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mercoledì 8 giugno 2016

LA PROVINCIA DI VARESE

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Terra di confine, ai piedi delle Prealpi, terra d’acqua, di valli e castelli: la provincia di Varese è l’emblema dell’armonia tra uomo e ambiente. La storia degli insediamenti umani in questi luoghi non ha violato il paesaggio ma, se possibile, lo ha arricchito.
Vista dall’alto, la provincia di Varese appare come una tavolozza di colori: monti, valli, boschi, laghi e fiumi. Una terra d’acqua, che offre all’occhio brillanti variazioni cromatiche in ogni stagione. I laghi, di origine glaciale, sono una decina, tra cui il lago di Varese, il lago Maggiore, il lago Ceresio, il lago Verbano, serviti da una miriade di fiumi e torrenti tra cui l’Olona e il Ticino.
Il territorio è montuoso a nord, degrada lentamente con valli e colline, fino a diventare pianeggiante a sud. Il verde è abbellito da ville contornate da giardini all'italiana o all'inglese, dai parchi, dai campanili e dai borghi arroccati.
Le valli sono attraversate da sentieri antichi da scoprire con passeggiate a piedi, a cavallo o in bicicletta, senza fretta, soprattutto nelle stagioni intermedie.

L'attuale provincia di Varese è la indiretta discendente del Contado del Seprio, istituzione feudale di origine longobarda, autonoma fin dal VII secolo, che nel XIV secolo entra a far parte del Ducato di Milano. Nel 1786, sotto la dominazione austriaca, venne istituita la provincia di Gallarate, ma già l'anno successivo il capoluogo viene trasferito a Varese. Tale istituzione durò fino al 1791.

Sotto il Regno Lombardo-Veneto il territorio dell'attuale provincia venne diviso fra la provincia di Como (a cui apparteneva Varese) e quella di Milano (a cui apparteneva Gallarate); i confini rimasero invariati anche con la creazione del Regno d'Italia.

L'attuale provincia venne istituita nel 1927, unendo il territorio dell'ex circondario di Varese (già parte della provincia di Como) a parte della provincia di Milano, comprendente 37 comuni fra i quali Saronno e Gallarate.

Lo stemma della provincia di Varese, adottato nel 2006 per iniziativa del presidente del tempo, Marco Reguzzoni, ed ufficializzato con Decreto del Presidente della Repubblica del 28 dicembre 2007 presenta la seguente blasonatura:

« D'argento inquartato dalla croce diminuita, di rosso: il PRIMO, alla effigie di San Vittore, movente dal braccio orizzontale della croce, il viso e le mani di carnagione, vestito con la tunica di rosso e con la corazza di cuoio al naturale, il capo coperto dall'elmo, dello stesso, il fianco destro sostenente la daga di argento, il Santo tenente con la mano destra l'asta di nero munita del vessillo bifido, di bianco al naturale, caricato dalla crocetta di rosso, con la mano sinistra la palma di verde; il SECONDO, al gallo ardito, di rosso; il TERZO, alla lettera maiuscola B, di rosso, accompagnata in punta dalla fiamma, dello stesso; il QUARTO, al castello di rosso, mattonato di nero, merlato alla guelfa, le due torri ognuna di tre, il fastigio di tre, esso castello aperto del campo, finestrato di sei nelle torri, tre e tre, dello stesso, sormontato dal tortello di nero. Ornamenti esteriori da Provincia »
I simboli presenti nei quattro cantoni attorno alla croce rossa rappresentano quattro tra i principali comuni del territorio: San Vittore per Varese, il gallo per Gallarate, il castello per Saronno e la lettera "B" con la fiamma per Busto Arsizio. La versione iniziale di tale stemma era leggermente diversa: lo scudo presentava un fondo bianco, lo stemma di Busto Arsizio (scudo troncato di rosso alla B bianca e di bianco alla B rossa) era disegnato integralmente, mentre gli altri tre emblemi erano colorati perlopiù in grigio. Questo emblema venne bocciato dall'Ufficio araldica e onorificenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri in quanto presentante proporzioni scorrette tra i vari elementi, colori non consentiti dalle regole araldiche italiane (il bianco sullo sfondo e in una delle B dello stemma bustocco) o non sufficientemente contrastanti (le figure grigie). Lo scudo venne pertanto reso più tondeggiante e colorato d'argento, lo stemma di Busto Arsizio sostituito da una semplice B rossa sovrastante una fiamma e gli emblemi di Varese, Gallarate e Saronno ricolorati in rosso (per maggior contrasto e per richiamarsi alle simbologie storiche delle varie città). Al di sotto dell'insieme venne infine collocata una ghirlanda di alloro e quercia serrata da un nastro tricolore.

Il gonfalone è un drappo bianco caricato dello stemma e dell'iscrizione Provincia di Varese nella parte frontale, mentre sul retro sono ricamati i simboli di altri quattro comuni dell'alto varesotto, uno per ciascuna delle comunità montane (Valceresio, Valcuvia, Valganna e Valmarchirolo, Valli del Luinese) che a quel tempo componevano la parte settentrionale del territorio provinciale.

Lo stemma precedentemente in uso, adottato con Regio Decreto del 20 maggio 1928, conteneva unicamente simboli inerenti alle città di Varese e Gallarate, con la seguente blasonatura:

« Troncato: nel PRIMO di rosso al palo d'argento, addestrato alla figura del martire San Vittore, patrono della città di Varese, nascente dalla partizione e sinistrato da un gallo, ardito, d'argento, membrato, imbeccato, crestato e barbugliato d'oro; nel SECONDO d'argento pieno »
Il gonfalone era un drappo bianco, caricato frontalmente del suddetto stemma, dell'iscrizione Provincia di Varese e dell'effigie di un'aquila circondata da una corona di due ramoscelli d'alloro.

La provincia di Varese, oltre ai sette laghi per cui è molto nota, presenta altri specchi d'acqua minori, alcuni importanti fiumi e numerosi torrenti. Il Lago Maggiore o Verbano segna il confine occidentale della zona centro – settentrionale della provincia. Suo emissario è il fiume Ticino, che si immette nel lago in Svizzera. Il territorio della provincia comprende un'isola sul lago: l'Isolino Partegora, sito in territorio di Angera. Sul lago sono sorte in posizioni strategiche alcune importanti città, quali Luino, Laveno-Mombello, Maccagno, Ispra, Angera ed al termine del lago, dove fluisce il Ticino, Sesto Calende.

Il Lago Ceresio o di Lugano segna il confine orientale, con la Svizzera, della zona centrale della provincia. Sul lago si sono sviluppati alcuni centri, che sfruttano la posizione di confine, come Porto Ceresio e Lavena Ponte Tresa. Quest'ultimo comune è formato dall'unione dei centri di Lavena e Ponte Tresa. A Ponte Tresa, fluisce dal lago la Tresa, che sfocia nel Lago Maggiore. Il Lago di Monate e il Lago di Comabbio segnano il confine tra la zona centrale del Varesotto ed il Gallaratese, che insieme al Bustese ed al Saronnese, rappresenta la parte meridionale della provincia. Emissario del Lago di Monate è l'Acqua Nera, che confluisce nel Lago Maggiore, mentre l'emissario del Lago di Comabbio è il Canale Brabbia, tributario del Lago di Varese.

Il Lago di Varese si trova a sud della città di Varese e riceve abbondanti acque dal Massiccio del campo dei fiori, tra i quali si distingue il Tinella. Nel Lago di Varese, si trova anche una piccola isola, l'Isolino Virginia, sul quale sono state ritrovate importanti testimonianze preistoriche. Vicino al lago si trovano due zone paludose, il Lago di Biandronno e la riserva naturale della Palude Brabbia, un tempo comprese nel Lago di Varese. Emissario del lago è il Bardello.

In Valganna si trovano il Lago di Ghirla ed il Lago di Ganna. Quest'ultimo è uno degli specchi d'acqua più puliti d'Italia. Sempre in Valganna si trovano la Torbiera del Pralugano o Paludaccio di Ganna ed il Laghetto Fonteviva. Emissario dei laghi è il Margorabbia, tributario della Tresa. Il Lago Delio è un bacino artificiale nato per produrre energia idroelettrica. È regolato alle estremità da due dighe.

Altri specchi d'acqua meno importanti sono il Laghetto di Brinzio, il Laghetto Cicogna ad Arcisate, il Laghetto Verde di Viggiù, la Lagozzetta o Lagozza di Besnate (un altro luogo dove sono state ritrovate importanti testimonianze preistoriche), il Paù Majur di Brinzio, lo Stagno Maisa a Caronno Varesino, lo Stagno Gerbo a Morazzone, lo Stagno Madonnetta e lo Stagno di Torba a Gornate Olona, il Carecc di Cuvio, il Laghetto Motta d'Oro a Gavirate e lo Stagno Tagliata ad Induno Olona, il laghetto artificiale dei pescatori di Albizzate ed il laghetto della fornace di Albizzate. I maggiori fiumi sono l'Olona e il Ticino.

L'Olona nasce a nord di Varese ed è alimentato da numerosi affluenti, in seguito attraversa Milano e confluisce nel Po a San Zenone. Questo fiume è stato importantissimo per il decollo dell'industria nel Varesotto, specie in centri come Varese, ma anche nell'Altomilanese, specie a Busto Arsizio e Castellanza. Tra l'inizio del Novecento e gli anni novanta le sue acque hanno raggiunto un notevole grado di inquinamento, causato dagli scarichi delle numerose industrie lungo il fiume. Prima dell'industrializzazione l'Olona ha mosso le pale di numerosissimi mulini ad acqua. Nel Settecento, nel tratto tra Varese e Milano vi erano 116 mulini. La presenza dei mulini era una grande fonte di ricchezza, nel medioevo e favorì lo sviluppo di alcuni centri come Castiglione Olona e Castelseprio. L'antica vocazione del fiume è tuttora testimoniata dai Mulini Grassi e dai Mulini Trotti a Varese, dal Mulino Bernasconi a Malnate, dal Mulino Taglioretti a Lonate Ceppino, dal Mulino Ponti-Bosetti a Fagnano Olona e dal Mulino del Sasso a Olgiate Olona.

Il Ticino fluisce dal Lago Maggiore a Sesto Calende e prosegue con un percorso tortuoso tra Piemonte e Lombardia. In seguito lambisce Vigevano ed attraversa Pavia, confluendo nel Po al Ponte della Becca. Nel suo tratto a valle del lago riceve scarsissimi affluenti ed alimenta numerosi canali. Interessano la provincia il Naviglio Grande, il Canale Villoresi ed il Canale Industriale. Altri fiumi importanti sono la Tresa, il Margorabbia ed il Bardello.

La Tresa è l'emissario del Lago di Lugano ed è di origine artificiale. Fu infatti fatto costruire dai milanesi attorno al 1300, per collegare il Lago di Lugano con il Verbano. Nel tratto finale, tra Luino e Germignaga, scorre in quello che un tempo era l'alveo del Margorabbia, che si immetteva direttamente nel Verbano. Nel Trecento la sezione dell'alveo venne allargata per accogliere la portata della Tresa, ben più importante di quella del Margorabbia. Per cui oggi il Margorabbia è considerato un affluente della Tresa.

Il Margorabbia nasce in Valganna e forma i laghi di Ganna e Ghirla, percorre in seguito la Valtravaglia, ricevendo le acque del torrente Rancina, il suo maggior tributo. Infine, sfocia come già detto nella Tresa. Il Bardello è l'emissario del Lago di Varese e sfocia nel Verbano presso Besozzo.

I maggiori torrenti della provincia sono il Giona, il Boesio, l'Acqua Nera, il Molinera, il Rio di Colmegna (tributari del Lago Maggiore), il Lanza, la Bevera, il Bozzente, la Lura, il Rile-Tenore, il Vellone, la Quadronna, la Selvagna (tributari dell'Olona), l'Arno, lo Strona (tributari del Ticino), il Rancina (tributario del Margorabbia), il Tinella (tributario del Lago di Varese), il Valmolina (affluente del Rancina).

La provincia è interessata dal percorso delle autostrade A8 Milano - Varese, A9 Lainate - Como - Chiasso, A8/A26 - Diramazione Gallarate-Gattico, A36 Pedemontana Lombarda e A60 Tangenziale Sud di Varese.

Le strade statali di interesse sono la 33 del Sempione, 233 Varesina, 336 dell'Aeroporto della Malpensa, 341 Gallaratese, 342 Briantea, 344 di Porto Ceresio, 394 del Verbano Orientale e 629 del Lago di Monate.

Le strade provinciali della provincia di Varese comprendono altresì alcune ex strade statali divenute provinciali in applicazione del decreto legislativo n. 112 del 1998 e la Legge Regionale n.1 del 2000.

I principali nodi ferroviari sono la stazione di Varese, posta sulla linea Porto Ceresio-Milano e Saronno-Laveno e la stazione di Gallarate, posta anch'essa sulla linea Porto Ceresio-Milano, sulla linea Domodossola-Milano e sulla linea Gallarate-Laveno.

La provincia è attraversata anche dalla linea Novara-Pino e dalla linea Cadenazzo-Malpensa Aeroporto.

Nella città sono presenti tre stazioni ferroviarie: la stazione di Varese, lungo la ferrovia Milano-Varese, la stazione di Varese Nord e la stazione di Varese Casbeno, entrambe poste lungo la ferrovia Saronno-Varese-Laveno. Fino al 1966 era in funzione anche la linea Como-Varese sempre delle FNM che collegava direttamente con Como Lago.

Oltre alla rete tranviaria di Varese, costituita da alcune linee urbane e suburbane fra cui la tranvia Varese-Prima Cappella-Vellone di particolare rilevanza turistica, nella prima metà del Novecento erano presenti nel territorio provinciale ulteriori infrastrutture ferrotranviarie quali la Ferrovia della Valganna, la tranvia della Valcuvia e la Tranvia Varese-Angera.

In provincia di Varese è possibile praticare la navigazione lacustre, in particolare sul lago Maggiore, a pochi chilometri da Varese.

Gli imbarcaderi si possono trovare ad Angera, Ranco, Ispra, Leggiuno (Santa Caterina), Laveno (uno dei maggiori scali del lago: oltre al porto turistico, c'è un imbarcadero dal quale partono tutto l'anno traghetti con trasporto di automobili per Intra), Porto Valtravaglia, Luino e Maccagno.

Nella provincia si trovano gli aeroporti di Milano-Malpensa, che serve destinazioni italiane, europee ed internazionali essendo il secondo aeroporto italiano per traffico passeggeri dopo l'Aeroporto di Roma-Fiumicino, quello di Calcinate del Pesce, da tempo utilizzato come aeroclub volovelistico, quello di Vergiate da qualche anno utilizzato esclusivamente dalla società AgustaWestland, unica proprietaria della struttura e quello di Venegono Inferiore sede dell'aeroclub di Varese.

Il territorio provinciale vanta ben quattro siti inseriti nella prestigiosa Lista del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO. Risale al 2003 il riconoscimento del Sacro Monte di Varese, assieme ai Sacri Monti del Piemonte e agli altri della Lombardia. Costruito su di un luogo di culto medioevale, poi sede di un convento di monache e di un santuario dedicato alla Vergine Maria, il Sacro Monte venne edificato a partire dal 1605 da padre Giovanni Battista Aguggiari.

Il versante italiano del Monte San Giorgio è stato inserito nel 2010 nel World Heritage List, completando così il riconoscimento che il sito in territorio svizzero aveva già ricevuto nel 2007, a seguito degli eccezionali ritrovamenti paleontologici distribuiti su cinque livelli fossiliferi distinti d'età compresa tra 230 e 245 milioni di anni, fatto che ha permesso di studiare l'evoluzione di alcune specie animali e vegetali nell'arco di alcuni milioni di anni.

Nel 2011 è stato riconosciuto luoghi di tutela dall'Unesco il Parco archeologico di Castelseprio, comprendente l'area del castrum con il Monastero di Torba (quest'ultimo nel territorio del comune di Gornate Olona), la Chiesa di Santa Maria foris portas con i suoi affreschi e i ruderi della Basilica di San Giovanni Evangelista (Castelseprio), parte del più ampio riconoscimento dato ai Longobardi in Italia: i luoghi del potere.

Sempre nel 2011 sono stati inclusi nella lista i siti nel complesso dell'Isolino Virginia-Camilla-Isola di San Biagio a Biandronno, Bodio centrale o delle Monete a Bodio Lomnago e Il Sabbione o settentrionale a Cadrezzate, parte del riconoscimento agli Antichi insediamenti sulle Alpi palafitticoli di età preistorica.

Nella città di Busto Arsizio si trovano diversi palazzi storici come il palazzo Marliani-Cicogna e il palazzo Gilardoni (sede comunale) oltre che ville in stile liberty come la Villa Ottolini-Tosi, la Villa Ottolini-Tovaglieri e la Villa Leone-Della Bella. In città i quattro musei custodiscono opere di arte sacra e dipinti di Procaccini, Crespi e Ferrari. Tra le diverse chiese di ogni epoca spiccano il santuario di Santa Maria di Piazza, che presenta un tiburio alloggiato all'esterno e affreschi di Bernardino Luini all'interno, e la Basilica di San Giovanni Battista, dalla facciata barocca e affrescata internamente dal pittore bustocco Biagio Bellotti, che ne progettò anche la sagrestia.

Di notevole interesse, tra gli altri, anche la Rocca di Angera e l'Eremo di Santa Caterina del Sasso Bellaro a Leggiuno.

I dialetti parlati in Provincia di Varese sono tutti varianti del Lombardo occidentale. Intelleggibili fra loro, e basati sull'articolo determinativo maschile ul (contrapposto al el milanese) presentano una grande omogeneità linguistica nella zona centro-settentrionale della provincia e lungo la sponda orientale del Lago Maggiore. Nel basso Varesotto la variante locale è simile al Saronnese.

Nell'Altomilanese, e in particolare nella zona di Busto Arsizio, si parla il dialetto bustocco, caratterizzato dalla presenza di tratti liguri e delle vocali turbate.

Nella giurisdizione ecclesiastica della Chiesa cattolica, la stragrande maggioranza del territorio della provincia è compresa nell'arcidiocesi di Milano e segue il rito ambrosiano. Fa eccezione la Zona Pastorale XVI delle Valli Varesine (Valcuvia e Valmarchirolo), che appartiene alla diocesi di Como e segue il rito romano.

L'economia è principalmente basata sull'industria e, in minima parte, nell'agricoltura specializzata e nell'artigianato.

Un’agricoltura poco sviluppata e la presenza di un territorio montuoso, ma aperto alle comunicazioni verso tutte le direttrici favorisce sin dall’Ottocento la presenza di artigiani (muratori, tagliapietre) che si spostano nei territori confinanti. La produzione tessile di sete e cotoni prospera grazie alla notevole quantità di manodopera femminile che lavora nelle manifatture site lungo i corsi d’acqua – l’Olona in particolare – ma soprattutto grazie al lavoro a domicilio cui le famiglie contadine si dedicano nel tempo lasciato libero dal lavoro nei campi. L’attività economica genera un nucleo di imprenditori i cui interessi sono legati più a Milano che a Como. Di qui una costante richiesta di autonomia amministrativa dal capoluogo lariano che nel 1862 il nuovo stato unitario accoglie parzialmente costituendo nel circondario di Varese un’autonoma Camera di commercio.

Accanto all’industria tessile, il territorio può contare su qualche cartiera, poche miniere, cave di pietra e calcare. L’apporto energetico è dato dalle poche risorse idriche, dai boschi e dalle numerose torbiere. Lo sviluppo dell’industria tessile fa da battistrada allo sviluppo dell’industria metallurgica e meccanica: l’introduzione dei telai meccanici e la conseguente esigenza di manutenerli e ripararli favoriscono il potenziamento di questa branca industriale, con effetti positivi a cascata sugli altri settori. La lavorazione delle pelli e dei cuoi prende le mosse dal patrimonio zootecnico locale, ma si espande man mano che lo sviluppo economico favorisce la meccanizzazione dei trasporti a trazione animale.

Verso la fine dell’Ottocento le bellezze paesaggistiche del territorio avviano un’importante attività turistica che esercita un forte richiamo sulla metropoli milanese. Infine, tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta dell’Ottocento nascono i primi istituti bancari che, nel tempo, formeranno un sistema finanziario in grado di supportare lo sviluppo industriale. Questo sistema economico, sufficientemente diversificato e integrato, consente alle famiglie contadine di sperimentare la transizione verso forme di lavoro artigiano e si rivela un incubatore di micro-imprenditorialità. Inoltre, la vicinanza della metropoli milanese offre al territorio ampie opportunità: le grandi imprese locali utilizzano il capoluogo lombardo per ampliare le reti finanziarie, commerciali, relazionali; Milano trova in questo territorio la possibilità di decentrare parti importanti del proprio apparato produttivo.

Il Novecento offre al territorio di Varese la possibilità di un rapido sviluppo: la Prima guerra mondiale favorisce l’incremento quantitativo e qualitativo dell’industria meccanica con l’avvio della motoristica e delle costruzioni aeronautiche. Le attività di Caproni, Macchi fanno di Varese il polo nazionale della nuova industria aeronautica. Negli anni venti anche il settore dei trasporti conosce importanti innovazioni: da sempre limitato nei trasporti ferroviari – le due grandi linee di trasporto ferroviario che collegano il porto di Genova alla Germania e alla Francia passando da Milano escludono Varese – il territorio conosce una importante rivincita nel 1924 con l’apertura della prima autostrada al mondo, la Milano-Gallarate. A supporto delle esigenze dell’industria tessile, si sviluppa l’industria chimica che contribuisce a rafforzare il carattere variegato dello sviluppo economico locale. Per ultimo, alcune attività di tipo artigianale come la lavorazione delle pipe acquisiscono una prima struttura industriale mentre la lavorazione del cuoio decolla pienamente con l’apertura di grandi calzaturifici.

Gli anni del fascismo vedono il decollo industriale della provincia e, parallelamente, il riconoscimento dell’autonomia amministrativa con la nascita nel 1927 dell’ente provinciale. É tuttavia nel secondo dopoguerra che la vocazione industriale del territorio trova piena espressione. L’industria meccanica da un lato subisce le conseguenze negative del conflitto, per cui il comparto aeronautico è soggetto ad un pesante ridimensionamento, dall’altro l’espansione dei redditi e la modificazione dei costumi favoriscono l’industria degli elettrodomestici e la motoristica. L’industria cotoniera raggiunge la massima espansione produttiva, profittando anche della crisi che inizia ad investire i paesi industrialmente più avanzati.

Già dalla fine degli anni sessanta l’apertura dei mercati ai prodotti dei paesi asiatici emergenti determina il ridimensionamento del settore tessile: la grande fabbrica cessa di fare da traino all’economia e inizia una diaspora di personale qualificato che si inserisce con proprie attività autonome all’interno dei vari cicli produttivi. Di lì a breve la trasformazione dell’economia italiana e mondiale determina la contrazione di gran parte dei settori che avevano promosso l’industrializzazione della provincia. La frammentazione delle imprese è la caratteristica più rilevante di questi ultimi decenni e se da un lato esprime la vitalità e le capacità adattive del sistema industriale, dall’altro ne riduce le possibilità di affrontare con efficacia i problemi posti dall’integrazione globale dei mercati.

Altre attività – servizi, trasporti, ricerca scientifica e formazione – conoscono un rilevante sviluppo e la loro affermazione determina l’aumento del peso relativo del settore terziario nell’economia locale: come in tutte le aree avanzate del Paese, si inizia a parlare di un‘economia e di una società post-industriali.

Il ridimensionamento della grande impresa segna dunque sul territorio la fine di un ciclo economico apertosi negli ultimi decenni dell’Ottocento e questo mutamento produce riflessi anche sul piano sociale e culturale. Dinanzi a questa trasformazione epocale, già a partire dagli anni settanta uomini di cultura, imprenditori e istituzioni pubbliche avvertono la responsabilità di raccontare al pubblico, attraverso gli oggetti e gli ambienti della produzione, la storia dell’impresa e dei prodotti inserendola nel contesto della storia dell’economia locale, dell’evoluzione tecnologica, delle modificazioni del costume della società. Con gli anni ottanta e novanta, quando la vastità del processo di deindustrializzazione fa temere che si disperda anche il ricordo del passato industriale del territorio, quel senso di responsabilità culturale spinge imprese, università e singoli soggetti a dar vita a istituzioni culturali permanenti (musei, centri di ricerca, collezioni) che oggi consentono di mantenere viva la conoscenza del passato.

La tradizione industriale di Varese rivive pertanto attraverso queste istituzioni, che svolgono la funzione di ponte culturale tra generazioni e aiutano le comunità locali a razionalizzare la cesura epocale che le ha investite e i cui effetti perdurano tutt’oggi.


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martedì 19 maggio 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : SARONNO

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Saronno è un comune italiano della provincia di Varese in Lombardia. Tra i grandi comuni della provincia, è quello più densamente popolato.
La città è situata nel territorio dell'Altomilanese, all'intersezione tra le province di Milano, Como, Varese e Monza e Brianza, senza essere strettamente legata a nessuno dei capoluoghi. Una parte considerevole della popolazione gravita, per motivi di lavoro o di studio, su Milano, ma la città gode anche di una vita propria, cui partecipano anche gli abitanti dei comuni limitrofi (Gerenzano, Turate, Uboldo, Rovello Porro, Origgio, Caronno Pertusella, Solaro, Cogliate, Lazzate, Misinto, Rovellasca, Ceriano Laghetto), alla quale contribuisce anche la ricca scelta di scuole superiori.

Saronno è attraversata dal torrente Lura, che nasce nel territorio del Comune di Bizzarone e sfocia nell'Olona, alle porte di Milano. Il suo colore cangiante nero/violaceo è dovuto agli scarichi industriali della bassa comasca. Il corso d'acqua del Lura che scorre nel territorio cittadino è ormai in gran parte coperto. Alcune aree verdi costituiscono la parte più meridionale del Parco del Lura, una collezione sfrangiata di aree protette nate da recenti interventi di riqualificazione e ripopolamento arboreo.

Il primo e più antico documento in cui il vico di Saronno appare menzionato, rimonta all'epoca dei re Franchi. Si tratta di una carta notarile del 796, con la quale "Johannes de Vico Salomno filius quondam Aretheo qui fuit notarius" dichiara di avere ricevuto da un certo Erminaldo la somma di novanta denari d'argento a titolo di prestito oneroso, dandogli in pegno tutti i suoi beni esistenti in Vico Solomno. Solomno, dunque, è la più antica delle forme a noi note, dalle quali Saronno è derivato".

Prima di giungere alla definitiva denominazione di Saronno, nel corso dei secoli la città ha assunto varie denominazioni riscontrabili attraverso documentazioni storiografiche. In ordine di tempo, Saronno veniva chiamata Solomno (anno 903), Serogno (anno 1150), Sorogno (XII secolo), Serono (XIII secolo) e subito dopo Sarono.

Questi cambiamenti di nome sono una perfetta testimonianza di un fenomeno che si riscontra con grande frequenza nei dialetti lombardi a occidente dell'Adda, fra cui si annovera il dialetto saronnese: il rotacismo, ossia il cambiamento della /l/, soprattutto se intervocalica, in /r/, indicato dal grande linguista Clemente Merlo come uno degli effetti più caratteristici del profondo e antico sostrato ligure.

Nell’àmbito del territorio saronnese vi sono almeno tre testimonianze che suggellano a Saronno il periodo romano:

la prima è rappresentata da un rinvenimento di alcune urne funerarie in terracotta contenenti ossa, ampolle, vasetti (anno 1832), durante i lavori di estirpazione di un bosco di casa Brasca, in prossimità del torrente Lura,la seconda quella del ritrovamento di una tomba (anno 1746), in un’area di proprietà del conte Rubini, contenente una lucerna con il marchio Fortis e unguenti balsamari che si pensa possa risalire al periodo che va dalla fine I secolo d.C. prima metà del II secolo d.C.; infine la terza, certamente la più importante e significativa del periodo romano, è rappresentata dalla presenza di un’ara pagana in granito, situata nelle mura della chiesa di San Francesco ben visibile sul lato di via Carcano, a nord-est, nella quale è incisa la scritta: QVINTVS CASSIVS MERCATOR DEIS DEABUS. L’epigrafe, risalente al I-II secolo d.C., testimoniava la fede del mercante Quinto Cassio agli dei e alle dee.

Ritrovamenti in epoche più recenti di tombe a Turate e a Cislago, nonché nella Stra’ Favia, in zona nord-ovest di Saronno (vasi e tegoloni romani), confermerebbero la presenza romana anche nel III-IV Secolo d.C. nel territorio saronnese.

Nelle lotte che scaturivano tra le famiglie nobili milanesi dei Torriani e dei Visconti, Saronno parteggiò per questi ultimi e nel 1284 truppe viscontee si mossero per una spedizione contro Como. La guerra, durata due anni, si concluse con l'accordo di pace del 2 aprile 1286 tra Lomazzo e Rodello (Rovello), alla presenza di due frati del convento di San Francesco di Saronno.L'era viscontea in Milano si consolidò sempre più nel Secolo XII ed estese la propria influenza in quasi tutta la Lombardia col volgere del secolo successivo.

In tale contesto di eventi anche Saronno venne direttamente coinvolta nelle vicende dei Visconti i quali, acquisendo progressivamente numerose proprietà sul territorio saronnese, scrissero un capitolo importante della storia del borgo che, nell'anno 1361, fu circondato da mura come una grande città nelle quali si aprivano quattro porte: porta di Carambari, porta di Cantono Cidrascho, porta di S. Ambrogio e porta di Vico.
Nello stesso anno Saronno ebbe il privilegio di tenere il mercato tre volte la settimana. Matteo II Visconti, vicario imperiale, signore di Milano, innamoratosi del borgo di Saronno, eresse nell'anno 1355 un castello con una rocca, stabilendovi la sua Corte. Castello abbattuto nell'anno 1362, nelle cui rovine è oggi rimasta, su un pezzo di muro, la biscia divorante il fanciullo (simbolo dei Visconti), luogo meglio conosciuto con l'appellativo "il Castellaccio". Matteo II, fuori un miglio dal borgo, vi realizzò pure un palazzo merlato per il suo soggiorno (alla periferia di Rovello Porro) denominato casa Imperiale.

Nel 1845, nell'eseguire alcuni scavi in quel luogo, fu scoperto un profondo pozzo fatto di pietre sassose, con lo stemma dei Visconti scolpito nella pietra, colmo di vasellami da tavola, terraglie color argento e i resti di uno scheletro mancante della testa, vicino al quale vi stava un'arma da taglio con pugnale di bronzo accuratamente lavorato. Vicino al pozzo furono rinvenuti alcuni vasi di terracotta, con coperchio, artisticamente lavorati.

In questo palazzo vi morì Matteo II Visconti, non senza il sospetto di essere stato avvelenato dai fratelli Bernabò e Galeazzo, i quali regnarono insieme dopo la morte dell'Arcivescovo Giovanni, avvenuta nel 1354.

Le cronache di allora ricordano che "fu trasportato il cadavere nella chiesa di S. Eustorgio di Milano, con l'intervento di tutto il clero secolare e regolare e delle confraternite, e fu così strepitosa questa funzione che già i primi vessilli erano entrati in Milano, quando ancora a Saronno non era alzato ancora il cadavere. Galeazzo II Visconti poi, nellanno 1362, fece smantellare dalle fondamenta il castello, le mura e la Rocca di Saronno. Temeva che gli avventurieri inglesi cherano nello stato di Milano vi si stabilissero".

Nell’anno 1450, dopo il breve periodo della Repubblica Ambrosiana, ai Visconti di Milano succedettero gli Sforza. Saronno, passata sotto il dominio di questa famiglia e governata dal podestà, godette di un certo periodo di tranquillità che durò sino alle dominazioni straniere sul Ducato di Milano.

Il borgo di Saronno, sul finire del secolo, passò sotto il padrone del Ducato, Ludovico Maria Sforza detto il Moro il quale, appassionato di caccia, trascorreva parte del suo tempo presso la Cascina Imperiale, in compagnia di milanesi d’alto rango e Cecilia Gallerani, figlia del nobile Fazio.

Ludovico donò alla giovanissima Cecilia il feudo di Saronno firmando il decreto il 18 maggio 1491. Con questo atto Cecilia Gallerani, di cui Leonardo da Vinci, da tempo ospite degli Sforza, dipinse il suo delicato profilo su una tavola (la famosa Dama con l’ermellino), ora preziosamente custodita al Museo Czartorisky di Cracovia (Polonia), assunse il titolo nobiliare di "domina comitissa Burgi Seroni".

L’impegno per il Ducato di Ludovico il Moro lo portarono ad allontanarsi progressivamente da Cecilia Gallerani alla quale aveva imposto la dimora fra le stanze del palazzo che le aveva donato, mentre sposatosi con Beatrice abitò in Milano. Ma le attenzioni per le nobildonne non si placò: Ludovico il Moro scoprì un nuovo amore in Lucrezia Crivelli e di lì a pochi anni giunse il suo tramonto. Ludovico venne sconfitto da Luigi XII re di Francia e il feudo di Saronno, con diploma dello stesso re, fu confermato al conte Stefano Castiglioni al quale Cecilia Gallerani già l’aveva ceduto nel 1499.

Nell'anno 1499, Saronno assieme alla città di Milano, subì la dominazione francese. Nei due anni successivi, 1510 e 1511, l'esercito svizzero si mosse contro i francesi scatenando una furiosa offensiva contro il Ducato di Milano e quindi contro Saronno, saccheggiandola e prelevando ingenti somme di denaro. Una nuova portentosa azione da parte dell’esercito della Lega Santa sul Ducato di Milano (1512), riportò al potere il primogenito di Ludovico il Moro, Massimiliano Sforza il quale, però, dovette gratificare gli eserciti svizzero, tedesco, spagnolo, mettendo a dura prova, in termini di sacrifici economici, l’intera popolazione che, al già pesante tasso di povertà, dovette aggiungere la calamità della peste (1512-1514).

Dopo la morte di Luigi XII, cui succedette Francesco I, la Francia si prese la rivincita sugli Sforza con la riconquista del Ducato sancita con la vittoriosa battaglia di Melegnano. Il trionfale ingresso in Milano avvenne l’11 ottobre 1515. Durò cinque anni il periodo di tregua, vale a dire sino al 1521, anno in cui Francesco II Sforza riprese in mano il potere sul territorio milanese scacciando nuovamente i francesi. Le guerre fra i due eserciti non si placarono ma, anzi, continuarono sino al 1529 con rovesciamenti di fronte, sia da un lato che dall’altro. Ma ciò che decimò e impoverì all’inverosimile il milanese, al di là dei conflitti, fu il sopraggiungere della carestia e soprattutto della peste che disseminò morte e desolazione sull’intero territorio del Ducato.

Nell’anno 1525 Francesco II Sforza, Duca di Milano, infeudò il borgo di Saronno a Giovanni Antonio Biglia, che fu governatore d’Asti, titolo confermato dall’imperatore Carlo V, i cui discendenti beneficiarono del feudo sino al 1805, anno del tramonto della famiglia.

Sotto il governo spagnolo, che ebbe il sopravvento dalla metà del ‘500 sino ai primi anni del secolo XVIII, scoppiò una peste spaventosa (agosto 1576 - maggio 1577) che provocò in Saronno la morte di circa 3000 persone.

Il Lazzaretto saronnese fu la piccola chiesa di S. Antonio Abate che accolse la fiumana di appestati. I sopravvissuti dal flagello, dopo il voto di digiuno espresso nella piccola chiesa della parrocchia, si recarono in processione al Santuario della Beata Vergine dei Miracoli con offerta di candele, tradizione e voto che ancora oggi, nel mese di marzo, la comunità saronnese esterna con fede e devozione.

La calata in Italia dei Lanzichenecchi, provenienti dal suolo germanico, avvenuta nel periodo 1629-1630, lasciò ancora una volta un pesante segno tra la popolazione del borgo. Oltre ai saccheggi questi portarono altra peste e carestia. L’insediamento dei soldati procurò terrore fra gli abitanti che si videro costretti a cedere ogni cosa agli invasori. Crebbe la miseria e la povertà fra la gente degenerò a tal punto che i titolari delle botteghe andarono in rovina, assieme ai contadini che giunsero a patire la fame per i debiti contratti. Pure il noto mercato del luogo giunse a subire un durissimo contraccolpo a seguito del tracollo dell’economia. Il dato che più d’ogni altro significò nel 1673 la tragicità sulla fu questo: circa 700 abitanti morirono nel volgere di qualche anno. La gravissima situazione venne solo in parte arginata attraverso una moratoria di sette anni proposta da Bartolomeo Visconti a beneficio degli operatori di commercio saronnesi.

Subentrato il governo austriaco a quello spagnolo, la situazione migliorò progressivamente, tant'è che nel censimento del 1708 la popolazione raggiunse il dato di 2038 abitanti. I saronnesi ripresero a coltivare la terra, a ristrutturare e a costruire le case, ad operare nei vari mercati e ad incrementare l'attività economica e produttiva in genere. Saronno raggiunse un livello sempre più importante e strategico, sia sotto l'assetto amministrativo che ecclesiale. Prova ne è che a far capo dal 1721 venne elevato a Prepositura, quando sino ad allora dipese dalla pieve di Nerviano.

Fondamentale per Saronno fu il biennio 1722-1723, periodo nel quale, sotto il regno di Maria Teresa d'Austria, si ebbero la riforma dell'amministrazione stabile e la creazione del Catasto immobiliare. Attorno a questa nuova configurazione amministrativa feudale, Saronno ebbe come feudatario il Conte Gaspare Biglia, mentre figure di patrizi possedenti (Serbelloni, Reina, Brasca, Stampa Soncino) si insediarono sul territorio.

Fu questo il periodo di splendore e di rilancio del mercato, tradizione ed orgoglio degli abitanti del posto perché adunava nelle contrattazioni una marea di forestieri.

Con la campagna d’Italia (1796-1797) del giovane generale Napoleone Bonaparte, condotta da 38000 uomini indisciplinati e male armati, la Francia conquistò tutta l’Italia Settentrionale. Vinse l’esercito austriaco a Lodi ed entrò in Milano il 15 maggio. Sconfisse ancora gli austriaci a Castiglione delle Stiviere (il 15 agosto) e a Rivoli (14 gennaio 1797), puntando poi su Vienna. Mombello divenne quartiere generale dei soldati francesi che fluttuarono ripetutamente su Saronno. La Lombardia divenne parte della Repubblica Cisalpina e il territorio di Saronno fu aggregato al dipartimento dell’Olona.

Nel 1799 fu costituita una forte coalizione anti francese composta da Inghilterra, Austria, Russia e Turchia ma, all’inizio del secolo (1800), Bonaparte sbaragliò gli austriaci a Marengo (14 giugno) e due anni dopo (1802) divenne presidente della Repubblica Italiana (26 maggio). Il dominio francese si consolidò il 26 maggio 1805 allorchè, Napoleone Bonaparte, fu incoronato re d’Italia.

Con la dominazione francese venne abolito il sistema feudale con la nomina in ogni comune di amministratori locali, dipendenti di prefetti dipartimentali. Il Comune di Saronno fu intitolato: Regno d’Italia – Comune di Saronno - Dipartimento dell’Olona – Distretto di Gallarate - Cantone II.

E’ in questo periodo che le bellissime chiese di San Francesco e il Santuario, vennero spogliate dei preziosi arredi. Il convento di San Francesco, addirittura, fu soppresso e incamerato dal demanio, i beni messi all’asta e il fabbricato trasformato in abitazioni poi cedute a privati. La grossa proprietà venne frazionata e ceduta a più famiglie per incrementare e incentivare l’attività contadina. Ci fu un positivo rilancio del settore agricolo e commerciale, con particolare "boom" del mercato locale e dell’allevamento del bestiame.

Con la famosa sconfitta francese di Waterloo (18 giugno), tramontò pure in Italia il dominio napoleonico, col suo artefice di tante conquiste relegato in esilio nell’isola di Sant’Elena. In quell’anno Saronno annoverava all’anagrafe 3527 abitanti, mentre cominciava a registrare nuove presenze dell’esercito austriaco, tornato a galla dopo la sconfitta finale di Napoleone Bonaparte.

Di lì in poi Saronno sarà influenzata dalle vicende legate alla storia del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1827, e precisamente il giorno 18 marzo, il borgo fu devastato da uno spaventoso incendio che bruciò 36 case, abitate da 118 famiglie, circa 800 persone che in, conseguenza di ciò, finirono in miseria. Il fuoco aiutato dal vento si propagò velocemente tra le case, da nord verso sud. La popolazione assistette impotente al disastroso evento.

Con il tempestivo interessamento del maestro di posta, Giuseppe Morandi, furono fatti intervenire i pompieri di Milano che, con due macchine idrauliche, raggiunsero Saronno immediatamente. Una terza macchina venne messa a disposizione dal Duca Litta di Lainate. Solo dopo parecchi giorni il fuoco fu domato definitivamente.

Nella desolazione di quel luogo rimasero pianto, ruderi e povertà. Il rione colpito fu quello di San Cristoforo, nel cuore della vecchia Saronno. In aiuto di Saronno e delle famiglie disastrate ci fu una commovente gara di solidarietà con generose elargizioni da parte di molte città lombarde, in particolar modo di Milano che più d’ogni altra si distinse in tal senso.

La cantante lirica saronnese Giuditta Negri Pasta, grazie alla sua imponente figura di artista di quel tempo, sensibilizzò non poco l’opinione pubblica a solidarizzare per Saronno. I saronnesi in segno di gratitudine, innalzarono (1830) in Piazza Grande un monumento (volgarmente detto della "Ciocchina", da Marta Campi, moglie di Antonio Porro detto "Ciocchin": fu lei involontariamente ad appiccare il fuoco, con delle scintille rapite dal vento, uscite da un braciere), denominato monumento della "Riconoscenza" che conserva le seguenti epigrafi: "all’inclita Milano, che distrutte in questo Comune, oltre XXX abitazioni per ferale incendio, del XVIII marzo MDCCCXXVII, con largizioni magnifiche, confortò, sottrasse all’infortunio CL famiglie, i Saronnesi ponevano, di gratitudine, di amore, monumento perenne". "L’anno 1827 al 18 marzo, la violenza delle fiamme, forsennata per il vento aquilonare che soffiava, più di 800 borghigiani, dalle sconquassate e arse abitazioni, cacciò fuori all’aperto, la pietà dei milanesi, con moltissimo denaro nello spazio d’un mese raccolto, pressochè tutto ricostruì, apprenda ogni futura generazione, alla metropoli benefica, degli antenati la riconoscenza e il pegno d’amore a serbare fin quando sarà possibile".

Il monumento della Riconoscenza fu poi traslato nella vicina omonima piazza nel 1924.

Il periodo Lombardo-Veneto fu in pratica un possedimento della corona austriaca, assegnato dal 1818 al 1848 all’arciduca Ranieri, fratello dell’imperatore Francesco I. In questo tragitto storico pure i saronnesi fecero sentire il loro peso contro la dominazione austriaca partecipando ai moti insurrezionali ( la diffusione della "Giovane Italia" a Milano tra il 1832 e il 1833 ) nel 1848 con la esplosione delle "cinque giornate milanesi", in cui ebbe particolare rilievo la figura del saronnese Paolo Reina.

Dopo la prima guerra d’Indipendenza, il 16 ottobre 1849, a reggere il regno fu chiamato il generale Radetzky nel ruolo di governatore che esercitò il suo potere in termini perentori e assoluti, reprimendo il tentativo di insurrezione milanese del 6 febbraio 1853.

Il rapporto tra l’Austria e il regno Lombardo-Veneto migliorò allorquando al risoluto generale Radetzky subentrò l’Arciduca Massimiliano d’Asburgo, il quale si mosse per ridurre le distanze fra la stessa Austria e l’aristocrazia lombarda, senza tuttavia ottenere significativi risultati.

Il regno, dopo la terza guerra d’Indipendenza, cessò di esistere (1866) perché il Veneto entrò a far parte del nuovo Regno d’Italia, nel frattempo arricchitosi della Lombardia a seguito della guerra del 1859 vinta sugli austriaci.

Con il raggiungimento dell’Unità d’Italia Saronno entrò a far parte dei capitoli più recenti e conosciuti della sua storia costellata però, insieme al resto dell’intera nostra Penisola, dalle due rovinose guerre mondiali fortunatamente messe alle spalle con la Liberazione "del 25 aprile 1945".

Superata la seconda, Saronno si è trasformata da centro di antico mercato e borgo agricolo ad importante centro commerciale e industriale.
Lo stemma di Saronno, ornato di corona, assurta con decreto del Presidente della Repubblica nell’anno 1960 al grado di città, consiste in una lettera "S" nera in capo bianco ed un’altra lettera "S" bianca in campo azzurro.

Il più recente stemma è rappresentato da un castello color mattone, in campo argentato, sovrastato da un disco nero e corona metallica, perimetrato da ampia corona d’alloro.

Nell'anno 1545 il Borgo di Saronno contava 12 Chiese.  Due furono soppresse, verso la fine del 700, dall’Imperatore Giuseppe II a causa di discordie. Una, dedicata a S.Marta era dei confratelli della Sacra Cintura. Un’altra dedicata a S. Cristoforo, eretta il 3 maggio 1586, fu soppressa nel 1783. In essa si trovava uno splendido altare del 1714 davanti al venerato Crocifisso che attualmente si trova in Prepositurale e viene portato per le vie di Saronno nella Festa del Trasporto. Nella Chiesa si trovavano anche pregevoli affreschi dell’Agrati e del Bellotti andati distrutti con la demolizione della Chiesa.
Tra gli scritti lasciati da S.Carlo si legge che nella Contrada di S.Marta si trovava la Chiesa di S.Michele Arcangelo soppressa nel 1583 per volere dello stesso S. Carlo, in conformità alla riforma voluta da Gregorio XXIII. Essa esisteva prima del 1289 ed era di Patronato Zerbi.
Si ha pure notizia della presenza di una Chiesa dedicata a S. Ambrogio, demolita nel 1596, della quale era rimasto, quale ultimo ricordo, l’omonimo vicolo scomparso poi con l’abbattimento, avvenuto negli anni sessanta, del nucleo di case che vi si affacciavano.
Altra Chiesa demolita, di cui si hanno notizie, è quella di S.Solutore situata nella zona di campagna della Stra’ Colombara. Fu il Card. Federico Borromeo, nel 1633, a chiederne la demolizione.
Nella zona Santuario si hanno notizie certe di una Chiesa dedicata al Redentore e affrescata da Bernardino Lanino (1530 – 1583) demolita per consentire il prolungamento del Santuario.

La chiesa e la cultura cattolica hanno un peso rilevante nel definire le vicende socio-politiche del saronnese, tanto che l'asse principale dell'urbanistica saronnese è caratterizzato come il "percorso delle tre chiese". Di queste, il Santuario della Beata Vergine dei Miracoli e la Chiesa di S. Francesco rivestono un notevole interesse artistico.
La Chiesa Prepositurale, dedicata ai Santi Pietro e Paolo è sita in Piazza Libertà, all'interno dell'ampia area pedonale di Saronno. Fu costruita nell'anno 1783 a sostituzione della preesistente chiesa, demolita, di Santa Maria. La chiesa ospita, dal 1783, il Crocefisso che viene ogni anno portato in processione in occasione della festa del Trasporto.
Della Chiesa di Sant'Antonio Abate si hanno notizie di questa chiesetta a partire dal 1385. Durante i periodi della peste (1576 e 1630) svolse un ruolo importante l'annesso lazzaretto. L'edificio è stato restaurato negli anni sessanta. Al suo interno sono presenti tre nicchie contenenti una teca con alcune ossa di appestati ed una scultura di S. Antonio, una statua dedicata a San Rocco e da ultimo una statua in marmo raffigurante San Giovanni. L'abside ospita due scultura raffiguranti la Madonna e Sant'Ambrogio. Un mosaico che raffigura Sant'Antonio è posto sulla facciata al di sopra dell'ingresso.
La chiesa di San Giacomo fu ultimata nel 1612 (progettata nel 1578) su ordine nel nobile saronnese Ambrogio Legnani. Al suo interno sono degni di nota alcuni affreschi di Stefano Maria Legnani e del pittore milanese Santagostino. Sull'altare spicca una pala, copia del "Seicento" di Procaccini, con rappresentati la Madonna col Bambino, i Santi Giacomo e Ambrogio, Carlo Borromeo e alcuni Angeli.
Il Palazzo Visconti fu costruito nel XVI secolo fu di proprietà dell'omonima famiglia. Durante il XVIII secolo fu ceduto alla famiglia Rubini, che cambiò parzialmente l'assetto del complesso, trasformandolo in una tipica villa nobiliare con il tipico cortile lombardo. Nel 1882 divenne prima sede del Municipio e dal 1926 al 1985 sede della Pretura. È stato sede di varie associazioni fin quando, nel 2007, un incendio danneggiò gran parte dell'edificio per il quale - a tutt'oggi - non è stato ancora disposto un piano di restauro definitivo.

La villa Gianetti è situata in via Roma, a poca distanza dal centro storico della città. Fu costruita, con lo stile tipico del Rinascimento lombardo, negli anni 1919-1920 dalla famiglia Gianetti. È inserita, con un colonnato ed un patio, in un parco (aperto alla cittadinanza) di discrete dimensioni, sulle sponde del torrente Lura. Al suo interno vi sono diversi graffiti, decori e qualche tela di un certo valore artistico. Nel 1926 la villa è stata ceduta al Comune di Saronno per adibirla a Municipio.
Villa Koelliker di costruzione seicentesca, prende il nome dalla famiglia proprietaria dell'immobile fino al 1952. Oltre alla villa vera e propria la proprietà comprende numerosi edifici una volta destinati ai contadini che coltivavano i terreni limitrofi. Nel 1952 la villa venne acquistata dalla famiglia Gianetti e dedicata a casa di riposo per anziani.

Il monumento alla "Riconoscenza" è stato eretto in Saronno in Piazza Grande (l’attuale Piazza della Libertà) nel 1830, a seguito dell’incendio divampato nel Borgo il 18 marzo del 1827, nel rione di S. Cristoforo. Una donna, comunemente soprannominata la "Ciocchina", causò quel disastroso incendio mentre trasportava delle braci. Il vento, di quella domenica di marzo, trasportò alcune faville che appiccarono il fuoco alle case e alle cascine del vecchio rione saronnese, molte delle quali andarono distrutte, con gravi danni alla popolazione che lì vi abitava.
Ci fu una grandiosa gara di solidarietà, soprattutto da parte dei milanesi ai quali Saronno espresse, con la realizzazione di un monumento, la sua gratitudine. Nell’anno 1924 il monumento venne trasportato da Piazza Grande a Piazza della Riconoscenza, nel vecchio rione di S. Cristoforo, luogo ove avvenne il disastro.
Due sono le epigrafi scolpite alla base del monumento marmoreo, già richiamate nella parte storica. Il monumento e rappresentato dalla figura di una donna con accanto il pellicano, simbolo della riconoscenza.
Curiosa la storia che accompagna l'attribuzione dell'opera che si pensava, grazie ai riscontri delle cronache dell'epoca, fosse dello scultore milanese Pompeo Marchesi. Da una rilevazione effettuata sul monumento, il 16 maggio 1984, da due saronnesi, il pittore Giovanni Rossi e il maestro Vittorio Pini, si stabilì che l'opera fu eseguita dallo scultore milanese Gaetano Motelli. Un lapis sfregato su una velina mise in luce il gran segreto del nome dell'autore.

Il monumento dei Caduti fu realizzato dallo scultore Libero Andreotti nel 1925, in seguito a un concorso indetto dall'amministrazione comunale. L'opera era collocata in Piazza Cadorna, davanti alla stazione cittadina. Nel 1932 venne spostata lungo il viale che collega la città al Santuario, in seguito alla realizzazione del sottopasso ferroviario. Il monumento è costituito da un basamento cementizio su cui poggia un imponente gruppo bronzeo. La statua raffigura una donna, la Madre Patria che, con un arco, difende dal nemico; ai suoi piedi vi è un soldato caduto in combattimento. Ai lati del basamento sono collocati due pannelli, anch'essi in bronzo, che raccontano le scene della partenza e della morte dei soldati. La frase che venne incisa sul monumento è la seguente: "A rimembranza dei Prodi Saronnesi che per una madre, l'Italia, lasciarono le Madri".
Il monumento dei caduti della resistenza è il frutto della collaborazione di due artisti contemporanei, l'architetto Giorgio Grando e lo scultore Virgilio Cimnaghi. Il monumento vuole raffigurare lo spargimento di sangue per la Patria, l'immolazione della vita per gli ideali e l'incontro alla morte in circostanze eroiche. Lo stile è moderno, lineare, senza la presenza di figure tristi o struggenti come avviene in analoghi casi. La sua realizzazione è stata frutto di un concorso ed è stato inaugurato nel 1968, dando il nome alla piazza in cui si trova (Piazzale Caduti Saronnesi).
Il monumento a Giuseppe Garibaldi è costituito da un bassorilievo bronzeo realizzato dallo scultore milanese Metello Motelli. È situato sulla facciata di una casa di proprietà Zerbi, attualmente in via Mazzini (ex via del Littorio). L'inaugurazione dell'opera risale al 14 ottobre 1883, mentre la targa commemorativa, posta sotto la figura bronzea, venne collocata in occasione del Centenario della nascita di Garibaldi, il 7 luglio 1907.
Una parte del territorio della città, nella zona settentrionale, è inserito all'interno del Parco del Lura, parco locale di interesse sovraccomunale che si estende lungo la valle del torrente Lura, da Bulgarograsso fino a Lainate.

Tra le attrattive, si possono citare un centro storico a traffico limitato, il più ampio della Provincia di Varese, un sistema scolastico statale e non statale completo, dalle scuole dell'infanzia sino ad un corso universitario (Scienze Motorie dell'Università dell'Insubria), il C.D.D. "B. Teresa di Calcutta", la Comunità Alloggio per Disabili "Giovanni Paolo II", il collegamento ferroviario con Milano, Como, Varese, Laveno, Novara e Malpensa, una piscina coperta con vasca all'aperto e pista di pattinaggio sul ghiaccio (stagionale), stadio e palazzetto dello sport, unico in Lombardia con piste per sport indoor, mercato all'aperto il mercoledì mattina (con oltre 300 bancarelle, riguardo al mercato c'è un detto che dice: tri don mercà da Saron- tre donne che chiacchierano fanno il mercato di Saronno)  tre case di riposo, tre cinema più arena estiva, il civico Teatro "Giuditta Pasta", la biblioteca civica, esistente da oltre cinquanta anni e intitolata ad Oriana Fallaci nel 2006, l'Auditorium Aldo Moro, Villa Gianetti con plurime funzioni, una rete di piccoli musei, con notevoli collezioni: Museo Gianetti per le porcellane e ceramiche; Quadreria ed Archivio del Santuario; Museo del beato Luigi Maria Monti; M.I.L.S Museo delle Industrie e del Lavoro del Saronnese; Collezione De Rocchi a Villa Gianetti, una fortissima presenza di associazioni (circa duecento, incluse quelle sportive) e anche un spazio occupato (il TeLOS Squat). Sono pure presenti importanti Uffici Pubblici (Tribunale, Giudice di Pace, Agenzia delle Entrate, INAIL, C.C.I.A.A., Saronno Servizi s.p.a.). Come caratteristiche negative vanno ricordati l'elevato tasso di urbanizzazione, i pesanti ingorghi giornalieri determinati dal traffico in attraversamento della città, con il conseguente problema dell'inquinamento dell'aria (la città è inserita nella zona di attenzione del Sempione), e presenta importanti livelli di inquinamento, in particolare per quanto riguarda il PM10.

La città di Saronno offre un sistema scolastico statale e non statale completo, dalle scuole dell'infanzia sino ad un corso universitario (Scienze Motorie dell'Università dell'Insubria). Per questo motivo Saronno è il polo scolastico di riferimento per i paesi dell'area del Saronnese.

Il MILS - Museo delle Industrie e del Lavoro del Saronnese mette in luce l'importanza delle industrie e del lavoro nell'area del Saronnese. Il museo è composto da uno spazio espositivo aperto di 1400 m². e di uno spazio interno di 800 m². Sorge nelle aree adiacenti la stazione ferroviaria ed occupa alcuni vecchi capannoni delle Ferrovienord, in cui venivano, ai tempi, revisionate le locomotive a vapore. Gli spazi all'aperto sono interamente dedicati all'esposizione di veicoli ferroviari storici, tutti appartenenti al parco treni delle Ferrovie Nord Milano. Alcune opere che si possono ammirare sono una storica tettoia Liberty (vecchia copertura della stazione), una carrozza d'epoca di 1ª e 2ª classe con, all'interno, i classici velluti rossi, alcuni carri merci e veicoli di servizio, il primo locomotore elettrico del 1928 e una delle prime elettromotrici del 1929 che, con l'adiacente carrozza pilota, costituivano i primi convogli bidirezionali. La zona interna del museo si articola in varie sale, tutte ricavate in un tipico edificio industriale. Gli oggetti che si possono ammirare, tutti provenienti dalle Aziende del Territorio o da collezioni private, sono macchinari, prodotti e documenti relativi ad un periodo che va da fine Ottocento fino al boom economico degli anni sessanta.
Il Museo Giuseppe Gianetti è uno spazio espositivo e didattico e centro di documentazione e ricerca nel campo delle arti visive e plastiche, il museo espone la collezione di ceramiche del XVIII secolo raccolta da Giuseppe Gianetti a partire dal 1933, inserite nel contesto dell’abitazione di famiglia, in cui si possono ammirare anche mobili e quadri d’epoca. Il nucleo più cospicuo delle ceramiche è costituito da porcellane di Meissen, a cui si affiancano porcellane orientali cinesi e giapponesi, produzioni di importanti manifatture europee ed italiane, tra cui porcellane Ginori a Doccia, e un’ampia selezione di maioliche settecentesche italiane, soprattutto milanesi. A partire dagli anni novanta, il Museo Gianetti ha raccolto opere d’arte ceramica donate da importanti artisti contemporanei, inaugurando così una nuova sezione dedicata al ‘900 e al contemporaneo.

Anche Saronno, come altri centri della provincia di Varese, è stato al centro di un'importante creatività editoriale radiotelevisiva. Nel 1976 qui nacque una delle prime emittenti della provincia: Radio Saronno Continental FM 88,000 MHz, emittente molto organizzata e dal grande seguito, che, dopo l'esordio sperimentale nel 1976, si sviluppò fortemente nei primi anni ottanta, rilevando altre stazioni, quali Radio Studio 4 di Caronno Pertusella e Radio AC 11 di Seregno, dando il via (grazie ad una certa lungimiranza del proprio editore, il mobiliere Marco Cervi) nel dicembre 1982 al mininetwork interprovinciale Nuova Rete, attivo su 88,0 MHz, 90,0 MHz e 104,9 MHz nelle province di Milano, Varese e Como. Purtroppo l'iniziativa non ebbe però il seguito sperato (quantomeno paragonabile a quello di Radio Saronno Continental) e l'emittente chiuse i battenti cedendo le frequenze nel 1987. Sulle sue ceneri, e segnatamente sulla storica frequenza 88,000 MHz, sorse l'attuale Radio Orizzonti di matrice cattolica. Proveniente da Cermenate, si radicò a Saronno negli anni ottanta anche Happy Radio una delle più seguite emittenti commerciali del nord della Lombardia. Anche in questo caso, tuttavia, l'avvicendarsi nel gradimento del pubblico dei network nazionali portò alla chiusura dell'emittente, che cedette la frequenza (94,500 MHz) da Brunate (Co) all'emittente nazionale RDS. In tempi più recenti hanno poi operato a Saronno una street tv ed una street radio, emittenti dichiaratamente pirata illuminanti una ristrettissima area di servizio sfruttando i coni d'ombra di altre trasmittenti. Dal maggio 2005 opera la WebTV Pierodasaronno. La realtà saronnese è coperta anche dai quotidiani online varesenews.it e  il saronno.it.

Ci sono diverse manifestazioni che caratterizzano la città; le più antiche, di origine religiosa, sono: la festa del Trasporto del S. Crocifisso, dal 1734, la quarta domenica di ottobre, con la solenne processione; la festa del Voto alla Beata Vergine Maria del Santuario della Madonna dei Miracoli, dal 1577, a fine marzo, con l'offerta della cera da parte del Sindaco, come adempimento dell'antico voto mariano; la sagra di Sant'Antonio abate, il 17 gennaio, con la benedizione degli animali e dei veicoli.

Da un decennio, ha preso respiro la domenica delle associazioni in piazza, la festa di primavera dell'inizio di maggio, in cui oltre cento associazioni si presentano con bancarelle e stand nel centro pedonale; dal 2008, la festa ha assunto il nome di "Saronno una volta", in occasione dell'esibizione di costumi, veicoli e strumenti del primo Novecento. In estate, è organizzata anche la "notte bianca".

Altrettanto importante, la Civica Benemerenza della Ciocchina, che viene conferita ogni anno alla vigilia della festa del Trasporto ai cittadini benemeriti. Dopo la fine dell'anno scolastico, il secondo fine settimana di giugno, si organizza una manifestazione denominata "Musica e sport" la quale attira molti giovani sia a giocare che ad ascoltare della musica. Successivamente, nel primo o secondo fine settimana di settembre, la manifestazione musicale "Festoria" richiama giovani e meno giovani dal circondario, al suono di gruppi musicali, salutando la stagione estiva. Dall'autunno all'estate una ricca stagione di musica, con concerti la domenica mattina a Villa Gianetti o, in altre date e luoghi.

Del passato industriale, ormai quasi completamente estinto ed in buona parte documentato dalla collezione del Museo delle Industrie e del Lavoro del Saronnese, sono degni di nota gli stabilimenti della Isotta Fraschini (multinazionale dei motori per aerei, treni, barche e macchinari vari) e della Lazzaroni (biscotti). Delle ultime due attività, i marchi sono ancora utilizzati, ma la produzione è stata spostata in altre sedi; va comunque citata la Parma Antonio e figli spa che è tuttora una delle aziende leader a livello mondiale nella costruzione di impianti corazzati di sicurezza e mantiene a Saronno la sede legale, mentre la sede produttiva è stata spostata a Solaro. Un'azienda storica che rimane nel saronnese e continua a svolgere la sua attività è la ILLVA Saronno S.P.A. che produce il noto "Amaretto di Saronno" (ora commercializzato con la marca "Di Saronno"), e molti altri marchi italiani come "Artic vodka", "Rabarbaro Zucca". Produce anche diversi vini siciliani come il "Marsala Florio" e i vini "Corvo" oltre ad altre attività anche al di fuori del settore vini e superalcolici. L'economia attuale è basata sull'estesissima rete del commercio e una miriade di piccole imprese artigiane di ogni settore, oltre che su una pluralità di servizi amministrativi.

L'FBC Saronno 1910 è una delle sessanta società di calcio più antiche d'Italia e, prima del crac economico dei primi anni 2000, giocava in Serie C. Ha fornito nel 1922 un giocatore alla nazionale, Attilio Marcora, ed altri giocatori passati dall'FBC Saronno 1910 sono arrivati a vestire la maglia della nazionale maggiore, Massimo Crippa, Tonino Asta, Tommaso Rocchi. l'FBC Saronno 1910, è attualmente inattivo, dopo il passaggio nel 2010 del titolo sportivo della serie D alla Gallaratese. Sempre nel calcio, sono presenti in città le squadre dilettantistiche della Robur Saronno (fondata nel 1919) con circa 300 atleti nelle squadre giovanili e una prima squadra in seconda categoria provinciale, e l'AMOR Sportiva, fondata nel 1948. Quest'ultima, gemellata con il Milan, conta più di duecento atleti e disputa le sue partite casalinghe presso il Campo Comunale "Cassina Ferrara" sito in via Trento e presso il Centro Giovanile di via Larga.

Per quanto riguarda il ciclismo bisogna ricordare la competizione annuale "Gran Premio Città di Saronno", gara ciclistica in notturna, su circuito cittadino, organizzata dal Pedale Saronnese con il patrocinio dell'Amministrazione Comunale. La gara è riservata ai corridori ciclisti dilettanti, allievi e ed esordienti e si svolge per le vie della città alternativamente nei mesi di luglio o settembre.

Molto seguito è anche il basket: l'A.S.D. Robur Basket Saronno milita in Divisione Nazionale C, dopo lunga militanza in serie B. Il settore giovanile è uno dei migliori e più floridi della provincia; la prima squadra è seguita da un cospicuo numero di tifosi che seguono con passione la squadra biancoazzurra. L'impianto di gioco è sito nel Centro Giovanile Mons. Ugo Ronchi di via Cristoforo Colombo, 44.

Da alcuni anni, a Saronno, è praticato il tchoukball, di cui la città è la culla italiana. Il Saronno Castor è infatti il primo club di tchoukball creato in Italia. Il primo campionato nazionale di questo sport ha avuto inizio il 14 gennaio 2007 a Saronno, dove ha anche sede la Federazione Italiana Tchoukball (F.T.B.I.) e si è concluso con una finale di play-off tutta saronnese tra Saronno Castor e Saronno Pollux, conclusasi sul 52-44 per i Castor, che si sono così laureati primi campioni d'Italia. Il 13 aprile 2008, a Saronno, si sono tenute anche le finali del secondo campionato italiano, vinto ancora una volta dai Saronno Castor, che hanno sconfitto 63-60 i Limbiate Crazy Frogs dopo un tempo supplementare. Il 19 aprile 2009, a Cislago, al termine del terzo campionato nazionale, la squadra dei Saronno Castor si è confermata per la terza volta campione d'Italia, dopo la finale vinta 52 a 49 contro i Ferrara Allnuts. Il 28 febbraio 2010 i Saronno Castor si sono laureati per la prima volta Campioni d'Europa sconfiggendo in finale i Ferrara Allnuts per 55-49 dopo una due giorni di torneo che ha visto partecipare numerosi club europei provenienti dalla Svizzera, dall'Austria, dal Belgio e infine dall'Italia. Il 23 maggio 2010, ad Asti, i Saronno Castor hanno conquistato per la quarta volta consecutiva lo scudetto di campioni d'Italia, battendo la prima squadra di Ferrara 57 a 55. In seguito i Saronno Castor vincono altri due campionati italiani nel 2012 e nel 2013 prima di lasciare lo scettro alla Rovello Sgavisc nel 2014.

L’Atletica Leggera ha fatto la sua apparizione a Saronno qualche anno prima della Seconda guerra mondiale. L’atletica leggera veniva praticata dalla Viribus Unitis e dalla Unione e Forza, ma solo come estensione della loro attività principale che era la ginnastica artistica. Essa si manifestava con modeste gare locali ed era conosciuta soprattutto in virtù delle prestazioni di alcuni marciatori saronnesi tra i quali primeggiava Carlo Volonteri, protagonista di alcune memorabili 100 Km di marcia. Solo nel 1954, per merito di Francesco Ceriani, che sarebbe poi divenuto Sindaco di Saronno, si è dato vita ad una Società di Atletica Leggera che faceva parte di una Polisportiva comprendente tennis, nuoto ed altre attività minori. Francesco Ceriani fu quindi il promotore ed assieme primo presidente ed atleta della nascente Libertas Atletica Saronno la quale, nel breve volgere di qualche anno, si portava ad un livello di tutto rispetto in campo regionale. Agli atleti locali si affiancarono altri provenienti dalle vicine province e quindi si diede vita ad una squadra competitiva che è pervenuta in breve tempo a risultati prestigiosi quali il titolo di Campione d’Italia Libertas conseguito nel 1959 allo Stadio delle Terme a Roma, titolo poi confermato nel 1960 e nel 1961. Tra i primi atleti a raggiungere le vette della categoria, gli “azzurri” Luigi Castiglioni, Luigi Beretta, Alessandro Castelli, Enrico Banfi e Bruno Poserina. Oggi la OSA Saronno Libertas con più di 400 iscritti e centinaia di partecipazioni all'anno a gare di ogni livello (provinciale, regionale, nazionale e internazionale) Dal 2007, inoltre, si è affermata l'ASD Running Saronno, che si è distinta nello scenario sportivo locale con atleti impegnati tutto l'anno in gare sulla lunghissima distanza su strada e di Trail Running. L'associazione realizza inoltre l'unica competizione agonistica omologata FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera) sulla distanza dei 10 km presente sul territorio, il Running Day.

È poi presente l'A.D. T.T. Saronno, società di tennis tavolo fondata nel 1975 ed esordiente proprio in quell'anno in serie D1 regionale. Dal 1975, dopo fasi alterne, tra le quali un secondo posto nel ranking delle società italiane, e con l'avvicendarsi di diversi pongisti, il traguardo massimo raggiunto è stata la serie B1 Nazionale. Dalla stagione agonistica 2002/2003 arriva la possibilità economica di poter accedere alle categorie superiori, con annesso acquisizione di un giocatore di primo livello, quale Xu Fang. Nello stesso anno il Saronno vince il campionato Nazionale di serie C1 e partecipa con ottimi risultati alle categorie C2, D1, D2, A2 Veterani e B Veterani. Si susseguono varie vicende, fra le quali è doveroso menzionare il titolo che nel 2005 il TT Saronno si aggiudica: Campioni Italiani Veterani. In seguito si assiste ad un lento ma inesorabile declino, dovuto al depauperamento della generazione di giocatori che tanto avevano dato al TT Saronno. Le ultime vittorie di un campionato (regionale D1) risalgono alle stagioni 2006/2007 e 2007/2008. Nel momento più disagiato della recente storia dell' AD TT Saronno e con il numero di associati al minimo storico, arriva la svolta sportivo-societaria nella stagione 2010-2011. Si partecipa al campionato provinciale di D2 con 3 squadre, puntando su giocatori nuovi e prevalentemente giovani. Arriva così, al termine dell'avvincente finale play-off del 14 maggio 2011, l'importantissima promozione in serie D1 regionale. Oggi l'AD TT Saronno “Cattaneo & Garini” è una moderna associazione sportiva, con un ampio staff di collaboratori, che opera secondo un programma di sviluppo pluriennale ben definito. Il numero di associati per la stagione 2011-2012 ha già superato le 60 unità ed è in costante crescita.

Importante anche la partecipazione alla pallavolo che con la società sportiva Pallavolo Saronno, che gioca al Paladozio, ha visto la scalata di questo comune fino alla serie B1. Con softball e nell'atletica (Osa Saronno Libertas) varie squadre saronnesi militano in campionati di notevole importanza.

Dal gennaio del 2006 la città è dotata di uno spazio polisportivo chiuso, intitolato a Felice Dozio o detto Paladozio ,comprendente campo da basket e polivalente, tribune e, soprattutto, una pista coperta per diverse discipline atletiche (salto in lungo, salto in alto, salto con l'asta, 60 m, etc.), unica in Lombardia, già usata per gli allenamenti anche da squadre ed atleti nazionali. È inoltre presente un ampio stadio di calcio, situato in via Biffi 1, denominato "Stadio Colombo-Gianetti" nel quale vengono disputate le partite casalinghe del Saronno FBC.

Notevole è anche il patrimonio di palestre presenti nella città.

Persone legate a Saronno:
Giovanni Antonio Amadeo, scultore e architetto del tiburio del santuario della Beata Vergine.
Sergio Zampetti, flautista.
Giulio Balestrini, calciatore.
Emilio Banfi, atleta olimpico.
Silvio Berlusconi, politico e imprenditore, ha trascorso parte della sua infanzia a Saronno.
Enrico Boniforti, calciatore.
Paolo Brera, cantante.
Paride Brunetti, ufficiale di carriera e comandante partigiano.
Roberto Colciago, pilota automobilistico.
Emilio Colombo, giornalista sportivo.
Gino Cortellezzi, calciatore.
Francesco De Rocchi, pittore.
Erminio De Scalzi, vescovo ausiliario di Milano.
Alessandro Fei, giocatore di pallavolo.
Giorgio Fontana, scrittore.
Laura Frigo, pallavolista.
Dario Frigo, ciclista.
Giovanni Battista Migliori, avvocato e uomo politico cattolico (FUCI, PPI e DC).
Cinzia Molena, attrice, modella.
Luigi Maria Monti, beato, fondatore della Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione.
Raf Montrasio, musicista.
Leonardo Natale, ciclista.
Giulio Paggio, partigiano.
Antonio Parma, industriale della sicurezza, Cavaliere del Lavoro nel 1922.
Giuditta Pasta Negri, cantante lirica.
Lorenzo Perini, atleta.
Massimo Picozzi, psichiatra, criminologo, personaggio televisivo.
Elisabetta Preziosa, ginnasta.
Angelo Ramazzotti, patriarca di Venezia e fondatore del PIME.
Ghazy Randa, scrittrice.
Giorgio Tavecchio, giocatore di football americano nella NFL.
Lorenzo Vismara, nuotatore.
Luca Volontè, politico.
Alberto Volpi, ciclista.
Tranquillo Zerbi, ingegnere meccanico direttore dei dipartimenti di progettazione FIAT del periodo interbellico.
Giovanni Lattuada, olimpionico. medaglia di bronzo agli anelli olimpiadi di Los Angeles 1932.
Gian Maria Volonté, attore. Il padre era originario di Saronno.
Augusto Rezzonico, politico, senatore e sindaco della città.
Lara Comi, europarlamentare di Forza Italia.



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lunedì 4 maggio 2015

I LAGHI LOMBARDI : IL LAGO DI LUGANO

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Il lago di Lugano o Ceresio è uno dei grandi laghi della regione subalpina del versante italiano, che si estende in gran parte in territorio svizzero (Canton Ticino). Al territorio politico italiano appartengono: la riva occidentale tra Porto Ceresio e Ponte Tresa; il bacino di NE., detto Ramo di Porlezza, e il piccolo territorio isolato di Campione d'Italia. La posizione geografica del lago è: 45° 54′-46° 2′ lat. N. e 8°52′-9° 7′ long. E. L'altitudine media delle acque è di 270 metri s. m.; la profondità massima, fra Gandria e Punta S. Margherita, è di m. 288; la profondità media si calcola di metri 130; la superficie di kmq. 48,90, di cui kmq. 30,86 appartenenti alla Svizzera e kmq. 18,04 all'Italia; il volume delle acque di kmc. 6,56. La larghezza media si calcola di Km 1,050; la massima tra Lugano e Caprino raggiunge i 3 km. Lo sviluppo delle sponde è di km. 93,04, di cui 58,62 alla Svizzera e 34,42 all'Italia. Il bacino imbrifero è di kmq. 614,51, corrispondente a circa 13 volte la superficie del lago. Le oscillazioni di livello (tra la massima magra e la massima piena) raggiungono metri 3,18. Le acque hanno alla superficie una temperatura media di 14°,5 (minima 5°,8; massima 23°,2) e il loro colore è verde-azzurro, che d'inverno per la maggiore trasparenza si fa più carico, mentre d'estate i toni della colorazione sono appannati e velati, per opera sia del detrito convogliato dai fiumi, che intona al grigio o al giallo la tinta normale, sia della lussureggiante vegetazione di Diatomee' Dinobrie e Ceratiee; quest'ultima, però, non è abbastanza forte per conferire all'acqua del lago la propria caratteristica tinta brunastra, sicché è sempre nettamente riconoscibile la tonalità fondamentale verde azzurrina delle acque del Ceresio.
Assai complessa è la forma del lago di Lugano, tuttavia vi si distinguono: un ramo orientale, da Porlezza alla Punta di Poiana, la quale lo divide in due rami minori, uno protendentesi sino a Capolago e l'altro sino a Porto Ceresio; un ramo occidentale, corrispondente alla continuazione della valle del Vedeggio, diretto da N. a S., e formante, a sua volta, una piccola diramazione che, dopo essersi ristretta a Lavena, si apre nel grazioso bacino di Ponte Tresa, il quale ha grande importanza perché di qui, a mezzo del fiume Tresa, le acque del Ceresio si scaricano in quelle del Verbano. Anche nell'uso popolare si distinguono nel lago parecchie sezioni poiché si parla di Laghetto di Ponte Tresa, di Lago di Agno, del Golfo di Porto, dei seni di Capolago e di Morcote, del ramo di Porlezza, riservando il nome di Lago di Lugano al magnifico golfo che, in dolce arco, si apre dinnanzi alla città. Considerando, invece, il lago sotto il riguardo idrologico (livello, regime, forma del fondo), esso viene distinto dal ponte-diga di Melide e dalla stretta di Lavena, nei seguenti bacini contenitori: il bacino di Lugano (profondità m. 288, superficie kmq. 27,47); il bacino di Morcote (profondità m. 85, superficie kmq. 20,32); il bacino di Ponte Tresa (profondità m. 50, superficie kmq. 1,11).

Il fondo del lago nel suo complesso si presenta variamente costituito: una grande valle a fondo piatto, che è scavata nei calcari e nelle dolomie, nel tratto Porlezza-Lugano, per la quale s'incanalò un ramo del ghiacciaio abduano; una vasca, a due rami divergenti, scavata nei porfidi rossi e bruni, assai meno profonda, lungo la quale s'incanalò un ramo del ghiacciaio del Ticino; una terza valle accidentata, da Figino ad Agno, scavata in gran parte nei porfidi, per la quale pure s'incanalò un ramo del ghiacciaio del Ticino; il laghetto di Ponte Tresa, simile a una coppa, corrispondente al solco che sbocca a Luino, per il quale venne a defluire un altro ramo del detto ghiacciaio del Ticino.

Le rive del Ceresio sono alte, ma quasi dappertutto s'incontra una piccola cornice piana, detta, nel dialetto locale, bruà; rare sono le rive lunghe, propizie alle fanerogame acquatiche.

Ancora controversa è l'origine di questa come delle altre grandi conche lacustri subalpine; certo è che il principale agente morfologico dovette essere costituito dalla potente azione escavatrice dei ghiacciai. Il lago Ceresio non ha nessun grande immissario. In esso affluiscono vari piccoli corsi d'acqua, fra i quali degni di nota: il Cassarate (18 km.), il Vedeggio (21 km.), la Magliasina (14 km.); minore importanza hanno il Soldo, da cui ha nome la Val Solda, il Rezzo, il Cuccio, l'Oriolo, il Laveggio o fiume di Riva.

Col suo imponente emissario Tresa, il lago Ceresio si scarica nel Verbano, per cui esso può dirsi appartenente al sistema idrologico lombardo, rispetto al quale ha l'importante funzione di regolatore delle acque del Verbano. Per il fatto poi che gli affluenti del lago non vengono da ghiacciai, le piene di questo bacino dipendono dalle piogge primaverili e autunnali, irregolari ma fortissime, mentre mancano le piene estive. Nel bacino imbrifero del Ceresio è compresa la regione Tamaro-Camoghè, una fra le più piovose della regione subalpina (2190 mm. di media annuale) e una parte del versante del Monte Generoso (1980 mm. di media annuale). Gli enormi volumi d'acqua che talvolta in poche ore si riversano sulle Prealpi Luganesi, e da queste nel Ceresio, innalzano persino di 1 m. il suo livello in 24 ore, portandolo in un sol giorno dalla magra alla piena. Fra le più ampie oscillazioni si ricorda quella del 1896: in aprile una magra di 0,04, in novembre una massima piena di + 2,99.

Lungo le rive del Lago di Lugano sorgono numerosi centri abitati, i quali nell'industria alberghiera hanno trovato una ragione di grande prosperità. Fra i più noti citeremo: Porlezza, Lugano, Campione d'Italia, Melide e Bissone, unite da un ponte-diga che traversa il lago, Capolago, Porto Ceresio, Ponte Tresa, Agno.
Sino dalla metà del secolo XIX le acque del Ceresio furono solcate da battelli a vapore; il 31 agosto 1848 il primo battello a ruote, il Ticino, iniziò il servizio fra Lugano e Capolago. Attualmente la flotta conta 9 battelli capaci di una portata complessiva di 2930 passeggeri. Il lago è poi, da Capolago a Lugano, traversato e percorso dalla ferrovia del Chiasso-Gottardo-Lucerna; un'altra ferrovia unisce Porlezza a Menaggio sul Lago di Como; una tramvia unisce Ponte Tresa a Luino e a Varese; Ponte Tresa a sua volta è collegata con ferrovia elettrica a Lugano. Notevoli sono poi nei dintorni le funicolari che salgono al Monte San Salvatore, al Monte Bré e a Lanzo d'Intelvi, oltre alla bella ferrovia a cremagliera che sale al Monte Generoso sopra Capolago. Varie altre tramvie uniscono Lugano ai tanti e graziosi paesi delle valli vicine.

Ceresio, l'altro nome del Lago di Lugano, è l'italianizzazione del nome latino Ceresium, di etimologia incerta: secondo alcuni dal latino "cerasa" cioè ciliegia, secondo altri ci sarebbe un'origine più antica da individuarsi in un antico toponimo romano "Ceresium" la cui traduzione più accurata sarebbe: "più blu del cielo". Un'ulteriore, più accurata versione, dice che il nome deriva dal celtico "keresius" che significa "ramificato" ed in effetti la forma del Lago Ceresio è proprio ramificata, con più rami.

Nonostante i gravi danni dovuti all'inquinamento, il lago è molto pescoso. A parte alcune zone protette, come nelle foci dei fiumi Cassarate, Laveggio, Magliasina e Vedeggio, è possibile pescare ovunque anche se a condizioni diverse.

Le più comuni specie ittiche autoctone che popolano il Ceresio sono l'agone, l'anguilla, il barbo, la Bottatrice, il cavedano, il luccio, la scardola, la savetta, la tinca e la trota lacustre.

I pesci autoctoni che invece sono presenti in maniera minore sono la Cagnetta, il Ghiozzo padano, il temolo, il pigo, il triotto, l'alborella (estinta in seguito all'introduzione del gardon ed ora in ripresa), oltre che ad altre specie minori.

Tra le specie alloctone sono presenti: il salmerino alpino, il Persico trota, la Carpa, il Coregone (coregone bondella e coregone lavarello), il lucioperca, il persico reale, il Gardon, il persico sole ed il pesce gatto.

Le specie protette sono l'alborella, il temolo ed il gambero di fiume autoctono (Austropotamobius pallipes).

Nel 1895 è stato introdotto il salmerino, prelevato dal lago di Zugo, mentre tra il 1894 e il 1897 è stato immesso il coregone.

La diga di Melide priva d'impianti di risalita ha avuto un forte impatto sulla cheppia (Alosa fallax) che non riesce a raggiungere le acque del lago per riprodursi.

A causa di un'immissione di ignota provenienza, avvenuta verosimilmente verso la fine degli anni ottanta, il gardon ha trovato habitat ideale sostituendosi all'alborella, che si è quasi estinta. Si sta pensando ad un ripopolamento controllato soprattutto nelle zone di Ponte Tresa.

Negli ultimi anni, come conseguenza della presenza massiccia di cormorani sul Ceresio, si sono visti diminuire molte specie di pesci, a soffrirne ne è soprattutto il gardon (che è una specie aliena invasiva). Oltre alla fauna già citata, il lago è popolato da cigni, folaghe e germani reali.

Tutta la fascia a ridosso della riva meridionale del lago di Lugano è ricca di fossili. Il centro di questi giacimenti fossiliferi è il Monte San Giorgio, dove si sono trovati fin dall'Ottocento numerosissimi fossili del Triassico medio (circa 240 - 230 milioni di anni fa).

Il giacimento di Monte San Giorgio si prolunga verso ovest in territorio italiano nel giacimento di Besano.

Fossili risalenti al Giurassico inferiore (circa 180 milioni di anni fa) sono stati trovati sempre lungo la riva meridionale del lago, più a est, a Osteno.

Secondo il diritto internazionale, a causa della sua conformazione il Ceresio è inquadrato ai fini della Convenzione di Montego Bay come acque territoriali e non come acque interne, stabilendo così il principio della libera navigazione inoffensiva nel suo bacino. L'Italia con il decreto 633/72 regolamenta le proprie acque territoriali e le definisce acque italiane del lago di Lugano come zona extradoganale in cui non si applica la normativa doganale italiana in fatto di IVA al 22% e le altre accise. Anche per la licenza di pesca esiste un unico regolamento stabilito dalla Convenzione italo-svizzera per la pesca. Questo regolamento internazionale sostituisce tutte le norme regionali e provinciali della Lombardia e quelle cantonali del Canton Ticino.

Attorno al lago, numerosi parchi  invitano a intraprendere distensive passeggiate. Per esempio, il Parco Scherrer a Morcote, che combina scultura e architettura di numerosi Paesi ed epoche con cedri, pini del Messico, canfori, eucalipti, azalee, palme, bambù, etc. o ancora il Parco Belvedere direttamente sulle rive del Lago di Lugano. In primavera, nel periodo di fioritura, i visitatori possono ammirare le magnolie e le camelie in tutto il loro splendore.

Il paradiso di villeggiatura del Lago di Lugano  permette di scoprire la storia e la cultura della Svizzera: per esempio al Museo svizzero delle dogane a Gandria (chiamato anche "Museo dei contrabbandieri"), che mostra come i contrabbandieri portavano avanti i loro traffici in questa regione un tempo poverissima assumendosi grandi rischi, o al Parco "Swiss Miniatur", che presenta le più importanti attrattive della Svizzera in scala 1:25




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domenica 3 maggio 2015

L'ISOLINO VIRGINIA

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L'Isolino Virginia è un triangolo di terra assai suggestivo situato a pochi metri dalla riva occidentale del Lago di Varese, nel territorio di Biandronno; solo uno stretto canale detto Ticinello lo separa dalla terraferma.

La superficie del luogo (9200 m2) è quasi interamente coperta da una lussureggiante vegetazione che ospita numerosi animali selvatici tra cui la folaga, il germano, lo svasso, il tarabusino e la gallinella d'acqua: essi trovano tra i folti canneti che prosperano lungo le rive l'ambiente ideale per vivere in assoluta tranquillità. La flora è composta da salici, querce, ontani neri, ninfee, pungitopo e alcuni esemplari rari come il cipresso calvo delle paludi. Essendo uno dei siti più famosi della preistoria europea, l'area è sottoposta a vincolo.

L’8 Giugno del 1652 il lago di Varese che si chiamava “lago di Bodio,Azzà,Calcinate,Gavirate e Bardello”, venne acquistato dal Conte Francesco Biglia, nel XVI secolo l’Isola di San Biagio “Isoletta” non fu inclusa e rimase di proprietà dei conti Besozzi dove vi era una “casina di caccia”, nel 1779 il lago di Varese passò di proprietà a Pompeo Litta Visconti Arese con la moglie Maria Elisabetta Visconti Borromeo.Pompeo Litta, innamorato dell’ameno lago, acquistò il 20 Luglio 1822 l’Isola di San Biagio/San Nazario dagli eredi Besozzi-Castellani de Merani ribattezzandola Isola Camilla in onore della moglie.

Costruirono una piccola casa sui resti dell’antica chiesetta di San Biagio, appassionati della natura nella silente Oasi, l’arricchirono di vegetazione e di fauna lacustre, fu un punto di ritrovo degli illustri ospiti come il conte Carlo Gaetano di Caisruch arcivescovo di Milano, il Principe generale Carlo Swarzenberg, il Duca degli Abruzzi Luigi Amedeo, il Ministro degli Esteri On. Tittoni. Nel 1865 venne acquistata dal dr Andrea Ponti e nel 1878 venne ribattezzata Virginia in onore della moglie Marchesa Virginia Ponti Pigna, nel 1881 il comune di Biandronno, riconobbe al senatore Ponti il diritto esclusivo di pesca, venne costruito uno chalet dove ospitare gli innumerevoli amici, venne dedicato un museo allestito dal Prof. Pompeo Castelfranco in collaborazione del Ponti.

Negli anni '60 dell'Ottocento studi compiuti dall'abate Antonio Stoppani rivelarono la presenza di un insediamento preistorico. Pazienti ricerche portarono alla luce uno dei più importanti siti palafitticoli del Neolitico, risalente all'incirca al 3500 a.C. Furono recuperati manufatti in quarzo, lamine in selce e ossidiana, cuspidi di freccia. Dal 1962 la donazione del marchese Ponti ha sancito il passaggio della proprietà al Comune di Varese.

La villetta eretta dai Ponti nella seconda metà dell'Ottocento è oggi sede di un piccolo Museo Preistorico, che dipende del Museo Civico Archeologico di Villa Mirabello: qui è conservata parte della raccolta di reperti rinvenuti sull'isola; il restante materiale archeologico è esposto nei Musei Civici di Varese. Il Museo Ponti, visitabile solo da aprile a ottobre durante i fine settimana e nei giorni festivi, è raggiungibile in barca da Biandronno con un servizio pubblico, ma ci sono attracchi anche per mezzi privati. È possibile prenotare visite guidate durante tutto il periodo dell'anno.

Nel parco archeologico è presente un percorso didattico all'aperto dove, nei pressi del bar-ristorante aperto tutto l'anno, è esposto un calco di struttura neolitica datata tramite un tronco d'acero 4800-4680 a.C. Questo sentiero strutturato didatticamente illustra la preistoria del Lago di Varese, le sue genti, la vita che conducevano: in particolare è possibile approfondire l'uso che le popolazioni stanziali facavano delle caratteristiche abitazioni sull'acqua, le palafitte.




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LE CITTA' DEL LAGO DI VARESE : GAVIRATE

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Gavirate  è un comune italiano della provincia di Varese in Lombardia disposto lungo le rive del Lago di Varese, a cui un tempo dava il nome, in posizione quasi di controllo, è una cittadina dalle origini antichissime.

Oltre alle frazioni maggiori, Voltorre e Oltrona al Lago, comprensiva della località Groppello, che fino al 16 settembre 1927 erano comuni autonomi, Gavirate ha al suo interno ben quattro nuclei cittadini indipendenti: Armino, Pozzolo, Fignano e Gavirate .

Per quanto riguarda l’etimologia del nome del comune sono state formulate diverse ipotesi. Secondo alcuni esso risalirebbe a origini latine, per altri avrebbe origini celtiche. Il paese risulta indicato con il termine Gavirado in un documento del re longobardo Liutprando, databile 713, con “Guairà” in riferimento al casato di Carlo V (1558), con “Guirate” relativamente al casato di Maria Teresa d'Asburgo (1722).

Il territorio gaviratese fu abitato fin dal VII millennio a.C., come dimostrato dai ritrovamenti palafitticoli sulle rive dell’odierno lago di Varese. L'area dell'odierno comune venne sottoposta al dominio gallico a partire dagli inizi del IV secolo a.C. e nel corso del II secolo a.C. venne occupata dai romani, divenendo parte della provincia della Gallia Cisalpina nell’89 a.C.

Relativamente al periodo alto medievale è importante il ritrovamento di un diploma dell'anno 713 in cui il re longobardo Liutprando ha legato il borgo di Gavirate al monastero di San Pietro in ciel d'oro di Pavia. Per quanto riguarda il periodo basso medievale risulta rilevante, nel XII secolo, l’insediamento di alcuni monaci dell’ordine monastico Fruttuariense nel chiostro Voltorre.

Gavirate, a partire dal 1500, come tutto il Ducato di Milano, fu interessato da saccheggi e dalle invasioni di truppe mercenarie durante il conflitto franco-spagnolo. Nel XVI secolo, in seguito alla diffusione delle peste bubbonica, venne edificato un sito, il lazzaretto, in cui venivano seppellite le vittime dell’epidemia.

Gavirate, dopo la morte del re di Spagna Carlo II e il successivo trattato di Rastadt del 1714, passò dalla dominazione spagnola a quella austriaca. Durante questo periodo, significativo è il governo di Maria Teresa d'Asburgo, nel corso del quale si ebbe una rilevante ripresa socio-economica, incentivata anche dalla creazione del primo catasto della zona. Il Governo Napoleone fece di Gavirate un centro di aggregazione distrettuale, attettendogli buona parte dei comuni confinanti, ma l'esperimento ebbe bruscamente fine nel 1815 col ritorno degli austriaci. Fu proprio l'amministrazione tedesca ad autorizzare l'elezione del primo Consiglio Comunale nel 1824.

Nel 1927 il comune, parte della provincia di Como, passa alla provincia di Varese.

Il mercato di Gavirate risale alla prima metà del secolo XVI. Il 20 giugno 1539 Carlo V concesse al signore di Brebbia e di Gavirate il diritto di istituire un mercato ogni venerdì, con le esenzioni e i privilegi connessi. Le ragioni di tale concessione vanno ricercate nel fatto che gli spagnoli volevano "risarcire" il territorio gaviratese, danneggiato a causa delle razzie connesse al conflitto franco-spagnolo.

Gli anni successivi videro un'espansione del mercato, che, nella seconda metà del XVI secolo, divenne centro di scambio commerciale per bestiame e prodotti agricoli per tutta l'area circostante; in particolare in esso si tenevano, due volte l'anno, nei mesi di luglio e ottobre, le fiere.

Il mercato si tiene ancora oggi al venerdì, come vuole la tradizione.

La chiesa parrocchiale di San Giovanni Evangelista conserva un artistico organo del 1901, opera di Vincenzo Mascioni di Azzio.

All'inizio degli anni '80 il Comune ha deciso di ristrutturare la Villa De Ambrosis, che aveva acquisito nel 1974. La ristrutturazione della splendida villa, situata non lontano dal Municipio e costituita da un elegante quadriportico, ha dato vita alla nuova sede della biblioteca comunale, inaugurata nel 1997.

Nell'ampia struttura è stato ricavato uno spazio da adibire a Sala Consiliare. La sala, ampia e luminosa, predisposta per le sedute del Consiglio Comunale, ha una capienza di circa 100 posti e ospita importanti incontri. Si tengono, per esempio, concerti, incontri con autori, conferenze, reading, letture animate per bambini, esposizioni, mostre e iniziative culturali di vario genere.

Il Parco Morselli sorge nelle vicinanze della chiesa della Santissima Trinità ed è così chiamato in memoria dello scrittore Guido Morselli, che donò il terreno al Comune di Gavirate. Vi si trovano una zona giochi per bambini, un’area pic-nic ed un percorso ginnico. Spettacolare è il panorama visibile dal punto più alto del Parco, dove è possibile ammirare il Lago di Varese, le Alpi piemontesi e le Prealpi varesine.
Il museo della pipa è il primo museo della pipa in Italia, costruito verso la fine degli Anni Settanta da Alberto Paronelli, il quale decise di esporre i numerosi pezzi raccolti durante i suoi viaggi all'estero. Oggi la parte espositiva conta una decina di sale, attrezzate con circa 30.000 pezzi, che comprendono pipe, utensili, macchinari, volumi cartacei, porcellane e terrecotte. Tra le più significative collezioni si ricordano pipe precolombiane del Messico e dell'America Centrale, pipe francesi e pipe scolpite a mano. All'interno di questo museo è inoltre possibile prendere parte a incontri, scambi culturali e dibattiti con gli esperti in questa materia.

Il Chiostro di Voltorre in Gavirate, proprietà della Provincia di Varese dalla fine degli anni Settanta, è situato lungo una delle direttrici di penetrazione tra il nord Europa e il Contado del Seprio, verso Milano.
Nel Medioevo il Chiostro era cuore di un complesso monastico fiorente, avamposto nelle Prealpi della riforma benedettina promossa da Guglielmo da Volpiano, fondatore della potente Abbazia di Fruttuaria, da cui Voltorre dipendeva nel XII secolo. Le prime notizie sull'esistenza dell'ecclesia Vulturni risalgono, infatti, a un privilegio pontificio rilasciato nel 1154 all'Abbazia di San Benigno di Fruttuaria, nonostante la chiesa, dedicata a San Michele - il cui culto era largamente diffuso nel Medioevo, grazie all'impulso impresso dalla devozione longobarda - fosse stata sicuramente edificata in epoca precedente. Una recente campagna archeologica ha infatti individuato quanto resta delle fondamenta di due absidi, databili rispettivamente al V e VI secolo, sulle cui rovine fu edificata la chiesa romanica, risalente alla fine dell'XI secolo. Di dimensioni ridotte, è composta di una sola navata, con abside semicircolare, ornata da una cornice di archetti pensili, caratteristici del linguaggio romanico; la facciata, invece, risistemata in epoca successiva, non porta memoria del passato medievale.

In posizione disassata rispetto alla chiesa, si erge la torre campanaria, sorta intorno al XII secolo. Il massiccio volume quadrangolare, rifinito agli angoli, come di consueto, con conci di pietra di ampia dimensione, è alleggerito da alcune feritoie e monofore e da un'ampia cella campanaria, nella quale era collocata una campana tardomedievale firmata da Magister Blasinus di Lugano.

Il corpo di fabbrica principale è costituito dal chiostro. Esso è collocato dietro la chiesa - la cui abside venne parzialmente inglobata nel perimetro del chiostro stesso - e risulta orientato su un asse lievemente diverso, formando un quadrilatero irregolare. Appare citato per la prima volta nel 1202, in un'epoca assai florida nella storia del priorato: la sua costruzione, protrattasi per alcuni anni, come suggerito dalle lievi differenze stilistiche, doveva essere assai recente. Basandosi sui caratteri architettonici dei diversi lati si può presumere che la costruzione sia cominciata da quello occidentale - che presenta stilemi più arcaici - proseguendo con quelli meridionale e orientale, per concludersi con il lato settentrionale, che si mostra più progredito, nell'uso del cotto e degli archi a tutto sesto, in sostituzione della trabeazione.

La costruzione del chiostro è legata allo scultore locale Lanfranco da Ligurno, vissuto alle fine del XII secolo e impegnato anche nel cantiere della chiesa di S. Maria del Monte a Velate. La sua firma, infatti, compare su un capitello del lato orientale accompagnata dal termine "magister", particolare che induce a ritenerlo il progettista dell'intero chiostro. I capitelli sono caratterizzati da una grande varietà di forme e decorazioni - che spaziano dalle tipologie più elementari ad altre di tipo complesso, con motivi geometrici, stilizzazioni del mondo vegetale, protomi umane o animali, esseri fantastici - anche se nel complesso si possono ricondurre ad una matrice unica, risalente al tardo romanico lombardo e alla versione che ne diedero i Maestri Comacini.

La comunità monastica insediata a Voltorre osservava la Regola di San Benedetto ed era governata da un priore nominato dagli Abati di Fruttuaria, che ne controllavano e regolavano, oltre alla vita religiosa, l'attività economica e amministrativa. I priori di Voltorre rivestirono per oltre un secolo e mezzo un ruolo rilevante nella zona, compiendo per conto degli abati visite periodiche ai monasteri soggetti, per giudicare, sanzionare, ricevere giuramenti di obbedienza e riscuotere i censi. Nella prima metà del XIII secolo, all'apice della sua storia, la comunità era piuttosto numerosa, composta da oltre venti persone tra monaci e conversi (laici impegnati a lavorare per il monastero). In seguito il numero cominciò a diminuire, finché alcuni documenti del XV secolo rivelano che la comunità non superava ormai i due o tre membri.

Nel 1333 l'assegnazione in commenda - il commendatario era estraneo alla vita monastica e non risiedeva in loco - del priorato di Voltorre segnò, come di consueto, la sua lenta decadenza. Il commendatario Alessandro Sforza lo cedette così, nel 1519, al pontefice Leone IX, che a sua volta lo attribuì ai Canonici Lateranensi - un ordine di chierici che osservava la regola agostiniana - di Santa Maria della Passione, i quali trasformarono Voltorre in una vera e propria azienda agricola. La loro gestione portò a Voltorre rinnovato vigore: in particolare, grazie all'opera del canonico Raffaele Appiani, ricordata da un'epigrafe del 1640, furono messe in opera svariate sistemazioni, tra cui quelle del terreno digradante verso il lago e della corte rurale, che fu estesa intorno agli edifici del monastero, per meglio supportare la funzione ormai preponderante del complesso. Tra Seicento e Settecento venne inoltre ristrutturata la chiesa, che fu sopraelevata, ingrandita con l'aggiunta di una cappella e dotata di una nuova facciata e di un apparato decorativo barocco.

Nel 1798, nell'ambito della politica d'espropriazione dei beni appartenenti ai latifondi monastici, il governo francese tolse il beneficio ecclesiastico, mettendo in vendita il chiostro e gran parte degli edifici circostanti. Gli atti catastali degli anni successivi evidenziano un continuo frazionamento del complesso, che perde completamente la sua unitarietà, diventando residenza rurale e deposito di attrezzi agricoli di privati cittadini.

Verso la fine del XIX secolo si cominciò a comprendere il valore dell'intero complesso e alla sorte di Voltorre si interessarono numerosi esponenti del mondo della cultura, dall'architetto Luca Beltrami al pittore Luigi Conconi, allo scultore Ludovico Pogliaghi, i quali si adoperarono per avviare una campagna di restauri. Cominciarono così nei primi anni del Novecento numerose trattative tra la Soprintendenza e i proprietari delle varie porzioni del chiostro, per eseguire opere di manutenzione. Nell'ottobre del 1913, però, a causa di un improvviso incendio che provocò gravi danni alle strutture claustrali e la distruzione di parte dei capitelli e delle colonnine, le trattative si interruppero, per riprendere nel dopoguerra, quando lo Stato riuscì finalmente ad acquistare una parte del chiostro e, nel 1929, a cominciarne il restauro. Nel 1954 la Provincia di Varese comprò una parte del monumento e nel 1978 entrò in possesso della restante porzione, grazie all'affidamento della quota appartenente al Demanio.

Oggi il chiostro, completamente restaurato, è sede di attività culturali ed espositive legate alla sua storia e all'arte contemporanea.

Dal punto di vista geologico il territorio su cui sorge Gavirate è costituito in gran parte da roccia calcarea sedimentaria di origine marina, stratificatasi nel corso dell’era mesozoica. Sollevamenti tettonici successivi - era cenozoica - hanno dato origine, nell’ambito del più vasto fenomeno dell’orogenesi alpina, all’attuale massiccio del Campo dei Fiori, alle cui pendici si trova Gavirate. La parte più bassa del territorio che si affaccia sul lago ed è sede delle frazioni di Voltorre e Oltrona, è costituita perlopiù da detriti alluvionali, portati dai movimenti dei ghiacciai nell’era quaternaria. Altra rilevante caratteristica geologica è rappresentata dal carsismo. Le rocce ricche di calcare sono facilmente erose dall'azione sia meccanica che chimica dell'acqua: in esse, col passar degli anni, si creano grotte, gallerie e anfratti che presentano le tipiche caratteristiche ipogee del territorio carsico, ovvero stalattiti e stalagmiti. Il torrente Tinella, situato nella zona compresa tra Benedetto di Oltrona-Groppello e la strada comunale, ha dato così origine al tunnel denominato “Ponte del Diavolo”, una galleria carsica lunga 18 metri. La galleria è preceduta da una cascatella con cui il torrente Molina confluisce nel Tinella.

La fauna e la flora sono una fusione di quella tipica lacustre e boschiva. La fertile zolla del territorio gaviratese è in superficie ricca di humus, ciò permette la crescita di piante ad alto fusto come castani, betulle, faggi, ontani neri, querce, acacie, frassini, ciliegi e noccioli nei pendii più bassi. Nel sottobosco sono presenti fiori delicati come l'anémone epatico, il ciclamino, il bucaneve, l'ellèboro, il garofano, l'iris, il mughetto, la potentilla e il narciso; comuni sono anche i funghi porcini, i finferli e la velenosa amanita falloide. Avvicinandosi alle rive del lago, tra le specie più caratteristiche si possono trovare canneti, ninfee, nannuferi, millefogli d’acqua e castagne di lago. Per quanto riguarda la fauna, il territorio del Campo dei Fiori ospita una certa quantità di mammiferi quali ad esempio ermellini, faine, donnole, puzzole, lepri, ricci, scoiattoli, pipistrelli, tassi e volpi. Vi sono poi numerosi uccelli stanziali, come gazze, tarabusini, cormorani, nibbi bruni, cigni, starne, germani reali, folaghe; e migratori, come allodole, beccacce, averle, storni, tordi, e capinere. La fauna ittica è costituita da specie più comuni quali il carassio, la scardola, il luccio, il pesce gatto, il lucioperca, il pesce persico e il siluro che, pur essendo una specie non originaria del luogo, è ormai molto comune. Il siluro non è l’unica specie invasiva presente. Si deve notare per esempio che il gambero rosso proveniente dalla Louisiana ha soppiantato il gambero autoctono, andando a modificare l'ecosistema. Tra le specie tipiche del lago troviamo anche la rana verde, la raganella, la rana di Lataste, la natrice dal collare, il gerro, la libellula imperatore, la damigella e il ditisco.

Gavirate offre diversi esempi di progetti ecologici. Tra questi spicca per importanza la divisone tra acque chiare e acque scure dei canali fognari, che permette una migliore depurazione idrica (ordinanza comunale n°L.152/99). Un’altra disposizione del comune prevede che tutte le nuove abitazioni dovranno essere dotate di un impianto fotovoltaico, che permetta una parziale autosufficienza. Questo progetto è stato attuato anche dal centro commerciale gaviratese “Campo dei Fiori”, che ha implementato pannelli fotovoltaici sul tetto della struttura, in modo da fornire più della metà dell’energia elettrica necessaria per la sua operatività. In conformità con questo ideale ecologico è stata anche realizzata CasaKyoto. Il suo basso consumo energetico è garantito, per esempio, da: recuperatori di calore ad elevata efficienza, diversi strati di cappotto isolante di ultima generazione abbinati a vetrate isolanti basso-emissive, pannelli solari per il riscaldamento dell’acqua e celle fotovoltaiche.

Durante il periodo del Carnevale si svolge una sfilata di carri allegorici e maschere. La sfilata rende omaggio a Re Scartozz, personaggio legato ad una antica leggenda gaviratese.

La festa della zucca si svolge nel mese di ottobre sul lungolago di Gavirate. In occasione di questo evento vengono esposte zucche, trattori d'epoca e vecchi attrezzi agricoli.

Nel mese di luglio la ProLoco di Gavirate organizza varie giornate dedicate alla musica rock e metal, con la tradizionale festa del Liffrock e Balabiott.

La mostra dei presepi, allestita all'interno di un vagone ferroviario, raccoglie numerose opere costruite con diversi materiali e realizzate da esperti, per ripercorrere la storia della natività in tutto il mondo. La mostra vede la collaborazione del Comune di Gavirate e di FerrovieNord.

Il Raduno nazionale della Vespa Piaggio raggruppa da tutta Italia i possessori di questo mezzo. Il raduno, che generalmente avviene nel mese di luglio, prevede un percorso a tappe nei comuni limitrofi. Il percorso termina a Gavirate con una premiazione.

Nel mese di agosto vengono realizzati vari spettacoli pirotecnici.

Nel comune di Gavirate sono presenti un centinaio di società produttive, di cui un piccolo numero di livello industriale, un numero più ampio di dimensione artigianale (piccole e medie imprese). Il settore secondario comprende aziende attive nei campi: alimentare, chimico, manifatturiero, metallurgico, meccanico ed edile. Per quanto riguarda il settore terziario degne di nota sono l'emittente televisiva Telesettelaghi, aziende di elaborazione informatica e diversi istituti di credito. Accanto a questi due settori, l'agricoltura e l'allevamento sono ancora praticati sul territorio. Il primo gennaio 2007 il comune di Gavirate è entrato a far parte del progetto "Competitività regionale e occupazione", che, con l'aiuto di fondi comunitari, ha lo scopo di aumentare l'occupazione e la concorrenza nel mercato del lavoro.

L'European Training Center (ETC), gestito dall'Australian Sports Commission, situato nel comune di Gavirate, fornisce supporto per diversi sport, tra cui canotaggio, canoa, kayak, ciclismo, calcio, vela, beach volley, pallacanestro, nuoto, triathlon, rugby, golf e tennis. Si tratta di un centro sportivo destinato all'allenamento degli atleti olimpici australiani. La provincia di Varese è stata scelta dagli atleti australiani per le sue buone condizioni climatiche, per la vicinanza all'aeroporto di Malpensa e per la presenza di numerose strutture sportive.

Era il 1960 quando la Canottieri IGNIS cominciò a solcare le acque del Lago di Varese. La Canottieri Gavirate è tra le prime società nazionali sia per la stima a livello federale sia per i risultati nel proprio settore agonistico. Atleti provenienti dalla società gaviratese hanno partecipato a:

Giochi olimpici
Sidney 2000: Giovanni Calabrese nel doppio senior;
Atene 2004: Elia Luini nel doppio pesi leggeri;
Giochi Paralimpici
Pechino 2008: Graziana Saccocci e Alessandro Franzetti.

L'Atletica Gavirate è una società nata nel 1991 con l'idea di realizzare un gruppo amatoriale giovanile che portasse l'atletica nel territorio comunale. Il gruppo è composto da circa 100 atleti iscritti nelle varie categorie e nelle seguenti discipline: corsa di velocità, corsa di mezzofondo, corsa ad ostacoli, salto in lungo, salto in alto, getto del peso, tiro del giavellotto, del vortex e lancio del disco e del martello.

Il Gavirate Calcio, fondato nel 1992, milita da parecchi anni nel calcio dilettantistico. Attualmente la prima squadra sta affrontando il campionato di Promozione. La società vanta un ricco settore giovanile per ogni fascia d'età.

La pista ciclopedonale del Lago di Varese, realizzata intorno allo stesso lago, comprende i comuni di: Gavirate, Varese, Buguggiate, Azzate, Galliate Lombardo, Bodio Lomnago, Cazzago Brabbia, Biandronno e Bardello. La pista è lunga 28,1 km e presenta una pendenza media inferiore al 5%; è stata recentemente collegata con la pista ciclopedonale del Lago di Comabbio. Da qualche anno i comuni sopracitati prendono parte al progetto "Abbracciamo il lago", nel tentativo di entrare nel Guinness dei Primati. In questo evento, che vede la partecipazione di residenti e turisti, si cerca di ricoprire l'intera lunghezza della pista tenendosi per mano.

Persone legate a Gavirate:
Francesco Besozzi, notaio in Milano, committente al Luini degli affreschi della Cappella Besozzi nella Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore in Milano, nativo di Gavirate;
Giuseppe Ferrari, filosofo, deputato di Gavirate al Parlamento del Regno d'Italia;
Guido Morselli, scrittore;
Gildaldo Bassi, fotografo;
Gianni Rodari, scrittore;
Franco Cassano, musicista e compositore;
Manuel De Peppe, attore, cantante, musicista e compositore;
Renato Guttuso, pittore;
Elia Luini, campione del mondo di canottaggio;
Giuseppe Scalarini, vignettista;
Tamara Donà, conduttrice televisiva e radiofonica;
Maria Volpi Nannipieri, in arte Mura, scrittrice.
Cameron Wurf, ciclista e campione del mondo Under 23 di canottaggio.



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