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sabato 18 aprile 2015

LA GROTTA DI ANGERA



Il progressivo scioglimento dei ghiacciai portò alla creazione dei laghi alpini.
Le prime attestazioni della presenza dell’Uomo nel territorio di Angera sono state individuate nel corso di scavi e indagini in una grotta naturale nota come Tana del Lupo, di proprietà privata e chiusa al pubblico, collocata nella parete sud-occidentale della altura che ospita la Rocca Borromeo.

Una campagna di scavi condotti presso la Tana del Lupo, grotta attualmente non accessibile al pubblico e ubicata sul pendio che conduce alla Rocca Borromeo di Angera, ha portato alla luce tracce della presenza dell’uomo risalenti al paleolitico finale, cioè databili tra 20.000 e 12.000 anni fa.

La grotta, detta anche “Antro di Mitra” era già nota per i rinvenimenti di testimonianze archeologiche di epoca preistorica e romana, ma non era mai stata oggetto di ricerche scientifiche sistematiche.
Gli studi condotti dalla direttrice del Museo di Angera, Prof.ssa Serena Massa, hanno immediatamente suscitato l’interesse della famiglia Borromeo, proprietaria del sito, che ha promosso e sostenuto le ricerche ottenendo anche il contributo finanziario della Regione Lombardia.
Il progetto di ricerca, che ha portato alla campagna di scavi, è stato diretto dalla Dott.ssa Barbara Grassi della Soprintendenza Archeologica della Lombardia e dal Prof. Maurizio Tosi, Direttore del Dipartimento di Archeologia dell’Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna.
Nel corso delle indagini, a seguito delle operazioni di pulitura eseguite dalla restauratrice Lucia Miazzo, si è notato qualcosa che finora nessuno aveva potuto osservare; lungo le pareti e sul soffitto della caverna, dalle superfici molto tormentate da fenomeni di erosione, infestazioni biologiche e concrezioni, sono venute alla luce tracce di colore rosso e nero.
Un’indagine più attenta ha rivelato che i resti di pitture interessano gran parte delle pareti e del soffitto. Alcuni di questi segni, esaminati dal Prof. Angelo Fossati dell’Università Cattolica di Milano, sono quasi certamente impronte di dita intinte nell’ocra e “stampate” sulla parete della caverna, fenomeno ampiamente noto in area franco-cantabrica, ma molto più raro nel resto dell’Europa.
Dunque questa scoperta assume particolare rilievo nell’ambito del panorama europeo, anche se molto lavoro deve ancora essere fatto per attribuire una cronologia precisa ai diversi segni. Ma certamente alcune delle pitture possono essere state eseguite all’epoca in cui gruppi di cacciatori-raccoglitori frequentavano la caverna, cioè alla fine del Paleolitico.
In Italia sono rarissime le testimonianze di arte parietale e questa di Angera sarà certamente oggetto di ulteriori campagne di scavo e ricerche per riportare alla luce una testimonianza che desta grande interesse, non solo per l’espressione artistica e per la conoscenza degli stili di vita e dell’ambiente tardiglaciale in Lombardia, ma per gli aspetti legati al contenuto simbolico e misterioso del messaggio che intendeva trasmettere.
Altri Istituti coinvolti nella ricerca sono il DISTART (Dipartimento di Ingegneria delle Strutture, dei Trasporti, delle Acque, del Rilevamento, del Territorio dell’Alma Mater Studiorum di Bologna), che ha realizzato il rilievo topografico tridimensionale della grotta con tecnologia laser (direzione Prof. Luca Vittuari), il CNR di Faenza per analisi archeometriche (Dr. Bruno Fabbri, Dott.ssa Sabrina Gualtieri), il laboratorio di archeobiologia del Museo di Como (Prof. Lanfredo Castelletti); Dottor Francesco Genchi e Professor Massimiliano David dell’Università di Bologna.

La grotta di Angera è l’unico mitreo conosciuto fino ad oggi in Lombardia e al suo esterno sono ancora visibili antiche incisioni legate ai culti misterici oltre a diversi incavi rettangolari predisposti per accogliere lapidi e rilievi votivi. Dio guerriero, strettamente legato al sole e forse proprio per questo venerato negli antri della terra, Mitra, il cui nome significa “amico”, rappresenta il giorno con la sua luce e con esso l’aspetto benevolo della divinità. A questa caratteristica è probabilmente dovuta la leggenda secondo cui la grotta sarebbe da sempre abitata da una stirpe di fate buone e bellissime, custodi di una magica porta, invisibile e metafisica, che solo ogni cento anni si dice aprirsi all’entrata della grotta.

Secondo l’antica narrazione, questo misterioso passaggio rappresenterebbe un’apertura verso altre dimensioni, una porta d’accesso a mondi paralleli che solo gli iniziati potevano oltrepassare. Finora tuttavia, ancora nessuno è mai riuscito a scoprire quale sia il giorno esatto in cui la magica porta apra i suoi misteri.

Questa cavità, che si trova ai piedi dell’arroccato castello di Angera.
Essa era chiamata Tana del Lupo, Antro di Mitra e Grotta delle Fate.
All’esterno sono ancora presenti delle tracce di rilievi alquanto misteriosi legati ad antichi rituali e incavi che dovevano contenere lapidi o oggetti votivi.
E’ un’apertura naturale della roccia di 7,50 metri x 4,70 con un’altezza di circa 5 metri.

Nessuno ha mai varcato la soglia affinchè potesse raccontare cosa questo mistico
luogo nasconda.

La leggenda potrebbe essere un’interpretazione “popolare” del percorso iniziatico che gli adepti ai culti di Mitra dovevano intraprendere.
E’ possibile che il Tempio sia stato utilizzato per questo tipo di culto fino a tempi relativamente recenti ed è anche presumibile che “l’attraversamento della porta” di un iniziato, un rituale semplicemente mistico, doveva essere visto dal contadino di turno come un evento fortemente magico.
Il Dio Mitra da sempre è il riflesso pagano di Cristo, per via delle notevoli somiglianze.
Anche Mitra nasce da una vergine in una grotta, ecco perché i luoghi a Lui dedicati
sono simili a quello di Angera.
E’ la divinità del sole e della luce con lo scopo di sconfiggere il male e salvare l’umanità e anticamente veniva festeggiato il 25 dicembre.
Mitra muore a 33 anni ed è sempre affiancato da 12 compagni.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/04/le-citta-del-lago-maggiore-angera.html


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sabato 21 marzo 2015

GIULINO DI MEZZEGRA

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Il paese sorge sulla riva occidentale del Lago di Como, in Tremezzina, lungo la SS 340, che la collega a Como e Sondrio.

Dal 1928 al 1947 Mezzegra fu frazione del comune di Tremezzina.

Nella frazione di Giulino vennero giustiziati dai partigiani Benito Mussolini e Claretta Petacci il 28 aprile 1945 dopo sentenza di condanna del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale).

Nella frazione di Pola ha residenza il cantautore comasco Davide Van de Sfroos, diventato famoso per le sue canzoni in dialetto laghée.

Il comune fa parte dell'associazione degli Azzano d'Italia, undici fra comuni e frazioni che portano nel loro nome il termine Azzano e che hanno i cittadini che si chiamano azzanesi: Azzano d'Asti, Azzano Decimo, Azzano Mella, Azzano San Paolo, Castel d'Azzano e sei frazioni.

Giulino (Giülin in dialetto tremezzino, pronuncia fonetica IPA: /ʒyːˈleŋ/) è una frazione del comune di Tremezzina, in provincia di Como, passato alla storia perché fu il luogo dove il 28 aprile 1945 vennero giustiziati Benito Mussolini e la sua amante Claretta Petacci.

Il paese, parte della Comunità Montana del Lario Intelvese, sorge in collina, nei pressi della riva settentrionale del Lago di Como dove si trova Mezzegra, da cui dista circa 2 km. Da Como dista circa 30 km ed altrettanti dalla frontiera italo-elvetica verso Lugano. L'arteria stradale più vicina ad essa è la SS 340 che collega Como con Sondrio.

Giulino fu frazione del comune di Mezzegra, ma nel 1928 venne aggregato al neonato comune di Tremezzina col nome di Giulino di Mezzegra. Nel 1947, con la soppressione del comune di Tremezzina, viene restituito al comune precedentemente soppresso di Mezzegra come sua frazione riprendendo il precedente nome di Giulino.

Mentre stava cercando di fuggire vestito da soldato tedesco, Benito Mussolini venne catturato dai partigiani a Dongo il 27 aprile 1945. Durante la notte venne condotto insieme a Clara Petacci a Bonzanigo, frazione di Tremezzina, e ospitato presso la famiglia De Maria, partigiani e conoscenti del capitano Neri.

Il mattino successivo, 28 aprile, arrivò l'ordine di fucilazione portato da Milano dal colonnello Valerio, nome di battaglia del partigiano Walter Audisio. Lo stesso Audisio eseguì la condanna capitale "In nome del popolo italiano" del Duce e di Petacci alle ore 16:10 davanti a Villa Belmonte, in via XXIV Maggio. Questa è la ricostruzione accreditata dalla maggior parte degli storici, rimaneggiata più volte anche dallo stesso Audisio, ma senza modificarne lo schema generale. Esistono alcune ricostruzioni di quegli avvenimenti, anche in contraddizione tra loro, che non concordano coi tempi, con gli esecutori e con le modalità dell'esecuzione.

Alle 15.15 Walter Audisio "Valerio" invia "Pedro" a Germasino a prendere i prigionieri e, a sua insaputa, parte da Dongo con una Fiat 1100 nera in direzione di Bonzanigo, dove l'ex dittatore è tenuto prigioniero con la Petacci. Sono con lui Aldo Lampredi "Guido", Michele Moretti “Pietro”, che conosceva i carcerieri ed il luogo essendoci già stato la notte prima e l'autista Giovanni Battista Geninazza.

Moretti è armato di mitra francese MAS 38, calibro 7,65 lungo; Lampredi è armato di pistola Beretta modello 1934, calibro 9 × 17 mm. L'arma di Walter Audisio, un mitra Thompson, sarà successivamente riconsegnata al commissario politico della divisione partigiana dell'Oltrepò, Alberto Maria Cavallotti, senza essere stata utilizzata.

Giunti a casa De Maria, sempre sorvegliata da "Sandrino" e "Lino", sollecitano Mussolini, trovato stanco e dimesso, e la Petacci a lasciare rapidamente l'abitazione. In strada i prigionieri sono fatti sedere nei sedili posteriori della vettura e vengono accompagnati nel luogo precedentemente scelto per l'esecuzione poco distante: si tratta di un angusto vialetto, via XXIV Maggio a Giulino, in posizione assai riparata davanti a Villa Belmonte, una graziosa residenza di villeggiatura. Qui i due sono obbligati a scendere.
Moretti e Lampredi sono inviati a bloccare la strada nelle due direzioni, mentre a Mussolini viene fatto cenno di dirigersi verso il cancello. Sembra smarrito, Claretta piange. "Valerio" sospinge Mussolini verso l'inferriata e pronuncia la sentenza: "Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano" e, rivolgendosi a Claretta che si aggrappava all'amante: "Togliti di lì se non vuoi morire anche tu". Tenta di procedere nell'esecuzione ma il suo mitra si inceppa; Lampredi si avvicina, estrae la sua pistola, ma anche da questa il colpo non parte, chiama allora Moretti che, di corsa, gli porta il suo mitra. Con tale arma il "colonnello Valerio" scarica una raffica mortale di cinque colpi sull'ex capo del fascismo. La Petacci, postasi improvvisamente sulla traiettoria del mitra, è colpita ed uccisa per errore. Viene poi inferto un colpo di grazia al cuore di Mussolini con la pistola. Sul luogo dell'esecuzione furono poi rinvenuti proiettili calibro 7,65, compatibili con quelli del mitra francese del Moretti. Sono le ore 16.10 del giorno 28 aprile 1945.

L'edizione locale dell'Unità, il giorno seguente, riporta il fatto con questo titolo a tutta pagina: "Mussolini e i suoi accoliti giustiziati dai patrioti nel nome del popolo"; mentre l'edizione nazionale del 1º maggio riporta in prima pagina un'intervista col partigiano - di cui non viene fatto il nome - che "ha giustiziato il Duce", intitolata: "Da una distanza di 3 passi sparai 5 colpi a Mussolini".


In realtà Walter Audisio cadde in ben 22 contraddizioni nel raccontare la fucilazione di Mussolini; la stessa testimonianza dell'allora diciannovenne Dorina Mazzola abitante del luogo, sposta esecuzioni e orari da tutt'altra parte. Il muro del cancello di Villa Belmonte è troppo basso per una fucilazione in piedi e stranamente si sono trovati proiettili nel muro del cancello ma non nell'edicola religiosa alle spalle del muro, come se si fosse sparato a dei corpi sdraiati e non in piedi. I corpi di Mussolini e della Petacci sono crivellati di colpi alle spalle che fa supporre una dinamica dell'esecuzione ben diversa da quella raccontata dai tre esecutori.

Nella testimonianza di Dorina, che fu ripetutamente minacciata di tacere, parla anche di una lussuosa macchina fotografica che riprese i corpi dei due subito dopo la morte, avvenuta secondo Dorina fuori della famosa "Casa De Maria", verso le 10 per il duce e un po' prima di mezzogiorno per la Petacci (forse fu eliminata successivamente come testimone scomodo).

A chi si dovevano far esaminare le foto eseguite da strane persone in borghese e armate di mitra? Quelle foto sembrano voler fornire a qualcuno in alto, la prova che l'imbarazzante ex duce fosse definitivamente morto. Eliminato Mussolini, sparì anche il prezioso carteggio che recava con lui, con cui minacciava di fare i conti con mezzo mondo. Scomparve anche il famoso "Oro di Dongo".

In settembre Churchill, estenuato dalla campagna elettorale del 1945 in cui venne sorprendentemente sconfitto, si recò proprio da queste parti a rilassarsi con la pittura (lo statista inglese era un discreto artista) sul Lago di Como; si disse che venne per recuperare alquanto scomode lettere scritte da lui in precedenza al Duce.

I loro cadaveri vennero in serata portati a Milano con un camion assieme ai 16 gerarchi fucilati a Dongo e il 29 aprile in piazzale Loreto, furono tutti appiccati a testa in giù ad una pompa di benzina e poi esposti alla furia popolare. Adolf Hitler, informato del fatto, ne rimase profondamente turbato e temendo il vilipendio sul suo corpo, ordinò di essere subito cremato dopo morto.

Le varie versioni dei fatti, fornite o riferite da Walter Audisio, pur differendo su particolari minori, descrivono la stessa meccanica dell'evento. L'ultima descrizione degli stessi, pubblicata postuma, a cura della moglie di Audisio, è sostanzialmente confermata dal memoriale di Aldo Lampredi, consegnato nel 1972 e pubblicato su L'Unità nel 1996.

A Giulino, sul muro del cancello di Villa Belmonte fu posta una croce artigianale, presente sul luogo dell'esecuzione che ricorda ancora l'evento. Solo recentemente, su richiesta degli ex combattenti di Salò, è stata aggiunta una piccola teca in ferro battuto contenente le foto di Mussolini in abiti borghesi e della Petacci. In merito a questi avvenimenti, Giulino è stata proscenio della parte finale del film di Carlo Lizzani Mussolini ultimo atto (1974).



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martedì 3 marzo 2015

MILANO & CRIMINI : LUCIANO LUTRING

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Luciano Lutring (Milano, 30 dicembre 1937 – Verbania, 13 maggio 2013) è stato un criminale, scrittore e pittore italiano.Luciano Lutring nasce a Milano da Elvira Minotti e Ignazio Lutring e passa la sua infanzia nel milanese, sotto la guida dei genitori che volevano fare di lui un violinista. Ma ben presto manifesta la sua natura ribelle e il suo amore per le belle donne e per la bella vita. Attratto dal mondo della malavita, compra da un conoscente la sua prima pistola, una Smith & Wesson della polizia canadese – senza pallottole, in quanto non erano più in commercio – e da quel momento in poi il giovane Lutring acquisterà il soprannome de "l'Americano".

Secondo il suo racconto un po' romanzato egli compì in maniera casuale con quell'arma la sua prima rapina:

« Un giorno mia zia mi chiese di andare a pagare una bolletta alle poste. Io andai. Ma l’impiegato era lento e detti un pugno sul bancone. Nel movimento si vide la finta pistola che portavo sotto la cintura. L’impiegato credette che fosse una rapina e mi consegnò i soldi. Io pensai: “È così facile?”. E me ne andai col bottino. »
Da quel momento inizia la sua carriera di fuorilegge, fatta di remunerative rapine in molte banche e negozi, se ne contano cinquecento. La sua fama nasce nella Milano degli anni sessanta. Soprannominato "Il solista del mitra" per la sua usanza di nascondere il fucile mitragliatore nella custodia di un violino, conclude centinaia di rapine fra Italia e Francia, per un bottino totale, da lui stimato, attorno ai trenta miliardi di lire dell'epoca.

La figura di Lutring diviene leggendaria, assieme al suo stile di vita di latitante: grandi alberghi, fuoriserie, belle donne. La sua attitudine da "ladro gentiluomo", unita alle celebri frasi in dialetto milanese pronunciate sui luoghi dei misfatti, contribuisce a rendere Lutring un personaggio popolare. In quegli anni - durante una breve vacanza al mare a Cesenatico, sulla Riviera romagnola, per compiere furti a danno di turisti - rapina una giovane modella valtellinese, ma residente a Zurigo, Elsa Candida Pasini, che utilizzava il nome d’arte Yvonne Candy. Luciano si innamora di lei e, per poterla conoscere, finge di averle ritrovato le valigie. Ben presto i due si sposeranno e resteranno legati a lungo. Definito, sia in Italia che in Francia, "nemico pubblico numero uno", riesce per anni ad eludere le polizie europee.

Il 1º settembre 1965 viene infine ferito ed arrestato a Parigi; sconta in Francia 12 anni di carcere (la condanna iniziale era a 22 anni), durante i quali inizia a scrivere e dipingere; tiene persino una corrispondenza con l'allora Presidente della Camera Sandro Pertini.

Nel 1966, con la regia di Carlo Lizzani, esce un film ispirato alla biografia di Lutring, dal titolo Svegliati e uccidi, interpretato da Robert Hoffmann, Lisa Gastoni e Gian Maria Volonté. Del 1975 è un altro film, Lo zingaro di José Giovanni (tratto dal romanzo Histoire de feu dello stesso regista), nel quale Lutring è interpretato da Alain Delon.

Graziato dal Presidente della Repubblica Francese Georges Pompidou, torna in patria, dove, dopo un periodo di internamento presso il carcere di Brescia, viene nuovamente graziato nel 1977 dal Presidente italiano Giovanni Leone. Nello stesso anno, da una relazione con Dora Internicola, nascerà il figlio Mirko, che morirà in un tragico incidente il 17 gennaio 1991. Nel frattempo, nel 1985, si era sposato con Flora D’Amato, dalla quale avrà due figlie gemelle, Natasha e Katiusha, e dalla quale si separerà nel 1997.

Negli ultimi anni Lutring faceva il pittore e lo scrittore. Ha esposto in numerose mostre, collettive e personali, ricevendo molti premi e riconoscimenti. È scomparso il 13 maggio 2013 all'età di 75 anni.


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domenica 1 marzo 2015

IL DERBY CLUB - IL FAMOSO CLUB MILANESE -

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Il Derby Club è stato tra i più celebri locali notturni milanesi attivi tra gli anni sessanta e settanta. È diventato noto soprattutto per i numerosi artisti esordienti che ne hanno calcato la scena, poi divenuti popolari personaggi nel mondo della musica, dello spettacolo e del cinema.

Nel 1959 i coniugi Gianni e Angela Bongiovanni (zii materni dell'attore Diego Abatantuono) aprono un ristorante e lo chiamano Gi-Go. Le sale sono ricavate nel seminterrato di una palazzina liberty in via Monte Rosa 84, zona periferica milanese vicino all'Ippodromo di San Siro.

All'inizio degli anni sessanta i due decidono di trasformarlo in un locale per trovarsi ed ascoltare musica, cercando così di risollevare il modesto fatturato del precedente esercizio.

Ribattezzato nel 1962 Intra's Derby Club (nome ispirato dalla fusione tra il nome del jazzista Enrico Intra e la vicinanza geografica all'Ippodromo) e poi, definitivamente, Derby Club, il locale diviene ben presto il punto di incontro di personaggi, professionisti e sportivi della Milano più all'avanguardia, fra cui molti architetti che contribuiscono ad arredarlo in modo originale e, per i tempi, anticonvenzionale, mentre gli artisti esordienti (tutti caratterizzati dall'ineguagliabile talento, confermato dalle successive carriere soliste) si esibiscono su una pedana su cui sono piazzati un pianoforte ed una batteria.

Il locale è frequentato quasi subito da numerose personalità internazionali che arrivano al Derby per esibirsi: (Charles Aznavour, John Coltrane, Quincy Jones), o semplicemente come affezionati frequentatori, come molti politici dell'epoca (Bettino Craxi su tutti), campioni sportivi (come Gianni Rivera e Pietro Mennea), personaggi dello spettacolo (Mina, Alberto Lupo, Renato Rascel, Walter Chiari, Dario Fo, Enzo Tortora, Johnny Dorelli, Marcello Mastroianni, Giorgio Strehler, Mike Bongiorno, Ricky Gianco, Walter Valdi) e miliardari (come Charlie Krupp o Rocky Agusta).

Tra i clienti di quegli anni non mancano celebri malavitosi quali Francis Turatello e il solista del mitra Luciano Lutring, che in più di un'occasione - come raccontò in un'intervista - dovette fuggire dal locale da una finestra, a causa dell'improvviso arrivo della polizia, poco dopo essersi bevuto uno champagnino.

La crisi del Derby arriva verso la metà degli anni ottanta, dopo che la morte (nel 1981) di Gianni Bongiovanni e l'avvento prepotente della comicità televisiva ne hanno ormai definitivamente avviato il lento, ma inesorabile, declino. Il locale chiude nel 1985, passando idealmente il testimone del cabaret italiano al concittadino Zelig (che esordisce il 12 maggio 1986). Dal 12 maggio 2001, l'immobile è occupato dal centro sociale "Il Cantiere". Attualmente è un luogo di riferimento per il movimento studentesco e cittadino milanese, oltre che luogo di controcultura, musica alternativa e sperimentazione artistica.


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