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mercoledì 1 luglio 2015

PARCO ARCHEOLOGICO DEL TEATRO E ANFITEATRO ROMANO A CIVIDATE CAMUNO



La città romana oggi giace completamente sotto l'attuale abitato. Le porzioni del teatro sinora recuperate e il buono stato di conservazione dell'anfiteatro, ancora ben percepibile nei volumi e nell'alzato, ne dichiarano tutta l'importanza locale.

La visita agli scavi è occasione per constatare direttamente quale mutamento la società degli Antichi Camuni si trovò ad affrontare con l'arrivo dei Romani.

Il Parco Archeologico del Teatro e dell’Anfiteatro, aperto dal 2003, è un Istituto di proprietà statale destinato alla pubblica fruizione, creato al fine di tutelare, conservare e valorizzare i resti archeologici del quartiere degli edifici da spettacolo dell’antico centro romano di Civitas Camunnorum.

Il Parco offre un eccezionale spaccato della città antica vantando i resti di un anfiteatro, riportato interamente alla luce nelle strutture perimetrali, e di un teatro, oggi visibile per un terzo del totale. Completano il complesso una serie di strutture e di ambienti di servizio, tra i quali un sacello e delle piccole terme.

La posizione degli edifici è splendida, sia dal punto paesaggistico che funzionale: addossati al colle del Barberino, teatro e anfiteatro si appoggiano al pendio naturale.

Il Teatro fu scoperto nel 1973. Gli scavi hanno evidenziato come l'edificio sia stato costruito con un grandioso sistema di terrazzamento della collina, in un luogo in precedenza occupato da una ricca abitazione, smantellata per fare posto all'edificio pubblico dopo la metà del I sec. d.C. La parte oggi visibile è costituita dai lunghi muri paralleli della porticus post scaenam, vale a dire del porticato retrostante la scena, destinato a luogo di passeggio per gli spettatori nelle pause tra uno spettacolo e l'altro, delle due scalinate d'accesso laterali e dell'ingresso del lato destro.

L'anfiteatro si trova in stretta vicinanza al teatro e fu scoperto casualmente ed inaspettatamente nel 1984 durante i primi lavori di scavo del teatro. L'allineamento dei due edifici risponde ad un unico progetto e li integra in maniera armonica nella griglia regolare della città. Dell'edificio sono conservati la struttura ellettica perimetrale, la tribuna destinata agli spettatori più ragguardevoli e l'ingresso (carcer) per gli animali pericolosi.

Il complesso degli edifici da spettacolo è corredato da un lungo acquedotto che attraversa tutta l'area sovrastante l'anfiteatro e che doveva in origine servire l'abitazione preesistente al teatro e in un secondo momento convogliare acqua ai due edifici da spettacolo.

Ai lati dell'anfiteatro si trovano grandi ambienti di servizio, probabilmente palestra, infermeria e caserma dei gladiatori, un piccolo edificio termale e un sacello. Quest'ultimo, adiacente all'ingresso dell'asse maggiore dell'anfiteatro, ha un alzato conservatosi in maniera straordinaria, con tracce di intonaco affrescato. La parete di fondo ha una nicchia che ospitava in origine la statua di culto, Marte, Ercole o la Fortuna, venerata dai gladiatori e pregata in modo particolare prima del pericoloso ingresso nell'arena.

La prima parte dei lavori, dal 1995 al 1997, inerenti soprattutto l'individuazione, la messa in luce e il restauro di parte del teatro romano e dell'anfiteatro, è stata realizzata grazie ad un finanziamento regionale, in collaborazione con il Comune di Cividate Camuno, la Provincia di Brescia, la Comunità Montana di Vallecamonica, il Bacino Imbrifero Montano.

Negli anni successivi (1998-2002), grazie al finanziamento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali nell'ambito dell'accordo di programma quadro tra il Ministero stesso e la Regione Lombardia sono stati completati lo scavo, la musealizzazione e l'allestimento. Tutte le operazioni sono state eseguite sotto la direzione scientifica della dott.ssa Valeria Mariotti della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia.

Il Parco archeologico offre uno spaccato straordinario della monumentalità e della grandiosità dell'antica Civitas Camunnorum, centro politico e amministrativo della Vallecamonica romana.

Gli edifici da spettacolo, addossati alla collina, ben si inseriscono nella maglia regolare dell'impianto urbanistico romano, con assi stradali ortogonali fra loro, orientati nel rispetto della luogo e secondo l'andamento del fiume Oglio.

Alle spalle del complesso degli edifici da spettacolo, attraverso la collina del Barberino, si raggiunge facilmente il santuario di Minerva in località Spinera di Breno, che rappresentava il principale luogo di culto extraurbano della città. L'area, oggi allestita a Parco Archeologico, è facilmente raggiungibile attraverso un apposito percorso ciclopedonale lungo fiume.

Lungo il fiume, ai piedi della rupe di Santo Stefano, si sviluppava il foro della città, di cui è stato recentemente scavato un settore. Le strutture emerse, riferibili ad una domus di età giulio-claudia su cui si imposta poi un edificio pubblico connesso al foro, sono state restaurate e sono oggi visibili all'interno di un'area archeologica.

Del teatro romano di Cividate Camuno è attualmente visibile circa un terzo del totale delle strutture, sulla base del quale è stata realizzata una ricostruzione grafica dell'edificio nelle sue parti essenziali, evitando di riprodurre particolari non attestati.

Il teatro aveva la cavea appoggiata al pendio della montagna nella parte centrale, mentre le due parti laterali, dette ali, erano costituite da due grandi terrapieni contenuti dai muri perimetrali.

Il terreno era sigillato da grandi gettate sovrapposte in opera cementizia, sulle quali erano disposti i gradini; l’adito era il passaggio che collegava l’orchestra alla versura e permetteva l’accesso alla parte bassa della cavea e ai suoi sedili; era coperto a volta e su di esso si disponeva la parte più a valle dei gradini del teatro.

Il muro a valle dell’adito fu contraffortato con un secondo muro in fase di costruzione della versura o subito dopo, per favorire la stabilità della costruzione. Era possibile entrare sulla scena dalla versura oppure da un corridoio di servizio interno collegato con il postscenio.

L’edificio scenico era invece collegato con l’area antistante tramite due scalinate che permettevano l’accesso alle versurae, mentre due scale più piccole, appena distinguibili, collegavano il postscenio al portico.

Il portico era aperto e presentava una columnatio, di fronte alla quale, sulla piazza, doveva essere posta una fontana nella quale si riversavano le acque provenienti dall’euripo che convogliava le precipitazioni dalla cavea e forse anche le acque dell’acquedotto che correva a monte dell’anfiteatro in direzione del teatro.

Le medesime acque potevano essere utilizzate, all’interno dell’edificio, sia per le fontane che per la creazione di giochi d’acqua.

Il teatro fu realizzato, nella zona della cavea e della versura, in pietre spaccate e malta con paramento in pietre oppure in pietre e ricorsi di laterizio successivamente intonacato. L’edificio scenico aveva anch’esso la struttura in pietre spaccate e malta, ma era rivestito nelle parti verso la piazza di lastre di calcare grigio che costituivano ovunque la pavimentazione, verosimilmente le gradinate per il pubblico e il fronte della scena di cui manca ora qualsiasi elemento.

Dei rivestimenti delle murature sono rimasti in opera pochi resti, mentre solo il pavimento dell’adito si è salvato dalla depredazione a cui fu sottoposto l’edificio poco tempo dopo la fine del suo utilizzo: i suoi elementi strutturali furono infatti ridotti in pezzi e in parte utilizzati per farne calce da costruzione, grazie ad una calcara creata in epoca tardo antica (V secolo d.C.) all’interno del portico del teatro.

L'anfiteatro si trova in stretta vicinanza al teatro e fu scoperto casualmente ed inaspettatamente nel 1984 durante i primi lavori di scavo del teatro. L'allineamento dei due edifici risponde ad un unico progetto e li integra in maniera armonica nella griglia regolare della città. L'anfiteatro fu costruito alcuni decenni dopo il teatro, con una tecnica costruttiva leggermente diversa e per certi versi meno curata nei dettagli.

L'edificio è a struttura piena su terrapieno, appoggiato a monte alla collina e a valle a un terrapieno artificiale realizzato con la terra di risulta dallo scavo dell'arena.

Le strutture sono in ciottoli e pietre spaccate legati da malta ed erano in origine interamente intonacate esternamente, mentre all'interno, il podio dell'arena aveva le murature ricoperte di lastre della stessa pietra grigia usata nel teatro e proveniente da una cava non lontana da Cividate.

Gli ingressi e i posti a sedere erano differenziati a seconda della posizione sociale dello spettatore: la parte a monte conserva una parte delle gradinate in calcare grigio destinate probabilmente agli spettatori più ragguardevoli.

Oltre agli ingressi principali, sull'asse maggiore vi erano tre aperture di servizio: la prima verso sud collega un vano secondario di incerta funzione, la seconda collega un ambiente per animali non pericolosi o luogo di attesa per i gladiatori, la terza, che costituisce un rinvenimento eccezionale e uno dei pochi esempi ancora conservato, identifica il carcer per introdurre nell'arena gli animali pericolosi. L'anfiteatro di Cividate è uno dei pochi che ha conservato il carcer per gli animali pericolosi: si tratta di un ambiente con due corridoi, destinati l'uno agli inservienti, l'altro agli animali. Le bestie venivano "ingabbiate" attraverso un sistema di pali che venivano passati attraverso una serie di pilastri in pietra dotati di fori passanti, che venivano poi sfilati al momento opportuno. Il tipo di carcer di Cividate esclude l'impiego di grossi animali esotici.

L'anfiteatro ospitava i crudeli giochi gladiatori e le venationes che vedevano l'impiego di animali.

L'anfiteatro nella sua interezza doveva avere un'altezza pari a quella della sommità dell'acquedotto che gli corre a monte, tenendo conto che vi doveva essere un muro di somma cavea a coronamento e contenimento dell'ultimo ordine di gradini. Il suo asse maggiore misurava 73 metri, mentre quello minore era pari a 65 metri.



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lunedì 15 giugno 2015

IL TEATRO GRANDE A BRESCIA



Il Teatro Grande sorge nello stesso luogo dove si aprì il primo teatro pubblico di Brescia nel 1664.
Il vasto edificio del Teatro Grande presenta un assetto architettonicamente complesso, determinatosi in oltre tre secoli di adattamenti e di trasformazioni.

Originariamente delimitata dalle mura meridionali della cittadella (sec. XIV/XV), l’area del Teatro fu concessa dalla Repubblica di Venezia all’Accademia degli Erranti che, nel 1643, vi edificò la propria sede ad opera degli architetti Avanzo.

Costituitasi nel primo decennio del XVII secolo, l’Accademia riuniva la nobiltà cittadina:oltre al’attività equestre ed alla scherma, si svolgevano lezioni di matematica, di morale e di ballo; con cadenza pressoché annuale, gli accademici dedicavano una solenne cerimonia ai Podestà veneti con componimenti musicali e poetici.
Il palazzo accademico era composto dalla vasta sala superiore, raggiunta da un maestoso scalone, e dal portico terreno della cavallerizza che nel 1664 e nel 1710 fu adattato a teatro.
Del palazzo seicentesco rimane la facciata, ripartita dai tre finestroni, prospiciente corso Zanardelli (l’antico Mercato del Vino); nel 1780 si aggiunse il portico realizzato dagli architetti Antonio Vigliani e Gaspare Turbini.

L’ampia scalinata sottostante conduce all’ingresso principale del Teatro: al portale seicentesco si affiancano due aperture minori del 1745 circa. La scalinata prosegue all’interno dell’atrio, decorato nel 1914 dal pittore bresciano Gaetano Cresseri con due grandi affreschi monocromi (la Tragedia e la Commedia).
Alla sommità della scalinata tre portali settecenteschi introducono nella Sala delle Statue che, coperta dalla grande volta del XVIII secolo, fu definita nel suo assetto attuale da Girolamo Magnani nel 1863: sopra la balaustra si evidenziano le statue, in gesso e tela, opera di Giuseppe Luzziardi; alle pareti laterali sono collocati i busti del commediografo bresciano Girolamo Rovetta e di Giuseppe Verdi, eseguiti rispettivamente da Leonardo Bistolfi (1911) e da Domenico Ghidoni (1901).

Nel giugno del 2002 è stato posato un busto in bronzo di Arturo Benedetti Michelangeli dello scultore bresciano Gianpietro Moretti. Dalla Sala delle Statue, per un successivo vestibolo, si accede al Ridotto e, volgendo a sinistra alla sala teatrale.

Il Ridotto fu realizzato tra il 1760 ed il 1769 dall’Architetto Antonio Marchetti quale sala accademica degli Erranti, in sostituzione della precedente demolita nel 1739.
Dal Ridotto si accede alla caffetteria, in origine sede della “Reggenza” dell’Accademia, dove recenti restauri hanno scoperto l’ornamentazione eseguita nel 1787 da Francesco Tellaroli.
Sempre dal Ridotto, ripassando per un breve corridoio affrescato già appartenente alla stessa sala, si giunge alla Rotondina che introduce alle scale dei palchi ed alla platea della sala teatrale.

Questa parte dell’edificio sorge sull’area che gli accademici utilizzavano come maneggio, quindi occupata, nel 1735, dal teatro impostato da Antonio Righini e realizzato da Antonio Cugini, due noti scenografi ed architetti teatrali dell’ambito dei Bibiena; demolita e ricostruita nel periodo 1806-1810, la sala presentava una pianta a U con cinque file di palchi digradanti verso il boccascena.

L’attuale sala, della tipica conformazione “a ferro di cavallo”, fu progettata dall’architetto milanese Luigi Canonica ed inaugurata nel 1810 con un grande spettacolo operisitico musicato per l’occasione da Simone Mayr.

L’originaria decorazione neoclassica eseguita da Giuseppe Teosa, con allegorie ispirate alle vittorie di Napoleone, fu sostituita nel 1862/63 da fastosi ornati neobarocchi; solo il palco reale conservò la raffinata ornamentazione originaria, compresa la sovraporta con l’allegoria della Notte dipinta da Domenico Vantini.
La trasformazione fu attuata dallo scenografo parmigiano Girolamo Magnani, autore dei monocromi inseriti nei parapetti dei palchi e nel soffitto della platea.

Ancora nel soffitto si osservano pure i gruppi allegorici della Danza, della Commedia, della Tragedia e della Musica affrescati da Luigi Campini. Un certo interesse rivestono inoltre sia lo spazio del palcoscenico, che ancora conserva parte della struttura ottocentesca, sia il cosidetto “soffittone”, grande ambiente un tempo destinato alla preparazione delle scene dipinte ora adibito a salone per prove, piccoli eventi e feste.

La sala teatrale attuale segue i canoni della tipica sala del teatro all’italiana: è stata realizzata nel 1810 su progetto dell’architetto Luigi Canonica ed è distribuita a ferro di cavallo, con dimensioni di 22 x 17 m circa, e si sviluppa in altezza su cinque ordini di loggiati (tre di palchi e due di gallerie).
L’area occupata dalla sala teatrale era sino al 1740 un cortile adibito a cavallerizza dell’Accademia degli Erranti. Solo in quella data il teatro venne costruito su quest’area, abbandonando lo spazio sottostante la sala dell’Accademia utilizzato per i precedenti teatri.
Nei secoli passati i diversi livelli sui quali si strutturava la sala teatrale assumevano valenze diverse dal punto di vista della gerarchia sociale: la posizione superiore era ovviamente privilegiata e lo stacco netto creato dalla muratura dei palchi con la platea, che non è per nulla graduale, fa intuire la differenza sociale tra chi stava in platea, la borghesia, e chi occupava i diversi ordini, la nobiltà; l’ultimo piano, il loggione, era invece destinato al ceto popolare. Il modello originario della sala si ispirava al topos della piazza, del cortile o della sala di palazzo, un ambiente dove convivevano classi sociali diverse.
I toni cromatici che creano un meraviglioso colpo d’occhio all’ingresso dello spettatore nella sala sono il rosso granata (delle poltrone di platea, della tappezzeria e dei sedili dei palchi), l’avorio e l’oro (delle strutture dei palchi e delle varie decorazioni in legno intagliato e cartapesta).
La decorazione originale, poi sostituita dall’attuale nel 1862, è da attribuire al bresciano Giuseppe Teosa. Quella attuale invece è prevalentemente opera di Girolamo Magnani: i parapetti delle varie file di palchi portano decorazioni a rilievo dorato su fondo avorio diverse da piano a piano: si passa dai tratti semplici del piano terreno, alla più ricca decorazione del primo ordine con tralci, putti musicanti e profili virili, ai rilievi dorati alternati a cornici raffiguranti nudi femminili, putti e strumenti musicali che si alternano sui tre ordini successivi.
L’arcoscenico conserva forme e decorazioni quasi del tutto originali: è costituito da una doppia trabeazione orizzontale sostenuta agli estremi da mensole dorate sulle quali sono inserite figure alate femminili nell’atto di suonare lunghe tube. Al centro è posizionato l’orologio alla cui cornice si appoggiano due figure semisdraiate.
Il soffitto è decorato con geometrie di stucco dorato e gli affreschi del Magnani, che si stagliano sul cielo azzurro che fa da sfondo, si organizzano su corone circolari concentriche costituite da medaglioni ovali monocromi con putti, da figure femminili monocrome, da allegorie riferibili alla commedia, alla tragedia, alla musica e alla danza. Nella zona centrale il soffitto è occupato da un foro semichiuso da una grata che un tempo sorreggeva il grande lampadario.

Nei secoli passati la platea fu luogo di ritrovo dove si partecipava a veglioni, balli e spettacoli equestri, ma anche a convegni e dibattiti. Essa era quindi concepita non solo come luogo di piacere e di lustro ma anche come ambiente di educazione ed istruzione.
Attualmente le poltrone di platea sono suddivise in 18 file stabili più 4 file nella zona dell’orchestra per un totale di circa 400 posti. Le poltrone sono rigorosamente in tinta con i palchi ed su di un piano leggermente degradante verso il palcoscenico.
Il pavimento, risistemato nel 2001, è costituito da listoni di parquet in legno di rovere, materiale che contribuisce ad incrementare l’acustica della sala. Su di esso s’intravedono le bocche grigliate dell’impianto di condizionamento d’aria, installato con l’intento di aumentare il conforto agli spettatori durante le ore trascorse in teatro, indipendentemente dalle difficoltà climatiche stagionali.

I cinque ordini di loggiati che costituiscono l’alzato della sala teatrale si suddividono in tre file di palchi composte ciascuna da 28 palchi suddivisi in due rami, e in due ordini di gallerie; la prima galleria è composta da otto palchi suddivisi sui due rami nelle parti più vicine ai prosceni, mentre la parte centrale libera da tramezze è attrezzata con poltrone a cavea; l’ultimo piano è totalmente adibito a galleria con poltrone disposte a gradoni.
L’ interno dei palchi è rivestito di un appropriato tessuto nella tradizionale tinta rosso-granata. Dello stesso colore sono i velluti imbottiti che rivestono le panche ed i poggiaschiena, dall’originaria struttura lignea. Completano l’arredamento le placche portaspecchio e gli appendiabiti.

Secondo la consuetudine italiana, il palco reale del Teatro Grande è collocato sul fondo della sala, nella mezzeria, occupando il primo ed il secondo ordine. Osservato dalla sala il palco reale ha un’apertura pressoché rettangolare, solo lievemente curvilinea e sporgente nella balaustra e nel baldacchino di copertura. All’interno invece la pianta è circolare ed è superiormente chiuso da una cupoletta decorata da losanghe.
La decorazione interna di tipo neoclassico, l’unica originale del 1810, è composta da un fregio orizzontale con aquile dorate che percorre la parte alta delle pareti e da candelabri, sempre dorati, disposti in colonna che richiamano tratti e stilemi egizi. Sopra la porta vi è la tela in forma di lunetta dipinta da Domenico Vantini nel 1810 e raffigurante un’allegoria della notte.
Sul retro del palco reale si apre il salottino di sua pertinenza, nobilmente decorato e arredato con le prestigiose poltrone neoclassiche in legno dorato che si utilizzavano nel palco durante le visite dei sovrani.

Il Ridotto del Teatro Grande, o più comunemente detto “Foyer”, è forse uno dei più mirabili esempi dello sfarzo architettonico settecentesco applicato ad una struttura di spettacolo.
La sala, presente in tutti i teatri moderni, è attigua alla più vasta sala teatrale vera e propria, ove si assiste agli spettacoli ed era soprattutto destinata, nell’Ottocento in particolare, ai vizi del gioco e del fumo. Attualmente il pubblico sosta nel “Foyer” prima dell’inizio degli spettacoli e vi s’intrattiene anche durante gli intervalli, potendo disporre altresì di un’ulteriore adiacente saletta con servizio bar.
La lunga vicenda costruttiva della sala degli Erranti, l’attuale Ridotto, si legò alla vita dell’Accademia per oltre tre decenni, iniziando dal 1739, quando la demolizione della sala secentesca pose il problema di una generale ridefinizione della sede accademica. L’intenzione degli Erranti era quella di avere una sala separata da destinare alle cerimonie pubbliche, avendo in tal modo l’opportunità di affittare un maggior numero di palchi.

Dopo numerose difficoltà e ritardi, il 23 febbraio 1760 la Reggenza decretò l’inizio dei lavori della nuova sala che prevedeva anche due stanze ad essa contigue, affidandone la direzione all’architetto Antonio Marchetti. Concluse nel 1765 le opere murarie, la nuova sala doveva essere dotata del necessario decoro ornamentale che fu affidato ai pittori veneziani Francesco Battaglioli e Francesco Zugno. Nel 1771 la sala fu poi dotata di lumiere di cristallo a cui si aggiunsero ventiquattro candelieri in legno intagliati da Beniamino Simoni. Il 22 marzo 1772 la sala accademica fu finalmente inaugurata, mentre le stanze attigue furono realizzate circa dieci anni dopo e decorate dai pittori Francesco Tellaroli, tra il 1789 e il 1790, e dal bresciano Giuseppe Teosa, nel 1811, con raffigurazioni allusive al gioco d’azzardo qui praticato in età napoleonica.
L’assetto originario della sala del Marchetti non coincide in realtà con quello attuale; nel corso dell’Ottocento infatti furono eseguiti numerosi restauri che rendono difficoltosa la lettura attuale della struttura del Ridotto. La sala si compone attualmente di una serie di paraste d’ordine gigante disposte lungo il perimetro tra le quali sono collocate delle logge con parapetti traforati, elementi distintivi dell’ambiente. La percorribilità perimetrale della sala, resa nella parte superiore dalle gallerie, viene ripresa nel portico terreno e nelle logge laterali realizzate attraverso illusioni pittoriche.
È evidente in tutto l’ambiente la volontà di dilatare lo spazio interno e di creare una destinazione versatile da adattare alle diverse esigenze di utilizzo della sala: incontri e conversazioni, cerimonie e giochi d’azzardo. Nonostante gli interventi decorativi dovuti al “restauro” effettuato da Antonio Tagliaferri nel 1894 (aggiunta delle specchiere, dei putti in gesso di Francesco Gusneri e delle statue affrescate di Bortolo Schermini), il salone rimane tra le più interessanti realizzazioni del Settecento bresciano per la particolarissima struttura architettonica a logge e per la decorazione affrescata.

Attraverso il corridoio trasversale della vecchia ed originaria biglietteria principale, racchiuso fra enormi serramenti vetrati del primo Ottocento, si entra nell’interessante “Antisala delle statue”, sala che precede una successiva, naturalmente superiore per importanza.
Questo ambiente fu determinato definitivamente nel 1862 dopo numerose modifiche. L’aspetto attuale della sala è costituito da un peristilio con colonne lisce stuccate e capitelli ionici e da quattro pilastri angolari che sorreggono un sistema architravato con balaustra sormontato da 16 statue in gesso e tela gessata opera di Giuseppe Luzziardi.
Il soffitto, una volta a vela, è tinteggiato con un colore blu cupo, mentre nei riquadri centrali sono collocati due busti bronzei, a destra Gerolamo Rovetta, drammaturgo e romanziere bresciano, a sinistra Giuseppe Verdi. Molto più recente è la posa del terzo busto di bronzo, raffigurante il gran maestro e pianista bresciano Arturo Benedetti Michelangeli, avvenuta il 12 giugno 2002, in occasione del settimo anniversario della morte dell’artista. La scultura è opera del maestro Gian Pietro Moretti.



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venerdì 12 giugno 2015

IL FORO ROMANO A BRESCIA



Nel cuore storico di Brescia sono presenti consistenti resti archeologici relativi agli edifici monumentali dell’area capitolina della città antica.
In età romana Brescia – Brixia - era infatti una delle città più importanti dell’Italia settentrionale, situata lungo la cosiddetta via Gallica (arteria che collegava alcuni tra i più significativi centri di origine celtica a nord del Po), allo sbocco di vallate alpine di antico insediamento (la Valle Camonica e la Valle Trompia), tra il lago d’Iseo e il lago di Garda, e immediatamente a nord di una fertile ed estesa area di pianura, valorizzata a partire dall’età augustea con imponenti lavori di organizzazione agraria (centuriazioni).

Nell’area archeologica situata al centro del tessuto urbano sono ancora visibili gli edifici più antichi e più significativi della città: il Santuario di età repubblicana (I secolo a. C.), il Capitolium (73 d. C.), il Teatro (I-III secolo d. C.), il tratto del lastricato del decumano massimo, su cui insiste oggi via dei Musei. L’area si apre inoltre sull’odierna Piazza del Foro, che conserva vestigia della piazza di età romana (I secolo d. C.).
Resti archeologici (foro e impianto termale; basilica) sono inoltre visitabili al di sotto di palazzo Martinengo, oggi sede della Provincia. Oltre a questi edifici di età romana, fanno parte dell’area anche palazzi nobili di età medievale, rinascimentale e moderna, che “salgono” direttamente dalle rovine antiche (Palazzo Maggi Gambara e Casa Pallaveri, entrambi di proprietà comunale).

In questa zona ben circoscritta della città si legge quindi una stratigrafia ininterrotta di testimonianze che si estendono dal II secolo a. C. sino all’Ottocento. Nel 1830, a seguito di scavi intrapresi in quest’area, nel Capitolium fu posta la sede del Museo Patrio, primo museo cittadino a inaugurare la vocazione museale di quest’area.

Dal 1998, è stato avviato un progetto organico di recupero dell’area archeologica del Capitolium. Esso consiste nell’approfondimento delle conoscenze in merito all’area nel suo completo recupero archeologico e architettonico, nella sua valorizzazione e nella completa e definitiva apertura alla fruizione pubblica. Tale apertura, oltre a restituire al pubblico la più importante porzione urbana della città di epoca antica, va a costituire il completamento degli itinerari museali del Museo della città, allestito nel vicino complesso monumentale di Santa Giulia, e di un percorso archeologico tra i più significativi e meglio conservati d’Italia, riconosciuto Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO con il sito I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d. C.).

Il Capitolium o Tempio Capitolino è un tempio romano, il nucleo dell'antica Brixia romana.

La costruzione dell'edificio è da attribuire a Vespasiano, nel 73 d.C.. La sua "paternità" è confermata dalla scritta originale riportata sul frontone: IMP. CAESAR.VESPASIANUS.AUGUSTUS. / PONT. MAX. TR. POTEST. IIII. EMP. X. P. P. CAS. IIII / CENSOR

Il tempio fu realizzato sopra un precedente tempio repubblicano e la sua edificazione si deve alla vittoria dell'Imperatore sul generale Vitellio, nella pianura tra Goito e Cremona. Distrutto da un incendio durante le incursioni barbariche che afflissero l'Europa nel IV secolo d.C. e mai più ricostruito, venne sepolto da uno smottamento del colle Cidneo durante il medioevo. Il tempio fu riportato alla luce solamente nel 1823 grazie all'appoggio del Comune di Brescia e dell'Ateneo, che demolirono le case popolari e il piccolo parco (Giardino Luzzaghi) realizzati anni prima sul terreno ormai spianato al di sopra della costruzione, riportando alla luce l'antico centro della Brixia romana.

Nel 1826, oltretutto, nell'intercapedine del muraglione che isola il tempio dal Colle Cidneo il gruppo dei bronzi romani, comprendente i quattro ritratti di epoca tardo-imperiale e la famosa Vittoria Alata, più altri oggetti, il tutto probabilmente seppellito per nasconderlo alla sistematica distruzione degli idoli pagani da parte dei cristiani. Il complesso fu parzialmente ricostruito fra il 1935 e il 1938 attraverso l'utilizzo di laterizi, i quali permisero la ricomposizione delle colonne corinzie, di parte del pronao e delle tre celle posteriori alla facciata. Il progetto avrebbe dovuto essere più ampio: si sarebbero infatti dovuti demolire praticamente tutti gli edifici che occupavano lo spazio del foro (tranne il Palazzo Martinengo e la chiesa di San Zeno al Foro) fino all'antica basilica in Piazza Labus, scavare fino all'originario livello del terreno e restaurare o ricostruire la maggior parte delle colonne del porticato attorno alla piazza. Sarebbero quindi stati posizionati dei ponti di collegamento per permettere una panoramica delle rovine dall'alto (la stessa Via Musei sarebbe diventata, in quel tratto, niente più che un ponte) con delle scale che vi scendevano in più punti. Il progetto non fu mai totalmente messo in pratica e ci si limitò a mettere a nudo e ristrutturare l'unica colonna del foro ancora integra, ancora oggi ben visibile in Piazza del Foro.

Alcuni elementi strutturali che affioravano dal terreno furono riutilizzati come materiale da costruzione, ad esempio le formelle che probabilmente decoravano il soffitto del pronao, reimpiegate nella facciata della chiesa del Santissimo Corpo di Cristo.

L'impianto del tempio è quello del classico capitolium romano a tre celle, cioè prostilo, con il colonnato solamente in zona anteriore e chiuso da un muro ai lati e posteriormente. In questo caso, comunque, l'impianto è un poco più articolato, essendo presente un corpo centrale più sporgente affiancato su entrambi i lati da altri due porticati della medesima altezza. Dietro l'avancorpo della facciata esastila (ovvero con sei colonne sul fronte principale) in stile corinzio, si aprono tre celle separate da intercapedini, ognuna ospitante un altare dedicato a tre rispettive divinità, oggi identificate come Minerva, Giove e Giunone. Pregevole e ben conservata è la soglia della cella centrale, la più ampia, realizzata in marmo di Botticino. Si trova in questa cella anche il più imponente dei tre podi, posti al centro di ognuno dei sacelli, sul quale si osserva uno zoccolo in pietra a due gradini. La cella centrale e quella di sinistra sono tutt'oggi provviste dell'originale pavimentazione, in marmo e breccia africana, ornati da bellissimi mosaici ben conservati e restaurati, mentre è andato perduto quello della cella di destra. La cella centrale del tempio, inoltre, ospita alle pareti un esteso lapidario istituito nel 1830 e ampliato nei decenni successivi, dove sono conservate ed esposte numerose opere romane in pietra tra cui are, iscrizioni onorarie e sepolcrali, stele funerarie, miliari e basi di monumenti.

È quasi accertata la presenza di una quarta cella, situata più a est, probabilmente dedicata a Bergimo, dio di provenienza celtica. È infine presente un'ultima cella, che faceva parte dell'antico tempio repubblicano sul quale venne poi edificato il Capitolium, situata al di sotto della struttura di epoca imperiale, risalente addirittura al I secolo a.C. e oggi chiusa al pubblico per il restauro dei bellissimi affreschi che ancora sono conservati al suo interno.

Il timpano, largamente ricostruito, era molto probabilmente ornato da alcune statue e la sommità (acroterio) doveva essere composta da un grande gruppo statuario. Delle antiche colonne del tempio, solamente una è ancora presente completamente integra per tutta la sua lunghezza, ovvero la prima a sinistra, ben riconoscibile perché interamente bianca e non completata dai mattoni. Questa colonna era inoltre l'unico resto che affiorava ai primi dell'Ottocento, quando la zona non era ancora stata indagata archeologicamente, tanto che la sua sommità veniva utilizzata come tavolino nel giardino sul retro di un piccolo caffè sorto in quel punto.

Il tempio poteva essere ammirato dalla grande piazza un tempo antistante ad esso (l'omonima Piazza del Foro che oggi si apre davanti al tempio non si discosta di molto dalle originali dimensioni), che al tempo rappresentava sicuramente il centro nevralgico della vita politica e mondana, delle feste e dei mercati e che era delimitata da un porticato, di cui rimane un'unica colonna corinzia della quale si è già parlato. Sul pavimento al disotto di essa, è incisa quella che potrebbe essere una rudimentale scacchiera, probabile passatempo dei mercanti che avevano bottega qui. Al tempio si accedeva attraverso una scalinata che saliva direttamente dal decumano massimo, suddivisa su due o tre rampe, che conduceva alla terrazza circondante l'edificio, forse allora arricchita da due fontane. Sempre dal decumano massimo si poteva invece scendere per un'altra scalinata, in linea con quella che saliva al tempio, arrivando così sul foro e da lì ai portici (il decumano si posizionava perciò a metà altezza fra il foro e il tempio), creando uno sfondo monumentale alla piazza.

Il teatro fu costruito in epoca flavia, come il vicino Capitolium (al quale era collegato mediante un porticato), e rimaneggiato durante il principato di Settimio Severo, nel III secolo. Fu probabilmente danneggiato dallo stesso incendio che, nel IV secolo, fece in parte crollare l'edificio templare posto nelle immediate vicinanze e da un terremoto nel V secolo, il quale distrusse completamente la scena e il muro che dava sulla strada. Nonostante ciò venne utilizzato fino al 1173.

L'edificio fu riportato alla luce insieme al Capitolium nell'Ottocento, operando la demolizione di tutte le strutture sorte durante le diverse epoche sui resti del teatro, tranne Palazzo Maggi Gambara, che occupa tuttora la parte occidentale della cavea, poiché contenente diversi affreschi di grande valore storico e artistico.

Il teatro fu in parte costruito utilizzando il pendio naturale del colle Cidneo. La scelta dell'impianto è più vicina a quella degli antichi teatri della Grecia che a quelli romani, in cui la cavea era sorretta da sostruzioni. Ciò è oggi ben visibile, visto che le file più basse di gradinate, poggianti direttamente sul terreno, sono le uniche sopravvissute al tempo, mentre tutte quelle sostenute da archi murari sono scomparse a causa del crollo di questi ultimi. La vicinanza del Tempio Capitolino e del Foro, che ricorda per certi versi il teatro di Pompeo di Roma, indicava che il teatro era parte integrante della vita sociale e religiosa del cittadino. L'edificio era il più grande del nord Italia dopo il teatro di Verona e misurava 86 metri in larghezza e probabilmente 34 in altezza. La scena era lunga 48 metri. Il teatro poteva ospitare, secondo alcuni calcoli, circa 15000 persone. Come tutti i teatri romani è facilmente riscontrabile la forma a emiciclo, ancora oggi ben visibile. Il teatro era collegato al tempio attraverso una lunga aula, definita dei pilastrini poiché divisa da due file di pilastri con capitelli di ordine tuscanico.

Attualmente sono visibili i resti della cavea e della scena e del muro originario affacciato sulla strada. Altri resti sono nell'area di Palazzo Maggi o inglobati nell'edificio: al suo interno sono inoltre visibili pavimentazioni e resti in muratura di tarda epoca romana, risalenti ai primi anni dell'abbandono del foro. Negli anni sono stati proposti molti progetti di riqualificazione, ad esempio mediante la ricostruzione in legno delle gradinate crollate, ma nulla è stato mai messo in pratica. L'intervento, difatti, avrebbe senso se fosse risistemato lo stesso contesto, anche in materia di accessibilità: il teatro è infatti oggi molto sacrificato fra il Colle Cidneo e una stecca di edifici residenziali medievali a sud, scampati alle demolizioni, che andrebbero per forza demoliti, in parte o totalmente, se si volesse tentare di ricostruire anche un minimo di scena-fronte e un qualsiasi collegamento efficace con Via Musei, oggi limitato agli sbocchi dello stretto vicolo che lo raggiunge.

Il Santuario di età repubblicana (secondo quarto del I secolo a. C.) è un monumento conservato in modo sorprendente nel quale, a dispetto del tempo, sono sopravvissuti gli affreschi che decorano le pareti, i pavimenti a mosaico e alcuni arredi cultuali, caso speciale e unico in tutta l’Italia settentrionale.




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lunedì 8 giugno 2015

I MONUMENTI DI MAGENTA



Il territorio di Magenta confina con a nord con il comune di Marcallo con Casone, a sud con il comune di Robecco sul Naviglio, ad ovest con il Piemonte attraverso la propria frazione di Pontevecchio e ad est col comune di Corbetta. Fa inoltre parte del territorio del Parco del Ticino in Lombardia, confinante ad ovest col Piemonte, dal quale è separato dal fiume Ticino.

Il territorio del comune di Magenta è situato a 138 m s.l.m., mentre degrada di parecchi metri presso la frazione di Pontevecchio, ove il comune raggiunge le rive del Naviglio. Il Ticino è il principale corso d'acqua al quale il territorio comunale giunge.

La città ha moltissimi edifici religiosi; tra loro l’ottocentesca e monumentale basilica, dotata di una torre con otto campane, un portale con colonne corinzie ed un bel rosone con ai lati le statue di San Carlo Borromeo e Sant’Ambrogio.

All’interno c’è un altare con marmi policromi ed una mensa poggiante su quattro colonne di marmo bianco, numerosi affreschi ed un antico organo.

Trecentesca è invece la fondazione del Monastero di Santa Maria Assunta dei Padri Celestini di Magenta, mentre la chiesa di San Rocco e San Sebastiano è più tarda di un secolo e contiene un pregevole organo.

Tanti anche gli edifici civili, come palazzo Crivelli Pecchio Martinoni, del ‘700, oggi sede municipale, la quattrocentesca villa Crivelli Boisio Beretta, uno dei più significativi esempi di casa nobiliare di Magenta, villa Morandi, villa Melzi, villa Naj Oleari, che ospita gli accampamenti dei figuranti in costume dell’epoca durante la rappresentazione della storica battaglia risorgimentale.

Ed ancora la seicentesca casa Giacobbe, oggi sede delle associazioni storiche magentine, centro e motore delle iniziative culturali della città; la cinquecentesca casa Boffi Pirogalli e numerose altre edificate negli ultimi tre secoli dello scorso millennio.

La data di fondazione del Monastero di Santa Maria Assunta dei Padri Celestini di Magenta, non è riportata in alcun documento archivistico, tuttavia la fondazione risalirebbe però al XIV sec. e due sono le notizie che lo fanno supporre: nel 1398 il Monastero è riportato tra le domus della Pieve di Corbetta come Ecclesia Sanctae Mariae Celestinorum de Mazenta. La costruzione del campanile, caratterizzato da una meridiana, risalirebbe invece alla fine del XV sec. La volta dell'unica navata, crollata in parte nel 1937 è stata rifatta negli anni 1938-1939; la facciata è del 1938. La chiesa è famosa soprattutto per due tavole di Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, datate 1501 e conservate nella terza cappella a sinistra, entrando. La chiesa possiede un concerto di 5 campane in Fa3 Maggiore, fuso nel 1951 da Carlo Ottolina di Seregno (MB).

La Chiesa di San Rocco risale alla seconda metà del XV secolo. La facciata, piuttosto semplice, è articolata verticalmente su tre piani e completata ai lati del timpano da due obelischi barocchi. La navata interna è coperta da una volta a botte, suddivisa in tre campate. Il secondo giorno del mese di settembre viene festeggiato il rione di S.Rocco, quartiere adiacente all'omonima Chiesa, mentre il 16 agosto si tiene la locale fiera dedicata al culto del Santo.

La chiesa possiede un concerto di 5 campane in Lab3 Maggiore, le cui tre maggiori sono state fuse nel 1953 da Roberto Mazzola di Valduggia (VC); mentre le 2 minori sono state aggiunte, sempre dal Mazzola, nel 1987.


La chiesa di San Giovanni Battista e San Girolamo Emiliani è meglio conosciuta con il nome di "Chiesa di San Girolamo Emiliani". La struttura del tempio cristiano risale ad epoche moderne: la prima pietra dello stabile, venne posta il 29 giugno 1963 dal vicario episcopale Mons. Giuseppe Schiavini e la struttura risultava già terminata nel 1965 quando il Cardinale milanese Giovanni Colombo, il 10 settembre, la dedicò ai Santi Giovanni Battista e Girolamo Emiliani, affidandone nel contempo la gestione alla congregazione dei Padri Somaschi che già nella vicina Corbetta godevano di un radicato centro d'influenza. La chiesa venne ufficialmente consacrata solo il 28 settembre 1980 per mano del Cardinale Carlo Maria Martini. La struttura interna, realizzata in grandi campate in cemento armato, si presenta ampia e spaziosa, caratterizzata da una grande navata centrale e da due piccole navate laterali, decorate con finestre dipinte con scene religiose. La chiesa accoglie anche dodici grandi quadroni che rappresentano la vita di San Girolamo Emiliani. Sempre nell'arte pittorica, di dimensioni imponenti (quasi 8 metri di altezza) è il dipinto della Cena di Emmaus (Luca 24) che campeggia sopra l'altare maggiore. Sotto la Chiesa si trova l'Oratorio, che dal 2004 è inserito con gli altri oratori della Città nella Unità di Pastorale Giovanile di Magenta

La Chiesa della Sacra Famiglia, rappresenta un altro dei nuovi edifici di culto presenti in Magenta. La posa della prima pietra della cappella, avvenne il 10 maggio 1987 e lo stabile venne inaugurato al culto già il 29 ottobre 1988. La funzione del nuovo edificio era quella di sopperire alle esigenze spirituali del nuovo quartiere che proprio in quegli anni andava sorgendo nell'area. Attiguo alla chiesa è stato anche eretto un oratorio per i giovani del quartiere, dedicato al Cardinale milanese Alfredo Ildefonso Schuster.

L'interno della chiesa presenta una struttura ad un'unica navata con soffitto a vela che culmina in un timpano sul quale si trova una finestra a croce che prende luce da un'apertura sovrastante. L'altare, in marmo, è posto in un presbiterio semicircolare sostenuto da colonne e corredato da una grande vetrata retrostante, gittante sul parco retrostante, caratterizzato dalla forte presenza di abeti.

Lungo le pareti della chiesa si trovano anche numerose vetrate policrome a soggetti sacri realizzate da artisti locali che danno ampia luce all'interno della struttura. Di fianco al portone d'ingresso si trova anche una piccola cappella dedicata appunto alla Sacra Famiglia dove trovano posto una statua di Gesù, una della Madonna e una di San Giuseppe.

La chiesa di San Biagio viene citata già nel 1560 quando san Carlo Borromeo, in occasione di una sua visita pastorale nella parrocchia di Magenta (allora parte della Pieve di Corbetta), denunciò lo stato di abbandono in cui vessava un antico oratorio dedicato a san Biagio, ormai ridotta ad un altare ligneo improvvisato ed alla totale mancanza di pavimento sostituito con terra battuta. Nel 1601, dopo la visita del vicario generale dell'arcidiocesi di Milano che aveva constatato come la chiesa fosse ancora in pessime condizioni, venne dato l'ultimatum per demolirla oppure restaurarla e restituirla al culto dei magentini.

La situazione dell'oratorio "campestre" peggiorò negli anni seguenti ma la struttura rimase in piedi sino al 1636 quando l'oratorio viene nuovamente riedificato a spese dell'Abate Faustino Mazenta, che aveva incaricato del restauro il "Mastro di Muro" Giuseppe Chiovetta (l'evento è ancora oggi ricordato da una lapide interna). L'opera di restauro e la costruzione di una sagrestia, sono ampiamente elogiati in una visita pastorale del 1644. In questa occasione vengono menzionate due tavole di Melchiorre Gherardini ancora oggi presenti nell'oratorio.

La Chiesa di San Biagio non subisce alcun mutamento architettonico sino al 1879, anno in cui il marchese Giuseppe Mazenta, morendo, lascia in eredità sia la chiesa che l'edificio del cappellano con annesso giardino all'Ordine delle Figlie della Carità Canossiana, affinché vi possano edificare un convento. Si deve all'iniziativa di questo ordine l'attuale conservazione dell'edificio, come pure la conservazione dell'antica tradizione di esporre al bacio dei fedeli le reliquie del santo.

La cappella dell'Istituto delle Madri Canossiane venne realizzata nell'ultimo quarto del XIX secolo, e cioè quando venne eretto l'istituto delle Madri Canossiane con un lascito da parte de marchese Mazenta, per meglio dare spazio alle monache ed alle alunne dell'istituto per la celebrazione della messa quotidiana.

L'oratorio ha forme semplici con decorazioni dai colori sfumati ed all'interno si trova la pala d'altare con una deposizione di Angelo Inganni.

La Basilica Romana Minore di San Martino Vescovo di Tours e San Gioacchino, meglio nota con il nome di Basilica di San Martino, è il più importante luogo di culto di Magenta. Nella Basilica di San Martino ha sede il Decanato di Magenta. La struttura fu voluta per dare un ampio edificio sacro agli abitanti di Magenta e per ospitare le ossa dei caduti durante la battaglia del 1859. In realtà le ossa dei caduti non furono mai trasferiti nella chiesa. La Basilica di San Martino fu realizzata a partire dall’ultimo decennio del XX secolo, per volere di don Cesare Tragella. Il progetto della struttura è stato realizzato dall’architetto Alfonso Parrocchetti, che disegnò la basilica in stile rinascimentale. La navata centrale della struttura è più ampia delle due laterali. La facciata del monumento fu realizzata tra il 1932 ed il 1959, su disegno dell’architetto Mariani. Di interesse è anche la torre campanaria. La cerimonia di posa della prima pietra ebbe luogo nel 1893; la prima messa fu celebrata nel 1901 mentre la consacrazione ufficiale avvenne nel 1903.

A poche decine di metri dalla stazione ferroviaria è possibile ammirare Villa Giacobbe il cui nome deriva dall’avvocato Giovanni Giacobbe che ne divenne proprietario nel 1841. Profondamente legata alle vicende della Battaglia del 4 giugno 1859, la Villa ne reca tuttora i segni, sulla facciata del giardino, che è stata lasciata crivellata di proiettili in memoria dei sanguinosi scontri in cui morì anche il Generale Espinasse.
Attualmente essa è sede delle Associazioni Comunali, che con la loro attività ne arricchiscono il significato storico e la rendono ancor più centro culturale della città.
Il Teatro Lirico di Magenta fu costruito nel 1904, per volontà del Comitato del Teatro Sociale Lirico Drammatico, per essere destinato all´opera.
Nel 2004, dopo un lungo ed accurato lavoro di restauro, il Teatro Lirico è tornato ad essere uno tra gli edifici più prestigiosi del patrimonio architettonico e storico cittadino, un simbolo della città e della passione dei magentini per la musica ed il teatro.

Il Palazzo Crivelli Pecchio Martinoni è oggi uno degli esempi di palazzo cittadino conservati nel pieno centro della città di Magenta. Attualmente occupato dagli uffici comunali, esso conserva la tipica struttura a "U" che rappresenta la parte più antica del complesso degli uffici, che è ubicata tra Piazza Formenti, Via 4 giugno e Via Volta, risalente alla prima metà del XVII secolo. Nel 1701 si sa che la casa fu portata in dote dall’ultima discendente della famiglia magentina dei Crivelli, grazie al matrimonio col Conte Pecchio. La casa passò successivamente (1783) alla famiglia Martignoni che la vendette all'amministrazione comunale di Magenta nel 1898. Gli stabili vennero suddivisi in due destinazioni diverse: l'antica filanda annessa alla casa divenne sede di una Scuola Elementare (rimasta attiva sino al 1983 ed oggi sostituita dal Liceo Classico "S. Quasimodo"), mentre il palazzo vero e proprio venne riservato a sede del Comune di Magenta. L'area antistante il palazzo comunale, è stata trasformata nel 2009 in un grande "salotto all'aperto" con l'apposizione di una nuova pavimentazione piastrellata con molte piante e panchine, il che ha consentito di rivalutare l'area come luogo d'incontro della popolazione magentina.

Villa Crivelli Boisio Beretta fu edificata nel XV secolo nel suo nucleo originario, è uno dei più significativi esempi di casa nobiliare di Magenta. Sebbene modificata parzialmente nel corso del Settecento, la costruzione conserva alcuni tratti tipici dell'architettura rinascimentale come le monofore in cotto, il rivestimento murario losangato e una bellissima cappa di camino sporgente (una delle poche rimaste originali; un altro raro esempio lo si può ammirare nella vicina città di Corbetta nella Villa Pisani Dossi). La casa è stata completamente ristrutturata nel 1976. Sorge in Via Mazzini.

Palazzo Morandi edificato nella seconda metà del XVIII sec., è costituito dal tipico schema a corte con una facciata barocca movimentata dalla presenza di finestre e balconi che danno sull'antistante Via Garibaldi. Curiosa è l'area del portone che viene sovente ricordata per la presenza di ricche stuccature tipiche del barocchetto, colorate con colori brillanti che sono stati ritrovati sotto le successive ridipinture in occasione dei recenti restauri che hanno interessato la struttura.

Il nucleo principale di villa Melzi risale al XVI secolo e la struttura venne edificata per volere della famiglia Melzi d'Eril, Conti di Magenta che divennero feudatari di questo borgo. La villa venne mantenuta come sede principale della famiglia essenzialmente sino alla fine del XVIII secolo quando Francesco III, 9º Conte di Magenta, divenuto dapprima Presidente della Repubblica Cisalpina e poi fervido sostenitore di Napoleone in Italia non ottenne anche il Ducato di Lodi, il che pose il suo interesse verso altri centri della politica lombarda. La struttura sorge in Via Roma.

Villa Naj-Oleari venne costruita all'inizio del Novecento come abitazione per la famiglia Naj-Oleari, proprietaria dell'omonimo stabilimento tessile che aveva sede a Magenta, nei pressi della villa stessa. Il complesso residenziale, secondo lo schema primo novecentesco, era una struttura a villino di forme classiche neorinascimentali, in pietra, affrescato al suo interno ed immerso in un grande parco. Donata al comune di Magenta, la villa è stata sede della biblioteca comunale ed oggi è utilizzata come sede della Proloco cittadina. La villa, annualmente, il giorno prima della ricostruzione storica che commemora la Battaglia di Magenta, ospita l'allestimento degli accampamenti dei figuranti in uniforme che qui vivono per tre giorni in tenda, seguendo i costumi dell'epoca.

La Casa Boffi Pirogalli è sita in via Garibaldi, n.91. La struttura ha origini piuttosto antiche. Di certo, si sa che tra il XVI ed il XVII secolo era compresa entro le proprietà della famiglia Medici, i quali successivamente la vendettero ad altri proprietari, sin quando non vi si instaurò il Forno Cooperativo Ambrosiano, centro direzionale dei lavori agricoli dell'area.

La cosiddetta Casa Spreafico Martinoni consiste in un complesso di tre edifici cinquecenteschi situati in via Garibaldi che, in tempi diversi, vennero acquistati dalle famiglie Spreafico e Martinoni. La struttura originaria è stata ad oggi parzialmente variata dalle aggiunte ottocentesche.

Sita anch'essa in via Garibaldi, la Casa Croce Piazza Lombardi venne edificata nel XVII secolo e successivamente ampliata col passare dei secoli. Variazioni significative provengono alla struttura dal XIX secolo quando la famiglia Frigerio, proprietaria degli stabili, adibisce alcuni locali rustici interni alla produzione della seta attraverso l'allevamento dei bachi da seta, avviando una produzione famigliare.

Casa Beretta ha una pianta rimasta pressoché identica all'originale, risalente con tutta probabilità al Seicento.

Di Casa Miramonti, si sa che nel XVII lo stabile era compreso nelle proprietà della famiglia Crivelli (e spettava come diritto al beneficiario dell’Abbazia di Santa Maria della Pace di Milano). La famiglia Miramonti acquistò lo stabile nel XVIII secolo nel 1700 trasformandone i locali rustici in locali d’abitazione. La casa si trova tra via Pretorio (la cosiddetta piassa de’ puj) e via Manzoni.

La costruzione risale al XVII secolo e la denominazione di Casa Albasino gli pervenne nel 1713 quando i proprietari dello stabile, la famiglia De Zecchi, lasciò in eredità la proprietà alla famiglia Albasino, che successivamente frazionò la proprietà per esigenze d'eredità. Una parte dell'abitazione signorile è stata recentemente ristrutturata.

Il complesso di Casa De Ambrosis, consiste in un blocco di due edifici situati lungo la via Garibaldi ed acquistati nel 1704 dal nobile Francesco Antonio De Ambrosis che si preoccupò non solo di ampliare le strutture, ma anche di adornarle con elementi strutturali e decorativi. Malgrado questo, l'aspetto attuale ha risentito degli influssi di ristrutturazione ottocenteschi.

Casa Crivelli Redenaschi Brocca edificata con tutta probabilità nel Settecento, divenne la sede principale delle abitazioni dei Crivelli prima e dei Redenaschi poi. Nel XIX subì i mutamenti più radicali che fecero divenire lo stabile una vera e propria villa. In questa fase la palazzina fu in tutto e per tutto dei gioiellieri e commercianti Brocca di Milano, che risiedettero in questo luogo in maniera sporadica nei primi del 1800, destinando lo spazio soprattutto a residenza estiva ed a ricovero per artisti come il catalano Pelegrin Clavé y Roque, o Eugenio Landesio e Giuseppe Molteni, pittore quest'ultimo che venne proprio "lanciato" dai Brocca stessi nel mondo dell'arte. La villa fu sede di molti eventi come il banchetto/rinfresco del 1895 in occasione dell'inaugurazione del monumento a Mac Mahon, o ancora la festa del 1910 dedicata alla pioniera dell'auto Harriet White Fisher (autrice del A Woman's world tour in motor). Nel 1950 lo stabile fu venduto, lottizzato ed in parte acquistato dal Comune di Magenta. Attualmente la casa è sede dell'AVIS cittadina e di altre associazioni di volontariato del territorio, oltre che di un asilo nido.

Col nome di Casa Monti, si identificano oggi una serie di edifici collocati lungo via 4 giugno, all'angolo con Piazza Liberazione e via Roma. Questi stabili vennero edificate nella prima metà del XVIII secolo e vennero istituite come beneficio della chiesa milanese di San Francesco, divenendo in seguito proprietà della famiglia Monti. All'interno del complesso si trova ancora oggi la base di una cappella che un tempo ivi sorgeva, dedicata a San Francesco.

Casa del Monastero dei Santi Cosma e Damiano era un tempo di proprietà del Monastero dei Santi Cosma e Damiano alla Scala, che sorgeva a Milano, nei pressi dell'area dell'attuale teatro omonimo. A partire dal 1750 la parte inferiore dell'abitazione divenne abitazione privata, mentre la loggia venne murata per ricavarne altri locali d'abitazione.

Villa Stoppa-Colombo (detta semplicemente Villa Colombo) è un villino costruito nella prima metà del XX secolo, presso la stazione ferroviaria. La struttura si presenta come uno corpo centrale sviluppato su tre piani e munito di torretta belvedere corredata da trifore. Il complesso è inserito all'interno di una vasta cornice di verde pubblico che oggi è stato adibito a parco per la cittadinanza. La villa venne eretta per volere della famiglia Stoppa, commerciante locale, e poi donata al comune di Magenta nel 1997 dalla signora Stoppa al fine di erigervi un asilo comunale per il quartiere (progetto in seguito decaduto). Oggi il villino, gestito dall'Associazione Grisù, è sede di numerose associazioni come l'Associazione Nazionale Carabinieri, l'Associazione Culturale "Ragazzi di Magenta" e del Gruppo Scout Magenta 1°, oltre ad essere sovente sede di mostre e convegni.

La Biblioteca comunale ‘Oriana Fallaci´,inaugurata nell´aprile del 2007, è una risposta concreta alle esigenze della città.

L' Ossario dei Caduti è un monumento è in forma piramidale, e di aspetto severo quale si conviene ad un ossario, a tale scopo essendo esso destinato.
E´ alto 35 metri e largo alla base 8. E´ composto di quattro facciate perfettamente uguali e guardanti i quattro punti cardinali. L´architetto fu il milanese Giovanni Brocca e i lavori cominciati nel 1861 furono compiuti tre anni dopo.
La solenne inaugurazione avvenne il 4 giugno 1872 quando tutte le ossa dei combattenti sparse qua e là vennero raccolte e definitivamente collocate nel sotterraneo del monumento.

Il monumento posto in Piazza Vittorio Veneto,è stato dedicato ai caduti di tutte le guerre.
Si tratta di un´opera imponente, sulla cui sommità campeggia un gruppo bronzeo dello scultore Giannino Castiglioni.
Il monumento, chiamato familiarmente della VITTORIA ALATA, fu inaugurato il 26 aprile 1925 dal re Vittorio Emanuele III.

All'indomani della morte del generale Mac Mahon, il parroco di Magenta, don Cesare Tragella e il sindaco Brocca, dopo aver presenziato alle esequie in Notre Dame a Parigi, prospettarono l'idea di dedicargli un monumento.

L'opera venne affidata allo scultore cremonese Luigi Secchi che la portò a compimento nel 1895, realizzando una statua in bronzo dell'altezza di tre metri. L'architetto Beltrami, già autore del restauro del Castello Sforzesco di Milano, ha disegnato il piedistallo in pietra di Rezzato (alto tre metri e mezzo), che porta incisi sui tre lati luoghi e date di nascita e di morte del generale e degli altri alti ufficiali.

Alla cerimonia d'inaugurazione presenziarono rappresentanze italiane e francesi tra cui i rispettivi capi di Stato, Vittorio Emanuele III di Savoia ed Émile Loubet, occasione nella quale viene per l'appunto coniata una medaglia commemorativa dell'evento, ricavata dalle monete da 1 centesimo italiane, sovrastampate sul retro con l'effigie del presidente francese; sul davanti già figurava l'immagine di Vittorio Emanuele III.

In occasione della commemorazione del 150º anniversario della battaglia, l'amministrazione comunale ha predisposto che il monumento a Mac Mahon tornasse nella sua posizione originaria, al centro del monumentale viale che conduce ancora oggi all'ossario dei caduti e l'occasione ha consentito anche di riportare la scultura al suo antico splendore attraverso un accurato restauro che interessato anche l'ossario e il parco circostante.

L'idea del Teatro Sociale Lirico Drammatico si concretizzò quando alcuni appartenenti alla "Società 4 giugno 1859" acquistarono un terreno del Cav. Luigi Cassola sull'allora Corso Vittoria in Magenta. La maggior iniziativa vide in campo Gianfranco Giacobbe, ma il giorno precedente la prima adunanza degli azionisti, moriva in un incidente a Milano il 30 marzo 1902.

Fu l'avv. Giovanni Giacobbe, suo padre, che per ricordare il figlio e dar corpo ai desideri dei magentini riaccese l'iniziativa con cospicue donazioni. Il progetto fu affidato all'architetto Menni. La prima pietra venne posata il 7 marzo 1903 ed il teatro, inaugurato ufficialmente il 4 giugno 1904, era un tempo considerato l'anticamera del teatro milanese de La Scala. All'inaugurazione intervenne anche il tenore Francesco Tamagno, primo Otello di Giuseppe Verdi, che ne calcò per primo il palcoscenico con Adele Borghi ed Emilia Corsi, voci di primo piano della lirica di allora.

Il soffitto è decorato con un grande affresco di Giacomo Campi che rappresenta la visita di Arrigo VII a Magenta (fatto storico realmente accaduto nel 1310 - nel dipinto si può scorgere anche l'attuale campanile della chiesa di Santa Maria Assunta), sopra il quale si staglia un insieme armonico di nuvole, putti, poeti e l'esaltazione del teatro e delle manifestazioni artistiche ad esso collegate. Vi si distingue anche una rappresentazione della chiesa di Santa Maria Assunta, Dante Alighieri, Virgilio e un simpatico teatrino di marionette intitolato a Giuseppe Verdi.

Il teatro è stato recentemente restaurato nel 2004, in occasione del centenario dell'inaugurazione, e riportato al suo antico splendore con la proposta di una interessante stagione teatrale da rinnovarsi ogni anno, che comprende concerti, opera, brani di operetta e varietà.

La fondazione dell'originaria struttura dell'ospedale, risale al 1876 quando il cav. Giovanni Giacobbe fece un'offerta di 20.000 lire a favore del comune, da spendere entro tre anni, per la costruzione di una struttura ospedaliera a vantaggio dei malati meno abbienti del comune. A questa azione benevola, si affiancò l'opera del Marchese Giuseppe Maria Mazenta, che proprio in quello stesso anno donò uno dei propri terreni, denominato "Vigna Rossa" per l'erezione del complesso ospedaliero. Il 2 dicembre 1877 venne posata la prima pietra dell’ospedale e il 25 luglio 1880 l'opera venne ufficialmente inaugurata anche se come semplice ambulatorio. Fu a partire dal 1896 che, grazie al benestante Giuseppe Fornaroli (deceduto in Milano, lasciando il proprio patrimonio all'ospedale ed all'asilo infantile di Magenta), che si poté compiere l'opera definitivamente. La struttura venne ampliata nel 1904 per dare spazio a nuove esigenze per i malati, sino agli anni '70 quando la struttura originaria venne dichiarata incapace di ospitare nuove degenze e la sede dell'ospedale venne costruita ex novo in un'area più consona. Lo stabile rimase pressoché abbandonato allo stato di rudere sino in tempi recenti quando parte di esso è stata ristutturata e in gran parte abbattuta per far spazio ad una struttura medica per l'accoglienza degli anziani e per l'elaborazione di alcune analisi.

Il Parco Naturale "La Fagiana"è nato come residenza di caccia di Vittorio Emanuele II nella seconda metà dell'Ottocento, la tenuta "La Fagiana" si trova sul territorio del comune di Magenta, in località Pontevecchio. Vasta 1574 ettari ed estesa per una lunghezza di più di dieci chilometri sulla sponda sinistra del Ticino, da Casate a Robecco, è divenuta una delle più importanti riserve della zona arricchendosi di numerosissime specie arboree e faunistiche. Al suo interno si trova un'interessante Museo del Bracconaggio che racconta in parte la storia della caccia nel Ticino dal XV sec. sino ai giorni nostri. Le zone boschive sono corredate di stupendi viali per il passeggio e per le uscite in bicicletta.
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Eventi e cultura:
3 febbraio: S.Biagio - fiera del bestiame e macchine agricole
Primavera: Fiera campionaria - vetrina del commercio, industria, artigianato, agricoltura e turismo del magentino.
Prima domenica di giugno: rievocazione storica della Battaglia di Magenta
Giugno Magentino: tutto il mese offre appuntamenti con l'arte, la cultura, la musica, il teatro, concerti d'organo e bandistici, saggi e tornei sportivi organizzati dalle associazioni cittadine.
16 agosto: S.Rocco - fiera di merci e bestiame
11 novembre: S.Martino - concerti ed assegnazione del premio "San Martino d'Oro" al magentino dell'anno.
Novembre: "Magenta Jazz Festival"
Sul territorio operano poi una serie di associazioni per la promozione del territorio come la Pro Loco o l'associazione giovanile "Ragazzi di Magenta" che annualmente organizza l'evento "MAGENTART", una delle maggiori adunanze dell'area di talenti artistici, letterati e musicali. Tra i cinema cittadini, particolarmente attivo è il "Cinema Teatro Nuovo" che, su iniziativa dell'Associazione Culturale Ariel, nel 2005 ha avviato la rassegna teatrale "Ti Racconto Un Libro", ciclo annuale di narrazioni teatrali dedicate a grandi romanzi, premiata sin dalla prima edizione con una straordinaria presenza di pubblico.

La città di Magenta deve gran parte del proprio sviluppo post-bellico alla presenza di molte industrie che vi hanno sedi distaccate o principali. Nella zona ovest e nord, si sono sviluppate due aree industriali distinte con attività commerciali annesse, tra cui il Pastificio Castiglioni, la Molho Leone ferri zincati (prodotti per cancelleria e graffette). Altre ditte si occupano della lavorazione del legno e della produzione di salumi ed insaccati.

Le principali attività economiche sono:

Agricoltura: frumento e mais
Industria metallurgica
Industria alimentare
Industria metalmeccanica





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martedì 2 giugno 2015

PALAZZO MUNICIPALE A CASTEL GOFFREDO

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Posto di fronte alla chiesa di Sant'Erasmo, sul lato ovest di piazza Mazzini, il palazzo è stato edificato nella seconda metà del ‘400; la facciata è divisa in due parti, sotto la loggia con soffitto a cassettoni, sopra il primo piano a parete piena, ritmato da quattro finestre e una porta da cui si accede al balcone. All’interno la sala del consiglio con soffitto dipinto, già teatro nell'Ottocento, attualmente è sede della Raccolta comunale d'arte con opere riguardanti Castel Goffredo del Novecento.

A partire dal 1º gennaio 1438 e ogni anno si riuniva nella casa la vicinia generale che, composta da tutti i capi famiglia, nominava il Consiglio che doveva accudire agli incarichi di pubblico servizio.

Durante il corso degli anni ha subito diversi restauri sia interni che esterni.

Al pian terreno è sistemata la “Loggia delle grida” dove si riuniva la vicinia. Al primo piano si aprono quattro finestre con balcone centrale. La sala consiliare, dal soffitto affrescato (1850) recentemente restaurato, nell'Ottocento ospitava il teatro comunale della città.

All'interno, in stile moderno, è collocata una scultura in ferro dello scultore mantovano Ferruccio Bolognesi (1924-2002) rappresentante i personaggi dell'Eneide di Virgilio che, secondo alcuni studiosi, nacque nel territorio castellano.

È presente anche un'ara votiva in marmo di un periodo compreso tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. dedicata a Mercurio rinvenuta alla fine del 1900 in frazione Poiano e riportante la seguente iscrizione: L.V.I. / MERCUR / V.S.L.M..




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venerdì 29 maggio 2015

IL TEATRO FILODRAMMATICI A TREVIGLIO



Il teatro dei Filodrammatici di Treviglio, secondo teatro della provincia, fu inaugurato nel 1095, 290 posti ed è di proprietà della Parrocchia San Martino.

Nello stesso anno dell'inaugurazione ci fu la nascita della compagnia teatrale drammatica del Circolo di San Luigi.

Con l'avvicinarsi della prima guerra mondiale il teatro con le contigue strutture del chiostro vengono adibite ad ospedale militare e poi sede dell'industria Face di Milano.

Nel 1940 nasce la compagnia di prosa, ma a causa della seconda guerra mondiale il teatro viene nuovamente convertito in ospedale e bisognerà attendere il 1945 perché l'attività teatrale riprenda con la neonata compagnia stabile. Con il secondo dopoguerra gli interni vengono completamente rinnovati, l'ingresso viene dotato di guardaroba e specchiere, anche se tutte le attenzioni si concentrano sulla sala, la quale, dopo la rimozione di alcuni elementi antiestetici, può essere ammirata in tutta la sua grandezza. Il gradevole colore rosa tenue delle pareti dà alla sala l'aspetto di una bomboniera. Il palcoscenico è stato allungato, la galleria ed il corridoio di accesso sono stati ampliati, mentre il boccascena è fiancheggiato da gradevoli decorazioni e da coppie di colonne dorate.

Nel dicembre del 1987 con la creazione dell'associazione senza fini di lucro teatro Filodrammatici, il teatro viene ristrutturato dall'architetto Duccio Bencetti. I lavori durano due anni e vengono stanziati un miliardo e mezzo di lire per ridare al teatro per migliorare l'aspetto di inizio secolo.

Il teatro conta ora 290 posti a sedere, di cui 216 in platea e 74 in galleria. Propone spettacoli teatrali settimanali e tra i generi teatrali in cui si è specializzato nel corso degli anni abbiamo le tragedie e il teatro dialettale.

Il teatro Filodrammatici è l'unico teatro pubblico della città, dopo la demolizione del teatro Sociale nel 1964, per lasciare il posto all'UPIM, i cui spazi restano ora in gran parte in disuso. Ancora oggi, infatti, la via secondaria posta dietro all'ex-Upim è denominata vicolo del teatro benché questo non ci sia più da parecchi decenni.

Il teatro Filodrammatici si trova nel piazzale del Santuario nell'angolo nord-occidentale. Progettato già nel 1898 da Carlo Badolini, è stato realizzato ad inizio novecento in stile liberty e inaugurato il 15 luglio 1905.




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domenica 24 maggio 2015

VISITARE LEGNANO

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La chiesa principale della città è la basilica romana minore intitolata a San Magno. Venne realizzata nei primi decenni del XVI secolo probabilmente da Giovanni Amadeo o da suoi seguaci, grazie al patrocinio delle famiglie Lampugnani e Vismara. Prima della Basilica, la comunità legnanese faceva riferimento alla chiesa di San Salvatore. Tra gli arredi della Basilica si segnala un altare di Bernardino Luini abbozzato, probabilmente, dal Bramante, ma più verosimilmente da Giovanni Amadeo.

Il Santuario fu intitolato alla Madonna delle Grazie nel 1610 per un miracolo nei confronti di tre ragazzi sordomuti. Sorge dove un tempo c'era una piccola cappella del XVI secolo.

Il Santuario di Santa Teresa del Bambin Gesù è una chiesa-santuario dei Carmelitani Scalzi. Posata la prima pietra il 2 ottobre 1931, fu consacrata il 13 settembre 1933 dal Cardinale Schuster. È parrocchiale dal 1964.
La Chiesa del Beato Cardinale Ferrari ultimata nel 1989 serve la decima parrocchia della città, e sorge nel quartiere Mazzafame. È dedicata all’Arcivescovo di Milano Andrea Ferrari.
La Chiesa di Sant'Ambrogio è la più antica chiesa della città. La cappella su cui fu poi costruito l'edificio era dedicato a San Nazaro. È stata dedicata a Sant'Ambrogio Arcivescovo di Milano, tra il 374 e il 397. La prima citazione di una chiesa dedicata a Sant'Ambrogio a Legnano è contenuta in un documento del 1389 scritto da Goffredo da Bussero.

La Chiesa dedicata a San Bernardino da Siena consacrata nel XVII secolo, è stata costruita sui rovine di un antico oratorio su proposta di Carlo Borromeo. Le prime tracce su documenti risalgono al 1650.
La Chiesa della Madonnina dei Ronchi fu costruita nel 1641 dopo che un discendente di Oldrado Lampugnani diede il permesso di trasformare la cappella di famiglia in chiesa. Si trova in corso Sempione.
La Chiesa di San Domenico:l’idea originale prevedeva la costruzione, sull’area dove sorge la chiesa, di una conceria. Un sacerdote si oppose al piano e fece cominciare i lavori nell'aprile del 1900. È stata dedicata a San Domenico di Guzmán.

La storia della chiesa di Sant’Erasmo è legata all'ospizio probabilmente fondato da Bonvesin de la Riva, poeta e scrittore lombardo del XIII secolo. È stata consacrata a Sant'Erasmo e aperta al culto nel 1490.

La chiesa dedicata ai Re Magi, è riferimento del quartiere della Olmina e la sua costruzione risale all’inizio del XVIII secolo. Sorge nei pressi di cascine conosciute in dialetto legnanese come casina dul Mina, dal nome del padrone, in seguito diventate in italiano "Cascina Olmina".
La Chiesa di Santa Maria Maddalena è stata costruita nel 1728 per dare al quartiere della Ponzella una chiesa. Fu l’edificio religioso di riferimento della comunità fino al 1975 quando fu consacrata la Chiesa di San Giovanni Battista.
La Chiesa di Santa Maria del Priorato era la chiesa di un monastero ora non più esistente, il Convento degli Umiliati. È stata aperta al culto fino al XVII secolo. Cessò le sue funzioni nel 1825, e fu demolita nel 1953 per la costruzione della Galleria della città, prospiciente piazza San Magno.

L’odierna chiesa di San Martino è del XV secolo, ma un edificio intitolato allo stesso Santo era presente nell'elenco lasciato dallo storico Goffredo da Bussero, datato 1389. La chiesa è quindi un edificio rifacimento di un altro ben più antico.
La Chiesa dei Santi Martiri ultimata nel 1910 è diventata chiesa parrocchiale nel 1912 ed è dedicata ai Santi Sisinnio, Martirio ed Alessandro. È anche legata al palio dato che la contrada ”La Flora” fa riferimento a questo edificio.
La Parrocchia di San Paolo si trova in un recente quartiere della città del Carroccio. Fu costruita con un prefabbricato provvisorio nel 1970 e completata successivamente. La sua costruzione fu resa necessaria per l’espansione urbanistica del rione Ponzella.

La Chiesa di San Pietro consacrata e intitolata il 27 settembre 1997 è riferimento del quartiere della Canazza, e fa capo ad una parrocchia della città.

Le prime notizie documentate della chiesa di Santa Rita (o "della prificazione") risalgono al 1584, quando il cardinal Carlo Borromeo la elevò a edificio religioso di riferimento per il quartiere di Legnarello. Il 13 agosto 1898 il cardinal Ferrari la eresse a parrocchiale, funzione che ebbe fino al 1902, quando fu inaugurata la nuova Chiesa del Santo Redentore.

La Chiesa del SS. Redentore è stata inaugurata nel 1902 a Legnarello, quartiere della città. Prima di questa chiesa la comunità religiosa del rione fece riferimento dal 1603 alla piccola chiesa di Santa Maria della Purificazione (oggi conosciuta come chiesa di Santa Rita).

Il Santuario della Vergine degli orfani è annesso al villaggio dell'Opera Mater Orphanorum. Il 20 settembre 1951 poteva infatti essere inaugurata la prima costruzione del villaggio dell'Opera Mater Orphanorum istituita, che si prefigge di ospitare ed aiutare le fanciulle orfane. La prima pietra fu posta il 26 settembre 1954. È stato la prima una chiesa in Italia dedicata alla Beata Vergine madre degli orfani.

La Chiesa di San Giuseppe fu costruita, oltre per le esigenza della comunità, anche dare una chiesa ad un vicino convento di suore carmelitane scalze. Nel 1950 iniziarono i lavori e due anni dopo fu consacrata.

La Chiesa di San Giovanni Battista è la chiesa più recente della città del Carroccio ed ha stile architettonico moderno. La prima pietra è stata posta nel 1971, ma i lavori non sono mai stati portati a termine. La prima messa è stata celebrata il 5 ottobre 1975. Il campanile è stato costruito nel 1985.

La Chiesa Santa Teresa d'Avila si trova nel quartiere Mazzafame fu edificata insieme con quella della Ponzella e dell’Olmina negli anni che vanno dal 1728 al 1779. È un oratorio di piccole dimensioni (m.11 x 5,5), e gli esterni sono a semplice intonaco, per nascondere il sasso misto ai mattoni. Unica opera degna di menzione conservata all'interno è un crocifisso ligneo, opera di artigianato tirolese dell’inizio ‘800. Un altro crocifisso processionale vi è conservato,serviva per le Rogazioni (le processioni nei campi alla fine della Primavera). Riporta sul retro una serie di date e di firme: evidentemente le date delle processioni e le firme di chi lo portò in processione.

Il convento di Sant'Angelo fu costruito tra il 1468 ed il 1471 ed ospitava 27 frati francescani. Il nome originario del convento era "Santa Maria degli Angioli", in seguito modificato in convento di Sant'Angelo. Fu soppresso all'inizio del XIX secolo da Napoleone Bonaparte. Ad esso era connessa una chiesa, che venne costruita tra il 1668 ed 1689 in stile medioevale. Il tempio fu poi arricchito con opere in stile barocco. La chiesa fu abbattuta alla fine del XIX secolo. Successivamente il monastero fu arricchito da una scuola di filosofia, da una ricca biblioteca e da un refettorio. Nel 1896 il monastero di Sant'Angelo fu convertito in scuola elementare. Il plesso scolastico fu poi demolito e ricostruito nel 1967.

La prima citazione documentata del convento degli Umiliati risale al 1398. Nel complesso fu edificato anche un piccolo ospedale che serviva come infermeria per i meno abbienti. Era conosciuto come Ospedale di Santa Maria ed è citato nel Liber Seminarii Mediolanensi, che è un documento che descrive la situazione religiosa della diocesi di Milano alla fine XV secolo . Ospitava da cinque ad otto religiosi della confraternita degli Umiliati. Annessa al monastero era stata costruita la chiesa di Santa Maria del Priorato. Il convento e gli edifici annessi furono demoliti nel 1953 per poter permettere la costruzione della Galleria di piazza San Magno.

Le tracce più antiche di sepolture trovate a Legnano sono delle necropoli di epoca preistorica. I resti di un primo vero e proprio cimitero, inteso nel senso moderno del termine, sono però di epoca romana, e si tratta di inumazioni rinvenute nella periferia ovest della città.
Con la costruzione dei primi edifici cristiani, si iniziò a seppellire i morti nei pressi dei templi. Più precisamente i nobili erano inumati all'interno del perimetro delle chiese, mentre defunti del popolo erano sepolti in fosse comuni al di fuori degli edifici. Nel medioevo i templi legnanesi che erano maggiormente interessati al fenomeno erano la chiesa di San Martino, la chiesa di Sant'Ambrogio e soprattutto la chiesa di San Salvatore, cioè l'edificio religioso che si trovava dove ora sorge la basilica di San Magno ed a cui la comunità legnanese faceva riferimento prima della costruzione della Basilica. Quest'ultimo camposanto era ubicato nell'odierna piazza San Magno, e continuò ad essere adoperato anche dopo la costruzione della Basilica. Successivamente fu realizzata una grande stanza sotterranea dove venivano inumati i defunti. Era conosciuto come "il foppone" e fu utilizzato fino al 1808.

Infatti, dopo una disposizione dell'imperatore Giuseppe II emanata nel 1786 che vietava l'uso delle fosse comuni, la comunità legnanesi fu obbligata a dotarsi di un nuovo cimitero fuori dal centro abitato. Questo camposanto aveva una superficie iniziale di 3.000 m², successivamente aumentati a 5.500 m², e si trovava nell'area ora occupata dalle scuole Bonvesin della Riva, vicino al Santuario della Madonna delle Grazie. Tra il 1808 ed il 1898 accolse le spoglie di 21.896 legnanesi.

A causa dell'incremento di popolazione di fine XIX secolo, l'Amministrazione comunale di Legnano decise di costruire un nuovo cimitero, poiché quello vecchio non poteva più essere ingrandito per via delle strade e delle abitazioni che sorgevano intorno. L'odierno cimitero monumentale fu inaugurato il 24 luglio 1898, ed aveva una superficie di 18.942 m². Fu successivamente ampliato nel 1907 fino ad una superficie di 50.000 m². In esso riposano, tra le altre, le spoglie di Mauro Venegoni, un esponente della resistenza legnanese vittima dei nazi-fascisti, e Gianfranco Ferré, uno dei più famosi stilisti italiani.

Legnano è anche dotata di un cimitero parco, di epoca più recente, che si trova alle porte della città. La sua costruzione fu decisa negli anni sessanta poiché il cimitero monumentale era divenuto insufficiente per le esigenze della comunità. È stato inaugurato il 15 luglio 1979, ed ha una superficie di 60.000 m².
La maggioranza della popolazione è cattolica. L'immigrazione di cittadini comunitari ed extra-comunitari ha portato all'insediamento di minoranze di musulmane e ortodosse.

Nel comune sono presenti 9 parrocchie cattoliche che appartengono all'Arcidiocesi di Milano. Quelle che hanno le più antiche chiese parrocchiali sono San Magno e Sant'Ambrogio. In quest'ultima si celebra una delle poche messe in rito ambrosiano antico.

Vi è in città una piccola comunità protestante pentecostale.

Il castello Visconteo (o "castello di San Giorgio") è conosciuto come Castrum Sancti Georgi (Castello di San Giorgio) fin dal XIII secolo, e sorge su un'isola del fiume Olona. La fortificazione è sorta su un convento di Regolari Agostiniani e comprende una chiesetta dedicata a San Giorgio, la cui presenza è documentata fin dal 1231. Tra il 1261 e il 1273 i Torriani costruirono le due ali a destra e a sinistra della torre originaria, che furono inglobate successivamente nella fortificazione. Il castello di San Giorgio è stato di proprietà dei Visconti fino al 1437, quando l'ultimo signore della dinastia che dominava Milano, Filippo Maria, lo assegnò in dono al fedele Oldrado Lampugnani. Nel 1445 Oldrado ottenne il permesso per la fortificazione dell'edificio con torri, mura, fossato e ponte levatoio. Il castello di San Giorgio è stato di proprietà di varie famiglie nobiliari fino al 1973, quando è stato acquistato dal comune di Legnano. Dopo secoli di degrado ed incuria, è stato ristrutturato e riaperto al pubblico nel 2005. La presenza di un castello a Legnano è collegata alla funzione strategica che ebbe la città del Carroccio dal Medioevo al XVI secolo. Legnano si trovava infatti lungo un'importante via di comunicazione che proveniva dalla valle Olona e che collegava Milano al nord ovest della Lombardia. La difesa di Legnano era importante perché una sua eventuale conquista poteva consentire ai nemici di Milano di accedere al contado milanese nord-occidentale e di puntare sul capoluogo meneghino. Fino al XIII secolo il bastione militare a difesa del contado era il castello dei Cotta, che sorgeva nella stessa area dove ora sono situati palazzo Leone da Perego e la Galleria INA.

Il museo civico "Guido Sutermeister" è in corso Garibaldi, 225. Conserva, in particolare, materiale archeologico frutto del lavoro eseguito dall'ing. Guido Sutermeister tra il 1925 e il 1964. Le collezioni si sono poi arricchite con materiale giunto al Museo da scavi della Soprintendenza Archeologica della Lombardia e da donazioni di privati. I reperti provano la presenza di una civiltà nella lungo le sponde dell'Olona fin dall'età del bronzo. L'edificio che ospita il museo, costruito nel 1928, si rifà ad una villa del XV secolo appartenuta ad una delle famiglie nobili di Legnano, i Lampugnani. Il palazzo originale, che si trovava tra la statale del Sempione e l'Olona, più o meno presso Largo Tosi, è stato demolito nel 1927.


Palazzo Leone da Perego è a pochi passi dalla Basilica dedicata a San Magno e possiede due entrate, una in via Magenta e l'altra in via Girardelli. È sorto sui resti di un precedente edificio medioevale. All'inizio del XIII secolo diventò nobile residenza estiva e conobbe un periodo di splendore che si protrarrà sino alla fine del XV secolo. Riedificato nel 1897, nel 1973 la parte conosciuta come palazzo Visconti fu trasformata prima in sala conferenze e successivamente in cinema. La restante parte, dopo essere stata adibita a scuola materna, è dal 2001 area espositiva e rappresenta uno dei cuori pulsanti della cultura legnanese.

Di grande interesse storico è anche la Torre Colombera, che è l'unica costruzione giunta sino a noi della Legnano quattrocentesca.Si trova in corso Garibaldi angolo via Gigante ed è inglobata in una corte lombarda che sorge tra corso Garibaldi e via Del Gigante, nei pressi della chiesa di San Domenico. Conosciuta anche come "La Colombera", deve il suo nome ad uno degli impieghi che nel passato erano svolti in strutture simili, vale a dire l'allevamento dei colombi. Venne edificata a metà del XV secolo come casa di caccia della famiglia nobiliare dei Lampugnani

Rilevante da un punto di vista storico ed artistico è anche palazzo Malinverni, che è la sede del municipio. Costruito tra il 1908 ed il 1909, coniuga allo stile medioevale a elementi liberty e neorinascimentali. Di notevole interesse storico è anche Palazzo Italia, che originariamente era destinato a Casa del Littorio e che venne costruito nel 1929 su progetto di Cesare Giulini.

In via Giovanni Giolitti è presente un palazzo conosciuto come "grattacielo di Legnano", che venne disegnato nei primi anni sessanta dall'architetto Luigi Caccia Dominioni.

Il Cotonificio Cantoni è stato uno stabilimento appartenente all'omonima azienda tessile italiana attiva fra il 1830 ed il 2004. Fu il primo cotonificio ad avere la ragione sociale di S.p.A. (1872).

Il primo nucleo della futura azienda è stata una filatura aperta il 2 ottobre 1830 da Camillo Borgomanero. Nel 1855 la Cantoni fu la sola impresa della Lombardia a prendere parte all'Esposizione Universale di Parigi. L'opificio legnanese chiuse l'attività nel 1985.

I padiglioni sono stati demoliti all'inizio del XXI secolo per la realizzazione di un parco pubblico, di un centro commerciale e di abitazioni. Le uniche parti conservate sono le facciate dei padiglioni per la lavorazione dei velluti, inaugurati nel 1931, che si affacciano su corso Sempione. Importanti dal punto di vista storico ed architettonico sono anche l'ex Cotonificio Bernocchi, la Manifattura di Legnano e la palazzina uffici della De Angeli-Frua. Di interesse è anche in nucleo originario delle Officine Meccaniche Franco Tosi, che è stato realizzato a inizio Novecento.

In piazza Monumento (vicino alla stazione ferroviaria) è situata la statua dedicata al Guerriero di Legnano, che è stata inaugurata nel 1900. L'iconografia del monumento è stata in seguito utilizzata come logo dalle biciclette Legnano, dalla squadra di calcio della città, dal Corpo Bandistico Legnanese e dal partito politico Lega Nord.

Il monumento Ai Caduti sul lavoro realizzato da Gianluigi Bennati per l'Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro venne posizionato nel 1984 in Corso Italia a Legnano.

Il monumento a Felice Musazzi, uno dei fondatori della storica compagnia teatrale I Legnanesi si trova invece in via Gilardelli e ritrae il volto della Teresa, il personaggio da lui interpretato, e alcune citazioni celebri dei suoi spettacoli.

Nel 2009 sono state collocate in diversi punti della città alcune opere dell'artista Aligi Sassu. Le statue sono quattro: Cavalli innamorati (in bronzo), Cavallo imbizzarrito (in bronzo), Grande cavallo impennato (in vetroresina) e Nuredduna (in vetroresina).
In origine il Legnanese era caratterizzato dalla crescita spontanea soltanto di cespugli, data la bassa fertilità del terreno (in Lombardia questo tipo di habitat è conosciuto come groana). Nel corso dei secoli, grazie al lavoro di fertilizzazione ad opera dei contadini e alla costruzione di canali artificiali, è stato possibile rendere coltivabile il terreno. Un tempo, infatti, vaste aree erano coltivate e la flora delle zone boscose era composta prevalentemente da farnie, carpini, castagni, noccioli, platani, frassini, querce, pioppi, olmi, aceri ed ontani.

Per l'allevamento dei bachi da seta fu introdotto il gelso anche se oggi, a causa di malattie che falcidiarono la pianta, la specie risulta praticamente scomparsa. Tra il XIX ed il XX secolo fu introdotta la robinia per consolidare le massicciate stradali e ferroviarie[111]. Grazie alla sua rapida velocità di crescita, la pianta risolse anche il problema, soprattutto durante le guerre, della legna da ardere. Oggi questa pianta infestante caratterizza la natura legnanese.

Il più grande parco legnanese è il Parco dei mulini, che occupa una superficie di 500 ettari distribuiti nei comuni di Legnano, Canegrate, San Vittore Olona, Parabiago e Nerviano. Nell'area interessata, lungo il fiume, sorgono ancora oggi sei mulini. Si tratta dei mulini Meraviglia (già Melzi Salazar), Cozzi, Cornaggia (lungo l'Olona, adiacente al Parco comunale del castello di Legnano), De Toffol, Montoli di San Vittore Olona, Galletto di Canegrate ed un altro a valle di Nerviano. L'unico ancora funzionante è il mulino Meraviglia a San Vittore Olona, che è anche il più antico tra quelli che sono giunti sino a noi, dato che sarebbe stato costruito nel XIV secolo.

Parte integrante del Parco dei mulini è il Parco locale del bosco di Legnano o Parco Castello: nato negli anni settanta, è situato accanto al Castello di San Giorgio, al confine con i comuni di Canegrate e San Vittore Olona. Nel periodo della sua costituzione, i rimboschimenti non erano effettuati basandosi su criteri specifici di salvaguardia del paesaggio locale e dunque l'area protetta annovera perlopiù piante non autoctone; per questa ragione, il parco è ricco di conifere. A partire dal 1981 è stato creato all'interno del parco un sistema di laghetti e paludi di circa mezzo ettaro di superficie, che sono alimentati da acque di falda con lo scopo di fornire un ambiente favorevole alla vita di pesci e uccelli acquatici. Tra i pesci sono presenti lucci e carpe, oltre ad altre specie.

Il Parco Alto Milanese è situato a nord del comune al confine con Castellanza e Busto Arsizio. È sorto per la salvaguardia degli aspetti naturali (flora e fauna) e lavorativi (agricoltura e allevamento) tipici della zona in questione. Ha anche funzione di polmone verde per la popolazione. Con i suoi 178 ettari, si tratta della più grande area verde del territorio comunale.

Da segnalare anche il parco Bosco dei Ronchi, che si estende interamente all'interno dei confini cittadini per circa 26 ettari, al cui interno si trova anche il Parco ex-ILA. Istituito nel 1992, è situato nel quartiere Canazza, a est della città. Degno di nota è anche il Bosco 1993, che si trova all'angolo tra via Sabotino e via Massimo D'Azeglio. Tale area verde, che è stata creata 18 dicembre 1994 in conformità alla legge 113/92, ha la particolarità di avere un albero per ognuno dei 469 bambini nati nell'anno 1993.

Nel comune ha sede l'associazione culturale senza fini di lucro Famiglia Legnanese. Uno dei primi e più importanti scopi raggiunti dall'associazione fu quello di ripristinare, a partire dal mese di maggio del 1952, il Palio di Legnano. Infatti, la manifestazione, creata nel 1935, era stata interrotta dopo l'edizione del 1939 a causa degli eventi bellici.

La più antica scuola pubblica a Legnano venne fondata presso la chiesa di Sant'Ambrogio nel 1570 per volere di Carlo Borromeo. Fino alla prima metà del XVIII secolo l'istruzione fu praticata da privati, principalmente religiosi, che la esercitavano su un'esigua minoranza di legnanesi senza dipendere dall'autorità comunale. Era comunque un'istruzione che forniva solamente i rudimenti del sapere, infatti chi avesse voluto approfondire le proprie conoscenze era obbligato a rivolgersi a centri più grandi di Legnano.

La situazione iniziò a mutare nella seconda metà del XVIII secolo con un editto imperiale emanato durante la dominazione austriaca e datato 31 ottobre 1787, che imponeva l'apertura di scuole gratuite in Lombardia. Però, a Legnano, esisteva già, prima di questo editto, una scuola gratuita sorta grazie ad un lascito testamentario del canonico Paolo Gerolamo Monti, datato 15 settembre 1749. Fu organizzata presso la Collegiata di San Magno, ma poteva accogliere solo poche decine di scolari legnanesi.

Il primo intervento dell'Amministrazione comunale legnanese riguardo alla pubblica istruzione è dell'inizio del XIX secolo, quando il governo cittadino affidò a due maestri la gestione di due classi di scolari, una maschile ed una femminile. È però solamente dal 1832 che furono allestiti dei locali ad uso esclusivo della scuola; precedentemente infatti le lezioni si tenevano in ambienti di fortuna. In un documento del 1848 è riportato che il numero di studenti che frequentavano questa scuola, la cui ubicazione era in via Verdi: 470 per la classe maschile e 475 per quella femminile. Nel 1852 suddetta scuola fu trasferita nell'odierno corso Magenta.

Di questi anni è la fondazione dell'istituto privato Barbara Melzi (1854), con l'allestimento della scuola materna e della scuola elementare. Di rilevanza storica è l'edificio che ospita questo istituto, appartenuto all'omonima famiglia nobiliare. Un forte impulso alla pubblica istruzione si ebbe con la promulgazione della legge Casati (1859), a seguito della quale il comune di Legnano affittò dal marchese Cornaggia uno stabile da adibire a sede scolastica permanente. Nel 1896 l'Amministrazione comunale di Legnano acquistò il convento di Sant'Angelo convertendolo in scuole elementari, le odierne Mazzini, riedificate poi nel 1967.

Lo sviluppo più importante della pubblica istruzione a Legnano si ebbe però nel XX secolo, con la fondazione della stragrande maggioranza dei plessi scolastici che sono giunti sino a noi, cioè le scuole elementari, le scuole medie e gli istituti superiori. Del 1904 è la Scuola Tecnica comunale, diventata nel 1963 "Scuola media Franco Tosi". Della prima parte di questo secolo fu la fondazione di istituti tecnici e professionali che si rivolgevano alle future maestranze delle aziende locali. In questa epoca a Legnano era infatti presente la necessità di formare da un punto di vista professionale i futuri impiegati, tecnici e commerciali, e gli operai specializzati. Furono quindi fondati l'Istituto tecnico commerciale "Carlo Dell’Acqua" (1917-1918) e l'Istituto professionale "Antonio Bernocchi" (1917). A quest'ultimo si aggiunse, nel 1959, l'Istituto tecnico industriale, sempre intitolato a Bernocchi. Nel 1943 fu fondato il Liceo scientifico, seguito nel 1960 da quello classico con ginnasio.

Il Teatro Galleria è situato nella Galleria di Legnano, ovvero in un passaggio coperto inserito all'interno di un edificio che collega piazza San Magno con via XXV aprile. Edificata dall'INA, è stata costruita nel 1954 e ristrutturata nel 1991; sorge dove un tempo c'era un monastero, il convento degli Umiliati.

Per quanto riguarda le compagnie teatrali, la città annovera "I Legnanesi", compagnia fondata da Felice Musazzi e Tony Barlocco, che recita commedie in dialetto lombardo occidentale nella variante legnanese. È l'esempio più celebre di teatro en travesti in Italia. Fondata a Legnano nel 1949, è tra le compagnie più note nel panorama teatrale dialettale europeo.

Tra gli eventi annuali tradizionali si segnala: il Palio di Legnano, la manifestazione più importante della Sagra del Carroccio. L'organizzazione della Sagra è gestita dall'amministrazione comunale e dal Collegio dei Capitani delle Contrade e alla Famiglia Legnanese. Prima del Palio si tiene per le strade una sfilata storica che rievoca scrupolosamente usi e costumi del XII secolo. L'evento ha luogo l'ultima domenica di maggio.
La famosa competizione ciclistica Coppa Bernocchi fa parte del "Trittico Lombardo". E' una classica che si svolge in agosto e prevede la partecipazione di atleti provenienti da ogni parte del mondo.




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