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giovedì 30 luglio 2015

LA VAL TROMPIA



La Valle Trompia è una delle tre principali valli brescane. Per la vicinanza alla città è anche quella più legata a Brescia dal punto di vista geografico, storico, economico e culturale. La Valle è caratterizzata principalmente da due anime: quella artigianale-industriale legata al lavoro in miniera e alla metallurgia, e quella contadina, in simbiosi con la natura e l'ambiente, legata alle consuetudini agricole e pastorali. La Valle Trompia rappresenta una nuova e piacevole meta turistica, tutta da scoprire.

La Valle Trompia si estende su una superficie territoriale di circa 380 chilometri quadrati e si trova inserita tra le Valli Sabbia, Camonica e Sebino Bresciano con la città di Brescia a confine sud. Dal punto di vista orografico, la Valle Trompia presenta caratteristiche complesse e territorialmente si sviluppa secondo un asse centrale con direzione NE-SO sul quale si vengono ad innestare valli secondarie. Il fondovalle risulta stretto con pareti laterali che si presentano, salvo zone circoscritte, con discreto grado di pendenza. Idrograficamente la Valle Trompia è solcata longitudinalmente dal fiume Mella, in cui confluiscono i principali bacini del Bondegno, Bavorgo, Mella di Sarle, Mella di Zerlo, Mella di Irma, Avano, Val Cavallina, Marmentino, Lembrio Vandeno, Rè di Inzino, Tronto. Ad essi vanno aggiunti le convalli di Lodrino col torrente Biogno. di Polaveno - Brione col torrente Gombiera, di Lumezzane con il torrente Gobbia e infine i comuni di Bovezzo - Nave - Caino disposti lungo il corso del Garza. In poco più di 50 km di lunghezza, la Valle Trompia racchiude in sé buona parte della storia geologica delle Alpi Meridionali bresciane: dalle marne calcaree (fanghi marini solidificati) depositatesi in un antico Mediterraneo attorno a 60 milioni di anni fa agli scisti con mica e quarzo. posti nell'arco settentrionale della Valle, risalenti a oltre 350 milioni di anni fa.

I monti principali che la contornano sono:

monte Colombine - 2.215 m
Dosso Alto - 2.065 m
monte Muffetto - 2.060 m
Corna Blacca - 2.006 m
tutti appartenenti al comprensorio del Maniva che è il confine nord della valle.

Molto famoso, localmente, è il monte Guglielmo (1.957 m) che è possibile osservare molto bene anche dalla Franciacorta, dalla Città nonché da buona parte della pianura bresciana sino alla provincia di Cremona.

La presenza nell'Alta Valle di vene minerali promosse fin dall'antichità un'attività estrattiva. Ciò favorì il precoce sviluppo di una tradizione di lavorazione del ferro, attestata in epoca romana, anche per la produzione di armi. Per tale ragione sotto il dominio veneziano la valle godeva di una speciale autonomia e di alcune esenzioni fiscali. Ciò non valeva per Lumezzane (nella tributaria Val Gobbia) che era infeudata agli Avogadro. Al XVI secolo risale la fondazione della Beretta, tuttora specializzata nella produzione di armi.

Negli anni settanta-ottanta la Val Trompia era nota anche come la Valle d'Oro per le fiorenti industrie che ospitava che offrivano lavoro e guadagno a tutti i cittadini, tenuto conto che la stragrande maggioranza delle piccole (e medie) ditte erano state fondate da ex dipendenti messisi in proprio.

Fanno parte della Val Trompia i seguenti 17 comuni:

Lumezzane, Concesio, Sarezzo, Gardone Val Trompia, Villa Carcina, Bovezzo, Marcheno, Polaveno, Bovegno, Collio, Caino, Lodrino, Pezzaze, Tavernole sul Mella, Brione, Marmentino, Irma.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/le-prealpi-bresciane-e-gardesane.html



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domenica 21 giugno 2015

LE PREALPI COMASCHE



Le Prealpi Comasche sono una sottosezione delle Prealpi Luganesi. La vetta più alta è il Pizzo di Gino che raggiunge i 2.245 m s.l.m..
Si trovano in Italia (Provincia di Como) ed in Svizzera (Canton Ticino).
Secondo la SOIUSA si suddividono in tre supergruppi:
la Catena Gino-Camoghè-Fiorina a nord del Lago di Lugano,
la Catena Tremezzo-Generoso-Gordona tra il Lago di Lugano ed il Lago di Como,
la Catena del Triangolo Lariano tra i due rami del Lago di Como.

La Catena Gino-Camoghè-Fiorina prende il nome dal Pizzo di Gino, dal Monte Camoghè e dalla Cima di Fiorina, montagne più significative del gruppo.

La Catena Tremezzo-Generoso-Gordona prende il nome dal Monte di Tremezzo, dal Monte Generoso e dal Sasso Gordona, montagne più significative del gruppo.

Il Triangolo Lariano o Penisola Lariana è la parte di terra compresa fra i due rami del Lago di Como, detto anche "Lario", da cui il nome del triangolo. Occupato da rilievi montuosi prealpini, che culminano col Monte San Primo (1.686 metri), è tagliato in senso verticale dal solco della Valassina (o Vallassina), entro cui scorre il primo tratto del fiume Lambro. L'ente territoriale ad esso corrispondente è la Comunità montana del Triangolo Lariano.

È cinto a sud da cinque laghi di piccole dimensioni: Montorfano, Alserio, Pusiano, Annone e Garlate

I suoi vertici ideali sono Como, Bellagio e Lecco. Per quanto riguarda i suoi lati, i primi due sono facilmente delimitati dalla sponda del Lario; mentre il lato meridionale è più difficile da chiarire, tuttavia si può fare riferimento alla strada che da Como porta a Lecco, costituita nel primo tratto dalla Statale Briantea e poi dal bivio di Tavernerio dalla Statale dei laghi di Pusiano e di Garlate. Oltre i centri urbani sopracitati, fra i comuni più importanti vi sono Erba, Ponte Lambro, Canzo e Asso (con i vicini comuni di Sormano, Caglio e Rezzago). Dopo Asso si arriva a Lasnigo, proseguendo poi fino a Magreglio e Civenna. Distinti sono i comuni lacuali e perilacuali: Blevio, Torno, FaggetoLario, Pognana Lario, Nesso, Lezzeno, Bellagio, Zelbio, Veleso e Valbrona in provincia di Como; Oliveto Lario, Valmadrera e Malgrate (LC). Nel suo territorio è compresa la Comunità Montana del Triangolo Lariano che ne costituisce la gran parte della superficie, in pratica quella appartenente alla Provincia di Como.

Il Camoghè è una montagna alta 2228 m s.l.m. La sua vetta segna il confine tra il Distretto di Bellinzona (comunanza Monteceneri-Cadenazzo) e quello di Lugano (comune di Ponte Capriasca).
Il fianco di nord-est scende verso la Valmaggina, una laterale della Valle Morobbia; il fianco di nord-ovest scende verso la Val di Caneggio; il fianco meridionale forma la Valle di Serdena. Le acque delle valli di Serdena e Caneggio danno origine al fiume Vedeggio. La sua quota relativamente elevata per le prealpi la pone in un ambiente intermedio tra quello alpino e quello prealpino. L'abbondanza di ferro nelle sue rocce le tinge spesso di colore rossiccio. Vi cresce una specie floreale endemica di questa regione la Androsace Brevis.

Il Gazzirola è una montagna imponente, dalla cui vetta si snodano tre crinali, che determinano anche i confini comunali di Lugano (Svizzera, a sud-ovest), Ponte Capriasca (Svizzera, a nord) e Cavargna (Italia, a est). Dal versante sud-occidentale della montagna nasce il fiume Cassarate che forma la Val Colla; il pendio nord scende ripido verso la Corte Lagoni, da cui si origina il ramo meridionale del fiume Vedeggio; il fianco orientale costituisce alcune laterali della Val Cavargna. Salendo sulla montagna da Bogno o da Certara, sul sentiero si possono incontrare tre rifugi: la Capanna San Lucio (Svizzera, 1.540 m s.l.m.), il Rifugio San Lucio (Italia, 1.554 m s.l.m.) e il Rifugio Garzirola (Italia, 1.974 m s.l.m.).

Il monte Bregagno è una montagna alta 2.107 m s.l.m. Si trova sulla sponda occidentale del lago di Como e, benché di modesta altezza, con la sua imponenza domina tutto l'alto Lario.
Dalla sua vetta, che segna il confine tra i comuni di Plesio, Cremia e Garzeno, si delinea verso ovest il cosiddetto "costone del Bregagno" che comprende le cime del monte Marnotto (2.088 m s.l.m.), pizzo d'Aigua (1.954 m s.l.m.), monte Tabor (2.079 m s.l.m.), cima Pianchette (2.158 m s.l.m.). e pizzo di Gino (2.245 m s.l.m.).
La lunga dorsale sud, altrepassata l'anticima del Bregagnino e la sella di Sant'Amate, si innalza negli speroni rocciosi del monte Grona.

Il monte Bar si presenta con una forma particolarmente tondeggiante affiancato alla cima gemella del monte Cavaldrossa a sud-ovest. Proprio per questa sua forma caratteristica è meta di escursioni tutto l'anno, d'estate e in inverno. Con neve abbondante può essere salito con ciaspole e anche in scialpinismo.
Diversi sentieri consentono, senza particolari difficoltà, di raggiungere la vetta; il più diretto parte dal paese di Corticiasca, la meta si raggiunge in circa 2 ore. Bella è anche l'escursione che parte dalla chiesa parrocchiale di Colla. Un comodo sentiero porta all'alpeggio di case Barchi (1243 m), prosegue poi per ampi pascoli fino a raggiungere la cresta che separa il monte Bar dal monte Gazzirola. Si segue tutta la cresta fino in vetta.
Nonostante la quota relativamente modesta, il panorama dalla cima è estremamente vasto. In giornate limpide sono visibili praticamente tutti i gruppi montuosi delle Alpi, la pianura lombarda, l'Appennino Ligure. Poco sotto la cima si trova a 1.600 m la capanna Monte Bar, aperta tutti i giorni, dove è possibile rifocillarsi e trovare alloggio per la notte.

La Cima di Fiorina (1.810 m s.l.m. - detta anche Cima di Fojorina) si trova sul confine tra l'Italia e la Svizzera.
La montagna è collocata a nord del Lago di Lugano tra il Gazzirola e la Cima dell'Oress.

Il monte Generoso o Calvagione (1.704 m) è situato al confine tra Svizzera e Italia. La vetta conosciuta anche come punta Càdola è condivisa tra il comune italiano di San Fedele Intelvi e quello svizzero di Rovio. Del massiccio fa parte una cima leggermente più bassa detta Baraghetto (1.701 m), appena più a nord di quella principale.
Il 7 settembre 1893 accolse la visita della regina Margherita di Savoia e del principe ereditario futuro re Vittorio Emanuele III.
Il monte si trova sulla sponda orientale del lago Ceresio tra Lugano e Chiasso, così come non è lontano dalla sponda occidentale del Lario (lo separa la val d'Intelvi). Il confine tra Italia e Svizzera si trova sui versanti orientale e settentrionale. I versanti sud e ovest appartengono alla Svizzera, il versante nordest all'Italia, l'area della parte elvetica risulta preponderante.
La montagna è di facili e molteplici accessibilità, anche se il suo lato nordoccidentale è particolarmente scosceso. Dalla frazione Orimento (1.275 m) nel comune di San Fedele Intelvi in Italia, dove sorge l'omonimo rifugio, partono un paio di sentieri che in meno di due ore portano agevolmente in cima.
Sul versante orientale in territorio italiano è stata da pochi anni scoperta una grotta, che ha preso il nome di Caverna Generosa, ma comunemente conosciuta come Grotta dell'Orso perché vi sono stati trovati i resti di un orso delle caverne (Ursus spelaeus) risalenti ad un periodo compreso tra i 50.000 ed i 30.000 anni fa. La fauna fossile è costituita da molte altre specie tra cui il lupo (Canis lupus), l'orso bruno (Ursus arctos), lo stambecco (Capra ibex), l'alce (Alces alces) e molti altri.
Ancora al suo interno più recentemente sono stati rinvenuti reperti attribuibili all'uomo di Neandertal, risalenti ad un periodo compreso tra i 50.000 ed i 60.000 anni fa. La montagna è comunque ricchissima di anfratti, ad oggi sono censite 92 grotte per una lunghezza totale di 13 chilometri.

Il Monte di Tremezzo è una montagna alta 1.700 metri s.l.m. Si trova in provincia di Como sulla sponda occidentale del Lario, prende il nome dall'omonima località situata sotto il suo versante est.
La vetta è raggiungibile senza particolari problemi anche perché non molto lontano sorge il Rifugio Venini-Cornelio (1.576 metri s.l.m.) collegato da una strada militare ai paesi di Pigra e Ponna e costruita nel periodo della prima guerra mondiale. Infatti, nella parte di tracciato tra il rifugio e la cima, sono presenti quattro postazioni d'artiglieria, un tempo blindate, costruite durante la realizzazione della Frontiera Nord, il sistema difensivo italiano verso la Svizzera popolarmente noto come Linea Cadorna. Sulla sommità è posto un piccolo monumento con una statuetta stilizzata della Vergine.
Dal Monte di Tremezzo si possono raggiungere comodamente a piedi il Monte Crocione (1.641 m s.l.m.) ed il Monte Galbiga (1.698 m s.l.m.).

Il monte Galbiga è una montagna alta 1.698 m s.l.m. Si trova in provincia di Como sulla sponda occidentale del Lario, chiude ad ovest la val Perlana.
Dalla vetta nelle giornate terse si possono vedere ben sei laghi in fila: da sud-ovest a nord-est il Lago Maggiore, il lago di Muzzano, il lago di Lugano, il lago del Piano, il lago di Como e il lago di Mezzola. Inoltre è ben visibile a nord la cittadina di Porlezza, il monte Grona e a sud la val Perlana e la val d'Intelvi. Non manca un bella vista sulle Alpi tra le quali spicca il Monte Rosa.
Nei pressi della vetta è sito un piccolo osservatorio astronomico e sulla cima sono posti una croce rivolta verso Porlezza e la val Menaggio, una statuina della Vergine, un altare ed uno spazio adibito a chiesa, inaugurati e benedetti dal cardinale Carlo Maria Martini.

Il Monte San Primo è una montagna alta 1.682 m s.l.m. È la cima più elevata del triangolo lariano e sovrasta le rive del lago di Como a Bellagio.
Nel gruppo montuoso di San Primo nasce il Lambro; (la sorgente del Lambro è l’apice della linea che fa da confine nord della Brianza; linea prealpina che da un lato si dirige alle sorgenti del Seveso a Cavallasca, escludendo Como e lago, e dall’altro lato, escludendo Lecco e lago, si dirige fino a Galbiate-Garlate).
Vi sono numerosi boschi alle pendici del monte, mentre in cima essi degradano fino a lasciare spazio esclusivamente alle distese erbose. Numerosi i fiori, molti dei quali di montagna; vi sono tante specie protette come le orchidee e le genziane. Per quanto riguarda la fauna troviamo piccoli animali: forte è la presenza di cinghiali, vipere, ricci, volpi, falchi, poiane e altri rapaci.
Sotto il Monte San Primo, nella località di Parco Monte San Primo, posta in territorio di Bellagio, è possibile praticare lo sci alpino. La località è frequentata anche da praticanti di sci-alpinismo e da bambini con bob e slittini. La stazione sciistica del San Primo nacque nel 1957. In pochi anni sorsero tre skilift, denominati Baby Pianone, Terrabiotta e Forcella, a servizio di circa 12 km di piste. Gli impianti, essendo i più vicini alla Brianza e poco distanti anche da Como, Milano e Lecco, furono ben presto molto apprezzati. Tecniche e frequentate erano le piste panoramiche servite dallo skilift Terrabiotta.

I Denti della Vecchia sono un gruppo di montagne delle Prealpi Luganesi, tra Svizzera (val Colla) ed Italia (Valsolda). Il "Sasso Grande", che raggiunge i 1.492 m s.l.m., è il più suggestivo dei pennoni calcarei che lo compongono. Sono anche definiti "Canne d'organo". Principali rifugi di appoggio per escursioni nel gruppo sono la Capanna Pairolo e la capanna situata presso l'Alpe Bolla.
I "denti" sono formati da uno strato geologico più antico: quello del Triassico superiore che è costituito da dolomia. Tra i Denti della Vecchia e la Capanna Pairolo si possono osservare dei conglomerati verrucani che risalgono ad un'epoca ancora più remota. Tutto il massiccio del Gazzirola è costituito invece da uno zoccolo cristallino in forma di gneiss, che rappresenta le rocce affioranti più antiche del Sottoceneri. In Val Colla, sul fondo valle, si riscontrano rocce coperte da ghiaia, sabbie e argille che erano in origine antiche morene d'epoca glaciale.
I Denti della Vecchia rappresentano uno dei luoghi storici dell'arrampicata ticinese. Il "Gruppo Scoiattoli Denti della Vecchia" ha confezionato una guida completa delle vie d'arrampicata presenti nella montagna.
La particolare conformazione di queste montagne ha ispirato tutta una serie di leggende popolari.

Il Pizzo della Croce, anche detto Monte Crocione, è una montagna alta 1.491 m s.l.m., in Provincia di Como.
Fino al 2005 erano presenti anche alcuni impianti di risalita per lo sci, ma data la limitata altitudine e l'assenza di un impianto di innevamento artificiale, il loro funzionamento era mediamente modesto ed in alcuni inverni addirittura nullo.
La stazione sciistica del Monte Crocione nacque nei primi anni Sessanta, con la costruzione degli skilift "Bolla-Monte Crocione", "Bolla-Capanna Bruno" e della manovia "Baby". Le prime stagioni videro un ottimo afflusso di clientela, tanto che a metà degli anni Sessanta, il comprensorio venne ampliato verso l'Alpe d'Orimento, con la realizzazione dello skilift "Alpe Grande-Pizzo d'Orimento" e della manovia "Baby Alpe Grande". Gli sciatori potevano quindi contare su un comprensorio di oltre 15 chilometri di piste, tutte contornate da panorama.
A partire dalla seconda metà degli anni ottanta, il calo di presenze e soprattutto le sempre minori nevicate, determinarono l'inizio delle difficoltà per la stazione sciistica. Vennero dismessi gli impianti dell'area dell'"Alpe Grande", il comprensorio sciistico, si ridueceva quindi a tre soli impianti. Negli anni Novanta, pur con un'apertura incostante, la stazione sciitica continuò a vivere. Il definitivo declino si ebbe con l'avvento del terzo Millennio, quando il termine della "vita tecnica" degli impianti e l'impossibilità di rinnovarli, a causa di insufficienti risorse economiche, portò ad una progressiva chiusura completa della stazione. Inizialmente venne dismesso il solo skilift "Bolla-Monte Crocione". Nel 2004 fu la volta dello skilift "Bolla-Capanna Bruno" ed infine nel 2005 anche la manovia "Baby" fu chiusa definitivamente.
Attualmente gli impianti, in completo stato di abbandono, sono stati parzialmente smantellati e le possibilità di riattivarli in futuro sono pressoché nulle.

Il Palanzone è una cima alta 1436 metri s.l.m. che nel Triangolo Lariano viene sorpassata solo dal Monte San Primo.
Il Rifugio del Monte Palanzone, chiamato anche Rifugio Riella, si trova ai piedi della vetta, all'altezza di 1285 m s.l.m. lungo il sentiero detto Dorsale del Triangolo Lariano ed è gestito dalla Sezione di Como del Club Alpino Italiano.
Questa cima è meta di molte escursioni essendo facile da raggiungere da molte direzioni. Forse la via più facile parte dall'Alpe del Viceré (Albavilla), ma sono altrettanto semplici anche quella dal Pian del Tivano, nei pressi del Rifugio Stoppani e quella dal Forum Franciscanum di Caslino d'Erba.
Dalla frazione Palanzo (ha dato il nome alla montagna) del comune di Faggeto Lario sale una lunga e noiosa strada selciata, percorribile anche con mezzi meccanici.
Il percorso classico dei comaschi parte da Brunate, dopo la salita con la funicolare e l'ascensione al Bolettone: si tratta della prima parte della Dorsale del Triangolo Lariano.
Sulla vetta c'è una cappella a forma di piramide, edificata nel 1900 a cura del Circolo Alessandro Volta di Como e restaurata nel 1981 e nel 2002 grazie al gruppo alpini di Palanzo. Dalla cima si gode di panorama sul Lago di Como e sulla Pianura Padana.
Tutte le montagne della zona, essendo costituite da rocce calcaree, sono soggette a carsismo. A poche centinaia di metri del Rifugio Palanzone, seguendo la Dorsale del Triangolo Lariano in direzione nord, si incontra la grotta Guglielmo, poco più avanti, nel piccolo pianoro tra il Monte Bûl ed il Monte di Faello, una grossa dolina coperta da un gruppo di piante.
Sul lato est del Palanzone, lungo il sentiero che porta verso Rezzago, si trova un'altra piccola grotta, non facile da individuare.
Il 26 aprile 2005 un elicottero Agusta-Bell AB212 dell'Aeronautica Militare partito dall'Aeroporto di Linate e giunto sul posto per un'esercitazione di soccorso in montagna precipitò nei pressi della cima del Palanzone causa un colpo di vento. Dei sei membri dell'equipaggio, tutti appartenenti alla squadriglia SAR di Linate, quattro morirono sul colpo, uno poche ore dopo all'ospedale di Gravellona Toce, mentre il sesto - sceso dal velivolo poco prima per recitare la parte del ferito - ne uscì illeso.

Il Sasso Gordona si trova al confine tra Italia e Svizzera, anche se per lo più in territorio italiano dove si trova la vetta alta 1.410 m, situata nel comune di Schignano. Il monte, la cui cima offre un variegato ed interessante panorama, è meta ambita dagli appassionati di escursionismo. A circa 1200 m si trova il Rifugio Prabello, ex caserma della Guardia di Finanza.
Attorno al monte e sulla sua sommità sono presenti diverse opere fortificate, mai utilizzate a scopo militare, risalenti alla prima guerra mondiale, che facevano parte della Frontiera Nord, il sistema difensivo popolarmamente noto come Linea Cadorna. Sotto il suo versante nord passa la via dei Monti Lariani. .

Il monte Colmegnone (1.383 m s.l.m.) è compreso tra i comuni di Carate Urio, Moltrasio e Laglio, in cui si trova la vetta.
La cima si raggiunge con una strada privata che, dalla colma dei Murelli, lungo la prima tappa della via dei Monti Lariani, sale fino alla colma del Roccolo dove sorge l'agriturismo Roccolo San Bernardo. Da qui si prosegue con un sentiero panoramico poco impegnativo. Antiche e ripide mulattiere in sasso di Moltrasio risalgono il versante orientale, dai paesi rivieraschi di Carate Urio e Laglio, in un percorso immerso in secolari castagneti e boschi di faggio.
Il monte è popolato da una ricca fauna, in particolare da una comunità di Camosci che vive le zone più scoscese della cima e i boschi sottostanti. In vetta, nelle giornate terse, si gode di un'ampia visuale sul lago di Como, dal primo bacino fino al Lario centrale, si gode di una vista privilegiata su Monte Rosa, Cervino e Alpi Bernesi (Finsteraarhorn) e si scorgono le montagne (fino all'Appennino ligure, all'Appennino tosco-emiliano e al Monviso) al di là della pianura padana).
Sulla sommità è presente una croce in legno posta dalla sezione CAI di Moltrasio. La vetta del monte ha un andamento dolce verso la val d'Intelvi e verso Sud, mentre presenta tipiche formazioni calcaree verso il Lario. Proprio verso il Lario, nel territorio di Laglio, nello specifico a Torriggia, si trova la celebre caverna del Buco dell'Orso.

I Corni di Canzo sono tre cime rocciose, disposte da est a ovest che prendono il nome dal comune di Canzo, infatti quella centrale e quella occidentale delimitano la testata settentrionale della val Ravella ed al contempo costituiscono il confine fra il comune di Canzo e quello di Valbrona. Solo la terza cima, quella più bassa, è nel territorio del comune di Valmadrera.
Il Corno occidentale è alto 1.373 m s.l.m., quello centrale 1.368 metri, mentre quello orientale raggiunge solo 1.232 m s.l.m.
Le due vette più alte sono ben visibili in Brianza ed hanno l'aspetto di due grandi "corni", come si vede nella fotografia. Inoltre, tutte e tre le cime sono visibili contemporaneamente dal lungolago di Menaggio fino all'alto Lago di Como; tuttavia, man mano che si prosegue verso nord, è necessario elevarsi di quota perché esse rimangano visibili.
Le cime, trovandosi nel mezzo di una zona fortemente antropizzata, vengono frequentate da moltissimi escursionisti e sono state tra le prime in Lombardia ad essere popolari.

Il monte Bisbino è una montagna alta 1.325 m s.l.m. appartenente alla sezione delle Prealpi Luganesi ed alla sottosezione delle Prealpi Comasche, posta al confine tra la provincia di Como ed il canton Ticino, tra i territori dei comuni italiani di Carate Urio, Cernobbio, Maslianico, Moltrasio, e quelli svizzeri di Breggia, Chiasso e Vacallo.
La cima si raggiunge con una strada che parte dal comune di Cernobbio sul lago di Como, passa dalle frazioni Rovenna e Madrona e sale per circa 17 km, sino alla vetta del Monte (1325 metri), una strada stretta e tortuosa, ma con meravigliosi punti panoramici su Como, sul lago e sui monti circostanti. La strada, nel tratto compreso tra il cimitero di Rovenna e la vetta, fu realizzata durante la prima guerra mondiale nell'ambito dei lavori di realizzazione della Frontiera Nord, il sistema difensivo popolarmente noto come "linea Cadorna"; ancora oggi, nei pressi del cimitero di Rovenna, si può vedere il cippo che indica l'inizio della strada e, poco oltre, la catena che limitava l'accesso alla zona militare. In alcuni punti panoramici, ma specialmente in vetta nelle giornate terse si gode di un'ampia visuale sul lago e si scorgono le montagne (fino agli Appennini e al Monviso) al di là della pianura padana.
Sulla sommità sono presenti un santuario dedicato alla Beata Vergine che è punto di riferimento per la comunità della Beata Vergine del Bisbino, documentato a partire dal XIV secolo e indicato sulla mappa teresiana di Rovenna, una stazione meteorologica ed un ristorante. All'interno del Santuario abbiamo una bella statua della Madonna in marmo bianco di autore ignoto attribuita alla scuola di Leonardo da Vinci e tanti ex voto donati alla Madonna da soldati scampati nella seconda guerra mondiale.
Al di sotto del santuario è stato realizzato un complesso osservatorio d'artiglieria in caverna, mentre negli immediati dintorni, si trovano diverse trincee e due appostamenti d'artiglieria: il presidio era destinato a sorvegliare e battere la valle di Muggio, la conca di Mendrisio e le pendici meridionali del monte Generoso.
La vetta del monte è circondata da un bosco di abeti, risultato di un rimboschimento effettuato negli anni trenta del XX secolo.

La Sighignola è una montagna alta 1.320 m. Si trova sul confine italo-svizzero, tra il comune italiano di Lanzo d'Intelvi (dove si trova la cima) e quelli svizzeri di Arogno e Lugano.
Il versante orientale (italiano) non si distacca molto dalla piana sottostante, presentandosi dolce e boscoso. Quello occidentale (svizzero) è invece molto più pronunciato e scosceso, precipitando, con un dislivello di oltre 1.000 metri, direttamente nel Lago di Lugano. La vetta è anche il punto culminante della Val d'Intelvi, e può essere raggiunta partendo dalla località di Lanzo attraverso una strada piuttosto tortuosa, costruita poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, nell'ambito dei lavori di realizzazione della Frontiera Nord (il sistema difensivo italiano verso la Svizzera, noto come Linea Cadorna).
Sulla cima della montagna, oltre ad una piccola cappella, era allestito un ristorante (oggi chiuso). L'attrattiva principale, tuttavia, resta il terrazzo panoramico posto proprio sul confine, ma ancora in territorio italiano. Da esso si può ammirare (specie nelle giornate terse) una spettacolare vista, soprattutto in direzione ovest, che spazia dal vicino Ceresio fino a diversi quattromila delle Alpi. La cima più alta visibile è quella del Monte Rosa, ma si intravede pure il Cervino. Proprio per questo motivo il sito prende il nome di Balcone d'Italia.
L'opera stradale che la collega a Lanzo fu progettata e finanziata (con il determinante concorso di un anonimo mecenate) dal Touring Club Italiano a partire dal 1912. Fu Luigi Vittorio Bertarelli, già fondatore del sodalizio, a volere fortemente la realizzazione dell'opera, intendendo dotare il punto panoramico di un nuovo, comodo collegamento, al fine di favorire l'afflusso degli escursionisti, e consentire loro di trovare sulla vetta un confortevole punto di sosta e di ristoro. La strada troverà il suo compimento già l'anno successivo. Poco dopo, nell'aprile 1914, entrerà in funzione il ristorante.
Nel 1969 la Società anonima funivia Campione approvò il progetto di una funivia che, a partire dal 1970, avrebbe dovuto collegare la cima con la sottostante Campione d'Italia, dando impulso al turismo locale. Tuttavia, furono costruite solo le intelaiature in cemento armato, che negli anni assunsero il ruolo di scempio ambientale.
Sulla sommità della Sighignola, in territorio di Lanzo d'Intelvi è attiva una stazione sciistica, l'ultima ancora funzionante in Provincia di Como..

Il Monte San Salvatore alto 912 m s.l.m. è un monte della Svizzera nel Canton Ticino nei pressi di Lugano e di Paradiso.
Dal 1890 è raggiungibile da Paradiso tramite funicolare costruita da Franz Josef Bucher e Josef Durrer-Gasser.
La vetta è raggiungibile in circa 1 ora e mezza con un dislivello di 150 m con una lunghezza totale di 250 m tramite la ferrata del Monte San Salvatore. Dalla cima del monte si ha una vista sul lago di Lugano e su tutto il Luganese e il Mendrisiotto. Dal Monte San Salvatore si può effettuare un'escursione di due ore e mezzo dal quartiere di Carona a Morcote.

Il Monte Sasso, è una collina situata nei pressi del confine italo-svizzero. Si trova sopra Cavallasca, un paesino a pochi chilometri da Como e, con la misura di 618 m s.l.m., è la cima più alta fra quelle appartenenti al Parco della Spina Verde. Il monte è ricco di natura, arte e storia e, dalla sua sommità, si godono sempre spettacolari panorami
Il rilievo è costituito principalmente da rocce sedimentarie di ambiente marino databili dal Mesozoico (Giurassico-Cretaceo; Calcare di Domaro e Maiolica; calcari prevalenti) all'Oligocene (Gruppo della Gonfolite; marne, arenarie e conglomerati), con un'estesa copertura morenica derivata dell'ultima era glaciale (Pleistocene).
Una delle maggiori attrazioni del Sasso di Cavallasca sono le trincee. Infatti l'area è ricca di fortificazioni costruite nell'ambito della Frontiera Nord, il sistema difensivo popolarmente noto come Linea Cadorna, realizzato per difendere il territorio della Pianura Padana nel caso di un’invasione da parte degli imperi centrali (Austria e Germania) attraverso la neutrale Svizzera.
Dopo la fine della guerra, nel 1918, il sistema difensivo fu abbandonato. I resti delle trincee sono tuttora visitabili e costituiscono una delle mete preferite dai turisti per la presenza di numerose e interessanti strutture. In particolare si possono vedere trincee scoperte, gallerie, ricoveri e depositi in caverna per i materiali e per viveri, stanze, cunicoli scavati nella roccia, postazioni di avvistamento, targhe del Genio Militare, abbeveratoi e anche postazioni per fucilieri e per mitragliatrici.
Il 22 novembre 2008 l'Associazione Nazionale Alpini, Sezione di Como in collaborazione con il parco della Spina Verde ha restituito dopo 3 anni di lavori le vestigia recuperate del "Fortino del Monte Sasso", una delle opere inserite nelle fortificazioni del territorio.
Sul monte Sasso vi sono anche due punti panoramici che attirano moltissime persone per la spettacolare vista che si può godere dalla loro posizione.
Dal primo è possibile vedere la collina del "monte Goj", il "monte Tre Croci", i comuni di Cavallasca e di San Fermo della Battaglia, la prosecuzione della collina del Parco verso Parè e Drezzo nonché, sullo sfondo, la cerchia morenica e la pianura padana con Milano, nelle giornate terse gli Appennini, segnatamente il Monte Lesima e il Monte Penice.
Dal secondo punto panoramico chiamato "Pin Umbrela" per la presenza di un pino marittimo, simbolo dell’ex club sciistico di Monte Olimpino, è possibile ammirare la meravigliosa veduta sulla collina di Cardina, sul monte Bisbino, sui paesi di Cernobbio, Maslianico, Rovenna, Piazza, Santo Stefano e sul primo bacino del lago di Como.
Un'altra delle mete più visitate è la chiesa dei Pittori che sorge in località "Colombirolino". Essa è sopraelevata rispetto alla strada ed è costruita lungo il corso del fiume Seveso. È di color rosa, con quattro lesene gialle ai lati del portone d’ingresso. Tra queste, due cavità blu movimentano la facciata che termina con un frontone triangolare, al di sopra del quale spicca un campanile a vela. I decori della porta sono in rame e rappresentano San Rocco a cui è dedicata la chiesa, costruita nel 1857 e consacrata l'anno successivo. Il nome "dei Pittori" deriva dal fatto che furono chiamati 14 diversi artisti, nel 1978, per decorare le 14 stazioni della Via Crucis.
Un'altra importante opera architettonica che si trova sul monte è la scala del Paradiso. È una scala con più di 900 gradini che collega Ponte Chiasso con il Sasso di Cavallasca. La scala fu costruita agli inizi del secolo scorso dalla Guardia di Finanza per agevolare il controllo del confine italo-svizzero.
Il bosco è caratterizzato da latifoglie, con in primo piano il castagno, ma non mancano betulle, nocciòli, ciliegi selvatici, e faggi.
La fauna è quella tipica collinare. In particolare nei boschi del monte Sasso si possono trovare alcune specie di mammiferi, tra cui lo scoiattolo comune, il ghiro, la lepre comune, la volpe e la faina. Sono presenti anche molte specie di uccelli, sia stanziali che migratori, come il picchio, il corvo, il pettirosso, l'usignolo, il merlo, il fringuello, la cinciarella e il nibbio bruno.
Non mancano rettili come la lucertola, l'orbettino, lo scorzone e qualche vipera. Negli ambienti umidi presso i ruscelli e le piccole raccolte d'acqua, si possono trovare anche varie specie di anfibi, tra cui le rane rosse, il rospo, la salamandra e, se si è fortunati, si può avvistare anche qualche gambero di fiume.
Sono decine i sentieri che percorrono in lungo ed in largo l'intero monte e son percorribili a piendi, a cavallo ma il metodo migliore rimane la bici, che sia una mountain-bike normalissima oppure una specialissima da downhill, i vari sentieri son praticabili da tutti senza problemi. Troviamo da lievi pendii a discese che richiedono molta attenzione se si vogliono percorrere al massimo. Tra i sentieri che val la pena menzionare ricordiamo il Pin Umbrella con la sua vista panoramica sul bacino del lago di Como e la stupenda Scala Paradiso (tra l'altro accanto ad essa sta nascendo un piccolo sentiero da discesa molto tecnico.



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martedì 12 maggio 2015

I LAGHI LOMBARDI : IL LAGO D' ENDINE

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Il lago di Èndine, o di Spinone, è un lago della Provincia di Bergamo di 2,1 km2. Situato a 337 m s.l.m. nella Val Cavallina, sviluppa un perimetro di circa 14 chilometri ed è diviso tra i comuni di Endine Gaiano, Monasterolo del Castello, Ranzanico e Spinone al Lago.

E’ il luogo ideale per una vacanza all’insegna del relax e svago.Si raggiunge facilmente da Lovere e da Riva di Solto.Si colloca in una delle più belle valli bergamasche: La Valle Cavallina.Il lago di Endine occupa la parte centrale della valle donandole caratteristiche peculiari.La superficie del lago è più modesta rispetto a quella del lago d’Iseo ( 2,34 Km quadrati).E’ alimentato dalle acque provenienti dal monte Boario e da altri corsi minori.Abbondano nel lago le seguenti specie di pesci: Luccio, Savetta, Cavedano, Scardola, Persico, Carassio, Persico sole, Trotto, Persico trota, Carpa, Tinca, Lucioperca, Alborella, Ghiozzo. Le località da visitare del lago di Endine sono: Monasterolo, Endine, Spinone al lago, San Felice al lago, Ranzanico. Monasterolo è uno dei centri più frequentati del lago, soprattutto nel periodo estivo. Interessante è, infatti , il centro storico medievale che si adagia fino alla riva. Un sito da visitare è il Castello Medievale con il suo bellissimo giardino dove si trovano numerose essenze dai colori vivaci. All’interno del castello nel ‘600 fu edificata una chiesetta e dedicata a S. Anna. Il Spinone al lago gode di buona posizione: il nucleo antico si trova un poco monte del lago e presenta una bella architettura romanica, come la chiesa di S.Pietro in Vincoli, probabilmente uno degli edifici religiosi più antichi della valle. Anche a Spinone vi era una castello ma fu abbattuto nel secolo XV. Interessanti escursioni regaleranno al visitatore splendidi scorci su tutto il lago.L’abitato di Ranzanico si trova ad una quota di 520 metri; il centro antico conserva i resti della fortificazione (la torre sulla piazza).

L'abitato e il territorio circostante non presentano sopravvivenze monumentali di grande rilievo a parte il castello medievale dei Suardi situato a Bianzano, da cui si potevano controllare i traffici sul lago. Vi si praticano gli sport d’acqua (vela, windsurf, canoa e canottaggio), e la pesca.

Non è consentito il campeggio libero, né l'uso di barche a motore.

Nei giorni più freddi dell'inverno il lago si ricopre di uno strato di ghiaccio e si può percorrere a piedi e in alcuni punti con i pattini o in bicicletta (per quanto vietato dai regolamenti comunali per motivi di sicurezza). La percorribilità invernale del lago ghiacciato era sfruttata fino al XIX secolo per raggiungere da Monasterolo la riva occidentale, attraverso il punto più stretto del lago, là dove il promontorio di Monasterolo, tenuto a parco pubblico, si protende verso Spinone.

Fino a qualche decennio fa era tradizione attendere che, al formarsi della crosta di ghiaccio, il parroco di Endine benedicesse la stessa prima che qualcuno osasse avventurarvisi sopra. Pare che la Curia abbia sconsigliato il parroco dell'assumersi le responsabilità connesse a tale azione e, di conseguenza, la cerimonia della benedizione del ghiaccio è stata abolita.




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LE CITTA' DEL LAGO D' IDRO : ANFO

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Anfo (in origine Damphus) è un comune italiano della provincia di Brescia, in Lombardia, sul Lago d'Idro. Il comune appartiene alla Comunità Montana della Valle Sabbia.
Anfo sorge sulla sponda destra del lago d'Idro o Eridio, alla foce del torrente Re che scende dal monte Melino.

Anfo, data la sua posizione geografica, è fiorente località turistica e possiede buone capacità ricettive.
La montagna che sovrasta l'abitato invoglia a bellissime escursioni (Baremone, Meghè, Zeno, Porle, Brele e Monte Censo), che conducono a punti panoramici con ampie vedute del bacino del lago d'Idro e, nei giorni più limpidi, offrono uno splendido colpo d'occhio sul gruppo del Brenta.Vi si possono gustare piatti tipici locali come la tinca coi roei (piselli), i filetti di pesce persico, le aôle e la polenta taragna.

Le rive, paludose e malsane, dove oggi sorge l'abitato di Anfo, furono lentamente bonificate in periodo medioevale dai frati Benedettini del monastero di S. Pietro in Monte Orsino di Serle, che le cedettero poi ai padri Bianchi di S. Francesco Romano di Rodengo Saiano, quindi ai Padri di S. Lorenzo Giustiniano di Monte Oliveto in Brescia.
Alla loro opera tenace, difficle e insalubre, si deve la prima trasformazione degli acquitrini in prati e coltivi, la regolarizzazione dei torrenti, il consolidamento dei terreni franati dai monti che avvolgono il comune alle spalle.
Il nome Anfo appare per la prima volta in documenti del secolo XI. Era un povero paese di contadini e boscaioli. Solo nel 1429 poté acquistare, da gente di Bagolino, la montagna di Baremone per l'alpeggio, ove ancora oggi si continua a fare, con metodi tradizionali, il formaggio detto "Bagoss".
Ma l'alpeggio e il taglio della legna, pure favorito dall'industria del ferro fiorente in Valle Sabbia, non potevano corrispondere alle esigenze economiche della popolazione, per cui, nel 1531, gli abitanti azzardarono affrontare la pesca nel lago, malgrado i severi divieti stabiliti dal comune di Idro che, da tempo immemorabile, vantava diritti di pesca, di navigazione e difesa del lago stesso.
La contesa fra i due comuni rivieraschi (Anfo e Idro) assunse spesso aspetti drammatici, sia per il puntiglio dei contendenti, sia perché inclusi in diverse guirisdizioni amministrative (Idro dipendeva dal Provveditore di Salò, Anfo dai Rettori di Brescia), sia infine perché, approfittando della situazione, i conti di Lodrone colsero il momento propizio per estendere la loro presenza sul lago d'Idro.
I Lodroni infatti costruirono in quegli anni la rocca di S. Giovanni e le pescherie nel golfo di Camerella a Bondone, che affittarono a pescatori di Anfo.
Inoltre fecero costruire forni di ferro in Anfo, sollevando le gelosie e le preoccupazioni dei Bagolinesi. Questi ricorsero al Doge che, accogliendo l'istanza, impose ai Lodroni di abbandonare i forni. Così, dopo varie vicende, la contesa si concluse nel 1555 con un compromesso proposto dal conte Lodovico Calini al Provveditore di Salò e ai Rettori di Brescia; ma solo il 10 ottobre 1579 fu firmata la scrittura fra i due comuni, per cui, nel nome dello Spirito Santo, dovevano rimettere tutte le offese, controversie e dispiaceri passati.

Un documento particolarmente importante per la conoscenza della vita comunale di Anfo è dato dagli Statuti, riformati verso la metà del secolo XVI, essendo stati dispersi i precedenti in periodi tempestosi.
Lo studio e la stesura degli Statuti erano stati affidati a tre cittadini: Gottardo Brunori, Girolamo Mabellini e Bartolomeo Zanetti.
Dagli Statuti risulta che il comune era amministrato da sei consoli eletti dall'assemblea dei vicini, convocata il primo gennaio di ogni anno: ognuno dei consoli restava in carica due mesi, era aiutato da consiglieri, dal notaio e da altri ufficiali eletti a seconda delle necessità.
Appartenevano al comune l'osteria e il molino, oltre all'amministrazione del lascito di G. Battista Treboldi.
Gli Statuti erano severi nel mantenere il rispetto dell'autorità, imponendo l'osservanza di feste religiose, il buon comportamento durante le funzioni, "il bando alle bestie che fossero andate sul sagrato", la partecipazione con la croce alla processione della Pieve di Idro nel giorno dell'Ascensione.
Caduta la Repubblica Veneta, Anfo fu incluso nel Distretto XVII di Vestone.

Si suppone che il luogo fosse occupato nell'antichità dagli indigeni. Non vi sono però documenti che certifichino l'utilizzo della Rocca d'Anfo in epoca romana, dunque la storia va fatta iniziare dall’alto Medioevo. Dove oggi sorge il sito eretto nel 1450 dalla Serenissima Repubblica di Venezia, allora esisteva una fortezza deputata al controllo dei passaggi di merci e persone lungo al via di collegamento fra la pianura bresciana e il territorio teutonico. Alcuni ricercatori ritengono che la Rocca sia stata edificata su una preesistente fortezza di origine longobarda.

La Rocca d’Anfo è un complesso militare fortificato eretta nel secolo XV dalla Repubblica di Venezia nel Comune di Anfo, sul lago d’Idro, e posta a guardia del vicino confine
di Stato con il Principato vescovile di Trento. Edificata sul pendio del monte Censo su una superficie di 50 ettari, la Rocca fu rimaneggiata più volte dagli ingegneri di Napoleone Buonaparte e da quelli italiani, ma perse il suo valore strategico nel 1918, quando il Trentino passò definitivamente al Regno d'Italia . Dopo il 1860 l'esercito austriaco in contrapposizione alla Rocca, iniziò la costruzione del Forte d'Ampola a Storo e di quello di Lardaro. Adibita dall’esercito italiano a caserma per l'addestramento dei militari di leva, la Rocca fu anche luogo di detenzione e polveriera; fu dismessa nel 1975, ma restò vincolata al Ministero della Difesa fino al 1992.

La costruzione della fortezza di Rocca d’Anfo fu voluta nel 1450 dalla Repubblica di Venezia, che governò il territorio bresciano della Val Sabbia dal 1426 al 1797. Il compito di progettare e sovraintendere ai lavori di costruzione fu affidato al conte Gian Francesco Martinengo, “valoroso condottiero e valente ingegnere militare”. di Barco di Orzinuovi. In questo modo si cestinarono definitivamente i progetti originari dei Visconti di Milano, precedenti dominatori di queste terre, che prevedevano la fortificazione del confine con il Trentino lungo il fiume Caffaro a nord del rio Riperone, o l’eventuale ripristino e ampliamento del luogo fortificato posto sul dosso di Sant’Antonio di Caster situato nel Comune di Bagolino nei pressi di Monte Suello. I lavori durarono fino al 1490 e secondo alcuni ricercatori il nuovo complesso difensivo fu edificato su una precedente fortezza di origine longobarda.
Nel periodo veneziano, tutte le esigenze della Rocca, così come per tutte le altre fortificazioni, erano supervisionate dai Collegio dei Savi, poi dal 1542 la Serenissima diede l'incarico a due senatori con il titolo di Provveditori alle fortezze, portati a tre nel 1579. Il comando militare della struttura era affidato ad un patrizio con il titolo di provveditore, alle cui dipendenze vi era un capitano, una trentina di soldati e qualche bombardiere. Il presidio militare era soggetto per la milizia al capitano di Brescia e, per la logistica, al Podestà.
Delle originarie edificazioni viscontee sono ancor visibili solamente la doppia cinta muraria superiore, in quanto, con l’avvento dell’era napoleonica, le mutate tecniche belliche imposero una completa revisione di tutta la struttura fortificata.

Il generale François De Chasseloup-Laubat (1754-1833), ispettore delle fortificazioni, a seguito della pace di Lunéville sottoscritta dalla Francia e Austria il 9 febbraio 1801, ordinò al fine di completare la difesa e l'occupazione dell'Italia la fortificazione di Peschiera, Taranto, Alessandria, Mantova e la Rocca d'Anfo. L'ordine d'operazione era giunto direttamente da Napoleone Buonaparte preoccupato di garantire il controllo alle sue truppe della strada che univa Trento alla città di Brescia.
Il Primo Console di Francia si era subito reso conto dell'importanza strategica della vecchia fortezza per la "difesa dello Stato", ma la Rocca mostrava i segni decadenti di tante guerre sostenute. Quindi Napoleone diede ordine al suo generale François De Chasseloup-Laubat di provvedere all'ammodernamento delle disastrate strutture "senza ritardi e senza riguardo per la stagione".
Il progetto fu affidato ad ingegneri del genio militare di grande esperienza: prima al barone colonnello, comandante del Corpo Ingegneri, François Nicolas Benoit Haxo (1774-1838) e successivamente al colonnello François Joseph Didier Liedot. Gli ingegneri militari napoleonici abbandonarono saggiamente le strutture venete dando il via ad un grandioso progetto di ampliamento che aveva come fulcro il costone roccioso leggermente posto più a nord.
Questi affrontarono l’opera approntando preliminarmente una cartografia particolareggiata del luogo, adattando mirabilmente le strutture alla natura scoscesa e selvaggia del territorio, secondo le nuove teorie della famosa “Ecole Polytechnique” dell’esercito francese di Parigi. Il Liedot distribuì le varie batterie su piccole terrazze ricavate dallo scavo della roccia e proteggendole per mezzo di una grande Lunetta (la Rocca Alta) nella parte superiore dotata di casematte di artiglieria e fucileria. La strada Trento-Brescia che passava alla base della Rocca, secondo il progetto mai realizzato, doveva essere interrotta da profondi fossati e resa transitabile da ponti levatoi.
I progetti elaborati dai due tecnici francesi rappresentano una tappa fondamentale nella storia della cartografia. I lavori ebbero inizio nel 1802 e in soli 10 anni, nel 1812, furono portati a termine. La spesa sostenuta di militari francesi di 2,5 milioni di franchi testimoniano lo sforzo di fare della Rocca d’Anfo una delle più grandiose e possenti fortezze d’Europa. La caduta dell’impero napoleonico impedì il completamento dell’opera nella sua parte medioinferiore. Le integrazioni delle strutture, fino all’assetto definitivo attuale, vennero effettuate prima dagli Austriaci e poi portate a termine dal Regno d'Italia, dal 1860 al 1914 circa.

La Rocca è costituita da una trincea fortificata in direzione del paese di Anfo, difesa da una caserma detta Rocca Vecchia, a sua volta sovrastata dalla batteria veneta; entrambe dominate da un corpo di guardia, posto a 200 metri sul livello del lago e collegato alla batteria da un muro con feritoie e gradini. Verso il “nemico” Trentino si sviluppava una serie di batterie e casermette, sovrapposte a scalinata. A nord esisteva uno scosceso burrone.
Queste batterie di difesa erano chiamate:
batteria Tirolo, a 100 metri sul lago;
batteria Rolando, a 150 metri sul lago;
batteria Belvedere Superiore a 250 metri sul lago.
ridotto costituito da una Lunetta, detta Rocca Alta, che collegava i due fronti precedenti, a 200 metri sul lago, e conteneva una caserma e una batteria casamattate;
a 50 metri, sotto la Lunetta, c’era la batteria Bonaparte, poi ribattezzata Anfo, a difesa dela strada fra Rocca Vecchia e la batteria Tirolo.
sul tutto ad una altezza di 300 metri, sovrastava una torre rotonda a due piani.
Trincee, piazzole, rampe, strade coperte, polveriere, stalle per i muli, alloggi per la truppa e cisterne dell’acqua completavano la logistica della fortezza.
Il complesso di queste costruzioni militari è distribuito in una fascia di terreno di forma triangolare, di cui un lato corrisponde all’incirca ad un chilometro di riva del Lago d’Idro. Il resto si sviluppa sul versante orientale del monte Censo, fino quasi alla sua cima, con un dislivello che varia dai 371 metri sul livello del mare dalla riva del Lago ai 1050 metri dal vertice.

Di notevole interesse turistico la parrocchiale, l'oratorio di S. Antonio, la conca di Barèmo e la vetta del Cènso (per ammirare la vallata da Treviso a Condino con super vista sull'intero lago d'Idro). E' meta di notevole flusso turistico estivo ( campeggi e residence). E' del tutto privo di industrie.

Tra i personaggi recenti più illustri spicca la figura della serva di Dio, suor Irene Stefani, morta in concetto di santità il 31 ottobre 1930, di cui attualmente si è concluso il processo per la causa di beatificazione.



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domenica 10 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO D' ISEO : LOVERE

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Lóvere è un comune italiano dell'Alto Sebino in provincia di Bergamo, Lombardia.

Lovere è una signorile cittadina dell’alto lago. Bellissimo centro di villeggiatura allo sbocco della Valle Canonica e Cavallina. A Lovere è bello passeggiare sul lungolago, tra giardinetti e alberi osservando l’opposta costa bresciana e le cime dell’Adamello.
La storia di Lovere è ricchissima di avvenimenti, vista la sua posizione strategica che lo colloca tra l'alto Sebino e l’imbocco della val Cavallina per i collegamenti via terra, ed all’estremità nord del lago d’Iseo per i trasporti via acqua.

I primi insediamenti accertati risalgono ad un periodo compreso tra il V ed il III secolo a.C., come testimoniato dalla presenza di un nucleo abitativo di origine celtica posto in una posizione strategica, tutt’ora chiamato Castelliere.

I secoli successivi videro l’arrivo della dominazione romana, che costruirono’ un’importante via di comunicazione, denominata poi strada di San Maurizio, e la costruzione di un consistente centro abitato sulle rive del lago. A tal riguardo numerosi sono i reperti rinvenuti, tra cui numerose sepolture con relative lapidi, risalenti ad un periodo compreso tra il primo ed il quarto secolo. Inoltre sul territorio venne scoperto un ingente quantitativo di monete e gioielli che, denominato il tesoretto di Lovere, è ora custodito presso il museo archeologico di Milano. Nel 2013 sono iniziati i lavori di scavo per il recupero della necropoli romana.

In seguito al termine dell’impero romano il territorio fu soggetto alle orde barbariche, terminate con l’insediamento dei Longobardi. A questi subentrarono i Franchi che, istituendo il Sacro Romano Impero, diedero il via al feudalesimo ed all’età medievale.

Inizialmente il territorio venne dato in gestione ai monaci di Tours (Abbazia di Marmoutier), i quali lo permutarono a favore del vescovo di Bergamo, al quale poi subentrò la famiglia Celeri. Erano gli anni in cui infuriavano le lotte di fazione tra guelfi e ghibellini, ed anche Lovere si trovò al centro di numerosi scontri: a tal riguardo il paese si dotò di parecchie fortificazioni, tra cui torri e cinte murarie, in posizione dominante rispetto al lago. Restano ancora di quell'epoca, le case torri, come Torre Soca, Torre degli Alghisi e la Torricella rotonda dell'antica cinta muraria.

Nel 1263 moriva qui Cavalcano Sala, vescovo di Brescia, cacciato da Ezzelino da Romano.

Gli scontri si protrassero fino alla prima metà del XV secolo, quando il territorio passò nella Repubblica di Venezia, che demolì numerose fortificazioni e che accolse il desiderio di parte della popolazione di porla sotto Bergamo (1441). Dalla città di Bergamo giungeva ogni anno un podestà ad amministrare giustizia.

La Serenissima varò numerose leggi volte a risollevare la situazione sociale ed economica, facendo rivivere il centro abitato e migliorando le condizioni di vita degli abitanti. Il dominio della città lagunare durò fino al 1797, quando vi subentrò la Repubblica Cisalpina. Nel 1815 passò al Regno Lombardo-Veneto, Provincia di Bergamo, distretto XVI di Lovere, a cui viene accorpato il 10 marzo 1836 Rogno.

Già in quel periodo cominciarono a svilupparsi numerose attività industriali in ambito siderurgico, che portarono benessere e sviluppo di tutta la zona fino al XX secolo, quando il paese ha cominciato a puntare decisamente anche sull’industria turistica, al fine di valorizzare le ricchezze paesaggistiche e culturali di cui è ricco.

Una lapide romana, trovata nel XVIII sec. e dedicata a Minerva, reca l’iscrizione del devoto, che sarebbe figlio di un Luarensis.
Il nome dialettale del paese (Lòer) si potrebbe far derivare dal "Luar" dell’epigrafe, ma potrebbe anche ricondursi all'antico "Luar" che in longobardo significa "bassura", luogo basso. Lovere, infatti, come altri paesi del lago, sorgeva in una zona paludosa ai piedi delle montagne.

Tra i suoi concittadini, Lovere vanta le due sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, vissute tra il XVIII e il XIX secolo dedicandosi a tutti i derelitti della zona (orfani, ammalati, carcerati, poveri) per i quali fondarono l’Istituto delle Suore di Carità (1832), che oggi opera a livello internazionale; Lady Mary Wortley Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese e amante dell’arte, si stabilì a Lovere intorno al 1747. Durante il suo Grand Tour, rimase così affascinata dal lago da decidere di acquistare un palazzo in paese e una fattoria in campagna. La sua casa divenne luogo d’incontro di persone ragguardevoli della zona. Non trascurò gli affari, incrementando la produzione della sua fattoria con metodi nuovi portati dall’Inghilterra. Le lettere alla figlia sono la testimonianza del periodo trascorso a Lovere.

Splendidi palazzi costruiti con buon gusto e perfetto senso architettonico fanno da secoli degna cornice e splendida corona alla piazza del porto, una delle più belle dei laghi lombardi.

Dalla piazza, attraversando il rione delle “beccarie”, si sale per il centro storico e si arriva in piazza Vittorio Emanuele II, dove l’orologio della vecchia torre civica scandisce il passare del tempo. In questa piazza, racchiusa tutt’intorno da splendidi edifici, confluiscono tutte le vie piccole e strette del borgo medievale. Si sale ancora e si arriva alla chiesa di S. Giorgio. Eretta alla fine del XIV sec. sulle strutture della medievale torre Soca, fu ampliata e modificata nel tempo, fino al XIX sec. Contiene una grandiosa tela posta sulla controfacciata raffigurante “Mosè che fa scaturire l’acqua dalla rupe” del pittore fiammingo Jean de Herdt (1657); la pala dell’altare sinistro dipinta da Gian Paolo Cavagna (1556-1627) con l’“Ultima cena”, e la pala dell’altare maggiore del bresciano Antonio Gandino (1565-1630). All’altare della madonna addolorata il 21 novembre del 1832 le due future Sante di lovere presero i voti.

Sul lungolago fa bella mostra di sé il palazzo che ospita la Galleria dell’Accademia di belle arti Tadini. Il palazzo fu costruito in gradevoli forme neoclassiche tra il 1821 e il 1826 per ospitare nelle sale affrescate le ricche collezioni d’arte del conte Luigi Tadini, che aprì al pubblico il suo museo – tra i più antichi della Lombardia – nel 1828, oggi ospita le raccolte in 33 sale. Significativo è il gruppo di opere di Antonio Canova (1757 – 1822): il raro bozzetto il terracotta della Religione e la Stele Tadini (collocata nella cappella gentilizia) tra le ultime e più belle opere del grande scultore, che sembra tradurre nel marmo quella ‘corrispondenza d’amorosi sensi” che Ugo Foscolo legava ai sepolcri. Tra i dipinti si evidenziano le opere di Jacopo Bellini (una meravigliosa Madonna con Bambino), del veronese Francesco Benaglio, di Paris Bordon, di Palma il Giovane. Le epoche successive sono documentate dai dipinti di Giacomo Ceruti detto “il Pitocchetto”, fra’ Galgario, Giandomenico Tiepolo, Francesco Hayez, Cesare Tallone e G. Oprandi.
La Galleria inoltre ospita una ricca collezione di porcellane, tra cui importanti pezzi delle manifatture di Sèvres, Meissen, Hochst, Capodimonte.
Negli ultimi anni è stata aggiunta una sezione di arte moderna contemporanea.
L’Accademia di Belle Arti istituita dal conte comprende anche le scuole di musica e di disegno, ancor oggi attive e frequentate.

Proseguendo per il lungolago - dominato dalle belle facciate di numerose ville e palazzi (tra cui il cinquecentesco palazzo Marinoni e villa Milesi con il suo parco) - appena passata la piazza si risale e ci si trova di fronte all’imponente basilica di S. Maria in Valvendra, edificata dal 1473 e consacrata nel 1520, in un periodo di particolare floridezza economica per Lovere. La Basilica dà a sua volta il nome al borgo rinascimentale di Santa Basilica di S. Maria in Valvendra  una silenziosa strada fiancheggiata da case del Quattrocento e Cinquecento che conduce al borgo medievale.
La Basilica presenta forme classicheggianti rinascimentali di gusto lombardo, con influenze veneziane. L’interno è a tre navate, suddivise da dodici colonne, con cappelle sul lato sinistro. L’opera di maggior pregio è costituita dalle grandi ante dell’organo, collocate originariamente nel Duomo Vecchio di Brescia, dipinte, all’esterno, da Floriano Ferramola con l’Annunciazione e, all’interno, da Alessandro Bonvicino detto “il Moretto”, con i Santi Faustino e Giovita a cavallo. L’abside e il presbiterio sono affrescati in trompe-l’oeil da Ottaviano Viviani. Il solenne coro ligneo è cinquecentesco; l’altare maggiore ricco di sculture e marmi policromi è opera della bottega dei Fantoni di Rovetta; la tribuna centrale di Andrea Fantoni è del 1712. La pala dell’Assunta, ispirata a motivi del Moretto e di Tiziano, è attribuita al bresciano Tommaso Bona.
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Il Monastero di Santa Chiara fu edificato nella prima parte del XVI secolo ed ampliato più volte, ospita ancor oggi le monache clarisse. Soppresso in età napoleonica e ripristinato al termine del XIX secolo, custodisce numerose opere pittoriche. La Fondazione Oprandi si sta impegnando nei lavori di restauro dell'antico edificio, restituendone l'arredo pittorico e gli stucchi. Il complesso monastico presenta al proprio interno la chiesetta di Santa Chiara, piccolo edificio di culto molto caratteristico.
L'Oratorio di San Martino risalirebbe addirittura al IX secolo, epoca in cui i territori erano posti sotto la giurisdizione dei monaci di Tours. Con il passare del tempo venne sempre meno utilizzato, date le sue ridotte dimensioni, fino ad arrivare al suo abbandono, avvenuto nel XVII secolo. Soltanto un recente restauro ha permesso di recuperare parte del patrimonio artistico in esso custodito, tra cui numerosi affreschi nell’abside.
Il Santuario delle Sante B. Capitanio e V. Gerosa è stato edificato nel terzo decennio del XX secolo e dedicato alle religiose Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa che fondarono nel 1832 la congregazione delle Suore di Maria Bambina, presenta una struttura in stile neogotico. All'interno si possono ammirare affreschi e mosaici eseguiti da Pasquale Arzuffi raffiguranti le due sante, delle quali sono conservate le spoglie. Di grande interesse il piccolo museo, che racconta la storia e la società loverese nella quale si inserisce l'attività delle due sante.
Il Santuario di San Giovanni è posto in una zona suggestiva, sul culmine del monte Cala, offre un'ottima visuale su gran parte del lago e le zone circostanti. Edificato nel XV secolo ed inizialmente intitolato a San Zenone, è tuttora meta di pellegrinaggio per numerosi abitanti di Lovere.

Il Palazzo Bazzini fu edificato nel 1616 dal condottiero Adorno Bazzini di fronte alla basilica di S. Maria in Valvendra, presenta una struttura ad U, ornata da pilastri ed archi ed arricchita da un giardino al termine del quale si trova una piccola torre. Attualmente è in fase di ristrutturazione, e non sono permesse le visite.
Piazza Vittorio Emanuele II è da sempre considerata il cuore pulsante del borgo, originariamente era chiamata piazza degli uffizi, a causa della presenza della sede di gran parte delle istituzioni. Tra i palazzi che la circondano merita menzione il palazzo podestarile, antica sede del podestà, e la torre civica, che porta ancora i segni della dominazione veneta. Attiguo ad essa si trova la torre Alghisi, risalente anch’essa al periodo medievale ed appartenuta ad un’importante famiglia loverese.

Il Castelliere è forse la più antica costruzione presente sul territorio loverese e può essere databile tra il quinto ed il terzo secolo a.C. Situato in posizione panoramica e strategica, fu utilizzato già ai tempi dei Galli, ed ancor’oggi possiede resti di muratura e forti difensivi risalenti alla loro colonizzazione, ma anche alle epoche successive.

Dalla Val Camonica e dalla Val Seriana, ma anche dalla pianura bresciana, arrivano molte varietà di formaggio e la farina di granturco macinata a pietra. Specialità della zona sono i salumi, tra cui la salciccia di castrato, la soppressa e il “musetto”.

Regina, è naturalmente la polenta, che accompagna il pesce di lago o la carne. è servita calda o alla griglia, ma sempre rigorosamente gialla.
Oltre ai salumi e ai formaggi, immancabili sono i ravioli bergamaschi chiamati casunsei, conditi con burro fuso e salvia. Il dolce tipico in pan di spagna vuole rappresentare il piatto tipico della cucina bergamasca “polenta e osei”.

Fra le più grandi strutture portuali sui laghi europei, il Porto Turistico di Lovere ospita un anfiteatro polifunzionale (in grado di accogliere manifestazioni, spettaco li e grandi eventi), il Centro Civico Culturale, numerose società sportive, bar, ristoranti e l’ostello.
E’ qui possibile praticare le seguenti attività: nuoto, vela, canottaggio, pattinaggio sul ghiaccio, tennis, calcio, calcetto, basket e pallavolo.

Persone legate a Lovere:
Santa Vincenza Gerosa, religiosa, santa
Santa Bartolomea Capitanio, religiosa, santa
Mario Stoppani, pilota acrobatico e collaudatore
Giacomo Agostini, campione del mondo di motociclismo
Giacomo Vender, presbitero
Giovanni Andrea Gregorini, industriale e politico
Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona
Enrico Ghezzi, critico cinematografico
Antonio Solera, patriota
Giovanni Battista Zitti, patriota
Enrico Banzolini, patriota
Rolando Bianchi, calciatore dell'Atalanta
Luca Belingheri, calciatore del Cesena.
Giuliano Fiorani, scrittore e storico della Repubblica Sociale Italiana
Davide Guarneri, pilota motociclistico italiano
Elia Violi, rugbista del Calvisano
Nadia Fanchini, sciatrice della Nazionale Femminile di Sci




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martedì 5 maggio 2015

I LAGHI LOMBARDI : IL LAGO D' ISEO

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Il Lago d'Iseo, detto anche Sebino, si è formato millenni di anni fa grazie all'attività di erosione e successivamente dal ritiro di un ghiacciaio alpino.
Diviso tra le provincie di Brescia e Bergamo, è solo sesto per estensione nella classifica dei laghi italiani, ma detiene il singolare primato di ospitare l'isola lacustre più grande in Europa:  MonteIsola, un vero gioiello verde disseminato di minuscoli borghi e rare ville patrizie.  A nord e a sud di MonteIsola ci sono le due isole minori di Loreto e S.Paolo.

Incastonato tra monti e colline, il Lago d'Iseo è un lago diverso da tutti gli altri e deve la sua originalità alla varietà del suo paesaggio ed alle sue bellezze naturali.
Verso nord, il lago d'Iseo è incorniciato dai monti perennemente innevati del ghiacciaio dell'Adamello, dai quali giungono le acque che lo alimentano attraverso il fiume Oglio;  a sud, invece, il paesaggio si fa più dolce e collinare. Questi aspetti si affermano prepotentemente in molti tratti delle coste, tra le pareti rocciose che si tuffano a picco nel lago e le dolci colline verdeggianti.

Conosciuto ed apprezzato fin dai tempi antichi da poeti e pittori, il Lago d'Iseo è un luogo affascinante, semplice ma pittoresco, suggestivo e contraddittorio.
Lo stesso Leonardo da Vinci vi soggiornò per un periodo e sembra lo abbia ritratto in numerosi dei suoi dipinti.

Delle varie epoche storiche esistono tuttora imponenti testimonianze: castelli e torri, chiese e monasteri, ville e palazzi signorili, borghi antichi in pietra, opere d'arte.
Del secolare lavoro dell'uomo restano a testimonianza i terrazzamenti, gli uliveti, i vigneti. Ci sono infine luoghi dove la natura è da sempre sovrana e protetta.
Molti i fenomeni naturali degni di nota: la riserva naturale della Valle del Freddo, le grotte dell'Abisso Bueno Fonteno, le piramidi di Zone, le Torbiere d'Iseo .

Il miglior modo per conoscerlo ed apprezzarlo in tutto il suo splendore è certamente via lago, sul quale si affacciano i paesi lacustri mostrando la loro miglior veste.
Dai porti principali vi è la possibilità di partire a bordo dei battelli per visitare sia MonteIsola che i graziosi paesi rivieraschi.

Il lago d'Iseo offre una vasta e variegata tradizione culinaria: moltissimi sono i piatti tipici da assaporare.
L'ambiente ed il clima mite permette di coltivare l'olivo e produrre l'olio extravergine DOP.

Innumerevoli sono gli sport praticabili all'aria aperta, sia in inverno che in estate: i venti che soffiano sul lago permettono di praticare diversi sport acquatici mentre in numerose località circostanti è possibile praticare sport invernali.

Il lago d'Iseo è sicuramente una delle mete più suggestive del nord Italia, dove il tempo sembra essersi fermato.

Settanta milioni di anni fa la superficie del suolo era molto più in alto, perché sulle rocce, che oggi vediamo, giaceva una coltre di altre rocce, dello spessore di almeno 5000 m e più. Le montagne di allora avevano un andamento del tutto diverso da quello attuale e costituivano una serie di catene parallele, intervallate da profonde vallate.

Le rocce di cui sono costituite le montagne che contornano il lago d'Iseo si sono formate nell'era secondaria, tra i 230 e i 70 milioni di anni fa, a strati, per consolidamento delle fanghiglie che si erano depositate in un antico mare posto in una zona oggi corrispondente allo spazio tra l'Europa centrale e il centro dell'Africa. Successivamente queste rocce si sono spostate dove si trovano oggi, ma hanno continuato a contorcersi in mille modi, formando le più strane e le più complicate pieghe.

I primi segni di vita umana sul lago d'Iseo sono alcuni ritrovamenti fatti a Sarnico di resti di palafitte che confermano una presenza preistorica, mentre al nord del lago d'Iseo, in Val Camonica erano attestati i Camuni. Dalle pianure salgono verso nord gli Etruschi e i Celti fino alla conquista romana. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, si susseguono le invasioni barbariche e varie dominazioni, tra cui quella longobarda. Nel 774 Carlo Magno occupa la Val Camonica e parte del lago d'Iseo, facendone donazione ai monaci di Tours. Nel 1161 Federico Barbarossa scende dalla Val Camonica e il 12 giugno espugna, saccheggia e incendia Iseo. La zona vivrà successivamente le lotte continue tra guelfi e ghibellini. Segue nel 1428 l'intervento della Repubblica di Venezia e la sua occupazione dell'intera zona del lago e della valle, a cui segue un periodo di pace fino al 1509. Nel 1797, con la fine della dominazione veneziana, la Val Camonica e Pisogne vengono assegnate al dipartimento del Serio ed unite a Bergamo. Ritorneranno poi a far parte della provincia di Brescia nel 1859, quando, sconfitte le truppe austriache a San Martino e a Solferino, il territorio viene riunito con il resto della Lombardia al regno di Sardegna, prima tappa dell'unità d'Italia.

La principale attività è il turismo: il lago d'Iseo, generalmente frequentato tutto l'anno, ha la sua stagione turistica da maggio a settembre, periodo in cui numerose sono le manifestazioni: regate veliche, concerti e serate danzanti. Vi si praticano diverse attività sportive: nuoto, del windsurfing, la pesca, attività subacquee e veliche, queste ultime favorite da venti regolari.

Il lago, essendo ricco di trote e di lucci, favorisce la pesca lacustre che è ancora attiva nei paesi rivieraschi. Sulle rive del lago si produce inoltre un ottimo olio di oliva, dotato di notevoli caratteristiche organolettiche.

L'industria è presente nei quattro centri principali del lago (Iseo, Sarnico, Pisogne e Lovere-Castro).

Lovere e Castro costituiscono il maggiore centro industriale del lago e sono quasi saldate fra di loro dal grosso impianto industriale della Lucchini Sidermeccanica, uno dei primi stabilimenti siderurgici italiani, costruito attorno al 1870. A Pisogne è attiva l'industria del legno e delle vernici. A Sarnico vi sono industrie seriche, meccaniche e di vernici; sono noti inoltre i suoi cantieri, per la costruzione di scafi da gara e da diporto. Ad Iseo e dintorni esistono industrie di filature di cotone e di coperte, mentre a Sulzano e a Monte Isola vengono prodotte reti da pesca e da caccia. Marone, infine, è sede della "Fabbrica mineraria Dolomite Franchi". A Tavernola Bergamasca opera dai primi anni del secolo scorso una cementeria facente parte del Gruppo Sacci di Roma.

La sponda bresciana è molto varia: da una parte il lago e Monte Isola, dall'altra vigne, frutteti, olivi e fiori in basso, a cui seguono boschi di castagni e poi più in alto le arrotondate dorsali dei monti.

Il primo paese della sponda bresciana del lago è Paratico, seguito da Iseo, il centro turistico di maggiore importanza del lago, il cui territorio, occupa due terzi della lunghezza della sponda orientale con le sue frazioni: Clusane (rinomato per la specialità culinaria della "tinca al forno"), Covelo (dove si trova il "Bus del Quai", complesso di grotte e palestra di roccia per l'arrampicata sportiva) e Pilzone, con il promontorio di Montecolo e caratterizzato dal fico che cresce sul campanile della chiesa.

Successivamente si incontra Sulzano, paese di pescatori e approdo per i traghetti verso Monte Isola, e Sale Marasino, collocato sul fondo dell'anfiteatro naturale dei monti delle Almane, che conserva la Parrocchiale di San Zenone, altre antiche chiese nelle frazioni e alcuni importanti palazzi cinquecenteschi (tra cui Palazzo Giugni, con affreschi di Giovanni da Marone e di pittori della scuola del Romanino, e Villa Martinengo Villagana, che si affaccia sul lago dirimpetto a Monteisola ed è uno dei Palazzi storici più rilevanti dell'intero Sebino).

Ancora oltre si trova Marone centro industriale, da dove si diparte la strada verso il monte Guglielmo e arriva a Zone, dove si trova il caratteristico fenomeno delle "piramidi di erosione". Successivamente il paesaggio diventa più selvaggio, mentre strada e ferrovia sono nascoste in una serie di gallerie, fino a Pisogne, dove la sponda bresciana termina nel largo piano alluvionale dell'Oglio: nei pressi dell'abitato si trova una riproduzione in cemento del cavallo di Troia, che riproduce un originale di cartapesta, vincitore del locale Carnevale e distrutto da vandali.
Anche la sponda bergamasca è molto variata. Da Sarnico a Predore esistono tratti di spiaggia, poi il panorama diventa selvaggio con rupi a strapiombo e speroni di roccia (spettacolari sono gli orridi o "bögn" di Castro e di Zorzino), che si susseguono interrotti unicamente dai piccoli delta formati dai torrenti delle valli laterali, dove si trovano i paesi rivieraschi. Solo qua e là, in brevi spazi ben soleggiati, appaiono viti e olivi (la Sbresa è la cultivar tipica) ; per il resto è tutta roccia nuda. Si susseguono gli abitati di Tavernola Bergamasca, Portirone (fraz. di Parzanica), Zu con il capoluogo Riva di Solto, Castro, Lovere. Alla confluenza del fiume Oglio nel lago, si trova Costa Volpino, seguito da Rogno, l'ultimo paese dell'alto sebino e il primo della Val Camonica.



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LE CITTA' DEL LAGO DI LUGANO : PORTO CERESIO

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Porto Ceresio un porto nel verde. Una deliziosa cittadina italiana sul Lago  di Lugano, in origine detto proprio Lago Ceresio, un  ultimo lembo d’Italia proteso verso la Svizzera, nel bel mezzo dei laghi lombardi. Porto Ceresio è come un salotto immerso nella natura, incastonato tra il verde dei monti e l’azzurro del lago. Il  lungolago, in parte  sospeso sull’acqua, orlato dai giardini e dalle vecchie case del centro storico, consente, come  primo ammirato  approccio, una bella passeggiata di oltre due chilometri, che parte dalla stazione e dall’ imbarcadero per i battelli di linea e,  passando per la piazza, porta  fin quasi al confine svizzero.

Originariamente il centro abitato era costituito da due nuclei, non nettamente distinti, ma separati dall’asse stradale dell’attuale via Garibaldi. Il nucleo settentrionale era denominato “del Pozzo”: al suo interno sono ancora visibili alcune tracce di cisterna per l’acqua. L’altro nucleo, a sud, era chiamato invece “del Torchio”.
Sempre in passato non vi era possibilità di passaggio via terra tra Ponte Tresa e Brusimpiano e Porto Ceresio. L’unica via era quella lacuale. I barconi con la grande vela quadra solcavano il lago permettendo un intenso traffico di uomini e merci fra i Cantoni Svizzeri e i domini Milanesi. Purtroppo questa via era anche utilizzata dagli invasori. Ricordiamo i Franchi che a più riprese tentarono di invadere il Seprio passando per la valle, ma che furono respinti dai Longobardi. Oppure l’invasione degli Ungari, chiamati da Berengario, nel IX secolo. Nel 1100 nella Palude Ceresia si scontrarono per ben dieci anni le soldataglie di Como contro quelle di Milano a causa si Landolfo vescovo indegno e simoniaco e sostenuto dai milanesi.
Nel 1510, 1600 lanzichenecchi svizzeri guidati dal vescovo guerriero Scheiner, Cardinale di Sion, occupano Porto Ceresio per poi dilagare fino a Sion. Le truppe francesi per contrastarli applicano la tattica della terra bruciata distruggendo fattorie e mulini del varesotto, causando un generale impoverimento della popolazione

Duecento milioni di anni fa, il Mediterraneo giunse alle basi delle Prealpi: queste valli erano fiordi in cui il mare accumulava migliaia di metri di sedimenti ricchi di resti della flora e della fauna marina.
Ed ecco il formarsi delle rocce dell'Orsa e del Pravello con Dolomie, Calcari, Brecce, Diaspri e le ricchissime incrostazioni di fossili affioranti.
Poi il mare si ritirò e si originò così una palude salmastra che era il delta per fiumi e torrenti.
Cinque milioni di anni fa il mare nuovamente penetrò all'interno per poi ritirarsi lentamente.
Si originarono così foreste tropicali ma poi il clima andò raffreddandosi progressivamente portando le glaciazioni.
Durante il quaternario la regione alpina è stata interessata da una ventina di glaciazioni (l'ultima avvenuta circa 18.000 anni fa) intervallate da periodi interglaciali.
Nel territorio del comune di Viggiù sono testimoniate almeno le ultime due glaciazioni.
Le creste delle morene nel territorio della Bevera sono legate alla glaciazione antecedente l'ultima, come anche le sabbie e le ghiaie cavate nelle cave Valli e Rainer sono depositi riferibili alla glaciazione Riss.
Il massiccio del monte Orsa è una delle cime più belle della provincia di Varese: la cresta rocciosa a picco sul bosco sottostante arriva a 984 metri.
E' di natura carsica, e ricca di grotte naturali tra cui la famosa grotta "mamma Emma".
I fianchi del monte sono ricoperti da bosco ceduo misto non molto fitto. In passato era una zona frequentata da orsi, cervi, lupi che ne facevano una naturale riserva di caccia.
Deve il suo nome probabilmente all'uccisione di un'orsa di proporzioni gigantesche da parte di A. Mozzoni, signore di Bisuschio, durante una caccia in onore di Galeazzo Maria Sforza (1400).
Le grotte ivi presenti molto probabilmente non furono abitate in epoca preistorica, ma vennero utilizzate come nascondiglio durante le invasioni barbariche e nel tardo medioevo.
Su una cresta calcarea a vegetazione rada vi sono i resti di diverse postazioni di guardia e mitragliere.
Un sentiero di ghiaia scende seguendo nel bosco il costone, incontrando ogni tanto piazzole erbose fiorite da primavera all'autunno inoltrato. Poi il bosco degrada ripido a valle.
Nella roccia troviamo strane spaccature, mentre il sentiero diventa mulattiera. La cima del monte fa da spartiacque fra la pianura lombarda e il Canton Ticino, così si può ammirare il lago Ceresio e la campagna prealpina.

A Porto Ceresio, sia sul monte Grumello sia in prossimità della stazione ferroviaria (procedendo verso Borgnana e Cuasso al Monte), esistono delle fortificazioni militari risalenti alla prima guerra mondiale che fanno parte della cosiddetta Linea Cadorna, il sistema di fortificazioni costruito lungo il confine italo-svizzero tra il 1915 e il 1918, quando si temeva che le truppe austro-tedesche potessero invadere il territorio italiano penetrando dai valichi alpini.

L’avvio dei lavori per la realizzazione di questa “Linea di difesa alla frontiera nord” fu ordinata dal generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, sulla base di progettazioni, ricognizioni, indagini geomorfologiche e pianificazioni iniziate già nei 50 anni precedenti. La montagna venne sfruttata e in alcuni tratti scavata per realizzare cannoniere, depositi di armi, postazioni per fucilieri, punti di mira, ecc.

La Linea Cadorna non fu coinvolta nelle operazioni belliche né durante la prima guerra mondiale né durante la seconda, ad esclusione di due tratti, Monte San Martino (VA) e Ossola (VB), che tra il 1943 e il 1944 vennero utilizzati come basi partigiane del Gruppo “Cinque Giornate” agli ordini del ten. col. Carlo Croce e dei partigiani della “Repubblica dell’Ossola”.

Il tratto di Linea Cadorna presente sul monte Grumello è facilmente raggiungibile dalla strada che porta alla frazione di Ca’ del Monte. Poco prima della località Piazzone, dove è possibile lasciare le auto, si trova infatti un sentiero in salita indicato da un cartello di colore giallo. In breve tempo si raggiungono le posizioni di fanteria e i punti di osservazione. Un complesso sistema di gallerie si snoda su più livelli disposti concentricamente, sino ad arrivare in vetta (720 m.). I camminamenti, sia quelli all’aperto che quelli coperti, sono facilmente percorribili. Una torcia elettrica può essere utile per inoltrarsi nelle trincee sotterranee e nei ricoveri in tutta sicurezza.
Raggiunta la vetta del monte Grumello si potrà godere di un panorama mozzafiato sul lago di Lugano.

Museo Etnografico Appiani Lopez presenta una raccolta di oggetti riguardanti la vita quotidiana, le abitudini e le risorse degli abitanti di Porto Ceresio nel periodo 1850-1940 circa; una sezione è dedicata agli scultori e agli artisti del paese attivi nel XIX e XX secolo. Una Mostra Permanente dedicata alle opere di pittura stuccatura realizzate dagli Appiani nel 1600 e 1700.

Porto Ceresio sorge sulle sponde meridionali del lago di Lugano, il suo territorio appartiene alla provincia di Varese e confina col Canton Ticino. Il Museo è situato nel nucleo antico del paese, nella Corte del Pozzo: in esso sono raccolti oggetti e testimonianze legati alla vita passata in Porto Ceresio, in particolare al periodo compreso tra la metà del 1800 e i primi decenni del 1900.

La Corte del Pozzo deve il suo nome alla presenza di un pozzo di acqua dolce i cui resti sono visibili in prossimità dell'arco di ingresso. La denominazione di Corte del Pozzo risulta fin dal 1721 nei documenti relativi la prima misurazione in are del territorio di Porto Ceresio, allora parte del Ducato di Milano.

La Corte è collocata al termine della Via del Pozzo che ha inizio nella piazza principale, piazza Bossi. Superato l'arco d'ingresso, ecco aprirsi la Corte il cui perimetro rettangolare è segnato da due edifici disposti a elle e da una coppia di alti muri perimetrali, speculari ai due fabbricati. L'edificio più alto, posto di fronte a1l'arco d'ingresso,era in origine una casa padronale; quello più basso diviso in modesti appartamenti, era probabilmente utilizzato peri servizi e abitato da sottoposti. Attraverso un corridoio dell'edificio più basso si accede ad una piccola corte interna, a tutti i locali posteriori ed al giardino. I lavori di restauro degli edifici sono stati eseguiti nel rispetto delle strutture primitive: le scale di pietra e i soffitti di legno sono stati conservati, i pavimenti sono stati ricostruiti con elementi recuperati da vecchie case demolite nel paese, le porte e le finestre sono state rifatte secondo antichi modelli.

Nel dicembre 1973 venne presentata da Luciano Appiani e sua moglie Mirella Lopez una piccola mostra di oggetti e manufatti legati alla vita passata di Porto Ceresio. Questa mostra era il risultato di un periodo di ricerca che aveva coinvolto,oltre ai promotori, soprattutto gli anziani. Tale esperienza portò alla decisione di continuare il lavoro con una ricerca che continua a tutt'oggi. Gli anni dal 1972 al 1975 furono dedicati al reperimento e al recupero di oggetti e testimonianze, con l'intenzione di salvare dalla distruzione e dall'oblio quanto potesse documentare il passato di Porto Ceresio. Le ricerche portarono presto a un consistente insieme di materiali e all'esigenza di una sede dove ospitarli. Venne per questo scopo acquistato, a lotti, nell'arco di dieci anni, tutto il complesso della Corte del Pozzo.
Oggi il museo si compone di 11 stanze con esposizione a tema e un giardino in cui sono esposti grossi attrezzi agricoli e barche.
La sala Appiani è dedicata agli artisti della famiglia Appiani vissuti nel 1600-1700. Andrea fu attivo a Roma nella prima metà del 1600, prima presso la famiglia Borghese e poi come architetto "scenografo in Vaticano. V PIETRO FRANCESCO e JACOPO ANDREA fratelli, stuccatori operanti nella prima metà del 1700 soprattutto in Germania. Giuseppe Ignazio figlio di Pietro Francesco fu operante in Germania per quasi tutto il 1700, pittore della Corte di Magonza.

Il bosco e la lavorazione del legno. Vi sono raccolti gli strumenti per il taglio dei boschi, per il trasporto della legna, per la costruzione di oggetti di legno di uso quotidiano, per l'utilizzo dello strame. Vi è esposta una pianta catastale riguardante la prima misurazione del territorio di Porto Ceresio in are: in precedenza la misura usata era il "trabucco milanese".

Nella stanza 2 pianoterra è presente la cucina e la preparazione degli alimenti. Nel locale sono presenti i resti di un ampio camino, corredi di utensili di rame per lo stesso; una stufa economica con corredo di utensili di alluminio; piattaia e credenza con terraglie del lago Maggiore; utensili per la conservazione e la preparazione dei cibi.

Nella stanza 3 pianoterra sono esposti strumenti per la raccolta dell'uva, per la torchiatura,per il recupero delle vinacce, per l'imbottiglia1nento, misure di mescita, rubinetti di legno per i tini, imbuti.

Nelle stanze 4 e 5 ci sono gli arnesi per la pesca e gli arnesi per la coltivazione degli orti. Cesti di varie essenze lignee e misure. Forgia e mola per la manutenzione degli attrezzi di ferro. Misure per le granaglie, pesi e ventilabri per la pulizia delle stesse. Arnesi per la costruzione e la manutenzione della casa.
Strumenti per la fienagione. "Macchina" per la sgranatura del granoturco. Finimenti per animali da giogo. Erpice, aratro e rincalzatore delle piante di granoturco. Arnesi per la mungitura e la cura delle stalle. Utilizzo del latte.

Nella stanza 6 primo piano sono presentati oggetti legati alla religiosità famigliare e al culto popolare: stendardi,acquasantiere, libri devozionali, simboli delle confraternite, presepi. Arredi dismessi dalla Chiesa.

Nelle stanze 7 e 8 c'è il mondo femminile: indumenti, manufatti, ricami.
Coltivazione del baco da seta, lavorazione della canapa, lo stiro, il bucato, il cucito. Pezzi di corredo.

Nella stanza 9 primo piano c'è la camera da letto. Vi è presentata una serie di arredi possibili,presenti nelle camera da letto. Le culle dei bambini erano sempre costruite dai padri. Accessori igienici appartenenti a varie classi sociali.

Nella stanza 10 pianoterra ci sono le opere degli artisti di Porto Ceresio (la tradizione artistica di Porto Ceresio è secolare. Sono state recuperate testimonianze della fine '800 e della prima meta del '900. Modelli della Scuola di disegno e pianta della sua sede. Gessi di Giuseppe Jaderi (1900), disegni e sculture di Giovanni, Pietro e Alfio Andreoletti (1800-1900), gessi di Giuseppe Ravera. Strumenti degli scalpellini e degli scultori.

Nell'ingresso si aprono un "servizio" e un cunicolo: il primo era usato nel passato estemporaneamente e per la raccolta degli escrementi (servivano per concimare). Il secondo pare servisse per raggiungere un convento al sicuro da ogni invasore che si presentasse in Paese.

Portico con carrello di miniera: nel passato si estraevano gli scisti bituminosi per produrre l'ittiolo dalle montagne sovrastanti il paese.

Nel secondo portico ci sono carri agricoli, cisterna di legno per trasportare acqua o liquame per i prati, vecchie cale per la neve.

Porto Ceresio, insieme ai comuni limitrofi di Besano, Clivio, Saltrio, Viggiù, Arzo, Besazio, Brusino Arsizio, Ligornetto, Meride, Rancate, Riva San Vitale, Stabio e Tremona, rientra in un’area caratterizzata dalla presenza di reperti fossili di eccezionale valore.

I monti Orsa (998 m. s.l.m.) e Pravello (1015 m s.l.m.), in territorio italiano, e il monte San Giorgio (1096 m s.l.m.), in Canton Ticino, sono per gran parte costituiti di rocce calcaree e dolomitiche che risalgono al Triassico, vale a dire un periodo compreso tra circa 250 e 200 milioni di anni fa. Tra i “pacchi” di rocce triassiche ne affiorano alcuni che costituiscono formazioni geologiche particolarmente interessanti per la scienza: si tratta di strati, più o meno sottili, di rocce grigie e nere appartenenti al medio Triassico (datate tra 245 e 230 milioni di anni), che ci aprono una finestra sul passato della durata di 15 milioni di anni. Da un secolo e mezzo questi particolari affioramenti sono oggetto di ricerche geologiche e paleontologiche, poiché raccontano con chiarezza di un ambiente marino tropicale, un ambiente naturale del tutto diverso da quello odierno, e poiché racchiudono reperti fossili unici ed eccezionali, testimonianze dirette della vita del lontano passato. Di fossili, sulle nostre montagne, ne sono stati portati alla luce parecchi e molti mostrano una completezza rara e spesso una conservazione perfetta. I dati raccolti, durante le ricerche e le campagne di scavo, hanno dato vita a una ricca e dettagliata letteratura sull’argomento. I musei e gli istituti universitari coinvolti nelle ricerche hanno prodotto circa 800 pubblicazioni scientifiche descrivendo, tra gli altri aspetti, una fauna fossile unica nel suo genere e che non ha eguali al mondo.

Di particolare interesse sono i resti appartenenti ad antichi rettili marini: migliaia di scheletri fossilizzati, raggruppabiliin una trentina di specie diverse, tra cui alcune rare o addirittura uniche che portano i nomi delle nostro località (Besanosauro, Ceresiosauro, Serpianosauro, ecc.)

Un centinaio sono le specie di pesci, numerosissimi i resti di invertebrati e i vegetali.

Tutto ciò fa del territorio un punto di riferimento per chi si occupa di paleontologia e una delle località fossilifere più importanti al mondo, in particolare per quanto concerne il periodo Triassico medio. Dal 2003 il versante svizzero del giacimento paleontologico è patrimonio mondiale naturale dell’UNESCO. Lo stesso riconoscimento spetterà presto anche ai territori italiani.


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