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domenica 13 dicembre 2015

SANTA LUCIA

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La sua festa liturgica ricorre il 13 dicembre; antecedentemente all'introduzione del calendario gregoriano (1582), la festa cadeva in prossimità del solstizio d'inverno (da cui il detto "santa Lucia il giorno più corto che ci sia"), ma non coincise più con l'adozione del nuovo calendario (differenza di 10 giorni). La celebrazione della festa in un giorno vicino al solstizio d'inverno è probabilmente dovuta alla volontà di sostituire antiche feste popolari che celebrano la luce e si festeggiano nello stesso periodo nell'emisfero nord. Altre tradizioni religiose festeggiano la luce in periodi vicini al solstizio d'inverno come ad esempio la festa di Hanukkah ebraica, che dura otto giorni come le celebrazioni per la santa a Siracusa, o la festa di Diwali celebrata in India. Il culto di Santa Lucia inoltre presenta diverse affinità con il culto di Artemide, l'antica divinità greca venerata a Siracusa nell'isola di Ortigia. Ad Artemide, come a Santa Lucia, è sacra la quaglia e l'isola di Ortigia - anche chiamata 'Delo' in onore della dea della caccia. Artemide e Lucia sono entrambe vergini. Artemide è inoltre vista anche come dea della luce mentre stringe in mano due torce accese e fiammeggianti.

In alcune regioni dell'Italia settentrionale esiste una tradizione legata ai "doni di santa Lucia", figura omologa dei vari san Nicola, Babbo Natale, Gesù bambino, Befana e altri che, durante i secoli, hanno sostituito l'antico culto degli avi nell'immaginario infantile.

Secondo la moderna usanza, nata negli anni trenta e consolidatasi nei decenni successivi, i bimbi scrivono una lettera alla santa, elencando i regali che vorrebbero ricevere e dichiarando di meritarseli, essendo stati bravi e obbedienti durante l'anno.

Per accrescere l'attesa dei bimbi, è uso che i ragazzi più grandi, nelle sere precedenti, percorrano le strade suonando un campanello da messa e richiamando i piccoli al loro dovere di andare subito a letto, ad evitare che la santa li veda e li accechi, gettando cenere nei loro occhi. Allo scopo di ringraziare la santa è uso lasciare del cibo; solitamente delle arance, dei biscotti, caffè, mezzo bicchiere di vino rosso e del fieno, oppure farina gialla e sale o fieno, per l'asino che trasporta i doni.

Il mattino del 13 dicembre, al loro risveglio, i bimbi troveranno un piatto con le arance e i biscotti consumati, arricchito di caramelle e monete di cioccolato. Inoltre, a volte nascosti nella casa, i doni che avevano richiesti e che sono dispensati totalmente o parzialmente, secondo il comportamento tenuto.

È considerata dai devoti la protettrice degli occhi, dei ciechi, degli oculisti, degli elettricisti e degli scalpellini e viene spesso invocata nelle malattie degli occhi.

È considerata per tradizione, la patrona della vista e di tutti coloro che ne soffrono, come i non vedenti, i miopi, gli astigmatici. Presso l'urna che accoglie le sacre spoglie della santa in San Geremia a Venezia, vengono quotidianamente portati ex voto e grazie ricevute che attestano la munificenza di santa Lucia nel dispensare grazie.

Santa Lucia è anche patrona del Gremio dei calzolai della città di Sassari.

Santa Lucia viene festeggiata anche in altre nazioni, tra cui Argentina, Austria, Brasile (Quiririm), Danimarca, Finlandia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Saint Lucia, Spagna (Tolosa) e Svezia.




Lucia nasce a Siracusa alla fine del III secolo in una famiglia nobile e molto ricca. Da piccola rimane orfana di padre e con la madre sono costrette a professare di nascosto la religione cristiana per sfuggire alle persecuzioni. Ancora ragazzina, Lucia era promessa sposa a un giovane pagano ma lei non aveva alcun interesse per il matrimonio: in lei era forte l’amore per Dio.
Sua mamma inizia a stare male e soffre di gravi emorragie. Lucia la convince a recarsi in pellegrinaggio a Catania presso la tomba di Sant’Agata, in occasione dell’anniversario del suo martirio per chiedere la grazia della guarigione. Dopo la messa, Lucia, mentre prega sul sepolcro, si addormenta e in sogno le appare Sant’Agata che le promette la guarigione della madre e le anticipa che diventerà santa.
Subito la madre ritornò a stare bene. Supportata da questo miracolo e dalle parole della Santa, Lucia tornata a Siracusa comunica alla madre che non vuole sposarsi e che la sua intenzione era quella di aiutare i poveri della città, donando loro tutto quello che possedeva. La notizia arriva alle orecchie del pretendente di Lucia che preso dall’ira, avendo scoperto la sua fede cristiana, la denuncia all’arconte di Siracusa (Pascasio) che subito la fa arrestare. In quel tempo, infatti, erano in vigore i decreti di persecuzione dei cristiani emanati dall’Imperatore Diocleziano.
Durante il processo, Pascasio cerca di convincere Lucia a rinnegare la sua fede e a compiere sacrifici in onore degli dei romani, lei però non cede. Alterato dalle sue risposte, ordina che sia portata in un “luogo infame, dove sarai costretta al disonore” (postribolo), ma quando i soldati tentano di spostarla, Lucia miracolosamente diventa irremovibile.
Pascasio pensa che Lucia sia una strega per questo ordina che sia cosparsa di urina e di riprovare a muoverla usando dei buoi. Ma gli animali non riescono a spostarla. L’arconte, infuriato, ordina che venga bruciata. Cosparsa di pece e olio, il corpo di Lucia viene avvolto dalle fiamme, ma non brucia.
Alla fine Lucia fu decapitata con un colpo di spada. Si narra anche che le furono strappati gli occhi, per questo lei divenne protettrice della vista, anche se non ci sono fonti ufficiali su questo gesto terribile. L’emblema degli occhi sulla coppa, o sul piatto, è da ricollegarsi, semplicemente, con la devozione popolare che l’ha sempre invocata protettrice della vista a motivo del suo nome Lucia, da Lux, che vuol dire “luce”.
Il 13 dicembre del 304, Lucia muore da martire e il suo nome e quello di Siracusa diventano famosi in tutto il mondo.
Attestato dalla testimonianza scritta di un testimone oculare, come il miracolo della fine della carestia dell’anno 1646, domenica 13 maggio, una colomba fu vista volteggiare dentro la Cattedrale durante la Messa. Quando la colomba si posò sul soglio episcopale, una voce annunciò l’arrivo al porto di un bastimento carico di cereali. La popolazione tutta vide in quella nave la risposta data da Lucia alle tante preghiere che a lei erano state rivolte.
Dopo il miracolo, i palermitani decisero di bollire il grano e di condirlo con dell’olio di oliva. Fu così che nacque la cuccìa, il cui nome deriva da “coccio” cioè chicco. Anche se oggi la ricetta è del tutto rivisitata e resa molto più golosa.
La festività dovrebbe avere una finalità spirituale: in ricordo del miracolo la Chiesa propone il digiuno e l’astensione dal consumare, per questa giornata, pane e pasta. Un celebre motto palermitano recita: “Santa Lucia, vulissi pani, pani unn’ aiu e accussi mi staiu”. Ma il 13 dicembre, in un tripudio di arancine, panelle, gateaux e cuccìa, si preferisce consolare lo stomaco piuttosto che l’anima.

Si racconta che il corpo della santa, prelevato a Siracusa nel 1040 dai Bizantini di Giorgio Maniace, giunse a Costantinopoli; da qui è stato successivamente trafugato dai Veneziani che conquistarono la capitale bizantina nel 1204 ed è quindi attualmente conservato e venerato nella chiesa di San Geremia a Venezia. Nonostante alcune propagande apologetiche, non ci sono tuttavia elementi certi che attestino che il corpo trafugato dai Bizantini fosse veramente di Santa Lucia, non essendovi al tempo alcun indizio che indicasse dove fosse seppellita la santa all'interno del complesso catacombale siracusano. Oltretutto per quasi ben due secoli, dal 1040 al 1204 si persero le tracce di questo corpo.

Le sacre spoglie della santa siracusana tornarono eccezionalmente a Siracusa per sette giorni nel dicembre 2004 in occasione del 17º centenario del suo martirio. L'arrivo e la partenza delle spoglie furono salutati da una incredibile folla di siracusani. Tuttavia riscontrata l'elevatissima partecipazione e devozione dei devoti, siracusani e non, da allora si è fatta strada la possibilità di un ritorno definitivo tramite alcune trattative tra l'Arcivescovo di Siracusa Giuseppe Costanzo e il Patriarca di Venezia Angelo Scola. Le sacre spoglie della Santa, dopo più di 1000 anni, sono tornate anche a ERCHIE (Br), per un totale di 10 giorni: dal 23 aprile al 2 maggio 2014, in occasione della Festa della protettrice del Paese. Questo evento è stato voluto fortemente dal primo cittadino Giuseppe Margheriti. Il corpo della santa, torna a Siracusa dal 14 al 22 dicembre 2014, in occasione del 10º anniversario della prima visita del corpo nella sua città natale.

Va però detto che non vi sono prove che il corpo di Santa Lucia a Venezia sia autentico. Una tradizione molto antica, che risale a Sigeberto di Gembloux († 1112), racconta che le spoglie della santa furono portate a Metz in Francia, dove tuttora sono venerate dai francesi in un altare di una cappella della chiesa di Saint-Vincent.

A suffragare la tesi per cui il corpo di Santa Lucia è a Metz, ci ha pensato il professor Pierre Edouard Wagner, docente associato della Facoltà di Teologia Cattolica di Strasburgo. Nel 2002 ha scritto un saggio, "Culte et reliques de sainte Lucie à Saint-Vincent de Metz", in cui discetta sulla presenza proprio del corpo della santa in una cappella dell’abbazia di Saint-Vincent, che fa splendida mostra di sé su un’isoletta al centro della Mosella, fiume che attraversa la cittadina.

Secondo lo studioso francese, il vescovo Teodorico avrebbe trafugato, insieme a molte altre reliquie di santi, il corpo di S. Lucia, che allora era in Abruzzo, a Péntima (Corfinium). Qui, conquistata la città, lo aveva portato nel secolo ottavo il duca di Spoleto dopo averlo sottratto a Siracusa. L'anno mille Metz fu meta di pellegrinaggi da tutto il mondo germanico per vedere il corpo della santa conservato in una ‘bellissima’ cappella in fondo alla navata sinistra della abbazia di Saint-Vincent, fondata alla fine del X secolo dal vescovo Teodorico forse anche con la finalità di ricevere tali sante reliquie.

Una ricostruzione storica, questa della traslazione a Metz delle reliquie di Lucia, suffragata da una fonte certa, gli Annali della città dell’anno 970 d. C. scritti da Sigeberto di Gembloux (1030-1112), uomo di chiesa e cronista considerato tra i più importanti e attendibili storici medievali.

Il professor Wagner nel suo saggio ritiene quindi la tradizione di Metz, fondata su documenti più originari e vicini ai fatti narrati, più attendibile di quella veneziana, posteriore, secondo la quale i resti di Santa Lucia, scoperti nel corso della quarta crociata (1204) durante il sacco di Costantinopoli, vennero portati nella città lagunare da alcune truppe bizantine di ritorno dalla Sicilia nel XI secolo. Questo racconto presenterebbe aspetti e particolari poco veritieri e tali da generare dubbi e perplessità.

La tradizione veneziana afferma che il suo corpo fu trafugato da Costantinopoli nel 1204 dal doge, dove lo aveva trovato assieme a quello di sant’ Agata, e inviato a Venezia.

Frutto dell'errore di un amanuense sarebbe invece la variante, documentata da un codice secentesco della Biblioteca Marciana di Venezia, che sposterebbe la data del trasferimento dal 1206 al 1026: una mera inversione per distrazione secondo gli storici.

Ma secondo Wagner anche altri indizi deporrebbero contro la versione veneziana.

A Venezia, nel 1167 e 1182, come provano alcuni documenti certi, esisteva già una chiesa dedicata alla martire e si presume quindi che, come accaduto in casi similari, si sia cercato volutamente di ‘trovare’ le reliquie della santa per amplificare l’importanza del culto. Inizialmente comunque il 'corpo' venne collocato nella chiesa di San Giorgio Maggiore, meta nel tempo di imponenti pellegrinaggi nel giorno della festa patronale (13 dicembre).

La storia di Metz sarebbe inoltre resa più credibile anche da altri eventi registrati nel tempo. Per esempio nel 1792 le 'presunte' reliquie di Santa Lucia furono attestate come autentiche dalle autorità ecclesiastiche del luogo e collocate nuovamente sotto un importante altare. Poi, nel 1867, prelevate dalla teca, vennero poste dal vescovo di Metz in un statua di cera rappresentante una giovane ragazza, riccamente vestita e con una ferita al collo inferta da un pugnale. Il culto della santa avrebbe subito una 'pausa' perché l'abbazia venne pian piano abbandonata dai monaci ma ritornò in auge dopo che un frate francescano, aiutato da un medico, si introdusse di notte nell’abbazia e aprì la bambola di cera per studiare le reliquie in essa contenute. I due temerari (il frate pagò con l'espulsione l'oltraggio) appurarono che le ossa, appartenenti a varie parti del corpo, erano realmente di una ragazza di 13-15 anni e mantenevano evidenti segni di bruciature.



Dal 13 al 20 dicembre si tiene la festa di santa Lucia all'inizio della quale viene portata in processione da uomini con il berretto verde dal Duomo di Siracusa sito nella caratteristica isola di Ortigia, fino a piazza Santa Lucia nella chiesa di Santa Lucia al Sepolcro, mentre delle donne portano le reliquie. In questo periodo la statua, normalmente chiusa all'interno del Duomo e non visibile per motivi di sicurezza può essere venerata dai fedeli. In questo periodo si tiene una grande fiera che dura per tutti il periodo della festività e si tengono spettacoli pirotecnici.

Nella città di Brescia ed in tutta la sua provincia Santa Lucia è molto amata, soprattutto dai bambini, che da lei ricevono i regali desiderati. Qui la Santa svolge sostanzialmente le veci di Babbo Natale. Come la leggenda popolare racconta, durante la notte tra il 12 ed il 13 dicembre, Santa Lucia passa per tutte le case con un carretto trainato da un asinello, facendo risuonare un campanello d’argento, e distribuisce ai bambini buoni dei doni e dolciumi. Per ricevere i doni i bambini devono scriverle una letterina la settimana prima del suo avvento, e la sera prima preparare del latte per la Santa e della paglia per l’asinello da disporre sotto la cappa del camino, dal quale la Santa scenderà. Poi devono andare subito a letto, chiudere gli occhi ed addormentarsi immediatamente, perché la Santa non vuole assolutamente farsi vedere. Se i bambini cercheranno di scorgerla, la Santa gli butterà della cenere negli occhi secondo alcuni. Qualora i bimbi non siano stati abbastanza buoni ed obbedienti durante l'anno, al posto dei doni richiesti, riceveranno solo del carbone.
A Bergamo e in tutta la sua provincia santa Lucia è molto amata soprattutto dai bambini, i quali circa una settimana prima del 13 dicembre inviano la letterina con scritte le loro richieste e promesse presso la chiesa di santa Lucia in centro a Bergamo. Secondo la tradizione la santa porta a loro i doni richiesti se sono stati buoni, altrimenti carbone. In cambio però i bambini devono offrire alla santa latte, biscotti e fieno per il suo asino. A santa Lucia sono inoltre dedicati i mercatini natalizi in centro città.

Il primo simulacro di santa Lucia, che risale al 1440, venne sostituito con l'attuale scultura lignea voluto dal canonico Francesco Strano nel 1666. Le prime testimonianze della festività per santa Lucia risalgono al 12 dicembre 1666 quando una solenne processione partita dalla Matrice di Aci Catena raggiunse la chiesa dedicata a Santa Lucia. Alla processione partecipa il clero cittadino e le confraternite e si conclude sul sagrato della chiesa di Santa Lucia con la benedizione con la reliquia e lo sparo di fuochi pirotecnici

Nel centro storico di Alessandria sorge una Chiesetta, costruita tra il 1751 e il 1759 su un preesistente edificio di culto, dedicata a Santa Lucia e San Paolo. Ogni anno, il 13 dicembre ed eventualmente nei giorni contigui, diventa centro di pratiche devozionali (celebrazioni liturgiche e bacio della reliquia) e di iniziative a carattere benefico; la piazzetta si anima di bancarelle che offrono dolci tra cui spiccano il croccante e il tipico "lacabon", un bastoncino di lecca-lecca che ricorda un grissino nella forma, ma che è realizzato con zucchero e miele.

Il paese di Belpasso ha come patrona Lucia, della quale conserva alcune reliquie. Le prime rilasciate con documento di autentica a verifica il 9 dicembre 1654 dall'allora vicario generale di Catania Arcangelo Scammacca e messe in salvo durante l'eruzione dell'Etna dell'11 marzo 1669 che fece scomparire il paese di Malpasso, furono due pezzi d'osso che furono conservati in un reliquiario d'argento a forma di braccio che regge tra le dita la palma del martirio. L'11 marzo del 1657 giunse un'altra reliquia, stavolta un pezzetto d'osso del dito oggi esposto in un ostensorio d'argento, che prima di porter essere esposto alla venerazione dei fedeli vide alcune controversie a causa dello smarrimento dell'autentica della reliquia stessa. Nel 1989, donata dall'allora arcivescovo di Catania, Mons. Luigi Bommarito, veniva donata alla Comunità di Belpasso la Terza Reliquia, un osso del metacarpo della Vergine Martire, anche questo conservato in un ostensorio d'argento con due angeli alla base. L'ultima reliquia, chiamata minore, è un pezzeto della veste della Santa Martire che venne donata dalla Chiesa Veneziana a quella di Belpasso. Tutte le reliquie sono conservate in un reliquiario più grande, interamente in argento, che viene portato a spalla dai fedeli e conservato assieme alla Santa stessa dentro la "cammaredda" (cameretta) che custodisce il Simulacro della Santa, nell'altare minore di destra della Chiesa "Maria SS Immacolata" di Belpasso. Santa Lucia viene festeggiata come patrona dal 1636 ma era già venerata in precedenza: i fedeli infatti si recavano nella chiesa della Madonna delle Grazie del convento dei Carmelitani di Malpasso a pregare la Santa ai piedi di un grande quadro. Nel XVI secolo, almeno così viene accreditata la sua creazione, vede la sua consegna ai fedeli Belpassesi, del Simulacro Ligneo. A differenza della classica iconografia che rappresenta i martiri in piedi, il Simulacro Belpassese raffigura la Santa seduta su un trono Barocco con indosso una veste rossa (il colore che ricorda appunto il martirio) e con in mano i simboli che la contraddistinguono: la Palma del Martirio ed un piattino su cui sono deposti gli occhi di Lucia. A ricoprire il Simulacro parecchi gioielli, alcuni anche donati da Reali, che incarnano gli "ex Voto" dei fedeli. Il volto del simulacro di Santa Lucia viene anche citato in un detto popolare che tira in causa anche sant'Agata, patrona di Catania, che recita: A sant'Aita i ricchizzi, a Santa Lucia i biddizzi (A sant'Agata le Ricchezze, a Santa Lucia le bellezze). Infine sono di grande effetto gli occhi del Simulacro che paiono penetrare dentro a chiunque la guardi per la loro profondità. La festa in onore della Patrona ha una preparazione che dura tutto l'anno e che culmina nei tredici giorni precedenti il 13 dicembre con la "Tredicina" a Santa Lucia prima (una tradizione che vede i Fedeli alzarsi alle 5 del mattino per andare in chiesa a recitare una particolare preghiera e sentire la Messa dell'Aurora) e che vede l'apice massimo nei giorni 8, 12, 13 e 14 dicembre, prima con le Cantate dei Giovani Cantanti dei vari quartieri del paese e poi la tradizionale "Spaccata dei Carri" la notte del 12 dicembre, seguita dalla notte di Veglia riempita dai Rintocchi possenti de "U' Campanuni" come viene in gergo chiamato il Campanone di Santa Lucia, e poi con l'uscita Trionfale del Simulacro e delle Reliquie della Santa intorno alle 11 del mattino del 13 dicembre, salutata dalle migliaia di fedeli e devoti rivestiti dell'abito devozionale chiamato "Cappa", costituito da una tonaca bianca, stretta in vita da un cordone del medesimo colore, coordinata da guanti bianchi, fazzoletto bianco ed un cappellino di velluto nero ornato da un nastrino verde. Immancabile la medaglia con l'effigie di santa Lucia appuntata al petto sul cuore. Per tutto l'anno la popolazione locale attende la suggestiva processione delle reliquie e del simulacro sul fercolo d'argento, opera di artigiani orafi siciliani del Settecento (giorno 13 e 14 dicembre). I Carri di Santa Lucia, evento attesissimo dai Belpassesi ogni anno, sono delle grandi costruzioni meccaniche che racchiudono elaborate scenografie, realizzate con settimane di intenso lavoro da stuoli di artigiani (in rappresentanza di ciascun quartiere), chiamati Giovani Cantanti, raccolti in gruppi, ciascuno dei quali è diretto da un "mastro" cioè l'ideatore o meglio il "progettista" dei carro, che nei mesi precedenti la festa, in gran segreto, elaborano la Storia e la costruzione delle scenografie che mutano di anno in anno. La nascita dei carri risale tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, quando un "mastro" (un certo sig. Bellia) del quartiere Purgatorio (Parrocchia "N. S. Gesù Cristo Re") volle esprimere la sua devozione con una rappresentazione scenica su un normale carretto siciliano. Fu un gran successo e da allora gli altri quartieri imitando il sig. Bellia, ideatore dei carri di S. Lucia che oggi conosciamo, rappresentano in questo modo la loro fede e devozione con questo lungo lavoro. I carri vengono presentati uno alla volta, chiusi, in piazza Duomo e si aprono lentamente (la "spaccata"), svelando lo scenografico contenuto in un tripudio di luci, dipinti e personaggi viventi in un crescendo spettacolare in attesa dell'ultima scena del carro, l'Apoteosi di Santa Lucia, che può raggiungere la ragguardevole altezza di ben quindici metri. La "spaccata" di ciascun carro è accompagnata dall'esibizione dei "cantanti" che lodano la santa con toni struggenti.

Presso il Portico della Chiesa dei Servi di Bologna si svolge la tradizionale Antica Fiera di Santa Lucia, un mercatino natalizio le cui bancarelle offrono ai visitatori addobbi di natale, decorazioni, candele, statuette del presepe, oggetti artigianali, dolciumi e torrone. L'antica Fiera di Santa Lucia è una manifestazione che appartiene alla memoria storica della Città di Bologna, un evento che da generazioni affianca le famiglie nella preparazione al Natale. Le origini di questa Fiera si fanno risalire alla fine del XVI secolo, quando a seguito della donazione di una reliquia di Santa Lucia da parte di Papa Gregorio XIII alla Diocesi di Bologna, sul sagrato della Chiesa dedicata alla Santa (fondata dai Padri Gesuiti in via Castiglione) iniziarono a fiorire attività legate al commercio di icone religiose, in periodi prossimi alle funzioni dedicate alla Santa Patrona del luogo. Già allora venditori ambulanti, attrezzati con ceste, gerle o banchetti proponevano a devoti e passanti incisioni, preghiere e ritratti di santi. Durante il periodo della Controriforma tali attività evolvono proponendo non solo icone su carta, ma sculture di santi, rappresentazioni sacre, Natività realizzate con nuovi materiali quali terracotta, gesso e cartapesta. Grazie a questi artisti-venditori presepi e sacre rappresentazioni iniziarono ad entrare nella case dei Bolognesi, non solo dei nobili e dei borghesi, ma anche delle famiglie di origine più modesta. Lo scioglimento dell'Ordine dei Gesuiti nel 1773 e la venuta di Napoleone nel 1796, cui ebbero seguito incredibili sovvertimenti sociali, portarono alla temporanea sospensione della Fiera. Solo con il ripristino del Governo della Chiesa, dopo la caduta di Napoleone, mercanti e ambulanti si riattivarono per individuare un nuovo luogo dove poter continuare l'attività della Fiera. Fra i vari luoghi cari ai bolognesi fu scelto il portico della Basilica di Santa Maria dei Servi, ovvero la chiesa dove fu trasferita l'effigie votiva di Santa Lucia dopo la chiusura di quella di via Castiglione. Da allora la Fiera divenne un appuntamento annuale che col tempo si arricchì di banchetti di nuovi prodotti quali dolciumi e giocattoli. Dalla metà dell'800 sui banchi di questo mercatino si definisce la tradizione tecnica e iconica dell'arte presepiaria bolognese, caratterizzata non solo dalle figure della sacra rappresentazione, ma da personaggi e luoghi legati alle realtà contadine del territorio locale. Da allora l'antica fiera di santa Lucia preannuncia l'arrivo del Natale riempiendo il portico di Strada Maggiore di luci e di magia: tutt'oggi rimane non solo per i bambini, ma per tutti i bolognesi, uno degli appuntamenti più attesi e amati dell'anno.

Santa Lucia è una delle figure più care della devozione cristiana capracottese; la prima statua della santa era collocata nella chiesa di Sant’Antonio. L’attuale cappella, la cui costruzione è terminata nel 1950, è situata alle falde del Monte Campo, a pochi chilometri da Capracotta. Nel 1948 ad un abitante di Capracotta apparve in sogno Santa Lucia, che gli chiese di costruire una cappella in suo onore sotto le pendici di Monte Campo, a pochi chilometri da Capracotta. Proprio lì, un gruppo di 22 persone decise di costruire la cappella in onore della Santa. Prima della costruzione della cappella, i devoti di Capracotta si recavano in pellegrinaggio presso la Chiesa di S. Lucia di un paese vicino. La cappella fu costruita dalla gente del posto, che contribuì sia con donazioni che col lavoro manuale. In quel luogo non c'era una strada per portare il necessario alla costruzione e tutto il materiale venne portato con muli ed asini. Quando iniziarono i primi lavori, nei pressi dell'angolo destro della facciata, fu trovata una sorgente d'acqua. Fu deviata di circa 30 m ed ancora oggi sgorga dietro all'altare esterno. Per completare la cappella tutto il popolo collaborò, vendendo il raccolto di grano, col cui ricavato fu terminata l’opera nel 1950. La statua di Santa Lucia fu donata nel 1952 e in quell'anno fu organizzata una grande festa. Oggi la festa di santa Lucia si festeggia la terza domenica di agosto ed è preceduta da un triduo in onore alla Santa. I festeggiamenti si aprono con la distribuzione del grano cotto benedetto, simbolo di abbondanza e di pace dopodiché, la sera del sabato, la statua della santa viene prelevata dalla Cappella e portata in processione alla chiesa madre di Capracotta. La processione, lungo la via che conduce dalla cappella al paese, ha sempre qualcosa di strabiliante per via della sentita partecipazione della folla che accompagna la statua, delle macchine che illuminano la notte, della banda, dei bambini che sfilano, delle fiaccole, del sacerdote che scandisce al microfono preghiere e canzoni, della campana che suona a festa. La mattina della domenica la statua della santa viene portata in processione per tutte le vie del paese e la sera della domenica stessa la statua viene riportata nella sua dimora abituale, dove rimarrà per tutto l’anno sotto i rigori dell’inverno capracottese.

In occasione della festa di Santa Lucia del 2015, tenutasi nei giorni dal 20 al 23 agosto, sono giunte a Capracotta, provenienti da Siracusa, anche le Reliquie della santa. Le Reliquie sono state esposte alla Chiesa madre di Capracotta e hanno sfilano in processione, insieme alla statua di Santa Lucia, per le vie del paese.

L'origine della devozione verso santa Lucia a Carlentini può essere ricondotta al periodo della stessa fondazione della città. Infatti gli abitanti di Carlentini il 15 marzo 1621, secondo l'antica usanza di mettere la città sotto la protezione di un santo, scelsero santa Lucia a "patrona protettrice ed avvocata della città" chiedendone la proclamazione ufficiale. Le celebrazioni avvenivano ogni anno nel giorno della Pasqua di resurrezione ma si rivelarono inopportune e il 3 aprile 1842 furono spostate alla Pasqua di Pentecoste. Trent'anni dopo e precisamente il 20 ottobre 1872 il Consiglio deliberò di festeggiare la Patrona la quarta domenica di agosto di ogni anno tradizione rimasta immutata fino ad oggi. Le celebrazioni durano tre giorni ed hanno inizio il sabato con l'esposizione della Sacra Reliquia, un avambraccio d'argento che custodisce un frammento osseo del braccio della santa altre tre reliquie sono presenti all'interno di altrettanti reliquiari, la domenica mattina, alle ore 10.00, dopo la celebrazione della messa, possiamo assistere alla trionfale uscita del venerato simulacro, spinto dai "devoti di santa Lucia", accompagnato dalla Deputazione e dalle autorità civili e militari, seguita dallo sparo dei fuochi d'artificio. Il venerato fercolo rientrerà il lunedì sera alle 24.00. Il lunedì concluderà il giro della città. I festeggiamenti si chiudono con il tradizionale sparo dei fuochi pirotecnici. Il simulacro di santa Lucia è un'opera di probabile manifattura locale. Sull'anno della sua realizzazione si sa poco ma certamente già esisteva nel 1621 anno della proclamazione a Patrona di Carlentini. La struttura è di legno, tela, colla e gesso. Nel secolo scorso il materiale fu impreziosito con l'integrale rivestimento di lamine in oro pregiato e argento, opera di diversi maestri orafi e argentieri della Sicilia. Le 18 stole, che possiede il tesoro della santa, sono impreziosite dei tanti ex voto dal 1630 ad oggi suddivise in ventenni o decenni, oltre i tanti ex voto raffiguranti occhi argentei, e la preziosissima croce pettorale in oro massiccio impreziosita da smeraldi, rubini e diamanti di pregevole fattura donata a fine Ottocento dai Baroni Beneventano della Corte.

A Castelbuono, sulle Madonie, la santa è festeggiata due volte l'anno; l'ultima domenica di settembre ricorre la festa di santa Lucia di Campagna, che si svolge in una chiesetta fuori paese ed è consuetudine preparare sin dalla sera prima la tradizionale cuccia ("zuppa" di cereali) che sarà poi benedetta e distribuita a tutti i presenti; questa festa nacque dopo il ritrovamento del quadro sottoterra e la successiva edificazione della chiesa ad opera dello stesso contadino che lo ritrovò. Ancora oggi il quadro si ritiene miracoloso. Il 13 dicembre, invece, è la congregazione a festeggiare la santa nella chiesa del Rosario. Anche in questa occasione si distribuisce la cuccia e la gente usa non mangiare pane o pasta per tutta la giornata. cibi tipici sono le arancine e le panelle. La santa è invocata contro le malattie degli occhi in particolar modo "l'ugghialoru".

Quando fu eretta la chiesa dedicata a Maria Santissima Immacolata a Catenanuova in provincia di Enna, un manoscritto a firma di don Gioacchino Tornatore in data 10 maggio 1908 narra così:

« La chiesa di sua natura è filiale della maggiore, cosicché il Parroco vi esercita la sua piena giurisdizione, ne amministra personalmente le rendite, si riserva le funzioni più importanti dell'anno come il giorno dell'Immacolata 8 dicembre, quello di san Gaetano il 31 maggio, e quello di santa Lucia il 13 dicembre, le straordinarie solennità. Il cappellano che vi celebra la Messa è coadiutore nato del Parroco per quanto riguarda l'amministrazione dei Sacramenti. »
(Don Gioacchino Tornatore, manoscritto, 1908)
Da questa bolla è possibile capire che il simulacro di santa Lucia è stato acquistato appunto per l'occasione dell'apertura della nuova chiesa, quindi sembra abbastanza verosimile che da quell'anno s'iniziò a celebrare la festa in onore della martire Lucia, anche perché il simulacro in gesso che fino al 2003 si portò in processione, risale al 1908 quindi possiamo dire che la devozione alla santa siracusana arrivò in quell'anno. L'antico simulacro in gesso nel 2004 in occasione del 1700º anniversario dal martirio della santa, è stato sostituito da un altro in legno realizzato su copia della statua di santa Lucia che si conserva a Siracusa, dato che la statua del 1908 dopo il restauro del 2002 ha riportato delle lesioni che non garantivano più le processioni. È da rilevare, che nel medaglione posto al collo della statua di santa Lucia, si conserva una reliquia portata a Catenanuova nel 1750. In suo onore il popolo devoto ancora oggi partecipa al triduo cantato con preghiere e inni in suo onore le quali succedono la festa dell'Immacolata e che si concludono il 13 del mese di dicembre con: alle 9,00 alle 11,00 e alle 17,00 la messa in suo onore, e intorno alle 18,00 con l'uscita dell'artistico simulacro per le vie cittadine, tra fuochi pirotecnici, banda musicale, inni e preghiere.

A Città di Castello, nell'Umbria settentrionale, santa Lucia non esercita nessuna funzione patronale, ma la devozione è molto diffusa e ancora oggi assai popolare. La chiesa intitolata alla santa si trova nel quartiere San Giacomo, nella parte nord del centro storico cittadino. Antica chiesa parrocchiale, nel XV secolo passò a una comunità di Clarisse, che nel secolo successivo si trasferì presso la non lontana chiesa di San Giacomo. Attualmente è inglobata nel complesso della casa madre delle suore Piccole Ancelle del Sacro Cuore, alle quali venne affidata nel 1930. Il motivo della devozione risale al 13 dicembre 1375, quando la città riuscì a recuperare la propria libertà cacciando Gherardo du Puy, abate del monastero benedettino di Marmoutier (Monmaggiore), presso Tours, inviato in Italia da papa Gregorio XI come collettore generale. Per questo motivo il comune di Città di Castello stabilì di onorare annualmente santa Lucia con oblazioni e luminarie. Nel tempo la festa è sempre stata celebrata e nel corso del XX secolo la devozione si è sviluppata a motivo del sorgere di numerose aziende meccaniche, operanti specialmente nel settore della costruzione di macchinari agricoli, le cui maestranze riconoscono santa Lucia come loro patrona. Attualmente il 13 novembre la strada dove si apre la chiesa è illuminata con fiaccole e ospita un piccolo mercato di oggetti in terracotta; nella chiesa sono celebrate numerose messe, una delle quali è presieduta dal vescovo di Città di Castello.

Nel comune pescarese di Collecorvino, una frazione del paese riversa da secoli verso la santa siracusana un immenso e gratificante culto, tanto che la contrada stessa è chiamata "Villa Santa Lucia"; al centro del borgo, si erge la pieve, intitolata alla santa, e ogni seconda domenica di maggio la popolazione si riunisce in preghiera e commemora la sua patrona. I festeggiamenti, allietati dalle tipiche usanze popolari, iniziano con un triduo di preghiera, per poi culminare nel giorno di domenica, quando, dopo la Messa solenne, la statua di santa Lucia va in processione per le vie del borgo, sotto le note della banda paesana. Al termine della processione, i fedeli devoti adorano la reliquia votiva della santa, mentre nel cielo rimbombano squillanti i caratteristici fuochi d'artificio che celebrano il coraggio e la fede di questa straordinaria santa.

Sin dai tempi antichi, nella sola cittadina di Crotone, vi è una particolare tradizione: costruire in ogni quartiere principale della città delle "piramidi" di legno alte anche 15-20 metri alla cui erezione partecipano tutti - bambini e adulti. Tradizione vuole che al vertice di tali torri si collochi una bambola o una croce. Subito dopo il tramonto, intorno le ore 19.00 si assiste alla "vrusciatura" (accensione) di tali torri con grande spettacolo e meraviglia di piccoli e grandi. Una commissione è generalmente presente per premiare la torre più alta e ben fatta. Nel 2002 si è raggiunto un record: 21 torri accese contemporaneamente. Questo antico rito festeggia l’evocazione della luce e sarebbe una reminiscenza dei culti dedicati alla dea romana Lucina e quindi originariamente ad Hera.

Ogni anno, ad Enna si offre omaggio a S. Lucia presso la parrocchia e chiesa di San Tommaso Apostolo. Il 13 dicembre alle ore 5 del mattino la banda cittadina intona marce musicali per le vie della Città, effettuando la tradizionale 'Notturna'. Nel giorno della festa si tengono varie celebrazioni. Dopo la S. Messa delle ore 18,00 viene portato in processione il simulacro di S. Lucia per le vie della città di Enna. Quando la processione arriva al belvedere Marconi vengono sparati giochi pirotecnici. Dopo la processione in piazza San Tommaso viene impartita la benedizione ai fedeli presenti con la reliquia della santa siciliana.

Ad Erchie (BR) si festeggia il secondo giovedì dopo Pasqua, in occasione delle tradizionali "perdonanze" ed il 13 dicembre. Il corpo di santa Lucia fu custodito dai monaci basiliani nella grotta dell'Annunziata durante la deportazione delle spoglie della santa da Siracusa verso Costantinopoli. La leggenda racconta che un pastore vide la sua mucca allontanarsi costantemente dal resto del gregge; un giorno incuriosito la seguì accorgendosi che si abbeverava non lontano; vicino a quella sorgente scorse un'effigie della santa realizzata durante l'epoca della sosta delle spoglie. I fedeli dell'allora "Hercle" vollero costruire una cappella in onore della santa e successivamente una basilica superiore. Il santuario si sviluppa su tre piani. In quello più basso sgorga l'acqua ritenuta da tanti fedeli miracolosa. Molti fedeli accorrono da tutta Italia, generalmente il giovedì, per venerare la santa e approvvigionarsi dell'acqua santa nei tipici "milicchi", per devozione, voto o ringraziamenti per grazie ricevute.

Massaquano è una frazione del comune di Vico Equense, nella città metropolitana di Napoli. La festa della santa è molto sentita i festeggiamenti iniziano con il caratteristico e plurisecolare lancio delle nocciole dal tetto della Cappella omonima. Ogni anno il 12 dicembre, vigilia della festa, alle 15.30 si tiene il tradizionale lancio delle nocciole, precedentemente benedette, adottate a simbolo delle pupille degli occhi, dal tetto della chiesina. Questa tradizione è antichissima come lo è la cappella: anno 1385: tutta affrescata da un allievo di Giotto. Un'altra caratteristica anch'essa rimasta inalterata nei secoli è quella di vedere arrivare i fedeli recando una bottiglia d'olio per accendere la lampada che arde perennemente, ricevendo in cambio un'immagine della santa e un sacchetto di nocciole benedette. Le sante messe iniziano alle 6.00 fino alle 12.00. A sera dopo la messa solenne e panegirico c'è il bacio della reliquia.

A Montemitro (CB) tutto ebbe inizio con l'invasione della penisola Balcanica da parte degli Ottomani nel XVI secolo. Centinaia di profughi, per salvare la propria vita e la propria fede, dalle coste dalmate salparono alla volta delle coste italiane. I territori del Molise, precedentemente colpiti da un grande terremoto e da una terribile peste, necessitavano di manodopera. Rimasti quasi disabitati, i paesi si ripopolarono proprio grazie ai profughi slavi. Intorno al 1520, alcuni di loro, portarono dalla propria terra una piccola statua lignea di santa Lucia, scomparsa alla fine degli anni trenta del secolo scorso. Tali profughi si insediarono in una zona tuttora denominata “Selo” (paese), dove costruirono una chiesa dedicata alla santa, oggi comunemente chiamata "cappella di Santa Lucia" in località Fonte Grande, a circa 3 km dal paese attuale. Molto probabilmente a causa di smottamenti, dal 1702 la colonia slava di "Santa Lucia" si trasferisce sull’attuale colle roccioso di Montemitro. Le tracce del vecchio insediamento restano così, nella nomenclatura del territorio, nel sito dell’attuale Cappella, ma soprattutto nella tradizione orale della popolazione. Intorno al 1930 ad un sordo muto di Montemitro appare la santa che desidera la ricostruzione della propria "dimora". Con l'inizio dei lavori nel 1932 e con i restauri successivi vengono alla luce le fondamenta della vecchia chiesetta e parte di un cimitero. La lunghezza delle ossa delle persone sepolte fa pensare all'altezza della razza slava. Attualmente, la festa di santa Lucia, oltre al 13 dicembre, viene celebrata nella prima domenica dopo Pasqua e nei venerdì del mese di maggio, in modo particolare l'ultimo (festa patronale), per ricordare l'arrivo degli antichi slavi, secondo la tradizione, proprio in un venerdì del mese di maggio. La prima domenica dopo Pasqua, detta “In Albis”, è la cosiddetta “festa della Cappella”, iniziata il 10 aprile 1932. La caratteristica processione, che una volta si faceva portando i dolci, parte dalla chiesa madre e arriva alla Cappellina della santa. Una volta sul posto, dopo aver fatto i tradizionali tre giri intorno alla chiesetta, viene celebrata la messa. Segue il pic-nic generale, durante il quale si fa l’asta dei dolci che ogni famiglia del paese ha preparato con cura. Al termine di tutto, la processione riparte per il paese, sempre dopo aver fatto i classici tre giri intorno alla chiesetta.

A Napoli, nel borgo marinaro di Santa Lucia (al quale fa riferimento la celebre canzone napoletana Santa Lucia) i festeggiamenti cominciano dal sabato precedente il 13, con una processione che porta il busto argenteo della Martire, risultante dalla fusione di diversi ex voto, dal mare fino alla chiesa di Santa Lucia. All'alba del 13 dicembre, lungo l'itinerario verso la chiesa di Santa Lucia viene collocata una batteria di fuochi che precede la processione dei fedeli, i quali recano candele o bengala a simboleggiare la luce della Martire che pervade il buio della notte. Per tutta la giornata del 13 dicembre si tiene Messa ad intervalli di un'ora, fino alle 18:30 quando i festeggiamenti giungono alla conclusione.

A Palermo il 13 dicembre si commemora la fine della carestia del 1646 quando, proprio il giorno di S. Lucia, arrivò in porto un bastimento carico di cereali. Da allora, per commemorare questo miracolo attribuito alla Santa, in questo giorno a Palermo non si mangiano farinacei (principalmente pasta e pane). In questa occasione nelle case palermitane si preparano le classiche arancine, la cuccìa (grano bollito accompagnato da ricotta e cioccolato) e le panelle.

A Palese, centro a 10 km da Bari, la devozione a santa Lucia è particolarmente sentita. La notte tra il 12 e il 13 di dicembre i devoti pongono 13 ceri accesi sui davanzali, sui balconi, in giardino. La tradizione, diffusa anche in centri limitrofi, nasce in questo territorio su influenza della vicina Modugno, centro da cui Palese ha avuto origine, in cui si svolge una processione con una bellissima e imponente immagine della santa martire. Alcuni devoti ripetono il gesto dei ceri anche la sera del giorno 13. Nella chiesa matrice di Palese in serata la festa ha il suo culmine nella celebrazione di una messa solenne. Per tradizione, una famiglia del paese offre alla comunità parrocchiale nei giorni del triduo e della festa, una piccola ma bella immagine della santa, per l'esposizione alla venerazione dei fedeli.

A Paola, cittadina del tirreno cosentino che diede i natali a san Francesco da Paola, patrono della Calabria e della gente di mare, il giorno del 13 dicembre si ricorda santa Lucia preparando la "Cuccìa": una profumatissima cioccolata calda arricchita con grano, noci, scorza d'arancia e chiodi di garofano.Essa va preparata nella serata del 12 dicembre, per far sì che la Santa, nella nottata, lasci la Sua impronta sul mitico dolce. Secondo la tradizione ogni famiglia ne prepara grandi quantità e la scambia con amici e vicini.

La devozione delle popolazioni dell'Altopiano delle Rocche alla santa protettrice della vista, patrona di Rocca di Cambio, si fa risalire al XIII secolo; i festeggiamenti in onore della santa, che richiamano fedeli da tutta la Marsica, hanno luogo durante l'ultimo fine settimana di giugno, anziché nella tradizionale data del 13 dicembre. Lo spostamento della festa al periodo estivo, deciso fin dal 1794, fu una diretta conseguenza dell'estrema rigidità climatica della zona e delle oggettive difficoltà che s'incontravano nello svolgimento della processione lungo l'impervio viottolo, solitamente innevato e ghiacciato, che in meno di due chilometri congiungeva l'abitato di Rocca di Cambio con la chiesa di Santa Lucia. Durante questi tre giorni di festa la chiesa viene riaperta ai fedeli e in essa vengono celebrate le messe, sia tradizionali che salmodiate, officiate in numero adeguato da consentire la partecipazione ai tanti fedeli accorsi.
In paese la festa si protrae per tre giorni con spettacoli pirotecnici, canti folcloristici e sfilate nei tipici costumi abruzzesi. Alla domenica la festa si chiude con la tradizionale processione, che ripercorre da secoli lo stesso viottolo, i fuochi d'artificio che illuminano la notte dell'altopiano e il tradizionale Ballo della Pupazza che si svolge nella piazza principale del paese.

Il culto di santa Lucia venne introdotto nella città di Savoca nel XV secolo, ad opera dei monaci domenicani, i quali, fin dal 1444, risiedevano in un grande convento sito poco fuori le mura cittadine. Gli stessi domenicani, nel 1456, accanto al loro convento, eressero una monumentale chiesa (dedicata alla Martire siracusana) ricca di opere d'arte. Purtroppo, detta chiesa crollò nel 1880 a causa di un grande movimento franoso che rovinò anche il vicino convento e il quartiere circostante. Si pensò allora di trasferire il culto della Santa e le reliquie della distrutta chiesa presso la Chiesa di San Nicolò, che per tale motivo iniziò ad essere nominata "Chiesa di Santa Lucia", appellativo che mantiene ancora oggi.

La festa ha avuto origine nel XVIII secolo è organizzata a cura della Confraternita di Santa Lucia seguendo ancora lo statuto del 1831. Oltre alla tradizionale processione e festa del 13 dicembre, si tiene, in periodo estivo (la seconda domenica di agosto) una festa che rievoca, per le vie del paese, il martirio della santa. Santa Lucia è impersonata da una bambina di origine savocese che, vestita di bianco, viene portata a spalla da un uomo e tiene fra le mani una palma d'argento, simbolo del martirio. Attorno alla bambina (detta "la Lucia") molti personaggi in costume cercano di tentarla. Primo fra tutti il diavolo (u Diavulazzu, detto anche u Virseriu), un uomo vestito di rosso, che indossa un'antica maschera di legno e che brandisce un forcone ricurvo detto "furcedda". La bambina ha una grossa corda legata alla vita e questa corda viene tirata da altri figuranti, vestiti da soldati romani, tradizionalmente chiamati "Giudei"; infine all'altro capo della corda sono legati due buoi. Compito della Lucia è compiere tre volte il giro del paese, accompagnata da tutti questi personaggi, e rimanere immobile di fronte alle tentazioni. Alla fine del percorso la processione si ferma nella piazza principale del paese, dove la bambina scende dalle spalle dell'uomo che la trasportava, si inchina dinanzi al popolo, i buoi vengono sciolti, i giudei si disperdono, e nel paese hanno inizio i festeggiamenti che si concludono con la processione solenne. In tale occasione si porta in processione un preziosissimo simulacro argenteo della Martire siracusana risalente al 1666. La festa di santa Lucia è divenuta negli anni uno dei più importanti appuntamenti turistici dell'antico borgo di Savoca, e attira, oltre agli emigrati che rientrano a casa per le vacanze, anche molti turisti sia italiani che stranieri.

La festa di santa Lucia a Valguarnera Caropepe è da sempre sinonimo di divertimento infantile in quanto fin dai tempi più antichi toccava ai bambini l'importante compito di raccogliere la legna nei boschi o nelle zone di campagna per poi essere trasporta fino alle differenti piazze prescelte del paese. In seguito all'ammucchiamento il legname prende la forma di una piccola montagna. Alla legna viene appiccato il fuoco contemporaneamente allo squillare delle campane della chiesa madre alle otto di sera, quando proprio dalla chiesa uscirà il "quadro". Il quadro altro non è che una immagine di santa Lucia su un foglio di carta; esso viene incollato al "burgio", termine locale per indicare un tronco spesso di paglia posizionato verticalmente il quale, uscito dalla chiesa, viene acceso all'estremità superiore e portato in processione per le vie principali del paese da volontari che lo spingono con la corda oppure da un carro. Il fuoco si spegnerà da solo consumandosi naturalmente. Il secondo atto della festa si svolge il 13 sera quando, sempre dalla chiesa madre, esce la statua della santa che ripercorre le vie seguita a piedi da una numerosa folla di fedeli. Durante questi due giorni di festa è tipica usanza gustare "la cuccia", altro termine locale per indicare un piatto di granuli di frumento cucinati per diverse ore e conditi a loro volta a seconda dei personali gusti. Il piatto cucinato in famiglia non è consumabile nei ristoranti, poiché la ricetta si tramanda di generazione in generazione.

Secondo la tradizione popolare veronese, intorno al XIII secolo, in città, in particolare tra i bimbi, era scoppiata una terribile ed incurabile epidemia di “male agli occhi”. La popolazione decise allora di chiedere la grazia a santa Lucia, con un pellegrinaggio a piedi scalzi e senza mantello, fino alla chiesa di S. Agnese, dedicata anche alla martire siracusana, posta dove oggi c'è la sede del Comune: Palazzo Barbieri. Il freddo spaventava i bambini che non avevano nessuna intenzione di partecipare al pellegrinaggio. Allora i genitori promisero loro che, se avessero ubbidito, la santa avrebbe fatto trovare, al loro ritorno, tanti doni. I bambini accettarono ed iniziarono il pellegrinaggio; poco tempo dopo l'epidemia si esaurì. Da quel momento è rimasta la tradizione di portare in chiesa i bambini, per la benedizione degli occhi, il 13 dicembre e ancora oggi, la notte del 12 dicembre, i bambini aspettano l'arrivo di S. Lucia che porta loro gli attesi regali in sella ad un asinello accompagnata dal Castaldo, l'aiutante. Si lascia un piatto sul tavolo con del cibo con cui ristorare sia lei che l'asinello prima di andare a dormire. In quella sera i bambini vanno a letto presto e chiudono gli occhi, nel timore che la santa, trovandoli ancora svegli, li accechi con la cenere. La mattina dopo, Lucia fa trovare loro il piatto colmo di dolci, fra cui le immancabili “pastefrolle di santa Lucia”, di varia forma (stella, cavallino, cuore…), nonché l'altrettanto immancabile "ghiaia dell'Adige" ed il "carbone dolce" per i bambini "cattivi". Le formine delle frolle scacciano il male e sono di buon auspicio. Dal secolo scorso si è sviluppata, per l'occasione la tradizionale grande fiera, che ancora oggi si tiene nei tre giorni precedenti il 13 dicembre, in una piazza Bra' riempita dai “bancheti de Santa Lussia”, ricchi di giocattoli e dolci di ogni tipo. Per sottolineare questo tradizionale giorno di festa per la città di Verona, su esempio del Teatro alla Scala, la sera del 13 dicembre si celebra ogni anno "La Prima", lo spettacolo inaugurale della stagione invernale di opera al Teatro Filarmonico. In quest'occasione l'entrata del pubblico della platea e dei palchi al teatro avviene dal Museo Lapidario Maffeiano.

A Savignano sul Rubicone e a Forlì la festa di santa Lucia dà luogo a una fiera nel centro cittadino, fiera dedicata in primo luogo a torroni, croccanti, altri dolciumi e giocattoli: qui, infatti, la tradizione dei doni di santa Lucia assume una veste particolare, che riguarda non tanto i bambini quanto le ragazze, a cui soprattutto, in questa occasione, si regala del torrone.


In Svezia Lucia è molto venerata, sia dalla chiesa cattolica, che da quella luterana. I bambini preparano biscotti e dolciumi (tra questi, delle focaccine allo zafferano e all'uvetta chiamate lussekatter) a partire dal 12 dicembre. La mattina del 13, la figlia maggiore della famiglia si alza ancor prima dell'alba e si veste con un lungo abito bianco legato in vita da una cintura rossa; la testa è ornata da una corona di foglie e da sette candele utili per vedere chiaramente nel buio. Le sorelle, che indossano una camicia bianca, simboleggiano le stelle. I maschi indossano cappelli di paglia e portano lunghi bastoni decorati con stelline. La bambina vestita come santa Lucia sveglia gli altri membri della famiglia e serve loro i biscotti cucinati il giorno precedente.

Nel paese scandinavo è diffusa una tradizionale canzone di santa Lucia (Luciasången) che non è altro che la celebre "santa Lucia" napoletana adattata con un testo in lingua svedese. In diverse città alcune bambine sfilano vestite come santa Lucia intonando il Luciasången di casa in casa.

Ogni anno viene eletta la Lucia di Svezia che raggiungerà la città siciliana di Siracusa per partecipare alla processione dell'ottava, in cui il simulacro di santa Lucia viene ricondotto in Duomo.

La figura di santa Lucia, nel corso dei secoli, è stata fonte di ispirazione non soltanto sul piano strettamente religioso e teologico, ma anche artistico, e soprattutto letterario. Essa ha trovato spazi sia nella letteratura colta che in quella legata alla tradizione popolare, di questo o quell'ambiente in cui si è, in varia misura, radicato il culto verso la martire siracusana.

Nell'ambito della tradizione letteraria propriamente detta, la figura della santa ispirò Dante Alighieri. Il poeta nel Convivio afferma di aver subìto in gioventù una lunga e pericolosa alterazione agli occhi a causa delle prolungate letture (Convivio, III-IX, 15), ottenendo poi guarigione per intercessione della santa siracusana. Gratitudine, speranza e ammirazione indussero quindi il sommo poeta ad attribuirle un ruolo fondamentale non soltanto nella sua vicenda personale, ma anche, allegoricamente e simbolicamente, in quella dell'umanità intera nel suo viaggio oltremondano descritto nella Divina Commedia.

Secondo Salvatore Greco Santa Lucia, nelle tre cantiche, diventa il simbolo della "grazia illuminante", per la sua adesione al Vangelo sino al sacrificio di sé, dunque "via", strumento per la salvezza eterna di ogni uomo, oltre che del Dante personaggio e uomo.

Questa interpretazione religiosa della personalità storica della vergine siracusana, quale santa che illumina il cammino dell'uomo nella comprensione del Vangelo e nella fede in Cristo, risale già ai primi secoli della diffusione del suo culto. Così, infatti, l'hanno esaltata, promuovendone la devozione, papa Gregorio I, Giovanni Damasceno, Aldelmo di Malmesbury e tanti altri. Ed è a questa interpretazione della figura di santa Lucia, che si collega Dante, in aspra e aperta polemica con il contesto storico di decadenza morale, politica, civile del suo tempo; tema, peraltro, di fondo che percorre tutta l'opera dalla "selva oscura" all'ascesa verso l'"Empireo".

Se esaminiamo con attenzione la figura della martire nella Divina Commedia, si scorge in Lei un personaggio che ci appare vivo e reale nel coniugare in sé qualità celestiali e umane allo stesso tempo. È creatura celeste e umana; quando su invito di Maria scende dall'Empireo, per avvertire Beatrice dello smarrimento di Dante e del conseguente pericolo che incombe su di lui:

« Questa chiese Lucia in suo dimando / e disse: Or ha bisogno il tuo fedele / di te, ed io a te lo raccomando. / Lucia, nimica di ciascun crudele, / si mosse... »
(Dante Alighieri, Inferno II, 92-96)
A questo punto la santa si rivolge a Beatrice, la donna amata dal poeta, invitandola a soccorrere Dante personaggio prima che sia troppo tardi:

« Beatrice, loda di Dio vera, / ché non soccorri quei che t'amò tanto, / ch'uscì per te de la volgare schiera? / Non odi tu pietà del suo pianto? / Non vedi tu la morte che 'l combatte / Su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? »
(Inferno II, 103-108)
E ancora, nel 2º regno oltremondano, il Purgatorio, santa Lucia è creatura umana, materna nel prendere Dante assopito, dopo un colloquio con illustri personaggi in una località amena (la "Valletta dei Principi"), ed a condurlo alla porta d'ingresso del Purgatorio:

« Venne una donna e disse: I' son Lucia / lasciatemi pigliar costui che dorme; / sì l'agevolerò per la sua via »
(Purgatorio, IX, 55-57)
E così, dopo averlo aiutato ad intraprendere il difficile cammino di salvezza, a seguito dello smarrimento nella "selva oscura", lo mette in condizione di intraprendere il percorso della purificazione dei propri peccati. Anche qui Dante personaggio, per influsso senz'altro del Dante autore e uomo a lei "fedele", accenna ancora una volta alla luminosa bellezza degli occhi della martire, non senza rimandi simbolici:

« Qui ti posò ma pria mi dimostraro / li occhi suoi belli quella intrata aperta: / poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro »
(Purgatorio IX, 61-63)
Infine, la vergine siracusana è spirito celeste, quando al termine del viaggio ultraterreno, nel Paradiso, Dante personaggio su indicazione di S. Bernardo, la rivede nel primo cerchio dell'Empireo, accanto a sant'Anna e a san Giovanni Battista, nel trionfo della Chiesa da lei profetizzato durante il martirio:

« Di contr' a Pietro vedi sedere Anna, / tanto contenta di mirar sua figlia / che non move occhio per cantare osanna. / E contro al maggior padre di famiglia / siede Lucia, che mosse la tua donna, / quando chinavi, a ruinar, le ciglia »
(Paradiso, XXXII, 133-138)
Dante, raggiunta la pienezza della sua ascesa, associa questa volta significativamente la figura di S. Lucia a quella della Madre di Maria, S. Anna, collocandola di fronte ad Adamo, il capostipite del genere umano. Maria, Beatrice, Lucia sono le tre donne che hanno permesso, per volere divino, questo cammino di redenzione al personaggio Dante, ma tra di esse, la vergine siracusana rappresenta per il sommo poeta, l'ineludibile anello di congiunzione (e quindi il superamento) fra l'esperienza terrena del peccato e il provvidenziale cammino ascetico-contemplativo dell'esperienza oltremondana.



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domenica 6 dicembre 2015

SAN NICOLA



La sera del 5 dicembre i bambini dell'Italia Settentrionale mettono sul davanzale calze e scarpe. Nelle strade, le vetrine piene di giocattoli, libri, dolci, splendono di addobbi... Nella notte "San Nicolò" distribuirà tutte quelle belle cose nelle calzature dei bambini buoni, come fa la Befana a gennaio. San Nicola, si racconta, venne a sapere che tre povere bambine della sua città, sarebbero state vendute come schiave, perché la famiglia non poteva assegnare loro una dote con la quale, divenute grandi, si sarebbero potute sposare. Allora il vescovo andò solo nella notte, fino alla casa delle povere bambine e posò sulla finestra tre sacchetti pieni d'oro.

Il suo amore per i piccoli é ricordato anche da un miracolo: resuscitò tre bambini durante le persecuzioni degli ariani.

San Nicola di Bari, noto anche come san Nicola di Myra, san Nicola dei Lorenesi, san Nicola Magno, san Niccolò e san Nicolò nacque probabilmente a Pàtara di Licia, fra il 261 ed il 280, da Epifanio e Giovanna che erano cristiani e benestanti. Cresciuto in un ambiente di fede cristiana, perse, secondo le fonti più diffuse, prematuramente i genitori a causa della peste. Divenne così erede di un ricco patrimonio che distribuì tra i poveri e perciò ricordato come grande benefattore.

In seguito lasciò la sua città natale e si trasferì a Myra dove venne ordinato sacerdote. Alla morte del vescovo metropolita di Myra, venne acclamato dal popolo come nuovo vescovo. Imprigionato ed esiliato nel 305 durante la persecuzione di Diocleziano, fu poi liberato da Costantino nel 313 e riprese l'attività apostolica.

Non è certo che sia stato uno dei 318 partecipanti al Concilio di Nicea del 325: secondo la tradizione, comunque, durante il concilio avrebbe condannato duramente l'Arianesimo, difendendo l'ortodossia, ed in un momento d'impeto avrebbe preso a schiaffi Ario. Gli scritti di Andrea di Creta e di Giovanni Damasceno confermerebbero la sua fede radicata nei principi dell'ortodossia cattolica. Ottenne dei rifornimenti durante una carestia a Myra e la riduzione delle imposte dall'Imperatore.

San Nicola è uno dei santi più venerati ed amati al mondo. Egli è certamente una delle figure più grandi nel campo dell’agiografia. Tra il X e il XIII secolo non è facile trovare santi che possano reggere il confronto con lui quanto a universalità e vivacità di culto.
Ogni popolo lo ha fatto proprio, vedendolo sotto una luce diversa, pur conservandogli le caratteristiche fondamentali, prima fra tutte quella di difensore dei deboli e di coloro che subiscono ingiustizie. Egli è anche il protettore delle fanciulle che si avviano al matrimonio e dei marinai, mentre l’ancor più celebre suo patrocinio sui bambini è noto soprattutto in Occidente.

Prima dell’VIII secolo nessun testo parla del luogo di nascita di Nicola. Tutti fanno riferimento al suo episcopato nella sede di Myra, che appare così come la città di San Nicola. Il primo a parlarne è Michele Archimandrita verso il 710 d. C., indicando in Patara la città natale del futuro grande vescovo. Il modo semplice e sicuro con cui riporta la notizia induce a credere che la tradizione orale al riguardo fosse molto solida.
Di Patara parla anche il patriarca Metodio nel testo dedicato a Teodoro e ne parla il Metafraste. La notizia pertanto può essere accolta con elevato grado di probabilità.

Di S. Nicola di Bari, si sa ben poco della sua infanzia. Le fonti più antiche non ne fanno parola. Il primo a parlarne è nell’VIII secolo un monaco greco (Michele Archimandrita), il quale, spinto anche dall’intento edificante, scrive  che Nicola sin dal grembo materno era destinato a santificarsi. Sin dall’infanzia dunque avrebbe cercato di mettere in pratica le norme che la Chiesa suggerisce a chi si avvia alla vita religiosa.
Nicola nacque nell’Asia Minore, quando questa terra, prima di essere occupata dai Turchi, era di cultura e lingua greca. La grande venerazione che nutrono i russi verso di lui ha indotto alcuni in errore, affermando che sarebbe nato in Russia. Non è mancato chi lo facesse nascere nell’Africa, a motivo del fatto che a Bari si venerano alcune immagini col volto del Santo piuttosto scuro (“S. Nicola nero”). In realtà, Nicola nacque intorno all’anno 260 dopo Cristo a Patara, importante città marittima della Licia, penisola della costa meridionale dell’Asia Minore (oggi Turchia). Nel porto di questa città aveva fatto scalo anche S. Paolo in uno dei suoi viaggi.
Il fatto che l’Asia Minore fosse di lingua e cultura greca, sia pure all’interno dell’Impero Romano, fa sì che Nicola possa essere considerato “greco”. Il suo nome, Nikòlaos, significa popolo vittorioso, e, come si vedrà, il popolo avrà uno spazio notevole nella sua vita.
Da alcuni episodi (dote alle fanciulle, elezione episcopale) si potrebbe dedurre che i genitori, di cui non si conoscono i nomi, fossero benestanti, se non proprio aristocratici. In alcune Vite essi vengono chiamati Epifanio e Nonna (talvolta Teofane e Giovanna), ma questi, come vari altri episodi, si riferiscono ad un monaco Nicola vissuto (480-556) due secoli dopo nella stessa regione. Questo secondo Nicola, nato a Farroa, divenne superiore del monastero di Sion e poi vescovo di Pinara (onde è designato anche come Sionita o di Pinara).
Amante del digiuno e della penitenza, quando era ancora in fasce, Nicola era già osservante delle regole relative al digiuno settimanale, che la Chiesa aveva fissato al mercoledì ed al venerdì. Il suddetto monaco greco narra che il bimbo succhiava normalmente il latte dal seno materno, ma che il mercoledì ed il venerdì, proprio per osservare il digiuno, lo faceva soltanto una volta nella giornata.
Man mano che il bimbo cresceva, dava segni di attaccamento alle virtù, specialmente alla virtù della carità. Egli rifuggiva dai giochi frivoli dei bambini e dei ragazzi, per vivere più rigorosamente i consigli evangelici. Molto sensibile era anche nella virtù della castità, per cui, laddove non era necessario, evitava di trascorrere il tempo con bambine e fanciulle.

Carità e castità sono le due virtù che fanno da sfondo ad uno egli episodi più celebri della sua vita. Anzi, a questo episodio si sono ispirati gli artisti, specialmente occidentali, per individuare il simbolo che caratterizza il nostro Santo. Quando si vede, infatti, una statua o un quadro raffigurante un santo vescovo dell’antichità è facile sbagliare sul chi sia quel santo (Biagio, Basilio, Gregorio, Ambrogio, Agostino, e così via). Ed effettivamente anche in libri di alta qualità artistica si riscontrano spesso di questi errori. Il devoto di S. Nicola  ha però un segno infallibile per capire se si tratta di S. Nicola o di uno fra questi altri santi. Un vescovo che ha in mano o ai suoi piedi tre palle d’oro è sicuramente S. Nicola, e non può essere in alcun modo un altro Santo. Le tre palle d’oro sono infatti una deformazione artistica dei sacchetti pieni di monete d’oro, che sono al centro di questa storia.
L’episodio si svolge a Mira, città marittima ad un centinaio di chilometri da Patara, ove probabilmente Nicola con i suoi genitori si era trasferito. Secondo alcune versioni i suoi genitori erano morti ed egli era divenuto un giovane pieno di speranze e di mezzi. Secondo altre, i genitori erano ancora vivi e vegeti e Nicola dipendeva ancora da loro. Quale che sia la verità, alle sue orecchie giunse voce che una famiglia stava attraversando un brutto momento. Un signore, caduto in grave miseria, disperando di poter offrire alle figlie un decoroso matrimonio, aveva loro insinuato l’idea di prostituirsi allo scopo di raccogliere il denaro sufficiente al matrimonio.
Alla notizia di un tale proposito, Nicola decise di intervenire, e di farlo secondo il consiglio evangelico: non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra. In altre parole, voleva fare un’opera di carità, senza che la gente lo notasse e lo ammirasse. La sua virtù doveva essere nota solo a Dio, e non agli uomini, in quanto se fosse emersa e avesse avuto gli onori degli uomini, avrebbe perduto il merito della sua azione. Decise perciò di agire di notte. Avvolte delle monete d’oro in un panno, uscì di casa e raggiunse la dimora delle infelici fanciulle. Avvicinatosi alla finestra, passò la mano attraverso l’inferriata e lasciò cadere il sacchetto all’interno. Il rumore prese di sorpresa il padre delle fanciulle, che raccolse il denaro e con esso organizzò il matrimonio della figlia maggiore.
Vedendo che il padre aveva utilizzato bene il denaro da lui elargito, Nicola volle ripetere il gesto. Si può ben immaginare la gioia che riempì il cuore del padre delle fanciulle. Preso dalla curiosità aveva cercato invano, uscendo dalla casa, di individuare il benefattore. Con le monete d’oro, trovate nel sacchetto che Nicola aveva gettato attraverso la finestra, poté fare realizzare il sogno della seconda figlia di contrarre un felice matrimonio.
Intuendo la possibilità di un terzo gesto di carità, nei giorni successivi il padre cercò di dormire con un occhio solo. Non voleva che colui che aveva salvato il suo onore restasse per lui un perfetto sconosciuto. Una notte, mentre ancora si sforzava di rimanere sveglio, ecco il rumore del terzo sacchetto che, cadendo a terra, faceva il classico rumore tintinnante delle monete. Nonostante che il giovane si allontanasse rapidamente, il padre si precipitò fuori riuscendo ad individuarne la sagoma. Avendolo rincorso, lo raggiunse e lo riconobbe come uno dei suoi vicini. Nicola però gli fece promettere di non rivelare la cosa a nessuno. Il padre promise, ma a giudicare dagli avvenimenti successivi, con ogni probabilità non mantenne la promessa. E la fama di Nicola come uomo di grande carità si diffuse ancor più nella città di Mira.

Intorno all’anno 300 dopo Cristo, anche se il cristianesimo non era stato legalizzato nell’Impero e non esistevano templi cristiani, le comunità che si richiamavano all’insegnamento evangelico erano già notevolmente organizzate. I cristiani si riunivano nelle case di aristocratici che avevano abbracciato la nuova fede, e quelle case venivano chiamate domus ecclesiae, casa della comunità. Per chiesa infatti si intendeva la comunità cristiana. E questa comunità partecipava attivamente all’elezione dei vescovi, cioè di quegli anziani addetti alla cura e all’incremento della comunità nella fede e nelle opere. Questi divenivano capi della comunità e la rappresentavano nei concili, cioè in quelle assemblee che avevano il compito di analizzare e risolvere i problemi, e quindi di varare norme che riuscissero utili ai cristiani di una o più province.
Solitamente erano eletti dei presbiteri (sacerdoti), laici che abbandonavano lo stato laicale per consacrarsi al bene della comunità. L’imposizione delle mani da parte dei vescovi dava loro la facoltà di celebrare l’eucarestia, e questo li distingueva dai laici. Non mancano però casi, e Nicola è uno di questi, in cui l’eletto non è un presbitero, ma un laico. Il che non significa che passava direttamente al grado episcopale, ma che in pochi giorni gli venivano conferiti i vari ordini sacri, fino al presbiterato che apriva appunto la via all’episcopato.
In questo contesto ebbe luogo l’elezione di Nicola, che lo scrittore sacro descrive in una cornice che ha del miracoloso. Essendo morto il vescovo di Mira, i vescovi dei dintorni si erano riuniti in una domus ecclesiae per individuare il nuovo vescovo da dare alla città. Quella stessa notte uno di loro ebbe in sogno una rivelazione: avrebbero dovuto eleggere un giovane che per primo all’alba sarebbe entrato in chiesa. Il suo nome era Nicola. Ascoltando questa visione i vescovi compresero che l’eletto era destinato a grandi cose e, durante la notte, continuarono a pregare. All’alba la porta si aprì ed entrò Nicola. Il vescovo che aveva avuto la visione gli si avvicinò e chiestogli come si chiamasse, lo spinse al centro dell’assemblea e lo presentò agli astanti. Tutti furono concordi nell’eleggerlo e nel consacrarlo seduta stante vescovo di Mira.
L’episodio forse avvenne diversamente, anche perché, come si è detto, all’elezione dei vescovi partecipava sempre il popolo. Ma l’agiografo, vissuto in un’epoca in cui i vescovi avevano un potere più autonomo rispetto al laicato, narrando così l’episodio intendeva esprimere due concetti: Nicola fu fatto vescovo da laico e la sua elezione era il risultato non di accordi umani, ma soltanto della  volontà di Dio.

Nel 303 d.C. l’imperatore Diocleziano mise fine alla sua politica di tolleranza verso i cristiani e scatenò una violenta persecuzione. Questa durò un decennio, anche se i momenti di crudeltà si alternarono con momenti di pausa. Nel 313 gli imperatori Costantino e Licinio a Milano si accordarono sulle sfere di competenza, prendendosi il primo l’occidente, il secondo l’oriente. Essi emanarono anche l’editto che dava libertà di culto ai cristiani. Sei anni dopo (319), in contrasto con la politica costantiniana filocristiana, Licinio riaprì la persecuzione contro i cristiani.
Nelle fonti nicolaiane antiche (anteriori al IX secolo) non si trova alcun riferimento alla persecuzione. Considerando però che il vescovo di Patara Metodio affrontò coraggiosamente la morte, sembra probabile che anche il nostro Santo abbia dovuto patire il carcere ed altre sofferenze, non ultima quella di vedere il suo gregge subire tanti patimenti.  
Alcuni scrittori, come il Metafraste verso il 980 d.C., specificavano che Nicola aveva sofferto la persecuzione di Diocleziano, finendo in carcere. Qui, invece di abbattersi, il santo vescovo avrebbe sostenuto ed incoraggiato i fedeli a resistere nella fede e a non incensare gli dèi. Il che avrebbe spinto il preside della provincia a mandarlo in esilio. Autori successivi hanno voluto posticipare la persecuzione patita da Nicola, individuandola in quella di Licinio, piuttosto che in quella di Diocleziano. Ciò per ovviare al fatto che durante la persecuzione Nicola era già vescovo e, secondo loro,  sarebbe stato consacrato vescovo fra il 308 ed il 314.
Lo storico bizantino Niceforo Callisto, per rendere più viva l’impressione di un Nicola vicino al martirio e con i segni delle torture ancora nelle carni, scriveva: Al concilio di Nicea molti splendevano di doni apostolici. Non pochi, per essersi mantenuti costanti nel confessare la fede, portavano ancora nelle carni le cicatrici e i segni, e specialmente fra i vescovi, Nicola vescovo dei Miresi, Pafnuzio e altri.

L’imperatore Costantino, con la sua politica a favore dei cristiani, il 23 giugno dell’anno 318 emanava un editto col quale concedeva a coloro che erano stati condannati dalle normali magistrature di presentare appello al vescovo. Ma, mentre la Chiesa con simili provvedimenti si rafforzava nella società pagana, ecco che un’opinione intorno alla natura di Gesù Cristo come Figlio di Dio (se uguale o inferiore a quella del Padre) suscitò una polemica tale da spaccare l’impero in due partiti contrapposti. A scatenare lo scisma fu il prete alessandrino Ario (256-336), coetaneo di S. Nicola. Per risolvere la questione e riportare la pace l’imperatore convocò la grande assemblea (concilio) a Nicea nel 325.
Data l’ubicazione in Asia Minore ben pochi furono i vescovi occidentali che vi presero parte, mentre quelli orientali furono quasi tutti presenti. Qualcuno ha voluto mettere in dubbio la partecipazione di Nicola a questo primo ed importantissimo concilio ecumenico. Ma se è vero che il suo nome (come quello di S. Pafnuzio) non compare in diverse liste, è anche vero che compare in quella redatta da Teodoro il Lettore verso il 515 d.C., ritenuta autentica dal massimo studioso di liste dei padri conciliari (Edward Schwartz).
Una delle preghiere più note della liturgia orientale si rivolge a Nicola con queste parole: O beato vescovo Nicola, tu che con le tue opere ti sei mostrato al tuo gregge come regola di fede (kanòna pìsteos) e modello di mitezza e temperanza, tu che con la tua umiltà hai raggiunto una gloria sublime e col tuo amore  per la povertà le ricchezze celesti, intercedi presso Cristo Dio per farci ottenere la salvezza dell’anima.
Questa antica preghiera viene solitamente collegata proprio al ruolo svolto da Nicola al concilio di Nicea. Alla carenza di documentazione sulle sue azioni a Nicea suppliscono alcune leggende, la più nota delle quali (attribuita in verità anche a S. Spiridione) è quella del mattone. Dato che a provocare lo scisma era stato Ario, che non ammetteva l’uguaglianza di natura fra il Dio creatore e Gesù Cristo, il problema consisteva nel dimostrare come fosse possibile la fede in un solo Dio se anche Cristo era Dio. Considerando poi che la formula battesimale inseriva anche lo Spirito Santo, Nicola si preoccupò di dimostrare la possibilità della coesistenza di tre enti in uno solo. Preso un mattone, ricordò agli astanti la sua triplice composizione di terra, acqua e fuoco.  Il che stava a significare che la divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo non intaccava la verità fondamentale che Dio è uno. Mentre illustrava questa verità, ecco che una fiammella si levò dalle sue mani, alcune gocce caddero a terra e nelle sue mani restò soltanto terra secca.
Ancor più nota a livello popolare è la leggenda dello schiaffo ad Ario, legata all’usanza dei pittori di raffigurare agli angoli in alto il Cristo e la Vergine in atto di dare l’uno il vangelo l’altra la stola. Secondo questa leggenda Nicola, acceso di santo zelo, udendo le bestemmie di Ario che si ostinava a negare la divinità di Cristo, levò la destra e gli diede uno schiaffo. Essendo stata riferita la cosa a Costantino, l’imperatore ne ordinò la carcerazione, mentre i vescovi lo privavano dei paramenti episcopali. I carcerieri dal canto loro lo insultavano  e beffeggiavano in vari modi. Uno di loro giunse anche a bruciargli la barba. Durante la notte Nicola ebbe la visita di Cristo e della Madonna che gli diedero il vangelo (segno del magistero episcopale) e la stola o omophorion (segno del ministero sacramentale). Quando andò per celebrare la messa, indotto da spirito di umiltà, Nicola evitò di indossare i paramenti vescovili, ma alle prime sue parole ecco scendere dal cielo la vergine con la stola e degli angeli con la mitra. Ed appena terminata la celebrazione ecco rispuntargli folta la barba che la notte precedente i carcerieri gli avevano bruciata.
Queste però sono tutte leggende posteriori, poiché, a parte la sua presenza in quel concilio (sull’autorità di Teodoro il Lettore ed alcune liste del VII-VIII secolo), non si sa nulla di ciò che fece Nicola a quel concilio. Certo è che fu dalla parte di Atanasio e dell’ortodossia, altrimenti la liturgia non l’avrebbe chiamato regola di fede.

Il silenzio degli antichi scrittori sul ruolo di Nicola a quel concilio si spiega forse col fatto che Nicola ebbe un atteggiamento diverso da quello del capo del partito cattolico ortodosso, Atanasio di Alessandria. Pur avendo un carattere altrettanto energico, Nicola era più sensibile alla ricomposizione dell’armonia nella Chiesa. Non si fermava come Atanasio alla difesa ad oltranza delle fede, ma tentava anche tutte le vie per riportare gli erranti (eretici) nel grembo della Chiesa. Un atteggiamento che dovette apparire ad Atanasio come troppo incline al compromesso, e di conseguenza non degno di essere ricordato fra i difensori della fede. Questa “damnatio memoriae” da parte di Atanasio (che pure menziona molti vescovi) si spiega anche col fatto che quasi certamente Nicola militava politicamente nel “partito” opposto. Mentre infatti Atanasio parla di Ablavio, prefetto di Costantino, come “amato da Dio”, l’antico biografo di Nicola lo definisce “perverso e malvagio” (come ritiene anche il grande storico Eusebio di Cesarea e tutti gli storici pagani). Né la cosa deve sorprendere più di tanto. Anche oggi infatti persone degnissime militano politicamente su versanti opposti.
Che in S. Nicola si incontrassero il grande amore per la retta fede col grande amore dell’armonia nella Chiesa, è testimone S. Andrea di Creta, il quale scrive: Come raccontano, passando in rassegna i tralci della vera vite, incontrasti quel Teognide di santa memoria, allora vescovo della Chiesa dei Marcianisti. La disputa procedette in forma scritta fino a che non lo convertisti e riportasti all’ortodossia. Ma poiché fra voi due era forse intervenuta una sia pur minima asprezza, con la tua voce sublime citasti quel detto dell’Apostolo  dicendo: “Vieni, riconciliamoci, o fratello, prima che il sole tramonti sulla nostra ira”.
Nonostante il riferimento ai Marcianisti (talvolta è scritto Marcioniti), il vescovo Teognide è quasi certamente il vescovo di Nicea al tempo del Concilio di cui si è parlato. Simpatizzante dell’eretico Ario, Teognide si lasciò tuttavia convincere e alla fine firmò gli atti del concilio. Quasi certamente Nicola si era messo in contatto con lui già in precedenza e dovette avere un certo ruolo nel farlo decidere a firmare gli atti. In realtà Teognide successivamente non mutò atteggiamento verso Atanasio, che continuò ad avversare decisamente. Dopo un esilio di tre anni in Gallia, al ritorno continuò a criticare il termine “consustanziale” col quale Atanasio e la Chiesa definivano il rapporto fra Padre e Figlio. Nel 336 contribuì a fare esiliare S. Atanasio.
Come si può vedere, l’antichità cristiana non fa eccezione. Anche all’interno di sostenitori della retta fede si formarono “partiti” diversi. Il che comportò persino giudizi contrapposti sul piano della spiritualità. E’ il caso di Teognide, da S. Andrea di Creta ritenuto di “santa memoria”, da altri pur sempre un eretico. Ed è il caso di Teodoreto (storico della Chiesa), dalla chiesa greca considerato un eresiarca, dalla russa un “beato” (blažennyj). Ed è pure il caso del patriarca Anastasio (729-752), dalla chiesa latina ritenuto un iconoclasta, da quella greca “di santa memoria” perché pentito, dopo essere stato salvato proprio da S. Nicola dall’annegamento.



Costantino aveva lasciato libertà di culto ai pagani, tuttavia è chiaro che almeno a partire dal 318, coi poteri giurisdizionali ai vescovi, i cristiani ebbero uno spazio privilegiato all’interno dell’impero. Non pochi vescovi, e sembra che Nicola sia stato fra di essi, si impegnarono per quanto possibile a cancellare dalle loro città i segni della religione pagana fino ad abbattere alcuni templi. La tradizione ci fa vedere Nicola impegnato in tal senso. Andrea di Creta nel suo celebre Encomio di S. Nicola, rivolgendosi al nostro Santo esclama: Hai dissodato, infatti,  i campi spirituali di tutta la provincia della Licia, estirpando le spine dell’incredulità. Con i tuoi insegnamenti hai abbattuto altari di idoli e luoghi di culto di dèmoni abominevoli e al loro posto hai eretto chiese a Cristo. Pur rimanendo molto vicino al testo di Andrea, Michele Archimandrita, “concretizzava” l’opera di Nicola facendo riferimento non alle armi della parola e dell’insegnamento, ma a vere e proprie spranghe di ferro per abbattere il tempio di Diana, che si ergeva imponente. Era questo il maggiore di tutti i templi sia per altezza che per varietà di decorazioni, oltre che per presenza di demoni.
Che Michele Archimandrita si fosse documentato su fonti miresi dirette è dimostrato proprio da queste sue parole. Se non avesse fatto ricorso a tali documenti difficilmente avrebbe potuto sapere di questo ruolo preminente del tempio di Diana. Dopo recenti scavi archeologici è risultato infatti che nel 141 questo tempio era stato restaurato ed ampliato dal mecenate licio Opramoas di Rodiapoli. Una conferma, questa, che quanto dice il monaco Michele riflette i racconti che si narravano a Mira nell’VIII secolo.
E’ probabile che la verità sia quella di Andrea di Creta, che ci mostra un Nicola che abbatte il paganesimo con le armi della parola. Tuttavia, a giudicare dal carattere energico del vescovo di Mira (dimostrato in altre occasioni), non è impossibile che sia avvenuto secondo il racconto dell’Archimandrita. Ciò che li accomuna, ed era una credenza molto diffusa a livello popolare, è il particolare dei demoni che abitavano in questi templi pagani, per cui quando questi venivano demoliti, i demoni venivano a trovarsi senza un tetto ed erano costretti a cercarsi altre dimore.

Il santo vescovo era impegnato però non soltanto nella diffusione della verità evangelica, ma anche nell’andare incontro alle necessità dei poveri e dei bisognosi. La parola della fede era seguita dalla messa in pratica della carità.
Al tempo del suo episcopato mirese scoppiò una grave carestia, che mise in ginocchio la popolazione. Pare che Nicola prendesse varie iniziative per sovvenire ai bisogni del suo gregge, e l’eco di queste attraversò i secoli, rimanendo nella memoria dei Miresi. Una leggenda lo vede apparire in sogno a dei mercanti della Sicilia, suggerendo loro un viaggio sino alla sua città per vendere il grano, ed aggiungendo che lasciava loro una caparra. Quando i mercanti si resero conto di aver avuto la stessa visione e trovarono effettivamente la caparra, subito fecero vela per Mira e rifornirono la popolazione di grano.
Ancor più noto è l’episodio delle navi che da Alessandria d’Egitto fecero sosta nel porto di Mira. Nicola accorse e, salito su una delle navi, chiese al capitano di sbarcare una certa quantità di grano. Quello rispose che era impossibile, essendo quel grano destinato all’imperatore ed era stato misurato nel peso. Se fosse stato notato l’ammanco avrebbe potuto passare i guai suoi. Nicola gli rispose che si sarebbe addossato la responsabilità, e alla fine riuscì a convincerlo. Il frumento fu scaricato e la popolazione trovò grande sollievo, non solo perché si procurò il pane necessario, ma anche perché arò i terreni e seminò il grano che restava e poté raccoglierlo anche negli anni successivi. Quanto alle navi “alessandrine”, queste giunsero a Costantinopoli e, come il capitano aveva temuto, il tutto dovette passare per il controllo del peso. Quale non fu la sua gioia e meraviglia quando vide che il peso non era affatto diminuito, ma era risultato lo stesso della partenza delle navi da Alessandria.
Questo miracolo è all’origine non solo di tanti quadri che lo raffigurano, ma anche di tante tradizioni popolari legate al pane di S. Nicola. A Bari, anche per facilitarne il trasporto nei paesi d’origine, ai pellegrini che giungono nel mese di maggio vengono date “serte” di taralli, tenuti insieme da una funicella.

Tutti gli episodi sinora narrati hanno subìto l’incuria del tempo. Essi venivano narrati dai miresi e da nonni a nipoti giunsero fino all’VIII-IX secolo. Il lungo travaglio orale fece loro perdere i connotati della “storia” per apparire piuttosto come “tradizione” o come “leggenda”. I nomi dei protagonisti delle vicende si perdettero quasi del tutto. E’ vero che in tante Vite di S. Nicola si trovano i nomi dei genitori, dello zio archimandrita, del suo predecessore sulla cattedra di Mira, del nocchiero che l’avrebbe condotto in pellegrinaggio in Egitto e in Terra Santa, e così via. Ma si tratta di nomi che nulla hanno a che fare col nostro Nicola. Bisogna rassegnarsi alla realtà che, ad eccezione del concilio di Nicea e del vescovo Teognide, nessun nome compare nella vita del nostro Santo prima della storia dei tre innocenti salvati dalla decapitazione.
Questa storia, insieme a quella successiva dei generali bizantini (Praxis de stratelatis), è il pezzo forte di tutta la vicenda nicolaiana. Nell’antichità, per esprimere il concetto che questa narrazione era la più importante di tutte quelle che riguardavano S. Nicola, spesso non veniva indicata come Praxis de stratelatis (racconto intorno ai generali) ma semplicemente come Praxis tou agiou Nikolaou (storia di S. Nicola), quasi che tutti gli altri racconti non rivestissero alcuna importanza a paragone con questo.
In occasione della sosta di alcune navi militari nel porto di Mira, nel vicino mercato di Placoma scoppiarono dei tafferugli, in parte provocati proprio dalla soldataglia che sfogava così la tensione di una vita di asperità. In quei disordini le forze dell’ordine catturarono tre cittadini miresi, i quali dopo un processo sommario furono condannati a morte. Nicola si trovava in quel momento a colloquio con i generali dell’esercito Nepoziano, Urso ed Erpilio, i quali gli stavano dicendo della loro imminente missione militare contro i Taifali, una tribù gotica che stava suscitando una rivolta in Frigia. Invitati da S. Nicola, i generali riuscirono a fare riportare l’ordine. Ma ecco che alcuni cittadini accorsero dal vescovo, riferendogli che  il preside Eustazio aveva condannato a morte quei tre innocenti.
Seguito dai generali, Nicola prese il cammino per Mira. Giunto al luogo detto Leone, incontrò alcuni che gli dissero che i condannati erano nel luogo detto Dioscuri. Nicola procedette così fino alla chiesa dei santi martiri Crescente e Dioscoride. Qui apprese che i condannati erano già stati portati a Berra, il luogo ove solitamente venivano messi a morte i condannati. Ben sapendo che solo lui, in quanto vescovo, avrebbe potuto fermare il carnefice, accelerò il passo e vi giunse, aprendosi la strada fra la folla che faceva da spettatrice. Il carnefice era già pronto, e i condannati stavano già col collo sui ceppi, quando Nicola si avvicinò e tolse la spada al carnefice.
Avendo liberato gli innocenti dalla decapitazione, Nicola si recò al palazzo del preside Eustazio, entrandovi senza farsi annunciare. Giunto dinanzi al preside l’apostrofò accusandolo di ingiustizie, violenze e corruzione. Quando minacciò di riferire la cosa all’imperatore, Eustazio rispose che era stato indotto in errore da due notabili di Mira, Simonide ed Eudossio. Ma Nicola, senza contestare il particolare, gli rinfacciò nuovamente la corruzione e, giocando sulle parole, gli disse che non Simonide ed Eudossio, ma  Crisaffio (oro) e Argiro (argento) l’avevano corrotto. Avendo così ristabilita la verità e la giustizia, Nicola non infierì ma perdonò al preside pentito.

Edificati dal comportamento del santo vescovo,  tre generali ripresero il mare e raggiunsero la Frigia, ove riuscirono a sottomettere le forze ribelli all’impero. Un po’ per il successo dell’impresa un po’ perché Nepoziano era parente dell’imperatore, il loro ritorno a Costantinopoli avvenne in un’atmosfera di vero e proprio trionfo. Tuttavia la gloria e gli onori durarono poco, perché queste sono spesso accompagnate da gelosie ed invidie.
Gli agiografi parlano di malevoli suggerimenti del diavolo, certo è che ben presto si formò un partito avverso a Nepoziano e compagni. I componenti di questo partito riuscirono a coinvolgere il potente prefetto Ablavio, il quale convinse l’imperatore che i tre generali stavano complottando per rovesciarlo dal trono. Convinto o meno dell’attendibilità della notizia, Costantino preferì non correre rischi, e li fece mettere in prigione. Dopo alcuni mesi i seguaci di Nepoziano si stavano organizzando su come liberare i generali. Per cui i loro avversari, col denaro promesso a suo tempo, tornarono da Ablavio e lo convinsero a suggerire all’imperatore un provvedimento più drastico. Infatti, Costantino diede ordine di sopprimerli quella notte stessa.
Appresa la notizia, il carceriere Ilarione corse ad avvertire i generali, che furono presi da grande angoscia. Sentendosi prossimo alla morte, Nepoziano si sovvenne dell’intervento in extremis del vescovo Nicola a favore dei tre innocenti. Allora levò al Signore questa preghiera: Signore, Dio del tuo servo Nicola, abbi compassione di noi, grazie alla tua misericordia e all’intercessione del tuo servo Nicola. Come, per i suoi meriti, hai avuto compassione dei tre uomini condannati ingiustamente salvandoli da sicura morte, così ora rida’ la vita anche a noi, mosso a misericordia dall’intercessione di questo santo vescovo.
Il Signore esaudì la preghiera di Nepoziano, fatta propria dai compagni. Quella notte S. Nicola apparve in sogno all’imperatore minacciandolo: Costantino, alzati e libera i tre generali che tieni in prigione, poiché vi furono rinchiusi ingiustamente. Se non fai come ho detto, conferirò con Cristo, il re  dei re, e susciterò una guerra e darò in pasto i tuoi resti a fiere ed avvoltoi. Spaventato, Costantino chiese chi fosse: Sono Nicola, vescovo peccatore, e risiedo a Mira, metropoli della Licia.
Nicola apparve minaccioso anche ad Ablavio, e quando l’imperatore lo mandò a chiamare, entrambi pensarono ad un’opera di magia. Mandarono a prendere i tre generali per chiedere spiegazioni. Il colloquio aveva preso il binario della “magia”, quando Costantino chiese a Nepoziano se conoscesse un tale di nome Nicola. Nepoziano si illuminò, accorgendosi che la sua preghiera era stata esaudita. E narrò tutto all’imperatore, che seduta stante ne ordinò la liberazione. Anzi, volle che andassero a Mira a ringraziare il santo vescovo ed a portargli da parte sua preziosi doni, fra cui un Vangelo tutto decorato d’oro e candelieri ugualmente d’oro. Altri autori aggiungono che giunti a Mira si tagliarono i capelli in segno di gratitudine e di devozione verso il Santo.

E’ difficile dire quanto ci sia di vero e quanto sia stato il parto della fantasia di un popolo consapevole di aver avuto un “progenitore” ed un difensore. Per i Miresi Nicola era colui che aveva riportato la retta fede, la giustizia ed il benessere alla loro città. Non per nulla, secondo la testimonianza sia della Vita Nicolai Sionitae sia dell’Encomio di Andrea di Creta, essi istituirono la festa delle “rosalie del nostro progenitore S. Nicola”.
Fra le tante iniziative del Santo a favore della popolazione, intorno al VII secolo si narrava il suo intervento per fare ridurre le tasse per i Miresi (Praxis de tributo).
E’ nota a diversi storici la tendenza di Costantino a gravare le popolazioni dell’impero con tasse esorbitanti. Ed anche se i cristiani cercavano delle attenuanti, i pagani come Zosimo ricordavano che Costantino era costretto a una pesante politica tributaria a causa della sua eccessiva prodigalità. L’anonimo scrittore che compose l’Epitome de Caesaribus descriveva così la sua politica tributaria: Per dieci anni eccellente, nei dodici anni successivi predone, negli ultimi dieci fu chiamato pupillo per le eccessive prodigalità.
Quando anche la città di Mira si trovò a dover pagare tasse esorbitanti, i rappresentanti del popolo si rivolsero a Nicola affinché scrivesse all’imperatore. Nicola fece di più. Partì alla volta di Costantinopoli e chiese udienza. L’anonimo scrittore qui si lascia prendere la mano e, non tenendo conto che Nicola era vissuto al tempo di Costantino, immagina i vescovi della capitale che gli rendono omaggio riunendosi nel tempio della Madre di Dio alle Blacherne, chiedendogli la benedizione. A parte l’esagerazione di una simile accoglienza, quel tempio sarebbe stato costruito un secolo dopo la morte del Santo.
L’abbellimento agiografico si nota anche al momento dell’arrivo di Costantino. Prima che cominciasse il colloquio, l’imperatore gettò il suo mantello ed ecco che questo, incrociando un raggio di sole, rimase sospeso ad esso. Il prodigio rese timoroso e benevolo l’imperatore. Quando Nicola gli riferì come i Miresi fossero oppressi dalle tasse, chiedendogli di apportare una sensibile riduzione, l’imperatore chiamò il notaio ed archivista Teodosio, e secondo il desiderio di Nicola operò una netta  riduzione a soli cento denari.
Nicola prese la carta su cui era registrata questa concessione e legatala ad una canna, la gettò in mare. Per volere di Dio la canna giunse nel porto di Mira e pervenne nelle mani dei funzionari del fisco, i quali furono molto sorpresi ma si adeguarono. Intanto però a Costantinopoli i consiglieri di Costantino fecero notare all’imperatore che forse la concessione era stata un tantino esagerata. Per cui l’imperatore chiamò nuovamente Nicola per correggere la somma della tassa che i Miresi dovevano pagare. Il Santo gli rispose che da tre giorni la carta era pervenuta a Mira. Essendo ciò impossibile, Costantino promise che se le cose stavano veramente così avrebbe confermato la precedente concessione. I nunzi, da lui inviati per verificare quel che era accaduto, tornarono e riferirono che Nicola aveva detto la verità. Mantenendo la promessa, l’imperatore confermò la concessione.

Considerando la tradizione secondo la quale era già anziano al tempo del concilio di Nicea, con ogni probabilità il nostro Santo morì in un anno molto prossimo al 335 dopo Cristo. Come della sua nascita, anche della sua morte non si sa alcunché. Gli episodi e i particolari che si leggono in alcune Vite non riguardano il nostro Nicola, ma un santo monaco vissuto due secoli dopo nella stessa regione.

Nel 1087 una spedizione navale partita dalla città di Bari si impadronì delle spoglie di San Nicola, che nel 1089 vennero definitivamente poste nella cripta della Basilica eretta in suo onore. L’idea di trafugare le sue spoglie venne ai baresi nel contesto di un programma di rilancio dopo che la città, a causa della conquista normanna, aveva perduto il ruolo di residenza del catepano e quindi di capitale dell’Italia bizantina. In quei tempi la presenza in città delle reliquie di un santo importante era non solo una benedizione spirituale, ma anche mèta di pellegrinaggi e quindi fonte di benessere economico.

Secondo la leggenda, le reliquie furono depositate là dove i buoi che trainavano il carico dalla barca si fermarono. Alcune colonne del tempio, poi, seguirono la nave dei marinai baresi fino a Bari. Si trattava in realtà della chiesa dei benedettini (oggi chiesa di San Michele Arcangelo) sotto la custodia dell'abate Elia, che in seguito sarebbe diventato vescovo di Bari. L'abate promosse tuttavia l'edificazione di una nuova chiesa dedicata al santo, che fu consacrata due anni dopo da Papa Urbano II in occasione della definitiva collocazione delle reliquie sotto l'altare della cripta. Da allora san Nicola divenne compatrono di Bari assieme a San Sabino e le date del 6 dicembre (giorno della morte del santo) e 9 maggio (giorno dell'arrivo delle reliquie) furono dichiarate festive per la città. Il santo era anche presente, fino al XIX secolo, sullo stemma della città tramite un cimiero.

È poco noto che Venezia spartisce con Bari la custodia delle reliquie di San Nicola. I Veneziani, infatti, non si erano rassegnati all'incursione dei Baresi e nel 1099-1100, durante la prima crociata, approdarono a Myra, dove fu loro indicato il sepolcro vuoto dal quale i baresi avevano prelevato le ossa. Tuttavia qualcuno rammentò di aver visto celebrare le cerimonie più importanti, non sull'altare maggiore, ma in un ambiente secondario. Fu in tale ambiente che i veneziani rinvennero una gran quantità di minuti frammenti ossei che i baresi non avevano potuto prelevare. Questi vennero traslati nell'abbazia di San Nicolò del Lido.

San Nicolò venne quindi proclamato protettore della flotta della Serenissima e la chiesa divenne un importante luogo di culto. San Nicolò era infatti venerato come protettore dei marinai, non a caso la chiesa era collocata sul Porto del Lido, dove finiva la laguna e cominciava il mare aperto. A San Nicolò del Lido terminava l'annuale rito dello sposalizio del Mare.

Solo in tempi recenti, l'autenticità delle spoglie veneziane è stata accertata, ponendo fine a una secolare contesa fra le due città.

Nel gennaio 2003 la Chiesa cattolica di Rimini, d’intesa con il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, faceva dono di un frammento dell'òmero sinistro di San Nicola alla Diocesi Greco-Ortodossa di Dimitriade (la greca Volos), che ne aveva inoltrato richiesta. Secondo la tradizione, l’òmero di San Nicola giunse a Rimini in modo piuttosto rocambolesco nella seconda metà del XII secolo. Protagonista della vicenda sarebbe stato un vescovo tedesco, che aveva trafugato la reliquia a Bari. Nel 1177, papa Alessandro III si fermò a Rimini venendo da Venezia; il pontefice volle sottoporre la reliquia alla prova del fuoco per accertarsi della sua originalità: "le fiamme non la bruciarono, anzi, emanarono un profumo intenso". San Nicola fu proclamato co-patrono di Rimini nel 1633. Il primo indizio sull'autenticità della tradizione è l'assenza, fra le reliquie baresi, proprio dell'òmero sinistro. La prova definitiva che si tratta della parte mancante a quanto dello scheletro è venerato Bari, è giunta dalla ricognizione anatomica e lo studio antropometrico (di Luigi Martino) e dalla ricognizione antropologica (di Fiorenzo Facchini), effettuate in occasione della donazione del 2003. La reliquia riminese è custodita nella chiesa di San Nicolò al Porto, nella cappella detta "celestina" dai Padri Celestini, cui appartenne l'edificio dal XIV al XVIII secolo. La chiesa medievale fu praticamente rasa al suolo durante la seconda guerra mondiale; sopravvissero solo il campanile e la "cappella celestina"; in entrambi, ma soprattutto nella seconda, sono visibili affreschi della scuola riminese del '300.

Dopo l'arrivo in Lorena nel 1087 di una reliquia del santo, la mano destra alzata in segno di benedizione (falange della mano destra), riportata da Bari dal signore Aubert di Varangéville, il villaggio di Port, un possesso del signor di Varangéville, diventa Saint-Nicolas-de-Port e dispone a partire dal 1093 di una prima chiesa dedicata al santo patrono della Lorena, San Nicola dei Lorenesi.

«Intorno al 1230, il cavaliere di Lorena Cunon de Réchicourt, al seguito dell'imperatore Federico II di Svevia, è fatto prigioniero durante la sesta crociata. Avrebbe pregato il 5 dicembre 1240 San Nicola prima di addormentarsi nella sua cella. La mattina, si sarebbe svegliato ancora attaccato, sui gradini della chiesa di Saint-Nicolas-de-Port, le catene gli caddero da sé durante l'ufficio che ha poi seguito.»

Da allora, ogni anno il sabato prima della festa di San Nicola, si celebra una processione in memoria del famoso "miracolo".

Nel 1429, prima di lasciare il suo paese per salvare la Francia, Giovanna d'Arco andò a visitare la tomba del santo a Saint-Nicolas-de-Port.

Alla fine del XV secolo per ringraziare san Nicola per avere salvato il Ducato di Lorena contro il duca di Borgogna Carlo il Temerario (morto durante la battaglia di Nancy il 5 gennaio 1477), il duca di Lorena Renato II ricostruisce la chiesa della città di Saint-Nicolas-de-Port. Una volta iniziati i lavori, nel 1481 essa diventerà una maestosa basilica di stile gotico fiammeggiante quasi grande come Notre-Dame di Parigi. Nel 1622 il duca Enrico II di Lorena ottiene dal Papa Gregorio XV (153-1623) l’erezione di una chiesa per i suoi sudditi che vivono a Roma. Questa bella chiesa barocca si trova vicino a Piazza Navona; è naturalmente dedicata al santo patrono della nazione lorenese e si chiama Chiesa di San Nicola dei Lorenesi. Più generalmente, in ogni città o villaggio in Lorena il 5 o 6 dicembre si tiene una processione in onore di San Nicola.

San Nicola visita le case la notte tra il 5 e il 6 dicembre, spesso accompagnato dal suo asino e regala dolci e caramelle ai bambini che cantano il famoso “lamento di San Nicola”. Nella parte di lingua tedesca della Lorena, San Nicola (Sankt Nikolaus) è accompagnato tradizionalmente dal suo assistente Rüpelz o Ruprecht (equivalente spauracchio).

In Italia il culto di san Nicola è radicato tanto nelle regioni meridionali quanto al nord.

In Venezia Giulia, in Carnia, in Cadore, in Agordino, in Alpago, in Trentino-Alto Adige, ma anche in altre località settentrionali come Lecco, è particolarmente sentita la vigilia della ricorrenza liturgica del 6 dicembre. La leggenda secondo la quale il santo regalò a tre bambini poveri tre mele rosse che nottetempo si tramutarono in oro si riflette nella tradizione che prevede che i bambini scrivano una letterina al santo e la lascino in casa: l'indomani, al posto della letterina, trovano una mela, dei mandarini, dei dolci e alcuni doni, oppure del carbone, per i più bricconcelli. In questa occasione a Trieste si canta la filastrocca:
« San Nicolò de Bari
xe la festa de i scolari
se i scolari no i ga festa
i ghe taierà la testa. »
Altrettanto radicato è il culto del santo nel Mezzogiorno: a Bari, oltre che il 6 dicembre, il santo è festeggiato dal 7 al 9 maggio, nella ricorrenza della traslazione delle ossa da Myra, quando un lungo corteo storico ripercorre gli eventi del 1086 e la statua del santo è condotta in processione su una barca e poi lasciata in piazza per il culto pubblico. In questa occasione, la città è raggiunta da numerosi pellegrini, provenienti tanto dalle altre regioni italiane (Abruzzo e Calabria, soprattutto) quanto dalla Russia e dagli altri Paesi ortodossi.

A Capitignano (AQ), la festività religiosa si mescola al culto pagano dei morti. Il 6 dicembre decine di bambini bussano alle porte delle abitazioni per chiedere "il pane di San Nicola", nel dialetto locale "le cacchiette de Santu Nicola", pronunciando la frase "Sia benedetta l'anima dei morti". La famiglia che ha spalancato loro la porta della propria casa, risponde con l'espressione "Dio lo faccia", mettendosi in tal modo in contatto sovrannaturale con i propri defunti.

A Castelpoto (Bn), si conserva un imponente scultura lignea policromata di san Nicola datata 1687, è costruita con legno di pero e fu benedetta dal Cardinale Orsini, futuro Papa Benedetto XIII, all'epoca Arcivescovo di Benevento. Il simulacro è molto pesante, non viene mai portato in processione se non per qualche ricorrenza speciale, e proviene dall'antica chiesa del paese distrutta col terremoto del 1688. Nel 1992 il simulacro di san Nicola fu restaurato e ne riemersero gli antichi colori originali che tuttora si possono ammirare. La devozione a san Nicola a Castelpoto è attestata intorno alla fine del X secolo. Infatti il culto del Santo a Benevento e nel Sannio era già diffuso prima della traslazione delle sue reliquie a Bari. Per questo la Parrocchia di Castelpoto porta ancora il nome di san Nicola da Myra. Papa Innocenzo XII nel 1698 e Papa Clemente XI nel 1717 diedero e rinnovarono l'indulgenza plenaria ai fedeli che visitano la chiesa di Castelpoto nel giorno di san Nicola. I festeggiamenti in suo onore sono organizzati dai giovani dell'Oratorio Padre Isaia Columbro della stessa Parrocchia: la sera del 6 dicembre, prima della Messa solenne, si snoda una fiaccolata che va dalla chiesa fino alla piazza principale del paese, mentre al termine della Messa, secondo la tradizione, si recita la preghiera di affidamento del paese al Santo Patrono, si benedicono i bambini, Babbo Natale porta loro i regali, si benedicono i fedeli con la manna del Santo, si distribuiscono le pagnotte di san Nicola ed infine si svolge sul tetto della chiesa uno spettacolo di fuochi pirotecnici con un magnifico incendio delle quattro nicchie del campanile. L'antica campana maggiore della chiesa presenta l'effigie di san Nicola.

A Forino (AV), la statua di San Nicola è custodita nella chiesa della frazione Castello. Ogni anno l'ultimo giovedì di luglio (o il primo giovedì di agosto quando l'ultimo giovedì di luglio coincide con la festa di Sant'Anna della frazione Celzi) la statua viene portata nella chiesa dedicata a Santo Stefano a Forino. Il santo viene accolto in paese con falò che lo accompagnano lungo il percorso. Due domeniche dopo viene fatta la processione per le vie del paese per poi ritornare a Castello l'ultima domenica del settembre. Il 6 dicembre da Castello,come da tradizione, una carrozza trainata da un cavallo porta Babbo Natale per le vie del paese a distribuire caramelle ai bambini.

A Gallo di Comiziano (NA) la festa del 6 dicembre è preceduta dai falò, attorno ai quali si balla e si intonano canti della tradizione.

Anche a Gesualdo (AV) san Nicola viene festeggiato il 6 dicembre, con la recita dell'atto di affidamento della città al santo.

A Lettomanoppello (PE) i festeggiamenti sono ad ottobre, in ricordo del salvataggio del paese dalle incursioni saracene quando gli abitanti, che imploravano la protezione del santo circondandone la statua esposta al culto sul sagrato della chiesa, apparvero agli invasori come un numeroso esercito e li misero così in fuga.

San Nicola di Myra è venerato come patrono anche nell'eparchia di Lungro, di rito bizantino: nel paese di Lungro i tre giorni antecedenti il 6 dicembre sono contraddistinti dall'accensione dei falò, dalla distribuzione del pane benedetto e dalla processione della statua del santo. La tradizionale distribuzione del pane è presente anche a Cerzeto (CS), dove la festa patronale è il 9 maggio, ricorrenza della traslazione, mentre il 6 dicembre si tiene una fiera. La tradizione di Cardinale (CZ) vuole che durante lo spostamento di una statua del santo, i buoi che ne trainavano il carro furono impediti dal proseguire oltre: l'evento fu interpretato come la predilezione di san Nicola per quel paese.

A Stefanaconi viene venerato nella chiesa matrice eretta in suo onore dopo il terremoto del 1905 egli infatti è il patrono del paese, la statua viene portata in processione il 6 dicembre nei giorni prima la festa è preceduta dalla novena.

A Vastogirardi (IS) i festeggiamenti vengono celebrati il 6 dicembre e il 3 luglio, il giorno dopo la rappresentazione Il volo dell'angelo.

San Nicola è anche considerato santo patrono della Lorena, della città di Amsterdam e della Russia ( in Siberia, tra le tribù dei Nenci convertite al cristianesimo l'antico Dio dei padri è stato sostituito dalla figura di San Nicola, da loro chiamato Mikkulai, oggetto di profonda venerazione).

Nelle località dell'Arco Alpino (Svizzera, Austria, Alto Adige) San Nicolò è solitamente accompagnato da un personaggio chiamato Krampus (Knecht Ruprecht nelle località più settentrionali) una sorta di diavolo a cui si attribuisce il ruolo di rapitore di bambini. San Nicola è molto popolare anche in altri paesi Europei (Paesi Bassi, Francia, Belgio, Austria, Svizzera, Germania, Estonia e Repubblica Ceca).

Nei Paesi Bassi, in Belgio e in Lussemburgo, Sinterklaas (Kleeschen in lussemburghese) viene festeggiato due settimane prima del 5 dicembre, data in cui distribuisce i doni (il suo compleanno risulta essere il 6 dicembre). Il culto di san Nicola fu portato a Nuova Amsterdam (New York) dai coloni olandesi (è infatti il protettore della città di Amsterdam), sotto il nome di Sinterklaas, dando successivamente origine al mito nordamericano di Santa Claus, che in Italia è quindi diventato Babbo Natale.

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