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domenica 14 giugno 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLA PACE A BRESCIA

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Fu  costruita tra il 1720 e il 1746 per i padri Filippini su progetto dell'architetto veneziano Giorgio Massari; presenta una facciata incompiuta, un portale neoclassico e due cupole, la prima grandissima, che danno luce all’ampio spazio interno, a navata unica, scandito da  maestose semicolonne corinzie in marmo rosato, tra le quali sono inserite le nicchie con le statue degli apostoli. Gli altari marmorei delle sei cappelle laterali vennero realizzate su disegno del Massari. Gli affreschi  monocromi (1738-1741) all’interno della navata sono di Francesco Monti e di Giovanni Zanardi.

Tra i dipinti settecenteschi che conserva, nel presbiterio è esposta la Presentazione al Tempio (1738) di Pompeo Batoni. Pregevoli le numerose statue fra le quali quelle di Antonio Calegari nella cimasa dell’altare e sul secondo altare a destra,  e quella dell'Immacolata, copia di quella dorata che domina la cupola.

Vicino si trova l’oratorio della Pace edificato sui resti dell’antico palazzo di Bartolomeo Colleoni /1455 circa). Dell’originaria costruzione rimane il cortile, con porticato e loggiato ad archiacuti; nel salone al piano nobile si trova la tela di Pietro da Marone Presentazione al Tempio, una volta collocata sull’altar maggiore della chiesa.

La posa della prima pietra viene narrata nei Diari dei Bianchi, una famiglia bresciana con numerose presenze negli ordini religiosi e in Vescovado. Il capitolo, al riguardo, scrive: "Adì 15 settembre, Domenica in cui cade la solennità del Nome di Maria, si mette da Mons. Giov. Francesco nostro Vescovo (si tratta di Gianfrancesco Barbarigo) la prima pietra della Chiesa che intendono Fabbricare li Padri della Congregazione dello Oratorio, detti della Pace, e ciò con grande concorso di gente e superbissima musica, e sopra detta pietra, che fu collocata in cornu evangelii (uno dei lati del presbiterio) nel fondamento del Pilone dove dovransi mettere li balaustri dello Altare Maggiore, fu posta una scattola rottonda di piombo con dentro un medaglione di metallo, che da una parte aveva impresso l'arma del Pontefice regnante (era Papa Clemente XI) col nome del medesimo e l'anno del Pontificato, l'arma del Serenissimo Principe con il nome dell'istesso ed anno del Principato, l'arma dell'Ill.mo e Rev.mo nostro Vescovo con il nome del medesimo ed anno del Vescovato, e l'arma dell'Ecc.mo sig. Pietro Grimani , uno delli tre Inquisitori mandati dalla Serenissima Repubblica. Dall'altra parte della medaglia vi era il titolo di detta chiesa e l'anno di nostra salute 1720, e si faceva menzione della Congregazione dell'Oratorio. Ne' giorni poi in venire si seguita a lavorare alla galliarda, credendosi abbia a riuscire una delle chiese più celebri che sii in Brescia....

Questa lode da parte dei Bianchi doveva provenire, molto probabilmente, dalla vista del modello in legno della chiesa, sicuramente presente alla posa della prima pietra. Della medaglia, descritta, oltretutto, ne esistono ancora due esemplari.

Il cantiere, avviato dunque nel 1720, dura circa venticinque anni, fino al 1746. Giorgio Massari si mantiene costantemente in contatto con la fabbrica attraverso lettere, inviando disegni e particolari architettonici e decorativi. Visita comunque più volte il cantiere per accertare l'esecuzione regolare delle sue direttive, fin dal primo anno, il 1721: una nota nel Libro delle spese della Fabbrica attesta: "Regalo al sig. Giorgio Massari architetto per viaggi e visita alla fabrica". Altre visite si segnalano nel 1727 e nel 1728, e in quest'ultimo anno invia alla fabbrica il progetto della facciata, che poi non sarà compiuta. Per le trentasei colonne monolitiche, che dovevano essere collocate all'interno della chiesa, il Massari pensa inizialmente di far importare a Brescia una tonalità rosata di marmo rosso di Verona, ma viene fortunatamente scoperta una cava di pietra simile molto vicina alla città, come dimostra la cronaca di Alfondo Cazzago che, mentre descrive lo stato del cantiere al 5 dicembre 1725, annota: Quali colonne sono assai piaciute, e sono di marmo non mai più adoperato, ma fatto scoprire dalla Provvidenza di Dio lontano solo quattro miglia, cioè sul terren di Botticino da Sera.

Nel 1729 il cantiere riceve l'importante visita di Filippo Juvarra, chiamato in città per dare consigli su come estrarre le imponenti colonne interne del Duomo nuovo. Sempre il Cazzago riporta: "(Filippo Juvarra) ha veduto ancora la Fabrica della nostra Chiesa qui alla Pace, e l'ha lodata, ed approvata in tutto esprimendosi di non vedervi un difetto. Perciò ha detto che il Duomo sarà lo sposo, e la nostra Chiesa sarà la sposa tutta bella e ornata. Nel 1731 è ancora il Cazzago, che morirà a breve, a darci un nuovo resoconto sullo stato del cantiere: in quell'anno, le colonne sono ormai tutte collocate e una buona parte dell'edificio è costruita fino alla trabeazione di queste. comprese le cappelle laterali. Nello stesso anno, Bartolomeo Spazzi viene sostituito da Giacomo Scalvi alla direzione del cantiere, il quale avvia la fabbricazione dei due altari laterali principali, posti al centro della navata, e dell'altare maggiore: la decorazione scultorea dei tre viene affidata ad Antonio Calegari.

Nel 1736 il Massari è nuovamente in visita al cantiere per avviare i lavori di erezione della cupola, parte di notevole impegno dell'intero complesso architettonico. Nel gennaio 1737 giunge ai padri il gradito dono di Angelo Maria Querini: la pala dell'altare maggiore, la Presentazione al Tempio di Gesù di Pompeo Batoni. Contemporaneamente all'innalzamento della cupola si provvede alla costruzione del campanile: il Massari invia in proposito una lettera molto dettagliata che ne descrive le caratteristiche architettoniche e le misure, mostrando una certa preoccupazione sul fatto che tutto venga eseguito secondo le sue direttive.

Nel 1738, rivestita di piombo la cupola, ha inizio la decorazione pittorica degli interni, monocroma color grigio stucco polveroso: Francesco Monti, che già in quell'anno aveva cominciato a dipingere per la chiesa la Madonna col Bambino e San Maurizio, viene chiamato ad affrescare i riquadri della volta con gli Episodi della vita della Vergine, affiancato da Giacomo Zanardi che si occupa invece dell'ornato. I lavori dei due proseguono fino al 1746.

Gli anni dal 1739 al 1746, dunque contemporaneamente al lavoro dei due pittori, vedono un'ulteriore, fervida attività decorativa e scultorea all'interno della chiesa. I marmisti di Rezzato e Botticino sono attivamente impegnati nell'assemblaggio degli altari della crociera e dell'altare maggiore, per i quali viene chiesta la consulenza di Giovanni Maria Morlaitero. Le statue di Antonio Calegari, già commissionate anni prima, vengono posizionate nello stesso periodo, o integrate negli altari in via di realizzazione. Il Massari, in concomitanza con questi lavori, invia una ricca serie di disegni per gli interni, ad esempio per il pavimento del presbiterio, per le due cappelle centrali, per i capitelli e per altre decorazioni interne alla chiesa: questi ultimi due, in particolare, vengono eseguiti per mano di Giovanni Zirotti, raffinato scultore locale.

È possibile percepire l'effettivo impegno di Giorgio Massari nella fabbrica, così come la sua preoccupazione che tutto si svolgesse secondo le sue direttive, da una lunga serie di annotazioni leggibili in più contratti: in uno, ad esempio, si può leggere: "attenersi al dissegno fissato ed approvato dal sig. Giorgio Massari Architetto", oppure, riguardo ai capitelli, "devono essere fatti secondo le misure e dissegno fatto dal sig. Giorgio Massari", oppure ancora, in una polizza, si dice addirittura che "le sagome, mandate dal sig. Giorgio Massari Architetto in giusta misura, dovranno essere copiate dall'artefice e restar in mano dei Padri Fabriceri le sagome originali per confrontare la giusta esecuzione, non dovendosi prendere un minimo arbitrio sopra di esse e occorrendo qualche difficoltà, avvisare per scrivere, e aspettare la risoluzione dell'architetto".

Nel 1745 la chiesa si arricchisce di opere d'arte: il pittore Giacomo Zoboli fornisce la pala di San Filippo Neri genuflesso davanti alla Madonna, Giambattista Pittoni la Madonna col Bambino adorata da San Carlo Borromeo e Pompeo Batoni il San Giovanni Nepomuceno davanti alla Vergine, contribuendo così con un'altra opera oltre a quella già realizzata per l'altare maggiore. Nel 1737 era invece arrivato il San Francesco di Sales cui appare la Madonna di Antonio Balestra, commissionato da Emilia Venazzoli, anonima benefattrice locale.

Il 24 maggio 1746 la chiesa, ormai completata nei suoi elementi principali, mancando solo i quattro altari laterali, viene consacrata dal vescovo Angelo Maria Querini. Così il Guerrini, sulla scorta della relazione redatta al tempo, descrive la solenne giornata della consacrazione: "Compiuto il tempio, il Cardinal Querini in persona volle consacrarlo il 24 maggio 1746 con lo splendore delle funzioni pontificali, perché fosse solennemente inaugurato con le feste annuali in onore di San Filippo (il 24 maggio è appunto la festività di San Filippo Neri). Grandiosi festeggiamenti in quei giorni alla Pace! Splendore di riti sacri, sfarzo settecentesco di addobbi, profusione di musica vocale e strumentale, accademie letterarie, versi, elogi, una folla immensa accorsa ad ammirare la mole e le eleganze architettoniche del nuovo tempio.

I Padri Filippini, in riconoscenza al Massari che aveva saputo creare per loro una degna chiesa, gli inviano a Venezia un prezioso reliquiario d'argento. Nel 1756, oltretutto, avviata la realizzazione delle cantorie, viene nuovamente chiesta consulenza al Massari circa i colori da utilizzare e i dettagli architettonici.

Posto su due cantorie gemelle ai lati dell'altar maggiore, è un grande strumento a tre tastiere nato dall'unione dei due corpi, comunque suonabili autonomamente attraverso due consolle meccaniche, l'uno Amati del 1854 e l'altro Tamburini del 1972.




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sabato 13 giugno 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA DEI MIRACOLI A BRESCIA



Il santuario di S. Maria dei Miracoli si presenta oggi come un edificio dalla configurazione assai originale, di complessa lettura a causa di una lunga vicenda di
stratificazioni e aggiunte successive, costantemente limitate dai vincoli del preesistente, fitto tessuto urbano e sostanzialmente prive di un progetto unitario di base. In borgo S. Nazaro, sul muro esterno della casa di un certo Federico Pelaboschi, esisteva nel Quattrocento un'immagine della Vergine ritenuta miracolosa; intorno a essa era sorta un'edicola votiva, probabilmente a contenere un altare e a ricovero delle offerte sollecitate dalla devozione popolare. Il luogo doveva tuttavia rivelarsi assai interessante sotto il rispetto economico, oltre che sotto il profilo devozionale, se nel 1486 il Consiglio comunale di Brescia deliberava di acquistare casa Pelaboschi e tre anni più tardi acquisiva altre case adiacenti. Nacque così l'idea di creare una prima cappella, concepita probabilmente come semplice stabilizzazione degli apparati provvisori e verosimilmente strutturata come un protiro a due ordini formato dalla sovrapposizione di due arcosolii voltati a lacunari, il superiore a protezione dell'immagine miracolosa, l'inferiore con accesso a un locale retrostante adibito a sagrestia, ricavato dalla stessa casa Pelaboschi.
Ben presto si manifestò l'esigenza di progettare un organismo più ampio; anche il vescovo della città e il doge veneziano si interessarono alla questione e il ruolo di procuratori della fabbrica spettò a due figure di spicco nella vita culturale bresciana del tempo come il nobile Giovan Pietro Averoldi, padre del mecenate Altobello e legato al governo della Serenissima, e l'umanista 'antiquario' Giovanni Maria Tiberino.
(I lavori per la costruzione della chiesa furono ultimati solo nel 1581, quando l'immagine sacra venne condotta all'interno,sull'altare maggiore).

Gioiello di scultura rinascimentale, fu edificata a partire dal 1488 per onorare l'immagine miracolosa della Madonna col Bambino affrescata all'esterno di una abitazione che sorgeva in questo luogo: la parte centrale della facciata (1488) ne era in origine il sacello. La facciata presenta accanto a questo nucleo centrale più antico, il protiro a quattro colonne aggiunto verso la fine del XVI secolo e il coronamento superiore del 1560; le parti laterali sono invece del Seicento. Tutta bianca in pietra di Botticino è finemente decorata dalle maestranze che lavorarono contemporaneamente alla Loggia e che scolpirono capitelli, lesene e fregi con motivi sacri e profani. Nelle nicchie sovrastanti le porte laterali le due statue sono opera del Calegari.
La facciata dei Sanmicheli, corrispondente al livello più basso e raffinato della facciata attuale, viene compiuta entro l'anno 1500. Nel frattempo, l'edificio religioso subisce un rapido sviluppo, anche grazie al crescere del numero di fedeli e delle elemosine e, probabilmente a cantieri ancora aperti, viene deciso per il suo ampliamento, portando il santuario alla dimensione definitiva. Le partiture architettoniche interne, connotate da caratteri decorativi elaborati e raffinati, vengono forse realizzati da Gasparo Cairano e bottega. Lo stesso scultore realizza inoltre il ciclo di Apostoli per la prima cupola, interposto al ciclo di Angeli del Tamagnino, entrambi consegnati e pagati nel 1489.
L'interno, quasi interamente distrutto dal bombardamento del 2 marzo 1945 ed in seguito restaurato, ha pianta quadrata e abside pentagonale; pilastri e colonne dividono lo spazio in tre navate, sovrastate da quattro cupole. Fra i dipinti cinquecenteschi, si segnala la copia del quadro del Moretto conservato oggi alla pinacoteca Tosio Martinengo e, nel presbiterio, le opere di Pier Maria Bagnadore, Tommaso Bona, Pietro Marone, Grazio Cossali. Nell'abside si conserva l'immagine miracolosa della Madonna che, dalla facciata ove si trovava, venne qui trasportata nel 1581.



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LA CHIESA DI SANTA MARIA DEL CARMINE A BRESCIA

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Papa Clemente VI (1291-1352) dispose che a Brescia si fondasse un monastero di frati Carmelitani dotato di una chiesa per il culto, di un cimitero, di ambienti dedicati alla vita comunitaria e di tutte le garanzie di sostentamento necessarie. La missiva sopraggiunse in riposta a una serie di richieste - certamente un appello inoltrato dal priore dei Carmelitani della Provincia Lombarda ma, lo si deduce dal testo della bolla stessa, anche una supplica del vescovo di Brescia Balduino Lambertini della Cecca († 3 settembre 1349, Brescia) - invocanti l'avvento dell'ordine in città. Il 16 marzo 1346 un drappello di circa dodici frati Carmelitani dell'Antica Osservanza, guidati da Guglielmo d'Alessandria, si insediò in contrada Ponticello, in quello che già dal secolo precedente si era andato delineando come il quarterio di San Faustino.
Poco si conosce sull'articolazione architettonica del primo cenobio che oltre alla chiesa dotata di campanile comprendeva un dormitorio, un refettorio, un granaio e una cella vinaria, o cantina. Il primo tempio, dedicato a Santa Maria Annunciata del Carmelo, era probabilmente costituito da un'aula unica con tetto a vista sorretto da capriate, con altari dedicati a san Gottardo e sant'Onofrio. La lettura della tessitura muraria oggi esistente consente di identificare l'ambiente con la struttura rettangolare posta a destra dell'attuale abside: lungi dall'essere distrutta, la primitiva chiesa fu infatti inglobata nella nuova edificazione, sorta a partire dai primi decenni del Quattrocento, e nel corso dei secoli adibita a diversi usi. Sono probabilmente riconducibili ai primi decenni del Seicento i lavori di tramezzatura orizzontale attraverso la costruzione di tre volte a costoloni, destinate a suddividere il vano in due piani sovrapposti.

La struttura originaria denota una continua mescolanza tra elementi tardogotici e aperture al nuovo linguaggio rinascimentale. Ciò è chiaramente visibile nella facciata a frontone spezzato, divisa in tre specchiature da lesene in cotto e pietra dove, nell'ampio portale centrale accanto alla strombatura, alla modanatura torica, ai capitelli a fascio e ai leoni stilofori, le decorazioni della fascia esterna, del pilastro che divide in due l'apertura e dell'architrave presentano elementi chiaramente classicheggianti. Parallelamente, nelle specchiature laterali, le lunghe monofore strombate e trilobate sono inquadrate da cornici in maiolica verde con un motivo rinascimentale a teste leonine e tralci vegetali. La facciata è solcata da una preziosa fascia di archetti intrecciati che si ripete lungo gli spioventi e tutto il lato orientale, sottolineando il ritmo spezzato della copertura a capanna delle singole cappelle. Queste due parti dell'edificio presentano una decorazione con slanciati pinnacoli in laterizio, richiamando il duomo di Mantova, l'abside di S. Fermo a Verona e il fianco meridionale del S. Eustorgio a Milano. L'interno a tre navate, scandite da possenti piloni con capitelli decorati, si conclude con un profondo coro. Lungo la navata orientale si aprono sette cappelle con volte a tutto sesto, eccetto la terza (cappella Averoldi) che conserva ancora l'originaria struttura a crociera, impreziosita dagli affreschi eseguiti dal Foppa nel 1477. Entrambe le navate si concludevano con due cappelle quadrate: quella di sinistra, oggi voltata a tutto sesto, è chiusa da un muro, mentre quella di destra è integra e conserva numerosi affreschi. La testimonianza più antica (1432), come attesta un'iscrizione nella fascia che la incornicia, è posta sulla parete ovest e raffigura il Miracolo di sant'Eligio. Il santo, affiancato da un cavaliere avvolto in un prezioso mantello, è curiosamente ritratto nell'atto di attaccare la zampa al cavallo indemoniato. A fianco, all'interno di una struttura marmorea, sono inserite due scene diverse: la prima con un'Annunciazione, la seconda con l'Incontro di san Francesco con un lebbroso, databili nello stesso arco di anni del precedente. Nel registro inferiore una teoria di Santi e Sante rivela, in pieno Quattrocento, soluzioni stilistiche attardate. Sulla parete di fondo, mutilata dall'apertura di una porta, è affrescato una sorta di polittico a muro raffigurante al centro la Vergine in trono col Bambino, Santa Lucia e san Cristoforo, ai lati un Santo vescovo e un'altra Madonna in trono. L'eleganza del panneggio e la delicatezza cromatica rimandano alla scuola di Bonifacio Bembo, a cui si rifanno anche le restanti raffigurazioni della parete con la mutila Trinità, la Madonna in trono con Bambino, e la Madonna del latte. La stessa paternità può essere proposta anche per una quarta Maestà affrescata nel registro superiore della parete orientale con riportata la data 1444. Essa si sovrappone ad un altro affresco lacunoso, ma di alto livello qualitativo, raffigurante San Cristoforo. L'opera dall'insolita tecnica esecutiva affine più al disegno che all'affresco vero e proprio, presenta il grande santo al centro con ai piedi un cavaliere armato. Anteriore dunque al 1444, ma posteriore al 1429 (inizio della costruzione della chiesa), rivela soluzioni miniatorie e, sia nell'elaborato panneggio che nella resa allungata delle figure, chiari rimandi all'opera di Michelino da Besozzo, di cui il nostro autore è stato uno stretto seguace.



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lunedì 1 giugno 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA DEL CONSORZIO A CASTEL GOFFREDO





Primo edificio di culto eretto entro le mura del borgo di Castelvecchio nel 1288, nel quale aveva sede il Consorzio della Misericordia, fu ricostruita nel 1434. Il marchese Aloisio Gonzaga ne fece il mausoleo di famiglia e successivamente fu trasformata in Monte di Pietà. Attualmente della chiesa non resta che il campanile, quattrocentesco, con bifore e monofore e l'abside poligonale affrescato.

Dell'antica chiesa di Santa Maria del Consorzio, ricostruita nel 1434 in stile tardo gotico ed abbattuta nel 1986, si conserva solo l'abside poligonale affrescata con volta a ombrello, il campanile quattrocentesco, con bifore e monofore, ed alcune epigrafi del marchese Luigi Gonzaga e il portale in marmo bianco del 1532, poste attualmente sul fianco della Chiesa parrocchiale di Sant'Erasmo. Di interesse gli affreschi cinquecenteschi dell’abside.

Nel 1532 il marchese Aloisio Gonzaga la fece restaurare e, in una cappella aderente al presbiterio, vi fece erigere la cappella funeraria di famiglia, che accolse inizialmente le spoglie sue il 19 luglio 1549 e del figlio Alfonso, assassinato alla Corte Gambaredolo il 6 maggio 1592 dai sicari del nipote Rodolfo. Nello stesso anno Ippolita Maggi, vedova di Alfonso, fece traslare il suo corpo assieme a quello di Aloisio nel Santuario della Madonna delle Grazie presso Mantova: una lapide in marmo bianco all'interno ne ricorda l'evento.

Nel 1798 venne adibita ad uso monte pegni.

Durante gli anni venti fu adibita a laboratorio di falegnameria e successivamente trasformata in ufficio postale della città e a civile abitazione. In alcune stanze ebbe sede la biblioteca comunale e il comando dei vigili urbani, prima della attuale sistemazione definitiva.

Dopo l'abbattimento della chiesa, avvenuto nel 1986 per fare posto ad nuovo edificio civile, sono venuti alla luce importanti reperti altomedievali (VIII e IX secolo) riguardanti la fortificazione di Castelvecchio e l'esistenza del castello medievale.

Della chiesa si conserva solo l'abside poligonale con volta a ombrello, alcuni affreschi del Cinquecento, il campanile quattrocentesco, con bifore e monofore, tre epigrafi aloysiane e il portale in marmo datato 1532, tutti posti sul fianco della Chiesa Prepositurale di Sant'Erasmo.

Da alcuni documenti presenti all'Archivio di Stato di Mantova risulta che nel 1468 venne istituita a Castel Goffredo una “banca di prestito”, sollecitata da una lettera scritta dal Comune al marchese Ludovico Gonzaga. L'autorizzazione fu concessa a Leone Norsa.

La sede del banco venne inizialmente posta nel Torrazzo, sito sul fianco destro del Palazzo Gonzaga-Acerbi. Nel 1477 però il Comune chiese al marchese la soppressione del banco in quanto dannoso per la popolazione, ma la richiesta cadde nel vuoto.

Nel 1540 il marchese Aloisio Gonzaga concesse alla famiglia Jacobo Norsa autorizzazione decennale per la costituzione del banco dei pegni che venne rinnovata nel 1568 dal marchese Alfonso Gonzaga a favore della famiglia di Giacomo e Prospero Norsa di Mantova. Il banco dei pegni continuò la sua attività sino agli inizi del Settecento con Mosè Coen.

Intorno al 1570 risale l'istituzione del Monte di Pietà, che si affiancò all'attività degli ebrei e che venne aperto nella Chiesa di Santa Maria del Consorzio a seguito delle predicazioni dei Frati Minori nel mantovano. Il primo amministratore fu B. de Reb. L'istituzione fallì nel 1578 e il marchese Alfonso Gonzaga concesse di ricostruire nuovamente il Monte, che sopravvisse anche per merito di donazioni e lasciti di cittadini castellani.

Nel 1877 il Monte di Pietà venne trasferito dal comune nell'edificio posto in Vicolo Monte Scuole e qui rimase sino alla cessazione della sua attività.




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LA CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA A SONCINO




E' la più antica chiesa foranea della diocesi cremonese (sec.VI).

Eretta in Collegiata nell'828, la chiesa fu riedificata nel 1150 e ristrutturata nel 1280. Tra fine '500 e primo '600, l'edificio fu rimaneggiato con allungamento verso est e costruzione a sud delle cappelle laterali. Su progetto dell'arch. Carlo Maciachini, la chiesa fu ancora allungata ad est e ristrutturata con abside poligonale e cupola ottagonale (1883-1888). Sulla cuspide del campanile romanico fu posta la statua in rame progettata dal Maciachini e realizzata da Carlo Riva.(1888).

 La chiesa attuale è il risultato di numerose trasformazioni. L'organismo romanico originario dei secoli XII-XIII, con pianta basilicale a tre navate absidate con copertura a capriate lignee la nave centrale e volte a crociera le navi laterali, presentava una facciata preceduta da un protiro ed un rosone centrale, di chiara impronta. Un modello di come doveva essere la pieve soncinate è la Basilica di S. Sigismondo a Rivolta d'Adda, a sua volta modellata sull'esempio di S. Ambrogio a Milano. Le aggiunte dei secoli XIV e XV non avevano intaccato in alcun modo la struttura romanica, mentre invece il rifacimento del 1580 mutò profondamente la struttura antica, in quanto dovette adattarsi alle nuove norme liturgiche stabilite dal concilio tridentino. In epoca tardo rinascimentale la chiesa venne interamente affrescata dai cremonesi Coronaro (1585) ed Uriele Gatti, il quale, nel 1589, dipinse la controfacciata. L'epoca barocca lasciò un coro allungato (1601-1615) e le cappelle laterali, mentre nel XIX secolo l'architetto Carlo Visioli edificò la cappella della SS. Trinità. Il terremoto del 1802 danneggiò seriamente la chiesa, tanto che intorno agli anni che vanno dal 1883 al 1888, il celebre architetto Carlo Maciachini la restaurò e la ampliò. Le navate e le cappelle meridionali furono conservate, come pure il campanile, mentre il muro settentrionale venne rettificato e la facciata venne riportata al suo presunto aspetto medioevale. Infatti oggi si presenta tripartita da lesene, con possenti pilastri angolari sormontati da pinnacoli. Al centro si apre il portale preceduto da un protiro sorretto da leoni stilofori, con rosone centrale. La parte absidale venne demolita per realizzarvi un tamburo ottagonale su cui s'imposta la cupola. Negli anni Venti del secolo scorso, e precisamente tra il 1924 ed il 1925 si procedette all'isolamento della chiesa, mentre negli anni '30 venne eseguito un nuovo restauro. Il bel campanile, a canna quadrata, è alleggerito da monofore e bifore scalari, con cuspide conica su cui poggia la statua della Madonna Assunta, opera moderna di Antonio Ferrarotti, in sostituzione di quella fusa da Carlo Riva e progettata dal Maciachini nel 1888, rovinata da un fulmine nel 1952. L'interno, in stile neogotico, si presenta in forme solenne, decorato da una vivace policromia eseguita nel XIX secolo (1897). La cupola è decorata dalla grande Teofania, preceduta dai Santi protettori di Soncino, Martino e Paolo. Sugli archi del tiburio sono rappresentati la Madonna Assunta con gli Angeli, il Cristo Risorto, S. Pietro, papa Leone XIII ed altri santi, entro medaglioni su fondo dorato a finta decorazione musiva. Negli archetti della cornice in cotto una serie di piccoli santi invitano alla visione del cielo stellato della cupola. Partendo dalla navata destra, troviamo un dipinto proveniente dalla chiesa di S. Paolo, dell'ordine delle Domenicane, raffigurante la Madonna col Bambino ed Angeli adorata dalla Beata Stefania Quinzani, risalente alla seconda metà del XVII secolo ed attribuita al veronese Ruggero Milani. La prima cappella, dedicata all'Immacolata Concezione, venne edificata nel 1631 quale voto per la cessazione della peste. Attualmente si presenta coperta da una cupola, e conserva un pregevole altare barocco in marmi policromi. Nell'ancona si trova una statua lignea della Madonna Immacolata, opera dell'intelvese Antonio Ferretti che l'intagliò nel 1759. Le due sculture lignee imitanti il marmo, raffiguranti i profeti Davide e Salomone, sono opera del 1785 del bergamasco Giovanni Sanz, originario della Baviera. La cappella della SS. Trinità venne edificata nel 1845 dal Visioli in forme neoclassiche, con grande vano quadrato preceduto da un arco poggiante su colonne corinzie e con cupola. L'altare neoclassico contiene un dipinto della fine del XVI secolo raffigurante la Trinità con Angeli e Santi, opera del cremonese Uriele Gatti. Nei pressi si possono ammirare delle lapidi già diversamente murate all'interno della pieve ed un dipinto di Angelo Massarotti, risalente al XVII secolo e raffigurante La Buona Morte. L'opera proviene, con ogni probabilità, dall'Oratorio della Compagnia della Buona Morte fondato nel 1593. La cappella del Santo Presepe venne costruita nel 1610, anche se attualmente si presenta in stile neoclassico, per onorare la reliquia della mangiatoia della sacra grotta proveniente dalla Basilica romana di S. Maria Maggiore e dono di Paolo V al soncinatese Carlo Cropello, allora protonotario apostolico. Purtroppo un incendio sviluppatosi nella metà del XIX secolo cagionò la perdita di una Natività, probabilmente opera della scuola dei Bassano. Attualmente l'altare è ornato da un'ancona lignea che ospita una Natività del soncinatese pittore e storico Francesco Galantino. Un meccanismo manuale consente di fare scorrere la pala rivelando un armadio contenente il Crocifisso della Beata Stefania Quinzani. Sulla parete sinistra si trova un dipinto raffigurante la Madonna del Rosario ed i Quindici Misteri del Rosario, questi ultimi inseriti entro una cornice intagliata e dorata. I dipinti sono opere secentesche del bergamasco Enea Salmeggia detto il Talpino. Queste opere provengono probabilmente da S. Giacomo, allorché nel XVIII secolo la cappella del Rosario venne rinnovata. Giunti nei pressi della sacrestia, sopra la porta di accesso a questa, possiamo ammirare un dipinto raffigurante Vespasiano che fa liberare Giuseppe Flavio dalle catene, opera secentesca del fiammingo Mathias Stom. Il dipinto, probabilmente dipinto a Palermo, giunse a Soncino al seguito di qualche capitano siciliano che all'epoca presidiava la rocca. Nella sacrestia si conserva un affresco proveniente dalla facciata del distrutto Oratorio di S. Bernardino raffigurante la Madonna col Bambino tra S. Bernardino da Siena e il Beato Pacifico Ramati, opera del lodigiano Francesco Carminati che lo eseguì intorno al 1530. In fondo alla navata destra si trova l'altare dedicato a S. Antonio da Padova. L'altare maggiore è un'opera pregevole in marmi policromi intarsiati, eseguito nel 1667 da Bartolomeo Manari da Gazzaniga, mentre l'alzata è opera eseguita nel 1747 da Paolo Bombastoni e Pietro Sanguinelli. Nel coro troviamo le finestre con vetrate realizzate nel 1854 da Giuseppe Bertini e raffiguranti la Madonna Assunta adorata dagli Angeli; oltre a queste, ammiriamo diciannove stalli neogotici con colonnine tortili. Le pareti ospitano tre dipinti provenienti da altari distrutti. A destra troviamo il Martirio di S. Vittoria, opera del ravennate Matteo Ingoli che la eseguì nella prima metà del XVII secolo. Il dipinto venne realizzato come pala per la cappella costruita nel 1610 da Orazio Guarguanti, medico, filosofo, astrologo e musico che risiedette a lungo a Venezia. Al centro dell'abside è posta una Incoronazione della Vergine, opera cinquecentesca di Uriele Gatti, mentre a sinistra troviamo S. Rosalia, del soresinese Gian Giacomo Pasini che la dipinse nel 1630 quale ex-voto per impetrare la cessazione della peste. Percorrendo la navata sinistra, possiamo ammirare la cappella dedicata a S. Luigi Gonzaga con un bell'altare in marmi policromi. Una pala raffigura il santo ed è opera del soncinese Angelo Monti, che la copiò da un'analoga pala di Gallo Gallina, conservata presso il Seminario Vescovile di Cremona. Nella stessa cappella troviamo un dipinto del cremonese Cesare Ceruti, raffigurante la Madonna col Bambino in gloria ed i Santi Giovanni Batista, Girolamo, Caterina d'Alessandria e Francesco che presenta la committente Olimpia Foresti Vacani, opera eseguita nel 1604. Il dipinto, un tempo situato nella cappella di S. Francesco fatta erigere dalla Vacani, venne in seguito qui trasportato. Lungo il muro della navata sono addossati due altari neogotici della Madonna del Rosario e dell'Addolorata, oltre a quello neoclassico di S. Giuseppe. Sopra l'antico fonte battesimale possiamo ammirare un bell'affresco degli inizi del XVI secolo raffigurante la SS. Trinità. La particolare iconografia del dipinto con le Tre persone assolutamente identiche indussero le autorità ecclesiali durante la Controriforma a far coprire l'immagine, ritrovata nel 1843 durante i lavori di rifacimento della cappella della Trinità. Nonostante non vi siano indizi certi, l'affresco dovrebbe essere di un pittore soncinatese, probabilmente di Alberto Scanzi o del figlio Francesco. Il battistero rinascimentale, posto in fondo alla navata, presenta una coperta lignea neoclassica. Pregevoli sono pure i confessionali in radica, realizzati nel 1771.




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LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE A SONCINO

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I Carmelitani si insediarono fuori Porta San Giuseppe nel 1468, acquisendo l'officiatura d'una chiesetta campestre. Costruito il modesto plesso conventuale, l'11 febbraio 1501 il card. Raimondo Perauti, vescovo di Gurk in Carinzia, pose la prima pietra della nuova chiesa voluta da padre Pietro da Mortara. Probabile progettista fu padre Antonio Maestri, già a lungo nel convento mantovano. Nel biennio 1515-126 fu eretto il campanile su progetto di maestro Gerardo da Piacenza.
Il sacro edificio fu solennemente consacrato l'8 settembre 1528 da mons. Luca da Seriate alla presenza di Francesco II Sforza che ne finanziò la decorazione.

La posa della prima pietra avvenne per mano del cardinale Raymond Perault, Vescovo di Gurck, diretto in Germania per predicate la Crociata. All’edificazione della chiesa concorse tutta la popolazione con una serie di lasciti di cospicua entità. Nel 1520 la fabbrica giunse a compimento anche per quanto riguarda l’interno. In un documento del 5 aprile 1519, tra i testimoni sono nominati il pittore Francesco Scanzi ed il suo Figulo Giovan Antonio Pezzoni, autore del fregio in terracotta. Dopo il 1527 alla committenza locale si sostituì quella altolocata del Duca Francesco II Sforza e del marchese Massimiliano Stampa. La chiesa venne consacrata l’8 settembre 1528, giorno della Natività della Vergine, da Luca da Seriate. In quell’occasione il Duca consegnò al patrizio soncinese Nicolò Tonso 200 ducati per la decorazione della cappella della Vergine e di altre due cappelle. La chiesa presenta una facciata semplice, a capanna, tripartita da robusti contrafforti angolari e lesene centrali. Un tempo vi erano affrescate le figure di S. Rocco e S. Cristoforo, oggi scomparse. Il portale, in pietra di Rezzato, reca due stemmi degli Stampa ed una scultura raffigurante la Madonna delle Grazie. Il campanile, incompiuto, venne eretto nel 1515 da Gerardo da Piacenza. L’interno, a navata unica con volta a botte e cappelle laterali, ricalca lo schema albertiano di S. Andrea a Mantova. Sotto l’imposta della volta corre un fregio in terracotta policroma invetriata con sfingi reggenti medaglioni entro cui sono effigiati busti di frati carmelitani. La bella decorazione è opera di Giovan Antonio Pezzoni. Nelle lunette della volta si aprono oculi che illuminano l’interno, circondati da una superba decorazione pittorica. Il presbiterio, a pianta quadrata, presenta una volta a crociera con costoloni mentre su lato sinistro vi si affaccia un palco con bifora. Il presbiterio è diviso dall’abside mediante un’iconostasi dipinta che in origine si presentava più avanzata, sino a chiudere il presbiterio stesso. L’abside è coperta da una volta poligonale con lunette e custodisce i magnifici sepolcri marmorei dei marchesi Stampa. Partendo dalla prima cappella destra, eretta nel 1517 su commissione di Antonio Salandi da Genivolta presenta una bella Assunzione, cui la cappella è dedicata, posta sulla parete di fondo, opera di Francesco Scanzi. Nella lunetta della volta troviamo l’Incoronazione della Vergine, mentre sulle pareti troviamo, a destra, S. Giuliano che uccide i genitori ed a sinistra i Santi Stefano e Lorenzo. La volta di questa ed altre cappelle presenta, entro i cassettoni, delle formelle in terracotta. La seconda cappella, affrescata da Francesco Scanzi intorno al 1528, presenta un bell’affresco raffigurante la Madonna in trono col Bambino, un angelo ed i Santi Cosma, Antonio Abate, Antonio da Padova e Damiano. Nella lunetta ammiriamo il Martirio dei Santi Cosma e Damiano. Sulla parete destra ammiriamo S. Giorgio che uccide il drago, mentre di fronte si trova la Guarigione dell’Infermo, appartenente alle storie dei S. Cosma e Damiano. La pittura dello Scanzi, squisitamente manierista, rivela chiari influssi della scuola cremonese e dell’ambiente bergamasco ruotante intorno a Lorenzo Lotto. La cappella della Vergine, affrescata dallo Scanzi nel 1528 per volontà del Duca Francesco II Sforza, conserva una splendida Visitazione, derivante dal modello fiorentino della SS. Annunziata. Nella lunetta troviamo l’Incontro alla Porta Aurea, mentre sulla parete destra troviamo la Presentazione di Maria al Tempio e su quella sinistra lo Sposalizio della Vergine. Anche la quarta cappella, dedicata ai Santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, venne affrescata dallo Scanzi. Sulla parete di fondo ammiriamo la Trasfigurazione fra i due San Giovanni, mentre la lunetta presenta il Battesimo di Cristo. Sulle pareti laterali troviamo due storie dei Santi. A destra notiamo la Decollazione del Battista, mentre a sinistra ammiriamo S. Giovanni Evangelista resuscita Drusiana. I personaggi della Decollazione, dall’effetto drammatico, derivano i loro modelli dalla pittura del Romanino e da quella del lodigiano Callisto Piazza. L’ultima cappella, purtroppo priva della decorazione originaria, presenta uno strappo d’affresco proveniente dalla parete di fondo della quarta cappella sinistra e qui trasportato nel 1960. Raffigura la Madonna in trono col Bambino e le Sante Barbara, Caterina, Agata e Lucia, sempre opera di Francesco Scanzi. L’arcone del presbiterio, affrescato nel 1530 dal cremonese Giulio Campi, presenta una grandiosa Assunzione della Vergine. Notiamo la Vergine mentre ascende al cielo, portata da schiere di angeli osannanti, mentre ai lati vi sono due schiere di angeli musicanti; in basso, attoniti, si trovano gli Apostoli i quali, contemplando il sepolcro vuoto, scorgono la Vergine in Cielo. Questo affresco riveste grande valore storico in quanto è la prima manifestazione manieristica di uno dei più grandi pittori del ‘Cinquecento lombardo. Nell’angolo in basso a destra dell’arco trionfale, sempre del Campi, notiamo un donatore, identificabile con Massimiliano Stampa, marchese di Soncino dal 1525, all’epoca consigliere e amico del Duca. Quest’ultimo è invece ritratto nella pala d’altare. Passiamo ora al presbiterio, dove troviamo l’iconostasi, decorata con quattro magnifici putti reggicortina, sempre del Campi. Anche la decorazione absidale è di Giulio Campi il quale ricevette la commissione ducale. Sulla volta troviamo quattro medaglioni con nastri da cui sporgono, con illusionismo tipicamente michelangiolesco, i Quattro Evangelisti. Sulla parete destra troviamo uno stemma del cardinale Perault a ricordo del suo passaggio nel febbraio del 1501. I tre tondi con Santi carmelitani risalgono al 1510, mentre gli altri sei vennero eseguiti dal Campi più tardi e raffigurano, a mezzobusto, altri Santi carmelitani, attualmente visibili presso la vicina casa di religiose insediatesi nell’ex-convento. Infatti i tondi campeschi vennero strappati nel 1960 per ripristinare gli altri più antichi. Il tondo principale raffigura l’Eterno Benedicente, opera di pittore di scuola veneziana molto vicino ai modi di Benedetto Diana, in quegli anni impiegato presso S. Maria della Croce di Crema. Gli altri tondi rivelano un certo interesse per la rappresentazione prospettiva e risultano simili a quelli del cremonese Alessandro Pampurino ed allo spagnolo Pedro Fernandez, attivo a Castelleone. La parete di fondo è occupata dalla monumentale ancona lignea intagliata e dorata con gli stemmi della famiglia Stampa. Originariamente conteneva la pala d’altare di Giulio Campi, ma con la soppressione del convento il dipinto venne rimosso finché giunse, dopo varie vicende, alla Pinacoteca di Brera a Milano. Attualmente troviamo un dipinto raffigurante la Madonna in Gloria col Bambino tra la S. Maria Maddalena dé Pazzi e la Beata Giovanna Scopelli da Reggio, probabilmente dipinta nel 1669 dal bresciano Giuliano Caleppi per conto di padre Giovanni Battista Guarguanti. Procedendo verso l’uscita, ammiriamo ora le cappelle di sinistra. La prima cappella, dedicata agli Angeli, presenta la lastra tombale di Pietro Martire Stampa. La parete di fondo accoglie una Madonna in trono col Bambino tra i Santi Michele e Gabriele, mentre nella lunetta troviamo la Caduta degli Angeli Ribelli. La parete destra è ornata da un bell’affresco raffigurante Tobiolo e l’Arcangelo Raffaele, mentre sulla parete sinistra troviamo la Processione di Bologna, opere di Francesco Scanzi. Quest’ultimo affresco rappresenta il viaggio compiuto dal Duca a Bologna dove si trovava Clemente VII, il quale si apprestava ad incoronare imperatore Carlo V, per discolparsi e poter quindi essere reintegrato nella sua carica di Duca di Milano. La cappella successiva, dedicata alle Sante Vergini, presenta un affresco di pittore prospettico lombardo attivo intorno al 1515, raffigurante la Madonna in trono col Bambino tra le Sante Lucia, Caterina d’Alessandria, Orsola ed Apollonia. Nel 1528 l’affresco venne ricoperto da quello di soggetto analogo, opera dello Scanzi, poi strappato nel 1960 e trasferito in un’altra cappella. Nella lunetta troviamo il Martirio di Sant’Orsola, dello Scanzi, mentre ai lati troviamo Santo’Orsola e le compagne ed il Martirio di S. Apollonia. La cappella seguente è dedicata ai santi del Carmelo e venne affrescata da un allievo dello Scanzi, probabilmente Vincenzo Berlendi. L’affresco principale raffigura S. Alberto incoronato dagli angeli tra S. Cirillo di Costantinopoli e S. Angelo di Licata, mentre nella luinetta troviamo la Penitenza di un frate del Carmelo. Lungo le pareti laterali troviamo due Santi del Carmelo. La penultima cappella è dedicata alla Maddalena. Anche qui notiamo un doppio strato d’affreschi. Sulla parete di fondo troviamo la Deposizione nel sepolcro, mentre alle pareti laterali troviamo la Maddalena e gli Apostoli ed il Noli me Tangere. Nella lunetta si trova l’Assunzione della Maddalena. La cappella in origine era affrescata forse dallo Scanzi, ma venne ridipinta nel 1531 da Francesco Carminati, forse dietro committenza ducale. Al livello dello zoccolo vi sono tracce di una Madonna col Bambino, risalente alla precedente cappella del XV secolo. L’ultima cappella era dedicata alla Madonna delle Grazie e presentava un affresco, forse opera di Alberto Scanzi, raffigurante la Madonna delle Grazie. La cappella venne nuovamente affrescata nel 1528 da Francesco Scanzi il quale rispettò il precedente affresco posto sulla parete di fondo. Nella lunetta troviamo l’Assunzione, mentre lungo le pareti laterali troviamo la Fuga in Egitto e l’Adorazione dei Magi. La cappella venne ampliata nel 1631 con l’arretramento della parete di fondo per accogliervi una grossa lampada d’argento donata dalla comunità quale ringraziamento per la cessazione della pestilenza del 1630. Da allora la cappella assunse il nome di Cappella del Ringraziamento. La controfacciata venne affrescata nel 1531-1532 da Francesco e Bernardino Carminati con il Giudizio universale. Qui gli autori, mediante le stampe di Marcantonio Raimondi, si rifanno alla pittura di Raffaello. Nella lunetta sono raffigurati il Padre Eterno benedicente tra gli angeli ed i SantiPietro e Paolo. Anche la volta è riccamente decorata e consta di più fasi. La prima presenta profili e nastri, la seconda medaglioni figurati e svolazzi, modulati su quelli creati da Giulio Campi nel presbiterio e qui affrescati dai Carminati. L’ultima fase, posteriore al 1535, troviamo una decorazione a secco imitante un pergolato entro cui si affacciano putti ed angeli musicanti o reggenti gli stemmi della famiglia Stampa. Le lunette laterali decorate con figure di Profeti sono anch’esse opere dei Carminati. La bella decorazione monocroma delle lesene che separano le cappelle, costituita da strumenti musicali antichi, è opera di Francesco Scanzi il quale dipinse nei piccoli triangoli esterni ai tondi i Dottori e Santi del Carmelo.

Santa Maria delle Grazie racchiude uno dei cicli decorativi più ampli e completi di tutto il Cinquecento lombardo. L’interno è armonioso, elegante, una vera summa dell’arte rinascimentale secondo l’interpretazione cremonese: colori vivaci, segno morbido, grande forza espressiva. Di molti artisti che lavorarono in questa chiesa nulla sappiamo: senza paternità, ad esempio resta l’imponente «Giudizio Universale» della controfacciata. Ma di altri interventi sono ben noti gli autori. Gli Scanzi, ad esempio, che in Santa Maria delle Grazie operarono nelle cappelle e nella volta della navata: Alberto il padre, Francesco il figlio, Ermes e Andrea i possibili, ma solo secondo la tradizione, fratelli. Giulio Campi, ricoprì di affreschi l’arco trionfale, il coro e il presbiterio, eseguendo fedelmente quanto gli era stato commissionato dal marchese Massimiliano Stampa, che volle farsi ritrarre, si crede, in uno degli oranti che assistono all’Assunzione della Vergine. Già, Massimiliano Stampa. Un personaggio oscuro, dal comportamento dispotico, perfino folle a tratti, che ambiva partire missionario per convertire i Mori dell’Africa settentrionale. Sua nipote fu la sventurata Marianna de Leyva. E «sventurata» la chiamò il Manzoni, perché lei, Marianna, fu la celeberimma Monaca di Monza raccontata ne «I Promessi sposi»: gli anni della prima giovinezza li trascorse proprio qui, a Soncino, tra le mura del castello e quelle di Santa Maria delle Grazie.




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sabato 30 maggio 2015

IL SANTUARIO DI SANTA MARIA DELL' APPARIZIONE A PANDINO

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Il santuario di Santa Maria dell'Apparizione (noto anche come santuario del Tommasone o Madonna del Riposo) è un luogo di culto mariano situato a Pandino.

Il moderno santuario si trova lungo la vecchia strada per Rivolta d'Adda, accanto ai resti di una più antica costruzione, ai margini settentrionali del centro abitato di Pandino.

Secondo la tradizione ad un giovane di nome Tommaso Damici nell'anno 1432 gli apparve la Madonna del Riposo in una località prossima alla cascina Falconera. Damici riuscì a convincere le autorità a costruire sul luogo dell'apparizione una cappella, entro la quale vi fu collocata una statua lignea.

C’era una volta, a Pandino, persa nella campagna, una vecchia cascina, proprio sulla curva, dove la strada si biforca : a destra si va ad Agnadello, diritto si arriva a Rivolta.
Per quasi duecento anni l’avevano abitata varie famiglie di agricoltori.
Si chiamava “Cascina Tomasone” e il nome le derivava da una vecchissima storia, tramandata dalla gente di padre in figlio.
Nel lontano 1432, quando Pandino aveva da pochi anni un Castello, pur essendo un piccolo borgo di soli quattrocento abitanti, nel cascinale abitava Tomaso Damici, un giovanotto robusto, detto anche Tomasone.
Era da poco rimasto orfano di genitori e conduceva la terra, che suo padre gli aveva lasciato, meglio che poteva.
A questo giovanotto, una notte, è apparsa la Madonna col Bambino in braccio, seduta sopra il ceppo di un noce, che un furioso temporale aveva abbattuto qualche giorno prima.
Quella notte egli stava andando a incendiare la cascina del suo vicino, Gaspare della Falconera, col quale aveva avuto un dissidio. Per tre volte egli è uscito di casa, tenendo delle brace accese in un coppo.
Ma giunto al cancello , ogni volta s’accorge che una bella signora forestiera sta riposandosi con un bimbo sulle ginocchia ed un libro in mano, proprio lì, su quel ceppo di noce che egli, a fatica, aveva trascinato in cascina, dopo averne a lungo discusso col vicino, che ne reclamava la proprietà. E ogni volta rientra in casa, sperando che la signora se ne vada.
Ma la terza volta la Madonna lo ferma , gli parla, si fa riconoscere , lo induce al perdono e chiede che venga costruita una chiesa, proprio lì, sul posto, come segno di pace.
Tomaso cade in ginocchio e si pente del gesto malvagio che stava attuando. Quando rialza la testa, la bella Signora è scomparsa. Ai piedi del ceppo di noce è sgorgata una fonte che prima non c’era.
Alle prime luci dell’alba, Tomaso corre in paese, parla con la gente, racconta a tutti la strana apparizione. I capi di Pandino insieme a donne, uomini e bambini, corrono al Tomasone.
E’ vero ! Lì c’è una pozza d’acqua cristallina che non c’era mai stata.
Arriva anche Ubone degli Uberti , il marmista, da sempre zoppicante e sofferente : arriva arrancando, dietro a tutti, con le sue stampelle : pieno di fiducia , immerge la gamba dolorante nella fonte del miracolo e la ritrae guarita. Butta le stampelle e grida il suo grazie a Maria.
Le madri pandinesi, nel corso dei secoli, hanno raccontato la storia di questo lontano miracolo ai figli bambini e poi, ogni volta, li portavano nella piccola chiesa di Santa Marta, di fronte al Castello, davanti ad una statua di legno dorato e dicendo :
“Ecco, questa è la Madonna del Tomasone, fermiamoci a dire un’ Ave Maria” :
Così i ragazzini pandinesi sono cresciuti per decenni, forse addirittura per secoli.

In seguito al consolidarsi della devozione, la cappella venne inglobata in un più ampio Santuario edificato alla fine del XV secolo. Sotto il portico antistante la Chiesa, venne conservata la cappella preesistente, nella quale continuò la devozione alla Vergine attraverso il suo simulacro.
Il Santuario quindi comprendeva: la cappella dell’apparizione, una fontana, la Chiesa con portico, ed una casa dove risiedeva un eremita addetto alla cura del luogo.
Nel seicento, per attribuire maggiore dignità e rilievo al culto della Vergine, la statua lignea fu spostata dalla nicchia esterna (che costituiva il reale luogo dell’apparizione) al più consono altare maggiore nell’abside del Santuario.

La descrizione più completa perviene grazie alla visita pastorale del Vescovo Fraganeschi del 1752. L’edificio appariva di discrete proporzioni, con portico in facciata; l’interno era ad una sola navata con ampio presbiterio contenente l’altare maggiore. L’altare ligneo custodiva la statua della Madonna (oggi nel nuovo Santuario) nascosta da una tela che recava dipinta la stessa immagine, e che, tramite un meccanismo, veniva sollevata durante le feste maggiori, mostrando così la statua ai fedeli.
Dietro l’altare si trovava un ampio coro illuminato da due finestre, tra le quali era collocata una tela con l’immagine di San Rocco, verso il quale nei secoli si era sviluppata una forte devozione parallela a quella per la Vergine.
Nella navata si trovavano due altari laterali, uno a destra, con statua di San Rocco, ed uno a sinistra, contenente un enorme quadro dell’Assunta. Questa grande tela di Andrea Mainardi, detto il Chiaveghino, dipinta nel 1586, è oggi conservata nella Chiesa Parrocchiale sul lato destro dopo l’ultima cappella. Fu commissionata per l’altare maggiore del Santuario, ma la costruzione del nuovo altare con l’immagine della Vergine ne fece venir meno la funzione, determinandone lo spostamento nell’altare laterale.

Le pareti erano ricoperte da numerosi affreschi di epoche diverse, recanti immagini di Santi. Ad oggi restano lacerti visibili di quanto rimane dell’antico Santuario.
Si possono riconoscere, da sinistra verso destra, San Fermo, i Santi Gioacchino ed Anna, San Defendente e San Carlo Borromeo in adorazione della Madonna di Loreto, le Sante Margherita e Lucia. Tutti gli affreschi sono inquadrati in una partitura pittorica che simula un susseguirsi di lesene in falsa prospettiva, che a loro volta inquadrano riquadri e nicchie.

Nella seconda metà del XVIII secolo, il lento declino del Santuario si concluse con la soppressione dovuta agli effetti di una riforma promulgata da Maria Teresa d’Austria nel 1755, che aveva coinvolto anche il patrimonio ecclesiastico.
La statua, simbolo della devozione dei pandinesi alla Madonna, venne quindi collocata sull’altare maggiore della Chiesa di S. Marta, con la promessa di essere riportata nella sua Casa appena fosse stato possibile.
Il Santuario, dopo reticenze da parte dell’amministrazione locale, dovette essere venduto a privati, che presto lo adibirono a cascinale. I proventi della vendita vennero destinati al pagamento dei debiti contratti dalla Comunità pandinese per la costruzione dell’ambizioso progetto della Chiesa Parrocchiale.

A distanza di oltre due secoli, giunse il momento tanto atteso, e, grazie all’infaticabile opera dell’allora Parroco Mons. Luigi Alberti, fu possibile riedificare un nuovo Santuario dove ricollocare la venerata immagine della Vergine del Riposo.
Posata la prima pietra il 23 Aprile dell’anno 1995, il Santuario venne consacrato il 5 Ottobre del 1997 dall’allora Vescovo di Cremona Mons. Giulio Nicolini.
Il nuovo edificio rispetta il significato dell’antico Santuario: vi si riconoscono infatti la fontana, memoria dell’antica vasca d’acqua, le opere Parrocchiali annesse (fra le quali la Casa dell’Accoglienza), che richiamano l’antico casolare dell’eremita, il portico, segno dell’accoglienza verso i pellegrini.





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sabato 23 maggio 2015

LA BASILICA DI SANTA MARIA A GALLARATE

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La Basilica di Santa Maria sorge sull'area di due preesistenti chiese, dedicate a Santa Maria: la prima, di cui si ha notizia nella citata pergamena del 974, testimonia l'importanza del borgo come sede capitolare; la seconda, di cui mancano dati precisi, risalirebbe al XIV-XV secolo. Secondo un'iscrizione murata all'interno della torre campanaria, in precedenza il sacro "fagetum" (bosco di faggi, da cui il termine successivo "faietto") su una modesta altura ad orinte dell'Arno, era stato teatro di riti religiosi pagani e celtici. L'attuale Basilica fu costruita tra il 1856 e il 1861 su disegno dell'architetto Giacomo Moraglia, deceduto il quale, Camillo Boito ecletti quanto il fratello Arrigo (più noto come musicista) ne completò la facciata tra il 1868 e il 1870. Il tempio è imponente per le dimensioni della sua unica navata lunga 89 metri e larga fino a 17,30 metri e della maestosa cupola, con 18 metri di diametro e 27 di altezza.

La basilica di Santa Maria Assunta è la chiesa principale di Gallarate. Nell'aprile del 1946 papa Pio XII l'ha elevata alla dignità di basilica minore.

La basilica custodisce alcuni affreschi di Luigi Cavenaghi e stucchi di Celso Stecchetti. Tra le sculture citiamo l'Assunta di Giuseppe Rosnati, quella sull'altare maggiore di Edoardo Tabacchi e San Giovanni Battista del Duprè. L'organo è del 1922.

Il campanile, alto 45 metri, è del 1454 e quindi contemporaneo alla seconda basilica di Santa Maria Assunta. Tra le famiglie che fecero parte della Fabbriceria della basilica gallaratese due lapidi interne ricordano i Rosnati, i Majno, i Sartorio, i Nob. Forni, i Bonicalzi e altri.
La basilica è stata edificata nella seconda metà del secolo XIX.

Presenta sulla facciata, opera dell' architetto Camillo Boito (Roma 1836-Milano 1914), le statue dei Santi Eurosia e Cristoforo, patrono della città.Imponente l'interno con le sue 16 grandi colonne corinzie, una lunga navata con ampia cupola e sei cappelle laterali. Degne di particolare menzione: sculture di Odoardo Tabacchi (Valganna 1831-Milano 1905) sull' altare maggiore; Sposalizio della Vergine di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone (Morazzone 1573-1626), pittore noto per le decorazioni delle cappelle dei Sacri Monti di Varese, Varallo e Orta; Assunzione della Vergine , nella prima cappella sinistra, gruppo marmoreo di Giuseppe Rusnati, scultore e architetto lombardo (Gallarate 1650-Milano 1713).

Il museo della basilica, fondato nel 1963 accanto alla chiesa, raccoglie preziose opere d'arte, tra cui: " L'lmmacolata " del Nuvolone, la "Crocifissione" del Molosso e lo stendardo di San Cristo foro col Bambino": in primo piano si vede il santo, a piedi nudi nell'Arnetta, davanti all'antica chiesa parrocchiale.
San Cristoforo, protettore dei pellegrini e dei viandanti, è compatrono di Gallarate. E' festeggiato il 25 luglio, con tradizionali offerte di ceri votivi durante la Messa solenne e con processioni e benedizioni di autovetture.
La festa dell'Assunta, il 15 agosto, ricorda la grande devozione di Gallarate alla Madonna ed è celebrata con particolare solennità. Ricorre in questa occasione l'antica tradizione del pellegrinaggio al Sacro Monte di Varese.








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giovedì 21 maggio 2015

IL SANTUARIO DI SANTA MARIA A BUSTO ARSIZIO

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Il santuario di Santa Maria di Piazza (detto anche santuario della Beata Vergine dell'Aiuto) è situato nel centro storico di Busto Arsizio dove sorgeva una precedente chiesa dedicata alla Madonna, che a sua volta aveva sostituito una cappella risalente all'epoca della cristianizzazione. Questo splendido santuario fu costruito rapidamente tra il 1515 e il 1522.

La devozione degli abitanti di Busto Arsizio per la Madonna dell’Aiuto risale ai tempi del Medio Evo. Nella primitiva chiesa di Santa Maria di Piazza, sui resti della quale è stato costruito nel 1517 l’attuale grandioso Santuario, era venerata un’Immagine rappresentante la Vergine, che si era miracolosamente manifestata il 30 gennaio 1346.
Le caratteristiche di questa immagine sono riconoscibili in un affresco della fine del Quattrocento che si trovava nel cortile di una casa della zona.
Il dipinto, trasportato su tela, andò distrutto nel 1943 durante un bombardamento di Milano, mentre si trovava nello studio del restauratore. Fortunatamente ne è rimasta un’ottima e fedele fotografia.
La Madonna, seduta in trono, tiene in grembo il Bambino nudo, avvolto da un lembo del mantello della Madre, con in mano un oggetto rotondo, forse una mela, come nelle delicate Madonne delle rose di Luca della Robbia, o una palla che potrebbe significare il globo del mondo. Alla sinistra è raffigurato l’Arcangelo San Michele, e alla destra San Giovanni Battista, secondo la disposizione topografica delle tre principali chiese di Busto: «A levante sta San Giovanni, ad occidente l’arcangelo San Michele e in mezzo della piazza la Beata Vergine».
La «Chiesa piccolina» era molto cara ai borghigiani ai quali ricordava la continua protezione della Madonna, come la cessazione dell’assedio posto a Busto da Francesco Sforza nel dicembre del 1448. Ma il tempo e soprattutto le tristi vicende storiche la ridussero a rudere cadente, per cui si rese necessario un rifacimento iniziato nel 1517.
Per opera di valenti architetti della scuola del Bramante, in soli cinque anni, sorge il maestoso tempio che noi ammiriamo, vanto di Busto Arsizio. Sul portale di ponente è riportata la gioia della ricostruzione con i versi del poeta: «O Vergine, fa’ che fiorisca con tutta la sua posterità questo popolo che ti ha elevato la splendida chiesa».

L’antica statua della Madonna dell’Aiuto che si venera nel Santuario di Santa Maria di Piazza presenta alcune varianti rispetto alla raffigurazione dell’affresco primitivo. Il Bambino non sostiene più la palla sulla palma della mano, rivolta verso l’alto, ma la impugna e l’abbassa verso il manto della Madre.
La Madonna solleva la mano destra, prima appoggiata in grembo, nel gesto caratteristico di chi vuole arrestare qualche cosa. La tradizione, passata di generazione in generazione, vuole che l’Immagine della Madonna, portata in processione per le vie del borgo durante la terribile peste di San Carlo del 1576, abbia improvvisamente fatto cessare il contagio, alzando la mano destra. In ricordo del miracolo, i fedeli di Busto Arsizio avrebbero fatto scolpire la statua della Madonna con la destra alzata.
Così pure, nell’antica Immagine, la Madonna ed il Bambino non portano la corona. Dopo la protezione sperimentata durante la terribile peste del 1630, la peste descritta dal Manzoni ne “I Promessi Sposi”, gli abitanti di Busto pensarono ad incoronare la Vergine ed il Bambino.
La sera della festa dell’Ascensione, il 9 maggio 1632, come scrive il cronista del tempo, «si cantò il Vespro solennemente et musicalmente, finito che fu si portò la Beatissima Signora nostra intorno intorno a tutta la piazza processionalmente cantando l’Hinno Misterium Ecclesiae, e poi fu riposta al suo luogo di prima, avendola incoronata con figliolo di due Corone d’Argento assai Magnifiche, avendo zoiellata (ingioiellata) la santissima Vergine, il figlio insieme di preziosi anelli, coralli, agnus Dei, et Crocette non poche»




Escluso Bramante per ragioni di data, due nomi compaiono nei documenti, se pur citati in modo generico, quello di un Antonio da Lonate (autore del modello per il duomo di Vigevano) e quello di "magistro Tomaxio ingeniero", probabilmente Tommaso Rodari, il noto scultore e architetto attivo nel duomo di Como, allievo di Giovanni Antonio Amadeo. Il primo avrebbe impostato la pianta centrale, per la quale si è ipotizzata l'esistenza di un disegno bramantesco, "Bramanti secutus exemplar"; il secondo avrebbe eseguito i due portali a ovest e a sud, e forse l'elegante loggiato nel tamburo sotto la cupola simile al tiburio del santuario della Beata Vergine dei Miracoli a Saronno.

Internamente, la parte bassa, quadrata, che è tagliata negli angoli da archi diagonali formanti nicchie e cuffie, rimanda ai numerosi studi di chiese a pianta centrale compiuti da Leonardo mentre il tamburo ottagonale con una ghiera di nicchie (la corona dei 12 santi) e le otto unghie della volta di copertura riecheggiano gli esempi di Santa Maria Incoronata di Canepanova a Pavia e dell'Incoronata a Lodi e di Santa Maria della Croce a Crema).

All'esterno, il rigoroso volume cubico scandito da lesene è sormontato da un tiburio con gugliotti e lanterna che interpreta in forme più leggere ed eleganti la tipologia della tradizione lombarda.

All'interno si possono ammirare opere di scultura e dipinti di Gaudenzio Ferrari (come l'Ultima cena, nell'altare di destra), Bernardino Luini ed una copia della perduta Madonna delle Vittorie di Giovan Paolo Lomazzo. La cupola fu affrescata nel 1531 da Giovan Pietro Crespi, nonno di Giovan Battista Crespi detto Il Cerano.
Della statua della Madonna esiste una copia esatta in Uruguay a Montevideo, nella chiesa del quartiere popolare del Cerro.

Dipinto tra il 1539 e il 1540 da Gaudenzio Ferrari, il grande polittico dell'Assunta fu offerto nel 1541 al santuario da Donato Prandoni, consigliere della comunità bustese. Originariamente esso fu collocato sulla parete di fondo del presbiterio, dove copriva un oculo, per poi essere trasferito nella posizione odierna (sulla parete settentrionale) in occasione dei lavori di restauro compiuti tra il 1939 e il 1943.

Il polittico è dominato dal Padre Eterno, raffigurato con le braccia aperte per accogliere Maria, portata in cielo da angeli che accompagnano il nimbo su cui siede e la incoronano regina.

Negli scomparti laterali vi sono i santi maggiormente venerati in quel tempo a Busto Arsizio. A sinistra si trovano le immagini di san Giovanni Battista con l'Agnus Dei e di san Gerolamo, titolare del convento femminile che sorgeva presso la chiesa di San Giovanni Battista; a destra vi sono invece san Michele Arcangelo che alza la spada contro il demonio e san Francesco d'Assisi. La ricca cornice dorata appoggia le quattro colonne, fasciate di rami e di foglie, su una predella con dipinti ed è divisa in tre parti da due piedritti: a sinistra è raffigurata la natività di Maria, al centro la presentazione al tempio e lo sposalizio, a destra si vede invece la Sacra Famiglia.

Gli affreschi della cupola: “cielo stellato”, opera di scuola pittorica locale databile 1531. In particolare, sarebbero opera di Giovanni Piero e Raffaele Crespi.
A Giovanni Battista della Cerva sono tradizionalmente attribuiti, nel presbiterio, l’Annunciazione, e l’Adorazione dei Magi e l’Adorazione dei pastori e nella cuffia d’angolo di destra un Concerto di angeli, opere databili 1542.
L’opera pittorica considerata unanimemente di maggior prestigio è il polittico dell’Assunta di Gaudenzio Ferrari (1475-1546) realizzato nel 1541, con figure di Santi e scene della vita di Maria, opera che diede il titolo alla chiesa. Il polittico oggi è collocato sulla parete nord ma fino al 1940 nell’abside.
Vi è poi il dipinto di Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1600) raffigurante la Madonna col Bambino fra s. Paolo e s. Michele, realizzato nel 1571 (altare di Sinistra), una “ultima cena” realizzata in collaborazione fra G. Ferrari e G.B. della Cerva (altare - cappella a destra del presbiterio). l’Annunciazione, affresco strappato (1664) e Madonna con Bambino forse di Francesco Melzi (primo 500) sulla parete destra; Madonna con Bambino, santi Gervaso, Protaso, Caterina Giustina, quattro monache di Giacomo Raibolini detto il Francia (1554) sulla parete sinistra.
Sopra l’altare sinistro, dedicato una volta a santa Caterina, sono visibili tracce di decori vegetali dipinti da Biagio Bellotti.
In sagrestia si trovano i dipinti: Madonna adorante il Bambino e san Paolo in lettura ( Geminiano Benzoni).

Il campanile era in origine una torre civica, tanto è vero che tuttoggi, unitamente a parte delle campane, è di proprietà comunale. Doveva essere la residua delle sette torri originarie, posto che l’antico nome della chiesa precedente l’attuale era “Santa Maria delle sette torri” (secondo le cronache dei primi del 1600 del canonico Crespi Castoldi). Si ipotizza che – a difesa del nucleo centrale del villaggio, attorno all’attuale quadrilatero racchiuso da via Solferino e via Cavour – fossero state erette, appunto, sette torri che servissero da avvistamento. L’unica chiesa, pertanto, venne chiamata Santa Maria delle sette torri.
Sta di fatto che la torre è crollata il 25 marzo 1578, colpita da un fulmine.
Nel 1584, quando l’attuale santuario era ormai da tempo completato, venne ricostruita la nuova torre in mattoni. Nel 1884 si demolirono i fabbricati addensati fra il santuario e la vicina chiesa di sant’Antonio abate, in cui avevano anticamente trovato sede anche la Scuola dei Poveri ed il Comune. Così facendo si isolarono sia il campanile che la chiesa di Sant’Antonio. La torre in mattoni del 1584, piuttosto bassa rispetto alla chiesa, venne pressoché raddoppiata in altezza da Carlo Maciachini nel 1886-88, il quale riprese nella parte alta del campanile i medesimi motivi di cui alla cupola e del lucernario del santuario.
L’orologio solare è stato disegnato nel 1942.




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domenica 17 maggio 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA A CANTU'

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La chiesa di Santa Maria nell'antico monastero delle Benedettine fu sconsacrata nel 1798 per essere nuovamente restituita al culto nel 1839. Fino al 1700 la chiesa si affacciava sulla attuale via Manzoni in posizione di predominanza sull'agglomerato urbano adiacente, poiché libera su tre lati: il monastero era infatti collegato ad essa solo nella sua parte posteriore. Per tradizione storica attribuita a Pellegrino Tibaldi, Stefano Della Torre ne ricostruisce le reali vicende nel libro Cantù Nobilissima, dove è trascritto il brano che cita per esteso il nome dell'architetto chiamato a Cantù, Gerolamo Quadrio (una delle personalità di maggior rilievo a Milano, architetto capo della Fabbrica del Duomo).

Nel 1093 il Benedettino Adalberto da Cluny, che aveva già fondato a Pontida un monastero di monaci della sua riforma, volle istituirne un altro di monache a Cantù, da dedicare alla Beata Vergine.
A capo del Monastero pose come Priora Agnese di Borgogna alla quale, così come alle suore che continuano il suo insegnamento, la tradizione della lavorazione del prezioso merletto canturino.
Il Monastero fu riedificato nel 1690 e, nello stesso anno, fu annesso alla Chiesa di Santa Maria edificata al suo fianco (1665-1680) per cura degli ingegneri Gerolamo e Giovan Battista Quadrio.
L’imponente chiesa, a pianta centrale con otto colonne corinzie raggruppate in coppie, dove ancora riposano le reliquie della prima Priora Agnese, e il vicino Monastero subirono deplorevoli devastazioni durante la Repubblica Cisalpina (nel 1798 la stessa Repubblica soppresse anche l’Ordine delle Benedettine e la fabbrica fu trasformata in caserma); successivamente la chiesa fu comperata all’asta da Giacinto Galimberti e, dopo il ritorno degli Austriaci, fu restaurata e consacrata a cura del Prevosto Carlo Annoni.
Il convento invece divenne proprietà del demanio; acquistato dal Comune di Cantù all’inizio del sec. XX, è stato adibito ad uso uffici pubblici e aule scolastiche che si allineano ai lati del chiostro grande e di quello minore, splendido e intatto (pur bisognoso di urgenti restauri), di Santa Chiara.

Attribuita dalla tradizione a Pellegrino Tibaldi, è in realtà di costruzione seicentesca, su progetto di Gerolamo Quadrio (1625-1679), di cui costituisce una delle opere più importanti e meglio documentate. Il monastero di Santa Maria nei secoli XVII e XVIII possedeva estesi beni fondiari e godeva della protezione di famiglie della nobiltà milanese e comasca, da cui provenivano le monache che formavano una comunità numericamente consistente (nel 1665 le professe erano circa 51, nel 1721 erano 56). Questa favorevole congiuntura spiega la decisione di erigere una nuova chiesa, in sostituzione di quella più antica già riformata durante l'episcopato di Carlo Borromeo. Al 18 settembre del 1665 risale il capitolato fra le benedettine di Santa Maria di Cantù e il capomastro Giampietro Fontana per la costruzione della nuova chiesa, "conforme la misura e modelli dati dall'ingegniero Quadrio", incaricato altresì della supervisione del cantiere e dei periodici collaudi. Alla morte di Gerolamo Quadrio nel 1679 la fabbrica era ben avanzata, come risulta dalla data MDCLXXX apposta sulla parete anteriore del tamburo; al figlio di Gerolamo, Giovan Battista, subentrato al padre, spetta il disegno del portale di linea sobria, sormontato da una grande conchiglia da cui si dipartono due ghirlande, mentre la facciata rimase incompiuta; nell'ultima stima dei lavori, redatta da Giovan Battista il 23 maggio del 1683, la chiesa è definita "perfecionata".



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