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mercoledì 17 giugno 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : CARAVAGGIO



Caravaggio è un comune della provincia di Bergamo, collocato nella pianura bergamasca occidentale. Il territorio comunale comprende anche due frazioni, Masano e Vidalengo, oltre a nuclei rurali minori.

Caravaggio è anche nota per aver dato il soprannome a Michelangelo Merisi, celeberrimo pittore italiano, i cui genitori erano originari del paese, ma poi si erano trasferiti a Milano dove poi il pittore è nato. Per lungo tempo si è ritenuto che fosse nato a Caravaggio, dato che egli stesso dichiarò, in un documento ufficiale dell'Ordine cavalleresco di Malta, di essere nato in città, e gli archivi parrocchiali corrispondenti agli anni della presunta nascita del Caravaggio, intorno al 1571, sono andati perduti.

Dal 22 dicembre 1954 Caravaggio si fregia, per decreto dell'allora Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi, del titolo di città.

Dall'etimologia incerta il nome di Caravaggio appare per la prima volta in un documento del 27 novembre del 962: "in villa que dicitur Caravagio" il conte Giselberto, feudatario della Contea Bergomense, tiene corte di giustizia in veste di rappresentante dell'imperatore. Di quello che avviene prima di questa data non si ha notizia esplicita: sul processo di formazione di Caravaggio manca ogni testimonianza. Quello che sembra certo è che la sua origine non sembra essere romana ma che piuttosto la sua nascita sia da legarsi agli insediamenti longobardi.
I documenti che la riguardano continuano ad essere scarsi fino al XII secolo.
In un documento del 22 novembre 1182 viene citato per la prima volta il Comune Caravagii che risulta essere il Comune più antico della Gera d'Adda.

Quando Federico Barbarossa sconfisse Crema, ad ogni modo i vassalli dovettero sottomettersi nuovamente all'autorità di Cremona.
Il nucleo più antico della città era caratterizzato da una pianta quadrata; il borgo era circondato da un terrapieno e da un fossato.

All'epoca del primo documento scritto risale forse la prima impalcatura della chiesa parrocchiale, intitolata ai santi Fermo e Rustico, oggi un chiaro esempio di architettura lombardo-gotica. Sempre in questo periodo era già presente, all'estremo nord-occidentale della città, un castello, volto ad agevolare la difesa del borgo dagli attacchi dei Milanesi.

Nel 1186 il Barbarossa, ora alleatosi con Milano, assegnò quasi tutta la Gera d'Adda, Caravaggio compresa, alla communitas mediolanensis. La città non mancò di ribellarsi anche contro le autorità milanesi, sfruttando l'occupazione della Geradadda del 1237 da parte di Federico II, nipote del Barbarossa, in guerra contro Milano. Quando Federico II fu sconfitto a Gorgonzola, nel 1247, i milanesi tornarono e la città fu sottoposta (1251) ad una spedizione punitiva. Con questi eventi aveva avuto inizio una lunga stagione di guerre ed occupazioni fra Milanesi e Veneziani che avrebbero interessato l'intera regione sino al Risorgimento.

Nel frattempo, già agli inizi del XIII secolo Caravaggio era divenuto un borgo di discreta importanza; l'attuale centro storico era protetto da una cinta muraria e da un fossato, attraversato da ponti levatoi in corrispondenza delle quattro entrate di Porta Vicinato, Porta Prata, Porta Folcero e Porta Seriola (corrispondenti ai quattro rioni storici della città).

La signoria della città passò nel 1278 alla famiglia Torriani, e successivamente tornò (circa 1310) a quella dei Visconti. Essi non godevano tuttavia di particolare autorità nella Geradadda; quando il Papa mosse contro di loro una crociata, Caravaggio subì un'occupazione da parte dell'esercito papale (1320).

Nel 1335 Caravaggio venne occupata da Azzone Visconti, che poco prima aveva vinto a Vaprio d'Adda l'esercito della Santa Sede, senza tuttavia aver liberato Caravaggio dalla protezione papale; con lui iniziò il dominio della dinastia viscontea.

Le vicende del borgo, a partire da questo periodo, furono complementari a quelle del casato dei nobili Secco, che per decenni ne furono signori.

Ad un periodo di rivalità interne fra comuni della zona (specialmente fra Caravaggio e Treviglio) seguì il ritorno, entro il volgere di un secolo, alla guerra vera e propria, stavolta con Venezia; nel 1427/1437 Caravaggio venne occupata dalle truppe venete comandate da Francesco Sforza, che, passato alla Repubblica Ambrosiana, la rioccupò per conto dei milanesi sconfiggendo le truppe di Bartolomeo Colleoni nel 1448. Assunta la Signoria di Milano, lo Sforza venne a patti con Venezia e le cedette una nuova volta l'intera Gera d'Adda, che tuttavia tornò sotto Milano nel 1452. Grazie al suo importante castello difensivo, Caravaggio aveva giocato un ruolo di primo piano nella difesa della Geradadda da parte degli attacchi delle varie fazioni nemiche. Particolarmente notevole fu la battaglia di Caravaggio del 1448, combattuta nelle campagne fra il borgo e Fornovo San Giovanni.

Durante questo difficile periodo si segnala, nel 1432, l'apparizione, secondo la tradizione cattolica, di Nostra Signora di Caravaggio, nelle campagne circostanti il borgo. La Madonna pronunciò un messaggio di pace di fronte ad una giovane contadina del posto, Giannetta Varoli, e chiese che fosse portato ai cittadini e alle autorità competenti. Da allora il luogo dell'apparizione fu incessante meta di pellegrinaggi, soprattutto in seguito alla costruzione del Santuario di Caravaggio.

Dopo qualche anno di tranquillità, l'arrivo di Luigi XII, alleato dei veneziani, segnò, con il 1499, la ripresa delle guerre e dei saccheggi, che avrebbero caratterizzato la vita del borgo sino alla fine del XVI secolo.

Fra il 1509 ed il 1529, nell'ambito del conflitto fra Francia e Spagna, la città venne saccheggiata due volte; nel 1524, in particolare, avvenne un saccheggio ad opera di Giovanni delle Bande Nere.

Nel 1529 Francesco II Sforza, duca di Milano, elevò a marchesato la Geradadda, ponendo la "capitale" a Caravaggio; tale configurazione geopolitica era destinata a durare fino al 1778. Il primo marchese cittadino fu Giovanni Paolo I Sforza, un fratellastro di Francesco, che il 19 maggio 1528 aveva contratto matrimonio con Violante Bentivoglio. Il marchese andò tuttavia incontro ad una morte prematura, lasciando il feudo al figlio Muzio I, ancora infante.

Lo stesso Muzio, appena raggiunta la maggiore età, venne arruolato nell'esercito di Carlo V e perì nella battaglia di Metz; l'amministrazione del marchesato ricadde allora sulle spalle della madre, in attesa che il primo erede in ordine di successione, Francesco I, che allora aveva appena tre anni, raggiungesse la maturità.

Circa un secolo dopo il saccheggio di Giovanni delle Bande Nere, nel 1629, la città subì la discesa dei Lanzichenecchi, che al saccheggio aggiunsero la peste. La popolazione si ridusse notevolmente: si stima che oltre 3600 caravaggini morirono per la malattia, ed il borgo rimase popolato da poco più di duemila abitanti.

Risalgono a questo periodo numerosi edifici di culto attualmente presenti in città, come la chiesa ed il convento di San Bernardino, la chiesetta bramantesca di Santa Liberata, la chiesa di Sant'Elisabetta con il convento delle Agostiniane, e la chiesa di San Giovanni con il monastero dei Cistercensi. Altre chiese del periodo, come San Carlo, San Defendente, San Valeriano e San Rocco, sono scomparse.

Agli spagnoli subentrarono, nel 1707, gli austriaci; il passaggio di dominazione non diede luogo ad avvenimenti di rilievo. Nessun evento rilevante accadde per tutto il secolo XVIII.

Nel maggio 1796 la Gera d'Adda, e con essa Caravaggio, fu occupata dalle truppe di Napoleone Bonaparte; in seguito alla nuova ripartizione territoriale francese la città abbandonò la provincia di Lodi (in cui era stata collocata dall'Austria) ed entrò a far parte del dipartimento del Serio, con capoluogo Bergamo. Dopo la caduta di Napoleone, ad ogni modo, l'Austria rioccupò la Lombardia.

Terminate le guerre risorgimentali, Caravaggio trovò finalmente un periodo di relativa tranquillità. Alla fine del XIX secolo il borgo aveva raggiunto ormai i novemila abitanti, nonostante le condizioni sanitarie generali deficienti per via della diffusa presenza di risaie nelle campagne circostanti. L'uniformità e la scarsità dell'alimentazione erano causa di tubercolosi e pellagra, soprattutto fra operai e contadini in condizioni di inferiorità rispetto alla borghesia possidente. In questo clima sociale ed economico nacquero inevitabilmente i primi contrasti ideologici fra cattolici e liberali.

Ristabilita una certa pace sociale, il secolo XX si aprì con un miglioramento della situazione; l'ammodernamento dell'agricoltura e la scomparsa delle risaie, assieme alla nascita dell'industria, avevano allontanato lo spettro della malaria e aperto nuove occasioni di lavoro. Passata la Prima guerra mondiale venne il Fascismo, e con esso il Podestà (dal 1927 al 1942).

Anche nel corso della seconda guerra mondiale Caravaggio offrì alla Patria il suo tributo di sangue; l'ultima vittima del conflitto, oggi simbolicamente ricordata attraverso la dedica di una via diretta al cimitero cittadino, fu una bambina di nome Anna Maria, uccisa il 26 aprile del 1945 nella camera da letto, fra le braccia della madre che la stava svestendo, colpita da un proiettile vagante di una mitragliatrice usata durante uno scontro fra tedeschi e americani in pieno centro.

Già nel XVI secolo il borgo era segnalato come fiorente centro rurale, anche grazie alla particolare orografia del suo territorio, ricco di sorgenti naturali. Oggi la Città di Caravaggio oltre alla vocazione agricola è una città industriale con numerose ditte di livello rilevante come la Kraft, la Isover, la Kahle Automation S.r.l., etcc. ben distribuite sul territorio in due zone industriali e una zona artigianale. Caratteristica della città è il commercio al dettaglio che non ha mai subito forti flessioni nonostante la presenza sul territorio di numerosi centri di distribuzione.

Caravaggio ha dato i natali a diversi artisti tra cui Gianfrancesco Straparola, letterato, al quale solo recentemente è stata resa giustizia riconoscendogli la paternità della fiaba “Il gatto con gli stivali”; il musicista Gian Giacomo Gastoldi, compositore e maestro di Cappella presso i signori di Mantova e il pittore Polidoro Caldara, allievo e collaboratore di Raffaello. Ma soprattutto, al suo nome si è
ricondotto uno dei più straordinari pittori che l’umanità abbia mai conosciuto, Michelangelo Merisi, che, col nome del borgo, patria della sua famiglia e nel quale era cresciuto prima di imparare il mestiere a Milano nello studio del Peterzano, aveva voluto lui stesso farsi chiamare e ricordare.

Ma non solo arte, tra le personalità sportive legate a Caravaggio Marino Morettini, caravaggino di adozione che proprio all’ombra del Viale che porta al Santuario
vinse le sue prime volate partecipando ad alcune corse libere tra ragazzi, fu olimpionico di ciclismo, vincendo la medaglia d’argento nel chilometro e l’oro
nell’inseguimento a squadre a Helsinki nel 1952 diventando il primo bergamasco a fregiarsi del titolo Olimpico.
Tra le “nuove leve” Riccardo Montolivo, centrocampista del Milan e della nazionale,
che nella squadra di Caravaggio tirò i primi calci al pallone prima di andare alle giovanili dell’Atalanta.



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martedì 21 aprile 2015

PERSONE DI BESOZZO : DOMENICO DE BERNARDI

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De Bernardi Domenico nacque a Besozzo (Varese) il 21 febbraio 1892 da Francesco, industriale, e dalla contessa Enrichetta Brunetta d'Usseaux. Conseguita la licenza liceale, s'iscrisse alla facoltà d'ingegneria presso l'università di Pavia, ma presto l'abbandonò per dedicarsi alla pittura. Dal 1911 iniziò a dipingere per proprio conto, indirizzato solo da qualche insegnamento impartitogli da Ludovico Cavalieri e, nel 1920, esordì alla XII Biennale di Venezia con il dipinto Nebbia.
Pur restando fondamentalmente un autodidatta, De Bernardi s'inserisce nel solco della tradizione paesistica lombarda che, discendendo dalla Scapigliatura romantica di Tranquillo Cremona, si prolunga stancamente in un clima naturalistico con echi impressionistici. Dopo l'esordio, la sua attività espositiva si andò rapidamente intensificando: espose di nuovo alle Biennali di Venezia (1922, 1926, 1928, 193), fu presente alle Biennali romane (1921, 1925) e, sempre a Roma, partecipò alle esposizioni degli amatori e cultori di belle arti (1922, 1927, 1930). Nel 1925 e nel 1933 si presentò con due personali alla galleria Pesaro di Milano.

Sullo scorcio degli anni '20, arrivarono i primi riconoscimenti ufficiali: nel 1929, con il dipinto Prealpi, vinse a Bologna il primo "Premio del paesaggio italiano" e, con Vecchia ferrovia, la medaglia di bronzo alla Mostra internazionale d'arte di Barcellona; nel 1930 ricevette il premio "Lavoro nell'industria" alla XVII Biennale di Venezia con il dipinto Costruzioni. Lavori nuova stazione FF.SS. Milano.

In questi anni la sua pittura subì una serie di mutamenti sia stilistici sia tematici. Infatti, in consonanza con l'atmosfera creatasi intorno al dilagante "Novecento italiano", senti l'esigenza di allontanarsi dal naturalismo romantico per un segno più sintetico con cui costruire vedute ampie e ariose, per una tavolozza più luminosa e varia, sensibile ai mutamenti del luogo e dell'atmosfera. Rinnovamento cromatico che raggiunse toni ancor più tersi e vividi dopo un viaggio in Libia, dal quale riportò una serie di paesaggi mediterranei (esposti, nel 1934, all'Internazionale coloniale tenutasi a Napoli in Castelnuovo).

Nel corso degli anni '30 il De Bernardi tornò ad esporre sia alle Quadriennali romane (1931, 1935, 1939, 1941) sia alle Biennali veneziane (1932, 1936) e tenne una significativa personale alla galleria Prevosti di Varese. Ora, con sempre maggiore frequenza, ai paesaggi montani si affiancano le immagini urbane di un'Italia in febbrile costruzione. Mosso dall'interesse per queste nuove vedute, nel 1932 si recò anche a Roma per ritrarre dal vero le fasi più salienti delle opere del regime alla vigilia della celebrazione dell'anno X dell'era fascista.

In una personale, nell'ambito della mostra "I lavori di Roma dell'anno X", alla galleria dei Cultori d'arte, espose in quello stesso anno gli esiti del suo lavoro, presentandoli in catalogo con un breve scritto inneggiante alla "magnificenza di Roma che per volontà dei Duce torna a rivivere la primitiva grandezza". Nel 1939, in una personale alla galleria Gian Ferrari di Milano, espose le sue più recenti impressioni dei paesaggio urbano ed alcune nature morte scrupolosamente disegnate e tese ad affrontare con agilità e freschezza i problemi della luce e della profondità atmosferica. Nel 1945, alla galleria Italiana di Milano, allestì una sua personale in cui ripropose una selezione di cinquanta opere dipinte tra il 1920 e il 1945. Quindi, dopo alcune personali e collettive tenute a Milano, Varese, Torino e Novara, nel 1950 presentò alla galleria Gavioli di Milano la sua attività più recente, dedicata alle piazze e alle vie d'Italia brulicanti di movimento.

La sua pittura, già magra, si è fatta ora avara di colore e volentieri lascia scoperto il fondo della tela. Il comune di Besozzo dedicherà significativi riconoscimenti, negli ultimi anni della sua vita, all'illustre conterraneo che aveva reso noti i grigi ed umidi paesaggi del Varesotto. Tra l'altro nel 1952, cogliendo l'occasione per sottolineare un ideale gemellaggio tra i paesi della nebbia, lo inviò a Londra, da dove riportò una serie di schizzi e appunti, che utilizzò nelle sue opere successive, sempre più essenziali, povere di materia e sobrie nel segno, secondo una costante tipica della sua ultima fase pittorica che lo portò anche ad interessarsi della tecnica litografica.

Nel 1959 gli venne dedicata una importante antologica nel palazzo municipale della sua città. Morì a Besozzo il 13 luglio 1963.

Mostre postume di particolare rilievo sono state allestite a Varese nel 1980 e nel 1984 (Galleria d'arte internazionale). Sue opere sono conservate in importanti musei italiani: Paesaggio lombardo nella Galleria d'arte moderna di Milano; S'approssima il temporale (1930) nella Galleria d'arte moderna di Torino; a Roma, nella Galleria nazionale d'arte moderna sono Il cavalcavia (c. 1930) e Tempo grigio (1929); nella Galleria comunale è Nave in allestimento (1927).

Anche quando si ritirò a vita privata continuò ad essere amato a Varese.

Forse è perché De Bernardi è rassicurante, apre uno spiraglio in una dimensione dell’immaginario in cui ciascuno si può collocare e sentire a suo agio; forse perché c’è una sorta di affinità elettiva per cui i varesini ritrovano nei dipinti la loro terra le loro radici il loro ‘locus vitae’: il paesaggio neutro privo di figure definite identificabili, è la terra di nessuno e di ciascuno in particolare, basta lasciar parlare le emozioni e si entra a far parte della terra e del cielo di Lombardia.

È una questione di feeling: non serve scomodare astrusità per spiegare il pittore: la sua produzione ha una spontaneità una semplicità esemplari; è un autodidatta, non ha frequentato Brera o qualche altra Accademia come i grandi suoi contemporanei che sono stati allievi di autori prestigiosi, la sua cifra personale è accattivante e lo fa apprezzare e amare più di ogni altro. Nelle sue tavole e nelle sue tele propone particolari che tutti conoscono, che appartengono al vissuto: ognuno sa dove è, di chi è, come è la cascina, il viottolo la casa la marina l’albero che osserva ogni giorno e che il pittore riproduce tout court in ‘cartoline’ raffinate.

De Bernardi è un naturalista, i canoni dell’estetica aristotelica sono profondamente radicati nel suo operare; la funzione della sua arte è catartica perché si stacca dalla materia che muta, rende eterno ciò che osserva, solleva in una dimensione rassicurante, rilassante, una dimensione atemporale; non interpreta la realtà, la duplica con mano sicura e occhio poetico: arriva a dipingere lo stesso soggetto in più quadri distinti solamente da variazioni temporali notabili perché un albero è cresciuto o l’erba è stata tagliata o la luce suggerisce un vespero o un’alba, un momento diverso del giorno. Dipinge secondi i canoni della pittura lombarda naturalistica, volutamente lontana dalla sperimentazione avanguardista del primo novecento, ancorato ai modi Ottocenteschi, alle ‘piccole cose gozzaniane’ ad un gusto conservatore, talora un po’ retrò.

Gli unici tocchi di ‘modernità’ sono legati alla formazione culturale scientifica che ha ricevuto – il padre lo iscrisse ad ingegneria, facoltà che abbandonò subito- e a un’elevata dose di curiosità per tutto ciò che sa di novità che lo porta ad inserire nei suoi lavori linee elettriche, stazioni ferroviarie e cantieri navali.

De Bernardi ‘cristallizza la natura nell’attimo’, la riproduce sulla tela con l’occhio del pittore, unico mediatore tra la natura e l’uomo, attento a cogliere le variazioni della luce delle stagioni degli anni: due tavole affiancate in mostra evidenziano la crescita delle piante contro l’immobilità di cascine e montagne. Trasferisce con armonia sulle tele i paesaggi e il mondo agreste, i soggetti preferiti.

Privilegia i toni tenui, utilizza una tavolozza di colori naturali rischiarati da sprazzi di luce che accennano ombre delicate mai incombenti, ritrae verdi nature, cieli azzurri appena sporcati da nuvole bianche. La sua sensibilità e la sua vena poetica si esprimono attraverso pennellate morbide continue, larghe, dense di materia pittorica che si distendono a formare il verde dei campi o il bruno del terreno, l’azzurro del cielo o il bianco delle nuvole. La luce e la morbidezza dei colori hanno una sapiente garbata semplicità che delinea i soggetti per i quali talora il Maestro utilizza il tocco aggiuntivo della matita nera; predilige le tavole che sono rettangolari, tipiche della veduta del paesaggio nel quale la base che fa da appoggio alla veduta, ha dimensioni superiori all’altezza.




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PERSONE DI BESOZZO : MICHELINO DA BESOZZO

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Del pittore lombardo Michelino da Besozzo si conoscono poche notizie e poche opere. Nativo di Besozzo in provincia di Varese, se ne hanno notizie tra il 1388 e il 1445. Svolse una intensa attività di artista soprattutto tra Milano e Pavia. Intorno al 1410 fu a Venezia, dove forse conobbe Gentile da Fabriano. Fu pittore e miniatore, e si formò probabilmente alla scuola di Giovannino de’ Grassi, il primo autentico rappresentante del gotico internazionale in Lombardia. Fu pittore molto celebrato al suo tempo, al punto da essere ricordato nel 1404, negli Annali della Fabbrica del Duomo di Milano, «summus in arte pictoria et disegnamenti».

Nel 1388 lavorò nel secondo chiostro della chiesa di San Pietro in Ciel d'oro a Pavia, dove rappresentò ed affrescò le Scene della vita di sant'Agostino. Tra il 1395 e il 1405 Michelino miniò il Libro d'Ore, oggi conservato alla Biblioteca di Avignone; dello stesso momento è anche il disegno della Natività (Milano, Biblioteca Ambrosiana). Del 1390-1400 sono i quattro santi miniati su quattro distinte pergamene (Parigi, Louvre, Cabinet des Dessins), appartenenti ad uno smembrato Libro d'Ore.

Prima opera datata dell'artista è la miniatura con l'Elogio funebre di Gian Galeazzo Visconti (1403: Parigi, Bibliothèque nationale de France, Ms lat. 5888). Dal 1404 al 1418 circa, l'artista lavorò nel Veneto; mentre dal 1410, contemporaneamente a Gentile da Fabriano, è citato a Venezia.

Nel 1414 lavorò insieme a miniatori veneti al codice Cornaro, con le Epistole di san Gerolamo (Londra, British Library, Egerton 3266). La tavola col Sposalizio mistico di santa Caterina, firmata Michelinus feci (Siena, Pinacoteca Nazionale), è da datare al 1420 circa. L'altra tavola firmata dell'autore è lo Sposalizio della Vergine al Metropolitan Museum di New York (1435 circa). Più complessa è la datazione dell'Offiziolo Bodmer, forse il suo capolavoro.

Nel 1418 l'artista tornò a Milano a lavorare per il cantiere del Duomo: nel 1421 fu pagato, insieme al figlio Leonardo, per i dipinti dell'altare intitolato ai santi Quirico e Giuditta; mentre tra 1423 e il 1425 fu nuovamente pagato per la fornitura di disegni della vetrata di santa Giuditta, di cui restano oggi alcune figure all'interno di un'altra delle vetrate del duomo milanese . Intorno al 1430 è da datare l'affresco raffigurante la Madonna col Bambino e santi, dell'abbazia di Viboldone. Al 1435 risale la Madonna del roseto del Museo di Castelvecchio di Verona, di attribuzione contesa con Stefano da Verona.

All'ultima attività del maestro è da riferire l'affresco con il Corteo dei Magi, realizzato per la chiesa di Santa Maria di Podone (Milano, Curia Arcivescovile); e, documentati al 1445-1446, i frammenti del Palazzo Borromeo (Rocca di Angera).






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venerdì 17 aprile 2015

PERSONE DI SESTO CALENDE : CESARE DA SESTO

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Pittore, nato a Sesto Calende nel 1477, morto a Milano il 27 luglio 1523.

Si formò a Milano a contatto con Leonardo da Vinci, di cui divenne un fedele seguace, rientrando nel fenomeno dei leonardeschi. Grazie ai suoi viaggi in particolare diffuse lo stile del maestro anche in aree da lui mai toccate, come il Meridione d'Italia. A lui vengono attribuiti alcune copie da Leonardo, come l'Ultima Cena di Ponte Capriasca o la Leda col cigno di Salisbury o quella della Galleria Borghese.

I primi documenti che lo riguardano risalgono al 1508, con pagamenti per la decorazione (perduta) di un ambiente dei Palazzi Vaticani a Roma, per conto di Giulio II. A questi anni risalgono probabilmente una lunetta con una Madonna con Bambino affrescata nel convento di Sant'Onofrio sul Gianicolo e alcune pitture recentemente rintracciate nella chiesa di San Giovanni Battista in Campagnano di Roma tra le quali di particolare importanza assunse la pittura su tela detta la Madonna del Ciliegio (o del Ceraso). A Roma, pur senza mai distaccarsi dalla matrice naturalistica lombarda, arricchì il linguaggio leonardesco con riprese dall'arte classica e da Raffaello. Al Castello di Ostia collaborò con Baldassarre Peruzzi alla stesura di grottesche, motivo ornamentale di recente introduzione.

Verso il 1513 si trasferì in Sicilia e dipinse, a Messina, un'importante pala d'altare per l'oratorio di San Giorgio dei Genovesi (oggi a San Francisco, California Palace of the Legion of Honor). A lui viene anche attribuita la tavola di Sant'Alberto, forse facente parte di un polittico andato perso, che si trova a Modica nella chiesa del Carmine. Trasferitosi poi a Napoli, realizzò nel 1515 un monumentale polittico per l'abbazia di Cava dei Tirreni.

Tornato a Milano, eseguì, assieme a Bernardino Bernazzano uno dei suoi capolavori, il Battesimo di Cristo oggi nella Collezione Gallarati Scotti, visto da Giovan Paolo Lomazzo nella raccolta di Prospero Visconti. In questi anni Cesare realizzò una serie di tavole che raggiunsero una certa fortuna fra i collezionisti milanesi dei decenni successivi: un San Girolamo (oggi a Southampton), già di Guido Mazenta, una Salomè, che fu del banchiere Cesare Negrolo e poi dell'imperatore Rodolfo II (oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna), e la Sacra Famiglia con santa Caterina (oggi al Museo dell'Ermitage), testimoniata sempre nel palazzo di Prospero Visconti.

Va segnalato, nel 1517, il suo ritorno a Messina, dove dipinse la sua opera più celebre, l'Adorazione dei Magi per la chiesa di San Niccolò (oggi a Napoli, Capodimonte), che divenne un modello da imitare per molti artisti del meridione.

Tornato in patria, cominciò a dipingere il Polittico di San Rocco (oggi alla pinacoteca del Castello Sforzesco), una delle sue opere più celebrate dalle fonti per aver riunito in un solo dipinto le maniere di Leonardo e Raffaello (il pannello centrale è ispirato alla Madonna di Foligno), lasciato incompiuto per il sopraggiungere della morte prematura dell'artista.



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mercoledì 15 aprile 2015

PERSONE DI PORTO VALTRAVAGLIA : ARTURO GALLI

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Arturo Galli è stato un pittore (1895-1963).

 «I dimenticati pittori del sacro». Così un acuto storico dell’arte come Giorgio Mascherpa già trent’anni fa aveva definito quel folto e variegato gruppo di artisti italiani che nella prima metà del ventesimo secolo si era dedicato prevalentemente a tematiche religiose, dentro e fuori le chiese del nostro Paese, e che anche solo per questo, al di là dei meriti personali, per modestia propria o per snobbismo altrui, era stato confinato in una sorta di impenetrabile cono d’ombra. Dimenticati, sì. Emarginati, perfino, dal gran mondo dell’arte, come artigiani di seconda classe, come decoratori di basso livello...
Oltre cinquanta sacri edifici in tutta la diocesi portano il segno dell’arte del Galli, dal cuore di Milano al varesotto, dal lecchese alla cintura metropolitana: chi interi e vasti cicli di affreschi, chi vetrate multicolori, chi ancora pale d’altare o semplici quadri con figure di santi, quasi una sorta di moderni ex voto. Eppure pochi, probabilmente, ricordano il nome del loro autore, e ancor meno ne conoscono la figura e il suo intenso operato.
Arturo Galli era nato a Milano, nell’ultimo scorcio del diciannovesimo secolo. I primi rudimenti della pittura li ebbe in famiglia, per poi frequentare l’allora prestigiosa Scuola d’arte del Castello Sforzesco e i corsi dell’Accademia di Brera. Un talento naturale per il disegno dal vero, per il ritratto, per la figura. Tanto da conseguire rapidamente l’abilitazione all’insegnamento. E tentare, a neppure vent’anni, la dura competizione dei concorsi e dei premi. Ma le sue opere, pur assai lodate, non ottennero i riconoscimenti sperati, provocando forse in lui quella delusione e quell’amarezza che lo portarono ben presto ad abbandonare il pubblico dei saloni e delle mostre, per concentrarsi su una pittura più intima e meditata.
Di carattere schivo e riservato, animato da una fede sincera, Galli dovette intuire allora quale fosse la sua vera strada al servizio dell’arte sacra, stimolato e confortato anche dal sostegno di alcune significative personalità religiose come, ad esempio, monsignor Buttafava, all’epoca canonico del Duomo di Milano.
La prima commissione di rilievo l’ebbe nel 1926, per la parrocchiale di Paderno Dugnano, oggi purtroppo distrutta. Con quel grandioso lavoro, Arturo Galli dimostrò una tale padronanza dell’antica tecnica dell’affresco e una tale abilità interpretativa e compositiva da assicurarsi l’ammirazione di molti in campo ecclesiastico, e non solo, tanto da iniziare, dopo di allora, un’attività pluridecennale a dir poco frenetica, con richieste da ogni parte in terra di Lombardia.
Proprio le continue richieste, del resto, che a volte andarono accavallandosi in diversi cantieri aperti contemporaneamente, possono spiegare talora una pittura un po’ manierata e ripetitiva. Pittura, tuttavia, che là dove è riuscita a dare il meglio di sé si dimostra ariosa e solenne, michelangiolesca nell’ispirazione e neorinascimentale nell’impostazione, quasi nella ripresa di quelle stesse indicazioni accademiche suggerite agli inizi del Seicento dal cardinale Federico Borromeo per un’arte veramente pia. E che gli valsero il plauso dello stesso cardinal Schuster.
Che poi quella di Arturo Galli fosse una scelta ragionata e non una carenza di aggiornamento culturale, lo rivelano i molti bozzetti e schizzi del maestro giunti fino a noi, dove il segno vivace e il tocco brioso dimostrano la consapevolezza di appartenere al proprio tempo e la conoscenza della modernità. Che Galli non volle ripudiare, ma in qualche modo trasfigurare nelle sue opere in una ricerca di eternità.
A Palazzolo affrescò (anni ’40) la prepositurale di S. Martino Vescovo. Affreschi sono conservati nel Cimitero di Cassina Amata (Cappella pubblica e Cappella Rebosio).

Arturo Galli si formò alla Scuola Professionale Cattolica, alla Scuola Superiore d’Arte del Castello e all’Accademia di Brera e preferì dedicarsi all’affresco mettendo le sue capacità al servizio della fede. Con dedizione impressionante per la vastità delle realizzazioni, dipinse con uno stile classico, con riferimenti ai grandi del ‘500 e ‘600, attento, tuttavia, ai fermenti del Novecento.
Una profonda sensibilità religiosa, unita a una vasta conoscenza biblica, gli consentì di perseguire il fine dell’arte sacra: raccontare, dire Dio ed essere precisa catechesi.
A Carnate, Maggianico, Rancio di Lecco, Calò, Fagnano Olona, Palazzolo Milanese, Bresso, si dedicò (oltre agli affreschi, alle tele, alle vetrate) anche alle decorazioni.

Una ricca raccolta di studi, cartoni e tele di soggetto sacro e profano (conservata dagli eredi), documenta l’impegno e le grandi doti di disegnatore.

Morì il 3 febbraio 1963 mentre stava completando le vetrate in Santa Maria Nascente, luogo del suo primo importante incarico.


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martedì 14 aprile 2015

PERSONE DI PORTO VALTRAVAGLIA : GIOVANNI CLERICI

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Il pittore Giovanni Clerici, milanese di origine ma Porto Valtravagliese di adozione, ha restaurato una vecchia edicola votiva situata in via Altipiano, proprio a ridosso della sua proprietà.

Maestro di chiara fama, nasce a Milano il 22 novembre 1928. Diplomato in giovane età presso la Scuola del "Castello", indi presso l'Accademia di Brera in Milano ebbe tra i suoi maestri i prof. Dradi e Consadori, esponenti del primo novecento italiano. Pittore in olio, di tendenza impressionista, annovera ambiti premi e medaglie d'oro al merito artistico. E' direttore delle strategie pubblicitarie del "Cenacolo d'Arte". Risiede a Milano, ma trascorre buona parte dell'anno a Porto Valtravaglia.
Un poeta dell'immediatezza amante assoluto della natura, dalla quale intervenendo estrapola, con grande mestiere, climatiche soffusioni coloristiche: egli si fa garante della più esatta partecipazione, adattando una lirica a seconda del momento e delle stagioni; la luce, l'acqua, la vegetazione sono i punti salienti che Clerici vanta ancora prima dell' esecuzione prende coscienza nella preparazione della tavolozza e poi va certo verso il totale soddisfacimento.



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PERSONE DI PORTO VALTRAVAGLIA : HANS SCHONER

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Hans Schoner dal 1941 al 1952 ha frequentato la scuola d'arte di Pforzheim studiando pittura con il Prof Erwin Aichele e con il Prof . Curt Rothe e grafica e design col Prof. Amadeus Goetzel, scultura col Prof. Willi Seidel ed oreficeria col Prof. Theodor Wende.
Tra il 1943 ed il 1998 ha tenuto periodicamente mostre personali sia in Germania che in Francia. Negli anni giovanili ha partecipato ad un concorso di pittura a Heidelberg/ Nordbaden vincendo il 2° premio ed il 3° premio per scultura. Ha inoltre vinto alcuni con corsi per la realizzazione dei monumenti ai caduti di guerra. Dal 1972 vive e dipinge per la maggior parte dell'anno a Porto Valtravaglia sul Lago Maggiore.

Da oltre venticinque anni ormai passa le  vacanze sul Lago Maggiore, insieme alla famiglia. Qui trova il tempo e l'ispirazione necessaria per dedicarsi totalmente alla pittura. Così lentamente si allontanò dal lavoro di editore per abbracciare più strettamente l'arte della pittura e ad illustrare le sensazioni e gli stati d'animo che  suscitano la splendida natura ed i colori delle acque e delle montagne del Lago Maggiore.
"L'arte è tentare di creare nel mondo reale, un mondo più umano" dice lo scrittore francese André Maurois.

Come dice Goethe attraverso il suo personaggio, il pittore Philipp Otto Runge: "Cosa serve la natura sfavillante davanti ai tuoi occhi? Cosa ti serve l'arte tutt'intorno se la tua anima non é colma della tenera forza del creato e nelle tue dita non rinascerà?"
Negli ultimi anni ha seguito il significato di queste parole, cercando di immortalare nei dipinti il fascino e la bellezza di questo paesaggio, unico in Europa.
"L'arte è la riproduzione di ciò che i sensi distinguono attraverso il velo dell'anima" dice Edgard Allan Poe.
Non si è mai dedicato, salvo poche eccezioni, all'arte astratta. Ha sempre riprodotto la bellezza che lo circondava in modo da creare attraverso la visione una più perfetta immagine della natura.




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giovedì 9 aprile 2015

PIETRO BELLOTTO

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Bellotto Pietro nacque a Volciano, sulla riva bresciana del lago di Garda, nel 1627, morì a Gargnano del Garda nel 1700 fu un pittore italiano, attivo durante il periodo Barocco.

Studiò a Venezia nella fiorente scuola del padovano Girolamo Forabosco, che seguì specialmente come ritrattista e come figurista. Dipinse soprattutto vecchi e vecchie, con accuratezza, ma con minore pastosità del maestro e con predilezioni per le tinte ceree e notturne, in cui precedette Bernardo Bellotto, che si deve ritenere suo nipote, al pari di un altro Pietro Bellotto vedutista, forse di lui fratello, che si era trapiantato a Nantes intorno al 1768, detti entrambi Canaletto per via della madre, sorella del celebre Antonio. Il suo fare si vede specialmente nell'Uomo che legge della Pinacoteca di Brera, assegnatogli per antica attribuzione, e nella Vecchia che fila, la cosiddetta Lachesi di Stoccarda (firmata e datata 1654), a cui corrispondeva una mezza figura di vecchio, conservataci in copia nel museo di Feltre. Agli Uffizî se ne ha l'autoritratto, del pari firmato e datato 1651. Ed è sua in Palazzo Ducale, nella sala dello scrutinio, la Storia di Margaritino.

La sua prima produzione di ritratti e di figure fantasiose venne accolta favorevolmente e gli garantì una certa notorietà anche al di fuori del capoluogo veneto.

Tra i suoi protettori figurarono importanti personaggi dell'epoca, come ad esempio il cardinale Mazzarino, il papa AlessandroVIII, la principessa Adelaide di Savoia.

Dopo un soggiorno all'estero, a Monaco di Baviera, ottenne l'incarico di soprintendente alle Gallerie di Città da parte del duca di Mantova Ferdinando Gonzaga.

Tra le sue opere più emblematiche si annoverarono la Presa e distruzione del castello turco Margariti in Albania, su ambientazione storica ed eseguito seguendo l'influenza del maestro Forabosco, pur senza eguagliarne la qualità per le tinte, per i particolari e per l'impostazione compositiva.

Le doti del Bellotto si espressero al meglio nelle raffigurazioni fantasiose, che valorizzarono i chiaroscuri, le analisi dei dettagli e soprattutto la novità di un realismo quasi caricaturale, come evidenziarono Autoritratto (1658) e Luchesi (1654). Nella chiesa di San Domenico, a Capodistria, con il pittore Stefano Celesti, realizzò i Misteri del Rosario.

Nella sua ricerca di una realizzazione artistica veristica, Bellotto venne influenzato dalla pittura popolaresca del Keil, anche se nell'ultimo periodo tenderà verso un humour talvolta grottesco e brutale.

Sebbene il nome di Pietro sia da tempo conosciuto agli studiosi, le sue opere non sono mai state oggetto di un'analisi che ponesse in risalto le peculiari caratteristiche stilistiche, mettendole a confronto con quelle dei dipinti degli altri componenti il clan dei Canal: Bernardo Canal, Antonio Canal, Bernardo Bellotto.
A Tolosa dove il 25 marzo 1749 si unì in matrimonio con Françoise Lacombe, dalla quale aveva avuto una figlia, Barbe, battezzata alla vigilia delle nozze (Mesuret 1952, p. 170). Dal matrimonio nacquero altri due figli di cui uno, dal nome sconosciuto, fu pittore di anatomia e ritrattista. Negli anni 1755, 1760, 1765, 1774 e 1790 i dipinti di Bellotti (il cognome venne francesizzato anche in Beloty) furono esposti al Salon dell'Académie Royale de Peinture, Sculpture et Architecture di Tolosa. Il più importante Salon fu quello del 1765 nel quale vennero presentati, sotto il n. 35 del catalogo, «Vingt petits Tableaux, par Belloti, peintre, qui sont de Vues en perspective». Di questo nutrito gruppo di vedute ben diciassette tele, tutte misuranti 37x48 cm, sono state individuate da Robert Mesuret nel castello di Merville, presso Tolosa, nella collezione del marchese di Beaumont.
Le vedute, finora pubblicate solo in piccola parte, raffigurano varie città europee, tra cui Venezia, Firenze, Roma, Milano Genova, Malta, Marsiglia, Versailles, L'Aia, e sembrano quasi tutte derivate da stampe. Altri dipinti della stessa serie mostrano l'interno di una chiesa, un lago, un porto di mare al tramonto con edifici d'invenzione capricciosa.
Tra le vedute di Venezia esposte al Salon del 1765, quella raffigurante Il molo con la Piazzetta e il palazzo Ducale si basa sul prototipo di Antonio Canal nella collezione del duca di Norfolk (Constable, Links 1989, n. 104), mentre quella con San Giorgio Maggiore verso la riva degli Schiavoni deriva, con minime variazioni nelle figure, dalla corrispondente acquaforte di Michele Marieschi facente parte della serie pubblicata nel 1741.
I dipinti di Bellotti sono quasi sempre derivati da stampe. Per quanto riguarda le vedute veneziane, il pittore utilizzò le raccolte di Michele Marieschi (1741), di Antonio Visentini (1742) e del Canaletto (1745-1746), mentre per i capricci si avvalse anche delle incisioni di Fabio Berardi derivate da dipinti del Canaletto.

Lavorò in Germania (a Monaco specialmente), a Milano e a Mantova, oltreché nel Veneto, ma, ad onta dei guadagni, morì in miseria.


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mercoledì 1 aprile 2015

ANDREA CELESTI

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Nato a Venezia nel 1637, secondo lo storico d’arte l’istriano Italo Sennio era figlio di Stefano Celesti, Andrea fu allievo di Matteo Ponzone e successivamente di Sebastiano Mazzoni.

È autore del Ritratto del doge Nicolò Sagredo, realizzato per la Sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale nel 1676. Pochi anni dopo fu insignito dal doge Alvise Contarini del titolo di cavaliere. Verso il 1684 fu tra gli autori delle decorazioni della chiesa di San Zaccaria, mentre nel 1687 divenne Priore del Collegio dei pittori veneziani. Dopo il ritorno a Venezia, dove nel 1700 apre una bottega, si iscrive alla Fraglia dei pittori veneziani nel 1708. Muore nel 1712.

Per la parrocchiale di Verolanuova verso il 1703 realizza, su commissione dei conti Gambara, la pala dell'altare maggiore raffigurante il martirio di S.Lorenzo, santo al quale è dedicata la chiesa. Per la stessa chiesa gli verranno commissionate, attorno al 1708, altre due grandissime tele per la cappella del Rosario. I temi affrontati dal pittore sono "la natività di Maria" e "l'Assunzione della Vergine". In questi tre dipinti è ben riconoscibile lo stile caratteristico del pittore, che immerge la scena in una lieve tenebrosità, arricchendola però con forti accenti luminosi. Successivamente anche la confraternita del SS Sacramento di Verolanuova decise di commissionare ad Andrea Celesti due grandi tele per la relativa cappella, completando così un progetto pittorico di notevoli dimensioni, ma la morte del pittore rese inattuabile il programma. La scelta cadde allora su Giambattista Tiepolo, che completò i due teleri verso il 1740.

Fu un pittore originale, grazie alla sua abilità di fondere stili e derivazioni varie, che gli consentì di oscillare tra la pittura dei tenebrosi e la luminosità veronesiana. Al perfezionismo e alla abbondanza decorativa predilesse l'espressione di delicatezze sensorie.

La tradizione lo vuole esiliato a Toscolano nel 1688 circa, anno in cui vi si sposò con certa Martina Lavagna di Venezia, per aver, secondo alcuni, esposto in Piazza S.Marco un ritratto del Doge Alvise Contazio con le orecchie d’asino e secondo il Molmenti, per un fatto di sangue. Dovette alla bontà del capitano veneto, il permesso di soggiornare sul lago e di dipingere per ogni dove nel Bresciano e specialmente in città nella Loggia, nel Broletto, a Toscolano, Gargnano, Salò, Desenzano, per ville e chiese. Lavorò nelle ville Delay di Toscolano e Bettoni di Bogliaco. A Toscolano nel 1701 perdette il figlio sepolto in quel cimitero.
Ebbe notevole influenza su pittori bresciani del suo tempo. Gli nocque tuttavia, a quanto pare, la tecnica seguita per i colori bituminosi adoperati e l’uso di non foderare le tele così che molte sono risultate mute, sporche e inaridire. La critica è andata rivalutando questo “gustoso” pittore.
Molte sue tele si trovano all’estero: a Dresda, Kassel, Lione, Linz, Vienna.
           
Presso la Chiesa Parrocchiale di Toscolano: (caduta di Simon Mago; Cristo consegna le chiavi a S.Pietro; Martirio di SS. Pietro e Paolo; S. Pietro liberato dal carcere; S. Pietro guarisce uno zoppo; Annunciazione; Adorazione dei pastori; Madonna del Rosario; S. Pietro in gloria con San Francesco di Paola ed altri santi; Gesù crocefisso con i SS: Giovanni, Maria Maddalena e Giovanni d’Arimatea; Strage degli innocenti; La fuga in Egitto; Gesù fra i dottori; Trasfigurazione; Moltiplicazione dei pani; Cristo e il centurione; La probatica piscina; Resurrezione di Lazzaro; Cacciata dal tempio dei mercanti; Entrata di Cristo in Gerusalemme).
Palazzo Delay- Maffizzoli: (ora parte di loro sono stati trasferiti nella sede centrale dell’ex Credito Agrario Bresciano):
(Loth e le figlie; Salomone con le concubine; Giuditta; La moglie di Putifarre; Agar nel deserto; Tobiolo e l’angelo; Sacrificio d’Abramo; Sacrificio di Jefte; Caino e Abele; Rapimento di Dina; Amone e Tamar; Passaggio nel mar rosso; Giaele e Sisara; Adamo; Sansone e Dalila; Eva; Banchetto di Baldassare; Davide e Golìa; Angeli; Il sogno di Giacobbe; Roveto ardente; Vergine Immacolata ed angelo, 1689 (soffitto); Santa Maria Benacense (Madonna e Santo).
Chiesa parrocchiale di Maderno: (La Madonna con Bambino, SS. Francesco Saverio, Carlo e Antonio).
Parrocchiale di Cecina: (Assunta con i SS. Rocco, Agnese, Giovanni Battista; Martirio di S. Stefano; i SS. Alipio e Filippo Neri).


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martedì 3 marzo 2015

MILANO & CRIMINI : LUCIANO LUTRING

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Luciano Lutring (Milano, 30 dicembre 1937 – Verbania, 13 maggio 2013) è stato un criminale, scrittore e pittore italiano.Luciano Lutring nasce a Milano da Elvira Minotti e Ignazio Lutring e passa la sua infanzia nel milanese, sotto la guida dei genitori che volevano fare di lui un violinista. Ma ben presto manifesta la sua natura ribelle e il suo amore per le belle donne e per la bella vita. Attratto dal mondo della malavita, compra da un conoscente la sua prima pistola, una Smith & Wesson della polizia canadese – senza pallottole, in quanto non erano più in commercio – e da quel momento in poi il giovane Lutring acquisterà il soprannome de "l'Americano".

Secondo il suo racconto un po' romanzato egli compì in maniera casuale con quell'arma la sua prima rapina:

« Un giorno mia zia mi chiese di andare a pagare una bolletta alle poste. Io andai. Ma l’impiegato era lento e detti un pugno sul bancone. Nel movimento si vide la finta pistola che portavo sotto la cintura. L’impiegato credette che fosse una rapina e mi consegnò i soldi. Io pensai: “È così facile?”. E me ne andai col bottino. »
Da quel momento inizia la sua carriera di fuorilegge, fatta di remunerative rapine in molte banche e negozi, se ne contano cinquecento. La sua fama nasce nella Milano degli anni sessanta. Soprannominato "Il solista del mitra" per la sua usanza di nascondere il fucile mitragliatore nella custodia di un violino, conclude centinaia di rapine fra Italia e Francia, per un bottino totale, da lui stimato, attorno ai trenta miliardi di lire dell'epoca.

La figura di Lutring diviene leggendaria, assieme al suo stile di vita di latitante: grandi alberghi, fuoriserie, belle donne. La sua attitudine da "ladro gentiluomo", unita alle celebri frasi in dialetto milanese pronunciate sui luoghi dei misfatti, contribuisce a rendere Lutring un personaggio popolare. In quegli anni - durante una breve vacanza al mare a Cesenatico, sulla Riviera romagnola, per compiere furti a danno di turisti - rapina una giovane modella valtellinese, ma residente a Zurigo, Elsa Candida Pasini, che utilizzava il nome d’arte Yvonne Candy. Luciano si innamora di lei e, per poterla conoscere, finge di averle ritrovato le valigie. Ben presto i due si sposeranno e resteranno legati a lungo. Definito, sia in Italia che in Francia, "nemico pubblico numero uno", riesce per anni ad eludere le polizie europee.

Il 1º settembre 1965 viene infine ferito ed arrestato a Parigi; sconta in Francia 12 anni di carcere (la condanna iniziale era a 22 anni), durante i quali inizia a scrivere e dipingere; tiene persino una corrispondenza con l'allora Presidente della Camera Sandro Pertini.

Nel 1966, con la regia di Carlo Lizzani, esce un film ispirato alla biografia di Lutring, dal titolo Svegliati e uccidi, interpretato da Robert Hoffmann, Lisa Gastoni e Gian Maria Volonté. Del 1975 è un altro film, Lo zingaro di José Giovanni (tratto dal romanzo Histoire de feu dello stesso regista), nel quale Lutring è interpretato da Alain Delon.

Graziato dal Presidente della Repubblica Francese Georges Pompidou, torna in patria, dove, dopo un periodo di internamento presso il carcere di Brescia, viene nuovamente graziato nel 1977 dal Presidente italiano Giovanni Leone. Nello stesso anno, da una relazione con Dora Internicola, nascerà il figlio Mirko, che morirà in un tragico incidente il 17 gennaio 1991. Nel frattempo, nel 1985, si era sposato con Flora D’Amato, dalla quale avrà due figlie gemelle, Natasha e Katiusha, e dalla quale si separerà nel 1997.

Negli ultimi anni Lutring faceva il pittore e lo scrittore. Ha esposto in numerose mostre, collettive e personali, ricevendo molti premi e riconoscimenti. È scomparso il 13 maggio 2013 all'età di 75 anni.


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giovedì 26 febbraio 2015

CARAVAGGIO

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Michelangelo Merisi (o Amerighi), noto come il Caravaggio (Milano, 29 settembre 1571 – Porto Ercole, 18 luglio 1610) è stato un pittore italiano. Formatosi tra Milano e Venezia e attivo a Roma, Napoli, Malta e in Sicilia fra il 1593 e il 1610, è uno dei più celebri pittori italiani di tutti i tempi, dalla fama universale. I suoi dipinti, che combinano un'analisi dello stato umano, sia fisico che emotivo, con un drammatico uso della luce, hanno avuto una forte influenza formativa sulla pittura barocca.

Di animo particolarmente irrequieto, affrontò diverse vicissitudini durante la sua breve esistenza. Data cruciale per l'arte e la vita di Merisi fu quella del 28 maggio 1606, a partire dalla quale, essendosi reso responsabile di un omicidio durante una rissa e condannato a morte per lo stesso, dovette vivere in costante fuga per scampare alla pena capitale.

Il suo stile influenzò direttamente o indirettamente la pittura dei secoli successivi costituendo un filone di seguaci racchiusi nella corrente del caravaggismo.

Prima del ritrovamento del certificato di battesimo di Michelangelo Merisi, si credeva che il pittore fosse nato nel paese bergamasco di Caravaggio, nel 1573. A seguito della scoperta archivistica nel Liber Baptizatorum della Parrocchia di Santo Stefano in Brolo, è ormai fuor di dubbio che Merisi sia nato a Milano, e probabilmente il giorno 29 settembre (giorno di San Michele Arcangelo, da cui forse il nome Michelangelo. Meno certa è invece la data del 25 settembre), visto che il certificato di battesimo è datato 30 settembre 1571. Tale documento recita: «Adi 30 fu batz.o  Michel angelo f de d Fermo Merixio et d Lutia de Oratoribus/ compare d Fran Sessa».

Pur essendo nato a Milano, i genitori del pittore - Fermo Merisi e Lucia Aratori - erano nativi di Caravaggio. Nel gennaio 1571 i genitori si sposarono e, sotto la protezione e l'aiuto del nobile marchese Francesco I Sforza di Caravaggio e conte di Galliate (che gli fece da testimone di nozze), si trasferirono a Milano, probabilmente per lavoro, poiché sembra che Fermo Merisi fosse un magister (cioè uno dei maestri-architetti addetti ai cantieri delle chiese milanesi). È dunque ipotizzabile che essi vivessero nel quartiere centrale milanese dove, appunto, alloggiavano le maestranze della "fabbrica del Duomo di Milano", e delle quali faceva probabilmente parte anche Fermo. Di diverso avviso è, invece, Maurizio Calvesi, che ritiene che Fermo Merisi fosse in realtà "maestro di casa" dei marchesi di Caravaggio e che esercitasse "sia pure modestamente, il mestiere di architetto".

Oltre a lui, è confermata anche l'esistenza di una sua sorella, Caterina, più altri due fratelli, uno dei quali, Gianbattista, si farà prete.
Nel 1577, a causa della peste, i Merisi lasciarono Milano e tornarono a Caravaggio per sfuggire all'epidemia, ma qui morirono sia il padre sia i nonni del pittore. Terminata l'epidemia, nel 1584, Michelangelo torna nel capoluogo lombardo e mandato a bottega da Simone Peterzano, un pittore esponente del manierismo lombardo, che si professava un diretto allievo di Tiziano. Il contratto di apprendistato, datato 6 aprile 1584, è firmato dalla madre, per un costo pari a poco più di quaranta scudi d'oro. Secondo Mia Cinotti e Gian Alberto dell'Acqua, "il contratto di apprendistato col Peterzano, del 6 aprile 1584, sanzionava certamente un rapporto già in atto, perché Michelangelo risulta abitante nella casa del maestro." Tutte le varie date dei documenti sono certe, considerando che in quel periodo era appena stato riformato il calendario.

L'apprendistato del giovane pittore si protrae per circa quattro anni, durante i quali apprende la lezione dei maestri della scuola pittorica lombarda e veneta. Dalle Considerazioni sulla pittura di Giulio Mancini (1558-1630), uno dei biografi dell'artista, abbiamo notizia del carattere del giovane Caravaggio in quegli anni: «Studiò in fanciullezza per quattro o cinque anni in Milano, con diligenza ancorché di quando in quando, facesse qualche stravaganza causata da quel calore e spirito così grande».
Gli anni che vanno dal 1588, anno di scadenza del contratto con Peterzano, al 1592, ultima testimonianza della sua presenza di Caravaggio in Lombardia prima di raggiungere Roma, sono piuttosto nebulosi. Secondo quanto scrive Giulio Mancini, la madre del pittore muore a Milano il 29 novembre 1591. Risolte le pratiche sulla spartizione dell'eredità (di cui è pervenuta la documentazione d'archivio), il giovane Merisi lascia definitivamente la Lombardia per andare a Roma a circa metà del 1592. Tuttavia, secondo documenti emersi nel 2010 dall'Archivio di Stato di Roma (in particolare la testimonianza del barbiere Pietropaolo Pellegrino), l'artista non sarebbe giunto a Roma prima del 1596, anno in cui è documentato presso la bottega del pittore siciliano Lorenzo Carli.Il biografo Giovanni Pietro Bellori (1585-1655), il giovane pittore, che era «d'ingegno torbido, e contentioso», sarebbe fuggito da Milano per altre ragioni, definite vagamente «discordie», e sarebbe quindi giunto «in Venetia ove si compiacque tanto del colorito di Giorgione, che se lo propose per iscorta nell'imitatione».
Il pittore andò a Venezia col maestro Peterzano per un soggiorno di breve durata. Bellori è comunque l'unico biografo a menzionare un soggiorno di Merisi a Venezia e, a oggi, tale notizia è fortemente dibattuta, giacché una sua presenza in quella città non è stata mai confermata da documenti d'archivio. Tuttavia, nell'ipotesi in cui l'informazione di Bellori sia attendibile e che Caravaggio sia effettivamente andato a Venezia, i legami stilistici con la grande scuola veneta di Giorgione, Tiziano e Tintoretto sarebbero facilmente spiegabili. Occorre comunque precisare che lo stile di Caravaggio avrebbe potuto risentire degli influssi veneti anche senza un viaggio nella città lagunare, poiché in quegli anni il dominio della Serenissima arrivavava fino a Bergamo, con inevitabili ripercussioni anche sul piano artistico.
Secondo lo studioso Longhi, per lo sviluppo del futuro stile del pittore, sarebbe stata di capitale importanza la riflessione giovanile su alcuni maestri lombardi, soprattutto di area bresciana, quali Foppa, Bergognone, Savoldo, Moretto e Romanino, che Longhi definisce pre-caravaggeschi. A questa scuola si dovrebbero, infatti, l’avvio della rivoluzione luministica e la caratterizzazione naturalistica (contrapposta a certa aulicità rinascimentale) dei soggetti dipinti, elementi centrali della pittura di Caravaggio.

La particolare tecnica pittorica e realizzativa di Caravaggio fu il suo successo. Fino al suo inizio nella pittura, lo stile che avevano molti artisti era estremamente legato a un metodo che si basava prevalentemente sullo studio dell'arte classica, con forti influssi derivati dai grandi protagonisti del periodo d'oro del rinascimento italiano. Su tutti le figure di Michelangelo e Raffaello, nel centro Italia, mentre per quanto riguarda il settentrione, la pittura si rifaceva soprattutto a Tiziano, Correggio e Leonardo.

La rivoluzione di Caravaggio sta nel naturalismo della sua opera, espresso nei soggetti dei suoi dipinti e nelle atmosfere in cui la capacità di dare a un corpo una forma tridimensionale viene evidenziata dalla particolare illuminazione che teatralmente sottolinea i volumi dei corpi che escono improvvisamente dal buio della scena. Sono pochi i quadri in cui il pittore lombardo dipinge lo sfondo, che passa nettamente in secondo piano rispetto ai soggetti, i veri e soli protagonisti della sua opera. Per la realizzazione dei suoi dipinti, Caravaggio nel suo studio posizionava delle lanterne in posti specifici per far sì che i modelli venissero illuminati solo in parte, mediante la "luce radente". Attraverso questo artificio, Caravaggio evidenzia le parti della scena che più ritiene interessanti lasciando il resto del corpo nel buio dell'ambiente.

Nell'opera del pittore sono evidenti dunque forti contrasti di luci e ombre. La luce plasma le figure, determina ambienti e situazioni ed è concepita o come apparizione simbolica (essa è "Grazia" nella Vocazione di San Matteo in San Luigi dei Francesi) o come fatto drammatico nell'intensità dei gesti dei personaggi (Martirio di San Matteo nella medesima chiesa romana).

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