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giovedì 2 marzo 2017

SUICIDIO ASSISTITO

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Il suicidio assistito differisce dall'eutanasia per il fatto che l'atto finale di togliersi la vita, somministrandosi le sostanze necessarie in modo autonomo e volontario, è compiuto interamente dal soggetto stesso e non da soggetti terzi, che si occupano di assistere la persona per gli altri aspetti: ricovero, preparazione delle sostanze e gestione tecnica/legale post mortem.

Il tema è oggetto di forte dibattito internazionale, sia per questioni di natura religiosa, sia per questioni di natura etica. In alcune nazioni, tra le quali il Belgio, la Colombia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi, la Svizzera, gli stati dell'Oregon, Washington, Montana e California negli Stati Uniti, il suicidio assistito è permesso a patto del rispetto di condizioni che variano da ordinamento a ordinamento.

In riferimento al "suicidio assistito" e all'eutanasia, l'enciclica Evangelium Vitae cita varie fonti teologiche e dottrinali, tra cui Sant'Agostino:

«Non è mai lecito uccidere un altro: anche se lui lo volesse, anzi se lo chiedesse perché, sospeso tra la vita e la morte, supplica di essere aiutato a liberare l'anima che lotta contro i legami del corpo e desidera distaccarsene; non è lecito neppure quando il malato non fosse più in grado di vivere».(Epistula 204, 5: CSEL 57, 320.)
Allo stesso modo l'enciclica afferma che non bisogna confondere l'eutanasia con la rinuncia all'accanimento terapeutico, ossia i casi in cui la morte dell'ammalato sia ritenuta "imminente e inevitabile".

La posizione cattolica su questo argomento viene così descritta nel 2000 dalla Pontificia Accademia per la Vita: «Nell'immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile e imminente "è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita" (cfr Dich. su Eutanasia, parte IV), poiché vi è grande differenza etica tra "procurare la morte" e "permettere la morte": il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa».

Non essendo le posizioni etiche uniformi, ma più che altro frutto di una sintesi tra le sensibilità delle varie comunità e della maggior vicinanza dei pastori con il tessuto sociale in cui la comunità vive e opera, in altre confessioni cristiane il dibattito sull'eutanasia è più ampio. Nel caso dei Valdesi, il Sinodo si è pronunciato favorevolmente alla pratica dell'eutanasia per combattere l'inutile sofferenza e anche singoli pastori non mostrano, di principio, pregiudiziali all'adozione di misure a tutela della dignità dei malati. Afferma il pastore valdese prof. Ermanno Genre (peraltro in piena polemica con le posizioni della gerarchia cattolica), decano della Facoltà valdese di teologia di Roma: «…La legge approvata in Olanda merita di essere conosciuta prima che "scomunicata": è una legge che tutela il diritto del cittadino, per evitare che altri decidano per lui … È semplicemente vergognosa l'operazione vaticana che tende a screditare una nazione che in fatto di diritti umani e di dignità della persona non ha proprio nulla da imparare né dal Vaticano né dall'Italia».

Nel marzo 2006 il prof. Sergio Rostagno, coordinatore della Commissione bioetica della Tavola Valdese, dichiarò: «L'eutanasia non è un attentato alla vita umana, ma una norma che vuole indicare come si può morire con dignità. Ci batteremo perché venga introdotta in Italia». Riguardo all'incidente diplomatico con i Paesi Bassi causato da dichiarazioni espresse da Carlo Giovanardi (all'epoca sottosegretario alla presidenza del consiglio), Rostagno aggiunse che, al contrario, la legge olandese era stata ben valutata dai Valdesi al momento della sua promulgazione, pur con tutti i suoi limite.
Anche nella Chiesa d'Inghilterra è iniziata una discussione non pregiudizialmente ostile alla pratica dell'eutanasia: il primo a sollevare il tema è stato, nel novembre 2006, il reverendo Tom Butler, vescovo di Southwark, che ha sostenuto la giustezza della sospensione delle cure («in alcune circostanze») anche se si sa che esse porteranno alla morte. La discussione sull'argomento seguiva di poco la presa di posizione della Reale associazione degli ostetrici e ginecologi britannici, che aveva proposto l'eutanasìa infantile - anche attiva - per casi di gravissime invalidità neonatali che hanno come unico sbocco una vita vegetativa.

Ci sono diverse visioni del problema dell'eutanasia tra i buddisti. In generale vi è una posizione di netto rifiuto delle pratiche eutanasiche, ma non mancano le correnti di pensiero volte ad accettare possibili eccezioni in alcuni casi particolari.

Nel buddismo Theravada ogni upasaka (credente buddista laico) recita quotidianamente questa formula: "Io mi rifiuto di distruggere esseri viventi." Tuttavia per gli ordini monastici buddisti le regole sono più esplicite, come si può notare dal testo che segue: "Nessun monaco (bhikkhu) dovrebbe intenzionalmente privare ogni uomo della sua vita, o cercare un assassino per questi, o pregare per la sua morte, o incitarlo a morire ..."

Il Dalai Lama è stato citato dall'Agence France-Presse il 18 settembre 1996 in un articolo intitolato Il Dalai Lama riconsidera l'eutanasia per le circostanze eccezionali riguardo alle sue posizioni sull'eutanasia:

Alla domanda sulla sua opinione sull'eutanasia, il Dalai Lama ha detto che i buddisti credono che ogni vita sia preziosa e nessuna più della vita umana, aggiungendo: "Penso sia meglio evitarla" (l'eutanasia).
"Ma allo stesso tempo penso che come per l'aborto, che è considerato dal buddismo come un atto di omicidio il metodo buddista consiste nel giudicare il giusto e l'errore o i vantaggi e gli svantaggi."

Il 9 febbraio 2009 il Dalai Lama, in visita a Roma per ricevere la cittadinanza onoraria e intervistato sul concomitante caso di Eluana Englaro, in stato vegetativo da 17 anni, ha ribadito le sue convinzioni sull'argomento:

L'eutanasia "dovremmo evitarla, ma in casi particolari si potrebbero fare delle eccezioni". Su Eluana: "Se veramente non c'è alcuna possibilità di guarigione, mantenere quello status è molto costoso e le famiglie soffrono, allora si potrebbe agire. In generale se pure una persona non cammina più, ma il suo corpo e il suo cervello sono ancora presenti, allora è meglio tenere una persona in vita, ma si possono fare eccezioni".
Le cure vanno fermate se non vi è "la possibilità di recuperare la coscienza e le funzioni mentali". Nel buddismo, "nei casi di male incurabile c'è una pratica che consente l'abbandono della coscienza dal corpo"; negli altri casi "anche noi parliamo di suicidio".
Il buddhismo Nichiren, specialmente quello della Soka Gakkai, ha invece un'attitudine più permissiva nei confronti dell'eutanasia e del suicidio.

In genere i teorici dell'ebraismo ortodosso si oppongono all'eutanasia, spesso in modo vigoroso, anche se alcuni dimostrano una certa comprensione per l'eutanasia passiva in circostanze limitate. All'interno dell'ebraismo conservativo e riformato, invece, c'è un sostegno abbastanza diffuso per l'eutanasia passiva.

L'induismo rispetta fortemente la vita umana, ed è in genere contrario all'eutanasia, ma lascia comunque libertà di coscienza. Considera invece il suicidio, cui è contrario in assoluto, un atto che causa impedimento alla liberazione finale, aumentando il "Karma" negativo individuale.

L'Islam vieta categoricamente tutte le forme di suicidio e tutte le azioni che possano agevolare il suicidio di qualcun altro. È inoltre vietato per un musulmano pianificare la propria morte per il futuro ma è possibile rifiutare terapie curative.



Il Codice penale svizzero traduce in norma l'interpretazione aperta del problema, per cui in uno degli articoli di legge viene sancita la possibilità di assistere al suicidio, salvo se dettato da interessi personali. In Europa, paesi come l'Olanda o il Belgio, hanno depenalizzato l'eutanasia attiva sotto controllo medico.

Per poter usufruire del suicidio assistito occorre presentare una domanda che deve essere innanzitutto seria e reiterata con l'andare del tempo. Secondariamente la persona deve essere affetta da un male incurabile, il cui esito fatale è prevedibile. Le sofferenze fisiche e psichiche causate dalla malattia devono inoltre essere tali da rendere insopportabile l'esistenza.
Tra la domanda di suicidio assistito e il passaggio all'atto, c'è sempre un periodo di grazia. Un tempo in cui le associazioni invitano il paziente a regolare i propri conti con la vita e a congedarsi da amici e familiari. Quando poi la scelta, ponderata e maturata, diventa definitiva, chiedono nuovamente al paziente un'ultimissima conferma.
Accertato che si tratta della sua volontà si somministra una soluzione farmaceutica che il paziente deve essere in grado di assumere autonomamente e di ingerire esclusivamente con le proprie forze. Se non fosse così, sarebbe eutanasia, e non suicidio assistito. È una sfumatura sottile, ma di estrema importanza.



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mercoledì 10 agosto 2016

LA SVIZZERA

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La Svizzera confina con l'Italia, la Francia, l'Austria, la Germania e il Liechtenstein.

L'odierno nome Svizzera proviene da Svitto (tedesco: Schwyz), uno dei "Cantoni forestali" (Waldstätte) che formavano il nucleo della Vecchia Confederazione. Il nome Svitto è attestato per la prima volta nel 972 come il villaggio di Suittes ed è forse legato all'alto tedesco antico suedan, "bruciare", con riferimento alle foreste bruciate per creare nuovi spazi agli insediamenti. Probabilmente il nome designava sia il territorio sia la popolazione del cantone, ma dopo la battaglia di Morgarten nel 1315 il nome Switzer, Switenses o Swicenses passò a designare tutti i Confederati. In francese sono attestati i termini Soisses, Suysses e Souyces a partire dal Cinquecento; contemporaneamente in italiano compaiono i termini Sviceri e Suyzeri, per stabilizzarsi nella variante Svizzeri scelta da Machiavelli nel 1515.

Il nome antico Elvezia proviene dagli Elvezi, una popolazione celtica stabilitasi sull'Altipiano in epoca pre-romana. Gli Elvezi sono menzionati per la prima volta nel VI secolo a.C. Il nome Confoederatio Helvetica o Helvetia non figurava invece fra le tradizionali denominazioni del paese ed è stato utilizzato solo dopo la nascita dello Stato federale nel 1848 (quindi è da considerarsi un neologismo), con lo scopo di non privilegiare nessuna delle lingue ufficiali della Confederazione (oppure quando, per motivi pratici, era difficoltosa l'iscrizione in tre o quattro lingue). Tale denominazione compare piuttosto recentemente, in ambiti formali ed ufficiali: sulle monete e sui francobolli a partire dal 1879, sul frontone del Palazzo federale a Berna nel 1902 e sul sigillo della Confederazione nel 1948.

Dal 1995 l'acronimo “ch” costituisce il dominio di primo livello dei siti internet svizzeri.

Alla Svizzera è riconosciuta la connotazione di stato neutrale in quanto si impegna a non schierarsi in caso di guerra tra altri Stati. Questa è una condizione scelta dal Paese stesso, per questo si parla di una scelta libera, permanente ed armata.

La neutralità le è stata riconosciuta con il trattato di Parigi il 20 novembre 1815, dopo la sconfitta di Napoleone. La Svizzera aveva già richiesto di essere neutrale, ma la Francia rifiutò; infatti, a partire dal 1798, la Francia occupò il territorio svizzero ed impose altresì un'alleanza militare.

Prima di allora, precisamente all'indomani della fine della battaglia di Marigliano, la Repubblica Elvetica mantenne un profilo molto basso per quanto riguarda la politica estera. Nel 1515 la Svizzera stipulò infatti un trattato di pace con Francesco I° re di Francia e gli storici considerano questo atto come l’elemento cardine che ha dato vita alla neutralità del Paese.

Nel 1907, con la conferenza di pace dell'Aja, la Svizzera ha aderito ufficialmente alla neutralità in quanto ha firmato tutte le carte concernenti le convenzioni sui diritti ed obblighi della neutralità. Il diritto più importante che ne scaturisce è quello dell'inviolabilità del proprio territorio, a cui segue quello di non partecipare attivamente ad ogni forma di guerra e provvedere alla propria difesa. Questo tuttavia non impedisce alla Svizzera di fornire aiuti umanitari in situazioni di guerra.

Nel 1920 il Paese aderì alla Società delle Nazioni che aveva posto la sua sede proprio in Svizzera, a Ginevra. La Società riconobbe la neutralità permanente della Svizzera e la esonerò dalla partecipazione alle azioni militari.

La politica estera della Svizzera è improntata da cinque secoli (dal 1515) alla neutralità. Questo non ha impedito di sviluppare, soprattutto negli ultimi anni, una politica estera attiva, tesa ad appianare le divergenze fra stati terzi ("i buoni uffici"), a promuovere attivamente i diritti umani e a garantire le basi naturali della vita (l'impegno per lo sviluppo e l'affermazione di un sistema ambientale internazionale). Oltre a ospitare la sede delle Nazioni Unite, la Svizzera è la patria e la sede di due grandi organizzazioni internazionali: la Croce Rossa, fondata a Ginevra, e il World Wildlife Fund (WWF), fondato a Zurigo, ma con sede a Gland, nel Canton Vaud. Nel 1960 la Svizzera ha dato vita all'Associazione europea di libero scambio (AELS), ne è tuttora membro insieme con la Norvegia, il Liechtenstein e l'Islanda. Nel 1963 la Svizzera ha aderito al Consiglio d'Europa e nel 1975 all'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Membro anche dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD), nel 1992 la Confederazione è entrata a far parte del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e nella Banca Mondiale (WB). Il 10 settembre 2002, con l'approvazione popolare, la Svizzera è entrata a far parte dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), come centonovantesimo Stato.

In generale la Svizzera affronta la politica europea, così come quella estera, con prudenza e pragmatismo. Dopo il fallimento di alcuni referendum su un'eventuale adesione (ma con margini molto ristretti: il primo di questi, sullo Spazio economico europeo nel 1992, venne respinto dal 50,3% dei votanti), la Svizzera ha scelto una via basata su accordi bilaterali con l'Unione europea. Nel 2000 un importante pacchetto di 7 accordi, rispettivamente su libera circolazione delle persone, trasporto aereo, trasporti terrestri, agricoltura, ostacoli tecnici al commercio, appalti pubblici e ricerca, ha avuto l'avallo popolare. Questo pacchetto di 7 accordi è tenuto insieme dalla cosiddetta clausola ghigliottina, ossia che se uno solo dei 7 accordi viene messo in discussione, cade l'intero pacchetto. Nel giugno del 2005 la Svizzera ha aderito agli accordi di Schengen, negoziandone l'attuazione pratica in modo di mantenere controlli saltuari alle frontiere, e reclamando un eventuale diritto di rescissione. Il 25 settembre 2005, un altro referendum ha esteso l'accordo della libera circolazione delle persone ai 10 Paesi entrati nell'UE nel 2004 (il referendum riguardava solo questo accordo, in quanto gli altri 6 si erano già automaticamente estesi ai nuovi Paesi).

Il 26 novembre 2006, sulla scia delle trattative bilaterali in corso, un ulteriore referendum ha permesso l'approvazione della "Legge federale sulla cooperazione con i Paesi dell'Est": tale legge funge da base legale per il versamento di un miliardo di Franchi svizzeri (650 milioni di Euro), che avviene a tappe nell'arco di 10 anni, dal 2006 al 2016, a sostegno dello sviluppo sociale ed economico dei 10 Paesi che hanno aderito all'UE nel 2004. Il 12 dicembre 2008 la Confederazione è entrata nell'area Schengen come 25º Paese. Da allora non vi è più nessun controllo alla frontiera per le persone, mentre sono stati mantenuti i controlli per le merci. L'8 febbraio 2009 il popolo svizzero è stato chiamato a rispondere attraverso un referendum alla domanda se allargare l'accordo sulla libera circolazione delle persone anche alla Romania e alla Bulgaria e al rinnovo dello stesso accordo con gli altri stati Europei; il risultato è stato positivo con il 59,6% di preferenze.

La Svizzera è un paese di immigrazione da lunga data: nel 1830 gli immigrati rappresentavano il 2,1% della popolazione, cresciuti al 18% nel 1913. Da allora il numero è rimasto, in termini percentuali, praticamente costante. Nel 2012 gli stranieri rappresentavano circa il 22,7% della popolazione, facendo della Svizzera il paese europeo con la più alta presenza di immigrati dopo il Lussemburgo. Annualmente viene naturalizzato circa un decimo della popolazione straniera (ma la tendenza è in aumento: le naturalizzazioni sono triplicate dal 1992 al 2005). Nel 2005 circa un terzo della popolazione residente era immigrato o discendente di immigrati. Secondo i dati del 2012, la maggior parte degli stranieri proviene dall'Italia (16,2% ? Italo-svizzeri), dalla Germania (15,7%), dal Portogallo (13,0%), dalla Francia (5,6%) e dalla Serbia (5,4%). Nel 2009, 43.400 residenti avevano acquisito la cittadinanza elvetica.

A coloro che emigrano in Svizzera per ragioni economiche, vanno aggiunti attualmente circa 16.000 richiedenti l'asilo, pari allo 0,21% della popolazione: una percentuale - tradizionalmente - più alta di quella dei paesi vicini.. In passato la Svizzera ha offerto asilo politico a interi gruppi di persone in fuga da situazioni particolari. Durante la seconda guerra mondiale la Svizzera accolse oltre 51.000 profughi civili (pari all'1,2% della popolazione svizzera di allora: 14.000 dall'Italia, 10.400 dalla Francia, 8.000 dalla Polonia, 3.250 dall'Unione sovietica, 2.600 dalla Germania e 2.200 apolidi; complessivamente 21.000 erano ebrei). Nel 1956 vennero accolti 56.000 rifugiati provenienti dall'Ungheria, nel 1968 circa 11.000 rifugiati provenienti dalla Cecoslovacchia, nel 1973 oltre 8.000 rifugiati provenienti dal Cile e altri 8.000 provenienti dal Sud-est asiatico. Nel 1981 2.500 provenienti dalla Polonia. A partire dagli anni novanta il flusso si è intensificato: la Svizzera ha accolto circa 30.000 bosniaci (dal 1992) e 53.000 kosovari (dal 1999). A partire dal 2000 la principale comunità di rifugiati è quella eritrea.

Oltre agli stranieri che trasferiscono il loro domicilio in Svizzera, nel paese entrano giornalmente (o settimanalmente) circa (il numero varia annualmente) 250.000 frontalieri (lavoratori domiciliati nei paesi vicini che passano regolarmente il confine per lavorare, attratti da migliori condizioni di lavoro). Nel 2012 i frontalieri registrati erano 264.741. Oltre la metà proviene dalla Francia (138.542), quindi dall'Italia (61.801), dalla Germania (55.311), dall'Austria (8.120) e da altri paesi europei (967). La maggior parte dei frontalieri si concentra nella regione lemanica (89.017), nella Svizzera nord-occidentale (66.074) e nel Canton Ticino (55.879).



Fino al 1900 il saldo migratorio svizzero era passivo: coloro che lasciavano la Svizzera erano più numerosi di quelli che vi arrivavano. Tradizionalmente, prima che la Costituzione del 1848 lo proibisse, il mestiere più praticato dagli svizzeri all'estero era quello del mercenario: si calcola che dal 1400 al 1848 oltre due milioni di svizzeri combatterono nelle guerre europee. Tra la metà dell'Ottocento e la prima guerra mondiale emigrarono dalla Svizzera circa 400.000 persone. La maggior parte si diresse verso gli Stati Uniti, il Brasile (Nova Friburgo, 1819), l'Argentina (Villa Lugano, 1908), l'Uruguay (Nueva Helvecia, 1862; Nouvelle Berne, 1869), l'Australia e il Sud Africa.

Accanto all'emigrazione economica, vi è stata, a partire dal XVI secolo, la fuga da persecuzioni religiose. In particolare furono gli Anabattisti nel Cinquecento a dover abbandonare la Svizzera. Alla fine del Seicento, una nuova ondata di persecuzioni investì la comunità mennonita: nel 1693 Jakob Ammann (il fondatore della comunità Amish) e i suoi seguaci dovettero rifugiarsi prima sulle Alpi quindi, nel 1720, in Pennsylvania e successivamente nell'Indiana (Berne, 1852) dove hanno potuto conservare le loro peculiarità sino a oggi. Attualmente, per designare gli svizzeri emigrati all'estero, si parla di Quinta Svizzera (dopo le quattro realtà linguistiche nazionali). I cittadini svizzeri che risiedono all'estero sono circa 700.000 (quasi il 10% degli svizzeri che vivono in patria): la maggior parte di essi risiede in Francia (179.106), negli Stati Uniti (74.966), in Germania (74.966), in Italia (48.638), in Canada (38.866), nel Regno Unito (28.861), in Spagna (23.802), in Australia (22.757), in Argentina (15.624), in Brasile (14.653), in Israele (14.251) e in Sudafrica (9.035).

La neutralità è la condizione giuridica di quegli stati che intendono rimanere estranei in una guerra fra altri, cioè non partecipare né per l'uno né per l'altro dei contendenti. Tale condizione è costituita da rispettivi diritti e doveri internazionali, cui dà origine il rapporto giuridico che si viene a creare fra i detti stati e gli stati belligeranti. L'opposizione è dunque fra neutralità e guerra e non v'è, nel diritto internazionale moderno, posto per nessuna condizione giuridica intermedia. Un preciso concetto giuridico di neutralità fu infatti ignoto al diritto internazionale più antico; dipendeva dall'arbitrio del belligerante considerare o no come nemici gli stati che non parteggiavano per esso e i neutri generalmente si limitavano a trattare allo stesso modo i belligeranti.

Non mancarono convenzioni di neutralità, con cui gli stati reciprocamente si garantivano una certa immunità per il caso di guerra d'uno di essi con qualche altro stato; ma la nozione mancava d'ogni uniformità e precisione, mentre il vocabolo - che va comparendo qua e là in Francia, in Italia, in Germania, dalla fine del sec. XV al sec. XVII - viene registrato dal Wolff, alla metà del sec. XVIII (nel suo Jus gentium, 1749), come già d'uso comune nel linguaggio volgare per indicare quelli che U. Grozio chiamò: medii in bello (dicuntur vulgo neutrales).

Alla neutralità temporanea o occasionale, sopra definita, fa riscontro quella cosiddetta perpetua o permanente (per alcuni il contrapposto è fra neutralità volontaria e perpetua; sennonché anche quest'ultima è sempre volontaria, per lo meno formalmente), la quale costituisce per certi piccoli stati - nel loro interesse e nell'interesse degli stati vicini - una condizione giuridica prestabilita per ogni eventuale guerra; di conseguenza vincola la libertà dello stato in questione, vietandogli non solo d'intraprendere o di partecipare ad alcuna guerra (e quanto agli effetti il risultato è qui identico a quello della neutralità occasionale), ma anche di fare in tempo di pace una politica o di conchiudere trattati suscettibili di portare alla guerra. Creazione, questa degli stati permanentemente neutri, propria della politica europea del sec. XIX; tale fu la situazione - prima della guerra mondiale - del Belgio, del Lussemburgo, oltre che della Svizzera, la quale è la sola a conservarla anche oggi, avendone fatta una condizione espressa della sua entrata nella Società delle nazioni.

La neutralità presenta indubbi vantaggi, ma importa oneri corrispettivi (questa materia interessa specialmente la guerra marittima, perché è soprattutto in questo campo che esistono i più frequenti rapporti e si urtano i maggiori interessi opposti degli stati belligeranti e neutri).

Lo stato neutrale deve anzitutto astenersi da ogni ostilità e quindi da ogni azione che possa aumentare la forza d'un belligerante, o comunque avvantaggiarlo (la concessione di uguali agevolazioni o aiuti alle due parti avrebbe quasi sempre risultati diversi). Così è vietato allo stato neutrale:  l'invio di truppe o il loro reclutamento sul suo territorio (curiosa situazione quella della Svizzera, che forniva truppe a tutti gli stati; la costituzione del 1848 ha proscritto tali arruolamenti collettivi); la fornitura di armi e munizioni e in genere di tutto ciò che può servire alle forze armate (tale divieto riguarda lo stato e non i privati, a cui lo stato neutrale può lasciare libera, limitare, o interdire una simile attività); la concessione di prestiti o sussidi pecuniari (anche qui il divieto riguarda lo stato come tale, non i privati);  il far passare truppe dei belligeranti, o convogli a loro destinazione, o fare installare mezzi di comunicazione: nel caso di militari fuggiaschi, o di truppe in ritirata o disfatta, lo stato neutro ha l'obbligo di disarmarle e internarle fino alla fine della guerra. Il passaggio di feriti e malati di un belligerante può essere permesso a condizione che i relativi convogli non servano a nascondere o trasportare materiali di guerra o armati; i prigionieri di guerra evasi o rifugiati in territorio neutro devono essere lasciati liberi e così pure i prigionieri trasportati da truppe che abbiano sconfinato; circa il soggiorno nelle acque neutrali di navi belligeranti il divieto non è così rigoroso come per il passaggio di truppe; all'infuori del pericolo di mare, la tolleranza d'un breve soggiorno (per es., di 24 ore, o per il tempo di rifornirsi di viveri strettamente necessari, o di provvedere a riparazioni indispensabili) è ammessa. Nel caso poi che navi da guerra delle due parti nemiche vengano a trovarsi nello stesso porto neutrale, la loro uscita è regolata dalle autorità del luogo.

In cambio dei detti doveri lo stato neutrale ha diritto a che sul suo territorio (compreso il mare territoriale) non vengano compiuti atti di guerra o preparativi di nessun genere, a che le persone dei propri cittadini o sudditi e i loro beni siano rispettati: tale protezione cessa se l'individuo si espone, a favore d'un belligerante, ad atti colpiti dalle leggi e dagli usi di guerra.

Lo stato neutrale deve sopportare le restrizioni che alla libertà del commercio sono apportate dalle norme e dagli usi di guerra. È in questo campo principalmente che il contrasto di interessi fra stati belligeranti e neutri si è sempre rivelato più acuto. La Ligue de neutralité armée - che nel 1780 riunì contro l'Inghilterra quasi tutti gli altri maggiori stati - fu conchiusa appunto per opporsi alle pretese eccessive sollevate dalla detta potenza, al principio della guerra d'indipendenza americana.

In massima il commercio dei neutri è libero. La libertà del commercio neutrale significa il diritto per tutti i sudditi degli stati neutri di esercitare il commercio, durante la guerra, anche con i belligeranti e anche sul loro territorio e nell'alto mare. Le restrizioni a detta libertà concernono la confisca delle merci e delle navi neutre, nei due casi del contrabbando di guerra e del blocco.

Costituiscono contrabbando di guerra anzitutto le merci e cose d'impiego militare immediato ed esclusivo. A questa specie di contrabbando, detto assoluto, si suole accostare - come contrabbando per analogia - il trasporto di corrispondenza per le forze armate, di truppe e di ufficiali. V'è poi il cosiddetto contrabbando relativo, costituito da tutte quelle cose di uso promiscuo, di cui Grozio dava come es. i cavalli, ma la cui lista si è endata grandemente aumentando con gli sviluppi dei mezzi di offesa e difesa moderni. La distinzione vorrebbe avere come conseguenza un più rigoroso apprezzamento della destinazione per il contrabbando assoluto, che basta sia diretto a un qualsiasi punto del territorio nemico (anzi, con la teoria della continuità del viaggio è confiscabile anche se diretto a un porto neutro, quando si ha ragione di credere che questo serva solo di tappa a un ulteriore viaggio verso il nemico); mentre per il contrabbando relativo si vorrebbe la diretta destinazione alle forze nemiche e mai dovrebbe avere luogo l'applicazione della teoria del viaggio continuo. Ma la guerra mondiale ha infranto le poche norme al riguardo e tutto sarebbe qui da rifare. (Il contingentamento è un espediente che ebbe qualche applicazione durante la guerra mondiale e consiste nell'autorizzare una certa quantità d'importazioni, calcolata sulla base delle ordinarie importazioni d'anteguerra, considerando il di più come contrabbando di guerra).

Il blocco consiste nell'interruzione d'ogni commercio e comunicazione, a cui un belligerante vuole sottoporre un dato porto o un dato tratto di coste del nemico. Anche qui l'interesse dei belligeranti li porterebbe a eccedere (restarono famosi i cosiddetti blocchi sulla carta, o fittizi, fra l'Inghilterra e la Francia, durante le guerre della rivoluzione e quelle napoleoniche). Le marine mercantili neutrali devono astenersi dall'accedere al luogo bloccato, la violazione di tale divieto importa confisca della nave e anche del carico nei casi più rigorosi (dichiarazione di Londra, 26 febbraio 1909, art. 21). La pratica del blocco è universale, ma essa ormai soggiace alle condizioni dell'effettività e della notifica. Come spiega l'art. 4 della dichiarazione di Parigi del 16 aprile 1856 l'effettività è data dall'essere il blocco mantenuto "da una forza sufficiente a interdire realmente l'accesso del litorale nemico". Quanto alla notificazione, essa è resa necessaria perché il blocco sia conosciuto e va fatta dal belligerante agli stati neutri, alle autorità del posto bloccato e anche singolarmente alle navi, che si presentano davanti la linea di blocco, quando non è presumibile che ne abbiano avuto conoscenza. Anche per il blocco si è ricorso alla teoria del viaggio continuo, come un diritto di prevenzione per il belligerante di confiscare una nave fin dalla sua partenza, quando si può presumere che il suo viaggio verso un porto non bloccato sia una semplice tappa nella sua destinazione definitiva. La dichiarazione di Londra citata (art. 19) ha condannato una simile pratica. Nella guerra mondiale in principio si seguirono le regole di Londra, ma non in seguito. Anche la presunzione di conoscenza del blocco fu allargata.

All'infuori dei casi di contrabbando di guerra e di blocco, la libertà di commercio dei neutri è oggi integrata col sistema instaurato dalla dichiarazione di Parigi del 16 aprile 1856: il sistema della bandiera che copre la mercanzia e non la confisca, per cui la bandiera neutrale copre la mercanzia nemica e la mercanzia neutrale non è confiscabile anche a bordo di nave nemica. E il sistema più favorevole ai neutri e che, accettato quasi universalmente, è succeduto a sistemi più rigorosi: a quello del Consolato del mare - del contaggio ostile - della bandiera che copre la mercanzia e la confisca.

La nozione della neutralità, quale è stata sopra definita, appare avviata a nuova evoluzione dopo il Patto della Società delle nazioni e gli altri atti intesi a organizzare la difesa della pace e a fare, ove occorra, della guerra l'estremo atto di un'esecuzione forzata collettiva. Si è parlato d'una vera fine della neutralità. Neutralità e Società delle nazioni sono apparsi termini antitetici, poiché mentre neutralità vuol dire astensione dai conflitti altrui, la Società delle nazioni mira a rendere solidali gli stati. Ciò nonostante la neutralità persiste ancora giuridicamente nell'economia del Patto, in quanto in esso pure persiste giuridicamente la guerra.


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venerdì 1 gennaio 2016

LA VAL BREGAGLIA

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Idilliaca valle alpina che allaccia il canton Grigioni all’Italia, il nord con il sud. Un paesaggio intatto, semplicemente autentico, che offre non solo meravigliose escursioni, ma anche la possibilità di conoscere una cultura affascinante. Valle natia dell’artista Alberto Giacometti, la Bregaglia, grazie ai suoi sereni panorami rupestri, ospitò e ispirò vari artisti, tra cui Giovanni Segantini e Varlin.

La Val Bregaglia è una valle attraversata dal fiume Mera che sfocia nel Lago di Como, la valle incomincia dal Passo del Maloja o Passo del Maloggia (1.815 m) e finisce alla confluenza del Liro nel Mera; è per la maggior parte svizzera e solo l'ultima parte è italiana.

La popolazione è interamente di lingua italiana e parla un dialetto lombardo molto influenzato dal romancio, la religione è cattolica nella parte italiana e protestante nella parte svizzera dopo l'adesione alla riforma nel 1522.

La lingua dell'intera valle è l'italiano, viene comunque anche parlato il dialetto bregagliotto parte dei dialetti lombardi, molto influenzato dal romancio.

La parte svizzera è in maggioranza evangelica protestante, la parte italiana cattolica.

La parte svizzera già parte dei patrimonio degli Asburgo d'Austria fino al 1367, dal 1367 entra a far parte della Lega Caddea contro gli Asburgo, che nel 1498 diventerà parte dei Grigioni, cantone alleato alla Confederazione Svizzera, dal 1798 al 1815 fa parte della Repubblica Elvetica, e dal 1815 della Svizzera, di cui segue completamente la storia.
Parte Italiana:
La parte italiana già parte del Ducato di Milano fino al 1512, dal 1512 al 1797 assieme alla Valtellina fa parte dei Grigioni, dal 1797 al 1802 fa parte della napoleonica Repubblica Cisalpina, poi dal 1802 al 1805 della napoleonica Repubblica Italiana, dal 1805 al 1814 fa parte del napoleonico Regno d'Italia, dal 1815 al 1859 è parte dell'austriaco Regno Lombardo-Veneto, dal 1859 al 1861 è parte del Regno di Sardegna e dal 1861 al 1943 del Regno d'Italia, dal 1943 al 1945 fa parte della Repubblica Sociale Italiana, dopo la liberazione segue la storia d'Italia.

Il solco della valle è compreso tra due dorsali montuose con andamento abbastanza lineare e piuttosto definite: nella destra idrografica la dorsale Piz Lunghin-Piz Duan-Pizzo Galleggione, che la divide dalla Val d'Avers; nella sinistra idrografica la dorsale dei monti della Val Bregaglia, oltre la quale vi è il bacino della Val Masino. In esse si sviluppano le tre principali valli laterali della Bregaglia: a destra la Val Maroz, che si diparte dal fondovalle presso la località di Casaccia e s'incunea tra la mole del Piz Duan, 3131 m s.l.m., massima vetta di questo lato, e la cresta dei monti d'Avers; a sinistra la Val d'Albigna, in buona parte occupata da un grande bacino artificiale, e la più nota Val Bondasca, che penetra tra i celeberrimi gruppi montuosi delle Sciore e del Cengalo-Badile, dominata dalle imponenti pareti nord di essi, teatro di numerose e storiche imprese alpinistiche: in questo caso la massima vetta compresa nel bacino della Bregaglia è il Pizzo Cengalo, 3367 m s.l.m.

Idrograficamente, anche la Valle del Forno, che dal Passo del Maloja s'incunea verso il Passo del Muretto, oltre il quale vi è la Valmalenco, e le vette più orientali del Masino, è da considerare come parte del bacino (sinistro) della Val Bregaglia, tuttavia viene più spesso indicata come facente parte, geograficamente, dell'Engadina.

Si chiama mascarplin in alta Val Bregaglia (ovvero Sopraporta come si dice localmente) e mascarpel in bassa valle (Sottoporta). Il formaggio è lo stesso ma, da sempre, questa piccola valle stupenda e incontaminata del Cantone dei Grigioni, gestita amministrativamente da un solo comune – Bregaglia, che conta poco più di un migliaio di abitanti divisi in sette diverse località – inspiegabilmente gli attribuisce due nomi leggermente diversi. L’assonanza con la mascherpa prodotta nella vicina Valtellina è evidente. D’altra parte la Valtellina è solo a pochi chilometri più a sud, più o meno parallela alla Val Bregaglia, e il nome mascherpa o mascarpa o mascarpin indica anche in Lombardia ricotte e simili, fatti soprattutto con siero di latte vaccino integrato da un poco di latte di capra. Anche in Val Bregaglia il mascarplin non è la produzione principale dei pastori locali, proprio come in Valtellina, ma qui si lavora solo con il latte delle capre allevate sui maggesi oppure in alpeggio. Le razze maggiormente presenti sono la camosciata delle Alpi, la striata grigionese, la cosiddetta grigia e la colomba e si nutrono da sei a dieci mesi l’anno di erbe dei pascoli e fieno locale.
Le produzioni principali dei piccoli produttori locali sono formaggi di varie tipologie, non necessariamente tradizionali. Successivamente alla lavorazione principale si procede con quella del mascarplin: il latte viene scaldato ad alta temperatura, sopra in 90 gradi, poi il casaro aggiunge la cosiddetta maestra che non è altro che un avanzo del siero del giorno prima (quella che i pastori italiani chiamano agra), integrato con un poco di acido citrico, mentre un tempo era prodotta con per lo più aggiungendo al siero frutta secca e fermentata, bacche, radici, conservato e rinnovato per mesi. La maestra innesca la coagulazione e quindi l’addensamento della residua massa caseosa che viene posta a sgocciolare per circa otto ore in piccoli contenitori cilindrici forati. Quindi le forme sono estratte e salate a secco e poi poste ad asciugare un giorno al fresco (anche all’aperto) nella moschiera. Le piccole forme, alte circa 8/10 centimetri con diametro di circa 10 centimetri pesano da 250 a 500 grammi.
La stagionatura deve essere almeno di due, tre settimane: il periodo di affinamento ideale per apprezzare al meglio il mascarplin. Ma purtroppo va a ruba ben prima. Un tempo veniva conservato anche più a lungo, sviluppando però un sapore che è troppo forte per i palati moderni.









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sabato 12 dicembre 2015

LE ALPI LEPONTINE

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Le Alpi Lepontine sono una sezione delle Alpi che interessa la Svizzera e l'Italia. Si trovano nelle Alpi Nord-occidentali.

Prendono il nome dai Leponzi, antica popolazione che abitava questi monti.

In Svizzera le Alpi Lepontine coprono la parte settentrionale del Cantone Ticino, la parte sud-orientale del Cantone Vallese, la parte meridionale del Canton Uri e la parte occidentale del Canton Grigioni. In Italia coprono una parte nord-orientale del Piemonte ed una parte nord della Lombardia.

Dal punto di vista orografico le tre sottosezioni delle Alpi Lepontine sono lungo la catena principale alpina.

Confinano a nord con le Alpi Bernesi separate dal Passo della Furka e con le Alpi Glaronesi separate dal passo dell'Oberalp, ad est con le Alpi Retiche occidentali separate dal passo dello Spluga, a sud con le Prealpi Luganesi separate dal Passo San Jorio e ad ovest con le Alpi Pennine separate dal passo del Sempione.
Il limiti geografici nel dettaglio sono: passo del Sempione, torrente Saltina, Briga, fiume Rodano, Oberwald, passo della Furka, torrente Furkareuss, Andermatt, torrente Oberalpreuss, passo dell'Oberalp, fiume Reno Anteriore, Disentis, Tamins, Reno Posteriore, Splügen, passo dello Spluga (confine Svizzera/Italia), torrente Liro, Chiavenna, fiume Mera, lago di Como, Gravedona, torrente Liro di Gravedona, passo San Jorio (confine Italia/Svizzera), torrente Morobbia, fiume Ticino, lago Maggiore (confine Svizzera/Italia), fiume Toce, Domodossola, torrente Diveria (confine Italia/Svizzera), Simplon, passo del Sempione.

Le Alpi dell'Adula (dette anche Alpi Mesolcinesi e Grigionesi Occidentali oppure Alpi Lepontine Orientali) sono una sottosezione delle Alpi Lepontine. La vetta più alta è l'Adula che raggiunge i 3.402 m s.l.m..

Si trovano in Svizzera (Canton Ticino e Canton Grigioni) ed, in parte minore, nell'Italia (Regione Lombardia).

Costituiscono la parte più orientale delle Alpi Lepontine oltre il Passo del Lucomagno.

Prendono il nome dall'Adula, montagna più alta e più significativa del gruppo.
La Catena Mesolcina (detta anche Catena Tambò-Forcola) è un gruppo montuoso delle Alpi dell'Adula che segna il confine tra l'Italia (Lombardia) e la Svizzera (Canton Grigioni) tra il Passo San Jorio ed il Passo dello Spluga.

Prende il nome dalla Val Mesolcina che la delimita ad ovest. Si chiama anche Catena Tambò-Forcola dalle sue due vette più significative: il Pizzo Tambò ed il Piz della Forcola.

Il Pizzo Tambò (scritto anche Pizzo Tambo) è una montagna delle Alpi alta 3.279 m s.l.m. È la più alta della catena Mesolcina che, staccandosi dalle Prealpi Luganesi verso Nord, ha termine in corrispondenza del Passo dello Spluga, determinando il confine tra l'Italia e la Svizzera (Canton Grigioni).
La sua mole rocciosa è formata prevalentemente da rocce metamorfiche con stratificazione verticale (gneiss, micascisti, filladi) di solidità digradante dalla base verso la vetta, poco sotto la quale si trova anche una piccola porzione di dolomia.
È formata essenzialmente da tre versanti: il versante nord, svizzero, che scende sulla Tamboalp in territorio di Splügen, presentando una piccola vedretta ormai in quasi completo disfacimento (Tambogletscher) ed un lago che ne raccoglie la fusione; il versante occidentale, ancora svizzero, tanto scosceso quanto sovente sfasciumato e del tutto deglacializzato, del quale fa parte anche la incassata parete sud-ovest che cela alla sua base la minuscola "Vedretta del Tambò"; il versante orientale, italiano, che digrada piuttosto interrotto ma senza vere e proprie pareti sul Passo dello Spluga e sul bacino di Montespluga, presentando la più cospicua Vedretta della Spianata. Verso sud la vetta digrada trasformandosi in una cresta ricca di vette secondarie (Pizzo Zoccone, la più rilevante) e andando a congiungersi alla struttura rocciosa del Gruppo del Ferrè.
È sostanzialmente impossibile stabilire quando avvenne la prima "vera" ascensione alla vetta del Tambò: la relativa facilità di salita del versante orientale può far senza dubbio supporre l'arrivo sulla sommità di altri prima del conquistatore "ufficiale", Johann Jacob Weilenmann con guida, nel luglio del 1859, proprio da quel versante.
Essendo la più alta vetta della regione e dunque offrendo un panorama eccezionale, essa è assai frequentata alpinisticamente, d'estate e d'inverno; la via "normale" di salita, che impone qualche cautela solo sulla breve cresta finale di roccioni e sfasciumi che adduce alla vetta, viene fatta iniziare generalmente dalla dogana italiana del Passo dello Spluga, e percorre interamente il crestone orientale, transitando a lato della tozza sommità del Tamborello (o Lattenhorn); è possibile salire anche dal versante svizzero (nord), in questo caso la via si congiunge a quella italiana appena sotto la citata cima del Tamborello.

Il Pizzo dei Piani (3.158 m s.l.m.) si trova lungo il confine tra l'Italia (Lombardia) e la Svizzera (Canton Grigioni). La montagna è collocata nella Catena Mesolcina tra l'italiana Valle Spluga e la svizzera Val Curciusa poco a sud del Pizzo Ferrè.
Il Pizzo Ferrè (3.103 m s.l.m.) si trova in provincia di Sondrio (Lombardia) non lontano dal confine con la Svizzera.
La montagna è collocata nella Catena Mesolcina tra l'italiana Valle Spluga (nelle sue vallate laterali Val Loga e Val Schisarolo) e la svizzera Val Curciusa. Si può salire sulla vetta partendo da Montespluga e passando per il Bivacco Cecchini (2.773 m s.l.m.).

Il Pizzo Quadro (3.015 m s.l.m. si trova lungo il confine tra l'Italia (provincia di Sondrio) e la Svizzera (Canton Grigioni). Dal versante svizzero la montagna domina la val Mesolcina; dal versante italiano si affaccia sulla Valchiavenna.

Le Cime di Val Loga sono un gruppo montuoso facente parte della Catena Mesolcina posto sulla cresta confinaria tra Italia e Svizzera che dal Pizzo Tambò si dirige con andamento regolare verso sud al gruppo del Pizzo Ferrè.
Deriva dalla sottostante Val Loga, della quale rappresentano le sommità della testata.
Le vette toponomasticamente definite sono tre: la cima settentrionale (2968 m s.l.m.), la "cima centrale" (3004 m, massima elevazione) e la "cima meridionale" (3003 m), tutte scarsamente pronunciate rispetto alla linea di cresta sia sul versante italiano che su quello elvetico, formate soprattutto da gande e sfasciumi di gneiss, anfiboliti e filoni pegmatitici. Sul versante italiano, alcuni nevai e placche ghiacciate che sovente permangono fino a stagione avanzata ricordano la presenza di un ghiacciaio ormai da tempo estinto, denominato Vedretta di Val Loga, del quale sono ancora piuttosto identificabili i cordoni di detrito morenico.
Le Cime di Val Loga determinano con la cresta che ne unisce le sommità il confine tra Italia e Svizzera, e appartengono ai territori comunale di Madesimo e di Mesocco (cantone Grigioni), alla testata della omonima val Loga e soprastanti la Val Curciusa.
Le vette delle Cime di Val Loga offrono un bel panorama, avendo in primo piano la testata della Valle Spluga e le sue cime, con bella visuale soprattutto sul Gruppo e sul ghiacciaio del Ferrè, e sul gruppo del Suretta; a ovest è ammirabile il solco della Val Curciusa e buona parte delle vette del Canton Ticino settentrionale, mentre a nord la visuale è chiusa dalla mole del Pizzo Tambò. Alla base delle cime e in posizione centrale rispetto ad esse, a 2773 m, sorge il bivacco Cecchini, facilmente raggiungibile da Montespluga, punto d'appoggio utile soprattutto per l'ascensione al Pizzo Ferrè.
Le sommità delle Cime di Val Loga sono tutte abbastanza facilmente raggiungibili con percorso di tipo escursionistico. Si sale per via diretta dal versante italiano con partenza dal bivacco Cecchini, procedendo su tracce di sentiero e percorso sempre intuibile, disagevole a tratti solo per il terreno di detriti e sfasciumi. L'unico percorso di natura alpinistica del gruppo è la traversata di cresta tra le tre cime, con rari passaggi in roccia fino al III grado e difficoltà generale valutata PD, che comunque risulta di interesse limitato e poco frequentata.
Non esistono impianti sciistici in prossimità delle vette, che invece acquisiscono un notevole interesse come mete scialpinistiche, posta la regolarità e la pendenza mai eccessiva dei pendii che scendono verso la val Loga e la piana di Montespluga.

Il Pizzo Tamborello è una montagna delle Alpi alta 2.858 m s.l.m.. Appartiene al gruppo del Pizzo Tambò, sulla cresta orientale che sale dal Passo dello Spluga verso la sommità dello stesso, sul confine italo-svizzero tra il Canton Grigioni e la Lombardia.
Facilmente salibile sulle sue brevi creste est e ovest, non presenta alcun interesse alpinistico ma semmai solo geografico "pratico", come riferimento sulla via di salita "normale" (sia italiana che svizzera) verso la vetta del sovrastante e ben più celebre Tambò, rappresentando per questa, nel caso di condizioni avverse, una meta di ripiego.

Il Piz della Forcola (2.675 m s.l.m.) si trova sul confine tra l'Italia (provincia di Sondrio e la Svizzera (Canton Grigioni). Sul versante svizzero la montagna contorna la Val Mesolcina, su quello italiano si affaccia sulla Valchiavenna, precisamente sul comune di Gordona.

Il Pizzo Cavregasco con i suoi 2535 m s.l.m. è la cima più alta della provincia di Como (ma non il suo punto più alto: questo si trova in corrispondenza dell'anticima sul del Pizzo Paglia, alla quota di 2550 m) pur trovandosi parzialmente anche in quella di Sondrio. Esso appartiene al gruppo delle Alpi Lepontine e al sottogruppo denominato localmente "Catena dei Muncecch", che segna il confine tra l'Italia e la Svizzera, partendo dal Passo San Jorio fino al Monte Berlinghera.
La cima più alta della "catena dei Muncecch" è in realtà il Pizzo Paglia, 2593 m s.l.m., ma la vetta si trova interamente in territorio elvetico, anche se di poche centinaia di metri.

La Cima dello Stagn (2.380 m s.l.m. - detto anche Scima del Stagn o Cima di Paina) è una montagna che si trova lungo il confine tra l'Italia e la Svizzera, tra il Canton Grigioni e la Lombardia.
Sul suo crinale passa il confine tra i comuni svizzeri di Roveredo e di Grono nel Distretto di Moesa.

Il monte Berlinghera (1.930 m s.l.m.) è una vetta facente parte delle Alpi Lepontine sulla sponda occidentale del lago di Como e del lago di Mezzola.
Sulla sua cima passa il confine tra la provincia di Como (versante sud nel comune di Sorico) e la provincia di Sondrio (versante nord nel comune di Samolaco). Le pendici scoscese sono delimitate a nord, est e sud dal torrente Mera e dal lago di Mezzola, e ospitano, alla confluenza del fiume col lago, il tempietto romanico di San Fedelino e le frazioni di Albonico, Bugiallo e Dascio.
Riconosciuta da più riviste specializzate, l'ascensione alla vetta viene segnalata quale alto esempio del paesaggio prealpino caratterizzato da un elevatissimo grado di naturalità. Da Gera Lario si prende la strada per Montemezzo - Bugiallo seguendo poi le indicazioni per la chiesa di San Bartolomeo (1204 m). Lasciati i veicoli nei pressi di questo insolito edificio, si cammina in un fitto bosco fino a raggiungere un'ampia valle, colma di bestiame al pascolo. Sulla sinistra, ad un centinaio di metri, si trova l'"Alpe di Mezzo" (1540 m) e sulla destra, un po' più in alto, l'"Alpe Pescedo".
Si sale diritti, attraverso i pascoli, fino alla "Bocchetta Chiaro" (1660 m). Seguendo l'elettrodotto è impossibile sbagliare, sebbene il sentiero sia difficile da individuare. Raggiunta la bocchetta si prende a destra, la traccia è evidente ed abbastanza facile anche se in forte pendenza.
Durante la fine della seconda guerra mondiale alle pendici del monte Berlinghera ricche di nascondigli naturali e fitti boschi, aveva presidio la 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" la stessa che trasse in arresto Benito Mussolini il 28 aprile 1945 guidata dal partigiano Pier Luigi Bellini delle Stelle. L'alpeggio del Monte Berlinghera fece da scenario al massiccio rifornimento aereo Britannico nella notte del 5 aprile 1945. Su di esso infatti venne paracadutato materiale bellico per i partigiani del posto: 20 mitragliatrici pesanti, trecento Sten, mortai e munizioni.
Nell'anno 1969 sulla vetta venne costruita da parte del Gruppo Alpini di Sorico una cappella votiva. All'interno si conservavano diverse lapidi provenienti dai gruppi alpini italiani ed esteri a ricordo dei caduti di tutte le guerre. La costruzione ebbe vita breve infatti pochi anni dopo venne sgretolata da un fulmine. Oggi esistono solo i muri perimetrali e un poco più a valle si riconosce ancora parte della curiosa copertura a forma di cappello d'alpino.


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giovedì 25 giugno 2015

LE PREALPI VARESINE



Le Prealpi Varesine occupano in territorio italiano la porzione centro settentrionale della Provincia di Varese ed in territorio elvetico parte del Mendrisiotto, del Luganese e del Locarnese nel Canton Ticino.

La cima più elevata è il Monte Tamaro (1967 m s.l.m.), in territorio elvetico.

Esse sono delimitate a nord-ovest dal Lago Maggiore o Verbano (tra Laveno ed il Piano di Magadino), ad est dalla Val d'Agno (Svizzera) e dal ramo occidentale del Lago di Lugano o Ceresio, a sud dalla Pianura Padana.

Le Prealpi Varesine possono essere suddivise in due catene principali, separate dalla valle del Tresa: a nord la Catena Tamaro-Gambarogno-Lema, a sud la Catena Piambello-Campo dei Fiori-Nudo.

La prima è dominata dal Monte Tamaro (1967 m) e dal Monte Gradiccioli (1936 m). Altre vette importanti sono il Monte Paglione (1554 m), il Monte Magno (1640 m) ed il Monte Lema (1621 m). Tra i torrenti che scendono dal Monte Tamaro, il più importante è il Giona, che si immette nel Lago Maggiore nei pressi di Maccagno. Poco più a nord si trova il Lago Delio.

La catena Piambello-Campo dei Fiori-Nudo è composta da diversi gruppi montuosi. Subito a nord di Varese si trova il Massiccio del Campo dei Fiori di Varese, parte principale dell'omonimo gruppo e la cui vetta principale è la Punta di Mezzo (1227 m). Si tratta di una lunga dorsale calcareo-dolomitica, delimitata a sud dal Lago di Varese, ad est dalla Val di Rasa e a nord dalla Valcuvia. Oltre alle numerose grotte, tra le quali spiccano la Grotta Marelli, la Grotta del Remeron, il Bus della Scondurava e la Grotta del Ghiaccio, sono interessanti le "marmitte dei giganti" sul torrente Vellone e le sorgenti perenni del Faggio, del Ceppo e di Fontana Rossa.

Meta di pellegrinaggio è il complesso religioso del Sacro Monte di Varese, che sorge su una delle vette del massiccio. A Punta Paradiso (1226 m) la Cittadella di Scienze Naturali Schiapparelli, che ospita un osservatorio astronomico ed il Centro Geofisico Prealpino. Sul Monte Tre Croci (1124 m) si trova la stazione dei fulmini De Bernardi, sul Monte Tre Crocette (1033 m) l'ex Grand Hotel Campo dei Fiori, sulla Punta di Orino (1139 m) si trovano i ruderi di un forte militare.

Ad est del Campo dei Fiori, superata la Val di Rasa di Varese si trova il Gruppo della Martica (1032 m). Il gruppo è delimitato ad est dalla Valganna, a nord dalla Valcuvia, ad ovest dalla Val di Rasa ed a sud dalla città di Varese. Il Martica è di origine geologica simile al Campo dei Fiori. Degne di nota sono le Grotte di Valganna, l'Antro delle Gallerie, il Boeuc dul Alabastro, le Cascate di Valganna e le Forre della Valganna, formate dalle acque del torrente Fredda e del fiume Olona. Alti interessanti fenomeni naturali sono i pinnacoli calcarei del Monte Chiusarella (915 metri) ed i thor (gigantesche rocce abbandonate dai ghiacci) del Monte Martica. Appartiene al Gruppo del Campo dei Fiori anche il Gruppo del Mondonico, che comprende il Monte Mondonico (807 m) ed il Monte Scerrè (796 m).

A est della Valganna si trova il Massiccio del Monte Piambello (1129 m), delimitato a nord-est dal Lago Ceresio, a sud-est dalla Valceresio. Fa parte del gruppo omonimo anche il gruppo dei Sette Termini (o Bedeloni) che col Monte La Nave tocca i 988 metri. Altre vette del gruppo sono il Monte Mezzano (922 m), I Bedeloni (972 m) ed il Monte Castelvecchio (623 m). A sud est, oltre la Valceresio si trova il Gruppo del San Giorgio-Pravello, in gran parte compreso nel Canton Ticino. La cima principale è il Monte San Giorgio (1100 m); appartengono al gruppo anche il Monte Pravello (1015 m), il Monte Orsa (998 m) ed il monte Sant'Elia (678 m).

Tra la Valcuvia, la Valtravaglia ed il Lago Maggiore si trova il Gruppo della Valcuvia, il più elevato delle Prealpi Varesine meridionali con i 1235 metri del Monte Nudo. Appartengono al gruppo il Sasso del Ferro (1062 m), Poggio Sant'Elsa (950 m), i Pizzoni di Laveno (1203 m), il Pizzo di Cuvignone (1018 m), il Monte della Colonna (1203 m), il Monte San Martino (1087 m) ed il Monte Pian Nave (1058 m).

Il Monte Tamaro (1.961 m s.l.m.) si erge a sud-ovest del Passo del Monte Ceneri e divide con il passo e altri monti il Canton Ticino in Sopraceneri e Sottoceneri. Una funivia collega Rivera (Svizzera) paese posto ai suoi piedi con l'Alpe Foppa posto a 1567 m. In passato fu anche una stazione sciistica.
Negli anni novanta, venne costruita all'alpe Foppa, su progetto di Mario Botta, la Cappella di Santa Maria degli Angeli, con all'interno pitture di Enzo Cucchi. Altre opere d'arte di natura scultorea sono la Madonna del Tamaro di Antonio Danzi, Il guardiano del tempio di Luca Marcionelli e Suspended Cube di Jaya Schürch.
Presso la sommità imponenti antenne sono state poste dalla Swisscom per collegare telematicamente il cantone con il resto della Svizzera.
A partire dagli anni Sessanta, con l'apertura dell'ovovia Rivera-Alpe Foppa, il Monte Tamaro divenne una medio-piccola stazione sciistica. Furono realizzate una seggiovia biposto, tre skilift ad ancora ed una manovia. Le piste erano cinque ed erano lunghe complessivamente circa 15 km. Una pista consenteva di scendere fino alla stazione intermedia dell'ovovia, in località Pian di Mora a 1150 m, mentre la seggiovia biposto consentiva di raggiungere i 1650 m.
Negli anni Novanta gli inverni scarsamente nevosi misero in difficoltà economiche i gestori degli impianti. Per questo nel 2003, complici anche le previsioni di un lento ed inesorabile surriscaldamento globale, si decise di chiudere gli impianti sciistici e di trasformare la località in un grande parco divertimenti estivo. Alla stazione intermedia dell'ovovia fu aperto un parco avventura, mentre all'arrivo dell'ovovia, all'Alpe Foppa, vennero realizzate una slittovia biposto  ed una tirolese.

La Catena Tamaro-Gambarogno-Lema si trova in Svizzera (Canton Ticino) ed in Italia (Provincia di Varese). Prende il nome dal Monte Tamaro, dal Monte Gambarogno e dal Monte Lema, montagne più significative del gruppo.
Ruotando in senso orario i limiti geografici sono: Passo del Monte Ceneri, Val d'Agno, Lago di Lugano, Valle del Tresa, Lago Maggiore, Piano di Magadino, Passo del Monte Ceneri.

La Catena Piambello-Campo dei Fiori-Nudo si trova in provincia di Varese) ed in parte minore in Canton Ticino. Prende il nome dal Monte Piambello, dal Massiccio del Campo dei Fiori e dal Monte Nudo, montagne più significative del gruppo
Ruotando in senso orario i limiti geografici sono: Valle del Tresa, lago di Lugano, colline del Varesotto, Lago Maggiore, Valle del Tresa.

I versanti del monte Gradiccioli scendono su tre vallate: a sud verso il Malcantone, a est verso la Valle del Vedeggio e a ovest verso la Val Veddasca. A nord invece si congiunge alla vetta del Monte Tamaro che lo sovrasta di qualche metro.
Il monte è facilmente raggiungibile dal paese di Arosio, nel Malcantone. Una mulattiera ben segnata conduce ad un passo di montagna denominato "Bassa di Arosio (1.367 m)" in poco più di un'ora di cammino. Dal passo si segue la cresta nord-est fino in vetta. Solo in inverno, con neve abbondante o ghiaccio, la cresta può essere pericolosa, essendo abbastanza ripida. Sono consigliabili in questo caso le ciaspole o i ramponi. Il monte si raggiunge anche effettuando la traversata Monte Lema-Monte Tamaro, molto conosciuta e frequentata nel Canton Ticino.
Dalle sue pendici nasce il fiume Magliasina che scorre nel Malcantone e dal suo versante est sgorgano ricche sorgenti che la città di Lugano ha sfruttato sin dagli inizi del secolo scorso, questo versante a differenza degli altri due erbosi, è ricoperto da una ricca foresta di conifere, frutto di una piantagione effettuata dalla città di Lugano a protezione delle sorgenti che portano il nome Cusello.

Il Monte Lema è una montagna di 1.624 m s.l.m. sul versante svizzero è raggiungibile con una funivia che parte da Miglieglia. Sulla sommità vi è un ristorante con servizio di piccolo albergo, un osservatorio astronomico amatoriale e una stazione meteorologica con un'antenna radar. La vetta è compresa in un vasto tracciato di sentieri che si snodano su queste prealpi per oltre ottanta chilometri.
La via più frequentata è la traversata dal Monte Lema al Monte Tamaro, si cammina sulla cresta delle montagne e la magnifica vista si estenda dal Lago Maggiore al Lago Ceresio. Meta anche di escursionisti in Mountain bike. In passato, tra gli anni sessanta e novanta del XX secolo, il Lema fu anche una piccola stazione sciistica, composta da due skilift, chiusa poi per scarsità di innevamento e mancanza di clientela.
Discendendo verso il versante italiano (comune di Dumenza) si raggiunge il Pradecolo (1184 mlsm), alpe con un rifugio alpino con cappelletta annessa e qualche baita privata. Poco più in basso (979 m) il monastero benedettino della Santissima Trinità. Alla più panoramica alpe Pianello, la comunità Gautama fondata sui principi di Osho. La strada termina in località Cinque Vie (Due Cossani).

Il lago Delio o lago d'Elio è uno specchio lacustre naturale in provincia di Varese nel comune di Maccagno con Pino e Veddasca al confine con il comune di Tronzano Lago Maggiore.
L'origine del lago è di escavazione glaciale, tuttavia l'intervento umano con la successiva costruzione di due dighe di contenimento ha cambiato di molto l'aspetto originario del lago. Il lago si trova equidistante tra Maccagno e il confine italo-svizzero. È raggiungibile da Maccagno tramite la strada provinciale 5.
Un primo sbarramento sul lago fu realizzato nel 1911. Sulla base di questi lavori furono poi realizzati negli anni sessanta due nuovi sbarramenti che innalzarono ulteriormente il livello del lago. L'invaso così creato è utilizzato per la produzione di energia elettrica tramite la Centrale idroelettrica di Roncovalgrande.

Il Campo dei Fiori si trova a nord della città di Varese ed è tutelato dal Parco regionale Campo dei Fiori.
Agli inizi del Novecento, come su altre vicine vette prealpine sopra i laghi, come il Monte Generoso ed il Mottarone, anche sul Campo dei Fiori iniziò un importante sviluppo turistico. Nel 1911, dopo un anno di lavori, fu inaugurata la funicolare Vellone-Campo dei Fiori, che in poco più di 10 minuti raggiungeva i 1.032 m s.l.m. del Monte Tre Crocette, anticima del Monte Tre Croci. Subito dopo vi fu aperto anche il ristorante Belvedere e l'anno seguente fu inaugurato il Grand Hotel Campo dei Fiori, entrambi progettati dall'architetto Giuseppe Sommaruga in stile Liberty.
Lungo la strada carrozzabile che raggiunge il Campo dei Fiori furono edificate residenze private, progettate anch'esse in stile Liberty, dagli architetti Silvio Gambini, Arturo Taddio e lo stesso Sommaruga (villa Petazzi, villa Savina Armiraglio, villa Mercurio', villa Edera e villa De Grandi.
Negli anni venti e anni trenta la località si affermò come meta del turismo d'élite europeo. Durante la seconda guerra mondiale il complesso fu adibito ad ospedale dei feriti e nel secondo dopoguerra andò incontro ad un rapido declino: nel 1958 si decise di sospendere l'esercizio della funicolare, sostituendola con degli autobus e nel 1968 il Grand Hotel e il ristorante Belvedere furono chiusi. Dagli anni ottanta l'edificio dell'albergo è stato utilizzato come supporto di antenne e diripetitori televisivi.
Negli anni sessanta veniva praticato lo sci di fondo su una pista lunga circa 4 km, che corrisponde all'attuale sentiero militare, che conduce dal Belvedere al Forte di Orino. Per alcuni inverni, venne montata anche una manovia per principianti, presso Punta Trigonometrica, che consentiva di praticare lo sci alpino.
Per salvaguardare il delicato ecosistema del massiccio, nel 1984 fu istituito il Parco regionale Campo dei Fiori, con sede a Brinzio. All'interno del parco furono istituite sei riserve naturali speciali, soggette a tutela particolare. La sommità del massiccio del Campo dei Fiori, dal borgo di Santa Maria del Monte sino al Forte di Orino, è interamente compresa nella "Riserva naturale parziale Campo dei Fiori". L'istituzione del parco ha permesso una maggior valorizzazione dei sentieri silvestri, che sono stati ripristinati e dotati di apposita segnaletica, e delle aree naturali ricomprese nel territorio.
Il massiccio del Campo dei Fiori è caratterizzato da vasti boschi di latifoglie. Alle quote meno elevate il castagno è la specie dominante. Sopra gli 800-900 m s.l.m. è, invece, il faggio a spadroneggiare. Nella zona sommitale del massiccio (oltre i 1100 metri) sono poi presenti fitte abetaie di abete rosso, essenza impiantata artificialmente agli inizi del Novecento. I prati magri sono quasi totalmente scomparsi e permangono soltanto nei pressi del Monte Pizzella, di Punta di Mezzo e del Forte Orino.

La Val di Rasa collega la conca della città di Varese con la Valcuvia. Il suo territorio inizia nel comune di Varese, a nord della frazione di Fogliaro, e termina ad ovest di Brinzio, dove il torrente Valmolina raccoglie le acque del Pardomo.
È suddivisa in due segmenti dal Passo della Mottarossa (565 m s.l.m.). A sud si trova la bassa valle, solcata dal principale ramo sorgentizio del fiume Olona, dove si trova l'abitato di Rasa; a nord del passo, si trova invece la conca di Brinzio, nella quale scendono molti torrenti, che confluiscono nel torrente Valmolina.
La Val di Rasa è stretta tra i massicci del Campo dei Fiori (1227 m s.l.m.) ad occidente e della Martica-Chiusarella (1032 m s.l.m.) ad oriente, entrambi compresi nelle Prealpi Varesine.
La valle è ricca di corsi d'acqua e zone umide.
Il fiume Olona ha in questa valle tre delle sue sei sorgenti. La principale si trova a monte di Rasa, in località Fornaci della Riana, a 548 m s.l.m., nel parco di Villa Cagnola, una villa di inizio novecento, che il Parco Campo dei Fiori ha in progetto di recuperare. Presso l'abitato di Rasa confluiscono nell'Olona gli altri due rami sorgentizi ed alcuni affluenti, i torrenti Legnone, Des e Sesnivi o Valle del Forno. Più a sud in località Gottardo, confluiscono nell'Olona anche i torrenti Braschè e Pissabò.

La conca di Brinzio è altresì interessata da numerosi corsi d'acqua. I torrenti Intrino, Rio di Brinzio e Buragona, che discendono dal Campo dei Fiori, confluiscono nel Laghetto di Brinzio, che è alimentato anche da sorgenti interne al bacino. Suo emissario è il solo torrente Brivola, che attraversa la parte meridionale dell'abitato brinziese e confluisce nel Valmolina presso l'inizio della Strada provinciale 45. Nel Valmolina confluisce anche il Riazzo, che nasce in cresta al Campo dei Fiori, nel territorio di Varese.
A sua volta, il torrente Valmolina nasce dall'unione di diversi ruscelli montani, che confluiscono l'uno nell'altro in località Cascina Valicci, sulla Martica, a Brinzio. In seguito, dopo essere disceso dal monte, il torrente attraversa il centro storico brinziese, si unisce al rio Brivola e forma la Cascata del Pesegh (o Pesech), alta 27 m, fino ai primi del XX secolo sfruttata per produrre energia elettrica. Scendendo verso Castello Cabiaglio, il Valmolina raccoglie anche le acque del torrente Pardomo, ed infine confluisce nel Rancina, il quale percorre l'alta Valcuvia.
Nel territorio comunale di Brinzio vi sono altresì alcune torbiere, la principale delle quali è il cosiddetto Pau Majur.

Il monte Chiusarella è una montagna alta 915 m s.l.m. compresa nel territorio dei comuni di Varese e Induno Olona (provincia di Varese), in Lombardia. Fa parte del parco regionale del Campo dei Fiori ed è un belvedere su Varese, la pianura e l'arco alpino e prealpino.

Il Monte Màrtica è una montagna  alta 1.032 metri s.l.m.. Fa parte del gruppo delle Prealpi varesine, nel territorio dei comuni di Brinzio, Induno Olona, Valganna e Varese.
Il complesso montuoso del Monte Martica appare, dall'alto, come un grosso irregolare "apostrofo" che, sulla destra verso oriente, segue la prima parte della Valganna partendo da Bregazzana: sull'altro versante fronteggia il Monte Monarco, il Monte Minisfreddo e il Monte Poncione, detto anche Poncione di Ganna, cima di poco inferiore ai 1000 m s.l.m. e che si distingue per pareti rocciose verticali proprio sopra il paese di Ganna e di fronte alla cima della Martica. Sul lato inclinato grosso modo sull'asse Nord-Ovest/Sud-Est la montagna si affaccia sulla breve Valle del Pralugano dal laghetto di Ganna al paese di Bedero Valcuvia.
Più o meno a quota 650 m s.l.m. su questo lato si distinguono bene, se osservati dalla parte alta di Bedero Valcuvia e del Monte Mondonico, i Valicci o Tre Valicci, una unica bella radura con tre vecchie costruzioni. L'accesso orientale a questi prati è lungo il sentiero che porta al comune di Brinzio, situato a Sud-Ovest del monte lungo la Val di Rasa. Il sentiero più agevole, e più lungo, per raggiungere la cima del monte è quello che parte nei pressi di Bregazzana, è largo e con poca pendenza. Un altro sentiero, più stretto e nel folto del bosco e con varia pendenza, parte da Bedero Valcuvia, un altro è quello del Brinzio che raggiunge il precedente, un altro ancora, più ripido, parte dal fondo della Val Ganna, poco prima del paese di Ganna provenendo da Varese e, seguendo un crinale da sud-est a nord-ovest, raggiunge il sentiero da Bregazzana poco prima della vetta.
La cima è piana e circondata dal bosco, consta di due quote (1028 metri s.l.m. e 1032 metri s.l.m.) una posta a occidente, l'altra ad oriente, su entrambe le quali si trovano i resti di altrettanti appostamenti d'artiglieria scoperti (o "in barbetta") realizzati nell'ambito della Frontiera Nord, il sistema difensivo impropriamente noto come Linea Cadorna. Un terzo rilievo, posto tra le due quote su un esiguo sperone roccioso con suggestiva vista sulla Valganna, ospita una piccola croce. Sotto di esso, sul versante sud del massiccio, si trova la cosiddetta cava della Motta Rossa, vasto sito di estrazione del porfido dismesso dal 1993.

Il Monte Scerrè è alto 796 m s.l.m.e si trova nei territori dei comuni di Bedero Valcuvia, Cunardo, Valganna, in provincia di Varese e fa da spartiacque fra la Valcuvia e la Valganna. Sulle sue pendici si trova il paesino di Mondonico, frazione della Valganna.
La Bevera è un torrente della provincia di Varese, affluente dell'Olona. Nasce dal Monte Scerrè, presso Baraggia di Viggiù e scorre in direzione nordest-sudovest confluendo da sinistra nell'Olona a Varese. Attraversa i comuni di Viggiù, Arcisate, Cantello, Malnate e Varese. Il principale affluente è il Cavo Diotti. Le falde e molte sorgenti del fiume Bevera alimentano almeno il 60% dell'acqua potable della città di Varese e dei comuni limitrofi.
La fauna ittica comprende la trota fario, lo scazzone, il vairone, il gobione, il pesce persico, il persico sole, l'alborella, la lampreda padana ed il cobite comune.
La cappella della Madonna degli alpini è situata sul Monte Scerrè, da cui si gode un ottimo panorama su Bedero e tutta la Valcuvia. È stata dedicata a tutti gli alpini della valle nel 900'. Periodicamente, si svolgono feste e celebrazioni promosse da diverse organizzazioni, soprattutto il gruppo degli alpini.

La Madonnina del Filo si trova a poco meno di cento metri dalla Cappella della Madonna degli Alpini, sul monte Scerrè, in una specie di "nicchia" scavata nella roccia. È stata costruita da dei boscaioli, nei primi decenni del 1900, quando la legna era una preziosa risorsa per il paese e parecchi lavoravano come boscaioli. Il trasporto della legna dai boschi situati in quella zona dove ora sorge la Madonnina, avveniva mediante una sorta di teleferica costituita da un cavo di acciaio (filo) sul quale venivano appesi i fasci di legna, che per gravità, data la pendenza, scivolavano a valle in un punto accessibile ai carri che la trasportavano poi in paese per venderli. Questa operazione veniva effettuata dai boscaioli del posto, che nella stagione invernale si associavano in gruppo per il lavoro di taglio e trasporto della legna.
Durante l'inverno del 1927 alcuni boscaioli di Bedero stavano trasportando in questo modo la legna, tagliata nei boschi situati sul Monte Scerrè. Durante l’operazione uno dei boscaioli restò impigliato nel carico di legna che partiva con rapida accelerazione, trascinandolo per un pezzo, dopo di che si staccò cadendo rovinosamente sulle rocce, ma fortunatamente restò illeso. I boscaioli, riconoscenti per l'episodio che aveva del miracoloso, in quel punto, sul Monte Scerrè, vollero costruire una piccola nicchia nella quale collocarono una Madonnina, che nella denominazione popolare divenne la “Madonna del Filo”.

Alcuni manufatti della Frontiera Nord, si trovano nel versante più a nord del monte e consistono in una serie di trincee con postazioni per fucilieri e mitragliatrici, in tutto simili a quelle presenti sul resto del territorio dell'Alto Varesotto. I manufatti si possono raggiungere tramite un sentiero che risale nei boschi staccandosi dalla strada che risale dalla Valcuvia, poco dopo Bedero Valcuvia, sulla strada che porta a Cunardo, oppure risalendo il fianco nord-orientale del monte, dalla ex stazione dei tram di Ghirla. Altre tracce della Frontiera Nord sono presenti verso la vetta del monte, ma sono assai difficili da individuare perché nascoste dalla vegetazione.

Il Monte Piambello è interamente compreso nel territorio della Provincia di Varese, in Lombardia.
Domina il paesaggio del territorio di Valganna, della Valcuvia, della Valceresio, di Cuasso al Monte e di Marzio, e coi suoi 1.125 metri s.l.m., tra il lago di Ghirla e il Lago di Lugano, rappresenta la maggiore vetta della zona.
Di origine vulcanica, ebbe il suo periodo di massima attività nel permiano medio.

La Valceresio è una valle dell'alta provincia di Varese, formata da undici comuni: Arcisate, Induno Olona, Cantello, Besano, Porto Ceresio, Clivio, Viggiù, Saltrio, Brusimpiano, Cuasso al Monte, Bisuschio.
Comprende la parte Sud della valle del lago di Lugano e si stende fino all'alta valle del fiume Olona. Confina con la Svizzera e la provincia di Como; Induno Olona è il comune più popoloso mentre la sede della Comunità Montana è ad Arcisate che si trova a metà della valle e antica sede della Pieve. La popolazione è di 50.000 abitanti circa, impiegata prevalentemente nel settore terziario e, in misura minore, nel settore primario (ad es. attività estrattiva, settore lattiero caseario, coltivazione di asparagi, foraggi ecc.); una parte importante della popolazione lavora nelle industrie della vicina Svizzera. Fa parte della Comunità Montana del Piambello.

Il monte Castelvecchio (622 m s.l.m.) è situato nel comune di Cunardo, si erige nella zona prealpina in mezzo alle valli dell'Alto Varesotto.
Il nome deriva da una fortezza fatta erigere nel 900 da Liutprando re dei Longobardi, molto utile per la sua posizione strategica che dominava la Valcuvia e la Val Marchirolo. Il castello fu incendiato ben tre volte - nel 1164, nel 1447 e poi solo settant'anni dopo. Signori milanesi tra cui anche i Visconti, seppero sfruttare le sue potenzialità difensive. Più tardi verso la metà del 1700 le rovine del castello vennero usate per la costruzione della chiesa parrocchiale.
Attualmente Castelvecchio è una località di Cunardo ai piedi del monte.

Il Monte San Giorgio è raggiunge un'altezza di 1097 metri s.l.m. e giace circondato da due rami del lago Ceresio (lago di Lugano).
Monte San Giorgio è situato a sud del lago di Lugano al confine fra Lombardia e Svizzera e fa parte di un piccolo gruppo montuoso incuneato nel lago che comprende il Prasacco (poco più di un colle), che fa parte della Svizzera, il Poncione d'Arzo o Pravello (1.015 metri s.l.m.) su cui passa la linea di confine e il Monte Orsa (998 m) in territorio italiano.

La Valtravaglia è percorsa dal torrente Margorabbia. Fu feudo dapprima dei Sessa, in seguito dei Rusca sino al 1511. La valle inizia a Grantola, dove il Margorabbia, proveniente dalla Valganna, si unisce al torrente Rancina, proveniente dalla Valcuvia. La valle termina a Germignaga, dove il Margorabbia confluisce nel fiume Tresa.
Comprende varie parrocchie tra cui quella antica di Domo.

Il Monte Nudo è interamente compreso nel territorio della Provincia di Varese.
Domina il paesaggio del territorio della Valtravaglia e della Valcuvia, e coi suoi 1.235 m s.l.m. rappresenta la maggiore vetta della zona.
Il nome attuale, traduzione italiana dal lombardo biota (nuda, spoglia), è dovuto al fatto che fino agli anni settanta la cima del monte era completamente priva di vegetazione arborea.

La Valcuvia è una valle situata a nord della provincia di Varese.
È caratterizzata da aree prettamente montane che si estendono tra il Monte Nudo (1235 m) ed il Monte Campo dei Fiori (1226 m), aprendosi sul Lago Maggiore, e da un orientamento prevalentemente est-ovest. Una parte della valle è attraversata dal torrente Boesio che sfocia nel lago in località Laveno.
Il suo nome deriva dal villaggio storicamente più importante che era Cuvio, capoluogo del Feudo dove risiedevano le autorità civili: il Feudatario appunto e il Pretore, ed era sede di Pieve e di Distretto. Alcuni vogliono farlo derivare dal latino "vallis cum via", "Valle con via", in quanto probabilmente è stata fin dai tempi degli antichi romani un luogo di passaggio. Se così fosse sarebbe un'eccezione unica perché altre valli avevano la stessa caratteristica senza che nessuna ha preso il nome dalla rispettiva generica strada. Altro luogo particolare è Arcumeggia (frazione di Casalzuigno), il cui nome deriva dal latino "arx (rocca)" e "media (di mezzo)", in quanto si trova a metà strada tra due valli e fu sede di una fortezza, ora non più esistente.

Il Sasso del Ferro è una montagna posta a dominio del Lago Maggiore, immediatamente sopra Laveno.
La Cestovia Laveno-Poggio Sant'Elsa, rinnovata nel 2006, conduce fino a quota 974 m s.l.m. dove si trova la terrazza panoramica di Poggio Sant'Elsa. Negli anni sessanta sorsero anche due impianti per la pratica dello sci alpino, che vennero però ben presto dismessi a causa della scarsità di neve durante tutta la stagione invernale.
La montagna è tra le più frequentate come punto di lancio dagli appassionati di parapendio e deltaplano.
Sul belvedere appena fuori la cestovia si trova infatti una pedana per il decollo dei deltaplani, mentre a circa 15 minuti di sentiero c'è uno spiazzo molto inclinato adibito a decollo per parapendio.

Il Monte Pian Nave (1.058 m s.l.m.) delimita a ovest la Valtravaglia.
Si trova fra il Lago Maggiore ed il Lago di Lugano subito prima del confine con la Svizzera. Porta anche il nome di una delle frazioni del comune di Porto Valtravaglia.
Su questo monte si stende un tratto della Frontiera Nord.

Il monte Gambarogno (1.734 m s.l.m.) si erge nel Canton Ticino (Svizzera).
È situato sopra l'Alpe di Neggia sul territorio di Indemini nel Gambarogno. Sul monte nel 2000 è stata posata una croce giubilare dove ogni anno viene celebrata una messa. Il monte Gambarogno può essere raggiunto da Neggia in 45 minuti.
Il Monte Rogoria, detto anche Rogorio o Motto Croce, è situato sul confine tra il Canton Ticino e la Lombardia con un'altitudine di 1184 m.
La vegetazione sulla cima, che domina il lago Verbano e le isole Borromee, è composta da faggi.

Il monte Monarco alto 858 m s.l.m. è interamente compresa nel territorio della provincia di Varese, nei comuni di Valganna, Induno Olona e Arcisate.



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martedì 5 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO DI LUGANO : PORTO CERESIO

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Porto Ceresio un porto nel verde. Una deliziosa cittadina italiana sul Lago  di Lugano, in origine detto proprio Lago Ceresio, un  ultimo lembo d’Italia proteso verso la Svizzera, nel bel mezzo dei laghi lombardi. Porto Ceresio è come un salotto immerso nella natura, incastonato tra il verde dei monti e l’azzurro del lago. Il  lungolago, in parte  sospeso sull’acqua, orlato dai giardini e dalle vecchie case del centro storico, consente, come  primo ammirato  approccio, una bella passeggiata di oltre due chilometri, che parte dalla stazione e dall’ imbarcadero per i battelli di linea e,  passando per la piazza, porta  fin quasi al confine svizzero.

Originariamente il centro abitato era costituito da due nuclei, non nettamente distinti, ma separati dall’asse stradale dell’attuale via Garibaldi. Il nucleo settentrionale era denominato “del Pozzo”: al suo interno sono ancora visibili alcune tracce di cisterna per l’acqua. L’altro nucleo, a sud, era chiamato invece “del Torchio”.
Sempre in passato non vi era possibilità di passaggio via terra tra Ponte Tresa e Brusimpiano e Porto Ceresio. L’unica via era quella lacuale. I barconi con la grande vela quadra solcavano il lago permettendo un intenso traffico di uomini e merci fra i Cantoni Svizzeri e i domini Milanesi. Purtroppo questa via era anche utilizzata dagli invasori. Ricordiamo i Franchi che a più riprese tentarono di invadere il Seprio passando per la valle, ma che furono respinti dai Longobardi. Oppure l’invasione degli Ungari, chiamati da Berengario, nel IX secolo. Nel 1100 nella Palude Ceresia si scontrarono per ben dieci anni le soldataglie di Como contro quelle di Milano a causa si Landolfo vescovo indegno e simoniaco e sostenuto dai milanesi.
Nel 1510, 1600 lanzichenecchi svizzeri guidati dal vescovo guerriero Scheiner, Cardinale di Sion, occupano Porto Ceresio per poi dilagare fino a Sion. Le truppe francesi per contrastarli applicano la tattica della terra bruciata distruggendo fattorie e mulini del varesotto, causando un generale impoverimento della popolazione

Duecento milioni di anni fa, il Mediterraneo giunse alle basi delle Prealpi: queste valli erano fiordi in cui il mare accumulava migliaia di metri di sedimenti ricchi di resti della flora e della fauna marina.
Ed ecco il formarsi delle rocce dell'Orsa e del Pravello con Dolomie, Calcari, Brecce, Diaspri e le ricchissime incrostazioni di fossili affioranti.
Poi il mare si ritirò e si originò così una palude salmastra che era il delta per fiumi e torrenti.
Cinque milioni di anni fa il mare nuovamente penetrò all'interno per poi ritirarsi lentamente.
Si originarono così foreste tropicali ma poi il clima andò raffreddandosi progressivamente portando le glaciazioni.
Durante il quaternario la regione alpina è stata interessata da una ventina di glaciazioni (l'ultima avvenuta circa 18.000 anni fa) intervallate da periodi interglaciali.
Nel territorio del comune di Viggiù sono testimoniate almeno le ultime due glaciazioni.
Le creste delle morene nel territorio della Bevera sono legate alla glaciazione antecedente l'ultima, come anche le sabbie e le ghiaie cavate nelle cave Valli e Rainer sono depositi riferibili alla glaciazione Riss.
Il massiccio del monte Orsa è una delle cime più belle della provincia di Varese: la cresta rocciosa a picco sul bosco sottostante arriva a 984 metri.
E' di natura carsica, e ricca di grotte naturali tra cui la famosa grotta "mamma Emma".
I fianchi del monte sono ricoperti da bosco ceduo misto non molto fitto. In passato era una zona frequentata da orsi, cervi, lupi che ne facevano una naturale riserva di caccia.
Deve il suo nome probabilmente all'uccisione di un'orsa di proporzioni gigantesche da parte di A. Mozzoni, signore di Bisuschio, durante una caccia in onore di Galeazzo Maria Sforza (1400).
Le grotte ivi presenti molto probabilmente non furono abitate in epoca preistorica, ma vennero utilizzate come nascondiglio durante le invasioni barbariche e nel tardo medioevo.
Su una cresta calcarea a vegetazione rada vi sono i resti di diverse postazioni di guardia e mitragliere.
Un sentiero di ghiaia scende seguendo nel bosco il costone, incontrando ogni tanto piazzole erbose fiorite da primavera all'autunno inoltrato. Poi il bosco degrada ripido a valle.
Nella roccia troviamo strane spaccature, mentre il sentiero diventa mulattiera. La cima del monte fa da spartiacque fra la pianura lombarda e il Canton Ticino, così si può ammirare il lago Ceresio e la campagna prealpina.

A Porto Ceresio, sia sul monte Grumello sia in prossimità della stazione ferroviaria (procedendo verso Borgnana e Cuasso al Monte), esistono delle fortificazioni militari risalenti alla prima guerra mondiale che fanno parte della cosiddetta Linea Cadorna, il sistema di fortificazioni costruito lungo il confine italo-svizzero tra il 1915 e il 1918, quando si temeva che le truppe austro-tedesche potessero invadere il territorio italiano penetrando dai valichi alpini.

L’avvio dei lavori per la realizzazione di questa “Linea di difesa alla frontiera nord” fu ordinata dal generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, sulla base di progettazioni, ricognizioni, indagini geomorfologiche e pianificazioni iniziate già nei 50 anni precedenti. La montagna venne sfruttata e in alcuni tratti scavata per realizzare cannoniere, depositi di armi, postazioni per fucilieri, punti di mira, ecc.

La Linea Cadorna non fu coinvolta nelle operazioni belliche né durante la prima guerra mondiale né durante la seconda, ad esclusione di due tratti, Monte San Martino (VA) e Ossola (VB), che tra il 1943 e il 1944 vennero utilizzati come basi partigiane del Gruppo “Cinque Giornate” agli ordini del ten. col. Carlo Croce e dei partigiani della “Repubblica dell’Ossola”.

Il tratto di Linea Cadorna presente sul monte Grumello è facilmente raggiungibile dalla strada che porta alla frazione di Ca’ del Monte. Poco prima della località Piazzone, dove è possibile lasciare le auto, si trova infatti un sentiero in salita indicato da un cartello di colore giallo. In breve tempo si raggiungono le posizioni di fanteria e i punti di osservazione. Un complesso sistema di gallerie si snoda su più livelli disposti concentricamente, sino ad arrivare in vetta (720 m.). I camminamenti, sia quelli all’aperto che quelli coperti, sono facilmente percorribili. Una torcia elettrica può essere utile per inoltrarsi nelle trincee sotterranee e nei ricoveri in tutta sicurezza.
Raggiunta la vetta del monte Grumello si potrà godere di un panorama mozzafiato sul lago di Lugano.

Museo Etnografico Appiani Lopez presenta una raccolta di oggetti riguardanti la vita quotidiana, le abitudini e le risorse degli abitanti di Porto Ceresio nel periodo 1850-1940 circa; una sezione è dedicata agli scultori e agli artisti del paese attivi nel XIX e XX secolo. Una Mostra Permanente dedicata alle opere di pittura stuccatura realizzate dagli Appiani nel 1600 e 1700.

Porto Ceresio sorge sulle sponde meridionali del lago di Lugano, il suo territorio appartiene alla provincia di Varese e confina col Canton Ticino. Il Museo è situato nel nucleo antico del paese, nella Corte del Pozzo: in esso sono raccolti oggetti e testimonianze legati alla vita passata in Porto Ceresio, in particolare al periodo compreso tra la metà del 1800 e i primi decenni del 1900.

La Corte del Pozzo deve il suo nome alla presenza di un pozzo di acqua dolce i cui resti sono visibili in prossimità dell'arco di ingresso. La denominazione di Corte del Pozzo risulta fin dal 1721 nei documenti relativi la prima misurazione in are del territorio di Porto Ceresio, allora parte del Ducato di Milano.

La Corte è collocata al termine della Via del Pozzo che ha inizio nella piazza principale, piazza Bossi. Superato l'arco d'ingresso, ecco aprirsi la Corte il cui perimetro rettangolare è segnato da due edifici disposti a elle e da una coppia di alti muri perimetrali, speculari ai due fabbricati. L'edificio più alto, posto di fronte a1l'arco d'ingresso,era in origine una casa padronale; quello più basso diviso in modesti appartamenti, era probabilmente utilizzato peri servizi e abitato da sottoposti. Attraverso un corridoio dell'edificio più basso si accede ad una piccola corte interna, a tutti i locali posteriori ed al giardino. I lavori di restauro degli edifici sono stati eseguiti nel rispetto delle strutture primitive: le scale di pietra e i soffitti di legno sono stati conservati, i pavimenti sono stati ricostruiti con elementi recuperati da vecchie case demolite nel paese, le porte e le finestre sono state rifatte secondo antichi modelli.

Nel dicembre 1973 venne presentata da Luciano Appiani e sua moglie Mirella Lopez una piccola mostra di oggetti e manufatti legati alla vita passata di Porto Ceresio. Questa mostra era il risultato di un periodo di ricerca che aveva coinvolto,oltre ai promotori, soprattutto gli anziani. Tale esperienza portò alla decisione di continuare il lavoro con una ricerca che continua a tutt'oggi. Gli anni dal 1972 al 1975 furono dedicati al reperimento e al recupero di oggetti e testimonianze, con l'intenzione di salvare dalla distruzione e dall'oblio quanto potesse documentare il passato di Porto Ceresio. Le ricerche portarono presto a un consistente insieme di materiali e all'esigenza di una sede dove ospitarli. Venne per questo scopo acquistato, a lotti, nell'arco di dieci anni, tutto il complesso della Corte del Pozzo.
Oggi il museo si compone di 11 stanze con esposizione a tema e un giardino in cui sono esposti grossi attrezzi agricoli e barche.
La sala Appiani è dedicata agli artisti della famiglia Appiani vissuti nel 1600-1700. Andrea fu attivo a Roma nella prima metà del 1600, prima presso la famiglia Borghese e poi come architetto "scenografo in Vaticano. V PIETRO FRANCESCO e JACOPO ANDREA fratelli, stuccatori operanti nella prima metà del 1700 soprattutto in Germania. Giuseppe Ignazio figlio di Pietro Francesco fu operante in Germania per quasi tutto il 1700, pittore della Corte di Magonza.

Il bosco e la lavorazione del legno. Vi sono raccolti gli strumenti per il taglio dei boschi, per il trasporto della legna, per la costruzione di oggetti di legno di uso quotidiano, per l'utilizzo dello strame. Vi è esposta una pianta catastale riguardante la prima misurazione del territorio di Porto Ceresio in are: in precedenza la misura usata era il "trabucco milanese".

Nella stanza 2 pianoterra è presente la cucina e la preparazione degli alimenti. Nel locale sono presenti i resti di un ampio camino, corredi di utensili di rame per lo stesso; una stufa economica con corredo di utensili di alluminio; piattaia e credenza con terraglie del lago Maggiore; utensili per la conservazione e la preparazione dei cibi.

Nella stanza 3 pianoterra sono esposti strumenti per la raccolta dell'uva, per la torchiatura,per il recupero delle vinacce, per l'imbottiglia1nento, misure di mescita, rubinetti di legno per i tini, imbuti.

Nelle stanze 4 e 5 ci sono gli arnesi per la pesca e gli arnesi per la coltivazione degli orti. Cesti di varie essenze lignee e misure. Forgia e mola per la manutenzione degli attrezzi di ferro. Misure per le granaglie, pesi e ventilabri per la pulizia delle stesse. Arnesi per la costruzione e la manutenzione della casa.
Strumenti per la fienagione. "Macchina" per la sgranatura del granoturco. Finimenti per animali da giogo. Erpice, aratro e rincalzatore delle piante di granoturco. Arnesi per la mungitura e la cura delle stalle. Utilizzo del latte.

Nella stanza 6 primo piano sono presentati oggetti legati alla religiosità famigliare e al culto popolare: stendardi,acquasantiere, libri devozionali, simboli delle confraternite, presepi. Arredi dismessi dalla Chiesa.

Nelle stanze 7 e 8 c'è il mondo femminile: indumenti, manufatti, ricami.
Coltivazione del baco da seta, lavorazione della canapa, lo stiro, il bucato, il cucito. Pezzi di corredo.

Nella stanza 9 primo piano c'è la camera da letto. Vi è presentata una serie di arredi possibili,presenti nelle camera da letto. Le culle dei bambini erano sempre costruite dai padri. Accessori igienici appartenenti a varie classi sociali.

Nella stanza 10 pianoterra ci sono le opere degli artisti di Porto Ceresio (la tradizione artistica di Porto Ceresio è secolare. Sono state recuperate testimonianze della fine '800 e della prima meta del '900. Modelli della Scuola di disegno e pianta della sua sede. Gessi di Giuseppe Jaderi (1900), disegni e sculture di Giovanni, Pietro e Alfio Andreoletti (1800-1900), gessi di Giuseppe Ravera. Strumenti degli scalpellini e degli scultori.

Nell'ingresso si aprono un "servizio" e un cunicolo: il primo era usato nel passato estemporaneamente e per la raccolta degli escrementi (servivano per concimare). Il secondo pare servisse per raggiungere un convento al sicuro da ogni invasore che si presentasse in Paese.

Portico con carrello di miniera: nel passato si estraevano gli scisti bituminosi per produrre l'ittiolo dalle montagne sovrastanti il paese.

Nel secondo portico ci sono carri agricoli, cisterna di legno per trasportare acqua o liquame per i prati, vecchie cale per la neve.

Porto Ceresio, insieme ai comuni limitrofi di Besano, Clivio, Saltrio, Viggiù, Arzo, Besazio, Brusino Arsizio, Ligornetto, Meride, Rancate, Riva San Vitale, Stabio e Tremona, rientra in un’area caratterizzata dalla presenza di reperti fossili di eccezionale valore.

I monti Orsa (998 m. s.l.m.) e Pravello (1015 m s.l.m.), in territorio italiano, e il monte San Giorgio (1096 m s.l.m.), in Canton Ticino, sono per gran parte costituiti di rocce calcaree e dolomitiche che risalgono al Triassico, vale a dire un periodo compreso tra circa 250 e 200 milioni di anni fa. Tra i “pacchi” di rocce triassiche ne affiorano alcuni che costituiscono formazioni geologiche particolarmente interessanti per la scienza: si tratta di strati, più o meno sottili, di rocce grigie e nere appartenenti al medio Triassico (datate tra 245 e 230 milioni di anni), che ci aprono una finestra sul passato della durata di 15 milioni di anni. Da un secolo e mezzo questi particolari affioramenti sono oggetto di ricerche geologiche e paleontologiche, poiché raccontano con chiarezza di un ambiente marino tropicale, un ambiente naturale del tutto diverso da quello odierno, e poiché racchiudono reperti fossili unici ed eccezionali, testimonianze dirette della vita del lontano passato. Di fossili, sulle nostre montagne, ne sono stati portati alla luce parecchi e molti mostrano una completezza rara e spesso una conservazione perfetta. I dati raccolti, durante le ricerche e le campagne di scavo, hanno dato vita a una ricca e dettagliata letteratura sull’argomento. I musei e gli istituti universitari coinvolti nelle ricerche hanno prodotto circa 800 pubblicazioni scientifiche descrivendo, tra gli altri aspetti, una fauna fossile unica nel suo genere e che non ha eguali al mondo.

Di particolare interesse sono i resti appartenenti ad antichi rettili marini: migliaia di scheletri fossilizzati, raggruppabiliin una trentina di specie diverse, tra cui alcune rare o addirittura uniche che portano i nomi delle nostro località (Besanosauro, Ceresiosauro, Serpianosauro, ecc.)

Un centinaio sono le specie di pesci, numerosissimi i resti di invertebrati e i vegetali.

Tutto ciò fa del territorio un punto di riferimento per chi si occupa di paleontologia e una delle località fossilifere più importanti al mondo, in particolare per quanto concerne il periodo Triassico medio. Dal 2003 il versante svizzero del giacimento paleontologico è patrimonio mondiale naturale dell’UNESCO. Lo stesso riconoscimento spetterà presto anche ai territori italiani.


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