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giovedì 19 maggio 2016

GANDELLINO

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Gandellino è un comune situato prevalentemente sulla parte sinistra orografica del fiume Serio che lo attraversa, a 675 m s.l.m. in alta Val Seriana, circa a 44 chilometri a nord di Bergamo, ed è composto dal capoluogo sul fondovalle, che prosegue nella parte a nord lungo la strada provinciale con le frazioni Gromo San Marino, Bondo, Pietra e Grabiasca, sulla sua parte a est con la frazione Tezzi e sulla parte ovest con la frazione Foppi.

Salendo la Val Sedornia, uno strano masso sembra testimoniare la presenza dell'uomo sul territorio almeno due millenni a.C., in località Spiaz de Martisola.

Un parallelepipedo con incisi segni circolari che si susseguono su linee parallele, e coppelle, che non sono sicuramente di origine naturale. Un masso-altare usato per culto e sacrifici dei sacerdoti precristiani, i drudi celtici,come nelle vicina valle Canonica.

Il primo documento che riporta il nome Oltre il dragone, riconducibile al bergamasco "dargùn", 'torrente rovinoso', o "drag", 'frana', questo è infatti l'antico nome della località, risale al 774, documento in cui Carlo Magno re dei Franchi, dona tutta l'Alta Valle Seriana al Monastero di San Martino di Tours in Francia, a testimonianza di questo, Gandellino mantiene S. Martino quale santo patrono.

Nel 1267 ottiene l'autonomia dal Vicariato di Bergamo, che nel 1067 era subentrato al Monastero di S.Martino, partecipando con Gromo e Valgoglio all'espugnazione del paese di Covo con mezzi propri, sia economici che di uomini in qualità di soldati e di forza lavoro. Il documento, detto "Instrumento del privilegio", è ora conservato e consultabile presso il museo sito nel Palazzo Milesi di Gromo. Con l'autonomia i ricavati dell'estrazione e lavorazione di minerali, diventano l'economia del paese. Risale al 1396 invece il documento, un atto notarile di vendita, dove compare, per la prima volta, il nome di Gandellino, anche questo con ogni probabilità dalla voce bergamasca “ganda”, che significa “frana”.

Nel 1428, passando sotto il dominio veneto, il mercato e il lavoro delle armi, subiscono un notevole incrementato, come per tutti i paesi della valle, ma una terribile frana nel XV secolo, distrugge le fucine che erano presenti lungo il torrente Sedornia per la lavorazione dei metalli, e la successiva frana del 1834 ne cancella ogni traccia, rimangono consultabili solo gli atti notarili a testimonianza storica.
L'economia contadina, molto povera, data la posizione montana porta nei primi del '900 ad una migrazione corposa, in Francia e in Svizzera. Nel 1968 cedette le frazioni Ripa e Bettuno al comune di Gromo.

Sul territorio si sono susseguite frane anche nel 2000 che richiedono da anni interventi di prevenzione con canali di scolo acque e muri di contenimento con lavori che hanno richiesto studi approfonditi del territorio.

Le sempre difficili situazioni economiche porteranno ad una unione amministrativa di Gromo con i paesi confinanti e il 17 luglio 2014, con seduta straordinaria il Consiglio Comunale approva lo Statuto Costitutivo dell'Unione di Comuni dell'Alto Serio con Gromo, Valgoglio e Valbondione.

Immerso nel Parco Regionale delle Orobie, Gandellino è un verdeggiante borgo protetto dalle cime del Redorta, Grabiasca, Brunone, e Cardeto, e bagnato dalle acque del Serio e del suo affluente Sedornia. Il territorio comunale comprende, oltre al capoluogo, la frazione di Gromo San Marino e altre contrade, come Foppi, Tezzi, Bondo, Pietra e Grabiasca.

Dal paese è possibile collegarsi ai diversi sentieri alpini, il Sentiero dell'Alto Serio passa sui due versanti della valle: la terza tappa porta da San Giovanni di Gorno (punto di partenza) a Grabiasca passando per la Ripa sulla parte occidentale; la quarta tappa parte invece da Aprico (Fino del Monte) per arrivare ancora a Grabiasca, ma passando per i Tezzi Alti sulla parte orientale del paese.

Mentre attraverso il Sentiero delle Orobie, si possono raggiungere alcune cime delle prealpi bergamasche: i monti Redorta, Grabiasca, Brunone, e Cardeto.

Si possono così raggiungere i numerosi laghi alpini e rifugi: Laghi di Cardeto, Passo della Portula, Curò e Coca (da Valbondione), Brunone (da Fiumenero), Calvi (da Ripa di Gromo), Alpe Corte e Laghi Gemelli (da Valcanale); proprio da quest'ultimo ha inizio anche il sentiero dei rifugi delle Orobie, che si conclude all'Albani.

La pista ciclabile attraversa tutto il territorio di Gandellino, per lunghi tratti anche nel centro abitato. Sul territorio c'è un impianto sportivo comunale completo di campi di pallavolo calcetto e tennis, mentre nella frazione Gromo S. Marino si trova il campo comunale di calcio e di pallavolo.

Spias de Martisola è il mistero di un luogo, le cui tracce sono per noi oggi sempre di difficile interpretazione. Partendo dalla frazione Tezzi si percorre un sentiero, antico che sale una valle nel bosco, la Val Sedornia, nome che è una trasformazione del nome romano "Saturnia", Saturnus quindi un elemento religioso, il dio Saturno, dio della natura, della potenza e abbondanza. La valle che percorre un bosco, si apre poi in pascoli, ma è stranamente deserta.

Giunti in località detta Spias de Martisola, compare una radura con un masso a forma di parallelepipedo ora completamente ricoperto di muschio, le cui incisioni e coppelle lo rendono sicuramente riconducibile all'opera dell'uomo, e di un uomo preistorico. Lungo un lato del Masso erratico son ritagliati una serie di gradini, che conducono alla sua sommità. Un masso-altare per sacrifici, e questo secondo gli studi che sono stati fatti qui e in altre zone delle Alpi e Prealpi si ritiene che il masso altare sia stato utilizzato fra il terzo e il primo millennio prima di Cristo. Sulla superficie son ben visibili dei solchi chiamati coppelle. Mentre la faccia rivolta a Nord mostra una serie di incisioni circolari, e di linee oblique, forse indicanti costellazioni.

Un masso-altare usato dai druidi, sacerdoti dei Celti per riti sacrificali, le coppelle sembrano che potessero raccogliere il sangue di vittime, animali o addirittura umane, altri parlano di riti religiosi legati all'acqua che feconda la terra, anche questa possibilità attendibile essendo presente il torrente Sedornia.

Di pregevole interesse artistico sono le due chiese parrocchiali.

La chiesa, dedicata alla Natività di Maria,è risalente al 1350, situata sopra un dosso, è ben visibile dalla valle. Anticamente era annessa ad un convento di monache ora soppresso. Un porticato sui lati nord e ovest la contorna. Sul lato verso valle, presenta sette aperture ad arco a tutto sesto in pietra arenaria, complete di colonne in stile toscano che poggiano su di un alto parapetto in muratura coperto da piana in pietra come basamento.
L'interno è caratterizzato da una pianta a tre navate, di cui quella centrale più alta rispetto le due laterali. Le volte di sostegno poggiano su grosse colonne di pietra diverse tra loro per dimensione, ciò rende le arcate a loro volta diverse, creando un'asimmetria architettonica nella chiesa.
Tra le opere artistiche degne di nota vi sono da citare antichi affreschi, molto probabilmente riconducibili proprio alla chiesa primitiva poi ampliata, presumibile opera di Giacomo de Buschis detto il Borlone, che già aveva lavorato nella valle affrescando la Danza Macabra, mentre altri di epoca quattrocentesca rappresentano il "Il credo degli apostoli". Sia la navata centrale che il presbiterio sono decorati con medaglie e cornici in stucco di epoca barocca che raffigurano scene della vita di Maria mentre l'ancona lignea posta dietro l'altare è caratterizzata dalla scultura di un Cristo Risorto, opera della cerchia dello scultore Pietro Bussolo del 1510 circa.
L'edificio è stato restaurato tre volte: la prima nel 1877 e in seguito nel 1936 e infine1987.
Nel cimitero accanto è stato tumulato il missionario Alessandro Dordi, proclamato beato il 3 febbraio 2015 da Papa Francesco.

La Chiesa Parrocchiale di San Martino, del XX secolo, fu iniziata nel 1920 e terminata con la costruzione della torre campanaria nel 1984, si presenta all'esterno completamente rivestita in pietra, con ai lati due ambulacri aperti verso l'esterno con archi a tutto sesto, a cui si accede per mezzo di due scalinate. L'architettura dell'edificio da la sensazione di trovarsi davanti ad un edificio a tre navate. L'interno è a pianta rettangolare ad unica navata ripartita in sei campate uguali. Le pareti laterali sono interessate da un'alta zoccolatura in pietra, mentre la parte superiore s'imposta un matroneo con sei ordini di trifore per lato. Sopra, oltre il cornicione, si aprono dodici finestre circolari, due per campata, una per lato, che illuminano naturalmente l'interno della chiesa. Oltre la sesta campata inizia il presbiterio, una larga scalinata di sei gradini, nel cui mezzo spicca dominante il tiburio dell'altare centrale con ciborio proveniente dalla cappella dell'ex seminario di Clusone. La facciata opposta,sopra la porta d'ingresso, è interessata da una cantoria in muratura sorretta da quattro colonne con base e capitello. Alla base della torre campanaria posta nella parte occidentale della chiesa, vi è l'ingresso che porta all'interno della cripta. La cripta, usata per le funzioni nelle stagioni invernali, è a pianta rettangolare con un'unica navata e con copertura a volta a botte ed ha dimensione analoga alla chiesa soprastante. Ha un deambulatorio absidale e altare con colonne ed arcate in marmo rosso. Sulla parete rivolta a nord colpiscono gli intensi colori nella rappresentazione, di autore anonimo, raffigurante l'inferno, il purgatorio e il paradiso. Nella cripta è conservata la statua della Madonna del Carmine di opera fantoniana.

Altre chiese da visitare sono quelle di San Giorgio a Bondo, dedicata alla Madonna di Lourdes, di San Giovanni Battista in località Tezzi e di Santa Lucia in contrada Foppi. L'abitato di Tezzi offre anche alcuni esempi di architettura tipica della montagna bergamasca: un tempo contrada popolosa, oggi, ancora percorsa da viottoli e angusti acciottolati, ha ben conservato le case rurali con finestrelle e inferiate, ballatoi in legno e tetti con tipiche lastre di ardesia.

Pregevole esempio di archeologia industriale è invece la centrale idroelettrica Enel, risalente al 1920, di aspetto neogotico.

Malgrado il paese abbia come santo patrono S. Martino, è la festa della Madonna del Carmelo che cade il 16 luglio, quella maggiormente solennizzata. I numerosi emigranti, che dai primi del Novecento si sono allontanati dal paese alla ricerca di lavoro tornando solo durante le vacanze estive, hanno portato a posticipare i festeggiamenti al 15 agosto, giorno della Assunta.

Le vie e gli angoli del paese, che diventano il percorso della precessione, vengono addobbati di fiori e di simboli mariani, ma l'attrazione della festa è l'incanto al porto della statua della Madonna.

Pochi minuti prima della processione, infatti, sul sagrato della chiesa, si radunano i paesani e seguono l'incanto all'asta per il porto della statua durante la processione.

Dopo il susseguirsi di suggestivi lanci e rilanci di offerte, il banditore proclama chi si è aggiudicato il porto della statua lungo le vie del paese, tra i maridac e i suen, tra gli sposati e i giovani. Lo scoppio di botti segna l'inizio della processione.

Oltre al trekking, Gandellino può offrire ai suoi ospiti sfidanti percorsi per mountain bike lungo i numerosi sentieri montani presenti sul territorio come il tracciato tra Gromo e la Valsedornia, o il più tranquillo e recentissimo tracciato della ciclovia della Valseriana, che conduce a Gromo e Valbondione. Funzionale il locale Centro Sportivo Comunale, con campi di pallavolo, calcetto e tennis nel capoluogo mentre a Gromo San Marino si trovano un campo di calcio e uno di volley. Per gli amanti delle ciaspole e dello scialpinismo stupendi i percorsi da Tezzi a Vigna Vaga, Pizzo di Petto.


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martedì 15 dicembre 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : CASTANO PRIMO

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Càstano Primo è un comune della città metropolitana di Milano.

Il nome Castano deriva, molto probabilmente, dall'esistenza in antico di "Silvae Castanae" ossia di boschi di castagno. Altre notizie dicono che in origine il suo nome era "Castro Casteno", il che fa supporre che il paese sorse attorno ad un castello. Si ha notizia di un antico stemma del borgo che recava un castello color rosso, dalle cui fondazioni usciva una pianta di castagno verdeggiante, stemma raffigurato tutt'oggi sul gonfalone del comune di Castano Primo. L'aggettivo "Primo" fu aggiunto in seguito al decreto in data 10 dicembre 1863, dall'allora Re d'Italia Vittorio Emanuele II, per distinguere Castano da un altro centro omonimo in provincia di Pavia.
L'abitato di Castano ebbe probabilmente origine da un accampamento (castrum) romano. lo confermano documenti medievali in cui si cita l’intervallum, cioè il classico fossato degli accampamenti romani, situato nella zona dell’attuale via Roma.
Il più antico documento in cui compaia il nome di “Casteno” è un atto del 712 riferito a una donazione del Re longobardo Liutprando in favore di un monastero di Pavia che aveva qui delle proprietà.
Nel Medioevo esisteva un castello, eretto sull’area dell’attuale chiesa prepositurale di cui è rimasta memoria nello stemma del Comune e che andò distrutto nell’ambito delle lotte tra i Visconti per il controllo di Milano.
Ancora nel XII secolo sono religiosi i padroni di Castano, che infatti risulta soggetto direttamente agli arcivescovi di Milano; poi nel corso dei secoli appartenne ai Conti di Biandrate, ai Visconti ed agli Sforza. Già nel 1300 Castano aveva il titolo di “borgo”, e questo attesta la sua discreta importanza nel territorio.

Nel 1500 divenne feudo dei Visconti di Brignano, che vi rimasero fino al 1717. Un membro di questa famiglia, Francesco Bernardino, che aveva una sua casa anche in Castano, sarebbe da identificarsi con l’”Innominato” de “I Promessi Sposi”.
Castano fu quasi completamente distrutta nel giugno del 1636, durante la guerra dei Trent’Anni, ad opera delle soldatesche spagnole in ritirata dopo la sconfitta contro i francesi nella storica battaglia di Tornavento.
Estintisi i Visconti di Brignano, il feudo venne assegnato al nobile Antonio Nuño de Portugal, che l’ottenne in feudo nel 1717 da Carlo VI d’Austria e al quale è legata la villa che ospita oggi il Municipio. Seguirono altri signori, finchè nel 1772 il regime feudale ebbe fine.
Nel secolo XIX le vicende del Risorgimento non lasciarono grandi tracce nella storia di Castano: solo nel giugno 1859 il paese rischiò di diventare teatro di uno scontro tra Austriaci e Franco-piemontesi, ma fortunatamente tale eventualità non si verificò ed i Castanesi attribuirono ciò all’intercessione del Santo Crocifisso.

Dal 1786 al 1791, il paese fu aggregato alla Provincia di Gallarate. Dopo il periodo napoleonico, Castano tornò sotto gli austriaci.
Dopo l’Unità, nel 1863, Castano aggiunse al proprio nome l’aggettivo “Primo”, per decreto del Re Vittorio Emanuele II, al fine di distinguersi da altri centri omonimi di minori dimensioni.
Negli anni ’80 del secolo XIX si realizzarono grandi opere che interessarono anche il territorio castanese: nel 1880 entrò in funzione la linea tranviaria che collegava Castano a Milano, nel 1885 venne ultimato lo scavo del Canale Villoresi e nel 1887 venne attivata la linea ferroviaria Novara-Saronno-Seregno.

Tra il 1800 e il 1900 Castano passò da un’economia prevalentemente agricola ad una industriale. Ai primi del ‘900 i settori più sviluppati erano quelli della filatura della seta e della tessitura seguiti dalla meccanica.
Nel giugno 1859, Castano rischiò di diventare teatro di uno scontro tra Austriaci e Franco-piemontesi, ma fortunatamente tale eventualità non si verificò ed i Castanesi attribuirono ciò all’intercessione del Santo Crocifisso.
Tra gli eventi più drammatici del XX secolo a Castano ricordiamo in particolare il sacrificio dei Tre Martiri Patrioti (Franco Griffanti, Antonio Noè e Franco Noè), fucilati dagli occupanti tedeschi il 26 febbraio 1945.
A partire dal secondo dopoguerra Castano andò in contro ad un sempre più accentuato sviluppo tanto urbanistico quanto produttivo.
Negli anni del “boom” economico si ebbe, inoltre, un sempre più consistente afflusso di immigrati dall’Italia meridionale.

L’11 ottobre 1984, con decreto del Presidente della Repubblica, a Castano è stato riconosciuto il titolo di Città.

Il canale Villoresi attraversa il paese, ed il territorio comunale si protende verso la valle del Ticino, con la piccola e piacevole località di Ponte, isolata tra la campagna e il fiume. Il cosiddetto canale industriale, il vecchio corso del Naviglio Grande e il canale Villoresi sono le direttrici principali di quell’articolato sistema di vie d’acqua artificiali che l’amministrazione comunale sta negli ultimi anni riscoprendo con la creazione di piste ciclo-pedonali.

All’estremità est della grande e allungata piazza Mazzini sorge una delle due parrocchiali della città: quella di S. Zenone. L’attuale chiesa prepositurale di San Zenone è il frutto di un ingrandimento dell’antica chiesetta dedicata allo stesso Santo che sorgeva, già nell’anno 974, nell’area dell’antico castello di Castano; alla distruzione del castello, nel 1345, viene edificata l’attuale chiesa che però è frutto di un radicale rifacimento di fine Settecento. Come fosse originariamente, lo si può dedurre da alcune descrizioni dei resoconti delle visite pastorali dei secolo XVI e XVII. La chiesa all’epoca era lunga 50 metri, larga 15 ed alta 21, sulla facciata c’era una sola finestra circolare (oculus) ed una porta. La facciata era inoltre ornata da semicolonne di pietra che partivano dalla base ed arrivavano alla sommità dell’edificio. Il campanile era, come adesso, sulla parete meridionale ed aveva due porte: una che dava nella chiesa ed una che dava all’esterno. Proprio la sua forma quadrata e la sua posizione inducono a pensare che in origine fosse stata una torre dell’antico castello. La chiesa era divisa in tre navate da dieci colonne di mattoni, il soffitto era a capriate e il pavimento di laterizio. Il presbiterio era alzato dal piano delle navate mediante una gradinata di sasso di cinque gradini. Sullo sfondo c’erano solo due finestre con dei vetri rotondi.
All’interno si trova il Crocifisso ligneo del Cinquecento, che sarebbe stato portato da Gerusalemme dal nobile castanese fra’ Rodolfo della Croce e che a partire dal 1630 venne considerato miracoloso, allorquando fu invocato per proteggere dall’epidemia di peste e da allora innalzato ogni volta che la sofferenza colpiva gli abitanti di Castano. Per devozione a questo Crocifisso si tengono solenni festeggiamenti ogni 25 anni. Attualmente è posto nella nicchia sull’altare maggiore.
In una cappella dell’attiguo centro parrocchiale si trova un affresco con la deposizione del Cristo, proveniente da una casa privata e databile alla prima metà del XVI secolo.

La Chiesa della Madonna dei Poveri è la seconda chiesa parrocchiale di Castano. I lavori di costruzione del recente edificio religioso risalgono al 29 settembre 1957, data in cui venne posata la prima pietra. L’edificazione della chiesa fu poi portata a termine in poco più di un anno.
Essa ha una pianta a tre navate. La struttura portante dell’edificio è costituita da pilastri e travi in cemento e questo ha permesso di apportarvi anche un sostanziale ampliamento successivo. Esternamente l’edificio è rivestito in cotto, mentre internamente, per i pavimenti ed i rivestimenti, sono stati utilizzati marmi veronesi. L’istituzione della nuova parrocchia venne stabilita con decreto del 30 settembre 1967.

La Chiesa di San Gerolamo risale all’anno 1475, quando era dedicata a San Bartolomeo.
Da una piantina del secolo XVI, essa risulta di forma rettangolare, senza abside, e con cinque pilastri esterni di contrafforto che fanno pensare ad una chiesa di stile gotico lombardo.
La facciata era senza finestre ed aveva una porta centrale. I lati settentrionale ed orientale erano senza porte né finestre e confinavano con case appoggiate.
Nel 1566 era ancora coperta di tegole seppur senza pavimento e con il campanile sopra il tetto, ma senza campana.

Nel 1566 l’attuale bella chiesetta dedicata a San Rocco recentemente ristrutturata risulta abbandonata, aperta, con due finestrelle presso la porta. Viene restaurata solo vent’anni dopo ed imbiancata. Il soffitto, però, non c’è ancora e l’altare è spoglio. Nel 1605, sopra l’altare, esiste un gradino di mattoni sui cui appoggia l’icona della Madonna con San Rocco e San Sebastiano. A sud ci sono due finestre e ad ovest una porta chiusa con catenaccio a chiave. Solo nel 1838 il pittore Cozzi fa la bronzatura dei pulpiti e dipinge due statue all’esterno della chiesa.

La Chiesa della Madonna di Gree ha origini antichissime, citata anch'essa nel documento del 974. Si trova in mezzo ai boschi di robinie a nord del paese; ha mantenuto l’originale architettura cinquecentesca e conserva una statua lignea della Vergine.

La chiesa della Madonna del Lazzaretto, tuttora esistente, fu eretta nel 1630 per commemorare le vittime della terribile peste, narrata nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, che aveva colpito anche il territorio di Castano. Nel 1639, infatti, esisteva già un piccolo cimitero dove erano stati bruciati e sepolti diversi corpi di defunti appestati. Essa, dunque, venne edificata proprio sulla parte più antica dell’attuale Camposanto, nel quale - narrano le cronache dell’epoca - la prima ad essere sepolta, nel 1787, fu una bambina di soli 8 mesi di nome Maria Margherita, figlia di Giovanni Maccagno.

Della cascina Malpaga si ha notizia addirittura dal 1491, alcune carte notarili dell'epoca infatti riportano che un certo “Berto de Genoni Antonio abita sul luogo della Malpaga nel territorio di Castano”. All’epoca conosciuta come Cascina di San Bernardo era già proprietà della famiglia De Magistris o De Maestri, rimase in loro possesso fino all’inizio del secolo XX. La chiesetta di San Bernardo fu edificata nel 1562 nella quale venne collocata un'opera pittorica raffigurante San Bernardo.Fino alla metà del XX secolo, la Cascina Malpaga era ancora abitata da alcuni nuclei famigliari di contadini che coltivavano le terre circostanti, fino ad un massimo di ben 137 persone residenti. Ora però versa in condizioni di completo abbandono. Ora la cascina è parte del patrimonio dell’Opera Pia Colleoni, fondata dalla stessa contessa Francesca Colleoni de Maestri, la quale nel 1902 istituì a Castano un Ospedale Civile, ora casa di riposo per gli anziani appunto in via Colleoni.

Villa Rusconi è stata riaperta al pubblico nel 1999 e sede del Municipio dal 2000. Il complesso ha avuto origine da un palazzo feudale ma deve il suo aspetto al rifacimento attuato da Antonio Nuno de Portugal nel Settecento e alle ristrutturazioni volute da Giuseppe Rusconi negli anni Venti del Novecento. A quest’ultimo si deve il recupero del patrimonio decorativo e architettonico della villa, passata nel corso dell’Ottocento di mano in mano e spogliata del suo primitivo splendore. Gli elementi di maggior valore della struttura sono il loggiato centrale con i suoi affreschi e il parco retrostante, significativo esempio di giardini all’italiana, nel cuore del centro storico.

Villa Rusconi ha le caratteristiche architettoniche degli edifici seicenteschi di progettazione ricchiniana. Si tratta di una villa con la tipica pianta ad U, con uno scenografico corpo centrale a tre piani e con due ali laterali destinate a pars rustica. Un giardino diffuso si sviluppa in due aree: quella prospiciente l’edificio e quella retrostante. Le sale di rappresentanza sono affrescate con i motivi tipici della “civiltà di villa” che nel territorio animò un fenomeno di monumentalizzazione delle aree periferiche rispetto ai grandi centri, privilegiando le campagne e le zone lacustri. La villa è un esempio di casa da nobile che la famiglia milanese dei Corio fece costruire con i proventi derivati dalle rendite della prepositura di Sant’Ambrogio a Milano, carica che alcuni membri della famiglia ricoprirono, tra cui il committente, Giulio Cesare Corio.

L'Auditorium "Angelo Paccagnini" di Castano Primo è una delle realtà di riferimento e di richiamo per la città di Castano Primo e più in generale per il territorio del Castanese è situato nella grande struttura di piazza XXV aprile e può contenere fino a 350 spettatori ed ha un grande palcoscenico che si protende ad emiciclo verso la sala.

Tra le quattro principali cascine presenti sul territorio castanese la cascina Malpaga è la più grossa. Il primo documento storico che ne parla è un atto notarile datato 3 giugno 1491. La cascina era anche detta "di San Bernardo" dalla chiesetta a lui dedicata che vi sorgeva. La prima notizia relativa ad essa risale addirittura ad un atto notarile del 3 giugno 1491 in cui si legge che un certo “Berto de Genoni q. Antonio abita sul luogo della Malpaga nel territorio di Castano,Pieve di Dairago”. All’epoca essa era conosciuta come Cascina di San Bernardo ed era già allora proprietà della famiglia De Magistris o De Maestri,che continuerà a possederla fino all’inizio del secolo XX. Nel 1562, inoltre, fu edificata la chiesetta di San Bernardo nella quale venne collocata una pala d’altare raffigurante per l’appunto il Santo. Fino alla metà del XX secolo, inoltre la Cascina Malpaga era ancora abitata da un discreto numero di famiglie di contadini che coltivavano le terre circostanti, a tale riguardo,infatti,si arrivò ad un massimo di ben 137 persone residenti, ma ora versa in condizioni di completo abbandono.Attualmente essa fa parte del patrimonio dell’Opera Pia Colleoni.

La Cascina Cantona è abitata da un nucleo famigliare. Vi sono poche notizie riguardo alla sua storia, se non che il suo nome deriva verosimilmente dai suoi antichi proprietari, la nobile famiglia Cantoni.

La Cascina Cornarina è abitata da 4 nuclei famigliari, sede di un importante allevamento suino. Si ritiene che il suo nome derivi dal comandante romano Cornelio Scipione che nel 528 della fondazione di roma dominò gli Insubri. Con più probabilità pare che derivi dalla nobile famiglia De Cornate che ne era proprietaria già nel 1517.

LA Cascina Saronna è abitata da diversi nuclei famigliari. Era detta anche di S. Cornelio per la chiesetta che vi sorgeva poco distante: quando i Serono ne divennero proprietari, mutò il suo nome. La prima notizia che si ha di questa cascina è datata 23 ottobre 1943, in un atto notarile in cui "Giovanni de Rotondi de Serono figlio del sig. Luigi abitande a Castano, da in affitto a Pierino de Passicarimbus un sedime della cascina di S. Cornelio".

A 4 Km dal centro cittadino si trova Ponte di Castano. Qui il Naviglio Grande è attraversato da un ponte in pietra settecentesco, che ha sostituito l’originale e molto più antico ponte di legno. Nei pressi della località sono ancora visibili alcuni dei numerosi mulini un tempo presenti lungo la cosiddetta Roggia Molinara; appena varcato il canale, si trova il mulino del Ponte, già esistente nel 1474, che conserva le ruote lungo la roggia.

Proseguendo fino al Ticino si trova la località denominata Casa delle Barche, storico punto di approdo per imbarcazioni.

La "Via Crucis" — già "del Cimitero" — è una delle numerosissime opere religiose di Gaetano Previati.

Compiuta nel 1888, fu fatta restaurare — una prima volta — dopo la guerra dall’Ing. Giuseppe Torno, poiché il tempo la aveva alquanto deteriorata. In anni più recenti subì un trattamento più radicale, che portò all’asportazione degli affreschi — al Cimitero residuano solo le sinopie — custoditi nella pinacoteca della Villa Rusconi fino a qualche anno or sono, quando un incendio della Villa la rese, per un lungo periodo, totalmente inagibile.

L’opera — recentemente esposta al Museo Diocesano di Milano — lascia l’impressione di elementare essenzialità: trascurati sono i particolari, quasi escluso il paesaggio, eccetto lo sfondo del cielo, sempre ispirato nel colore al tono della scena che si svolge. Anche i personaggi di ogni stazione sono limitati nel numero e sono ridotti all’essenzialità dell’espressione.

Centro di ogni quadro è sempre Gesù, che di stazione in stazione si fa sempre più curvo. Non ha mai gli occhi aperti, salvo in alcune scene: forse l’Autore si è sentito incapace di rendere la potenza dello sguardo di un Dio.

Attualmente l'opera è conservata presso il Museo Civico comunale.

La G.S. Castanese è una società calcistica fondata nel 1967. Ha militato per 5 anni nella Serie D (chiamata allora Campionato Interregionale) del campionato italiano di calcio, dalla stagione 1984-1985 fino alla retrocessione nella stagione 1988-1989. Negli stessi anni la squadra ebbe l'opportunità di misurarsi con squadre di prestigio come la Pro Patria, squadra della vicina Busto Arsizio. Il 22 marzo 2015 ha ottenuto il passaggio alla categoria Promozione con 5 giornate di anticipo.

Il campo da gioco della squadra è lo Stadio Comunale "Annibale Sacchi".

L'Associazione Sportiva Virtus Madonna dei Poveri è una società di calcio a 7 che milita nei campionati provinciali CSI della provincia di Varese, nata nel 1997 per volere dell’allor parroco della parrocchia Madonna dei Poveri Don Giulio Vegezzi. Ha vinto il campionato provinciale 1999-2000 con la squadra Cadetti e quello 2011-2012 con la squadra Eccellenza.

Il Gruppo Padano Levrieristi è un’associazione amatoriale senza fini di lucro nata nel 1995 per promuovere l’attività sportiva dei levrieri. Il gruppo gestisce, a Castano Primo, una pista omologata ENCI: fondo in sabbia; partenze 350 e 525 metri; curva parabolica con pendenza 8%; traino continuo; irrigazione e illuminazione artificiali.

La Japan Karate Shotokan Castano Primo è un'associazione sportiva non a scopo di lucro nata nel 1982 grazie alla castanese Pinuccia Cattini. Nel 1992 Francesca Adriatico, atleta vincitrice di diversi titoli italiani e campionessa europea Master, ha ottenuto al qualifica di Allenatore Federale. Nel corso degli anni la società si è vista protagonista in diverse manifestazioni anche di livello internazionale (Coppa Europa).

La società Pallacanestro Stella Azzurra nasce nel 1985 su iniziativa è Giorgio Bonazza, legnanese trapiantato a Castano Primo con un passato di giocatore in serie D.

Nel corso degli anni la Stella Azzurra ha avuto molte squadre che hanno militato nei vari campionati FIP, PGS e UISP.

Castano Primo ospita sul suo territorio dal 1966 un gruppo scout. Nel 2007 il gruppo si è fatto promotore della rinascita del movimento scout sul territorio di Turbigo. Dal 2014 la sezione di Turbigo è stata spostata a Robecchetto con Induno, presso il centro civico di Malvaglio.

Nel 1872 si hanno le prime notizie della Banda Cittadina di Castano Primo, la quale partecipa attivamente a ricorrenze laiche e sacre fino alla fondazione dell'oratorio nel 1897. Nello stesso anno infatti il parroco don Zaccaria Bigatti fonda sia la Banda sia la Corale dell'Oratorio che si sciolgono in seguito al trasferimento dello stesso nel 1903. La Banda Cittadina torna a prestare servizio, ma solo fino al 1907 quando alla fondazione del Circolone dei Social-Liberali l'allora parroco Giuseppe Cermentati contatta bande esterne per i servizi religiosi, come si faceva prima del 1872. Nel 1910 viene costituita la Fanfara dell'Oratorio. Durante la Grande guerra la Fanfara sospende il suo operato e torna operativa solo nel 1919. Tra i primi maestri vanno ricordati Giovanni Paganini e Angelo Nava negli anni Venti, Piero Marazzini negli anni Trenta, grazie al quale la banda partecipa a parecchi concorsi e concerti fuori paese, soprattutto nella zona di Novara. In seguito alla seconda guerra mondiale la banda riprende il servizio nel 1948 con il maestro Franco Gianella. La Banda Cittadina si scioglie negli anni 50 e numerosi componenti entrano a far parte del Corpo Musicale Santa Cecilia. Nel settembre 1987 subentra il maestro Enrico Tinelli, che lascia la direzione del corpo bandistico in occasione del concerto di primavera del 2013, dopo 26 anni di servizio: a sostituirlo alla guida del corpo musicale è stato chiamato il maestro Mario Arrigoni.

La Festa del Crocifisso è un evento che richiama migliaia di persone dalla città dai paesi vicini e da tutta la Provincia. Si tratta della manifestazione religiosa più sentita di tutta la zona. Si svolge ogni 25 anni da metà Ottocento. Bandiere, luci, porte trionfali invadono Castano Primo, come testimonianza di fede e devozione al Santo Crocifisso.

Secondo un racconto sarebbe stato portato da Gerusalemme al tempo delle crociate e donato alla Parrocchia di Castano Primo dal cavaliere di Malta Fra Rotondo della Croce. Alcuni addirittura avanzano l'ipotesi che fosse opera dell'Evangelista San Luca. Nel 1800 i contadini raccontavano che fosse arrivato in paese miracolosamente portato dalle acque del Ticino in piena.Il Crocifisso esposto nell'abside della Chiesa Prepositurale di San Zenone, in piazza San Zenone, risale, secondo gli storici dell'arte, all'inizio del Cinquecento, epoca in cui a Milano e nel circondario si ebbe una notevole fioritura della devozione al Crocifisso. Se ne parla per la prima volta in un documento del 1566. Si tratta di una descrizione della Chiesa di San Zenone di Castano Primo, dove si dice che davanti all'altare maggiore era innalzato un "grande crocifisso". La devozione crebbe velocemente, tanto che già nel Seicento il Crocifisso era considerato miracoloso e circondato da una grande devozione popolare che crebbe anche nel Settecento. Diverse sono le testimonianze sui miracoli del Crocifisso. Nel 1714 a Castano Primo e zona ci fu una terribile siccità, che devastò la vita dei contadini. Inutili furono gli sforzi per salvare i raccolti. Dietro consiglio di uno dei curati del borgo il popolo castanese si rivolse con fiducia al Santo Crocifisso e, secondo quanto si narra, prima che facesse notte, il cielo, da azzurro che era, si coprì di nubi e cominciò a cadere un'abbondante pioggia che ristorò le campagne e riempì i pozzi di cui si servivano i contadini. In seguito si verificarono altri miracoli che suscitarono sempre maggiore devozione anche nei paesi vicini. Nella prima metà dell'Ottocento la devozione al Crocifisso di Castano continuò a mantenersi molto viva: si facevano celebrare numerose messe e molte persone portavano doni da appendere come ex-voto. Nel contempo si stampavano immagini da offrire alla venerazione dei fedeli. Nel 1859, al tempo della Seconda Guerra d'Indipendenza, si verificò un altro fatto in cui i castanesi ravvisarono una speciale protezione del Crocifisso al paese ed ai suoi abitanti. Il 3 giugno di quell'anno gli austriaci puntarono i loro cannoni sulla piazza, come misura difensiva per far fronte all'avanzata dei piemontesi. I castanesi si rifugiarono in Chiesa a pregare il Crocifisso di scongiurare il pericolo.La paventata rovina non si verificò: gli austriaci si ritirarono senza sparare e il paese fu salvo. In seguito a questo fatto si stabilì, in segno di riconoscenza, di trasportare solennemente in processione per il paese il taumaturgo Crocifisso ogni 25 anni. La promessa fatta fu mantenuta e la solenne traslazione si ripete puntualmente. Le ultime celebrazioni sono state quelle del 2009.


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domenica 13 dicembre 2015

SANTA LUCIA

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La sua festa liturgica ricorre il 13 dicembre; antecedentemente all'introduzione del calendario gregoriano (1582), la festa cadeva in prossimità del solstizio d'inverno (da cui il detto "santa Lucia il giorno più corto che ci sia"), ma non coincise più con l'adozione del nuovo calendario (differenza di 10 giorni). La celebrazione della festa in un giorno vicino al solstizio d'inverno è probabilmente dovuta alla volontà di sostituire antiche feste popolari che celebrano la luce e si festeggiano nello stesso periodo nell'emisfero nord. Altre tradizioni religiose festeggiano la luce in periodi vicini al solstizio d'inverno come ad esempio la festa di Hanukkah ebraica, che dura otto giorni come le celebrazioni per la santa a Siracusa, o la festa di Diwali celebrata in India. Il culto di Santa Lucia inoltre presenta diverse affinità con il culto di Artemide, l'antica divinità greca venerata a Siracusa nell'isola di Ortigia. Ad Artemide, come a Santa Lucia, è sacra la quaglia e l'isola di Ortigia - anche chiamata 'Delo' in onore della dea della caccia. Artemide e Lucia sono entrambe vergini. Artemide è inoltre vista anche come dea della luce mentre stringe in mano due torce accese e fiammeggianti.

In alcune regioni dell'Italia settentrionale esiste una tradizione legata ai "doni di santa Lucia", figura omologa dei vari san Nicola, Babbo Natale, Gesù bambino, Befana e altri che, durante i secoli, hanno sostituito l'antico culto degli avi nell'immaginario infantile.

Secondo la moderna usanza, nata negli anni trenta e consolidatasi nei decenni successivi, i bimbi scrivono una lettera alla santa, elencando i regali che vorrebbero ricevere e dichiarando di meritarseli, essendo stati bravi e obbedienti durante l'anno.

Per accrescere l'attesa dei bimbi, è uso che i ragazzi più grandi, nelle sere precedenti, percorrano le strade suonando un campanello da messa e richiamando i piccoli al loro dovere di andare subito a letto, ad evitare che la santa li veda e li accechi, gettando cenere nei loro occhi. Allo scopo di ringraziare la santa è uso lasciare del cibo; solitamente delle arance, dei biscotti, caffè, mezzo bicchiere di vino rosso e del fieno, oppure farina gialla e sale o fieno, per l'asino che trasporta i doni.

Il mattino del 13 dicembre, al loro risveglio, i bimbi troveranno un piatto con le arance e i biscotti consumati, arricchito di caramelle e monete di cioccolato. Inoltre, a volte nascosti nella casa, i doni che avevano richiesti e che sono dispensati totalmente o parzialmente, secondo il comportamento tenuto.

È considerata dai devoti la protettrice degli occhi, dei ciechi, degli oculisti, degli elettricisti e degli scalpellini e viene spesso invocata nelle malattie degli occhi.

È considerata per tradizione, la patrona della vista e di tutti coloro che ne soffrono, come i non vedenti, i miopi, gli astigmatici. Presso l'urna che accoglie le sacre spoglie della santa in San Geremia a Venezia, vengono quotidianamente portati ex voto e grazie ricevute che attestano la munificenza di santa Lucia nel dispensare grazie.

Santa Lucia è anche patrona del Gremio dei calzolai della città di Sassari.

Santa Lucia viene festeggiata anche in altre nazioni, tra cui Argentina, Austria, Brasile (Quiririm), Danimarca, Finlandia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Saint Lucia, Spagna (Tolosa) e Svezia.




Lucia nasce a Siracusa alla fine del III secolo in una famiglia nobile e molto ricca. Da piccola rimane orfana di padre e con la madre sono costrette a professare di nascosto la religione cristiana per sfuggire alle persecuzioni. Ancora ragazzina, Lucia era promessa sposa a un giovane pagano ma lei non aveva alcun interesse per il matrimonio: in lei era forte l’amore per Dio.
Sua mamma inizia a stare male e soffre di gravi emorragie. Lucia la convince a recarsi in pellegrinaggio a Catania presso la tomba di Sant’Agata, in occasione dell’anniversario del suo martirio per chiedere la grazia della guarigione. Dopo la messa, Lucia, mentre prega sul sepolcro, si addormenta e in sogno le appare Sant’Agata che le promette la guarigione della madre e le anticipa che diventerà santa.
Subito la madre ritornò a stare bene. Supportata da questo miracolo e dalle parole della Santa, Lucia tornata a Siracusa comunica alla madre che non vuole sposarsi e che la sua intenzione era quella di aiutare i poveri della città, donando loro tutto quello che possedeva. La notizia arriva alle orecchie del pretendente di Lucia che preso dall’ira, avendo scoperto la sua fede cristiana, la denuncia all’arconte di Siracusa (Pascasio) che subito la fa arrestare. In quel tempo, infatti, erano in vigore i decreti di persecuzione dei cristiani emanati dall’Imperatore Diocleziano.
Durante il processo, Pascasio cerca di convincere Lucia a rinnegare la sua fede e a compiere sacrifici in onore degli dei romani, lei però non cede. Alterato dalle sue risposte, ordina che sia portata in un “luogo infame, dove sarai costretta al disonore” (postribolo), ma quando i soldati tentano di spostarla, Lucia miracolosamente diventa irremovibile.
Pascasio pensa che Lucia sia una strega per questo ordina che sia cosparsa di urina e di riprovare a muoverla usando dei buoi. Ma gli animali non riescono a spostarla. L’arconte, infuriato, ordina che venga bruciata. Cosparsa di pece e olio, il corpo di Lucia viene avvolto dalle fiamme, ma non brucia.
Alla fine Lucia fu decapitata con un colpo di spada. Si narra anche che le furono strappati gli occhi, per questo lei divenne protettrice della vista, anche se non ci sono fonti ufficiali su questo gesto terribile. L’emblema degli occhi sulla coppa, o sul piatto, è da ricollegarsi, semplicemente, con la devozione popolare che l’ha sempre invocata protettrice della vista a motivo del suo nome Lucia, da Lux, che vuol dire “luce”.
Il 13 dicembre del 304, Lucia muore da martire e il suo nome e quello di Siracusa diventano famosi in tutto il mondo.
Attestato dalla testimonianza scritta di un testimone oculare, come il miracolo della fine della carestia dell’anno 1646, domenica 13 maggio, una colomba fu vista volteggiare dentro la Cattedrale durante la Messa. Quando la colomba si posò sul soglio episcopale, una voce annunciò l’arrivo al porto di un bastimento carico di cereali. La popolazione tutta vide in quella nave la risposta data da Lucia alle tante preghiere che a lei erano state rivolte.
Dopo il miracolo, i palermitani decisero di bollire il grano e di condirlo con dell’olio di oliva. Fu così che nacque la cuccìa, il cui nome deriva da “coccio” cioè chicco. Anche se oggi la ricetta è del tutto rivisitata e resa molto più golosa.
La festività dovrebbe avere una finalità spirituale: in ricordo del miracolo la Chiesa propone il digiuno e l’astensione dal consumare, per questa giornata, pane e pasta. Un celebre motto palermitano recita: “Santa Lucia, vulissi pani, pani unn’ aiu e accussi mi staiu”. Ma il 13 dicembre, in un tripudio di arancine, panelle, gateaux e cuccìa, si preferisce consolare lo stomaco piuttosto che l’anima.

Si racconta che il corpo della santa, prelevato a Siracusa nel 1040 dai Bizantini di Giorgio Maniace, giunse a Costantinopoli; da qui è stato successivamente trafugato dai Veneziani che conquistarono la capitale bizantina nel 1204 ed è quindi attualmente conservato e venerato nella chiesa di San Geremia a Venezia. Nonostante alcune propagande apologetiche, non ci sono tuttavia elementi certi che attestino che il corpo trafugato dai Bizantini fosse veramente di Santa Lucia, non essendovi al tempo alcun indizio che indicasse dove fosse seppellita la santa all'interno del complesso catacombale siracusano. Oltretutto per quasi ben due secoli, dal 1040 al 1204 si persero le tracce di questo corpo.

Le sacre spoglie della santa siracusana tornarono eccezionalmente a Siracusa per sette giorni nel dicembre 2004 in occasione del 17º centenario del suo martirio. L'arrivo e la partenza delle spoglie furono salutati da una incredibile folla di siracusani. Tuttavia riscontrata l'elevatissima partecipazione e devozione dei devoti, siracusani e non, da allora si è fatta strada la possibilità di un ritorno definitivo tramite alcune trattative tra l'Arcivescovo di Siracusa Giuseppe Costanzo e il Patriarca di Venezia Angelo Scola. Le sacre spoglie della Santa, dopo più di 1000 anni, sono tornate anche a ERCHIE (Br), per un totale di 10 giorni: dal 23 aprile al 2 maggio 2014, in occasione della Festa della protettrice del Paese. Questo evento è stato voluto fortemente dal primo cittadino Giuseppe Margheriti. Il corpo della santa, torna a Siracusa dal 14 al 22 dicembre 2014, in occasione del 10º anniversario della prima visita del corpo nella sua città natale.

Va però detto che non vi sono prove che il corpo di Santa Lucia a Venezia sia autentico. Una tradizione molto antica, che risale a Sigeberto di Gembloux († 1112), racconta che le spoglie della santa furono portate a Metz in Francia, dove tuttora sono venerate dai francesi in un altare di una cappella della chiesa di Saint-Vincent.

A suffragare la tesi per cui il corpo di Santa Lucia è a Metz, ci ha pensato il professor Pierre Edouard Wagner, docente associato della Facoltà di Teologia Cattolica di Strasburgo. Nel 2002 ha scritto un saggio, "Culte et reliques de sainte Lucie à Saint-Vincent de Metz", in cui discetta sulla presenza proprio del corpo della santa in una cappella dell’abbazia di Saint-Vincent, che fa splendida mostra di sé su un’isoletta al centro della Mosella, fiume che attraversa la cittadina.

Secondo lo studioso francese, il vescovo Teodorico avrebbe trafugato, insieme a molte altre reliquie di santi, il corpo di S. Lucia, che allora era in Abruzzo, a Péntima (Corfinium). Qui, conquistata la città, lo aveva portato nel secolo ottavo il duca di Spoleto dopo averlo sottratto a Siracusa. L'anno mille Metz fu meta di pellegrinaggi da tutto il mondo germanico per vedere il corpo della santa conservato in una ‘bellissima’ cappella in fondo alla navata sinistra della abbazia di Saint-Vincent, fondata alla fine del X secolo dal vescovo Teodorico forse anche con la finalità di ricevere tali sante reliquie.

Una ricostruzione storica, questa della traslazione a Metz delle reliquie di Lucia, suffragata da una fonte certa, gli Annali della città dell’anno 970 d. C. scritti da Sigeberto di Gembloux (1030-1112), uomo di chiesa e cronista considerato tra i più importanti e attendibili storici medievali.

Il professor Wagner nel suo saggio ritiene quindi la tradizione di Metz, fondata su documenti più originari e vicini ai fatti narrati, più attendibile di quella veneziana, posteriore, secondo la quale i resti di Santa Lucia, scoperti nel corso della quarta crociata (1204) durante il sacco di Costantinopoli, vennero portati nella città lagunare da alcune truppe bizantine di ritorno dalla Sicilia nel XI secolo. Questo racconto presenterebbe aspetti e particolari poco veritieri e tali da generare dubbi e perplessità.

La tradizione veneziana afferma che il suo corpo fu trafugato da Costantinopoli nel 1204 dal doge, dove lo aveva trovato assieme a quello di sant’ Agata, e inviato a Venezia.

Frutto dell'errore di un amanuense sarebbe invece la variante, documentata da un codice secentesco della Biblioteca Marciana di Venezia, che sposterebbe la data del trasferimento dal 1206 al 1026: una mera inversione per distrazione secondo gli storici.

Ma secondo Wagner anche altri indizi deporrebbero contro la versione veneziana.

A Venezia, nel 1167 e 1182, come provano alcuni documenti certi, esisteva già una chiesa dedicata alla martire e si presume quindi che, come accaduto in casi similari, si sia cercato volutamente di ‘trovare’ le reliquie della santa per amplificare l’importanza del culto. Inizialmente comunque il 'corpo' venne collocato nella chiesa di San Giorgio Maggiore, meta nel tempo di imponenti pellegrinaggi nel giorno della festa patronale (13 dicembre).

La storia di Metz sarebbe inoltre resa più credibile anche da altri eventi registrati nel tempo. Per esempio nel 1792 le 'presunte' reliquie di Santa Lucia furono attestate come autentiche dalle autorità ecclesiastiche del luogo e collocate nuovamente sotto un importante altare. Poi, nel 1867, prelevate dalla teca, vennero poste dal vescovo di Metz in un statua di cera rappresentante una giovane ragazza, riccamente vestita e con una ferita al collo inferta da un pugnale. Il culto della santa avrebbe subito una 'pausa' perché l'abbazia venne pian piano abbandonata dai monaci ma ritornò in auge dopo che un frate francescano, aiutato da un medico, si introdusse di notte nell’abbazia e aprì la bambola di cera per studiare le reliquie in essa contenute. I due temerari (il frate pagò con l'espulsione l'oltraggio) appurarono che le ossa, appartenenti a varie parti del corpo, erano realmente di una ragazza di 13-15 anni e mantenevano evidenti segni di bruciature.



Dal 13 al 20 dicembre si tiene la festa di santa Lucia all'inizio della quale viene portata in processione da uomini con il berretto verde dal Duomo di Siracusa sito nella caratteristica isola di Ortigia, fino a piazza Santa Lucia nella chiesa di Santa Lucia al Sepolcro, mentre delle donne portano le reliquie. In questo periodo la statua, normalmente chiusa all'interno del Duomo e non visibile per motivi di sicurezza può essere venerata dai fedeli. In questo periodo si tiene una grande fiera che dura per tutti il periodo della festività e si tengono spettacoli pirotecnici.

Nella città di Brescia ed in tutta la sua provincia Santa Lucia è molto amata, soprattutto dai bambini, che da lei ricevono i regali desiderati. Qui la Santa svolge sostanzialmente le veci di Babbo Natale. Come la leggenda popolare racconta, durante la notte tra il 12 ed il 13 dicembre, Santa Lucia passa per tutte le case con un carretto trainato da un asinello, facendo risuonare un campanello d’argento, e distribuisce ai bambini buoni dei doni e dolciumi. Per ricevere i doni i bambini devono scriverle una letterina la settimana prima del suo avvento, e la sera prima preparare del latte per la Santa e della paglia per l’asinello da disporre sotto la cappa del camino, dal quale la Santa scenderà. Poi devono andare subito a letto, chiudere gli occhi ed addormentarsi immediatamente, perché la Santa non vuole assolutamente farsi vedere. Se i bambini cercheranno di scorgerla, la Santa gli butterà della cenere negli occhi secondo alcuni. Qualora i bimbi non siano stati abbastanza buoni ed obbedienti durante l'anno, al posto dei doni richiesti, riceveranno solo del carbone.
A Bergamo e in tutta la sua provincia santa Lucia è molto amata soprattutto dai bambini, i quali circa una settimana prima del 13 dicembre inviano la letterina con scritte le loro richieste e promesse presso la chiesa di santa Lucia in centro a Bergamo. Secondo la tradizione la santa porta a loro i doni richiesti se sono stati buoni, altrimenti carbone. In cambio però i bambini devono offrire alla santa latte, biscotti e fieno per il suo asino. A santa Lucia sono inoltre dedicati i mercatini natalizi in centro città.

Il primo simulacro di santa Lucia, che risale al 1440, venne sostituito con l'attuale scultura lignea voluto dal canonico Francesco Strano nel 1666. Le prime testimonianze della festività per santa Lucia risalgono al 12 dicembre 1666 quando una solenne processione partita dalla Matrice di Aci Catena raggiunse la chiesa dedicata a Santa Lucia. Alla processione partecipa il clero cittadino e le confraternite e si conclude sul sagrato della chiesa di Santa Lucia con la benedizione con la reliquia e lo sparo di fuochi pirotecnici

Nel centro storico di Alessandria sorge una Chiesetta, costruita tra il 1751 e il 1759 su un preesistente edificio di culto, dedicata a Santa Lucia e San Paolo. Ogni anno, il 13 dicembre ed eventualmente nei giorni contigui, diventa centro di pratiche devozionali (celebrazioni liturgiche e bacio della reliquia) e di iniziative a carattere benefico; la piazzetta si anima di bancarelle che offrono dolci tra cui spiccano il croccante e il tipico "lacabon", un bastoncino di lecca-lecca che ricorda un grissino nella forma, ma che è realizzato con zucchero e miele.

Il paese di Belpasso ha come patrona Lucia, della quale conserva alcune reliquie. Le prime rilasciate con documento di autentica a verifica il 9 dicembre 1654 dall'allora vicario generale di Catania Arcangelo Scammacca e messe in salvo durante l'eruzione dell'Etna dell'11 marzo 1669 che fece scomparire il paese di Malpasso, furono due pezzi d'osso che furono conservati in un reliquiario d'argento a forma di braccio che regge tra le dita la palma del martirio. L'11 marzo del 1657 giunse un'altra reliquia, stavolta un pezzetto d'osso del dito oggi esposto in un ostensorio d'argento, che prima di porter essere esposto alla venerazione dei fedeli vide alcune controversie a causa dello smarrimento dell'autentica della reliquia stessa. Nel 1989, donata dall'allora arcivescovo di Catania, Mons. Luigi Bommarito, veniva donata alla Comunità di Belpasso la Terza Reliquia, un osso del metacarpo della Vergine Martire, anche questo conservato in un ostensorio d'argento con due angeli alla base. L'ultima reliquia, chiamata minore, è un pezzeto della veste della Santa Martire che venne donata dalla Chiesa Veneziana a quella di Belpasso. Tutte le reliquie sono conservate in un reliquiario più grande, interamente in argento, che viene portato a spalla dai fedeli e conservato assieme alla Santa stessa dentro la "cammaredda" (cameretta) che custodisce il Simulacro della Santa, nell'altare minore di destra della Chiesa "Maria SS Immacolata" di Belpasso. Santa Lucia viene festeggiata come patrona dal 1636 ma era già venerata in precedenza: i fedeli infatti si recavano nella chiesa della Madonna delle Grazie del convento dei Carmelitani di Malpasso a pregare la Santa ai piedi di un grande quadro. Nel XVI secolo, almeno così viene accreditata la sua creazione, vede la sua consegna ai fedeli Belpassesi, del Simulacro Ligneo. A differenza della classica iconografia che rappresenta i martiri in piedi, il Simulacro Belpassese raffigura la Santa seduta su un trono Barocco con indosso una veste rossa (il colore che ricorda appunto il martirio) e con in mano i simboli che la contraddistinguono: la Palma del Martirio ed un piattino su cui sono deposti gli occhi di Lucia. A ricoprire il Simulacro parecchi gioielli, alcuni anche donati da Reali, che incarnano gli "ex Voto" dei fedeli. Il volto del simulacro di Santa Lucia viene anche citato in un detto popolare che tira in causa anche sant'Agata, patrona di Catania, che recita: A sant'Aita i ricchizzi, a Santa Lucia i biddizzi (A sant'Agata le Ricchezze, a Santa Lucia le bellezze). Infine sono di grande effetto gli occhi del Simulacro che paiono penetrare dentro a chiunque la guardi per la loro profondità. La festa in onore della Patrona ha una preparazione che dura tutto l'anno e che culmina nei tredici giorni precedenti il 13 dicembre con la "Tredicina" a Santa Lucia prima (una tradizione che vede i Fedeli alzarsi alle 5 del mattino per andare in chiesa a recitare una particolare preghiera e sentire la Messa dell'Aurora) e che vede l'apice massimo nei giorni 8, 12, 13 e 14 dicembre, prima con le Cantate dei Giovani Cantanti dei vari quartieri del paese e poi la tradizionale "Spaccata dei Carri" la notte del 12 dicembre, seguita dalla notte di Veglia riempita dai Rintocchi possenti de "U' Campanuni" come viene in gergo chiamato il Campanone di Santa Lucia, e poi con l'uscita Trionfale del Simulacro e delle Reliquie della Santa intorno alle 11 del mattino del 13 dicembre, salutata dalle migliaia di fedeli e devoti rivestiti dell'abito devozionale chiamato "Cappa", costituito da una tonaca bianca, stretta in vita da un cordone del medesimo colore, coordinata da guanti bianchi, fazzoletto bianco ed un cappellino di velluto nero ornato da un nastrino verde. Immancabile la medaglia con l'effigie di santa Lucia appuntata al petto sul cuore. Per tutto l'anno la popolazione locale attende la suggestiva processione delle reliquie e del simulacro sul fercolo d'argento, opera di artigiani orafi siciliani del Settecento (giorno 13 e 14 dicembre). I Carri di Santa Lucia, evento attesissimo dai Belpassesi ogni anno, sono delle grandi costruzioni meccaniche che racchiudono elaborate scenografie, realizzate con settimane di intenso lavoro da stuoli di artigiani (in rappresentanza di ciascun quartiere), chiamati Giovani Cantanti, raccolti in gruppi, ciascuno dei quali è diretto da un "mastro" cioè l'ideatore o meglio il "progettista" dei carro, che nei mesi precedenti la festa, in gran segreto, elaborano la Storia e la costruzione delle scenografie che mutano di anno in anno. La nascita dei carri risale tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, quando un "mastro" (un certo sig. Bellia) del quartiere Purgatorio (Parrocchia "N. S. Gesù Cristo Re") volle esprimere la sua devozione con una rappresentazione scenica su un normale carretto siciliano. Fu un gran successo e da allora gli altri quartieri imitando il sig. Bellia, ideatore dei carri di S. Lucia che oggi conosciamo, rappresentano in questo modo la loro fede e devozione con questo lungo lavoro. I carri vengono presentati uno alla volta, chiusi, in piazza Duomo e si aprono lentamente (la "spaccata"), svelando lo scenografico contenuto in un tripudio di luci, dipinti e personaggi viventi in un crescendo spettacolare in attesa dell'ultima scena del carro, l'Apoteosi di Santa Lucia, che può raggiungere la ragguardevole altezza di ben quindici metri. La "spaccata" di ciascun carro è accompagnata dall'esibizione dei "cantanti" che lodano la santa con toni struggenti.

Presso il Portico della Chiesa dei Servi di Bologna si svolge la tradizionale Antica Fiera di Santa Lucia, un mercatino natalizio le cui bancarelle offrono ai visitatori addobbi di natale, decorazioni, candele, statuette del presepe, oggetti artigianali, dolciumi e torrone. L'antica Fiera di Santa Lucia è una manifestazione che appartiene alla memoria storica della Città di Bologna, un evento che da generazioni affianca le famiglie nella preparazione al Natale. Le origini di questa Fiera si fanno risalire alla fine del XVI secolo, quando a seguito della donazione di una reliquia di Santa Lucia da parte di Papa Gregorio XIII alla Diocesi di Bologna, sul sagrato della Chiesa dedicata alla Santa (fondata dai Padri Gesuiti in via Castiglione) iniziarono a fiorire attività legate al commercio di icone religiose, in periodi prossimi alle funzioni dedicate alla Santa Patrona del luogo. Già allora venditori ambulanti, attrezzati con ceste, gerle o banchetti proponevano a devoti e passanti incisioni, preghiere e ritratti di santi. Durante il periodo della Controriforma tali attività evolvono proponendo non solo icone su carta, ma sculture di santi, rappresentazioni sacre, Natività realizzate con nuovi materiali quali terracotta, gesso e cartapesta. Grazie a questi artisti-venditori presepi e sacre rappresentazioni iniziarono ad entrare nella case dei Bolognesi, non solo dei nobili e dei borghesi, ma anche delle famiglie di origine più modesta. Lo scioglimento dell'Ordine dei Gesuiti nel 1773 e la venuta di Napoleone nel 1796, cui ebbero seguito incredibili sovvertimenti sociali, portarono alla temporanea sospensione della Fiera. Solo con il ripristino del Governo della Chiesa, dopo la caduta di Napoleone, mercanti e ambulanti si riattivarono per individuare un nuovo luogo dove poter continuare l'attività della Fiera. Fra i vari luoghi cari ai bolognesi fu scelto il portico della Basilica di Santa Maria dei Servi, ovvero la chiesa dove fu trasferita l'effigie votiva di Santa Lucia dopo la chiusura di quella di via Castiglione. Da allora la Fiera divenne un appuntamento annuale che col tempo si arricchì di banchetti di nuovi prodotti quali dolciumi e giocattoli. Dalla metà dell'800 sui banchi di questo mercatino si definisce la tradizione tecnica e iconica dell'arte presepiaria bolognese, caratterizzata non solo dalle figure della sacra rappresentazione, ma da personaggi e luoghi legati alle realtà contadine del territorio locale. Da allora l'antica fiera di santa Lucia preannuncia l'arrivo del Natale riempiendo il portico di Strada Maggiore di luci e di magia: tutt'oggi rimane non solo per i bambini, ma per tutti i bolognesi, uno degli appuntamenti più attesi e amati dell'anno.

Santa Lucia è una delle figure più care della devozione cristiana capracottese; la prima statua della santa era collocata nella chiesa di Sant’Antonio. L’attuale cappella, la cui costruzione è terminata nel 1950, è situata alle falde del Monte Campo, a pochi chilometri da Capracotta. Nel 1948 ad un abitante di Capracotta apparve in sogno Santa Lucia, che gli chiese di costruire una cappella in suo onore sotto le pendici di Monte Campo, a pochi chilometri da Capracotta. Proprio lì, un gruppo di 22 persone decise di costruire la cappella in onore della Santa. Prima della costruzione della cappella, i devoti di Capracotta si recavano in pellegrinaggio presso la Chiesa di S. Lucia di un paese vicino. La cappella fu costruita dalla gente del posto, che contribuì sia con donazioni che col lavoro manuale. In quel luogo non c'era una strada per portare il necessario alla costruzione e tutto il materiale venne portato con muli ed asini. Quando iniziarono i primi lavori, nei pressi dell'angolo destro della facciata, fu trovata una sorgente d'acqua. Fu deviata di circa 30 m ed ancora oggi sgorga dietro all'altare esterno. Per completare la cappella tutto il popolo collaborò, vendendo il raccolto di grano, col cui ricavato fu terminata l’opera nel 1950. La statua di Santa Lucia fu donata nel 1952 e in quell'anno fu organizzata una grande festa. Oggi la festa di santa Lucia si festeggia la terza domenica di agosto ed è preceduta da un triduo in onore alla Santa. I festeggiamenti si aprono con la distribuzione del grano cotto benedetto, simbolo di abbondanza e di pace dopodiché, la sera del sabato, la statua della santa viene prelevata dalla Cappella e portata in processione alla chiesa madre di Capracotta. La processione, lungo la via che conduce dalla cappella al paese, ha sempre qualcosa di strabiliante per via della sentita partecipazione della folla che accompagna la statua, delle macchine che illuminano la notte, della banda, dei bambini che sfilano, delle fiaccole, del sacerdote che scandisce al microfono preghiere e canzoni, della campana che suona a festa. La mattina della domenica la statua della santa viene portata in processione per tutte le vie del paese e la sera della domenica stessa la statua viene riportata nella sua dimora abituale, dove rimarrà per tutto l’anno sotto i rigori dell’inverno capracottese.

In occasione della festa di Santa Lucia del 2015, tenutasi nei giorni dal 20 al 23 agosto, sono giunte a Capracotta, provenienti da Siracusa, anche le Reliquie della santa. Le Reliquie sono state esposte alla Chiesa madre di Capracotta e hanno sfilano in processione, insieme alla statua di Santa Lucia, per le vie del paese.

L'origine della devozione verso santa Lucia a Carlentini può essere ricondotta al periodo della stessa fondazione della città. Infatti gli abitanti di Carlentini il 15 marzo 1621, secondo l'antica usanza di mettere la città sotto la protezione di un santo, scelsero santa Lucia a "patrona protettrice ed avvocata della città" chiedendone la proclamazione ufficiale. Le celebrazioni avvenivano ogni anno nel giorno della Pasqua di resurrezione ma si rivelarono inopportune e il 3 aprile 1842 furono spostate alla Pasqua di Pentecoste. Trent'anni dopo e precisamente il 20 ottobre 1872 il Consiglio deliberò di festeggiare la Patrona la quarta domenica di agosto di ogni anno tradizione rimasta immutata fino ad oggi. Le celebrazioni durano tre giorni ed hanno inizio il sabato con l'esposizione della Sacra Reliquia, un avambraccio d'argento che custodisce un frammento osseo del braccio della santa altre tre reliquie sono presenti all'interno di altrettanti reliquiari, la domenica mattina, alle ore 10.00, dopo la celebrazione della messa, possiamo assistere alla trionfale uscita del venerato simulacro, spinto dai "devoti di santa Lucia", accompagnato dalla Deputazione e dalle autorità civili e militari, seguita dallo sparo dei fuochi d'artificio. Il venerato fercolo rientrerà il lunedì sera alle 24.00. Il lunedì concluderà il giro della città. I festeggiamenti si chiudono con il tradizionale sparo dei fuochi pirotecnici. Il simulacro di santa Lucia è un'opera di probabile manifattura locale. Sull'anno della sua realizzazione si sa poco ma certamente già esisteva nel 1621 anno della proclamazione a Patrona di Carlentini. La struttura è di legno, tela, colla e gesso. Nel secolo scorso il materiale fu impreziosito con l'integrale rivestimento di lamine in oro pregiato e argento, opera di diversi maestri orafi e argentieri della Sicilia. Le 18 stole, che possiede il tesoro della santa, sono impreziosite dei tanti ex voto dal 1630 ad oggi suddivise in ventenni o decenni, oltre i tanti ex voto raffiguranti occhi argentei, e la preziosissima croce pettorale in oro massiccio impreziosita da smeraldi, rubini e diamanti di pregevole fattura donata a fine Ottocento dai Baroni Beneventano della Corte.

A Castelbuono, sulle Madonie, la santa è festeggiata due volte l'anno; l'ultima domenica di settembre ricorre la festa di santa Lucia di Campagna, che si svolge in una chiesetta fuori paese ed è consuetudine preparare sin dalla sera prima la tradizionale cuccia ("zuppa" di cereali) che sarà poi benedetta e distribuita a tutti i presenti; questa festa nacque dopo il ritrovamento del quadro sottoterra e la successiva edificazione della chiesa ad opera dello stesso contadino che lo ritrovò. Ancora oggi il quadro si ritiene miracoloso. Il 13 dicembre, invece, è la congregazione a festeggiare la santa nella chiesa del Rosario. Anche in questa occasione si distribuisce la cuccia e la gente usa non mangiare pane o pasta per tutta la giornata. cibi tipici sono le arancine e le panelle. La santa è invocata contro le malattie degli occhi in particolar modo "l'ugghialoru".

Quando fu eretta la chiesa dedicata a Maria Santissima Immacolata a Catenanuova in provincia di Enna, un manoscritto a firma di don Gioacchino Tornatore in data 10 maggio 1908 narra così:

« La chiesa di sua natura è filiale della maggiore, cosicché il Parroco vi esercita la sua piena giurisdizione, ne amministra personalmente le rendite, si riserva le funzioni più importanti dell'anno come il giorno dell'Immacolata 8 dicembre, quello di san Gaetano il 31 maggio, e quello di santa Lucia il 13 dicembre, le straordinarie solennità. Il cappellano che vi celebra la Messa è coadiutore nato del Parroco per quanto riguarda l'amministrazione dei Sacramenti. »
(Don Gioacchino Tornatore, manoscritto, 1908)
Da questa bolla è possibile capire che il simulacro di santa Lucia è stato acquistato appunto per l'occasione dell'apertura della nuova chiesa, quindi sembra abbastanza verosimile che da quell'anno s'iniziò a celebrare la festa in onore della martire Lucia, anche perché il simulacro in gesso che fino al 2003 si portò in processione, risale al 1908 quindi possiamo dire che la devozione alla santa siracusana arrivò in quell'anno. L'antico simulacro in gesso nel 2004 in occasione del 1700º anniversario dal martirio della santa, è stato sostituito da un altro in legno realizzato su copia della statua di santa Lucia che si conserva a Siracusa, dato che la statua del 1908 dopo il restauro del 2002 ha riportato delle lesioni che non garantivano più le processioni. È da rilevare, che nel medaglione posto al collo della statua di santa Lucia, si conserva una reliquia portata a Catenanuova nel 1750. In suo onore il popolo devoto ancora oggi partecipa al triduo cantato con preghiere e inni in suo onore le quali succedono la festa dell'Immacolata e che si concludono il 13 del mese di dicembre con: alle 9,00 alle 11,00 e alle 17,00 la messa in suo onore, e intorno alle 18,00 con l'uscita dell'artistico simulacro per le vie cittadine, tra fuochi pirotecnici, banda musicale, inni e preghiere.

A Città di Castello, nell'Umbria settentrionale, santa Lucia non esercita nessuna funzione patronale, ma la devozione è molto diffusa e ancora oggi assai popolare. La chiesa intitolata alla santa si trova nel quartiere San Giacomo, nella parte nord del centro storico cittadino. Antica chiesa parrocchiale, nel XV secolo passò a una comunità di Clarisse, che nel secolo successivo si trasferì presso la non lontana chiesa di San Giacomo. Attualmente è inglobata nel complesso della casa madre delle suore Piccole Ancelle del Sacro Cuore, alle quali venne affidata nel 1930. Il motivo della devozione risale al 13 dicembre 1375, quando la città riuscì a recuperare la propria libertà cacciando Gherardo du Puy, abate del monastero benedettino di Marmoutier (Monmaggiore), presso Tours, inviato in Italia da papa Gregorio XI come collettore generale. Per questo motivo il comune di Città di Castello stabilì di onorare annualmente santa Lucia con oblazioni e luminarie. Nel tempo la festa è sempre stata celebrata e nel corso del XX secolo la devozione si è sviluppata a motivo del sorgere di numerose aziende meccaniche, operanti specialmente nel settore della costruzione di macchinari agricoli, le cui maestranze riconoscono santa Lucia come loro patrona. Attualmente il 13 novembre la strada dove si apre la chiesa è illuminata con fiaccole e ospita un piccolo mercato di oggetti in terracotta; nella chiesa sono celebrate numerose messe, una delle quali è presieduta dal vescovo di Città di Castello.

Nel comune pescarese di Collecorvino, una frazione del paese riversa da secoli verso la santa siracusana un immenso e gratificante culto, tanto che la contrada stessa è chiamata "Villa Santa Lucia"; al centro del borgo, si erge la pieve, intitolata alla santa, e ogni seconda domenica di maggio la popolazione si riunisce in preghiera e commemora la sua patrona. I festeggiamenti, allietati dalle tipiche usanze popolari, iniziano con un triduo di preghiera, per poi culminare nel giorno di domenica, quando, dopo la Messa solenne, la statua di santa Lucia va in processione per le vie del borgo, sotto le note della banda paesana. Al termine della processione, i fedeli devoti adorano la reliquia votiva della santa, mentre nel cielo rimbombano squillanti i caratteristici fuochi d'artificio che celebrano il coraggio e la fede di questa straordinaria santa.

Sin dai tempi antichi, nella sola cittadina di Crotone, vi è una particolare tradizione: costruire in ogni quartiere principale della città delle "piramidi" di legno alte anche 15-20 metri alla cui erezione partecipano tutti - bambini e adulti. Tradizione vuole che al vertice di tali torri si collochi una bambola o una croce. Subito dopo il tramonto, intorno le ore 19.00 si assiste alla "vrusciatura" (accensione) di tali torri con grande spettacolo e meraviglia di piccoli e grandi. Una commissione è generalmente presente per premiare la torre più alta e ben fatta. Nel 2002 si è raggiunto un record: 21 torri accese contemporaneamente. Questo antico rito festeggia l’evocazione della luce e sarebbe una reminiscenza dei culti dedicati alla dea romana Lucina e quindi originariamente ad Hera.

Ogni anno, ad Enna si offre omaggio a S. Lucia presso la parrocchia e chiesa di San Tommaso Apostolo. Il 13 dicembre alle ore 5 del mattino la banda cittadina intona marce musicali per le vie della Città, effettuando la tradizionale 'Notturna'. Nel giorno della festa si tengono varie celebrazioni. Dopo la S. Messa delle ore 18,00 viene portato in processione il simulacro di S. Lucia per le vie della città di Enna. Quando la processione arriva al belvedere Marconi vengono sparati giochi pirotecnici. Dopo la processione in piazza San Tommaso viene impartita la benedizione ai fedeli presenti con la reliquia della santa siciliana.

Ad Erchie (BR) si festeggia il secondo giovedì dopo Pasqua, in occasione delle tradizionali "perdonanze" ed il 13 dicembre. Il corpo di santa Lucia fu custodito dai monaci basiliani nella grotta dell'Annunziata durante la deportazione delle spoglie della santa da Siracusa verso Costantinopoli. La leggenda racconta che un pastore vide la sua mucca allontanarsi costantemente dal resto del gregge; un giorno incuriosito la seguì accorgendosi che si abbeverava non lontano; vicino a quella sorgente scorse un'effigie della santa realizzata durante l'epoca della sosta delle spoglie. I fedeli dell'allora "Hercle" vollero costruire una cappella in onore della santa e successivamente una basilica superiore. Il santuario si sviluppa su tre piani. In quello più basso sgorga l'acqua ritenuta da tanti fedeli miracolosa. Molti fedeli accorrono da tutta Italia, generalmente il giovedì, per venerare la santa e approvvigionarsi dell'acqua santa nei tipici "milicchi", per devozione, voto o ringraziamenti per grazie ricevute.

Massaquano è una frazione del comune di Vico Equense, nella città metropolitana di Napoli. La festa della santa è molto sentita i festeggiamenti iniziano con il caratteristico e plurisecolare lancio delle nocciole dal tetto della Cappella omonima. Ogni anno il 12 dicembre, vigilia della festa, alle 15.30 si tiene il tradizionale lancio delle nocciole, precedentemente benedette, adottate a simbolo delle pupille degli occhi, dal tetto della chiesina. Questa tradizione è antichissima come lo è la cappella: anno 1385: tutta affrescata da un allievo di Giotto. Un'altra caratteristica anch'essa rimasta inalterata nei secoli è quella di vedere arrivare i fedeli recando una bottiglia d'olio per accendere la lampada che arde perennemente, ricevendo in cambio un'immagine della santa e un sacchetto di nocciole benedette. Le sante messe iniziano alle 6.00 fino alle 12.00. A sera dopo la messa solenne e panegirico c'è il bacio della reliquia.

A Montemitro (CB) tutto ebbe inizio con l'invasione della penisola Balcanica da parte degli Ottomani nel XVI secolo. Centinaia di profughi, per salvare la propria vita e la propria fede, dalle coste dalmate salparono alla volta delle coste italiane. I territori del Molise, precedentemente colpiti da un grande terremoto e da una terribile peste, necessitavano di manodopera. Rimasti quasi disabitati, i paesi si ripopolarono proprio grazie ai profughi slavi. Intorno al 1520, alcuni di loro, portarono dalla propria terra una piccola statua lignea di santa Lucia, scomparsa alla fine degli anni trenta del secolo scorso. Tali profughi si insediarono in una zona tuttora denominata “Selo” (paese), dove costruirono una chiesa dedicata alla santa, oggi comunemente chiamata "cappella di Santa Lucia" in località Fonte Grande, a circa 3 km dal paese attuale. Molto probabilmente a causa di smottamenti, dal 1702 la colonia slava di "Santa Lucia" si trasferisce sull’attuale colle roccioso di Montemitro. Le tracce del vecchio insediamento restano così, nella nomenclatura del territorio, nel sito dell’attuale Cappella, ma soprattutto nella tradizione orale della popolazione. Intorno al 1930 ad un sordo muto di Montemitro appare la santa che desidera la ricostruzione della propria "dimora". Con l'inizio dei lavori nel 1932 e con i restauri successivi vengono alla luce le fondamenta della vecchia chiesetta e parte di un cimitero. La lunghezza delle ossa delle persone sepolte fa pensare all'altezza della razza slava. Attualmente, la festa di santa Lucia, oltre al 13 dicembre, viene celebrata nella prima domenica dopo Pasqua e nei venerdì del mese di maggio, in modo particolare l'ultimo (festa patronale), per ricordare l'arrivo degli antichi slavi, secondo la tradizione, proprio in un venerdì del mese di maggio. La prima domenica dopo Pasqua, detta “In Albis”, è la cosiddetta “festa della Cappella”, iniziata il 10 aprile 1932. La caratteristica processione, che una volta si faceva portando i dolci, parte dalla chiesa madre e arriva alla Cappellina della santa. Una volta sul posto, dopo aver fatto i tradizionali tre giri intorno alla chiesetta, viene celebrata la messa. Segue il pic-nic generale, durante il quale si fa l’asta dei dolci che ogni famiglia del paese ha preparato con cura. Al termine di tutto, la processione riparte per il paese, sempre dopo aver fatto i classici tre giri intorno alla chiesetta.

A Napoli, nel borgo marinaro di Santa Lucia (al quale fa riferimento la celebre canzone napoletana Santa Lucia) i festeggiamenti cominciano dal sabato precedente il 13, con una processione che porta il busto argenteo della Martire, risultante dalla fusione di diversi ex voto, dal mare fino alla chiesa di Santa Lucia. All'alba del 13 dicembre, lungo l'itinerario verso la chiesa di Santa Lucia viene collocata una batteria di fuochi che precede la processione dei fedeli, i quali recano candele o bengala a simboleggiare la luce della Martire che pervade il buio della notte. Per tutta la giornata del 13 dicembre si tiene Messa ad intervalli di un'ora, fino alle 18:30 quando i festeggiamenti giungono alla conclusione.

A Palermo il 13 dicembre si commemora la fine della carestia del 1646 quando, proprio il giorno di S. Lucia, arrivò in porto un bastimento carico di cereali. Da allora, per commemorare questo miracolo attribuito alla Santa, in questo giorno a Palermo non si mangiano farinacei (principalmente pasta e pane). In questa occasione nelle case palermitane si preparano le classiche arancine, la cuccìa (grano bollito accompagnato da ricotta e cioccolato) e le panelle.

A Palese, centro a 10 km da Bari, la devozione a santa Lucia è particolarmente sentita. La notte tra il 12 e il 13 di dicembre i devoti pongono 13 ceri accesi sui davanzali, sui balconi, in giardino. La tradizione, diffusa anche in centri limitrofi, nasce in questo territorio su influenza della vicina Modugno, centro da cui Palese ha avuto origine, in cui si svolge una processione con una bellissima e imponente immagine della santa martire. Alcuni devoti ripetono il gesto dei ceri anche la sera del giorno 13. Nella chiesa matrice di Palese in serata la festa ha il suo culmine nella celebrazione di una messa solenne. Per tradizione, una famiglia del paese offre alla comunità parrocchiale nei giorni del triduo e della festa, una piccola ma bella immagine della santa, per l'esposizione alla venerazione dei fedeli.

A Paola, cittadina del tirreno cosentino che diede i natali a san Francesco da Paola, patrono della Calabria e della gente di mare, il giorno del 13 dicembre si ricorda santa Lucia preparando la "Cuccìa": una profumatissima cioccolata calda arricchita con grano, noci, scorza d'arancia e chiodi di garofano.Essa va preparata nella serata del 12 dicembre, per far sì che la Santa, nella nottata, lasci la Sua impronta sul mitico dolce. Secondo la tradizione ogni famiglia ne prepara grandi quantità e la scambia con amici e vicini.

La devozione delle popolazioni dell'Altopiano delle Rocche alla santa protettrice della vista, patrona di Rocca di Cambio, si fa risalire al XIII secolo; i festeggiamenti in onore della santa, che richiamano fedeli da tutta la Marsica, hanno luogo durante l'ultimo fine settimana di giugno, anziché nella tradizionale data del 13 dicembre. Lo spostamento della festa al periodo estivo, deciso fin dal 1794, fu una diretta conseguenza dell'estrema rigidità climatica della zona e delle oggettive difficoltà che s'incontravano nello svolgimento della processione lungo l'impervio viottolo, solitamente innevato e ghiacciato, che in meno di due chilometri congiungeva l'abitato di Rocca di Cambio con la chiesa di Santa Lucia. Durante questi tre giorni di festa la chiesa viene riaperta ai fedeli e in essa vengono celebrate le messe, sia tradizionali che salmodiate, officiate in numero adeguato da consentire la partecipazione ai tanti fedeli accorsi.
In paese la festa si protrae per tre giorni con spettacoli pirotecnici, canti folcloristici e sfilate nei tipici costumi abruzzesi. Alla domenica la festa si chiude con la tradizionale processione, che ripercorre da secoli lo stesso viottolo, i fuochi d'artificio che illuminano la notte dell'altopiano e il tradizionale Ballo della Pupazza che si svolge nella piazza principale del paese.

Il culto di santa Lucia venne introdotto nella città di Savoca nel XV secolo, ad opera dei monaci domenicani, i quali, fin dal 1444, risiedevano in un grande convento sito poco fuori le mura cittadine. Gli stessi domenicani, nel 1456, accanto al loro convento, eressero una monumentale chiesa (dedicata alla Martire siracusana) ricca di opere d'arte. Purtroppo, detta chiesa crollò nel 1880 a causa di un grande movimento franoso che rovinò anche il vicino convento e il quartiere circostante. Si pensò allora di trasferire il culto della Santa e le reliquie della distrutta chiesa presso la Chiesa di San Nicolò, che per tale motivo iniziò ad essere nominata "Chiesa di Santa Lucia", appellativo che mantiene ancora oggi.

La festa ha avuto origine nel XVIII secolo è organizzata a cura della Confraternita di Santa Lucia seguendo ancora lo statuto del 1831. Oltre alla tradizionale processione e festa del 13 dicembre, si tiene, in periodo estivo (la seconda domenica di agosto) una festa che rievoca, per le vie del paese, il martirio della santa. Santa Lucia è impersonata da una bambina di origine savocese che, vestita di bianco, viene portata a spalla da un uomo e tiene fra le mani una palma d'argento, simbolo del martirio. Attorno alla bambina (detta "la Lucia") molti personaggi in costume cercano di tentarla. Primo fra tutti il diavolo (u Diavulazzu, detto anche u Virseriu), un uomo vestito di rosso, che indossa un'antica maschera di legno e che brandisce un forcone ricurvo detto "furcedda". La bambina ha una grossa corda legata alla vita e questa corda viene tirata da altri figuranti, vestiti da soldati romani, tradizionalmente chiamati "Giudei"; infine all'altro capo della corda sono legati due buoi. Compito della Lucia è compiere tre volte il giro del paese, accompagnata da tutti questi personaggi, e rimanere immobile di fronte alle tentazioni. Alla fine del percorso la processione si ferma nella piazza principale del paese, dove la bambina scende dalle spalle dell'uomo che la trasportava, si inchina dinanzi al popolo, i buoi vengono sciolti, i giudei si disperdono, e nel paese hanno inizio i festeggiamenti che si concludono con la processione solenne. In tale occasione si porta in processione un preziosissimo simulacro argenteo della Martire siracusana risalente al 1666. La festa di santa Lucia è divenuta negli anni uno dei più importanti appuntamenti turistici dell'antico borgo di Savoca, e attira, oltre agli emigrati che rientrano a casa per le vacanze, anche molti turisti sia italiani che stranieri.

La festa di santa Lucia a Valguarnera Caropepe è da sempre sinonimo di divertimento infantile in quanto fin dai tempi più antichi toccava ai bambini l'importante compito di raccogliere la legna nei boschi o nelle zone di campagna per poi essere trasporta fino alle differenti piazze prescelte del paese. In seguito all'ammucchiamento il legname prende la forma di una piccola montagna. Alla legna viene appiccato il fuoco contemporaneamente allo squillare delle campane della chiesa madre alle otto di sera, quando proprio dalla chiesa uscirà il "quadro". Il quadro altro non è che una immagine di santa Lucia su un foglio di carta; esso viene incollato al "burgio", termine locale per indicare un tronco spesso di paglia posizionato verticalmente il quale, uscito dalla chiesa, viene acceso all'estremità superiore e portato in processione per le vie principali del paese da volontari che lo spingono con la corda oppure da un carro. Il fuoco si spegnerà da solo consumandosi naturalmente. Il secondo atto della festa si svolge il 13 sera quando, sempre dalla chiesa madre, esce la statua della santa che ripercorre le vie seguita a piedi da una numerosa folla di fedeli. Durante questi due giorni di festa è tipica usanza gustare "la cuccia", altro termine locale per indicare un piatto di granuli di frumento cucinati per diverse ore e conditi a loro volta a seconda dei personali gusti. Il piatto cucinato in famiglia non è consumabile nei ristoranti, poiché la ricetta si tramanda di generazione in generazione.

Secondo la tradizione popolare veronese, intorno al XIII secolo, in città, in particolare tra i bimbi, era scoppiata una terribile ed incurabile epidemia di “male agli occhi”. La popolazione decise allora di chiedere la grazia a santa Lucia, con un pellegrinaggio a piedi scalzi e senza mantello, fino alla chiesa di S. Agnese, dedicata anche alla martire siracusana, posta dove oggi c'è la sede del Comune: Palazzo Barbieri. Il freddo spaventava i bambini che non avevano nessuna intenzione di partecipare al pellegrinaggio. Allora i genitori promisero loro che, se avessero ubbidito, la santa avrebbe fatto trovare, al loro ritorno, tanti doni. I bambini accettarono ed iniziarono il pellegrinaggio; poco tempo dopo l'epidemia si esaurì. Da quel momento è rimasta la tradizione di portare in chiesa i bambini, per la benedizione degli occhi, il 13 dicembre e ancora oggi, la notte del 12 dicembre, i bambini aspettano l'arrivo di S. Lucia che porta loro gli attesi regali in sella ad un asinello accompagnata dal Castaldo, l'aiutante. Si lascia un piatto sul tavolo con del cibo con cui ristorare sia lei che l'asinello prima di andare a dormire. In quella sera i bambini vanno a letto presto e chiudono gli occhi, nel timore che la santa, trovandoli ancora svegli, li accechi con la cenere. La mattina dopo, Lucia fa trovare loro il piatto colmo di dolci, fra cui le immancabili “pastefrolle di santa Lucia”, di varia forma (stella, cavallino, cuore…), nonché l'altrettanto immancabile "ghiaia dell'Adige" ed il "carbone dolce" per i bambini "cattivi". Le formine delle frolle scacciano il male e sono di buon auspicio. Dal secolo scorso si è sviluppata, per l'occasione la tradizionale grande fiera, che ancora oggi si tiene nei tre giorni precedenti il 13 dicembre, in una piazza Bra' riempita dai “bancheti de Santa Lussia”, ricchi di giocattoli e dolci di ogni tipo. Per sottolineare questo tradizionale giorno di festa per la città di Verona, su esempio del Teatro alla Scala, la sera del 13 dicembre si celebra ogni anno "La Prima", lo spettacolo inaugurale della stagione invernale di opera al Teatro Filarmonico. In quest'occasione l'entrata del pubblico della platea e dei palchi al teatro avviene dal Museo Lapidario Maffeiano.

A Savignano sul Rubicone e a Forlì la festa di santa Lucia dà luogo a una fiera nel centro cittadino, fiera dedicata in primo luogo a torroni, croccanti, altri dolciumi e giocattoli: qui, infatti, la tradizione dei doni di santa Lucia assume una veste particolare, che riguarda non tanto i bambini quanto le ragazze, a cui soprattutto, in questa occasione, si regala del torrone.


In Svezia Lucia è molto venerata, sia dalla chiesa cattolica, che da quella luterana. I bambini preparano biscotti e dolciumi (tra questi, delle focaccine allo zafferano e all'uvetta chiamate lussekatter) a partire dal 12 dicembre. La mattina del 13, la figlia maggiore della famiglia si alza ancor prima dell'alba e si veste con un lungo abito bianco legato in vita da una cintura rossa; la testa è ornata da una corona di foglie e da sette candele utili per vedere chiaramente nel buio. Le sorelle, che indossano una camicia bianca, simboleggiano le stelle. I maschi indossano cappelli di paglia e portano lunghi bastoni decorati con stelline. La bambina vestita come santa Lucia sveglia gli altri membri della famiglia e serve loro i biscotti cucinati il giorno precedente.

Nel paese scandinavo è diffusa una tradizionale canzone di santa Lucia (Luciasången) che non è altro che la celebre "santa Lucia" napoletana adattata con un testo in lingua svedese. In diverse città alcune bambine sfilano vestite come santa Lucia intonando il Luciasången di casa in casa.

Ogni anno viene eletta la Lucia di Svezia che raggiungerà la città siciliana di Siracusa per partecipare alla processione dell'ottava, in cui il simulacro di santa Lucia viene ricondotto in Duomo.

La figura di santa Lucia, nel corso dei secoli, è stata fonte di ispirazione non soltanto sul piano strettamente religioso e teologico, ma anche artistico, e soprattutto letterario. Essa ha trovato spazi sia nella letteratura colta che in quella legata alla tradizione popolare, di questo o quell'ambiente in cui si è, in varia misura, radicato il culto verso la martire siracusana.

Nell'ambito della tradizione letteraria propriamente detta, la figura della santa ispirò Dante Alighieri. Il poeta nel Convivio afferma di aver subìto in gioventù una lunga e pericolosa alterazione agli occhi a causa delle prolungate letture (Convivio, III-IX, 15), ottenendo poi guarigione per intercessione della santa siracusana. Gratitudine, speranza e ammirazione indussero quindi il sommo poeta ad attribuirle un ruolo fondamentale non soltanto nella sua vicenda personale, ma anche, allegoricamente e simbolicamente, in quella dell'umanità intera nel suo viaggio oltremondano descritto nella Divina Commedia.

Secondo Salvatore Greco Santa Lucia, nelle tre cantiche, diventa il simbolo della "grazia illuminante", per la sua adesione al Vangelo sino al sacrificio di sé, dunque "via", strumento per la salvezza eterna di ogni uomo, oltre che del Dante personaggio e uomo.

Questa interpretazione religiosa della personalità storica della vergine siracusana, quale santa che illumina il cammino dell'uomo nella comprensione del Vangelo e nella fede in Cristo, risale già ai primi secoli della diffusione del suo culto. Così, infatti, l'hanno esaltata, promuovendone la devozione, papa Gregorio I, Giovanni Damasceno, Aldelmo di Malmesbury e tanti altri. Ed è a questa interpretazione della figura di santa Lucia, che si collega Dante, in aspra e aperta polemica con il contesto storico di decadenza morale, politica, civile del suo tempo; tema, peraltro, di fondo che percorre tutta l'opera dalla "selva oscura" all'ascesa verso l'"Empireo".

Se esaminiamo con attenzione la figura della martire nella Divina Commedia, si scorge in Lei un personaggio che ci appare vivo e reale nel coniugare in sé qualità celestiali e umane allo stesso tempo. È creatura celeste e umana; quando su invito di Maria scende dall'Empireo, per avvertire Beatrice dello smarrimento di Dante e del conseguente pericolo che incombe su di lui:

« Questa chiese Lucia in suo dimando / e disse: Or ha bisogno il tuo fedele / di te, ed io a te lo raccomando. / Lucia, nimica di ciascun crudele, / si mosse... »
(Dante Alighieri, Inferno II, 92-96)
A questo punto la santa si rivolge a Beatrice, la donna amata dal poeta, invitandola a soccorrere Dante personaggio prima che sia troppo tardi:

« Beatrice, loda di Dio vera, / ché non soccorri quei che t'amò tanto, / ch'uscì per te de la volgare schiera? / Non odi tu pietà del suo pianto? / Non vedi tu la morte che 'l combatte / Su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? »
(Inferno II, 103-108)
E ancora, nel 2º regno oltremondano, il Purgatorio, santa Lucia è creatura umana, materna nel prendere Dante assopito, dopo un colloquio con illustri personaggi in una località amena (la "Valletta dei Principi"), ed a condurlo alla porta d'ingresso del Purgatorio:

« Venne una donna e disse: I' son Lucia / lasciatemi pigliar costui che dorme; / sì l'agevolerò per la sua via »
(Purgatorio, IX, 55-57)
E così, dopo averlo aiutato ad intraprendere il difficile cammino di salvezza, a seguito dello smarrimento nella "selva oscura", lo mette in condizione di intraprendere il percorso della purificazione dei propri peccati. Anche qui Dante personaggio, per influsso senz'altro del Dante autore e uomo a lei "fedele", accenna ancora una volta alla luminosa bellezza degli occhi della martire, non senza rimandi simbolici:

« Qui ti posò ma pria mi dimostraro / li occhi suoi belli quella intrata aperta: / poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro »
(Purgatorio IX, 61-63)
Infine, la vergine siracusana è spirito celeste, quando al termine del viaggio ultraterreno, nel Paradiso, Dante personaggio su indicazione di S. Bernardo, la rivede nel primo cerchio dell'Empireo, accanto a sant'Anna e a san Giovanni Battista, nel trionfo della Chiesa da lei profetizzato durante il martirio:

« Di contr' a Pietro vedi sedere Anna, / tanto contenta di mirar sua figlia / che non move occhio per cantare osanna. / E contro al maggior padre di famiglia / siede Lucia, che mosse la tua donna, / quando chinavi, a ruinar, le ciglia »
(Paradiso, XXXII, 133-138)
Dante, raggiunta la pienezza della sua ascesa, associa questa volta significativamente la figura di S. Lucia a quella della Madre di Maria, S. Anna, collocandola di fronte ad Adamo, il capostipite del genere umano. Maria, Beatrice, Lucia sono le tre donne che hanno permesso, per volere divino, questo cammino di redenzione al personaggio Dante, ma tra di esse, la vergine siracusana rappresenta per il sommo poeta, l'ineludibile anello di congiunzione (e quindi il superamento) fra l'esperienza terrena del peccato e il provvidenziale cammino ascetico-contemplativo dell'esperienza oltremondana.



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