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mercoledì 1 luglio 2015

LA CHIESA DI SANT'ANTONIO A BRENO

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L'origine di Sant'Antonio è nel testamento di Giovanni fu Girardo Marone Ronchi, rogato ad Iseo il 13 novembre 1334 dal notaio Corrado de Sabio, con il quale il nobile brenese lasciò alcuni suoi beni per la costruzione di una "ecclesiam vel aliquod alium oratorium" invitando i frati di Sant'Antonio di Vienne o, in subordine, gli "huomines de Breno" a compiere l'opera;  Particolare del Presbiterio la chiesa attuale sorse tra il 1467 e il 1516 sulla prima cappella con una serie di interventi successivi che portarono alla costruzione di un edificio ad aula unica, diviso in tre campate trapezoidali, molto irregolari, che si allargano in direzione del presbiterio; le campate sono ricoperte da volte a crociera che si collegano alle pareti laterali con archi acuti, mentre la parete di fondo  è a tutto sesto.
Non conosciamo esattamente l'anno in cui Romanino arrivò a Breno, ma tutti gli studiosi sono sempre stati concordi nell'affermare che gli affreschi di Sant'Antonio vengono dopo quelli di Santa Maria della Neve e li datano intorno al 1535. Lo accompagnava un garzone, Daniele Mori, che già era stato con lui a Pisogne e lo seguirà anche a Bienno. È difficile però identificare la mano del giovane allievo sulle pareti affrescate o, per lo meno, su quello che oggi resta della decorazione e il valore della presenza del Mori ci sfugge del tutto. Per la chiesa di Sant'Antonio la decadenza in cominciò già alla fine del XVII secolo; sconsacrata nel 1880, fu utilizzata come caserma e anche come cinematografo; quando, all'inizio del nostro secolo, venne riaperta al culto e dichiarata monumento nazionale i guasti erano ormai irreparabili.

La volta a crociera del presbiterio tardoquattrocentesca con i Dottori della Chiesa e gli Evangelisti sullo sfondo di un cielo stellato e la pala di Callisto Piazza, del 1527, al centro della parete di fondo. Intorno al 1535, dopo l'impresa che lo ha visto impegnato a Pisogne, Romanino risolverà la difficoltosa impaginazione delle pareti del presbiterio di S. Antonio, semplicemente utilizzando elementi architettonici che dividano gli spazi in due registri sovrapposti: la parte superiore si affolla di personaggi-spettatori che assistono alle scene sottostanti dove si animano più storie. Predomina su tutto un gusto teatrale, molto vivo in Romanino.
Nella parete destra sono raccontate vicende tratte dal Libro di Daniele: Nabuconodosor ordina al popolo di adorare un idolo d'oro e condanna i tre compagni di Daniele che si rifiutano di obbedire ad essere arsi nella fornace; ma essi ne escono indenni, mentre bruciano i soldati e il baluginio delle fiamme si riverbera sulle armature delle sventurate vittime. E dall'alto domina l'austera figura di S. Antonio "il grande Vecchio padrone del fuoco" spesso invocato in Valcamonica, terra di fucine.
Sulla parete di fondo un possibile "Convito di Baldassarre", sulla parete sinistra "Daniele nella fossa dei leoni". Questi ultimi dipinti sono di difficile lettura e non hanno ancora trovato un'unanime identificazione. Dall'insieme si può comunque dedurre una vivace vena narrativa, accompagnata dal gusto del dettaglio che si riflette nella tipicizzazione dei personaggi, nel cangiantismo delle vesti di alcuni protagonisti, nel panno drappeggiato che scende dalla loggia della parete di fondo. Queste pagine pittoriche sprigionano comunque una straordinaria immediatezza e coinvolgono al punto che è possibile confondersi nel ruolo di spettatori con quelli, dipinti, che dominano dall'alto delle scene.


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IL CASTELLO DI BRENO



Il castello di Breno sorge sopra una collina al centro del paese di Breno.

Alcune schegge di selce ritrovate sono state datate all'epigravettiano recente, poco dopo lo scioglimento del ghiacciaio in val Camonica.

Al di sotto del torrione ghibellino sono stati invece trovati i reperti di una abitazione neolitica, di forma trapezoidale, larga 5 metri appoggiata a guanciali laterali di roccia. Le pareti erano in graticci intonacati con fango: tipico modo di costruire le mura in Val Camonica fino ad alcuni decenni fa.

Nei pressi sono stati trovati reperti come utensili, vasi e due tombe, che gli studiosi definiscono cultura di Breno.

Rimangono proche tracce di un'abitazione dell'età del rame, mentre sembra che durante l'epoca romana il sito fosse completamente abbandonato (forse a causa della vicinanza della Civitas Camunorum.

La prima costruzione d'epoca storica fu la cappella dedicata a san Michele arcangelo, protettore dei longobardi. Sono venute alla luce cinque tombe fra cui una di bambino. Attorno al XII secolo venne ampliata in chiesa romanica, venne poi demolita in un ampliamento del castello: oggi se sono visibili i basamenti.

Le costruzioni civili sorgono a partire dal XII secolo, e sono il grande palatium a due piani, oggi distrutto, forse residenza dei Ronchi, potente famiglia di feudatari guelfi, la torre a torre adiacente alta una ventina di metri e coronata in origine di merli guelfi, e la casatorre.

Già attorno al 1250-1300 l'intera collina doveva esser cintata da una fortificazione, a cui si accedeva da una torre-porta.

I palazzi civili vennero trasformati dai signori milanesi in roccaforti militari, destinata al comandante e alle sue guarnigioni, e si modificarono i merli guelfi in ghibellini.

I Visconti inviano Francesco Bussone detto il Carmagnola che il 16 marzo 1421 conquista il castello di Breno e scacciando le forze di Pandolfo III Malatesta dalla Valle Camonica.

A seguito della battaglia di Maclodio nel 1427 i milanesi riducono le forze in Valle, permettendo al Carmagnola (allora schierato con la Serenissima) di raggiungere e conquistare il castello di Breno che viene messa sotto il comando di Giacomo Barbarigo.

Pietro Visconti scende dall'alta valle fino a giungere a Lovere il 18 settembre 1438. Consolidate le posizioni sul lago d'Iseo torna a Breno e ne pone il castello sotto assedio. L'assedio del castello di Breno si protrae per sei mesi finché Pietro Avogadro, giungendo con soccorsi da Brescia, rompe l'assedio dopo una lunga resistenza degli occupanti, tra cui l'eroico Giacomo Ronchi.

Nel 1453 il castello di Breno, difeso da Pietro Contarini, Capitanio di Valle, Nicolò Rizzi, Castellano, Decio Avogadro, Pasino Leoni e la famiglia brenese dei Ronchi oppone una fiera resistenza. L'assedio inizia nel novembre 1453, supportato dalla filomilanese famiglia Federici.

Francesco Sforza, avendo difficoltà a risolevere l'assedio, ordina al Colleoni di presentarsi con 1500 uomini e tramite l'uso dell'artiglieria da fuoco (qui per la prima volta in Valcamonica) i milanesi riescono a far capitolare la rocca.

Il 9 aprile 1454, la pace di Lodi mise fine alle contese tra la Serenissima e Ducato di Milano per il controllo sulla valle: i territori bresciano e camuno passarono definitivamente sotto il dominio veneto.

L'anno seguente, per evitare eventuali episodi di resistenza, Venezia ordinò la distruzione di tutti i castelli e rocche esistenti sul territorio valligiano, con l'esclusione di quello di Breno, che venne destinato a sede del reggimento locale, Cimbergo e Lozio, tenuti dalle famiglie Lodrone e Nobili schierate con la dominante.

Le fortificazioni curvilinee sul lato sud del castello sono datate a questo periodo: senza spigoli vivi resistevano meglio alle armi da fuoco.

Ripresa nel 1516 ai francesi, nel 1518 la rocca non più indispensabile per il controllo territoriale, e viene privata del presidio di sei uomini. Nella seconda metà del secolo il castello risultava "inhabitato": il Capitanio di Valle e gli altri funzionari avevano trovato sistemazione in paese.

Fra le sue mura per centinaia di anni si sono dipanate le vite di dame e cavalieri, umili servitori e ricchi signori, artigiani e soldati che hanno animato la rocca e il cui ricordo sembra ancora aleggiare negli ambienti e nei cortili.

La visita guidata si svolge nella dimensione del racconto, della lettura di stratigrafie murarie e dell’analisi degli ambienti, avvalendosi di schede didattiche e della documentazione fotografica del Centro di Divulgazione Archeologica (CIDA), sede distaccata del CaMus - Museo Camuno, particolarmente utile a illustrare la vita quotidiana delle diverse epoche di vita del sito.

Lo stile di alcuni muri indica che molte parti del castello esistevano già nel XII secolo, epoca di cui sono tipici i grandi blocchi di pietra rusticati, come quelli alla base della grande torre (altri esempi sono in Breno stessa). Di tale fase sono appunto la torre maggiore, un muro di recinzione, e almeno un edificio residenziale o palatium. Da qualche secolo doveva già esservi, sullo sperone roccioso, la piccola chiesa che la tradizione vuole dedicata a S. Michele. Nei rifacimenti della chiesa andarono sconvolte numerose sepolture umane, che indicano un villaggio e che formano il piu importante campione scheletrico della popolazione altomedievale della Valcamonica.

Nella parte sudovest dell'area dell'arroccamento fu costruito verso il 1200 un edificio signorile del tipo casa-torre. Della casa rettangolare, alta piu di 10 metri, si notano le porte simmetriche del piano superiore, che davano accesso a ballatoi, e i buchi delle travature orizzontali. Poco distante si erge ancora la piccola torre. Entrambe le strutture sono state modificate e inglobate in murature militari dei secoli XV-XVI. Già verso il 1250 l'intera cima della collina doveva essere stata chiusa con un muro di cinta, come indicano i tratti superstiti di bella muratura ordinata, e all'ingresso occidentale doveva esservi la torre-porta, ancora in uso. Ma la maggior parte di ciò che oggi si vede nel castello corrisponde alla sua funzione di fortezza militare durante tre secoli (XIV-XVI) punteggiati di costanti e frequenti rifacimenti edilizi. Le tracce si vedono soprattutto nella parte superiore dei muri; i cosiddetti merli ghibellini presso la torre-porta, per esempio, sono del XIV o XV secolo. D'altra parte la posizione naturalmente difesa non richiese adattamenti militari ingenti. Solo sul lato meridionale, dove la collina è un po' più dolce, si notano grandi opere difensive del tardo XV o dell'iniziale XVI secolo, gli avancorpi con torrette rotonde oggi in proprietà Franceschetti. Di tale età sono pure i corpi lungo la rampa di accesso, i vani chiusi a volta a sud dei cortili, e i rinforzi massicci della muraglia di cinta nei pressi dell'ex-chiesa. L'archeologia ha infine rivelato che fino agli ultimi decenni la roccaforte fu testimone di episodi cruenti.




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IL SANTUARIO DI MINERVA A BRENO

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Il complesso santuariale di Spinera di Breno fu scoperto fortunosamente nel 1986 a seguito di interventi di scavo per la posa della rete fognaria comunale.
Nel 16 a.C. la Valle Camonica fu conquistata dai Romani: ebbe così inizio una nuova fase della storia dei Camuni, caratterizzata dall’incontro della loro cultura con quella romana.
Il Santuario di Minerva dimostra la bellezza e la straordinarietà dell’esito che ne derivò: un luogo di culto esistente già da alcuni secoli e legato alla presenza di acque ritenute sacre dalla popolazione indigena venne fatto proprio dai nuovi arrivati, che vi edificarono un santuario, poi ingrandito e abbellito verso la fine del I secolo d.C.

La dea Minerva venne a sostituire la divinità indigena venerata in questo luogo e che conosciamo dalla sua raffigurazione in una splendida placchetta votiva in bronzo ritrovata in situ, le modalità di culto romane prevalsero su quelle locali, ma il santuario venne frequentato fino all’epoca della sua distruzione (inizi del V secolo), tanto da persone di origine romana quanto da Camunni romanizzati, ma ancora apportatori della propria tradizione culturale e religiosa.

La visita al Parco Archeologico del Santuario di Minerva consente di comprendere le fasi di questo passaggio, di approfondire le forme di preghiera praticate (offerte di cibi, oggetti, ex voto, libagioni, banchetti rituali, ecc.), di ammirare le caratteristiche architettoniche e decorative di un santuario romano d’età imperiale e il suo profondo legame con l’ambiente, la cui sacralità determina l’esistenza del luogo di culto stesso.

A partire dal VII sec. a.C. il luogo fu sede di un culto all'aperto, a carattere naturalistico, rivolto ad una divinità legata all'acqua e ai poteri benefici di purificazione e fecondità ad essa correlati, adorata attraverso rituali che prevedevano la ripetuta accensione di roghi, l'offerta di animali e prodotti agricoli, libagioni e abluzioni. Fra i materiali rinvenuti una placchetta in bronzo finemente lavorata con figura schematica su barca solare trainata da uccelli acquatici ripropone motivi e significati simbolici diffusi non solo in ambito alpino e italico, ma presenti anche nell'arte rupestre camuna. In età giulio-claudia la conca di Spinera venne monumentalizzata con la costruzione di un grandioso edificio ad ali porticate e cortile centrale, con apparati decorativi di pregio, che fino alla fine del I sec. d. C. convisse accanto al santuario indigeno. Il culto locale venne gradualmente trasferito alla dea Minerva, che certo della divinità indigena ereditò ed interpretò il carattere ctonio e naturalistico e che venne venerata fino alla fine del IV sec. d.C.-inizi del V sec. d.C. quando con la cristianizzazione fu attuata una programmatica distruzione del complesso sacro pagano. I materiali dal complesso di Spinera sono conservati al Museo Nazionale Archeolgico di Cividate Camuno, mentre le strutture romane sono in situ e allestite a Parco Archeologico dal 2007.

La scultura, acefala, in marmo greco, raffigura Minerva stante, avvolta in un ampio manto dal ricco panneggio, con egida a scaglie con Gorgone centrale e serpentelli penduli sul petto. In appoggio sulla gamba destra, la dea ha la sinistra piegata al ginocchio, scostata e leggermente arretrata. Il braccio destro doveva essere proteso verso il basso, mentre il sinistro era sollevato lateralmente probabilmente a reggere l'asta di una lancia.

La statua, datata ad età augustea, rappresenta, con l'Athena Farnese del Museo di Napoli e l'Athena della collezione inglese Hope, una delle tre repliche tuttora esistenti del tipo fidiaco dell'Athena Hygeia o portatrice di salute, realizzato alla fine del V sec. a.C. nell'Atene di Pericle; é uno degli esemplari più eloquenti della scultura colta diffusa nell'Italia settentrionale nei primi secoli dell'Impero.

Alla splendida statua di Minerva venivano donate offerte votive quali arule, stele e monete, secondo le ritualità tipiche del mondo romano.

Le stanze laterali ospitavano invece fontane e vasche, che esaltavano il legame tra l'acqua e il culto della dea.


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BRENO



Breno è un comune della Val Camonica e sorge in una forra naturale dalla direzione nord-sud, tra la collina del Castello ed il Corno Cerreto.

Breno, oggi come nel passato, deve la sua importanza al fatto di essere centro di servizi comprensoriali della Vallecamonica: e ciò per posizione geografica, oltre che per tradizione.
Alle spalle del presente, una lunga storia che si spinge fin nel Calcolitico, come hanno messo in luce recenti scoperte archeologiche effettuate sulla Collina del Castello.
Anche l'etimologia riporta ad origini assai lontane, sia che si assuma come radice il celtico "brig" (monte) oppure il cognome ugualmente celtico di "Brennos", o la voce "briù" o "braè" (ponti o intrecciatura di pali a scopo difensivo) come nella Gallia.
"È perciò molto verosimile pensare ad una intelaiatura di pali, alla maniera gallica, tra la rupe del Castello e quella del Cerreto, onde precludere l'accesso alla vallata" .
In questa direzione si colloca anche il nome della frazione di Astrio (Oahstre, il castium), "la più alta piazzaforte contro gli estranei. Servì certamente contro i Romani al tempo di Augusto".Certo è che le difese non furono sufficienti a contenere a lungo l'urto delle legioni romane ed anche Breno divenne parte della Provincia romana. Interessanti reperti del periodo preistorico e romano sono custoditi nel museo civico con sede nel Palazo della Cultura.
Recentemente, in località Spinera, è stato riportato alla luce un edificio religioso romano di proporzioni imponenti,verosimilmente costruito su un precedente edificio indigeno dedito al culto delle acque, posto tra la riva orientale del fiume Oglio e uno sperone roccioso ricco di grotte e sorgive. L'edificio di epoca Flavia, che ricalca il consueto schema dei santuari italici, presenta una parte posteriore chiusa e una anteriore aperta, forse provvista di colonnato. Nella cella principale una nicchia ospitava la statua del culto e un pregevole pavimento a mosaico, con decorazioni. L'edificio fu distrutto da un violento incendio, sicuramente intenzionale, attorno al V secolo d.C.. Il santuario è a tutt'oggi visibile al pubblico; attraverso una comoda strada che funge anche da pista ciclabile.
Nulla sappiamo dei secoli "bui" dell'alto medioevo. Prova induttiva, con qualche supporto archeologico della presenza longobarda, potrebbe essere la dedicazione a San Michele della cappella sulla Collina del Castello. Rimangono la controfacciata con una finestrella oblunga, sopra la quale campeggia la croce greca, l'impostazione laterale sinistra dell'abside con i segni di altre due finestrelle e le fondamenta del presbiterio, dapprima mono e poi triabsidale.
Le origini della cappella risalgono al secolo VIII. Nei secoli seguenti fu luogo di culto fino all'edificazione della chiesa di San Maurizio o forse di Sant'Antonio. Nel 774 Carlo Magno donava la Vallecamonica ai monaci di Tours. Pieni di torbide vicende, di vendette, di intrighi, di odi implacabili e di tregue, tanto facili quanto fragili, sono i secoli dell'età comunale e signorile.
Investiture e confini sono le cause principali di una litigiosità esasperata; ora sono le discese del Barbarossa a scatenare gli odi contro la nascente "signoria" dei Federici, della quale sono avversari tenaci i Ronchi, i Leoni e gli Alberzoni di Breno assieme ad altre "famiglie" della media valle: è solo l'inizio di una accesa rivalità che passerà alla storia sublimata nei bei nomi dei guelfi e dei ghibellini.
Se qualche interesse più generale è in gioco, esso riguarda il controllo della Valle e non le sorti del papato o dell'impero, e neppure l'autonomia da Brescia che finiva per essere un pretesto dannoso alle parti in lotta: tant'è che sarà proprio il Consiglio generale di Brescia a chiedere l'intervento pacificatore di Maffeo Visconti, il cui lodo arbitrale, del 1291, sarà favorevole solo alla propria causa, stabilendovisi che il reggente della Valle fosse scelto dal duca di Milano e gradito naturalmente al comune di Brescia.
La Vallecamonica entra così nella "grande politica". Di essa si interessa nel 1311 l'imperatore Arrigo VII, confermando a parole le concessioni autonomistiche rilasciate a suo tempo da Federico Barbarossa (il diploma si conserva presso la biblioteca comunale) e nominando nei fatti suo Vicario Cangrande della Scala.
I Visconti tornano all'assalto appena tramontata la "meteora" d'oltralpe, inutilmente sospirato anche da Dante Alighieri. Il dominio visconteo (legato ai nomi di Bernabò, Gian Galeazzo, Giovan Maria e Filippo) avrà termine con la pace di Ferrara, nel 1428, che sancisce la conclusione del conflitto fra Milano e Venezia. D'ora innanzi, salvo una breve parentesi francese, la Vallecamonica diverrà una "scolta" della Repubblica veneta e Breno ne sarà la capitale amministrativa.
I conflitti di ordine sociale tra nobili e "vicini" dei secoli precedenti trovano equilibrio e composizione nel saggio governo veneto che sa conciliare la ragion di stato con le ragioni dell'autonomia locale. Breno diventa sede dei "governo" valligiano, affidato ad un Capitano, un Vicario e ad una serie di Consigli generali e speciali, sì da legittimare un vero proprio pluralismo istituzionale.
Il "prelibato dominio veneto" ha termine con l'arrivo dei francesi di Napoleone, sul finire dei secolo XVIII. Sembra che in un primo tempo la Vallecamonica abbia mostrato fervida lealtà verso Venezia. "Ed anche la Vallecamonica serbava all'antica Repubblica sua fede", scrive l'Odorici. Ma, a parte qualche arresto tra i più accesi sostenitori di Venezia, con l'arrivo del conte Emili a Breno (nell'aprile del 1797), quale capitano del popolo sovrano di Brescia, si può considerare chiuso definitivamente il periodo della dominazione veneta.
La provincia di Brescia viene divisa in dieci cantoni uno dei quali, con il titolo di "Montagna", è la Vallecamonica con centro a Breno.
I cantoni a loro volta sono suddivisi in comuni o "municipalità" che in valle furono Pisogne, Darfo, Borno, Breno, Bienno, Capo di Ponte, Cedegolo, Edolo, Ponte di Legno. Alla fine del 1797 la Repubblica Bresciana è incorporata da Napoleone alla Cisalpina: la Vallecamonica con la Valtellina forma il dipartimento dell'Adda e dell'Oglio con capoluogo prima a Sondrio e poi a Morbegno.
Tale dipartimento è di nuovo modificato nel 1801: la Vallecamonica, ovvero il distretto di Breno, va a formare il dipartimento del Serio o di Bergamo e sotto Bergamo rimarrà fino all'ottobre del 1859.

La chiesa di sant'Antonio, costruita tra il XIV ed il XV secolo, presenta alcune irregolarità sia nella pianta, sia nelle forme esterne, a testimonianza della continua co-evoluzione con il tessuto urbano della cittadina e con la sua storia, sociale ed urbana. Lo stile dell’insieme è neogotico, nella particolare elaborazione che ebbe localmente questo stile. Troviamo quindi pochi slanci ascensionali, rapporti volumetrici nettamente a favore dei pieni e riferimenti gotico-rinascimentali per lo più limitati a particolari architettonici, come le aperture lunghe e strette terminanti a sesto acuto. Il centro della facciata è dominato da un grande portale quattrocentesco in arenaria rossa, con decorazioni e affreschi. La muratura, originariamente in conci di pietra, è stata intonacata.
All’interno l’unica grande navata ha la volta suddivisa in due ambienti, entrambi a crociera, sorretti da arcate a tutto sesto, affrescate forse da Callisto Piazza. Pure a crociera è il coro, affrescato da Pietro da Cemmo con figure di Santi e Dottori della Chiesa. A Girolamo Romanino sono invece attribuiti gli affreschi delle tre pareti del coro del 1535, raffiguranti temi sacri di cui si coglie la vivacità narrativa. La parete destra, la meglio conservata, raffigura alcuni episodi tratti dal libro di Daniele: i momenti del racconto biblico sono rappresentati in rapida sintesi, con un montaggio quasi cinematografico, una notevole vivacità narrativa ed un certo gusto per il dettaglio stravagante. Gli affreschi della navata sono andati persi dopo l’imbiancatura delle pareti a calce durante la peste del 1630. Troviamo poi una pala con la Vergine in trono con Santi attribuita a Callisto Piazza. Il campanile è del XVIII secolo. La chiesa è monumento nazionale dal 1911.
La chiesa parrocchiale dedicata a San Salvatore è di struttura seicentesca, rimaneggiata e ampliata nel XIX secolo, con un maestoso portale (1675) a colonne in occhialino scuro.
L’imponente campanile è costruito con blocchi di granito a vista, decorazioni barocche nella cella campanaria. L'interno della chiesa è stato affrescato a tre riprese dal Guadagnini (1852, 1870 e 1873):
Epifania, sulla controfacciata;
Risurrezione, Incoronazione di Maria e Trasfigurazione, nei medaglioni della navata;
Trionfo dell'Eucarestia, nella volta del presbiterio;
Moltiplicazione dei pani, nel lunettone.
Sempre del Guadagnini è la bella Via Crucis.
Al centro dell’ampio presbiterio sorge il monumentale altare maggiore realizzato nel 1740 dal marmoraro bresciano Vincenzo Barboncini.
L’altare è sormontato dalla maestosa cornice di legno dorato che racchiude la grande tela raffigurante la Trasfigurazione, opera di Pompeo Ghitti.
Il secondo altare sul lato sinistro del presbiterio, ricco di marmi preziosi, è dedicato alla Madonna del Rosario ed è opera della bottega Fantoni; il terzo, in legno dorato,è attribuita a Giovanni Piccini (1661-1725); assai pregevole è il prodotto.
L'altare detto "del Vaticano II" fu realizzato nel 1965 per opera dell'Arciprete Mons. Vittorio Bonomelli; sotto il suo successore, Mons. Tino Clementi Arciprete di Breno dal 1984 al 2005, è stata rifatta la pavimentazione, è stata ripulita e risistemata la Grande macchina del Triduo (Opera lignea in memoria dei morti avuti dal paese durante la grande Peste), ed è stata completata la doratura dei cornicioni e dei capitelli delle lesene.

Situata nei pressi del cimitero la chiesa di San Maurizio era l'antica parrocchiale di Breno.
Le originarie caratteristiche cinquecentesche hanno subito rimaneggiamenti. Il campanile, con cuspide piramidata, è stato restituito alla sua intatta bellezza da recenti restauri, che pure hanno messo in luce le originarie finestre bifore.
Il restauro integrale della struttura e degli affreschi di S. Maurizio, opera del veneziano Ludovico Galliona (1752-1787), voluto dall’Arciprete di Breno Mons.Tino Clementi e condotto sotto la supervisione della Sovrintendenza, è stato completato nel 2000, mentre precedenti interventi avevano riportato alla luce la muratura originale del campanile riconducibile al romanico.
Sul lato a sinistra del presbiterio,nella terza cappella, è visibile il Compianto attribuito a Beniamino Simoni.
La preziosa collaborazione dei volontari, soprattutto degli alpini, ha permesso il recupero delle adiacenze.
Monsignor Maffeo Ducoli, Vescovo emerito di Belluno e illustre concittadino, ha donato l'organo, opera prima e assai pregevole del camuno Gian Luca Chiminelli e l’altare per la celebrazione della S. Messa, opera di scultori lignei locali.

La Chiesa di S. Valentino fu eretta nel X sec. su un piccolo colle che domina Breno (sopra le rovine romane di una precedente costruzione) ampliata all’inizio del 1500 in stile lombardo, ricca al suo interno di numerose opere pittoriche e di recente restauro.
Il luogo della chiesa rimanda al luogo di residenza di San Valentino (Terni), martirizzato durate le feste funebri delle idi di febbraio del 270, durante la persecuzione di Claudio II il Gotico.
Annesso esisteva un dormitorio nel quale vivevano gli eremiti di San Valentino, custodi della chiesa per secoli. Oggi c’è la casa dei custodi.
La facciata è preceduta da un pronao rinascimentale che poggia su quattro colonne di arenaria rossa.
L'interno è a due navate, con volte a crociera. Nella seconda e terza volta della navata destra, affreschi del Maestro di Nave, datati 1500, e raffiguranti i Dottori della Chiesa.
Sulla parete sono presenti affreschi raffiguranti Santi e alcuni frammenti datati 1484, forse di Giovan Pietro da Cemmo.
Il pregevole altare di legno dorato, datato 1701 racchiude una bella tavola ad olio attribuita al pittore cremonese Altobello Melone, attivo nel bresciano nei primi anni ‘500.
Nel 2004 è stato completato il recupero globale della struttura e delle adiacenze e il restauro degli affreschi voluto e realizzato dall’Arciprete di Breno Mons. Tino Clementi con la supervisione della Sovrintendenza e l’aiuto di vari istituzioni pubbliche e private.
Chiesa ad unica navata, con due altari laterali. Il vasto pronao è sostenuto da colonne in pietra di Sarnico, con capitelli decorati. Il portale in pietra simona è ricco di decorazioni e nella lunetta sovrastante è presente un affresco raffigurante la Natività di Maria.
Sul lato destro troviamo un altro portale della medesima pietra datato 1545. Sempre sul lato destro, addossata alla chiesa, è presente una cappelletta assai interessante, dalle belle proporzioni d'insieme, in elegantissima architettura del secolo XVI.
Nel 2000 è stato completato il recupero della struttura, dell’interno e del sacello rinascimentale.

La Chiesetta di Santa Maria Assunta in località Degna che sorge in località sopra Astrio, ha struttura portante in pietra, realizzata con gusto neogotico e copertura in lamiera.
Al suo interno è conservata una pregevole tela del brenese Domenighini, la Pala con Santa Maria Assunta tra gli angeli e il Padre Eterno.
Sembra che il Domenighini nel 1936 effettuò gratuitamente l’intera decorazione della cappella, riutilizzando i cartoni della chiesa di S. Pietro Martire ad Alzano Maggiore.

Il castello di Breno è un monumento ricco di storia. Ciò che si vede non è in realtà un castello, ma un complicato tessuto di costruzioni edificate in secoli diversi per scopi diversi. E’ nato come un insieme di palazzi e torri al tempo di Federico I Barbarossa (1100-1200) ed è stato poi trasformato in roccaforte militare all’epoca della Repubblica di Venezia (1400-1500). Il castello come lo vediamo oggi, però, ricopre in parte i resti di testimonianze preistoriche, che mostrano come la collina, sede degli edifici, fosse una località privilegiata di insediamento già a partire da 8/9000 anni prima di Cristo. Le costruzioni sono ormai parte integrante della collina, ne dominano e ne chiudono la cima, accentuandone le forme naturali.

La torre di Via Mazzini è indubbiamente medievale caratterizzata da grossi conci granitici con angoli particolarmente evidenziati. Le aperture non sono quelle originarie così pure la copertura a doppio spiovente. Si tratta di un edificio a torre a pianta quadrata alto una quindicina di metri usato come sede di associazioni e società. Ai lati nord-ovest e sud-ovest sono stati addossate altre costruzioni (ex albergo alpino a sud-ovest). Le strutture verticali sono in muratura continua portante. Le strutture orizzontali sono costituite da volte a botte, da volte a crociera e da un solaio con struttura in legno. L'accesso al piano terra avviene da via Mazzini, al piano primo da una scala esterna, ai piani secondo e terzo da una scala presente nell'edificio che ingloba parzialmente la torre. Al piano sottotetto si accede direttamente dal piano terzo grazie ad una scala a mano in legno ed ad una botola. Il tetto è a due falde a pianta quadrata mentre la struttura è a travi in legno su muratura. Il manto di copertura è in coppi in laterizio. Attualmente vi ha sede l’associazione Proloco Breno.

Torre Pezzotti (ubicata vicino alla chiesa parrocchiale) è di origine medievale. Si tratta di un edificio a torre a pianta quadrata usato come abitazione e deposito e collegato ai locali dell'edificio che è stato addossato ai lati nord-ovest, nord-est e sud-est. Costituita in granito, è stata inglobata in una costruzione realizzata in tempi successivi: ad esempio sul lato che affaccia verso il cortile interno sono stati realizzati, con buona probabilità nel XVI secolo, un'apertura e un balconcino. Le strutture verticali sono in muratura continua portante. Le strutture orizzontali sono costituite da volte a botte, da solai con struttura in legno e pietra e, nel caso della grande stanza al piano secondo particolarmente interessante la volta con una copertura ad ombrello tipicamente cinquecentesca.  L'accesso ai vari piani avviene grazie alle scale presenti nell'edificio addossato tranne che per il piano interrato, al quale si accede con una stretta scala in pietra, e per il locale sottotetto posto sopra la volta del piano secondo per il quale è presente una scala in legno. Il tetto è a padiglione a pianta quadrata mentre la struttura è in legno su capriate. Il manto di copertura è in coppi in laterizio.

La torre Domenighini o del Sale conserva la sua struttura anche se è alquanto rimaneggiata, pesantemente mozzata e totalmente inglobata nell'abitazione. Di origine medievale, con probabile base quadrata, mostra grandi conci squadrati e finemente lavorati che caratterizzano i due prospetti ancora visibili. Le strutture verticali sono in muratura continua portante. Struttura della copertura in travi di legno su muratura. Manto di copertura in tegole a coppo in laterizio.
Molto interessante, a piano terra, l'antica bottega che conserva ancora le due vetrine speculari alla porta con cornici in pietra dalla lavorazione tipicamente rinascimentale. La torre è ubicata proprio accanto alla chiesa comunale di S. Antonio.

Villa Ronchi, oggi palazzo municipale di Breno, fu progettata e realizzata da Fortunato Canevali sullo scorcio del secolo XIX, come residenza per l’ingegner Giovanni Antonio Ronchi (Breno, 1841-Brescia, 1914), di antica discendenza e che aveva avuto grande fortuna economica a Roma come impresario di costruzioni stradali, ferroviarie e abitative, grazie all’amicizia con Giuseppe Zanardelli, e che fu socio fondatore e primo direttore della Banca di Valle Camonica (1872-1873) e in seguito anche presidente (1904-1913).
Se Arturo Cozzaglio, descrivendo in modi romantici il suo ideale percorso di viaggio in Valcamonica, ricorda a Breno i “giardini e ville, che hanno per isfondo un bellissimo panorama dalle balde punte di granito”, parte del merito è anche della nascente villa Ronchi, situata nella nuova via S.Martino.
D’ispirazione tardo-neoclassica, la struttura del fabbricato è caratterizzata da estrema razionalità, che trova contrappunto in alcuni essenziali elementi decorativi connotati da una sfumatura d’eclettismo di fine secolo XIX, e si presenta distribuita su quattro livelli: il seminterrato, il piano rialzato, il primo piano e il sottotetto abitabile.
Le imponenti fondamenta, in parte poggianti direttamente sulla roccia che degrada verso nord, hanno permesso la costruzione delle ampie cantine dalle volte a botte, che richiamano la tradizione costruttiva tipicamente locale, con i volti alla base dell’edificio.
La facciata principale, sin dal notevole ingresso monumentale a gradinata simmetrica, è particolarmente ricca di misurati elementi decorativi: i pilastrini della balaustra da cui si diparte la raffinata presenza delle colonne di ghisa, cariche di eleganza formale, ma funzionali alla portata della balconata superiore; le ringhiere di ferro battuto, gli eleganti ed ampi balconi. Unico elemento puramente decorativo il fregio con le iniziali R(onchi) G(iovanni) A(ntonio), al centro della facciata principale, vezzo antico che ricorda l’importanza della casata.
Costituito da tre ordini, di cui il centrale leggermente più alto rispetto a quelli laterali, il palazzo si ritma modularmente per armonia: nello zoccolo di base si aprono le finestre dimezzate che danno luce al piano seminterrato, razionalmente corrispondenti e in asse con le aperture soprastanti in serie di tre per ogni corpo; degna di essere rimarcata poi è l’attenta proiezione delle cornici delle finestre; importante la collocazione dei marcapiani e delle incassature a finti conci, compatte nella parte inferiore e che evidenziano solo gli angoli nella parte superiore, che aiutano a percepire l’edificio nella sua articolazione; da notare anche, nella parte inferiore, la differenziazione dei finti conci dello zoccolo fortemente modellati rispetto agli altri dell’intera facciata, più lineari e poco rilevati.
Il corpo della costruzione, percepito dalla parte anteriore, risulta imponente, ma misurato, degno di una villa patrizia, anche per la presenza dell’originario vasto parco antistante, che permetteva una adeguata visione di campo, allestito con grotte di tufo, statue, fontana centrale e cancellata monumentale, oggi solamente intuibili attraverso alcuni residui invasivi.
Nella facciata posteriore, ben più possente, ma meno rappresentativa, forte è la presenza del piano interrato, con l’apertura delle tre arcate del porticato corrispondenti alla tripartizione che caratterizza l’intero disegno e che rendono meno pesante l’insieme. Anche qui la realizzazione del bugnato fortemente modellato si bilancia con la linearità dei finti conci del primo piano che diradano nel secondo e nel terzo, mettendo in risalto solo le parti angolari. I materiali e le soluzioni di costruzione sono essenzialmente quelli della tradizione, sapientemente impiegati e lavorati dalle maestranze locali:
l’edificio, alla base, sempre rigorosamente realizzato in pietra, si alleggerisce superiormente con l’utilizzo del laterizio e viene protetto esteriormente dall’intonaco a calce, diverso nei differenti livelli; le pietre, il marmo di Botticino e il granito vengono impiegati rispettivamente per le cornici modanate delle aperture e per gli imponenti pilastri delle cancellate; l’impiego “modernista” delle persiane scorrevoli a scomparsa, risulta ideale per non appesantire le facciate con elementi invasivi.
L’interno, dallo schema caratterizzato dal corridoio centrale che si collega ai locali laterali, è pensato per una signorile residenza e si presenta sontuoso.
Nel piano seminterrato erano collocate le cucine, collegate alla superiore sala da pranzo attraverso un montacarichi passavivande, la dispensa e alcuni vani accessori.
Al piano nobile, dopo l’ampio ingresso principale, nel cui soffitto è dipinta una composizione geometrica e floreale che racchiude gli stemmi delle maggiori città italiane, a simboleggiare l’unità d’Italia, trovavano posto le stanze della zona-giorno, con l’elegante salone destinato all’ascolto e all’esecuzione della musica (ora sala del consiglio comunale) cui la famiglia brenese era particolarmente dedita.
Il soffitto del salone della musica è affrescato da Ponziano Loverini con l’Allegoria della musica drammatica (1895): in figura di donna, posta nel cielo sopra un nimbo rosato al centro della composizione, che guarda verso l’alto, il capo cinto d’alloro e circondato dalla luna piena e da una stella (perché fonda la sua armonia nei cieli), la Musica tiene nella mano una cetra d’oro e ha ai suoi piedi uno stiletto e una maschera tragica; a lato alcuni putti suonano strumenti musicali e sopra, portati da un raggio di luce, due amanti sono rapiti in un bacio appassionato; al di sotto, un’aquila volante, simbolo dell’ingegno, reca nel becco un serto di alloro ai compositori che si affacciano da una balaustra,coperta da un drappo rosso e posta su una scalinata degradante, su cui siede un putto, posto su un cuscino di velluto blu, che mostra un volume con l’iscrizione “MUSICA DRAMMATICA”.
Nel salone erano anche collocate due grandi tele (rimaste in proprietà agli eredi), dello stesso maestro, raffiguranti episodi teatrali della Favorita di G. Donizetti e del Rigoletto di G. Verdi, del 1897.
Ancora sullo stesso livello vi era la sala da pranzo (attualmente ufficio del sindaco), impreziosita dagli stucchi di Canevali, rappresentanti, in un tripudio di decorazioni con putti, naiadi e fauni che si fondono con elementi vegetali, fiori, frutta e volatili, l’Allegoria del brindisi (1896), accanto erano posti anche il salotto ed uno studiolo.
Al primo piano vi erano le camere, i guardaroba ed alcuni salotti; nell’ampio sottotetto erano poste i locali della servitù e alcuni guardaroba. Molte stanze presentano affreschi, di autore anonimo, con motivi decorativi geometrici, floreali, naturalistici paesistici e fantastici di gusto pre-liberty, che ricordano gli affreschi che erano presenti nel palazzo brenese dell’avvocato Paolo Prudenzini.
Le stanze erano poi arricchite da sculture lignee e intagli, ad opera di Canevali, in parte ancora oggi visibili nella loro sistemazione originaria, come l’appendiabiti, la specchiera ed il copricamino, da mobili preziosi, quadri, arazzi, camini e lampadari di vetro di Murano e di ferro battuto che in gran parte sono stati svenduti nel 1946 e in parte si sono perduti per l’incuria o per la scaltrezza di qualcuno.
Rimane, ancora posta nell’atrio, la grande tela con scritta “Opera del Cavalier Andrea Celesti”, più probabilmente di autore anonimo del secolo XVIII, raffigurante Mosè salvato dalle acque, lasciata in dono al Comune di Breno dalla signora Cattina Ronchi in Romelli, in ricordo dei figli.
Il palazzo fu completato con i pavimenti lignei posati dalla ditta Ongaro di Breno, quelli in tessere policrome dovuti alla ditta Pedretti di Bienno su disegno dell’architetto Mario Ippoliti nel 1937, quelli in graniglia al primo piano, in cotto nel sottotetto.
Da ricordare anche il grande scalone, in marmo di Botticino e ringhiera in ferro battuto, che dal seminterrato porta al primo piano.
A seguito della caduta del regime fascista e a causa dei rivolgimenti politici, essendo la famiglia impegnata politicamente ed avendo ricoperto Giovanni Ronchi la carica di podestà, molti arredi e suppellettili vennero frettolosamente svenduti e la villa fu donata al Comune con lo scopo di collocarvi strutture di pubblica utilità, come testimonia anche una targa commemorativa posta nell’ingresso:“Questo palazzo divenne proprietà del Comune di Breno per liberalità disposta ed attuata dai fratelli Ronchi in memoria dei loro genitori ing. Gio(vanni) Battista Ronchi e Bice Caldani”
Nei primi anni Sessanta un grande intervento, già da tempo previsto anche in un progetto dall'architetto Vittorio Montiglio, vide la risistemazione del parco antistante la villa, con la demolizione della grande recinzione, il ridimensionamento dei giardini e il drastico riadattamento della graziosa palazzina posta a fianco della dimora.
Lo stato attuale, in risposta alla funzionalità di un municipio, risulta dignitoso e permette la lettura e la visita da parte dei cittadini.

Di Villa Montiglio non è facile stabilire con esattezza la data di costruzione della villa, ma è certo che quando il notaio Pietro Taglierini si trasferì a Breno acquistò una casa con casci-nale e ampio terreno circostante.
Nel corso degli anni il notaio ampliò la villa e dedicò molta cura anche al cascinale e al terrazzo. Alla sua morte la proprietà passò al figlio Stefano che continuò l’opera paterna completando la ristrutturazione della casa e creando un parco separato dal terreno agricolo.
Nel 1846 gli succedette il figlio Antonio, personaggio eminente sia in campo giuridico che in quello amministrativo-politico.
Fu consigliere provinciale e poi deputato del Parlamento Italiano; grande amico di Benedetto Cairoli ebbe anche l’onore di ospitare, nella villa di Breno, il futuro re Umberto I e il duca Amedeo d’Aosta durante una loro visita ufficiale in Valle Camonica. Cittadino benemerito, fu tra i fondatori della Banca di Valle Camonica e della Società Operaia di mutuo soccorso.
Fu lui che acquistò la proprietà degli eredi Giacomelli Gianmaria, il grande complesso di Marianna Ronchi (già Griffi-Sforza) e il brolo di Antonio Sigismondi. L’acquisto deve essere avvenuto dopo il 1860 perché la “Planimetria della nuova strada di attraversamento del centro abitato di Breno”, eseguita da Isidoro Rizzieri nel 1860, riporta ancora due proprietà confinanti: quella dei Taglierini e quella degli eredi Giacomelli.
Se l’acquisto delle proprietà Giacomelli e Ronchi Sigismondi è successivo al 1860, si può ipotizzare che la villa e l’adiacente villino siano stati realizzati verso la fine dell’800, prima ancora che sorgessero, lungo l’arteria principale del paese, le altre ville importanti.
L’eclettismo che caratterizzerà il novecento e che in Breno giungerà all’apice con Villa Gheza, sembra aver già trovato segnali in Antonio Taglierini.
Per la realizzazione della villa si affidò ad un architetto predisposto all’innovazione che seppe fondere elementi nuovi con elementi tradizionali ottenendo un’insolita, ma non disarmonica commistione tra architettura alpina e decorazioni “Liberty”.
Alla morte dell’Avvocato, la proprietà passò al figlio Giuseppe che volle rinnovare la facciata della Villa e dare un nuovo assetto al parco.
Con l’aiuto dell’avvocato Zanoncelli da Lodi il parco fu ridisegnato: vennero tracciati sentieri in ghiaietto, create nuove aiuole, piantumate altre essenze arboree, realizzate grotte in tufo di cui una a ponte sulla quale fu poi aggiunta una statua.
Fu poi decorata la facciata della villa e l’avv. Zanoncelli disegnò personalmente i fregi con foglie d’acanto.
Anche la cascina subì notevoli trasformazioni e venne poi utilizzata come scuderia.
Alla fine dell’800 purtroppo scoppiò un terribile incendio che arrecò ingenti danni alla villa. I Taglierini dovettero abbandonare l’abitazione e trasferirsi nella dependance che venne completamente ristrutturata e abbellita con l’aggiunta di uno sbalorditivo.
Alla morte di Giuseppe i suoi beni passarono ai figli Antonio e Beatrice. Purtroppo l’ingegnere tenente Antonio morì combattendo sul Carso; aveva però lasciato un testamento in cui disponeva che il suo patrimonio fosse lasciato ai Brenesi “a parziale sollievo di tante miserie e al miglioramento morale del paese natio”.
Questo importante lascito consentì l’acquisto di una colonia marina (che portò il suo nome) per un migliore sviluppo fisico dei bambini, di contribuire alla costruzione dell’Ospedale, delle scuole e di offrire un sostegno ad anziani e bisognosi.
Beatrice Taglierini, agli inizi del 1900, aveva sposato l’ingegnere piemontese Giovanni Montiglio e lo aveva seguito a Roma dove lavorava per l’”Ansaldo”.
Rimase però sempre legata a Breno dove ritornava spesso e dove si trasferì definitivamente quando il marito si mise a riposo.
Dal loro matrimonio erano nati cinque figli: Iolanda, Vittorio, Maria Antonietta, Ottavio e Antonio. Iolanda restò a Roma dove si era sposata e Maria Antonietta morì a soli cinque anni. A Breno rimasero solo i tre maschi: Vittorio, Ottavio e Antonio.
A Vittorio era stato dato il nome dello zio Vittorio Montiglio, il fanciullo soldato che a soli quattordici anni fuggì dell’America del Sud per raggiungere i fratelli Umberto e Giovanni, volontari della prima guerra mondiale (entrambi “medaglia d’argento” per essersi rispettivamente distinti nella battaglia del Piave e in quella del monte Cimone).
Vittorio, falsificando il certificato di nascita, riuscì ad arruolarsi fra gli Arditi del battaglione Feltre. A quindici anni era già sottotenente, successivamente divenne ufficiale e fu anche legionario con D’Annunzio. Per il suo coraggio e le sue audaci imprese gli fu attribuita la medaglia d’oro. Anche Vittorio, come lo zio, dimostrò, fin dalla più tenera età, audacia, coraggio e grande fermezza. Soldato quando era ancora studente, si laureò in architettura a Roma nel 1941 con il massimo dei voti.  Durante un bombardamento nei pressi di Viterbo fu gravemente ferito agli arti inferiori, fu ritrovato solo il giorno seguente in condizioni disperate. Fortunatamente si riprese, ma una gamba dovette essere amputata e l’altra rimase paralizzata.
La sua straordinaria forza di volontà e il suo spirito d’iniziativa lo spinsero a progettare un arto artificiale più leggero e più comodo (ci sono ancora i disegni) con cui sostituì l’arto pesantissimo e scomodo che gli era stato applicato in ospedale.
Non è possibile elencare le molteplici attività e le copiose opere che caratterizzarono la sua breve esistenza.
Fu appassionato di sport, di meccanica, di pittura, di scultura, musica, ma soprattutto di architettura e in tutti questi campi diede prova di straordinarie capacità.
Purtroppo però il 27 aprile 1953, a Boario, dove stava seguendo i lavori per la costruzione della Chiesa degli Alpini (ultimo suo progetto), la sua vita fu tragicamente stroncata dal passaggio di un treno del cui arrivo non era stato avvertito in tempo.
Negli anni successivi si spense la madre Beatrice e più tardi il Dott. Ottavio di cui resta un ricordo molto vivo per l’indiscussa competenza professionale, la grande disponibilità e anche per la sua passione sportiva.
La villa, a tre piani più il sottotetto, è caratterizzata dalla terrazza panoramica, elemento ricorrente nelle composizioni architettoniche del tempo (come le pregevoli cancellate e le ringhiere in ferro battuto degli ingressi e della terrazza) da cui godere lo spettacolo della natura circostante.
Accanto alla villa grande s’innalza anche un villino, ovviamente di dimensioni più ridotte, ma di grande interesse architettonico per l’insolita commistione di stili. Decorazioni “Liberty” sono presenti, oltre che all’esterno anche nell’interno degli edifici.

Nel cuore di Breno erge Villa Gheza, testimone dei successi imprenditoriali dell’ avv. Maffeo Gheza che progettò e curò, con meticolosa precisione, ogni più piccolo particolare della costruzione. Personaggio straordinario, aperto al progresso, assetato di nuove conoscenze e di nuove esperienze, l’avv. Gheza fu sicuramente condizionato dalla cultura orientalista europea di fine Ottocento e inizi Novecento.
Pur non avendo mai visitato alcun paese influenzato dalla cultura araba, alimentò il suo interesse per quell’Oriente, che nell’immaginario collettivo degli anni venti entrava con forza, raccogliendo pubblicazioni e fotografie, visitando mostre ed esposizioni e consultando il suocero, prof. Otto Penzig, famoso docente di botanica presso l’Università di Genova il quale aveva viaggiato a lungo in paesi lontani.
Maffeo Gheza però, nel 1929, non dette solo inizio alla realizzazione della sua Villa, ma anche alla costruzione di un monumento che testimoniasse il successo ottenuto con anni di intenso lavoro. La ricerca di preziosità e di lusso che caratterizza questa Villa in cui lo stile orientale si fonde con le mode occidentali del tempo, è da considerarsi come antidoto alla crisi dilagante in quegli anni.
Ispirandosi ai valori del capitalismo illuminato e dell’ impegno sociale per il riscatto dei figli del popolo attraverso il lavoro, Maffeo Gheza, utilizzando maestranze locali, e saltò la qualità del lavoro artigianale in contrapposizione al lavoro in serie, che in quegli anni si stava rapidamente diffondendo.
Il complesso architettonico, completato esternamente nel 1935, consta di un seminterrato e di tre piani, ma solamente una parte del piano terra è stata ultimata secondo il disegno dell’avv. Gheza.
Il secondo piano presenta infatti poche decorazioni e il terzo piano è ancora “al rustico”: ne sono prova i molti disegni delle decorazioni che l’avvocato intendeva realizzare.
L’accesso al giardino e alla Villa è contraddistinto da un tipico arco arabo, sostenuto da fasci di sottili colonne e decorato con simboli e motivi geometrici, sotto il quale inizia il grande viale pavimentato con ciottoli bianchi, neri, rossi e verdi disposti secondo un preciso disegno e la larga scala curvilinea che conduce all’ingresso principale.
Il viale che percorre il giardino si articola in una serie di vialetti che si snodano tra agavi, palme, jucche e bambù, grotte e laghetti, balaustre e panchine, lampioni e fioriere.
La vegetazione mediterranea, scelta forse in omaggio al celebre suocero, prof. Otto Penzig, è costituita da piante provenienti da zone del lago d’Iseo perché potessero più facilmente acclimatarsi in Valle Camonica.
Il giardino, che forma un tutt’ uno con la Villa, è circondato da un possente muro ricco di iscrizioni e di simboli ancora in gran parte da studiare, come del resto anche quelli presenti nell’edificio.
Ci sono simboli massonici, islamici, ebraici, frammisti a lettere italiane e latine
I messaggi graffiti sul muro di cinta e sulla villa stessa, rivelano ancora una volta il carattere e l’ideale di vita dell’avv. Gheza, uomo orgoglioso che perseguiva con ostinazione i suoi obbiettivi incurante del giudizio degli altri.
I disegni delle decorazioni furono elaborati con la collaborazione anche dell’architetto decoratore bergamasco Eugenio Bertacchi e i lavori sugli intonaci e in cemento furono realizzati dalle ditte camune Cappellini e Putelli, che dimostrarono straordinarie capacità artigianali.
La pianta rettangolare della villa richiama più i modelli architettonici italiani che modelli moreschi, ma sicuramente di influenza araba-indiana sono il tetto-terrazza che un tempo ospitava i giardini pensili, lo spettacolare belvedere ottagonale e il lungo porticato di stile moresco che si specchia in un laghetto alimentato da cascatelle.
Sempre di influenza orientale è l’ingresso al piano nobile, costituito da una sala poligonale che, al centro, ha una fontana con lampada opalinata sulla quale scorreva l’acqua. Intorno all’atrio si aprono la sala da pranzo, la cucina, il salotto della musica, lo studio e la camera da letto.
La sala da pranzo si affaccia sul jardin d’hiver chiuso da vetrate di stile neogotico; più che una serra vera e propria era una grande veranda da poter sfruttare soprattutto nei periodi invernali. Lo fa supporre la presenza, nel locale, di una sorta di scaldavivande inserito nel termosifone.
Oltre alla stupenda sala da pranzo il locale che suscita maggior interesse per la ricchezza delle decorazioni e l’originalità dell’arredamento è senza dubbio la camera da letto. Soffitto, pareti e pavimento sono interamente decorati con tecniche e materiali molto diversi e preziosi ma che si fondono senza contrasti. La fusione tra orientalismo ed eclettismo è molto evidente nell’arredamento, soprattutto nei letti in noce, con intarsi e particolari in rame e mosaici in madreperla.
Realizzati da Alfredo Cappellini su progetto dello stesso Gheza, si ispirano ai mobili Bugatti molto ammirati in quegli anni.

Astrio è il primo paese della Val Camonica che si incontra scendendo dal Passo di Crocedomini.
Giace in una conca naturale orientata a sud-est.
Il nome potrebbe derivare da Ahtre, Oahtre, Castrum (fortezza), come ricordo del dominio romano.
Il 19 ottobre 1336 il vescovo di Brescia Jacopo de Atti investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Breno, Borno, Astrio, Monno e Ossimo Girardo del fu Giovanni Ronchi di Breno.
Il 15 maggio 1365 il vescovo di Brescia Enrico da Sessa investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Breno, Vione, Vezza, Sonico, Malonno, Berzo Demo, Astrio, Ossimo e Losine Giovanni e Gerardo del fu Pasino Federici di Mù.
Il 17 settembre 1423 il vescovo di Brescia Francesco Marerio investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Monno, Cevo, Andrista, Grumello, Saviore, Cemmo, Ono, Sonico, Astrio, Malegno, Cortenedolo, Vione, Incudine e Berzo Demo a Bertolino della Torre di Cemmo .
Durante il periodo estivo è rinomato in valle per la sua sagra del baccalà (da cui lo scotöm dei suoi abitanti).
Le chiese di Astrio sono:
la Parrocchiale di SS Vito, Modesto e Crescenzia con il portale che ha la data 1787.
la Chiesa di san Martino, di struttura cinquecentesca, rimaneggiata nel XVIII secolo, si trova lungo la strada per il Passo di Crocedomini

Pescarzo sorge al di sopra dell'abitato di Breno, sulla sponda orientale del fiume Oglio, a mezza costa sulla montagna. Il suo orientamento è verso sud-ovest
Il 28 gennaio 1350 il vescovo di Brescia investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Breno, Borno, Pescarzo, Cerveno e Corteno Bertolino e Giacomo Alberzoni di Breno. Privilegi vennero confermati anche nel 1423.
Il 24 giugno si festeggia San Gioàn dei càlem (San Giovanni delle ciliegie). I càlem sono tra i primissimi frutti che la terra camuna, non prodiga regala agli abitanti suoi. Di un legame vorremmo dire, di un filo rosso che corre dalla testa insanguinata di san Giovanni Battista adagiata sul vassoio d'oro da Erode per la conturbante Salomè, ed i rossi più che mai càlem. I festeggiamenti, affievolitisi per alcuni anni, ritornano gagliardi…” (Adriano Baffelli).
La Parrocchiale di San Giovanni Battista è di struttura barocca del XVII secolo.

Il Museo Camuno di Breno, aperto per merito dello studioso locale Romolo Putelli, è alloggiato nel palazzo della cultura, in via Garibaldi. Nelle sale sono oggi esposti reperti archeologici, arredi e suppellettili, mobili, sculture lignee e intagli, quadri. Meritano una citazione particolare la "Crocifissione" di G. Romanino, la "Deposizione" di Callisto Piazza, il "Ritratto" di G. Ceruti (Pitocchetto), il paliotto d'altare di una bottega locale, le "Bambocciate" di F. Bocchi ed i "Putti musicanti" di B. Lanino.

Il Museo d'auto e moto d'epoca Nostalgia Club è l’unico nel suo genere dell’intera provincia di Brescia. All’interno sono esposte auto e moto d’epoca, di proprietà dei soci e dei simpatizzanti, che danno vita ad una mostra permanente. Il museo è una struttura dinamica, che funge anche da ritrovo per appassionati e collezionisti. Nella sede trovano spazio, al primo piano, un salone per esposizione di auto, una sala esposizione, accessori d'epoca e la biblioteca; al secondo, l'esposizione di moto, la videoteca ed il salone per conferenze. I pezzi esposti rappresentano il meglio della produzione compresa fra gli anni '30 e '70, veri e propri gioielli di un'altra epoca.

Scoperto nel 1986 e aperto al pubblico nel 2007, il Santuario di Minerva è un parco archeologico eccezionale dove la bellezza e la sacralità naturale del luogo si uniscono alla monumentalità dell’intervento romano conservato in maniera ben leggibile nelle strutture. I resti monumentali portati alla luce sono ora accessibili e fruibili al coperto di una bella struttura architettonica e valorizzati da un apparato didascalico in italiano e inglese. Sotto l’occhio vigile di Minerva il visitatore potrà ripercorrere, come duemila anni fa, gli spazi del culto e del rito ai piedi dell’altura da cui sgorgava l’acqua sacra.

Il Teatro delle Ali è stato inaugurato l’8 ottobre 2011, e sorge accanto all’Accademia Arte e Vita a Breno, in via Maria Santissima di Guadalupe, 5. Dal 2012 è diretto dall’associazione culturale La Fucina, assieme all’antistante Caffè del Teatro, punto di aggregazione conviviale prima e dopo gli spettacoli, e a sua volta sede di mostre, concerti ed incontri. Il cartellone presenta spettacoli teatrali, eventi musicali, manifestazioni legate alla vita del territorio. Tra gli ospiti della precedente stagione, Stefano Benni, Luca Micheletti, ATIR, il Collettivo 320Chili – Sosta Palmizi, Teatro Necessario, Stefano Battaglia, Emanuele Maniscalco, Oleg Vereshchagin, Boris Savoldelli, Pierangelo Taboni.




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