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giovedì 21 maggio 2015

IL SANTUARIO DI SANTA MARIA A BUSTO ARSIZIO

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Il santuario di Santa Maria di Piazza (detto anche santuario della Beata Vergine dell'Aiuto) è situato nel centro storico di Busto Arsizio dove sorgeva una precedente chiesa dedicata alla Madonna, che a sua volta aveva sostituito una cappella risalente all'epoca della cristianizzazione. Questo splendido santuario fu costruito rapidamente tra il 1515 e il 1522.

La devozione degli abitanti di Busto Arsizio per la Madonna dell’Aiuto risale ai tempi del Medio Evo. Nella primitiva chiesa di Santa Maria di Piazza, sui resti della quale è stato costruito nel 1517 l’attuale grandioso Santuario, era venerata un’Immagine rappresentante la Vergine, che si era miracolosamente manifestata il 30 gennaio 1346.
Le caratteristiche di questa immagine sono riconoscibili in un affresco della fine del Quattrocento che si trovava nel cortile di una casa della zona.
Il dipinto, trasportato su tela, andò distrutto nel 1943 durante un bombardamento di Milano, mentre si trovava nello studio del restauratore. Fortunatamente ne è rimasta un’ottima e fedele fotografia.
La Madonna, seduta in trono, tiene in grembo il Bambino nudo, avvolto da un lembo del mantello della Madre, con in mano un oggetto rotondo, forse una mela, come nelle delicate Madonne delle rose di Luca della Robbia, o una palla che potrebbe significare il globo del mondo. Alla sinistra è raffigurato l’Arcangelo San Michele, e alla destra San Giovanni Battista, secondo la disposizione topografica delle tre principali chiese di Busto: «A levante sta San Giovanni, ad occidente l’arcangelo San Michele e in mezzo della piazza la Beata Vergine».
La «Chiesa piccolina» era molto cara ai borghigiani ai quali ricordava la continua protezione della Madonna, come la cessazione dell’assedio posto a Busto da Francesco Sforza nel dicembre del 1448. Ma il tempo e soprattutto le tristi vicende storiche la ridussero a rudere cadente, per cui si rese necessario un rifacimento iniziato nel 1517.
Per opera di valenti architetti della scuola del Bramante, in soli cinque anni, sorge il maestoso tempio che noi ammiriamo, vanto di Busto Arsizio. Sul portale di ponente è riportata la gioia della ricostruzione con i versi del poeta: «O Vergine, fa’ che fiorisca con tutta la sua posterità questo popolo che ti ha elevato la splendida chiesa».

L’antica statua della Madonna dell’Aiuto che si venera nel Santuario di Santa Maria di Piazza presenta alcune varianti rispetto alla raffigurazione dell’affresco primitivo. Il Bambino non sostiene più la palla sulla palma della mano, rivolta verso l’alto, ma la impugna e l’abbassa verso il manto della Madre.
La Madonna solleva la mano destra, prima appoggiata in grembo, nel gesto caratteristico di chi vuole arrestare qualche cosa. La tradizione, passata di generazione in generazione, vuole che l’Immagine della Madonna, portata in processione per le vie del borgo durante la terribile peste di San Carlo del 1576, abbia improvvisamente fatto cessare il contagio, alzando la mano destra. In ricordo del miracolo, i fedeli di Busto Arsizio avrebbero fatto scolpire la statua della Madonna con la destra alzata.
Così pure, nell’antica Immagine, la Madonna ed il Bambino non portano la corona. Dopo la protezione sperimentata durante la terribile peste del 1630, la peste descritta dal Manzoni ne “I Promessi Sposi”, gli abitanti di Busto pensarono ad incoronare la Vergine ed il Bambino.
La sera della festa dell’Ascensione, il 9 maggio 1632, come scrive il cronista del tempo, «si cantò il Vespro solennemente et musicalmente, finito che fu si portò la Beatissima Signora nostra intorno intorno a tutta la piazza processionalmente cantando l’Hinno Misterium Ecclesiae, e poi fu riposta al suo luogo di prima, avendola incoronata con figliolo di due Corone d’Argento assai Magnifiche, avendo zoiellata (ingioiellata) la santissima Vergine, il figlio insieme di preziosi anelli, coralli, agnus Dei, et Crocette non poche»




Escluso Bramante per ragioni di data, due nomi compaiono nei documenti, se pur citati in modo generico, quello di un Antonio da Lonate (autore del modello per il duomo di Vigevano) e quello di "magistro Tomaxio ingeniero", probabilmente Tommaso Rodari, il noto scultore e architetto attivo nel duomo di Como, allievo di Giovanni Antonio Amadeo. Il primo avrebbe impostato la pianta centrale, per la quale si è ipotizzata l'esistenza di un disegno bramantesco, "Bramanti secutus exemplar"; il secondo avrebbe eseguito i due portali a ovest e a sud, e forse l'elegante loggiato nel tamburo sotto la cupola simile al tiburio del santuario della Beata Vergine dei Miracoli a Saronno.

Internamente, la parte bassa, quadrata, che è tagliata negli angoli da archi diagonali formanti nicchie e cuffie, rimanda ai numerosi studi di chiese a pianta centrale compiuti da Leonardo mentre il tamburo ottagonale con una ghiera di nicchie (la corona dei 12 santi) e le otto unghie della volta di copertura riecheggiano gli esempi di Santa Maria Incoronata di Canepanova a Pavia e dell'Incoronata a Lodi e di Santa Maria della Croce a Crema).

All'esterno, il rigoroso volume cubico scandito da lesene è sormontato da un tiburio con gugliotti e lanterna che interpreta in forme più leggere ed eleganti la tipologia della tradizione lombarda.

All'interno si possono ammirare opere di scultura e dipinti di Gaudenzio Ferrari (come l'Ultima cena, nell'altare di destra), Bernardino Luini ed una copia della perduta Madonna delle Vittorie di Giovan Paolo Lomazzo. La cupola fu affrescata nel 1531 da Giovan Pietro Crespi, nonno di Giovan Battista Crespi detto Il Cerano.
Della statua della Madonna esiste una copia esatta in Uruguay a Montevideo, nella chiesa del quartiere popolare del Cerro.

Dipinto tra il 1539 e il 1540 da Gaudenzio Ferrari, il grande polittico dell'Assunta fu offerto nel 1541 al santuario da Donato Prandoni, consigliere della comunità bustese. Originariamente esso fu collocato sulla parete di fondo del presbiterio, dove copriva un oculo, per poi essere trasferito nella posizione odierna (sulla parete settentrionale) in occasione dei lavori di restauro compiuti tra il 1939 e il 1943.

Il polittico è dominato dal Padre Eterno, raffigurato con le braccia aperte per accogliere Maria, portata in cielo da angeli che accompagnano il nimbo su cui siede e la incoronano regina.

Negli scomparti laterali vi sono i santi maggiormente venerati in quel tempo a Busto Arsizio. A sinistra si trovano le immagini di san Giovanni Battista con l'Agnus Dei e di san Gerolamo, titolare del convento femminile che sorgeva presso la chiesa di San Giovanni Battista; a destra vi sono invece san Michele Arcangelo che alza la spada contro il demonio e san Francesco d'Assisi. La ricca cornice dorata appoggia le quattro colonne, fasciate di rami e di foglie, su una predella con dipinti ed è divisa in tre parti da due piedritti: a sinistra è raffigurata la natività di Maria, al centro la presentazione al tempio e lo sposalizio, a destra si vede invece la Sacra Famiglia.

Gli affreschi della cupola: “cielo stellato”, opera di scuola pittorica locale databile 1531. In particolare, sarebbero opera di Giovanni Piero e Raffaele Crespi.
A Giovanni Battista della Cerva sono tradizionalmente attribuiti, nel presbiterio, l’Annunciazione, e l’Adorazione dei Magi e l’Adorazione dei pastori e nella cuffia d’angolo di destra un Concerto di angeli, opere databili 1542.
L’opera pittorica considerata unanimemente di maggior prestigio è il polittico dell’Assunta di Gaudenzio Ferrari (1475-1546) realizzato nel 1541, con figure di Santi e scene della vita di Maria, opera che diede il titolo alla chiesa. Il polittico oggi è collocato sulla parete nord ma fino al 1940 nell’abside.
Vi è poi il dipinto di Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1600) raffigurante la Madonna col Bambino fra s. Paolo e s. Michele, realizzato nel 1571 (altare di Sinistra), una “ultima cena” realizzata in collaborazione fra G. Ferrari e G.B. della Cerva (altare - cappella a destra del presbiterio). l’Annunciazione, affresco strappato (1664) e Madonna con Bambino forse di Francesco Melzi (primo 500) sulla parete destra; Madonna con Bambino, santi Gervaso, Protaso, Caterina Giustina, quattro monache di Giacomo Raibolini detto il Francia (1554) sulla parete sinistra.
Sopra l’altare sinistro, dedicato una volta a santa Caterina, sono visibili tracce di decori vegetali dipinti da Biagio Bellotti.
In sagrestia si trovano i dipinti: Madonna adorante il Bambino e san Paolo in lettura ( Geminiano Benzoni).

Il campanile era in origine una torre civica, tanto è vero che tuttoggi, unitamente a parte delle campane, è di proprietà comunale. Doveva essere la residua delle sette torri originarie, posto che l’antico nome della chiesa precedente l’attuale era “Santa Maria delle sette torri” (secondo le cronache dei primi del 1600 del canonico Crespi Castoldi). Si ipotizza che – a difesa del nucleo centrale del villaggio, attorno all’attuale quadrilatero racchiuso da via Solferino e via Cavour – fossero state erette, appunto, sette torri che servissero da avvistamento. L’unica chiesa, pertanto, venne chiamata Santa Maria delle sette torri.
Sta di fatto che la torre è crollata il 25 marzo 1578, colpita da un fulmine.
Nel 1584, quando l’attuale santuario era ormai da tempo completato, venne ricostruita la nuova torre in mattoni. Nel 1884 si demolirono i fabbricati addensati fra il santuario e la vicina chiesa di sant’Antonio abate, in cui avevano anticamente trovato sede anche la Scuola dei Poveri ed il Comune. Così facendo si isolarono sia il campanile che la chiesa di Sant’Antonio. La torre in mattoni del 1584, piuttosto bassa rispetto alla chiesa, venne pressoché raddoppiata in altezza da Carlo Maciachini nel 1886-88, il quale riprese nella parte alta del campanile i medesimi motivi di cui alla cupola e del lucernario del santuario.
L’orologio solare è stato disegnato nel 1942.




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giovedì 14 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN MICHELE A MONZA



La chiesa di San Michele Arcangelo era la più antica di Monza, posteriore solo alla teodolindea basilica di San Giovanni (oggi duomo di Monza).

Secondo la tradizione la sua fondazione fu datata nell’anno 628 e, dunque, in piena epoca longobarda. In effetti la dedicazione all’arcangelo guerriero, da questo popolo molto venerato, ne risulta una conferma. Un più tardo documento del 903 ne comprova l’esistenza nella città.

La chiesa di San Michele, insieme al duomo, fu subito legata alla storia monzese e alla cerimonia delle incoronazioni con la corona Ferrea. Nel 1128 l’imperatore Corrado III vi fu incoronato re d’Italia dall'arcivescovo di Milano Anselmo V Pusterla.

Gestito dagli Umiliati, il tempio venne decorato (probabilmente agli inizi del XIV secolo) con un grande affresco che copriva un’intera parete laterale: vi è raffigurata la celebrazione di una messa a cui assistono il Redentore e la Vergine, vari santi tra cui appunto san Michele che reca uno scettro gigliato, la corte longobarda nelle persone della regina Teodolinda avvolta nel mantello e incoronata, del re Agilulfo e dei loro figli Gundeperga e Adaloaldo.
Il dipinto, che potrebbe rappresentare la consacrazione del Santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano (il santuario "nazionale" dei Longobardi) o un raro esempio di "messa aurea" (la messa del mercoledì delle Tempora d'Avvento), è di chiara derivazione giottesca e «possiede una esigenza plastica ed una vena descrittiva realistica affrontata con rigidezze e pesanti manierismi. Esso è certamente non posteriore alla metà del XIV secolo e certamente di un pittore locale piuttosto impacciato».

L’affresco, staccato dalla parete prima dell'abbattimento della chiesa, è oggi conservato nel Museo del duomo di Monza.

Nel 1922 l’antico edificio, insieme all’adiacente convento degli Umiliati di Sant'Agata, fu demolito dalla giunta socialista dell'epoca per creare l’odierna via Francesco Crispi. Per ricordarne l’esistenza, il 29 settembre 2004, ricorrenza della festa di san Michele, venne collocata in piazza San Paolo, in prossimità del luogo in cui sorgeva la chiesa, una statua del santo.
Nel 2004, in memoria dell’edificio abbattuto, venne eretta una statua commemorativa. Il monumento, in bronzo, è stato forgiato da Benedetto Pietrogrande. La figura del santo è alta 3,8 metri e poggia su di un basso basamento. La sensazione che deve dare allo spettatore è quella che aleggi sul pavimento. L’arcangelo è raffigurato nell’atto di pestare un drago. In mano regge uno scettro coronato da un fiore di giglio. L’immagine del santo condottiero, tipica del mondo occidentale, viene abbandonata in favore di quella del santo dignitario di corte, tipica del mondo bizantino. Ciò ha suscitato notevoli polemiche.



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lunedì 27 aprile 2015

LA CHIESA DI SANT' ANTONIO A VARESE

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Situata nell’antica Piazza della Motta, in cima al colle Mirabello, la Chiesa di Sant’Antonio è una delle più importanti chiese della città di Varese.

Costruito a partire dal 1593 da Giuseppe Bernascone, l’edificio conserva ancora tracce del nucleo più antico della chiesa, una doppia linea di mattonelle chiare sulla pavimentazione in cotto lombardo risalente al XVI secolo: si suppone sia questa la posizione su cui sorgeva originariamente un oratorio.

La facciata esterna si presenta molto lineare e sobria mentre all’interno sono presenti elementi decorativi tipici del Rococò.
Al centro c'è una statua in legno del Seicento di Sant'Antonio Abate, mentre nelle nicchie dell'aula vi sono quattro santi anacoreti in terracotta, realizzati forse da Francesco Silva e Dionigi Bussola tra il 1613 e il 1623. Alle pareti sono appese numerose tele. Nella cappella di sinistra è posto l'antico altare maggiore sopra il quale spicca una tela raffigurante l'"Adorazione dei Magi", di un anonimo, della fine del Cinquecento o inizi Seicento.
Tra le opere presenti di grande importanza artistica sono i tre affreschi riportati al loro splendore iniziale da un recente restauro: “La gloria di Sant’Antonio” e “L’esaltazione della croce” di Giovan Battista Ronchelli, e il dipinto architettonico di Giuseppe Baroffio del 1756. Anche l’originaria pavimentazione in cotto è stata ripristinata con materiale di recupero dello stesso pavimento.

La Chiesa di Sant’Antonio ogni anno fa da scenario alla tradizionale festa dei varesini del “Falò di Sant’Antonio”, in occasione della quale si brucia un falò nella piazza antistante la chiesa.




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mercoledì 22 aprile 2015

LA STATUA DI GARIBALDI A LUINO

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La statua dedicata a Garibaldi che si trova a Luino fu scolpita nel 1867 dallo scultore Alessandro Puttinati. Si tratta del primissimo monumento in Italia eretto in onore dell'eroe “dei due mondi”, in riferimento al noto evento storico che lega il patriota alla città. La Storia ci tramanda che Giuseppe Garibaldi venne richiamato dal Sud America per aiutare il destino dell'Italia: il 14 agosto del 1848, egli sbarcò a Luino con quasi mille uomini, con i quali il 15 agosto iniziò un'aspra battaglia contro le truppe austriache. Fu il primo scontro dell'eroe sul suolo italiano: Garibaldi vinse e fu celebrato con questa statua.

Era il 15 agosto del 1848 quando un quarantunenne con tanto di barba era a capo di due battelli sequestrati e salpati da Arona alla volta di Luino dove, si diceva, stessero giungendo due guarnigioni di austriaci pronte a posizionarsi contro gli italiani. Quell’uomo barbuto e risoluto era Giuseppe Garibaldi, da poco a capo della prima guerra di indipendenza italiana iniziata qualche mese prima. A Luino si svolse un episodio rimasto nella memoria della città tra strade, piazze, edifici e monumenti. Quel 15 agosto il condottiero era giunto a Luino con un manipolo di uomini. Aveva stabilito il quartier generale all’interno dell’Osteria della Beccaccia, sul lungolago, dalla quale dovette anche ricacciare gli austriaci che avevano attaccato i garibaldini. Proprio attorno all’albergo si è svolta questa battaglia con diversi morti, decine di feriti e molti prigionieri tra gli austriaci che batterono la ritirata verso Germignaga inseguiti da Garibaldi e i suoi fino a Morazzone dove si svolse un’altra e più ampia battaglia vinta dall’esercito garibaldino.



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domenica 22 marzo 2015

LA CHIESETTA DI SAN MARTINO


La passeggiata alla chiesetta di S.Martino è uno degli itinerari più classici del Lago di Como. A soli 475 metri di quota si può godere una vista mozzafiato su tutto il centro lago, prima tappa del successivo percorso che sale alla vetta del monte Pilone (Sasso di S.Martino), a quota 862 m. E' stato definito il posto più bello del mondo. La costruzione della chiesetta (XVII secolo) è dovuta alla leggenda di una statua della Vergine che ogni notte appariva sulla cima della montagna. La chiesa è stata edificata sui resti di un appostamento di epoca romana.

La chiesetta di San Martino (XVI° sec.) m.475 pare incollata sui suoi fianchi in posizione precaria.
In realtà, l'edificio sacro si trova su una cengia di notevoli dimensioni ed è accuratamente recintato, quindi, in una zona sicura. Comunque, il sentierino che porta alla grotta al limite nord-est della cengia è a perpendicolo sulla ss. 340 ed i due percorsi sono separati solo da un baratro di trecento metri.

La chiesa di S. Martino fu costruita nel XVI secolo e divenne poi un venerato santuario mariano in seguito al ritrovamento di una quattrocentesca statua lignea della Madonna con il Bambino. La leggenda narra infatti che nel Seicento la statua fu trovata da una fanciulla del paese in una grotta della montagna, dove era stata messa in salvo cent’anni prima da un abitante di Menaggio, quando il paese venne devastato dai Grigioni.. Portata la notizia in paese, i fedeli accorsero e trasportarono il simulacro nella parrocchiale di SS. Nabore e Felice, ma da qui miracolosamente esso sparì e venne ritrovato ancora sul Sasso di S. Martino. Ciò venne interpretato come il desiderio di Maria di essere venerata sul posto, per cui sorse prima una nicchia e poi l’attuale costruzione. Ancora oggi essa è meta di numerosi fedeli.



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sabato 21 febbraio 2015

PARCO SEMPIONE : UN POLMONE VERDE DI MILANO

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Il Parco Sempione è una zona verde della città di Milano. Realizzato a fine Ottocento sull'area già occupata dalla piazza d'armi, occupa un'area di 386 000 m², completamente cintata e videosorvegliata.

Il nome deriva dal corso Sempione, il monumentale asse stradale realizzato in epoca napoleonica sul tracciato della storica via del Seprio, con la nuova porta Sempione erede dell'antica porta Giovia.

Il Parco Sempione sorge dove un tempo si trovava il parco ducale visconteo chiamato "Barcho" e situato vicino al Castello Sforzesco, esso venne ingrandito e cintato degli Sforza fino a diventare ampio oltre 3 milioni di metri quadri. Il parco era un bosco composto prevalentemente da querce e castagneti e abitato anche da animali esotici introdotti dall'uomo.

Con la caduta degli Sforza e la dominazione spagnola il parco venne abbandonato e nel 1861 in parte venne destinato all'agricoltura, l'area dove attualmente sorge il Parco Sempione invece venne usata come piazza d'armi per i militari che stazionavano vicino al Castello Sforzesco. Il castello venne adibito a caserma, con conseguente degrado delle strutture.

Durante l'età napoleonica l'architetto Giovanni Antonio Antolini progettò la costruzione di un grande complesso edilizio intorno al castello, battezzato "Foro Buonaparte" in onore di Napoleone; il progetto non venne mai realizzato, e al suo posto si trasformò la piazza d'armi in un grande prato per usi civici, ornato sul lato nord-orientale dall'Arena, e sul lato nord-occidentale dall'Arco della Pace, punto d'inizio dell'asse del Sempione.

Dopo l'Unità d'Italia cessò l'utilizzo militare dell'area, e contemporaneamente iniziò per la città un fenomeno di incremento demografico che richiese la costruzione di nuovi quartieri. Una società immobiliare propose di lottizzare l'area del castello (di cui era previsto l'abbattimento) e della piazza d'armi, similmente a quanto fatto sull'area del lazzaretto, ma la proposta causò forti proteste della cittadinanza, che condussero alla redazione del primo piano regolatore cittadino, redatto dall'ingegner Cesare Beruto (il Piano Beruto, appunto). Tale piano, che inizialmente recepiva parzialmente le mire edificatorie sull'area, venne più volte modificato fino a destinare l'intera piazza d'armi a giardino pubblico. Per il castello si prevedeva un restauro e la sua destinazione ad usi culturali.

Il parco, denominato "Parco Sempione", venne realizzato tra il 1888 e il 1894 secondo il progetto dell'architetto Emilio Alemagna, che prevedeva viali percorribili da carrozze, un laghetto e un belvedere dove attualmente sorge la Biblioteca del Parco Sempione, il verde venne progettato secondo il modello romantico dei parchi all'inglese.

Tra i numerosi progetti di risistemazione della zona, da segnalare le proposte di ampliamento del secondo dopoguerra ad opera di Porcinai e Viganò con la pedonalizzazione della piazza dell'Arco della Pace e dell'ultimo tratto di corso Sempione, con riqualificazione anche delle zone limitrofe tra via Canova e via Melzi d'Eril.

Sin dalla sua realizzazione, il parco si è distinto per la sua funzione centrale nel tempo libero dei milanesi e per il suo stretto legame con l'arte: nel parco hanno infatti trovato sede numerose esposizioni tra cui le Esposizioni Riunite del 1894, l'Esposizione internazionale del 1906 e le esposizioni triennali a partire dal 1933 con la realizzazione del Palazzo dell'Arte di Giovanni Muzio, oggi sede della Triennale di Milano.

Tra gli edifici significativi presenti nel parco, oltre al Palazzo dell'Arte, spiccano l'Arena Civica, il padiglione dell'Acquario civico di Milano di Locati, e la Torre Littoria (oggi Torre Branca) costruita nel 1932-33 su progetto di Giò Ponti, Cesare Chiodi ed Ettore Ferrari. Degno di nota è anche l'ex padiglione per la X triennale, oggi Biblioteca del parco Sempione, realizzato da Longhi e Parisi.

Diverse le sculture, tra cui il monumento equestre di Napoleone III dello scultore Francesco Barzaghi e le opere Storia della Terra di Antonio Paradiso, Accumulazione musicale di Armand Pierre Fernandez e i Bagni misteriosi di Giorgio De Chirico. Infine, il Ponte delle Sirenette di Francesco Tettamanzi,[11] un tempo sul naviglio in via San Damiano (oggi Visconti di Modrone) e risparmiato in occasione della copertura della Cerchia nel 1930.

Nel 1954, in occasione della X Triennale, vennero eretti all'interno del parco due padiglioni, adibiti al termine della manifestazione a biblioteca e a "Bar Bianco".

Dal 1954 al 1969 l'architetto Vittoriano Viganò elaborò un progetto di ridisegno del parco, che nelle intenzioni dell'autore si sarebbe ampliato fino ad inglobare piazza Castello e il primo tratto del corso Sempione, interrando tutte le strade carrabili. Di tale progetto venne realizzata solo la pedonalizzazione dell'area intorno all'Arco della Pace e del primo tratto di corso Sempione.

Nel 1996 l'amministrazione comunale decise di intraprendere un restauro complessivo del parco, del castello e di piazza Sempione, dove è situato l'Arco della Pace. Il restauro prevedeva una nuova recinzione del parco, il rifacimento delle strade e un restauro botanico e vegetale della flora del parco.

Negli ultimi anni lo spiazzo tra il Castello Sforzesco e il Parco Sempione (piazza del Cannone) è diventato sede di continui allestimenti di varia natura. Per carnevale ospita un luna park che, in qualche modo, rappresenta la continuità con la vecchia Fiera di porta Genova, che per anni ha radunato giostre e attrazioni lungo le sponde della Darsena. Nel gennaio 2011, il Parco è stato l'inconsueto scenario di una prova della Coppa del mondo di sci di fondo, l'ultima prova sprint in calendario (individuale e staffetta maschile e femminile), cui hanno preso parte centoquaranta atleti.

Al parco è dedicato un brano musicale scritto dal gruppo Elio e le Storie Tese e pubblicato come singolo nel 2008.

Nel 2014 il comune di Milano ha pedonalizzato l'area di Piazza Castello, modificandone i percorsi ciclo-pedonali. Questo ha consentito la pubblicazione di un bando per la riqualificazione dell'area, con certa annessione al contesto di Parco Sempione.

La flora del parco Sempione è molto ricca e varia e le guardie ecologiche volontarie vi hanno organizzato due percorsi botanici con il riconoscimento di cinquanta specie a uso delle scolaresche, cui viene consegnata anche una piccola guida illustrata gratuita.

Sul belvedere, di fronte alla statua di Napoleone III, vi è un vecchio olmo monumentale e un grande ippocastano cresce nei pressi del "Ponte delle Sirenette". Tra gli altri alberi degni di nota un curioso platano sulla sponda della propaggine del laghetto, due grandi noci del Caucaso che si riflettono nello specchio d’acqua e faggi penduli vicino al giardino della Triennale. Diverse varietà di cedro: dell'Atlante, dell'Himalaya e della California, poi bei gruppi di querce rosse, di tassi, di cipressi calvi e di tigli. Molte le varietà di aceri: zuccherino, americano, campestre, montano e riccio. Sempre tra le piante ad alto fusto, ricordiamo ancora pini, faggi, pioppi, ippocastani, lecci e magnolie e, infine, l'ontano nero, il noce nero, il ginkgo e il liquidambar.

La riqualificazione e il restauro del parco tra il 1999 e il 2003 hanno arricchito le presenze della vagetazione arbustiva e le sue funzioni decorative; tra l'altro sono state inserite anche alcune specie a fioritura invernale o precoce come la Sarcococca confusa, l'amamelide, il loropetalum, il calicanto e alcune varietà di mahonia e di camelia. Tra le specie primaverili ed estive, ricordiamo la vasta gamma di cornioli, di viburni, di ortensie, camelie, rododendri, azalee e rose antiche.

Nel recinto del parco si trovano otto percorsi vita attrezzati, un campo per il basket (affiancato, fino al 1998, da un campo di pallavolo) oltre a un'unica grande area gioco per bambini. Quattro gli spazi cintati riservati ai cani.


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