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mercoledì 19 agosto 2015

OSPITALETTO



Ospitaletto è un comune della provincia di Brescia.
Sorto come Hospitium tra il VII e l’VIII secolo, luogo in grado di offrire ospitalità a viandanti e viaggiatori che ha dato origine al nome stesso del Comune, dalla metà dell'Ottocento ha subito una pesante trasformazione da borgo agricolo a centro primariamente basato sull'industria metalmeccanica, sull'artigianato e i servizi.

Il territorio di Ospitaletto è complessivamente omogeneo: esso è interamente pianeggiante  e l'unico corso d'acqua che scorre nel paese è la "Seriola di Chiari", canale un tempo utilizzato per l'irrigazione dei campi.

Secondo quanto riportato da Mazza (1986), l'attuale centro di Ospitaletto è sorto verso il XIV-XV secolo prevalendo sul precedente nucleo di Lovernato, attualmente (2012) grosso cascinale nella campagna a meridione dell'abitato principale.

Le prime attestazioni di Lovernato risalgono all'807, quando viene citato in un documento un signore longobardo, Dragone di Rodermundo, abitante in Vico Luernaco. In un altro documento, conservato nel Codice diplomatico Sant'Ambrosiano e risalente ai primi anni del IX secolo, è citato un Rodolfo di Biosmondo de vico Luberniaco fine bresciana.

Il Guerrini ipotizza che presso Lovernato sorgesse una stazione di cambio sulla consolare Brescia - Bergamo, la quale sarebbe ricordata nell'Itinerario burdigalense come mutatio tetellus, non lontano da Brixia.

Di epoca romana nel territorio di Ospitaletto sono state trovate numerose epigrafi, resti murari, monete del III-IV secolo e tombe di tipo alla cappuccina. Una lapide conservata al Museo della città a Brescia, ricorda il legato di un certo Lucio Vezzo Orsiniano al Collegio dei Seviri per celebrare gli annui parentali in memoria di Clodia Elia Cirilla, sua moglie. Alla Baitella fu ritrovata una lapide che ricorda il seviro Picazio Trofino, mentre in un muro della parte sinistra del presbiterio della chiesa di Lovernato è conservata un'epigrafe di un voto fatto da Tarquinio Alipio nelle mani di Publio.

La prima attestazione dell'Hospitale S. Jacobi, dedicato a Giacomo di Compostela, protettore dei viandanti, risale all'843, quando il vescovo di Brescia Ramperto ne affidò la giurisdizione al monastero di san Faustino. Nel documento è definito hospitale ducis e hospitale denni, facendo intuire che in epoca longobarda era stato soggetto al Duca di Brescia.

Il paese viene menzionato come Comune per la prima volta nel 1369, a causa di una disputa tributaria con il Comune di Passirano. In quel periodo faceva parte dei territori viscontei ed era governato dal Sindaco Giovanni da Offlaga.

Altri riferimenti si hanno quando il comune viene citato nell'Estimo Visconteo del 1385 come Hospedaleto e appartenente alla quadra di Rovato. Secondo quanto riportato da Mazza (1986), il Guerrini afferma che il prevalere di Ospitaletto su Lovernato fu il frutto di repentini avvenimenti, tuttavia Mazza confuta tale tesi riportando varie testimonianze che rivelano il persistere di una comunità a Lovernato con proprie istituzioni almeno fino al XVII secolo.

Nel corso del XV secolo passò, come tutto il territorio bresciano, alla Repubblica di Venezia che inserì il comune all'interno della quadra di Travagliato. Giovanni Da Lezze nel suo Catastico Bresciano (1610) oltre ad elencare il numero di abitanti e di case e a dare un giudizio qualitativo sulle terre, avverte che metà dei proprietari terrieri risiedeva a Brescia, mentre l'altra metà abitava in paese.

Nel 1630, il paese fu colpito dalla peste, giunta da Palazzolo e che sterminò buona parte della popolazione, passando così dai 1500 abitanti riportati nel 1610 ai 1058 residenti del 1658.

Nel 1687, la comunità chiese al Doge il permesso di costruire una nuova chiesa parrocchiale, che fu completata nel 1720.

Con l'occupazione napoleonica del territorio bresciano (1796), la successiva istituzione dell'effimera Repubblica bresciana (marzo 1797) e il suo incorporamento all'interno del Dipartimento del Mella della Cisalpina (novembre 1797) il comune di Ospitaletto fu inserito nel cantone di Garza occidentale. Nel maggio 1798, fu poi inserito nel Distretto di Garza occidentale. Dopo la riforma amministrativa della seconda repubblica Cisalpina (maggio 1801) fu assegnato invece al Distretto I di Brescia e in tale veste si mantenne con il passaggio alla napoleonica Repubblica Italiana.

Con l'avvento del Regno d'Italia, vi fu una nuova riforma amministrativa: il comune fu definito di terza classe e fu inserito all'interno del cantone II di Brescia appartenente al Distretto I, avente medesimo capoluogo, sempre del Dipartimento del Mella.

Nel 1810 ottenne il territorio dei soppressi comuni di Paderno e Castegnato, ricevendo inoltre la contrada di Borbone, appartenuta in precedenza a Rodengo.

Dopo il Congresso di Vienna (1815), il comune di Ospitaletto perdette le acquisizioni territoriali napoleoniche e fu assegnato, come tutto il territorio bresciano, al Regno Lombardo-Veneto retto dagli Asburgo. Fu capoluogo del Distretto II della provincia di Brescia, disponendo quindi di un ufficio postale.

Nel 1854 fu raggiunto dalla ferrovia Coccaglio – Verona, la stazione di Ospitaletto-Travagliato fu aperta tuttavia tre anni dopo.

A seguito degli eventi della seconda guerra d'indipendenza italiana (1859), il comune entrò a far parte della nuova provincia di Brescia del Regno di Sardegna, che nel 1861 divenne Regno d'Italia. Con il Decreto Rattazzi divenne capoluogo del Mandamento VI appartenente al Circondario I di Brescia, mentre l'amministrazione fu affidata ad un sindaco, coadiuvato da una giunta e dai consiglieri.

Nei decenni successivi all'Unità, il paese divenne centro produttore di seta con l'apertura delle filanda Serlini che a cavallo dei secoli XIX e XX occupò fino a 1200 persone. Nel 1885, l'energia elettrica fu impiegata per la prima volta in provincia di Brescia dal calzificio Corrado Forster e C..

Nel 1923 fu soppresso il Mandamento, mentre nel 1926 l'amministrazione fu affidata ad un Podestà. Durante la seconda guerra mondiale furono attive in paese le Brigate Fiamme Verdi. Nel 1946, l'amministrazione fu riconsegnata ad un sindaco, ad una giunta e ad un consiglio eletti dai cittadini.

La chiesa della Natività della Beata Vergine Maria di Lovernato è una chiesa campestre. Era stata costruita al di fuori della cinta cittadina, appunto a Lovernato, che da secoli è frazione di Ospitaletto, sebbene nei primi periodi di sviluppo di questa zona fosse in realtà il borgo principale. La chiesa, di origine quattrocentesca, è a navata unica, due grandi archi che la suddividono in tre campate, ed è dotata di un’abside di forma quadrata. Vi si accede attraverso un grande portale di marmo che porta scolpito lo stemma del Comune. Questo, insieme alla scritta “Comunis Hospitaleti”, fa pensare che la chiesa fosse di proprietà municipale. Le travi della copertura sono a vista e nella parte sinistra del presbiterio si trova murata una lapide romana molto consumata. Le sue condizioni fanno pensare che un tempo doveva essere stata utilizzata come coperchio di una sepoltura a terra. L’elemento di principale interesse della chiesa è costituito dal doppio registro di affreschi che, sebbene siano stati realizzati cinque secoli fa, sono stati scoperti solo negli anni Quaranta del Novecento. Affreschi che sono dedicati alla Madonna, ai Santi Antonio Abate, Erasmo, Firmo, Genesio, Rocco e Sebastiano, e al Beato Simonino da Trento. I dipinti sono di autori anonimi e sono datati 1479 e 1535. La varietà e la qualità delle pitture fanno di questa chiesa un esempio di grande importanza nel panorama artistico rinascimentale lombardo. In occasione di un recente restauro conservativo è stato edito il volume a cura di Paola Castellini “Santa Maria di Lovernato. Architettura e affreschi di una chiesa bresciana del Quattrocento” .

La Chiesa di SAn Giovanni apostolo è stata consacrata nel 1720, di schema tardo cinquecentesco: vano unico con volta a botte che sovrasta navata e presbiterio.
All'interno della parrocchia sono poi custodite numerose tele di notevole pregio attribuite agli artisti Antonio Paglia e Andrea Celesti.
Di Antonio Giardino è invece la grande tela della Resurrezione di Cristo in cui si trova incastonata una Pietà del Romanino.
Domenico Ghidoni 1857-1920 uno dei personaggi di Ospitaletto degni di nota, l'artista realizzo diverse opere per la Chiesa Parrochiale di S. Giacomo Maggiore in Ospitaletto, per il Duomo di Milano,di Montichiari,e diverse sculture realizzate per il cimitero Valentiniano di Brescia e per il Cimitero Monumentale di Milano.
In particolare le opere che meritano maggiore attenzione sono:"Gli Emigranti" del 1890 e "Le nostre schiave" del 1894. Numerose sono le opere realizzate succesivamente sempre caratterizzate da originalita' e realismo. Mori nel 1920 e sepolto nel cimitero di Ospitaletto.

Della chiesa di San Rocco poco si sà se non che è stata edificata nel 1700.
Questa chiesa, assieme a quelle dedicata a Santa Maria di Lovernato rappresentò in passato una delle due fazioni in cui il comune di Ospitaletto era suddiviso e che faceva comunque capo alla parrocchia dello stesso Ospitaletto.

I primi centri industriali sorsero ad Ospitaletto a partire dalla seconda metà dell'Ottocento: erano per lo più legati alla produzione della seta e alla lavorazione delle fibre tessili. Diverse filande e calzifici sorsero nel paese offrendo anche un certo benessere, date le paghe mediamente più alte rispetto a quelle delle aziende concorrenti della provincia.
Degna di menzione è la Filanda Serlini, che al tempo impegnava circa 1200 operai, considerando i diversi stabilimenti.

Nei primi anni anni settanta del XX secolo vennero edificati gli stabilimenti siderurgici che oggi operano sul territorio, si ricordano in particolare le aziende Stefana S.p.A., Ferrosider S.p.A. e ASO Siderurgica, impegnate nella produzione di acciai e semilavorati.

Ospitaletto è anche sede di Sabaf S.p.A., azienda di rilevanza internazionale specializzata nella produzione di componenti per il settore degli apparecchi per la cottura a gas e quotata presso la Borsa valori di Milano (Borsa Italiana: SAB).

Altra realtà industriale da annoverare nel panorama ospitalettese è la Gnutti Transfer S.p.A. (fondata nel 1955 come Officine di Ospitaletto Gnutti) che opera con successo nel settore delle macchine transfer pluriutensile.



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domenica 2 agosto 2015

GARDONE VAL TROMPIA



Gardone Val Trompia è una comune della media Val Trompia, in Lombardia.

Nel 1927 al comune di Gardone Val Trompia vennero aggregati i comuni di Inzino e Magno, attualmente frazioni.

Il 17 settembre 2001 a Gardone Val Trompia è stato conferito il titolo di città, assegnato dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in virtù della sua importanza storica e civica. Dal 2002 infatti allo stemma di Gardone Val Trompia è stato aggiunto la corona muraria dorata con cinque torri che rappresenta il titolo di città.

Il territorio è costituito da un andamento da Nord a Sud costituente il fondo valle al centro del quale scorre il fiume Mella che bagna Gardone Val Trompia e la frazione di Inzino. A Est e Ovest l'andamento del territorio è montuoso con quote che raggiungono e superano i 1000 metri di altitudine. Infatti il territorio del Comune di Gardone Val Trompia è caratterizzato, per la maggiore sua estensione, dalla media montagna che culmina con i 1391 metri di altitudine della Punta Almana e che si estende con le valli tributarie sino ai versanti sud del Monte Guglielmo.

Le due valli secondarie, la valle di Gardone e la Valle di Inzino o Rendena sono percorse rispettivamente dai torrenti Tronto e Re.

La preistoria “gardonese” e le testimonianze che possono documentare un insediamento umano nel territorio compreso negli attuali confini del comune di Gardone, risalgono alle ultime fasi del neolitico (8000-1000 a.C.) epoca in cui gli abitanti erano ormai cacciatori tanto abili da spingersi per le loro imprese in alta montagna dove, probabilmente, piantavano campi stagionali dimostrando estrema capacità di adattamento all’ambiente d’alta quota.
Intorno a questi campi si cacciava e nei bivacchi si commerciava la selce grezza ed i preziosi utensili da essa derivati. La ricerca archeologica, impostata più su scoperte casuali che su campagne di scavo scientificamente organizzate, ci ha restituito alcune preziose testimonianze.

La Valle Trompia, dopo una lunga e feroce resistenza, dovrà cedere, nel 15 d.C., alle legioni di Druso ed il Cippo di La Turbie (Monaco) che celebra la vittoria romana, cita al primo posto fra le tribù sconfitte quella dei Trumplini. I valligiani sono ridotti in schiavitù e considerati venales = vendibili.

Il territorio della valle diventa un vivaio di schiavi in potere del demanio imperiale. La dominazione romana dà inizio però (contrariamente alle premesse) allo sviluppo di una fiorente economia che si accompagna al rispetto che Roma riserva ai culti indigeni. I prodotti del lavoro delle miniere e massicci arruolamenti di giovani nelle legioni, nel giro di pochi anni attutirono i terribili provvedimenti adottati all’atto dell’occupazione e la Valle divenne mezzo per una grandiosa realizzazione civile a vantaggio della città: l’acquedotto in muratura fatto costruire per volontà di Augusto e del successore Tiberio da Lumezzane, dopo 25 chilometri, portava l’acqua a Brescia.

La romanizzazione si diffuse anche in Alta Valle ed in altri centri. Il territorio gardonese ci ha restituito numerosi reperti di epoca romana fra i quali spicca un elegante bronzetto di scuola ellenistica, raffigurante secondo la comune interpretazione, il dio Giove nei suoi attributi di Conservatore dell’ordine e delle istituzioni. La statuetta, rinvenuta in una zona non precisata delle pendici montane gardonesi è stimabile di epoca imperiale e fu donato all’epoca del ritrovamento (1840) al Museo Romano cittadino. Ripetuti i ritrovamenti di tombe e corredi funebri romani dal 1800 fino ai giorni nostri. Di notevole importanza i reperti lapidari e di are votive che testimoniano il permanere in Valle di culti indigeni ( nella frazione di Inzino in particolare) anche dopo il trionfo delle armi romane. Si ricorderanno quattro iscrizioni votive dedicate a Mercurio, Minerva, Tullino e al Genio del Popolo (o del Pago) ed una, perduta, alle Ninfe.

Dopo la pace di Costanza del 1183, i comuni ricevono la pubblica sanzione dell’imperatore ed in Valle iniziano a dotarsi di propri Statuti che verranno poi in seguito confermati dall’occupazione del territorio bresciano da parte dei Visconti. Delle prime Vicinie trumpline si hanno notizie dai vari Statuti comunali (Pezzaze, 1318 - Bovegno, 1341 - Cimmo e Tavernole, 1372 ).
Non sono stati ancora ritrovati gli ordinamenti della Vicinia gardonese, ma si dovrebbe essere vicini al vero pensando che essa fosse già attiva nella seconda metà del secolo XV. Gardone fino al 1422 non ebbe un proprio ordinamento civico codificato, il che è dimostrato da un’ordinanza del Podestariato di Brescia che nel giugno di quell’anno obbligava i comuni della Valle Trompia a riparare la strada valligiana. Nell’ordinanza non è citato Gardone, verosimilmente ancora legato amministrativamente ad Inzino. Probabilmente lo Statuto gardonese che il Cocchetti, scrivendo nel 1858, vuole custodito in copia da una famiglia Bianchi di Gardone, risale al 1436 e la sua redazione fu senza dubbio incoraggiata dal governo veneto, notoriamente propenso a favorire le autonomie locali. Il Feudalesimo vero e proprio non trovò in Valtrompia sviluppi notevoli anche se non vi fu del tutto assente. Potenti feudatari del luogo furono gli Avogadro con vasti possedimenti in Valle, i Confalonieri (Bovegno), i Negroboni, i Nassini ed i Lavellongo.

Le aspre lotte tra guelfi e ghibellini porteranno nel ‘300 alla distruzione dei castelli trumplini e alla Signoria dei Della Scala che con Mastino II dal 1332 al 1337 deterrà il potere su tutto il territorio. Gli succederanno i Visconti che nel 1354 assegneranno a Bernabò i territori delle Valli Trompia e Sabbia. Il suo successore Gian Galeazzo emana nel 1385 Capitoli di sudditanza bresciana.

Nello stesso anno per porre ordine nell’amministrazione territoriale, il Visconti divide il Bresciano in Quadre, ordinando poi un estimo generale nel quale vengono nominati tutti i comuni appartenenti alla circoscrizione. Nella Quadra di Valtrompia, Gardone non è ancora citato mentre ha evidenza la "Castelanza di Inzino". Al dominio visconteo si sostituisce dal 1404 al 1420 la signoria di Pandolfo Malatesta che si distingue nel tentativo di favorire l’economia valligiana.
Con il privilegio in data 8 aprile 1406 la Valle ottiene il permesso di commerciare in ferrarezze confermando come a Gardone sin dal secolo XIV sia iniziata la produzione di canne favorita dalla presenza in loco delle miniere da cui si estrae il ferro spatico, elastico e facilmente lavorabile nelle fucine che sorgono lungo le rive del Mella e che traggono forza dalle sue acque. Nel Codice Malatestiano 67, nel 1418 fra i comuni trumplini è citato "Gardone sive Castelanza de Inzino" citazione a conferma che Gardone non si sia ancora dato un autonomo statuto, ma che ormai abbia una preferenza su Inzino che gli deriva da una produzione a questo punto affermata, all’interno dei confini della Signoria. Il potere dei Malatesta terminerà nel 1420, con l’intervento armato del Carmagnola condottiero delle truppe di Filippo Maria Visconti.

Dopo il periodo dei Visconti seguirà il dominio della Serenissima (1426-1797) che sarà accolto con largo favore dai trumplini ed in particolare dai gardonesi. I valligiani sono stati tra i primi a dichiararsi a favore ella Repubblica e molto hanno contribuito al successo delle armi di San Marco quando si è trattato di infliggere il colpo definitivo al domino dei Visconti mal tollerato in tutta la Valle.

Concluse le vicende belliche, Venezia, si dimostra immediatamente benevola verso i suoi sostenitori concedendo loro larghe esenzioni fiscali ed ampi privilegi riguardanti il traffico del vino, dell’olio, delle biade e delle ferrarezze. Speciali disposizioni proteggono il lavoro degli archibusari e queste provvidenze del governo veneto vengono graditissime ai gardonesi. Per onorare S. Marco, patrono della Repubblica, secondo la tradizione, pare che i gardonesi avrebbero dedicato all’evangelista la loro chiesa orientata, in quel tempo, in modo diverso dall’attuale, ma edificata su un’area assai prossima a quella occupata dall’odierna prepositurale. Durante la lunga dominazione veneta, Gardone diventa il centro al quale naturalmente si riferisce la produzione delle armi richieste dalla Serenissima che da esse trae una fonte di ricchezza e di inimmaginabile potere politico e strategico. L’importanza cui, nel volgere di pochi decenni, assurge il paese è dimostrata anche dall’intensa attività dei notai del luogo, documentata dal 1490. Il governo veneto è evidentemente interessato a favorire la produzione armiera per suo uso e consumo, ma se da un canto non sempre i frangenti politici richiedono una larga quantità di prodotto, dall’altro la Repubblica non può permettere che le armi eccedenti il suo fabbisogno prendano indiscriminatamente la via dell’estero.

Non raramente il Senato deve dunque trovare una conciliazione tra gli interessi politici dello Stato e quelli dei gardonesi, che, ben consci della qualità delle loro canne, sanno far la voce grossa quando necessita o più spesso riescono a sfuggire beffardamente ad ogni rigorosa legge governativa. Il contrasto di interessi tra la Repubblica ed i produttori di armi provocherà, tra le altre cose, ripetute emigrazioni di maestranza, cui la Serenissima cercherà in ogni modo di porre freno e rimedio. Un primo accenno a tale fenomeno si ha già in un dispaccio, spedito dai Rettori bresciani al Consiglio dei Dieci in data 3 aprile 1505. Nella lettera si riferisce a Venezia che alcuni maestri d’archibugi, schioppetti e ballotte, sono usciti dai confini dello Stato spingendosi sino a Domodossola, terra soggetta alla giurisdizione dei conti Borromeo. Il documento pubblicato da Marco Morin, riveste notevole importanza in quanto costituisce l’atto più antico certificante esplicitamente la predilezione gardonese nella produzione di armi. Uno sguardo, anche molto fuggevole e parziale, alle licenze di esportazione concesse dai Rettori veneti ai maestri di canne bresciani, informa che intorno alla metà del Cinquecento il prodotto gardonese è richiesto oltre che in tutti i principati della penisola anche sui principali mercati europei. Fra i più importanti acquirenti si annoverano l’imperatore Carlo V, i re di Francia e d’Inghilterra ed i Cavalieri di Malta.

Gli archibugi ed i moschetti figurano tra le armi più vendute ma non mancano anche ordini per corsaletti, celate e ferri da pica. Negli atti degli archivi ricorrono con insistenza i nomi delle più antiche famiglie gardonesi che, mentre si creano una propria fortuna, contribuiscono al miglioramento generale dell’economia del paese. Sono cognomi notissimi agli studiosi delle armi antiche: gli Acquisti, i Belli, i Chinelli, i Cominazzi, i Daffini, i Franzini, i Garbelli, i Manenti, i Moretti, i Mutti, i Piccinardi, i Rampinelli, i Savoldi, i Timpini e gli Zambonardi per non parlare dei Beretta, titolari di un’azienda sin dal Cinquecento. In una relazione spedita al Senato Veneto il 20 settembre 1553, il podestà di Brescia scrive che a Gardone tutti gli uomini girano armati d’archibuso e perfino le donne ne portano uno in mano e uno alla cintola. Ciò non significa che la popolazione sia sempre e soltanto occupata intorno al ferro e al fuoco delle sue fucine. Una voce non irrilevante dell’economia gardonese del tempo, è data dallo sfruttamento delle zone boschive e da pascolo: la tutela di questo patrimonio è cura gelosa del comune e dei privati. A delineare poi, anche se in modo sommario la realtà socioculturale del paese nel secolo XVI si aggiunga che Gardone è probabilmente l’unico comune valtrumplino che mantiene un maestro di scuola; inoltre coloro che fabbricano le canne sanno quasi tutti leggere e scrivere.

E’ lecito vedere in questo impegno di alfabetizzazione, che peraltro non raggiunge tutti gli strati sociali, un intento anche utilitaristico in relazione diretta con gli interessi legati alla principale attività produttiva, ma considerati i tempi, non pare veramente poco. Anche nelle vicende politico- istituzionali Gardone è parte importante. Appartiene alla sua comunità uno dei due ufficiali che, secondo lo Statuto di Valtrompia, deve mantenere i rapporti con gli altri comuni e con il Consiglio di Valle. Il grande sviluppo economico ha rapidamente condotto il paese ad un notevole incremento demografico che fin dalla seconda metà del secolo XV si mantiene largamente superiore a quello del più antico centro d' Inzino. Questo sviluppo indurrà la popolazione a chiedere con insistenza la separazione dalla Pieve madre ed il raggiungimento dell’autonomia parrocchiale. Il dominio veneto fu dunque largo nella concessione di privilegi che però tentò in continuazione di togliere con qualsiasi pretesto. I valligiani non tardarono a comprendere la situazione ed a cogliere i vantaggi che derivavano da un modo di governare amministrativamente rigoroso, saldamente centralizzato nelle sue istituzioni di governo e che si accorda con un indirizzo politico che tutela le autonomie locali e sostiene le economie più povere nel rispetto delle varie esperienze delle province soggette; istanze e principi che troveranno la loro sintesi legislativa nella compilazione degli Statuti di Valtrompia la cui prima stesura risale al 1436.

Nel 1454 la Valtrompia otterrà l’autonomia e l’esonero dai dazi per una popolazione di circa 17 mila abitanti suddivisa in una trentina di abitati e 17 comuni in cui s’ergevano sette forni fusori ed una quarantina di fucine che lavoravano il ferro. Nel 1495, accampando diritti di parentela per il Ducato di Milano, il re di Francia Luigi XII scenderà in Italia, si alleerà con Venezia, solerte ad occupare Crema e Lodi, suscitando le preoccupazioni del Papa che indirà contro la Serenissima la Lega di Cambrai. Le truppe venete, fra le cui fila militavano centinaia di trumplini e di gardonesi, saranno sconfitte. Venezia sarà quindi ammessa nella Lega divenendo avversaria dei francesi che, entrati in Brescia nel 1509, si trovarono a combattere contro gli ex alleati. Sempre i francesi, costretti a ritirarsi nel Castello cittadino dalle truppe comandate dal bovegnese Negroboni, dopo aver ricevuto consistenti aiuti dall’arrivo di Gastone de Foix, divennero artefici di una strage crudelissima. Alla morte di Giulio II, Venezia si alleerà nuovamente con i francesi ed il suo domino sul Bresciano durerà senza interruzioni sino alla fine del secolo XVIII.

Questi anni rappresentano un periodo vitale per l’economia gardonese dato che la richiesta di armi, in seguito alle contingenze nazionali, si fa sempre più pressante. Il Senato veneto ha deciso d’accettare la sfida turca per il controllo delle acque dell’Adriatico e dell’Egeo.
La produzione di canne diviene alacre e tra il 1570 ed il 1573 Gardone, dove si lavora nelle fucine giorno e notte, quotidianamente produce ben trecento canne d’archibugio. I produttori locali approfittando della situazione vendono le loro canne anche fuori il domino veneto (Milano, Roma, Spagna) con ben più alte remunerazioni: la Serenissima interviene prontamente nel tentativo di frenare l’illegale commercio. Nella Battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, combatterà anche il caporale gardonese Graziadio Franzini ed al comando del capitano Camillo Brunelli figureranno numerosi altri trumplini. La vittoria delle truppe e della flotta venete sarà ricordata nella nuova edizione degli Statuti di Valtrompia (1576) dove si stabilirà che il 7 Ottobre (Santa Giustina) debba considerarsi in perpetuo giorno festivo. Gli anabattisti continuano a costituire una notevole preoccupazione per l’autorità ecclesiastica, ma la loro esperienza va avvicinandosi alla conclusione che verrà decretata dalla visita apostolica di Carlo Borromeo nel 1580. Vincenzo Antonini, convisitatore, giungerà a Gardone in aprile trovandovi una situazione pesantemente legata al movimento ereticale. Numerose saranno le denunce raccolte nei confronti degli eretici alcuni dei quali sono già fuggiti in Valtellina (Girolamo Aiardi, Antonio Beretta ed altri); nel paese è praticata l’usura anche dalle Confraternite laicali, la scuola di dottrina si tiene saltuariamente, il Rettore di San Marco non ha licenza per la cura d’anime ed i luoghi destinati al culto ed alla preghiera sono poco rispettati.
Vengono dettate le prime disposizioni e s’inizia l’iter previsto contro gli eretici. S. Carlo giunge a Gardone il 18 agosto e trova un paese ostile; se ne allontana dopo tre giorni e vi ritorna alla fine di ottobre quando i provvedimenti canonici ed il timore di nuove denunce rendono maggior osservanza alla cortesia e all’ospitalità. I processi intentati ai gardonesi si risolveranno, mediatrice Venezia, con lievi condanne. Passati i tempi della Guerra di Cipro e della Battaglia di Lepanto, durante la quale,il tiro dei micidiali archibugi gardonesi e sei navi della flotta veneta armate di potenti bombarde prodotte a Gardone hanno decisamente contribuito alla vittoria ed all’annientamento di una flotta molto più esperta ed agile nelle manovre, il commercio armiero si mantiene per qualche anno ancora in auge. La produzione dei maestri di canne che però, secondo i dettami di Venezia, era strettamente e rigidamente ereditaria, si vede affiancare l’opera di mercanti il cui intento è solo quello d’accaparrarsi prodotti e manodopera a basso costo anche in opposizione alle antiche e consolidate distinzioni tra maestro-padrone ed operaio produttore. Gli ultimi decenni del secolo vedono un declino della produzione cui non è estranea la politica della Serenissima costretta, per proprie necessità, a ricorrere a tassazioni straordinarie ed a provvedimenti restrittivi che si riflettono pesantemente e negativamente sull’economia della Valle. Per evitare nuove fughe produttive verso altri stati il Senato dispone un prestito di 30.000 ducati, vietando però l’esportazione del ferro da armatura e delle canne non incassate (decisione drammatica dato che all’estero erano ricercate le famose canne gardonesi e non certo le incassature in legno, disdegnate da molti acquirenti).
In cerca di possibili ripieghi e soluzioni ad una situazione sempre più grave, Venezia istituisce a Gardone un Fondaco (1601) concedendo il prestito governativo direttamente ai maestri, che eleggono alla gestione del fondaco Bartolomeo Lorando. Quest’ultimo, con le disponibilità governative, acquista il materiale grezzo necessario alla fabbricazione delle canne. E poi lo distribuisce ai maestri dell’arte. Non vengono richiesti pagamenti per il materiale ceduto, ma, al contrario, si aprono larghi crediti. Gli armaioli, ultimata la loro opera, la devono consegnare finita al fondaco. La procedura presenta alcuni vantaggi: si ottiene di calmierare la produzione ed, attraverso una corretta distribuzione della materia prima, viene offerta agli artigiani un’ equa possibilità di lavoro. Ma esistono anche svantaggi. Appena, infatti,il fondaco è saturo e rifornito oltre ogni limite di capienza, eccedendo alle richieste della Repubblica, le possibilità di lavoro sfumano non essendo ammessa un’ occasione di trattativa privata per la commercializzazione del prodotto. A questi elementi, non di scarso valore, si aggiunge una scorretta gestione del fondaco da parte del Lorando che approfitta della situazione per pagare le maestranze non in moneta contante, ma con merce sopravvalutata rispetto ai prezzi correnti. Di fronte ad una tale situazione molti maestri, che non rientravano nelle "grazie" del Lorando si videro costretti ad esercitare rischiosamente il contrabbando mentre altri per sopravvivere, nonostante la sorveglianza veneta, si allontanarono dal paese prendendo la via dell’esilio ed altri infine abbandonarono la loro arte dedicandosi ad attività diverse.
Nel 1626 il Da Lezze, capitano di Brescia, fa presente al Doge che i pochi artigiani rimasti sono costretti a vivere in grande miseria e che la crisi si riflette anche sulle attività delle miniere che riesce però a mantenersi in discrete condizioni. In questi anni gli aspri contrasti tra produttori e mercanti, sfociano spesso nelle vie di Gardone, diviso fra la fazione dei Rampinelli e quella dei Ferraglio (sostenuta dai Chinelli), in aspre, violente e sanguinarie contese. Nel 1629-1631, la situazione è aggravata ulteriormente dalla carestia e da una lunga e grave pestilenza che mette a dura prova i bilanci dei comuni e falcia le popolazioni della Valle privando Gardone di un terzo della sua popolazione. Già nel 1632 inizierà la ripresa favorita da un accordo politico dei veneziani che permetteranno il ritorno in paese dei colpiti da bando per fronteggiare i tremendi effetti della pestilenza che ha colpito anche l’alta Valle e le miniere (basti ricordare il caso di Bovegno che nel 1626 vantava 2600 abitanti e nel 1640 lo vedeva ridotto a 900). A Gardone per produrre armi si doveva ricorrere, ad indubbio scapito della qualità, a rottami ferrosi importati da altre terre. Nel 1634 riprende a funzionare il Fondaco e grossi ordinativi di armi da parte della Serenissima miglioreranno decisamente la situazione produttiva. Il fondaco tornerà però a chiudere nel 1640. In paese riprendono le lotte interne con nuove sparatorie e nuovi omicidi. La situazione peggiora con il ritorno dal bando di Pietro Franzini che si farà parte attiva di molti scontri sanguinosi.
Le inchieste giudiziarie non sanno risolvere le situazioni e scovare i colpevoli ed alla Serenissima non resta che presentare a tutti i ricercati ed ai sospetti una drastica soluzione: il perdono giudiziario in cambio dell’arruolamento nell’esercito veneto per la guerra contro i turchi. La proposta è subito accolta e vengono in breve tempo formate due compagnie di "banditi" gardonesi: la Ferraglia e la Rampinella che per circa vent’anni sapranno far risaltare il loro valore agli ordini della Serenissima e contro gli eserciti della Mezzaluna. Nel 1686, l’8 dicembre, la parrocchia di Gardone è eretta in prepositura e primo prevosto è Francesco Martinelli. Il secolo diciottesimo inizia, per l’economia gardonese, in modo sicuramente non positivo: nuove proibizioni all’esportazione limitano la produzione a pochi ma continui ordinativi e l’obbligo del possesso di una regolare licenza per le armi da caccia non ne facilita la diffusione. I decenni seguenti vedono la chiusura di molte fucine e di molti scavi minerari condizioni che contribuiscono inevitabilmente allo scadere della qualità produttiva delle armi che lascia grandi spazi alla concorrenza tosco-emiliana prima, ed a quelle marchigiane e napoletane poi. Si creano in questa metà del secolo le tristi condizioni che porteranno ad un progressivo asservimento delle maestranze da parte dei padroni-commercianti che ormai stipuleranno direttamente con i richiedenti, i contratti di fornitura. A queste infelici condizioni si accompagna nel 1676 una tragica alluvione che distrugge buona parte delle fucine e delle strutture operative annesse. E’ il crollo dell’industria gardonese ed il Governo veneto, per salvare il poco salvabile, concede un prestito di 6000 ducati da ripartirsi fra i maestri di canne nella proporzione normalmente osservata per la divisione del lavoro.
Il denaro dovrà essere restituito in partite di canne senza alcun interesse. I gardonesi, duri e forti come il ferro che quotidianamente lavorano riescono a affrontare con successo anche questo triste frangente ed a superare faticosamente la dura prova facendo nuovamente risorgere quella produzione che è per tutti i gardonesi ragione di vita. Il fine secolo si presenta abbastanza tranquillo nei suoi aspetti economici, favorito dalle nuove operazioni belliche intraprese dalla Serenissima, mentre un po’ meno tranquilla è la convivenza all’interno della comunità gardonese sempre turbata da violenze fazionarie che lasciano nelle strade alcune illustri vittime. Ancora una volta Venezia offre ospitalità nelle file dei suoi eserciti ai più facinorosi ed è del 1697 una comunicazione inviata al Senato veneto dal Consiglio Generale di Valtrompia con la quale si informano i Rettori che numerosi gardonesi hanno chiesto di poter prendere parte alla guerra in Morea. I primi decenni del Settecento vedranno i gardonesi ed altri trumplini marciare su Brescia in occasione di una gravissima carestia. Un notevole aiuto ai bisognosi sarà offerto in questi anni dalle Confraternite laicali e dalle associazioni di beneficenza, come è testimoniato in una relazione del prevosto della parrocchia gardonese di S Marco, Gian Antonio Baldassare Cattaneo. Purtroppo dopo la conclusione della estenuante serie di guerre contro i turchi, Venezia, che si ritrova gli arsenali pieni di armi, sospende la fabbricazione dei pezzi da guerra affidando la sopravvivenza dei gardonesi alle solo armi da caccia che non garantiscono molto. Ricominciano le emigrazioni.
Delle 29 fucine in attività nel 1715, nel 1724 solo 12 traggono forza dalle acque del Mella e solo 3 o 4 fuochi funzionano con regolarità. Nel 1730 il capitano veneto Pietro Vendramin, in un dispaccio al Senato, sostiene che i gardonesi non hanno più garantito nemmeno il misero pane quotidiano. Una nuova alluvione del Mella nel 1738 arreca danni gravissimi agli impianti produttivi gardonesi. Con sforzi immani si rimettono in sesto le fucine, i ponti, le travate, i carbonili ed un paio d’anni dopo nuovi ordinativi (12.000 fucili e 6.000 pistole per il regno di Napoli) possono essere evasi a pieno ritmo di produzione. Si accolgono anche le richieste di Genova per una grossa partita di fucili ed un gruppo di maestri gardonesi è convocato a Venezia per riparare le armi in deposito. Il guadagno di questa notevole massa di lavoro non cade però su tutta la stratificazione sociale del paese; l’antico contrasto tra mercanti e maestranza si aggrava sempre di più. I primi vogliono rendersi padroni assoluti e controllare ogni produzione inserendo nelle fraglie gente non esperta che, in quanto incapace, è in loro piena balia. Così operando non è più garantita la qualità del prodotto anche se i vantaggi per i mercanti sono economicamente sensibilissimi. Girolamo Grimani, Segretario di Stato alla Guerra, evidenzia come a danno delle maestranze si impieghino villici e coloni oziosi nella stagione d’inverno. Nel 1757, per le riserve dell’Arsenale di Venezia, vengono ordinati 18.000 nuovi fucili la cui consegna sarà scandita mensilmente con regolarità fino al 1765. Questo sarà l’ultimo consistente ordinativo statale alla industria gardonese. Gli artefici gardonesi sono ormai asserviti senza scampo agli interessi dei pochi commercianti che hanno saputo monopolizzare la produzione.

La fine della dominazione veneta è direttamente legata allo sviluppo della campagna militare napoleonica nella penisola, contro la quale, a nulla vale la via della neutralità scelta dalla Serenissima.
I giovani patrioti bresciani avevano già da tempo formato società segrete che inneggiavano ai principi ed ai valori affermati in Francia ed ai loro occhi l’oligarchia veneta era divenuta l’unico ostacolo da abbattere per realizzare anche nel Bresciano e nel resto della nazione una nuova fase storica.
L'Austria e l'unificazione italiana
Ed è così che il 18 marzo 1797 gruppi di cittadini danno l’assalto al Broletto, sede del governo veneto. Il palazzo è ormai abbandonato e deserto e gli insorti formano un Governo Provvisorio rivoluzionario che si costituirà in Repubblica Bresciana. Nel breve volgere di giorni emissari della nuova Repubblica raggiungono Gardone nella speranza di raccogliere nuove adesioni alla causa.
Il paese li accoglie con favore ed il Consiglio di Valle convocato con urgenza riconosce la legittimità del nuovo governo stabilendo la distruzione d' ogni simbolo del dominio precedente. Emerge però l’ostilità alla nuova istituzione da parte dell’alta Valle che obbliga i sindaci a riconvocare il Consiglio e a sconfessare le deliberazioni precedentemente assunte.
Truppe sono inviate a Carcina per la difesa della Valle. Le truppe francesi giungendo dal Lago d' Iseo aggirano le difese trumpline ed al comando del generale Cruchet sfilano nelle vie di Gardone tra due ali di folla festante. A Lodrino si verificano scontri tra francesi e valsabbini. I trumplini dell’alta Valle, alleatisi con i valsabbini meditano vendetta contro Gardone che il 27 aprile 1797 sarà assalito e saccheggiato.
Alcuni giorni dopo però i francesi costringeranno definitivamente alla resa le truppe fedeli alla Serenissima. Domate le ultime resistenze e pacificato il territorio il governo provvisorio bresciano organizza il piccolo stato indipendente della Repubblica Bresciana che avrà vita molto breve.
Il 17 ottobre 1797, a Passariano, Napoleone firma con l’Austria il trattato detto di Campoformio. La Repubblica di Venezia è cancellata dagli Stati d’Europa, cade la Repubblica Bresciana e nasce la Repubblica Cisalpina.
Gardone diventa capoluogo del Cantone del Mella che comprende l’intera Valtrompia. Dal 1805 al 1815, tutto il bresciano fa parte del Regno italico e proprio le necessità belliche dell’epoca napoleonica fanno rifiorire in Valle l’industria delle armi. Questi nuovi eventi determineranno in Gardone una rinascita dell’industria armiera che riceverà nel 1802 un ordinativo di più di 100.000 fucili. La visita del Viceré d’Italia, Eugenio de Beauharnais, a Gardone (29 dicembre 1806) porterà all’apertura dell’Arsenale di Brescia e del suo distaccamento di Gardone. La posizione geografica della Valle consente un rapido passaggio verso e dal Trentino ed è proprio per questa via che nel 1813, momento dell’inarrestabile declino napoleonico, giungeranno a Gardone truppe austriache comandate dal capitano Rakowski che dopo aver occupato il paese scenderanno in città. L’esercito del Regno Italico riprenderà il controllo della situazione fino al febbraio 1814 quando due colonne austriache, dopo aver sorpreso due compagnie francesi di stanza a Lavone, rioccupano Gardone. Una nuova inutile resistenza è tentata dalle truppe bresciane che devono però abbandonare nella giornata il paese faticosamente riconquistato. La situazione volge al peggio per i francesi. Il 27 aprile 1814 il maresciallo Von Fennenburg entra ufficialmente in Brescia ormai conquistata dalle armi imperiali austriache. L’Austria in seguito al Congresso di Vienna (1815), si vede annettere la Lombardia ed il Veneto costituendo il Regno Lombardo Veneto come provincia austriaca. Nella nuova organizzazione amministrativa Gardone è il capoluogo di un Distretto che comprende dieci comuni. Gardone è pure sede della Pretura che ha competenze sull’intero suolo trumplino.
Verrà favorita la produzione delle canne da guerra gardonesi e nelle frequenti visite al paese delle autorità imperiali, si susseguiranno ordini di fucili per l’esercito e verrà sancito per i gardonesi il privilegio di non assolvere il servizio militare. Lo stretto controllo esercitato sull’industria danneggerà però la prospettiva economica generale e porterà ad una crisi che divenne acuta nel 1831. Le Valli furono investite dalla bufera rivoluzionaria del 1848-1849. Alla dichiarazione della Prima guerra d’Indipendenza i distretti di Bovegno e di Gardone furono tra i primi a rendere disponibili uomini e armi. Questi uomini (che con i valsabbina raggiungevano le cinquemila unità) al comando del generale Durando si scontrarono ripetutamente con gli austriaci. Dopo la sconfitta di Custoza molti gardonesi e centinaia di valligiani accorsero, nel marzo del 1849, in città per dar man forte agli assediati delle Dieci Giornate. La dura repressione austriaca seguita alla sconfitta degli insorti bresciani, alienò definitivamente le restanti simpatie per l’Austria. Nel 1850 la Valtrompia (Gardone e Sarezzo in particolare) fu colpita da una spaventosa alluvione che distrusse da Bovegno a Brescia fucine, strutture civili e private arrecando pesantissimi danni. Vennero costituiti dei comitati di soccorso (le cui riunioni furono proibite dagli austriaci che ne temevano le spinte patriottiche) che raccolsero in un anno l’ingentissima somma di 365.000 lire (pari ad 80 miliardi del 1996). Nel 1859, sconfitti gli austriaci a Magenta, i Distretti di Bovegno e Gardone sono nuovamente i primi ad allearsi contro gli occupanti. La battaglia di Solferino e S. Martino del giugno 1859 consacrò definitivamente la vittoria dei franco-piemontesi e la Lombardia fu aggregata al Regno d’Italia.
Alla spedizione dei Mille di Garibaldi parteciparono anche sessanta bresciani di cui due trumplini ed uno gardonese: Crescenzio Baiguera. Nel 1861 è istituito il Regno d’Italia mentre, un anno prima, il governo, riconoscente al patriottismo bresciano aveva istituito a Gardone un grande Arsenale per la fabbricazione delle armi da guerra, realizzazione che diede impulso economico anche alle restanti strutture industriali della zona. Gli anni che separano l’Unificazione dalla Grande Guerra sono caratterizzati dal decollo e sviluppo dell’industrializzazione con notevoli effetti anche nella nostra Valle. Entra in crisi a Gardone il vecchio insediamento industriale d' origine familiare- artigianale e solo alcuni imprenditori di grandi capacità di programmazione e realizzazione riescono nell’opera di ammodernamento delle loro imprese. Ricordiamo i Glisenti a Carcina, i Gnutti a Lumezzane ed i Beretta a Gardone. A questi imprenditori locali si aggiunsero attività importate da altre città e da altre regioni: Fermo Coduri con le sue filande, il Mylius ed i suoi cotonifici ed i Redaelli con le loro fabbriche di cordami trafilati e di chioderie che incrementarono il patrimonio produttivo della zona. La consistente presenza di masse operaie vide i primi tentativi di organizzazione nelle Società Operaie di Mutuo Soccorso, la prima delle quali fu istituita, proprio a Gardone, nel 1861 dal prevosto Giovannelli, prete dai profondi slanci liberali. Da questi anni l’influenza su Gardone e sulla Valle di Giuseppe Zanardelli, deputato, ministro e presidente del Consiglio, sarà decisiva per una nuova fase di sviluppo economico ed il suo liberalismo dominerà per molto tempo la vita amministrativa di molti centri sino all’avvento delle nuove idee socialiste. Nel 1890 il re Umberto I visiterà la Valle (su iniziativa di Zanardelli) e a Gardone, dopo "aver seduto a banchetto di popolo" nel palazzo comunale, passerà in rassegna strutture e maestranze dell’Arsenale.

La possibile entrata in guerra e la scelta degli alleati suscitarono a Gardone, primo comune trumplino amministrato dai socialisti, vivaci polemiche. Il sindaco e sette fra consiglieri ed assessori vennero arrestati e poi confinati in lontane regioni, per propaganda antimilitarista.

Gardone non fu seriamente toccato dagli eventi bellici, la sua industria conobbe uno sviluppo imponente con l’enorme crescita delle industrie esistenti e la nascita di nuove imprese. Alla fine della guerra un clima incerto si installò nella Valle, manifestazioni operaie, occupazioni di fabbriche mentre già si andava profilando l’avvento della reazione fascista esperienza che si concluderà nel secondo conflitto mondiale e con un importante accadimento della storia contemporanea: il tributo di vite umane offerto dalle Valli e dai paesi alla Resistenza. Nel 1927 con Regio Decreto in data 27 ottobre al comune di Gardone saranno aggregati quelli di Inzino e Magno che ne diventeranno frazioni.

L’occupazione tedesca di Brescia iniziò il 1 settembre 1943 con arresti e deportazioni. La prima resistenza si organizzò spontaneamente intorno al Monte Guglielmo che sovrasta con la sua mole Gardone e con un’incursione alla Beretta, dove furono asportati centinaia di mitragliatori e migliaia di proiettili. Al termine dei combattimenti, delle rappresaglie e delle fucilazioni iniziò anche per la Valle e per Gardone un periodo di pace e di ricostruzione morale e materiale.

La crescita positiva continuò anche nel secondo dopoguerra; crescita continuata fino agli anni ’70.

Non solo industrie sul territorio di Gardone, ma anche servizi. Nel 1969 nasce l‘ospedale, seguita poi, nel 1974, dalla nascita della nuova sede della comunità montana istituita nel 1971. oltre ad essere un polo produttivo di rilievo, è insieme a Sarezzo il centro scolastico più importante della Valle.


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martedì 14 luglio 2015

MANDELLO DEL LARIO



Mandello del Lario è un comune della provincia di Lecco.

Si ritiene che il suolo su cui sorge la cittadina sia formato dalla pianura alluvionale che il torrente Meria ha creato trasportando a valle, verso la foce, grandi quantità di detriti, massi, ciottoli e ghiaia.
Su questa pianura, circondata da fertili colli, alla fine del VII sec. a.C. si stabilirono i Celti (come confermato da reperti archeologici rinvenuti nei dintorni). Dopo la vittoria dei Romani sui Celti a Casteggio (PV) Mandello venne assoggettato dal condottiero romano Marco Claudio Marcello e, insieme ad altre località del lago, divenne un Pagus romano.
Nonostante il borgo sia di fondazione preromana, si ipotizza che il nome della cittadina sia di origine romana e che derivi dal nome «Mandella», di una famiglia aristocratica romana o dal nome proprio «Amandello».
Le prime menzioni scritte che riguardano Mandello risalgono all’epoca dei Longobardi dai quali fu classificata «corte regia», ossia terra di proprietà reale.
Nel 603 il papa Gregorio I, probabilmente a seguito di una contesa con il re longobardo Agilulfo, cedette al conte di Angera tutte le corti regie del Comitato di Milano, fra le quali figurava anche Mandello.
Successivamente Mandello divenne comune rurale dell’alto milanese, «feudo comitale e residenza dei Conti di Mandello» o «Mandelli» che trassero, come di consuetudine ai tempi, il cognome di famiglia dal nome del borgo.
Nel 1117, durante la guerra tra Como e Milano, i Mandellesi si schierarono con i Comaschi a fianco del papa Urbano II, contro i Milanesi appoggiati dall’imperatore Enrico IV. Nel 1126, nel corso della guerra durata ben 10 anni, il borgo di Mandello fu saccheggiato ed incendiato da parte dei Lecchesi e dei Milanesi.
Nel 1154 Federico Barbarossa, sulla via del ritorno verso la Germania dopo la sua prima discesa in Italia, affidò la custodia del paese e della Torre di Maggiana ad Alcherio Bertola, ricco signore del luogo fedelissimo alla causa imperiale.
Nel 1160, quando le città italiane pensarono a rendersi indipendenti dall’impero e si formarono i comuni, Mandello fu tra i primi borghi del lago ad accogliere la novità amministrativa e si costituì in Comune, con consoli, assemblee e magistrati propri.
Durante la lotta tra Visconti e Torriani Mandello, coerente con la sua posizione guelfa, parteggiò per questi ultimi.
Nel 1311 Mandello fu invaso dalle truppe di Cressone Crivelli ed a lui l’imperatore Enrico VII concesse in feudo Lecco e le zone limitrofe.
Nel 1336 Lecco e Mandello passarono sotto il governo di Azzone Visconti; sotto il suo dominio la vita pubblica conobbe un periodo di ordine e di buona amministrazione.
Sul finire del XIV secolo vennero promulgati ufficialmente gli statuti per il borgo e la sua popolazione; il primo podestà, Giovanni De Bombelli, fu eletto il 13 febbraio 1398. Nel 1429 il duca Filippo Maria Visconti concesse alla terra di Mandello alcuni privilegi che vennero confermati ed accresciuti da Francesco Sforza nel 1450.
Durante la guerra tra Milano e Venezia, Mandello resistette alla Repubblica Veneta che, nel 1453, aveva già occupato la Valsassina e minacciava anche Bellano e la riviera orientale del lago.
E’ in questo periodo che il borgo venne ulteriormente fortificato e fu concluso il vallo attorno all’abitato.
Il 23 ottobre 1537 l’imperatore Carlo V concesse il feudo di Mandello e riviera al senatore cremonese Francesco Sfondatri. Gli Sfondatri mantennero l’investitura fino al 1788, anno in cui i Serbelloni fecero domanda per ottenere il «Contado della Riviera» (a cui apparteneva anche Mandello), ma l’anno successivo le leggi napoleoniche abolirono ogni vincolo feudale.
Agli inizi dell'Ottocento vari avvenimenti storici vengono a toccare la realtà mandellese. Nel 1802 La Repubblica Cisalpina diventa Repubblica italiana. Nel 1805 La Repubblica italiana diventa Regno d'Italia. Nel 1809 avviene l'annessione di Abbadia, Linzanico e Rongio, seguiti da Olcio e Somana nel 1812. Nel 1814 avviene la restaurazione austriaca in Lombardia. Un anno più tardi, tutte le recenti unioni comunali vengono annullate. Nel 1821 il governo austriaco autorizzò le prime elezioni municipali a Mandello per l'appena istituito Consiglio comunale. Nel 1824 il governo austriaco inizia l'apertura della statale dello Spluga-Colico-Lecco, come strada di grande interesse militare, i lavori della quale termineranno nel 1832. Nel 1826 viene varato il primo piroscafo a vapore che naviga sul lago e che porta il nome di Lario. Nel 1839 a Giorgio Enrico Falck sr. (1802-1886) ingegnere meccanico, "si deve tecnicamente il primo impianto di laminazione italiano", a Dongo. Avanzano i moti risorgimentali italiani. Il 22 maggio 1848 i mandellesi si uniscono a una grossa colonna di volontari di Lecco che partono per la Valtellina col preciso scopo di proteggere il passo dello Stelvio; sono della partita alcuni componenti della famiglia Pini "gente solida", a Mandello fin dal 1300. Nel 1850 circa, la Badoni&Co. di Castello, Mandello e Bellano si pone alla testa dell'industria siderurgica italiana. Nello stesso anno, Carlo Ferrario fonda l'azienda che è sicuramente la più antica industria mandellese che si possa annoverare; ancora oggi produce fusi per la torcitura che per la loro altissima qualità sono conosciuti ed esportati in tutto il mondo. Nel 1859 diversi esponenti mandellesi, fra i quali i Confalonieri ed i Pini, partecipano a tutte le battaglie risorgimentali. Nello stesso periodo la famiglia Keller, di origine svizzera, gestisce lo stabilimento omonimo, ora vellutificio Redaelli. Nelle immediate vicinanze della Madonna di Debbio è attiva "una immane rupe di bel granito persichino dalla quale furono tagliate le otto colonne che in Como adornano il tempio del Crocifisso della S.Annunciata e ne sostengono le cupole". I vari componenti della famiglia Pini si distinguono nei moti risorgimentali. In questo periodo Mandello è prettamente agricola e gli annuari della diocesi di Como certificano che il numero dei bovini è di circa 1100 unità al giorno d'oggi si è ridotto ad una decina di capi. Mandello fu il primo comune lariano su cui sventolò la bandiera italiana. Le famiglie Badoni e Falck operano industrialmente in Mandello. Enrico II Falck, l'azienda del quale assurge a livello europeo, viene eletto senatore della repubblica italiana. Negli anni tra il 1860-66 cittadini mandellesi partecipano alla conclusione dei movimenti risorgimentali. 1860 - 61 Re d'Italia: Vittorio Emanuele II. Gli abitanti mandellesi sono 3118. 1862: Enrico Falck (1827-1878) sposa Irene Rubini Falck che resterà vedova con i piccoli Luigia, Giorgio e Camilla. Il 24 novembre dello stesso anno, il Consiglio Comunale delibera il toponimo del paese in "Mandello del Lario", delibera approvata l'8 febbraio 1863 con R.D. Nel 1871 gli abitanti mandellesi sono 3250. Nel 1877 è in attività la torcitura Panizza. Nel 1881 gli abitanti mandellesi sono 3498. Nel 1879 si delibera il progetto per la linea ferroviaria Lecco-Colico; nel 1885 si realizza la linea ferroviaria Colico – Sondrio. Il 14 dicembre 1888 nasce a Mandello Alfredo Lanfranconi, padre del P.I.M.E. che il 1º luglio 1937 sarà nominato vicario apostolico, poi dal 1º gennaio 1955 vescovo di Taungngu in Birmania (+ 26 novembre 1959). Del 1893 è l'installazione in Mandello del Velluttificio Redaelli (già Keller) che nella sua attività secolare diventerà noto per la varietà, qualità e ricchezza dei prodotti. Il 1º agosto 1894 entra in funzione la linea ferroviaria Bellano-Colico. Nello stesso periodo sono operanti i filatoi di Carugati e Ferrario e la filanda dei Semenza e Ravasi. Nel 1895 Antonio Carcano, proveniente da Maslianico, dove nel 1880 aveva iniziato la lavorazione dello stagno, si trasferisce a Mandello in località Maglio, nel comune di Somana. Ed utilizza l'alluminio per la lavorazione di carte metallizzate. Attualmente la ACM-Carcano Antonio S.p.a. per i suoi standard qualitativi ha una clientela di portata mondiale. Nel 1899 nasce il cavaliere di Vittorio Veneto Vincenzo Zucchi, storico mandellese che pubblica cinque versioni dell'"Oppidum Mandelli" negli anni 1931, 1946, 1959, 1979, 1990, (+ 1993).

All'inizio del XX secolo Mandello conta 3619 abitanti. Nel 1901 Clemente Gaddi nasce a Somana di Mandello; sarà vescovo di Nicosia, eletto arcivescovo titolare di Darni (con diritto di successione all'Siracusa), quindi vescovo di Bergamo con titolo arcivescovile ad personam (+ 1993). Nel 1902 sulla linea ferroviaria Lecco-Sondrio transita il primo elettrotreno d'Europa. Il 22 maggio 1905 nasce Ambrogio De Battista, che si consacrerà alla missione con il P.I.M.E. e verrà elevato all'ordine episcopale in India il 13 dicembre 1951, divenendo vescovo il 19 marzo 1952 della diocesi di Vijayawada. Si dimetterà il 23 gennaio 1971 per motivi di salute e, di lì a pochi mesi, morirà il 15 dicembre. Nel 1906 inizia l'attività la pluripremiata fabbrica di grattugie Cantoni, tutt'oggi esistente ma in forma minore. Padre Ambrogio Poletti del P.I.M.E. (1905 - 1973), nato a Somana, nel corso della sua missione in Hong Kong è detto "Portinaio della Cina" e "re dei nuovi territori" locali. Nel 1911 gli abitanti mandellesi sono 3770 e nel 1921 sono 3859. Nel febbraio 1921 nasce la Moto Guzzi. Il tecnico Carlo Guzzi, di origine milanese, realizza un prototipo di motocicletta con motore orizzontale. La società mandellese assurge a fama mondiale per le sue circa 3400 vittorie rendendo celebre il nome di Mandello in tutto il mondo e questo non solo per le prestigiose moto, ma anche per le vittorie olimpiche ed intercontinentali nel canottaggio, nell'alpinismo ed in molteplici altre attività sportive. Nel 1930 circa, Giorgio Enrico Falck jr. II (1866-1947) sviluppa l'azienda a livello europeo. Sarà Senatore del Regno d'Italia. Nel 1927 avvengono le annessioni di Olcio, Somana e Rongio. Milano in quel periodo conta un milione di abitanti, Mandello 4600 circa. Nel 1931 gli abitanti mandellesi sono 4638 e nel 1935 è operante in paese il cinema teatro Odeon. Nel 1936 gli abitanti mandellesi sono 5099. Dal 1939 al 1945 si svolge il secondo conflitto mondiale che coinvolge anche il centro abitato di Mandello con la presenza di truppe straniere e tragici episodi fra il centro abitato e le propaggini delle Grigne. Alla cessazione del conflitto, i mandellesi riprendono con vigore le loro attività. Nel 1940 nasce Dante Lafranconi. Sarà vescovo di Savona e Noli ed attualmente di Cremona. Nello stesso anno inizia l'attività il cinema teatro Sociale. Nel 1946 l'ing. Luigi Buzzi, nel verificarsi del "miracolo italiano", fonda la CEMB, che nei decenni si afferma a livello mondiale nella produzione di macchine equilibratrici impiegate in tutti i campi dell'industria e nell'aerospaziale. È contemporanea la creazione da parte dell'ingegner Arturo Gilardoni della "Gilardoni raggi X". Entrata in vigore il 1º gennaio 1948 la Costituzione della Repubblica Italiana, Enrico Falck II (1899-1953), laureato in Scienze agrarie, viene eletto Senatore della Repubblica italiana. La sua disponibilità nei riguardi della nostra cittadina è proverbiale tanto che ".......elargisce, a Mandello, il carbon fossile per l'asilo centrale e quello di Tonzanico; per il ricovero parrocchiale, per la Casa della maternità e per la San Vincenzo....". Nelle olimpiadi di Londra 1948 lo storico "4 senza" della Canottieri Moto Guzzi vince il titolo olimpionico; nello stesso periodo, in paese sorge il cinema teatro Astoria, oggi denominato Cinema Teatro Comunale Fabrizio De Andrè. Nel 1951 gli abitanti mandellesi sono 6550 e, nel rapporto tra cittadinanza e attività produttive, la Mandello industriale risulta essere il primo comune a livello nazionale. Nello stesso anno la cittadina viene raggiunta dal metanodotto. Nel 1956 il dottor Vittorino Gilardoni fonda la Gilardoni Cilindri. A Melbourne, in quell'estate australe (22 novembre – 8 dicembre), il glorioso "4 con" della Canottieri Moto Guzzi composto dagli operai Trincavelli, Vanzini, Winkler, Sgheiz e da Stefanoni al timone vince il titolo Olimpico. Nel 1961 gli abitanti mandellesi sono 8122, e nel territorio comunale sono operanti 350 imprese. Nel luglio dello stesso anno i mandellesi Gigi Alippi e Annibale Zucchi, guidati da Riccardo Cassin, unitamente ad altri tre alpinisti conquistano il monte Mckinley (6168 m), in Alaska. Nell'agosto 1962 il mandellese Pier Lorenzo Acquistapace è presente nella prima cordata italiana, che vince la parete nord dell'Eiger (3970 m), nella Jungfrau in Svizzera. Nel 1971 gli abitanti mandellesi sono 9321 che nel 1981 salgono a 9791 e nel 1991 a 9895. Nel 1992 nasce la nuova Provincia di Lecco e Mandello figura fra le prime cinque cittadine più popolate.

Nel 1992 viene fondato in paese, presso il bar di piazza Roma, il S.U.S.G.I. (Sheffield United Supporter's Group Italia), che riunisce quasi una sessantina di tifosi dell'omonima squadra di calcio inglese dei Blades. L'iniziativa è riconducibile a Mark Fletcher (1964-2002), un inglese trasferitosi a Mandello, dove ha portato la passione per la sua squadra del cuore.

Nel giugno 1996 viene inaugurato il Centro Diurno Anziani, intitolato a Giorgio e Irene Falck.

Uno storico locale, il cavaliere di Vittorio Veneto Vincenzo Zucchi, ha scritto un libro intitolato "Oppidum Mandelli", che racconta dettagliatamente la storia del paese dalle origini fino ai giorni nostri.

Il 24 settembre 2001 il Consiglio comunale, dopo aver attentamente esaminato una petizione formulata da circa 1.300 cittadini contrari all'ipotesi, da il via libera allo svincolo sulla Superstrada (Strada Statale 36), con ingresso e uscita nella frazione di Maggiana. Dell'opera se ne parlava sin dagli anni Ottanta. Il costo dei lavori, 600 milioni di lire, è accollato interamente alla società Agip, che avrebbe costruito un'area di servizio rifornimento. All'epoca, si parlava di realizzare l'opera in un paio di anni (2003). A oggi l'opera è quasi a metà e, comunque, non completata.

Nel 2004 la Moto Guzzi entra a far parte del gruppo Piaggio e, l'anno successivo, Daniele Bandiera ne diventa l'amministratore delegato. Sempre nel 2005 viene a mancare, all'età di 94 anni, l'ingegner Giulio Cesare Carcano, autore del famoso "Otto cilindri" e del motore bicilindrico a V trasversale di 90°, il twins, quello che, con le dovute modifiche culminate nell'8 valvole con camme in testa, è montato tutt'oggi sulle Moto Guzzi.

Nel 2006 viene fondato l'Archivio Comunale della Memoria Locale, con sede presso la Struttura n.3 del Comune (nei locali sotto il Centro Diurno Anziani), che nel maggio 2013 diventa ufficialmente associazione e organizzazione di volontariato. Attualmente il presidente è la professoressa Simonetta Carizzoni, che coordina l'ACML sin dalla nascita.

Nel novembre 2009 viene inaugurata la casetta dell'acqua, in via Fratelli Pini Garibaldini, dietro la piazza del Municipio.

Nel settembre 2010 è stato inaugurato il Torchio di Somana, con rivalorizzazione dell'antico edificio. A fine settembre 2010 viene inaugurata la nuova mensa delle scuole medie Alessandro Volta, in via Risorgimento: può ora ospitare 169 ragazzi in contemporanea.

Il 12 febbraio 2011 vengono inaugurate le nuove sale polifunzionali presso il Lido comunale, che diventeranno, nel giro di poco tempo, l'una un luogo adibito per mostre e l'altra il luogo di allenamento per gli atleti della Canottieri Moto Guzzi.

Il 30 aprile 2011 viene inaugurata la nuova sede del Gruppo Amici Luzzeno (GAL), che viene affidata in concessione per 30 anni, e del nuovo parcheggio, sopra alla sede stessa.

Il 15 maggio 2011 ha fatto tappa in paese l'11ma edizione degli Special Olympics, i giochi olimpici per atleti diversamente abili, organizzati dall'assessorato allo Sport e dalla sezione Arcobaleno della Polisportiva Mandello. Nell'aprile 2012, il Consiglio comunale approva (con 17 voti su 20 e su proposta di 476 cittadini adulti) la nascita del registro telematico e cartaceo per il testamento biologico, primo Comune della Provincia di Lecco ad adottare un tale provvedimento.

Nell'aprile 2013 avviene un passaggio epocale: il Soccorso degli Alpini "Ten. Gildo Molteni" ha un nuovo presidente, Giancarlo Alippi, fino a quel momento vicepresidente. Lo storico presidente, il cavalier Luigi Conato lascia la presidenza, dopo 33 anni di onorato impegno a servizio dell'associazione mandellese, per assumere la carica di presidente onorario.

Il 7 aprile 2013 viene inaugurato, alla presenza di numerose autorità civili e di personaggi del mondo della vela, il nuovo parcheggio di Prà Magno e viene intitolato, come piazzale, alla memoria di Alfio Peraboni, campione olimpionico di vela, alla presenza della figlia.

Il 13 luglio 2011 una potente tromba d'aria è transitata sul paese, creando il panico e numerosi disagi: alcune piante abbattute, soprattutto sul lungolago, in particolare al Lido comunale; alcuni tetti scoperchiati dalle rispettive abitazioni; in alcuni punti del paese l'asfalto è stato sollevato, creando buche pericolose.

Il 17 luglio 2012 viene a mancare il professor Riccardo Zelioli, nato il 14 ottobre 1911, presidente della Carcano Antonio Spa, ma soprattutto riconosciuto in paese come noto filantropo e magnate, sempre dedito alle realtà culturali, sociali e sportive del paese, che non ha mai mancato di sostenere, anche economicamente, in tutti gli anni della sua prestigiosa presidenza.

Il 29 luglio 2013, a poco più di due anni di distanza, un'altra violenta tromba d'aria si abbatte a metà mattinata sul paese: un muro d'acqua e d'aria ha causato numerosi danni, soprattutto nella zona a lago. Uno dei secolari alberi, collocati in piazza Garibaldi (Gera), si è addirittura abbattuto su una macchina, parcheggiata: fortunatamente non c'era nessuno a bordo, perché i proprietari, due turisti, erano in un locale delle vicinanze.

Il 7 settembre 2014, con una cerimonia ben riuscita, viene intitolata la sala civica di Molina alla memoria di Giovanni Poletti, un giovane ventunenne mandellese che, durante la Seconda Guerra Mondiale, venne ucciso, in quanto partigiano, in località Neri (tra Rongio e Luzzeno) il 25 agosto 1944 dai soldati nazifascisti. Oggi i suoi resti riposano nel cimitero di Somana. Il suo sacrificio venne poi ricordato con l'intitolazione anche della Brigata Cacciatori delle Grigne in 89ª Brigata Poletti.

Il 13 settembre 2014, alla presenza di numerose autorità civili (anche dei comuni limitrofi di Abbadia Lariana e Lierna) e militari, viene inaugurata la nuova autorimessa del Soccorso degli Alpini "Ten. Gildo Molteni".

Nel novembre 2014 la nota "Villa delle Rose", sulla Strada Provinciale 72, è divenuta "Villa Lario", con alcuni lavori di ristrutturazione e ampliamento della sala da pranzo.

Il 25 gennaio 2015 viene inaugurata una nuova via in frazione Somana, dedicata a don Giuseppe Peduzzi, storico parroco della frazione (1901-1954).

Il 7 marzo 2015 viene inaugurato il nuovo spazio comunale, nella frazione di Rongio, dedicato a don Lorenzo Milani: in esso è compreso un campo di calcio in erba sintetica e un’area attrezzata con un canestro per il gioco del basket.

Nella notte tra il 7 e l'8 luglio 2015 muore, all'età di 85 anni, il dottor Gianni Comini, storico medico di famiglia. Nel 1958 aveva contribuito attivamente alla costituzione della sezione locale dell'Associazione Volontari Italiani Sangue (AVIS), di cui è stato, fino alla morte, presidente onorario. L'Avis mandellese fu la prima sezione in Italia, proprio per decisione del dottor Comini, a rinunciare all'assegnazione delle medaglie al raggiungimento di un determinato traguardo.

Il vicariato foraneo di Mandello, antica sede plebana, è attestato stabilmente a partire dal XVII secolo. Nel 1651 e ancora nel 1758 la pieve di Mandello costituiva un unico vicariato comprendente le parrocchie di Mandello, Olcio, Lierna, San Lorenzo sopr'Adda (Abbadia Lariana), Crebbio e la viceparrocchia di Vassena, eretta in parrocchia nel corso del XVIII secolo (Ecclesiae collegiatae 1651; Ecclesiae collegiatae 1758); mentre nel 1794 nel vicariato e pieve di Mandello figuravano le parrocchie di Mandello, Olcio, Lierna, San Lorenzo sopr'Adda (Abbadia Lariana), Crebbio, Vassena (Ecclesiae collegiatae 1794).

Secondo quanto si desume dal confronto con la "nuova divisione dei distretti compresi nel Regno d'Italia e spettanti alla diocesi di Como per le scuole normali" compilata nel 1816, la "pieve o sia vicariato" di Mandello comprendeva le parrocchie di Olcio, Lierna, San Lorenzo sopr'Adda (Abbadia Lariana), Crebbio, Vassena (Distrettuazione pievana diocesi di Como, 1816). Il 13 agosto 1858, ad opera del vescovo Giuseppe Marzorati, fu eretta la parrocchia di Sant'Abbondio di Somana, con territorio smembrato dalla parrocchia di San Lorenzo di Mandello (Fondo parrocchie, Somana; Zucchi 1959). Nell'elenco delle parrocchie distribuite per vicariati collocato in appendice agli atti del sinodo celebrato nel 1904, sono indicate come appartenenti al vicariato di Mandello le parrocchie di Mandello, Abbadia sopra Adda (Abbadia Lariana), Crebbio, Lierna, Olcio, Somana, Vassena (Elenco delle parrocchie, 1905). Con decreto 16 novembre 1934 del vescovo Alessandro Macchi fu eretta all'interno del vicariato di Mandello la nuova parrocchia del Sacro Cuore di Mandello del Lario (decreto 16 novembre 1934 a) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1934).

Il vicariato foraneo di Mandello cessò di esistere solo con la revisione della struttura territoriale della diocesi di Como attuata nel 1968. Con il decreto 29 gennaio 1968 del vescovo Felice Bonomini, mediante il quale vennero abolite le vicarie fino ad allora esistenti, il territorio della diocesi di Como venne diviso in zone pastorali, comprendenti uno o più vicariati foranei; le parrocchie dell'antico vicariato di Mandello furono comprese nella zona pastorale X Grigne e nel vicariato di Mandello (decreto 29 gennaio 1968) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Il vicariato di Mandello, coincidente con la zona pastorale X delle Grigne, comprendeva le parrocchie di Abbadia Lariana; Crebbio; Lierna; Sacro Cuore, San Lorenzo di Mandello; Olcio; Somana (decreto 29 gennaio 1968) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). La struttura vicariale così delineata venne adeguata con il decreto 10 aprile 1984 del vescovo Teresio Ferraroni (decreto 10 aprile 1984) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984).

Dal Giovedì Santo del 2011, che correva in data 21 aprile, il Vescovo di Como Diego Coletti ha ripristinato il XVII Vicariato - Vicariato di Mandello e abolito la zona pastorale X - Grigne.

L'attuale Consiglio Pastorale Vicariale (CPV) è in carica dal 2011 al 2016.

In passato era diffusa la coltivazione di olivi e viti, che ora rimane solo a livello personale e poco diffusa. Nella frazione di Maggiana, fino alla seconda metà del Novecento, veniva coltivato il gelso bianco per l'allevamento del baco da seta. La seta veniva lavorata nella filanda locale, che ora è una casa abitata. Con l'affermarsi delle fibre sintetiche, l'allevamento del baco da seta è andato scomparendo in tutta la regione e, con essa, anche la coltivazione del gelso.

Oggi l'economia del paese si basa soprattutto sull'industria, in particolare quella metalmeccanica e quella manifatturiera. Alcune di queste aziende sono note e rinomate in tutto il mondo.

Il Vellutificio Redaelli, che era nato nel 1893 e ha cessato l'attività nel 2012; lo stabilimento, dove lavoravano circa 80 dipendenti, è stato acquisito nel settembre 2012 dal gruppo veneto Marzotto e, a inizio febbraio 2013 viene annunciato che sull'area industriale ci sarà una modifica di destinazione uso; dalle ceneri dello stabilimento del vellutificio, nasceranno una piscina e un auditorium, che saranno edificati dalla Redaelli Spa; all'interno della villa, di proprietà della famiglia Redaelli, sarà invece costruito un albergo a cinque stelle
Il paese di Mandello del Lario ha ricevuto molti riconoscimenti sportivi mondiali grazie ai suoi atleti e olimpionici della Canottieri Moto Guzzi.

Secondo lo statuto comunale, il territorio comunale comprende, oltre al capoluogo, le frazioni di Olcio, Maggiana, Moregallo, Piani Resinelli, Rongio e Somana.



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giovedì 9 luglio 2015

LECCO



Quel Ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto seni e golfi, a seconda dello sporgere e rientrare di quelli, vien quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa , e l’Adda ricomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due  monti contigui, l’uno detto di San Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai suoi molti cocuzzoli in fila.

Lecco ha ottenuto nel 2013 il titolo Città alpina dell'anno.

Capoluogo dell'omonima provincia in Lombardia, la città è situata sul lago di Lecco, ramo orientale del lago di Como, e sulla sponda sinistra del fiume Adda, tra i monti della Grigna e dalla cresta del Resegone. Crocevia strategico per la Valtellina, Lecco assunse crescente importanza durante il Medioevo a seguito dell'annessione al Ducato di Milano che le conferì l'attuale impianto urbanistico ma fu sotto il dominio austriaco, nella seconda metà dell'Ottocento, che la città attraversò un periodo particolarmente fiorente ereditando uno stile neoclassico di pregevole bellezza testimoniato dalla presenza di portici coperti ed eleganti palazzi.
Inclusa dal 2007 nell'ente della Regio Insubrica, è celebre per essere il luogo in cui Alessandro Manzoni ambientò il romanzo de I Promessi Sposi, che costituisce la più significativa eredità culturale lecchese, oltre ad affermarsi fra Ottocento e Novecento come uno dei primi centri industriali in Italia.

Nei tempi antichissimi la zona di Lecco, come molte altre, era interamente coperta da enormi strati di ghiaccio. Comparvero allora gli animali preistorici, i mammouth, dinosauri, orsi, cervi che a torme percorrevano le terre disabitate dell'Europa. I grossi lastroni di ghiaccio si sciolsero a poco a poco, lasciando vedere la terra, che cominciò a rivestirsi di fitti boschi. Dai monti cominciarono a scendere i corsi d'acqua, e nella conca lasciata dal ghiaccio, si formò il lago. Attualmente i monti, un tempo assai più alti e coperti da foreste di conifere entro le quali girovagavano il lupo e l'orso, sono quasi nude e solo qua e là crescono alcuni larici e pini. Qualche osso di questi mastodontici animali fu trovato nel "Buco del Piombo" presso Erba, nel "Buco dell'Orso" presso Laglio, nel "Buco Laorca" sopra Lecco. Ben presto la razza umana si estese su tutta la superficie della terra lasciata libera dal ghiaccio ed anche la zona di Lecco, a poco a poco si popolò di gente che, come tutti gli altri uomini primitivi, viveva di caccia e di pesca e si vestiva con pelli di animali catturati. Gli abitanti del nostro territorio si dedicarono alla pastorizia e all'agricoltura, più tardi si dettero  anche al commercio e,  navigando sul lago e sul fiume Adda, scambiarono i loro prodotti con gli abitanti delle terre vicine: specialmente con la Valsassina e la Brianza. Gli storici sostengono che poco prima del 1000 avanti Cristo, giunsero tra noi i Liguri. Questi però non avevano le tradizioni marittime, ma caratteri legati alle pianure, e ai paesi a settentrione delle Alpi. I Liguri, mescolandosi con le genti locali, originarono la civiltà di Golasecca, da noi si sono rinvenuti alcuni oggetti,  anelli e spille a Olate, Ballabbio e Introbio. Poi giunsero i Celti o Galli (alti di statura e rossicci, i popoli locali li chiamarono Orobi che significa provenienti dalle montagne) popolo nomade e barbaro proveniente dalle Alpi, i quali fondarono la città di Barra e Luciniforo in posizione un poco elevata. Barra sorgeva sulle falde del Monte Barro, mentre Luciniforo sorgeva sul colle di Santo Stefano, ai piedi del Monte S.Martino. I Celti sono stati i migliori organizzatori della vita dei villaggi in quel tempo, infatti ad essi sono stati attribuiti molti nomi dei paesi. Così è possibile che Lecco prenda il nome dalla tribù dei celti Leuki, oppure che si riferisca a vocaboli indoeuropei (il celtico a quei tempi era un lingua indoeuropea): Locas, Lucus, Leucos, che equivalgono a campo o paese. Nel 196 a.C. i Romani occuparono Como e molti castelli celtici della zona. Questi tramandarono il ricordo delle principali città che trovarono sul loro cammino: Como, Barra, Liciniforo. Si pensa che Barra corrispondesse alla città che le cronache del medioevo, intorno al 1340 circa, ricordavano come più importante di Milano.

Secondo gli studiosi, tra cui Antonio Stoppani l’iniziatore della geologia e della paleontologia lombarda, prima dell’apparizione dell’uomo, la Valsassina e la conca di Lecco erano occupate da un ghiacciaio. Con lo scioglimento dei ghiacciai, comparvero gli animali, poi i rettili come Lariosauri e Mosasauri, i cui resti si trovano pietrificati nelle rocce del Resegone e della Grigna. Il clima divenne poi più caldo, emersero le terre e nelle vallate correvano rinoceronti, orsi, qualche traccia dei quali si ebbe in varie caverne della zona. Parecchie migliaia di anni dopo vennero gli uomini; le prime testimonianze risalgono a circa 100.000-35.000 di anni fa, nel periodo Paleolitico Medio con ritrovamenti che indicano un sito frequentato da un gruppo di cacciatori neanderthaliani, altri ritrovamenti risalgono al periodo Paleolitico superiore 35.000.10.000 di anni fa. All’inizio del Mesolitico il clima divenne più mite, permettendo all’uomo condizioni di vita migliori, la sopravvivenza era basata sulla caccia, iniziarono la prime scoperte quali l’arco, e le reti per la pesca. Le abitava erano collocate sulle alture e ci sono armi e oggetti vari che ne testimoniano il passaggio. Con l’inizio del Neolitico si diffuse l’agricoltura e l’allevamento, con la produzione della ceramica e degli utensili in pietra levigata. In seguito, alla fine del periodo neolitico e con l’inizio dell’età del bronzo(2200-1650 a.C.), si sviluppa la cosiddetta “civiltà di Polada”, stabilita su villaggi di palafitte, dove sono stati ritrovati rozzi vasi di terracotta, somiglianti ad altri trovati in Jugoslavia e datati intorno al 1500 avanti Cristo.

Poco prima dell’anno 1000 a.C. alcune popolazioni di Galli e Celti emigrarono nel territorio lecchese per motivi di commercio. Ai Celti si richiamano alcuni toponimi locali, vedi il caso della radice bar e della scoperte della città di barra, situata sul monte Barro. Anche lo stesso nome Lecco deriva molto probabilmente dal celtico Leuki, oppure dai vocaboli indoeuropei Locas, che Capo Celtico significa campo, o Locus ,Centurione Romano che significa paese. I Celti furono un popolo evoluto e colto, che conosceva avanzate tecniche agricole, che costruì città e coniò monete, che ebbe una spiritualità molto elevata, legata al mondo della natura e delle forze cosmiche, e un grande senso dell'onore e della libertà, ed anche una civiltà che ci ha lasciato numerose testimonianze di grande abilità artistica: armi gioielli di pregevole fattura.
Dopo la dominazione Celtica fu la volta di quella Romana che avvenne intorno al 196 a.C.: le terre del Lario si arricchirono di ville patrizie. Il nome Lario deriva infatti dagli antichi romani, che lo chiamarono Larios Lacus Comancinus, o anche Lago Giardino. Giulio Cesare, ritornando vittorioso dalla Gallia, si fermò a Lecco e concesse agli abitanti del territorio la “cittadinanza romana”, elevando il borgo di Lecco a “Municipio di Roma”. Lecco era divisa in villaggi raggruppati intorno al borgo principale, però, benchè ciascun villaggio ricevesse un solo nome, al territorio rimase sempre il nome collettivo di “Leucum”, a significare un complesso di abitazioni ordinati sotto un governo comune. Dei Greci dell’Italia meridionale vennero mandati come coloni fra noi e ad essi risalgono alcuni nomi di località del lago, come Dervio o Corenno.
Nell’età imperiale abbiamo molte testimonianze della vita Romana, che conservava però forti tradizioni celtiche. Lecco era probabilmente centro di un distretto militare per la difesa del lago di Como. Da Lecco o dal suo territorio passava una grande strada militare, proveniente da Aquilea e diretta alle Alpi. Essa varcava l’Adda a sud di Lecco sul ponte di Olginate, di cui restano cinque piloni semi sommersi dall’acqua.
Tra il 489 ed il 493 d.C. fu la  volta degli Ostrogoti. Tra il 535 ed il 553 il lecchese venne interessato dalla spaventosa guerra greco – gotica e dalle devastanti orde barbariche.
Dopo un breve periodo di pace, durato solo sedici anni, i Bizantini, vincitori sugli Ostrogoti, vennero attaccati da un nuovo e più forte popolo barbarico: i Longobardi.
Nel maggio del 569 d.C. essi assaltarono il castello di Lecco, chiamato anche castello bianco a causa del pietrame bianco con cui era costruito, i bizantini opposero una forte resistenza, ma nonostante tutto il territorio passò nelle mani dei Longobardi e fu diviso in ducati e iudiciarie. I Longobardi non si occuparono solo di questioni militari, ma col sistema delle corti favorirono lo sviluppo agricolo della campagna.
Un personaggio molto importante di quel periodo fu la regina Teodolinda, che divenne un mitico personaggio benefico a cui attribuire il merito di quasi tutte le buone iniziative dei secoli di dominazione Longobarda.
Tra la fine del V e l’inizio del VI secolo iniziarono a formarsi i primi nuclei cristiani, attestati dai vari ritrovamenti di lapidi a S. Stefano e di capelle a Garlate. Nel secolo seguente i Longobardi ariani giunsero a sconvolgere le appena costituite comunità cristiane di fedeltà romana e, solo verso il VII secolo, si assiste a un ritorno dell’ortodossia, anche in seguito all’invio di missionari del pontefice romano.

Nell’800 il dominio Longobardo declinò con la sconfitta del re Desiderio da parte dei Franchi.
Anche se l’impero Carolingio ebbe breve durata, dall’800 all’887, il sistema feudale che si sviluppò in quegli anni caratterizzerò il periodo del così detto Regno Italico che va dalla deposizione di Carlo il Grosso all’incoronazione di Ottone I° di Savoia.
In questo periodo i Vassalli italiani acquistarono un grande potere, formando il “comitato di Lecco”. Una delle maggiori famiglie feudali fu proprio quella dei Conti di Lecco che, per un certo periodo, furono a capo di tutta la Marca Settentrionale o  Lombardo – Emilia.
Intorno al X secolo, in seguito a una rivolta delle famiglie comitali contro l’imperatore Ottone I a favore del re Berengario, subito soffocate, la corte di Lecco passò nelle mani dell’arcivescovo di Milano.
Nel 1117 scoppiò una guerra che, nei dieci anni della sua durata, coinvolse tutti i paesi del lago di Como e Lugano contro Milano. I Lecchesi presero parte allo scontro nel 1225, con una flotta di 30 navi con la quale assediarono Como e incendiarono parte della città avversaria.

Intorno al 1400 Lecco era al centro di diverse contese tra i signori di Milano, i Visconti, e i signori di Bergamo e Brescia, i Malatesta. Di queste dispute si hanno molte prove, ma la più importante e la più vicina a noi è depositata nell’archivio della parrocchia di Acquate.L’altare era stato spostato in avanti di due braccia e arricchito di molte reliquie, tra le quali un po’ di incenso dei Magi. Fra i testimoni presenti alla cerimonia è indicato Antonius de Capellis de Placentia potestas Leuci quale rappresentante di Pandolfo Malatesta signore di Brescia, Bergamo e Lecco. Questo è forse l’unico documento che si conservi nel quale Malatesta è dichiarato signore di Lecco. Queste contese erano un continuo avvicendarsi di riconquiste e perdite del borgo e della rocca di Lecco, e di continue alleanze soprattutto con la Repubblica Veneta, con assedi che duravano anche parecchi mesi. Il principale contendente di queste dispute nei confronti del Malatesta, era il prode capitano Francesco Carmagnola mandato dai signori Visconti. Un altro documento che riporta la testimonianza del dominio Malatestiano risiede nei 1400 Codici Malatestiani, conservati tuttora negli Archivi di Stato, dove si trova un’annotazione sul ponte di Lecco e il castello sopra di esso, in cui si legge che nel marzo del 1409 questi venivano venduti al comune di Bergamo per la somma di lire mille. Di questo acquisto da parte di Pandolfo Malatesta non si sono trovate spiegazioni, sembra però che l’interesse era soprattutto per il castello sopra il ponte. Molte di queste battaglie avvenivano anche sul lago, infatti si trovano in vari archivi (tra cui i codici malatestiani) molte annotazioni di richieste di materiali e manodopera per riparazioni a costruzioni di nuove imbarcazioni. Uno di questi dice: "Item per spese sostenute da lui fatte per mandato del Magnifico ed eccellentissimo signore il signor nostro su proposta del signor Bartolomeo de Bagarotis nell’anno 1418, e precisamente: a ser Pietro Amelongo per un conto relativo a certe bombarde; per la riparazione di una nave grande; per 39 brente; per chiodi forniti per la suddetta nave".
Numerosi erano allora i tipi di imbarcazione da guerra: brigantini, scorabiesse, barbote, ganzezze. Quest’ultime erano molto veloci nella navigazione, superavano le scorabisce, navi lunghe e rostrate, come pure superavano le barbotte, navi di maggiore capacità. Altri tipi erano le navette, i burchielli, le barchette, le navi grandi, le navi con ponti, i redeguardi, i redeguardi grandi e i galeoni.Alcune navi da guerra portavano fino a 600 uomini. I costruttori Lariani erano molto richiesti per la loro maestria, anche all’estero. Nel 1512 nasce il patto di Teglio, seguito alla pace di Lodi che strappava a Milano la Valtellina, insinuandola nella signoria dei Grigioni.
Il Capitano di ventura Gian Giacomo dé Medici, che riordinò la fortezza di Lecco, s’impadronì del luogo, coniò delle nuove monete con la sua effige con l’inscrizione conte di Lecco. Tutto questo lo fece contro il volere dell’imperatore Carlo V, il quale s’era impegnato a restituire a Francesco Sforza l’antico ducato di Milano. L’accordo che concluse in un primo tempo la contesa fra l’Imperatore e Gian Giacomo, soprannominato il Medeghino, prevedeva che al Medici restassero Lecco, la Valsassina e le tre pievi. Ma nel 1532, in seguito alle guerriglie successive, gli intrighi, le congiure, le alleanze, i tradimenti nella grande lotta di predominio sull’Italia tra Francia e Spagna, gli fu imposta la sua rinuncia ai territori di Lecco.

Passata sotto la dominazione degli Sforza, in seguito alla morte di Francesco II rimasto senza eredi, Lecco fu ridotta in proprietà da Carlo V, salutato vincitore: Lecco, sotto gli Spagnoli, con i forti di Fuentes e di Trezzo, diventa caposaldo della difesa nord-orientale del milanese.
Nel 1609 il conte di Fuentes restaurò il ponte distrutto dal Medeghino su undici archi, per complessivi 131 metri
Poi vi fu l'invasione dei Lanzichenecchi, guidata da Rambaldo di Collalto, avvenuta nel 1628. Erano circa 36.000 e dove passavano distruggevano tutto e rubavano. Si fermarono soprattutto nella zona ora rione di Olate e li lasciarono la terribile malattia della peste, spentasi solo nel 1631. Questa famosa epidemia, che fece orrenda strage, fu descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi . Dei 4.000 abitanti circa del territorio lecchese, dominato allora dagli Spagnoli, ne morirono oltre 500. Gli ammalati di peste venivano curati nel Lazzaretto, un recinto con tante baracche di legna , che si trovava dove ora sorge l'ex caserma dei militari, località che ancora oggi viene chiamata comunemente "Lazzaretto". Più tardi i Francesi occuparono la Valtellina, minacciando Lecco dall’alto lago, ma si opposero concordi Milanesi e Spagnoli.
Nel 1700 ha fine la dominazione spagnola e Lecco, travolta nella contesa austro - francese - russa per il dominio della Lombardia, è coinvolta nelle tre  guerre successive, spagnola, polacca, ed austriaca.
Il 16 aprile 1704 passa da Lecco il marchese Davia, che occupa il castello di Fuentes in nome dei Tedeschi minacciati da Francesi e Spagnoli.
Nel 1746 la dominazione austriaca è ormai definitiva nel territorio lecchese; l’imperatrice Maria Teresa si pone a capo delle pievi di Bellano, Mandello, Varenna, e Valsassina il comune di Lecco.
Fra il 1773 e il 1777, il governo Austriaco fa costruire il canale di Paderno, con grande incremento commerciale tra il Lario e Milano, con il massimo beneficio a Lecco. Pochi anni più tardi, l’imperatore Giuseppe II visita, il 24 giugno 1784, la città di Lecco egli ordina la soppressione del capitolo parrocchiale del convento di San Giacomo in Castello. L’Austria cerca di opporsi all’invasione francese, il governo imperiale regio indice una pubblica sottoscrizione, ma Lecco avrebbe risposto alle sollecitazioni della corte di Vienna.
Con la discesa di Napoleone e la formazione, nel 1797, della Repubblica Cisalpina, la "Riviera di Lecco" viene a far parte del dipartimento della Montagna che comprendeva 170.000 abitanti e godeva del diritto d’inviare dodici rappresentanti al corpo legislativo. Tuttavia anche la dominazione francese non è accolta senza opposizioni: una donna, di notte, sega ed abbate l’albero della libertà che i francesi avevano alzato come loro consuetudine.
Alleatasi alla Russia durante la campagna napoleonica in Egitto, l'Austria batte i Francesi a Trezzo sull'Adda, a Cassago d'Adda e quindi a Verderio. A Lecco viene minato il ponte visconteo e uno scontro tra austro-russi e francesi ha luogo tra il 25 e il 26 aprile 1799, con la vittoria dei francesi.
Ecco come viene descritta la battaglia a Pescarenico:
< Appena il primo reggimento russo si mostrò in vista del ponte di Lecco, i carabinieri francesi dell’eroica decimottava leggera, uscita dai loro trinceramenti, corsero incontro a quei soldati che venivano dipinti come spaventosi colossi invincibili. Piombati su questi con le baionette incrociate, ne fecero un grande sterminio e i russi vennero respinti. Di qual mirabile coraggio non arsero allora i petti dei nostri prodi! Volevano, tale era il loro linguaggio, far pentiti del viaggio quei barbari tracotanti, venuti a frammentarsi in una guerra che non era la lora.>
Lo scontro è ricordato anche da un stampa conservata al museo del Risorgimento di Milano, ma con una datazione erronea e l'episodio è stato tramandato da una lapide posta in una casa a Pescarenico, sui muri della quale, fino a pochi decenni or sono, erano visibili i segni delle granate e dei proiettili francesi.
Lecco è ripresa dai Francesi il 6 giugno 1800. Nella corrispondenza di Napoleone col vicerè d’Italia appare quanta importanza egli annettesse alla posizione a al mantenimento di questa testa di ponte, che raccomandava vivamente, da Parigi, di fortificare.
Nel 1808, quando viene costituito da parte del Regno Italico il Consiglio delle Miniere, la zona del Lario viene terza nell'estrazione e lavorazione del ferro, con una cavatura di 2.000 tonnellate di minerale, otto altiforni e una cinquantina di fabbriche.
Nel 1814 l’esercito austriaco riprende possesso del territori, sopprimendo il tribunale e le giudicature; nel 1815 Lecco è capoluogo d’un distretto austriaco.
Come ad ogni invasione, la miseria e il colera si diffondono per tutto il Lecchese, raggiungendo una punta massima nel 1817. Ma la reazione degli abitanti è degna d'un popolo forte: alla malattia e alle condizioni economiche disastrate essi risposero con l'ampliamento delle loro industrie.

Nel 1847 i Lecchesi danno l'assalto alle imbarcazioni dirette verso l'alto lago a portare, nel Canton dei Grigioni, lo scarso grano raccolto nei territori, grano peraltro insufficiente al bisogno della popolazione. L'esempio viene seguito dagli abitanti di Malgrate e di Parè, nonchè da quelli di Olginate, i quali vedevano nella spedizione del grano oltre confine una manovra speculativa del governo austriaco e, contemporaneamente, un tentativo di sedare con la fame il malcontento contro il governo imperiale. Alla notizia dell'insurrezione di Milano, il 18 Marzo 1848, i cittadini d'ogni classe offrono denaro, vengono raccolte 32.000 lire, si formano schiere di volontari.
Le officine Badoni e Cima di Castello offrono due cannoni alla causa Italiana. Il 20 Marzo il presidio austriaco è disarmato,Cannone con due inservienti italiani nel risorgimento il 21 i Lecchesi partecipano ai combattimenti per la liberazione di Monza e proseguono per Milano, attaccando gli austriaci al Dazio e combattendo le ultime due delle "Cinque giornate di Milano", a fianco dei Milanesi insorti.
Nell'Agosto del 1848, ritornati a Lecco gli austriaci, i Lecchesi seppellirono sotto il letto della fiumicella il tricolore che avevano fatto sventolare combattendo a Monza e Milano, e la bandiera verrà dissotterrata in anni migliori, quando Lecco offrirà, alle successive guerre d'indipendenza, alle spedizioni garibaldine, ai moti mazziniani, i suoi figli più ardimentosi. Di questi i più famosi furono i fratelli Torri Tarelli che combatterono con Garibaldi nelle guerre del 1848 e del 1859: Carlo a Mentana, Battista combattè a Varese- Tommaso nella guerra del 1859, Giovanni morì nelle acque del lago mentre recava armi a Milano e Giuseppe morì a Palermo durante la spedizione dei "Mille" in Sicilia.
Nel 1859, padrone ormai del lago, Garibaldi scese da Como con i vapori verso Lecco. Tutte le insegne austriache erano sparite ed innalzati al loro posto i tricolori. Verso le 10 del mattino del 10 giugno 1859 Garibaldi giungeva all’altezza di Mandello: uno sciame di barche piene di gente festosa si staccò dalle rive e circondarono i battelli dei Garibaldini. Dopo mezz’ora di sosta, la navigazione fu ripresa e verso mezzogiorno i Cacciatori delle Alpi entravano in Lecco. La municipalità Lecchese emise un proclama di cui si conserva il prezioso autografo.

Garibaldi a Lecco dal balcone dell’Albergo Croce di Malta, fece un breve discorso. Alla sera riprese immediatamente la strada incamminandosi verso la terra bergamasca, dopo aver provveduto a far fortificare, con lavori di terra e fascine, il rione di Chiuso, e lasciando un piccolo presidio armato. Tutte le testimonianze sono concordi nell’affermare che il passaggio di Garibaldi a Lecco fu caratterizzato da manifestazioni eccezionali di entusiasmo e gioia.
Garibaldi fece ancora due soste a Lecco, esattamente il 9 giugno 1859 proveniente da Pontida per recarsi a Milano, e il 26 giugno, quando pernottò a Lecco ospite dell’Albergo Croce di Malta. La mattina dopo, coi piroscafi, i Cacciatori delle Alpi raggiunsero Colico, ove incominciarono la marcia verso la Valtellina.

Nel 1784, con il provvedimento dell’Imperatore Giuseppe II D’Austria, che tolse il carattere militare, il borgo ottenne la possibilità di demolire le mura e le fortificazioni uscendo dal territorio ed allargando i propri confini. Il processo di allargamento è comunque lento anche dopo la proclamazione a città nel 1848 ottenuta per meriti patriottici. Agli albori del 1900 viene a delinearsi un comprensorio di comuni con interscambi quotidiani industriali, commerciali, amministrativi e di servizi. I comuni del territorio usufruivano, ad esempio, dello stesso ospedale, delle scuole di avviamento, dei pompieri, della stazione ferroviaria, degli uffici statali, delle banche ecc.. Ragioni che sostengono l’iniziativa di unificare l’amministrazione in un unico comune.Al Ministero dell’Interno venne presentata la richiesta di aggregazione a Lecco di nove comuni e di due frazioni attigue: Castello sopra Lecco, Rancio, San Giovanni alla Castagna, Laorca, Acquate, Germanedo, Maggianico, Malgrate, Pescate e le due frazioni al di là del ponte di Ponte Azzone Visconti e S.Michele del Comune di Galbiate.Nel 1923 un primo provvedimento unì sei comuni, rimasero esclusi Malgrate e Pescate, mentre Maggianico cedette solo una parte del proprio territorio: le due località di S.Ambrogio e Belledo. Non proprio contenti di aver perso la propria autonomia furono i comuni di Castello, Rancio, S. Giovanni e Laorca. Primo sindaco della grande Lecco fu il Dr. Angelo Tubi eletto nel 1926. Il cammino per l’unificazione si conclude nel 1928 quando, l’intero Comune di Maggianico, comprendente anche i paesi di Barco e Chiuso, verrà unito a Lecco configurando gli attuali confini delineati dal lago e dai monti S. Martino, Resegone e Magnodeno sino alla rocca dell’Innominato che, da confine fra la Repubblica di Venezia ed il Ducato di Milano nei tempi andati, ora ne determina la provincia di Como e di Bergamo. Nel medesimo anno si inaugurò l’attuale sede municipale alla presenza di Vittorio Emanuele III in visita alla città. La città di Lecco è ora articolata in tredici rioni che si richiamano per lo più appunto agli antichi comuni da cui è sorta e in quattordici parrocchie rette con una Prepositura. Fanno corona ulteriori 22 nuclei secondari: Arlenico, Barco, Bonacina, Bione, Brogno, Cabagaglio, Castione, Cereda, Coltogno, Costa, Falghera, Garabuso,  Gera, Malavedo, Malnago, Missirano, Movedo, Vignola, Prato La Valle, Pometo, Varigione,  Versasio.

La città in seguito si sviluppò di pari passo con il paese, fu centro di aspre lotte sindacali per il miglioramento delle condizioni negli stabilimenti tessili e dovette pagare un enorme tributo di sangue nel corso delle due guerre mondiali, furono molti i caduti ricordati nei numerosi monumenti presenti in città. Tra il settembre del '43 e l'aprile del '45 Lecco si distinse nella resistenza ed è quindi tra le Città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione perché è stato insignito nel 1976 della Medaglia d'Argento al Valor Militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale.

Il primo piano urbanistico della città si ebbe intorno al 1450 quando il centro storico era racchiuso in una cinta muraria dall'inusuale forma triangolare avente la base rivolta verso il lago e il vertice a monte dove oggi restano gli unici resti della fortificazione nei pressi della biblioteca civica. In prossimità delle mura esisteva un fossato il cui riempimento era assicurato dalle acque del torrente Gerenzone che proprio in corrispondenza del vertice di Porta Nuova esso si divideva in due rami per poi immettersi nel golfo. Le mura iniziavano nei pressi del molo cittadino dove sorgeva la Porta di Santo Stefano per poi proseguire in direzione est verso l'attuale basilica dove sorgeva il Torrione la cui base circolare di questa torre è ancora visibile poiché su di essa si innalza il celebre campanile simbolo della città. Oltrepassata la torre, le mura seguono il percorso dell'attuale Via Bovara per giungere al vertice di Porta Nuova dove era ubicata, oltre ai due ponti levatoi d'ingresso al borgo, anche la casa del comandante della Piazzaforte. Da qui le mura discendevano con andamento regolare verso le odierne Via Cavour e via Mascari dove sorgeva il terzo ingresso al borgo nonché il principale detto Porta di Milano o Porta di San Giacomo. La torre adiacente che si trova fra il lago e l'antica Piazza Grande è tutto ciò che resta del castello la cui area superava i 1000 m².
Nei secoli successivi le mura subirono poche modifiche fino all'arrivo degli spagnoli quando le torri e il castello caddero in rovina o vennero trasformate in abitazioni. Con l'introduzione dell'artiglieria a fuoco infine, l'importanza delle fortificazioni persero efficacia e, fra il 1782 e il 1784, tramite il provvedimento di Giuseppe II d'Austria che ne abolì la Piazzaforte, il borgo ottenne la possibilità di demolire le mura e le fortificazioni esistenti. Il processo di allargamento rimase comunque lento nonostante lo sviluppo dei nuclei di Pescarenico a sud e Castello sopra Lecco a est dopo l'arrivo della ferrovia. Nel 1848, per meriti patriottici, il borgo fu proclamato città e, intorno al 1900, si creò un comprensorio di comuni con interscambi quotidiani industriali, commerciali, amministrativi e di servizi usufruendo, ad esempio, dello stesso ospedale, delle scuole di avviamento, dei pompieri, della stazione ferroviaria, degli uffici statali e delle banche. Queste furono le motivazioni che sostennero l’iniziativa di unificare l’amministrazione in un unico comune così da presentare al Ministero dell'Interno la richiesta di aggregazione a Lecco di nove comuni e di due frazioni attigue. Nel 1923 un primo provvedimento unì sei comuni (rimasero esclusi Malgrate e Pescate) mentre Maggianico cedette solo una parte del proprio territorio: le due località di S.Ambrogio e Belledo. Primo sindaco della grande Lecco fu il Dr. Angelo Tubi eletto nel 1926. Il cammino per l’unificazione si conclude nel 1928 quando, l’intero Comune di Maggianico, comprendente anche i paesi di Barco e Chiuso, verrà unito a Lecco configurando gli attuali confini delineati dal lago e dai monti S. Martino, Resegone e Magnodeno sino alla Rocca dell’Innominato. Nel medesimo anno si inaugurò l’attuale sede municipale alla presenza di Vittorio Emanuele III in visita alla città. I rioni richiamano per lo più appunto agli antichi comuni da cui è sorta e in quattordici parrocchie rette con una Prepositura. Fanno corona ulteriori 22 nuclei secondari: Arlenico, Barco, Bonacina, Bione, Brogno, Cabagaglio, Castione, Cereda, Coltogno, Costa, Falghera, Garabuso, Gera, Malavedo, Malnago, Missirano, Movedo, Vignola, Prato La Valle, Pometo, Varigione e Versasio.
L'aumento considerevole della popolazione e delle industrie ha portato, negli anni settanta, alla pianificazione a livello comunale, affidando la programmazione delle nuove espansioni a strumenti urbanistici (Piano Regolatore Generale). Nel periodo vengono ampliati anche i servizi, con la costruzione del nuovo ospedale e del campus universitario.

La storia economica di Lecco ha attraversato tre fasi ben distinte: quella serica, quella siderurgica e quella edilizia. Oggi, invece, sviluppate sono l'attività commerciale e l'industria, in particolare metalmeccanica, siderurgica ed elettrotecnica. Lo sviluppo altomedievale della città spiega la particolare forma urbana, costituita da una serie di quartieri poco distanti specializzati originariamente in settori completamente differenti l'uno dall'altro. I quartieri addetti alla produzione serica con filatoi e filande posti lungo la valle del Gerenzone accolsero numerose industrie del ferro, i quartieri agricoli ai piedi del Resegone, il quartiere dei pescatori (Pescarenico), il quartiere militare (Castello) e il Borgo, luogo del mercato e degli scambi sulla riva del lago.

Durante la sua prima fase industriale (Settecento - metà Ottocento) Lecco fu caratterizzata dalla presenza di attività di pesca e numerose filande per la produzione serica. Esse rappresentavano praticamente la totalità delle attività industriali di tutto il lecchese. Dopo la metà del XIX secolo si ha un veloce declino della lavorazione della seta. Rimangono a Lecco alcuni edifici ex filande, poi trasformate ad uso residenziale.
Durante la seconda fase industriale (fine Ottocento - metà del Novecento) Lecco diviene una delle prime città industriali d'Italia con il sorgere sul suo territorio di numerose acciaierie ed una quantità elevata di industrie utilizzanti il ferro per i più diversi scopi. Molte aree allora periferiche furono urbanizzate con capannoni di grandi dimensioni, colmando gradualmente il territorio della conca tra il lago ed i monti, storicamente insediata in piccoli paesi isolati intorno alla "Lecco murata".
Nella seconda metà del Novecento le crisi delle grandi industrie italiane causarono l'inizio di un rapido processo di smantellamento delle principali acciaierie cittadine, e con esso l'avvento di una terza fase in cui Lecco trova la sua ricchezza nel settore terziario, nel turismo e nell'esplosione dell'edilizia.
Delle antiche e gloriose fabbriche seriche non ne sopravvive neanche una, delle acciaierie sopravvive solo l'Arlenico (di proprietà del gruppo Lucchini Piombino spa); delle altre attività industriali sono sopravvissute alla fine della Seconda Fase poche fabbriche d'eccellenza, testimoni dell'antica identità industriale della città, non completamente sepolta ma ancora all'avanguardia in alcuni settori.
Una delle più prestigiose industrie lecchesi è stata, dal 1938 al 1992, la Sae (Società anonima elettrificazione); un'azienda leader mondiale nella realizzazione di linee di trasporto ad alta tensione. Fra i lavori attuati durante la sua storia il più celebre fu la costruzione dell'attraversamento a 220 kV dello Stretto di Messina con campata unica da 3,65 km e i due tralicci alti 225 metri in Calabria e Sicilia; impresa che nel 1957 le valse il premio nazionale Aniai per la miglior realizzazione di ingegneria industriale italiana.In ordine di tempo l'ultima grande industria a chiudere nel 1993 è stata la Antonio Badoni Lecco, leader in Italia nelle costruzioni di locomotive da manovra, di carpenterie metalliche e veicoli speciali per il trasporto.
Ad oggi risultano sul territorio circa 1300 attività industriali con oltre 9000 addetti pari a quasi il 40% della forza lavoro occupata. Risultano occupati complessivamente più di 24000 individui, pari al 51,57% del numero complessivo di abitanti del comune.


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