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lunedì 23 maggio 2016

LA VAL SANGUIGNO

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La Val Sanguigno è una valle minore che si sviluppa sulla destra orografica della Val Seriana, di cui è tributaria, ed è situata nel territorio amministrativo del comune di Valgoglio, in provincia di Bergamo.

La valle, molto apprezzata dagli escursionisti in tutte le stagioni, nella parte bassa è percorsa dall'omonimo torrente che, raccogliendo i numerosissimi rigagnoli che bagnano la zona, crea pozze, forre e cascate, rendendo il paesaggio molto suggestivo, gettandosi poi nel torrente Goglio nei pressi della centrale idroelettrica di Aviasco.

Ad ovest è delimitata dal monte Zulino, ad est dal monte Salina e dal monte Crapel, mentre a nord, nella parte più elevata, è chiusa dalla conca delimitata dal monte Corte, dal Pizzo Farno e dal monte Pradella. Tra queste tre cime si trovano il passo di Valsanguigno ovest e quello di Valsanguigno est (noto anche come Passo del Farno), che permettono di raggiungere il versante orografico della val Brembana.

La valle presenta inoltre caratteristiche naturalistiche di elevato profilo. Grazie a particolari condizioni ecologiche, ma anche per via della quasi nulla presenza dell'uomo, in essa si è sviluppato un particolare habitat in cui hanno trovato spazio numerose specie vegetali ed animali di interesse scientifico e conservazionistico, tra cui l'aquila, il capriolo, il camoscio, l'ermellino, ma soprattutto il coleottero denominato Ubychia leonhardi Reitter ed il sempreverde Lycopodiella inundata, entrambi endemici.

Al fine di tutelare questa delicata condizione naturalistica, rendendola contemporaneamente fruibile agli appassionati, la valle è stata inserita nel progetto “Bi.O.S. – Biodiversità Orobica in Valle Seriana” che, promosso dalla Fondazione Cariplo e da enti locali tra cui il Parco delle Orobie Bergamasche e la Provincia di Bergamo.

La via più breve è quella che parte a fianco della centrale idroelettrica di Aviasco, posta poco a monte rispetto all'abitato di Valgoglio, che per il primo tratto è inclusa nell'itinerario conosciuto come Sentiero dell'Alto Serio.

Da qui si segue il segnavia C.A.I. numero 232 che l'attraversa e costeggia il torrente Sanguigno, toccando il rifugio Gianpace (dopo poco meno di un'ora di cammino), le baite di Val Parma (detta anche baita di Bindagola) e di Presponte, dopo la quale la traccia si divide: ad ovest culmina presso il passo di Valsanguigno ovest (2320 m s.l.m.), tramite il quale si raggiunge il Rifugio Laghi Gemelli, ad est giunge al passo di Valsanguigno est (2380 m s.l.m.), noto anche come Passo del Farno, che collega la valle con il lago Colombo.

La Val Sanguigno è una delle zone più incontaminate di tutta la Lombardia, con pochi eguali nelle valli prealpine, e ricchissima di acqua. Dai colori sgargianti, tendenti al rosso alla fine dell’estate (da qui il nome “Sanguigno”) è percorsa dal torrente Sanguigno che crea pozze, forre e cascate, alimentando la centrale idroelettrica di Aviasco.
In tutto il territorio del Parco delle Orobie Bergamasche, di cui fa parte, è un caso quasi unico di sostanziale integrità idrogeologica.

La valle accoglie una flora molto ricca di specie endemiche di elevatissimo interesse scientifico, oltre a faggete e boschi di tigli ed aceri, pascoli e praterie alpine. A circa 1425 m.s.l.m., in un ampio pianoro, si comincia a camminare su morbidi prati che paiono cuscini d’erba: sono le torbiere, accumuli continui di materiale vegetale saturi d’acqua e in lenta decomposizione. La torba spugnosa e soffice è abitata da specie vegetali rarissime come la Lycopodiella inundata e la Drosera rotundifolia, minuscola pianta carnivora che grazie ai lunghi tentacoli intrappola piccoli insetti.


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giovedì 19 maggio 2016

GANDELLINO

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Gandellino è un comune situato prevalentemente sulla parte sinistra orografica del fiume Serio che lo attraversa, a 675 m s.l.m. in alta Val Seriana, circa a 44 chilometri a nord di Bergamo, ed è composto dal capoluogo sul fondovalle, che prosegue nella parte a nord lungo la strada provinciale con le frazioni Gromo San Marino, Bondo, Pietra e Grabiasca, sulla sua parte a est con la frazione Tezzi e sulla parte ovest con la frazione Foppi.

Salendo la Val Sedornia, uno strano masso sembra testimoniare la presenza dell'uomo sul territorio almeno due millenni a.C., in località Spiaz de Martisola.

Un parallelepipedo con incisi segni circolari che si susseguono su linee parallele, e coppelle, che non sono sicuramente di origine naturale. Un masso-altare usato per culto e sacrifici dei sacerdoti precristiani, i drudi celtici,come nelle vicina valle Canonica.

Il primo documento che riporta il nome Oltre il dragone, riconducibile al bergamasco "dargùn", 'torrente rovinoso', o "drag", 'frana', questo è infatti l'antico nome della località, risale al 774, documento in cui Carlo Magno re dei Franchi, dona tutta l'Alta Valle Seriana al Monastero di San Martino di Tours in Francia, a testimonianza di questo, Gandellino mantiene S. Martino quale santo patrono.

Nel 1267 ottiene l'autonomia dal Vicariato di Bergamo, che nel 1067 era subentrato al Monastero di S.Martino, partecipando con Gromo e Valgoglio all'espugnazione del paese di Covo con mezzi propri, sia economici che di uomini in qualità di soldati e di forza lavoro. Il documento, detto "Instrumento del privilegio", è ora conservato e consultabile presso il museo sito nel Palazzo Milesi di Gromo. Con l'autonomia i ricavati dell'estrazione e lavorazione di minerali, diventano l'economia del paese. Risale al 1396 invece il documento, un atto notarile di vendita, dove compare, per la prima volta, il nome di Gandellino, anche questo con ogni probabilità dalla voce bergamasca “ganda”, che significa “frana”.

Nel 1428, passando sotto il dominio veneto, il mercato e il lavoro delle armi, subiscono un notevole incrementato, come per tutti i paesi della valle, ma una terribile frana nel XV secolo, distrugge le fucine che erano presenti lungo il torrente Sedornia per la lavorazione dei metalli, e la successiva frana del 1834 ne cancella ogni traccia, rimangono consultabili solo gli atti notarili a testimonianza storica.
L'economia contadina, molto povera, data la posizione montana porta nei primi del '900 ad una migrazione corposa, in Francia e in Svizzera. Nel 1968 cedette le frazioni Ripa e Bettuno al comune di Gromo.

Sul territorio si sono susseguite frane anche nel 2000 che richiedono da anni interventi di prevenzione con canali di scolo acque e muri di contenimento con lavori che hanno richiesto studi approfonditi del territorio.

Le sempre difficili situazioni economiche porteranno ad una unione amministrativa di Gromo con i paesi confinanti e il 17 luglio 2014, con seduta straordinaria il Consiglio Comunale approva lo Statuto Costitutivo dell'Unione di Comuni dell'Alto Serio con Gromo, Valgoglio e Valbondione.

Immerso nel Parco Regionale delle Orobie, Gandellino è un verdeggiante borgo protetto dalle cime del Redorta, Grabiasca, Brunone, e Cardeto, e bagnato dalle acque del Serio e del suo affluente Sedornia. Il territorio comunale comprende, oltre al capoluogo, la frazione di Gromo San Marino e altre contrade, come Foppi, Tezzi, Bondo, Pietra e Grabiasca.

Dal paese è possibile collegarsi ai diversi sentieri alpini, il Sentiero dell'Alto Serio passa sui due versanti della valle: la terza tappa porta da San Giovanni di Gorno (punto di partenza) a Grabiasca passando per la Ripa sulla parte occidentale; la quarta tappa parte invece da Aprico (Fino del Monte) per arrivare ancora a Grabiasca, ma passando per i Tezzi Alti sulla parte orientale del paese.

Mentre attraverso il Sentiero delle Orobie, si possono raggiungere alcune cime delle prealpi bergamasche: i monti Redorta, Grabiasca, Brunone, e Cardeto.

Si possono così raggiungere i numerosi laghi alpini e rifugi: Laghi di Cardeto, Passo della Portula, Curò e Coca (da Valbondione), Brunone (da Fiumenero), Calvi (da Ripa di Gromo), Alpe Corte e Laghi Gemelli (da Valcanale); proprio da quest'ultimo ha inizio anche il sentiero dei rifugi delle Orobie, che si conclude all'Albani.

La pista ciclabile attraversa tutto il territorio di Gandellino, per lunghi tratti anche nel centro abitato. Sul territorio c'è un impianto sportivo comunale completo di campi di pallavolo calcetto e tennis, mentre nella frazione Gromo S. Marino si trova il campo comunale di calcio e di pallavolo.

Spias de Martisola è il mistero di un luogo, le cui tracce sono per noi oggi sempre di difficile interpretazione. Partendo dalla frazione Tezzi si percorre un sentiero, antico che sale una valle nel bosco, la Val Sedornia, nome che è una trasformazione del nome romano "Saturnia", Saturnus quindi un elemento religioso, il dio Saturno, dio della natura, della potenza e abbondanza. La valle che percorre un bosco, si apre poi in pascoli, ma è stranamente deserta.

Giunti in località detta Spias de Martisola, compare una radura con un masso a forma di parallelepipedo ora completamente ricoperto di muschio, le cui incisioni e coppelle lo rendono sicuramente riconducibile all'opera dell'uomo, e di un uomo preistorico. Lungo un lato del Masso erratico son ritagliati una serie di gradini, che conducono alla sua sommità. Un masso-altare per sacrifici, e questo secondo gli studi che sono stati fatti qui e in altre zone delle Alpi e Prealpi si ritiene che il masso altare sia stato utilizzato fra il terzo e il primo millennio prima di Cristo. Sulla superficie son ben visibili dei solchi chiamati coppelle. Mentre la faccia rivolta a Nord mostra una serie di incisioni circolari, e di linee oblique, forse indicanti costellazioni.

Un masso-altare usato dai druidi, sacerdoti dei Celti per riti sacrificali, le coppelle sembrano che potessero raccogliere il sangue di vittime, animali o addirittura umane, altri parlano di riti religiosi legati all'acqua che feconda la terra, anche questa possibilità attendibile essendo presente il torrente Sedornia.

Di pregevole interesse artistico sono le due chiese parrocchiali.

La chiesa, dedicata alla Natività di Maria,è risalente al 1350, situata sopra un dosso, è ben visibile dalla valle. Anticamente era annessa ad un convento di monache ora soppresso. Un porticato sui lati nord e ovest la contorna. Sul lato verso valle, presenta sette aperture ad arco a tutto sesto in pietra arenaria, complete di colonne in stile toscano che poggiano su di un alto parapetto in muratura coperto da piana in pietra come basamento.
L'interno è caratterizzato da una pianta a tre navate, di cui quella centrale più alta rispetto le due laterali. Le volte di sostegno poggiano su grosse colonne di pietra diverse tra loro per dimensione, ciò rende le arcate a loro volta diverse, creando un'asimmetria architettonica nella chiesa.
Tra le opere artistiche degne di nota vi sono da citare antichi affreschi, molto probabilmente riconducibili proprio alla chiesa primitiva poi ampliata, presumibile opera di Giacomo de Buschis detto il Borlone, che già aveva lavorato nella valle affrescando la Danza Macabra, mentre altri di epoca quattrocentesca rappresentano il "Il credo degli apostoli". Sia la navata centrale che il presbiterio sono decorati con medaglie e cornici in stucco di epoca barocca che raffigurano scene della vita di Maria mentre l'ancona lignea posta dietro l'altare è caratterizzata dalla scultura di un Cristo Risorto, opera della cerchia dello scultore Pietro Bussolo del 1510 circa.
L'edificio è stato restaurato tre volte: la prima nel 1877 e in seguito nel 1936 e infine1987.
Nel cimitero accanto è stato tumulato il missionario Alessandro Dordi, proclamato beato il 3 febbraio 2015 da Papa Francesco.

La Chiesa Parrocchiale di San Martino, del XX secolo, fu iniziata nel 1920 e terminata con la costruzione della torre campanaria nel 1984, si presenta all'esterno completamente rivestita in pietra, con ai lati due ambulacri aperti verso l'esterno con archi a tutto sesto, a cui si accede per mezzo di due scalinate. L'architettura dell'edificio da la sensazione di trovarsi davanti ad un edificio a tre navate. L'interno è a pianta rettangolare ad unica navata ripartita in sei campate uguali. Le pareti laterali sono interessate da un'alta zoccolatura in pietra, mentre la parte superiore s'imposta un matroneo con sei ordini di trifore per lato. Sopra, oltre il cornicione, si aprono dodici finestre circolari, due per campata, una per lato, che illuminano naturalmente l'interno della chiesa. Oltre la sesta campata inizia il presbiterio, una larga scalinata di sei gradini, nel cui mezzo spicca dominante il tiburio dell'altare centrale con ciborio proveniente dalla cappella dell'ex seminario di Clusone. La facciata opposta,sopra la porta d'ingresso, è interessata da una cantoria in muratura sorretta da quattro colonne con base e capitello. Alla base della torre campanaria posta nella parte occidentale della chiesa, vi è l'ingresso che porta all'interno della cripta. La cripta, usata per le funzioni nelle stagioni invernali, è a pianta rettangolare con un'unica navata e con copertura a volta a botte ed ha dimensione analoga alla chiesa soprastante. Ha un deambulatorio absidale e altare con colonne ed arcate in marmo rosso. Sulla parete rivolta a nord colpiscono gli intensi colori nella rappresentazione, di autore anonimo, raffigurante l'inferno, il purgatorio e il paradiso. Nella cripta è conservata la statua della Madonna del Carmine di opera fantoniana.

Altre chiese da visitare sono quelle di San Giorgio a Bondo, dedicata alla Madonna di Lourdes, di San Giovanni Battista in località Tezzi e di Santa Lucia in contrada Foppi. L'abitato di Tezzi offre anche alcuni esempi di architettura tipica della montagna bergamasca: un tempo contrada popolosa, oggi, ancora percorsa da viottoli e angusti acciottolati, ha ben conservato le case rurali con finestrelle e inferiate, ballatoi in legno e tetti con tipiche lastre di ardesia.

Pregevole esempio di archeologia industriale è invece la centrale idroelettrica Enel, risalente al 1920, di aspetto neogotico.

Malgrado il paese abbia come santo patrono S. Martino, è la festa della Madonna del Carmelo che cade il 16 luglio, quella maggiormente solennizzata. I numerosi emigranti, che dai primi del Novecento si sono allontanati dal paese alla ricerca di lavoro tornando solo durante le vacanze estive, hanno portato a posticipare i festeggiamenti al 15 agosto, giorno della Assunta.

Le vie e gli angoli del paese, che diventano il percorso della precessione, vengono addobbati di fiori e di simboli mariani, ma l'attrazione della festa è l'incanto al porto della statua della Madonna.

Pochi minuti prima della processione, infatti, sul sagrato della chiesa, si radunano i paesani e seguono l'incanto all'asta per il porto della statua durante la processione.

Dopo il susseguirsi di suggestivi lanci e rilanci di offerte, il banditore proclama chi si è aggiudicato il porto della statua lungo le vie del paese, tra i maridac e i suen, tra gli sposati e i giovani. Lo scoppio di botti segna l'inizio della processione.

Oltre al trekking, Gandellino può offrire ai suoi ospiti sfidanti percorsi per mountain bike lungo i numerosi sentieri montani presenti sul territorio come il tracciato tra Gromo e la Valsedornia, o il più tranquillo e recentissimo tracciato della ciclovia della Valseriana, che conduce a Gromo e Valbondione. Funzionale il locale Centro Sportivo Comunale, con campi di pallavolo, calcetto e tennis nel capoluogo mentre a Gromo San Marino si trovano un campo di calcio e uno di volley. Per gli amanti delle ciaspole e dello scialpinismo stupendi i percorsi da Tezzi a Vigna Vaga, Pizzo di Petto.


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VAL CERVIERA

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La valle della Cerviera è una valle laterale della Val Seriana; si diparte dal lato sud del lago del Barbellino in corrispondenza della prima cascata che si incontra provenendo dal Rifugio Antonio Curò. La valle è stretta nella parte bassa e si apre a sud, nella parte alta, in corrispondenza del salto d'acqua del torrente che l'attraversa.

Nonostante non sia molto ampia vi dimorano diversi animali selvatici, tra cui Camosci e Marmotte, e vi crescono diversi tipi di piante protette. Ospita nella parte sud-occidentale i Laghi della Cerviera ed è percorsa dai sentieri che portano al Pizzo Recastello, al Pizzo dei Tre Confini e al Rifugio Nani Tagliaferri lungo il Sentiero Naturalistico Antonio Curò. La valle in inverno e in primavera è percorsa da sci-alpinisti durante la salita al Pizzo dei Tre Confini.

I laghi della Cerviera sono alimentati dalle acque provenienti dallo scioglimento delle nevi e dalle frequenti precipitazioni, che si trovano nella valle della Cerviera, ad una quota media di 2326 m s.l.m.

I principali di questi misurano una superficie rispettivamente di 5.100, 2.900 e 2.400 metri quadrati, mentre gli altri hanno estensione trascurabile e variabile.

Il sentiero più breve per raggiungerli parte da Valbondione, in provincia di Bergamo. Si sale fino al rifugio Curò percorrendo la carrabile che parte a nord del paese e, arrivati al rifugio, si costeggia il lago del Barbellino fino alla cascata sulla destra. Qui si imbocca il Sentiero Naturalistico Antonio Curò, si prosegue lungo la valle della Cerviera e si costeggia a sinistra un secondo salto d'acqua. Arrivati in cima al salto bisogna prendere il sentiero a destra, ovvero quello che attraversa il torrente, e salire verso l'altopiano a sinistra. Il sentiero non è molto battuto e l'erba copre la via il più delle volte, ma ci sono dei segnavia che indicano il percorso, tra l'altro molto agevole.

In fondo all'ultimo lago, ovvero quello più a ovest, si ha un piacevole panorama sulle Cascate del Serio, sul Pizzo Coca, sul Pizzo Redorta, sulla Punta Scais, sul Pizzo del Diavolo di Tenda e sul Monte Grabiasca.


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sabato 2 aprile 2016

LE ALPI OROBIE



Le Alpi Orobie sono una sottosezione delle Alpi e Prealpi Bergamasche. La vetta più alta è il Pizzo Coca che raggiunge i 3.052 m s.l.m.

Sono limitate a nord dalla sponda meridionale della Valtellina inferiore che dal passo dell'Aprica si spinge in direzione ovest sino all'insenatura di Piona, all'estremità settentrionale del lago di Como.

Si trovano principalmente in provincia di Bergamo e sono comprese tra la Valsassina (Lecco) a ovest, la Valcamonica (Brescia) a est e la Valtellina (Sondrio) a nord.

A sud sono separate dalle Prealpi Bergamasche da una serie di valli secondarie della val Brembana, val Seriana e val Camonica: la Valsassina, la Valtorta, la val Secca, la Valcanale, la val Nembo, la val di Scalve e la val Paisco.

Mentre verso Nord si incide in precipiti ma brevi valli, la catena riserva verso Sud potenti contrafforti che delimitano le testate delle valli di Scalve, Seriana, Brembana, Varrone e Valsassina.

Ruotando in senso orario i limiti geografici sono: Passo dell'Aprica, Valle di Corteno, Val Camonica, Val Paisco, Passo del Vivione, Val di Scalve, Val Nembo, Passo della Manina, Val Seriana, Valcanale, Passo della Marogella, Val Secca, Val Brembana, Valtorta, Passo di Bobbio, Valsassina, Lago di Como, Valtellina, Passo dell'Aprica.

Anticamente questi monti furono considerati un tutt'uno con le Prealpi Bergamasche, ma da tempo è definitivamente prevalsa anche dai geografi, una partizione tra Prealpi Bergamasche e Alpi Orobie, che segue grosso modo la linea di passaggio tra la struttura alpina e quella prealpina, strutture caratterizzate da una diversa altitudine, forme diverse del terreno e un diverso rivestimento vegetale.

Le Alpi Orobie sono ben individuate dal punto di vista geologico, essendo comprese tra due grandi sistemi di faglie che le separano dalle Alpi Retiche e dalle Prealpi Bergamasche e costituite quasi esclusivamente da rocce molto antiche, modellate in forme comuni alle Alpi Retiche vere e proprie.

Il Pizzo Coca è una montagna situata a cavallo tra la Val Seriana e la Valtellina. Si erge lungo lo spartiacque che divide la provincia di Bergamo dalla provincia di Sondrio. È la montagna più alta delle Alpi Orobie.

Ha due sommità distanti parecchie decine di metri: la meridionale, quotata sulla carta ed appena a nord dell'incontro degli spigoli sud e sud-est, sommità compresa nel versante seriano; la settentrionale sulla linea orografica principale di elevazione appena minore.

È raggiungibile dal lato sud (cioè dalla provincia di Bergamo) partendo da Valbondione. Da qui si imbocca il sentiero n° 301 che porta al Rifugio Coca, gestito dal CAI di Bergamo, quindi si prosegue verso il Lago di Coca: da qui, prima di arrivare sulla riva del lago, si sale su per il ghiaione ad est in direzione della Bocchetta del Camoscio. Passato un primo salto il sentiero sale velocemente per una costa piuttosto ripida fino ad arrivare a una colonna radio per chiamate d'emergenza, quindi si percorre a semicerchio l'anfiteatro naturale posto ai piedi della Bocchetta del Camoscio. Da qui comincia la parte più ripida del sentiero che vi permetterà, dopo circa 300/400 metri di dislivello, di raggiungere il Pizzo Coca.

La forte pendenza di questo sentiero permette a chi è allenato di raggiungere in un tempo relativamente breve la vetta, dopo un dislivello abbastanza considerevole (oltre 2.100 m). Un'altra via di accesso dal lato bergamasco prevede la risalita dal rifugio Curò, ma da qui si deve superare una salita a forte pendenza con terreno friabile, e quindi piuttosto scivoloso.

Dalla vetta si può godere di un panorama sulle Orobie orientali e sulla zona circostante. Si può ammirare il Gruppo del Bernina e il Monte Disgrazia e la catena delle Alpi Retiche che li collega a nord, il lago del Barbellino, il Pizzo del Diavolo della Malgina, il Monte Torena, il Pizzo Strinato, il Monte Costone, il Monte Trobio, il Monte Gleno e il Pizzo Recastello con sullo sfondo l'Adamello ad est, il Monte Grabiasca, il Pizzo Poris, il Pizzo Redorta, la Vedretta del Marovin, la Punta Scais (3.038 m) e il Pizzo del Diavolo di Tenda a ovest, la Presolana e il Pizzo Arera a sud oltre a diverse altre vette, nonché sul lato della valle Seriana che dà verso Valbondione.

Lungo la risalita da Valbondione via Rifugio Coca ci sono diverse fonti d'acqua, l'ultima della quale si trova in prossimità del Lago di Coca. Si incontra dell'acqua anche presso il nevaio sotto la Bocchetta del Camoscio, ma è acqua semi-stagnante e quindi meno buona. Salendo invece dal Lago del Barbellino l'ultima sorgente di acqua si trova sull'altopiano che si adagia ai piedi della Valmorta.

Il Pizzo Redorta è la seconda vetta più alta della provincia di Bergamo. Situato nel territorio del comune di Valbondione, il Pizzo Redorta si erge dal corpo montuoso che comprende le cime più elevate delle Alpi Orobie.

Il suo nome è riconducibile, secondo l'Olivieri, al latino Rotundus (da redondus), probabilmente riferito alla marcata curva che la Val Seriana compie in corrispondenza delle sue falde.

Per raggiungere la vetta si parte da Fiumenero, in alta val Seriana, e ci si dirige per il sentiero che a nord va verso la Valle del Salto e poi curva a destra in direzione del Rifugio Baroni al Brunone. Agevole fino ai Piani del Campo, il sentiero diventa più ripido man mano ci si avvicina al rifugio Baroni.

Dal rifugio si prende il sentiero che conduce verso il Rifugio Coca, e al bivio poco più avanti si prosegue per il sentiero alto che attraversa tutto il lato sud del Pizzo Redorta. Noto anche come Sentiero del Simàl, questo è senza dubbio uno dei più bei sentieri alpini. Poco dopo aver imboccato il bivio, prima di procedere verso il primo avvallamento, il sentiero si divide: qui bisogna prendere a nord verso la vedretta di Scais.

La "via normale" prevede la risalita lungo il lato sinistro del salto che si trova in fondo alla valletta e, una volta sorpassato il salto, l'attraversamento del ghiacciaio dello Scais. Raggiunta la bocchetta che divide il Pizzo Redorta dalla Punta Scais si prende a destra (verso est) e si supera un salto di 5 metri circa dove è necessario arrampicarsi.

Questo tratto è piuttosto rischioso soprattutto nella discesa a causa della forte pendenza e della roccia sdrucciolevole. Si prosegue quindi in cresta fino alla cima.

Un'altra via d'accesso, particolarmente ripida e costituita da ghiaioni, prevede la risalita per il lato destro della valletta ai piedi del salto sopra descritto, ma da qui l'accesso è pericolosissimo, soprattutto d'estate.

È inoltre possibile raggiungere la vetta partendo dalla Centrale di Vedello a Piateda (Sondrio), da dove si sale in direzione della Diga di Scais, si prosegue salendo la vallata fino a raggiungere il Ghiacciaio di Scais dove il sentiero si unisce all'itinerario di risalita precedentemente descritto.

La vetta offre una visuale sulla valle Seriana, sul Pizzo del Diavolo di Tenda, sul Pizzo Coca, sulla Punta Scais e sulla valle del torrente Nero.

La Punta Scais è una vetta  alta 3.038 m s.l.m. Insieme al Pizzo Redorta, è la seconda vetta in ordine di altezza delle Orobie Bergamasche.

Seconda celebratissima vetta delle Alpi Orobie, sorge come un'aguzza cuspide dalla linea orografica principale, sulla quale ha un breve sviluppo verso nord con una bella spalla, e maggiore sviluppo verso sud, con un'ardita torre, il Torrione Curò e un'elevazione dalle linee più modeste (2997 m) non di rado nominata Fetta di Polenta, delimitante a settentrione la bocchetta di Scais.

La prima salita risale al 1881 e venne effettuata dai pionieri dell'alpinismo bergamasco Luigi Albani, Giuseppe Nievo, dalle guide Ilario Zamboni, Isaia Bonetti e dalla più esperta guida bergamasca dell'epoca, Antonio Baroni, cui verrà dedicato in seguito il rifugio omonimo.

Posizionata a nord del Pizzo Redorta, è raggiungibile partendo dalla val Seriana dal rifugio Coca o dal Rifugio Baroni al Brunone mentre da quello valtellinese è raggiungibile dalla Vedretta di Scais o dalla Cresta Corti partendo dal Rifugio Mambretti (2003 m).

Dal rifugio Baroni è possibile raggiungerla per la cresta sud integrale, scavalcando la Fetta di Polenta e la Torre Antonio Curò, con difficoltà di III grado, ed un passo di IV grado, non esposto ma abbastanza 'tecnico', sul celebre passaggio della cosiddetta Placca Baroni, o Piodessa, una ripida e assai liscia placca spiovente sul versante del Ghiacciaio di Scais.

Dal rifugio Coca invece è possibile raggiungerla risalendo (nei periodi idonei) dal Lago di Coca il ripido e lungo (ma pressoché facile) Canalone Orientale, che conduce ad una bocchetta, alla base della Torre Curò. Da questa, superato il Torrione, si giunge in vetta dove sono sorgono due piccole croci, l'ultima delle quali è stata dedicata a Mario Merelli, l'alpinista deceduto il 18 gennaio 2012 nel tentativo di raggiungere la cima.

Il Pizzo del Diavolo della Malgina è situato a est del Pizzo Coca, e come il Coca fa da spartiacque tra la provincia di Bergamo e quella di Sondrio. Dall'alto dei suoi 2.924 m s.l.m. è la sesta vetta in ordine di altezza della provincia di Bergamo.

La via normale per raggiungere la vetta è lunga ma agevole. Si parte da Valbondione seguendo il sentiero che conduce al Rifugio Curò.

Arrivati al rifugio si può optare per due vie: la prima, più breve ma più ripida, prevede l'attraversamento della diga dell'ENEL del lago del Barbellino passando per il sentiero sottostante e proseguendo per il lago di Valmorta. Giunti al lago si prende a destra, cioè in direzione est, e ci si arrampica su per la Valmorta fino al nevaio principale che è proprio sotto il Pizzo del Diavolo della Malgina. Si attraversa quindi il nevaio tenendo la sinistra (lato nord) e, arrivati alle rocce, ci si arrampica lungo il sentiero, molto ripido e costituito per lo più da pietraie scoscese, fino a raggiungere la vetta.

Il sentiero consigliato è comunque il secondo, la via normale, molto più agevole e panoramica, che prevede, una volta raggiunto il rifugio Curò, il proseguimento per il sentiero che conduce al Lago del Barbellino Naturale, costeggiando a sud tutto il lago del Barbellino e proseguendo per il sentiero fino a raggiungere la deviazione per il lago della Malgina, sentiero che va a sinistra in direzione nord. La deviazione si trova a metà strada tra il lago del Barbellino e il Lago del Barbellino Naturale.

Si continua quindi per il sentiero fino a raggiungere il lago della Malgina: da qui si prende il sentiero a sinistra, in direzione nord-ovest, e si sale lungo la pietraia fino al nevaio. Si segue quindi il sentiero che va a destra verso il passo a est del Diavolo della Malgina (Falso passo della Malgina). Arrivati al passo si segue lungo il sentiero che si arrampica lungo la pancia sud del pizzo fino a raggiungere la vetta.
Dalla vetta, quando il cielo è terso, si può godere di un panorama indimenticabile. Verso sud appare maestoso il Monte Gleno con ai lati il Pizzo Recastello e il Pizzo Strinato, e più in basso il lago della Malgina e il lago Gelt. Ad est si vede il monte Torena, oltre il quale si apre la Valle di Belviso, con a nord le sorgenti del Serio. Ad ovest invece si ha una splendida visuale della bocchetta dei camosci e del Pizzo Coca, mentre a nord si apre la Valtellina.

Il Dente di Coca si trova lungo lo spartiacque che divide la Val Seriana dalla Valtellina, ed è situato lungo la dorsale che collega il Pizzo Coca al Passo di Coca.

È raggiungibile dal lato sud (cioè dalla provincia di Bergamo) con un percorso di tipo alpinistico. Da Valbondione si imbocca il sentiero che porta al Rifugio Coca, quindi si prosegue per il canale nord verso il lago di Coca. Si costeggia il laghetto sul lato est e si segue il sentiero 302 in direzione del Passo di Coca. Arrivati al passo si prosegue in direzione est lungo il sentiero che percorre la cresta fino a raggiungere l'ultimo salto, che prevede una arrampicata piuttosto ripida, e la cui discesa è da affrontare in corda doppia.

Esistono altre vie di salita, tutte più o meno vetuste ma di bassa difficoltà, localizzate principalmente sui versanti Ovest e Sud Ovest; sono caratterizzate da una roccia quasi sempre friabile, tranne che nei tratti più ripidi, dove la roccia è più salda.

Sulla parete nord di sviluppa una sola via, aperta dai fratelli Longo nei primi decenni del '900, e ripetuta solo 3 o 4 volte, con una sola ascensione invernale. La via presenta passi continui con grado di difficoltà di IV grado, e tratti di V+; inoltre, si sviluppa su una roccia estremamente friabile, soggetta a numerosi crolli, il che l'ha sempre resa una via estremamente pericolosa. L'ultima salita di questa via si ebbe all'inizio degli anni ottanta, quando P. Merelli e socio la percorsero in prima invernale; da allora la via viene considerata impraticabile.

Il Pizzo del Diavolo di Tenda è situato lungo lo spartiacque che divide la Provincia di Bergamo dalla Provincia di Sondrio, e segna il punto di demarcazione tra val Brembana a sud-ovest, valle Seriana a sud-est e Valtellina a nord.

La via più rapida per raggiungere la vetta da sud parte da Carona, in Val Brembana, dove si prende il sentiero per il Rifugio Fratelli Calvi (strada carrabile parzialmente cementata in alcuni tratti). Giunti al rifugio si scende al Lago Rotondo e si prende il sentiero che dà verso nord in direzione del Passo di Valsecca - Rifugio Baroni al Brunone. Raggiunta la vallata che si apre verso il Passo di Valsecca, anziché seguire in direzione del passo (direzione est) bisogna salire verso nord. Si segue quindi il sentiero tracciato in mezzo ai detriti sui quali giaceva la vedretta del Diavolo di Tenda, ormai completamente sciolta, e si prosegue su per la pietraia fino a giungere alla cresta che segna il confine tra le provincie di Bergamo e Sondrio.

Una volta arrivati alle rocce ci si arrampica seguendo la costa nord/ovest della montagna fino a raggiungere la vetta.

Il percorso, che prevede un dislivello di circa 1.800 metri, è fattibile in circa 4 ore per l'andata e in 3 ore per il ritorno camminando di buon passo.

Il monte Torena, alto 2.911 m s.l.m., divide l'alta valle Seriana dalla valle di Pila, dove il lago che dà il nome alla valle si allunga in direzione della Valtellina.

Il percorso che da Valbondione, in provincia di Bergamo, porta verso il Torena, è piuttosto lungo. Si imbocca il sentiero per il rifugio Curò, quindi si costeggia il lago del Barbellino e si prosegue in direzione del lago del Barbellino Naturale. Giunti a questo punto vi sono due sentieri che conducono alla vetta del Torena.

Il primo punta a Nord, in direzione cime di Caronella / sorgenti del Serio. Al rifugio che si incontra prima del lago bisogna prendere il sentiero che si arrampica a nord, costeggiare il lago sul sentiero più in alto, a circa 100 m di distanza dalla costa del lago, e quindi proseguire verso le cime di Caronella / passo del Serio. Arrivati al bivio, prendere per il passo del Serio e, prima di raggiungere il passo, attraversare il ghiaione e arrampicarsi lungo il sentiero che ritroverete salendo su per la cresta alla fine del ghiaione stesso. Si raggiunge una prima vetta, quella più bassa, e si prosegue poi in cresta fino a raggiungere la croce.

Per il rientro è anche possibile tornare alla prima vetta (quella più bassa) e scendere per ripida pietraia in direzione del sottostante Passo del Serio: raggiunto quest'ultimo, se ne discende il sottostante ghiaione e ci si riallaccia al percorso di andata.

Il secondo sentiero costeggia il lago in basso e conduce prima al passo di Pila, poi sale a sinistra, cioè verso nord, attraverso dei prati, e si prosegue in piano fino a raggiungere il ghiaione attraverso il quale ci si arrampica fino in vetta.

Dalla vetta si gode di un maestoso panorama sulla vallata dei laghi Barbellino e Barbellino naturale.

Il Pizzo Recastello è situato in alta val Seriana, sul lato sud della conca del Lago del Barbellino.

Per raggiungerlo dalla via più breve si parte da Valbondione, in provincia di Bergamo, si prende il sentiero per il rifugio Curò, quindi si costeggia il lago del Barbellino fino alla prima cascata sulla destra, dove bisogna prendere il Sentiero Naturalistico Antonio Curò.

Una volta saliti lungo il sentiero che costeggia a ovest la prima cascata si prosegue diritto seguendo l'avvallamento che sale per la Val Cerviera fino a un secondo salto, anch'esso da superare ma sulla sinistra. A questo punto, piegando a destra si giunge ai Laghi della Cerviera, mentre proseguendo per il sentiero Curò si raggiunge, dopo un'altra ripida salita, la deviazione per il Pizzo Recastello. Si sale quindi per la vallata e si oltrepassa un ghiaione fino a raggiungere il canalino attrezzato che vi permetterà di arrampicarvi fino in cresta al lato ovest. Da qui per arrivare in vetta si può seguire la cresta o proseguire lungo il sentiero, facendo attenzione agli smottamenti, lungo il sentiero che dal lato nord porta in cima.

Dalla vetta si vede il Pizzo Coca, parte del Pizzo Redorta, il Pizzo del Diavolo della Malgina, il Monte Gleno, il Pizzo dei Tre Confini e si ha un'ampia visuale sulla vallata che si apre attorno al lago del Barbellino.

Il Monte Gleno è situato lungo lo spartiacque che separa l'alta val Seriana dalla contigua Val di Scalve, in provincia di Bergamo. Ai suoi piedi si estende un ghiacciaio che negli ultimi anni si sta ritirando.

La zona è frequentata dai camosci che, soprattutto d'inverno, si spostano sulla pancia nord del Pizzo Recastello, nascondendosi nelle vallate che salgono verso la vetta. La vegetazione spontanea della zona è ricca di piante rare e protette tra cui la nigritella e la stella alpina.

Per raggiungere la vetta si può partire da Valbondione, in val Seriana, o da Pianezza/Vilminore in Val di Scalve, entrambe in provincia di Bergamo.

Partendo da Valbondione si prende il sentiero per il rifugio Antonio Curò e, passato il rifugio, si costeggia il lago del Barbellino a sud fino quasi in fondo al lago dove, verso sud, si dirama il sentiero che sale per la valle del Trobio.

Il sentiero sale con un buon grado di pendenza fino a raggiungere la Vedretta del Trobio, da dove si ha una splendida visuale del Monte Gleno con annessi ghiacciai, Pizzo dei Tre Confini e Pizzo Recastello.

Si prosegue lungo il sentiero che attraversa la vedretta. Il posto è coperto di neve e ghiaccio da metà novembre fino a inizio giugno, mentre in agosto la scarsa vegetazione riesce a malapena a macchiare il colore grigio/marrone della terra e delle rocce lasciate dal ghiacciaio in ritirata.

Si prosegue a sinistra e si sale verso il ghiacciaio alto del Gleno. Una volta passato il torrente Trobio e passato il primo salto si percorre il sentiero tra le rocce o tra la neve, a seconda del periodo, fino a raggiungere il ghiacciaio alto. Se si vuole attraversare il ghiacciaio d'estate sono necessari i ramponi: in alternativa si può fare il giro attorno al ghiacciaio facendo molta attenzione a non scivolare. Alcune pietre possono inoltre nascondere il ghiaccio sottostante e far scivolare giù di parecchi metri!

Arrivati al passo del Gleno si segue la cresta fino alla vetta. Quest'ultima parte del sentiero è poco scoscesa.

Dalla vetta si vede il Pizzo Coca, il Pizzo dei Tre Confini, il Pizzo Redorta, il Pizzo del Diavolo della Malgina, la Valle del Gleno che scende verso le rovine della vecchia diga del Gleno e la val di Scalve.

Clima freddo d'alta montagna con inverni particolarmente nevosi e valori negativi molto al di sotto dello zero ed estati fresche e temporalesche. Il vento è presente con una certa frequenza e forza tutto l'anno.

Presso il rifugio Curò, sulla sponda ovest del Lago del Barbellino, è possibile vedere le fotografie che mostrano le varie fasi della ritirata del ghiacciaio del Gleno a partire dall'inizio del XX secolo. Formato allora da un maestoso corpo di ghiaccio unico, il ghiacciaio è ora diviso in due parti: quella più alta, sotto la vetta del Monte Gleno, è ormai molto ridotta, mentre quella più bassa, sotto il lato nord della cresta che collega il Pizzo dei Tre Confini al Monte Gleno, è più estesa ma anch'essa in rapido scioglimento. Il quadro con le fotografie sopra descritte è appeso sulla parete delle scale che portano agli alloggi.

Il 1º dicembre del 1923 la diga situata nella valle del Gleno (versante sud del monte) cedette, e l'inondazione che ne conseguì causò nelle sottostanti Valle di Scalve e Val Camonica circa 356 vittime.

Il monte Trobio ( m s.l.m.) è una montagna situata ta l'Alta valle Seriana, in provincia di Bergamo, e la val Belviso, in provincia di Sondrio

La via più breve per raggiungere la vetta parte da Valbondione. Si prende il sentiero che conduce al rifugio Curò e, una volta giunti in prossimità del rifugio e in vista del lago del Barbellino, si costeggia il lago lungo il sentiero che lo percorre sulla sponda sud fino a giungere alla deviazione per il monte Gleno, che si dirama sulla destra una volta giunti quasi in fondo al lago, poco prima dell'avvallamento che racchiude le acque del torrente Trobio. Da qui si sale fino alla Vedretta del Trobio e, attraversato l'avvallamento, si sale verso sinistra in direzione del Monte Gleno.

La cima può essere raggiunta sia salendo verso l'avvallamento che si dirige verso il monte Costone (più a sinistra per chi sale), raggiungendo così la cresta che lo divide dal monte Costone e percorrendola fino in cima, sia salendo verso il monte Gleno (più a destra per chi sale) e, una volta arrivati al ghiacciaio sottostante il passo del Gleno, arrampicandosi sulle rocce a sinistra.

Il Monte Trobio, dall'alto dei suoi 2865 m di altezza, offre una piacevole visuale sul Pizzo Coca, sul pizzo Recastello, sul pizzo dei Tre Confini e sulla sottostante Vedretta del Trobio.

La cima è allineata lungo la cresta che unisce, da nord-est a sud-ovest, il monte Torena, il pizzo Strinato, il monte Costone, la cima del Trobio, il monte Gleno e il pizzo dei Tre Confini. L'intera cresta è parzialmente percorribile: Il tratto che collega il pizzo Strinato al monte Costone è molto pericolosa, e il tratto che collega la cima del Trobio al monte Gleno è percorribile parzialmente (l'ultimo tratto di discesa dal Trobio al Gleno deve essere anticipato costeggiando il lato del monte esposto a Sud in direzione del ghiacciaio onde evitare il dirupo più avanti)

Il monte Costone si trova in alta valle Seriana, sul confine tra i comuni di Teglio (SO) e Valbondione (BG).

Poco distante dalla cima del monte Trobio, il monte Costone offre un'ottima veduta delle principali vette dell'alta valle Seriana. Da qui infatti si possono ammirare, in ordine di altitudine, il pizzo Coca, il pizzo Redorta, la punta Scais, il pizzo del Diavolo della Malgina, il pizzo del Diavolo di Tenda, il monte Torena, il Pizzo Recastello, il monte Gleno, il monte Trobio, il pizzo Strinato, il pizzo dei Tre Confini e le cime di Caronella, oltre ad offrire un'ampia panoramica del Gruppo del Bernina e del monte Disgrazia in Valtellina, e delle cime del gruppo dell'Adamello.

La via più breve per raggiungere la vetta parte da Valbondione. Si prende il sentiero che conduce al rifugio Curò e, una volta giunti al rifugio si costeggia il lago del Barbellino lungo il sentiero che lo percorre sulla sponda sud fino a giungere alla deviazione per il monte Gleno, che in fondo al lago si dirama sulla destra, poco prima dell'avvallamento che racchiude le acque del torrente Trobio.

Da qui si sale fino alla vedretta del Trobio e, una volta attraversato l'avvallamento, si sale verso sinistra in direzione del monte Costone. Il sentiero non è segnato: il modo migliore per identificare la zona dove salire è localizzare il ghiacciaio sotto il Passo del Gleno: il monte a sinistra è il monte Trobio e quello successivo è il Costone. Salire fino in cresta e proseguire a sinistra fino al salto sul quale bisogna arrampicarsi per giungere in vetta.

Il monte Costone è raggiungibile anche partendo dal rifugio Barbellino, presso il lago del Barbellino Naturale. In questo caso si sale per la valle che dà a sud in direzione del pizzo Strinato. Il sentiero è lungo e arriva alla cresta che divide lo Strinato dal Costone. La via più semplice per raggiungere il Costone, comunque, si dirama verso destra all'altezza della conca da cui parte l'ultimo tratto di sentiero che va verso la cresta.

Il versante dell'arrampicata che dà sul ghiacciaio del Trobio è sciabile da novembre inoltrato. Attenzione agli smottamenti.

Il Pizzo Strinato si innalza sopra il Rifugio Barbellino, in alta valle Seriana, in provincia di Bergamo.

La vetta si raggiunge nel modo più breve partendo da Valbondione (BG). Si segue il sentiero che conduce al rifugio Curò e si prosegue per il sentiero che costeggia a sud il Lago del Barbellino in direzione del Rifugio Barbellino e del lago del Barbellino naturale. Arrivati al rifugio si segue lungo la vallata scoscesa che sale a sud, la via è ben segnata. Si prosegue quindi costeggiando la pancia dello Strinato e si raggiunge la cresta. A questo punto si prende a sinistra (verso nord) lungo il sentiero che, seguendo la cresta dello Strinato, diventa di volta in volta più visibile.

Una volta raggiunta la vetta, se si vuole arrivare alla croce bisogna scendere altri 20 metri sul lato nord. La croce è stata posizionata più in basso per poter essere visibile dal sottostante rifugio Barbellino. Scendendo è possibile seguire la cresta che collega lo Strinato al Monte Costone, ma è molto pericoloso, sia perché è necessario rocciare che per il fatto che in alcuni punti della cresta la roccia si sfalda. Dall'alto si vedono molto bene il Monte Torena, le Cime di Caronella, il Pizzo del Diavolo della Malgina il Pizzo Coca e il gruppo che comprende il Monte Costone, il Monte Trobio, il Monte Gleno, il Pizzo dei Tre Confini e il Pizzo Recastello.

Il Pizzo di Rodes (2.829 m s.l.m.) è una cima quasi estrema del grande contrafforte che si dirama dalla linea orografica principale in corrispondenza dell'anticima del Pizzo Porola.

Domina le val d'Arigna, la val di Caronno e del Serio valtellinese: dalla sua vetta si ha un amplissimo giro d'orizzonte su tutte le Alpi Retiche occidentali, sulle Alpi Orobie e sulle lontane montagne dell'Appennino, del Gran Paradiso, del Canton Vallese, dell'Oberland Bernese, dell'Adamello e delle Dolomiti. È facilmente accessibile da tutti i suoi lati.

Nella discesa dalla vetta si ha una vista sui laghi di Santo Stefano, sulla val d'Arigna.

Il Pizzo dei Tre Confini è situato in alta val Seriana, sul lato sud della conca del Lago del Barbellino.

Per raggiungerlo dalla via più breve si parte da Valbondione, in provincia di Bergamo, si prende il sentiero per il rifugio Curò, quindi si costeggia il lago del Barbellino fino alla prima cascata sulla destra, dove si prende il Sentiero Naturalistico Antonio Curò che sale a ovest della cascata fino all'imbocco della Valle della Cerviera.

Una volta saliti per il sentiero che costeggia a ovest la prima cascata si prosegue lungo il sentiero che segue l'avvallamento e sale su per la Valle della Cerviera fino a un secondo salto da superare ma sulla sinistra. A questo punto, seguendo il sentiero di destra si va ai Laghi della Cerviera, mentre proseguendo per il sentiero Curò si giunge, dopo un'altra ripida salita, al bivio per il Pizzo Recastello. Qui si prosegue in direzione del Passo di Bondione. Arrivati al passo, anziché scendere in direzione del Rifugio Nani Tagliaferri si sale lungo il sentiero sotto cresta che, dopo un dislivello di 200 metri, conduce alla vetta.

La vetta si può inoltre raggiungere da Lizzola di Valbondione e, se ben attrezzati, anche dalla Valle del Trobio.

A dispetto del nome, il pizzo è situato interamente in provincia di Bergamo, lungo il crinale che collega il Pizzo Recastello al Monte Gleno. Il nome deriva dal fatto che originariamente questo segnava la linea di demarcazione tra i confini amministrativi di Vilminore di Scalve, Bondione e Lizzola, questi ultimi due raggruppati nel 1927 nell'entità amministrativa di Valbondione.

Le Cime di Caronella sono un corpo montuoso delle Alpi Orobie con due punte principali: la punta occidentale, alta 2.796 m s.l.m., e la punta orientale, alta 2.871 m s.l.m.

Il gruppo montuoso si trova in alta val Seriana, presso l'alto circo del Barbellino Superiore, sul confine tra i comuni di Valbondione (BG) e Teglio (SO).

Le punte sono localizzate tra il Passo di Caronella e il Passo del Serio, sotto il quale sono site le sorgenti del Fiume Serio.

Per raggiungerle dalla via più breve si parte da Valbondione, in provincia di Bergamo. Si imbocca il sentiero per il rifugio Curò, quindi si costeggia il lago del Barbellino e si prosegue in direzione del Lago del Barbellino Naturale.

Giunti al rifugio Barbellino, presso l'omonimo lago Naturale, si segue il sentiero per il passo di Caronella. Pochi metri prima del valico, si risale a destra un ripidissimo canale di sfasciumi che posta in cresta. Da qui si piega a sinistra e si prosegue lungo il crinale per poi raggiungere, con un'ultima risalita ripida, la vetta orientale. Si prosegue lungo la cresta Est scendendo ad un intaglio (2.750 m circa), per poi risalire con passi su roccia friabile di II grado, che porta in breve alla cima Ovest (2.796 m). Da qui si discende lungo il ghiaione del versante opposto che riporta in breve al Passo di Caronella, da cui per sentiero segnato, si ritorna a valle.

Il monte Aga ha forma allungata da nord a sud, e la vetta ha due punte unite da una cresta facilmente percorribile. Il lato est è più ricco di vegetazione, mentre sul lato ovest vi è una sassaia.

Il monte è situato lungo lo spartiacque che divide l'alta valle Brembana dalla val Venina, tra il pizzo Cigola e il pizzo del Diavolo di Tenda, in provincia di Bergamo.

Per raggiungere la vetta dalla via più breve si parte da Carona e si imbocca la carrabile in direzione Rifugio Fratelli Calvi.

Passato il paesino di Pagliari si prosegue sulla carrabile fino alla deviazione per il Rifugio Fratelli Longo lungo il sentiero che si diparte sulla sinistra. Si prosegue fino a sbucare su una deviazione della carrabile lasciata in precedenza e si procede fino al Rifugio Fratelli Longo. Continuando sempre sulla stessa strada si arriva poco più avanti al Lago del Diavolo, formato da uno sbarramento artificiale spesso frequentato da stambecchi.

Qui si può proseguire a sinistra in direzione del Passo di Cigola e quindi seguire il sentiero che si inerpica su per lo sfasciume fino a raggiungere la cresta che unisce le due punte, oppure si può prendere il sentiero a destra e, dopo il passo, si prosegue su per il ripido tracciato che sbuca sotto la Madonnina.

Nonostante la punta più alta sia quella a nord, la Madonnina è stata posizionata sulla punta sud per poter essere vista dal Rifugio Fratelli Longo.

Il monte Grabiasca, alto 2.705 metri, è posto sullo spartiacque che divide la valle Brembana dalla valle Seriana. La via più breve per raggiungerlo parte da Carona, in provincia di Bergamo.

Da Carona Alta si prende il sentiero per il rifugio Fratelli Calvi (strada carrabile parzialmente cementata in alcuni tratti) e, una volta al rifugio, si scende al lago Rotondo costeggiandolo sulla destra (lato est) e, una volta dall'altro lato, si prosegue lungo il sentiero che si dirama dai piedi del lago verso il canale situato a nord. Si sale fino all'avvallamento da dove si diramano due canali all'interno dei quali scorrono due ruscelli.

Un sentiero poco battuto e quindi difficile da trovare conduce attraverso il canale di sinistra (quello più a nord) ad un altro avvallamento dove il sentiero è leggermente più riconoscibile. Quindi si segue in direzione nord fino alla cresta. Il sentiero sulla cresta, anch'esso non molto visibile, segue a tratti la pancia della montagna per evitare la zona più rocciosa per poi ricollegarsi più in alto alla cresta a meno di cento metri dalla vetta.

Alternativamente si può salire anche dal versante opposto, che appartiene alla val Seriana. La partenza è posta a Grabiasca, frazione di Gandellino e si sviluppa nell'omonima valle mediante la traccia numerata con segnavia del CAI numero 255. Una volta raggiunta la baita alta di Grabiasca, il sentiero si inerpica sulle pendici del monte con andamento impervio.

Dalla vetta si gode di una buona visuale sulla conca del rifugio Calvi, sul monte Aga, su parte della valle del torrente Fiumenero in valle Seriana e sul pizzo Redorta. La vista sul lato nord è invece coperta.

Il Pizzo Tornello è situato lungo lo spartiacque che separa la valle del Gleno dalla contigua Valle del Vo, entrambe laterali da destra della Val di Scalve, in provincia di Bergamo.

Il sentiero più utilizzato per raggiungere la vetta del pizzo Tornello è quello che sale lungo la piccola valle del Tino, percorsa dall'omonimo torrente. Contrassegnato con il segnavia del CAI numero 412, ha due differenti punti di inizio: il primo dalla chiesa di Vilmaggiore (frazione di Vilminore), il secondo presso la località Ronchi, entrambi posti nel comune di Vilminore di Scalve e che si ricongiungono tra loro dopo alcune centinaia di metri. Dopo aver superato la località Cascinetti (1719 m s.l.m.) il sentiero si dirama in due tracce, una delle quali raggiunge la baita di Varro ed il lago di Cornalta (2181 m s.l.m.), che si ricollegano nuovamente presso il pianoro in cui è situato il lago di Varro (2236 m s.l.m.). L'ultimo tratto prosegue su una pietraia che conduce alla sella tra il pizzo Tornello ed il monte Tornone, prosecuzione del pizzo stesso. Qui si interseca il segnavia numero 430 che conduce al Rifugio Nani Tagliaferri, e proseguendo in direzione Nord in breve si guadagna la vetta.

Alternativamente è possibile salire tramite il sentiero numero 410, che prende vita nei pressi dell'abitato di Bueggio (anch'esso frazione di Vilminore) e risale la valle del Gleno, toccando l'omonimo lago, tristemente noto per la tragedia legata al cedimento della propria diga.
Proseguendo sul versante sinistro della vallata, si superano alcune baite fino a raggiungere i ruderi del rifugio Bissolati e quindi la baita Alta di Gleno (2.050 m s.l.m.). Da qui si percorre un tratto in mezzacosta fino a raggiungere la vetta tramite le pendici poste ad Ovest.

Dalla vetta, spartiacque tra i comuni di Vilminore di Scalve e Schilpario, è possibile ammirare un panorama a 360° che comprende la Presolana, il Pizzo del Diavolo di Tenda, il Pizzo Redorta, il Pizzo Recastello, il Pizzo dei Tre Confini ed il monte Gleno, nonché l'alta val di Scalve con il Pizzo Camino, il Cimone della Bagozza e la Concarena.

Il Monte Masoni è la montagna più alta delle Alpi Orobie Occidentali; si trova lungo lo spartiacque che divide l'alta Val Brembana dalla Valcervia, tributaria della Valtellina. Seguendo il crinale ad est si incontra il Pizzo Zerna, mentre ad ovest vi è il Passo di Venina.

Si parte da Carona, in alta val Brembana, da dove si prende il sentiero per il Rifugio Fratelli Calvi (strada carrabile parzialmente cementata in alcuni tratti). Si attraversa l'abitato di Pagliari e si prosegue lungo la carrabile.

Si passa una cascata e poco più avanti, passato un doppio tornante, si lascia la carrabile e, in prossimità della fontanella, si prende il sentiero a sinistra in direzione val Sambuzza - Passo di Publino. Si prosegue lungo il sentiero attraverso un bosco e si passano diverse baite fino a superare definitivamente l'ultimo tratto di bosco in prossimità del Baitone.

Il sentiero prosegue su per la val Sambuzza fino a raggiungere un primo pianoro. Attraversato il prato si prosegue sul sentiero che continua in salita fino al Lago di Valle Sambuzza. Si attraversa il torrente emissario del lago sul ponticello di legno e si prosegue per il sentiero che costeggia il lago a ovest. Poco più avanti, prima di raggiungere il Bivacco Pedrinelli, si costeggia il lato sud-ovest del Pizzo Zerna salendo man mano fino a giungere ai piedi della vetta. Il canalino finale si percorre in arrampicata con piccozza e ramponi.

A causa della forte pendenza del Pizzo Zerna e del Monte Masoni l'itinerario di risalita è soggetto a frequenti cadute di valanghe, ed è quindi da affrontare solo quando la neve è ben assestata.

Il Monte Masoni è raggiungibile inoltre seguendo un altro itinerario, ovvero proseguendo sulla carrabile che da Carona va in direzione del Rifugio Fratelli Calvi fino alla deviazione che, a sinistra, si dirige verso il Rifugio Fratelli Longo. Si prosegue lungo un sentierino e si rientra sulla carrabile più avanti, per poi lasciarla definitivamente e imboccare sentiero che a sinistra (direzione nord) si dirige verso il Passo di Venina. Arrivati in cresta si segue in direzione ovest fino alla croce.

Il monte Pradella è situato in Val Seriana, in provincia di Bergamo.

Completamente situata nei limiti amministrativi del comune di Valgoglio, domina la val Sanguigno e la suddivide dalla zona del lago di Aviasco.

Cima poco frequentata per via sia della distanza dai principali itinerari della zona, che per la lunghezza, può essere raggiunta da più parti.

La prima prevede la partenza poco a monte dell'abitato di Valgoglio, da cui si prosegue lungo la traccia contrassegnata dal segnavia C.A.I. numero 232 che si addentra lungo la val Sanguigno. Dopo circa tre ore di cammino, presso la baita di Presponte, si abbandona il sentiero e si seguono gli omini ed i bollini sulle pietre che, senza una traccia obbligata, raggiungono il lago Gelato e, dopo circa due ore, permettono di raggiungere la vetta.

La seconda via si diparte invece dal passo di Aviasco, a sua volta raggiungibile da Valgoglio (prima mediante il sentiero numero 268 e poi il 229) e dalla val Brembana (alternativamente dal lago Colombo, traccia 214, e dalla zona del rifugio Fratelli Calvi, sentiero 236), da cui in poco più di ora si giunge alla cima. Una terza opzione offre la possibilità di raggiungere la vetta passando dal passo di val Sanguigno Est, posto a fianco del pizzo Farno (spartiacque tra le valli Seriana e Brembana), lungo una traccia (non segnalata C.A.I.) che lambisce le cime di Valsanguigno.

Il Corno Stella è situato in alta val Brembana, in provincia di Bergamo.

Nonostante la sua altezza non sia particolarmente elevata, il Corno Stella offre una vista ampia su diverse vette alpine, soprattutto grazie alla morfologia delle montagne circostanti.

Il sentiero più rapido e sicuro per raggiungere la vetta parte da Foppolo alta, alla partenza degli impianti di risalita. Si può proseguire lungo il sentiero che attraversa i campi, che d'inverno diventano piste da sci, oppure si può percorrere la carrabile che sale dopo l'avvallamento a destra (direzione sud) e che più in alto, ovvero in prossimità della baita di Montebello, si unisce al sentiero.

Si sale quindi lungo il tracciato lasciando la baita sulla sinistra, e si percorre il sentiero che, costeggiando il Montebello sul lato est, arriva al lago Moro. Il sentiero, in questo tratto, è per lo più pianeggiante e offre un'ampia veduta della sottostante valle di Carisole, che ospita gli impianti sciistici di Carona. Arrivati in vista del lago Moro salire lungo il sentiero a destra (direzione est) e proseguire lungo il sentiero fino a raggiungere la cresta.

Si prosegue quindi lungo la cresta e, poco più avanti, si continua sul tracciato che costeggia il lato sud del Corno Stella e che infine si arrampica fino in vetta. In vetta vi è la croce e un disco direzionale che vi aiuterà a riconoscere le varie montagne circostanti. Dall'alto è possibile ammirare il Monte Disgrazia, il Gruppo del Bernina, la Valle del Livrio con il sottostante Lago di Publino, parte della Val cervia, il Pizzo Zerna e, nelle giornate limpide anche il Monte Rosa.

L'escursione in vetta da Foppolo non presenta difficoltà particolari, con un dislivello di 1000 m. circa. È possibile raggiungere la vetta del Corno Stella anche partendo dalla Valle del Livrio, ma il sentiero non è battuto e in diversi tratti si corre il rischio di perdere la via. Nel caso si volesse salire dal lato della provincia di Sondrio (lago di Publino / valle del Livrio) per la prima volta è consigliabile farsi accompagnare da qualcuno che conosce la zona

Il Monte Legnone è la cima più alta della provincia di Lecco e del settore più occidentale delle Alpi Orobie. La vetta del Legnone si eleva a punto tale da essere chiaramente visibile da Milano e dalla Brianza.

Di bella forma piramidale con linee regolari, rappresenta il poderoso pilastro d'angolo tra il bacino del Lago di Como e la Valtellina, separando quest'ultima dalla Val Varrone, solco vallivo adiacente alla Valsassina.

Non risulta alpinisticamente molto interessante, dacché formata su tutti i suoi versanti soprattutto da sfasciumi ad eccezione del versante nord, che sprofonda per quasi 2.500 metri sulla piana di Delebio, peraltro in modo piuttosto irregolare e senza una vera e propria parete rocciosa. È però assai frequentato dagli escursionisti, anche perché la vetta offre in assoluto uno dei migliori panorami della Alpi Centrali, non avendo alcuna sommità di simile altitudine nelle vicinanze e protendendosi sul lago e sulla bassa Valtellina tanto da restare isolata rispetto alla cresta orobica di cui è parte.

Nel massiccio del Legnone è presente una cima secondaria, posta ad occidente della vetta principale, che prende il nome di Legnoncino (1.711 m).

Il monte Cabianca è situato lungo lo spartiacque che divide la Val Brembana dalla Val Seriana, a cavallo tra i comuni di Carona e Valgoglio in provincia di Bergamo.

Il monte Cabianca può essere raggiunto sia dal comune di Carona che da Valgoglio.

Da Carona si sale verso il rifugio Calvi, situato a quota 1.990 m. s.l.m., si prosegue per il sentiero direzione passo della Portula e, prima della baita Pian dell'Asino, si sale a destra (ovest) in direzione lago dei Curiosi. Presso il lago si prende per il canalone e si sale fino al Naso di Cabianca (2.475 m). Si prosegue lungo la cresta che conduce prima alla Spalla e quindi in vetta.

Da Valgoglio invece si sale fino la località Bortolotti, dalla quale si segue il segnavia del CAI numero 268, che permette poi di raggiungere le case ENEL nei pressi della diga del lago Sucotto. Da qui proseguire verso la capanna Lago Nero, posta nei pressi dell'omonimo lago, per arrivare quindi al lago di Aviasco. Poche decine di metri dopo la diga dello stesso, seguire la traccia che sale a monte e, in circa un'ora, permette di arrivare in vetta.

Un'altra via alternativa si dirama dal passo di Aviasco (a sua volta raggiungibile dal versante della valle Seriana dall'omonimo lago e da quello della valle Brembana mediante la valle dei Frati) e sale al monte dei Frati (2.502  m) e, tramite una facile cresta, tocca la cima del monte Valrossa (2.550  m) da cui in breve si arriva alla cima del monte Cabianca.

Il Pizzo dei Tre Signori è una montagna (2.554 m s.l.m.) sulla cresta principale delle Alpi Orobie, ove questa si pone tra i solchi orografici della Valtellina (con la tributaria Val Gerola), della Val Brembana (con le tributarie Valtorta e Valle d'Inferno) e della Valsassina (con la tributaria Val Biandino).

Gode di una particolare fama "geografica" che il nome ricorda, essendo da secoli il punto geografico di spartizione fra tre diverse giurisdizioni politiche: un tempo tra lo Stato di Milano, la Repubblica di Venezia e il Canton dei Grigioni nella Confederazione Elvetica, quand'essa occupava la Valtellina; oggi tra la Provincia di Sondrio, la Provincia di Lecco e la Provincia di Bergamo.

I versanti principali della vetta sono quelli che scendono verso le valli sopracitate e presentano itinerari di salita sempre agevoli, ancorché lunghi; il più interessante risulta tuttavia quello che raggiunge la sommità del lato valsassinese per la cresta ovest, presentando poco sotto la vetta un pittoresco passaggio roccioso attrezzato con catene denominato "Il Caminetto", il che ne denota la particolare morfologia.

Dal versante valtellinese è anche una meta scialpinistica, il cui interesse è mitigato dalla lunghezza dell'itinerario e dalla scarsa sciabilità generale. La cima frequentata per quasi tutto l'anno, offre un panorama molto vasto ed interessante, notevole soprattutto sulle vette retiche del Masino e del Bernina, nonché verso i solchi vallivi bergamaschi.

Il versante valsassinese ospita il noto rifugio Grassi, tra quelli storici per l'alpinismo lombardo, altre strutture che possono agevolare la salita alla vetta sono, ancora sul lato valsassinese il rifugio Santa Rita, sul versante valtellinese il rifugio FALC e il rifugio Trona Soliva, su quello bergamasco il rifugio Benigni.

Numerosi sono i rilievi costituenti la dorsale delle Orobie.

Il gruppo del "Tre Signori" che si estende dal Passo di Salmurano alla Bocchetta di Trona. È alto 2.554 metri e prende il nome dagli antichi confini politici che la sua cima individuava: tre stati, quali il Ducato di Milano, la Repubblica Veneta e la Repubblica dei Grigioni si incontravano sulla cima; oggi a questa altitudine si incontrano le province di Bergamo, Lecco e Sondrio.
Procedendo verso est, troviamo il gruppo del Ponteranica, il quale si estende tra il Passo San Marco e il Passo Salmurano. La vetta orientale, nella stagione invernale, è la classica meta di sciatori e alpinisti provenienti sia dal versante bergamasco che da quello valtellinese. Il gruppo prende il nome dal Comune di Ponteranica, proprietario dal XVI secolo dei pascoli che si estendevano alla base dei versanti meridionali della montagna. Al giorno d'oggi, quegli alpeggi vengono utilizzati dai pastori nella stagione estiva.
Il Pizzo Coca, alto 3.050 metri è la cima più elevata delle Orobie. Apprezzato dagli alpinisti è il ripido canalone che incide il versante nord e che scende dalle due vette costituenti la cima della montagna. Su uno sperone roccioso, dominante l'omonima Val di Coca, sorge un rifugio che offre una vista spettacolare sulle valli circostanti. È l'ideale base d'appoggio per escursioni al Lago di Coca o al gruppo Scais-Redorta.

Caratteristica importante della dorsale orobica è la scarsità di valichi transitabili. La maggior parte dei passi, infatti, è situata a quote piuttosto elevate (specialmente nel settore orientale) e risulta servita solo da sentieri o mulattiere.

L'unica strada che valica la dorsale è quella del Passo di San Marco (1991 m), che ricalca in parte il percorso dell'antica Via Priula, realizzata nel XVI secolo e collega Mezzoldo, in Val Brembana, con Morbegno, in Valtellina.

La metamorfosi delle Alpi Orobie comprende un periodo lungo quasi 300 milioni di anni. Pochi sono i luoghi della terra che raccolgono così tante e così diverse situazioni geologiche. Nel periodo più antico della loro esistenza, il Permiano, il complesso montuoso, simile alle Ande dei nostri giorni, fu interessato da un'intensa attività vulcanica. Le eruzioni di tale periodo portarono alla formazione di Collio, situata nell'omonima località dell'alta Val Trompia nel bresciano. Il materiale eruttato dai vulcani e quello derivante dall'erosione delle rocce metamorfiche dei rilievi, fu trasportato a valle dai corsi d'acqua e sedimentato, in forma di limi, sabbia e ghiaia, in vasto bacino alluvionale. In questo enorme bacino sedimentario, laghetti di acqua dolce erano abitati da anfibi e rettili.
Durante la fine del Permiano, si costituì una formazione di rocce definita verrucano lombardo, ovvero una successione di rocce, ben evidente perché di colore rossastro. Il nome verrucano deriva dal Monte Verruca, nella zona del Monte Pisano in Toscana, dove si trova un conglomerato di rocce simili.
La regione fu raggiunta, nel Triassico Inferiore, dal mare. Possiamo individuare come antichi sedimenti marini rocce arenarie e marne, indicate con il nome di Servino o formazione di Werfen. A partire dal Triassico Medio si sono depositati calcari e dolomie che, formando barriere coralline, hanno dato origine ai gruppi montuosi a sud delle Orobie. A parte i depositi del Quaternario, le rocce più recenti risalgono a circa 30 milioni di anni fa e sono di tipo intrusivo.

Oggi la disposizione delle rocce non è più quella originaria in seguito alle trasformazioni operate dall'orogenesi alpina. Si è assistito ad un generale accorciamento della crosta primitiva, il quale ha portato a piegamenti e accavallamenti (chiamati sovrascorrimenti) di rocce che in origine seguivano un andamento nord-sud. Sono proprio gli accavallamenti l'aspetto più interessante della zona, poiché caratterizzati dalla sovrapposizione di rocce più antiche a rocce più recenti. Il principale sovrascorrimento è delimitato dalla faglia orobica, che in unione a faglie minori presenta un andamento est-ovest nella zona centrale. In definitiva, la struttura delle Orobie sarebbe il raccorciamento della crosta terrestre di un centinaio di chilometri.
Sono i ghiacciai del Pleistocene, il più antico periodo del Quaternario, ad aver contribuito al modellamento delle Orobie: durante tale periodo, occuparono gran parte dei monti, incidendo il fondo delle vallate. L'azione glaciale ha portato alla formazione di conche, valli a "U", valli cinte da versanti con ripidi pendii (valle Seriana), fondivalle lisciati e arrotondati, ricchi di conche, alcune delle quali ancora occupate da laghi piccoli e grandi. Sono proprio queste conche ad aver assorto alla funzione di serbatoi artificiali d'acqua per la produzione di energia idroelettrica.
Bruschi pendii, in corrispondenza di rocce resistenti all'erosione e in epoca glaciale occupati da cascate di ghiaccio (ice-falls), sono oggi sede di cascate come quelle del Serio a Valbondione, le più alte d'Italia attivate solo per qualche ora all'anno. I ghiacciai non hanno solo scavato parte della superficie della crosta terrestre ma anche accumulato il materiale che essi trasportavano: vi sono ovunque depositi morenici, anche di notevole spessore. Ricordiamo i ghiacciai di pietra (rock-glaciers): corpi detritici accumulatisi sui versanti o originari depositi morenici fluiti lentamente verso il basso nel corso dei secoli e dei millenni.

Un caso anomalo rispetto alla formazione generale delle Orobie, riguarda la zona di Zogno, in Valle Brembana: le rocce di quest'area, sotto l'azione di spinte, invece di fratturarsi come avviene nel caso di rocce più compatte quali le dolomie, si sono piegate e talvolta accartocciate su sé stesse.

Oltre al parco delle Orobie Valtellinesi ed al parco delle Orobie Bergamasche, le aree protette delle Alpi Orobie sono la riserva naturale delle Valli di Sant'Antonio e la riserva naturale orientata Bosco dei Bordighi.




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sabato 4 luglio 2015

ESPLORANDO BORNO

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Borno è situato su di un altopiano, in una conca montana di formazione glaciale.
È limitato a nord dal gruppo del Pizzo Camino, a sud dal Monte Altissimo, mentre si apre ad ovest sulla Val di Scalve, dominata dalla Presolana, e ad est sul paese di Ossimo e sulla Media Valcamonica con ampia vista sulla catena del Tredenus, il Pizzo Badile, il Frerone ed il colle di San Glisente.
Le montagne che circondano l'abitato sono in maggioranza costituite da formazioni sedimentarie del Trirassico. Gli sconvolgimenti delle stratificazioni hanno avuto luogo ad intersecazioni di strati di ere diverse: marne, argilliti mesozoiche, calcari e calcari dolomitici fessurati, con terreni di media profondità, che si rivelano aridi a causa dell'eccessivo drenaggio. Nelle aree al solivo prevalgono formazioni mesozoiche con marne nerastre, arenarie e calcari marnosi, determinanti la formazione di terreni di media o buona profondità e tendenzialmente fertili. È presente in un'area il fenomeno geologico delle doline.
L'altopiano funge da punto di comunicazione tra la Valcamonica e la Val di Scalve attraverso il passo di Croce di Salven.

Dal punto di vista idrografico l'altopiano è percorso da numerosi corsi d'acqua. I due laghi presenti sono entranbi artificiali: il Lago di Lova, situato a nord di Borno, e il Lago Giallo, che si trova tra il passo di Croce Salven e la frazione di Paline.

L'area di Borno è prevalentemente a carattere boschivo, principalmente costituita da conifere. Si tratta di estese peccete di abete rosso con limitate aree di abete bianco e pino silvestre. È presente, anche se in parte minima, il larice puro. Tra le latifoglie troviamo il tiglio, il faggio, la betulla, il sorbo, la robinia, il noce, il castagno e il ciliegio.
Il sottobosco è caratterizzato dalla presenza di edera, mirtillo, fragola, lampone, mora, ginepro, felce, ontano, sambuco, nocciolo, rovo, e di numerose specie di fiori: la rosa di Natale, il bucaneve, la genzianella, il ciclamino, il mughetto, per citarne solo alcuni. In alta montagna prevale la presenza del rododendro e della stella alpina.

Le doline sono le forme superficiali (o epigee) più caratteristiche del paesaggio carsico, costituito da rocce calcaree. Si tratta di depressioni ad imbuto, a calice, a scodella, con pianta circolare o allungata, il cui diametro può variare da pochi a 500/600 metri.
Il parco delle doline di Croce di Salven si caratterizza per la presenza di depressioni carsiche (dette doline) formatesi in seguito allo scioglimento della roccia calcarea per reazione chimica con l’acqua piovana, resa acida dall’anidride carbonica presente nel terreno e dall’humus. Un fenomeno d’interesse scientifico che certamente merita d’essere osservato: i periodi migliori per visitare il parco sono la primavera e l’estate, quando la neve, ormai sciolta, rende nuovamente visibili le formazioni carsiche.
La vegetazione all’interno delle doline è particolarmente rigogliosa proprio per la presenza di abbondanti sali minerali e la protezione offerta ai semi dalla tipica concavità.

Il percorso dei frutti di bosco è rilassante in primavera per il tepore che fa sbocciare i primi fiori, dirompente in estate quando il forte profumo del fieno ci accompagna col frinire dei grilli; in autunno i colori accecano contro il blu del cielo e avvolgente come abbraccio in inverno.
Il tragitto è ricco di piante da frutto tipiche delle latitudini: troviamo piante di noce, cespugli di nocciole, nespole, lamponi e more.
Il percorso inizia all’inizio del paese. Si incontra subito l’opus quadratum, un’urna cineraria di epoca romana, e si imbocca una stradicciola semipianeggiante che lascia le ultime case del paese e si inoltra tra i prati verso la valle del Pànzen.
Lungo tutto il percorso si possono osservare numerose piantine di fragole, more, lamponi.

Il Percorso della memoria inizia la dalla Chiesetta della Dassa, al cui interno si trova un affresco raffigurante l’incendio di Borno avvenuto alla fine del XV secolo.

Il “percorso dell’acqua” è un itinerario sentieristico che si sviluppa nella zona a sud-ovest dell’abitato di Borno, nell’Altopiano del Sole.

Il Montanarium è un polo espositivo e dimostrativo sui mestieri e sui saperi innovativi delle Alpi ubicato a Borno, presso le superfici dell’ex vivaio forestale, integrato con il centro visitatori della vicina Riserva Naturale del Giovetto, dove è possibile approfondire le tematiche relative alle attività produttive e della cultura rurale caratteristiche del territorio alpino.

La Biblioteca del bosco è una piccolissima struttura situata in punto suggestivo e panoramico del bosco, sempre aperta, che raccoglie un’antologia di brani letterari che narrano di boschi e degli uomini che ci vivono, “per leggere di boschi, stando nel bosco”.

La Riserva Regionale dei Boschi del Giovetto nasce nel 1983, ma già in precedenza questa zona aveva destato l’interesse dei ricercatori, a causa della presenza di una particolare specie di formica. Il territorio su cui si estende la Riserva parte dal Comune di Borno e sale da 1200 m. di altitudine fino a 2300. L’area protetta è di 650 ettari, quasi completamente ricoperti da abeti rossi, e popolati da varie specie di animali: volpi, faine, scoiattoli, lepri, caprioli e diversi tipi di uccelli. Ma l’animale più interessante è un insetto particolare: la formica rufa. La Riserva del Giovetto è la prima area in Europa ad aver creato un ambiente di protezione per queste formiche, che svolgono una funzione di difesa del bosco, contrastando l’attività di specie dannose all’ecosistema. La formica rufa è preziosa per l’equilibrio biologico del bosco, al punto che alcuni formicai (che possono contenere da 200.000 a 500.000 esemplari) vengono esportati in zone in cui non sono presenti.

La facciata della Torre dei Re, posta a nord del lungo caseggiato, si presenta come una serie di muri contigui che, per l'utilizzo dello stesso tipo di pietrame e della medesima tecnica costruttiva, appare come un muraglione uniforme. Soltanto nella parte centrale della muraglia, prima della facciata che presenta un ridotto barbacane alla base, si scorgono file di pietre più grosse e ben allineate, disposte all'incirca fino a metà altezza della facciata, che fanno supporre si trattasse di una costruzione più solida e più antica rispetto alle porzioni di caseggiato antecedenti e susseguenti.
È ipotizzabile che questa parte centrale costituisse una torre difensiva visto che è posta su un dosso roccioso sottostante lo spiazzo che, prima dell'attuale parrocchiale, ospitava la cappella di S. Martino da cui dominava tutta la vallata sud d'ingresso al paese.

La Torre dei Pagà è collocata in prossimità della Piazza, nel tratto iniziale di Via Vittorio Veneto, un tempo Via Toresela (toponimo derivato dalla torre stessa), nella seconda metà degli anni '80, dopo una completa demolizione e rifacimento ex novo, si è tramutata in un falso storico e architettonico.
Misurava circa 8 m. in altezza e m. 8 x 8 alla base, mentre lo spessore dei muri raggiungeva il metro. La sua denominazione deriva dal cognome della famiglia Pagani, una delle ultime proprietarie della torre.
Il lato nord, che si affaccia su Via Veneto, presenta a piano terra una vetrina espositiva, al primo piano due finestre e una terza finestra al secondo piano. Un'altra vetrina e due finestre, una per piano, sono state ricavate anche sul lato sud, opposto a quello stradale.

La Torre dei Barète è inserita in un isolato di caseggiati, un tempo estrema periferia ovest dell'abitato bornese.
In origine la struttura sorgeva isolata, solo più tardi si sono addossati altri corpi di fabbrica, tuttavia trovandosi proprio di fronte alla torre dei Sagrestà poteva costituire parte del sistema difensivo all'ingresso del paese. Si distingue dai caseggiati attigui per la diversa dimensione delle pietre impiegate nella costruzione.
All'interno le pietre sono squadrate, grandi e l'angolo è a bisello, mentre all'esterno il muro che si affaccia su via Vittorio Veneto, ha pietre grezze e sbozzate con il metodo a ribassino solo agli angoli.
Attualmente la torre supera i 5 m. d'altezza, ma viste le misure della base di m. 7 x 7 si suppone che in origine fosse più elevata.

I resti della Torre dei Sagrestà non sono visibili dall'esterno della via omonima, ma solo dalla corte interna, dalla quale si scorge solo la facciata posta ad oriente che, a sud, è contigua alla casa e, a nord, fa angolo con il muro di un'altra abitazione.
La torre misura oltre 5 m. in altezza e m. 6 x 6 alla base. Non si conosce la data di costruzione, tuttavia se fosse coeva alla torre dirimpettaia dei Barète risulterebbe assai probabile che le due torri costituissero l'ingresso fortificato del paese.

Torrione Montanari è ubicato nel centro storico, in una posizione strategicamente importante poiché controlla il transito di Via S. Fermo e di Via Trieste, attualmente è inglobato nell'edificio denominato "Casa delle Suore". Dato che i muri delle facciate sud ed est (costruiti con conci di arenaria, granito e pietre calcaree di grandezza decrescente man mano che si sale nelle parti più alte) presentano uno spessore doppio rispetto a quelli delle rimanenti, si pensa che anche in passato doveva avere un edificio adiacente che proteggeva i due lati più deboli.
In origine, dunque, poteva essere sorto come casa-torre o come fortilizio appartenente a signorotti locali. Il torrione è alto circa 8 m. e misura m. 6 x 6 alla base. Sia il portone d'ingresso sia il balconcino del secondo piano sono realizzazioni più recenti (XVII-XVIII sec.) e sicuramente in origine tale ingresso non esisteva.
Quasi certamente il torrione era in comunicazione visiva con le altre torri del centro storico. Databile intorno ai secoli XII-XIII ha subito notevoli rimaneggiamenti nei secoli successivi. Dapprima di proprietà della famiglia Montanari, nei primi decenni del secolo XIX venne utilizzato dai frati francescani, poi divenne di proprietà della famiglia Dabeni che, trasferitasi nel Piano di Borno, lo affittò. Verso la fine dell'800 fu adibito ad albergo e dopo un periodo di abbandono (in cui secondo la tradizione bornese divenne la Casa degli Spiriti), nell'anno 1909 venne recuperato dalle suore Dorotee di Cemmo che, unitamente all'edificio adiacente, ne fecero una nuova sede della loro congregazione.

La torre detta degli Agnellini è ubicata nel centro storico in una posizione di mezza costa e su terreno in declivio. È incorporata nella casa dei Romalge che si trova anch'essa in posizione strategica in quanto controlla le due vie sopra menzionate.
Misura 8 m. in altezza, 7 m, di fronte e quasi 8 di lato. Dall'interno è visibile parte della facciata ovest. La muratura esterna è costituita da grossi conci in calcare e granito lavorati grossolanamente a bugnato. Dalle dimensioni dei conci all'estremo superiore è ipotizzabile che la torre fosse più alta.
Costruita in epoca medioevale XII-XIII secolo, faceva parte del sistema difensivo del paese (baluardo verso la Valle di Scalve) e si collegava al borgo del "castello".

La Torre dei Michéi è inglobata in un piccolo isolato costituito da più edifici di proprietà della famiglia Miorini soprannominati appunto "Michéi". La posizione non sembra strategicamente importante, la via però si trova sulla direttrice per il Lago di Lova.
Misura più di 4 metri in altezza e metri 5 per 5 alla base: è la più piccola delle torri del paese. Non si hanno notizie storiche specifiche sulla torre, tuttavia sulla spalla del portale d'ingresso della cantina adiacente si trova scolpita un'aquila imperiale che richiama il dominio milanese sulla Valcamonica.

Villa  Guidetti è circondata da due splendidi parchi in cui, accanto a specie botaniche di elevato interesse naturalistico, è facile imbattersi in colonne, fregi e capitelli, testimonianza della vivacità culturale che, fin dalla sua fondazione, contraddistingue questo luogo.
Il visitatore che giunge a Borno, percorrendo la strada provinciale nonché crono-scalata Malegno-Ossimo-Borno, al bivio per Ossimo superiore volgendo lo sguardo verso Borno alla sua sinistra, potrà osservare meravigliato e compiaciuto l’eccezionale e unico polmone verde ubicato all’interno dell’abitato.
Questa macchia verde imponente e rigogliosa è il parco inferiore di “Villa Guidetti” che sviluppa, su un’area di circa 12.000 mq., alberi e arbusti cresciuti folti ed austeri grazie ad un naturale habitat di clima e di esposizione alla luce del sole, che li ha arricchiti per varietà di specie e di colore.
Appena si varca la soglia d’ingresso alla “Villa Guidetti”, di pregevole gusto architettonico edificata tra il 1927 e il 1937 da Piero Guidetti nativo di Brescia, il parco superiore vasto circa 5.000mq. e diviso per mezzo di Via Creppi di sotto dal parco inferiore, accoglie l’ospite con la piacevole ombra e protezione dei suoi alberi centenari, alpini e non oltre che da frutto.

Passeggiando per i vicoli e lasciando scorrere lo sguardo, si ha come l’impressione che a Borno il tempo si sia fermato: stele con incisioni dell’età del Rame, resti di necropoli romane, fortilizzi e torrioni medievali, palazzi e caseggiati sei-settecenteschi; e ancora, chiese ed edicole, testimoni della religiosità popolare locale ed espressione artistica di tutto rispetto.
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Casa Rivadossi è del XV secolo e seguenti con loggiato ornato da eleganti decorazioni e riportante una meridiana a numerazione araba, presenta una struttura portante in muratura continua in pietra e malta, pilastri intonacata completamente. Orizzontamenti in muratura legno, solaio piano a volta a botte copertura con struttura lignea e manto in coppi, pavimentazioni interne cotto legno pietra e ceramica, pavimentazioni esterne in pietra.

Nel centro storico, Borno, conserva ancora intatti edifici di antica origine e pregiati particolari architettonici, testimonianza di un’arte antica che aveva raggiunto alti livelli.
Tra questi, si affaccia sulla Piazza Giovanni Paolo II, il bel Palazzo Franzoni, con la data 1690 incisa su un pilastro del portico e dal bel portale seicentesco con lo stemma della nobile casata dei Federici.
In realtà, si tratta di un’abitazione rustica, probabilmente edificata sui resti di un’antica fortificazione. Al suo interno, di particolare pregio sono la fontana esagonale in pietra di Sarnico con maschera per il doccione, databile XVI-XVII secolo, e la colonnina in pietra calcarea raffigurante una maschera di fattura popolaresca.
Ballatoi in legno, antiche loggette, portali che, socchiusi, fanno intravedere fontane e cortili dal fascino antico; passeggiando per i vicoli e lasciando scorrere lo sguardo, si ha come l’impressione che a Borno il tempo si sia fermato.
Oggi palazzo Franzoni, riporta nella chiave d’arco del portale (del XVII secolo) uno stemma con camoscio rampante.

L'Ex Albergo Franzoni è decorato da moderni affreschi (che ricordano la leggenda di S. Fermo) e da una meridiana con motto. Le graziose loggette ed il portico della facciata retrostante sono del XV secolo.

Casa Bassi con affaccio sia sulla Piazza che sulle vie Don Pinotti e Fonte Pizzoli, il cui portale d’accesso al cortile reca la data 1503.

La piazza si allarga attorno alla fontana, del XVII secolo, realizzata in pietra di Sarnico e caratterizzata da una vasca principale a forma ottagonale che raccoglie gli zampilli che scendono dalle bocche di mascheroni posti a decorare le due vasche minori.

Nella Valle Camonica romana, l’abitato di Borno era uno dei centri più importanti, anche grazie alla posizione strategica, a controllo della via di collegamento con la Val di Scalve. Le restituzioni più importanti sono una necropoli ed un edificio di culto nell’area dell’ex Villa Baioni, in via Marconi, da cui derivano numerosi e preziosi oggetti di corredo (anche in oro ed argento) oggi esposti al Museo Archeologico Nazionale della Valle Camonica (Cividate Camuno); a Borno, del periodo romano, restano oggi visibili alcuni elementi architettonici murati all’esterno della Chiesa di S. Fiorino e un’epigrafe funeraria sulla facciata di una casa privata nel centro storico. Nella località Laghetto Giallo infine le tracce di un imponente scarico di laterizi romani testimoniano la pratica di attività artigianali, forse legate ad una fornace produttiva.

Borno rivela le sue origini più antiche nei ritrovamenti di siti cerimoniali con stele e massi incisi che si distinguono per importanza nell’intero arco alpino.
Si tratta di reperti provenienti da siti cerimoniali dell’età del Rame (IV/III millennio a.C.) oggi esposti presso il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane (Capo di Ponte).
Di tali testimonianze, a Borno, resta solo il frammento di stele incastonato nel muro esterno di un’abitazione.

La Chiesa parrocchiale santi Giovanni Battista e Martino fu realizzata fra il 1771 ed il 1781, le volte e l’altare maggiore sono decorate da dipinti di Sante Cattaneo di Salò (1780-1781). Pregevoli le tele di Lattanzio Quarena (1829) collocate su due altari laterali, il ligneo settecentesco Cristo morto della bottega dei Fantoni e il paliotto, pure settecentesco, dello scalvino Giuseppe Piccini.

L’edificio attuale della Canonica, ristrutturato alcuni decenni fa, presenta un porticato realizzato con colonne quattrocentesche in pietra di Sarnico, provenienti da un edificio demolito in piazza Roma. Inoltre nel lato che si affaccia sulla Chiesa Parrocchiale è stata inserita una lapide che riporta la data 1347.

La Chiesa di S. Antonio da Padova è l’edificio più antico presente sul sagrato, costituito da un insieme di strutture, erette e modificate in diversi periodi storici. All’interno della graziosa Chiesa di S. Antonio di Padova (XV secolo) si conservano testimonianze pittoriche fra le più antiche di Borno: le raffigurazioni cinque-seicentesche di Santi e la suggestiva lunetta affrescata da Callisto Piazza da Lodi (“Sacra Conversazione”, Madonna e Bambino tra i Santi, 1528 circa ).

In estate è possibile praticare numerosi sport all'aria aperta, tra cui il tennis, la pesca sportiva, il nuoto in piscina, il pattinaggio su rotelle, il calcio, l'equitazione, il deltaplano e il parapendio. Possibilità di effettuare anche gite in famiglia ed escursioni attraverso i numerosi sentieri vicini al comune.

Gli ospiti di Borno in inverno hanno la possibilità di praticare lo sci alpino, da discesa e di fondo, nonché il pattinaggio su ghiaccio.

A Borno si trova una piccola stazione sciistica, situata sul versante nord del Monte Altissimo. Nonostante la quota non elevata (950-1700 metri) l'esposizione nord delle piste permette alla neve di conservarsi per tutta la stagione, anche grazie ad un impianto di innevamento programmato. Caratteristica principale della località è di essere interamente immersa in un bosco di abeti, ciò favorisce la sciabilità anche in caso di brutto tempo e scarsa visibilità.

La gastronomia del territorio della Vallecamonica è ricca e varia: sono sapori antichi quelli proposti da trattorie e ristoranti locali; elaborazioni culinarie semplici e genuine che attingono alla tradizione.
Tra i primi piatti gli immancabili “casoncelli”, ravioli ripieni di carne e verdure e altri ingredienti, tagliatelle, maltagliati, talvolta con farina di castagne, gnocchi, minestre d’orzo e trippa.
Tra le carni lo stracotto d’asino, la carne salata, le salsicce dette “strinù” e i salumi di puro suino. Non mancano conigli, pollame e selvaggina, lepri e cinghiali.
Oltre alla carne, il pesce di fiume di lago, talvolta essiccato secondo metodi tradizionali. La polenta di mais o di grano saraceno è il contorno per eccellenza di molti secondi piatti così come i funghi, porcini e finferli su tutti, che si trovano in abbondanza nei boschi dell’Altopiano.
L’allevamento di bovini, caprini e ovini garantisce la produzione di ottimi formaggi. La varietà è davvero sorprendente: formagelle, “silter”, “casolet”, ricotte, “fatulì”, “bagoss” e caprini, naturali o aromatizzato con erbe.
Nelle zona del lago Sebino, ad una quota ideale, viene prodotto un olio dalle importanti caratteristiche così come nella zona dell’Annunciata, poco distante da Borno.
Da apprezzare i diversi tipi di pane, bianco o di segale, e i dolci, semplici e genuini; “spongade”, biscotti e torte con farina di castagne. Una menzione particolare va fatta per i due dolci tipici di Borno, il Bosolà e la Chisòla, che sono gli unici due prodotti ad aver ottenuto la De.C.O. (denominazione di origine comunale) a Borno.
Non mancano vini IGT, liquori e grappe, classiche o aromatizzate con bacche, frutti di bosco, erbe alpine o miele.

L'8 agosto vigilia di San Fermo si tiene festa con falò e fiaccolata;la leggenda dei tre fratelli eremiti Fermo, San Glisente e Cristina. Pellegrinaggio al santuario sul monte con discesa in notturna con fiaccole. Protezione del bestiame.



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