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domenica 26 luglio 2015

ARDESIO



Ardesio è un comune della Valle Seriana sulle Alpi Orobie, sulla sponda sinistra del fiume Serio. L'economia è caratterizzata dall'industria tessile e artigianato; è inoltre una nota località turistica della provincia di Bergamo, specialmente alcune delle sue frazioni, tra cui Valcanale.

Il paese è noto per i frequenti pellegrinaggi al Santuario della Beata Vergine Maria. Un'altra chiesa, presente al centro del paese, è la Prepositurale di San Giorgio. Riedificata nel 1747, presenta numerose opere d'arte, come dipinti, affreschi e sculture.

Il capoluogo giace sulla sponda sinistra del Serio, su un terrazzo fluviale circondato dai monti, che grado a grado che si elevano, lasciano il posto a vasti prati, a ricchi ed estesi boschi, a pascoli. Il Comune è attraversato in senso longitudinale dal Serio, fiume ricco ancora di limpide acque. In senso latitudinale, ad Est, vi è la valle del torrente Rino che nasce dalle pendici del Monte Timogno, taglia il dirupo della "Curt", e prima di buttarsi nel Serio attraversa Ardesio.

Ad Ovest il torrente Acqualina, che nasce dal laghetto montano del Branchino, scorre a Nord dell'asse montuoso del Monte Secco e dell'Arera, creando scorci ambientali di rara suggestione soprattutto in quei luoghi dove le folte abetaie sembrano nascere dalle stesse acque. Anche l'Acqualina sfocia nel Serio.

I primi abitanti di questo arco alpino furoni i Liguri ad Occidente ed i Veneti ad Oriente tra cui vennero ad incunearsi i Galli Celtici, che ridussero progressivamente l'area precedentemente occupata dagli Etruschi (VI sec. a.C.).
I Celti influirono molto sulle terre a Nord del Po prima che venissero definitivamente romanizzate. Toccò al console romano Marco Marcello metterli fuori combattimento. Nel 179 a.C. i Celti furono definitivamente dominati ed i passi alpini furono chiusi ad ogni ulteriore immigrazione. Col cadere di Roma imperiale crollano le dighe faticosamente costruite e di nuovo la fiumana barbarica irrompe violenta. Sembra proprio risalire a questo periodo il primo documento che riguarda Ardesio: in un atto del 15 maggio 409 si legge che Ardesio si sottomise alle orde di Alarico, re dei Visigoti, "con consegna comandata di armi e di uomini".

Nel 464 scendono gli Alani col loro re Bergeor, ma presso Bergamo la loro avanzata è interrotta da una sconfitta clamorosa; gli scampati alla strage riparano verso i monti della Presolana, ma a Pagherola, ai confini di Ardesio, furono uccisi dagli abitanti dei villaggi.

Il 17 agosto del 774 Carlo Magno dona alla Canonica benedettina di S. Martino di Tours parecchie terre del Serio tra cui Ardesio. Notevolissima fu in questo periodo l'influenza dei monaci benedettini, che bonificarono le molte zone incolte della Valle.

Il vescovo di Bergamo, Ambrogio, nel 1026 cedette in permuta alcuni beni "in contrada di Torino, entro la città di Pavia ed in contrada di Milano ed il prevosto di S. Martino di Tours gli cedette in iscambio tutti i beni di diritto della destra canonica posti in Val Seriana, in Bondione, Gandellino, Ardesio, Clusone, Gromo ed in altri luoghi".

Successivamente il vescovo Arnolfo venne in possesso delle miniere argentifere di Ardesio già acquistate nel 1077 da Gandolfo milanese dalla vedova di Alberico da Martinengo.

Nel 1156, in pieno Impero Romano Germanico, Federico Barbarossa dona al vescovo di Bergamo i distretti di Valle Seriana e Brembana. E fu in questo periodo che il potere del vescovo esercitò una politica altamente fiscale verso i nostri territori. Diede in feudo ad Oberto di Vimercate il territorio di Ardesio, ma le popolazioni si opposero con una resistenza che terminò nel 1179, quando il vescovo Guala riconsegnò al comune tutti i beni, fuorchè le miniere di argento ed il bosco Campello.

Dopo la vittoria dei Comuni contro il Barbarossa, asprezza inaudita raggiunse in alcuni borghi della Valle ed in certi momenti di passioni esasperate la lotta tra Guelfi e Ghibellini. Frati predicatori di concordia tra fazioni si presentano come mediatori. Toccò a Bernardino da Siena il successo: di lui si dice che sia passato in queste contrade nei primi anni del XV secolo. Nel 1426 Venezia allargò i suoi confini, conquistò Brescia e Bergamo e si portò fino all'Adda. Un anno prima, Ardesio si era dato spontaneamente a Venezia.

La Repubblica confermò i privilegi e le franchigie già in vigore e divise il territorio in due "Quadre", la quadra di Ardesio e quella di Clusone. Fu un lunghissimo periodo vissuto all'ombra della Serenissima che tornò a vantaggio della nostra terra, ma che certamente non fu privo di oneri. In un documento di Francesco Donato del 1551 abbiamo notizie di soldati di Ardesio schierati con le truppe venete in difesa dell'isola di Candia contro le invasioni turche.

Tutto durò fino al 1797 quando a Bergamo le truppe napoleoniche scacciarono l'ultimo rettore di Venezia. Non mancarono in Valle Seriana manifestazioni di ostilità contro i nuovi arrivati, ma questi reagirono con durezza inaudita. A Clusone fu innalzato "l'albero della libertà" che Luigi Bana, un boscaiolo di Ardesio di 28 anni edde l'ardire di abbattere. Pagò con la vita il coraggioso gesto. Ormai siamo in piena decadenza economica, che si protrae anche dopo il 1814, quando al governo francese subentra quello austriaco. Ma il risorgimento è già in atto.

Le frazioni di Ardesio sono distribuite sia nel fondovalle (Ponte Seghe, Ardesio, Ludrigno, Valzella-More), sia in alcune valli laterali: la Valcanale, percorsa dal torrente Acqualina (Valcanale,Babes Zanetti, Albareti, Rizzoli, Bani e Marinoni) e le frazioni Cerete, Pizzoli e Staletti sono situate sulla destra orografica della valle Seriana, Ave, Valle e Piazzolo sulla sinistra orografica.

Valcanale si trova all'interno del Parco delle Orobie bergamasche. Le patrone della frazione sono Santa Margherita, che si festeggia nel mese di agosto, e Santa Maria Assunta, che si festeggia il 14 e il 15 di agosto.
Valcanale è incastonato nei monti, tra il Pizzo Arera e il Monte Secco. Da questo paese partono molti sentieri che raggiungono passi e rifugi, come il Passo del Re, il Rifugio Alpe Corte, i Laghi Gemelli, Zulino e Rifugio Capanna 2000 (così chiamato perché si trova all'altitudine di 2000 metri). Il paese è frequentato soprattutto in estate, quando i turisti si ritrovano al "laghetto", un lago artificiale situato ai lati di un fitto bosco. Da qui si può anche scorgere la Presolana.
Il paese presenta tre fonti d'acqua, decretata potabile da una nota azienda nel campo delle acque minerali. I paesani parlano inoltre di un'altra fonte di acqua, a duecento metri sotto il terreno, la cui acqua è in grado di guarire da qualsiasi malattia, e di una, in altezza più elevata, molto pesante e "capace di far morire".
L'unica parrocchia è quella di Santa Maria Assunta; la Chiesa Parrocchiale è stata edificata intorno al XVI secolo.
Non esiste un costume vero e proprio, ma durante la Processione di Santa Margherita (in agosto) e in alcune messe, le donne del paese si vestono con un maglione e una gonna neri e una camicia e dei guanti bianchi, mentre gli uomini facenti parte della Confraternita di San Giuseppe indossano una tunica bianca, una mantellina rossa e un medaglione di bronzo.
Valcanale ha tre contrade: contrada Babes (un tempo la più popolata), contrada Barenzini e contrada Grini.

Bani è collegata da una strada che si stacca da quella principale di collegamento tra il capoluogo e Valcanale, si erge a 1.025 m. di altitudine. Situata alle pendici dell'omonimo monte, gode di una posizione paesaggisticamente incantevole. Collegata da poco con una strada a Novazza, frazione del vicino Comune di Valgoglio, conta circa 100 abitanti. Famosa per aver avuto, tra la fine dell'800 e sino al 1934, in veste di parroco, Don Francesco Brignoli, "ol Pret di Bà", che si dice facesse miracoli.

La contrada Valzella è sulla strada provinciale di fondovalle e confina con il Comune di Villa d'Ogna. Vive una fase di espansione perchè oggetto di insediamento di edifici di tipo artigianale/industriale. E' l'agglomerato urbano di Ardesio a più bassa quota (530 m.). Con la località More conte circa 150 abitanti.

Storicamente Ludrigno è tra le contrade più famose del Comune; oggeto di una ritrovata espansione edilizia, raggiunge ormai i 130 abitanti. Situata a 560 m. di altitudine, si trova ai piedi del "Vendol" ed è stata, più volte nella storia, tormentata da valanghe staccatesi dalle pendici del Monte Secco e che non di rado raggiungono il Serio lungo il tracciato della suddetta valletta. E' uno dei nuclei di più antica formazione del Comune: mantiene ancora visibilissima la sua interessante struttura architettonica che ben giustifica l'interesse e lo studio degli appassionati di archittettura minore bergamasca.

La contrada Cacciamali un tempo vivace e prospera per le sue antiche miniere argentifere e feudo di una nobile ed antica famiglia ardesiana, da cui appunto prese il nome, oggi è completamente spopolata. Situata all'altitudine di 1.100 m. è servita da una disagevole via di accesso. Ciò non ha però impedito che nel corso degli anni si realizzassero numerosi interventi di restauro e risanamento edilizio, che hanno portato alla luce una pregevole architettura. Così nelle lunghe giornate la contrada torna a vivere come un tempo. Vi si trova una bellissima chiesetta del XVI secolo con affreschi risalenti allo stesso periodo.

Antiche e bellissime abitazioni di montagna creano l'incanto di Ave. Anche in questo caso l'elevata altitudine (1.100 m.) ed il crollo dell'economia agro-silvo-pastorale montana sono alla base del completo abbandono, solo ora ai primi tentativi di recupero. La sua splendida posizione e le ricche abetaie che la circondano sono infatti la ragione di un sia pur modesto (4 abitanti) reinsediamento abitativo.

Cerete fronteggia e domina il capoluogo, sulle pendici del Monte Secco, a 800 m. d'altezza. Con le località Staletti e Pizzoli conta circa 110 abitanti. E' presente ancora una modesta attività agricola.

La bellezza architettonica di Piazzolo è nota a molti esperti. Ancor oggi molto rimane di quell'arte rustica minore in molte abitazioni del XIV e XV sec., solo lievemente disturbate dalle recenti manomissioni. La sua altitudine relativamente modesta (780 m.) e soprattutto la sua vicinanza al capoluogo l'hanno mantenuta sufficientemente viva per impedirne l'abbandono. Con i suoi nuclei vicini del Ruch e del Botto Alto conta ancora 50 abitanti.

Marinoni è la prima contrada che si incontra risalendo la Valle dell'Acqualina lungo la strada comunale per Valcanale. E' sempre rimasta sufficientemente viva (180 abitanti) per il facile collegamento stradale, per la limitata altitudine (760 m.), per la sua felice posizione paesaggistica sulla sottostante valle. Recentemente oggetto di nuova espansione edilizia residenziale, in modo particolare di seconde case. Di particolare interesse l'abitato denominato "Marinoni Vecchio".

Anche la contrada di Rizzoli è tipicamente di origine agricola. Attualmente, pur avendo perso la sua caratterizzazione originaria, è sufficientemente abitata (40 abitanti). Situata ad un'altitudine di 820 m. sorge lungo la strada per Valcanale e gode di una favorevole posizione paesaggistica. Anche per questo recentemente è ripreso lo sviluppo edilizio di seconde case.

Albareti è una piccola contrada situata a 840 m. che, a differenza di altre, si è insolitamente e sufficientemente conservata nelle sue antiche strutture. Vi risiedono ancora 30 abitanti.

Zanetti è l'antico avamposto dell'insediamento agricolo ed abitativo dell'ultima parte dell'Acqualina. Con Valcanale, da cui dipende come parrocchia e come servizi, essa rappresenta una delle posizioni turistiche più interessanti del Comune. La sua cospicua altitudine (970 m.) e le sue strutture abitative ben giustificano la presenza di più di 100 abitanti. Di un certo interesse è la meridiana che si trova sulla parete sud-est della chiesa.

Il Museo etnografico di Ardesio, fondato dal Comune nel 1982, raccoglie testimonianze e cimeli in grado di raccontare alcuni secoli di storia del paese seriano.

Le tre sezioni del museo ospitano oggetti legati alle attività che più delle altre hanno caratterizzato la vita dei lavoratori e delle famiglie, in particolar modo l'estrazione delle risorse minerarie, esercitata dall'età romana fino alla metà del secolo scorso.

Tutto il territorio della Valle Seriana è particolarmente ricco di materiali ferrosi, ma anche di argento e di altri metalli. Queste risorse, note e sfruttate fin da tempi antichissimi, hanno sviluppato l'attività di estrazione rendendola una delle principali fonti di lavoro per intere generazioni di famiglie valligiane. Gli strumenti, le ricostruzioni ambientali, gli oggetti della quotidianità e le cartografie delle grotte costituiscono il contenuto della sezione più suggestiva del museo, intitolata "Miniere e minatori".

Con l'attività estrattiva, il settore tessile era il vero traino per l'economia e lo sviluppo della Valle Seriana: nella sezione "Filatura e tessitura d'altri tempi" i visitatori possono prendere coscienza delle difficoltà dell'antico lavoro femminile e osservare gli oggetti d'uso domestico per la produzione e la lavorazione della lana, della canapa e del lino.

Un interessante campionario di essenze legnose introduce all'area denominata "Carbonai e boscaioli", la cui vita è ricordata dall'esposizione di oggetti e strumenti impiegati dai lavoratori, ma soprattutto da testimonianze dirette.

Nel centro del paese, vicino al Santuario, è stata allestita una "Casa rurale"  di stampo quattrocentesco, contenente numerose ricostruzioni di vita domestica, dell'artigianato e dell'agricoltura montana.
Ardesio viene ricordato anche per i processi di produzione della calce attuati nelle antiche calchere

Poco sopra Piazza Moretto c'è il Santuario dedicato alla Madonna delle Grazie. Opera di sommo rilievo storico è l'organo (1636) di Giovanni Rogantino di Morbegno (SO). L'altare è costruito sul luogo ove avvenne la prodigiosa apparizione della Madonna. Sopra l'altare, il dipinto delle Sacre Immagini del XV secolo; ai lati del presbiterio due ovali opera del Guadagnini, così come le due pale al centro della chiesa.

A lato del confessionale, la pala dell'Incoronazione di Maria, è attribuita a Palma il Giovane. Nello scurolo sotto l'altare è depositata la scultura linea dell'Apparizione, opera artigianale della Val Gardena, mentre a lato la sala degli ex-voto, e la sala del Sacro Sepolcro, gruppo di sculture di bellissima fattura della bottega Fantoni. Nel 1645 iniziarono i lavori di costruzione dell'alto campanile (66 metri) che venne definitivamente ultimato vent'anni dopo.

Fuori, sull'omonima piazza, si può ammirare la pregevole architettura dei palazzi appartenuti alle famiglie Moioli, Maninetti, Cacciamali, e della Casa del Pellegrino.

Poco oltre si può ammirare l'imponenza della Chiesa Parrocchiale; l'ingresso del sagrato è ornato da due spalle poliscili che apparterrebbero alla primitiva chiesa parrocchiale del 1176. Nel 1455 infatti il vescovo Barozio favoriva la costruzione di una nuova chiesa che nel '600 venne adornata di affreschi e stucchi. Il suo presbiterio fu adibito a sagrestia quando nel 1737, su disegno del Caniana, sorse la chiesa attuale dalle ampie volte in "tufo" di Nasolino.

L'interno appare soverchiato dalle decorazioni eseguite nel 1864 dai fratelli Maironi e dal garibaldino Paolo Mazzoleni. Lo splendido altare maggiore è della bottega dei Fantoni, come pure i monumentali altari del Rosario, dal bellissimo tabernacolo, e del Suffragio. Il dipinto più pregevole è una tela di Carlo Cresa, del 1674, e raffigura l'Annunciazione e l'Angelo custode tra i Santi Lorenzo e Giorgio. La grande pala centrale è firmata dal veronese Saverio Dalla Rosa (1783). Del clusonese Querena gli ovali sul presbiterio (1837). Gli affreschi del coro, quello sulla porta centrale e quelli fantasiosi della volta, sono pure essi dei fratelli Maironi (1864). Tra le sculture in legno, famosi il compianto di Cristo ed il pulpito come la statua di S. Biagio, tutte opere fantoniane del '700. Gli stalli del coro sono di fattura artigianale del 1620. Del '600 sono pure quattro angeli in legno intagliato e dorato. Il campanile fu eretto nel 1487 e sopraelevato nel 1871.

Sul sagrato merita di essere annotata la Chiesa dei Disciplini con all'interno uno splendido altare ligneo, e la cappelletta di S. Rocco con affreschi quattrocenteschi.

Avvicinando Ardesio dal fondovalle e varcato il Ponte di Ludrigno, ci viene offerta subito una suggestiva visione: la bellissima chiesetta di S. Pietro.

L'Oratorio, costruito sull'estremo limitare di un antico terrazzo fluviale, sembra sia sorto su una preesistente tribulina romanica. Difficile appare una datazione precisa: è probabile che la costruzione abbia avuto inizio nel XIV secolo con sostanziali rifacimenti nel XV. Sicuramente posteriore è la costruzione del porticato che si dice avvenuta in ottemperanza agli auspici di Carlo Borromeo nel XVI secolo.

All'interno un certo interesse richiama l'altare maggiore col sovrastante affresco attribuito ad "Alessandro de Ardese". Particolare suggestione richiama anche l'affresco del Battesimo di Cristo. Un ultimo particolare: l'affresco segue le forti ondulazioni delle pareti che nella restante parte è perfettamente piana. Ciò conferma l'ipotesi di chi fa risalire l'affresco al 1400.

Tra i palazzi che compongono il ricco patrimonio architettonico spiccano Palazzo Bigoni, ex-casa del vescovo, con il cortile interno e il colonnato; Palazzo Zucchelli con il portico al piano terra e i loggiati nella parte superiore; Palazzo Gadaldini oggi sede del municipio.
Usi, costumi, riti, processioni costituiscono un segmento importante della storia ardesiana: per questo possiamo dire che Ardesio è un po' la patria della riscoperta di tutto ciò.
Il 31 gennaio di ogni anno, alle prime ombre notturne, ragazzi e giovani muniti di campanacci, tolle e "cioche" si lanciano per le vie strette di Ardesio pronti a scacciare l'inverno. E' la passione per la "scasada dol zenerù", che oggi è più viva che mai. Coinvolge spontaneamente gli abitanti, richiamandoli anche dai paesi circostanti, e li spinge all'aperto, sfidando il maltempo, tutti pronti, col maggior fracasso possibile, ad allontanare un altro terribile inverno. Il "Zenerù" viene rappresentato da un pupazzo che alcuni giovani preparano, per poi arderlo.

Altrettanto famoso ed enigmatico è il "carneal dol magnà" che si tiene nella frazione di Bani. E' una rappresentazione drammatica dell'ultima domenica di carnevale. Le maschere non inducono alla baldoria, ma ricordano i momenti di paura e di tensione vissuti da questa comunità. Con il "testament del Burtulì", che da qualche anno accompagna la mascherata, si vuole rappresentare il riscatto della povera gente sulle autorità usurpatrici.

A Valcanale il 9 febbraio si festeggia il "ritorno del sole" sul campanile della chiesa parrocchiale. Per oltre mesi all'anno la massiccia cima del Fop nega al sole di illuminare la zona. Con l'arrivo dei primi raggi ritorna la vita in questa bellissima valle.

Durante la stagione primaverile, il capoluogo vive il tradizionale "gioedè dè la mèsa". La notte del giovedì di Quaresima, i "soliti ignoti" girano furtivamente per le vie del paese e, si soffermano dinanzi alle abitazioni delle nubili, ed oggi anche degli scapoli, per segnare gli antistanti marciapiedi con croci la cui grandezza sarà proporzionata alla fama celibataria degli interessati.

Dal famoso soprannome che hanno gli abitanti di Ardesio, "i cavre dè ardès", è nata da diversi anni la ricorrente "Fiera delle capre". Ogni anno, una vera e propria sagra paesena, con protagonisti questi animali, richiama allevatori e semplici curiosi che si accalcano nei tendoni appositamente predisposti a contenere decine di espositori con i loro capi.

La festa patronale di San Giorgio si tiene il 23 aprile, mentre la commemorazione della Apparizione della Vergine Maria nel 1607 nel Santuario della Beata Vergine Maria è il 23 giugno.

A Valcanale, dove è presente un anello di sci di fondo di 2,5 km, ha inizio il Sentiero delle Orobie orientali che passa, come prima tappa, al Rifugio Alpe Corte.

Nella frazione Valcanale erano presenti piste da sci servite da quattro skilift chiamati Piazza Alta, Piazza Bassa, Piani di Cavradacc e Baby ed una seggiovia monoposto chiamata Valcanale-Piazza. Gli impianti partivano in località Pià Spis con la seggiovia ed erano raggiungibili percorrendo Via Alpe Piazza, strada mai collaudata e ora chiusa al traffico veicolare da una sbarra per vari cedimenti verificatesi. Il primo impianto, costruito nel 1972, fu la seggiovia e l'anno successivo gli skilift Piazza Alta e Bassa. Gli impianti, di proprietà della società "Valcanale Srl" (ora in liquidazione), vennero ufficialmente inaugurati nel 1973. Seguì la costruzione dello skilift Piani di Cavradacc nel 1992 e della manovia Baby. Le piste avevano una lunghezza di circa 11 km. Nel 1997 gli impianti vennero chiusi. Le piste, gli impianti e l'ex albergo SempreNeve ad oggi sono in stato di abbandono e forte degrado. I tracciati delle ex piste di discesa d'inverno sono meta di appassionati di sci d'alpinismo.



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venerdì 24 luglio 2015

CAMMINARE PER ESINO LARIO

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E' quasi a mille metri di altezza, ma Esino da sempre guarda al lago. Ed è proprio a voler rimarcare quest'essere protesi verso il lago che gli esinesi han voluto nel nome del loro paese quel «Lario» che mettesse subito in chiaro un'appartenenza economica naturalmente, ma anche sentimentale. Eppure sembrerebbe la Grigna (la Grigna Settentrionale o Grignone per la precisione) a essere la protagonista. Si innalza li sopra, coi suoi boschi, i suoi prati, i suoi pendii e i suoi alpeggi. E proprio Esino ha dato un contributo non indifferente alle conoscenze geologiche nel nostro territorio. Ci ragionò l'abate Antonio Stoppani, mentre è figura indimenticata il parroco Gianbattista Rocca che con le sue raccolte di «sassi» consenti di aprire un museo. Oggi, Esino e località di villeggiatura e, praticamente, e un unico paese mentre un tempo vi erano Esino Superiore (o Cresso) ed Esino Inferiore (o Piacco), con le loro rispettive parrocchiali.

La religiosità ha da sempre avuto un ruolo fondamentale, come testimoniano la Chiesa Parrocchiale di San Vittore e la sua sacristia, le chiesette di Sant’Antonio, di San Giovanni, di San Pietro e le innumerevoli edicole – gisoei – dislocate in tutto il territorio.
Devozione, cultura e folklore caratterizzano fortemente ancora oggi usi e tradizioni locali. La localizzazione ed il forte attaccamento alle radici degli abitanti ha portato alla creazione dell’“Ecomuseo delle Grigne”, ufficialmente riconosciuto dalla Regione Lombardia nel giugno 2009.

La chiesa di San Vittore Martire, posta sullo sperone roccioso che si erge in centro alla valle, era un tempo adiacente all’antico Castello di origine antica, ora scomparso.
Conservata, a testimone dell’antica chiesa, è una tipica croce astile argentea di pieno Quattrocento.
Un primo restauro fu eseguito nel 1520, nel 1770-1780 vennero aggiunte le navate laterali.
L’ultimo intervento conservativo della facciata esterna è del 2009.
L’interno presenta un elaborato altar maggiore in marmi con angeli e statuette, un bellissimo architrave ligneo scolpito e dorato nel 1654.
Tra il 1657 e il 1685 lavorarono vari maestri intagliatori, dei quali si possono ammirare gli splendidi confessionali, il ciborio del battistero del 1660, la cantoria e la mostra dell’organo con la magnifica statua del santo patrono, gli stalli del presbiterio e la mensa (assemblata con parte dei pannelli dell’antico pulpito).
Eccelle il complesso della sacristia, ricoperta dal ricchissimo apparato degli armadi scolpiti dal Maglia detto Bièl, che qui aveva ricevuto asilo dal parroco.
La volta poi reca un armonioso insieme di stucchi di alta qualità racchiudenti in medaglioni l’Assunzione della Vergine, gli Evangelisti, le Sante Lucia, Agata, Agnese e Caterina.
Le tele appese alle pareti del presbiterio riguardanti la storia di San Vittore, sono opera di Carlo Pozzo di Valsolda, sempre sua è la Madonna del Rosario, già pala d’altare.
Di grande importanza e frutto dell’artigianato locale sono i due arazzi della Scuola Arazziera di Esino rappresentanti la Nascita di San Giovanni Battista e Sant’Antonio Abate con gli animali.
Ancora all’esterno a completamento del frontone vi è incardinato il portone bronzeo del Bonalberti del 1974 rappresentante la vita della Chiesa e del patrono; di notevole importanza è la mezzaluna con la Gloria di San Vittore a cavallo, opera in bronzo di Michele Vedani.

L’oratorio del Battista è situato nel centro storico di Esino Inferiore .
Dopo restauri ed ampliamenti, si presenta ora a tre campate con presbiterio a botte e coro poligonale e semplice fronte a capanna.
Ai lati del presbiterio, tra delicatissimi lavori di stucco del 1691, sono collocati due teleri con il Battesimo di Gesù e la Predicazione di Giovanni, così come appartiene al 1606 la tela dell’Addolorata, che prima del 1850 faceva da pala per l’altare laterale, dove fu posta allora la statua lignea tuttora molto venerata e ritenuta dai più miracolosa.
Da notare sono le tele secentesche della Morte di San Giuseppe e della Decollazione di San Giovanni ai lati, inoltre la Madonna dei Maniscalchi di chiara scuola veneta e in alto la graziosissima Natività.
Entrando sulla destra è conservata in parete la secentesca antica pala della Natività del Battista da poco scoperta e restaurata.

Lungo il costone morenico che collega il paese alla Chiesa Parrocchiale di San Vittore è possibile ammirare una delle opere artistiche più importanti di Esino Lario: La Via Crucis o Via della Croce.
Ad opera dello scultore Michele Vedani fu realizzata su formelle in bronzo negli anni ’40 dello scorso secolo incastonate nelle antiche cappellette originariamente affrescate.
La Via Crucis nacque infatti dal desiderio di Minuccia – figlia del Vedani, morta ventenne, che chiese al padre di fare qualcosa “…a Esino, per Esino”, una sorta di tributo al paese che li accolse e li ospito’ per lungo tempo.
Le spese di fusione dei bronzi furono sostenute da residenti e villeggianti, mentre Vedani donò la propria opera.
Tra i volti raffigurati spicca quello della figlia Minuccia dalle lunghe trecce, rintracciabile in diverse “stazioni”.
La Via Crucis culmina con “La Resurrezione”- collocata nella Cappella Grande – realizzata nel 1968 dallo stesso artista, ormai novantenne.
Il Maestro Vedani realizzò altre opere ad Esino Lario; vale citare la lunetta, dedicata a San Vittore (collocata sopra il portale della Chiesa Parrocchiale), i busti dell’Abate Antonio Stoppani e di Papa Pio XI (abituali frequentatori della Grigna) ed i calchi in gesso della Madonna del Ciclamino e di un Gesù nell’Orto degli Ulivi.

Il Museo delle Grigne di Esino Lario in Provincia di Lecco conserva reperti archeologici, una raccolta paleontologica dei fossili del calcare di Esino, minerali, ambientazioni naturalistiche delle fasce climatiche dal lago alla Grigna, una collezione di farfalle italiane, memorie e documenti relativi alla storia e al folclore, oggetti etnografici e la ricostruzione di un "Casel", la baita tipica dei maggenghi attorno al paese.
Il Museo delle Grigne – museo civico di Esino Lario – racconta l’evoluzione del territorio esinese, dalle sue origini sino alla storia locale più recente.
All’interno della sezione geologica è possibile ammirare minerali della zona prealpina e alpina; fossili del periodo triassico mediano rinvenuti nella conca di Esino Lario, studiati dall’abate Antonio Stoppani e classificati dall’Istituto di Geologia dell’Università di Milano.
La sezione archeologica ha come fiore all’occhiello una freccia di selce eneolitica rinvenuta nella Rocca di Baiedo, il primo segno della presenza dell’uomo sulle pendici della Grigna; completano e arricchiscono la collezione oggetti, monili e armi trovati nelle tombe dei due nuclei abitativi di Esino Lario, Cres di origine celtica e Psciach romana; utensili e strumenti di lavoro agricolo.

Esino Lario e’ il cuore del Parco Regionale della Grigna Settentrionale; la sua centralita’ nel territorio protetto ne fa il punto di osservazione piu’ interessante per eccellenza.
Il Parco si estende, oltre ad Esino, tra i comuni di Cortenova, Parlasco, Pasturo, Perledo, Primaluna, Taceno e Varenna, coprendo una superficie di ha. 5.548. Il territorio presenta massicci superbi, ora candidi di neve, ora sfoggianti i mille colori della primavera, dell’estate e dell’autunno, che si tuffano nelle dolci acque turchine del Lago di Como.

La Scuola degli Arazzi di Esino Lario era un'arazzeria italiana creata a Esino Lario da Giambattista Rocca e attiva dagli anni Trenta agli anni Sessanta. La scuola produceva arazzi su bozzetti originali di artisti italiani e venne premiata più volte con la Medaglia d'oro della Triennale di Milano.

La Scuola degli Arazzi di Esino Lario viene fondata nel 1936 da Don Gianbattista Rocca, all'epoca parroco di Esino Lario e proveniente da una famiglia di setaioli della Brianza. L'arazzeria ottiene l'attenzione della Galleria del Fiore e della Triennale di Milano, dove viene premiata con Medaglia d'oro alle edizioni del 1940, 1951 e 1954 e dove nel 1957 la galleria del Fiore di Milano, diretta da Luciano Cassuto e legata all'attività del gruppo MAC Movimento Arte Concreta, espone una serie di opere tessute su cartoni di Aymone, Bordoni, Chighine, Gianni Dova, Magnelli, Prampolini, Reggiani, Atanasio Soldati e Ettore Sottsass jr. L'arazzeria di Esino Lario crea inoltre un lavoro a partire da un cartone di Felice Casorati per il transatlantico Leonardo da Vinci (gli altri pannelli erano stati eseguiti dal laboratorio di Ugo Scassa). La scuola produce inoltre opere a partire da bozzetti di artisti quali Aligi Sassu, Salvatore Fiume, Bruno Cassinari, Umberto Lilloni, Pietro Marussig, Piero Fornasetti. La scuola viene chiusa nel 1961 e riaperta nel 1990. La riapertura prova a riattivare la produzione e mantenere viva la tecnica e la maestria artigianale creando la cooperative "Arazzi Esino SCRL"; la nuova scuola ha sede a Villa Clotilde e viene poi chiusa con lo scioglimento della cooperativa il 4 febbraio 2004. Arazzi della scuola di Esino sono conservati dalla Triennale di Milano, dalla Fondazione della Provincia di Lecco Onlus (arazzo realizzato nel 1958 su cartone di Franco Alquati, in deposito a Villa Locatelli).
Le principali caratteristiche dell'arazzeria di Esino sono la grande varietà di colori, l'uso di fili di seta e la tessitura su telai brevettati. Gli arazzi sono fabbricati con fili di seta colorati a fuoco con coloranti solidi; la scuola ha una propria tintoria che permette di produrre le più svariate gamme di colore. La tessitura avviene con orditi di canapa 12/2 e l'uso dei fili di seta; la finezza della seta rende lunghi i tempi di produzione ma permette una grande qualità e finezza di realizzazioni, sia nella densità dei nodi che nella varietà e nelle sfumature dei colori. I telai sono brevettati da Don G.B. Rocca; il brevetto migliora gli antichi telai ad alto liccio, accelerando la realizzazione dell'arazzo.

Il suo territorio è interamente montuoso: la quota minima raggiunta è di 554 metri, mentre la massima giunge ai 2.409 della vetta delle Grigne. La natura calcareo-dolomitica (rocce composte da carbonato di calcio e magnesio) del territorio, comune al resto della zona prealpina lombarda, ha portato alla presenza di importanti zone carsiche all'interno del territorio comunale.

Di particolare rilievo è il Moncodeno, un esteso anfiteatro situato sul versante nord della Grigna settentrionale ad una quota compresa tra i 1.700 e i 2.300 metri, caratterizzato da una presenza di un gran numero di doline (avvallamenti del terreno) e grotte (quasi 500), formate dall'azione combinata del carsismo e dell'esarazione ad opera dei ghiacci che coprivano la zona durante le glaciazioni. In una di queste grotte, chiamata Ghiacciaia del Moncodeno, si trovano depositi di ghiaccio sotterraneo.

Il territorio esinese è inoltre contraddistinto dall'abbondante presenza di depositi fossiliferi marini, conseguenza della storia geologica delle Prealpi (emerse dal mare durante i movimenti tettonici dell'orogenesi alpina nell'era cenozoica). Questi depositi vengono studiati da lungo tempo dai paleontologi; il primo studioso che se ne interessò, nel corso del XIX secolo, fu il geologo e paleontologo lecchese Antonio Stoppani.

Villa Clotilde è un edificio di proprietà comunale centro culturale di Esino. L'edificio ospita l'ufficio turistico, la biblioteca civica, l'Archivio Pietro Pensa con la biblioteca specialistica di storia locale, la sede dell'Ecomuseo delle Grigne, parte della collezione del Museo delle Grigne e alcune opere d'arte contemporanea. La villa è stata anche sede per alcuni anni della riaperta scuola di arazzi di Esino Lario.

L'Ecomuseo delle Grigne è un ecomuseo comunale costituito nel 2008 su iniziativa dell'Associazione Amici del Museo delle Grigne Onlus (ente gestore) e del Comune, e riconosciuto dalla Regione Lombardia nel 2009. L'Ecomuseo delle Grigne valorizza il rapporto tra l'uomo e la montagna e coinvolge comunità, associazioni ed esercenti. Nel 2009 l'ecomuseo avvia un programma "a misura di bambino" per trasformare l'intero territorio con servizi dedicati alle famiglie.

La cucina di Esino Lario è in particolare caratterizzata dalla patata bianca di Esino, una varietà della patata bianca comasca.
Ravioli di Sant’Antonio di Esino sono preparati con una sfoglia di patata bianca e un ripieno di carne e formaggio addolcito dalla presenza dell'amaretto.
Altre ricette della cucina tradizionale sono a base di polenta, formaggio, uova, latte e castagne rappresentano variazioni sul tema della cucina dell'Alto Lario e delle montagne lombarde.
I granei, sono una polenta gialla, mista a farina bianca, cotta da essere tempestata di gnocchetti e poi condita con burro fritto o annegata nel latte.
Il paradel è una specie di focaccia bassa o crêpe ottenuta con farina bianca, latte e uova, i più utilizzano solo farina e latte.
Il zenzinal è un pasticcio di polenta contenente formaggio fresco filante ( una palla di polenta con il nucleo di formaggio ) rosolato nel burro o riscaldato su sulla brace.
La miasciè è una sorta di torta di farina gialla impastata con latte acido e foglia di menta, poca frutta di stagione, che tradizionalmente veniva cotta tra due letti di brace con il test.
Il mesch è un pasticcio di poleta fredda a pezzi con patate lesse fredde tagliate e formaggio filante, mischiati e arrostiti nel burro.
Eventi:
I Re Magi di Esino (gennaio). In prossimità dell’Epifania un corteo scende dell'alto del paese accompagnando i Tre Re Magi a cavallo per le vie. Questi portano doni e regali a tutti i bambini, sostano un poco al Castello di Re Erode e giungono al Presepe Vivente, per adorare il Bambino Gesù. Tutta la popolazione prende parte alla preparazione della manifestazione, che assorbe gran parte del periodo natalizio per la sua realizzazione. Vengono aperte antiche corti e riproposti allestimenti insieme alla degustazione dei piatti del territorio. L'evento è seguito da numerosi visitatori.
Sant’Antonio abate (17 gennaio). In occasione di Sant'Antonio, santo protettore di Esino Superiore viene celebrata la mattina a S.Messa solenne nella chiesa a lui dedicata e viene fatta la benedizione di animali e autoveicoli. I festeggiamenti proseguono nel pomeriggio in piazza Diaz, con l’incanto dei canestri, composti di salumi, formaggi e animali. Il piatto della tradizione sono i Ravioli di Sant’Antonio di Esino cucinati in famiglia e nei ristoranti locali.
Bjibjerè (Ultimo sabato di gennaio). Il termine dell’idioma locale è tradotto in Gibbiana e trova il suo perpetuarsi l’ultimo sabato di gennaio. L’antico rito del falò, di probabile origine celtica, un tempo era celebrato il giovedì, giorno in cui si credeva le streghe incontrassero il demonio. I giovani e gli uomini costruiscono un’altissima pira composta di rami, fascine, e vecchie cose di legno, sulla “Costa” che porta alla “Castello”. La sera, dopo la messa vigiliare, tutta la comunità, grandi e piccini, accorrono suonando campanacci e caratteristici corni pastorali, gridando a squarciagola davanti all’ardente falò sulla cui sommità trova la sua fine il “Gineer”. Gli esinesi, fin dalla notte dei tempi, scacciano in questo modo la miseria e l’inverno, in attesa della vicina primavera. La serata è allietata dalla degustazione di dolci casalinghi e caldo vino cotto.
Venerdì Santo. La sera del venerdì della Settimana Santa, prende luogo a Esino, una partecipata processione penitenziale, che parte dalla Chiesa Parrocchiale e percorrendo le vie dell’intero paese e dopo due soste nelle chiese sussidiarie a notte fonda vi fa ritorno. Preceduti dalla Croce, gli esinesi accompagnano il Signore Morto, portato a spalla dai giovani del paese, alla sola luce dei scilostri delle donne e di innumerevoli ceri accesi alle finestre delle case.
San Vittore Martire patrono di Esino. Santo di devozione ambrosiana la cui memoria cade il giorno 8 maggio. Il patrono San Vittore Martire, detto Mauritano, viene festeggiato solo religiosamente con una solenne funzione Eucaristica, nella quale al Gloria viene dato fuoco al Pallone dei martiri. Segue una curatissima processione che si snoda sul promontorio del “Castello”, in cui vengono portate le reliquie del santo e, a spalla, la sua statua lignea.
San Giovanni Battista. La chiesa sussidiaria del Battista in Esino Inferiore, nell’ultima domenica di giugno, viene ornata con paramenti sontuosi per l’esposizione delle reliquie di molti santi. Dopo la S.Messa celebrata sul sagrato prende inizio la solenne processione che accompagna il SS.Sacramento tra le vie dell’antico nucleo addobbate da decorazioni floreali, archi di maggiociondolo, candide e artistiche lenzuola, sotto le rosse zendaline e al riparo di un damascato baldacchino. Non possono mancare, nelle ore pomeridiane, i giochi e l’incanto dei canestri, che, con le note della banda cittadina, intrattengono abitanti e turisti, fino alla sera. È scontato ricordare che sulle tavole di tutte le famiglie vengono sevite ogni tipo di specialità e leccornie.
Festa del Monte Croce - Festa degli Alpini (luglio)
Tartifol Fest (settembre)

Il Comune di Esino Lario ha due frazioni.
Bigallo, a 850 m sul livello del mare e a 0,89 chilometri dal comune.
Ortanella, a 951 m sul livello del mare e a 2,27 chilometri dal comune.

Il turismo a Esino Lario nasce a fine Ottocento con l'Abate Stoppani e con i primi geologi interessati a esplorare i fossili delle Grigne. Diventa un'attività economica centrale del paese a partire dagli anni Sessanta in cui si diffonde la fama di Esino Lario "La Perla delle Grigne". Le villeggiature estive si animano fino a raggiungere 12.000 presenze negli anni Settanta e portando la necessità di gestire servizi che nei mesi di luglio e agosto superano la capacità delle infrastrutture. Proprio per rispondere al fabbisogno di acqua viene realizzato l'acquedotto dalla Valsassina e vengono avviati gli impianti di sciistici per incrementare il flusso turistico nel periodo invernale. Negli anni Novanta il turismo comincia a declinare. Si riducono le lunghe villeggiature estive e alberghi, ristoranti e attività commerciali collegate al turismo iniziano a chiudere. Le scarse precipitazioni nevose fanno chiudere gli impianti sciistici che proseguono con una sola pista per principianti e sono poi gestiti da un'associazione.









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mercoledì 10 giugno 2015

VISITA A MANTOVA

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« Non molto ha corso, ch'el trova una lama,
ne la qual si distende e la 'mpaluda »
(Dante Alighieri, Inferno, canto XX, vv. 79-80)

Nel XII secolo l'architetto ed ingegnere idraulico Alberto Pitentino, su incarico del Comune di Mantova, organizzò un sistema di difesa della città curando la sistemazione del fiume Mincio in modo da circondare completamente il centro abitato con quattro specchi d'acqua, così da formare quattro laghi: Superiore, di Mezzo, Inferiore e Paiolo; Mantova, di fatto, era un'isola.

Alla campagna si accedeva attraverso due ponti - il Ponte dei Mulini e il Ponte di San Giorgio - ancora esistenti.

In età comunale venne tracciato il Rio, un canale che taglia in due la città, collegando il lago Inferiore a quello Superiore. Altre dighe e chiuse consentirono un'adeguata difesa dalle acque.

Nel XVII secolo una forte inondazione diede inizio ad una rapida decadenza: il Mincio, trasportando i materiali solidi, trasformò i laghi in paludi malsane che condizionarono ogni ulteriore sviluppo; fu prosciugato, allora, il lago Paiolo a sud, in modo che la città restasse bagnata dall'acqua solo su tre lati - come una penisola - ed oggi ancora si presenta così.
Sono, quindi, tre gli specchi d'acqua, non d'origine naturale, ricavati nell'ansa del fiume Mincio che danno a Mantova una caratteristica del tutto particolare, che ad alcuni sembra quasi magica in quanto compare come una città nata dall'acqua. Nel 1984 è stato istituito il Parco del Mincio di cui il territorio del Comune di Mantova fa parte.

Flora e fauna del territorio ruotano inevitabilmente attorno all'imponente presenza a Mantova dei laghi e delle acque che la cingono. Sorprendentemente nei laghi mantovani sono presenti i fiori di loto (Nelumbo nucifera), originari del Sud Est asiatico. Dalle sponde del parco pubblico di Belfiore, sul lago Superiore, è ben visibile l'isola galleggiante dei fiori di loto con la spettacolare fioritura in luglio-agosto-settembre. La loro bellezza è indubbia ma dal punto di vista ambientale l'introduzione del fior di loto è stata un'operazione discutibile dato che si tratta di una specie aliena dotata di forte capacità infestante che fa sì che siano oggetto di massicci interventi periodici di sfalcio per preservare l'integrità dei laghi. La loro introduzione in Italia è opera nel 1914 dei padri Saveriani di Parma che decisero di utilizzare la fecola ottenuta dai rizomi a scopo alimentare, come da secoli facevano i cinesi. Anna Maria Pellegreffi, giovane laureata in Scienze Naturali si occupò del trapianto dei rizomi nel Lago Superiore di Mantova nel 1921. La farina non ebbe successo nella cucina mantovana ma il fiore colonizzò i laghi. Il paesaggio emozionante e surreale che la distesa di fiori di loto concorre a creare ha dato vita anche a una leggenda sulla loro nascita in territorio.

Oltre al re incontrastato del lago, è facile vedere le specie autoctone come la castagna d'acqua (Trapa natans), detta anche trigol, particolarmente sviluppata sul lago di Mezzo con i suoi frutti forma di piramide e commestibili, le isolette di ranuncolo d'acqua (Nuphar luteum) con i loro fiori di colore giallo dorato, che aprendosi solo in parte mantengono la particolare forma rotondeggiante e le ninfee bianche con uno splendido fiore profumato che forma raggruppamenti vegetali assieme alle altre ninfee ed erbe galleggianti (morso di rana, salvinia, Ceratophyllum demersum etc).
Sul margine, assieme alle canne palustri, salici piangenti e cariceti (la famosa carésa utilizzata per impagliare sedie e confezionare cappelli e altri prodotti artigianali), cresce l'ibisco di palude, autoctono e molto raro, che si trova oltre che nelle Valli del Mincio solo in Toscana, Friuli e Veneto.

Ormai scomparsa in questi territori, come in quasi in tutta Italia, la scargia (Stratiotes aloides).
Gli uccelli trovano nei canneti e nelle acque del territorio palustre il luogo ideale per deporre le uova e trovare cibo. È la fauna aviaria quindi quella più rappresentativa della zona anche più limitrofa alla città.

L'airone rosso, le gallinelle d'acqua, le folaghe con tipico piumaggio nero in contrasto con il bianco che si estende sulla regione frontale, e altri anseriformi utilizzano il lago per "fabbricare" nidi galleggianti al limitare del canneto sulla riva o su accumuli vegetali mai troppo a largo, l'airone cenerino invece, nidifica sugli alberi vicini ai numerosi corsi d'acqua per l'irrigazione che si ramificano per i campi della provincia, luoghi di nidificazione e di caccia anche delle poiane dei tarabusi e delle più "riservate" civette.

La famiglia degli aironi presenti nelle acque del Parco del Mincio, oltre al rosso e al cenerino comprende anche le garzette, svassi, sgarze ciuffetto e le nitticore. Solitamente questi uccelli si osservavano solo nei mesi tra aprile e settembre perché sono specie migratorie, ma negli ultimi anni hanno preferito sostare anche d'inverno.

Tra le canne si nascondono i nidi della cannaiola e del basettino. Ma le dolci acque del lago e delle paludi del Mincio e del Po sono popolate anche dal pesce gatto, tinca, carpa, persico, anguilla e luccio.

È possibile navigare i laghi di Mantova, con crociere che permettono di vedere tutta la città dall'acqua. Unendo l'aspetto storico, artistico e architettonico alla natura di un'oasi naturale più unica che rara.

Lepri, fagiani e volpi possono essere i protagonisti di qualche incontro notturno nelle campagne mantovane.
Rimpinzate dalle generose mani dei visitatori anche anatre e cigni sono da annoverare tra le specie presenti in "suolo" virgiliano, popolando, ormai senza troppi timori della presenza umana, le sponde dei laghi e regalando un forse inatteso contatto con la natura al turista della città d'arte.

Mantova, città Patrimonio Mondiale dell’Unesco è una città unica, dove la storia e l’arte antica dialogano costantemente con la modernità dei linguaggi creativi e delle creazioni culturali. Musei, monumenti, buon cibo, escursioni naturalistiche, appuntamenti culturali, sono solo alcuni dei motivi per visitare Mantova e vivere emozioni uniche e irripetibili. Situata al centro della pianura padana, la città di Mantova è stata fin dalle sue origini circondata dalle acque. I suoi primi insediamenti si svilupparono, probabilmente, già ai tempi degli Etruschi, in un’area corrispondente all’attuale Piazza Sordello. Ma furono i Gonzaga, a partire dal XIV secolo, che diedero un forte impulso culturale e artistico alla città, delineandone l’attuale struttura urbanistica e architettonica. Durante i quattro secoli di regno, i signori di Mantova ospitarono a corte i più illustri artisti del tempo quali Leon Battista Alberti, Pisanello, Andrea Mantegna, Giulio Romano, Rubens e altri, le cui opere contraddistinguono ancora oggi la città in tutto il suo splendore.
Una città che toglie il fiato quando la si ammira dalle sponde dei laghi. Da qui appare come sospesa sull'acqua, protagonista di un paesaggio quasi surreale, fatto di storia, di arte, di natura.

Mantova e Sabbioneta sono Patrimonio Mondiale dell'Umanità dell'Unesco da luglio 2008. L'itinerario porterà alla scoperta delle due città, attraverso le motivazioni che hanno consentito l'iscrizione alla lista del Patrimonio Mondiale.Benché differenti per la loro genesi e la loro evoluzione storica, Mantova e Sabbioneta rappresentano tutte e due una sorta di esemplarità: così come Sabbioneta è comunemente considerata come esempio della "città ideale" , frutto del genio costruttore di Vespasiano Gonzaga e delle teorie urbanistiche della fine del XVI secolo, Mantova, a sua volta, è il frutto della visione urbanistica del XV secolo.

In piazza Sordello, troviamo il Palazzo Ducale, sintesi di una cultura artistica e architettonica che ha conosciuto l'apice nel periodo tra il XV e XVII secolo, con artisti come il Mantegna, Giulio Romano, Rubens e il Pisanello. All'interno del complesso di Palazzo Ducale si trova la Camera degli Sposi di Andrea Mantegna, modello esemplare delle conquiste del Rinascimento in materia di prospettiva.
In Piazza Broletto, per celebrare l'iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale avvenuta a Quebec City nel luglio 2008, è stata apposta dalle Amministrazioni Comunali di Mantova e Sabbioneta una targa a commemorazione dell'evento. In piazza Mantegna, c'è la Basilica di Sant'Andrea, una delle più celebri chiese del Rinascimento, progettata da Leon Battista Alberti sui resti di un antico monastero benedettino, di cui restano soltanto il campanile e un'ala del chiostro. Verso la parte meridionale della città, lungo il cosidetto percorso del Principe, si incontra il Tempio di San Sebastiano, anch'esso costruito su progetto di Leon Battista Alberti, anche se purtroppo, con la morte dell'artista, il tempio rimase incompiuto (le attuali scale laterali furono aggiunte soltanto nel 1925).
Di fronte al tempio si trova la Casa del Mantegna, progettata dall'artista come sua dimora, con il cortile interno che richiama le figure geometriche elementari: il quadrato e il cerchio. Palazzo Te fu edificato da Giulio Romano come delizia fuori le mura, modello esemplare di villa manierista e della perfetta alchimia tra architettura e pittura.

Nel complesso di Palazzo Ducale si può ammirare la Basilica Palatina di Santa Barbara di Giovanni Battista Bertani. La costruzione fu conclusa nel 1572 e al suo interno spicca il cinquecentesco organo Antegnati.
Proseguendo lungo quello che si crede fosse l'antico cardo maximus, attraversando Piazza Broletto e Piazza Erbe, si arriva a due delle più belle chiese di Mantova: la Rotonda di San Lorenzo e la Basilica di Sant'Andrea.
La Rotonda è la chiesa più antica della città e fu costruita nel 1083 dalla contessa Matilde di Canossa, probabilmente come cappella dell'allora adiacente palazzo dei signori Canossa. La sua forma, circolare con interno a cupola e matroneo ricorda la basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
La Basilica, ultima creazione di Leon Battista Alberti e capolavoro assoluto dell'architettura rinascimentale, sorge sul luogo in cui, secondo la tradizione, San Longino, il soldato che ferì al costato Gesù crocifisso, nascose il sangue raccolto ai piedi della croce. Al suo interno si segnala la cappella del Mantegna con la tomba dell'artista. Nella Cripta è conservata la reliquia denominata "Preziosissimo Sangue di Gesù", custodita in due elaborati reliquiari d'oro, realizzati dall'orafo milanese Giovanni Bellezza su commissione dell'imperatore Francesco Giuseppe.
Attraversata Piazza Mantegna, imboccando via Verdi si giunge alla Madonna del Terremoto nella raccolta piazza Canossa. L'oratorio fu eretto per onorare un'immagine della Madonna che aveva, secondo la tradizione, protetto i fedeli in preghiera dinanzi ad essa durante il terremoto del 1693. Proseguendo lungo via Fernelli, all'angolo con via Monteverdi, sorge la Ex Chiesa di Santa Maria della Vittoria, oggi sede di eventi espositivi, che ospitava la pala della Madonna della Vittoria di Andrea Mantegna, ora al Louvre. La chiesa fu divisa in due piani e ridotta ad usi profani durante la dominazione francese.
In Piazza Virgiliana si trova il Museo Diocesano Francesco Gonzaga che ha sede nel chiostro superstite del trecentesco monastero di Sant'Agnese. Il museo è suddiviso in diverse sezioni dedicate agli arredi liturgici, alla storia della diocesi, all'oreficieria dei Gonzaga sopravvissuta a vendite e saccheggi perchè da loro donata alla Cattedrale o alla Basilica di Santa Barbara.
Proseguendo in direzione di Piazza d'Arco, dopo il Palazzo, sulla destra si trova la Chiesa di San Francesco, primo e principale insediramento francescano dei molti presenti in città. La sua costruzione fu conclusa nel 1304 e quasi interamente distrutta durante la seconda guerra mondiale, la chiesa fu ricostruita con sostanziale fedeltà alle forme gotiche originarie. Ancora originali il campanile e la facciata.
Tornando verso il centro storico, nelle vie appena dietro alla Rotonda di San Lorenzo e a Palazzo della Ragione, si trova il quartiere che dall'inizio del Seicento per quasi due secoli fu il ghetto ebraico. Qui sorge una copia fedele (risalente al 1899) della Sinagoga denominata Norsa Terrazzo del 1751.
Verso sud della città, in direzione di Palazzo Te, si incontra la Chiesa di San Sebastiano, costruita da Luca Fancelli su progetto di Leon Battista Alberti e oggi famedio dei Caduti per la patria.
Da qui è possibile raggiungere brevemente la chiesa di Santa Maria del Gradaro, costruita nel 1256, la cui facciata presenta caratteristiche romanico-gotiche con un portale sormontato da un rosone.

Gli eventi di Mantova:
Mantova Comics & Games (febbraio), salone del fumetto e del gioco, dal 2006 si tiene annualmente al PalaBam idealmente proseguendo Ludicamente, rassegna che fu ospitata per alcuni anni dal 2003 nelle piazze di Mantova, dedicata interamente al gioco non tecnologico.
Vespa Raduno Città di Mantova (maggio). Dal 1999 nel mese di maggio, ogni anno, il Vespa Club Mantova [1] organizza nella splendida cornice di piazza Sordello il "Vespa Raduno città di Mantova", che ad ogni edizione coinvolge ben oltre 500 vespisti provenienti da tutta Italia e anche qualche vespista dall'Europa.(fonte Vespa Club Mantova)
Premio Arlecchino d'Oro (giugno), nato nel 1999 per iniziativa del "Centro Studi Mantova Capitale Europea dello Spettacolo" ora Fondazione, ha lo scopo di rendere omaggio a Tristano Martinelli, attore mantovano a cui si deve l'invenzione della maschera di Arlecchino. Inserito nel programma di una rassegna di teatro, musica e danza, il premio viene consegnato ad un artista del mondo dello spettacolo di valore e fama internazionale. Dal 2006 il premio è inserito nel Festival Teatro - Arlecchino d'Oro, che la Fondazione Mantova Capitale Europea dello Spettacolo organizza e dirige negli ultimi dieci giorni di giugno su mandato del Comune di Mantova.
Incontro Nazionale dei Madonnari (14 e 15 agosto) dal 1973, ogni anno nel piazzale del Santuario della Beata Vergine delle Grazie nel comune di Curtatone, decine di pittori, provenienti da tutto il mondo, dipingono coi gessetti sull'asfalto del piazzale del Santuario durante la Fiera di Ferragosto.
Festivaletteratura (settembre), dal 1997 organizza e ospita incontri con autori, reading, spettacoli, concerti, laboratori per adulti e bambini.
Segni d'infanzia (novembre), festival internazionale d'arte e teatro per l'infanzia. Nato nel 2006 da un'idea di Dario Moretti, Segni d'infanzia è un grande evento artistico rivolto al mondo dell'infanzia, con particolare attenzione ai bambini dai 18 mesi ai 12 anni. La direzione artistica ed organizzativa del festival, promosso dal Comune di Mantova, è di Teatro all'improvviso, compagnia professionale di Teatro per ragazzi.
Mantova Medievale: dal 2006 si ripete ogni anno, col sostegno del Comune, fra il mese di agosto e il mese di settembre, l'edizione di Mantova Medievale, una manifestazione organizzata da La Compagnia della Rosa a.d. 1403. Negli spazi adiacenti il lungolago Gonzaga e il prato antistante il Castello di San Giorgio viene allestito un villaggio medievale. Rievocatori provenienti da tutta Italia e da paesi europei tra cui Portogallo, Svizzera, Germania, Repubblica Ceca animano l’accampamento e mostrano i loro equipaggiamenti. Le attrazioni più attese sono il lancio della scure danese, il tiro con l’arco e i giochi di abilità medievali. A conclusione della manifestazione davanti al castello di San Giorgio viene inscenata la battaglia campale.
Mantova Musica Festival: per quattro edizioni dal 2004 fu organizzata, sulle orme del consolidato e più noto festival letterario mantovano, una rassegna di musica interessata alle nuove tendenze e frontiere: l'elettronica, il jazz e la musica contemporanea. Con spazi per dibattiti, presentazioni di libri, bande musicali, satira e l'incontro tra la musica e il teatro.
Mantova fu la prima città italiana ad avere la sua controparte fedele in Second Life. Riproduceva quanto più fedelmente possibile la Mantova reale, utilizzando misure, foto e disposizione degli edifici come dal vero. Operante su tre livelli, centro storico, Palazzo Te e Castello di San Giorgio, si estendeva su due Sim. Furono ricostruiti il museo Tazio Nuvolari, il Teatro Bibiena, la Basilica di S.Andrea. La Sim era teatro di eventi culturali e di aggregazione avendo la possibilità di proporre manifestazioni reali e virtuali.
Nel 2002 presso le Fruttiere di Palazzo Te e a Palazzo Ducale è stata allestita la Celeste Galeria, Il museo dei Duchi di Mantova. 5 anni di studi scientifici, 60 studiosi coinvolti nelle ricerche, 519.000 visitatori, con una media giornaliera di 3923 biglietti per la mostra che ha riportato nella sua cornice ideale, da tutto il mondo, parte della prestigiosa e imponente collezione dei Gonzaga della seconda metà del Seicento.
Tra il settembre 2006 ed il gennaio 2007, la città - assieme a Verona e Padova - ha organizzato un percorso culturale sull'arte di Andrea Mantegna, in occasione del quinto centenario della morte, avvenuta proprio a Mantova. Già nel 1961 venne realizzata un'esposizione che meritò a Mantova l'appellativo di "Città del Mantegna". Per una mostra pittorica quello fu il primo grande evento di massa che portò nella città virgiliana più di 200 000 visitatori.

Ricoprono un ruolo importante nell'economia cittadina il commercio al dettaglio e i servizi del terziario. Tra quest'ultimi risaltano la testata giornalistica locale "Gazzetta di Mantova", considerato il più antico quotidiano d'Italia, e la Banca Agricola Mantovana fondata nel 1871 che, in seguito ad un'Offerta pubblica di acquisto del 1999, è entrata a far parte del gruppo bancario Montepaschi. Il processo di acquisizione si è concluso con la fusione per incorporazione di Banca Agricola Mantovana Spa in Banca Monte dei Paschi di Siena avvenuta il 22 settembre 2008. Dall'anno 2000 opera con sede in Mantova e alcune altre filiali in provincia, la Banca Popolare di Mantova ceduta nel 2008 dal Banco Popolare alla Banca Popolare di Milano. Rilevanti sono le attività connesse all'allevamento e all'agricoltura e alle industrie trasformatrici delle loro produzioni: si parla soprattutto della produzione di burro, formaggio e di salumi (tra cui spicca il Salame mantovano). L'importanza del settore economico primario per l'economia mantovana è dimostrata dalla presenza a Mantova di una delle più importanti borsa merci agricole della pianura Padana che dal 30 settembre 2010 è sede della Commissione Unica Nazionale dei suini da macello. Il primo ottobre 2006 esordisce a Mantova il primo mercato contadino italiano che anticipò il decreto ministeriale che solo alla fine del 2007 ne regolamenterà l'attività.

Nei primi anni del secondo dopoguerra s'insediarono la Cartiera Burgo e industrie chimiche e petrolchimiche. La prima fu la sociètà di raffinamento del petrolio ICIP, oggi IES Italiana Energia e Servizi s.p.a., che costruita a partire dal 1947 iniziò la produzione il 20 dicembre 1953 ed è stata acquisita nell'anno 2007 dal gruppo ungherese MOL. Importante insediamento chimico è la Versalis del gruppo Eni che continua l'attività dello stabilimento chimico sorto nel 1956 su iniziativa della Edison, proseguita poi sotto altre denominazioni come Montedison, Montedipe e Polimeri Europa.

Molto attivi anche il settore dell'abbigliamento, con importanti insediamenti presenti nel territorio comunale della città, Lubiam, Valstar e Corneliani, in particolare specializzati nella moda per uomo, e il settore meccanico dove spiccano la Belleli, passata attraverso una grave crisi negli anni passati, e la SOGEFI, ormai multinazionale attiva nella componentistica per autoveicoli quotata presso la Borsa di Milano fin dal 1986 che nel 2008 ha annunciato la chiusura, definitivamente portata a termine del gennaio dell'anno successivo, dello storico primo stabilimento mantovano.

La città di Mantova vanta importanti figure distintisi in ambito sportivo. Il più famoso è senz'altro Tazio Nuvolari, conosciuto anche come il Mantovano volante. Ai due "campioni" mantovani per eccellenza, Nuvolari e il ciclista Learco Guerra, è dedicato un museo provvisoriamente ospitato in alcune stanze del Palazzo Ducale in piazza Sordello.

L'Associazione Calcio Mantova, nella sua storia centenaria, fu infatti fondata nel 1911, ha disputato 12 campionati di Serie A, dei quali 5 di Prima Divisione negli anni venti, e 17 campionati di Serie B. Il calcio virgiliano ha raggiunto l'apice nell'arco di tempo che va dal campionato 1958/1959 a quello del 1961/1962, grazie ad una superformazione passata alla storia con l'appellativo di Piccolo Brasile guidata da Edmondo Fabbri, futuro c.t. della Nazionale di calcio dell'Italia. Quella squadra passò in quattro anni dalla quarta serie all'Olimpo del calcio. Dopo due retrocessioni consecutive, dal 1973 i biancorossi (questi i colori sociali dell'Associazione Calcio Mantova) hanno vivacchiato per anni in Serie C, subendo l'onta di due fallimenti e risollevandosi in seguito all'arrivo dei presidenti Alberto Castagnaro e Fabrizio Lori. Al primo si deve il ritorno in C1 (2003/2004), al secondo il passaggio dalla C1 alla B. Doveroso ricordare anche Romano Freddi, che seppur poco amato dalla piazza, fu l'artefice della salvaguardia del calcio a Mantova, quando nell'estate del 1994 la società per la seconda volta fallì.
La squadra di calcio della città era tornata in serie B alla conclusione della stagione 2004/2005, dopo ben 32 anni di assenza. La cadetteria fu conquistata al termine dei play-off, giocati e vinti contro Frosinone e Pavia. La stagione 2005/2006 ha visto il Mantova mancare di poco l'immediata promozione alla serie A nella finale dei play-off con il Torino, vittoria per 4-2 a Mantova e sconfitta a Torino per 3-1 dopo i tempi supplementari.
Dopo cinque anni di discreti campionati in serie B, alla fine del campionato 2009/2010, l'Associazione Calcio Mantova retrocesse in Lega Pro. Il 30 giugno 2010 la squadra virgiliana non riuscì ad iscriversi al campionato di Lega Pro, scomparendo in tal modo dal calcio professionistico. Fallita l'A.C.Mantova, il calcio rinacque come Mantova Football Club che subito vinse il campionato di serie D riportando immediatamente il calcio virgiliano tra i professionisti, in Lega Pro, dove milita attualmente.

In ambito calcistico Mantova ha dato i natali a Roberto Boninsegna arrivato fino alla Nazionale di calcio italiana, militando in grandi squadre di Serie A come Cagliari, Inter, Juventus.

Buona la tradizione sportiva mantovana per quanto riguarda la pallavolo maschile. La Pallavolo Mantova conquistò la seria A1 alla fine del campionato 1986-87. Disputò due campionati nella massima serie, venendo poi sostituita per tre anni dalla Gabbiamo Virgilio, comunque invischiate entrambe sul fondo della classifica.
Negli anni novanta la Pallavolo Mantova ha militato diverse volte in serie A2.
Con la stagione 2006/07, culminata con la vittoria dei play-off promozione, c'e l'approdo del Top Team volley al campionato di Serie A2. Lo stesso Top Team volley ha vinto la Coppa Italia di serie B nel 2006 e nel 2007.

Dal 2012 Mantova ospita anche la Pallacanestro Mantovana, nota fino al 2013 come Pallacanestro Primavera Mirandola dell'omonima cittadina modenese, attualmente militante nella A2 Silver e che disputa le gare interne al PalaBam.

A Mantova è presente anche la pallamano femminile con più che discreti risultati arrivando più volte a giocare nel massimo campionato nazionale. Attualmente la squadra virgiliana gioca nel campionato di serie B, nel quale ha ottenuto la promozione in A2 al termine della stagione 2012/13. Gioca le partite interne al PalaLù, palazzetto dello sport di Lunetta.

Nel 1931 Learco Guerra vinse il Campionato del mondo di ciclismo, a Copenaghen (Danimarca). Nello stesso anno viene istituita la maglia rosa quale simbolo del primato in classifica ed è proprio Learco Guerra ad indossarla per primo risultando vincitore della tappa inaugurale del 19ºGiro d'Italia, partita da Milano e conclusasi nella natia Mantova. Il "Giro" ha concluso una tappa a Mantova in dieci occasioni. Nel 1963 la città virgiliana è stata solamente sede di partenza della tappa conclusasi a Treviso.

Mantova è stata anche sede d'arrivo di un'importante corsa ciclistica, la Milano-Mantova, disputata a partire dal 1906 per 24 volte e disputata per l'ultima volta nel 1962 con vittoria di Pierino Baffi.

La società Canottieri Mincio nasce nel lontano 1883 come una società polisportiva. Le sue origini sono legate agli sport, in particolare quelli acquatici: nuoto, tuffi, vela, canottaggio e canoa sono le discipline che la distinguono e che hanno esportato il suo nome in Italia e nel mondo. Diverse sono anche le personalità che ne hanno fatto la storia: da Gabriele D'Annunzio, che nel 1928 coniò il motto della società (ancora oggi in uso) "Perseverando arrivi", ad Azeglio Mondini, classe 1923 che dal 1937 fu un grande maestro di canottaggio e che formò sportivi d'alto livello come Marco Penna; oppure Giacomo Bottoli ed Andrea Bonezzi (velisti d'alto livello) e Bruno Pizzamiglio che diede vita alla scuola mantovana di tuffi dove sono nati grandi sportivi come Francesco Priori e Massimo Nibioli.

Mantova ha acquisito negli ultimi anni una notevole importanza nell'ambito delle competizioni di motocross disputate nel circuito del Migliaretto . Nel 2000, 2007, 2008 si è svolto il gran premio d'Italia, nel 2010 il gran premio di Lombardia, prove facenti parte del Campionato mondiale di motocross. Nel 2012 è stata disputata la 29ª edizione della Starcross, manifestazione agonistica internazionale.

Discreta la tradizione del rugby mantovano, grazie al "Rugby Mantova", società sportiva nata nel 1974 che gareggia stabilmente nella serie B nazionale. Il Rugby Mantova ha partecipato con una piccola quota alla franchigia italiana di rugby a 15 capitanata dal Rugby Viadana, denominata Aironi Rugby, che partecipò per due anni alla Celtic League.

In tarda primavera a Mantova viene disputata la stracittadina "Minciomarcia", corsa podistica non agonistica aperta a tutti. Giunta nel 2011 alla 38ª edizione, vede la partecipazione di un numero di partecipanti spesso superiore a 5.000.
Dal 1987, con la vittoria nella prima edizione del maratoneta Orlando Pizzolato, viene disputata una corsa competitiva denominata "Maratonina di Mantova". Dopo alcuni anni di sospensione è stata disputata in via continuativa dal 1997, giungendo nel 2011 alla sua 20ª edizione.

La serie A2 fu conquistata per due volte, a cavallo dell'anno 2000, dal "Circolo Scacchistico Mantovano" che, rinato nel 1995, fu in grado di organizzare a Mantova nel 1996 la finale del 56º Campionato Italiano Assoluto di scacchi e la finale del 28º Campionato italiano Femminile. Vi è stata altra breve presenza in serie A2 nell'anno 2010.

Dal 2013 a Mantova è attiva una squadra di calcio a 5 che partecipa al campionato nazionale di serie D e gioca la partite interne al palazzetto dello sport cittadino, il PalaBam.

Lo Stadio Danilo Martelli è il principale impianto sportivo della città. Inaugurato negli anni 30 ha subito numerose ristrutturazioni nel corso degli anni per stabilizzare la struttura. Ci gioca al suo interno le partite il Mantova Calcio ed ha una capienza di 14.822 posti a sedere.
Il Palabam, principale palazzetto dello sport di Mantova fu inaugurato nel settembre 2005, deve il suo nome all'acronimo BAM della Banca Agricola Mantovana istituto di credito cittadino incorporato nel 2008 da Banca MPS. Ha una capienza di quasi 4.000 spettatori che con tribune mobili poste sul parterre, raggiunge la cifra di 5.000. Il Palabam ha spesso ospitato concerti e spettacoli teatrali di richiamo nazionale e internazionale anche nell'attiguo centro fieristico che ospita esposizione di settore tra le quali ha acquisito rinomanza nazionale Mantova Comics & Games.
Il PalaLù è il secondo palazzetto dello sport di Mantova, risiedente nel quartiere popolare di Lunetta. Inaugurato nel 2012, al suo interno ci giocano le partite della Pallamano femminile mantovana

La cucina mantovana è l'insieme dei piatti della tradizione culinaria della provincia italiana di Mantova, alcuni dei quali risalenti ai tempi dei Gonzaga.

È una gastronomia forte di piatti apprezzati fuori dal territorio anche nei secoli scorsi. È una cucina vincolata alla terra dalle tradizioni contadine, ma risulta molto ricca e variegata. Diverse possono essere le varianti locali di uno stesso piatto.

Vista la posizione geografica occupata dalla provincia di Mantova, la tradizione culinaria mantovana risente molto della cucina emiliana del salume e della pasta e della cucina lombarda del riso.




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venerdì 5 giugno 2015

VISITANDO LODI

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Il territorio di Lodi è situato nella parte centro-meridionale della Lombardia, nella fascia nota come «bassa pianura». Il nucleo più antico della città sorge sul colle Eghezzone, un'altura di forma approssimativamente trapezoidale ubicata sulla riva destra del fiume Adda; il resto del centro abitato si trova in parte su un terrazzo morfologico creato dall'opera di erosione del fiume, e in parte nell'area golenale.

Il territorio comunale è attraversato dall'Adda e da numerosi altri corsi d'acqua, tra cui il canale della Muzza (che ne segna il confine a ovest), la roggia Bertonica e la roggia Molina (il cui tratto urbano è oggi quasi del tutto sotterraneo).

In epoca medievale la città era lambita dal lago Gerundo: il territorio era in gran parte paludoso e insalubre, ma grazie alle opere di ingegneria idraulica e al lavoro dei monaci cistercensi e benedettini fu bonificato e trasformato in una delle regioni più fertili d'Europa. L'attività agricola è favorita anche dalle abbondanti acque irrigue delle numerose risorgive presenti.

Dal punto di vista litologico, il suolo è formato dai depositi glaciali e fluviali che riempirono la Pianura Padana tra il Pleistocene superiore e l’Olocene, durante l'ultima glaciazione. I litotipi presenti sono diversi e distribuiti in modo irregolare; generalmente sono piuttosto ricchi di matrice. I terreni sono in prevalenza sabbiosi e sabbioso-limosi.

Piazza della Vittoria, denominata "piazza Maggiore" fino al 1924, rappresenta il cuore della città di Lodi: su di essa si affacciano, in particolare, la basilica cattedrale della Vergine Assunta ed il palazzo municipale (palazzo Broletto) oltre che il palazzo Vistarini, uno dei più belli della città. Il suo impianto planimetrico si è mantenuto pressoché immutato attraverso i secoli: la piazza è caratterizzata da una pianta quadrangolare con i lati di circa 74 metri. Con 66 colonne che sorreggono i portici, alcune delle quali provengono dalla distrutta Laus Pompeia, si tratta di un raro esempio di piazza porticata su tutti i quattro lati. Tale singolare peculiarità, unita all'eleganza dei palazzi che vi si affacciano (molto vari per colori e dimensioni) la rende un luogo particolarmente suggestivo e scenografico. Piazza della Vittoria, infatti, è stata spesso scelta per ospitare eventi di interesse nazionale e registrazioni di spot pubblicitari per la televisione; il Touring Club Italiano, inoltre, l'ha inserita nel 2004 nella lista delle piazze più belle d'Italia.

Le facciate degli edifici che si affacciano sulla piazza presentano larghezze molto ridotte, in alcuni casi di pochi metri. Questa caratteristica è dovuta all'utilizzo del "lotto gotico", profondo ma stretto, tipico di tutte le città di origine medievale, pensato per sfruttare al massimo lo spazio che si affaccia sulla piazza principale. Per questo motivo, tutti gli edifici hanno le medesime caratteristiche: la bottega al pianterreno con uno spazio coperto dal portico sul fronte e i magazzini nel sotterraneo, la residenza al piano superiore e il cortile sul retro.

La selciatura della piazza, nel tipico "ricciato lombardo" costituito da ciottoli di fiume, risalirebbe al 1471. Nella prima metà dell'Ottocento, il centro del quadrilatero era occupato da un'imponente statua equestre di Napoleone Bonaparte, fatta erigere dallo stesso generale francese per celebrare la sua vittoria nella battaglia di Lodi.

La piazza è sempre stata al centro della vita della città: nel medioevo vi si tenevano le esecuzioni capitali, le fiere e le feste per l'arrivo dei vescovi, ed anche in epoca più moderna, le maggiori personalità che hanno visitato Lodi sono sempre passate da questa piazza: da Giuseppe Garibaldi a Benito Mussolini, Giovanni Paolo II e Carlo Azeglio Ciampi. Attualmente la piazza è adibita ad area pedonale; nei giorni di martedì e giovedì vi si tiene inoltre il tradizionale mercato ambulante.
Nei primi secoli di vita della città, lo sviluppo urbanistico procedette lentamente: il corpo di fabbrica della Cattedrale, la cui costruzione fu intrapresa tra il 1158 e il 1160, venne completato oltre cento anni dopo, se si escludono i rimaneggiamenti successivi; alla fine del XII secolo sorse la chiesa di San Lorenzo, mentre San Francesco e il primo nucleo di palazzo Broletto risalgono agli ultimi decenni del Duecento. Il secolo seguente ha lasciato in eredità il palazzo Vistarini, il Castello e la chiesa di Sant'Agnese. Nel tardo Quattrocento, ricordato come il periodo di massimo splendore della città, sorsero numerosi nuovi edifici, tra cui il palazzo Mozzanica, l'Ospedale Maggiore e il Tempio Civico dell'Incoronata; nella stessa epoca fu consolidato il sistema di fortificazioni difensive che risaliva agli inizi del Duecento. Tra Cinquecento e primo Settecento, infine, videro la luce il complesso di San Cristoforo e il palazzo Modignani.

Piazza Broletto di forma trapezoidale è di dimensioni ridotte, chiusa fra i portici di palazzo Broletto e il fianco sinistro del Duomo. In epoca medievale essa rappresentava il fulcro della vita pubblica cittadina, ora è sede dell'autorità municipale. Al centro è collocata una fontana in marmo rosa di Carrara, ricavata dal fonte battesimale della Cattedrale e risalente al XIV secolo.
Piazza del Mercato di forma rettangolare è anch'essa pavimentata con il tipico «ricciato», su cui si affacciano l'abside del Duomo, un'ala secondaria di palazzo Broletto, il palazzo del Governo e il palazzo Vescovile. Nei giorni di sabato e domenica vi si tiene, come da tradizione, il mercato ambulante.
Piazza Castello di dimensioni piuttosto ampie e' adibita ad area pedonale a eccezione della fascia centrale che è aperta al traffico veicolare; prende il nome dal Castello Visconteo che vi si affaccia. Spicca inoltre una statua dedicata a Vittorio Emanuele II, celebrativa dell'unità d'Italia. La piazza confina con il parco dell'Isola Carolina.
Piazza Ospitale chiamata comunemente «piazza San Francesco», è cantata in alcune opere della poetessa Ada Negri. Questa piazza rettangolare, anch'essa pavimentata con il «ricciato» e adibita ad area pedonale, è caratterizzata dalla presenza della chiesa di San Francesco e della facciata dell'Ospedale Maggiore; vi si trova inoltre una statua raffigurante lo scienziato Paolo Gorini.
Piazza San Lorenzo molto piccola è quasi nascosta fra un intrico di vie strette e tortuose tipiche del centro storico medievale di Lodi; la sua atmosfera raccolta ma luminosa ricorda un campiello veneziano. La piazza deriva il nome dall'omonima chiesa che vi si affaccia ed è anch'essa un'area pedonale.
Corso Roma ha origine da piazza della Vittoria ed è molto frequentato in virtù delle numerose attività commerciali. Analogamente ad altre vie del centro cittadino, offre quale principale motivo di interesse la presenza dei palazzi in stile liberty e dei suggestivi cortili interni delle abitazioni signorili.

Il parco dell'Isola Carolina è situato a ridosso del centro storico nelle immediate vicinanze di piazza della Vittoria e di piazza Castello, deve il suo nome alla cascina Carolina che a sua volta fu battezzata così nel 1825 in onore di Carolina Augusta di Baviera, moglie dell'imperatore Francesco I d'Austria. Il parco ha una superficie di circa 50 000 m² e venne realizzato a metà degli anni cinquanta del XX secolo grazie a una donazione di Enrico Mattei che volle in questo modo ricompensare la città presso la quale erano stati scoperti degli importanti giacimenti di gas naturale. Mattei non badò a spese e fece piantumare delle essenze di notevole interesse botanico, selezionate presso il lago di Como. Dal 2006 ospita la sede del Parco Adda Sud.

I giardini pubblici Federico Barbarossa sono collocati quasi nel cuore del centro cittadino, lungo viale IV novembre: occupano l'area che costituisce lo spianamento del fossato in cui sino agli anni trenta del Novecento scorreva la roggia Molina, che fra il 1931 e il 1937 venne canalizzata e coperta grazie al progetto dell'architetto locale Giovanni Attilio Fugazza. Il nucleo originario dei giardini risale però al 1835, anno della visita alla città da parte dell'imperatore Ferdinando I d'Austria. Nel corso del biennio 2008-2009, la zona è stata oggetto di una profonda riqualificazione.
Il lungo Adda Bonaparte permette di passeggiare nei pressi del fiume Adda, a contatto con la vegetazione fluviale; era uno dei luoghi prediletti dal poeta Giosuè Carducci quando visitava Lodi.
Il bosco del Belgiardino è una piccola oasi naturalistica situata sulle rive dell'Adda, al confine con il territorio di Montanaso Lombardo; dall'area hanno origine numerosi sentieri che permettono di visitare i boschi circostanti, parzialmente trasformati in orto botanico, in cui inoltre vivono uccelli acquatici come gallinelle d'acqua, anatre, aironi e tuffetti. Durante l'estate diventa un centro ricreativo grazie alla presenza di una piscina gestita dal comune di Lodi.

La Grande Foresta di Lodi è una delle Dieci grandi foreste di pianura e di fondovalle; strutturata in tre nuclei per ora non collegati fra loro, uno dei quali piantumato già nel 2003, è attualmente gestita come parco naturale.

La Grande Foresta di Lodi è stata finanziato dalla Regione Lombardia tramite il Programma di riforestazione, ideato da Paolo Lassini, detto "Dieci grandi foreste di pianura e di fondovalle".

La vegetazione presenta le essenze di un bosco ripariale, planiziale. Il primo nucleo, quello presso la cascina Costino, è unito con un antico alneto, bosco di Ontano nero, ed è composto in maggioranza da Pioppo bianco e Pioppo nero e i suoi ibridi col pioppo canadese. Sono presenti anche Farnie, Olmo, Acero campestre, Carpino bianco, Frassino maggiore, Melo selvatico. Il Salice bianco si trova soprattutto in prossimità dello specchio d'acqua appositamente allestito.

Fra gli arbusti, il Sambuco nero, il Biancospino, il Viburno, la Fusaggine e il Nocciolo.

Tra i Mammiferi si possono trovare ad esempio la Lepre, in abbondanza il Coniglio selvatico, il Tasso e altri Carnivori. Recentemente ha fatto la sua comparsa anche lo Scoiattolo. Ci sono anche varie specie di Uccelli Rettili, Anfibi e Insetti.

L'aspetto attuale del centro storico, tuttavia, si deve prevalentemente alle opere compiute tra Settecento e Ottocento, che alterarono la struttura urbanistica originaria dell'antico nucleo medievale di Lodi. Durante l'epoca austriaca, in particolare, grazie alla ripresa economica si registrò un forte sviluppo edilizio che trasformò il volto della città nel segno dell'architettura tardo-barocca: vennero edificate le nuove chiese di Santa Maria del Sole, Santa Maria Maddalena e San Filippo, mentre il palazzo Vescovile fu interamente ristrutturato. Numerosi monasteri ed edifici religiosi minori vennero sconsacrati e in alcuni casi demoliti per fare spazio a nuove abitazioni private; le vie principali, inoltre, furono allargate mediante la rimozione dei paracarri e l'abbattimento dei portici. Risale al medesimo periodo l'apertura dei primi due cimiteri suburbani di Riolo e di San Fereolo. Si procedette anche alla demolizione dei baluardi costruiti durante la dominazione spagnola del Seicento; al loro posto venne disegnata una strada di circonvallazione lunga 3 700 m, che raccordava tutte le porte della città, impiegate da secoli come barriere daziarie. Nel 1835, il segmento meridionale della circonvallazione fu trasformato in "passeggio pubblico".

A metà dell'Ottocento, l'abitato di Lodi era ancora interamente racchiuso entro le mura medievali; all'esterno del perimetro della città murata, oltre a numerosi cascinali, si trovavano alcuni borghi (San Grato, San Fereolo e San Bernardo), posti in corrispondenza degli incroci stradali tra la viabilità regionale e quella locale, a una distanza variabile tra i 2 e i 5 km dal centro cittadino. Questo articolato assetto urbanistico venne modificato nel 1861 dall'apertura della linea ferroviaria Milano–Bologna, che toccava Lodi lambendo la parte meridionale del nucleo abitato: la strada ferrata, infatti, rappresentò l'ostacolo principale quando, nei decenni successivi, la città cominciò con lentezza a espandersi nelle aree limitrofe all'anello di circonvallazione delle mura.

Tra il 1864 e gli inizi del Novecento vennero realizzati numerosi interventi urbanistici: dei due cimiteri di Riolo e San Fereolo, venne ampliato il primo mentre l'altro fu dismesso; nel 1886 fu intrapresa inoltre la costruzione del Cimitero Monumentale (più noto come "Maggiore"). Per quanto riguarda la rete stradale, le opere più importanti furono l'edificazione del nuovo ponte sull'Adda in muratura, la riqualificazione della zona di piazza della Vittoria, l'ampliamento di piazza Ospitale e la costruzione di un asse viario tra la stazione ferroviaria e il centro storico, con l'apertura di viale Dante e di piazza Castello. A livello di infrastrutture, nel 1880 furono inaugurate quattro tranvie extraurbane a vapore: la Milano–Lodi, la Lodi–Treviglio–Bergamo, la Lodi–Sant'Angelo e la Lodi–Crema–Soncino. Nel medesimo periodo, ebbe luogo un rapido processo di urbanizzazione del quadrilatero compreso tra il pubblico passeggio e la ferrovia: ad alcuni insediamenti produttivi, si aggiunse nel 1904 il primo lotto di abitazioni popolari. Contemporaneamente, ancora più a sud, sorsero i primi grandi complessi industriali: il Linificio Canapificio Nazionale in zona San Fereolo e le Officine Meccaniche Lodigiane presso la località Camolina.

Dopo una fase di moderata crescita tra gli anni venti e la seconda guerra mondiale, a partire dal 1955 lo sviluppo della città si fece sempre più rapido e cominciò a interessare entrambe le sponde dell'Adda: vennero creati nuovi quartieri, tra cui quello delle «case Fanfani» (a ovest del centro storico) e il «villaggio Oliva» (a sud-ovest), entrambi realizzati nell'ambito del piano INA-Casa. Tra gli anni settanta e i duemila, oltre al compimento di un sistema di strade tangenziali, ebbe luogo la dismissione di gran parte del patrimonio edilizio industriale, riconvertito in nuove aree residenziali.

Fontana si trova 3 km a nord-est della città, nella porzione di territorio situata sulla riva sinistra dell'Adda. La località, che ospita un santuario edificato tra il Cinquecento e il Seicento, è attraversata dalla ex strada statale Pavia–Brescia.
Olmo è un insediamento collocato 4 km a sud-est del centro cittadino, lungo la Via Emilia.
Riolo, già frazione del comune suburbano di Vigadore, è una località situata tra Lodi e Dovera, nell'Oltre Adda lodigiano. È lambita dal tracciato della strada Bergamina e dispone di una scuola primaria.
San Grato si trova nel settore nord-occidentale del territorio comunale, a una distanza di circa 4 km dal centro cittadino; è la più popolosa tra le frazioni di Lodi.
Bottedo è una località posta ad ovest della città, comune autonomo fino al 1873.

Il centro fu attestato per la prima volta, con il nome di Borsello, nel 1204. Comprendeva le frazioni di Paderno, Carnesella e Cà de' Valvassori.

Il comune ebbe sempre fisionomia agricola e dipese sempre strettamente dalla vicina Lodi. All'inizio del XIX secolo contava circa 200 abitanti. Come molti comuni rurali (definiti dall'amministrazione austriaca "di III classe") era governato da un rappresentante dei possidenti terrieri, che aveva ufficio nella città di Lodi.

Nel 1861 il centro fu lambito dalla linea ferroviaria Milano–Bologna, ma data la scarsa importanza della località non si pensò mai a costruire una stazione.

Nel 1873 il comune di Bottedo fu unito ai Chiosi di Porta Cremonese e ai Chiosi di Porta Regale (il termine Chiosi, di origine dialettale, indicava in passato le terre agricole circostanti la città di Lodi, analogamente ai più noti "Corpi Santi" intorno a Milano), formando il nuovo comune di Chiosi Uniti con Bottedo. Il nuovo comune, però, esistette per meno di quattro anni, venendo annesso alla città di Lodi nel 1877.

Attualmente, in seguito allo spopolamento delle aree rurali, Bottedo si presenta come un grosso cascinale, parzialmente abbandonato. Le frazioni di un tempo hanno subito la stessa sorte.


Torre de' Dardanoni è una località rurale posta alcuni kilometri ad ovest della città. Fino al 1841 costituiva un comune autonomo.

Il piccolo insediamento agricolo di Torre de' Dardanoni di antica origine, era centro di un territorio comunale posto sulla riva sinistra del canale Muzza, che comprendeva le frazioni di Castello de' Roldi e Pizzafuma.

Dopo un'effimera annessione alla città di Lodi in età napoleonica (1809-16) e il successivo ripristino dell'autonomia, Torre de' Dardanoni fu aggregata nel 1841 ai Chiosi di Porta Regale, uno dei 3 comuni ("Chiosi") che costituivano il suburbio lodigiano.

Successivamente (1873) i Chiosi di Porta Regale furono uniti ai Chiosi di Porta Cremonese e a Bottedo, a formare i Chiosi Uniti con Bottedo, finalmente annessi alla città di Lodi nel 1877.

Attualmente, in seguito allo spopolamento delle aree rurali, Torre de' Dardanoni è disabitata e in rovina. Le frazioni di Castello de' Roldi e Pizzafuma sono oggi due modeste cascine in posizione isolata.

Vigadore è una località rurale posta oltre il fiume Adda, lungo la strada per Crema. Fino al 1870 costituì un comune autonomo.

Il borgo rurale di Vigadore, di antica origine, fu attestato per la prima volta in età medievale. Il territorio comunale comprendeva le frazioni di Riolo e Portadore, oltre a numerose cascine.

In età napoleonica Vigadore fu aggregata alla città di Lodi per due volte, nel 1797-98 e quindi dal 1809 al 1816, recuperando l'autonomia con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1870 il comune di Vigadore fu unito ai Chiosi di Porta d'Adda, formando il nuovo comune di Chiosi d'Adda Vigadore. Il nuovo comune, però, esistette per soli sette anni, venendo annesso alla città di Lodi nel 1877.

Attualmente, in seguito allo spopolamento delle aree rurali, Vigadore si presenta come una cascina rurale senza alcuna particolarità. Migliore sorte ha conosciuto la frazione Riolo, interessata da un certo sviluppo edilizio.

L'agricoltura e l'allevamento sono di fondamentale importanza per Lodi e per il suo territorio fin dal Medioevo. A testimonianza di quanto il settore primario sia tuttora significativo, i dati riferiscono di 1 786 aziende nel territorio della provincia che producono soprattutto mais (47% della superficie agricola utilizzata) e foraggi (24% della SAU). Per quanto riguarda il territorio comunale, sono attive invece 84 aziende e la superficie agricola utile è costituita da 2 130 ettari, dei quali il 48% coltivati a mais. Sono presenti inoltre 5 495 capi bovini e 23 362 capi suini.

Per garantire e promuovere le eccellenze del settore, oltre che tutelare l'ambiente, il benessere degli animali e la salute dei consumatori, nel 2004 è stato fondato il comitato del marchio "Lodigiano Terra Buona".

I primi stabilimenti industriali nati a Lodi erano legati alla trasformazione dei prodotti del settore primario: il Lanificio Varesi (1868), la Polenghi Lombardo che fu la prima azienda in Italia a trattare a ciclo completo il latte (1870), le Officine Sordi che costruivano macchine per il settore lattiero-caseario (1881), il Linificio Canapificio Nazionale (1909). Tra le altre industrie presenti in città, particolarmente sviluppato era il settore meccanico: erano attive ad esempio le Officine Meccaniche Lodigiane (1908), le Officine Meccaniche Folli-Gay (1922), le Officine Curioni Spa (1925) e le Officine Elettromeccaniche Adda (1926). Queste ultime negli anni ottanta furono acquistate dalla multinazionale ABB, che nel 1994 vi trasferì il proprio centro mondiale per la costruzione di trasformatori, di interruttori per l'alta tensione e di sottostazioni elettriche; nel 2003 l'impresa contava circa 270 dipendenti.

Al confine del territorio municipale di Lodi, in un'area di competenza dei comuni di Montanaso Lombardo e Tavazzano con Villavesco, sorge una grande centrale termoelettrica di proprietà della E.ON, alimentata a gas naturale. La centrale, con una potenza installata di 1 740 MW, è una delle più importanti d'Italia e conta 120 dipendenti. Il primo nucleo, realizzato nel 1952 nell'ambito del Piano Marshall, fu inaugurato da Enrico Mattei e dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi; gli impianti attuali sono stati attivati in diversi scaglioni tra il 2002 e il 2010. La centrale preleva l'acqua di raffreddamento dal canale Muzza, dal canale Belgiardino e dal fiume Adda.

Al giorno d'oggi le industrie più sviluppate sono quella casearia (il Lodigiano è una delle 14 aree in cui è concentrata la produzione del Grana Padano) e quella artigianale, in particolare nei settori della ceramica e della cosmesi.

La più famosa tradizione artistica lodigiana è senza dubbio quella legata alla decorazione e alla lavorazione della ceramica. Fin dall'età romana, la diffusa presenza di argilla nel territorio ha fornito la materia prima per l'opera di maestri vasai e fabbricanti di maioliche o ceramiche. Grazie soprattutto alle produzioni artistiche di autori quali Rossetti, Ferretti, Coppellotti e Dossena, l'arte ceramica lodigiana ha raggiunto livelli estremamente elevati nel corso del XVIII secolo e nella prima metà del XIX secolo ed è oggi conosciuta come la "Ceramica Vecchia Lodi".

La lavorazione del ferro battuto costituisce un'altra importante produzione artistica della città di Lodi. Ricordiamo i numerosi balconi, balconcini, cancellate e lampade in stile Liberty di cui è ricco il centro storico.

Tra le più importanti imprese dell'ambito dei servizi si annovera Zucchetti, che opera nel settore del software e hardware a supporto di aziende; con 1 900 dipendenti (di cui 900 solo a Lodi), è uno dei leader italiani nel campo informatico.

Lodi ha inoltre una notevole attività bancaria: la Banca Popolare di Lodi, fondata da Tiziano Zalli nel 1864, è stata la prima banca popolare sorta in Italia. Dal 2007 fa parte del gruppo Banco Popolare, quarto gruppo bancario in Italia, il più grande tra quelli di matrice cooperativa.

Nel 1999 Lodi entrò a far parte del circuito delle Città d'arte della Pianura Padana. Dagli anni duemila il turismo ha rappresentato un settore in forte espansione sul territorio: nel 2006, ad esempio, sono stati registrati 137 000 arrivi, con un incremento del 116% rispetto a tre anni prima.

Oltre al turismo culturale, particolarmente importante è quello naturalistico, in virtù anche dell'efficiente rete ciclabile che dal capoluogo si diparte in tutto il territorio. Il turismo enogastronomico si concentra soprattutto nei mesi di ottobre e novembre, durante i quali – a partire dal 1988 – si svolge la Rassegna Gastronomica del Lodigiano.

Dal 2005 è attivo a Lodi un polo scientifico-universitario, composto dal Parco Tecnologico Padano e da alcune strutture dell'Università degli Studi di Milano.

Il Parco Tecnologico Padano è uno dei più importanti centri di ricerca a livello europeo nel campo delle biotecnologie agroalimentari.

Il polo dell'Università degli Studi di Milano comprende un ospedale veterinario per grandi animali, costituito da strutture didattiche e cliniche per equini, bovini e suini, accanto al quale è in costruzione un centro zootecnico didattico-sperimentale; sono presenti anche alcuni laboratori appartenenti alla Facoltà di Agraria. Inoltre, ha sede in città l'Istituto Sperimentale per le Colture Foraggere, retto dal 1948 al 1976 dall'illustre agronomo Giovanni Haussmann.

A Lodi è attivo anche il corso di laurea in infermieristica organizzato dall'Università di Pavia.

A Lodi hanno sede alcuni importanti musei, tra cui il Museo civico, la Collezione anatomica Paolo Gorini, il Museo di scienze naturali, il Museo del tesoro del tempio dell'Incoronata, il Museo diocesano di arte sacra e il Museo della stampa e stampa d'arte.
La cucina lodigiana, pur essendo originaria di un territorio molto vicino a Milano, presenta peculiarità proprie ben definite.

È prevalentemente caratterizzata dalla produzione casearia: numerose ricette tipiche si basano sull'impiego dei formaggi locali e soprattutto del burro. Frittate, zuppe, risotti e insaccati di maiale rappresentano le altre specialità della gastronomia lodigiana; esistono anche numerosi dolci tradizionali.

La Raspadüra è un modo di servire il formaggio grana presentandolo come sottilissime sfoglie, raschiate con un particolare coltello da una forma di Tipico Lodigiano oppure di Grana Padano giovane, stagionato dai quattro ai sei mesi. La raspadüra viene solitamente servita come antipasto, spesso accompagnata da salumi, noci o funghi, ma può anche essere utilizzata per guarnire primi piatti come il risotto o la polenta. Nacque come cibo povero: in passato era ricavata da forme di grana imperfette, mentre oggi sono impiegate forme d'alta qualità, stagionate per essere tagliate senza sfaldarsi.
Pes en carpiòn è un'antipasto primaverile a base di piccoli pesci d'acqua dolce (tipicamente ghiozzi, cobite e lamprede), fritti e successivamente macerati in acqua e aceto con l'aggiunta di cipolla, aglio e prezzemolo.
Turtìn è un antipasto tipicamente autunnale, preparato col sangue fresco di oca, anatra o tacchina, che viene battuto per impedirne la coagulazione e mescolato con burro, panna e latte. L'impasto – a cui vengono aggiunti successivamente formaggio grana, pane e amaretti grattugiati, oltre a sale, pepe e noce moscata – viene cotto con sugna di maiale e servito caldo.

Fritada cun le urtìš è una frittata sottile preparata con le cime del luppolo selvatico ("urtìš" in dialetto lodigiano) che cresce tra aprile e maggio. Da servire fredda come antipasto.
La Fritada en carpiòn è un tipico antipasto estivo: è una frittata a base di carne di vitello e verdure lessate, da servirsi fredda con un "carpione" di cipolle fritte e macerate in acqua e aceto.
La Fritada rugnùša è una semplice frittata arricchita con salamella tritata; viene solitamente consumata calda, accompagnata da un contorno di cicoria e cipolle novelle.
La Fritadine è un piatto caldo di frittate guarnite con raspadüra, burro e Granone Lodigiano (grattugiato a grana grossa) gratinato.
Il Ciudìn sut'oli è un antipasto a base di funghi "chiodini" (prataioli di gelso), bolliti nell'aceto e conditi con sale, pepe, cannella, aglio, foglie di alloro, chiodi di garofano e olio d'oliva.

Il Rišòt rugnùš è un risotto a base di salsa di pomodoro e salamella tritata, mantecato con burro e formaggio. Si tratta di uno dei piatti più caratteristici della gastronomia lodigiana.
Il Minestròn è il tipico stufato di verdure (cipolle, fagioli, carote, patate, zucchine, sedano, pomodori), insaporito con l'aggiunta di alloro, basilico, prezzemolo e rosmarino. Viene cotto con burro e pancetta.
La Minestra maridàda è preparata con riso, uova, lardo e foglie di bietola, da consumare calda.
Il Riš e lat è un piatto povero della tradizione contadina a base di riso cotto con latte e burro.
Il Rišòt cun verše e fasöi è mantecato con burro e formaggio, insaporito con l'aggiunta di verza finemente tritata e fagioli borlotti.
Il Riš e landri è una minestra a base di riso bollito, lardo, formaggio grana, burro e foglie di navone selvatico ("landri" in dialetto lodigiano) tagliate finemente. È possibile aggiungere una cotenna di prosciutto crudo.
La pasta al mascarpòn sono dei maltagliati conditi con un impasto di mascarpone e tuorlo d'uovo, insaporito con l'aggiunta di sale, noce moscata e Granone Lodigiano grattugiato.

La Büšèca è la trippa cucinata alla lombarda con pancetta, verdure (carote, sedano e cipolle), fagioli, burro e brodo di sola carne. Per tradizione viene consumata in occasione della festa patronale di san Bassiano (19 gennaio).
Le Pulpéte ligàde sono involtini di lonza di maiale ripieni di formaggio grana e pane grattugiati, da servirsi caldi con un poco di polenta.
Le Rane en ümid sono rane arrostite ed accompagnate da un intingolo a base di pomodoro, aglio e prezzemolo.
Il Dunél en ümid è un piatto a base di carne di coniglio ("dunél" in dialetto lodigiano), cotta con burro, olio d'oliva, cipolle, carote, sedano e pomodori. Da servirsi con la polenta.
La Pulenta pastisàda è la polenta tradizionale di farina di semola, accompagnata da un sugo a base di burro, olio d'oliva, cipolla, pomodoro e carne tritata (vitellone, pollo oppure maiale). Dopo la cottura, il piatto viene guarnito con fiocchi di burro e raspadüra.
Il Veršin en criculòn sono foglie di verza cotte con burro e salsa di pomodoro, da servirsi con formaggio grana grattugiato e salumi lessati.

Fungi e salsìsa è un semplice piatto caldo a base di funghi "chiodini" (prataioli di gelso) e pezzi di salamella cotti nel burro; il tutto viene infine condito con aglio, prezzemolo e formaggio grana grattugiato.
La Süpa di morti è la minestra tipica del giorno in cui la religione cattolica celebra la commemorazione dei defunti (2 novembre). È preparata con costine di maiale, cotenne, burro, olio d'oliva, fagioli, formaggio grana e verdure (carote, cipolle e sedano).
La Faraùna al mascarpòn è la faraona ripiena di mascarpone da cuocere con latte, burro, olio d'oliva e verdure.

La Tortionata, nota anche con il nome di "turta de Lòd", è un dolce friabile a base di mandorle e burro. Vanta antiche origini: probabilmente esiste dal tardo medioevo, anche se acquistò maggiore diffusione solo agli inizi dell'Ottocento.
I Meìn sono i dolci tradizionali del mese di novembre a base di burro e farina, si mangiano sbriciolati nel latte o nella panna.
Il più rinomato tra i formaggi locali è il Grana Padano DOP; viene prodotta parallelamente un'altra versione di formaggio grana chiamata Tipico Lodigiano, che deriva dalla tradizionale produzione del Granone Lodigiano, ormai scomparso: questo antico formaggio è considerato il "capostipite" di tutti i formaggi grana. Le sue caratteristiche erano particolari: era di colore giallo, in quanto veniva aggiunto lo zafferano alla pasta; inoltre, non venendo pressato, durante la stagionatura il siero contenuto formava la caratteristica goccia o "lacrima".

Le forme di lodigiano o di grana giovani vengono tagliate a metà e raschiate con un apposito attrezzo: mediante questa tecnica si ottengono delle sfoglie sottilissime, note come raspadüra. Altri formaggi tipicamente lodigiani sono il mascarpone PAT e il pannerone PAT, entrambi preparati con la panna.

Il 19 gennaio di ogni anno si svolge la festa patronale di san Bassiano. Le celebrazioni religiose si aprono la sera precedente in Cattedrale, dove ha luogo la veglia diocesana presieduta dal vescovo. La giornata festiva propriamente detta ha invece inizio la mattina del 19 gennaio, con il corteo delle autorità civiche da palazzo Broletto al Duomo, accompagnate da figuranti in costume medievale; nella cripta, dove sono custodite le spoglie del santo, vengono pronunciati i discorsi ufficiali del sindaco e del vescovo.
Dopo la messa solenne, sotto i portici di palazzo Broletto ha luogo la distribuzione gratuita di «büšèca», tè caldo e vin brulé; contemporaneamente, nell'arco di tutta la giornata, in piazza della Vittoria si tiene la tradizionale fiera di san Bassiano. Nel pomeriggio, dopo la celebrazione dei vespri, si svolge infine la cerimonia di consegna delle onorificenze civiche e del premio «Il Fanfullino della riconoscenza», attribuito ai lodigiani che si distinguono nei campi dell'impegno sociale e della promozione culturale o scientifica.
Lodi è una delle città del nord Italia in cui santa Lucia è venerata come portatrice di doni: secondo la tradizione, nei giorni antecedenti la ricorrenza del 13 dicembre, i bambini elencano i regali desiderati in una lettera che dev'essere poi inserita nell'urna collocata per l'occasione in Duomo, ai piedi della statua della santa. I preparativi per la festa hanno inizio in uno dei primi pomeriggi del mese, quando in città si svolge la «veglia di santa Lucia», una manifestazione riservata ai bambini della scuola primaria e dell'infanzia. Inoltre, dall'8 dicembre alla mezzanotte del 12 dicembre, in piazza della Vittoria si tiene l'antica fiera di santa Lucia, con bancarelle per la vendita di giocattoli, dolciumi e articoli di artigianato.

Dal 1986 ha luogo ogni anno il «Palio dei rioni», una rievocazione storica che consiste in una serie di sfide tra gli antichi quartieri della città. La giornata del Palio inizia nella Cattedrale, con una messa solenne presieduta dal vescovo; in seguito alla sfilata in costume tradizionale, si svolge la «gara degli anelli», durante la quale un fantino monta su un cavallo di legno e ferro e, spinto da due atleti, deve cercare di infilare con la sua lancia quattro anelli posti ai vertici del quadrilatero di piazza della Vittoria, nel minor tempo possibile. La competizione prosegue poi con la «cursa dei cavài», nella quale i concorrenti devono far percorrere tre giri della piazza al cavallo montato dal fantino cercando di arrivare per primi al traguardo posizionato davanti al sagrato del Duomo. Il rione proclamato vincitore in base alla classifica delle varie prove riceve «el bastón de san Bassan» dalle mani del sindaco della città. Negli anni passati, la graduatoria finale era determinata anche dal alcune competizioni sportive che si svolgevano sul fiume Adda durante l'estate, tra cui una gara di canoa e una di «biciclette fluviali».

Il «Festival dei sette peccati capitali», promosso dal comune, si è articolato in sette edizioni che hanno avuto luogo nella primavera di ogni anno dal 2003 al 2009, richiamando oltre 20 000 presenze per ognuno degli episodi. Ciascuna delle sette edizioni è stata caratterizzata da eventi culturali, dibattiti, mostre e laboratori dedicati a uno dei sette vizi capitali della tradizione filosofica occidentale. A partire dal 2010, la rassegna è stata sostituita dal festival «Comportamenti umani».
Il 21 luglio 2007 si è tenuta in città la prima «notte bianca del Palio»; l'evento, organizzato dall'assessorato alla cultura, si è ripetuto in numerose altre occasioni. Dal 2009 si svolge in contemporanea la «notte bianca della cultura», durante la quale i principali monumenti e musei della città rimangono visitabili fino all'una di notte.
Ogni anno il comune organizza la rassegna estiva «Lodi al sole», nell'ambito della quale si svolge anche il «Lodi Blues Festival». L'edizione del 2009 è stata caratterizzata da oltre ottanta eventi distribuiti nell'arco di tre mesi, e ha visto il coinvolgimento stimato di 70 000 spettatori.

Lo sport a Lodi si articola in numerose attività. Società e atleti lodigiani hanno conseguito titoli a livello italiano e internazionale.

La disciplina sportiva più seguita è per tradizione l'hockey su pista. La principale squadra della città, l'Amatori Lodi, ha conquistato uno scudetto, due Coppe Italia, una Coppa di Lega, una Coppe delle Coppe e una Coppa CERS. L'attività maggiormente praticata resta tuttavia il calcio; la società lodigiana A.C. Fanfulla fu protagonista nel campionato di Serie B tra gli anni trenta e gli anni cinquanta, conquistando poi nel 1984 una Coppa Italia di Serie C.

In città sono in funzione molti impianti sportivi, tra cui lo Stadio Dossenina, riservato al gioco del calcio.




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