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mercoledì 23 dicembre 2015

SAN GIACOMO FILIPPO



San Giacomo Filippo è un comune situato nella Valle Spluga, detta anche Valle di San Giacomo. Nel suo territorio si trova uno dei più noti santuari mariani della provincia, il Santuario della Madonna della Misericordia di Gallivaggio con un alto campanile non annesso al santuario.
La Val San Giacomo dall'inizio del Duecento fino al 1815 era un comune unico diviso in tre terzieri:
terziere di dentro di Isola con i quartieri di Isola, Madesimo, Pianazzo e le squadre di Teggiate e Rasdeglia;
terziere di mezzo di Campodolcino, con i quartieri di Campodolcino, Fraciscio, Starleggia, Vhò e Portarezza;
terziere di fuori di San Giacomo, con i quartieri di San Giacomo (con le squadre di San Giacomo, Mescolana, Dalò, La Motta) Monti di San Bernardo [con le squadre Streccio, Pos Costa, Martinon, Scanabèch (oggi San Rocco), Drogho, Filigheggio, Ronchascio, Valesegna] Monti di Olmo e Sommarovina (squadre di Olmo, Sommarovina, Albareda, Costa), Lirone (squadre di Lirone, Cimaganda o Somganda, Gallivaggio o Gallivascio, Avero).
La suddivisione in terzieri viene ripresa nella bandiera della Val San Giacomo divisa in tre fasce orizzontali, ognuna delle quali è a sua volta divisa in quattro strisce di colore nero, verde, rosso e giallo che simboleggiano i quartieri di ogni terziere. Al centro compare uno scudetto rettangolare con l'immagine di San Giacomo, con la scritta “Vallis San Jacobi” (la bandiera originale è conservata presso la chiesa di San Giacomo Filippo).

Il Santuario di Gallivaggio fu costruito per ricordare l'apparizione della Madonna in cui la Vergine Maria apparve il 10 ottobre 1492 a due fanciulle mentre raccoglievano castagne.
Era allora, come oggi, un luogo orrido rinserrato tra le rupi di altissimi monti, ai piedi di una precipite e spoglia scogliera che non per nulla la gente chiama "móta séca". Dal ciglione roccioso cadevano massi ciclopici, come testimoniano quelli di cui sono disseminate le selve appena a monte della chiesa.
Allora, nel Quattrocento, la località di Gallivaggio era isolata, poco sopra l'alveo del Liro, che rumoreggia sul fondovalle cercando una via tra il materiale alluvionale che reca con furia il torrente Avero quando è gonfio d'acqua. Nei castagneti, sotto lo spoglio strapiombo, si arrivava per ardui sentieri più adatti alle capre che agli uomini.
La tradizione racconta che in quello scenario selvaggio la Madonna della Misericordia affidò alle due giovani un messaggio accorato. "Se i peccatori non si convertiranno, il mondo non potrà durare a lungo". La punizione divina sarebbe stata certa se i peccatori non si fossero ravveduti e se non si fosse osservato il precetto festivo. Infatti la Vergine raccomandò ancora di rispettare la domenica, in suo onore e di suo Figlio, a iniziare dai vesperi del sabato. "E così egli esaudirà le mie suppliche a vostro vantaggio ed io non mi stancherò di pregare con maggiore ardore per i peccatori".
Seguirono numerosi prodigi. Sul luogo dello straordinario avvenimento fu costruita una cappella, presto sostituita da una prima chiesa che fu poi abbattuta per erigere l'attuale santuario consacrato nel 1615.

Il Santuario di Gallivaggio, detto "Santuario della Madonna della Misericordia" è considerato il centro spirituale della Valchiavenna. Situato a 800 mt. di altezza il Santuario è raggiungibile dalla Strada Statale dello Spluga, pochi chilometri oltre il centro abitato di S.Giacomo Filippo. La costruzione attuale è la terza sorta sul luogo in cui il 10 ottobre 1492 la Madonna apparve a due ragazze che si erano recate nelle selve a raccogliere castagne, affidando loro un messaggio di pace e speranza. Subito dopo l'apparizione fu eretta una cappella lignea sostituita poi con una in muratura.
L'attuale Santuario fu eretto tra il 1598 e il 1603, mentre il campanile, isolato rispetto all'edificio venne costruito nel 1731. La facciata è semplice con tetto a capanna, l'interno è a tre navate con volta a crociera sostenute da colonne monolitiche di granito. Al suo interno sono due pregevoli oli su tela: l'Incoronazione della Madonna di Paolo Camillo Landriani detto il Duchino (1606) e la Crocefisso tra frati francescani e cappuccini di Cesare Ligari (1739). Il presbiterio e le cappelle sono decorate da affreschi di Domenico Caresana di Cureglia in Ticino (1605-1606), mentre l'aula fu decorata da Luigi Tagliaferri di Pagnona (Lecco) nel 1884.
Di particolare interesse è l'organo donato nel 1673 da valligiani emigrati a Palermo. Ai piedi dell'altare nel 1970 è stato posto il masso di granito su cui è apparsa la Madonna. L'altare maggiore è opera Barocca e nella nicchia che vi sta sopra è collocato un pregevole gruppo ligneo dorato e dipinto raffigurante l'apparizione, una Madonna con Bambino e due fanciulle realizzato nel 1631, incoronato nel 1742 e successivamente resturato nel 1993. Le due corone poste sul gruppo ligneo sono delle imitazioni; le originali si possono ammirare visitando il Museo del Tesoro a Chiavenna presso la Collegiata di San Lorenzo. L'ampio piazzale antistante la costruzione è stato lastricato nel 1992 in occasione del quattrocentenario dell'apparizione.
E' possibile accedere al Santuario anche attraverso una scalinata di settantadue scalini in granito con in cima una croce, anch'essa in granito con un Cristo in bronzo. Particolare è l'ambiente naturale in cui è collocato, caratterizzato da una parete strapiombante che lo sovrasta, chiamata dagli abitanti del luogo "mòta séca”.

La Chiesa di San Giacomo, nominata nel 1119, con fonte battesimale a partire dal 1460. Ancora nel 1178 essa figura come unica chiesa esistente in tutta la val San Giacomo.
Nella chiesa parrocchiale si segnalano l’altare maggiore in legno scolpito e dorato, quello laterale destro della Madonna, di lavorazione simile con telette dei misteri del Rosario, pregevoli affreschi sulla controfacciata, attribuiti a Pietro Bianchi di Como (1700) e sulla volta, opera di Eliseo Fumagalli di Delebio (1915). Sulla parete destra il pittore Giovan Battista Macolino, originario di Gualdera di Fraciscio, eseguì nel 1644 un dipinto con la Madonna, il bambino e personaggi locali. Un raro affresco della seconda metà del '400 è sulla facciata della casa parrocchiale: raffigura la Madonna con il bambino tra i santi Giacomo e Guglielmo, mentre nell'angolo è inginocchiato l'offerente, il vice curato Pietro della Maria di Prata.

Il santuario di San Guglielmo di Orenga (o di Orezia), eremita lariano vissuto nel XIII secolo e morto nel 1290, situato sulla riva destra del torrente Liro.
La frazione di San Bernardo ai Monti.
Il ponte di ferro lungo la strada Statale a pochi metri da Gallivaggio, che è stato recentemente sostituito da un più moderno ponte prefabbricato a due corsie.
Gli alberi di castagno in cui la zona è molto ricca.

Càrden è il nome che viene dato in Valle Spluga agli edifici costruiti in legno e sormontati da un tetto a due falde ricoperto da piote locali, lastre grezze ottenute dallo gneiss e deriva dal nome dialettale chjardàn che vuol dire incastro. L’origine del termine si rifà alla definizione latina di opus cardinatum , tecnica costruttiva che utilizzava travi lignee o tronchi grezzi, sovrapposti e incastrati negli angoli, così a formare un blocco autoreggente ed elastico che Vitruvio descrive “simile a pira, intrecciata alternando travi trasverse” . Il termine tedesco “Blockbau” (costruzione a blocco) è analogo e del tutto appropriato. A seconda della disponibilità locale si utilizzavano alberi di abeti, larici o castagni a quote più basse. Sulla base della lavorazione dei tronchi si può riconoscere la destinazione d’uso del càrden: tronchi scortecciati per il fienile e tronchi squadrati per le abitazioni. Sul territorio interessato dal progetto si possono incontrare diverse tipologie costruttive di questi affascinanti edifici rurali. Diverse sono le condizioni che determinano la varietà tipologica: la destinazione d’uso, la conformazione del territorio e la convivenza con altre forme strutturali (gli edifici compositi). Non è facile classificare tipologicamente questi edifici, a grandi linee possiamo distinguere i fienili semplici o sovrastanti una stalla o altro spazio destinato ad attività rurale (cantina, casera, deposito attrezzi, locale per la macellazione e lavorazione delle carni,ecc. ), le dimore semplici a tutto legno o solo in parte e poi gli edifici compositi dove la parte residenziale convive con la parte destinata a fienile, a stalla e ad altre attività rurali.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/12/la-valle-spluga.html




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lunedì 12 ottobre 2015

IL RACCONTO DELLA NONNA

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Ai tempi della nonna ciò che accomunava la gente era la povertà e la paura: una miseria fiera perché capace di gesti di solidarietà e di indignazione, di chi lavora duramente nei campi 10 o 12 ore al giorno per assicurare la sopravvivenza di tutti, in un mondo comunque duro e vede minacciare la propria esistenza dalla durezza delle condizioni di vita. All’apertura del secolo nelle città permangono i segni drammatici della contrapposizione di una classe sociale, gli operai contro la borghesia che è la classe dominante aggiunta all’arretratezza femminile, dal diritto di famiglia legato al primato del marito, dalle morti per parto allo sfruttamento salariale.

Per conoscere meglio la vita in quel periodo è opportuno sapere che nel 1900 il pane costava 0,45 £/kg, la pasta 0,56 £/kg, la farina di granturco 0,25 £/kg, la farina di grano 0,43 £/kg, la carne 1,30 £/kg, il latte 0,26 £/l, lo zucchero 1,54 £/kg, 10 sigarette 0,18 £, un giornale 0,05 £ (un soldo), un operaio guadagnava 1,5÷2 £ al giorno ed una donna 0,80÷1 £ al giorno per giornate lavorative di 11÷12 ore e settimana di 6 giorni. Il salario di un contadino era sulle 0,60 £/giorno.

Le case d’abitazione erano, in generale, povere casupole di pietra intonacata parzialmente soltanto all’interno con copertura in lose, composte generalmente da una cucina col camino e la stalla al piano terreno, una o più stanze (dove si dormiva in molti) col fienile al piano superiore e in qualche caso la cantina interrata, le finestre erano molto piccole.

Non c’era l’elettricità e la luce era data da lampade a olio di noci, petrolio o dalle candele di cera (molto costose in quel tempo), che si stava ben attenti a non consumare.

I mobili erano pochi: letti, cassapanche e qualche armadio nelle stanze. In cucina si trovavano tavoli, sgabelli o panche, una madia per il pane e altri cibi , una trave alla parete con la stoviglieria attaccata ai chiodi, il camino e la stufa. D’altra parte tutta la vita della famiglia si svolgeva fuori, nel lavoro dei campi e quando si era in casa, si stava in cucina o, al più, nella stalla. Le stanze da letto erano riservate al dormire.

I vestiti generalmente erano di canapa e cotone o fustagno, rari gli abiti di lana, si calzavano zoccoli di legno oppure rozze scarpe con molte toppe: in ogni casa c’era sempre qualcuno che si improvvisava ciabattino , ingegnandosi ad aggiustare suole e tacchi. Gli uomini nelle feste portavano sempre sul capo un cappello di panno o feltro con la falda ed un nastro intorno alla fascia, il gilè abbottonato in alto, il fazzoletto annodato intorno al piccolo colletto della camicia e la giacca. Per ripararsi dal freddo erano frequenti pesanti mantelle nere in cui gli uomini si avvolgevano. Le donne vestivano con abiti semplici: una ampia sottana, un corpetto, una cuffia o fazzoletto in testa a coprire i capelli lunghi raccolti a crocchia sulla nuca e uno scialle per coprirsi le spalle. Per le solennità o andando alla messa coprivano il capo con qualche bel fazzoletto di lana a tinte vivaci.

In cucina c’era uno o più secchi che si andava a riempire d’acqua alla fontana. Un fiasco, invece, veniva riempito un po’ prima del pranzo direttamente alla sorgente, perché l’acqua da bere era così più fresca. 

Per lavarsi, si riempiva il catino d’acqua. Durante i mesi invernali nella stufa o sul camino, acceso dalla mattina alla sera, vi era sempre un paiolo d’acqua a scaldare di circa 5 litri, per cui almeno nei mesi freddi c’era sempre acqua calda disponibile. Solo il sabato si svolgeva la cerimonia del bagno completo, dentro una grande tinozza, che veniva piazzata nella stanza più calda (la cucina) o in alternativa nella stalla, e ci si lavava lì, a turno. Però, dopo due bagni l’acqua veniva cambiata. In estate ci si lavava con l’acqua scaldata dal sole.



I pochi che in camera da letto avevano un catino e una brocca, al mattino d’inverno trovavano l’acqua trasformata in ghiaccio, perché le stanze non erano riscaldate. Come unico sistema per avere meno freddo nel letto c’erano le pietre riscaldate nella brace del camino ed avvolte in un panno, usate soprattutto per gli anziani. Non ci si fermava mai, se non appunto all’ora della cena consumata in religioso silenzio sopraffatti più dalla stanchezza che dai profumi delle minestre, che bollivano e ribollivano nel paiolo di rame appeso nel camino sotto lo scoppiettante rumore e lo scintillio della legna secca, conferendo ai cibi quel particolare sapore che solo la cottura a “legna” sa dare.

Di anno in anno provvedeva a prepararsi la legna per quello successivo, attento alle fasi lunari e alle diverse proprietà delle essenze a disposizione. Ciascuno sapeva di avere un ruolo utile nell’interesse di tutti. Da una parte c’erano l’asprezza della vita, la povertà, la mortalità infantile, gli incidenti e l’emigrazione… dall’altra la tranquillità, la pazienza, l’aiuto reciproco, lo spirito comunitario,… le speranze, le illusioni, e l’orgoglio.

Il pane che si consumava a tavola era nero di segale. Era seminata un anno si ed uno no alternando la coltivazione delle patate. Il pane era fatto con l’impasto classico di farina, acqua, sale, lievito (lievito naturale riprodotto da un precedente pezzo d’impasto che si era lasciato riposare e prendere una naturale acidità sotto un piatto rovesciato in un angolo della dispensa) e patate bollite e schiacciate (come se si dovessero preparare degli gnocchi). Già, la patata, perché quest’ultima conferiva al pane una certa freschezza e permetteva una conservazione più lunga nel tempo (non lo si faceva tutti i giorni ma poche volte l’anno e nelle ricorrenze). Abitualmente, giornalmente o a giorni alterni, secondo il numero dei componenti della famiglia, si preparava una grossa pagnotta con un impasto di farina di segala anche mista ad altri farinacei disponibili che a tarda sera veniva cotta nel focolare seppellendola sotto le braci ancora accese e la cenere, residui della legna bruciata durante il giorno; dopo qualche ora ne veniva fuori una pagnotta piatta di colore piuttosto scuro, dura e non sempre cotta, impregnata di cenere; si lasciava appena raffreddare, si puliva con uno strofinaccio e quindi veniva messa nella madia.

Per condire si usava il burro o in qualche caso l’olio di noce (l’olio di oliva a quei tempi era una rarità). I cibi di ogni giorno erano: polenta, minestra (dove abbondavano patate, castagne, cipolle e legumi), in inverno qualche foglia di cavolo, in estate qualche bietola e i prodotti dell’orto.


La fame era tanta e sempre arretrata. Le uova non si toccavano perché venivano vendute al mercato per potere comperare il sale, la carne compariva in tavola due o tre volte l’anno ed era di pecora o pollo.

La conservazione degli alimenti era un problema molto serio, quelli deperibili venivano consumati in giornata o, al massimo nei due giorni successivi. Altri alimenti potevano essere messi sotto sale, sotto il grasso della sugna oppure essiccati o affumicati. Erano sistemi di conservazione degli alimenti che duravano da millenni e che continuano a durare e che hanno permesso all’uomo la sua crescita . Dobbiamo però anche ricordare che a causa della cattiva conservazione degli alimenti erano frequenti i casi di tenia o vermi intestinali.

Da novembre, quando la luce spariva sotto una fitta coltre di nuvole basse e la notte si faceva buia come la pece, davanti al camino, illuminati da una fioca luce proveniente da una lucerna, c’era ben poco da fare. Ci si riuniva nella stalla più grande della borgata. Ognuno portava la propria sedia e la propria lucerna. Gli uomini giocavano a carte, le donne chiacchieravano filando la lana, i giovani, sotto l’occhio vigile dei genitori, approfittavano di questa promiscuità per parlare d’amore. Ma chi si divertiva di più erano i bambini che, liberi come fringuelli saltavano a perdifiato sul fieno, oppure giocavano con le ombre prodotte dai lumi e, quando erano presi dalla stanchezza, ascoltavano le favole che venivano narrate da qualcuno che conosceva l’arte del racconto e li faceva rimanere a bocca aperta parlando di orchi, lupi, maschere, streghe e castelli fatati. 



L’istruzione era obbligatoria nel grado inferiore di due anni. L’obbligatorietà veniva però vanificata perché non c’erano sanzioni contro gli inadempienti. Molti bambini risultavano iscritti alla scuola ma poi, di fatto, la frequentavano solo quando non avevano incombenze lavorative o altre mansioni famigliari. L’economia famigliare, infatti, dipendeva molto dal lavoro minorile, allora legale a partire dai 12 anni di età: in pratica il bambino iniziava a lavorare appena poteva tenere in mano un attrezzo.

Solo la legge Coppino del 1877 sancirà l’obbligatorietà del corso inferiore della scuola elementare che da due anni passerà a tre, portando la durata totale in cinque anni (3+2) comminando sanzioni pecuniarie ai genitori che non provvedevano all’adempimento dell’obbligo scolastico dei figli. Le scuole furono distinte in urbane e rurali e furono aboliti i direttori spirituali. Il corso elementare inferiore che durava fino ai nove anni, comprendeva le prime nozioni dei doveri dell’uomo e del cittadino, la lettura, la calligrafia, i rudimenti della lingua italiana, dell’aritmetica e del sistema metrico decimale.

Si accedeva al corso superiore di due anni per mezzo di un esame. In tale corso si studiava grammatica, storia, geografia e geometria. L’obbligo fu stabilito soltanto per il solo corso elementare inferiore, fino ai nove anni d’età, riconoscendo di fatto il lavoro infantile, diffuso tra i fanciulli d’età superiore, una necessità vitale delle masse popolari. La legge Orlando del 1904, estese l’obbligo scolastico fino al dodicesimo anno d’età, riducendo di nuovo a quattro anni la scuola elementare, ma istituendo il V e VI anno nei comuni con più di 4000 abitanti. Dove previsti, il V e il VI anno costituivano il corso popolare. In tale situazione, dopo il quarto anno delle elementari, con un esame, si poteva accedere alle scuole secondarie, mentre gli alunni che non intendevano continuare gli studi potevano seguire il corso popolare. Nel 1900 i bambini/e generalmente terminavano gli studi alla terza classe, pochi maschi proseguivano sino alla quarta o quinta, poi non si era più considerati bambini, ma già due braccia che dovevano e potevano fare di tutto.

In ogni casa si acquistava un unico sussidiario che raccoglieva elementi di grammatica, aritmetica, geografia e storia e veniva poi passato ai numerosi fratelli più piccoli. Gli strumenti dello scolaro oltre il sussidiario erano la scatolina di legno che serviva da astuccio e che conteneva anche la matita, la gomma , la cannetta ed il pennino da intingere nell’inchiostro sul banco e il quaderno con copertina nera.

La cartella era fatta con la iuta che serviva a realizzare i sacchi per trasportare cereali o patate. La maestra, impartiva le lezioni a tre classi contemporaneamente in un’unica stanza. L’inchiostro lo dava la maestra, ogni mattina, in una boccetta di vetro.
Ci si recava a scuola a piedi perché allora non erano diffuse le automobili e le strade, per la maggior parte, erano fangose e non asfaltate. Le classi erano formate da molti alunni, arrivavano fino a un numero di 45 o 50. Maschi e femmine erano separati: infatti, c’erano classi femminili e classi maschili. I banchi erano alti, di legno, a due posti e avevano un buco per il calamaio, dove si trovava l’inchiostro per bagnare il pennino con cui si scriveva.

Gli insegnanti erano severissimi e si potevano permettere qualsiasi punizione corporale. In un angolo dell’aula, una sottile canna da sostenere i fagioli serviva alla maestra non solo per spiegare la lezione, ma anche per accarezzare le dita di qualcuno che chiacchierava o s’addormentava, con la testa sul quaderno. Ma non mancavano calci e schiaffi agli scolari disattenti o monelli e, la punizione più umiliante per un bambino, il cappello d’asino in testa. Non mancava anche quella dietro la lavagna in ginocchio su sassolini. Lo scolaro malmenato, non s’azzardava mai a lagnarsi con i genitori perché, altrimenti, a casa, avrebbe ricevuto il doppio delle botte. Come in tutte le scuole il corpo degli alunni era formato da intelligenti , meno intelligenti , diligenti , svogliati e da veri somari.

L’abbigliamento era assai misero: un berretto, una giacca, un paio di calzoni di fustagno a mezza gamba magari con rattoppi sulle ginocchia e sul di dietro, zoccoli di legno; le calze erano di lana filata in casa.

Le ragazze indossavano un gonnella lunga fino alle caviglie e d’inverno portavano sulle spalle uno scialle di lana. In generale il vitto giornaliero era: al mattino prima della scuola una scodella di latte crudo con pane o castagne secche ben cotte; a mezzogiorno polenta o minestra; condimenti, burro, latte, formaggio casalingo.



I bambini non avevano in genere molto tempo da concedere al divertimento, le bimbe aiutavano la mamma nelle faccende domestiche ed accudivano i più piccoli, i bimbi venivano avviati ai lavori nei campi. I bambini si costruivano da soli i loro giochi con i materiali che c’erano a disposizione e la fantasia diventava la materia primaria.

I giochi si facevano prevalentemente per strada o nei tanti spazi che la natura concedeva, c’era il piacere di fare parte del gruppo di mettersi alla prova riuscendo a superare le difficoltà. Molti giochi hanno un fondo comune di tradizione, in quanto l’uno l’ha imparato dall’altro e spostandosi lo ha modificato e adattata al nuovo ambiente e alle nuove abitudini. I giochi più frequenti erano il rincorrersi, il gioco del nascondino, il girotondo, il salto della cavallina e qualche bambola di pezza riempita di segatura per le bambine.
Allora non c’era ancora la televisione, c’era solo la radio e qualche volta il cinema, soprattutto all’aperto. Ogni tanto arrivava nella piazza del paese il “cantastorie” che raccontava alcune storie clamorose accompagnandosi soprattutto col suono di una chitarra e di un tamburo. 
In seguito si diffuse la televisione. I primi programmi televisivi, in bianco e nero, iniziarono in Italia solo nel 1954 e tra i primi a possedere la televisione furono i bar, dove la sera si riunivano parecchie persone per seguire alcuni programmi. Uno dei programmi più seguiti si chiamava “Lascia o Raddoppia?”. La televisione di allora non era come quella di oggi che trasmette i programmi ininterrottamente per l’intera giornata. Inizialmente i programmi duravano quasi quattro ore. La pubblicità non esisteva. Nei giorni feriali le trasmissioni iniziavano alle 17,30 con la TV dei ragazzi, poi s’interrompevano per riprendere con il TG delle 20,45. La pubblicità fu introdotta nel 1957 con “Carosello”. Nel 1961 nacque il secondo canale e la giornata TV durava quasi undici ore. Col passare degli anni la televisione entrò in quasi tutte le case contribuendo al cambiamento delle abitudini e ad arricchire il livello culturale e sociale delle persone. Alcuni personaggi televisivi molto amati, soprattutto da bambini e ragazzi, erano: Giovanna la nonna del Corsaro Nero, Topo Gigio, Calimero, Rin Tin Tin, Lassy, ecc., che sapevano offrire valori positivi. Il 1° febbraio 1977 iniziarono in Italia le trasmissioni a colori.

Per fare il bucato ci voleva tanto tempo e anche tanta fatica. Infatti, non essendoci ancora l’acqua corrente in casa, si preparavano i panni sporchi da lavare mettendoli nella conca che era sistemata vicino al caminetto, dove c’era il paiolo in cui si riscaldava l’acqua. Sui panni si metteva un lenzuolo con uno strato di cenere e dopo si cominciava a versare l’acqua calda. Quest’ultima filtrava lentamente attraverso i panni e scolava dal tubo che era attaccato al foro della conca. I panni erano lasciati nella conca fino all’indomani, quando, di buon mattino, si caricavano in una tinozza sopra un carretto e si andava al fiume. Arrivati al fiume, i panni venivano sistemati sulle sponde e nel frattempo si sceglievano delle pietre adatte per battere e sciacquare il bucato. Dopo averli lavati e sciacquati, i panni venivano stesi al sole poggiandoli su dei cespugli o attaccandoli a dei fili sistemati al momento.  Questo naturalmente quando c’erano delle belle giornate. Se invece il tempo era nuvoloso, il bucato veniva riportato a casa e asciugato con il fuoco dei bracieri o davanti al caminetto acceso. Per stirare i panni puliti si usava il ferro a carbone, all’interno del quale veniva messo del carbone infuocato. Oggi a noi sembra veramente incredibile pensare che per avere la biancheria pulita a quei tempi era necessario tutto questo lavoro e impiegare tutto questo tempo. A questo punto c’è da ringraziare coloro che hanno favorito lo sviluppo tecnologico dandoci tutti gli elettrodomestici che ci permettono di vivere meglio e in modo più sereno.






domenica 2 agosto 2015

MONUMENTI A GARDONE VAL TROMPIA

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Il Monumento a Giuseppe Zanardelli è una statua fusa in bronzo e realizzata a grandezza naturale dallo scultore Salvatore Buemi e collocata su un alto basamento, in pietra di Rezzato e Collio, progettato dall'ing. Giovanni Carminati. Le colonne e le catene metalliche di delimitazione sono fuse e offerte dalla ditta Glisenti di Villa Carcina. Sul basamento è applicata una lapide che reca la seguente scritta: "A Giuseppe Zanardelli la Valle Trompia 1911".
I Medaglioni di Giuseppe Garibaldi: il primo, realizzato in terracotta, è appeso sulla parete destra nella sala del Consiglio comunale, nel palazzo municipale. Il secondo medaglione, fuso in bronzo, è applicato ad una lapide visibile su un’abitazione privata che si affaccia sulla piazza Garibaldi. È stato realizzato nel 1911 utilizzando quanto era avanzato dalla cifra raccolta per erigere il monumento a Zanardelli.
Il Monumento alla libertà e alla pace si compone di tre formelle di bronzo accostate che svolgono il tema. Nella prima formella l'albero rinsecchito e la larva umana dietro la grata significano la condizione di servitù spirituale e di oppressione morale e fisica che umilia l'uomo quando è soffocata la libertà. La lotta partigiana efficacemente richiamata nella formella centrale, è mezzo per il qual si è riscattata la libertà. L'abbraccio fraterno degli uomini, presentano nella terza sezione di questa scultura l'universale anelito umano alla concordia e alla pace.
Il Monumento al marinaio è collocato nel piazzale centrale dei portici Beretta. La scultura, in bronzo, è opera di Francesco Medici da Ome ed è stata inaugurata il 12 giugno 1983. Un basamento in porfido reca incisi i nomi dei marinai gardonesi caduti nell'ultimo conflitto mondiale. Da questo sporgono parzialmente un'ancora e la bocca di un cannone, che, quale relitto che le onde rimandano verso la terraferma, rappresenta un severo ammonimento rivolto a ogni uomo perché rifiuti la guerra. Al centro del basamento innalza un'onda sulla quale poggia un gabbiano con un'ala drizzata verso il cielo.
I Monumenti e busti Beretta sono posti al centro di un giardinetto che sorge a lato della via dedicata all'imprenditore gardonese, sorge il monumento a Pietro Beretta costituito da un busto bronzeo opera dell'affermato scultore bresciano Claudio Botta, collocato su un basamento marmoreo che reca la seguente dedica: "A Pietro Beretta la gente di Gardone - collaboratori e amici- XXIX-VI-MCMLIX". L'industriale è ancora effigiato da A.Righetti in un medaglione in bronzo posto nel 1960 nella sede del Banco Nazionale di Prova delle armi da fuoco portatili che ospita un altro medaglione bronzeo con l'effigie di Carlo Beretta, figlio di Pietro, posta nel 1986.
L'Altorilievo della maternità si trova nell'atrio dell'Ospedale vecchio di zona. Il pannello si deve allo scultore Tommaso Lazzari di Grosseto che lo esegue nel 1972.

La casa gotica sorge all’interno di un cortile prospiciente l’odierna via Mazzini, poco oltre il settecentesco palazzo Chinelli-Rampinelli, oggi sede comunale. La costruzione in bella muratura esterna a conci di pietra scoperti, si articola su tre piani. Il portichetto del piano terra è formato da due archi a lieve sesto acuto che poggiano su una rustica colonna in pietra. Notevoli le finestrelle monofore, quelle dell’ordine inferiore sono anche trilobate. La copertura è stata rifatta negli anni ottanta.
Il palazzo dello della loggetta fu costruito su disegno dell’architetto bresciano Faustino Soncinelli da Cadignano. Il palazzo, sede antica del Comune di Gardone, presenta una facciata che nell’ordine inferiore è caratterizzata da tre archi leggermente ribassati che si impostano su pilastri di sezione cruciforme. L’ordine superiore riprende la scansione spaziale di quello inferiore disponendo tre finestre in corrispondenza ai tre archi. Le modificazioni subite dall’edificio nel corso dei secoli hanno cancellato in larga parte il disegno primitivo della costruzione del quale si conservava fino all’ultima ristrutturazione, fra gli elementi più interessanti il grande salone del piano nobile, oggi adibito ad uffici. Il complesso è oggi proprietà della società S. Filippo Neri e parzialmente della parrocchia.
La palazzina di Aveno sorge in località omonima, a circa 900 m. di altitudine in una posizione che si colloca tra la Valle di Gardone e quella d' Inzino. La costruzione che ha l’aspetto di un fortino militare, si raggiunge attraverso la mulattiera che porta alla Croce di Pezzolo. E’ collocabile tra il tardo Cinquecento e il primo Seicento. Sfrutta l’andamento a terrazzo del terreno ed è costituita da un ampio piazzale rettangolare sostenuta da un terrapieno recintato da muraglioni a lieve scarpata ottenuti con conci di pietra. Questa scarpata si conclude con una cordonatura in pietra grigia. Nell’angolo di sud-est e di sud-ovest si osservano due torrette quadrate, lievemente sporgenti, anch’esse con muro a scarpata. Sul lato est sono oggi la casa colonica e la casa padronale e nell’angolo a sud-est si innalza la chiesetta, di eleganti forme settecentesche, dedicata alla Beata Vergine Madre di Dio e fatta costruire da Apollonio Chinelli con licenza del 29 marzo 1721. La cappella è ora completamente abbandonata. Le due case d'abitazione presentano un aspetto seicentesco; quella padronale ha subito interventi e trasformazioni tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento.

Palazzo Chimelli già di proprietà dell’omonima famiglia e quindi dei Rampinelli, in ragione d’un vincolo matrimoniale, il palazzo è sicuramente già abitato nel 1735 poiché in quell’anno vi viene ospitato il vescovo di Brescia, cardinal Angelo Maria Querini con il suo seguito, durante la visita pastorale compiuta a Gardone. Non si conosce al presente il nome dell’architetto al quale si deve il progetto dell’edificio, disposto ad angolo tra le attuali vie Mazzini e Costa. La costruzione, con pianta a L presenta finestre con fregi a conchiglia. Un cancello si apre sulla via Mazzini dà accesso al cortile, abbastanza ampio, che presenta, addossata al muro di cinta una monumentale fontana. Di fronte si disegna la facciata del palazzo: si compone di un ristretto portico, a due arcate, soprastate da una bella loggetta cui si accede per uno scalone marmoreo, scandito in due rampe e fiancheggiato da una balaustra che ripete lo stile del piccolo loggiato. La volta del medesimo è ornata da un medaglione affrescato, raffigurante il mitologico Nettuno, dio del mare. Alla sinistra di chi si affacci alla loggetta, si apre il salone del consiglio comunale con volta a spicchi e medaglione centrale, affrescato nel 1937 dal pittore gardonese Giuseppe Mozzoni che vi raffigura la fucina di Vulcano. Secondo un bozzetto conservato nel palazzo municipale, l’artista avrebbe dovuto completare la decorazione dell’aula consiliare con altri dipinti da eseguire a fresco nelle diverse specchiature. I lavori di ristrutturazione dell’antico palazzo, compiuti nel 1986 sotto la direzione dell’ing. Carlo Giorgio Pedercini hanno consentito di dare sistemazione più conveniente a tutti gli uffici comunali e di ricavare in particolare, al piano nobile dell’edificio un altro ampio salone – detto della Giunta – con soffitto che presenta due affreschi di discreto interesse. Alle pareti di questo salone sono appese tele provenienti dalle chiese della frazione di Magno. Degno d' annotazione, nello studio del sindaco, il medaglione raffigurante La caccia di Diana opera di Giuseppe Mozzoni datata 1937.

Tra le più antiche residenze private si segnala a Gardone la villa già dei Mutti Bernardelli ed ora di proprietà comunale con ingressi in via Matteotti e XX Settembre. La costruzione comprende ambienti che spaziano dal XV al XVIII secolo. Interessante il portico seicentesco, ad archi ribassati, sul lato di via XX Settembre e in particolare, alcuni locali del piano terra: un’ampia sala con camino in pietra, datato 1749 e fregiato dallo stemma dei Mutti; un salone attiguo di impostazione quattrocentesca con volta scandita a vele sotto le quali sono sistemati alcuni lunettoni dipinti su tela da Battista Mozzoni; un salotto con soffitto a cassettoni sui quali compaiono i simboli zodiacali accompagnati dallo stemma di Valtrompia.

Da questo ambiente chiamato il "salottino rosso" si accede all’ex cappella privata della villa. Sulla parete destra del piccolo oratorio, dove probabilmente era l’altare con il tabernacolo, è tuttora visibile una pregevole scultura in bassorilievo assegnabile al sec. XVI e raffigurante una Madonna in trono con il Bambino. Sotto questa scultura, scolpito ancora in bassorilievo, si veda il busto di un prelato, probabilmente discendente dagli antichi proprietari. Percorrendo la via Costa, la via Gramsci, la via Mazzini e la via Zanardelli non è infrequente osservare la persistenza nelle abitazioni private di strutture edilizie che spaziano dal secolo XV al secolo XVIII. Notevoli le case signorili con cortile interno e fra queste suscita speciale interesse la casa Beccalossi-Biussa con bel porticato, pozzetto cinquecentesco in un angolo del cortiletto e monumentale fontana a doppia tazza. Degni di nota anche i balconcini dell’edificio di chiara impronta veneta, riferibili al Settecento.
Singolare segnalazione merita fra le abitazioni private costruite nel secolo XX, la villa BERETTA, fatta costruire nel 1925 su progetto dell’ingegner Egidio Dabbeni, professionista affermato cui si devono altre notevoli opere in Brescia e in Provincia. Preceduta da un ampio parco disegnato all’italiana che affianca per un lungo tratto l’odierna via Matteotti; questa villa è caratterizzata architettonicamente dall’ecclettismo del suo progettista ed è decorata esternamente da Eliodoro Coccoli. Il pittore che opera nel 1927, distribuisce sulle strutture lignee dell’ampia gronda e del cornicione vari motivi geometrici e fiori stilizzati mentre, nei riquadri tra le mensole di sostegno, raffigura guerrieri e scudi a forti accenti cromatici. Degli ambienti interni, merita attenzione specifica il salone al primo piano, affrescato dal Coccoli e da Gaetano Cresseri. Tra le attuali via Moretto e S. Maria si dispone la villa Bonomi ora Alberti, costruita nel biennio 1927-28, su progetto dell’ingegner Gennaro Stefanini per Arturo Bonomi, podestà di Gardone dal 1930 al 1938. L’edificio conserva pregevoli dipinti firmati da Giuseppe Mozzoni e saloni affrescati con gusto liberty. A questo stile può ricondursi anche la Beretta ora Stefanini con ingressi in Via Mazzini e via Convento preceduti da un piccolo parco all’inglese. Lungo la citata via Convento si nota infine la villa Fausti-Gardoncini con ingresso anche in via Diaz.

Il Museo delle Armi e della tradizione Armiera è visitabile presso la Villa Mutti Bernardelli, disponibile anche visita guidata e laboratorio per gruppi e scuole.

Il percorso museale si snoda su due livelli. La prima parte è dedicata all’evoluzione storica delle armi, rappresentata mediante significativi esemplari delle più importanti tipologie di manufatti.
Una rassegna che, senza dimenticare esempi di armi bianche ed armature, si concentra sulle armi da fuoco, a partire dal ‘500. Il percorso illustra e testimonia, in un ricco excursus di esemplari, le armi da difesa, da caccia, d’impiego militare ed il loro funzionamento.
Una particolare attenzione è riservata ai prototipi ed ai modelli che hanno costituito momenti di profonde innovazioni tecnologiche.
Il secondo livello contiene una significativa sezione didattica che, con l’ausilio di modelli e filmati, rende accessibile la storia dei processi tecnologici inerenti la lavorazione delle armi, la riscoperta di antiche tecniche e dimenticati processi di lavoro, affinati da esperienze secolari.
Il laboratorio didattico, allestito in modo da ricordare gli arredi di un’officina, è collocato nell’ampio sottotetto.

È sede della famosa casa produttrice di armi Beretta. In tutta la valle la produzione armiera è consistente, tanto da rendere la Valtrompia famosa per essere una grande produttrice di armi da fuoco che vanta numerose aziende, dalle dimensioni variabili: aziende di ragguardevoli dimensioni si affiancano a piccoli laboratori artigianali, spesso a conduzione familiare, dove la produzione delle armi vede pochi pezzi prodotti interamente a mano.

È sede anche della ditta Redaelli che ha realizzato le funi per gli stadi degli europei di calcio di Polonia 2012 e i mondiali di Brasile 2014.


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lunedì 29 giugno 2015

ARCUMEGGIA



Arcumeggia è una frazione del comune di Casalzuigno nota perché nel 1956 l'Ente Provinciale per il Turismo decise di trasformarla in un borgo dipinto. Dopo tale decisione, giunsero in paese artisti come Ferruccio Ferrazzi, Aldo Carpi, Sante Monachesi, Aligi Sassu, Ernesto Treccani, Achille Funi, Giuseppe Migneco, Gianni Dova, Gianfilippo Usellini, Innocente Salvini, Giovanni Brancaccio, Bruno Saetti, Enzo Morelli, Remo Brindisi, Fiorenzo Tomea, Eugenio Tomiolo, Francesco Menzio, Ilario Rossi, Giuseppe Montanari, Cristoforo De Amicis, Luigi Montanarini, Umberto Faini, Antonio Pedretti, Albino Reggiori e Massimo Antime Parietti.

Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 168 abitanti, nel 1786 Arcumeggia entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera Provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799. Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 195 abitanti. Nel 1809 il municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse a Vergobbio, per poi passare sotto Cuvio nel 1812. Il Comune di Schianno fu poi ripristinato con il ritorno degli austriaci. L'abitato crebbe poi discretamente, tanto che nel 1853 risultò essere popolato da 271 anime, salite a 303 nel 1871. Il processo si invertì però alla fine del XIX secolo a causa della mancata industrializzazione della montagna, tanto che nel 1921 si registrarono 245 residenti. Fu così che nel 1927 il fascismo decise la definitiva soppressione del comune, unendolo a Casalzuigno.

Arcumeggia è un piccolo paesino di montagna situato tra la Valcuvia e la Valtravaglia ed è conosciuto come il "Paese dei Pittori" in quanto sono presenti, lungo le pareti esterne delle case, numerosi affreschi. Alcuni degli autori che hanno realizzato tali opere, sono tra l'altro stati molto conosciuti e pertanto hanno reso ancor più famoso questo piccolo paese, che ora è spesso preso d'assalto da numerosi visitatori curiosi di visionarlo.

La decisione di rendere il borgo di Arcumeggia (che si trova vicino a Casalzuigno) così particolare venne prese nel lontano 1956, quando si pensò di far realizzare, da parte di pittori contemporanei, affreschi lungo i muri della maggior parte delle case presenti. L'intero paese rispose con enorme consenso all'iniziativa, e così la passione per gli affreschi fu tale da far diventare Arcumeggia un museo a cielo aperto e molto famoso nelle zona di Varese. Tutti gli affreschi furono realizzati tra la fine del 1950 e l'inizio del 1970, ma la tecnica, diversa a seconda del pittore che realizzava l'opera, rendeva la mostra molto variegata.

Sui muri delle case appaiono le immagini di esperienze comuni alla vita di ognuno, di santi popolari e di scene religiose conosciute. Inoltrandosi nel paese si incontra un ambiente rurale pressoché intatto, piccolo faro d’arte italiana che è anche una sintesi di tradizione (la tecnica dell’affresco) e di modernità (l’epoca della loro esecuzione). Interessanti sono anche i cortili e la “Via degli Allievi”, raccolta di opere di studenti delle Accademie d'Arte che partecipano ai “Corsi Estivi Internazionali di Affresco” organizzati ad Arcumeggia dall’Accademia di Brera in collaborazione con le più prestigiose Accademie d'Arte d’Europa.

Arcumeggia aderisce all’Associazione Italiana Paesi Dipinti, sorta per valorizzare questo patrimonio d’arte. La visita al borgo d’arte è suggestiva permettendo splendidi panorami sulla Valcuvia e sul Lago Maggiore. La vicinanza ai Monti: Nudo (1235 m) e della Colonna (1203 m) permette varie escursioni sia a piedi che in mountainbike.

L'armonia dei dipinti compone un racconto, una leggenda, la vita stessa scandita da antichi gesti ed antichi riti.
E' una tavolozza colorata nel verde della Valcuvia in cui vengono presentate scene di emigrazione, di vita agreste, di tradizioni, di sport, di natura e mitologia. Visitarlo nelle ore del tardo pomeriggio estivo, magari all'imbrunire, è particolarmente suggestivo, grazie all'intersecarsi degli stimoli visivi e sonori con la poesia del luogo prealpino.
Un itinerario si snoda entro gli antichi vicoli del paesino, situato nel cuore della montagna a quasi 800 metri d'altezza e camminando sull'antico ciottolato, ci si sente fuori dal tempo, in uno spazio affascinante.

Nel 1958 e nel 1959 vennero realizzati dipinti murali ad opera di Cristoforo De Amicis, Luigi Montanarini e Sante Monachesi. Questi realizzò un'opera che suscitò subito la reazione del parroco, che riteneva il soggetto sconveniente; l'artista stesso intervenne quindi a modificare il dipinto cambiando anche il titolo: da "W le donne di Arcumeggia" a "Trionfo di Gea".
Nel 1961 l'esperienza riprese attraverso l'organizzazione di un corso di affresco; il corso era indirizzato, come borsa di studio, agli allievi di Accademia italiane, la direzione del corso fu di Usellini e le lezioni furono tenute da Montanari e Morellato in alcuni cortili del paese utilizzando supporti mobili. Successivamente, nel 1964, si tenne un altro corso dello stesso genere.
Nel frattempo era stato iniziato un altro progetto che riguardava la realizzazione di una Via Crucis sul sagrato della chiesa all'inizio del paese, in uno spazio individuato da Ravasi.
In quegli anni furono realizzati anche altri affreschi sulle case del paese ad opera di Giuseppe Migneco, Gianni Dova e Aldo Carpi.

Si può ritenere questo il nucleo storico delle pitture di Arcumeggia, dove le opere realizzate fra il 1956 e il 1966 a cui si aggiunsero Innocente Salvini nel 1971 d Ernesto Treccani nel 1974, rappresentano il pensiero e le maggiori tendenze artistiche italiane della metà del '900 aventi la comune finalità il riproporre l'importanza dell'arte figurativa in contrapposizione alla pittura astratta ed informale.
L'operazione ebbe allora grande risonanza e popolarità accrescendo l'importanza dell'evento. Margherita Sarfatti scriveva " Arcumeggia in Valcuvia segna un passo innanzi. E' un villaggio pioniere e pilota. Rappresenta un piccolo e riuscito tentativo di riavvicinare l'arte alla vita, in non oziose e non leziose né artificiose vacuità…."
A questo fervore seguirono anni di progressivo rallentamento e stasi fino all'incarico dato a Morellato nel 1985 di eseguire i primi interventi per la conservazione delle opere; nello stesso periodo vennero realizzate delle tettoie per riparare alcuni dipinti. Sempre nel 1985 ripartì l'iniziativa del corso di affresco con studenti di provenienza internazionale.
Vi furono in seguito delle sporadiche iniziative come la realizzazione di un nuovo affresco di Aligi Sassu sulla casa parrocchiale e di 2 dipinti di Carlo Nino Trovato e di Gioxe De Micheli nel 1991, a cui seguirono nel 1994 Umberto Faini, nel 1996 Massimo Antime Parietti, nel 2001 Antonio Perdetti ed infine un'opera di Albino Reggiori nel 2007, eseguita da Piergiorgio Ceresa e Leo Tami.
Nel 1985 le opere presentavano la necessità di interventi conservativi e si poneva quindi il problema della tutela e della valorizzazione per quasi tutte quelle realizzate nei 3 decenni precedenti; questo portò verso la fine del 1993 alla sottoscrizione di una convenzione fra la Comunità Montana della Valcuvia, la Provincia di Varese e il Comune di Casalzuigno con la finalità della valorizzazione e tutela di tutto il complesso di Arcumeggia, compresi la Casa del Pittore e la Bottega del Pittore. Questa convenzione venne rinnovata nel 1997 e nel 2006 con la Provincia di Varese come ente capofila e con la collaborazione della Pro Arcumeggia. Nel 2000 venne eseguita la catalogazione SIRBEC. Con l'occasione dei 50 anni del paese dipinto vennero realizzate una serie di manifestazioni culturali che portarono anche alla attivazione nel 2007 di un nuovo corso di affresco a cui parteciparono gli studenti del Liceo Artistico di Varese. Per quanto riguarda la conservazione dei dipinti proprio nel 2006 vi fu l'incarico all'Opificio delle Pietre Dure di effettuare l'analisi dello stato di conservazione dei dipinti murali che venne realizzato nell'estate del 2007 con il coinvolgimento degli studenti

Nella Casa del Pittore, sede della "scuola d'affresco", si trovano numerose opere d'arte, bozzetti e ceramiche dei vari artisti; l'edificio è sede di mostre e visite guidate.
Il complesso lavoro svolto dall'Ente Provinciale del Turismo, ha assicurato ad Arcumeggia l'opera di pittori importanti, in grado di suscitare apprezzamenti critici e di richiamare l'interesse del pubblico.
Si tratta di una piccola gemma, da gustare nella sua duplice anima d'arte e di simbolismo religioso.
Sicuramente l'effetto sarà stato sorprendente per il turista che girovagava per il paese alla scoperta di nuovi scorci: il maestro al centro, contornato da una dozzina di cavalletti dietro i quali gli allievi sperimentavano questo procedimento, tutt'intorno i vasetti contenenti le terre, le tavolozze, i recipienti con l'acqua, i rotoli dei disegni preparatori, l'intonaco ancora fresco.
I lavori che gli allievi hanno realizzato su pannelli sono stati collocati nei cortili del borgo, cosicché questo si è trasfermato in un "unicum", un contenitore di opere accomunate, pur nella loro diversità stilistica, dalla freschezza e dalla genuinità giovanili.
Molti allievi degli anni '60 frequentarono i corsi di Arcumeggia diventando famosi maestri, che di tanto in tanto ritornano a vedere il posto. Ciò che è avvenuto e si verifica in occasione di ogni nuova opera, è il rapporto di schietta cordialità che si instaura tra l'intero paese e l'artista: rapporto fatto di attenzioni reciproche, di comprensione e condivisione dei problemi, di inviti a cena, di regali, di dediche; l'artista diventa per acclamazione cittadino ad honorem. Arcumeggia ha vissuto e vive gli onori delle cronache grazie al patrimonio artistico che conserva, costituito da opere uniche ed irripetibili e per via delle numerose manifestazioni di notevole livello che vi si organizzano.

La "Casa del Pittore", attualmente di proprietà della Provincia di Varese, venne realizzata nel 1956 al fine di offrire agli artisti che lavoravano ad Arcumeggia per la realizzazione degli affreschi, la possibilità di un soggiorno tranquillo e comodo.
La struttura, edificata tra il 1956 e il 1957 nel centro del paese, è costituita da un piano terreno dall'ingresso ampio e luminoso, con cucinino e salotto. Una scala in legno conduce al primo piano, composto da due camere e servizi, mentre al secondo piano è sistemata la sala di pittura. Quest'ultima, oltre a presentare ampie finestre come le altre sale, è dotata di un terrazzo panoramico con vista sulla vallata della Valcuvia e sul Lago Maggiore.
La Casa del pittore riscosse immediati consensi, soprattutto da parte degli stessi artisti, in qualità di luogo dove poter creare in tutta tranquillità..


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mercoledì 10 giugno 2015

I PALAZZI DI MANTOVA



Gli edifici monumentali hanno contraddistinto i momenti salienti della vita culturale, politica, religiosa e artistica di Mantova.
In Piazza Broletto si trova il Palazzo del Podestà, chiamato anche Palazzo Broletto, imponente edificio a struttura medievale che fu in parte ricostruito intorno al 1227 su commissione del Podestà di Mantova. Destinato ad ospitare le più importanti attività pubbliche cittadine e restaurato intorno alla metà del Quattrocento, quando furono aggiunte la merlatura e la torre all'angolo con Piazza Erbe, il Palazzo presenta sul lato volto verso Piazza Broletto un'edicola gotica che racchiude l'altorilievo di Virgilio in cattedra.
Sul lato sinistro del Palazzo sorge l'arengario, edificato intorno al 1300 per collegare il Palazzo del Podestà al Palazzo del Massaro, l'ufficio in cui si registravano le entrate e le uscite del Comune e che conserva affreschi del Quattrocento nella vasta sala del pianterreno (ora ristorante).
Attraverso il Sottoportico dei Lattonai, sul quale si affaccia il cortile tardogotico del Palazzo del Podestà, si giunge nella scenografica Piazza Erbe. Il lato settentrionale della piazza è chiuso dalla facciata posteriore del Palazzo del Podestà, mentre sul lato opposto, all'angolo con Piazza Mantegna, si erge la Casa del Mercante, commissionata nel 1455 dal mercante Boniforte da Concorrezzo e sovrastata dalla trecentesca Torre del Salaro, anticamente adibita a magazzino per il sale.
L'edificio, presumibilmente corrispondente alla Domus Mercati, fu riedificato nel 1462 dall'architetto Luca Fancelli su committenza del marchese Ludovico Gonzaga.
Appartenne a Francesco Gonzaga che lo cedette nel 1502 ad Andrea Mantegna, divenendo probabilmente la sua residenza. In seguito il Mantegna abitò nel suo palazzo (Casa del Mantegna), costruito su un terreno donatogli dal marchese Ludovico.
La costruzione presenta un portico con colonne e capitelli quattrocenteschi, sopra due livelli segnati da spartimenti in cotto. Al primo piano e al secondo finestre, più in alto il fregio con putti, nastri e racemi attorno ai due oculi superstiti. Infine la cornice che segna il culmine originario.
Durante i lavori di restauro, che si sono protratti per quattro anni (1997-2001), sono tornati alla luce importanti affreschi attribuiti alla scuola di Andrea Mantegna. Ha preso corpo l'ipotesi dell'intervento diretto del maestro nella realizzazione pittorica della facciata. Sul lato orientale della piazza sorge Palazzo della Ragione, costruito intorno al 1250 e utilizzato per l'amministrazione della giustizia, oggi sede di mostre ed esposizioni. Sul lato orientale di piazza Erbe un tempo sorgeva il Ghetto ebraico, delimitato dalle attuali via Giustiziati, Bertani e Spagnoli. Al numero 54 di via Bertani sorge la Casa del Rabbino, non visitabile internamente, che conserva una facciata di fine Seicento impreziosita da stucchi con vedute ideali di città bibliche. In via Calvi si trova il Palazzo della Camera di Commercio, sorto sulle macerie dello sventramento del ghetto. Costruito tra il 1911 e il 1914 su progetto dell'architetto Aldo Andreani, l'edificio rappresenta tutte le ambizioni dell'imprenditoria artigianale e industriale mantovana dell'epoca.
Il Palazzo degli Studi fu fatto costruire dai Gesuiti nel 1620 per insediarvi l'Università. Nel 1780 Maria Teresa d'Austria fondò all'interno del palazzo l'Imperial Regia Biblioteca di Mantova (oggi Biblioteca Teresiana).In piazza Canossa sorge Palazzo Canossa che fu costruito nel tardo Seicento per un ramo dell'omonima famiglia veronese,  presenta una facciata con apparato decorativo che risente dalla maniera di Giulio Romano. Palazzo Cavriani, risalente a metà del Settecento; di fronte si trova il Giardino Cavriani, di stile neoclassico con al centro una statua di Virgilio.
In Piazza d'Arco si erge maestoso Palazzo D'Arco che fu eretto a partire dal 1784 su impulso di un ramo della nobile famiglia trentina dei D'Arco che si era stabilmente insediato a Mantova dal 1740. Dopo l'acquisizione della dimora dei conti Chieppo, il conte Giovanni Battista Gherardo d'Arco pensò di trasformare il palazzo seguendo i dettami del neoclassicismo ispirato all'opera di Andrea Palladio. L'opera d'edificazione fu affidata all'architetto Antonio Colonna. Come risultato finale è stato prodotto un notevole esempio di residenza aristocratica ricca di arredi e di dipinti, forte di una libreria e una collezione naturalistica, di un giardino racchiuso da una esedra sul quale si affaccia un'ala cinquecentesca con lo straordinario ciclo pittorico della Sala dello Zodiaco, opera del Falconetto, eseguita attorno all'anno 1515. Il complesso architettonico che si affaccia sulla omonima piazza, proseguiva a sinistra con l'edificio delle scuderie oggi trasformato nel Teatrino d'Arco, sede dal 1946 della Accademia Teatrale Francesco Campogalliani fondata da Ettore Campogalliani.
Nel palazzo dimorò anche il conte Carlo d'Arco (1799-1849), storico e collezionista di documenti. Ricoprì la carica di podestà di Mantova dal 1847 al 1848.
L’ultima esponente della famiglia, deceduta nel 1973, la signora Giovanna dei conti d’Arco Chieppio Ardizzoni, marchesa Guidi di Bagno costituì la Fondazione d’Arco. Con testamento del 1956 dispose, che alla sua morte, tutti i suoi beni, compreso il Palazzo e le raccolte in esso contenute (erbario, pinacoteca, archivio, biblioteca, strumenti musicali, arredi, armi), divenissero un pubblico Museo. Particolarmente ricca è la pinacoteca con dipinti di Niccolò da Verona, Luini, Magnasco, Frans Pourbus il Giovane, Van Dyck e un ciclo pittorico di Giuseppe Bazzani.
Palazzo D'Arco, recentemente restaurato, e il suo sorprendente giardino è un mirabile esempio di residenza aristocratica. . Palazzo Arrivabene conserva ancora intatto il suo aspetto rinascimentale e rappresenta un modello esemplare di dimora gentilizia quattrocentesca, per poi raggiungere via Roma, dove si trova il Palazzo Municipale, edificio cinquecentesco che fu a lungo di proprietà di Scipione Gonzaga principe di Bozzolo, prima di diventare nel 1797 sede degli uffici comunali.La Casa della beata Osanna Andreasi è una signorile dimora del secondo Quattrocento, conservatasi intatta nella facciata, negli interni e nel suggestivo giardino .
La famiglia Andreasi, ricchi proprietari terrieri a Carbonara di Po, si stabilì nella città di Mantova nel 1475 acquistando l'edificio che diventerà dimora della famiglia in Contrada del Cervo (ora Via Frattini) di fronte alla Chiesa di Sant'Egidio. La casa rimase di proprietà degli Andreasi fino al 1780, quando giunse, per dote nuziale, alla famiglia dei conti Magnaguti. L’edificio, risalente ai primi del Quattrocento, fu ridisegnato da Luca Fancelli nella facciata, che presenta un basamento di mattoni a vista, un portale sormontato da un arco a tutto sesto e tre ordini di finestre.
È stata la dimora della beata Osanna Andreasi, beatificata il 24 novembre 1694. Palazzo Valenti Gonzaga fu l'antica dimora della nobile famiglia Valenti Gonzaga e che rappresenta l'espressione più ricca del barocco a Mantova. Al suo interno un percorso museale con affreschi del pittore fiammingo Geffels e apparati decorativi di Giovan Battista Barberini. Il Palazzo di Giustizia fu acquistato nel 1782 dal Comune e destinato ad accogliere da allora gli Uffici Giudiziari del Tribunale.La Casa del Mantegna è stata dimora del pittore Andrea Mantegna e costruita a partire dal 1476, probabilmente su progetto dello stesso artista padovano. La costruzione è singolare: il cortile presenta infatti un'architettura in cui un quadrato (la forma si può vedere dall'esterno) contiene perfettamente un cerchio (la forma da cui si è avvolti entrando nel cortile).
Il Palazzo di San Sebastiano fu edificato tra il 1506 e il 1508 e dimora del marchese Francesco II Gonzaga, il palazzo ha ospitato le nove tele raffiguranti il Trionfo di Cesare, oggi nelle collezioni Reali ad Hampton Court. Dal 2005 è sede del Museo della Città. Palazzo Te è una villa suburbana costruita per volere di Federico II Gonzaga con funzioni di residenza, di svago, di ospitalità e di rappresentanza. Palazzo Te è il capolavoro di Giulio Romano, che ne seguì la costruzione e la decorazione delle numerose sale, come la Sala di Amore e Psiche, la Sala dei Cavalli e la Sala dei Giganti, dagli straordinari effetti prospettici e acustici.

Palazzo Bonacolsi interamente in cotto sormontato da merli ghibellini, fu edificato alla fine del XIII secolo da Pinamonte dei Bonacolsi su un terreno acquistato da Rolandino de Pacis, che ne fece la dimora della sua potente famiglia. Pinamonte acquisì ed affiancò al palazzo altri edifici contigui nella civitas vetus, tra i quali la torre della Gabbia, simbolo del potere dei Bonacolsi. Il palazzo più prestigioso venne lasciato dal padre in eredità al figlio secondogenito Bardellone, suo successore nel governo della città.
La famiglia Bonacolsi ha governato Mantova nel corso del XIII secolo fino a quando, il 16 agosto 1328, l'ultimo Bonacolsi, Rinaldo, è stato rovesciato durante una rivolta sostenuta da Luigi Gonzaga, che ha preso il potere.
Dal 1328 il palazzo divenne di proprietà di Ludovico I Gonzaga, capitano del popolo di Mantova.
Dal 1479 al 1487 fu la residenza cittadina della contessa di Rodigo Antonia del Balzo, consorte di Gianfrancesco Gonzaga, capostipite dei Gonzaga di Sabbioneta e Bozzolo.
Palazzo Bonacolsi è attualmente denominato "palazzo Castiglioni" dal nome della famiglia che lo acquistò agli inizi dell'Ottocento. Quella dei Castiglioni è stata una delle più importanti famiglie aristocratiche lombarde dal X secolo. La maggior parte dei membri hanno avuto la loro dimora a Milano: il ramo mantovano nacque nel 1440 da Baldassarre Castiglione, il nonno dell'autore omonimo del libro Il Cortegiano, il diplomatico-letterato Baldassarre Castiglione (1478-1529).

La casa di Giulio Romano fu progettata dall'architetto romano Giulio Romano come sua residenza ed è una dei primi esempi di edifici progettati da un artista per se stesso, una sorta di autobiografia in forma di edificio. In questo genere dobbiamo annoverare anche i due palazzi realizzati da Federico Zuccari a Firenze (Palazzo Zuccari) e Roma (Palazzetto Zuccari). Il primo a rivendicare un ruolo di prestigio per il suo essere artista fu forse Vasari che a tal fine aveva edificato per se delle residenze che in qualche modo significassero e rappresentassero tale nuovo ruolo. Gli architetti del periodo manierista, con opere di questo genere, volevano quindi, sia innalzare il proprio status sociale sottraendolo al concetto di artigiano da bottega e portandolo alla statura di intellettuale e nobile, sia mostrare pubblicamente le proprie capacità artistiche ed il proprio programma estetico, in una sorta di opera-manifesto.
Giulio Romano realizzò la sua residenza in Contrada Larga a partire dal 1544, dopo essersi stabilito ed affermato a Mantova al servizio dei Gonzaga. Lo fece ristrutturando edifici esistenti e rielaborando una tipologia di palazzo che era stata sviluppata a Roma da Bramante (palazzo Caprini del 1508-10 di Bramante, poi andato distrutto) e da Raffaello e che prevededeva un basamento bugnato con sovrapposto un ordine completo. Qui l'ordine non è architravato bensì archivoltato ed il bugnato, ridotto ad elemento quasi grafico, dilaga per tutta la facciata, quasi inglobando il rarefatto ordine tuscanico, le cui lesene appena rilevano dalla superficie vibrante della pietra bocciardata. Giulio Romano dà sfoggio di altre invenzioni sorprendenti come la cornice che si spezza per formare il timpano incompleto, sull'ingresso al palazzo, oltre a riproporre elementi del proprio stile come le finestre ad edicola (con timpano) circoscritte da archi. Sull'ingresso una nicchia ospita una statua di Mercurio (originale marmo classico restaurato da Primaticcio), e sopra i timpani delle finestre vi sono dei mascheroni di tipico gusto manierista. Alcuni ambienti interni furono affrescati dall'artista. Resta conservato il salone centrale con camino originale dell'epoca ed affreschi di Giulio Romano e aiuti.
L'edificio subì un intervento nel 1800 per mano dell'architetto Paolo Pozzo e l'aspetto attuale è sicuramente diverso da quello che descrive Vasari che lo vide durante una sua visita a Giulio Romano e che parla di una "facciata fantastica, tutta lavorata di stucchi coloriti.

Palazzo Sordi fu eretto per la famiglia dei marchesi Sordi dal Fiammingo Frans Geffels nel 1680.
Mostra una lunga facciata finemente decorata e contrassegnata da ricca e complessa composizione, tra pieni delle pareti e vuoti degli assi delle finestre, tipica del gusto barocco. Tale facciata, infatti a due ordini, è scandita da una serie di aperture binate sia in senso orizzontale (cioè due finestre affiancate fortemente ravvicinate), sia in verticale (grazie all'inserimento di una balaustra a livello della fascia marcapiano).
In basso, poi, risalti a lesena - formati da bozze alternative lisce e lavorate, sormontati dallo stemma della famiglia dei marchesi Sordi. All'angolo destro del palazzo è collocato il busto del committente dell'edificio, il marchese Benedetto Sordi, tesoriere di Stato del Duca Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers.
All'interno va notato l'imponente scalone d'onore, uno dei più belli della Mantova barocca, ampiamente decorato con putti e vasi sempre da Giovan Battista Barberini. Molto bello è il cortile contrassegnato, sulla facciata del nucleo centrale del palazzo, da un richissimo apparato decorativo che, in corrispondenza del grande balcone d'onore ad arco rotondo del piano nobile, che vede la presenza di due grandi termini (figure umane a mezzobusto) che reggono un ricchissimo fregio decorativo a spirali, e in alto, statue entro nicchie.
Al piano nobile sono di grande interesse i due saloni d'onore, decorati di stucchi e affrescati, detti rispettivamente dell'Età e di Belgrado.

Palazzo Bianchi o Palazzo Vescovile si trova a fianco del duomo, fu realizzato a metà del Settecento dai marchesi Bianchi, i quali lo arricchirono di uno scenografico scalone e degli affreschi di Giuseppe Bazzani.
Passato alla diocesi nel 1823, accoglie ora la residenza del vescovo e gli uffici della Curia. Nel 1967 il vescovo Antonio Poma fece rocavare nell'interrato un ambiente destinato all'archivio storico diocesano.

Il Palazzo del Capitano è uno degli edifici storici più significativi di Mantova e fa parte del complesso architettonico denominato "Reggia dei Gonzaga".
Il palazzo, che si affaccia sul punto più alto di Piazza Sordello (già Piazza San Pietro), rappresenta la parte più antica dell'intero complesso di Palazzo Ducale e venne edificato, tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, a residenza dei Bonacolsi, signori della città, con mestranze di origini veronesi. Intorno al 1340 venne ampliato e vennero aggiunti il porticato e la sovrastante lunga sala, detta "di Passerino" a ricordo dell'ultimo dei Bonacolsi. Dello stesso periodo sono le bifore gotiche e la merlatura della facciata.
Nel 1328, con l'avvento al potere dei Gonzaga, il palazzo divenne proprietà della famiglia. Ludovico I Gonzaga, primo capitano del popolo, però non visse in questo edificio, preferendo abitare nel palazzo Acerbi, situato di fronte. Il palazzo del Capitano venne invece abitato dai figli di Ludovico Guido, Feltrino e Filippino, che inizialmente condivisero il potere col padre.
Addossato al palazzo principale trovò posto un edificio più basso, la Magna Domus. I due edifici erano inizialmente separati da un vicolo (di Sant'Alessandro, che portava all'omonima chiesa, ora scomparsa) che venne chiuso alla fine del Trecento, quando i due edifici furono unificati per volere di Francesco I Gonzaga.
Con l'insediamento della signoria gonzaghesca si aggregarono al nucleo originario altri edifici che formano la "Corte Vecchia". La famiglia risiedette in questo edificio sino agli inizi del Quattrocento.
Alla metà del XV secolo il marchese Ludovico III Gonzaga spostò la propria residenza nel castello di San Giorgio lasciando il palazzo del Capitano ad abitazione della corte.
Venne successivamente restaurato dai duchi Guglielmo Gonzaga e Francesco IV Gonzaga, agli inizi del Seicento, col rifacimento delle decorazioni e dei soffitti.
All'origine nel palazzo era presente la "cappella palatina", abbattuta nel Seicento, e collocata nella terza stanza dell' Appartamento della Guastalla, sovrastante il grande arco gotico di accesso a Piazza Brolo (ora Piazza Lega Lombarda). Della presenza della cappella rimane la grande Crocefissione, affresco trecentesco di pittori bolognesi e veronesi o attribuito al Maestro dell'Incoronazione di Bellpuig.
Il primo piano, ricco di affreschi trecenteschi:
la Sala del Morone accoglie la grande tela del 1494 Cacciata dei Bonacolsi di Domenico Morone,
la Sala degli Imperatori o delle Cariatidi,
l' Appartamento della Guastalla, con affreschi del Duecento e del Trecento. Nella seconda stanza è collocato il sepolcro di Margherita Malatesta (1370-1399), moglie di Francesco I Gonzaga, opera di Pierpaolo dalle Masegne,
nel Corridoio di Passerino, nel quale, si narra, era collocata la mummia dell'ultimo Bonacolsi,
due stanze dell' Appartamento dell'Imperatrice.

Le Pescherie di Giulio Romano sono state edificate nel 1536 su progetto dell'architetto di palazzo Te, erano dedicate al commercio del pesce. La costruzione era costituita da due porticati ad archi tondi nel tipico bugnato giuliesco, con attico sovrastante dove si aprono finestre rettangolari incorniciate da lesene. Le pescherie erano poste ai lati del ponte di epoca medievale che scavalcava il Rio, corso d'acqua che attraversa la città di Mantova dal lago Superiore al lago Inferiore. Erano collegate alle attigue Beccherie, il macello pubblico realizzato negli stessi anni sempre su disegni di Giulio Romano, che fu però demolito nel 1872. Verso la fine del secolo XIX anche le Pescherie furono ristrutturate perdendo la loro originaria funzione.

La Casa di Rigoletto, Giuseppe Verdi ne musicò la storia e i mantovani gli diedero la residenza; verso la fine di Piazza Sordello si trova la casa del "Rigoletto", il buffone di corte Gonzaga.
Il personaggio ha in realtà poco di mantovano, l'omonima opera di Verdi infatti venne tratta da un dramma di Victor Hugo e riadattata in territorio mantovano, trasformando il re di Francia nel duca di Mantova, e cambiando il nome del protagonista da Triboulet a Rigoletto.
La struttura quattrocentesca accoglie la scultura del Rigoletto, opera di Aldo Falchi, sistemata nel piccolo cortile interno.

L'Ospedale Grande di San Leonardo (Piazza Virgiliana) fu voluto da Ludovico III Gonzaga per pubblica assistenza e terminato intorno al 1470 per opera dell'architetto Luca Fancelli, nel 1797 fu trasformato in carcere e successivamente in caserma. Attualmente ospita uffici della Polizia di Stato.
Il Palazzo dell'agricoltura (Piazza Martiri di Belfiore) fu edificato nel 1926-27 come Palazzo dei Sindacati su progetto dell'ing. Carlo Finzi. Assunse l'attuale denominazione divenendo sede delle maggiori organizzazioni provinciali legate all'agricoltura come il Consorzio Agrario, la Federazione Coltivatori Diretti, la Federazione degli Agricoltori e l'Ispettorato Agrario.
Il Palazzo della Banca d'Italia fu edificato tra il 1914 e il 1923 su progetto dell'architetto Gaetano Moretti esponente del Liberty e dell'Eclettismo. Quest'ultimo stile si evidenzia nelle finiture e nelle decorazioni delle facciate che richiamano le architetture gotica, barocca, rinascimentale ed esotica. Costruito per ospitare la sede provinciale della Banca d'Italia, cessò tale funzione alla fine del 2008 con la chiusura della filiale di Mantova dell'Istituto d'emissione. Nel frattempo, il 29 gennaio 2007 il palazzo fu classificato d'interesse storico-artistico dalla Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Lombardia.
La Casa del Bertani fu la dimora di Giovan Battista Bertani, architetto al servizio dei duchi Gonzaga, che tra il 1554 e il 1556 trasformò il preesistente edificio del 1300 di proprietà dei marchesi Striggi. Singolare fu l'idea di inserire nella facciata due lapidi con incisi testi di Vitruvio e due colonne ioniche, delle quali una segata a metà con incisioni e decorazioni che didatticamente riportano le regole desumibili dal trattato vitruviano, De architectura. Successivamente la proprietà della casa del Bertani cambiò numerose volte rivivendo una nuova breve stagione artistica quando negli anni cinquanta del XX secolo fu acquistata dal pittore mantovano Vindizio Nodari Pesenti.

Palazzo dell'Accademia su progetto di Giuseppe Piermarini del 1770, fu l'architetto Paolo Pozzo ad occuparsi, tra 1773 e 1775, dei lavori di ricostruzione del palazzo di origine medievale che era diventato prima sede dell'Accademia degli Invaghiti e poi della Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere, attuale Accademia Nazionale Virgiliana. L'edificio di stile neoclassico include un tipico esempio di Barocco rappresentato dal teatro Scientifico dell’Accademia detto del Bibiena, dal nome dell’architetto Antonio Bibiena che lo costruì fra 1767 e 1769.

Il palazzo della Ragione fa parte di quel nucleo di edifici cittadini sorti in epoca medioevale. Citato più volte in documenti dell'epoca come Palatium Novum del Comune, il palazzo venne edificato intorno al XI-XII secolo per assolvere alle funzioni civili pubbliche e destinato ad accogliere le assemblee e le adunanze cittadine o, in caso di cattivo tempo, il mercato che si teneva nella piazza sottostante.
L'edificio fu più volte oggetto di modifiche, fin dalla metà del tredicesimo secolo.
Nel XV secolo vennero eretti i portici e nel 1472 fu innalzata la Torre dell'Orologio, realizzata su disegno di Luca Fancelli.
L'anno dopo la Torre fu arricchita da un pubblico orologio ideato dal matematico ed astrologo Bartolomeo Manfredi. L'orologio dava conto delle ore del vulgo, delle posizioni dei pianeti, del crescere e del calare del giorno, dei segni zodiacali, delle fasi lunari, dei giorni favorevoli per far salassi, seminare, partire per viaggi e di altre cose "uteli in questo mondo". L'orologio funzionò sicuramente fino agli inizi del Settecento. In seguito fu trasformato in un normale meccanismo per il sole e per i minuti.
Nel 1700, su progetto dell'architetto Doricilio Moscatelli, furono chiuse le trifore duecentesche ed aperte ampie e luminose finestre.
Nella prima metà del '900, il palazzo fu riportato alla sua struttura originaria dall'architetto mantovano Aldo Andreani, eliminando le sovrapposizioni barocche.
Adibito per secoli all'amministrazione della giustizia, dal 1997 è divenuto prestigiosa sede espositiva dei Musei Civici di Mantova, ospitando numerose ed importanti esposizioni d'arte organizzate dall'amministrazione comunale.
Nell'ampio salone, di imponenti volumetrie, sono visibili sulle pareti di testa i resti di notevoli affreschi che raffigurano episodi bellici databili intorno alla fine del XII secolo, oltre a personaggi di storia sacra firmati dal parmense Grisopolo e databili alla metà del duecento. Al piano terra l'edificio ospita numerosi negozi e ristoranti.




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lunedì 8 giugno 2015

I MONUMENTI DI MAGENTA



Il territorio di Magenta confina con a nord con il comune di Marcallo con Casone, a sud con il comune di Robecco sul Naviglio, ad ovest con il Piemonte attraverso la propria frazione di Pontevecchio e ad est col comune di Corbetta. Fa inoltre parte del territorio del Parco del Ticino in Lombardia, confinante ad ovest col Piemonte, dal quale è separato dal fiume Ticino.

Il territorio del comune di Magenta è situato a 138 m s.l.m., mentre degrada di parecchi metri presso la frazione di Pontevecchio, ove il comune raggiunge le rive del Naviglio. Il Ticino è il principale corso d'acqua al quale il territorio comunale giunge.

La città ha moltissimi edifici religiosi; tra loro l’ottocentesca e monumentale basilica, dotata di una torre con otto campane, un portale con colonne corinzie ed un bel rosone con ai lati le statue di San Carlo Borromeo e Sant’Ambrogio.

All’interno c’è un altare con marmi policromi ed una mensa poggiante su quattro colonne di marmo bianco, numerosi affreschi ed un antico organo.

Trecentesca è invece la fondazione del Monastero di Santa Maria Assunta dei Padri Celestini di Magenta, mentre la chiesa di San Rocco e San Sebastiano è più tarda di un secolo e contiene un pregevole organo.

Tanti anche gli edifici civili, come palazzo Crivelli Pecchio Martinoni, del ‘700, oggi sede municipale, la quattrocentesca villa Crivelli Boisio Beretta, uno dei più significativi esempi di casa nobiliare di Magenta, villa Morandi, villa Melzi, villa Naj Oleari, che ospita gli accampamenti dei figuranti in costume dell’epoca durante la rappresentazione della storica battaglia risorgimentale.

Ed ancora la seicentesca casa Giacobbe, oggi sede delle associazioni storiche magentine, centro e motore delle iniziative culturali della città; la cinquecentesca casa Boffi Pirogalli e numerose altre edificate negli ultimi tre secoli dello scorso millennio.

La data di fondazione del Monastero di Santa Maria Assunta dei Padri Celestini di Magenta, non è riportata in alcun documento archivistico, tuttavia la fondazione risalirebbe però al XIV sec. e due sono le notizie che lo fanno supporre: nel 1398 il Monastero è riportato tra le domus della Pieve di Corbetta come Ecclesia Sanctae Mariae Celestinorum de Mazenta. La costruzione del campanile, caratterizzato da una meridiana, risalirebbe invece alla fine del XV sec. La volta dell'unica navata, crollata in parte nel 1937 è stata rifatta negli anni 1938-1939; la facciata è del 1938. La chiesa è famosa soprattutto per due tavole di Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, datate 1501 e conservate nella terza cappella a sinistra, entrando. La chiesa possiede un concerto di 5 campane in Fa3 Maggiore, fuso nel 1951 da Carlo Ottolina di Seregno (MB).

La Chiesa di San Rocco risale alla seconda metà del XV secolo. La facciata, piuttosto semplice, è articolata verticalmente su tre piani e completata ai lati del timpano da due obelischi barocchi. La navata interna è coperta da una volta a botte, suddivisa in tre campate. Il secondo giorno del mese di settembre viene festeggiato il rione di S.Rocco, quartiere adiacente all'omonima Chiesa, mentre il 16 agosto si tiene la locale fiera dedicata al culto del Santo.

La chiesa possiede un concerto di 5 campane in Lab3 Maggiore, le cui tre maggiori sono state fuse nel 1953 da Roberto Mazzola di Valduggia (VC); mentre le 2 minori sono state aggiunte, sempre dal Mazzola, nel 1987.


La chiesa di San Giovanni Battista e San Girolamo Emiliani è meglio conosciuta con il nome di "Chiesa di San Girolamo Emiliani". La struttura del tempio cristiano risale ad epoche moderne: la prima pietra dello stabile, venne posta il 29 giugno 1963 dal vicario episcopale Mons. Giuseppe Schiavini e la struttura risultava già terminata nel 1965 quando il Cardinale milanese Giovanni Colombo, il 10 settembre, la dedicò ai Santi Giovanni Battista e Girolamo Emiliani, affidandone nel contempo la gestione alla congregazione dei Padri Somaschi che già nella vicina Corbetta godevano di un radicato centro d'influenza. La chiesa venne ufficialmente consacrata solo il 28 settembre 1980 per mano del Cardinale Carlo Maria Martini. La struttura interna, realizzata in grandi campate in cemento armato, si presenta ampia e spaziosa, caratterizzata da una grande navata centrale e da due piccole navate laterali, decorate con finestre dipinte con scene religiose. La chiesa accoglie anche dodici grandi quadroni che rappresentano la vita di San Girolamo Emiliani. Sempre nell'arte pittorica, di dimensioni imponenti (quasi 8 metri di altezza) è il dipinto della Cena di Emmaus (Luca 24) che campeggia sopra l'altare maggiore. Sotto la Chiesa si trova l'Oratorio, che dal 2004 è inserito con gli altri oratori della Città nella Unità di Pastorale Giovanile di Magenta

La Chiesa della Sacra Famiglia, rappresenta un altro dei nuovi edifici di culto presenti in Magenta. La posa della prima pietra della cappella, avvenne il 10 maggio 1987 e lo stabile venne inaugurato al culto già il 29 ottobre 1988. La funzione del nuovo edificio era quella di sopperire alle esigenze spirituali del nuovo quartiere che proprio in quegli anni andava sorgendo nell'area. Attiguo alla chiesa è stato anche eretto un oratorio per i giovani del quartiere, dedicato al Cardinale milanese Alfredo Ildefonso Schuster.

L'interno della chiesa presenta una struttura ad un'unica navata con soffitto a vela che culmina in un timpano sul quale si trova una finestra a croce che prende luce da un'apertura sovrastante. L'altare, in marmo, è posto in un presbiterio semicircolare sostenuto da colonne e corredato da una grande vetrata retrostante, gittante sul parco retrostante, caratterizzato dalla forte presenza di abeti.

Lungo le pareti della chiesa si trovano anche numerose vetrate policrome a soggetti sacri realizzate da artisti locali che danno ampia luce all'interno della struttura. Di fianco al portone d'ingresso si trova anche una piccola cappella dedicata appunto alla Sacra Famiglia dove trovano posto una statua di Gesù, una della Madonna e una di San Giuseppe.

La chiesa di San Biagio viene citata già nel 1560 quando san Carlo Borromeo, in occasione di una sua visita pastorale nella parrocchia di Magenta (allora parte della Pieve di Corbetta), denunciò lo stato di abbandono in cui vessava un antico oratorio dedicato a san Biagio, ormai ridotta ad un altare ligneo improvvisato ed alla totale mancanza di pavimento sostituito con terra battuta. Nel 1601, dopo la visita del vicario generale dell'arcidiocesi di Milano che aveva constatato come la chiesa fosse ancora in pessime condizioni, venne dato l'ultimatum per demolirla oppure restaurarla e restituirla al culto dei magentini.

La situazione dell'oratorio "campestre" peggiorò negli anni seguenti ma la struttura rimase in piedi sino al 1636 quando l'oratorio viene nuovamente riedificato a spese dell'Abate Faustino Mazenta, che aveva incaricato del restauro il "Mastro di Muro" Giuseppe Chiovetta (l'evento è ancora oggi ricordato da una lapide interna). L'opera di restauro e la costruzione di una sagrestia, sono ampiamente elogiati in una visita pastorale del 1644. In questa occasione vengono menzionate due tavole di Melchiorre Gherardini ancora oggi presenti nell'oratorio.

La Chiesa di San Biagio non subisce alcun mutamento architettonico sino al 1879, anno in cui il marchese Giuseppe Mazenta, morendo, lascia in eredità sia la chiesa che l'edificio del cappellano con annesso giardino all'Ordine delle Figlie della Carità Canossiana, affinché vi possano edificare un convento. Si deve all'iniziativa di questo ordine l'attuale conservazione dell'edificio, come pure la conservazione dell'antica tradizione di esporre al bacio dei fedeli le reliquie del santo.

La cappella dell'Istituto delle Madri Canossiane venne realizzata nell'ultimo quarto del XIX secolo, e cioè quando venne eretto l'istituto delle Madri Canossiane con un lascito da parte de marchese Mazenta, per meglio dare spazio alle monache ed alle alunne dell'istituto per la celebrazione della messa quotidiana.

L'oratorio ha forme semplici con decorazioni dai colori sfumati ed all'interno si trova la pala d'altare con una deposizione di Angelo Inganni.

La Basilica Romana Minore di San Martino Vescovo di Tours e San Gioacchino, meglio nota con il nome di Basilica di San Martino, è il più importante luogo di culto di Magenta. Nella Basilica di San Martino ha sede il Decanato di Magenta. La struttura fu voluta per dare un ampio edificio sacro agli abitanti di Magenta e per ospitare le ossa dei caduti durante la battaglia del 1859. In realtà le ossa dei caduti non furono mai trasferiti nella chiesa. La Basilica di San Martino fu realizzata a partire dall’ultimo decennio del XX secolo, per volere di don Cesare Tragella. Il progetto della struttura è stato realizzato dall’architetto Alfonso Parrocchetti, che disegnò la basilica in stile rinascimentale. La navata centrale della struttura è più ampia delle due laterali. La facciata del monumento fu realizzata tra il 1932 ed il 1959, su disegno dell’architetto Mariani. Di interesse è anche la torre campanaria. La cerimonia di posa della prima pietra ebbe luogo nel 1893; la prima messa fu celebrata nel 1901 mentre la consacrazione ufficiale avvenne nel 1903.

A poche decine di metri dalla stazione ferroviaria è possibile ammirare Villa Giacobbe il cui nome deriva dall’avvocato Giovanni Giacobbe che ne divenne proprietario nel 1841. Profondamente legata alle vicende della Battaglia del 4 giugno 1859, la Villa ne reca tuttora i segni, sulla facciata del giardino, che è stata lasciata crivellata di proiettili in memoria dei sanguinosi scontri in cui morì anche il Generale Espinasse.
Attualmente essa è sede delle Associazioni Comunali, che con la loro attività ne arricchiscono il significato storico e la rendono ancor più centro culturale della città.
Il Teatro Lirico di Magenta fu costruito nel 1904, per volontà del Comitato del Teatro Sociale Lirico Drammatico, per essere destinato all´opera.
Nel 2004, dopo un lungo ed accurato lavoro di restauro, il Teatro Lirico è tornato ad essere uno tra gli edifici più prestigiosi del patrimonio architettonico e storico cittadino, un simbolo della città e della passione dei magentini per la musica ed il teatro.

Il Palazzo Crivelli Pecchio Martinoni è oggi uno degli esempi di palazzo cittadino conservati nel pieno centro della città di Magenta. Attualmente occupato dagli uffici comunali, esso conserva la tipica struttura a "U" che rappresenta la parte più antica del complesso degli uffici, che è ubicata tra Piazza Formenti, Via 4 giugno e Via Volta, risalente alla prima metà del XVII secolo. Nel 1701 si sa che la casa fu portata in dote dall’ultima discendente della famiglia magentina dei Crivelli, grazie al matrimonio col Conte Pecchio. La casa passò successivamente (1783) alla famiglia Martignoni che la vendette all'amministrazione comunale di Magenta nel 1898. Gli stabili vennero suddivisi in due destinazioni diverse: l'antica filanda annessa alla casa divenne sede di una Scuola Elementare (rimasta attiva sino al 1983 ed oggi sostituita dal Liceo Classico "S. Quasimodo"), mentre il palazzo vero e proprio venne riservato a sede del Comune di Magenta. L'area antistante il palazzo comunale, è stata trasformata nel 2009 in un grande "salotto all'aperto" con l'apposizione di una nuova pavimentazione piastrellata con molte piante e panchine, il che ha consentito di rivalutare l'area come luogo d'incontro della popolazione magentina.

Villa Crivelli Boisio Beretta fu edificata nel XV secolo nel suo nucleo originario, è uno dei più significativi esempi di casa nobiliare di Magenta. Sebbene modificata parzialmente nel corso del Settecento, la costruzione conserva alcuni tratti tipici dell'architettura rinascimentale come le monofore in cotto, il rivestimento murario losangato e una bellissima cappa di camino sporgente (una delle poche rimaste originali; un altro raro esempio lo si può ammirare nella vicina città di Corbetta nella Villa Pisani Dossi). La casa è stata completamente ristrutturata nel 1976. Sorge in Via Mazzini.

Palazzo Morandi edificato nella seconda metà del XVIII sec., è costituito dal tipico schema a corte con una facciata barocca movimentata dalla presenza di finestre e balconi che danno sull'antistante Via Garibaldi. Curiosa è l'area del portone che viene sovente ricordata per la presenza di ricche stuccature tipiche del barocchetto, colorate con colori brillanti che sono stati ritrovati sotto le successive ridipinture in occasione dei recenti restauri che hanno interessato la struttura.

Il nucleo principale di villa Melzi risale al XVI secolo e la struttura venne edificata per volere della famiglia Melzi d'Eril, Conti di Magenta che divennero feudatari di questo borgo. La villa venne mantenuta come sede principale della famiglia essenzialmente sino alla fine del XVIII secolo quando Francesco III, 9º Conte di Magenta, divenuto dapprima Presidente della Repubblica Cisalpina e poi fervido sostenitore di Napoleone in Italia non ottenne anche il Ducato di Lodi, il che pose il suo interesse verso altri centri della politica lombarda. La struttura sorge in Via Roma.

Villa Naj-Oleari venne costruita all'inizio del Novecento come abitazione per la famiglia Naj-Oleari, proprietaria dell'omonimo stabilimento tessile che aveva sede a Magenta, nei pressi della villa stessa. Il complesso residenziale, secondo lo schema primo novecentesco, era una struttura a villino di forme classiche neorinascimentali, in pietra, affrescato al suo interno ed immerso in un grande parco. Donata al comune di Magenta, la villa è stata sede della biblioteca comunale ed oggi è utilizzata come sede della Proloco cittadina. La villa, annualmente, il giorno prima della ricostruzione storica che commemora la Battaglia di Magenta, ospita l'allestimento degli accampamenti dei figuranti in uniforme che qui vivono per tre giorni in tenda, seguendo i costumi dell'epoca.

La Casa Boffi Pirogalli è sita in via Garibaldi, n.91. La struttura ha origini piuttosto antiche. Di certo, si sa che tra il XVI ed il XVII secolo era compresa entro le proprietà della famiglia Medici, i quali successivamente la vendettero ad altri proprietari, sin quando non vi si instaurò il Forno Cooperativo Ambrosiano, centro direzionale dei lavori agricoli dell'area.

La cosiddetta Casa Spreafico Martinoni consiste in un complesso di tre edifici cinquecenteschi situati in via Garibaldi che, in tempi diversi, vennero acquistati dalle famiglie Spreafico e Martinoni. La struttura originaria è stata ad oggi parzialmente variata dalle aggiunte ottocentesche.

Sita anch'essa in via Garibaldi, la Casa Croce Piazza Lombardi venne edificata nel XVII secolo e successivamente ampliata col passare dei secoli. Variazioni significative provengono alla struttura dal XIX secolo quando la famiglia Frigerio, proprietaria degli stabili, adibisce alcuni locali rustici interni alla produzione della seta attraverso l'allevamento dei bachi da seta, avviando una produzione famigliare.

Casa Beretta ha una pianta rimasta pressoché identica all'originale, risalente con tutta probabilità al Seicento.

Di Casa Miramonti, si sa che nel XVII lo stabile era compreso nelle proprietà della famiglia Crivelli (e spettava come diritto al beneficiario dell’Abbazia di Santa Maria della Pace di Milano). La famiglia Miramonti acquistò lo stabile nel XVIII secolo nel 1700 trasformandone i locali rustici in locali d’abitazione. La casa si trova tra via Pretorio (la cosiddetta piassa de’ puj) e via Manzoni.

La costruzione risale al XVII secolo e la denominazione di Casa Albasino gli pervenne nel 1713 quando i proprietari dello stabile, la famiglia De Zecchi, lasciò in eredità la proprietà alla famiglia Albasino, che successivamente frazionò la proprietà per esigenze d'eredità. Una parte dell'abitazione signorile è stata recentemente ristrutturata.

Il complesso di Casa De Ambrosis, consiste in un blocco di due edifici situati lungo la via Garibaldi ed acquistati nel 1704 dal nobile Francesco Antonio De Ambrosis che si preoccupò non solo di ampliare le strutture, ma anche di adornarle con elementi strutturali e decorativi. Malgrado questo, l'aspetto attuale ha risentito degli influssi di ristrutturazione ottocenteschi.

Casa Crivelli Redenaschi Brocca edificata con tutta probabilità nel Settecento, divenne la sede principale delle abitazioni dei Crivelli prima e dei Redenaschi poi. Nel XIX subì i mutamenti più radicali che fecero divenire lo stabile una vera e propria villa. In questa fase la palazzina fu in tutto e per tutto dei gioiellieri e commercianti Brocca di Milano, che risiedettero in questo luogo in maniera sporadica nei primi del 1800, destinando lo spazio soprattutto a residenza estiva ed a ricovero per artisti come il catalano Pelegrin Clavé y Roque, o Eugenio Landesio e Giuseppe Molteni, pittore quest'ultimo che venne proprio "lanciato" dai Brocca stessi nel mondo dell'arte. La villa fu sede di molti eventi come il banchetto/rinfresco del 1895 in occasione dell'inaugurazione del monumento a Mac Mahon, o ancora la festa del 1910 dedicata alla pioniera dell'auto Harriet White Fisher (autrice del A Woman's world tour in motor). Nel 1950 lo stabile fu venduto, lottizzato ed in parte acquistato dal Comune di Magenta. Attualmente la casa è sede dell'AVIS cittadina e di altre associazioni di volontariato del territorio, oltre che di un asilo nido.

Col nome di Casa Monti, si identificano oggi una serie di edifici collocati lungo via 4 giugno, all'angolo con Piazza Liberazione e via Roma. Questi stabili vennero edificate nella prima metà del XVIII secolo e vennero istituite come beneficio della chiesa milanese di San Francesco, divenendo in seguito proprietà della famiglia Monti. All'interno del complesso si trova ancora oggi la base di una cappella che un tempo ivi sorgeva, dedicata a San Francesco.

Casa del Monastero dei Santi Cosma e Damiano era un tempo di proprietà del Monastero dei Santi Cosma e Damiano alla Scala, che sorgeva a Milano, nei pressi dell'area dell'attuale teatro omonimo. A partire dal 1750 la parte inferiore dell'abitazione divenne abitazione privata, mentre la loggia venne murata per ricavarne altri locali d'abitazione.

Villa Stoppa-Colombo (detta semplicemente Villa Colombo) è un villino costruito nella prima metà del XX secolo, presso la stazione ferroviaria. La struttura si presenta come uno corpo centrale sviluppato su tre piani e munito di torretta belvedere corredata da trifore. Il complesso è inserito all'interno di una vasta cornice di verde pubblico che oggi è stato adibito a parco per la cittadinanza. La villa venne eretta per volere della famiglia Stoppa, commerciante locale, e poi donata al comune di Magenta nel 1997 dalla signora Stoppa al fine di erigervi un asilo comunale per il quartiere (progetto in seguito decaduto). Oggi il villino, gestito dall'Associazione Grisù, è sede di numerose associazioni come l'Associazione Nazionale Carabinieri, l'Associazione Culturale "Ragazzi di Magenta" e del Gruppo Scout Magenta 1°, oltre ad essere sovente sede di mostre e convegni.

La Biblioteca comunale ‘Oriana Fallaci´,inaugurata nell´aprile del 2007, è una risposta concreta alle esigenze della città.

L' Ossario dei Caduti è un monumento è in forma piramidale, e di aspetto severo quale si conviene ad un ossario, a tale scopo essendo esso destinato.
E´ alto 35 metri e largo alla base 8. E´ composto di quattro facciate perfettamente uguali e guardanti i quattro punti cardinali. L´architetto fu il milanese Giovanni Brocca e i lavori cominciati nel 1861 furono compiuti tre anni dopo.
La solenne inaugurazione avvenne il 4 giugno 1872 quando tutte le ossa dei combattenti sparse qua e là vennero raccolte e definitivamente collocate nel sotterraneo del monumento.

Il monumento posto in Piazza Vittorio Veneto,è stato dedicato ai caduti di tutte le guerre.
Si tratta di un´opera imponente, sulla cui sommità campeggia un gruppo bronzeo dello scultore Giannino Castiglioni.
Il monumento, chiamato familiarmente della VITTORIA ALATA, fu inaugurato il 26 aprile 1925 dal re Vittorio Emanuele III.

All'indomani della morte del generale Mac Mahon, il parroco di Magenta, don Cesare Tragella e il sindaco Brocca, dopo aver presenziato alle esequie in Notre Dame a Parigi, prospettarono l'idea di dedicargli un monumento.

L'opera venne affidata allo scultore cremonese Luigi Secchi che la portò a compimento nel 1895, realizzando una statua in bronzo dell'altezza di tre metri. L'architetto Beltrami, già autore del restauro del Castello Sforzesco di Milano, ha disegnato il piedistallo in pietra di Rezzato (alto tre metri e mezzo), che porta incisi sui tre lati luoghi e date di nascita e di morte del generale e degli altri alti ufficiali.

Alla cerimonia d'inaugurazione presenziarono rappresentanze italiane e francesi tra cui i rispettivi capi di Stato, Vittorio Emanuele III di Savoia ed Émile Loubet, occasione nella quale viene per l'appunto coniata una medaglia commemorativa dell'evento, ricavata dalle monete da 1 centesimo italiane, sovrastampate sul retro con l'effigie del presidente francese; sul davanti già figurava l'immagine di Vittorio Emanuele III.

In occasione della commemorazione del 150º anniversario della battaglia, l'amministrazione comunale ha predisposto che il monumento a Mac Mahon tornasse nella sua posizione originaria, al centro del monumentale viale che conduce ancora oggi all'ossario dei caduti e l'occasione ha consentito anche di riportare la scultura al suo antico splendore attraverso un accurato restauro che interessato anche l'ossario e il parco circostante.

L'idea del Teatro Sociale Lirico Drammatico si concretizzò quando alcuni appartenenti alla "Società 4 giugno 1859" acquistarono un terreno del Cav. Luigi Cassola sull'allora Corso Vittoria in Magenta. La maggior iniziativa vide in campo Gianfranco Giacobbe, ma il giorno precedente la prima adunanza degli azionisti, moriva in un incidente a Milano il 30 marzo 1902.

Fu l'avv. Giovanni Giacobbe, suo padre, che per ricordare il figlio e dar corpo ai desideri dei magentini riaccese l'iniziativa con cospicue donazioni. Il progetto fu affidato all'architetto Menni. La prima pietra venne posata il 7 marzo 1903 ed il teatro, inaugurato ufficialmente il 4 giugno 1904, era un tempo considerato l'anticamera del teatro milanese de La Scala. All'inaugurazione intervenne anche il tenore Francesco Tamagno, primo Otello di Giuseppe Verdi, che ne calcò per primo il palcoscenico con Adele Borghi ed Emilia Corsi, voci di primo piano della lirica di allora.

Il soffitto è decorato con un grande affresco di Giacomo Campi che rappresenta la visita di Arrigo VII a Magenta (fatto storico realmente accaduto nel 1310 - nel dipinto si può scorgere anche l'attuale campanile della chiesa di Santa Maria Assunta), sopra il quale si staglia un insieme armonico di nuvole, putti, poeti e l'esaltazione del teatro e delle manifestazioni artistiche ad esso collegate. Vi si distingue anche una rappresentazione della chiesa di Santa Maria Assunta, Dante Alighieri, Virgilio e un simpatico teatrino di marionette intitolato a Giuseppe Verdi.

Il teatro è stato recentemente restaurato nel 2004, in occasione del centenario dell'inaugurazione, e riportato al suo antico splendore con la proposta di una interessante stagione teatrale da rinnovarsi ogni anno, che comprende concerti, opera, brani di operetta e varietà.

La fondazione dell'originaria struttura dell'ospedale, risale al 1876 quando il cav. Giovanni Giacobbe fece un'offerta di 20.000 lire a favore del comune, da spendere entro tre anni, per la costruzione di una struttura ospedaliera a vantaggio dei malati meno abbienti del comune. A questa azione benevola, si affiancò l'opera del Marchese Giuseppe Maria Mazenta, che proprio in quello stesso anno donò uno dei propri terreni, denominato "Vigna Rossa" per l'erezione del complesso ospedaliero. Il 2 dicembre 1877 venne posata la prima pietra dell’ospedale e il 25 luglio 1880 l'opera venne ufficialmente inaugurata anche se come semplice ambulatorio. Fu a partire dal 1896 che, grazie al benestante Giuseppe Fornaroli (deceduto in Milano, lasciando il proprio patrimonio all'ospedale ed all'asilo infantile di Magenta), che si poté compiere l'opera definitivamente. La struttura venne ampliata nel 1904 per dare spazio a nuove esigenze per i malati, sino agli anni '70 quando la struttura originaria venne dichiarata incapace di ospitare nuove degenze e la sede dell'ospedale venne costruita ex novo in un'area più consona. Lo stabile rimase pressoché abbandonato allo stato di rudere sino in tempi recenti quando parte di esso è stata ristutturata e in gran parte abbattuta per far spazio ad una struttura medica per l'accoglienza degli anziani e per l'elaborazione di alcune analisi.

Il Parco Naturale "La Fagiana"è nato come residenza di caccia di Vittorio Emanuele II nella seconda metà dell'Ottocento, la tenuta "La Fagiana" si trova sul territorio del comune di Magenta, in località Pontevecchio. Vasta 1574 ettari ed estesa per una lunghezza di più di dieci chilometri sulla sponda sinistra del Ticino, da Casate a Robecco, è divenuta una delle più importanti riserve della zona arricchendosi di numerosissime specie arboree e faunistiche. Al suo interno si trova un'interessante Museo del Bracconaggio che racconta in parte la storia della caccia nel Ticino dal XV sec. sino ai giorni nostri. Le zone boschive sono corredate di stupendi viali per il passeggio e per le uscite in bicicletta.
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Eventi e cultura:
3 febbraio: S.Biagio - fiera del bestiame e macchine agricole
Primavera: Fiera campionaria - vetrina del commercio, industria, artigianato, agricoltura e turismo del magentino.
Prima domenica di giugno: rievocazione storica della Battaglia di Magenta
Giugno Magentino: tutto il mese offre appuntamenti con l'arte, la cultura, la musica, il teatro, concerti d'organo e bandistici, saggi e tornei sportivi organizzati dalle associazioni cittadine.
16 agosto: S.Rocco - fiera di merci e bestiame
11 novembre: S.Martino - concerti ed assegnazione del premio "San Martino d'Oro" al magentino dell'anno.
Novembre: "Magenta Jazz Festival"
Sul territorio operano poi una serie di associazioni per la promozione del territorio come la Pro Loco o l'associazione giovanile "Ragazzi di Magenta" che annualmente organizza l'evento "MAGENTART", una delle maggiori adunanze dell'area di talenti artistici, letterati e musicali. Tra i cinema cittadini, particolarmente attivo è il "Cinema Teatro Nuovo" che, su iniziativa dell'Associazione Culturale Ariel, nel 2005 ha avviato la rassegna teatrale "Ti Racconto Un Libro", ciclo annuale di narrazioni teatrali dedicate a grandi romanzi, premiata sin dalla prima edizione con una straordinaria presenza di pubblico.

La città di Magenta deve gran parte del proprio sviluppo post-bellico alla presenza di molte industrie che vi hanno sedi distaccate o principali. Nella zona ovest e nord, si sono sviluppate due aree industriali distinte con attività commerciali annesse, tra cui il Pastificio Castiglioni, la Molho Leone ferri zincati (prodotti per cancelleria e graffette). Altre ditte si occupano della lavorazione del legno e della produzione di salumi ed insaccati.

Le principali attività economiche sono:

Agricoltura: frumento e mais
Industria metallurgica
Industria alimentare
Industria metalmeccanica





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