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martedì 28 giugno 2016

LA PROVINCIA DI LECCO

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La provincia di Lecco dal 2007 è compresa all'interno della regio Insubrica, di cui rappresenta l'appendice orientale, e della regione storica insubre.

Le prime tracce dell'uomo della provincia di Lecco sono i ritrovamenti della Valle del Curone tra i comuni di Montevecchia e Rovagnate, reperti attribuibili all'uomo di Neanderthal e risalenti addirittura a 62.000 anni fa.

Nell'Alto Medioevo divenne il centro di un importante sistema fortificato, posto a difesa di Mediolanum su cui gli archeologi hanno condotto importanti campagne di scavo sul Monte Barro, a Galbiate, a Garlate e a Civate. Feudo degli Attonidi nel X secolo a partire dal XII secolo il territorio lecchese fu gradatamente incorporato nel distretto del Comune di Milano, rimanendo suddiviso in due Comitati, quello di Lecco e quello della Martesana.

Dal 1528 al 1532 costituì un feudo direttamente dipendente dal Sacro Romano Impero affidato al conte Gian Giacomo Medici.

Nel 1797 la Repubblica Cisalpina istituì il dipartimento della Montagna, con capoluogo Lecco, che coincideva quasi completamente con l'attuale provincia. Ma il dipartimento ebbe vita breve, e il territorio venne aggregato l'anno successivo al dipartimento del Serio, con capoluogo Bergamo.

Con la proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 il Lecchese fu aggregato al nuovo dipartimento del Lario, poi divenuto la provincia di Como.

Anche sotto il Regno d'Italia il territorio fece parte della provincia di Como, costituendone un circondario, soppresso nel 1927.

Da allora datano i tentativi di ottenere una provincia staccata da quella di Como ma soltanto nel 1992 il risultato fu raggiunto con lo scorporo di numerosi comuni delle province di Como e Bergamo. Fino alla nascita della provincia di Lecco, 84 dei 90 comuni che inizialmente la costituirono erano situati appunto in territorio comasco. Sei (Calolziocorte, Vercurago, Monte Marenzo, Torre de' Busi, Erve e Carenno) si sono invece staccati dalla provincia bergamasca.

Lo stemma della Provincia è stato approvato con Decreto del Presidente della Repubblica del 4 settembre 1996 con la seguente descrizione:
“Troncato semipartito; nel primo, di verde al fiore della Alpi di sei petali, di rosso; nel secondo, di argento, alla croce di rosso; nel terzo, al leone d’oro, rivoltato, con la testa di fronte. La presenza del leone rampante, su fondo azzurro, il colore del cielo e del lago, che risulta inserito anche nello stemma della città di Lecco, testimonia le doti congenite della sua gente: la forza, il coraggio e la fierezza”.
Per saperne di più sui “segni” dello stemma …

Nella parte superiore il segno noto come “Sole o fiore delle Alpi” riprende un antichissimo disegno che ricorre nell’iconografia popolare di una vasta area culturale comprendente le Alpi, la pianura padana ed altre regioni dell’Europa centrale; la continuità e la diffusione del segno concorrono alla sua legittimazione come “simbolo” qualificante. Si tratta di un’immagine antichissima che ha avuto successo sia per la sua carica metaforica legata ai culti solari, che per la bellezza e la relativa facilità di esecuzione del suo disegno.
Nella parte inferiore la “Croce Rossa” in campo argento rappresenta i colori e i fasti della famiglia Visconti di Milano, ancora oggi presente in Lecco con le vestigia del Ponte Vecchio e della Torre Viscontea.
Il “Leone rampante” su fondo azzurro, il colore del cielo e del lago, è stato inserito per evidenziare la forza, il coraggio e la fierezza.

Confina a nord e a ovest con la provincia di Como, a est e a nord con la provincia di Sondrio, a est con la provincia di Bergamo e a sud con la provincia di Monza e Brianza.

La Provincia di Lecco è stata istituita con D.P.R. 6 marzo 1992, n. 250. Le elezioni per la nomina del primo Presidente della Provincia di Lecco si sono tenute il 23 aprile (primo turno) e il 7 maggio 1995 (ballottaggio). La proclamazione del presidente, l'avvocato Mario Anghileri, è avvenuta il 9 maggio seguente.

La provincia di Lecco ha una superficie di soli 814,58 km². Ben più di 600 km² si trovano oltre il fiume Adda, nella Valsassina. I rimanenti sono situati nell'Oggionese, nel Casatese e nel Meratese. Inoltre vi sono 16 km² appartenenti al comune di Oliveto Lario che, anche se situati sull'altra sponda del Lago di Como, in Vallassina, rientrano nell'area prealpino lariana pre Lecchese. Nel territorio non è presente per niente la pianura. La Provincia è per più del 70% montuosa, mentre per il 30% è collinare. I principali rilievi montuosi sono:
a nord il Monte Legnone, alto 2609 m;
al centro lo spettacolare gruppo delle Grigne comprendente: la Grigna Settentrionale o Grignone alta 2409 m e la Grigna Meridionale o Grignetta con altitudine di 2184 m;
a ovest, oltre il lago il Monte Cornizzolo alto 1240 m e il Monte Rai alto 1259 m;
a est, il Monte Serrada o Resegone di Lecco alto 1875 m con la sua caratteristica forma che ricorda i denti di una sega;
al centro-sud il Monte Barro alto 922 m e compreso nel parco regionale del monte Barro.
La provincia è una zona molto lacustre, è bagnata infatti dal Lago di Como e contiene nel territorio il Lago di Annone, di Garlate e di Olginate. A ovest i comuni di Rogeno, Bosisio Parini e Cesana Brianza si affacciano sul Lago di Pusiano. Anche i fiumi sono numerosi, i principali: il fiume Adda a Lecco, il fiume Lambro a Costa Masnaga, Rogeno e Nibionno. Altri fiumi minori sono il Molgora, la Bevera, affluente del Lambro, il Pioverna che scorre in Valsassina e il Varrone che scorre nella Val Varrone.

In tutta la Provincia vi sono ancora numerose zone boschive, soprattutto nella Valsassina dove troviamo numerose foreste ad aghifoglie e fiori anche rari come le genziane. Sul fiume Lambro la vegetazione è ridotta a foreste di latifoglie, pioppi, querce e numerosi fiori. Le montagne, a parte sulle pendici si presentano comunque piuttosto spoglie con esclusivamente estese zone di prati adatti al pascolo. La fauna è cambiata parecchio da quella di alcuni secoli prima, ad esempio il cinghiale che prima era numeroso ora si è piuttosto ridotto e lo si trova sul Cornizzolo o in Valsassina. Sono presenti caprioli, volpi, lepri, falchi e poiane, aironi.

La popolazione della Provincia di Lecco è in continua crescita, non per un comune saldo naturale tra nati e morti, ma per l'alta immigrazione da altri comuni o da altri stati. Basti pensare che nel 2001 la popolazione era di 311.000 abitanti ed è ora di 341.000, ben 30.000 abitanti in più. I comuni sono 88, e solo sei di essi superano i 10.000 abitanti. La Provincia è quindi caratterizzata da un'altissima frammentazione amministrativa in Comuni, soprattutto nella Brianza Lecchese, dotati di un'estensione territoriale minima, in alcuni casi inferiore ai 2 km². Questo determina, tra l'altro, un marcato disordine urbanistico, in particolare nell'agglomerazione urbana monocentrica di Lecco.

Nella Provincia troviamo il Parco regionale della Valle del Lambro (Cesana Brianza, Bosisio Parini, Rogeno, Costa Masnaga, Nibionno), il Parco regionale di Montevecchia e della Valle di Curone, il Parco dell'Adda Nord, il Parco naturale del Monte Barro (Galbiate), la Riserva regionale del Lago di Sartirana e numerose zone che non essendo parchi, sono comunque posti ben tenuti e soprattutto ricchi di vegetazione e fauna. Tra le aree di interesse troviamo niente meno che il Lago di Como, che da Lecco dove prende l'omonima denominazione arriva a Colico, i vari laghi di Annone, Pusiano, Olginate, il piccolo lago di Sartirana, il Monte Barro, le Grigne, la Valsassina e la zona collinare della Brianza (Cassago Brianza, Casatenovo, Monticello Brianza). Molto conosciuto è anche il fiume Adda che forma una specie di piccolo canyon nel Meratese, caratterizzato dalla presenza lungo il suo corso dell'Ecomuseo Adda di Leonardo, dove in particolare si trova a Paderno d'Adda, il caratteristico Ponte San Michele in ferro, a Robbiate le dighe leonardesche e ad Imbersago il traghetto.

La straordinaria presenza di chiese, conventi, monasteri, abbazie, antiche cappelle, fanno della Provincia di Lecco, già nota per la bellezza del suo Lago e delle sue montagne, un territorio ricco di storia, arte e spiritualità.
Gli edifici romanici, inseriti in un ambiente suggestivo testimoniano la capacità dell'uomo medievale di esprimere una piena armonia tra architettura e natura, creando luoghi di grande bellezza.
Il tema del Romanico rappresenta infatti un filo rosso che conduce il visitatore attraverso i diversi contesti naturalistici e paesaggistici della provincia, alla scoperta di straordinarie testimonianze architettoniche e archeologiche, risalenti ai primi secoli dell’era cristiana.
Lungo la riva lecchese del Lago sono presenti diversi monumenti del romanico tra cui la Chiesetta di S. Giorgio a Mandello del Lario, posta su uno sperone roccioso a picco sul lago e infine la superba Abbazia di S. Nicolò a Piona, il cui antico nucleo risale all’età longobarda. Anche nelle valli si conservano tesori dell'arte romanica. Particolare menzione meritano, in Valsassina, la Chiesa di S. Margherita a Casargo, legata al culto dei santi eremiti lariani e, in Valle San Martino, la chiesa di S. Margherita a Monte Marenzo, per lo straordinario ciclo d’affreschi, oltre all’Oratorio di S. Stefano a Torre de’ Busi, annesso al complesso della chiesa di S. Michele.
Percorrendo l'estremità inferiore del Lago di Lecco, si prosegue lungo la vallata del fiume Adda che, fin dall'età alto-medievale, costituiva il confine tra feudi e dominazioni diverse. Le sue sponde sono infatti ricche di castelli, chiese e monasteri. Lo stesso complesso di S. Maria del Lavello a Calolziocorte si trova in posizione un tempo strategica tra lago, fiume e monti.
Partendo da Brivio, presidiato da un poderoso castello, si prosegue per Arlate di Calco, dove, in posizione dominante sull'Adda, si affaccia la Chiesa dei SS. Gottardo e Colombano, bell’esempio di romanico lombardo.
Tra il Parco dell'Adda e il Parco del Curone le colline della Brianza lecchese, conservano monumenti di epoca alto-medievale. Tra le testimonianze più interessanti troviamo il Battistero di S. Giovanni Battista a Oggiono, dalla pianta ottagonale, attiguo alla chiesa di S. Eufemia che conserva opere di Marco d'Oggiono, allievo di Leonardo da Vinci, l’antica chiesa dei SS. Nazaro e Celso a Garbagnate Monastero e infine la Basilica di S. Pietro al Monte a Civate.

La rete stradale, sebbene sprovvista di autostrade, è ben sviluppata.

Le strade statali che attraversano la Provincia sono:
la Strada statale 36 del Lago di Como e dello Spluga, superstrada che collega il capoluogo con Milano e Monza a sud e la Valtellina e la Svizzera a nord;
la Strada statale 342 Briantea, asse est-ovest che collega Bergamo e Como;
la Strada statale 639 dei Laghi di Pusiano e di Garlate che collega Lecco a Bergamo e Como;
la Strada statale 583 Lariana che collega Lecco a Bellagio.
Le principali strade provinciali sono:
la SP62 della Valsassina, la SP72 del Lago di Como;
la SP51 della Santa.
La rete ferroviaria è di 86 chilometri, suddivisa nelle linee:
Ferrovia Como-Lecco, tra Casletto-Rogeno e Lecco;
Lecco-Brescia, tra Lecco e Calolziocorte-Olginate;
Lecco-Milano, tra Osnago e Lecco, 23 km;
Milano-Monza-Molteno-Lecco, fino a Cassago-Nibionno-Bulciago;
Tirano-Lecco, tra Lecco e Colico, 39 km.
Di questi 22 km sono a doppio binario, i restanti sono a binario semplice. Inoltre, 62 km sono elettrificati.

A Lecco troviamo un polo universitario (distretto distaccato del Politecnico di Milano - Facoltà di Ingegneria). È in fase di realizzazione il nuovo Campus universitario nella sede del vecchio Ospedale civico presso l'area detta della "Piccola". Troviamo numerose scuole secondarie superiori (Licei e Istituti tecnici) sia nel capoluogo, che nella Brianza Lecchese (Oggiono, Merate, Casatenovo), che nell'Alto Lario Orientale (Colico) e nella Valle San Martino (Calolziocorte).

Nella Provincia di Lecco troviamo tre ospedali pubblici: Il nuovo ospedale A.Manzoni nel capoluogo, l'ospedale Umberto I di Bellano, sul lago di Como e l'ospedale San Leopoldo Mandic di Merate. Sul territorio sono però presenti numerose cliniche private, centri Asl, centri di ricerca, ecc.

Tutti i settori, primario, secondario e terziario sono molto sviluppati. Il primo, come d'altronde in quasi tutte le province italiane ha pochi addetti. Vengono prodotti soprattutto frutta e verdura, ma anche grano, frumento sebbene in minor parte. Sulle sponde del lago non è difficile incontrare inoltre uliveti e vigneti. Le risorse minerarie non sono numerose, anche se in Brianza e in Valsassina troviamo di frequente delle cave. L'allevamento di animali lo troviamo in tutto il territorio (bovino, ovino, avicolo, equino). Zone industriali si trovano in quasi tutti i comuni. Nel passato la provincia era molto ricca di industrie tessili tanto che parte dell'economia provinciale era gestita da esse. Il terziario, tra l'altro in costante espansione è dovuto in particolare modo ai servizi quali le banche. Il turismo non è molto sviluppato, tranne sul Lago di Como e nel capoluogo.

Nel territorio sono presenti la Comunità montana della Valsassina, Valvarrone, Val d'Esino e Riviera e la Comunità Montana Lario Orientale - Valle San Martino.

I dialetti parlati in Provincia di Lecco appartengono al gruppo lombardo occidentale o Insubre. In Valle San Martino si parla però un dialetto con influssi bergamaschi. Il dialetto Lecchese di città è una variante del Milanese, molto simile sia per la grammatica, che per la pronuncia ed il vocabolario. Esso è parlato nel circondario di Lecco. Nella Brianza Lecchese è più diffuso il Brianzolo (dialetto Lecchese-Comasco-Monzese). Nella Valsassina, la parlata locale è decisamente più gutturale, con delle varianti nell'abitato di Premana.

Nella giurisdizione ecclesiastica della Chiesa cattolica, la maggior parte del territorio della provincia di Lecco ricade nell'arcidiocesi di Milano e segue il rito ambrosiano. Vi sono tuttavia delle eccezioni particolari: alcune parrocchie che si affacciano sul lago di Como (Abbadia Lariana, Colico, Lierna, Mandello del Lario) sono di rito romano, e fanno parte della diocesi di Como; Oliveto Lario, invece, è un'entità amministrativa comunale che unisce tre località distinte: Vassena, Limonta ed Onno ed è diviso tra due diocesi diverse: la diocesi di Milano e quella di Como. Mentre Vassena fa parte della diocesi di Como e segue il rito romano, Onno e Limonta appartengono all'arcidiocesi di Milano e seguono il rito ambrosiano; le parrocchie di Civate e Varenna seguono il rito romano pur appartenendo alla diocesi di Milano; mentre le parrocchie di Calolziocorte, Carenno, Erve, Monte Marenzo, Torre de' Busi e Vercurago, pur essendo di rito ambrosiano appartengono al vicariato di Calolzio-Caprino, che fa capo alla diocesi di Bergamo.

La cucina tipica è costituita soprattutto da cibi come la salsiccia e la polenta (oncia o taragna, entrambe ricche di formaggio locale). Sul lago non mancano piatti a base di pesce, come il persico (risotto con pesce persico), gli agoni o il lavarello. Altri piatti tipici e sostanziosi sono la cassoeula e la trippa (che si consumano alla vigilia di Natale). Sempre in riva al lago, favorito dal clima mite, si ha la produzione di un olio d'oliva molto particolare. Per quanto riguarda i dolci, da ricordare la torta meascia, il paradell (dolce tipo frittella ricoperta di zucchero), i caviadini (biscotti di pasta frolla e zucchero a grani) e gli scapinàsch, ravioli dal ripieno dolce (uvette, ecc.), entrambi tipici della Valsassina. Enologicamente parlando, merita un cenno dovuto il nustranell, vino tipico della Val Curone. Dal 2008 i vini lecchesi, insieme a quelli comaschi, hanno ottenuto il riconoscimento della Indicazione Geografica Tipica "Terre Lariane"; il territorio enologico abbraccia le sponde del Lario a nord, spingendosi a sud fino alle colline di Montevecchia e della Valle del Curone.


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mercoledì 16 marzo 2016

DERVIO

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Dervio è un comune situato sulla sponda orientale del Lago di Como.

Il toponimo "Dervio" si pensa derivi dal latino "Delphum" che significa quercia, pare infatti che in tempi remoti la zona dell'Alto Lario fosse completamente ricoperta da querceti.

Dervio deve la sua particolare forma a conoide al Varrone, torrente che taglia in due il paese stesso e che nasce dall'omonima Val Varrone. Durante il suo incessante corso ha eroso e trasportato sedimenti rocciosi, i quali si sono pian piano adagiati sul fondo del lago, fino ad emergere e formare la penisola derviese. Oltre alle frazioni più importanti, sono presenti altre località di "montagna", quali: Pianezzo, Mai, Monte, Pratolungo e Vignago; inoltre da Dervio parte la strada provinciale della Valvarrone (SP67) che permettette di raggiungere Lavadee, rinomata località turistica, ed il Rifugio Roccoli Lorla da cui parte il sentiero per il Monte Legnone che con i suoi 2.609 m d'altezza è la cima più alta della provincia di Lecco e del settore più occidentale delle Alpi Orobie.

Il clima è caratterizzato da estati calde, rinfrescate dal vento che spira lungo le sponde (i due venti sono la Breva e il Tivano) ed inverni non eccessivamente rigidi, per via dell'effetto mitigatore delle acque del lago.
In origini Dervio era abitata da piccoli nuclei di capanne adibite a riparo per i popoli nomadi, inizialmente i liguri e poi quelli di origine celtica, che si muovevano alla ricerca di fonti naturali di sopravvivenza, finché non decisero di fermarsi fondando dei villaggi.
Ciò è testimoniato dai ritrovamenti a Dorio di un "Paalstab" (scure) dell'età del bronzo, conservato nel museo di Como e dei "massi cupelliformi" riconducibili ai popoli celti.
In seguito con la conquista romana nel II secolo a. C. si andò sviluppando una civiltà abbastanza evoluta detta gallo-romana, i cui centri di comando divennero “pagi” innestandosi nella costituzione giuridica dello stato romano. Successivamente i romani fortificarono i passaggi obbligati delle valli, tra cui si poteva comunicare con segnalazioni a vista, speculari di giorno e con fuochi la notte. Si ritiene risalgano a questo periodo imperiale (V-VI sec. d.C.) il “Castelvedro” in località Mai di Dervio, come il castello di Vezio e quello di Esino. Dopo la caduta dell’impero, le migrazioni barbariche dei Goti e dei Longobardi rafforzarono il sistema difensivo romano e la diffusione del cristianesimo trasformò poi in “pievi” gli antichi centri di comando, tra cui quella di Dervio sottoposta alla chiesa di Milano. I Longobardi avviarono la politica feudale che ebbe poi il suo pieno sviluppo sotto i Franchi, le terre della Valvarrone e Valsassina appartennero ai conti di Lecco finché la politica degli imperatori tedeschi (Ottoni) cominciò a contrastare lo strapotere dei feudatari con la concessione dei feudi ai vescovi.
Attorno all’anno Mille il territorio divenne diritto dell’arcivescovo di Milano. Fu poi teatro della guerra contro le “tre pievi” (Dongo, Gravedona e Sorico) e quella decennale tra Como e Milano con numerose battaglie navali sul lago. Nel Medioevo Dervio e Corenno assunsero il titolo di “borgo”, in quanto cinte da mura e rette come liberi comuni.
Negli anni 1384-1389 vennero redatti gli Statuti di Dervio, che dettavano regole precise sulla vita civile e sociale; questo documento tuttora esistente è stato tradotto in italiano e pubblicato dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Dervio. La comunità di Dervio era allora composta anche dalle terre di Corenno, Dorio, Introzzo, Sueglio, Tremenico e Vestreno, ma risulta che i paesi della Valvarrone si separarono a partire almeno dal 1367. Nel 1410 Dorio e nel 1520 Corenno si separarono da Dervio, poi ritornarono a farne parte nel 1928, ma Dorio si staccò nuovamente nel 1950.
Agli arcivescovi seguirono i Ducati milanesi dei Visconti e degli Sforza, fino alla dominazione spagnola che portò ad un periodo di decadenza. La tranquillità della vita quotidiana era spesso infranta dalle scorrerie di eserciti delle grandi potenze, che transitavano sul territorio avendo come salario il diritto di saccheggio. Due nomi sono rimasti famosi: il Medeghino (1530-1532), che percorreva con la sua flotta le acque del lago razziando ovunque e rifugiandosi poi nell’imprendibile castello di Musso, ed i Lanzichenecchi (1629), che lasciarono dietro di loro la tragica peste ricordata da Manzoni ne “I Promessi Sposi” e che a Dorio fece una strage portando gli abitanti da 300 a 84; le ricorrenti epidemie di peste sono testimoniate dalla chiesetta di Santa Cecilia di Dervio che fu utilizzata come lazzaretto.
Con la successiva dominazione austriaca fiorì l’industria del ferro e lo sfruttamento delle miniere dell’alto Varrone portò lo sviluppo industriale in un’economia fondata sull’agricoltura. Nacquero a Dervio industrie come la “Redaelli”, quattro cartiere all’avanguardia, cantieri nautici e laboratori artigiani, in Valvarrone le cave minerarie, a Dorio la filanda (1840-42), che assorbivano manodopera anche dai paesi circostanti. I collegamenti migliorarono con la conclusione della strada dello Spluga (1834) e l’apertura del tratto ferroviario Bellano-Colico (1894), la costruzione della strada carrabile per la Valvarrone (1916-1917). Tutto questo ha determinato un notevole sviluppo, che grazie alla tenacia ed all’operosità degli abitanti ha portato al benessere attuale, che vede gradatamente l’economia del nostro territorio trasformarsi da industriale a turistica, grazie a quelle risorse naturali che avevano favorito i primi insediamenti abitativi.
Su uno sperone di roccia che domina la piana di Dervio, è ben visibile la torre del Castello di Orezia, anche se sarebbe più esatto chiamarlo mastio, dato che la fortificazione attorno alla torre era data dalle mura degli edifici circostanti.
La prima citazione risale al 1039-40, quando subì un lunghissimo assedio.
Non si conosce l'origine del nome di Orezia, ma con tale nome la località era già citata alla fine del '200 insieme alla vicina Chiesa di san Leonardo (In plebe deruio loco castrum goleza ecclesia sancti leonardi). Nei documenti latini il nome aveva alcune varianti: orezia, oretia, horetia, holetia, olletia.
Il luogo era legato alla famiglia Cattaneo; nel 1397 un Giacomo Cattaneo del fu ser Anselmo cedette vari terreni e beni a Dervio, molti attorno a Castello: vigne e campi, piante (fichi, salici, marroni e castagni) e parte di una costruzione; proprio a Castello un'intera casa con tetto in pietra e con una loggia. I vicini di queste proprietà erano tutti Paruzzi o Cattaneo.
Per la sua posizione tra i monti e la piana, nello Statuto si trova più volte indicato come punto di confine.
Agli inizi del XV sec., durante il dominio dei Rusca, gli abitanti acquistarono una bombarda a difesa del Castello (et hoc pro solvendo bombardam unam emptam per soprascriptos omnes de Catanis pro deffensione suprascripti castri).

Fra le principali attività praticate sul lago vi è la pesca; la nostra riviera è infatti una delle zone più pescose di tutto il Lario. Nei tempi passati è stata una delle principali fonti di sussistenza per gli abitanti del paese.
Nel lago si possono pescare numerose varietà di pesce: agone, pesce persico, lavarello, trota, alborella, cavedano, luccio, carpa, tinca,…e tante altre visto che ne sono state censite 23 specie.
La pesca più caratteristica è senz’altro quella dell’agone; nelle serate di giugno e luglio lo spettacolo che si può ammirare è qualcosa di unico, la sfilata dei cavalletti di legno protesi in acqua, con i pescatori seduti sulla piattaforma finale, impegnati per ore nella pesca con la canna o il quadrato dei pesci che si avvicinano alla riva per deporre le uova.
Il sistema di conservazione degli agoni ha una tradizione secolare. I pesci, una volta puliti e salati, vengono infilati in cordicelle ed appesi al sole ad essiccare; quindi vengono messi in contenitori e pressati con un torchio per farne uscire l’olio. Nascono, così, i “Missultin” che, cotti alla piastra, sono un piatto tipico del Lario, ricercato dai buongustai e celebre sin dai tempi remoti.

La particolare conformazione geologica della zona, rende possibile la presenza di una grande varietà di habitat, per questo motivo durante le escursioni è possibile incontrare animali selvatici molto diversi fra loro, specialmente se dal lago si sale sino alle montagne.
Lungo le spiagge si incontrano varie specie di uccelli acquatici quali i cigni, le anatre (germano reale) le folaghe e gli svassi; nelle acque del Lario vivono numerose specie di pesci fra le quali le più note sono: arborella, agone, anguilla, cavedano, lavarello, luccio, persico, tinca, trota che testimoniano la buona qualità dell’acqua del lago.
Passeggiando nei boschi o nelle selve delle montagne circostanti capita di incontrare varie specie di animali selvatici come il ghiro e lo scoiattolo, ma anche la lepre, la volpe, la faina, la donnola o nelle ore notturne il tasso; per poterli ammirare meglio occorre dotarsi di un binocolo.
Fra i mammiferi ungulati il più diffuso è il capriolo, presente in varie decine di esemplari che popolano i boschi arrivando anche vicino alla riva del lago, ma salendo verso le cime delle montagne si trovano anche i camosci e qualche esemplare di cervo e stambecco. Sulle pendici del Legnone vivono le simpatiche marmotte e l’ermellino.
Oltre ai mammiferi sono ben distribuite sul territorio moltissime specie di uccelli fra i quali citiamo il fagiano, il gallo forcello, la poiana, il corvo imperiale, l’allocco, la civetta, oltre a una grandissima varietà di piccoli uccelli stanziali e migratori che allietano con il loro cinguettio le passeggiate.

La Valvarrone è solcata dal fiume Varrone, che nasce dalla cima omonima nel gruppo del pizzo dei Tre Signori (2553 m.) e passa nelle vicinanze di Premana, Pagnona, Tremenico, Introzzo, Sueglio, Vestreno, per poi sfociare nel lago.
Questo fiume, che nella parte finale presenta un letto piano e insignificante, nella parte a monte dell’abitato di Dervio ha un letto molto vario e interessante con grossi massi che danno origine a piccoli bacini e cascatelle circondati dai boschi, che creano un ambiente naturale di notevole interesse.
Nelle acque pulite del fiume gli appassionati della pesca possono catturare delle trote, che trovano nella conformazione del Varrone il loro habitat ideale; si possono cimentare inoltre in gare di pesca, organizzate dalle locali associazioni, che provvedono al periodico ripopolamento del fiume.
Per chi desidera ammirare l’ambiente naturale del fiume e godere di momenti di tranquillità in piena solitudine, c’è un piccolo sentiero detto “delle Prese” che parte da Via Valvarrone e risale sul fianco destro il corso del fiume per circa mezzo chilometro sino ad un ponticello in legno che attraversa il fiume per salire verso la località Pianezzo.
Per gli amanti dell’avventura proponiamo invece, nel periodo estivo, un tuffo nelle trasparenti e fresche acque dei pozzi che si trovano lungo il fiume, oppure la risalita del letto del fiume lungo la Valvarrone con un percorso impervio e selvaggio per esperti, fatto di grandi massi, scavati dalle acque, in mezzo ad una natura incontaminata che molto difficilmente ha contatti con l’uomo.

La tavola locale ha una importante caratteristica: è semplice ed ispirata ai profumi e sapori del lago e della montagna.
Nei numerosi ristoranti si può gustare il pesce del lago alla griglia o in carpione (lavarello, agone, alborelle, persico, luccio ecc.) ma il piatto tipico del lago è senza dubbio il “Missultin” l’agone essiccato cotto alla piastra e servito con crostoni di polenta.
Fra le carni spicca la selvaggina locale come capriolo, lepre, fagiano cotta arrosto, in salmì o accompagnata con gli squisiti funghi porcini e condite con l’olio d’oliva del Lario. In alternativa si può gustare un bel piatto di polenta taragna fatta con i formaggi grassi e il burro degli alpeggi.
Fra i primi piatti citiamo il risotto con il pesce persico, con i porcini o il tartufo nero delle nostre montagne; le paste condite con il pesce di lago affumicato o il ragù di capriolo, i tortelloni con castagne ripieni con selvaggina, ma non dimentichiamo le zuppe contadine e la trippa.
Fra i formaggi della zona troviamo quelli degli alpeggi come il casera, i caprini o la mascarpa, senza dimenticare il taleggio della Valsassina o il bitto della Valtellina.
Fra i dolci notevoli le crostate ai frutti di bosco, la miascia, i gelati artigianali o le castagne sciroppate.
Infine per i vini si possono degustare i vini della confinante Valtellina fra i quali citiamo i rossi Sassella, Inferno, Grumello o il bianco Chiavennasca.

Vi si tiene il Festival Internazionale Cinema d'Animazione e Fumetto.


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venerdì 18 dicembre 2015

LA VALCHIAVENNA

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La Valchiavenna è una regione alpina attraversata dai fiumi Liro e Mera. Compone, insieme alla Valtellina e ai territori della Val di Lei e di Livigno, la provincia di Sondrio.
La forma della Valchiavenna si può paragonare a una “Y”, divisibile in tre zone:

la prima è la zona principale (Bassa Valchiavenna) che si incontra imboccando la valle da sud e che va dal trivio di Fuentes, sopra Colico, a Chiavenna, comprendendo il Piano di Chiavenna e monti e valli adiacenti. Questa è, correttamente parlando, la Valchiavenna vera e propria;
la seconda è la sua continuazione occidentale, la Valle Spluga, che parte da Chiavenna e termina al Passo dello Spluga;
la terza è la sua continuazione orientale, la Val Bregaglia (conosciuta anche come Valle della Mera), che da Chiavenna porta al confine Italia-Svizzera e poi si conclude al Passo del Maloja. La Val Bregaglia non può comunque essere ritenuta parte della Valchiavenna, anche se i suoi due comuni italiani (Piuro e Villa di Chiavenna) fanno parte della Comunità Montana della Valchiavenna.

Durante la Preistoria la Valchiavenna era già conosciuta principalmente a causa della presenza del Passo dello Spluga. Le tribù di cacciatori-raccoglitori, nel periodo della conversione in pastori-agricoltori, stabiliscono vari sentieri passanti nella valle e presso il Passo. Quando la conversione è terminata, queste popolazioni abitano il fondo-valle, e, nei mesi caldi, “portavano le bestie in alpeggio”, seguendo i sentieri creati in quel periodo. Alcuni di questi sentieri furono usati fino a qualche decennio fa dai pastori locali. In alta Valle Spluga, sul Pian dei Cavalli sopra Isola, già da vari anni si stanno compiendo degli scavi archeologici. I lavori, diretti dal Prof. F. Fedele, hanno portato al ritrovamento di arnesi litici risalenti al 9000-7000 a.C., nel periodo Mesolitico. Nell’agosto del 1993, presso il lago artificiale di Montespluga, fu trovata un’ascia-martello in pietra con un foro, risalente circa al 3000 a.C. Nello stesso posto, anni prima, nel 1965, fu trovato un coltello con lama serpeggiante, risalente al 900 a.C. Il bronzo di cui è costituito proviene dalle miniere di bronzo presso Salisburgo. Questo porta a pensare che allora esistevano già rapporti tra comunità di luoghi molto distanti tra loro attraverso il Passo. I primi abitanti della valle furono probabilmente i Liguri, ma ai tempi della conquista romana gli abitanti erano i Reti. Essi erano della stessa stirpe degli Etruschi, oppure erano Etruschi cacciati dalla Pianura Padana dai Galli. I romani chiamavano “Clavennates” quelli della zona di Chiavenna, e “Bergalei” quelli abitanti nella Val Bregaglia e quindi della valle della Mera. Nel 196 a.C. i romani conquistarono Como, e nacquero così i contatti con le popolazioni retiche che vivevano sulle rive settentrionali del Lago di Como. Venne costruita una strada imperiale che collegava Como e Chiavenna, chiamata “Clavenna”, passando anche per la stazione di “Summu lacu”, cioè “sulla sommità del lago”. La località corrisponde all’odierna Samolaco, e il suo nome indica che il Lago di Como era più vasto a quei tempi, e si estendeva in parte del piano di Chiavenna.

Tra il 16 e il 14 a.C. i romani conquistarono la “Rezia” e il “Norico”, le regioni del basso centro-Europa, compresa la Valchiavenna. La strada romana tra Como e Coira passava per tutte e due le attuali dogane tra Italia e Svizzera (Spluga e Maloggia e del Settimo). Infatti, nell’”Itinerario di Antonino Pio”, la strada è divisa in due a Chiavenna: “Tra Curia (Coira) e Clavenna (Chiavenna) due strade.”. Nell’itinerario tra Chiavenna e Coira ci furono tre stazioni per il cambio dei cavalli: “Cunus Aureus”, forse presso Isola, “Tarvesede”, presso il Passo, “Lapidaria”, nell’attuale Svizzera. Ci sono alcune testimonianze letterarie del passaggio dell’Esercito Romano per il Passo dello Spluga. Risalgono al periodo romano (98-117 d.C.) delle monete trovate a Portarezza, Campodolcino, durante i lavori per l’invaso artificiale. La valle rimase sotto il dominio romano fino alla fine dell’Impero Romano d'Occidente, nel 476. Dopo tale data, si diffuse il cristianesimo nella valle.

Passata al Regno d'Italia, fece parte dell’Impero Carolingio e del territorio dei Re di Germania. Nel X secolo cominciarono i traffici commerciali per la valle, principalmente diretti al Passo dello Spluga. Chiavenna divenne così un centro importante per il transito delle merci. A certificarlo, è nel 1030 la fondazione del comune di Chiavenna, il più antico dell’attuale Provincia di Sondrio. Nell’Alto Medioevo viene attuato il sistema delle chiuse, che regolava i traffici commerciali in direzione del Passo dello Spluga, che dopo il 1000 aumentano di numero. Intanto, nella Valle Spluga si insediano delle famiglia Walser, provenienti dalla Svizzera. Esse faranno costruire delle abitazioni nello stile, appunto, Walser. Degli esempi sono gli abitati di Mottaletta e Rasdeglia, sopra Isola. Il comune di Chiavenna appartiene al Ducato di Svevia, sotto Federico Barbarossa. Nella lotta tra il Barbarossa e i Comuni Chiavenna si schierò sempre dalla parte dell’Imperatore. Nel 1176, alla vigilia della Battaglia di Legnano, a Chiavenna si incontrano il Barbarossa e suo cugino Enrico il Leone. Il primo chiede aiuto militare al secondo, ma invano. Fu, probabilmente, il Barbarossa a donare al comune di Chiavenna la cosiddetta: “Pace di Chiavenna”, una copertina della Bibbia, prodotto dell’oreficeria renana, composta da oro e pietre preziose. Ora è conservata nel “Museo del Tesoro”, nei pressi della chiesa di San Lorenzo in Chiavenna. Nel 1226, per facilitare il trasporto delle merci per il Passo dello Spluga, fu costruita una strada carreggiabile tra Campodolcino e Madesimo. Intanto, dall’inizio dell’XII sec. la valle fu soggetta al comune di Como, anche se continuava ad avere una propria autonomia amministrativa. Nel 1240 circa iniziano i passaggi per il Passo del San Gottardo che, nel XIX secolo, supererà d’importanza lo Spluga con il traforo del 1882.

Entrò nelle complesse vicende della lotta per la Signoria di Milano tra i Della Torre e i Visconti.

Nel 1269 fu catturato da Corrado Venosta Von Matsch (feudatario del Castello di Boffalora sopra Madesimo) Raimondo Vescovo di Como ed esposto in una gabbia al pubblico ludibrio a Sondalo in Valtellina. Venne poi liberato dalle milizie del fratello Napoleone della Torre che distrussero il castello il 25 settembre 1273.

Nel 1335 Azzone Visconti si impadronisce del vescovado di Como, compresa la Valchiavenna. La dominazione è mal tollerata, la popolazione si ribella e chiede aiuto a Papa Gregorio XI. Il suo intervento porta a una riconciliazione delle due parti. Nel 1402 muore Gian Galeazzo Visconti e la Valchiavenna è ceduta in feudo a Baldassarre Balbiani. Egli fa costruire il suo castello a Chiavenna, situato nell’attuale Piazza Castello. Nel 1473 il Duca di Milano obbliga il passaggio delle merci del suo ducato per il Passo dello Spluga.Nel 1477 risulta essere podestà il Cavaliere Aulico Gio Giacomo Vismara, Gentiluomo Regio e consigliere segreto del Duca di Milano. Tra il 1488 e il 1497, su ordine di Ludovico il Moro, vengono costruite le mura attorno a Chiavenna, che diventa così il primo centro fortificato dell’attuale Provincia di Sondrio. Le mura si erano rese necessarie per difendersi dai saccheggi degli abitanti delle Tre Leghe grigionesi.

Durante l’intera dominazione milanese, i borghi di Chiavenna e Piuro divennero luogo di scambi commerciali e culturali tra le zone artigianali ed industriali della Svizzera e della Germania e l’area milanese-comasca. Proprio per le intense attività commerciali che vi risiedevano, la cittadina di Chiavenna si sviluppò urbanisticamente: il tratto per lo Spluga era costituito dall’attuale via Bossi, quello per i passi del Maloggia e del Settimo dall’odierna Via Dolzino. Nel 1500 Luigi XII, Re di Francia, conquista il Ducato di Milano e quindi la Valchiavenna. Le dominazione dura 12 anni, fino a quando le Tre Leghe grigie conquistano tutto il territorio dell’attuale Provincia di Sondrio. La Valchiavenna, per la sua importanza a causa dell’enorme traffico di merci che vi transitavano, godette di alcuni privilegi rispetto ad altri territori soggetti ai Grigioni. Un esempio è la forma statutaria molto più autonoma rispetto ad essi. Nel 1520 un’alluvione dell’Adda cambia il corso del fiume valtellinese. Fino ad allora infatti l’Adda sfociava nel Lago di Mezzola, e l’alluvione deviò il suo corso fino a portare la foce direttamente nel Lago di Como. Intanto, i Grigioni governano la Valchiavenna, la Valtellina e la Contea di Bormio in modo ambiguo. Rispettano infatti gli statuti già in vigore nelle valli, ma i loro funzionari commettono abusi di vario genere. Per calmare gli animi della popolazione soggetta viene istituito, nel 1620, un tribunale per i criminali politici. Il provvedimento ha l’effetto contrario. Aggiunto all’odio religioso per aver diffuso il protestantesimo nelle cattolicissime valli chiavennasche, sondriesi e bormiesi, provoca quindi un’insurrezione che scaccia i Grigioni, che non avviene però in Valchiavenna, che rimane sotto il dominio elvetico. Per risolvere i problemi, i Grigioni proclamano la libertà di culto in tutti i loro territori. Nel 1571 muore a Chiavenna l’umanista di Modena Lodovico Castelvetro, residente nel capoluogo valchiavennasco già da qualche anno. Tredici anni dopo i comuni della Valle della Mera diventano due: Villa di Chiavenna si scinde da Piuro. Quest’ultimo comune, il 4 settembre 1618, viene investito da una frana che seppellisce l’intera cittadina e uccide buona parte dei circa 1000 abitanti. Il comune era centro di lavorazione della pietra ollare, attività una volta molto diffusa in valle, e del commercio della seta. Nel frattempo, la Valchiavenna era diventata zona di passaggio obbligata per i trasporti delle merci dalle zone più industrializzate d’Europa (dalla Toscana alle Fiandre, dalla Pianura Padana alla zona del Lago di Costanza), come i porti di Genova e Venezia, che manteneva contatti con i Grigioni per conto della sua Repubblica, anche attraverso la “Strada Priula”, aperta nel 1593, che collegava Bergamo e Morbegno, ma aveva un prolungamento nella Valchiavenna. Nel 1629 passano in valle i Lanzichenecchi di Carlo V, diretti a Roma, e diffondono la peste. Vent’anni dopo finisce una guerra quasi ventennale (culminata nel Sacro Macello di Valtellina) scoppiata per i motivi religiosi già noti nel secolo prima. Secondo gli accordi, il capitolato milanese restituisce i territori della Valtellina e della Contea di Bormio ai Grigioni, a patto che non ci abiti nessun protestante.

Nel 1797 finisce definitivamente la dominazione elvetica per Valtellina e Contadi. Napoleone, con la Pace di Campoformio, costituisce la Repubblica Cisalpina, di cui fanno parte i territori dell’attuale Provincia di Sondrio. Gli austriaci occupano però la Repubblica nel 1799. I francesi la riconquistano dopo due anni e la legano alla Repubblica italiana (1802-1805) e poi al Regno d'Italia (1805-1814). I Grigioni però non si rassegnano: vogliono riconquistare la valle, insieme alla Valtellina. Il 27 aprile 1814 l’esercito delle Tre Leghe discende su Chiavenna dal confine bregagliotto: trovando la valle già occupata dagli austriaci, si ritirano. Al Congresso di Vienna del 1815 viene inviato come rappresentante della Valchiavenna il borghese chiavennasco Girolamo Stampa. Egli chiede (e ottiene) l’annessione al Regno Lombardo-Veneto della Valle. La valle, per la prima volta, viene unita amministrativamente alla Valtellina e alla contea di Bormio, per formare la Provincia di Sondrio. Nel 1818 gli austriaci costruirono la strada carrozzabile Chiavenna-Passo dello Spluga, modificata nel 1822. Nel 1838 fu costruito il tratto di strada sul Sengio, ovvero il pendio scosceso tra Campodolcino e Pianazzo, in comune di Madesimo. L’ultima modifica al tracciato fu quella del 1930 presso la piana di Montespluga per la costruzione del bacino artificiale.

Durante il dominio austriaco il pensiero di Giuseppe Mazzini si diffonde. Tra gli esponenti c’è il chiavennasco Maurizio Quadrio. I fatti del 1848 sono vissuti attivamente dalla popolazione della Valchiavenna. Il 19 marzo arriva in valle la notizia dell’insurrezione milanese. Così, un gruppo di uomini, tra cui Francesco Dolzino, Giuseppe De Giorgi e Cirillo Tunesi, disarmano la gendarmeria austriaca e cacciano i governatori. La popolazione fa festa per le strade. Il 20 marzo, una domenica, l’Arciprete della chiesa di San Lorenzo a Chiavenna, Giovan Battista de Picchi, benedice la bandiera della rivoluzione mentre in Piazza Fontana, oggi Piazza Pestalozzi a Chiavenna, viene piantata la’”albero della libertà”. Il 29 maggio viene fatta una consultazione provinciale per l’unione al Regno di Sardegna. A Chiavenna ci sono solo tre voti contrari. Ma quando l’esercito piemontese perde gli alleati, tutto va in fumo: dopo l’Armistizio di Salasco a Vigevano, gli austriaci tornano nella valle e in tutta la Lombardia. Continuano comunque le insurrezioni. Nell’ottobre del 1848 vengono ancora cacciate le autorità austriache e, precisamente il 22 ottobre, viene ripiantato l’”albero della libertà”. Poi un gruppo di volontari guidati da Francesco Dolzino si porta all’imboccatura della Valchiavenna, presso Verceia. Sperando in un’insurrezione generale dell’intera Lombardia, resistono sei giorni all’esercito austriaco, intervenuto per la repressione. A comandare quelle truppe c’era il generale Julius Jacob Haynau, già repressore dell’insurrezione bresciana. Egli comanda il saccheggio e la distruzione di Verceia, subito eseguito. Avendo paura, il comune di Chiavenna gli manda incontro una delegazione che gli spiega il “sincero pentimento della città”. Ma come al solito le scuse non bastano mai. Il 29 ottobre Haynau entra a Chiavenna e annuncia lo sconto della pena ad una multa di “20.000 lire austriache”. L’anno dopo (1849) si chiude definitivamente la prima guerra di indipendenza.

Nel 1859, con la seconda guerra di indipendenza, molti valchiavennaschi si arruolano nell’esercito piemontese. Insieme ai francesi, l’esercito in questione batte gli austriaci a Mombello (20 maggio), Pastrengo (30-31 maggio) e a Magenta, il 4 giugno. Il giorno dopo la Provincia di Sondrio è annessa ufficialmente al Piemonte e il comune di Chiavenna chiama i suoi giovani alle armi. Il 24 giugno, tra San Martino e Solferino, si combatte la battaglia decisiva tra franco-piemontesi e austriaci. Tra i caduti c’è il valchiavennasco diciassettenne Pietro De Stefani. A commemorarlo c’è ora una lapide nel cimitero di Chiavenna. Tornando alla battaglia, la vittoria è dei primi, e la seconda guerra di indipendenza si conclude così. Infatti, l’11 luglio Napoleone III firma l’armistizio con l’Austria e solo la Lombardia viene ceduta al Regno di Sardegna quando invece, come pattuito da Cavour con l’Imperatore di Francia doveva essere annesso anche il Veneto. La Valchiavenna, insieme a tutta la Lombardia, viene quindi unita al Regno di Sardegna, e successivamente, con l’Unità d'Italia, diviene parte del Regno d’Italia.

Una delle conseguenze dell’annessione al Regno d’Italia fu il calo dell’importanza commerciale della valle, a causa del governo, favorevole ad altri tracciati (quelli piemontesi). Nel 1882 arriva il colpo di grazia: l’apertura del Traforo del San Gottardo. Inutile poi l’apertura della linea-ferroviaria Colico-Chiavenna nel 1886.

Nel settembre del 1927 la Valchiavenna fu vittima di una drammatica alluvione che interessò la Mera, il torrente Liro e i loro affluenti maggiori. Fortunatamente non ci furono vittime, ma i danni furono pesanti, a causa del fatto che i fiumi erano sprovvisti di argini, che furono costruiti, proprio per evitare che si verificasse un’altra alluvione, negli anni ’30. L’alluvione interruppe i passaggi per la valle, l’abitato di Campodolcino fu in gran parte sommerso. Fu interessata anche la Valtellina, nel primo tratto della sua bassa valle (Sondrio-Morbegno).

Nello stesso anno, inoltre, alla presenza dell’allora Principe Umberto I viene inaugurata la centrale idroelettrica di Mese, la più grande della valle, che allora era l’impianto idroelettrico più potente d’Europa.

Dopo l’8 settembre 1943 agli ex-soldati e ai giovani di leva della valle si presentarono le seguenti possibilità di sopravvivenza: vivere rintanati in casa propria, scappare in Svizzera, vista la vicinanza al confine, ma non sempre si veniva accettati, oppure rifugiarsi nelle baite di montagna. Molti scelsero quest’ultima possibilità, e nacquero così i primi nuclei partigiani, aiutati da sacerdoti, amici e parenti dei componenti, che portano cibo e informazioni sul corso dei fatti. In Valchiavenna si distinse l’opera di alcuni sacerdoti che aiutarono gruppi di ebrei a fuggire in Svizzera e perseguitati politici. Un esempio: prima della Liberazione del 25 aprile nella “Casa Alpina” di Motta sopra Campodolcino vennero ospitati sotto mentite spoglie vari ebrei poi fuggiti in Svizzera. Dopo la Liberazione, invece, a Motta si rifugiarono molti ex-fascisti repubblichini. Tempi duri per la popolazione, si fa uso del baratto visto che il denaro non ha più valore, alcuni si dedicano al contrabbando. Intanto, i partigiani continuano la loro azione, mentre nell’inverno del 43/44 i nazi-fascisti diminuiscono la loro presenza in Valle Spluga, ritirandosi a Chiavenna. Il grosso dei partigiani ne approfitta e risale la valle del Liro. I tedeschi e le Brigate nere sono intenzionati a trattenere i partigiani in valle, per favorire l’ingresso in Valtellina della colonna fascista, per organizzare l’ultima resistenza. Il piano non riuscì, Mussolini viene catturato e giustiziato, mentre, ormai alla fine della guerra, già persa anche nella sua seconda parte, scappano al confine alcuni tedeschi, con familiari dei ministri della Repubblica di Salò, a cui fu impedito il trapasso del confine. Nei giorni precedenti il 25 aprile i nazi-fascisti scatenano una grande offensiva contro i partigiani. I tedeschi sulla sponda destra, le Brigate-nere sulla sinistra della Valle Spluga, con una morsa a tenaglia. All’Angeloga, in alta Valle Spluga avviene l’ultimo scontro, con due vittime partigiane e molti feriti. Il 25 aprile le Brigate nere e i tedeschi ricevono l’ordine di scendere a Chiavenna, dato loro dopo aver saputo della cattura del Duce. La resa è vicina. Due giorni dopo, il 27 aprile, i fascisti sono tutti alla “Specola”, edificio presso la stazione ferroviaria, e i tedeschi tutti in un albergo in Piazza Castello. Per evitare uno scontro a fuoco serve un mediatore: il compito fu affidato all’allora Arciprete di Chiavenna Don Pietro Bormetti, nonostante l’opposizione dei partigiani di fede anti-clericale. L’Arciprete si comportò bene, i nazi-fascisti si arresero.

Un tempo l’economia della valle era fondata sui traffici commerciali in direzione della Svizzera, dovuti alla posizione favorevole. Quando nell’800 essi diminuirono sostanzialmente, la cittadina di Chiavenna subì un minore sfavore del resto della valle, dovuto ad una presenza di consolidate industrie. Proprio in quegli anni (1880 circa) cominciarono infatti dei forti flussi migratori dagli altri paesi della valle che, come si è detto prima, avevano subito un maggiore sfavore dalla drastica diminuzione dei passaggi commerciali. L’agricoltura a quel tempo era povera e arretrata, perché il Piano di Chiavenna, a sud della valle, doveva essere ancora in gran parte bonificato. I flussi migratori maggiori erano diretti verso l’Argentina, l’Australia e la California. Oggi, visti i profitti e la vicinanza, molti valchiavennaschi lavorano in Svizzera.

Oggi nel Piano di Chiavenna sono presenti vari stabilimenti per l’allevamento bovino e, in modo minore, caprino. Quindi il terreno del Piano di Chiavenna è utilizzato per il pascolo animale, alle coltivazione e allo sfalcio per produrre fieno. I prodotti dell’allevamento sono specialmente latticini (formaggi come la Magnóca, il Bitto e vari altri tipi, anche caprini) e, anche dall’allevamento suino, carni lavorate (la brisaola, la spaléta, il violìn e i bastardèi).

L’industria è abbastanza fiorente. Il suo sviluppo, avvenuto nel XIX secolo, ha portato alla creazione di due tipi di lavorazione destinate al mercato nazionale: quella della filatura del cotone e quella della produzione della birra. Alla fine dell’800, erano presenti ben sette birrifici nella valle (uno di essi era ospitato nell’edificio dell’attuale Biblioteca della Valchiavenna, a Chiavenna). L’attività della filatura sopravvisse fino al 1932, mentre quella della produzione di birra fino agli anni ’50, dopo il trasferimento degli impianti. Ultimamente, però, sono sorti nella bassa valle dei piccoli impianti di produzione artigianale della birra. A Gordona è presente inoltre la fabbrica della rinata Birra Spluga. È già scomparsa da vario tempo la lavorazione della pietra ollare, già conosciuta ai tempi dei Romani. Il cuore pulsante dell’industria della Valchiavenna è nell’area industriale tra Gordona e Samolaco. Qui sono presenti industrie meccaniche, edilizie, del vetro… Oltre alla fabbrica della Birra Spluga, a Gordona è presente una fabbrica di articoli sportivi in legno che, quando venne fondata a Chiavenna era la prima fabbrica di sci in Italia. Per quanto riguarda le industrie alimentari, presso l’area industriale di Gordona e Samolaco è presente un allevamento di pollame, conosciuto anche nazionalmente. Incastonata tra Chiavenna e Prata Camportaccio vi è una fabbrica di pasta, che produce anche prodotti valtellinesi (basta citare i Pizzoccheri). In Valchiavenna vi sono alcune cave per l’estrazione di vari minerali, come il marmo detto “Sanfedelino”, per la vicinanza di una delle cave al tempietto dedicato a San Fedele sulle rive del Lago di Mezzola. La Valchiavenna è ricca di bacini idrici artificiali. Essi producono molta energia elettrica, utilizzata specialmente in Lombardia.

Il turismo è un’importante fonte di reddito e può contare su molte attrattive, non solo legate alla montagna. Chiavenna è meta di turismo storico, e riscuote successo la Sagra dei Crotti, nata nel 1956, che vi si tiene nella prima metà di settembre. Gli alpeggi montani sono diventati luogo di villeggiatura estiva per molti turisti, mentre d’inverno sono molto frequentate le piste da sci. Esse sono situate in gran parte a Madesimo (famoso è il cosiddetto “Canalone”, sul Pizzo Groppera) e nel territorio di Motta, località in comune di Campodolcino, raggiungibile con una funicolare dal capoluogo della Valle Spluga o con una strada carrozzabile da Madesimo. In quest’ultimo centro si tennero, nel 1911, le prime gare di sci in Italia. I due comuni principali della valle superiore, a causa del turismo, hanno subito un intenso sviluppo urbanistico. Turista illustre nella Valle Spluga fu Giosuè Carducci, che frequentò la valle dal 1888 al 1905 e, visitando i suoi vari paesaggi, scrisse varie poesie su di essi. Presso Gordona si può praticare il freeclimbing e il canyoning lungo la gola del torrente Boggia, mentre a Piuro è molto frequentata la zona vicino alla cascata dell’”Acquafraggia”.

La Valchiavenna è un museo a cielo aperto: passeggiando lungo le vie del centro di Chiavenna e nei suoi dintorni si osserva come abbia vissuto un passato ricco di storia e generoso nell´abbellirla di palazzi dalle ricche facciate, di piazzette con splendide fontane e di opere d´arte eccezionali. Lungo le strade del borgo e attraverso meravigliosi e suggestivi itinerari nei parchi si può assaporare la tradizione di una valle con secoli di storia trascorsi valicando i confini dei passi alpini che separano l´Italia dal cuore dell´Europa.

Itinerari per tutti i gusti, dalla primavera all’autunno lungo i percorsi ciclabili e i sentieri storici di Valchiavenna, Val Bregaglia e Valle Spluga e in inverno immersi nella neve della Ski Area Valchiavenna o lungo i percorsi innevati per le ciaspole.

La cittadina valchiavennasca più importante è, ovviamente, Chiavenna. Vi ha sede la Comunità Montana della Valchiavenna, di cui tutti i comuni della valle fanno parte. Nella bassa valle è presente il grande comune di Samolaco, anch’esso diviso in frazioni (Somaggia, San Pietro, Era, Casenda). Nel piano si sono sviluppate le cittadine di Prata Camportaccio, Gordona e Mese. Tra i comuni di Gordona e Mese c’è Menarola, con “solo” 46 abitanti. Sul Lago di Mezzola sono affacciati i comuni di Novate Mezzola e di Verceia.

La Valchiavenna si trova incastonata nelle Alpi, circa al centro della catena montuosa, tra le Alpi Lepontine e le Alpi Retiche occidentali. Divide così le Alpi Occidentali dalle Alpi Orientali. Ha un andamento verticale, diversamente dalla direzione del crinale alpino. La sua conformazione è dovuta all’azione dei ghiacciai alpini dell’età antica.

L’altitudine della valle è varia: il Piano di Chiavenna è a circa 200 m s.l.m., Chiavenna è a 330 m s.l.m., la Valle della Mera staziona sui 400 m s.l.m., la Valle Spluga varia molto, e termina con i quasi 2000 m s.l.m. del Passo dello Spluga.

La Valchiavenna confina con il Canton Grigioni (in Svizzera) a nord, nord-est e ovest, con la Valtellina a sud-est e con le province di Como e Lecco a sud.

La Valchiavenna è parallela alla Val Mesolcina, valle di lingua italiana ma appartenente al Canton Grigioni. Nel comune di Piuro è compresa la Valle di Lei, appartenente al bacino idrografico del Reno. Questa, pur appartenendo politicamente ad un comune della Valchiavenna, geograficamente non ne fa parte.

I ghiacciai della Val San Giacomo e della Val Bregaglia si univano nel luogo dove attualmente sorge Chiavenna, formando un'unica grande massa che arrivava fino alla Valtellina. L’azione dei ghiacciai ha forgiato i versanti vallivi dando valli “a U” e costruito fenomeni come le “Marmitte dei giganti”, visibili nell’omonimo parco tra Chiavenna, Piuro e Prata Camportaccio e all’imboccatura della Val San Giacomo presso Mese. Il fondovalle è stato soggetto all'azione dei fiumi Mera e Liro. In particolare all'azione di quest'ultimo ha creato la “gola del Cardinello”, solco scavato nella roccia tra Isola e Stuetta, nell’alta valle. Questo passo, che parte dalla frazione Stuetta si snoda lungo un sentiero di roccia fino alla diga di Montespluga, e fu utilizzato parecchio dagli eserciti del passato tra cui le legioni romane (che crearono l'attuale sentiero) e l'esercito di Napoleone durante la campagna d'Italia, il quale perse parecchi uomini e cannoni per via delle frane nella zona. Il Piano di Chiavenna invece fu spianato dalla Mera, che ha lasciato nel piano molto materiale alluvionale.
Inoltre sono presenti vari circhi glaciali, tra cui l’anfiteatro del torrente Schiesone, presso Prata Camportaccio.

Il corso d’acqua più importante è la Mera, fiume che nasce a 2800 m s.l.m. in Svizzera (Val Marotz) e scorre in direzione est-ovest fino a Chiavenna. Unito al torrente Liro presso Mese, il fiume finisce poi nel Lago di Mezzola che confluisce nel Lago di Como. Poi c’è il torrente Liro, che nasce vicino al Passo dello Spluga e, insieme al torrente della Val Loga, che nasce dal ghiacciaio della Val Loga, si immette nel lago artificiale di Montespluga. La sua acqua alimenta vari impianti idroelettrici, e infine finisce nella Mera, presso l’abitato di Mese. Il corso del torrente Liro e del fiume Mera dopo il congiungimento tra i due determina il confine tra Alpi Lepontine e Alpi Retiche. I molti affluenti minori dei due corsi d’acqua formano varie valli laterali. Il Lago di Mezzola si trova nella bassa Valchiavenna ed è preceduto da un laghetto chiamato Pozzo di Riva. Il Lago di Mezzola è ciò che rimane dell’acqua del Lario che occupava l’attuale Piano di Chiavenna, formato dai detriti della Mera portati verso il lago. Nel lago confluiva anche l’Adda, fino all’alluvione del 1520. Sono presenti in Valchiavenna numerosi laghi artificiali, creati per scopi idroelettrici.

Essi sono:
Lago di Montespluga
Lago di Truzzo (lago naturale ampliato artificialmente)
Lago di Madesimo
Lago di Isola (sempre nel comune di Madesimo)
Lago di Prestone (a Campodolcino).
In territorio appartenente al comune di Piuro, nella Valle di Lei vi è un grande lago artificiale, il Lago di Lei, che si trova nel bacino del Reno. Le sue acque sono sfruttate dalla Svizzera, a cui appartiene il tratto del muraglione della diga, siccome in caso di attacco e distruzione di esso a venire inondate sarebbero le cittadine svizzere dell’Hinterrhein. La Svizzera ha così attuato uno scambio di territori e adesso può controllare la diga per la protezione civile. La cascata dell’Acqua Fraggia è un’importante attrazione turistica. È formata dal torrente omonimo che da un vallone esposto sulla valle principale si getta dall’alto.

I ghiacciai formarono la morfologia della valle, ma sono ora ridotti a pochissimo territorio. Ora ne sono presenti circa una decina in Valle Spluga e in Val di Lei e alcuni in Val Codera. Nella Valle Spluga i più grandi sono quelli del Ferré, del Suretta (ormai più simili a nevai) e di Ponciagna.

La Valchiavenna, come tutte le valli alpine, possiede sul suo territorio vari monti più o meno alti. In Val San Giacomo il più importante è il Pizzo Stella (3163 m), il più alto è il Pizzo Tambò (3279 m), poi il Pizzo Ferrè (3103 m), il Pizzo Suretta (3027 m, insieme al Tambò circonda il Passo dello Spluga), il Pizzo Quadro (3015 m). Nella Valle della Mera il più importante è il Pizzo Galleggione (3107 m), nella bassa Valchiavenna ci sono il Pizzo Ligoncio (3032 m), il Pizzo di Prata (2727 m, domina con la sua mole la Val Schiesone, sopra Prata). Si può considerare appartenente alla valle il Pizzo Badile (3308 m).

Il valico più importante è senza dubbio il Passo dello Spluga, che diede nei secoli scorsi molta importanza alla valle come terra di grossi traffici e passaggi. Dal confine svizzero bregagliotto si può arrivare ai passi del Maloja e del Settimo. Vi sono poi il Passo del Baldiscio, in Valle Spluga e il Passo della Forcola, a conclusione della Valle della Forcola, situata sopra Gordona. Tutti e due i valichi portano alla Svizzera.

Tra le caratteristiche particolari della Valchiavenna vi sono la presenza di una grande palude presso il Lago di Mezzola, formata dalla Mera, chiamata Pian di Spagna. Ora è un posto adatto al bird-watching: vi si possono osservare infatti vari uccelli acquatici. Altra caratteristica, già citata prima, è la presenza di numerose valli laterali.

La Valle S. Giacomo (oggi più comunemente chiamata Valle Spluga) è la zona più settentrionale della Valchiavenna ed è dislocata tra i 333 m s.l.m. di Chiavenna e i 2113 m s.l.m. del Passo dello Spluga. La valle confina a ovest con il bacino del fiume Moesa, affluente del Ticino, e a est con il bacino del Reno di Lei, affluente del Reno posteriore. La Valle Spluga è centrale nell’arco delle Alpi ed è posta tra il solco del Lago di Como a sud e la valle del Reno a nord. Collega i centri di Chiavenna e Thusis, distanti in linea d’aria 43 km.

La Val Scalcoggia e la Valle di Starleggia sono sospese sulla valle principale e i loro torrenti formano delle cascate. Al contrario, la Val Rabbiosa e la Valle del Drogo si immettono nella valle principale tramite una gola scavata dal proprio torrente. Nella valle sono presenti dozzine di laghi e laghetti glaciali. Ad esempio i laghi dell’Angeloga, presso il Pizzo Stella, quelli attorno al Passo del Baldiscio, il Lago Emet (incastrato nella particolare conformazione dell’alto comune di Madesimo), il Lago Azzurro di Suretta (sul gruppo del Suretta) e di Motta (comune di Campodolcino). Ci sono molti laghi artificiali: a Montespluga e Isola (comune di Madesimo), a Madesimo, a Prestone (comune di Campodolcino). Inoltre c’è il lago di Truzzo, sul versante sinistro: si tratta di un lago naturale poi ampliato artificialmente. Il comune principale è Campodolcino. Importante è la cittadina di Madesimo, importante stazione sciistica. La valle fu chiamata con vari nomi. Nel XII secolo d.C. fu nominata per la prima volta con il nome di “Valle Sancti Jacobi”. Localmente è chiamata semplicemente “Valle” e dialettalmente “Val di Giüst”. In italiano è chiamata “Valle San Giacomo”, dal nome del comune che la introduce, San Giacomo Filippo, che un tempo era il maggiore. Recentemente si è vista la prevalenza del nome “Valle Spluga”.

La Valle della Mera è la valle percorsa dal fiume Mera fino a Chiavenna. È compresa (ed è l’unica sua parte italiana) nella Val Bregaglia, che termina al Passo del Maloja. La valle si trova tra Val di Lei e Val Madris a nord-ovest e la Val Codera a sud-est. L’aspetto dei versanti opposti è molto diverso: quello destro è ripido e pieno di rupi e valloni, quello sinistro è poco ripido ed è disposto a gradinata. Ci sono poche vallate profonde nei versanti. Sul versante sinistro sopra Borgonuovo di Piuro e sotto il Pizzo di Lago c’è il lago dell’Acqua Fraggia. Nella valle omonima (sospesa sulla valle principale) il suo torrente emissario si getta dalla parete con la cascata dell’Acqua Fraggia. La valle della Mera è divisa in due comuni: Piuro, diviso in borghi, e Villa di Chiavenna, quello del confine.

La Bassa Valchiavenna si disloca per buona parte sul Piano di Chiavenna, ed è una penetrazione valliva posta a quota più bassa delle altre zone della Valchiavenna e più vicina allo spartiacque alpino dell’arco delle Alpi. Con i suoi prolungamenti laterali, la bassa valle è posta tra: a ovest la Valle di Livo (appartenente alla Val Mesolcina, Svizzera), a nord-ovest la Valle Spluga, a nord-est la Valle della Mera (Val Bregaglia), a est la Val Masino, a sud-est la Valtellina. La Bassa Valchiavenna fu scavata dall’unione dei ghiacciai della Valle Spluga e della Val Bregaglia. I versanti sono levigati, e quindi non sono presenti laghi alpini. Le valli laterali generalmente si immettono nella valle principale con una gola scavata da un corso d’acqua (Val Bodengo, Val Codera e Val dei Ratti. Per aspetto le valli laterali sono aspre e selvagge (un esempio sono l’orrido scavato dal torrente Boggia presso Gordona, e le valli più a sud, la Val Codera e la Val dei Ratti. Il Piano di Chiavenna, appartenente alla bassa valle, circa 2000 anni fa era occupato dal Lago di Como fino a Samolaco (da Summu Lacu= sulla sommità del lago). Ora è rimasto solo il Lago di Mezzola, collegato al Lario dall’ultimo tratto della Mera. Il comune più importante è Samolaco, diviso in piccole cittadine. Altre cittadine sono Mese, Gordona, il piccolo comune di Menarola, Prata Camportaccio e le cittadine sul Lago di Mezzola, ovvero Novate Mezzola e Verceia.

La bassa valle è attraversata dalla strada statale 36 del Lago di Como e dello Spluga e dalla strada provinciale Trivulzia. Le due strade si dividono a Novate e si uniscono a Chiavenna. Qui la SS 36 continua attraverso la Valle Spluga fino all'omonimo passo mentre, sempre a Chiavenna, inizia la strada statale 37 che percorre la Val Bregaglia fino al confine italo-svizzero. In territorio elvetico questa strada prende il nome di Strada Nazionale n.° 3 e porta al passo del Maloja.
Chiavenna è collegata a Colico, e quindi a Sondrio e Lecco, da una linea ferroviaria a binario unico.
Al termine del tratto più suggestivo si percorre un altro sentiero con interesse turistico, la Via retica dei Carden che attraversa minuscole frazioni costituite da baite in legno molto caratteristiche (come le antiche case di Livigno e di Zernatt, tanto per intenderci). Raggiunto il borgo di Isola (1268 m), storico punto di sosta e di cambio cavalli per le diligenze che affrontavano il passo nell'Ottocento, il sentiero prosegue più tranquillo fino a Campodolcino.

In Valchiavenna si contano circa un´ottantina di crotti posti in località diverse.
La maggior concentrazione di crotti si ha nel comune di Chiavenna, dove i nuclei sono ben 18, segue Villa di Chiavenna con 14 crotti, senza contare quelli sparsi sui maggenghi del versante meridionale; Piuro con 11 e Samolaco con 10.
Quanto all´altitudine vanno segnalati anche quelli di Dalò (S. Giacomo) a 1149 metri, di Bodengo ( Gordona) a 1027 e al Fòp ( Menarola) a 934.
Poichè la natura non ha confini, i crotti continuano verso la Bregaglia svizzera, in barba alle dogane, fino a Bondo, a Promontogno e a Vicosoprano. Qui si trova il crotto dell´Albigna, a 1127 metri sul mare, aperto al pubblico, così come, scendendo verso per il Tini ai Roi e il Caurga, e vale tuttora per il Giovanantoni a San Giovanni e in Pratogiano per i crotti Al Prato, Torricelli, Refrigerio e Ombra. In quest´ultimo la galleria fu scavata artificialmente nella seconda metà dell´800 per la maturazione della birra, poi fu usata per quella del vino, oggi per la stagionatura dei formaggi.
Alcuni crotti in Pratogiano sono adibiti alla conservazione e vendita di frutta e verdura.
Altri pubblici in bassa valle sono il Crotàsc di Mese, aperto nel 1927, e il Cròt di Gordona.
Se normalmente i crotti sono a gruppi, raccolti o sovrapposti, non mancano esempi di crotti isolati.
In qualche caso si tratta di casa-crotto, come a San Giovanni di Chiavenna, dove molte costruzioni antiche sorgono sopra il crotto con i caratteristici tetti a una falda che salgono ad appoggiarsi al pendio.
Anche se è solamente in Valchiavenna che il fenomeno raggiunge la maggior densità, ricordiamo comunque che il crotto non è un fenomeno esclusivo della Valle, infatti se ne segnalano anche nei dintorni di Como, sul Lago di Como e nella Val Mesolcina.

Il "sorel" è una corrente d´aria a temperatura costante intorno agli 8°C, quindi tiepida d´inverno e fresca d´estate. Questa corrente d´aria è l´elemento da cui deriva la peculiarità del crotto, rendendolo infatti ambiente ideale sia per la maturazione del vino, dal momento che non c´è variazione di temperatura, sia per la stagionatura di salumi e insaccati, a cominciare dalla bresaola, e dei formaggi, d´alpe e di latteria.
Pochi finora hanno tentato di dare una giustificazione fisica al fenomeno e comunque essa non è ancora stata oggetto di studi sistematici.
I chiavennaschi costruirono presso il crotto, in mezzo al verde, rustici sedili e tavoli in pietra ollare, dove passare qualche ora serena con gli amici o la famiglia, per degustare i prodotti locali e, con una piota sotto un antro, poter cucinare le famose costine. Nei crotti più ricchi si aggiunse anche una saletta, dove potersi anche scaldare d´inverno al fuoco del camino. Alcuni di questi sono addirittura con balconcino e con dipinti, anche esterni, come quelli patrizi di Pratogiano o di Cortinaccio a Prosto di Piuro, dove spicca quello della famiglia Vertemate-Franchi. Va in ogni caso sottolineato l´interesse architettonico e urbanistico dei crotti, perfettamente inseriti nella natura, mimetizzandosi nell´ambiente tra il verde della vegetazione e il bruno delle rocce.
Il crotto in Valchiavenna è privato (solo alcuni sono stati aperti al pubblico come ristoranti) e si eredita come qualsiasi altro bene, ma, per evitare divisioni ereditarie, la maggior parte dei crotti privati ha moltissimi proprietari e, per non avere problemi, spesso all´interno del crotto stesso ci sono una serie di armadietti, dentro cui c´è la botticella del vino e il "mezzo" in terracotta, strumenti indispensabili per far vivere lo spirito del crotto; poi, all´esterno, i tavolini sono di tutti.
Etimologicamente il nome crotto si fa derivare da "crypta" latino o dal medievale "crota", che provengono dal greco krypta, cioè grotta, tanto che fu italianizzato in grotto. Della grotta ha le caratteristiche costruttive con pareti costituite da viva roccia, i massi più o meno grandi franati dalle montagne incombenti, anche se, bisogna ricordare, l´elemento fondamentale che lo differenzia da una normale grotta è il "sorel".
Per comprendere in pieno il motivo autentico della vita del crotto si pensi ad una scritta del 1781 nel crotto Giovanantoni di San Giovanni a Chiavenna che dice "Si vende vino bono e si tiene scola de umanità" e si pensi quindi all´humanitas dei romani, la cordialità, la serietà pur nell´allegria, il senso di se stessi, l´equilibrio interiore, il rispetto degli altri" in un luogo a misura d´uomo dove, per dirla come scriveva il poeta chiavennasco Giovanni Bertacchi, "se mangia e se beef in dialet".
Era costume diffuso, fino a qualche decennio fa, che le famiglie, d´estate, la sera della festa o della vigilia, andassero a crotto per la cena, al fresco e in mezzo al verde. Inoltre il crotto è sempre stato, anche prima della Chiavenna artigianale e industriale del XIX secolo, luogo ideale per concludere gli affari, tra un bicchiere e una battuta. Anche gli operai, nelle giornate particolarmente calde, finivano lì la loro giornata lavorativa. Il crotto fu quindi luogo di socializzazione da sempre. Per i giovani dell´ultimo dopoguerra, fu la sede delle festicciole con gli amici e le amiche, visto che fuori dall´abitato, si poteva cantare fino a tarda notte senza problemi di quiete pubblica. E soprattutto si può mangiare, ancor oggi, senza formalità, al tavolo di pietra squadrato alla buona. Si dice solitamente che quel tanto o poco di apertura in più che i forestieri trovano nei chiavennaschi derivi proprio da qui.
Per valorizzare i crotti, soprattutto quelli di Pratogiano a Chiavenna, nacque nel 1956 la Sagra dei crotti, che fino al 1960 fu un complemento di una gara podistica a carattere nazionale e che dal 1965 vive come manifestazione autonoma, con la possibilità di degustazioni gastronomiche e contorno di musica, balli e cultura. Si tiene generalmente nel secondo fine settimana di settembre e attira gente da varie province della Lombardia e dai Grigioni svizzeri.

È pratica diffusa in tutto l´arco alpino utilizzare le piante spontanee come alimento fresco, cotto o da conservare.
Non di meno questa consuetudine si riscontra ancora oggi nella cultura delle montagne dove, la gastronomia, caratterizzata dalla semplicità delle preparazioni, spesso, è retaggio di tradizioni contadine originate in situazioni di bisogno o di scarse risorse alimentari.
L´utilizzo alimentare delle piante spontanee è stato definito fitoalimurgia. Il termine alimurgia è stato coniato da Giovanni Targioni-Tozzetti nel 1767 per indicare lo studio delle soluzioni da ricercare in caso di urgenza alimentare (alimenta urgentia = alimurgia).
L´alimurgia è quindi la disciplina che si occupa di ricercare quanto può essere utile nel caso di necessità alimentare.
Queste piante danno al palato sensazioni rustiche arcaiche, grezze, non raffinate, dimenticate dalla selezione operata dall´uomo che ha privilegiato altri aspetti come la resa, la qualità.
Il nostro gusto ha quindi appiattito le caratteristiche organolettiche dei cibi e addomesticato i palati.
Durante la bella stagione l´uomo è attirato verso le erbe dei campi che inconsciamente considera utili: il corpo in primavera ha bisogno di pulirsi e il sangue di purificarsi: niente di meglio delle erbe cotte ci insegna la saggezza contadina!
Certo, i tempi sono cambiati: non si tratta più di ricercare risorse alimentari per sfuggire alla carestia, ma di riscoprire antichi usi, piatti dimenticati e genuini.
Dall´alimurgia si passa quindi inevitabilmente alla gastronomia.
Il recupero dell´uso culinario deve quindi procedere assieme al recupero della memoria, della storia, delle parole, delle tradizioni e ciò crea un notevolissimo valore aggiunto a tutta l´operazione che molti ristoratori hanno già compreso.
Per esempio, il prelibato Chenopodium bonus-henricus, il nostro spinacio selvatico, che poco ha da invidiare allo spinacio coltivato; oppure l´umile Silene vulgaris per misticanze, frittate, risotti o minestre.
Da non dimenticare la pungente ma altrettanto buona Urtica dioica nei risotti, minestre, frittate e ripieni vari.
Dal fondo valle ai pascoli alpini non si può non apprezzare il Taraxacum officinale che con la sua rosetta basale, prima della fioritura, viene gustata fresca in insalata, lessata quando le foglie cominciano ad indurirsi, nelle frittate primaverili o nelle minestre quando il freddo serale si fa ancora sentire.
Molte altre possono essere le specie da utilizzare e gustare, ma attenzione: la raccolta deve essere fatta con prudenza in quanto pos-sono derivare purtroppo facili confusioni con specie a volte tossiche.






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venerdì 24 luglio 2015

CAMMINARE PER ESINO LARIO

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E' quasi a mille metri di altezza, ma Esino da sempre guarda al lago. Ed è proprio a voler rimarcare quest'essere protesi verso il lago che gli esinesi han voluto nel nome del loro paese quel «Lario» che mettesse subito in chiaro un'appartenenza economica naturalmente, ma anche sentimentale. Eppure sembrerebbe la Grigna (la Grigna Settentrionale o Grignone per la precisione) a essere la protagonista. Si innalza li sopra, coi suoi boschi, i suoi prati, i suoi pendii e i suoi alpeggi. E proprio Esino ha dato un contributo non indifferente alle conoscenze geologiche nel nostro territorio. Ci ragionò l'abate Antonio Stoppani, mentre è figura indimenticata il parroco Gianbattista Rocca che con le sue raccolte di «sassi» consenti di aprire un museo. Oggi, Esino e località di villeggiatura e, praticamente, e un unico paese mentre un tempo vi erano Esino Superiore (o Cresso) ed Esino Inferiore (o Piacco), con le loro rispettive parrocchiali.

La religiosità ha da sempre avuto un ruolo fondamentale, come testimoniano la Chiesa Parrocchiale di San Vittore e la sua sacristia, le chiesette di Sant’Antonio, di San Giovanni, di San Pietro e le innumerevoli edicole – gisoei – dislocate in tutto il territorio.
Devozione, cultura e folklore caratterizzano fortemente ancora oggi usi e tradizioni locali. La localizzazione ed il forte attaccamento alle radici degli abitanti ha portato alla creazione dell’“Ecomuseo delle Grigne”, ufficialmente riconosciuto dalla Regione Lombardia nel giugno 2009.

La chiesa di San Vittore Martire, posta sullo sperone roccioso che si erge in centro alla valle, era un tempo adiacente all’antico Castello di origine antica, ora scomparso.
Conservata, a testimone dell’antica chiesa, è una tipica croce astile argentea di pieno Quattrocento.
Un primo restauro fu eseguito nel 1520, nel 1770-1780 vennero aggiunte le navate laterali.
L’ultimo intervento conservativo della facciata esterna è del 2009.
L’interno presenta un elaborato altar maggiore in marmi con angeli e statuette, un bellissimo architrave ligneo scolpito e dorato nel 1654.
Tra il 1657 e il 1685 lavorarono vari maestri intagliatori, dei quali si possono ammirare gli splendidi confessionali, il ciborio del battistero del 1660, la cantoria e la mostra dell’organo con la magnifica statua del santo patrono, gli stalli del presbiterio e la mensa (assemblata con parte dei pannelli dell’antico pulpito).
Eccelle il complesso della sacristia, ricoperta dal ricchissimo apparato degli armadi scolpiti dal Maglia detto Bièl, che qui aveva ricevuto asilo dal parroco.
La volta poi reca un armonioso insieme di stucchi di alta qualità racchiudenti in medaglioni l’Assunzione della Vergine, gli Evangelisti, le Sante Lucia, Agata, Agnese e Caterina.
Le tele appese alle pareti del presbiterio riguardanti la storia di San Vittore, sono opera di Carlo Pozzo di Valsolda, sempre sua è la Madonna del Rosario, già pala d’altare.
Di grande importanza e frutto dell’artigianato locale sono i due arazzi della Scuola Arazziera di Esino rappresentanti la Nascita di San Giovanni Battista e Sant’Antonio Abate con gli animali.
Ancora all’esterno a completamento del frontone vi è incardinato il portone bronzeo del Bonalberti del 1974 rappresentante la vita della Chiesa e del patrono; di notevole importanza è la mezzaluna con la Gloria di San Vittore a cavallo, opera in bronzo di Michele Vedani.

L’oratorio del Battista è situato nel centro storico di Esino Inferiore .
Dopo restauri ed ampliamenti, si presenta ora a tre campate con presbiterio a botte e coro poligonale e semplice fronte a capanna.
Ai lati del presbiterio, tra delicatissimi lavori di stucco del 1691, sono collocati due teleri con il Battesimo di Gesù e la Predicazione di Giovanni, così come appartiene al 1606 la tela dell’Addolorata, che prima del 1850 faceva da pala per l’altare laterale, dove fu posta allora la statua lignea tuttora molto venerata e ritenuta dai più miracolosa.
Da notare sono le tele secentesche della Morte di San Giuseppe e della Decollazione di San Giovanni ai lati, inoltre la Madonna dei Maniscalchi di chiara scuola veneta e in alto la graziosissima Natività.
Entrando sulla destra è conservata in parete la secentesca antica pala della Natività del Battista da poco scoperta e restaurata.

Lungo il costone morenico che collega il paese alla Chiesa Parrocchiale di San Vittore è possibile ammirare una delle opere artistiche più importanti di Esino Lario: La Via Crucis o Via della Croce.
Ad opera dello scultore Michele Vedani fu realizzata su formelle in bronzo negli anni ’40 dello scorso secolo incastonate nelle antiche cappellette originariamente affrescate.
La Via Crucis nacque infatti dal desiderio di Minuccia – figlia del Vedani, morta ventenne, che chiese al padre di fare qualcosa “…a Esino, per Esino”, una sorta di tributo al paese che li accolse e li ospito’ per lungo tempo.
Le spese di fusione dei bronzi furono sostenute da residenti e villeggianti, mentre Vedani donò la propria opera.
Tra i volti raffigurati spicca quello della figlia Minuccia dalle lunghe trecce, rintracciabile in diverse “stazioni”.
La Via Crucis culmina con “La Resurrezione”- collocata nella Cappella Grande – realizzata nel 1968 dallo stesso artista, ormai novantenne.
Il Maestro Vedani realizzò altre opere ad Esino Lario; vale citare la lunetta, dedicata a San Vittore (collocata sopra il portale della Chiesa Parrocchiale), i busti dell’Abate Antonio Stoppani e di Papa Pio XI (abituali frequentatori della Grigna) ed i calchi in gesso della Madonna del Ciclamino e di un Gesù nell’Orto degli Ulivi.

Il Museo delle Grigne di Esino Lario in Provincia di Lecco conserva reperti archeologici, una raccolta paleontologica dei fossili del calcare di Esino, minerali, ambientazioni naturalistiche delle fasce climatiche dal lago alla Grigna, una collezione di farfalle italiane, memorie e documenti relativi alla storia e al folclore, oggetti etnografici e la ricostruzione di un "Casel", la baita tipica dei maggenghi attorno al paese.
Il Museo delle Grigne – museo civico di Esino Lario – racconta l’evoluzione del territorio esinese, dalle sue origini sino alla storia locale più recente.
All’interno della sezione geologica è possibile ammirare minerali della zona prealpina e alpina; fossili del periodo triassico mediano rinvenuti nella conca di Esino Lario, studiati dall’abate Antonio Stoppani e classificati dall’Istituto di Geologia dell’Università di Milano.
La sezione archeologica ha come fiore all’occhiello una freccia di selce eneolitica rinvenuta nella Rocca di Baiedo, il primo segno della presenza dell’uomo sulle pendici della Grigna; completano e arricchiscono la collezione oggetti, monili e armi trovati nelle tombe dei due nuclei abitativi di Esino Lario, Cres di origine celtica e Psciach romana; utensili e strumenti di lavoro agricolo.

Esino Lario e’ il cuore del Parco Regionale della Grigna Settentrionale; la sua centralita’ nel territorio protetto ne fa il punto di osservazione piu’ interessante per eccellenza.
Il Parco si estende, oltre ad Esino, tra i comuni di Cortenova, Parlasco, Pasturo, Perledo, Primaluna, Taceno e Varenna, coprendo una superficie di ha. 5.548. Il territorio presenta massicci superbi, ora candidi di neve, ora sfoggianti i mille colori della primavera, dell’estate e dell’autunno, che si tuffano nelle dolci acque turchine del Lago di Como.

La Scuola degli Arazzi di Esino Lario era un'arazzeria italiana creata a Esino Lario da Giambattista Rocca e attiva dagli anni Trenta agli anni Sessanta. La scuola produceva arazzi su bozzetti originali di artisti italiani e venne premiata più volte con la Medaglia d'oro della Triennale di Milano.

La Scuola degli Arazzi di Esino Lario viene fondata nel 1936 da Don Gianbattista Rocca, all'epoca parroco di Esino Lario e proveniente da una famiglia di setaioli della Brianza. L'arazzeria ottiene l'attenzione della Galleria del Fiore e della Triennale di Milano, dove viene premiata con Medaglia d'oro alle edizioni del 1940, 1951 e 1954 e dove nel 1957 la galleria del Fiore di Milano, diretta da Luciano Cassuto e legata all'attività del gruppo MAC Movimento Arte Concreta, espone una serie di opere tessute su cartoni di Aymone, Bordoni, Chighine, Gianni Dova, Magnelli, Prampolini, Reggiani, Atanasio Soldati e Ettore Sottsass jr. L'arazzeria di Esino Lario crea inoltre un lavoro a partire da un cartone di Felice Casorati per il transatlantico Leonardo da Vinci (gli altri pannelli erano stati eseguiti dal laboratorio di Ugo Scassa). La scuola produce inoltre opere a partire da bozzetti di artisti quali Aligi Sassu, Salvatore Fiume, Bruno Cassinari, Umberto Lilloni, Pietro Marussig, Piero Fornasetti. La scuola viene chiusa nel 1961 e riaperta nel 1990. La riapertura prova a riattivare la produzione e mantenere viva la tecnica e la maestria artigianale creando la cooperative "Arazzi Esino SCRL"; la nuova scuola ha sede a Villa Clotilde e viene poi chiusa con lo scioglimento della cooperativa il 4 febbraio 2004. Arazzi della scuola di Esino sono conservati dalla Triennale di Milano, dalla Fondazione della Provincia di Lecco Onlus (arazzo realizzato nel 1958 su cartone di Franco Alquati, in deposito a Villa Locatelli).
Le principali caratteristiche dell'arazzeria di Esino sono la grande varietà di colori, l'uso di fili di seta e la tessitura su telai brevettati. Gli arazzi sono fabbricati con fili di seta colorati a fuoco con coloranti solidi; la scuola ha una propria tintoria che permette di produrre le più svariate gamme di colore. La tessitura avviene con orditi di canapa 12/2 e l'uso dei fili di seta; la finezza della seta rende lunghi i tempi di produzione ma permette una grande qualità e finezza di realizzazioni, sia nella densità dei nodi che nella varietà e nelle sfumature dei colori. I telai sono brevettati da Don G.B. Rocca; il brevetto migliora gli antichi telai ad alto liccio, accelerando la realizzazione dell'arazzo.

Il suo territorio è interamente montuoso: la quota minima raggiunta è di 554 metri, mentre la massima giunge ai 2.409 della vetta delle Grigne. La natura calcareo-dolomitica (rocce composte da carbonato di calcio e magnesio) del territorio, comune al resto della zona prealpina lombarda, ha portato alla presenza di importanti zone carsiche all'interno del territorio comunale.

Di particolare rilievo è il Moncodeno, un esteso anfiteatro situato sul versante nord della Grigna settentrionale ad una quota compresa tra i 1.700 e i 2.300 metri, caratterizzato da una presenza di un gran numero di doline (avvallamenti del terreno) e grotte (quasi 500), formate dall'azione combinata del carsismo e dell'esarazione ad opera dei ghiacci che coprivano la zona durante le glaciazioni. In una di queste grotte, chiamata Ghiacciaia del Moncodeno, si trovano depositi di ghiaccio sotterraneo.

Il territorio esinese è inoltre contraddistinto dall'abbondante presenza di depositi fossiliferi marini, conseguenza della storia geologica delle Prealpi (emerse dal mare durante i movimenti tettonici dell'orogenesi alpina nell'era cenozoica). Questi depositi vengono studiati da lungo tempo dai paleontologi; il primo studioso che se ne interessò, nel corso del XIX secolo, fu il geologo e paleontologo lecchese Antonio Stoppani.

Villa Clotilde è un edificio di proprietà comunale centro culturale di Esino. L'edificio ospita l'ufficio turistico, la biblioteca civica, l'Archivio Pietro Pensa con la biblioteca specialistica di storia locale, la sede dell'Ecomuseo delle Grigne, parte della collezione del Museo delle Grigne e alcune opere d'arte contemporanea. La villa è stata anche sede per alcuni anni della riaperta scuola di arazzi di Esino Lario.

L'Ecomuseo delle Grigne è un ecomuseo comunale costituito nel 2008 su iniziativa dell'Associazione Amici del Museo delle Grigne Onlus (ente gestore) e del Comune, e riconosciuto dalla Regione Lombardia nel 2009. L'Ecomuseo delle Grigne valorizza il rapporto tra l'uomo e la montagna e coinvolge comunità, associazioni ed esercenti. Nel 2009 l'ecomuseo avvia un programma "a misura di bambino" per trasformare l'intero territorio con servizi dedicati alle famiglie.

La cucina di Esino Lario è in particolare caratterizzata dalla patata bianca di Esino, una varietà della patata bianca comasca.
Ravioli di Sant’Antonio di Esino sono preparati con una sfoglia di patata bianca e un ripieno di carne e formaggio addolcito dalla presenza dell'amaretto.
Altre ricette della cucina tradizionale sono a base di polenta, formaggio, uova, latte e castagne rappresentano variazioni sul tema della cucina dell'Alto Lario e delle montagne lombarde.
I granei, sono una polenta gialla, mista a farina bianca, cotta da essere tempestata di gnocchetti e poi condita con burro fritto o annegata nel latte.
Il paradel è una specie di focaccia bassa o crêpe ottenuta con farina bianca, latte e uova, i più utilizzano solo farina e latte.
Il zenzinal è un pasticcio di polenta contenente formaggio fresco filante ( una palla di polenta con il nucleo di formaggio ) rosolato nel burro o riscaldato su sulla brace.
La miasciè è una sorta di torta di farina gialla impastata con latte acido e foglia di menta, poca frutta di stagione, che tradizionalmente veniva cotta tra due letti di brace con il test.
Il mesch è un pasticcio di poleta fredda a pezzi con patate lesse fredde tagliate e formaggio filante, mischiati e arrostiti nel burro.
Eventi:
I Re Magi di Esino (gennaio). In prossimità dell’Epifania un corteo scende dell'alto del paese accompagnando i Tre Re Magi a cavallo per le vie. Questi portano doni e regali a tutti i bambini, sostano un poco al Castello di Re Erode e giungono al Presepe Vivente, per adorare il Bambino Gesù. Tutta la popolazione prende parte alla preparazione della manifestazione, che assorbe gran parte del periodo natalizio per la sua realizzazione. Vengono aperte antiche corti e riproposti allestimenti insieme alla degustazione dei piatti del territorio. L'evento è seguito da numerosi visitatori.
Sant’Antonio abate (17 gennaio). In occasione di Sant'Antonio, santo protettore di Esino Superiore viene celebrata la mattina a S.Messa solenne nella chiesa a lui dedicata e viene fatta la benedizione di animali e autoveicoli. I festeggiamenti proseguono nel pomeriggio in piazza Diaz, con l’incanto dei canestri, composti di salumi, formaggi e animali. Il piatto della tradizione sono i Ravioli di Sant’Antonio di Esino cucinati in famiglia e nei ristoranti locali.
Bjibjerè (Ultimo sabato di gennaio). Il termine dell’idioma locale è tradotto in Gibbiana e trova il suo perpetuarsi l’ultimo sabato di gennaio. L’antico rito del falò, di probabile origine celtica, un tempo era celebrato il giovedì, giorno in cui si credeva le streghe incontrassero il demonio. I giovani e gli uomini costruiscono un’altissima pira composta di rami, fascine, e vecchie cose di legno, sulla “Costa” che porta alla “Castello”. La sera, dopo la messa vigiliare, tutta la comunità, grandi e piccini, accorrono suonando campanacci e caratteristici corni pastorali, gridando a squarciagola davanti all’ardente falò sulla cui sommità trova la sua fine il “Gineer”. Gli esinesi, fin dalla notte dei tempi, scacciano in questo modo la miseria e l’inverno, in attesa della vicina primavera. La serata è allietata dalla degustazione di dolci casalinghi e caldo vino cotto.
Venerdì Santo. La sera del venerdì della Settimana Santa, prende luogo a Esino, una partecipata processione penitenziale, che parte dalla Chiesa Parrocchiale e percorrendo le vie dell’intero paese e dopo due soste nelle chiese sussidiarie a notte fonda vi fa ritorno. Preceduti dalla Croce, gli esinesi accompagnano il Signore Morto, portato a spalla dai giovani del paese, alla sola luce dei scilostri delle donne e di innumerevoli ceri accesi alle finestre delle case.
San Vittore Martire patrono di Esino. Santo di devozione ambrosiana la cui memoria cade il giorno 8 maggio. Il patrono San Vittore Martire, detto Mauritano, viene festeggiato solo religiosamente con una solenne funzione Eucaristica, nella quale al Gloria viene dato fuoco al Pallone dei martiri. Segue una curatissima processione che si snoda sul promontorio del “Castello”, in cui vengono portate le reliquie del santo e, a spalla, la sua statua lignea.
San Giovanni Battista. La chiesa sussidiaria del Battista in Esino Inferiore, nell’ultima domenica di giugno, viene ornata con paramenti sontuosi per l’esposizione delle reliquie di molti santi. Dopo la S.Messa celebrata sul sagrato prende inizio la solenne processione che accompagna il SS.Sacramento tra le vie dell’antico nucleo addobbate da decorazioni floreali, archi di maggiociondolo, candide e artistiche lenzuola, sotto le rosse zendaline e al riparo di un damascato baldacchino. Non possono mancare, nelle ore pomeridiane, i giochi e l’incanto dei canestri, che, con le note della banda cittadina, intrattengono abitanti e turisti, fino alla sera. È scontato ricordare che sulle tavole di tutte le famiglie vengono sevite ogni tipo di specialità e leccornie.
Festa del Monte Croce - Festa degli Alpini (luglio)
Tartifol Fest (settembre)

Il Comune di Esino Lario ha due frazioni.
Bigallo, a 850 m sul livello del mare e a 0,89 chilometri dal comune.
Ortanella, a 951 m sul livello del mare e a 2,27 chilometri dal comune.

Il turismo a Esino Lario nasce a fine Ottocento con l'Abate Stoppani e con i primi geologi interessati a esplorare i fossili delle Grigne. Diventa un'attività economica centrale del paese a partire dagli anni Sessanta in cui si diffonde la fama di Esino Lario "La Perla delle Grigne". Le villeggiature estive si animano fino a raggiungere 12.000 presenze negli anni Settanta e portando la necessità di gestire servizi che nei mesi di luglio e agosto superano la capacità delle infrastrutture. Proprio per rispondere al fabbisogno di acqua viene realizzato l'acquedotto dalla Valsassina e vengono avviati gli impianti di sciistici per incrementare il flusso turistico nel periodo invernale. Negli anni Novanta il turismo comincia a declinare. Si riducono le lunghe villeggiature estive e alberghi, ristoranti e attività commerciali collegate al turismo iniziano a chiudere. Le scarse precipitazioni nevose fanno chiudere gli impianti sciistici che proseguono con una sola pista per principianti e sono poi gestiti da un'associazione.









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