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mercoledì 1 luglio 2015

IL SANTUARIO DI MINERVA A BRENO

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Il complesso santuariale di Spinera di Breno fu scoperto fortunosamente nel 1986 a seguito di interventi di scavo per la posa della rete fognaria comunale.
Nel 16 a.C. la Valle Camonica fu conquistata dai Romani: ebbe così inizio una nuova fase della storia dei Camuni, caratterizzata dall’incontro della loro cultura con quella romana.
Il Santuario di Minerva dimostra la bellezza e la straordinarietà dell’esito che ne derivò: un luogo di culto esistente già da alcuni secoli e legato alla presenza di acque ritenute sacre dalla popolazione indigena venne fatto proprio dai nuovi arrivati, che vi edificarono un santuario, poi ingrandito e abbellito verso la fine del I secolo d.C.

La dea Minerva venne a sostituire la divinità indigena venerata in questo luogo e che conosciamo dalla sua raffigurazione in una splendida placchetta votiva in bronzo ritrovata in situ, le modalità di culto romane prevalsero su quelle locali, ma il santuario venne frequentato fino all’epoca della sua distruzione (inizi del V secolo), tanto da persone di origine romana quanto da Camunni romanizzati, ma ancora apportatori della propria tradizione culturale e religiosa.

La visita al Parco Archeologico del Santuario di Minerva consente di comprendere le fasi di questo passaggio, di approfondire le forme di preghiera praticate (offerte di cibi, oggetti, ex voto, libagioni, banchetti rituali, ecc.), di ammirare le caratteristiche architettoniche e decorative di un santuario romano d’età imperiale e il suo profondo legame con l’ambiente, la cui sacralità determina l’esistenza del luogo di culto stesso.

A partire dal VII sec. a.C. il luogo fu sede di un culto all'aperto, a carattere naturalistico, rivolto ad una divinità legata all'acqua e ai poteri benefici di purificazione e fecondità ad essa correlati, adorata attraverso rituali che prevedevano la ripetuta accensione di roghi, l'offerta di animali e prodotti agricoli, libagioni e abluzioni. Fra i materiali rinvenuti una placchetta in bronzo finemente lavorata con figura schematica su barca solare trainata da uccelli acquatici ripropone motivi e significati simbolici diffusi non solo in ambito alpino e italico, ma presenti anche nell'arte rupestre camuna. In età giulio-claudia la conca di Spinera venne monumentalizzata con la costruzione di un grandioso edificio ad ali porticate e cortile centrale, con apparati decorativi di pregio, che fino alla fine del I sec. d. C. convisse accanto al santuario indigeno. Il culto locale venne gradualmente trasferito alla dea Minerva, che certo della divinità indigena ereditò ed interpretò il carattere ctonio e naturalistico e che venne venerata fino alla fine del IV sec. d.C.-inizi del V sec. d.C. quando con la cristianizzazione fu attuata una programmatica distruzione del complesso sacro pagano. I materiali dal complesso di Spinera sono conservati al Museo Nazionale Archeolgico di Cividate Camuno, mentre le strutture romane sono in situ e allestite a Parco Archeologico dal 2007.

La scultura, acefala, in marmo greco, raffigura Minerva stante, avvolta in un ampio manto dal ricco panneggio, con egida a scaglie con Gorgone centrale e serpentelli penduli sul petto. In appoggio sulla gamba destra, la dea ha la sinistra piegata al ginocchio, scostata e leggermente arretrata. Il braccio destro doveva essere proteso verso il basso, mentre il sinistro era sollevato lateralmente probabilmente a reggere l'asta di una lancia.

La statua, datata ad età augustea, rappresenta, con l'Athena Farnese del Museo di Napoli e l'Athena della collezione inglese Hope, una delle tre repliche tuttora esistenti del tipo fidiaco dell'Athena Hygeia o portatrice di salute, realizzato alla fine del V sec. a.C. nell'Atene di Pericle; é uno degli esemplari più eloquenti della scultura colta diffusa nell'Italia settentrionale nei primi secoli dell'Impero.

Alla splendida statua di Minerva venivano donate offerte votive quali arule, stele e monete, secondo le ritualità tipiche del mondo romano.

Le stanze laterali ospitavano invece fontane e vasche, che esaltavano il legame tra l'acqua e il culto della dea.


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PARCO ARCHEOLOGICO DEL TEATRO E ANFITEATRO ROMANO A CIVIDATE CAMUNO



La città romana oggi giace completamente sotto l'attuale abitato. Le porzioni del teatro sinora recuperate e il buono stato di conservazione dell'anfiteatro, ancora ben percepibile nei volumi e nell'alzato, ne dichiarano tutta l'importanza locale.

La visita agli scavi è occasione per constatare direttamente quale mutamento la società degli Antichi Camuni si trovò ad affrontare con l'arrivo dei Romani.

Il Parco Archeologico del Teatro e dell’Anfiteatro, aperto dal 2003, è un Istituto di proprietà statale destinato alla pubblica fruizione, creato al fine di tutelare, conservare e valorizzare i resti archeologici del quartiere degli edifici da spettacolo dell’antico centro romano di Civitas Camunnorum.

Il Parco offre un eccezionale spaccato della città antica vantando i resti di un anfiteatro, riportato interamente alla luce nelle strutture perimetrali, e di un teatro, oggi visibile per un terzo del totale. Completano il complesso una serie di strutture e di ambienti di servizio, tra i quali un sacello e delle piccole terme.

La posizione degli edifici è splendida, sia dal punto paesaggistico che funzionale: addossati al colle del Barberino, teatro e anfiteatro si appoggiano al pendio naturale.

Il Teatro fu scoperto nel 1973. Gli scavi hanno evidenziato come l'edificio sia stato costruito con un grandioso sistema di terrazzamento della collina, in un luogo in precedenza occupato da una ricca abitazione, smantellata per fare posto all'edificio pubblico dopo la metà del I sec. d.C. La parte oggi visibile è costituita dai lunghi muri paralleli della porticus post scaenam, vale a dire del porticato retrostante la scena, destinato a luogo di passeggio per gli spettatori nelle pause tra uno spettacolo e l'altro, delle due scalinate d'accesso laterali e dell'ingresso del lato destro.

L'anfiteatro si trova in stretta vicinanza al teatro e fu scoperto casualmente ed inaspettatamente nel 1984 durante i primi lavori di scavo del teatro. L'allineamento dei due edifici risponde ad un unico progetto e li integra in maniera armonica nella griglia regolare della città. Dell'edificio sono conservati la struttura ellettica perimetrale, la tribuna destinata agli spettatori più ragguardevoli e l'ingresso (carcer) per gli animali pericolosi.

Il complesso degli edifici da spettacolo è corredato da un lungo acquedotto che attraversa tutta l'area sovrastante l'anfiteatro e che doveva in origine servire l'abitazione preesistente al teatro e in un secondo momento convogliare acqua ai due edifici da spettacolo.

Ai lati dell'anfiteatro si trovano grandi ambienti di servizio, probabilmente palestra, infermeria e caserma dei gladiatori, un piccolo edificio termale e un sacello. Quest'ultimo, adiacente all'ingresso dell'asse maggiore dell'anfiteatro, ha un alzato conservatosi in maniera straordinaria, con tracce di intonaco affrescato. La parete di fondo ha una nicchia che ospitava in origine la statua di culto, Marte, Ercole o la Fortuna, venerata dai gladiatori e pregata in modo particolare prima del pericoloso ingresso nell'arena.

La prima parte dei lavori, dal 1995 al 1997, inerenti soprattutto l'individuazione, la messa in luce e il restauro di parte del teatro romano e dell'anfiteatro, è stata realizzata grazie ad un finanziamento regionale, in collaborazione con il Comune di Cividate Camuno, la Provincia di Brescia, la Comunità Montana di Vallecamonica, il Bacino Imbrifero Montano.

Negli anni successivi (1998-2002), grazie al finanziamento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali nell'ambito dell'accordo di programma quadro tra il Ministero stesso e la Regione Lombardia sono stati completati lo scavo, la musealizzazione e l'allestimento. Tutte le operazioni sono state eseguite sotto la direzione scientifica della dott.ssa Valeria Mariotti della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia.

Il Parco archeologico offre uno spaccato straordinario della monumentalità e della grandiosità dell'antica Civitas Camunnorum, centro politico e amministrativo della Vallecamonica romana.

Gli edifici da spettacolo, addossati alla collina, ben si inseriscono nella maglia regolare dell'impianto urbanistico romano, con assi stradali ortogonali fra loro, orientati nel rispetto della luogo e secondo l'andamento del fiume Oglio.

Alle spalle del complesso degli edifici da spettacolo, attraverso la collina del Barberino, si raggiunge facilmente il santuario di Minerva in località Spinera di Breno, che rappresentava il principale luogo di culto extraurbano della città. L'area, oggi allestita a Parco Archeologico, è facilmente raggiungibile attraverso un apposito percorso ciclopedonale lungo fiume.

Lungo il fiume, ai piedi della rupe di Santo Stefano, si sviluppava il foro della città, di cui è stato recentemente scavato un settore. Le strutture emerse, riferibili ad una domus di età giulio-claudia su cui si imposta poi un edificio pubblico connesso al foro, sono state restaurate e sono oggi visibili all'interno di un'area archeologica.

Del teatro romano di Cividate Camuno è attualmente visibile circa un terzo del totale delle strutture, sulla base del quale è stata realizzata una ricostruzione grafica dell'edificio nelle sue parti essenziali, evitando di riprodurre particolari non attestati.

Il teatro aveva la cavea appoggiata al pendio della montagna nella parte centrale, mentre le due parti laterali, dette ali, erano costituite da due grandi terrapieni contenuti dai muri perimetrali.

Il terreno era sigillato da grandi gettate sovrapposte in opera cementizia, sulle quali erano disposti i gradini; l’adito era il passaggio che collegava l’orchestra alla versura e permetteva l’accesso alla parte bassa della cavea e ai suoi sedili; era coperto a volta e su di esso si disponeva la parte più a valle dei gradini del teatro.

Il muro a valle dell’adito fu contraffortato con un secondo muro in fase di costruzione della versura o subito dopo, per favorire la stabilità della costruzione. Era possibile entrare sulla scena dalla versura oppure da un corridoio di servizio interno collegato con il postscenio.

L’edificio scenico era invece collegato con l’area antistante tramite due scalinate che permettevano l’accesso alle versurae, mentre due scale più piccole, appena distinguibili, collegavano il postscenio al portico.

Il portico era aperto e presentava una columnatio, di fronte alla quale, sulla piazza, doveva essere posta una fontana nella quale si riversavano le acque provenienti dall’euripo che convogliava le precipitazioni dalla cavea e forse anche le acque dell’acquedotto che correva a monte dell’anfiteatro in direzione del teatro.

Le medesime acque potevano essere utilizzate, all’interno dell’edificio, sia per le fontane che per la creazione di giochi d’acqua.

Il teatro fu realizzato, nella zona della cavea e della versura, in pietre spaccate e malta con paramento in pietre oppure in pietre e ricorsi di laterizio successivamente intonacato. L’edificio scenico aveva anch’esso la struttura in pietre spaccate e malta, ma era rivestito nelle parti verso la piazza di lastre di calcare grigio che costituivano ovunque la pavimentazione, verosimilmente le gradinate per il pubblico e il fronte della scena di cui manca ora qualsiasi elemento.

Dei rivestimenti delle murature sono rimasti in opera pochi resti, mentre solo il pavimento dell’adito si è salvato dalla depredazione a cui fu sottoposto l’edificio poco tempo dopo la fine del suo utilizzo: i suoi elementi strutturali furono infatti ridotti in pezzi e in parte utilizzati per farne calce da costruzione, grazie ad una calcara creata in epoca tardo antica (V secolo d.C.) all’interno del portico del teatro.

L'anfiteatro si trova in stretta vicinanza al teatro e fu scoperto casualmente ed inaspettatamente nel 1984 durante i primi lavori di scavo del teatro. L'allineamento dei due edifici risponde ad un unico progetto e li integra in maniera armonica nella griglia regolare della città. L'anfiteatro fu costruito alcuni decenni dopo il teatro, con una tecnica costruttiva leggermente diversa e per certi versi meno curata nei dettagli.

L'edificio è a struttura piena su terrapieno, appoggiato a monte alla collina e a valle a un terrapieno artificiale realizzato con la terra di risulta dallo scavo dell'arena.

Le strutture sono in ciottoli e pietre spaccate legati da malta ed erano in origine interamente intonacate esternamente, mentre all'interno, il podio dell'arena aveva le murature ricoperte di lastre della stessa pietra grigia usata nel teatro e proveniente da una cava non lontana da Cividate.

Gli ingressi e i posti a sedere erano differenziati a seconda della posizione sociale dello spettatore: la parte a monte conserva una parte delle gradinate in calcare grigio destinate probabilmente agli spettatori più ragguardevoli.

Oltre agli ingressi principali, sull'asse maggiore vi erano tre aperture di servizio: la prima verso sud collega un vano secondario di incerta funzione, la seconda collega un ambiente per animali non pericolosi o luogo di attesa per i gladiatori, la terza, che costituisce un rinvenimento eccezionale e uno dei pochi esempi ancora conservato, identifica il carcer per introdurre nell'arena gli animali pericolosi. L'anfiteatro di Cividate è uno dei pochi che ha conservato il carcer per gli animali pericolosi: si tratta di un ambiente con due corridoi, destinati l'uno agli inservienti, l'altro agli animali. Le bestie venivano "ingabbiate" attraverso un sistema di pali che venivano passati attraverso una serie di pilastri in pietra dotati di fori passanti, che venivano poi sfilati al momento opportuno. Il tipo di carcer di Cividate esclude l'impiego di grossi animali esotici.

L'anfiteatro ospitava i crudeli giochi gladiatori e le venationes che vedevano l'impiego di animali.

L'anfiteatro nella sua interezza doveva avere un'altezza pari a quella della sommità dell'acquedotto che gli corre a monte, tenendo conto che vi doveva essere un muro di somma cavea a coronamento e contenimento dell'ultimo ordine di gradini. Il suo asse maggiore misurava 73 metri, mentre quello minore era pari a 65 metri.



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lunedì 15 giugno 2015

PALAZZO MARTINENGO CESARESCO NOVARINO A BRESCIA

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Il Palazzo Martinengo Cesaresco Novarino sorge in una prestigiosa e centralissima area di Brescia, fra Piazza del Foro e Via dei musei, dove un tempo s’incrociavano il foro e il decumano massimo. L’aspetto attuale del Palazzo è in gran parte dovuto ad una serie di interventi secenteschi. Il primo e più decisivo nucleo di lavori fu condotto intorno alla metà del Seicento dal conte Cesare IV Martinengo Cesaresco. Lo testimonia l’iscrizione che ancora si legge sull’angolo di nord-est: domus haec / aedificata est a comite / Caesare Martinengo Cesaresco / 1663.
Alla morte del conte, il vasto edificio fu diviso in tre ali, che poi ebbero diversi proprietari: nel Novecento il Palazzo fu acquistato dalla Provincia e destinato ad ospitare un centro culturale e varie esposizioni d'arte. La facciata che prospetta sulla piazza presenta due portali bugnati con gli stemmi delle famiglie Martinengo Cesaresco; la facciata che dà su Via dei musei è importante soprattutto per il portale, sormontato da due aquile che sostengono il balcone. Nel cortile interno spiccano la bellissima Fontana del Nettuno, cinquecentesca, la tardosecentesca statua di Cesare IV e tre loggiati a colonne ioniche, di cui uno riccamente affrescato. Uno scalone secentesco conduce ai sette locali del piano superiore, che comprendono il vastissimo salone, ornato da affreschi di Ludovico Bracchi. Il sottosuolo conserva importanti vestigia romane oggi visitabili.

Nel 1998 sono stati aperti, nei sotterranei del palazzo, gli scavi archeologici condotti a partire dal 1989, distribuiti in cinque sale che offrono, grazie alla straordinaria stratigrafia presente sotto l'edificio, un quadro completo della storia cittadina dalla preistoria fino ai giorni nostri, passando ovviamente per l'età romana che caratterizza archeologicamente l'intera zona.

Gli scavi sono accompagnati da una sala espositiva con documenti e reperti emersi durante i lavori, affiancata agli spazi riservati alle mostre d'arte che si tengono costantemente all'interno del palazzo.

Con accesso dal giardino di via dei Musei 30 è possibile visitare le sale adibite a mostre temporanee che dagli anni Novanta ad oggi hanno ospitato numerose esposizioni: la retrospettive sul pianista Arturo Benedetti Michelangeli (1996), i cicli dedicati agli impressionisti e alla pittura europea (2001 e 2002), la retrospettiva sul pittore Angelo Inganni (1998), le installazioni del gruppo GAC - Giovane Arte Contemporanea (2007 e 2012), la mostra sull'arte rupestre della Valle Camonica (2009), la mostra sul divismo nell'opera e molte altre. Dal 1996 al 2006 le attività di palazzo Martinengo sono state organizzate, per conto della Provincia di Brescia, dalla società "Brescia Mostre Grandi Eventi", dal 2006 al 2011 dall'ente "Palazzo Martinengo" e dal 2011 ad oggi dalla "Fondazione Provincia di Brescia Eventi".




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sabato 18 aprile 2015

LA GROTTA DI ANGERA



Il progressivo scioglimento dei ghiacciai portò alla creazione dei laghi alpini.
Le prime attestazioni della presenza dell’Uomo nel territorio di Angera sono state individuate nel corso di scavi e indagini in una grotta naturale nota come Tana del Lupo, di proprietà privata e chiusa al pubblico, collocata nella parete sud-occidentale della altura che ospita la Rocca Borromeo.

Una campagna di scavi condotti presso la Tana del Lupo, grotta attualmente non accessibile al pubblico e ubicata sul pendio che conduce alla Rocca Borromeo di Angera, ha portato alla luce tracce della presenza dell’uomo risalenti al paleolitico finale, cioè databili tra 20.000 e 12.000 anni fa.

La grotta, detta anche “Antro di Mitra” era già nota per i rinvenimenti di testimonianze archeologiche di epoca preistorica e romana, ma non era mai stata oggetto di ricerche scientifiche sistematiche.
Gli studi condotti dalla direttrice del Museo di Angera, Prof.ssa Serena Massa, hanno immediatamente suscitato l’interesse della famiglia Borromeo, proprietaria del sito, che ha promosso e sostenuto le ricerche ottenendo anche il contributo finanziario della Regione Lombardia.
Il progetto di ricerca, che ha portato alla campagna di scavi, è stato diretto dalla Dott.ssa Barbara Grassi della Soprintendenza Archeologica della Lombardia e dal Prof. Maurizio Tosi, Direttore del Dipartimento di Archeologia dell’Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna.
Nel corso delle indagini, a seguito delle operazioni di pulitura eseguite dalla restauratrice Lucia Miazzo, si è notato qualcosa che finora nessuno aveva potuto osservare; lungo le pareti e sul soffitto della caverna, dalle superfici molto tormentate da fenomeni di erosione, infestazioni biologiche e concrezioni, sono venute alla luce tracce di colore rosso e nero.
Un’indagine più attenta ha rivelato che i resti di pitture interessano gran parte delle pareti e del soffitto. Alcuni di questi segni, esaminati dal Prof. Angelo Fossati dell’Università Cattolica di Milano, sono quasi certamente impronte di dita intinte nell’ocra e “stampate” sulla parete della caverna, fenomeno ampiamente noto in area franco-cantabrica, ma molto più raro nel resto dell’Europa.
Dunque questa scoperta assume particolare rilievo nell’ambito del panorama europeo, anche se molto lavoro deve ancora essere fatto per attribuire una cronologia precisa ai diversi segni. Ma certamente alcune delle pitture possono essere state eseguite all’epoca in cui gruppi di cacciatori-raccoglitori frequentavano la caverna, cioè alla fine del Paleolitico.
In Italia sono rarissime le testimonianze di arte parietale e questa di Angera sarà certamente oggetto di ulteriori campagne di scavo e ricerche per riportare alla luce una testimonianza che desta grande interesse, non solo per l’espressione artistica e per la conoscenza degli stili di vita e dell’ambiente tardiglaciale in Lombardia, ma per gli aspetti legati al contenuto simbolico e misterioso del messaggio che intendeva trasmettere.
Altri Istituti coinvolti nella ricerca sono il DISTART (Dipartimento di Ingegneria delle Strutture, dei Trasporti, delle Acque, del Rilevamento, del Territorio dell’Alma Mater Studiorum di Bologna), che ha realizzato il rilievo topografico tridimensionale della grotta con tecnologia laser (direzione Prof. Luca Vittuari), il CNR di Faenza per analisi archeometriche (Dr. Bruno Fabbri, Dott.ssa Sabrina Gualtieri), il laboratorio di archeobiologia del Museo di Como (Prof. Lanfredo Castelletti); Dottor Francesco Genchi e Professor Massimiliano David dell’Università di Bologna.

La grotta di Angera è l’unico mitreo conosciuto fino ad oggi in Lombardia e al suo esterno sono ancora visibili antiche incisioni legate ai culti misterici oltre a diversi incavi rettangolari predisposti per accogliere lapidi e rilievi votivi. Dio guerriero, strettamente legato al sole e forse proprio per questo venerato negli antri della terra, Mitra, il cui nome significa “amico”, rappresenta il giorno con la sua luce e con esso l’aspetto benevolo della divinità. A questa caratteristica è probabilmente dovuta la leggenda secondo cui la grotta sarebbe da sempre abitata da una stirpe di fate buone e bellissime, custodi di una magica porta, invisibile e metafisica, che solo ogni cento anni si dice aprirsi all’entrata della grotta.

Secondo l’antica narrazione, questo misterioso passaggio rappresenterebbe un’apertura verso altre dimensioni, una porta d’accesso a mondi paralleli che solo gli iniziati potevano oltrepassare. Finora tuttavia, ancora nessuno è mai riuscito a scoprire quale sia il giorno esatto in cui la magica porta apra i suoi misteri.

Questa cavità, che si trova ai piedi dell’arroccato castello di Angera.
Essa era chiamata Tana del Lupo, Antro di Mitra e Grotta delle Fate.
All’esterno sono ancora presenti delle tracce di rilievi alquanto misteriosi legati ad antichi rituali e incavi che dovevano contenere lapidi o oggetti votivi.
E’ un’apertura naturale della roccia di 7,50 metri x 4,70 con un’altezza di circa 5 metri.

Nessuno ha mai varcato la soglia affinchè potesse raccontare cosa questo mistico
luogo nasconda.

La leggenda potrebbe essere un’interpretazione “popolare” del percorso iniziatico che gli adepti ai culti di Mitra dovevano intraprendere.
E’ possibile che il Tempio sia stato utilizzato per questo tipo di culto fino a tempi relativamente recenti ed è anche presumibile che “l’attraversamento della porta” di un iniziato, un rituale semplicemente mistico, doveva essere visto dal contadino di turno come un evento fortemente magico.
Il Dio Mitra da sempre è il riflesso pagano di Cristo, per via delle notevoli somiglianze.
Anche Mitra nasce da una vergine in una grotta, ecco perché i luoghi a Lui dedicati
sono simili a quello di Angera.
E’ la divinità del sole e della luce con lo scopo di sconfiggere il male e salvare l’umanità e anticamente veniva festeggiato il 25 dicembre.
Mitra muore a 33 anni ed è sempre affiancato da 12 compagni.



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lunedì 6 aprile 2015

LA VILLA ROMANA DI DESENZANO DEL GARDA



La Villa romana di Desenzano del Garda, si trova nel centro storico del comune bresciano di Desenzano del Garda.
L’edificio, costruito alla fine del I secolo a.C., ha conosciuto più fasi edilizie: ciò che è oggi visibile però risale alla prima metà del IV secolo d.C..

La Villa Romana di Desenzano, venuta alla luce nel 1921, è la più importante testimonianza nell'Italia settentrionale delle grandi villa e tardo antiche. La villa si affacciava sul lago con moli, attracchi e forse peschiere per l'allevamento ittico. Gli oltre 240 mq di mosaici policromi di pregevole fattura rappresentano scene con amorini vendemmianti o su bighe in corsa, menadi e satiri, animali selvatici, allegorie. E' possibile che il proprietario fosse Flavius Magnus Decentius, fratello dell'imperatore Magnenzio, da cui l'attuale nome della città.

La Villa fu scoperta nel 1921, quando durante le operazioni di sterro per le fondamenta di una casa, vennero alla luce dei mosaici policromi. Fu dunque deciso di sospendere i lavori e si ottenne l’autorizzazione del Ministero della Pubblica Istruzione che tutta l’area venisse espropriata e si iniziò con lo scavo
Gli scavi hanno rilevato l’esistenza di 3 settori :
il settore A
il settore B
il settore C
Inoltre, successivamente, è stato costruito un quarto spazio: l'Antiquarium, il museo della Villa, che ospita i materiali rinvenuti nel corso degli scavi.

Il settore A è organizzato lungo la direzione assiale est-ovest. A est, affacciato sul lago, si trova un vestibolo ottagonale pavimentato con mosaici geometrici, che era adibito a luogo di intrattenimento per gli ospiti della Villa. Il confinante peristilio era limitato da portici con più di venti colonne distribuite lungo il perimetro, di cui però ne sono sopravvissute solo un paio. Dal peristilio si entra al sontuoso triclinio a tre absidi, che presenta il pavimento meglio conservato. Le raffigurazioni consistono in scene di caccia inscritte in spazi ottagonali, scene di vendemmia e raccolta frutti in spazi quadrati e infine croci che raffigurano rami fioriti partenti da crateri. Dalla sala triabsidata si poteva accedere a un giardino chiuso da un ninfeo, ossia una fontana che era arricchita da sette nicchie che servivano per la raccolta dell’acqua. Questa parte della villa venne restaurata tra il 1928 e il 1930 quando le strutture e i mosaici avevano ormai subito un importante deterioramento.

Nel settore A vi sono solo stanze riservate allo svago: un giardino interno rinfrescato da una fontana e da acque correnti e una grande sala, abbellita con mosaici e pareti dipinte, da cui si usciva in un cortile che aveva ai lati un portico per la passeggiata. Dal portico si entrava in un piccolo complesso termale, una sauna privata, oppure, attraverso un ambiente a forma di ottagono, si giungeva alla spiaggia.
Il settore A è disposto secondo la direzione assiale est-ovest- A est v'è un vestibolo ottagonale, da cui allora si accedeva alla spiaggia e, probabilmente, al porticciolo; dal vestibolo si entra nel peristilio, un cortile interno che era circondato su tutti i lati da portici e ornato di statue; dal peristilio si accede all'atrio a forcipe e, quindi, al triclinium, che era una stanza di rappresentanza triabsidata. Il tricliniumera ricoperto da un tetto a cupola oppure a volta di botte. I locali e il peristilio erano pavimentati con mosaici che, con varietà di schemi geometrici e motivi vegetali, creavano effetti cromatici. Di questa ricca pavimentazione si vedono ancora dei tratti superstiti. Nell'atrio v'erano quattro rettangoli con mosaici rappresentanti scene di pesca.
Vi si vedono ancora, su barche e su scogli, amorini con canne e secchielli che pescano in un mare ricco di pesci. Si notano una triglia, dei cefali e un polipo. Ci aspetteremmo di vedere qualche motivo lacustre, uno scorcio del Garda, ma nell'epoca del tardo impero prevalevano tendenze artistiche che rifuggivano dal realismo: si preferivano il geometrismo, il simbolismo, il rinvio della quotidianità al mito o a forme e schemi accademicamente prefissati.
Nel triclinio absidato il mosaico centrale ha un ritmo geometrico assai elaborato in cui ottagoni si alternano a quadrati e a croci greche. Le figure geometriche sono collegate e cinte da due fasce attorte che s'inseguono. Negli ottagoni vi sono belve in caccia, per esempio, una pantera insegue un'antilope; nei quadrati si vedono putti vendemmianti o in corsa su bighe, e danze di satiri e menadi. Nelle croci figurano alte coppe da cui escono rami di alloro densi di foglie che si prolungano nei tre bracci della croce. Forse nell'abside centrale del triclinio s'apriva una finestra da cui si poteva godere il viridarium, il giardino chiuso sul fondo da un ninfeo, cioè da una fontana arricchita con nicchie. L'acqua scorreva in una canaletta che attraversava il giardino e contornava l'abside. Voltando le spalle al triclinio, con il viso rivolto al ninfeo, sulla nostra sinistra, si nota un gruppo di tre vani di soggiorno:un vano absidato centrale da cui si accede a due vani poligonali. Ritornando nel viridarium, notiamo, sul lato opposto, e quindi a nord, una serie di muretti: è ciò che rimane degli abitacoli usati come vani di servizio, tra cui è il pozzo. Al di là della serie dei piccoli vani adibiti ai servizi v'era l'entrata alla villa da cui partiva la strada che separava il settore A dal settore B.
A sud del peristilio si apriva una serie di cinque vani. Il primo, disgiunto dai precedenti, era probabilmente una saletta da soggiorno: era ornato di un pavimento musivo di cui restano solo due riquadri con amorini che intrecciano ghirlande e compongono festoni di frutta, allegorie della primavera e dell'estate, sicuramente completate, nei due riquadri mancanti, dalle allegorie dell'autunno e dell'inverno. Gli altri quattro vani costituivano un piccolo complesso termale: il primo era una stanza in cui ci si riposava prima e dopo il bagno (nella parte centrale vi sono frammenti di una figura maschile in un paesaggio bucolico); il secondo funzionava da atrio; il terzo probabilmente era un locale dove si godevano i vapori caldi come in una sauna; nel quarto v'era la vasca. Il sistema termico era costituito da hypocausta, cioè da cunicoli sotterranei dove scorreva l'aria calda per riscaldare le stanze soprastanti. Il riscaldamento dell'aria veniva attuato da un forno di cui è visibile il praefornium, la stanza dove uno schiavo sorvegliava e riforniva di combustibile il forno.
Per avere un'idea complessiva della villa, occorre considerare che le pareti erano dipinte a vivaci colori; su di esse figuravano vari motivi, di cui abbiamo alcuni esempi lungo il muro a ovest del peristilio (su fondo bianco si notano greche rosse e fiori stilizzati)  e nel primo vano del piccolo complesso termale  ove si vedono parti di pittura parietale su fondo nero.
La villa del settore A venne alla luce durante gli anni 1921-23 e fu restaurata solo nel 1928-30, quando i mosaici e le strutture avevano già subito un grave deterioramento. Nelle aree immediatamente a sud e a ovest del settore A, la costruzione di complessi condominiali, avvenuta all'inizio degli anni '60, recò un gravissimo danno alla zona archeologica. Un tentativo di dissennata speculazione edilizia fu fatto dieci anni dopo, nel 1970. Le ruspe danneggiarono il settore C prima che si potesse intervenire per sospendere i lavori: tratti di parenti dipinte e mosaici, frantumati e ridotti dalle ruspe a polverose macerie, furono gettati in lontane discariche.

Come il settore A, anche il settore B, si sviluppa lungo l’asse direzionali est-ovest. In questo settore si possono vedere l’abside di un grande vano con pavimento marmoreo, e altri vani con pavimento a mosaico. Alcuni mosaici hanno uno stile collegabile a quello del settore A, quindi risalenti all’inizio del IV secolo. In seguito, alla fine del IV secolo d.C. però, venne operata una ristrutturazione che ci ha lasciato dei mosaici più recenti. Probabilmente questi vani erano adibiti a riunioni e ad attività di svago.
Il settore B fu soggetto, in età romana, a varie trasformazioni, dall'età augustea sino alla fine del IV secolo d.C., se non addirittura all'inizio del V secolo d.C.
In questo settore si osservano vari locali il cui asse direzionale è disposto da est a ovest, come quello del settore A. Gli ambienti residenziali a nord hanno mosaici geometrici il cui stile è collegabile con quello dei mosaici del settore A. Risalgono quindi alla fine del III secolo o inizio del IV secolo dopo Cristo. Successivamente, alla fine del IV secolo, vi fu una ristrutturazione in questo settore, nella parte sud: si notano alcuni ambienti disposti attorno ad un abside che era al termine di una grande sala probabilmente rettangolare, di cui fino ad ora si conosce solo un piccolo tratto. L'abside era pavimentata con piastrelle romboidali che formano un disegno di cubi visti in prospettiva. Lo stesso motivo proseguiva con piastrelle policrome nella sala che doveva giungere sino alla spiaggia. Probabilmente si trattava di un'aula di non modeste proporzioni adibite a riunioni aventi lo scopo di svago, a luogo di tranquille conversazioni tra amici e quindi collegata con le funzioni termali che risultano abbastanza evidenti dal complesso sistema di riscaldamento. Alcuni fanno l'ipotesi che questa sala absidata sia stata costruita per il culto cristiano cui si dedicavano persone appartenenti a ricche famiglie. Si consideri, però, che a quell'epoca (ca. 390 d.C.) era vescovo di Brescia S.Gaudenzio dalle cui omelie si ricava che il cristianesimo s'era diffuso in città fra i gruppi più poveri della popolazione mentre la maggioranza, gente benestante e colta, continuava a dare la sua adesione alla religione pagana.

Il settore C è caratterizzato da pavimenti marmorei e da sistemi di riscaldamento a terra e nelle pareti, probabilmente aveva una funzione termale. Questa parte della Villa è stata quella più danneggiata dai lavori di sterramento operati negli anni settanta.

Il 19 dicembre 1971 venne inaugurato l’Antiquarium, una sala espositiva all’ingresso dell’area archeologica. Questa sala ospita: monete, pitture, statue e tutti gli oggetti provenienti dagli scavi della villa.

All'ingresso della villa è sistemato un piccolo museo che in tre sale espone materiali provenienti dagli scavi: fra questi vi sono resti di statue e di ritratti molto interessanti oltre a un frantoio per la spremitura di uva o di olive. Un pozzetto permette di vedere un ipocausto, cioè una camera calorifera sotterranea che faceva parte di una serie di ambienti con pilastrini di mattoni (suspensurae) su cui poggiava il pavimento. Questi ambienti sono riferibili all'epoca augustea.


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