come in altre località del mantovano, del Monte di Pietà, che affiancò l'attività degli ebrei, ma a condizioni più vantaggiose ed operò sino al 1799. Castel Goffredo nel 1580 ricevette la visita pastorale dell'arcivescovo san Carlo Borromeo, con lo scopo di vedere applicate le risoluzioni adottate nel Concilio di Trento. Alfonso Gonzaga venne assassinato il 6 maggio 1592 alla Corte Gambaredolo, per motivi ereditari, da otto sicari del nipote Rodolfo di Castiglione, fratello di San Luigi che per farsi gesuita aveva rinunciato al marchesato. Rodolfo dominò in Castel Goffredo col terrore e commise crudeltà senza esempio. Fu ucciso con un colpo di archibugio da Michele Volpetti durante una congiura di popolo sostenuta dalla "Magnifica Comunità" castellana il 3 gennaio 1593 mentre si recava alle funzioni religiose nella Chiesa Prepositurale di Sant'Erasmo, accompagnato dalla moglie Elena e dalla figlia Cinzia. Con il successore Francesco Gonzaga (Rodolfo non ebbe figli maschi), che non diventò signore di Castel Goffredo a causa di una lunga disputa presso la corte imperiale, la quale nel 1602 riconobbe il dominio al IV duca di Mantova Vincenzo I, si concludeva anche la storia della località come feudo autonomo gonzaghesco. Ebbe in tal modo termine anche la breve signoria dei "Gonzaga di Castel Goffredo".

Il territorio dello Stato fu oggetto di un'aspra contesa presso l'imperatore Rodolfo II tra il marchese di Castiglione e il duca di Mantova. Nel 1602 Lorenzo da Brindisi venne incaricato dall'imperatore di farsi ambasciatore presso il duca di Mantova Vincenzo affinché restituisse il feudo al marchese di Castiglione. La mediazione fallì e Castel Goffredo fu annesso definitivamente al ducato di Mantova con decreto del 1603 e ne condivise la sorte sino al 1707. Alla calata degli imperiali dalla Germania, la fortezza di Castel Goffredo venne nomentaneamente riconquistata dai veneziani, tra la fine del 1629 e la primavera del 1630, anno in cui fu colpito dalla peste, che decimò i due terzi della sua popolazione. Nell'anno 1707 i francesi lasciarono l'Italia e cedettero la Lombardia all'imperatore d'Austria Giuseppe I, sebbene Mantova fosse ancora governata dai Gonzaga: Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers, decimo e ultimo duca di Mantova, perdette lo Stato gonzaghesco e morì a Padova il 5 luglio 1708. Terminò così la dominazione dei Gonzaga, durata ininterrottamente quattro secoli.

L'occupazione austriaca determinò la requisizione dei magazzini di rifornimenti nella città e fra il 1705 e il 1706 soldati austriaci saccheggiarono Castel Goffredo, traendo in ostaggio anche alcuni abitanti. Il 3 luglio 1735 Carlo Emanuele, re di Sardegna e duca di Savoia, arrivò sino a Castel Goffredo e prese possesso della fortezza. Nel 1796 Napoleone Bonaparte spinse gli austriaci oltre il Mincio e nel 1797 l'Austria cedette la Lombardia ai francesi. Il 13 maggio di quell'anno Castel Goffredo fu occupata dalle truppe francesi. Si susseguirono i governi austriaci nel 1799, francesi dal 1801 al 1814 e di nuovo austriaci sino al 1866.

Negli anni del 1848 Castel Goffredo fu il centro cospirativo antiaustriaco dell'Alto Mantovano legato ai Martiri di Belfiore e contò la presenza di numerosi patrioti, capeggiati dal castellano Giovanni Acerbi, che diventerà in seguito intendente dei Mille di Garibaldi.
Essi furono: Alessandro Bertani, organista; Luciano Bertasi, barbiere; Luigi Betti, calzolaio; Ottaviano Bonfiglio, farmacista; Claudio Casella, possidente terriero; Carlo Cessi, caffettiere, nonno di Anselmo Cessi; Domenico Fiorio, farmacista; Luigi Gozzi, praticante notaio; Giacomo Luzzardi, oste; Luigi Pesci, esattore comunale a Castiglione delle Stiviere; Anselmo Tommasi, possidente terriero; Andrea Zanoni, agricoltore; Omero Zanucchi, possidente terriero.
Furono tutti arrestati e processati nel 1852 e uscirono dal carcere nel 1853 a seguito dell'amnistia. Giovanni Acerbi, fuggito all'estero, fu condannato in contumacia.
Nei giorni precedenti la Battaglia di Goito (30 maggio 1848), fu illustre ospite di Bartolomeo Riva a Castel Goffredo il duca di Savoia Vittorio Emanuele, futuro re d'Italia. Nello stesso anno l'avversione al regime austriaco portò alla costituzione a Castel Goffredo di un gruppo clandestino di mazziniani, tra i quali Giovanni Acerbi ed Omero Zanucchi, arrestato assieme ad altri dodici compaesani.

Nel 1859 l'esercito austriaco, incalzato dai franco-piemontesi, fu costretto a ritirarsi verso il Mincio e le alture di Solferino, San Martino e Cavriana.
Castel Goffredo fu teatro della Battaglia di Solferino e San Martino e vide schierato il terzo corpo d'armata francese al comando del generale François Certain de Canrobert, diretto con i suoi uomini a Medole, dove si combatté una delle battaglie più cruente (Battaglia di Medole). Il 24 giugno, alle 7 del mattino, la fortezza di Castel Goffredo, ancora occupata da un avamposto della cavalleria austriaca, venne liberata dal generale francese Renault appoggiato dagli uomini del generale Jannin che, sfondando le porte del paese con gli zappatori del genio, penetrarono all'interno del paese liberandolo dai nemici.

A seguito della ristrutturazione delle provincie italiane, nel 1859 Castel Goffredo fu inserita nel Circondario di Castiglione delle Stiviere, mandamento III di Asola.

Il 1860 vide un illustre cittadino di Castel Goffredo, Giovanni Acerbi, partecipare a fianco di Garibaldi nella prima spedizione dei Mille, col grado di intendente generale.

La città entrò a fare parte del Regno d'Italia nel 1861. Nei giorni 27, 28 e 29 aprile 1862 Giuseppe Garibaldi fu ospite del patriota Giovanni Acerbi.

A servizio dell’Austria si pose l’avvocato Giuseppe Acerbi, nato a Castel Goffredo nel 1773 da un’antica famiglia. Nel 1802 pubblicò a Londra, in lingua inglese, un resoconto dei suoi viaggi nell’Europa del Nord (da notare che la sua figura è notissima in Finlandia che gli ha dedicato strade e strutture pubbliche). Nel 1825 l’Acerbi fu nominato dall’Austria console generale in Egitto, dove compì numerosi viaggi ed esplorazioni, nel corso dei quali riuscì a raccogliere una cospicua quantità di materiale archeologico che oggi si trova esposto in vari musei italiani e stranieri, tra cui quello di Milano e di Mantova (Museo Egizio di Palazzo Te).

Negli anni del Risorgimento si distinsero, soprattutto per la parte attiva che ebbero nella congiura anti-austriaca messa in atto a Mantova, alcuni castellani tra cui Omero Zanucchi e Giovanni Acerbi. Quest’ultimo partecipò alla spedizione dei Mille con la qualifica di Intendente generale e, nel 1866, venne eletto deputato nel parlamento del neo-nato Regno d’Italia.
Deputato del Regno fu anche un altro castellano, l’avvocato Andrea Botturi, eletto nel 1861 nel collegio di Lonato. Anche il 1900 ebbe in Castel Goffredo dei protagonisti illustri: il maestro Anselmo Cessi, presidente provinciale dei Maestri Cattolici, che nel 1926 fu assassinato da alcuni fascisti a causa del suo impegno politico per la difesa della libertà e della verità. La sua ferma testimonianza cristiana ha portato Giovanni Paolo II ad annoverarlo, in occasione del Giubileo del 2000, fra i “martiri del nostro tempo”. Protagonisti, poi, possiamo considerare anche tutti quei castellani che dagli anni Sessanta ad oggi hanno speso le loro energie per dare vita ad una comunità attiva, dimostrando coraggio, intelligenza e sano ottimismo, frutti di una secolare e ben radicata cultura cristiana.

Il 1º gennaio 1871 si costituì anche a Castel Goffredo la Società operaia di Mutuo Soccorso, con lo scopo di sopperire alle carenze dello stato sociale ed aiutare così i lavoratori.

Nel 1925 a Castel Goffredo aprì lo storico primo calzificio che si chiamò NO.E.MI., sigla dei cognomi dei fondatori, destinato a segnare la storia dell'industria e dell'economia locale. L'azienda, in due anni, arrivò ad impiegare 50 dipendenti.

Dopo la seconda guerra mondiale Castel Goffredo ha avuto un grande sviluppo economico divenendo un centro industriale di primaria importanza per l'industria tessile, grazie alla consistente produzione di calze, collants e filati. È sede del distretto industriale tessile numero 6, composto da 15 comuni mantovani, bresciani e cremonesi.

Ha acquisito il titolo di città nel 2002.




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