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giovedì 7 gennaio 2016

MENAROLA

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Menarola è una frazione del comune di Gordona.
A seguito di un referendum svoltosi il 31 maggio 2015, la popolazione si è espressa in modo favorevole per l'incorporazione nel comune di Gordona di cui il nuovo comune mantiene il nome. Il processo di fusione si è concluso con l'approvazione della legge regionale 6 novembre 2015 n. 35 della Regione Lombardia.

Fino all'incorporazione nel comune di Gordona è stato il terzo comune meno popoloso della regione ed uno dei meno popolosi d'Italia.

Il toponimo comprende varie località, sparse sul pendio delle Lepontine e abitate permanentemente nel Seicento e soprattutto nel Settecento, in relazione allo stanziamento della popolazione nelle terre alte, ma anche alla via verso il passo della Forcola, facilmente accessibile, che permetteva di raggiungere la Mesolcina. L'abitato più in basso è Castanedi a quota 784 con la chiesa dell'Addolorata, iniziata nel 1746 e benedetta nel 1756, mentre la parrocchiale, oggi unita a Gordona, è al Foppo (942 m), benedetta nel 1609 alla Visitazione con rifacimenti e ampliamenti nei due secoli successivi. Altra località è Voga a quota 1057.
Menarola fu annesso al comune di Gordona, costituendone uno degli otto quartieri, ma spesso sorgevano controversie circa il pagamento delle taglie e la ripartizione delle spese relative agli argini del fiume Mera e del torrente Crezza. Furono soprattutto quelle per gli argini della Mera a suscitare contrasti, non essendo il territorio di Menarola bagnato dal fiume. Si arrivò così alla separazione, che fu sancita il giorno di Natale del 1756, in seguito a un decreto del commissario grigione di Chiavenna Andrea Salis.
Nel territorio di Menarola figura anche l'alpe Cima con la sua chiesetta a pianta circolare, benedetta nel 1882.
A Menarola non esistono negozi di alimentari, bar, edicole; le scuole sono chiuse dal giugno ’77 e per le esigenze di tutti i giorni si deve scendere in fondovalle, a Gordona o a Mese. Anche l’ultimo parroco è ormai un ricordo sbiadito nelle fotografie degli anni ’50, quando qui c’erano ancora 271 anime. Oggi Menarola conta 46 abitanti con un trend demografico che registra tuttavia una forte crescita, rispetto a non molti anni fa, quando c’erano solo 35 persone, praticamente l’equipaggio di un pullmino.

Menarola è l’insieme di molte frazioni che si sviluppano in mezzo ai boschi di castagni: lungo la strada provinciale che sale in quota, incontriamo Bortolotto, posta a 400 metri dove vivono i tre quarti dei residenti, Posmotta, Motto, Gradesella e Castanedi che compongono Menarola bassa. Lì d’inverno la strada è interrotta per neve, mentre d’estate anche le frazioni di Foppo e Voga (900 metri circa) vivono una seconda giovinezza con le belle abitazioni di villeggiatura.

Il quartiere dei Monti di Menarola, già facente parte del comune di Gordona, comunità del contado e della giurisdizione di Chiavenna, formò un comune autonomo a partire dal 1756. Gli attriti tra il comune di Gordona e il quartiere di Menarola per il comparto degli oneri in denaro, diritti di pascolo e usi civici erano in atto già nel 1748. La separazione avvenne "tenore sindicato et ordine avuto dalli loro popoli" ad opere di una commissione composta da tredici rappresentanti delle due comunità, con fissazione sommaria dei confini, modo e tempi di utilizzo dei boschi e pascoli nella zona del Fraciscio e modalità della vendemmia. La comunità di Menarola si dotò nel 1785 di propri ordini comunali. Non risulta che il comune di Menarola, pur avendo un proprio console, avesse un voto nel consiglio di contado di Chiavenna.
Il comune di Menarola, pur non comparendo nelle tabelle dei comuni del dipartimento dell'Adda nel regno d'Italia, compilò separatamente da Gordona, a cui era unito verosimilmente dal marzo del 1798, un prospetto statistico per gli anni 1804-1807. Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell'Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, figurava il comune denominativo di Menarola, con 275 abitanti totali, composto dalle frazioni di Voga (74), Foppa (68), Castanedi (64), Gradesella (69), e compreso nel cantone VI di Chiavenna. Nel 1815, Menarola figurava (con 220 abitanti), insieme a Mese, comune aggregato al comune principale di Gordona, nel cantone VI di Chiavenna.

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venerdì 1 gennaio 2016

VERCEIA

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Verceia è un comune situato sulla sponda orientale del Lago di Mezzola, a 200 m s.l.m.

In latino il paese è indicato come Vercilia, forse da un nome personale, ma è stata anche avanzata l'ipotesi di una derivazione legata a Cii, località, una volta permanentemente abitata, sul monte a est di Verceia: "versus Cilium", cioè verso Cii. Nel 1092 è citato come "fundo Vercelli" e fu "cantone" del comune di Lezzeno Superiore o Novate fino alla seconda metà del '600, quando divenne comune autonomo. Nel '600 durante le guerre tra Francia e Spagna fu occupato dapprima dagli Spagnoli che dominavano nel vicino stato di Milano, poi dai Francesi, alleati della repubblica di Venezia e dei Savoia nella lega di Avignone. Nel 1625 il colonnello tedesco Pappenheim, al servizio degli Spagnoli, riconquistò Verceia ricacciando gli occupanti avversi fino a Traona. In seguito a quella vittoria fece eseguire una tela che lo raffigura tra i santi a cui sono dedicate le chiese dell'originario comune di Lezzeno Superiore. La pala, già a Novate, è ora nell'abside della chiesa di San Fedele a Verceia, di origini romaniche, come hanno appurato recenti scavi, ampliata nel 1724 e restaurata nel 1898.
All'ingresso meridionale del paese, presso una fontana pubblica, due lapidi ricordano il luogo dove il 22 ottobre 1848 duecento volontari valchiavennaschi tentarono di resistere al rientro degli Austriaci al comando del chiavennasco mazziniano Francesco Dolzino.
A monte passa la strada dei cavalli, utilizzata fino alla costruzione della strada ottocentesca sotto gli Austriaci. Poco a nord, tra le gallerie della vecchia statale a lago e quella della ferrovia, fu scavata nel 1917 una serie di cunicoli nell'ambito della cosiddetta Linea Cadorna per interrompere con la dinamite il passaggio delle truppe tedesche nel caso avessero scelto come via di invasione l'Engadina e la Valchiavenna.
Nella valle dei Ratti due sono le località principali, un tempo sempre abitate: Frasnédo a quota 1287 con la chiesetta dedicata alla Madonna della neve nel 1677 e con campanile del 1844, e Foppaccia con chiesetta eretta in onore di Sant'Anna nel 1762.

La parrocchiale di San Fedele già esistente in epoca romanica, come hanno testimoniato i ritrovamenti del 2004, l´edificio religioso intitolato a San Fedele subì un incendio nel 1625. Un secolo dopo la chiesa venne ampliata e, tra la fine dell´Ottocento e il principio del Novecento, e si affrescarono le pareti. Al centro dell´altare maggiore c´è una pala del XVII secolo, commissionata dal condottiero tedesco Goffredo Enrico von Pappenheim, rappresentato nella tela con i santi a cui sono intitolate le chiese della zona. Per conto degli Spagnoli a Verceia egli combatté le truppe del marchese di Coeuvres nella battaglia del 21 settembre 1625, oggetto di importanti ricerche da parte di Sandro Massera.

Il borgo di Frasnedo è raggiungibile soltanto a piedi e sorge a 1266 metri di altezza, a circa 2 ore e mezza di cammino da Verceia. Seguendo la mulattiera e il sentiero in selciato si risale la Valle dei Ratti, prendendo quota rapidamente. È una meta perfetta durante l’autunno: le gradazioni cromatiche suggeriscono ambientazioni diverse e affascinanti. La zona è molto apprezzata per le sue selve di castagni e per la natura incontaminata.
Poco distante, a Foppaccia, si stende un magnifico maggengo dal quale si gode una meravigliosa vista sul Lago di Mezzola, la Valchiavenna e la Valle dei Ratti. È presente un rifugio, il "Chianova", non presidiato, gestito dal Consorzio Alpe Foppaccia. A sinistra si scorgono le eleganti cime della punta Redescala (m. 2304), il Sasso Manduino (m. 2888) e la punta Magnaghi (m. 2871).

Non si può parlare di Verceia senza menzionare il suo lago. Il paese è dotato di un piccolo e moderno porticciolo per l’attracco delle barche. C’è anche la possibilità di praticare canottaggio grazie ad un centro organizzato. Il lago offre inoltre la possibilità di balneazione, circondati dalla natura meravigliosa caratterizzata da un habitat unico, nel quale convivono specie diverse del mondo lacustre tra cui anatre, cigni, aironi, folaghe, alzavole e molte altre ancora.


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PRATA CAMPORTACCIO

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Prata Camportaccio è un comune situato su un pendio percorso dal torrente Schiesone ed è attraversato dalla Statale 36 dello Spluga e del Lago di Como e dalla linea ferroviaria Colico-Chiavenna con due stazioni: quella di Prata Camportaccio e quella di San Cassiano Valchiavenna.

Tra le frazioni la più popolosa è San Cassiano, conosciuta dagli appassionati di bouldering e da loro frequentata nel periodo autunnale ed invernale.

Il suo territorio giace ai  piedi dell'austero e solenne Pizzo Prata (m.2727)   che fa da perno tra la bassa Valchiavenna e la Val Bregaglia, e si estende per la lunghezza di sette  chilometri  nell'antico piano di  Chiavenna  tenendosi sempre molto vicino alla montagna.
La sua storia,  pur essendo lunga  e  travagliata,  non presenta episodi famosi. La sua sorte è sempre stata legata al borgo di Chiavenna di cui siamo stati  fedeli alleati nella buona e nella cattiva sorte.
Bisogna premettere che Prata e S.Cassiano,  le frazioni più grosse del Comune, hanno avuto vicende molto diverse, quasi opposte: antiche quelle di Prata, recenti o recentissime quelle di S. Cassiano.

Prata è stata nella preistoria della valle un  importante punto di riferimento  come testimoniano le incisioni sui balzi di Dona.  Non è ancora possibile spiegare compiutamente l'esistenza ed il significato delle rocce incise con  figure di lance,  ma è comunque sufficiente per ipotizzare che nella tarda età del bronzo o nella prima età del ferro , quando il lago di Como si incuneava nella valle almeno fino ai piedi  della  collina di S. Caterina di Gordona,  sui  nostri  monti,  nei  luoghi  più  riparati , vivevano degli  uomini  primitivi.
 
Ai  tempi degli antichi Romani era nota la pietra ollare e sembra che a Prata vi fossero delle  trone  e dei  tornii  per la sua lavorazione utilizzando l'acqua abbondante dello Schisone.
Per sapere qualche notizia dobbiamo aspettare il  973  d.C.  quando Prata viene citata in un documento di vendita di terreni. Si  parla di Prata,  ma,  forse, bisogna intendere una zona  molto  meno  vasta,  probabilmente la zona dei crotti.
Un altro documento del  992  ci  parla di Berzo, anche  qui ci sono dei crotti, si  può  ritenere che i  pochi abitanti  vivessero con le loro greggi in  queste caverne naturali e lì  vicino abbiano costruito rustiche abitazioni.
Prata e Berzo appaiono come due masserie di un villaggio dipendente dal Conte di Chiavenna,  forse tramite "vavassori"; il "vicus" abbracciava  tutto il territorio ad est ed  a  sud/est di Chiavenna,  "dall'Acqua Pluviosa"  ( tra Prosto e Campedello)  a   Pizzo. Le due masserie erano attraversate dalla via che congiungeva la Corte regia  della "Ripa di Mezzola" (qui c'era l' approdo per i  barconi  provenienti da Como)  con  Chiavenna, e, lungo la  stessa, nei  punti  più  difficili o di  maggior pericolo, per l' attraversamento  di  torrenti o per  paludi ancora  presenti ,si costruirono delle piccole Chiese.
Nel  frattempo sorgono altre località: Stabiana nel 1048,  Dona o Duano nel 1089, Stoa nel 1153, Cantabene nel1175, A Maria nel 1116, Tanno nel 1189.
Nel  documento citato riguardante Prata si parla solo di una selva di castagno, in quello del 992  di  un campo a Berzo; forse alcune selve  che erano state di importanza fondamentale per l'alimentazione nei secoli precedenti,  erano state convertite in altre colture. La popolazione era aumentata ed occorreva provvedere ulteriore cibo a scapito dei pascoli, delle selve e dei boschi e nel  medesimo tempo  terreni incolti  venivano messi  a coltura.
In questo periodo (1178) sorge l'abbazia di Dona, e, senza dubbio, i  monaci cistercensi hanno dato un grande impulso alla bonifica ed al dissodamento di vasti  territori. La trasformazione di selve di castagno in campi e vigne su tutto il territorio di Prata è documentata da un inventario dei primi decenni del  duecento dal titolo molto  significativo :"Hae terrae fuerunt silvae castanearum" "queste terre furono delle selve di castagni" ed elenca ben sessanta fondi ridotti a coltura, non solo a Prata,  ma anche a Mese.
Tra queste selve si evidenziano  per numero quelle di Gallo, Berzo e S.Cristoforo;  sul versante destro della valle dello Schiesone: Lottano e Valbovera. A queste località si devono aggiungere alcuni alpeggi  la cui espansione è  dovuta all'incitamento dei  monaci: Pratella, Uschione, Pizzo sopra Prata, e Prato  Merlano oltre Campodolcino.
Contemporaneamente alle bonifiche vengono  costruite case e strade ed iniziano delle attività artigianali.
Nel 1062 nei pressi delle selve di Dona era in funzione  un tornio ad acqua per la lavorazione della pietra ollare. Nel 1400   ne esistono in funzione a Pizzo e a Madrea; sulla strada per Uschione ci sono due cave di "piode".
La  nascita di case, stalle, fienili ed opifici è facilitata dal territorio vasto ed ancora  vergine e soprattutto dalla sua ubicazione lungo la strada e vicina al borgo di Chiavenna.
Questa struttura urbanistica costituita da gruppi di case e  stalle poste lungo la strada  pubblica  rimarrà  tipica fino ai nostri giorni ed ancor oggi possiamo verificarne i vantaggi e  gli  svantaggi.
Verso la  metà  del duecento gli abitanti delle masserie situate tra Campedello e Pizzo si costituiscono in Comune, a seguito anche dell' ordinanza del 14 marzo 1199 del Comune  sovrano di Como che stabiliva che tutti gli uomini abitanti  nelle "ville" del Vescovado  dovessero  " facere in vicinantia cum  aliis rusticis, et  facere  sicut alii  faciunt rustici"  ordinava quindi che gli abitanti  dei  villaggi  si  unissero in comunità.
Il provvedimento voleva organizzare il  territorio del Vescovado soprattutto ai  fini fiscali e militari. Queste unioni  tra simili  spiegano il sorgere di tanti  comuni, anche  vicini, ma  che  ritenevano di possedere qualcosa che li diversificava dal  vicino.
Il Comune di  Prata compare citato nelle carte nel 1246, quando era console Guido da Roncaglia, e poi in atti notarili nel 1292,  nel  1298 e nel 1301;  nel 1467 era console Gregorio di Campedello; nel 1486 Lorenzo del Magnioche di Madrea; nel 1541 Lorenzo  del Olzadello di Stovano inferiore.
Al  Comune appartenevano oltre alla  contrada di Prata : Comportaccio, Gallo, Stovano, Madrea, Dona, Berzo, Stabiana,S.Cristoforo, Reguscio, la contrada del Mulino, Tanno, Roncaglia  e Campedello.
La  popolazione continua ad aumentare ed aumenta anche il territorio bonificato,  ma sempre sopra Pizzo, il  territorio nel piano a  sud della "Cappella del Pizzo"  era di proprietà del Comune di Chiavenna.  C'erano  masserie a Malaguardia, Rebbia e Bellaspada.
I  confini comunali   rimangono invariati. Nel 1492  la  " vicinanza" di Campedello chiede al Duca di Milano di staccarsi da Prata per unirsi a Chiavenna, ma inutilmente. Solo nel secolo  successivo  riuscirà ad avere un suo territorio ed  un proprio estimo.
Una svolta importante all'economia del Comune viene data quando  nel 1541  i comuni di Prata, Mese e Gordona ottengono "a livello" ( una specie di affitto) dai Grigioni una parte della fattoria "Trivulzia" che il conte Gian Giacomo Trivulzio, maresciallo di Francia, aveva impiantato nel piano di Samolaco.
Durante il  sedicesimo secolo i Pradini e vari allevatori della Val S. Giacomo  riescono a farsi cedere dai Pestalozzi, Mauro, Stampa, Paruta, Dolzini ed altri Signori di  Chiavenna e della Bregaglia gli immobili che possedevano nel piano, anche se Malaguardia e Bellaspada saranno considerate a lungo semplici stazioni invernali.

Ancora  all'inizio del 1800  il piano di Chiavenna era giudicato non "suscettibile di grande miglioramento anche  perché "aggravato dalla servitù di compascuo"; i terreni a sud di S.Cassiano rimanevano di proprietà di un ramo dei Pestalozzi detti "Porettini". Molte proprietà a Porettina verranno cedute solo all'inizio di questo secolo.
L'assetto definitivo  del Comune di Prata avviene durante il dominio austriaco tra il  1816 ed il 1820. Nel 1809,  per motivi di risparmio, con decreto napoleonico, il Comune   era stato unito, con Piuro e Villa, a Chiavenna  per formare un unico Comune, ma la cosa non era piaciuta, tanto che, appena caduto Napoleone (Congresso di Vienna 1815) , si chiede e si ottiene un nuovo assetto territoriale.
La frazione di Uschione viene sottratta a Prata e aggregata a Chiavenna, "le campagne di circa 380  pertiche censuarie del Fossato  sino alla stretta di  Tanno  verso levante, della  Petossa  e  delle Bolgiole  sino alla " Colonna Infamia"  verranno assegnate  a Chiavenna  nonostante le energiche opposizioni dell'Amministrazione comunale nei confronti della Delegazione  Provinciale di Sondrio (10 gennaio 1819).                                                        
Sono di  questi anni  (1818-1820)  la costruzione della strada imperiale dello Spluga,  l'incanalamento della Mera (1822-1824) e la costruzione della linea ferroviaria (1886) . Queste grandi opere frenano momentaneamente l'emigrazione che era stata una vera piaga nei secoli precedenti e favorisce l'immigrazione da altre regioni italiane (Veneto e Piemonte).
Il  paese,  soprattutto S.Cassiano,  ne traggono grandi benefici e, da qui,  possiamo dire inizia la storia moderna  del  nostro  territorio.  I nostri emigranti in Svizzera o in America con i loro risparmi  favorirono l'acquisto o il riscatto degli ultimi  "livelli",  la costruzione di nuove case  e  permisero di  pensare anche alla costruzione di opere di vita comunitaria e sociale.  
Nei  primi decenni del 1800   anche le condizioni economiche  del piano di Chiavenna migliorano, a seguito soprattutto  della costruzione  della  strada "imperiale" in sostituzione della vecchia pedemontana  che correva lungo le pendici  dei  monti ed era spesso impercorribile per il ruscellare dei torrenti o per i massi  che frequentemente la ingombravano.
Lungo il suo percorso sorgono nuovi gruppi di case, molto spesso i  nuovi abitanti provenivano da case sommerse da straripamenti di torrenti.
Verso il 1822  ripresero  i lavori di incanalamento e arginatura della Mera che durarono diversi decenni anche perché furono anni di tremende alluvioni  e straripamenti ;  più volte si  dovettero rifare lavori già conclusi.
Più  volte di seguito il Comune si trovò  a dover concorrere alle spese per la ricostruzione del "ponte dei carri" (allora unico collegamento tra i due versanti della valle); a ricostruire il "ponte dell'acqua" del Mulino. La gente aveva spesso reclamato perché i fondi "sotto Pizzo sono occupati dalla Mera e la strada è spesso ridotta ad un torrente".
Iniziano anche i lavori di bonifica nel piano con lo scavo delle  Merette, i lavori dureranno vari decenni, e causeranno  aspre polemiche  tra cui  l'accusa di aver causato il tifo a Somaggia  perché avevano iniziato gli scavi a monte e l'acqua  anziché scorrere verso il lago stagnava.
Il  dottor Geronimi Pasquale, medico condotto di Prata,  in una sua relazione datata 1865 scrive che" il Comune di Prata è composto da  cinque  frazioni montuose ( Lottano, Stovano sopra,  Stovano sotto, Rebbia e Motta)  nelle quali vive la maggior parte della popolazione (totale del Comune 1159) ".
Nel 1863, nel regno d'Italia, il Comune, per evitare sgradevoli omonimie, aggiunge al suo nome il  toponimo di Camportaccio  dal nome di una località del comune (zona dei crotti).
Nel 1865 si stabilisce presso i Crotti di  Prata una fabbrica di birra, il famoso " birrone",  proveniva da Chiavenna, perché, dicevano, che lì dovevano pagare troppe tasse.
Finalmente,  nel  1886, viene portata a termine la ferrovia i cui lavori erano stati interrotti a Campo e si erano perse le speranze per il suo completamento,  anche se l'esproprio dei terreni era già stato effettuato.
Il 16 agosto 1887 il torrente Vallaccia in piena per un violentissimo temporale travolge la Chiesa di S. Cassiano,  il  piccolo cimitero, costruito nel 1842, ed alcune case, non vi furono vittime in quella sciagura perché d'estate nessuno  vi soggiornava in quanto ancora paludoso e malarico. In paese c'erano solo due persone che cercarono di ricuperare il possibile della Chiesa, il Parroco, Gian Battista Rota Negroni, d' estate  fungeva da cappellano a Pianazzola  fu avvisato il giorno successivo. Il sei settembre dello stesso anno fu benedetto  dall'arciprete di Chiavenna un locale che prima era adibito a scuola maschile. L'anno successivo un violento incendio devastò i  poveri  resti della Chiesa.
Nel 1887 ci furono allagamenti e straripamenti,  anche se di  minore gravità  un  po' ovunque. Il  torrente Trebecca demolisce e ricopre di massi le case di Porettina che devono essere sgomberate; a Prata  viene travolto il ponte sullo Schisone  ed il  ponte dei carri;  il  Caurga  minaccia le case di Malaguardia,  ma fortunatamente le briglie,  appena costruite,  riparano le case, la strada  statale viene interrotta in più punti.
Bisogna ricordare che  nei decenni precedenti erano stati effettuati notevoli tagli di legname sulle pendici dei monti.
Riprendono massicce, dopo questi eventi,  le emigrazioni non solo in Italia o la vicina Svizzera,  ma anche verso la Francia, la Germania e le Americhe.

Inizia il nuovo secolo, la ferrovia e la statale hanno cambiato percorso per essere più sicure, vengono scavate le gallerie ferroviarie di Pizzo e di Tanno (durante i lavori ci fu anche un  morto) Nel 1909 S.Cassiano ottiene una fermata facoltativa dei treni, Prata, avendola osteggiata allora, la otterrà solo negli anni ottanta. Si  costituiscono varie cooperative sia a Prata che a S.Cassiano. A Prata erano in funzione, già da almeno due secoli il torchio consortile,  tre mulini  e una cava di "piode"; a S.Cassiano erano in funzione due mulini.
In ambedue i paesi le cooperative agricole vendono prodotti per l'agricoltura, quella di S.Cassiano diventerà anche centro propulsore per l'illuminazione elettrica e con  i suoi  fondi  permetterà   la fondazione dell'asilo infantile. Ambedue le società  affitteranno i loro locali per le scuole comunali.
Nel 1935 a  Prata viene costruito il  nuovo edificio per le scuole elementari su progetto dell'ing. M.Cereghini  liberando i locali della  cooperativa che verranno  occupati dall' ufficio comunale che vi rimarrà  fino al 1955;  allora viene acquistato e ristrutturato un edificio che sarà adibito a sede comunale fino al 1988,  quando verrà demolito e ricostruito come nuova sede municipale. L'archivio viene sistemato in un ampio salone al secondo piano, purtroppo però, tra poco troverà posto nel seminterrato per  far posto alle aumentate esigenze di spazi degli uffici comunali.
Nell'anno 1937 nei giorni 14-16 agosto una grossa alluvione del Torrente Vallaccia colpisce  il territorio di  S.Cassiano.  Il torrente scende verso il Cimitero scavando un grande fosso attorno al  recinto, ostruisce la statale, si dirige verso le nuove case di  Porettina  formando un pericoloso lago  e distrugge i  raccolti  già scarsi per la siccità.
In quell'occasione l'intervento personale del Prefetto, fatto su sollecitazione  del  parroco,  permette la sistemazione del Cimitero  (sono stati fatti in quell'occasione i cordoli, la croce ed il tavolo per le bare (ora scomparso) che ornano la parte occidentale del Cimitero,  per una spesa di £ 450)  che viene trovato dai  tecnici della Prefettura  mal  tenuto,  lo scavo di  un  pozzo per l'acqua potabile alla Porettina (1939) e  una  nuova deviazione della strada statale tra la "Tomba" e  l' attuale Campofiera.

Arriva la guerra con i suoi lutti ed i suoi dolori. Dopo anni di  miseria e "borsa nera"  la vita  riprende con la costruzione della centrale idroelettrica, i lavori tolgono un po' di  miseria.  Il progresso arriva, anche se lentamente, risorgono attività che sembravano morte.
Inizia l'era dell' automobile.

Nel luglio del 1953 dopo vari giorni di piogge il torrente Schisone alluviona il  piano, sposta di oltre venti  metri verso valle il  ponte della ferrovia, sommerge case e vigne a Pizzo e la melma arriva fino a S.Cassiano.
I  locali della Cooperativa di Consumo di S. Cassiano vengono ricoperti da circa cinquanta centimetri di fango. La  ripresa è ancora una volta lenta, gli  aiuti  scarsi.

Nasce a S. Cassiano il nuovo edificio scolastico sul lato occidentale della strada statale. Gli anni sessanta vedono sorgere lo stabilimento Berkel, sembra un miracolo, ma l'illusione non è durevole.
Iniziano anni  febbrili  per l'adeguamento delle strade alle nuove esigenze viabilistiche, il Comune diventa sempre più popoloso perché i paesi a mezza montagna si spopolano, S:Cassiano  può ospitare molta gente, in pochi anni la popolazione raddoppia, si costruiscono case ed opifici ovunque. Vengono effettuati lavori alle arginature del Vallaccia e, nel tratto vicino alla statale durante i lavori muore per un incidente un operaio originario di S.Cassiano.
Negli anni sessanta, dove iniziava il paese prima della tragica alluvione del 1887, si costruisce il "Campo Fiera" ; avrebbe dovuto essere un punto di  aggregazione per tutte le manifestazioni agricole della Valle, ma  la scarsa lungimiranza di tanti  ne ha  ritardato lo sviluppo.                                                          
Sorge una nuova Chiesa più  grande,  quella della fine del secolo scorso viene trasformata in sala -cinema ed oratorio,  viene costruita una nuova scuola materna  e dedicata alla memoria di Domenighini Mansueta, ed il campo sportivo; anche la latteria sociale viene ricostruita; Il Cimitero non è più sufficiente e per la terza e, negli anni  novanta, per la quarta, viene ingrandito.
Si inizia la costruzione di  un altissimo campanile,  sulla  cui sommità  verrà collocata  la croce della  vecchia Chiesa.  Chissà  se gli abitanti di  S. Cassiano  d'ora in poi sentiranno le campane,  col  "vento"  o con la "breva".
Prata  sembra immobile, insensibile,  ma ecco che, quasi improvvisamente scoppia:nel piano di Tanno sorge, di  fronte alle case della "vecchia Edison" un  nuovo  paese; sul conoide dello Schisone verso "Quattroventi e Pizzo" nascono le nuove villette residenziali quasi a far corona alla  scuola materna  ed alle scuole elementari dedicate alla  memoria di Mario Del Grosso,  maggiore di fanteria, caduto  nel 1917 sul  monte Cucco.
Nel frattempo viene ricordato anche il partigiano e uomo politico Giulio Chiarelli  con l'intitolazione della sala Consiglio  nell' edificio comunale; con l'intitolazione di  una strada vengono  ricordati  anche  Paggi Dante "medaglia d'argento" e Don Olimpio Giampedraglia,  Superiore  generale per  vari  anni dei Guanelliani, ambedue originari di S.Cassiano. Allo stesso  modo verrà  ricordato a  Prata Guidi  Alfonso, medaglia d'argento.

Il suo territorio è disseminato di gruppi di case e piccole frazioni abbarbicate sulle pendici del  Pizzo Prata, ora per lo più abbandonate o ridotte a case di villeggiatura, ma abitate permanentemente fino a poche decine di anni or sono per utilizzare tutte le limitate risorse del territorio.
La  struttura  urbanistica del Comune è caratterizzata, come altri comuni della provincia, da  un' origine rurale dove la lavorazione della  terra era generalmente di  pura  sopravvivenza.  Le  fattorie  di  medie dimensioni  sono  nate, per lo più,  nella  seconda  metà  del  secolo  scorso , dopo  la costruzione dello "stradone"  che  aveva favorito il miglioramento delle comunicazioni e, soprattutto  nella  parte più  meridionale, dopo lo scavo delle merette che ha  permesso la bonifica delle  paludi , vere protagoniste della storia del  piano di Chiavenna fino a quel momento.
I nuclei abitati  sono sorti lungo la strada, quasi a suo servizio, ed ogni  volta che questa veniva deviata o rifatta per le numerose alluvioni che si sono susseguite, sorgevano  nuovi  nuclei.  Spesso  si abbandonavano i  vecchi, altre volte se ne costituivano  dei  nuovi  dove si insediavano piccoli allevatori e cavallanti che alternavano le cure dei campi  a lavori di  trasporto sulla strada dalla Riva fino a Chiavenna e verso la Valle  S.Giacomo, da cui provenivano quasi  tutti gli abitanti del piano di S.Cassiano
                     
Da qualche anno, in occasione della penultima domenica di novembre, presso l'area crotti di Prata si svolgono I mercatini di Natale, iniziativa per famiglie e bambini che riscuote un notevole successo per la location suggestiva e la cura delle numerose bancarelle.

Il patrono del Comune di Prata Camportaccio è Sant'Eusebio di Vercelli.


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MORBEGNO

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Morbegno è un comune posto alle porte della Valtellina, s'adagia sul conoide del Bitto, allo sbocco della Valle del Bitto di Albaredo e della Valle del Bitto di Gerola, estendendosi fino all'opposto versante della valle, la costiera dei Cech.

Situata nella bassa Valtellina, Morbegno è circondata a nord dalle Alpi Retiche e a sud dalle Prealpi Bergamasche. Il fiume Adda divide la città dalle frazioni di Campovico, Paniga e Desco. Il centro storico è attraversato dal torrente Bitto affluente del fiume Adda che scorre invece a nord della città

Sulle origini di Morbegno si sa ben poco. La zona è stata finora avara di ritrovamenti archeologici, unico cenno ad una presenza preistorica alcune incisioni rupestri, per lo più coppelle, ritrovate al cosiddetto dos de la lümaga, piccolo rilievo posto in posizione dominante rispetto alla cittadina. Anche per quanto riguarda l'età romana si hanno riferimenti perlopiù generali alla Valtellina, tanto che è incerta l'appartenenza del territorio alla Regio XI Transpadana.

I primi riferimenti ad un vero centro urbano nella zona si hanno a partire dall'alto Medioevo. Emerge quindi il nucleo originario di Morbegno attorno alla chiesa carolingia di San Martino, e il toponimo Mosergia, comparso in un documento del 724, di dubbia autenticità, con il quale il re dei Longobardi Liutprando cedeva alla basilica di San Carpoforo di Como alcuni territori dell'alto Lario e della bassa Valtellina, tra cui appunto Mosergia. Proprio i possedimenti di monasteri comaschi, ma anche milanesi, caratterizzarono il periodo medioevale della valle. Feudatari religiosi ed ecclesiastici di entrambe le città ambivano ai territori alpini della zona lombarda ben conoscendo l'importanza delle sicure vie di transito dell'alta valle. Comparvero così in Valtellina rappresentanti di facoltose famiglie nobiliari lombarde che, con il passare degli anni, si radicarono nella zona prendendo stabile dimora e andando a costituire la primitiva ossatura della nobiltà locale protagonista del basso medioevo e del Rinascimento della valle.

Durante l'età longobarda Morbegno formava una curtis regia con la vicina Talamona, di cui erano rispettivamente centri religiosi la chiesa di San Martino e la cappella di Santa Maria. Si trattava questo di un complesso fondiario organizzato, un centro economico e amministrativo di cui si sottolinea non tanto l'autosufficienza quanto lo stimolo all'apertura commerciale.

Sembra però che il nome Morbegno, nelle forme primitive di Morbinium, Morbenio e Morbenno, compaia solamente a partire dall'XI secolo. Gli sparuti insediamenti erano assai sparsi, e si sa che sul finire del XII secolo, per sfuggire alla malsana zona acquitrinosa dove era sorto il nucleo originale del paese, la popolazione si trasferì sulle più salutari rive del Bitto, dove ben presto Morbinio divenne un fiorentissimo borgo. Nonostante l'ingombrante presenza delle due estese pievi Olonio e di Ardenno nel fondovalle, e nonostante la bolla papale del 1208 che riconfermò l'appartenenza della chiesa di San Martino al monastero di Sant'Abbondio di Como, la cappella, e di conseguenza l'intero villaggio nel Duecento si impose come centro della sponda sinistra dell'Adda nella bassa Valtellina.

La Morbegno dell'età comunale è perlopiù ignota. Abbiamo solamente notizia di un crescente aumento della popolazione e di un'ulteriore spostamento della popolazione lungo le sponde del Bitto, spostamento che darà vita all'attuale centro storico della città. Nel 1335 con il passaggio di Como sotto la dinastia viscontea di Milano, Morbegno divenne il vero e proprio capoluogo del Terziere Inferiore della valle. Le vicende più ricorrenti durante il periodo milanese del borgo furono le lotte faziose, intervallate da persecuzioni, bandi e incarcerazioni. Nel contempo sorse un primo ospizio domenicano. Nonostante si sappia di assemblee comunali e di Terziere nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo già nel 1363, purtroppo, a causa delle grande autonomia amministrativa di cui godette il borgo fino all'età napoleonica, non ci è pervenuto alcuno statuto comunale.

Il secolo XIV si aprì con la consacrazione della chiesa di S. Antonio e S. Marta nel 1401 e la costruzione di una nuova chiesa dedicata all'Assunta e a San Lorenzo attorno al 1418. In questo periodo è storicamente documentata la presenza del domenicano Andrea Grego da Peschiera, proveniente dal convento di Fiesole, energico predicatore e leggendario operatore di carità e di miracoli.

Mentre la Repubblica di Venezia iniziava ad affacciarsi sul panorama della valle, comparvero i Grigioni, il popolo elvetico che rese assai più precario il dominio sforzesco e s'impadronirono velocemente dell'intera Valtellina, inglobandola nel cantone svizzero. Gli invasori, sconfitti nella battaglia di Caiolo del 1487, concessero la libertà di commercio, pretendendo però un donativo di alcune migliaia di fiorini. Intanto il comune, di cui sappiamo per certezza la normativa sul dazio a partire dal 1435, si era garantito il mercato settimanale e per l'autodifesa aveva proceduto con l'istituzione di milizie proprie. Nel 1457 ottenne la presenza stabile dei domenicani con la fondazione del convento di Sant'Antonio, a fianco dell'omonima chiesa che, ampliata, divenne sede dell'inquisizione. Inquisizione che nel 1438 portò anche ad una condanna capitale.

Nel 1499, Ludovico il Moro, sconfitto dai francesi fuggiva da Milano e nella primavera del 1500 in piazza, a Morbegno, venivano dipinte le insegne del Re di Francia. L'occupazione fu segnata da continue angherie e soprusi, che provocarono anche sommosse popolari; nel 1512 i Grigioni si impadroniscono stabilmente di Morbegno, instaurando un governo di si lamenterà la corruzione ma che lascerà larga autonomia alla comunità morbegnese. Ed è proprio in questi anni turbolenti che Morbegno vive una delle sue stagioni più floride dal punto di vista artistico, soprattutto grazie alla costruzione di una nuova chiesa, quella di San Giovanni nel 1517. Dopo la riforma protestante, Morbegno ospitò alcuni riformatori, ai quali i Grigioni spalancarono le porte. Nel contempo si intensifica la difesa dell'ortodossia e l'attività inquisitoria dei domenicani, esercitata nel borgo anche da Michele Ghisleri, il futuro Papa Pio V. Mentre nel 1559 la chiesa dei SS. Pietro e Paolo venne ceduta ai protestanti e la sede parrocchiale si trasferì in San Giovanni, la carica di parroco fu duramente contesa, probabilmente a causa delle accese rivalità tra le famiglie nobiliari della zona. A seguito del Sacro macello di Valtellina scoppiato a Tirano nel luglio del 1620, i Grigioni dovettero abbandonare la valle, prontamente sostituiti nell'occupazione dagli Spagnoli.

Non esistono dati riguardanti il numero delle vittime della terribile peste del XVII secolo narrata dal Manzoni ne “I Promessi Sposi”. Si ha notizia comunque di un calo repentino della popolazione che tornerà ad aumentare di numero negli anni successivi quando Morbegno fu nuovamente sottomessa ai Grigioni. È in questo periodo che la campagna del borgo cambia aspetto con l'avvento della vite e dei gelsi per l'allevamento del baco da seta. Le chiese sono restaurate con gusto barocco e alcune dimore nobiliari si dotano di cappelle private. Nel 1680 l'arciprete G.B. Castelli Sannazzaro da inizio alla costruzione della nuova chiesa di San Giovanni che sarà conclusa e consacrata solamente cento anni dopo nel 1780.

Nel settecento Morbegno vive un periodo di discreta prosperità e, oltre al florido commercio e alla continua crescita della popolazione, si assiste ad un intensificarsi della vita religiosa comunitaria che tende allo sfarzo e alla teatralità. Viene così costruito il catafalco per la Settimana Santa, su probabile disegno del Ligari, per la novena di Natale, si orna l'altare con centinaia di candeline, si tengono veri e propri concerti durante le funzioni, tanto che i vescovi invitano la parrocchia ad una maggiore parsimonia. Nel 1780 vivono a Morbegno circa trenta preti, una dozzina di chierici, venti frati, Domenicani e Cappuccini, e una quarantina di monache. La chiesa di San Giovanni e il palazzo Malacrida sono sicuramente del gusto settecentesco in campo religioso e civile, ma sono accompagnati dal nuovo ponte di Ganda nel 1778 e da una sobria rivisitazione del centro storico.

Con l'avvento dell'età napoleonica Morbegno diviene capoluogo del Dipartimento dell'Adda e dell'Oglio, un fatto che è di per sé una qualifica storica, del borgo che è ormai trasformato in città. La tradizionale vita dei morbegnaschi cambia radicalmente. I conventi dei Domenicani e dei Cappuccini, e il monastero della Presentazione vengono soppressi.

Con il Congresso di Vienna passa sotto il dominio austriaco (Regno Lombardo-Veneto) fino al 1859 quando viene annessa al Regno di Sardegna, divenuto Regno d'Italia nel 1861.

Di tutta storia morbegnese l'Ottocento, in confronto al secolo precedente, fu uno dei periodi più grigi. Mancavano personalità e famiglie di spicco, l'arte langue, le drammatiche condizioni di vita rendono più dura la vita dei contadini e costringono i borghesi ad una faticosa vita imprenditoriale. Sotto la dominazione austriaca viene costruita in Valtellina la strada nazionale. Durante i moti del'48 la guarnigione asburgica presente in città lascia il presidio, il tricolore è solennemente benedetto in San Giovanni. Nel frattempo la viabilità viene migliorata grazie anche all'inaugurazione, nel 1885, della linea ferroviaria.

Nel 1939 il comune di Campovico viene aggregato a quello di Morbegno.

Il 23 gennaio 1943 a Warwarowka (URSS) il battaglione Morbegno viene massacrato dopo un'eroica resistenza mentre due anni dopo, il 26 aprile 1945 il paese viene liberato dagli Americani.

Nel dopoguerra emerge a livello nazionale la figura di Ezio Vanoni, Ministro delle finanze che sarà fautore della riforma tributaria nazionale. Nel 1966 Morbegno viene insignita del titolo di città. Del secolo scorso, oltre alla crescita esponenziale del comune, che dal 1966 ottenne il titolo di Città, è sicuramente da porre in rilievo l'Alluvione della Valtellina del luglio 1987, evento collegato non solamente alla storia di Morbegno ma a quella di tutta la Valtellina.

Le peculiarità del suo ambiente la rendono un'attrattiva per ogni tipo di turismo: alpino, culturale, artistico ed enogastronomico. Paradiso per alpinisti, sciatori ed escursionisti, culla dell'arte culinaria valtellinese, Morbegno - oltre ad essere il polo fieristico ospitante la quasi centenaria Mostra del Bitto - è anche un borgo ricco di storia e di tradizioni. Il centro storico, con le sue chiese, i suoi palazzi e le sue caratteristiche contrade, invoglia a compiere lunghe passeggiate, con sosta obbligata in qualcuna delle tante osterie, vinerie o dei tanti ristoranti che celebrano i sapori valtellinesi. In un posto come Morbegno, dove la natura è così intimamente legata al gusto e alla cultura locali, trova la sua collocazione ideale il Museo Civico di Storia Naturale, noto come il più importante museo scientifico della provincia di Sondrio ed uno dei più attivi della Lombardia. Sito nel centro storico di Morbegno, in un settecentesco palazzo che sorge sulla sponda sinistra del torrente Bitto, il Museo pone particolare attenzione agli aspetti naturalistici di Valtellina e Valchiavenna. Le due sezioni, scienze della terra e faunistica, contengono una vasta collezione di rocce, minerali, fossili, insetti, anfibi, rettili, uccelli, mammiferi e un erbario.

Il primo ponte sull'Adda nel morbegnese del quale si ha notizia era situato nel luogo dove sorge l'attuale ponte di Ganda e fu costruito a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento. Il ponte, progettato dall'architetto Giovanni Antonio Amadeo, venne però distrutto nel 1772 da una delle innumerevoli piene dell'Adda, una di quelle che contribuivano a rendere la zona acquitrinosa. Immediatamente si pensò alla ricostruzione di un collegamento tra le due sponde del fiume, collegamento di vitale importanza per gli scambi commerciali. Tra il 1775 e il 1778 l'ingegnere milanese Francesco Bernardino Ferrari costruì il nuovo ponte. Quel ponte in grossi blocchi di pietra, dalla particolare struttura dorso di mulo con un'ampia arcata centrale e due arcate inferiori ai lati, che ancora oggi possiamo ammirare. Dal rapporto dell'ingegnere in dell'Adda relativo ai mali cui soggiace il territorio della Valtellina ed alle cause che li producono l'ingegnere Filippo Ferrari nel 1808, riguardo alla forma del ponte spiega: " nell'erezione trent'anni sono del ponte di Ganda si tenne per questo vista profondissima tanto alto l'arco medio quanto bastasse a sotto passarlo a vele gonfie". Per molti secoli il ponte fu l'unico attraversamento stabile e sicuro nella parte bassa dell'Adda, ed era quindi di fondamentale importanza per la vita stessa del borgo. I veneziani, ad esempio, utilizzarono il passo San Marco, Morbegno e, di conseguenza, il ponte, quale via preferenziale per i commerci e i trasporti verso e dal Nord Europa.

Tra i monumenti sono da ricordare il Palazzo Malacrida, più volte definito il più bel palazzo veneziano fuori da Venezia. L'aristocratica dimora spicca per la bellezza dei suoi cicli pittorici e la privilegiata ubicazione nel cuore del centro storico della Città del Bitto.

L'atrio si presenta come una raccolta bomboniera rococò da cui parte lo scalone d'onore arricchito dalle belle balaustre in marmo bianco di Viggiù rifinite in oro zecchino e dal medaglione affrescato sul plafone con Il ratto di Ganimede opera del pittore morbegnese Giovan Pietro Romegialli (1761). Il cuore del palazzo è il Salone d'onore che occupa in altezza due piani del palazzo ed è interamente decorato dalle quadrature di Giuseppe Coduri detto il Vignoli (annoverato tra i più valenti decoratori del Settecento lombardo). Il soffitto è arricchito dal Trionfo della Verità tramite le Arti e le Scienze sopra l'Ignoranza, soggetto illuminista interpretato con squisito gusto veneziano da Cesare Ligari. Il poeta morbegnese Guglielmo Felice Damiani così descrisse l'affresco del salone: “Sul primo piano a sinistra, c'è l'Ignoranza, bendata, che, rompendo l'orizzonte architettonico, precipita dal cielo, colle braccia aperte, le vesti svolazzanti, smarrita, tinte forti in ombra, e particolari assai studiati; è la figura più bella, anche per lo scorcio vigorosissimo. Più su, a sinistra, stanno la Musica, che suona il liuto, e la Pittura in atto di colorire l'arma, già scolpita, di casa Malacrida che un puttino sorregge. Sopra, a destra, è l'Astronomia col telescopio, e l'Architettura, col piombino ed una carta descritta; più in alto ancora, a sinistra, accanto al globo terrestre, la Geografia alata, cinta di stelle azzurre, accompagnata da un putto reggente la sfera armillare; e la Geometria con ali alla testa, reggente una tavola geometrica ed il compasso; un putto graziosissimo la ripara dal sole con un ombrello. Infine più su levasi in cielo la Verità, con la fiaccola ed il libo aperto nelle mani, felicemente scorciata, luminosissima.”. Sempre del Ligari è da segnalare l'affresco delle Tre grazie nell'attiguo saloncello. Altre stanze si presentano decorata da affreschi, stucchi e camini. Infine ma non ultimo è il giardino all'italiana (trascurato nell'assetto originale e bisognoso di un radicale restauro filologico) terrazzato su tre piani da cui si gode uno splendido panorama che si apre su tutto il terziere morbegnese.

La Chiesa di San Pietro, piccolo gioiello sito nel cuore dell'antico borgo, è invece l'edificio con cui si dice essere nata la comunità di Morbegno di cui è stata prima parrocchia. Di notevole interesse è il campanile barocco con copertura a cipolla e un leggiadro balconcino in ferro battuto. L'interno è un piccolo, ma prezioso scrigno perfettamente conservato.
La Chiesa di San Pietro costruita tra il 1337 e il 1341 fu sede parrocchiale fino al 1560 quando venne convertita al rito protestante, in accordo con le leggi grigionesi per la convivenza di Cattolici e Protestanti (fino al 1620, anno del Sacro macello di Valtellina).
L'esterno semplice ed elegante al contempo, mostra un bel portale in marmo nero di Varenna ed un portone ligneo secentesco recante i simboli dei santi a cui la chiesa è dedicata. Di notevole interesse è poi il campanile barocco con copertura a cipolla e un leggiadro balconcino in ferro battuto.
L'interno è un piccolo ma prezioso scrigno perfettamente conservato grazie anche alle amorevoli cure prestate dalla Confraternita del Santissimo Sacramento a cui ancora oggi il tempio appartiene. Da segnalare gli affreschi pre-barocchetti della volta eseguiti da Pietro Bianchi detto il Bustino, le tele di Giacomo Parravicini detto il Gianolo, gli altari in marmi policromi e il ricco corredo di argenterie.

La collegiata di San Giovanni Battista, sede parrocchiale dal 1560, conserva un reliquario della Sacra Spina della corona di Cristo e le spoglie del Beato Andrea da Peschiera.

Il Santuario dell'Assunta rappresenta l'unione perfetta tra l'arte rinascimentale e l'arte barocca. Il campanile è il più alto della città e ai suoi piedi trova posto il settecentesco ossario decorato con scene macabre. All'interno trionfa su tutto la splendida icona lignea.

Secondo un'antica e fantasiosa leggenda, l'antica chiesa di San Martino sorse su un tempio dedicato ad Ercole; in realtà niente della sua struttura si può far risalire a prima del XV-XVI secolo.
La chiesa situata all'interno del cimitero cittadino, si presenta in forme semplici con un grande pronao a tre arcate e una copertura a capanna. L'interno intimo e raccolto è diviso in tre navate da 4 belle colonne in granito locale, al termine delle quali si trovano altrettanti cappelle di cui la centrale maggiore.
Un tempo ricca di suppellettili sacre spedite nel corso dei secoli dagli emigrati a Roma, andate distrutte e disperse a causa dell'alluvione del 1987 (la chiesa fu per un terzo sommersa dalle acque del fiume Adda) restano comunque da ammirare alcuni interessanti dipinti tra cui si segnala la pala d'altare eseguita da Giacomo Parravicini detto il Gianolo, collocata sull'altar maggiore e raffigurante il santo titolare. Sul lato destro è molto venerata una delicata Madonna col Bambino affrescata nel primo Cinquecento.

La Statua di san Giovanni Nepomuceno è collocata sull'antico ponte che attraversa il torrente Bitto sopra un basamento barocco impreziosito dallo stemma del Comune di Morbegno, la statua eseguita dall'artista ticinese Giovanni Battista Adami di Carona (Svizzera) nella seconda metà del XVIII secolo è posta a protezione dell'abitato dalla furia delle acque del torrente che più di una volta nella storia hanno allagato il centro storico della città. San Giovanni Nepomuceno, potente santo boemo, martire del sigillo sacramentale della confessione, è uno dei santi più diffusi in Europa ed è invocato proprio contro le inondazioni essendo stato martirizzato tramite annegamento.

Le cinque frazioni principali sono: Campo Erbolo, Campovico, Desco, Paniga e Valle. Paniga è una piccola frazione di circa 300 abitanti e si trova a nord della città, oltre il fiume Adda e confina a ovest con la frazione di Campovico e a est con quella di Desco. Le frazioni di Campo Erbolo e Valle si trovano invece in valle di Albaredo, a sud della città, ad un'altezza di 800 metri sul livello del mare. Altre località del comune di Morbegno sono Arzo, Cerido, Cermeledo e Categno.

Morbegno è divisa in otto rioni o contrade. A nord ci sono Serta, Bottà e Ganda. Nel rione di Ganda sorge il ponte in pietra eretto da Giovanni Antonio Amadeo. A sud ci sono i rioni di San Rocco, San Pietro e San Giovanni, Scimicà, Sant'Antonio e il rione della Madonna (zona Santuario B. V. Assunta). Fino agli anni '80/'90 si teneva a Morbegno il Palio delle contrade, manifestazione che risale agli anni 50/60, e che si svolgeva nel periodo tarda primavera-estate e coinvolgeva tantissima gente a cimentarsi in diverse discipline sportive. Nel corso degli anni subì diversi cambiamenti sia organizzativi che logistici sino alla definitiva chiusura. Nelle ultime edizioni si concludeva con lo spettacolo dei fuochi artificiali.








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COLICO



Colico è un comune situato sul punto d'incontro di strade, come la SS 36 del Lago di Como e dello Spluga, che collega Milano e la Brianza con il Lario e la Valchiavenna, e la SS 38 dello Stelvio.
La cittadina è una località di villeggiatura con buone strutture ricettive ed è molto frequentata durante la stagione estiva.
Ospita dal 2006 la tappa italiana della Coppa del Mondo di kitesurfing.

È il decimo comune della provincia di Lecco per numero di abitanti.

Colico si trova sulla sponda orientale dell'Alto Lario, dominato a sud dall'imponenza del Monte Legnone, che con i suoi 2609 metri è la montagna più alta della provincia di Lecco ed infatti appartiene al complesso alpino delle Orobie, mentre il resto del territorio lecchese viene considerato appartenente all'area prealpina. Anche il Monte Legnoncino con i suoi 1714 m è parte importante del panorama colichese. Nelle vicinanze di Colico si trova la Riserva Naturale del Pian di Spagna, corridoio di migrazione per l'avifauna Pian di Spagna, appartenente alla Provincia di Como. I tre principali corsi d'acqua di Colico sono il torrente Inganna, il torrente Perlino e la valle della Merla. Il canale rettificato del fiume Adda fa da confine naturale con la Provincia di Como. Caratteristici nel paesaggio di Colico sono i quattro montecchi (Montecchio nord, sud, del forte di Fuentes e di Piona- Olgiasca), piccole collinette che si elevano in corrispondenza del lago sopra i depositi alluvionali della conoide dell'Inganna e del Perlino; per questo Colico è anche chiamata "Città dei montecchi".

I primi insediamenti di Colico in età Neolitica hanno lasciate tracce sul Montecchio Nord, dove veniva estratto rame.

Grazie al lago Colico era in posizione strategica. I terreni agricoli sono suddivisi con la centuriazione da cui il toponimo Centoplagio, spesso nominato nei documenti.

Si diffonde con il Cristianesimo il culto di S. Fedele, soldato romano martire del IV secolo, che forse approdò alla frazione Laghetto per cercare scampo alle persecuzioni del tempo. Colico faceva parte della diocesi di Como e della pieve di Olonio; nel 617 il vescovo Agrippino fece costruire a Piona un oratorio, l'oratorio di S. Giustina, primo nucleo della futura chiesa di S. Nicolò.

Nei secoli VIII-IX, ai piedi del monte Lineone (citato in un documento dell'879) vivono comunità rurali con beni comuni o concilia, organizzate in aziende agricole. Il nome Colego compare inizialmente nel 931.

Nel XIV secolo Colico diventa feudo dei Visconti, viene assegnato alla famiglia Sanseverino e poi ai Quadrio di Tirano, col titolo imperiale di Conti dal 1550. In quello stesso periodo si verifica un'alluvione del torrente Inganna che distrugge l'insediamento originario di Colico Piano.

Nel XVI secolo l'alto lago diventa un campo di battaglia tra le superpotenze dell'epoca: Colico viene invaso da Franchi, Spagnoli, per il predominio dell'Europa. Colico viene invaso inizialmente dai Grigioni, che devono poi arretrare fino al paese di Piantedo. Nel 1714 subentrano gli Austriaci.

È questo un periodo di decadenza della popolazione e Colico diventa "terra di confine" fra due stati in guerra anche religiosa: il Milanesado spagnolo baluardo del cattolicesimo e i Grigioni che hanno aderito al Protestantesimo e controllano la Valtellina, che dovranno abbandonare in seguito alla rivolta del 1620 nota come "sacro macello".

Il Governatore di Milano Don Pedro Enriquez de Acevedo, conte di Fuentes, sul montecchio più vicino al confine, fa erigere in gran fretta nel 1603 una fortezza che bada i Grigioni e che controlli la Valtellina. Durante la guerra dei 30 anni, che devasta l'Europa, le truppe mercenarie dei Lanzichenecchi nel 1629 scendono dalla terra germanica dirette a Mantova, con l'aiuto degli Spagnoli, e fanno tappa a Colico, dove saccheggiano e diffondono la peste che spopola la cittadina.

Gli Austriaci realizzano importanti opere pubbliche: incanalano in un alveo rettilineo il corso del fiume Adda nel 1858, potenziano la rete stradale per scopi militari, aprendo nel 1809 la Colico-Sondrio che proseguirà fino a Bormio e allo Stelvio, nel 1822 la Colico-Chiavenna che continua fino a Coira attraverso lo Spluga. Colico acquista una grande importanza col tempo e nel 1818 viene costruito un porto.

Nelle frazioni aumenta la popolazione. Alla fine del secolo 1800 si verifica una crisi dell'agricoltura, che ai tempi rimaneva come principale attività lavorativa, così alcuni colichesi emigrarono, soprattutto in America e Australia, tante volte definitivamente.

Nel 1900 Colico "conquista" molti abitanti, in modo impressionante, fino ad arrivare ai 7000, come oggi, in abbastanza costante crescita.

Nei primi decenni del XX secolo sono ancora molti i colichesi che migrano oltreoceano, ritornano dopo alcuni anni e con i piccoli capitali raggranellati possono acquistare appezzamenti di terra sufficienti per diventare da massari o fittavoli piccoli proprietari indipendenti. Le rimesse degli emigranti rendono possibile una ridistribuzione della terra e una certa mobilità sociale. Le tensioni internazionali, i preparativi bellici che contrappongono la Triplice Alleanza, di cui l'Italia fa parte fino al 1914, alla Triplice Intesa, con cui si schiera all'entrata in guerra nel 1915, spingono lo Stato italiano a costruire un'imponente linea difensiva per fermare un eventuale attacco dal fronte alpino: la Linea Cadorna. La partecipazione alla prima guerra mondiale manda al fronte i giovani, braccia maschili valide indispensabili per l'agricoltura. Numerosi sono i morti nelle trincee del fronte orientale, e più ancora quelli che fanno ritorno invalidi e mutilati; alla crescita del paese, così compromessa, non contribuiscono certo la politica autarchica e militarista del ventennio fascista. La partecipazione alla seconda guerra mondiale, che ne costituisce il naturale epilogo e ne decreta la fine, vede morire sul fronte russo, africano e nei mari decine di giovani colichesi. Soprattutto la ritirata di Russia apre gli occhi a molti giovani che, nonostante l'indottrinamento di un ventennio, dopo l'8 settembre rifiutano di continuare a combattere a fianco dei nazisti e si rifugiano in montagna, dove organizzano la lotta partigiana. Colico, data la sua posizione strategica, è presidiata da truppe della RSI e tedesche, la popolazione è divisa. La Resistenza non si realizza solo con azioni militari: sono molti i civili e le donne che sostengono, aiutano, nascondono i partigiani e i fuggiaschi, e anche la repressione è feroce (incendiate per rappresaglia case di Fumiarga, esecuzioni). A Colico trovano ospitalità molti 'sfollati' da Milano, sfuggiti ai bombardamenti, e si verificano episodi di solidarietà e generosità che si contrappongono alla barbarie della guerra, ma anche qui le bombe lanciate sul nodo ferroviario provocano morti civili e distruzioni.

La ricostruzione del dopoguerra vede una faticosa ma costante crescita del paese, che elegge come primo sindaco, dopo la Liberazione e il ritorno alla democrazia, lo storico professor Martino Fattarelli, a cui è stata dedicata la nuova biblioteca esterna e interna.

Negli anni '50 si assiste a un progressivo abbandono dell'agricoltura, che sopravvive come lavoro integrativo accanto a quello in fabbrica. Uomini e donne trovano lavoro nelle industrie di Dervio (Redaelli), Bellano (cotonificio Cantoni), Mandello (Moto Guzzi), Abbadia (tubettificio), Lecco(Badoni), Talamona (Nuova Pignone) che raggiungono ogni giorno coi treni dei 'pendolari'.

Solo con la costruzione della nuova SS 36, completata con l'attraversamento di Colico, si mettono le basi per la creazione in paese di un'area industriale, che in breve offre possibilità di lavoro non solo ai colichesi ma richiama anche lavoratori da fuori.
Colico è gemellata con la cittadina tedesca di Wolfegg.

Il luogo, abitato fin dall'antichità da Liguri, Celti e Romani, diventa caposaldo longobardo alla fine del VI sec. Nel 616 vi giunge Agrippino, Vescovo di Como, che edifica un oratorio dedicandolo da S. Giustina, come testimonia un cippo, in marmo bianco, con iscrizione. Monaci dell'abbazia cluniacense di S.Pietro in Vallate vi si stabiliscono costruendo una "grangia". Edificano una chiesa più ampia, in stile romanico, dedicata a S. Maria, che nell'anno 1138 viene consacrata da Ardizzone, Vescovo di Como. L'abside è affrescata: al centro del catino il "Cristo Pantocratore", Signore del mondo, ai lati i quattro evangelisti, rappresentati nei noti simboli di leone, aquila, angelo e bue. Sotto, i dodici apostoli in atteggiamento di preghiera. Nel 1154 la chiesa viene ampliata e dedicata a un nuovo patrono: San Nicolao. Nel 1252 viene attuata dal priore del monastero, Ser Bonacorso De Canova di Gravedona, a sue spese, l'opera artistica di maggior risalto: il chiostro, che mostra ancora oggi la vita quotidiana e la religiosità medievale nei capitelli che raffigurano piante e animali e nell' affresco dei 'mesi'. In un documento della curia vescovile di Como, datato 1256, il monastero di Piona è indicato come uno dei dodici più ricchi di tutta la diocesi.
Nel 1798, per ordine del Direttorio della Repubblica Cisalpina, tutti i beni dell'abbazia vengono incamerati dal dipartimento dell'Adda e messi all'asta. Solo un secolo dopo, nel 1879, inizia il restauro della chiesa con aiuti governativi e sovvenzioni del comune e della provincia di Como.
All'inizio del XX secolo cominciano nuovi lavori per il recupero del chiostro e della chiesa, ma il monastero torna a rivivere nel 1938, quando i monaci Cistercensi di Casamari (Frosinone) prendono possesso dell'antico complesso benedettino. Attualmente l'abbazia è funzionante e domina la baia di Piona, segno di fede antica e di vita claustrale.

Borgo di Fontanedo, antico borgo, che in passato era abitato stabilmente da numerose famiglie di contadini, si estende in una conca riparata a nord da un costone detto " la Sponda", ben soleggiato e perciò terrazzato e coltivato a vigneti. Prende il nome dalle sorgenti di acqua freschissima, che anticamente formavano la "roggia", l'acqua che, scendendo verso Villatico, alimentava i mulini, allineati sul suo percorso.

La Chiesa di San Bernardino è rigorosamente orientata verso l’est equinoziale in osservanza alla tradizione più antica.

La facciata è imponente e armoniosa. Non è difficile cogliere, fin dal primo sguardo, lo straordinario senso di equilibrio originato dal rigore geometrico al quale si ispirano l’insieme e le singole parti architettoniche. Lesene che lasciano intuire la distribuzione dello spazio interno, il rosone e le rosine laterali, gli archetti pensili che corrono lungo l’intero cornicione e che costituiscono l’unico elemento decorativo delle pareti laterali si rifanno allo stile tipico delle chiese del lago e ancor prima allo stile romanico dell’XI e XII secolo. Al culmine delle lesene statuette di angeli appartenuti alla primitiva chiesa. Da notare la particolare cordonatura dei tre portali culminante in lunette. L’interno rivela subito nell’impianto architettonico basilicale l’antichità della chiesa. L’aula liturgica, a tre navate, è suddivisa da semplici colonne in muratura ordinaria con cinque campate ad arcate a tutto sesto con volte a botte per la navata centrale e a crociera per quelle laterali. Rende particolarmente incantevole l’ambiente l’ampio e unitario apparato decorativo ad affresco e a tromp d’oil che copre le pareti dell’intero presbiterio, dell’abside e dei due archi trionfali. La luce che filtra dalle monofore delle navate e dalle bifore degli altari laterali a strombatura profonda, crea un gioco di luci ed ombre che aiuta il fedele nel clima di raccoglimento e di preghiera oltre che a mettere in risalto particolari che solo un visitatore attento e curioso può cogliere.

L'altare maggiore, dalle sinuose linee settecentesche in marmo nero di Varenna e intarsiato con altri marmi policromi, domina la navata centrale. Dello stesso stile è un antico lavabo in sacrestia e le balaustre che delimitano gli altari laterali e il battistero sulle quali è possibile osservare lo stemma dell’offerente.

Gli affreschi del presbiterio, di mano ignota, si rifanno allo stile barocco e sono tutti realizzati con la tecnica ad affresco e a tromp d’oil. Sulle pareti l’episodio biblico del sogno della scala di Giacobbe e la lotta di Giacobbe con l’angelo, sulla volta a botte San Bernardino nella gloria del Paradiso arricchito da elementi decorativi di frutti con festoni di foglie e rami su fondo in finto marmo policromo rinvenuti alla luce grazie al recente restauro. Sulle pareti del catino absidale in centro San Bernardino affiancato presumibilmente da Sant’Elena e Santa Margherita. L’affresco della volta ellittica dell’abside, che sovrasta un prezioso coro in legno di noce che corre lungo l’intero catino absidale, mostra figure d’ Angeli in adorazione della Colomba dello Spirito Santo. Sempre sulle pareti del presbiterio da notare la particolare rifinitura del cornicione e delle lesene, che si differenzia da quella della zona absidale realizzate sicuramente in epoca successiva in seguito ad un probabile ampliamento della chiesa verso est. Merita una particolare attenzione lo splendido affresco con finta balconata marmorea che decora la parte culminante del catino absidale. Un magnifico esempio di decorazione a tromp d’oil.

L’arco trionfale, realizzato con l’innalzarsi delle quote interne dell’aula e l’allungamento verso ovest della navata centrale e la nuova edificazione delle navate laterali alla fine dell’ottocento, ci mostra un prezioso affresco raffigurante il “Cristo in Gloria” attribuito al Tagliaferri ed una scritta, purtroppo incompleta, attestante la data e probabilmente i committenti di questo ampliamento. “TEMPLUM 19 (…) OLUS LABORE PECUNLA 1896=97 AMPLIAVIT=CONFRATRES CONSORES SS SACRAMENTI 190(0) ECORA (…)” Tra le figure di santi(tra cui san Pietro) presenti vi è il Pontefice dell’epoca, Leone XIII. Dello stesso periodo il secondo arcone trionfale con angeli in adorazione della croce; particolare, oltre all’elegante festone di rami e foglie con frutti, la rifinitura centrale “a nuvola” dell’arco. Sull’ altare a capo della navata laterale di sinistra ammiriamo una statua della Beata Vergine del Rosario. Particolari i quadretti che corrono lungo i lati della nicchia che raffigurano i misteri gaudiosi del Rosario (lato sinistro), dolorosi (lato inferiore) e gloriosi (lato destro).

L’altare di destra è dedicato a San Giuseppe. Non presenta nessun particolare pregio architettonico se non la statua lignea del Santo con il Bambinello. In una nicchia della navata laterale di sinistra è collocato il fonte battesimale, con una bella vasca monolitica elegantemente modellata in una coppa sovrastata da un prezioso coperchio in bronzo, opera dello scultore Talamonese Roberto Bricalli, raffigurante il battesimo del Battista e Gesù con i Dodici. Dietro la vasca un artistico e pregiato ciborio in legno di noce. In questo fonte battesimale ricevette, il 22 agosto 1939, il battesimo la serva di Dio Suor Maria Laura Mainetti per la quale è in corso la causa di beatificazione.

L’organo quasi sicuramente appartenente alla primitiva chiesa, rimaneggiato dalla fabbrica milanese d’organi Marelli dopo l’ampliamento di fine ottocento, è posto sopra l’ingresso principale. Nel 2007 l’intera zona del presbiterio ha subito un importante intervento di restauro conservativo con pulitura dell’intera superficie decorata permettendo di riportare alla luce tonalità e rapporti cromatici originali attraverso l’asportazione delle incongrue ridipinture eseguite sulle decorazioni originali nel corso dei secoli. Percorrendo il perimetro interno si posso individuare diversi punti di indagine stratigrafica. Tale indagine ha permesso di conoscere l’evoluzione storica-cotruttiva ed artistica dell’edificio, oltre che a preparare la strada per una continuazione dell’intervento di restauro avviato che sicuramente riserverà numerose sorprese e ridonerà luce e splendore all’opera originaria realizzata dalla nostra gente nel corso dei secoli, persone più svariate ma tuttavia rese compatte da una fede comune.

Non è possibile stabilire con precisione l'epoca della costruzione della Chiesa S. Elena Fontanedo  ma doveva essere attiva nel XV secolo. Più volte subì incendi e devastazioni, e ne conserva i segni nei muri rifatti più volte, che risultano disuguali. Sulla facciata si intravede un affresco: il viso di S. Sebastiano.

La chiesa era dotata di fonte battesimale in marmo bianco, conservata in un'abside laterale, e di un antico crocefisso in legno. Il Cristo, dal volto dolcissimo, nella morte di croce, ha perso le mani, consumate dall'umidità del luogo e dal tempo. Attualmente è conservato nella chiesa parrocchiale di Curcio assieme alla pala d'altare: un prezioso quadro, olio su tela, del XVII sec., opera di Giambattista Recchi, che rappresenta S. Elena che mostra Maria la croce del Signore, ritrovata sul Calvario. Ogni anno in questa chiesa si festeggia S. Elena, nella domenica successiva il 16 di agosto, con riti religiosi e una partecipata sagra popolare.

Secondo la tradizione orale, una chiesetta dedicata a San Fedele esisteva anticamente sulle rive della baia di Piona, dove il santo sarebbe approdato fuggendo da Como prima di raggiungere le sponde del monte Berlinghera dove fu ucciso. Nell’attuale luogo, più salubre, fu poi eretta una piccola chiesa, con attorno un recinto adibito a cimitero. La comunità di Laghetto faceva parte dell’unica parrocchia S. Bernardino di Villatico ma era guidata da coadiutori che qui risiedevano: don Gilardoni, don Graziano Porlezza, don Taroni. I capifamiglia chiesero insistentemente l’erezione di una parrocchia autonoma, il vescovo lo concesse purché si dotassero di un luogo di culto adeguato. Grazie al loro tenace impegno nel 1856 venne ultimata l’attuale chiesa, con una spesa che oggi avrebbe superato 100.000 euro.

Nell’epigrafe all’ingresso: “Questa chiesa edificata in un anno di tanta miseria nel 1856 dirà ai posteri quale fosse la generosità di un popolo povero ma devoto”. La chiesa fu consacrata nel 1857 e fu affidata a don Antonio Venini, di Domaso, che da tempo vi risiedeva come coadiutore e che la resse per 60 anni (1853-1913). A pianta rettangolare, orientata a ovest, unica navata, 4 altari laterali, pavimentazione a lastre. Le pitture della volta, degli altari laterali e del catino dell’abside furono eseguite da F. Capiaghi di Como e da L. Tagliaferri di Pagnona. Le più pregevoli sono dedicate a S. Fedele e ne celebrano il battesimo, il martirio e la gloriosa accoglienza in paradiso. Era affiancata da una torre campanaria quadrata che venne completata nel 1871. Nel 1957 il centenario viene celebrato dal parroco don Del Barba: con 7 anni di lavori il campanile originario fu sostituito con uno nuovo svettante per 40 metri.

L'oratorio di San Rocco sopra Villatico è una delle circa 30 chiese dedicate al santo erette sul territorio lariano dall'epoca medioevale fino al 1600 a dimostrazione della diffusione del culto a questo taumaturgo in epoche di frequenti e gravi epidemie che decimavano le popolazioni e i loro animali. La piccola chiesa sorge sulle pendici del Monte Legnone, in una zona leggermente pianeggiante e boscosa. La località sembra che non sia mai stata abitata in forma permanente. Però da qui passava e vi tuttora passa la riscoperta via di comunicazione denominata "sentiero del viandante", uno dei percorsi che collegavano i paesi della sponda orientale del Lario prima della costruzione da parte degli austriaci della strada militare della riviera nella prima metà dell'ottocento. Il tempietto era dedicato originariamente a San Sebastiano martire, un soldato convertito al cristianesimo all'epoca di Diocleziano e barbaramente ucciso come è mirabilmente illustrato nell'affresco sulla parete sinistra. Dal secolo XVII al XIX le popolazioni funestate periodicamente da diverse epidemie, tra cui la tremenda epidemia di peste del 1630 descritta anche dal Manzoni ne "I promessi sposi", iniziarono a invocare non più il soldato romano San Sebastiano ma San Rocco, sentito più vicino a loro per il suo abito da pellegrino e la sua storia di guaritore attento ai bisogni della gente. Il Santo era supplicato come difensore contro la peste, il colera, le malattie degli animali, la filossera e le calamità naturali. Per questi poteri taumaturgici, la sua devozione si estese rapidamente in tutta Italia e, in modo particolare, sulle nostre terre dove soppiantò il culto del soldato romano San Sebastiano. In momenti di transizione dal primo al nuovo patrono, i due santi venivano spesso rappresentati assieme, a fianco della Madonna come si nota nella sinopia della nostra chiesetta del secolo XVII.
Possiamo ipotizzare che il luogo di culto, affrescato a più tappe dalla sua edificazione, sia stato costruito in seguito a un voto al santo come ringraziamento per aver protetto la comunità o come pegno per proteggerla dal contagio della peste che periodicamente colpiva queste terre di passaggio delle soldatesche dal nord verso la pianura. Data la posizione del tempietto in mezzo ai boschi di castagni e anticamente di querce, non è inverosimile ritenere che al tempo degli antenati Celti in questo posto sorgesse un luogo di culto delle loro divinità silvestri.

Per ora non sono stati recuperati scritti che documentino la data precisa della costruzione dell'oratorio, però la sua dedicazione al martire Sebastiano dei primi secoli e soprattutto l'impianto romanico dell'edificio, come evidenziato dalla bassa e ridotta abside semicircolare con una monofora fatta successivamente chiudere, sembrano farlo risalire al secolo XIV. Su questa piccola abside si innesta un'unica navata piuttosto spaziosa che, come si può desumere dalle sue dimensioni e dalla sua configurazione, è frutto di ampliamenti e di rimaneggiamenti iniziati già a partire dal secolo XV e proseguiti fino al XVII e conclusi solo una decina di anni fa.

All'interno del tempio si trova una statua lignea che rappresenta il Santo contraddistinto dai suoi simboli iconografici: una gamba scoperta e piagata per indicare che fu anche lui colpito dalla peste e in seguito guarito, il bordone del viandante con appesa la zucca per contenere l'acqua, la conchiglia simbolo del pellegrinaggio a Santiago di Compostela che fanno riferimento alla sua vocazione di pellegrino e il cane fedele che lo saziava con una pagnotta quando ammalato si era ritirato in un bosco.
Sulla parete Nord, entrando a sinistra, c'è uno splendido affresco risalente al secolo XVI che rappresenta,  su una superficie di cm. 250 per cm 500, la scena del martirio di San Sebastiano colpito dagli arcieri dell'imperatore Diocleziano assiso su un trono davanti ad un vasto panorama di paesaggio lacustre e montano. Vicino all'altare si trova l'affresco di cm 250 per cm 600 raffigurante l'Ultima Cena, risalente al secolo XVI e rinvenuto nel corso di una campagna di restauro svoltasi negli ultimi anni. Tra i due affreschi si intravede una sinopia di cm. 250 per 250 risalente al secolo XVII che raffigura i due santi San Rocco e San Sebastiano in piedi probabilmente a fianco della Vergine. Oltrepassato il piccolo presbiterio si possono ammirare le pitture medioevali dell'abside. L'impianto di questi affreschi segue il tipico schema dell'epoca e sono dovuti a un ignoto, ma capace pittore che dovrebbe aver operato nei primi anni del XV secolo.

Dal poggio antistante si gode un magnifico panorama di Colico e dell'alto Lario. Ogni anno, il 16 agosto, da tempo immemore si svolge nei pressi della chiesetta la sagra popolare di San Rocco.

Il Forte di Fuentes sorge sul Montecchio Est di Colico, in posizione strategica, dominante il Pian di Spagna e gli sbocchi delle direttrici di Valchiavenna e Valtellina.
Nel XVI sec. i Grigioni occupano la Valtellina e la Valchiavenna portando i loro confini sulle rive del Lario. Sono costretti a retrocedere da Giangiacomo De Medici, detto il Medeghino, ma continuano a minacciare l'alto lago. Nel 1603, il governatore spagnolo del Ducato di Milano, Don Pedro Enriquez de Acevedo, conte di Fuentes, pensa di scoraggiare definitivamente i nemici, con la costruzione di una fortezza. Individua il punto strategico sull'ultimo Montecchio di Colico, bene che apparteneva alla mensa vescovile di Como, che controlla l'imbocco di entrambe le valli ed essendo circondato da paludi è difficilmente assediabile.

Il Forte fu costruito a partire dal 1603 su progetto dell’ingegnere Gabrio Busca; i lavori durarono diversi anni e l’ultimo appalto documentato è datato 1609. Il Forte rimase in mano spagnola fino al 1736 quando il Ducato passò sotto il dominio austriaco. Nel 1769 fu giudicato “militarmente inutile” dai tecnici di Giuseppe II Imperatore del Sacro Romano Impero e Duca di Milano e nel 1782 fu radiato dal novero delle fortezze dell’impero e privato dell’armamento e messo all’asta. L'ultimo castellano del forte di Fuentes, il barone Domenico Shroeder, lo acquista per sé organizzandolo in una fiorente azienda agricola.

Nel 1796 Napoleone, entrato in Milano, al fine di facilitare i rapporti diplomatici con i Grigioni, inviò a Colico un reparto di guastatori guidati dal generale Rabeau per rendere inservibile il Forte, ritenuto ancora potenzialmente pericoloso. Durante la Prima Guerra Mondiale sulla sommità del Montecchio Est furono realizzate due postazioni blindate per cannoni da 149G.

Oggi il Forte è proprietà della Provincia di Lecco.

Il Palazzo del Governatore occupa per intero il lato di fondo della piazza d'armi. E' un grande edificio costruito su due piani con sette camere per piano, oltre ai magazzini. Dalle descrizioni storiche risulta vi fosse all'interno una grande scala in pietra e, all'esterno un pregiato portico colonnato, entrambi oggi perduti. Si può ancora osservare la traccia del grande camino principale, costruito in pietra proveniente da Como, oltre ai camini più piccoli nelle stanze adiacenti. Il palazzo fu abitato solo di rado da personalità di rilievo; i governatori militari preferivano infatti risiedere nelle salubri località della sponda nord-occidentale del lago, più precisamente a Domaso, lontano dai rischi della malaria che imperversava nelle malsane paludi del Pian di Spagna. Soltanto una volta, nel 1605, il conte di Fuentes fu in visita al Forte.

I quartieri dei soldati (ossia la caserma) occupano tutto il lato sud-est della piazza d’armi. Costruiti, come tutti gli altri edifici del forte, con muratura in pietra legata e intonacata, si sviluppano su due piani e, dai documenti, furono costruiti per ospitare più di 300 uomini. La caserma è ben protetta dalla roccia e si trova, come il Palazzo del Governatore, immediatamente al di sotto della cosiddetta “piattaforma” che scendeva dal quartiere San Cristoforo, il punto più elevato del Forte. Esistevano anche altri alloggiamenti secondari, situati all’esterno del perimetro della piazza d’armi. Questi potevano ospitare un altro centinaio di uomini. In questi locali si trovavano fanti, genieri, archibugieri e artiglieri. L’avvicendamento della truppa a presidio del Forte era incessante: sino alle bonifiche del XIX secolo l’intera area pianeggiante all’intorno del Forte era un’immensa palude infestata da zanzare portatrici di malaria: le cronache riportano che circa il dieci per cento della guarnigione fosse ogni mese da sostituire perché gravemente ammalata o deceduta (notevoli al riguardo i resti del cimitero posto immediatamente a nord del Forte).
Le postazioni blindate per cannoni campali di medio calibro da 149G (in ghisa) furono costruite durante la Prima Guerra Mondiale come difesa da una eventuale invasione tedesca o austro-ungarica dalla Valtellina o dalla Valchiavenna. Si tratta di due massicce postazioni realizzate in calcestruzzo e disposte a L, destinate ad ospitare in tutto otto pezzi d'artiglieria, quattro orientati verso lo sbocco della strada dello Spluga a Novate Mezzola, quattro verso lo sbocco della strada dello Stelvio a Morbegno. Lo scopo era quello di mantenere efficiente lo sbarramento di Colico nell'ambito del sistema difensivo alla Frontiera Nord verso la Svizzera, essendo stati rimossi i cannoni 149S (Schneider, in acciaio) dal vicino Forte Montecchio Nord. La minor gittata dei pezzi da 149G era in parte compensata dalla posizione più avanzata rispetto ai potenziali obiettivi.

Fortunatamente il territorio di Colico non subì nessun attacco e le postazioni non furono mai armate. Al di sotto di queste postazioni vi è un ampio deposito per il munizionamento, scavato in roccia e protetto da una spessa volta in calcestruzzo. Nei pressi del Forte esistono inoltre alcune gallerie, in parte utilizzate un tempo per cavare minerale di ferro, di cui almeno una è stata con buona probabilità adibita a polveriera durante la Grande Guerra.

Costruito tra il 1911 ed il 1914, il Forte Montecchio Nord è l'unico forte militare italiano della Grande Guerra che abbia conservato ancora intatto il suo armamento originario e uno dei meglio conservati in Europa. Il complesso storico del Forte, ben inserito nel Sistema Difensivo della Frontiera Nord, la cosiddetta “Linea Cadorna”, è grandioso: interamente scavato nelle roccia, è caratterizzato da possenti mura in granito bianco di San Fedelino proveniente dalle vicine cave di Novate Mezzola e lavorato da mani di abilissimi scalpellini, numerosi ambienti e camminamenti sotterranei, tra cui a una polveriera profonda oltre 60 metri. Funzione principale del Forte era quella di controllare le strade dello Spluga, del Maloja e dello Stelvio nel caso che gli Imperi Centrali, violando la neutralità della Svizzera, avessero deciso di invadere il Nord Italia. La visita del Forte consente oggi di osservare le soluzioni architettoniche, tecniche ed organizzative, alcune delle quali davvero innovative per l'epoca, adottate all'inizio del secolo nell'edificazione dei forti militari.  Il Forte conserva intatti non solo i quattro imponenti cannoni con una gittata di 14km modello Schneider da 149mm, in postazione girevole sotto cupola corazzata, ma anche l’impianto elettrico e tutti i serramenti e le blindature originali, oltre ai complessi sistemi di ventilazione e di approvvigionamento idrico.

La struttura è formata da due blocchi distinti: il piano dove si trovano le quattro artiglierie, e il ricovero destinato agli alloggi della truppa. I due blocchi sono collegati da un camminamento curvilineo coperto e fortificato di circa 140 metri di lunghezza e appoggiato alla montagna sul lato est. Il camminamento ha un'ampiezza di 2,5 metri e un'altezza di 3 metri mentre la volta superiore ha uno spessore di circa 1,5 metri ed è realizzata con pietre irregolari di granito. Nelle mura del camminamento sono state realizzate dieci feritoie a bocca di lupo, che permettevano un ampio raggio per il tiro offrendo al nemico un bersaglio ridotto. L'area destinata al ricovero si trova nella parte più bassa del forte; in questo spazio, ricavato grazie al parziale sbancamento di una parte della collina, trovava posto la camerata destinata alla truppa, un unico locale riscaldato in grado di ospitare circa 40 uomini e altrettante brandine e armadietti per gli effetti personali.

Il forte venne chiamato, al momento della sua costruzione, Montecchio Nord, in corrispondenza della località in cui venne edificato. Questo è tipico dei forti italiani che prendevano il nome del luogo in cui erano costruiti. Solo in seguito, nel 1939, il forte fu dedicato, come era in uso comune a quel periodo, alla medaglia d'oro al valor militare Aldo Lusardi, ferito a morte il 5 novembre 1935 nella zona di Addi Gundi nell'Africa Orientale italiana.
Dati gli eventi bellici il forte, che costituiva il punto di forza di un complesso sistema di sbarramento che si prolungava fino al Monte Legnone, rimase inattivo durante tutta la prima guerra mondiale. Il forte non venne impiegato in azioni militari neanche durante la seconda guerra mondiale, gli unici colpi di cannone furono infatti sparati il 27 aprile 1945 contro la colonna delle forze armate italo-tedesche che risaliva l'opposta sponda del lago in direzione della Svizzera dopo aver lasciato Mussolini nelle mani dei partigiani a Dongo. L’episodio indusse il capitano della colonna Hans Fallmeyer a fermarsi, e si diede il via alle trattative con i partigiani per porre fine agli episodi di guerra nella zona del Lario. In seguito venne utilizzato come deposito di munizioni e rimase presidiato ed attivo fino al 1981, quando passò definitivamente al demanio civile. Nel 1998 il Ministero delle Finanze affidò la gestione del Montecchio al Comune di Colico, ed infine ceduto al demanio pubblico. Dal 2009 il Comune di Colico ha affidato la gestione del forte al Museo della Guerra Bianca al fine di migliorarne la fruibilità turistica.

Grazie alla strategica collocazione del forte, dalla copertura della batteria corazzata si può godere di uno splendido panorama sull'Alto Lario, con una incantevole vista  sulla vicina Riserva Naturale del Pian di Spagna, il Lago di Mezzola, la foce dell'Adda e il Monte Legnone.

Sembra che la torre di Fontanedo venne edificata per volere di Bernabò Visconti nel 1357, sulla linea difensiva dell'Alto Lago, ma forse fu solo potenziata una struttura già esistente. Si trova a circa 700 metri più a valle del paese di Fontanedo, su un punto dominante dello sperone che scende dal versante nord del Monte Legnone. Fu costruita per proteggere il territorio dalle incursioni e salvaguardare l'importante via di comunicazione della “Scalottola”, ora nota come “Sentiero del Viandante”, che passa alla base dello sperone, in località Robustello. La strada portava da Lecco, per la Valsassina, in Valtellina e rappresentava la variante a lago della Via del Bitto, che invece valicava la montagna arrivando direttamente a Morbegno attraverso la Val Biandino e la Bocchetta di Trona. Si legge in un documento: “(I Milanesi) furono sforzati fortificare in Colico il Monteggio (Montecchio Nord, dove esistono ancora le due torrette medievali) ed il passo di Fontanedo con torri ed altre fortezze”.

La Torre mantenne la sua importanza strategica anche nei secoli successivi, quando venne ampliata e inglobata al sistema difensivo del Forte di Fuentes, divenendone l'opera accessoria più elevata: la tipologia delle murature ne confema la datazione secentesca. Ragguardevole doveva essere la guarnigione che presidiava la fortificazione in epoca spagnola, a giudicare dalle dimensioni dei fabbricati per l'alloggiamento delle truppe, dai magazzini e dalle stalle.

La Torre ha una pianta pressochè quadrata di 7.5 metri per lato e presenta una tipica struttura degli edifici difensivi medievali (es. Torri di Mello, Chiuro, Teglio), realizzata con grossi conci di pietra, è priva di aperture a pian terreno per impedire l'ingresso agli assalitori. Lungo le possenti mura si trovano numerose ferritoie difensive. La porta vera e propria si trovava al primo piano ed era raggiungibile solo grazie ad una scala di legno che poteva essere ritirata all'occorrenza. La struttura interna dell'edificio era pure in legno: rimane visibile lungo il perimetro interno dei muri la mensola su cui si appoggiava l'impiantito.

Il borgo fortificato era collegato all'abitato di Fontanedo e a Colico da una rete di mulattiere. Borgo e strade sono ancora discretamente conservati, e costituiscono con la Torre un insieme di grande suggestione. Dalla Santella, ancora visibile vicino alla Torre, è stato staccato un affresco raffigurante la Madonna col Bambino, probabilmente del sec. XV; ora è conservato nella chiesa di Curcio, Parrocchia cui appartiene la Torre.

Dal pianoro antistante è possibile ammirare un vasto panorama sulla piana di Colico e tutto l’alto lago che ripaga ampiamente della salita.

Sullo sperone sud occidentale della collina denominata Montecchio Nord, poco distante dalla foce del torrente Inganna, a circa 270m di altitudine, sorgono a una trentina di metri di distanza tra loro due piccole torri denominate “Torrette”, legati a tratti da una muraglia che farebbe pensare ad un recinto di collegamento o una cortina di difesa. Alcuni storici avanzano l'ipotesi che sul colle vi fosse già una vedetta romana, in seguito occupata dai Longobardi, da cui si originò il castello dei Vicedomini, Signori della Valtellina. Le torrette odierne farebbero parte della linea di fortificazione voluta da Bernabò Visconti nel 1357 a vigilare il passaggio sulla via del lago. La torre sud è stata ampiamente rifatta nella parte superiore, mentre nella parte inferiore evidenzia un paramento medioevale. Meglio conservata, se pur cimata, quella settentrionale, dagli spigoli accurati. Sulla faccia sud esisteva anni fa un grande portale inferiore a tutto sesto e decentrato, forse opera del  XVI sec. attuato in rottura, ma l'ingresso doveva essere costituito dalla  porta finestra centinata del lato est, per il cui accesso si è poi creato un avancorpo a scala. La tessitura muraria, con qualche finestrella trilitica, ricorda quella di Fontanedo.

Ai piedi della rocca sorgeva il borgo "de colego", che fu distrutto dal torrente Inganna, durante l'alluvione del giugno 1469. Le due Torrette attualmente sono di proprietà privata e non accessibili al pubblico.

La villa Malpensata sorge sulla penisola di Olgiasca in posizione isolata, prospiciente al lago. Le fanno corona giardini, orti, prati e vigneti. L'impianto ottocentesco, molto semplice, incorpora una precedente struttura risalente al periodo della dominazione spagnola del ducato di Milano: sul catenaccio di un portale è incisa la data 1537.

La facciata principale, rivolta al lago, presenta quattro ordini di arcate con cinque archi per ogni piano. Presumibilmente fu costruita da un benestante di Gravedona, ma non si conosce il nome dell'architetto e neppure del committente. Davanti alla villa da tempi immemorabili c'è un porticciolo che serviva per gli scambi commerciali e per il trasporto di persone, quando il lago costituiva la grande via di comunicazione tra le comunità lacuali e con le città della pianura. In modo particolare, dal molo si imbarcavano sui comballi le lastra di marmo di Olgiasca.
Nel catasto teresiano del 1760 l'ampia costruzione compare sotto la qualifica di "Cassina Malpensata", segno evidente che ha avuto sempre funzione di casa padronale coi relativi dipendenti addetti al lavoro dei terreni circostanti e sicuramente provenienti dal paese sovrastante. Nel 1905 il nuovo catasto chiama il complesso agricolo "latifondo della Malpensata". Attualmente è proprietà del Priorato di Piona e sede della Comunità "Il Gabbiano".

Il territorio di Colico presenta un ambiente naturale unico, per la grande varietà e bellezza di elementi, che raramente possiamo godere così affiancati a poca distanza e così facilmente fruibili per svariate attività. Alle spalle dell'abitato si erge l'imponente mole solitaria del Monte Legnone con i suoi 2610 metri s.l.m. (prealpi Orobie, micascisti) ammantato di vegetazione disposta x fasce altimetriche (coltivi, latifoglie, conifere, pascoli, veg alta quota), di fronte si allarga il lago, che occupa il solco longitudinale scavato dai ghiacciai del Quaternario, che raggiungevano lo spessore di oltre 1000 metri). La zona pedemontana formata dai conoidi dei 3 torrenti Inganna, Perlino e Merla, fertile e coltivata da secoli, è ora densamente abitata. La fascia pianeggiante che costeggia il lago, un tempo paludosa, ospita oggi molte infrastrutture, servizi e strutture turistiche. Caratteristica unica di Colico sono i quattro colli, i tre Montecchi e la penisola di Olgiasca, sopravvissuti all'erosione glaciale, che costeggiano il lago e offrono vegetazione e paesaggi unici. Dal XVIII secolo campeggiano nello stemma comunale.

Il centro cittadino si sviluppa tra Piazza Garibaldi, Via Vitali, Largo San Giorgio e Via Pontile. Questo quartiere racchiude i principali servizi di Colico. Tra Via Municipio e Piazza Quinto Alpini si trovano municipio, chiesa di San Giorgio e le principali scuole. In Via Villatico ha sede l'ufficio postale.

Il Lido è dotato di una lunga spiaggia, un campo di calcio, dei campi da tennis ed una scuola di vela.

Nel quartiere vi è un parcheggio di camper, una spiaggia e una scuola di surf e kitesurf.

La zona industriale è sede di numerosi stabilimenti e della discarica cittadina.

La frazione di Colico Piano (antica denominazione Colicum) non è altro che il centro della cittadina ed il luogo della Parrocchia di S. Giorgio (festa patronale 23 aprile), smembrata da Villatico ed eretta il 22 dicembre 1914. La chiesa costruita negli anni 1925 - 1926 -1927, fu consacrata il 24 settembre 1978 dal Vescovo T. Ferraroni. Pregevole sulla facciata principale della chiesa l'affresco di S. Giorgio, fatto eseguire da don Salvatore Schenini nel 1965. Il mosaico con S. Giorgio che trafigge il drago è opera di Lidia Silvestri, scultrice famosa, originaria di Chiuro in Valtellina.

La frazione di Villatico (antica denominazione Villarichum) ospita la Parrocchia di S. Bernardino (festa patronale 20 maggio) che fu eretta intorno al 1500. La chiesa risale alla seconda metà del sec. XV (subito dopo la canonizzazione di S. Bernardino, a. 1450). Nel 1239 dei documenti comprovano l'esistenza di un mulino situato a Villatico. Dopo l'alluvione del 1496, che distrusse il centro abitato di San Giorgio (l'attuale Colico Piano), Villatico diventò il maggior centro abitato del Colichese. Nel frattempo si diffuse la devozione di San Bernardino da Siena, noto per aver curato gli appestati. Nel XVIII secolo, finite le pestilenze, venne costruito il primo porto e Colico Piano divenne sempre più importante.

A Curcio (antica denominazione Curcium) vi è un'importante fonte naturale di acqua. Curcio è una delle frazioni in cui il passato di Colico è rappresentato da case di una certa età e un lavatoio pubblico che si usava in passato. La prima traccia del toponimo è in una lastra datata 1585 che fa ancora parte della fontana del lavatoio pubblico. Dedicata fin d'allora ai Ss. Angeli Custodi, la prima chiesetta del nascente borgo di Curcio venne costruita nel 1842; il 3 dicembre 1934 fu eretta la parrocchia dei SS. Angeli Custodi (festa patronale ultima domenica di settembre) con territorio smembrato da Villatico e Colico Piano. Posta la prima pietra nel 1938, i lavori della nuova chiesa iniziarono solo nel 1946 per concludersi nel 1957.

Laghetto (antica denominazione Parvus lacus) è l'unione di due località maggiori (Borgonuovo e Fiumarga) con altre minori (La Cà e Corte); il toponimo comparì ufficialmente nel 1770. Nel 1760 iniziò l'emigrazione di alcune famiglie che abitavano a Olgiasca in seguito a una vertenza fiscale con gli austriaci. A Laghetto ci sono molti campeggi affacciati al laghetto di Piona. Antica comunità vice-cura, dove risiede la parrocchia di S. Fedele (festa patronale ultima domenica di ottobre) che fu staccata da Villatico solo il 9/9/1857. La chiesa fu ampliata negli anni 1854/57 e restaurata negli anni 1965/68. Nel 1957 fu innalzato il nuovo campanile.

Olgiasca (antica denominazione Piona) è situata nell'omonima penisola. Un manso, costituito dal colle di Olgiasca, nel 1241 fu dato in affitto dalla chiesa di San Vincenzo di Gravedona all'Abbazia di Piona. Vi era un'intensa attività agricola. Nel XIV secolo venne edificato il Castel Mirabei, mentre nel XVII secolo Olgiasca perse la sua autonomia diventando parte del comune di Colico. A Olgiasca si trova l'Abbazia di Piona ed è sede della parrocchia di S. Nicola di Bari (festa patronale 6 dicembre); si fa risalire la sua erezione all'anno 1252; la serie continua di parroci inizia col 1693. Un documento del 7/11/1593 parla della "Chiesa parrocchiale priorata o Abbadia di Piona". Affidata ai Monaci Cistercensi.

Fontanedo, posta sopra Villatico, è "divisa in due": prendendo la strada sinistra si va alla Torre di Fontanedo, costruita per volere di Bernabò Visconti nel 1357, difendeva l'Alto Lago; è un potenziamento di una struttura già prima esistente. Fu costruita per proteggere il territorio dalle incursioni e salvaguardare l'importante via di comunicazione della “Scalottola”, ora nota come “Sentiero del Viandante”, che passa alla base dello sperone, in località Robustello (prima di Fontanedo). La strada portava da Lecco, per la Valsassina, in Valtellina e rappresentava la variante a lago della Via del Bitto, che invece valicava la montagna arrivando direttamente a Morbegno attraverso la Val Biandino e la Bocchetta di Trona. Si legge in un documento: “(I Milanesi) furono sforzati fortificare in Colico il Monteggio (Montecchio Nord, dove esistono ancora le due torrette medievali) ed il passo di Fontanedo con torri ed altre fortezze”.

Dalla Santella, ancora visibile vicino alla Torre, è stato staccato un affresco raffigurante la Madonna col Bambino, probabilmente del sec. XV; ora è conservato nella chiesa di Curcio, Parrocchia cui appartiene la Torre. Da qua si può anche ammirare il lago, Colico e Gravedona. Dalla Santella, ancora visibile vicino alla Torre, è stato staccato un affresco raffigurante la Madonna col Bambino, probabilmente del sec. XV; ora è conservato nella chiesa di Curcio, Parrocchia cui appartiene la Torre.

Prendendo la strada sinistra, si raggiunge la "vera" Fontanedo, dove c'è anche una cappella medievale.

Borgonuovo è la parte più popolosa di Laghetto.

Fumiarga: prima della frazione Posallo, c'è quest' altra frazione, altra parte popolosa di Laghetto.

Baia di Piona si suddivide in due: quella dalla parte di Laghetto e quella dalla parte di Olgiasca, dove c'è anche l'abbazia.
Posallo ospita due trattorie ed è ai piedi del Monte Legnone. Confina con il comune di Dorio (località Sparesee, Vezzee, Perdonasco, Falgareu).

La Ca'è una piccola frazione posta dentro Laghetto, ha un panificio e una via di case (Via La Cà).

Corte è formata da tre vie strette, ci sono molte case antiche caratteristiche ed è la parte più piccola di Laghetto.

Palerma si divide in vecchia e nuova: la parte vecchia ha case costruite molto tempo fa, la parte nuova conta diverse villette a schiera. Questa frazione precede Curcio.

L'economia colichese è principalmente turistica, ma l'industria ottiene un ottimo secondo posto dall'imponenza della zona industriale, sempre in espansione, e inoltre vi è una numerosa presenza di banche. Il turismo è soprattutto incentrato sui numerosi camping, ma ci sono anche altre strutture ricettive quali hotel, agriturismi e bed & breakfast. L'industria vanta di importanti marchi di costruzione di autocarri (Iveco) e yacht (Cranchi). Colico è sede di molte banche grazie alla favorevole posizione e ai numerosi stabilimenti industriali.
La stazione di Colico è posta al terminale della prima linea elettrificata mediante il rivoluzionario metodo trifase a 3000 volt realizzato dalla ditta ungherese Ganz a partire dal 1901 e rappresenta un perfetto esempio architettonico delle stazioni costruite specificatamente per la linea Sondrio - Colico. Fra il 1885 e il 1886 Colico viene collegata con Sondrio e con Chiavenna, ma per vedere operativo il collegamento con Lecco (e quindi con Milano) si dovette attendere il 1894. La linea era allora esercita dalla Rete Adriatica, una delle tre grandi compagnie che resteranno attive fino al 1905, anno di nascita delle Ferrovie dello Stato.
Nel territorio comunale di Colico è presente anche la stazione di Piona, frazione Laghetto, a 100 metri dal laghetto di Piona, sulla riva opposta rispetto all'omonima Abbazia, raggiungibile salendo ad Olgiasca o con battello o aliscafo da Colico.

Vi sono due imbarcaderi a Colico: Colico piano e Piona.



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