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lunedì 29 giugno 2015

LA VILLA DELLA PORTA BOZZOLO A CASALZUIGNO



La famiglia notarile dei Della Porta, originaria di Porto Valtravaglia, nel Cinquecento aveva eletto Casalzuigno a propria dimora. Qui, Giraldino della Porta acquistò un vasto possedimento terriero dove edificò una residenza denominata “domus magna” le cui vestigia sono visibili ancora oggi. Tra la fine del Seicento e l’inizio del secolo successivo, Gian Angelo Seniore della Porta e Carlo Girolamo I apportarono consistenti modifiche e migliorie all’edificio, che assunse l’aspetto attuale.
Al figlio di Carlo Girolamo, Gian Angelo III si deve la creazione del magnifico giardino all’italiana. Egli, in aperto contrasto con la moda del tempo, che prevedeva i giardini in asse con le sale di rappresentanza, diede ordine di realizzare un viale d’accesso che congiungesse la grandiosa aiuola principale alle altre, commissionò quattro terrazze accessibili da una monumentale scalinata e un ampio prato (il cosiddetto teatro) chiuso da una fontana a nicchioni. Da qui si snodava un maestoso viale zigzagante, in origine fiancheggiato da soli cipressi, che scortava al belvedere situato sulla cima del colle.
Internamente, Gian Angelo III fece decorare la villa con fregi mitologici e floreali che richiamavano idealmente il giardino. Nel 1752 fece edificare l’Oratorio della Beata Assunta che venne utilizzato dapprima come cappella di famiglia, ma che divenne poi la chiesa parrocchiale del paese. Con l’estinzione della famiglia della Porta avvenuta nel 1814, la tenuta, dopo alterne vicende, venne ereditata dalla famiglia Bozzolo che, raggiunto un accordo con il Fondo Ambiente Italiano (FAI), nel 1989 gli donò la proprietà. La fondazione, dopo aver svolto le necessarie opere di ristrutturazione, ha aperto ai visitatori la villa e il giardino.

La facciata di Villa Della Porta Bozzolo è semplice ed elegante, in particolare per la linearità delle forme e per le decorazioni a tinte tenui concentrate soprattutto attorno alle finestre. Addenstrandosi all'interno, la prima stanza che si incontra è l'ampia sala da ballo, con il pavimento in cemento colorato e un imponente camino in marmo, affrescata con scorci paesaggistici che creano un interessante gioco di illusioni prospettiche. Nella volta sono invece rappresentate coppie di amorini che sorreggono dei tondi contenenti figure allegoriche e fanno da cornice all'immagine centrale dell'incontro tra la Pace e la Giustizia, richiamante un salmo di Davide.

Da qui dirigendosi a sinistra si incontrano la sala del biliardo coi busti di Camillo Bozzolo, senatore del Regno, e della moglie Caterina Belfanti, un salottino dotato di un prezioso arredamento ove spiccano un'ampia specchiera settecentesca, un pianoforte impero ed un orologio da parete di manifattura piemontese.

Appeso ad una parete della Sala del Biliardo è esposto il biribissi, un antico e popolare gioco d’azzardo in voga nel ‘700, da molti considerato l’antenato della roulette.

Andando invece verso destra, superato il camerino, si accede alla sala da pranzo dotata di una volta affrescata con l'immagine di San Francesco sul carro di Elia: in questa stanza è possibile ammirare una raccolta di vasi farmaceutici e, all'interno di un'antica credenza, un servizio da tavola in ceramica riportante lo stemma del casato fondatore. Si passa quindi attraverso le cucine ed un'anticamera impreziosita da un armadio settecentesco contenente parte della raccolta libraria della villa per poi raggiungere lo studio, il locale meglio conservato nel tempo con il suo austero arredo ligneo e, alle pareti, i ritratti dei fratelli Richini che divennero proprietari della villa poco dopo la metà del XIX secolo.

Salendo lo scalone si giunge al livello superiore dell'edificio, entrando in una galleria affrescata dove all'interno di finte nicchie sono rappresentate le figure femminili simbolo delle sette Virtù con al centro l'episodio biblico di Agar e Ismaele assistiti dall'Angelo. Sulla destra si apre il salone decorato con un fregio settecentesco opera del Romagnoli e, all'interno di cornici dipinte, ritratto di alcuni membri della famiglia Della Porta. Il piano si completa poi con una serie di stanze da letto: a destra del salone si trovano in successione la "camera del letto rosso" con il suo talamo a baldacchino della fine del XVIII secolo e la splendida "camera dal letto verde", dove spicca un originale letto del Settecento con le cortine del baldacchino damascate e il paramento alla base realizzato in seta intrecciata con fili d'argento; da notare anche le poltroncine e le sedie neoclassiche che completano l'arredo. Alla sinistra del salone, si costeggia una piccola alcova per giungere poi alla "camera del baldacchino giallo" che prende il nome appunto da un letto circolare in seta damascata collocato in un ambiente arricchito anche da una solida scrivania francese e da una specchiera d'epoca. Riattraversando la galleria si possono osservare le ultime tre stanze: "la camera del letto giallo" che ospita affreschi sulla vita di Mosè e un prezioso orologio da tavolo stile impero, e un'anticamera con un fregio decorato da vicende evangeliche che conduce ad un'ulteriore alcova.

Tratto distintivo della villa è sicuramente il ricchissimo giardino esterno, caratterizzato da un significativo patrimonio di piante e fiori, da edifici rustici che rimandano ad un passato in cui l'edificio era punto di riferimento dell'attività agricola della zona e da elementi monumentali che lo rendono una vera e propria "architettura dell'ambiente".

Varcato l'ingresso e superate le scuderie, ci si imbatte in una serie di strutture che erano adibite a scopi pratici: la ghiacciaia dove venivano conservati gli alimenti, il cinquecentesco monumentale torchio in legno (il più grande nel suo genere di tutta la Lombardia), utilizzato per la spremitura delle vinacce, la macina sfruttata per la produzione di olio, la vecchia filanda e la cantina, dove sono ancora conservate antiche botti.

Tutto questo fa da preludio allo stupefacente giardino barocco che si articola con scelta insolita, lungo un asse principale parallelo alla facciata dell'edificio, che risale la vicina collina attraverso quattro terrazzamenti ornati da balaustre e statue in pietra di Viggiù e collegati da un'elegante scalinata dello stesso materiale che raggiunge il cosiddetto "teatro", una vasta e scenografica area verde punteggiata da cipressi e impreziosita da un fontanile. Da qui è possibile proseguire lungo un sentiero sterrato che si inoltra nel bosco fino a raggiungere il vicino belvedere, dove godere della splendida vista sulla Valcuvia e le alture limitrofe e ammirare la chiesetta di San Bernardino, risalente al XV secolo. Partendo invece sempre dal parterre principale di fronte alla villa e superando una cancellata d'ingresso sulla quale spiccano le statue delle Quattro Stagioni, si giunge al "giardino segreto", uno spazio più raccolto e meditativo con un viale alberato che conduce ad un'edicola che racchiude un affresco raffigurante Apollo e le Muse. Dal punto di vista floreale il parco si presenta, in particolare da fine febbraio in poi, come una variopinta tavolozza di colori grazie soprattutto a roseti, ortensie ed una grandissima varietà di crocus.


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ARCUMEGGIA



Arcumeggia è una frazione del comune di Casalzuigno nota perché nel 1956 l'Ente Provinciale per il Turismo decise di trasformarla in un borgo dipinto. Dopo tale decisione, giunsero in paese artisti come Ferruccio Ferrazzi, Aldo Carpi, Sante Monachesi, Aligi Sassu, Ernesto Treccani, Achille Funi, Giuseppe Migneco, Gianni Dova, Gianfilippo Usellini, Innocente Salvini, Giovanni Brancaccio, Bruno Saetti, Enzo Morelli, Remo Brindisi, Fiorenzo Tomea, Eugenio Tomiolo, Francesco Menzio, Ilario Rossi, Giuseppe Montanari, Cristoforo De Amicis, Luigi Montanarini, Umberto Faini, Antonio Pedretti, Albino Reggiori e Massimo Antime Parietti.

Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 168 abitanti, nel 1786 Arcumeggia entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera Provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799. Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 195 abitanti. Nel 1809 il municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse a Vergobbio, per poi passare sotto Cuvio nel 1812. Il Comune di Schianno fu poi ripristinato con il ritorno degli austriaci. L'abitato crebbe poi discretamente, tanto che nel 1853 risultò essere popolato da 271 anime, salite a 303 nel 1871. Il processo si invertì però alla fine del XIX secolo a causa della mancata industrializzazione della montagna, tanto che nel 1921 si registrarono 245 residenti. Fu così che nel 1927 il fascismo decise la definitiva soppressione del comune, unendolo a Casalzuigno.

Arcumeggia è un piccolo paesino di montagna situato tra la Valcuvia e la Valtravaglia ed è conosciuto come il "Paese dei Pittori" in quanto sono presenti, lungo le pareti esterne delle case, numerosi affreschi. Alcuni degli autori che hanno realizzato tali opere, sono tra l'altro stati molto conosciuti e pertanto hanno reso ancor più famoso questo piccolo paese, che ora è spesso preso d'assalto da numerosi visitatori curiosi di visionarlo.

La decisione di rendere il borgo di Arcumeggia (che si trova vicino a Casalzuigno) così particolare venne prese nel lontano 1956, quando si pensò di far realizzare, da parte di pittori contemporanei, affreschi lungo i muri della maggior parte delle case presenti. L'intero paese rispose con enorme consenso all'iniziativa, e così la passione per gli affreschi fu tale da far diventare Arcumeggia un museo a cielo aperto e molto famoso nelle zona di Varese. Tutti gli affreschi furono realizzati tra la fine del 1950 e l'inizio del 1970, ma la tecnica, diversa a seconda del pittore che realizzava l'opera, rendeva la mostra molto variegata.

Sui muri delle case appaiono le immagini di esperienze comuni alla vita di ognuno, di santi popolari e di scene religiose conosciute. Inoltrandosi nel paese si incontra un ambiente rurale pressoché intatto, piccolo faro d’arte italiana che è anche una sintesi di tradizione (la tecnica dell’affresco) e di modernità (l’epoca della loro esecuzione). Interessanti sono anche i cortili e la “Via degli Allievi”, raccolta di opere di studenti delle Accademie d'Arte che partecipano ai “Corsi Estivi Internazionali di Affresco” organizzati ad Arcumeggia dall’Accademia di Brera in collaborazione con le più prestigiose Accademie d'Arte d’Europa.

Arcumeggia aderisce all’Associazione Italiana Paesi Dipinti, sorta per valorizzare questo patrimonio d’arte. La visita al borgo d’arte è suggestiva permettendo splendidi panorami sulla Valcuvia e sul Lago Maggiore. La vicinanza ai Monti: Nudo (1235 m) e della Colonna (1203 m) permette varie escursioni sia a piedi che in mountainbike.

L'armonia dei dipinti compone un racconto, una leggenda, la vita stessa scandita da antichi gesti ed antichi riti.
E' una tavolozza colorata nel verde della Valcuvia in cui vengono presentate scene di emigrazione, di vita agreste, di tradizioni, di sport, di natura e mitologia. Visitarlo nelle ore del tardo pomeriggio estivo, magari all'imbrunire, è particolarmente suggestivo, grazie all'intersecarsi degli stimoli visivi e sonori con la poesia del luogo prealpino.
Un itinerario si snoda entro gli antichi vicoli del paesino, situato nel cuore della montagna a quasi 800 metri d'altezza e camminando sull'antico ciottolato, ci si sente fuori dal tempo, in uno spazio affascinante.

Nel 1958 e nel 1959 vennero realizzati dipinti murali ad opera di Cristoforo De Amicis, Luigi Montanarini e Sante Monachesi. Questi realizzò un'opera che suscitò subito la reazione del parroco, che riteneva il soggetto sconveniente; l'artista stesso intervenne quindi a modificare il dipinto cambiando anche il titolo: da "W le donne di Arcumeggia" a "Trionfo di Gea".
Nel 1961 l'esperienza riprese attraverso l'organizzazione di un corso di affresco; il corso era indirizzato, come borsa di studio, agli allievi di Accademia italiane, la direzione del corso fu di Usellini e le lezioni furono tenute da Montanari e Morellato in alcuni cortili del paese utilizzando supporti mobili. Successivamente, nel 1964, si tenne un altro corso dello stesso genere.
Nel frattempo era stato iniziato un altro progetto che riguardava la realizzazione di una Via Crucis sul sagrato della chiesa all'inizio del paese, in uno spazio individuato da Ravasi.
In quegli anni furono realizzati anche altri affreschi sulle case del paese ad opera di Giuseppe Migneco, Gianni Dova e Aldo Carpi.

Si può ritenere questo il nucleo storico delle pitture di Arcumeggia, dove le opere realizzate fra il 1956 e il 1966 a cui si aggiunsero Innocente Salvini nel 1971 d Ernesto Treccani nel 1974, rappresentano il pensiero e le maggiori tendenze artistiche italiane della metà del '900 aventi la comune finalità il riproporre l'importanza dell'arte figurativa in contrapposizione alla pittura astratta ed informale.
L'operazione ebbe allora grande risonanza e popolarità accrescendo l'importanza dell'evento. Margherita Sarfatti scriveva " Arcumeggia in Valcuvia segna un passo innanzi. E' un villaggio pioniere e pilota. Rappresenta un piccolo e riuscito tentativo di riavvicinare l'arte alla vita, in non oziose e non leziose né artificiose vacuità…."
A questo fervore seguirono anni di progressivo rallentamento e stasi fino all'incarico dato a Morellato nel 1985 di eseguire i primi interventi per la conservazione delle opere; nello stesso periodo vennero realizzate delle tettoie per riparare alcuni dipinti. Sempre nel 1985 ripartì l'iniziativa del corso di affresco con studenti di provenienza internazionale.
Vi furono in seguito delle sporadiche iniziative come la realizzazione di un nuovo affresco di Aligi Sassu sulla casa parrocchiale e di 2 dipinti di Carlo Nino Trovato e di Gioxe De Micheli nel 1991, a cui seguirono nel 1994 Umberto Faini, nel 1996 Massimo Antime Parietti, nel 2001 Antonio Perdetti ed infine un'opera di Albino Reggiori nel 2007, eseguita da Piergiorgio Ceresa e Leo Tami.
Nel 1985 le opere presentavano la necessità di interventi conservativi e si poneva quindi il problema della tutela e della valorizzazione per quasi tutte quelle realizzate nei 3 decenni precedenti; questo portò verso la fine del 1993 alla sottoscrizione di una convenzione fra la Comunità Montana della Valcuvia, la Provincia di Varese e il Comune di Casalzuigno con la finalità della valorizzazione e tutela di tutto il complesso di Arcumeggia, compresi la Casa del Pittore e la Bottega del Pittore. Questa convenzione venne rinnovata nel 1997 e nel 2006 con la Provincia di Varese come ente capofila e con la collaborazione della Pro Arcumeggia. Nel 2000 venne eseguita la catalogazione SIRBEC. Con l'occasione dei 50 anni del paese dipinto vennero realizzate una serie di manifestazioni culturali che portarono anche alla attivazione nel 2007 di un nuovo corso di affresco a cui parteciparono gli studenti del Liceo Artistico di Varese. Per quanto riguarda la conservazione dei dipinti proprio nel 2006 vi fu l'incarico all'Opificio delle Pietre Dure di effettuare l'analisi dello stato di conservazione dei dipinti murali che venne realizzato nell'estate del 2007 con il coinvolgimento degli studenti

Nella Casa del Pittore, sede della "scuola d'affresco", si trovano numerose opere d'arte, bozzetti e ceramiche dei vari artisti; l'edificio è sede di mostre e visite guidate.
Il complesso lavoro svolto dall'Ente Provinciale del Turismo, ha assicurato ad Arcumeggia l'opera di pittori importanti, in grado di suscitare apprezzamenti critici e di richiamare l'interesse del pubblico.
Si tratta di una piccola gemma, da gustare nella sua duplice anima d'arte e di simbolismo religioso.
Sicuramente l'effetto sarà stato sorprendente per il turista che girovagava per il paese alla scoperta di nuovi scorci: il maestro al centro, contornato da una dozzina di cavalletti dietro i quali gli allievi sperimentavano questo procedimento, tutt'intorno i vasetti contenenti le terre, le tavolozze, i recipienti con l'acqua, i rotoli dei disegni preparatori, l'intonaco ancora fresco.
I lavori che gli allievi hanno realizzato su pannelli sono stati collocati nei cortili del borgo, cosicché questo si è trasfermato in un "unicum", un contenitore di opere accomunate, pur nella loro diversità stilistica, dalla freschezza e dalla genuinità giovanili.
Molti allievi degli anni '60 frequentarono i corsi di Arcumeggia diventando famosi maestri, che di tanto in tanto ritornano a vedere il posto. Ciò che è avvenuto e si verifica in occasione di ogni nuova opera, è il rapporto di schietta cordialità che si instaura tra l'intero paese e l'artista: rapporto fatto di attenzioni reciproche, di comprensione e condivisione dei problemi, di inviti a cena, di regali, di dediche; l'artista diventa per acclamazione cittadino ad honorem. Arcumeggia ha vissuto e vive gli onori delle cronache grazie al patrimonio artistico che conserva, costituito da opere uniche ed irripetibili e per via delle numerose manifestazioni di notevole livello che vi si organizzano.

La "Casa del Pittore", attualmente di proprietà della Provincia di Varese, venne realizzata nel 1956 al fine di offrire agli artisti che lavoravano ad Arcumeggia per la realizzazione degli affreschi, la possibilità di un soggiorno tranquillo e comodo.
La struttura, edificata tra il 1956 e il 1957 nel centro del paese, è costituita da un piano terreno dall'ingresso ampio e luminoso, con cucinino e salotto. Una scala in legno conduce al primo piano, composto da due camere e servizi, mentre al secondo piano è sistemata la sala di pittura. Quest'ultima, oltre a presentare ampie finestre come le altre sale, è dotata di un terrazzo panoramico con vista sulla vallata della Valcuvia e sul Lago Maggiore.
La Casa del pittore riscosse immediati consensi, soprattutto da parte degli stessi artisti, in qualità di luogo dove poter creare in tutta tranquillità..


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CASALZUIGNO



Casalzuigno è un comune della provincia di Varese in Lombardia situato lungo la Valcuvia e attraversato dalla strada statale che collega Cittiglio con Luino.

Casalzuigno è un paese dal territorio estremamente articolato, comprende essenzialmente tre nuclei: Zuigno, Casale ed Arcumeggia. Zuigno, l’antica Sovinium divenuta poi in epoca medievale Civignum, risulta già esistente in epoca romana, come dimostrano i ritrovamenti di tombe in quel periodo.

Agli inizi del 1200 Zuigno diede i natali ad una delle personalità più illustri della Valle: quel Jacobus De Civignio che diventerà prima canonico poi prevosto della Chiesa plebana di San Lorenzo in Cuvio. Casale e la piccola frazione di Aga sono parimenti documentati a partire dal medesimo secolo quando “Marcadus” figlio del fu Ugo “de Aga de Casale” partecipa in qualità di testimone ad una permuta rogata “in plebe de Cuvio”. Un gruppo cospicuo di atti rogati intorno al 1300 riguarda la piccola frazione di Sanda, dove si era stabilita la nobile famiglia dei “Tissinallo” proveniente dalla Valtravaglia.

Arcumeggia, l’antica “Arx media” posta a difesa della strada che unisce la Valvuvia e la Valtravaglia, si ricorda innanzitutto per il ritrovamento di una testa d’ascia in serpentino di epoca neolitica, cui si aggiungono tutta una serie di riscontri a partire dal tredicesimo secolo. Casalzuigno nel XVII secolo fu eletta come dimora dalla nobile famiglia Della Porta che in poco tempo estese le sue proprietà su quasi tutta la valle.

A livello amministrativo le due comunità originali di Casalzuigno e Arcumeggia vantano istituzioni di democrazia e partecipazione popolare legate agli istituti del comune rustico. Entrambe infatti erano rette da una vicinìa composta da tutti i capifamiglia convocata in giorni di festa, dopo la messa, sulla pubblica piazza al suono della campana e presieduta da un sindaco coadiuvato da un console, entrambi eletti all’inizio di gennaio. Il moderno Comune di Casalzuigno nasce in virtù del R.D. 16.09.1927, n. 2438, che riunisce le comunità di Casalzuigno e di Arcumeggia in un unico Comune.

Vi si trova Villa Della Porta Bozzolo, una villa di campagna del XVI secolo appartenente al Fondo per l'Ambiente Italiano, donata dagli eredi del senatore e patologo italiano Camillo Bozzolo.

Una frazione che merita una menzione particolare è quella di Arcumeggia, annessa nel 1927, perché dal 1956 l'Ente Provinciale per il Turismo lo trasformò in un borgo dipinto da noti artisti dell'epoca.



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CUVIO

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Cuvio è un comune della provincia di Varese ed è posto ai piedi delle Prealpi Varesine, capoluogo della Valcuvia a 10 km dal lago Maggiore.

Cuvio, capo di pieve, compare citata negli Statuti delle strade e delle acque del contado di Milano, compartecipe delle spese per la manutenzione della strada di Bollate (1346).

Con l'intera Valcuvia fu infeudata nel 1450 ai Cotta che la tennero finché non passò nel 1727 al conte Giulio Visconti Borromeo.

In età napoleonica, con decreto 4 novembre 1809 b, a Cuvio furono aggregati i soppressi comuni Cabiaglio, Bedero, Brinzio, Cavona, Ferrera, Masciago, Rancio, e fu inserito nel cantone I di Varese del distretto II di Varese.  Successivamente a seguito di rettificazione e concentrazione dei comuni del dipartimento del Lario, per "convenienze topografiche”, Bedero, Brinzio, Cavona, Ferrera furono sottratte a Cuvio a riunite con Rancio a formare un comune nel cantone di Luvino. Con decreto 30 luglio 1812 fu creato un nuovo comune denominato Cuvio con i comuni aggregati di Cuvio, Cabiaglio, Vergobbio, Arcumeggia, Cuveglio, Duno, Azzio e Orino, nel cantone II di Gavirate del distretto II di Varese. La situazione tornò alla situazione precedente con il ripristinato dell'ordinamento precedente sotto il Regno Lombardo-Veneto.

Cuvio fu ancora interessata alle aggregazioni comunali durante l'epoca fascista, quando con R.D. 12 gennaio 1928, n. 63, furono soppressi e aggregati ad esso Cavona, Cuveglio in Valle, Duno e Vergobbio. Nel 1954 Duno riottene la propria autonomia amministrativa mentre due anni dopo Cavona, Cuveglio in Valle e Vergobbio furono staccati da Cuvio ed eretti in comune con la denominazione di Cuveglio (D.P.R. 5 ottobre 1956, n. 1256). Nel 1961 dal comune di Cuvio fu staccata la frazione di Canonica, aggregata al quello di Cuveglio (D.P.R. 9 maggio 1961, n. 468) e da ultimo nel 1969 a Cuvio fu aggregata una zona di territorio disabitata, in precedenza di Cuveglio.

Cuvio è il capoluogo storico della Valcuvia. Piero Chiara, nel suo romanzo Il pretore di Cuvio ne ha esaltato le bellezze nascoste. Il centro infatti è antico, ricco di angoli suggestivi raccolti attorno alla Parrocchiale. Dell'antica supremazia politico - amministrativa su tutta la valle, a Cuvio restano solo le vestigia dell'imponente palazzo Litta - Arese. Costruito intorno alla metà del XVIII secolo esso conserva ancora sul portone dell'ingresso principale lo stemma visconteo con il caratteristico biscione. L'ala signorile è quella settentrionale, organizzata, probabilmente nel XVII secolo, secondo il comune schema della villa: con il portico a tre arcate, lo scalone e la grande sala alle spalle, che si affaccia su un giardino di non grandi proporzioni. segnaliamo ancora la Casa Porta, la Casa Maggi e la Casa Appia. Suggestivi ed estremamente interessanti per i cultori di archeologia industriale sono i mulini posti lungo il torrente Broveda. Attorno al nucleo antico c'è la Cuvio vacanziera e residenziale.
Nelle zone archeologiche sono stati rinvenuti reperti (armille e vasetti) dell'Età del Bronzo e "spadoni gallici" dell'Età del Ferro, in località Corte.
Il Comune di Cuvio comprende la frazione Comacchio e le località di Ronco Broggini, Gaggio, Carreggio, Fornaci, Roncora, Pianezze, Punta Merigett (Campo dei Fiori). Fa parte del Parco Naturale Regionale Campo dei Fiori, istituito dalla Regione Lombardia nel 1984.

Tra i personaggi noti nati a Cuvio vi è Virgilio Savini, il quale è stato per molti anni il più noto ristoratore milanese. Anche il lottatore Enrico Porro vincitore della medaglia d'oro nelle lotta grecoromana nel 1908 a Londra aveva origini cuviesi, ed ancor oggi i suoi genitori sono seppelliti nel cimitero del paese. Lo scrittore Piero Chiara ha ambientato a Cuvio il proprio romanzo Il pretore di Cuvio.

Al centro del paese sorge il palazzo Litta Visconti di Arese, appartenuto ai Cotta dal 1450 al 1728 e poi ai Litta Visconti di Arese, il cui stemma campeggia tuttora sopra il portone d'ingresso. L'edificio sorge verosimilmente su una precedente fortificazione della quale conserva la caratteristica struttura a quadrilatero con cortile interno. L'ala settentrionale è l'ala signorile, rifatta nel sec XVII .
Di fronte al palazzo, sorge la parrocchiale dedicata ai SS. Pietro e Paolo.

La chiesa dei Santi Pietro e Paolo fu costruita agli inizi del 1600, più volte ristrutturata. Di pregevole fattura sono gli affreschi di Pasquale Arzuffi nelle navate.

Nella frazione Comacchio è tuttora attiva la fabbrica di organi che venne fondata da Bernardino Mascioni nel 1829.



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domenica 28 giugno 2015

GRANTOLA

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Grantola è un comune della provincia di Varese.

Grantola, attestato come Grantora nel XIII, è un nome nato in epoca indoeuropea (allorché esistevano entrambe le parole che formano il composto, ghrnto (terreno) e olah (curva, svolta, piega), si è poi trasformato in ghrnt-olâ (epoca tardoindoeuropea), poi in grantolâ (epoca celtica), rimasto tale e quale in gallico e assunto in latino come Grantola.

La nascita dello Stato Italiano riconobbe a Grantola lo status di Comune sotto la Provincia di Como. Tale condizione perdurò fino al 1927. Infatti con il Regio Decreto 11 dicembre 1927, n. 2480,  i comuni di Grantola, Bosco Valtravaglia e Montegrino furono riuniti in un unico comune, denominato Montegrino Valtravaglia.

Nel 1957, con il Decreto del Presidente della Repubblica 29 novembre 1956, n. 1562, il comune di Grantola fu ricostituito, a seguito di istanza presentata dai cittadini in data 15 febbraio 1948.

Il caratteristico centro storico conserva le testimonianze del passato medioevale.

La chiesa di San Pietro fu edificata nel XII secolo, divenne col tempo parrocchia delle comunità di Grantola e Mesenzana.
Al centro dell’abside è presente un pregevole affresco, delle dimensioni di 140x90 cm, raffigurante la “Madonna del Buon Consiglio”, raffigurata seduta su un trono, mentre tiene sulle ginocchia il Bambin Gesù, ritto in piedi. Sopra il dipinto, contornato da due colonne a spirale, risalta una grossa corona, elevata da due angeli che stanno per poggiare sul capo della Vergine.
Nel 1567, San Carlo Borromeo, in vista pastorale nella vallata, notò che le comunità di Grantola e Mesenzana si trovavano costrette a condividere la parrocchia. Decise dunque di separarle, ordinando di far erigere in entrambi i paesi una nuova chiesa, relegando alla Chiesa di San Pietro la funzione di santuario.
Nel 1596, il Cardinale Federico Borromeo, anch’esso in visita pastorale, trovò immutata la situazione. Inoltre fu informato del fatto che il curato, che aveva l’obbligo di alternare la propria  dimora un anno a Grantola e un anno a Mesenzana, risiedeva sempre a Mesenzana, poiché la casa parrocchiale di Grantola era lontana dal centro abitato, in una zona paludosa e malsana. Il Cardinale rinnovò quindi l’ordine imposto da San Carlo.

La chiesa di San Carlo fu costruita su progetto dell’architetto Francesco Maria Richini, fu Chiesa Parrocchiale dal 1634, anno di fondazione della Parrocchia di Grantola, al 1965, con la conclusione della costruzione della nuova Chiesa dei SS. Pietro e Paolo.
La struttura è composta da tre navate, suddivise da colonne. L’interno dimostra la totale assenza di interventi successivi alla costruzione; l’esterno, al contrario, presenta interventi postumi che hanno comportato l’innalzamento del lato nord del presbitero e il rifacimento della facciata in stile neoclassico.
Con la costruzione della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, la Chiesa di San Carlo fu depredata di tutti i suoi decori, dell’altare e dell’antico organo: oggetti destinati ad essere collocati nella nuova chiesa.

Palazzo De Nicola fu edificato nel XVII / XVIII secolo e successivamente modificato. Presenta al suo esterno, oltre a numerosi simboli massonici, anche una raffigurazione del locomotore Stephenson, a ricordo dell’attività di costruttore ferroviario di Gaspare De Nicola (XIX secolo).
Si ipotizza che il Palazzo sia stato costruito sui resti della fortificazione distrutta nel XVI secolo dai Lanzichenecchi.

La Madonna delle nevi è un affresco datato 17 novembre 1618 e raffigura la Vergine con il Bambino, visibile a lato del lavatoio comunale (località Pasquè).

La Chiesa dei SS. Pietro e Paolo fu edificata fra gli anni '50 e '60 dello scorso secolo.

"Le Mura", resti di un antico edificio, sotto certi aspetti ancora misterioso, che sorgono sulla riva del torrente Grantorella. Si presume - senza alcuna prova - si tratti di resti del colossale castello distrutto dai Lanzichenecchi nel '500. La costruzione, fra le più importanti dell'altro varesotto, realizzata con tipica pietra del posto, si sviluppava su entrambe le sponde del torrente Grantorella, interessando anche l'area attualmente occupata dal Palazzo De Nicola.
In realtà si tratta di uno sfondo neogotico dei primi del Novecento, di giardini uniti al Palazzo De Nicola da un ponte in seguito crollato, come tramandato da una zia-testimone al Sig. Franco Broggini,con la conferma di non-antichità da parte dello studioso Prof. Franco Brichetti.

Il pozzo scoperto qualche anno fa in paese e profondo 100 metri sarebbe un cunicolo di origine vulcanica. Un mistero riguarda la provenienza delle mura che sono ancora in piedi in centro. «Le mura che noi chiamiamo forse impropriamente “medievali”, e che abbiamo inserito in un progetto di recupero, sono lì da chissà quanto tempo, ma ma nonostante incarichi a storici locali e studiosi della materia, non sappiamo a che periodo appartengono, nè da chi vennero erette», Non si hanno notizie in merito: origine ignota anche per l’affresco che da tempo immemore – ma più recente – campeggia su di una facciata del paese: qui si cerca non solo l’autore, ma anche il soggetto, che raffigura una sorta di castello di cui non si hanno notizie: frutto della fantasia o replica di altre mura? E poi il cunicolo. Nel corso di lavori nel centro storico, quello che a tutti gli effetti sembra un manufatto è stato riportato alla luce: si tratterebbe di un pozzo. Singolarmente a Grantola, che trovasi dopo Montegrino e Bosco, tutto è sparso di tomoli conici arsicci, che credonsi fumaiuoli di vulcani estinti, dal che danno indizio anche le scorie che abbondano a Cassano sull’altra riva del fiume”. Vulcani in Valcuvia? Può darsi. Anche se verificare la notizia pare un tantino difficoltoso. L’interno del “pozzo” in centro a Grantola, in una foto appare foderato di mattoni. Potrebbe davvero essere un buco nel terreno realizzato per i rifornimenti idrici (anche se la zona, oggi, è ricca d’acqua); oppure davvero costituire un cunicolo naturale nato dalla tettonica della zona e successivamente sfruttato per altri scopi.

Da Grantola transitava la tranvia Varese-Luino, inaugurata ai primi del Novecento e dismessa negli anni cinquanta, il cui tracciato si snodava strettoie prealpine e della Valganna.
Tutti i ciclisti, dilettanti e non, ben conoscono “la Grantola” , quei duri tornanti della provinciale che da Grantola salgono verso Cunardo, e sempre inclusi nelle classiche Tre valli varesine.
Grantola è spesso citata dal cantautore Biagio Antonacci, perché luogo di soggiorno delle sue estati in età adolescenziale. Se pur non nominata direttamente, Grantola è spesso richiamata nei testi delle sue canzoni.



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CUNARDO



Cunardo è un comune della provincia di Varese noto fin dall'epoca antica, per la lavorazione della ceramica.

Cunardo, deriva dal celtico “Kun Ard”, che significa Posto in alto, e quindi punto d’incontro delle tre valli varesine Valcuvia, Valganna, Val Marchirolo.
In epoca tardo medievale Cunardo era compreso nel feudo di Valtravaglia, concesso al conte Franchino Rusca dal duca di Milano Filippo Maria Visconti, nel 1438.
Nel 1583 il territorio passò alla famiglia Marliani.

Nel XVIII secolo, essendo comune di scarso interesse, l'amministrazione era curata esclusivamente dal sindaco, che procedeva nell'ordinaria amministrazione, mentre per gli eventi straordinari veniva coadiuvato da un gruppo di cittadini. Nel 1751 la popolazione ammontava a 443 abitanti.

Nel 1757 il comune fa parte della Pieve di Val Travaglia. Nel 1786 Cunardo entra nella provincia di Gallarate, e successivamente di Varese, a seguito dell'editto austriaco che divide la regione Lombardia in otto province. Nel 1791 il comune passa alla provincia di Milano. Il primo Consiglio comunale fu eletto nel 1821.

Il paese è posto ai piedi di due monti (Monte Castelvecchio e monte Penegra). Il monte Castelvecchio prende il suo nome dalla fortezza fatta costruire dai Longobardi nel 700 d.C. che dall'alto dominava la valcuvia e la val Marchirolo. Nel comune di Cunardo si ramifica nel sottosuolo una grotta chiamata "Orrido di cunardo" nella quale scorre anche il fiume Margorabbia. Alcune tra le zone importanti della grotta sono l'Antro dei Morti, Lago Ignoto e Grotta della Madonnina.

Cunardo vanta un antichissimo mulino ad acqua, il Molino Rigamonti, di proprietà della famiglia Rigamonti dal 1787. Ancora oggi tutto l’impianto dell’epoca è completamente funzionante e produce crusca, farina integrale, farina da polenta, fine e grossa.

Il Molino Rigamonti si trova lungo il fiume Margorabbia, al confine tra Cunardo e Ghirla.
È un mulino ad acqua. L’acqua della roggia di derivazione viene convogliata in un canale così che, per caduta, fa girare una ruota idraulica verticale in ferro. È il movimento di questa ruota a produrre l’energia necessaria per il funzionamento, tramite una serie di cinghie e di ingranaggi, di tutte le attrezzature necessarie alla macinazione: le macine, la tramoggia, il buratto.
La costruzione del mulino si perde nei secoli. Notizie certe si hanno a partire dal 1787, quando la famiglia Rigamonti acquistò l’impianto da Pasquale Aimetti. La famiglia Rigamonti proveniva da Barzago, in Brianza, ecco il perché della denominazione Molino Barzago, denominazione che ha poi contrassegnato anche la località.
Nel 1891 furono poste le basi per la costituzione della società “Fratelli Rigamonti” per l’attività – così come recita il certificato rilasciato dalla Camera di commercio di Varese – “di oleificio per la fabbricazione degli olii di semi e mulino di granoturco, commercio al minuto di semi e panelli, farina di granoturco e cascami”. Il mulino serviva i contadini e i proprietari che vi portavano il granoturco, che macinato forniva la farina per la polenta, piatto principe nell’alimentazione del passato. Fino al 1951 presso il mulino veniva prodotto anche olio di noci.
La ruota del mulino, immutata, continua a girare grazie alle incessanti e appassionate attenzioni della famiglia Rigamonti, che ancora oggi è proprietaria di questo gioiello. Tutto l’impianto è dell’epoca e completamente funzionante.
L’attuale proprietario, Riccardo Rigamonti produce e vende farina integrale, crusca, farina da polenta, fine e grossa.
L’antico mulino ad acqua Rigamonti, forse l’unico ancora attivo in tutta la provincia di Varese, costituisce ormai una tappa significativa degli itinerari turistici locali.
L’area in cui sorge il mulino, che ha rispettato nel corso degli anni il verde circostante, viene inserita nel 2010 nel Parco regionale Campo dei fiori.
Sempre nel 2010 la Regione Lombardia riconosce al Molino Rigamonti la qualifica di “negozio di storica attività”. Nel 2011 nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, l’impresa viene inserita tra le 150 imprese storiche d’Italia premiate a Roma durante la cerimonia “Italia 150.
La chiesa della Beata Vergine del Rosario, amatissima dai Cunardesi è destinata alla devozione fin dal 1300. Sulla parete esterna del pronao è dipinto l’affresco della Madonna delle Grazie o delle Rose. L’opera, che raffigura la Vergine con in braccio il Bambino, fu eseguita dal professor Valli di Brebbia nel 1940.
La chiesa parrocchiale di Sant’Abbondio, in stile tardo barocco, fu costruita sullo stesso luogo dove sorgevano edifici di culto precedenti e fu consacrata nel 1779. La tradizione vuole che nella costruzione sia stato utilizzato il materiale del vecchio castello da tempo abbandonato. All’interno vi sono affreschi di Alessandro Valdani da Chiasso e l’organo costruito nel 1833 dagli organisti Arioli & Franzetti, usato regolarmente durante la liturgia per sostenere il canto della corale parrocchiale.

Al centro del paese si apre la bellissima piazza IV Novembre, con la “Vittoria alata”, il monumento ai caduti cunardesi delle due guerre. L’opera è stata realizzata negli Stati Uniti dallo scultore locale J. G. Sassi. Il marmo, il bronzo e la modella sono americani e questo è uno dei pochi monumenti in Italia realizzato con marmo statunitense.

Cunardo è attraversata anche da un tratto della Linea Cadorna, il sistema di fortificazioni costruito lungo il confine italo-svizzero durante la Prima Guerra Mondiale, ma mai utilizzato.

Numerose sono inoltre le cappelle votive e gli affreschi sulle facciate delle vecchie case che si possono trovare passeggiando nel paese. In particolare vi sono due affreschi del pittore locale Antonio da Tradate, attivo lungo le sponde del Lago Maggiore e le valli ticinesi tra la fine del XV secolo e l'inizio del XVI secolo. Sono la “Madonna in trono”, nella frazione di Raglio e la “Pietà” in via Vaccarossi.

Sulle facciate delle case più vecchie, si possono trovare anche diversi motti fascisti risalenti agli anni ’30.

Cunardo vanta antiche tradizioni nella lavorazione della ceramica, pare che l’inizio della sua produzione risalga al tempo dell’Imperatore Tiberio.

Nel 1796 Camillo Adreani rivitalizzò la ceramica di Cunardo, con l’introduzione di colorazioni verdi e blu la cui lucentezza era insuperabile e che ornò una produzione quasi esclusiva costituita da vasi per unguenti e profumi e vasi per speziali, venduti anche Oltralpe. Adreani impiantò il suo laboratorio di ceramica sfruttando le conoscenze dell’arte apprese a Faenza. La materia prima era a portata di mano: l’argilla dei luoghi, la legna dei boschi, l’acqua pura, sono gli ingredienti che hanno consentito di creare una felice storia della ceramica nella provincia di Varese.
 Alcuni pezzi decorati col “blu Cunardo“, (colore di cui solo i maestri cunardesi conoscevano il segreto della produzione) sono ormai autentiche rarità e sono conservati al Museo internazionale delle ceramiche di Faenza e al Museo Poldi Pezzoli di Milano.

Nel 1896 le fabbriche di ceramica a Cunardo risultavano essere quattro; oltre ad esse, vi erano svariate fornaci per laterizi e calcina. Delle molte fabbriche storiche di maioliche del Piambello, oggi ne sopravvive solo una, sorta sui resti di una fornace da calce ottocentesca, attiva fino agli anni ’30.

Nel 1951, la famiglia di Gianni e Giorgio Robustelli fonda la ceramica Ibis. Dagli anni ’60, con l’istituzione dell’Associazione Culturale Cun-Art, la ex fornace da calce diventa luogo di incontro per artisti di livello mondiale, desiderosi di cimentarsi con l’arte ceramica. Tra le illustri firme rimaste alle Fornaci si leggono infatti quelle di Fontana e Burri, di Guttuso e Ennio Morlotti, di Baj e di Schumacher. Importante è la presenza alle Fornaci di Aldo Carpi e il ricordo delle gustose liti tra Guttuso e Alberto Milani. Anche Piero Chiara veniva a dilettarsi alle Fornaci, tanto da aver lasciato una collezione di piatti, dipinti di sua mano e destinati a essere riprodotti sulle copertine di alcuni suoi romanzi. Vittorio Tavernari ha sua volta prodotto per gli amici Robustelli le sue uniche ceramiche. Piaceva lavorare qui anche ai Frattini, padre e figlio, a Spaventa Filippi e Sergio Pasetto, a Gottardo Ortelli e Luciano Ferriani.

Nel 2014 Giorgio Robustelli ha creato l’associazione “Amici delle Fornaci Ibis”, che ha come scopo il rilancio culturale delle Fornaci di Cunardo con iniziative incentrate non necessariamente sull'arte ceramica, ma che spaziano anche in altre forme di espressione.



Le grotte di Cunardo si sono formate dove il fiume Margorabbia ha scavato nella roccia calcarea, nel corso dei millenni, uno spettacolare traforo idrogeologico, tra cui una grotta ampia e lunga circa una centinaia di metri, percorribile anche da persone poco esperte. E’ un fenomeno naturale unico in Lombardia

Si tratta di un complesso ed importante traforo idrogeologico unico in Lombardia.Comprende le grotte Pont Niv e Antro dei Morti ma si collega anche con altre grotte.Si sviluppa in forma di labirinto di gallerie,ora ampie,ora anguste,scavate dalle acque,talvolta in pressione(condotta forzata) con diversi sifoni attivi di cui due importanti. E percorso dal torrente Margorabia che, nei periodi di piena allarga i rami attivi e rende pericoloso l'accesso a buona parte delle grotte.

Ingresso a spaccatura orizzontale larga m.20 tra strati orizzontali.Inoltrandosi si costeggia una cartiera diroccata,si lascia a destra un laghetto e si prende a sinistra fino ad un salto di m.3.Alle spalle vi è un laghetto limpido e calmo a monte del quale si trova un vasto e scomodo labirinto. Scendendo invece,si giunge ad una comoda galleria,a sinistra della quale si staccano alcuni cunicoli tortuosi; a destra si sbocca  ai due terzi di un pozzo con violenta cascata di una dozzina di metri.Proseguendo su un terreno molto sdrucciolevole si perviene ad un salto di 12 metri che si affaccia su di un vasto cavernone. Superato si accede ad una galleria levigata,un successivo  salto di 3 m. ci permette di arrivare nel cavernone  che si attraversa completamente per raggiungere l'ingresso di una galleria che porta,dopo un nuovo pozzetto di m.8,direttamente al laghetto terminale.Il lago terminale o lago sferico,così chiamato per la forma della volta, ha una quindicina di metri di diametro ed è in comunicazione attraverso un sifone lungo una trentina di metri,con l'Antro dei Morti.

Ingresso pure a spaccatura orizzontale larga una ventina di metri tra strati orizzontali.La grotta si divide in 2 parti distinte:la prima, a sinistra, detta galleria del torrente,è lunga 120m. circa.Da una bassa volta laterale esce il torrente, alimentato dal cosiddetto lago Ignoto che comunicava,per via subacquea  col Lago Sferico di Ponte Nativo.Seguendo il corso del torrente si arriva a  un piccolo e suggestivo laghetto che comunica con l'esterno per mezzo di un breve sifone.Piegando sulla sinistra del lago ed inoltrandosi nella prima parte del labirinto, si giunge in breve alla seconda uscita della grotta che si affaccia nella parte superiore del profondo Orrido nel quale si getta il torrente Margorabia. La seconda parte della grotta è costituita dalla cosiddetta galleria  asciutta o fossile,lunga 180 metri.

Il complesso carsico di Cunardo  venne visitato numerose volte nel passato soprattutto per il suo facile accesso e per la vicinanza con i centri abitati.Una buona descrizione venne data nel 1923 da A.Bohm e A.Di Renzo e la pianta dell'Antro dei Morti,pubblicata in quella occasione,fece testo per molti anni.Successivo è l'interessamento da parte di squadre di speleologi che miravano alla soluzione dell'ultima delle incognite di questo complesso ipogeo,cioè il collegamento  sotterraneo tra il Ponte Nativo e l'Antro dei Morti. A ciò si dedicarono in particolar modo elementi di Gruppi Grotte di Varese, Desio,Milano e Como cui si devono le scoperte  e le esplorazioni  del cosiddetto lago Ignoto  nella prima parte dell'Antro dei Morti,del lago Sferico e l'individuazione del sifone terminale del Ponte Nativo.Nel 1954 due sommozzatori del Gruppo Grotte Milano,forzarono felicemente il sifone n.2 che collega il laghetto terminale dell'Antro dei Morti con lo sbocco della grotta sull'Orrido.IL 7 ottobre 1954 venne finalmente effettuato il superamento del sifone n.1 che unisce ,l'Antro dei morti con il Ponte Nativo.

Il torrente Margorabia ,che prende origine dal Monte Martica,dopo aver percorso la Valganna, alimentando i laghetti di Ganna e Ghirla , con un notevole salto all'altezza di Cunardo scende in Valcuvia per gettarsi,infine,nel Lago Maggiore unitamente al Fiume Tresa,poco a sud di Luino.Nel salto tra Cunardo e Ferrera il Margorabia ha traforato il gradino roccioso formando le due caverne che si susseguono separate da un sifone.Questo complesso carsico sotterraneo costituisce l'unico traforo naturale lombardo d'un corso d'acqua quasi solo superficiale.Subito a monte della grotta superiore le acque del torrente sono trattenute da una piccola diga che alimenta la centrale di Ferrera Valcuvia.

Dal punto di vista archeologico meritano menzione alcuni frammenti di ceramica romana raccolti da C. Chiesa nel 1937 ed altri d'età meno remota rivenuti da G. C. Cadeo e G. Orlandi nel 1948.

Cunardo è famosa per la pista di sci di fondo “Sole e Neve”. La pista è gestita dallo Sci Club Cunardo, che ogni anno organizza corsi individuali e di gruppo. Numerose sono anche le scuole che sfruttano il centro per proporre ai propri alunni un’attività di avviamento alla pratica dello Sci di fondo.

Il percorso della pista Sole e Neve parte dalla Baita del fondista, fornita di locale ristoro, spogliatoi, docce, noleggio del materiale tecnico, impianto di illuminazione, impianto di innevamento programmato (il primo realizzato in Italia per l’approntamento di una pista di sci di fondo, nel 1987).

D’estate la pista da sci si trasforma in bellissime piste ciclabili, completamente asfaltate, che collegano Cunardo con i paesi vicini. Le piste si addentrano nei prati e nei boschi e permettono di ammirare i tesori cunardesi (costeggiano anche il Molino Rigamonti e la Fornace Ibis).

Numerose sono le manifestazioni organizzate dalle associazioni cunardesi. Le più importanti hanno luogo durante il periodo estivo.
Ogni anno, a giugno, la Pro Loco organizza il Palio dei Rioni, una gara dove per tre settimane i 6 rioni di Cunardo (Borgo, Filanda, Ponte Nativo, Pozzo Castelvecchio, Raglio, Sasso Morone) si sfidano in diversi giochi.
Nel mese di luglio, il gruppo folkloristico I Tencitt organizza, presso la Baita del fondista, il Festival Internazionale del folklore, che trasforma Cunardo “nell’ombelico del mondo”. Due settimane di danze, canti, musiche e colori da ogni parte dell’Italia e del mondo.

Ad agosto arriva invece uno degli appuntamenti più attesi dell’estate cunardese, la Sagra della patata, con un menù ricco di specialità. Il ricavato è donato ogni anno alla Scuola Materna di Cunardo.

Sempre ad agosto, i cunardesi celebrano il loro Santo Patrono, Sant’Abbondio.

Il gruppo folkloristico I Tencitt a settembre organizza inoltre la Sagra del fungo, un appuntamento fisso per tantissimi appassionati, con un ricchissimo stand gastronomico.

La festa più sentita dai Cunardesi è però la Festa della Madonna del Rosario, considerata la vera “Festa del paese”, che ha luogo la prima domenica di ottobre. Ogni anno, dopo le celebrazioni religiose e la processione per le vie del paese con la statua della Madonna del Rosario, si tiene l’incanto dei canestri, dove i doni (solitamente prodotti gastronomici) che i Cunardesi offrono alla Madonna vengono “venduti all’asta”. Il ricavato è destinato al sostentamento della Parrocchia.

Fra le personalità cunardesi più influenti vi è sicuramente Vittorio Formentano, fondatore dell’AVIS (Associazione Volontari Italiani del Sangue).
Formentano acquistò una residenza estiva ottocentesca a Cunardo, dove scelse di trascorre gli ultimi anni della sua vita.
A lui Cunardo ha dedicato il parco e l’anfiteatro Formentano, sede di numerose manifestazioni.

A Cunardo vive anche il campione Federico Morlacchi, il nuotatore italiano vincitore di tre medaglie di bronzo ai giochi paralimpici di Londra, un oro, un argento ed un bronzo mondiali, cinque ori europei e detentore del record del mondo dei 400 farfalla S9.



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LA CHIESA DI SAN GIORGIO A SALTRIO



La Chiesa di S. Giorgio è collocata su una piccola altura posta a nord del nucleo abitato. L’edificio, di forma e volute ben articolati, presenta le murature originarie in pietra locale, mentre appaiono evidenti i successivi interventi di restauro. La struttura settecentesca ha infatti subito modifiche. Il timpano della facciata rivela l’origine ottocentesca e sul campanile è segnata la data del 1848. Il risalto di questa Chiesa è dato, più che dalle sue caratteristiche architettoniche, alla sua collocazione con l’ambiente circostante, cui si lega con rara armonia. Al di sotto della Chiesa, nel ventre della collinetta, si trovano delle camere che forse ospitavano armi automatiche ed un salone centrale che doveva fungere da magazzino. Vi si accede seguendo le tracce di una trincea che si diparte a lato della Chiesa. Era questo l’estremo punto difensivo della Linea Cadorna nel Varesotto prima delle fortificazioni del comasco che iniziavano sopra Cernobbio.

Essendo costruita in una zona collinare e panoramica, sul colle omonimo, la sua ubicazione rimaneva alquanto distante dal centro del paese; si poteva, quindi, avere l'impressione che fosse destinata all'abbandono.
L'attaccamento dei saltriesi verso la chiesa aveva motivazioni secolari e profonde; una testimonianza di rilievo è che sul lato sinistro vi è la cappella denominata "Della Madonna di Loreto", sul cui frontale da tempo immemorabile si trovano dipinte la Madonna di Loreto con la Santa Casa.
I saltriesi, in gran parte scalpellini dediti al lavoro nelle cave, data la loro forte devozione, nel giorno dedicato alla Madonna di Loreto, (il 10 dicembre), manifestavano sentimenti di fervida fede, affinché essa li proteggesse dal duro e pericoloso lavoro estrattivo che svolgevano nelle profonde cavità..
Il periodo più significativo in tal senso fu il XVIII secolo: le due chiese erano sprovviste di altari e balaustre, e così essi vennero collocati contemporaneamente in entrambe.
Tra il 1825 e il 1830 Pompeo Marchesi, fece dono del mezzo rilievo della "Deposizione del Salvatore o della Pietà", collocato nella Cappella posta sul lato destro; contemporaneamente venne eseguito l'altare.
Nel 1846 un violentissimo temporale con lampi e tuoni si abbattè sul lato di levante della chiesa, distruggendo il campanile e parte della cappella della Madonna di Loreto, con la conseguenza di gravi lesioni al dipinto.
I notevoli danni subiti e le costose spese per riportare la chiesa alle sue antiche origini suscitarono tra la popolazione non poco sconforto e preoccupazione, tanto da ventilarne un possibile abbandono.
Il campanile fu restaurato nel 1848, i restanti lavori vennero ultimati nel 1851.
Il 7 settembre il Vescovo Mons. Carlo Romanò la consacrò.
Sulla facciata principale venne posta una lapide che reca la scritta:
"Il religioso popolo di Saltrio, con generose offerte e con assiduo lavoro, in questa chiesa nuova, sulla vecchia eretta il Vescovo di Como consacrava, il 7 settembre 1851".
Verso la metà del XIX secolo (1855 - 1860), la fabbriceria venne nella determinazione di creare un portichetto sul lato nord. Il progetto venne contestato da parte delle autorità preposte alla tutela del patrimonio artistico, adducendo che veniva modificata la sua antica formazione architettonica; esso venne in seguito approvato solo con delle modifiche. I motivi erano più che giustificati.
Il 1917 vede l'Italia in guerra contro l'Impero Austro-ungarico: si teme che essa venga aggredita alle spalle, con l'invasione della Svizzera neutrale da parte delle truppe austriache.
L'Alto Comando Militare ordinò la costruzione di fortificazioni, definite poi la "Linea Cadorna", lungo tutto il confine italo-svizzero per un tratto di circa 200 chilometri.
Saltrio è un paese di confine: si tenne ovviamente conto della sua posizione collinare, e venne, quindi, soggetto alle previste fortificazioni.
Punto di riferimento strategico fu il Monte Orsa, ove vennero costruite postazioni, camminamenti, gallerie che si affacciano sul lato nord e che permettevano di avere sotto controllo la zona del lago Ceresio.
Sul Monte Croce si fecero camminamenti, postazioni e piazzole; anche il colle San Giorgio e la chiesa non rimasero immuni. Lungo tutto il perimetro del colle vennero tracciati camminamenti e postazioni, mentre sotto la chiesa si crearono quattro gallerie convergenti al centro.
Nella zona la chiesa di San Giorgio è stata l'unica ad essere stata sottoposta ad opere di fortificazioni.
Nel 1923 il parroco Don Luigi Vittani notò che la chiesa era priva della statua di San Giorgio, al quale la chiesa era stata dedicata; la commissionò ad un artista della Val Gardena e il 16 dicembre essa venne solennemente collocata sull'altare maggiore.
Nel 1997 il parroco Don Giorgio Ponti effettuò alcune opere conservative e migliorative: l'installazione della luce elettrica, l'imbiancatura, la pulitura degli affreschi, la lucidatura del pavimento.
La chiesa, ad inizio del secondo millennio, con i suoi cinquecento anni di vetustà, si trova in uno stato ottimale di conservazione, continua ad essere un punto di riferimento storico-religioso, conserva opere di un certo valore artistico.
Doverosamente si esprime gratitudine ai parroci che furono nei secoli preposti alla guida della parrocchia: essi non mancarono di prestare attenzione ad una chiesa tanto amata dai saltriesi, i quali con notevoli sacrifici contribuirono ad abbellirla e si adoperarono per la sua conservazione.
Tutto il contesto dell'altare è stato realizzato in due periodi: l'altare risale al 1735, l'Ancona nel 1923, allorquando venne collocata la statua lignea di San Giorgio.

Nel pallio ai quattro angoli sono inseriti quattro angeli in maiolica di Saltrio, al centro una croce pregevolmente elaborata detta "Croce di San Andrea".

Vi sono state incise le iniziali S.G. (San Giorgio); ai lati compaiono angioletti in maiolica di Saltrio e sopra la serraglia un lavoro scultoreo con al centro un tondo ornamentale in maiolica di Saltrio. Risulta che è stata eseguita dal marmorino Luigi Emerici.
Balaustre, base, cimasa, piastroni: maiolica di Saltrio.
Piastrini di rosso d'Arzo.
La Statua di San Giorgio è un'opera lignea dell'artista gardeanese Giuseppe Scalz di San Ulrico di Val Gardena. Presenta il Santo a cavallo, vestito da soldato romano, con il manto rosso svolazzante; mostra un bel volto giovanile, è rappresentato nell'atto di trafiggere con la spada il drago. La statua è di ottima esecuzione artistica: vi si notano le capacità di un personaggio che si dedica all'arte lignea.
La cappella della Madonna di Loreto trae le origini in un periodo imprecisato, certamente remoto, in cui i saltriesi decisero di far affrescare la parete centrale con un dipinto raffigurante la Madonna di Loreto e la Santa Casa.
L'altare, invece, risale al 1748; è in stile barocco ma subì una modificazione a causa di un fulmine che si abbattè nel 1846 ai lati della cappella.
Il dipinto della Madonna di Loreto è indubbiamente di un dipinto antico, di ignoto autore; è segnalata la sua esistenza per la prima volta nel 1702.
Nel 1846, a causa di un violento temporale abbattutosi sulla Cappella della Madonna di Loreto, fu gravemente lesionato, per cui si rese necessario ridimensionarlo.
L'affresco mostra la casa, sulla quale è dipinta la Madonna: ha un volto ben tratteggiato, il manto scende dal capo e copre interamente il corpo. Sul braccio sinistro posa Gesù Bambino, sorridente con in mano lo scettro.

Le ricerche effettuate hanno accertato che le opere scultoreee degli angeli sono il prototipo di quelli che si trovano presso la chiesa parrocchiale di Affori (Milano); sono in stile neoclassico, risalenti al 1862 ad opera di Luigi Marchesi.
L'Angelo a destra dell'altare tiene le mani incrociate al centro del corpo, ha il volto abbassato, dal capo scendono i capelli ben regolati, attorcigliati e cadenti sulle spalle. Il manto, che partendo dalle spalle copre interamente il corpo fino alla sommità dei piedi, ha notevoli pieghettature molto ricche che dal fianco sinistro vanno verso quello destro.
L'Angelo a sinistra dell'altare ha una formazione pressoché identica; tiene il bel volto abbassato, le mani al centro in atteggiamento di preghiera, i capelli sono pure ben regolati e coprono le spalle.
Il manto, che parte dalla spalla destra, lascia intravedere il braccio sinistro nudo ma copre interamente il resto del corpo fino alla sommità dei piedi. In centro ha notevoli pieghettature, in particolare la parte che poggia sul braccio sinistro.
Le ali dei due angeli sono ben proporzionate ed hanno le medesime particolarità ornamentali.
Cappella della Deposizione di Gesù dalla croce o della Pietà conserva il mezzo rilievo di Pompeo Marchesi risalente al 1830 circa.
Essa era completamente spoglia, in quell'epoca, ed i saltriesi decisero di erigervi un altare.
Il riquadro che racchiude è a forma rettangolare priva di ornamento, salvo nella parte superiore priva di serraglia; per gran parte della lunghezza sono collocati i tipici lavori ornamentali neoclassici usati da Pompeo Marchesi.

Pompeo Marchesi nel 1826 realizzò la colossale statua della Deposizione di Gesù dalla croce o della Pietà per il Santuario di Saronno, ottenendo unanimi consensi e plauso. Forte del lusinghiero successo, pensò di realizzarne alcune in varie forme, tra le quali il mezzo rilievo conservato a Saltrio.
Esso presenta le medesime caratteristiche della Pietà di Saronno: mostra Giovanni che sostiene Gesù con le mani sotto il braccio destro, mentre tiene la testa ed il volto poggiato sul capo della Madonna. A tergo le due donne piangenti. In basso la scritta: "Dono dello scultore cav. Pompeo Marchesi alla sua cara Patria".
Lo studioso Andrea Spiriti, nell'esprimere un giudizio critico sulle opere eseguite, afferma che il tutto rappresenta lo stile severo della statutaria greca e può essere accostato alle opere michelangiolesche.
I due angioletti collocati ai lati dell'altare sono in stile neoclassico ed in marmo di Saltrio; ambedue tengono le mani incrociate, hanno un bel volto, la capigliatura ritorta e ben ordinata. I vestiti coprono la metà del corpo, lasciando intravedere il nudo alle estremità dei piedi.
Le ali sono alquanto elaborate.
Possono essere attribuite a Luigi Marchesi, in quanto è possibile fare un confronto con quelli collocati ai lati dell'altare della Madonna di Loreto, in cui si intravedono le medesime caratteristiche.

Sotto la volta centrale, in un ampio cerchio, è affrescata la simbologia cristiana rappresentata da: l'uomo, l'aquila, il bue, il leone. Incomprensibile la mancanza dell'agnello, cosicchè la parte centrale è affrescata da un ornato a forma esagonale finemente elaborato verso cui convergono quattro filari di fiori che via via vanno assottigliandosi.
Le estremità del cerchio sono contrapposte da affrescature ornamentali a due a due identiche.
Non si hanno notizie del pittore, rimasto ignoto, ma si concorda che abbia dimostrato una ottima genialità e buona capacità artistica.
La pavimentazione centrale è a forma circolare, in marmo cenerino di nero di Saltrio, a quadretti rettangolari che via via vanno restringendosi verso il piccolo tondo centrale. L'opera risale al finire dell'800 ed è eseguita dal Marmista Sartorelli.
Del tutto originale la sua lucidatura, che ha messo in risalto l'efficace contrasto dei colori dei marmi.



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SALTRIO



Saltrio è un comune  della provincia di Varese che si può già definire montano, per scoprire la sua storia legata a martelli e scalpelli, gli attrezzi con cui “picasass”, ma anche grandi scultori come Pompeo Marchesi hanno portato la loro arte in giro per il mondo e un antico fossile a cui il paese ha dato il suo nome.

La collocazione geografica del comune, alle pendici dei monti Orsa e Sant’Elia e del monte Poncione d’Arzo si caratterizza come una lingua di terreno che rientra nel territorio svizzero.
Il paese, reso comune autonomo nel 1953 dopo un connubio durato sin dal 1928 con Viggiú, ha costantemente diviso la propria identitá tra la provincia di Como e quella, istituita nel 1927, di Varese, entrando a far parte di quest’ultima pur rimanendo nella Diocesi di Como fino al 1982, data di passaggio alla Diocesi Ambrosiana.
Derivato probabilmente dal latino saltus, con significato di “bosco”, il nome del paese sin dalle prime memorie storiche riporta alle attività estrattive della pietra calcarea, detta comunemente “pietra cenerina” a causa del colore grigio.
Attualmente le cave sono tutte abbandonate, mentre le maggiori attivitá economiche poggiano sul frontalierato verso la Confederazione Elvetica e su qualche attività artigiana.
Numerosi sono stati i Saltriesi, scalpellini, marmisti e ornatisti, che nel corso dei secoli hanno abbellito con la loro arte incisoria palazzi, basiliche romane e cattedrali, come il Duomo di Milano.
Cessata via via l’attività estrattiva, gli abitanti di Saltrio, specie a partire dalla fine dell’Ottocento, conobbero la via dell’emigrazione verso paesi stranieri, soprattutto verso gli Stati Uniti, sebbene dovesse di lì a poco iniziare il moto migratorio da altre regioni d’Italia verso Saltrio.
Attualmente, il fenomeno è stato assorbito dal frontalierato e la popolazione di Saltrio è per la maggior parte impiegata in Svizzera o nei centri vicini.

Essendo paese di confine fino alla fine degli anni 50 Saltrio annoverava fra i suoi abitanti molte persone addetta al trasporto del contrabbando di sigarette, caffè, zucchero.
Sulle pendici di monti Orsa e Poncione si possono vedere ancora oggi cave da cui nel passato si estraeva la famosa "Pietra di Saltrio" che veniva usata per la realizzazione di colonne, portali, scalini, etc.
Girando per Saltrio ancora oggi si possono vedere portoni di accesso alle corti decorate con tale pietra lavorata in modo più o meno artistico.

Mancano di Saltrio notizie storiche di qualche rilievo anche se la zona è comunque interessata da insediamenti di sicura antichità come dimostrano i molti ritrovamenti di epoca romana a Stabio, Ligornetto, Clivio, Viggiù, Arcisate (molte lapidi, monete, ecc.). Saltrio in particolare deve avere avuto una certa importanza per le sue cave di pietra, dato che la pietra di Saltrio si ritrova già usata nel rivestimento delle mura romane di Milano (datate circa al 32 - 27 a.C.).
E' una pietra calcare dal bell'aspetto grigio cenere, grana compatta. Il suo impiego perdura per tutto il medioevo, anche in luoghi lontani, come nel Chiostro di Piona (sul Lago di Como), alla Certosa di Pavia - ove la pietra dominante è tuttavia quella d'Angera, nel Duomo di Lugano, sino ad alcuni impieghi moderni nel cimitero di Staglieno a Genova ed al Monumentale a Milano.

Nel medioevo il paese gravitava sulla ricca pianura del Mendrisiotto, ove prendeva man mano importanza quella che sarà la "Strada d'Europa" collegante Milano con Chiasso, Lugano, il Gottardo, Lucerna, Basilea, Zurigo e la Renania. E' la strada che seguono nel XV - XVI sec. le armate mercenarie svizzere al servizio dei signori italiani; le stesse armate che, sfruttando la superiorità del momento, conquisteranno in varie riprese le terre dell'attuale Canton Ticino, sottoponendole ai Cantoni primitivi e poi via via agli altri Cantoni d'Oltralpe.
Quello che diventerà il confine tra le due nazioni si attesta al limite attuale nel 1526, quando anche la Pieve di Balerna viene riconosciuta agli Svizzeri; Saltrio e Clivio rimangono con il Ducato di Milano e quindi con l'Italia.

Questa è stata quindi terra di scalpellini e scultori la cui crescita fu certamente favorita dalla ricchezza di pietra da taglio (Cave di Arzo e di Viggiù oltre che di Saltrio) ma anche da quel clima culturale da cui trassero origine, se non i primitivi "maestri comacini", le ininterrotte schiere di artisti che dai "maestri campionesi" in poi percorsero tutta l'Italia e molti paesi esteri.

Pompeo Marchesi nacque a Saltrio il 7 agosto 1783, figlio di Gerolamo di Saltrio, e di Caterina Tamburini, di Brunello, e morì a Milano l'8 febbraio 1858.
Avviato alla scultura dall'esempio del padre, sentendo una forte vocazione artistica, studio all'Accademia di Brera di Milano dove ebbe come maestro lo scultore Giuseppe Franchi. All'età di 21 anni, nel 1804, dopo aver ultimato gli studi a Brera,  su segnalazione della Commissione per la cultura di Brera al Ministero dell'Interno, fu inviato a Roma come Alunno pensionato presso la locale Accademia diretta da Antonio Canova.
Nel 1810, Pompeo Marchesi ritornava a Milano dove iniziò la sua carriera artistica con le prime opere presso il Duomo di Milano.
Nel 1826, su precedente consiglio del Canova, fu chiamato a succedere a Camillo Pacetti alla cattedra di scultura di Brera che tenne fino al 1852 con molto onore, formando una folta schiera di alunni fra i quali i viggiutesi Giosuè Argenti, Guido Butti e Luigi Buzzi Leone.
I Milanesi lo chiamavano "el Dio dei piccaprei" e si interessavano ai suoi lavori prima ancora che fossero compiuti. Notevolissimo fu il suo contributo al sorgere della Galleria di Arte Moderna di Milano dove, in una sala riservata, si conservano di lui ben 95 opere.

Luigi Marchesi, figlio di Carlo Gerolamo Marchesi e di Caterina Tamburini, nasce a Saltrio il 16 aprile 1799; il padre scultore della fabbrica del Duomo di Milano, in ancor giovane età lo porta con se a Milano facendogli frequentare l'Accademia di Brera nella quale conseguì risultati brillanti e si rilevò uno dei migliori allievi.
Nel 1818 venne premiato nel concorso di seconda classe, per figura, disegno e plastica; nel 1819 ricevette un secondo premio per un disegno che rappresentava Cefalo e Procri, presentato sotto il motto "Intanto con maniere alme e devote. Spria lalma infelice del mio volto".
Nel 1823 entrò a far parte degli scultori del Duomo di Milano assieme ad altri giovani scultori usciti dall'Accademia di Brera: Benedetto CACCIATORI, Giovanni PIAZZA, Gerolamo RUSCA, Abbondio SANGIORGIO, Francesco SOMAINI, i quali nel corso della loro carriera artistica faranno scrivere pagine bellissime, storiche e culturali dell'arte scultorea milanese.
Manterrà l'incarico per circa quarant'anni, durante i quali vennero commissionate oltre trenta statue di piccola, media e grandezza naturale, delle quali le più importanti sono: San Mario, San Calimero, San Patrizio e Sant'Ignazio di Loyola.
A Saltrio nella Cappella di famiglia sono conservati due busti eseguiti nel 1838 che ritraggono i genitori, purtroppo in parte deturpati.

La Cappella della SS. Trinità, così denominata perchè al suo interno custodisce la statua omonima, rappresenta un raro documento artistico trasmessoci dai nostri antenati.
La statua è opera di un maestro non meglio identificato, ma appartenente ai "Giudici", una delle più illustri casate saltriesi, che per vari secoli fu protagonista dell'attività estrattiva della nostra pietra.
Da notare che nelle cappelle della Valceresio e del Varesotto le sacre figure: Gesù, la Madonna, i Santi, le simbologie cristiane, vengono rappresentate pittoricamente, mentre in quella saltriese la rappresentazione è di pietra.
Dobbiamo porre particolare attenzione a questa statua della SS. Trinità, realizzata agli inizi del '500, perchè potrebbe passare inosservata essendo collocata in una località periferica lontana dai luoghi dove fu intensa l'attività artistica e scultorea.
La statua della SS. Trinità appare molto complessa, ed una critica pur affrettata non può essere più che positiva per quello che l'artista ha saputo realizzare.
A conclusione il complesso statuario meriterebbe un più approfondito studio al fine di scoprire come il Magistro abbia saputo accostare e conciliare le sue concezioni artistiche con un dogma fondamentale della Fede Cristiana.
La Cappella presenta ampia apertura ad arco, al centro in alto è collocato in un tondo il simbolo della SS. Trinità "Le tre dita" in pietra di Saltrio.
Lungo tutto il frontale sono collocati due gradoni per accedervi all'interno, è chiusa da un parapetto dell'altezza di circa un metro e mezzo in pietra con lavori ornamentali dell'epoca. Si riscontra una inferriata, con accesso posto al centro, per cui la cappella rimane completamente aperta, in modo che il passante o il visitatore possa avere un'ampia visione delle opere contenute.
Tutto il complesso dell'altare è in pietra grigia di Saltrio, al centro si riscontra un ovale, il cui interno è in macchia vecchia di Arzo o broccatello.
La nicchia è sostenuta da un gradone o ripiano per tutta la lunghezza dell'altare è pure in pietra grigia locale.
La base di sostegno ha una altezza di circa trenta centimetri, in cui si possono notare delle incisioni alquanto smunte e da decifrare, al centro un ulteriore basamento con finalità ornamentali.
Le due colonne laterali di un consistente spessore, sostengono il cappello a forma semicircolare, chiusa da una serraglia rettangolare ed al centro semicurva.
Si notano quattro piccoli incastri in tondo ovale, due al centro delle colonne, due sotto la serraglia pure in broccatello.
Una cordonatura in pietra grigia corre lungo le pareti laterali e frontale.
La statua della SS. Trinità mostra il Padre Eterno con una folta barba, tiene lo sguardo verso l'alto, il capo è interamente coperto dalla capigliatura, dalle spalle scende il manto che copre parzialmente il corpo con delle pieghettature convergenti al centro, e si intravedono solo le estremità delle dita.
Al centro del corpo è scolpita la Croce con Gesù Crocifisso, che tiene il capo inclinato, sulla parte superiore della croce è posata la colomba, infine ai lati degli avvolgimenti che si possono definire delle nubi che circondano il Padre Eterno in cielo.

La chiesa parrocchiale, dedicata ai Santi Gervaso e Protaso, è il nucleo storico intorno al quale nel 1517 la comunitá si rende autonoma per la somministrazione dei sacramenti principali.
Pur non essendo disponibili notizie sulla fondazione del primo edificio di culto, ne conosciamo alcune vicissitudini, legate ai restauri e agli ampliamenti succedutisi nel corso dei secoli.
Un fulmine, che colpí la chiesa nel 1759, fu infatti all’origine della demolizione dell’antica parrocchiale e della ricostruzione della navata centrale.
Restauri interni ed esterni, come l’aggiunta delle due navate laterali e del coro dietro l’altare maggiore, vennero compiuti verso la fine del XVIII secolo per culminare nel rifacimento della facciata, che risale, nel suo aspetto attuale, al 1887.

La Chiesetta di San Giorgio posta su di un poggio a circa 570 metri sul livello del mare. Dalla struttura ed architettura sembra che le sue origini risalgano al '700, mentre il campanile porta una data (1848) che forse è da identificare come l'anno del suo restauro.
Da Saltrio attraverso facili sentieri segnalati dalla comunità montana della Valceresio si può raggiungere la sommità del monte Orsa (2 ore per una facile strada sterrata) oppure l'ingresso delle antiche cave che si trovano alla base del monte Pravello (che sta alle spalle del monte Orsa). Scendendo dal monte Orsa verso Viggiù si incontrano le profonde gallerie e camminamenti costruiti durante la prima guerra mondiale come linea di difesa in caso di invasione tedesca/austriaca attraverso la Svizzera.

La linea Cadorna è il sistema difensivo costruito a inizio Prima Guerra Mondiale per contrastare un'eventuale invasione austro-tedesca dalla Svizzera. C'è un sentiero ben attrezzato, segnalato come itinerario anche sul sito tematico della Provincia.

Sotto il colle San Giorgio c'è una caverna che fungeva da ricovero logistico (la linea dista una trentina di minuti a piedi): "c'erano quattro gallerie d'accesso, oggi rimane accessibile solo questa, usata come cantina, perché mantiene temperatura costantemente fresca"
La piazzetta centrale del paese si chiama Piazza Monumento, per la presenza del monumento ai Caduti.

Il gigantesco edificio della colonia montana ex INAM, usata per l'ultima volta nell'estate del 1979. Passata al Ministero del Tesoro, è stata venduta ad un privato svizzero..
Cascina Luraschi, costruita nel 1935, passata all'Inam nel 1939, abbandonata da un anno e mezzo dopo che se ne è andato l'ultimo contadino. Sui silos per le granaglie si intravede ancora l'ombra del fascio littorio, cancellato dopo il 1945.

La maggioranza della popolazione è di religione cristiana appartenenti principalmente alla Chiesa cattolica; il comune ha quattro edifici di culto amministrati da una sola parrocchia dei Santi Gervaso e Protaso, e appartiene oggi all'Arcidiocesi di Milano, ma la sua storia è del tutto particolare: Saltrio è appartenuta fin dal Medioevo alla Diocesi di Como, tanto che nel borgo è in uso il rito romano, rappresentata in loco dal prevosto di Riva San Vitale attraverso la vicina Arzo. L'anomalia si generò nel 1516 allorquando, in seguito al Trattato di Friburgo, tutto il resto del territorio plebaneo passò alla Svizzera: quando nel 1884 il governo svizzero decise la nazionalizzazione delle istituzioni religiose, e fu creata la Diocesi di Lugano, Saltrio si trovò isolata dalla propria diocesi e, caso unico in Lombardia, priva di un prevosto di riferimento. Alla situazione si cercò di mettere una pezza dichiarando il paese vicariato foraneo di sé stesso, ma fu solo nel 1982 che Carlo Maria Martini mise ordine al problema cambiando diocesi alla parrocchia uniformandola a quelle italiane ad essa circostanti.
L'altra confessione cristiana presente è quella evangelica dal 1950 circa.

Nel 1996 nella cava Salnova vennero ritrovate le prime ossa di quello che è il primo grande dinosauro carnivoro italiano: il Saltriosauro.



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