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giovedì 18 giugno 2015

IL MUSEO NAVALE A CARAVAGGIO



Il Museo navale Ottorino Zibetti è un Museo Navale ad ingresso gratuito che sorge nel centro civico e culturale dell'ex convento quattrocentesco di San Bernardino, nelle vicinanze del centro storico di Caravaggio.
Voluto come devoto omaggio della sig.ra Giuseppina Bietti, alla memoria del coniuge scomparso Ottorino Zibetti, espertissimo modellista navale, attento collezionista e cultore del mare e di "cose marinare", il museo è stato inaugurato alla presenza delle massime autorità, dei rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d'Arma e di un folto pubblico, il 5 Novembre 1978.

Tra i "pezzi" di particolare rilievo si notano : l'elica del siluro del M.A.S. X15, con il quale il comandante Luigi Rizzo ha affondato il mattino del 10 giugno 1918.
La corazzata Austriaca "Santo Stefano", un lembo della "tenda rossa" ed alcuni frammenti della navicella del dirigibile "Italia" del generale Umberto Nobile avuti in dono dal radiotelegrafista del rompighiaccio russo "Krassin", il comando macchina della corvetta Baionetta che il 9 settembre 1943 ha portato in esilio Vittorio Emanuele III con il nome di conte di Pollenzo, due bandierine di segnalazione del cacciatorpediniere "Luca Tarigo" protagonista dell'ultimo conflitto bellico di una eroica e toccante vicenda, dono del comandante Giovanni Martinelli, un vetustissimo sestante inglese, un raro ed ormai introvabile "ferro" da gongola, una ruota di timone del XVI secolo, innumerevoli bozzelli originali, uno scafandro in rame e bronzo datato 1890 ed un modello di motoscafo da competizione dono del sig. Piero Guerra.

Successivamente donazioni quali lo stupendo e fedele modello della nave scuola "Amerigo Vespucci", dono del sig. Gerolamo Soliveri, una parte della catena dell'ancora dell'incrociatore " Garibaldi", dono dell'associazione Marinai d'Italia, Gruppo di Treviglio a mezzo del suo presidente comm. Francesco Volpe, un modello di "sciabecco alla polacca" la nave sulla quale ha fatto naufragio Michelangelo Merisi nel 1610, dono del modellista Carlo Cavalli, un "rezzaglio" singolare rete da pesca lanciata a ruota, dono del dott. Antonio Bavaro, una "Lucia" barca tipica del Lario dono del sig. Mario Perazzi, un modello di fregata spagnola dono del "Mobilificio Costa",due bandierine di segnalazione del cacciatorpediniere "Luca Tarigo", dono del comandante Giovanni Martinelli, due anfore vinarie provenienti da Aquileia, dono del Duca d'Aosta al colonnello medico Giuseppe Zibetti nel 1916, modelli di sommergibili e rimorchiatori della marina tedesca ed olandese, dono del sig. Valter Zibetti, un "harpoceras falcifer", fossile marino del giurassico inferiore, rinvenuto in Germania, dono di Roberto ed Enrico Robecchi, ed altri, dono di don Pierino Crispiatico, introvabili strumenti nautici e fotografie dono del dott. Pepi Merisio, coralli, spugne, gorgonie, animali marini, conchiglie, dono della dott.ssa Elisabetta Demurtas Arrigoni, numerose medaglie, crest, posters di navi celebri, dono dell'ammiraglio di squadra Giuseppe De Giovanni, assai vicino al Museo, motori marini italiani ed esteri dono dei Sigg. Donato Montemitro, Mario Paloschi e Romano Gilardo, un prezioso cimelio del glorioso sommergibile "Sciré" che ha violato ripetutamente le basi navali di Gibilterra e di Alessandria d'Egitto, dono del sottocapo Giovanni Cortesi del gruppo A.N.M.I. di Ospitaletto (Brescia) hanno arricchito il nucleo originario rendendone necessario l'ampliamento.



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IL PALAZZO GALLAVRESI A CARAVAGGIO



Il Palazzo Gallavresi è un edificio che risale alla seconda metà del XIII secolo. Conosciuto anche come Palazzo della Marchesa, si trova nel centro storico di Caravaggio, attualmente sede dell'amministrazione comunale e della Pinacoteca civica.

Il palazzo fu sede dell'amministrazione comunale già nel primo XIV secolo; nel corso dei secoli passò poi in mano ai privati, a partire dai marchesi della casata Sforza, feudatari di Caravaggio, ai marchesi Villani e alla famiglia Schizzi. Gli ultimi proprietari furono i signori Bellinzaghi e Gallavresi, che ne mantennero la proprietà fino alla prima metà del XX secolo.

Appena dopo la Liberazione l'amministrazione cittadina riacquistò il palazzo dalla famiglia Gallavresi per trasferirvi la sede municipale, precedentemente collocata nell'attuale via Mangone.

Il palazzo venne profondamente ristrutturato nel 1981; i lavori di risistemazione della facciata hanno consentito di mettere in maggiore evidenza lo stile gotico-lombardo dell'edificio.

Il palazzo, a pianta rettangolare, presenta una facciata anteriore che si affaccia sulla prospiciente piazza Garibaldi (l'antica Piazza Grande, la piazza centrale della città); è circondato dalle strade pedonali del centro storico sugli altri tre lati.

Osservando le vecchie mappe si può rilevare l'esistenza di due passadizzi che anticamente collegavano l'edificio con due case laterali, quella del Podestà e quella del Governatore; questi furono distrutti nel 1850, durante la proprietà Bellinzaghi.

La facciata del palazzo ne evidenzia lo stile lombardo-gotico: il portico si compone di eleganti archi a sesto acuto, risalenti al XV secolo, con elementi in cotto a vista; le finestre del primo piano, in maniera analoga, presentano archi a sesto acuto, con lievi strombature. A fianco delle finestre gotiche sono visibili le tracce di finestre rinascimentali, dotate di cornici in cotto lavorato. Fra una finestra e l'altra si trovava inoltre, in passato, lo stemma nobiliare dei signori del borgo (nell'ordine, i Visconti, gli Sforza, i Villani e gli Schizzi).

Al centro della facciata principale è collocata una parlera, un balconcino destinato ad essere impiegato per veicolare i discorsi del borgomastro alla cittadinanza; in corrispondenza della parlera, la facciata presenta un timpano emergente dalla sommità.

Al di sopra dei portici sono oggi presenti dei medaglioni marmorei con bassorilievi dei fautori dell'Unità d'Italia, opera dello scultore pavese Giovanni Spertini. Sono raffigurati i busti di Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Vittorio Emanuele II e Camillo Benso Conte di Cavour. La loro realizzazione risale agli anni compresi fra il 1884 ed il 1889.

La caratteristica principale dell'interno del palazzo è un imponente scalone d'onore con cielo decorato che conduce alla vasta sala consiliare, situata al primo piano; la sala, dal caratteristico stile barocco, è certamente la più maestosa dell'intero edificio, ed è caratterizzata da un soffitto a cassettoni e da una fascia decorativa che la circonda sui quattro lati con una loggia popolata da putti alati musicanti. Le pareti presentano gradevoli decorazioni barocche in affresco. I pregevoli lampadari della sala, in ferro battuto, sono opera di Alessandro Mazzucotelli e Tancredi Guerrerio. Il pavimento è costituito da un mosaico che raffigura lo stemma della città. All'ingresso della sala campeggia un busto di Emilio Gallavresi, deputato al Parlamento italiano nelle file del Partito Socialista Italiano che nacque e visse nell'edificio; la scultura è opera di Enrico Pancera.





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LA CHIESA DI SANTA LIBERATA A CARAVAGGIO

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La chiesa dedicata a Santa Liberata risale ai primi anni del Cinquecento, come testimoniato dalla linea architettonica e dagli affreschi degli Apostoli dipinti sulle quattro lunette interne, tipici dello stile lombardo di quel tempo.

Da sempre affetta da problemi di umidità, anche per via della roggia a cielo aperto che le scorre accanto, la chiesetta ha subito una profonda restaurazione nel 1939, una successiva nel 1987 e l'ultima ristrutturazione esterna nel 2009.

La chiesetta è caratterizzata da una pianta esagonale, con un portico sui tre lati rivolti a sud, verso la prospiciente piazzetta pedonale, e alcune abitazioni sugli altri lati. La sua linea architettonica è bramantesca.

All'interno, l'edificio ospita quattro lunette affrescate con le raffigurazioni di otto apostoli; la loro attribuzione è dubbia, e vengono genericamente fatti risalire ad un pittore caravaggino del XVI secolo, diverso dai ben noti Fermo Stella, Francesco Prata o Nicola Moietta. Gli affreschi sono stati manomessi più volte.

All'interno della chiesetta si trovano altresì un altare ligneo probabilmente risalente al Seicento ed una pala coeva, che reca una raffigurazione della Vergine col bambino e tre sante, fra cui la stessa santa Liberata.

Ogni anno, il 18 gennaio (giorno della memoria di Santa Liberata), si celebra nel circostante rione Seriola una ricca sagra con luminarie e fuochi d'artificio.

I fedeli si rivolgono a santa Liberata per "liberare" dalle sofferenze i malati terminali. È credenza che quando la candela votiva si spegnerà, l'anima del malato potrà riposare in pace.




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mercoledì 17 giugno 2015

LA CHIESA DI SANTA ELISABETTA A CARAVAGGIO

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La chiesa di Santa Elisabetta, risalente all'incirca al 1600 vi sono annessi un campanile coevo ed un edificio che fu sede del monastero delle Agostiniane, la cui presenza in città è testimoniata a partire dal 1480. Il monastero venne chiuso nel 1805, durante la dominazione francese; le monache estromesse si trasferirono a Crema, nel monastero di Santa Maria.

La facciata barocca della chiesa è stata attribuita all'architetto caravaggino Fabio Mangone. L'interno è a una sola navata, con un ricco altare e buone tele; nel coro si trova un seicentesco crocefisso ligneo proveniente dalla scomparsa Chiesa di San Defendente. Coevo alla chiesa, il campanile. Il monastero venne chiuso nel 1805 dai francesi con l'estromissione delle monache che si trasferirono a Crema nel monastero di Santa Maria. Il chiostro del Convento costruito in mattoni, senza intonaco, fa ora parte della casa parrocchiale. Il cortile interno ha su tre lati un portico con volte a crociera. Nel XIX secolo fu eretto un muro che ha diviso il cortile in due parti.








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LA CHIESA DEI SANTI FERMO E RUSTICO A CARAVAGGIO



Concepita in stile romanico e dunque dal disegno trecentesco si presenta lombardo-gotica a seguito delle successive trasformazioni. L'edificazione durò comunque, come avveniva spesso, parecchio: il portale, per esempio, non può essere anteriore al 1450 poiché in esso vi figura, a destra di chi guarda, l'immagine di San Bernardino con l'aureola (la canonizzazione è di quell'anno).
Nella seconda metà del XVIII secolo viene trasformato l'interno, che, già manomesso, vede le sue strutture antiche ricoperte, in stridente contrasto con la facciata. La chiesa fu restaurata nel 1932. La facciata fu ulteriormente 'ripulita' nel 1990. In essa si possono notare le tre nicchie del frontone con le statue della Vergine, di S. Fermo e S. Rustico, e, nella lunetta del portale, la Vergine col Bambino e i Ss. Fermo e Rustico, affresco di Giovanni Moriggia.

Secondo la leggenda, nel 306, i due Santi Fermo e Rustico transitarono per la città e resuscitarono un morto. L'elemento leggendario si scontra però con la mancanza di rilievi archeologici che permettano di accertare l'esistenza di insediamenti stabili nel territorio comunale in un'epoca tanto remota.

Seppure la chiesa parrocchiale sorga in territorio bergamasco, appartiene a livello ecclesiastico alla diocesi di Cremona della quale ne è il centro più espanso.

Attualmente la parrocchia è retta dall'Arciprete parroco Mons. Angelo Lanzeni.

I primi documenti che fanno riferimento esplicito alla chiesa risalgono al 1196 e al 1218; è certo, tuttavia, che le sue origini siano anteriori, e che probabilmente un primo edificio sacro fu eretto contestualmente alla nascita stessa del paese, ancora prima dell'anno 1000.

Le stesse navate laterali (e di conseguenza l'alzata centrale) furono aggiunte nel 1429, alterando l'originaria forma a capanna. Si procedette contestualmente alla realizzazione delle cappelle laterali, le quali, nonostante numerose modifiche successive, presentano tuttora numerose dedicazioni e (nella terza a sinistra) decorazioni murali del periodo medievale. Fino all'inizio del XX secolo le cappelle ospitavano anche lunghe lapidi tombali intestate a illustri famiglie locali.

L'interno dell'edificio di culto fu fortemente trasformato fra il 1777 ed il 1798; nonostante l'opposizione della cittadinanza si volle procedere ad un notevole rimaneggiamento della struttura interna della chiesa in favore di uno stile più marcatamente barocco. I lavori furono guidati dal pittore scenografo piemontese Fabrizio Galliari, cui venne anche affidata la ristrutturazione del presbiterio e del coro. Fra i principali interventi di rinnovamento architettonico disposti da Galliari si evidenziano la chiusura dei pilastri mediante paraste a capitello corinzio e la collocazione di grandi medaglie da istoriare sulle volte, che vennero foderate. Precedentemente austero, l'aspetto della chiesa divenne in questo modo spiccatamente barocco, seguendo vicende analoghe a quelle del duomo di Crema; al contrario di quest'ultimo, tuttavia, la Chiesa di San Fermo e Rustico conserva tuttora inalterate le forti correzioni settecentesche.

Un importante restauro avvenne nel 1932; nel 1990 fu operata una nuova opera di ripulitura della facciata.

La facciata della chiesa appare tripartita fra due pilastri quadrati, posti agli estremi, e due colonne interne semicircolari, che salendo passano a quadrate per sostenere l'alto frontone; l'aspetto slanciato è accentuato dalle cinque guglie ottagonali. La parte centrale è caratterizzata da un portale in marmo, sovrastato da un grande rosone a dieci raggi.

Il frontone della facciata è dominato da tre nicchie con le statue della Madonna, di san Fermo e di san Rustico; nella lunetta del portale figura un affresco di Giovanni Moriggia raffigurante la Vergine col Bambino e i santi Fermo e Rustico.

La colorazione diseguale del cotto della facciata, unitamente alla presenza di alcune finestre mai aperte, porta a pensare a numerose modifiche intervenute in corso d'opera rispetto al progetto originario.

La cappella del Santissimo Sacramento, costruita tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, si affacciava originariamente sull'antico cimitero cittadino, collocato nelle sue adiacenze; solo in un secondo momento venne incorporata alla chiesa. Chiaramente amadeesca, è stata attribuita al suo seguace Giovanni Battagio, autore dell'Incoronata di Lodi.

La struttura interna della parrocchiale. Le lettere indicano le medaglie di Federico e Carlo Ferrario, realizzate sul finire del XVIII secolo; i numeri corrispondono alle altre opere.
Sul finire del XVIII secolo, appena terminato il rivestimento delle volte disposto da Fabrizio Galliari, si decise di commissionare gli affreschi delle sedici medaglie che sovrastano le campate, in modo da approfittare dei ponteggi già presenti. Ricevettero l'incarico i pittori milanesi Federico e Carlo Ferrario, padre e figlio.

Rispetto alle altre opere dei Ferrario, i medaglioni della chiesa di san Fermo e Rustico, ispirati a fatti biblici, sono caratterizzati da colori meno accesi e più ponderati, forse sintomo di influenze del praghese Reiner.

Danneggiate dall'incuria, dall'umidità e dal pulviscolo, le medaglie vennero pulite nel 1931 da Luigi Pastro, che venne criticato per le tonalità troppo scure di verde utilizzate per le vele circostanti.

La Cappella di san Rocco e san Sebastiano era originariamente dedicata a san Gottardo, poi ricordato e raffigurato anche nella cappella di Sant'Ambrogio. L'opera principale è la "Madonna col Bambino tra san Francesco, san Rocco e san Sebastiano", riconducibile (malgrado oggettive difficoltà di raffronto che portarono in passato a diverse attribuzioni) a Fermo Ghisoni, contaminato da influenze mantovane. San Francesco rappresenta forse allegoricamente il donatore del dipinto, e san Rocco raffigura l'autore stesso. L'opera è racchiusa in una ancona lignea della fine del XVI secolo; il suo attuale paliotto apparteneva tuttavia all'altare della cappella del Santissimo Sacramento.

Ai lati della cappella si trovano due piccole tele centinate raffiguranti a sinistra Santo Stefano, e a destra San Lorenzo. Le due tele risalgono ai primi anni del Seicento, e potrebbero essere ricondotte, per affinità di stile, al caravaggino Giambattista Secco.

Le pareti laterali e la volta della cappella ospitano inoltre cinque storie della vita di sant'Antonio: Sant'Antonio fra gli appestati, Sant'Antonio presentato al papa, Sant'Antonio in carcere, Sant'Antonio liberato dal carcere e Tre putti con la corona. Di queste, le ultime tre, collocate alla volta della cappella, sono state sottoposte ad un intervento di restauro sul finire del XX secolo.

Sino al 1674 l'altare situato nella cappella di sant'Antonio di Padova ospitava una tela con l'effigie del santo; da quell'anno è al contrario presente l'attuale nicchia con una statua del santo.

Gli originari stucchi decorativi che adornavano la volta furono rimossi nel 1923, quando il pittore Mario Albertella vi affrescò Ezzelino da Romano davanti a sant'Antonio, Sant'Antonio benedice con l'ostensorio, Gloria di sant'Antonio. Lo stesso Albertella raffigurò, nella vetrata del lunettone, Sant'Antonio tra gli indigeni africani.

Ai lati, la cappella ospita due dipinti risalenti alla seconda metà del XVII secolo raffiguranti miracoli del santo: il Miracolo del piede riattaccato e Sant'Antonio risuscita un morto.

La Cappella della Beata Vergine del Rosario era originariamente dedicata a san Giovanni evangelista, e fu intitolata alla Madonna del Rosario solamente attorno al 1650. Per l'occasione venne decorata con numerosi stucchi e tele, che sono rimasti inalterati sino ad oggi, con la sola eccezione del simulacro della Vergine nella nicchia centrale, sostituito nel 1937 con una statua lignea dello scultore gardenese Moroder, e dello smantellamento degli stucchi seicenteschi, terminato nel 1923 ma avviato già sul finire del XVIII secolo.

La lesena d'ingresso e il sottarco ospitano una fascia dipinta dell'Albertella.

I dipinti sono riconducibili ad Andrea Asper; ai lati e nella volta si trovano quindici pannelli con i Misteri del Rosario risalenti al XVII secolo; di fronte a sinistra, San Gerolamo; a destra, San Domenico e la Madonna (datati 1655 e firmati da Asper).

La cappella di san Bernardino, undique depicta (interamente dipinta), era originariamente intitolata al solo san Bernardino da Siena, di cui ospitava un'immagine sopra all'altare. Successivamente vi fu collocato anche un dipinto con il Crocifisso tra san Bernardino e l'Angelo custode.

Nel 1709 la cappella si arricchì del paliotto dell'altare, con un finto intarsio marmoreo in scagliola a rabeschi recante la figura centrale di San Bernardino, a firma di Pietro Solari; in seguito si aggiunsero l'ancona (con la pala) e la balaustrata. Il quadro posto sopra l'altare, raffigurante San Bernardino e santa Maria del Suffragio, è circondato da una cornice adorata ed è opera di Francesco Bradella (prima metà del XVIII secolo).

Ai lati si trovano due piccole tele del Seicento, raffiguranti San Pietro martire (a sinistra) e Santa Caterina da Siena (a destra). Le pareti laterali ospitano altre due tele del medesimo periodo, raffiguranti Santa Teresa d'Avila e San Mauro, ritoccate nel 1931.

La cura e la decorazione della cappella furono amministrate dal Monte dei Morti, con sede all'imbocco di porta Folcero, il quale raccoglieva offerte per il culto dei defunti.

A differenza delle precedenti quattro, la cappella dell'Apparizione è collocata al termine del transetto laterale che dà ingresso alla cappella del Santissimo Sacramento; è dedicata alla Madonna di Caravaggio, e fu costruita solo nel 1841. In precedenza al culto dell'Apparizione era riservata l'attuale cappella di San Pietro e Sant'Andrea, il cui altare, viceversa, era collocato a chiusura del transetto, prima dell'edificazione della nuova cappella.

La cappella ospita L'Apparizione della Madonna a Giannetta, di Giovanni Moriggia, risalente al 1844. Incorniciata da un'ancona bianca, la tela rappresenta il miracolo dell'apparizione mariana conferendovi un'atmosfera monumentale.

Ai quattro angoli della cupola neoclassica sono affrescati altrettanti angeli, recanti invocazioni della Salve Regina.

Il sarcofago di Fermo Secco, morto nel 1401, è in parte murato nella parete del transetto di fronte alla cappella del Santissimo Sacramento; vi fu trasportato dalla cappella di Sant'Ambrogio, fondata dalla stessa famiglia Secco.

Il bassorilievo sul lato del sarcofago raffigura la Vergine col Bambino tra sant'Antonio abate e san Marco, i quali le affidano simbolicamente la famiglia Secco; sulla sinistra sono raffigurati il padre Fermo e i tre figli Gianluigi, Marco ed Emanuele, mentre sulla destra compaiono la madre, Florida dei conti d'Arco, e la figlia Antonia. Ai due lati sono rappresentati gli stemmi dei rispettivi casati.

Il fastigio soprastante ospita un epitaffio in distici latini, che narra le imprese di Fermo, tessendone un elogio. La grafia è gotica, come lo è il resto del sarcofago. Fermo Secco vi è descritto come signore di Calcio e castellano di Angera, di Dertona e di Novara, oltre che valoroso condottiero presso i confini di Trento.

Al sarcofago di Fermo Secco faceva anticamente da contraltare un monumento alla famiglia Sforza, che sorgeva nella navata centrale della chiesa, davanti all'altare maggiore; i resoconti storici lo descrivono come un complesso marmoreo rotondo, con diversi stemmi scolpiti delle famiglie Sforza Bentivoglio (il ramo caravaggino degli Sforza era stato infatti iniziato da Giampaolo Sforza, figlio di Ludovico il Moro, e dalla moglie Violante Bentivoglio). In un secondo momento il monumento fu ricollocato all'esterno della chiesa, all'entrata del cimitero che ne occupava il lato sud, dietro al campanile.

Sul fianco destro della chiesa il Campanile, merita una storia a parte. La prima pietra di questa grande torre fu posta il 29 giugno del 1500 da Giovanni Dandolo, a quella data prefetto veneto del borgo da soli dieci mesi, il quale intendeva dare al paese un degno campanile che sostituisse quello esistente, modesto, collocato secondo alcuni presso il tetto della navata laterale sinistra, fra la cappella di Sant'Ambrogio e la sagrestia, secondo altri dove si trova quello attuale. La costruzione, edificata secondo schemi architettonici bramanteschi, si interruppe all'altezza di quarantotto metri (lo si può notare dal colore diverso dei mattoni). I lavori ripresero dopo il 1515 ma giunti al piano delle campane, si interruppero nuovamente. Solo nel XIX secolo l'architetto Lewis Gruner fece coprire (a quota 54 metri) la torre con un tetto e quattro semplici spioventi pensando di interpretare il pensiero dell'antico costruttore. Nel 1894 il prof. Angelo Bedolini, caravaggino, progettò sopra la cella campanaria un cornicione classico con una balaustra, e sulla terrazza disegnò una cupola ottagonale sormontata da un capolino e dalla croce. Il progetto restò tale per molti anni; nel 1912 ebbe parziale attuazione, e solo nel 1932 la costruzione venne definitivamente portata a termine. Il campanile raggiunse così l'altezza di settantuno metri.


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I RIONI DI CARAVAGGIO



Caravaggio ha quattro rioni storici.

Porta Vicinato deve il suo nome ad una delle quattro porte che attraversavano la cinta muraria del borgo medievale e consentivano l'accesso all'esterno.
Il rione Vicinato nacque probabilmente dalla maggiore delle corti da cui ebbe origine, per successive espansioni, l'agglomerato urbano di Caravaggio. Già entro la fine del XIII secolo Vicinato si era unita alle vicine corti di Corenzo, di cui oggi non rimane traccia, e Prata, per lungo tempo sede del castello cittadino; a questo periodo risale la suddivisione del centro storico nei quattro rioni attuali.
Il nome del rione è probabilmente dovuto alla sua centralità storica, che fece sì che i suoi abitanti originari, vicini fra loro all'interno dell'antica corte, fossero considerati i primi cittadini di Caravaggio.
L'origine antichissima di Vicinato lo rende un elemento centrale di numerose leggende e tradizioni popolari. Si tramanda, ad esempio, che il rione ospitò la famiglia di Giannetta de' Vacchi, la giovane contadina cui, il 26 maggio 1432, secondo la tradizione cattolica apparve la Madonna di Caravaggio.
Un'altra tradizione legata alla religione cattolica vuole che san Fermo e san Rustico, patroni della città, transitarono per Porta Vicinato mentre erano diretti a Verona, ove furono decapitati nel 306; durante il loro breve soggiorno nel borgo, i santi avrebbero resuscitato in paese un morto. Naturalmente questo resoconto fantasioso, pur se molto radicato nella tradizione locale, si scontra con la totale assenza di reperti o testimonianze che lascino intendere un'origine così antica della corte.

Porta Prata deve il suo nome ad una delle quattro porte che attraversavano la cinta muraria del borgo medievale e consentivano l'accesso all'esterno, in direzione nord-ovest, verso la vicina Treviglio.
Il rione Prata ebbe origine come piccola corte già nel Medioevo; un valido terminus ante quem è il Duecento, periodo nel quale la corte venne agglomerata dalla vicina corte di Vicinato, assieme alla corte di Corenzo, oggi scomparsa. Nello stesso periodo è documentata l'esistenza di una chiesa, citata come Sancta Maria de Prata, e di una struttura difensiva laddove più avanti sorgerà il castello di Caravaggio.
Il pittore Giovanni Moriggia, morto nel 1878, trascorse gli ultimi anni della sua vita in un elegante palazzo situato al termine dell'antica via Prata; la sua permanenza nel rione è oggi ricordata da una targa commemorativa.
Sulla piazza Locatelli, situata all'estremo nordoccidentale del centro storico, si affacciava l'antico castello posto a difesa del borgo, che fu più volte distrutto e ricostruito; in epoca medievale vi era insediato il Governatore della città. Perduta la propria funzione difensiva, il castello iniziò a subire un progressivo smantellamento nel corso del XVIII secolo, quando, in occasione della peste, si decise di riutilizzare i suoi materiali per altre costruzioni. La piazza è tuttora popolarmente nota come piazza Castello.
Verso la fine del Settecento fu eretta in piazza Locatelli una chiesa dedicata a san Defendente; in occasione della ricorrenza onomastica del santo la piazza era sede della cerimonia di benedizione dei cavalli. Avendo progressivamente perso la propria funzione di luogo di culto, la chiesa fu smantellata nel 1920; negli ultimi anni era stata impiegata come deposito comunale.
L'edificio che oggi domina la piazza, attualmente sede delle scuole elementari, fu inaugurato l'8 dicembre 1912; il progetto originario prevedeva ampi giardini prospicienti alla costruzione.
Sempre a inizio Novecento, quando la piazza era intitolata a Felice Cavallotti, vi sorgeva la stazione locale dei tram a vapore per Treviglio e Bergamo, le cui corse erano iniziate nel 1883.

Porta Folcero deve il suo nome ad una delle quattro porte che attraversavano la cinta muraria del borgo medievale e consentivano l'accesso all'esterno.
Si tratta forse del rione più antico, situato nella parte sud-orientale del borgo; con il passare del tempo, il termine è stato esteso fino a comprendere tutti i quartieri più recenti costruiti all'esterno della cinta muraria nelle immediate prossimità della Porta corrispondente.
All'interno di Folcero è situata la Chiesa di San Fermo e Rustico, il più antico edificio di culto della città; vi si trovavano inoltre il primo cimitero cittadino, un convento e probabilmente anche il palazzo della famiglia Secco.
Il nome Folcero, citato da alcune testimonianze medievali (riprese da Tullio Santagiuliana) come Folceru o Folzeru, sembra derivare dall'espressione dialettale fols, "falce" (cfr. l'espressione latina falciarius, ovvero "falciatore"); si tratta di un evidente riferimento alla professione più diffusa fra gli abitanti del rione, tuttora testimoniata dalla particolare toponomastica di alcune strade locali (via degli Orti, vicolo della Spiga, vicolo del Fieno).
Altre ipotesi sull'etimologia del nome lo ricollegano al ricordo dell'isola Fulcheria, oppure al passaggio in città della principessa Pulcheria (che peraltro si rese responsabile della distruzione della porta stessa).
Il rione Folcero ospitò, nella seconda metà del XVI secolo, la famiglia di Michelangelo Merisi; è possibile che la madre Lucia Aratori, nativa del quartiere, e il padre Fermo Merisi vi abbiano contratto matrimonio in un'ipotetica chiesetta dedicata a san Pietro e sant'Andrea, di cui oggi non rimane traccia. È inoltre certo che nel 1577, alla morte del padre, il celeberrimo pittore si trasferì nell'abitazione dei nonni, in Folcero, e vi soggiornò fino al 1592, quando partì per Roma.

Porta Seriola deve il suo nome ad una delle quattro porte che attraversavano la cinta muraria del borgo medievale e consentivano l'accesso all'esterno, in direzione nord, verso Bergamo.
Il rione è compreso fra la Chiesa di Santa Elisabetta e la Chiesa di Santa Liberata (situata appena fuori porta). Si tratta di uno dei rioni più antichi del borgo; era già sviluppato nel Duecento, tanto che l'antica cinta muraria della città, risalente a quel periodo, segue un percorso irregolare proprio in sua corrispondenza, di modo da inglobarne completamente la parte più antica.
Appena fuori porta, e quindi in direzione nord rispetto al centro abitato, si trovava anticamente un'area rurale irrigata grazie alle canalizzazioni provenienti dal vicino fiume Serio, note, appunto, con l'appellativo di seriöle.
A tutt'oggi il rione ospita la confluenza di due importanti rogge bergamasche, la Roggia Basso e la Rognola, che in passato alimentavano il fossato posto a corona delle mura difensive e le cui acque, attorno al 1300/1400, erano anche utilizzate per alimentare un grande mulino (oggi informalmente conosciuto come Mulino Mascaretti). L'antico sistema di rogge è tuttora in funzione, sebbene all'interno dell'attuale centro urbano i corsi d'acqua siano stati in gran parte coperti dal Dopoguerra ad oggi.
Secondo fonti non confermate, la casa della famiglia Merisi, da cui trasse i natali il celeberrimo pittore Michelangelo Merisi da Caravaggio, si sarebbe trovata all'interno del rione Seriola; quest'ipotesi è supportata dalla presenza, nello stemma dei Merisi, di un mazzo di spighe, che figura anche nel gonfalone ufficiale del rione.



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LE FRAZIONI DI CARAVAGGIO



Caravaggio ha due frazioni, Masano e Vidalengo, entrambe di origine antica.
L'origine del centro abitato di Masano, che non fu mai comune indipendente, è antica e pressoché sconosciuta; documenti pervenuti sino a noi riportano che nel 1193 vi fu eretta una chiesa dedicata a san Vitale, "com'era stata la chiesa precedente nel castello vecchio di Masano". Tale osservazione lascia dunque intendere che il borgo fosse già stato attivo durante i secoli barbarici. Non si può escludere che la scelta di san Vitale abbia un legame con la vicina frazione di Vidalengo (dal latino Vitalis).

Nel X secolo è documentata la presenza, all'interno dell'abitato, dei signori Carrarii, che successivamente divennero vassalli del vescovo di Cremona.

Sulla strada che conduce il capoluogo alla vicina cittadina di Bariano è tuttora presente un cippo in pietra risalente al 1758, che segnala il passaggio dell'antico confine fra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano.

Il Mulino Merlo è singolare mulino cittadino fu fatto costruire nel 1776 per migliorare i campi aviti e per pubblica utilità dall'architetto Carlo Benedetto Merlo, da cui il nome.
A Masano segnaliamo la Chiesa Parrocchiale di San Vitale, progettata e decorata dalla scuola 'Beato Angelico' di Milano (1926- 1947), dove, in una cappella, si trova un affresco settecentesco della Beata Vergine con il Bambino, San Rocco e Sant'Uberto e nel battistero, un Battesimo di Gesù di Trento Longaretti (1946).
E poi Palazzo Rubini, che da solo vale la storia del territorio, per le famiglie che lo hanno abitato e per quello che esse hanno rappresentato nella vita del borgo.
Castello all'origine (una prima documentazione risale alla metà del secolo VIII), abitato per quattro secoli dai Secco, fino agli inizi del XVIII, quando, divenuto palazzo, fu ceduto nel 1732 al Merlo architetto dell'Altare Maggiore del Santuario, passato di mano ai coniugi Rubini (lui, Giovanni Battista, fu un tenore di fama mondiale), l'edificio che oggi vediamo, fu da questi sottoposto alle ultime piú importanti trasformazioni avvenute con la ristrutturazione del 1845 ad opera dell'architetto Pagnoncelli. Il recente restauro lo ha riportato alla dignità originale dopo un secolo di totale abbandono e degrado. Presso Masano, sulla strada che conduce a Bariano, un cippo di pietra del 1758 ricorda l'antico confine fra lo Stato Veneto e lo Stato di Milano.

Il nome di Vidalengo presenta una chiara derivazione dal latino Vitalis, con l'aggiunta della desinenza barbarica -ing (cfr. Morengo, Martinengo, Offanengo, Pumenengo, località situate entro un raggio di 20 km di distanza).

Alla fine del XII secolo se ne ha notizia come comune autonomo.

Tra le fonti storiche, Vidalengo viene citata per la prima volta come una parrocchia nel 1200. Tra le fonti di carattere generale, è citata nel 1404 nelle Rationes Censum et Decimarum, in cui compariva inserita nella pieve di Fornovo (diocesi di Cremona); è elencata nel 1603 negli atti della visita pastorale compiuta dal vescovo Cesare Speciano, quando risultava inserita nel vicariato foraneo di Caravaggio; in quegli stessi anni si contavano tra i parrocchiani 145 unità, tra cui 105 anime da comunione (Visita Speciano 1599-1607).

Tra il XVII e XVIII secolo, il clero nella parrocchia di San Giovanni ante portam latinam risultava composto da un parroco nel 1603 e nel 1786 (Bonafossa sec. XVIII).

Nel 1786 il numero dei parrocchiani era di 248 anime; 295 unità nel 1819 (Moruzzi 1992) e la rendita netta del beneficio parrocchiale assommava a lire 1153 (Bonafossa sec. XVIII).

La parrocchia di San Giovanni ante portam latinam, segnalata negli atti della visita pastorale effettuata nel 1819 dal vescovo Omobono Offredi (Moruzzi 1992) e successivamente elencata tra le parrocchie della diocesi di Cremona nel 1835 (Cattedratico 1835, diocesi di Cremona) e nel 1899 (Stato clero diocesi Cremona, 1899), è sempre stata inserita tra XVIII e XIX secolo e fino al 1975 nel vicariato foraneo di Caravaggio. In base al decreto 29 settembre 1975 del vescovo Giuseppe Amari, con cui è stata rivista l'organizzazione territoriale della diocesi cremonese, è stata attribuita alla zona pastorale 1 (decreto 29 settembre 1975).

Di Vidalengo ricordiamo la Chiesa Parrocchiale di San Giovanni che ospita nell'abside una tela della Assunta.
Vale poi la pena citare il Monumento ai Caduti in Guerra, realizzato dallo scultore Ferruccio Guidotti. Il gruppo in bronzo dell'altezza di circa due metri raffigura un soldato che sostiene un commilitone ferito. L'inaugurazione avvenne nel 1965.

Sulla strada che da Vidalengo porta a Pagazzano, si arriva alla Cascina Gavazzolo di Sopra dove nei pressi si trova il Fontanile Brancaleone istituito dalla Regione Lombardia a Riserva Naturale il 5 febbraio 1985. Il Fontanile rappresenta uno degli ultimi angoli della Valle Padana dove sopravvivono specie di animali e vegetali ormai scomparse altrove o in via di estinzione.



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IL SANTUARIO DI CARAVAGGIO

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L’anno 1432 dalla nascita del Signore, il giorno 26 maggio alle ore cinque della sera, avvenne che una donna di nome Giannetta oriunda del borgo di Caravaggio, di 32 anni d’età, figlia di un certo Pietro Vacchie sposa di Francesco Varoli, conosciuta da tutti per i suoi virtuosissimi costumi, la sua cristiana pietà, la sua vita sinceramente onesta, si trovava fuori dall’abitato lungo la strada verso Misano, ed era tutta presa dal pensiero di come avrebbe potuto portare a casa i fasci d’erba che lì era venuta a falciare per i suoi animali.
Quand’ecco vide venire dall’alto e sostare proprio vicino a lei, Giannetta, una Signora bellissima e ammirevole, di maestosa statura, di viso leggiadro, di veneranda apparenza e di bellezza indicibile e non mai immaginata, vestita di un abito azzurro e il capo coperto di un velo bianco.
Colpita dall’aspetto così venerando della nobile Signora, stupefatta Giannetta esclamò: Maria Vergine!
E la Signora subito a lei: Non temere, figlia, perché sono davvero io. Fermati e inginocchiati in preghiera.
Giannetta ripose: Signora, adesso non ho tempo. I miei giumenti aspettano questa erba.
Allora la beatissima Vergine le parlò di nuovo: Adesso fa quello che voglio da te...
E così dicendo posò la mano sulla spalla di Giannetta e la fece stare in ginocchio. Riprese: Ascolta bene e tieni a mente, perché voglio che tu riferisca ovunque ti sarà possibile con la tua bocca o faccia dire questo...
E con le lacrime agli occhi, che secondo la testimonianza di Giannetta erano, e a lei parvero come oro luccicante, soggiunse:
L’altissimo onnipotente mio Figlio intendeva annientare questa terra a causa dell’iniquità degli uomini, perché essi fanno ciò che è male ogni giorno di più, e cadono di peccato in peccato. Ma io per sette anni ho implorato dal mio Figlio misericordia per le loro colpe. Perciò voglio che tu dica a tutti e a ciascuno che digiunino a pane ed acqua ogni venerdì in onore del mio Figlio, e che, dopo il vespro, per devozione a me festeggino ogni sabato. 
Quella metà giornata devono dedicarla a me per riconoscenza per i molti e grandi favori ottenuti dal Figlio mio per la mia intercessione.
La Vergine Signora diceva tutte quelle parole a mani aperte e come afflitta. Giannetta disse: La gente non crederà a me.
 La clementissima Vergine rispose: Alzati, non temere. Tu riferisci quanto ti ho ordinato. Io confermerò le tue parole con segni così grandi che nessuno dubiterà che tu hai detto la verità.
Detto questo, e fatto il segno di croce su Giannetta, scomparve ai suoi occhi.
Tornata immediatamente a Caravaggio, Giannetta riferì tutto quanto aveva visto ed udito. Perciò molti – credendo a lei – cominciarono a visitare quel luogo, e vi trovarono una fonte mai veduta prima da nessuno.
A quella fonte si recarono allora alcuni malati, e successivamente in numero sempre crescente, confidando nella potenza di Dio. E si diffuse la notizia che gli ammalati se ne tornavano liberati dalle infermità di cui soffrivano, per l’intercessione e i meriti della gloriosissima Vergine Madre di Dio e Signore nostro Gesù Cristo.


Dopo l'episodio del ramo fiorito altri fatti miracolosi testimoniarono la sacralità del luogo. La mannaia conservata nel sotterraneo del Sacro Fonte, antenata della più tristemente famosa ghigliottina, testimonia un episodio accaduto nel 1520. Un capo dei briganti, tale Giovanni Domenico Mozzacagna di Tortona, fu catturato nei dintorni e condannato a morte. Affinché l'esecuzione servisse da monito a molti, si decise di fissarla per il 26 maggio, giorno in cui la ricorrenza dell'Apparizione molta gente si sarebbe recata a Caravaggio. Durante i mesi di prigionia che precedettero la data stabilita il brigante si pentì e si convertì. Venne il giorno della esecuzione ma per quanti tentativi vennero fatti la scura s'inceppava prima di arrivare al collo del condannato. La folla gridò al miracolo; il condannato prima tornò in carcere e poi fu definitivamente liberato. Nella seconda celletta del sotterraneo viene conservato un catenaccio spezzato che ricorda un fatto avvenuto nel 1650. Un pellegrino, imbattutosi in un nemico che lo minacciava di morte, corse al riparo verso il tempio, ma trovando la porta chiusa invocò la Madonna. Il catenaccio si spezzò e la porta si aprì per poi richiudersi in faccia al persecutore.
Sul piazzale antistante il tempio, nei pressi della fontana, un obelisco ricorda un singolare fatto accaduto nel 1550. Un soldato dell'esercito di Matteo Grifoni, generale della Repubblica Veneta, rubò dal Sacro Fonte una preziosa tazza e la nascose in un bagaglio sopra il dorso di un mulo; ma quando fece per andarsene il mulo non ne volle sapere di muoversi. Il furto fu scoperto e il prezioso oggetto restituito. Il Comandante fece elevare a ricordo del fatto una Cappelletta che, caduta in seguito all'erosione delle acque, fu rimpiazzata nel 1752 da un obelisco. Divenuto cadente questo, nel 1911 fu sostituito con un altro a ricordare anche le celebrazioni del 1910 e del 2° centenario dell'incoronazione della Madonna. Sulle quattro facciate della base dell'obelisco tre epigrafi ricordano il fatto della tazza, la prima cappella e l'obelisco del 1752, le feste centenarie del 1910; sulla quarta è riportata un'esortazione al culto della Vergine.
Il Santuario Santa Maria del Fonte di Caravaggio, in provincia di Bergamo e diocesi di Cremona, è un immenso complesso eretto a partire dal XVI secolo sul luogo di una miracolosa apparizione della Vergine ad una contadinella.
Per secoli una pergamena antichissima che racconta l’apparizione della Madonna alla contadina Giannetta, è stata esposta in chiesa, nella sagrestia maggiore.
Il vescovo di Cremona Cesare Speciano, in visita al Santuario il 27 aprile 1599, l’ha fatta trascrivere come “documento ufficiale” dell’Apparizione stessa e di quanto avvenne in seguito.
Questa “memoria”: ci presenta il dialogo tra Maria e la veggente Giannetta e i “segni” che caratterizzano l’Apparizione del 1432.

L'erezione dell'attuale tempio mariano, fortemente voluto dall'arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, iniziò nel 1575 dietro progetto dell'architetto Pellegrino Tibaldi (detto il Pellegrini); alternando fasi di sviluppo a lunghi intervalli, l'opera di costruzione si protrasse fino ai primi decenni del XVIII secolo, con numerose modifiche, seppur di poco conto, rispetto al progetto originario del Pellegrini.
Nell'aprile del 1906 papa Pio X lo elevò alla dignità di basilica minore.

Il Santuario di Caravaggio, oggi, oltre a fungere da importante luogo di preghiera, ospita oggigiorno un Centro d'accoglienza per pellegrini ed ammalati, un Centro di consulenza matrimoniale e familiare ed un Centro di spiritualità. Gli edifici che ospitano tali attività furono ristrutturati sul finire del XX secolo dagli architetti caravaggini Paolo e Salvatore Ziglioli; l'auditorium ospita pregevoli vetrate del pittore caravaggino Giorgio Versetti. La Cappella del centro di spiritualità, che venne inaugurata da papa Giovanni Paolo II durante il suo soggiorno presso il santuario nel 1992, ospita sculture ad opera del mozzanichese Mario Toffetti.

Il tempio monumentale sorge al centro di una vasta spianata circondata da portici simmetrici su tutti e quattro i lati, che corrono, con 200 arcate, per quasi 800 metri. Nel piazzale antistante il viale di collegamento con il centro cittadino si trova un alto obelisco in marmo con putti bronzei, opera di Rustico Soliveri, che, attraverso le sue iscrizioni, ricorda i diversi miracoli attribuiti dalla tradizione cattolica alla Madonna di Caravaggio. Poco oltre l'obelisco si trova una fontana di grosse dimensioni, la cui acqua passa sotto la chiesa, raccoglie quella del Sacro Fonte e confluisce nel piazzale posteriore, dove viene raccolta in una piscina a disposizione degli infermi per immergere le membra malate.

Un triplice viale alberato lungo circa 2 km, completato nel 1709, raccorda il Santuario al centro cittadino; al termine del viale, in corrispondenza dell'ingresso nel centro storico, si trova il trionfale arco di Porta Nuova, che reca nell'attico un gruppo marmoreo dell'Apparizione e fu eretto nel 1709 in occasione della solenne incoronazione della Vergine.

L'esterno della chiesa è grandioso: l'edificio misura 93 metri per 33, e raggiunge un'altezza di 22 metri che, con la cupola, arriva a 64 metri. L'edificio non è rivolto verso il viale di collegamento con la città, che venne costruito in seguito, ma, come dettato dalle consuetudini liturgiche, è disposto in maniera tale che il celebrante sia rivolto verso oriente. Esternamente, l'architettura è caratterizzata dal grigio dell'intonaco e il rosso dei mattoni. È questa l'estetica acquisita dopo i restauri degli anni settanta che eliminarono non senza polemiche il "giallo di Milano" che intonacava i muri.

All'interno il tempio mariano si presenta ad una sola navata, con una caratteristica pianta a croce latina, ed è caratterizzato da uno stile classico, con pilastri dai capitelli ionici.

Il tempio appare, in verità, diviso in due corpi separati: quello occidentale, più vasto, ospita quattro cappelle riccamente decorate per lato, le cantorie e l'ingresso principale; quello orientale, di dimensioni minori, consente la discesa alla cripta. Le due parti sono separate dal maestoso altare maggiore.

La decorazione del tempio è opera dei pittori caravaggini Giovanni Moriggia e Luigi Cavenaghi. Giovanni Moriggia dipinse, fra il 1845 ed il 1859, i quattro pennacchi sottostanti la cupola, che rappresentano Giuditta (la fortezza), Rut (la temperanza), Abigaille (la prudenza) ed Ester (la giustizia), oltre alla gloria della cupola stessa (l'Apoteosi di Maria), alle volte dei due bracci a lato dell'altare (La Cacciata di Adamo, La Natività di Maria, La Presentazione di Maria al tempio, Gesù fra i dottori, L'Assunzione di Maria Vergine) e ai lunettoni sull'arco interno delle due facciate (L'Annunciazione, Visita a Santa Elisabetta, Lo Sposalizio di Maria, La Natività di Gesù). Luigi Cavenaghi, fra il 1892 ed il 1903, si occupò della decorazione della volta dell'intero edificio.


Al di sopra del sacrario, e in corrispondenza della cupola centrale, si trova l'altare maggiore, certamente l'elemento più ricco e fastoso tra i complessi monumentali del santuario. Si tratta di una struttura rotonda in marmo, caratterizzata da colonne alternate a statue che sorreggono un trono slanciato verso la cupola; quest'ultimo termina in una gloria di angeli che portano una corona di stelle. Il progetto originario dell'altare è dell'architetto Filippo Juvarra, che si ispirò agli studi di Michelangelo per l'altare della Confessione della Basilica Vaticana; il complesso fu realizzato fra il 1735 ed il 1750 dall'ingegnere milanese Carlo Giuseppe Merlo, con la collaborazione degli scultori Nava e Mellone.


La parte del Santuario più ricca di opere d'arte è la sagrestia, anticamente cappella gentilizia della famiglia Secco; sulla sua volta campeggiano stupendi affreschi di Camillo Procaccini che illustrano episodi della vita di Maria. Le cimase degli elaborati armadi ospitano uno stuolo di putti alati, opera del caravaggino Giacomo Carminati.

Al di sotto dell'altare maggiore si trova il Sacro Speco, che ospita il gruppo statuario ligneo che ricostruisce la scena dell'Apparizione. L'opera, dello scultore di Ortisei Leopoldo Moroder, fu inaugurata nel 1932, in occasione dei festeggiamenti per il quinto centenario dell'Apparizione. Il cardinale Schuster, Legato Pontificio, celebrò personalmente l'incoronazione della statua, cui è possibile accedere direttamente dal braccio orientale della navata principale.

Sotto lo Speco si trova il Sacro Fonte sotterraneo, al quale si accede dall'esterno del tempio, ove si trova una fontana da cui si può attingere l'acqua. Si tratta, secondo la leggenda, del luogo esatto dove la giovane Giannetta de' Vacchi assistette alla prima apparizione della Madonna, la quale, come prova della propria origine divina, fece sgorgare una sorgente d'acqua dal terreno.

Il sotterraneo d'accesso al Sacro Fonte consiste in un lungo corridoio di circa trenta metri, che attraversa da lato a lato la chiesa e venne rivestito con mosaici dal pittore Mario Busini negli anni cinquanta del XX secolo. Il corridoio appare diviso in cinque celle successive; nella prima, tre nicchie ricavate dentro le pareti accolgono una Madonna marmorea, la ghigliottina e il catenaccio spezzato, a ricordo dei diversi miracoli attribuiti alla Vergine del Fonte.

Alla base della Madonna si trova un'epigrafe gotica, uno dei più importanti documenti risalenti all'epoca dell'Apparizione; il testo si compone di sei esametri latini, e recita

« La terra di Caravaggio è stata recentemente resa davvero felice, perché le apparve la Santissima Vergine nell'anno 1432 al tramonto del sesto giorno avanti le calende di giugno; ma Giovannetta è assai più felice di ogni altra persona, perché meritò di vedere la gran Madre del Signore. »

Il grande organo a canne della chiesa è stato costruito nel 1955 dalla ditta organaria milanese Balbiani Vegezzi-Bossi e, nel maggio dello stesso anno, collaudato dall'organista castiglionese Federico Caudana.
Lo strumento è a trasmissione elettrica, con 5600 canne, ed ha quattro tastiere (rispettivamente: Positivo espressivo, Grand'Organo, Espressivo e Corale-Eco, che insistono sulla stessa tastiera) di 61 note ciascuna ed una pedaliera concavo-radiale di 32 note. I corpi d'organo sono così disposti all'interno della chiesa:
sulla parete destra della navata centrale, a metà di quest'ultima, all'interno dell'artistica cassa lignea settecentesca, si trovano le canne del Positivo espressivo, del Grand'Organo e dell'Espressivo;
all'interno della cupola si trovano le canne del corpo Eco espressivo (quarta tastiera);
alle spalle della consolle, sulla cantoria che si trova sulla parete di fronte rispetto alla cassa barocca, le canne del corpo Corale (quarta tastiera).



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IN VISITA A CARAVAGGIO

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Il territorio comunale di Caravaggio è pianeggiante, e caratterizzato da numerose risorgive naturali. Esso presenta una forma di croce con l'asse principale posto in direzione nord-sud, con una distanza tra i due punti estremi di 11 km.

Caravaggio è sempre stata identificata agli occhi del 'forestiero' come la città del Santuario o come la città natale di Michelangelo Merisi.

Camminando per le vie di Caravaggio si trovano molte chiese e monasteri, eredità della grande diffusione degli ordini religiosi nel XV e XVI secolo. Il santuario di Santa Maria del Fonte, ricorda l’apparizione della Madonna avvenuta il 26 maggio del  1432, è meta ogni anno di centinaia di migliaia di pellegrini. Sul viale che porta alla città si affaccia la chiesa di San Bernardino del 1472, conserva affreschi del Cinquecento. Dalla bellissima facciata in cotto è invece la chiesa parrocchiale
dedicata ai patroni locali, i santi Fermo e Rustico, affiancata dalla torre campanaria
la cui costruzione iniziò il 29 giugno.

Il Santuario di Caravaggio, è un monumentale edificio di culto situato circa 2 km a sud-ovest del centro cittadino, e dedicato al culto di Santa Maria del Fonte, che, secondo la tradizione, apparve in tale località il 26 maggio 1432, di fronte alla giovane contadina Giannetta de' Vacchi.

La Chiesa di San Fermo e Rustico, e l'edificio di culto principale del borgo, in stile gotico-lombardo fu edificata nel XIII secolo, probabilmente su un edificio sacro preesistente. La facciata è caratterizzata da un portale centrale in marmo, sovrastato da un grande rosone a dieci raggi. La colorazione diseguale del cotto della facciata, unitamente alla presenza di alcune finestre mai aperte, porta a pensare a numerose modifiche intervenute in corso d'opera rispetto al progetto originario. La chiesa è affiancata da un campanile alto 76 metri, edificato nel 1500 per volere del governatore Giovanni Dandolo.
La Chiesa della Sacra Famiglia sorge sulla via San Francesco al disotto di quello che è stato per anni il Nuovo Orfanotrofio Maschile retto da Don Pierino Crispiatico. La chiesa è molto semplice ed è impreziosita da una tela raffigurante la Sacra Famiglia di Bergamotti F. trasportatavi dalla chiesa di Santa Elisabetta.
La Chiesa di San Bartolomeo si trova sulla strada che dal viale del santuario porta attraverso i campi alla strada provinciale rivoltana, si trova questo tempietto dedicato a San Bartolomeo e datato 1624. L'oratorio è presenta un bassorilievo raffigurante San Bartolomeo posto nell'anno 1930, opera dello scultore Giacomo Grippa. Una Epigrafe sovrasta il tempio e ricorda che qui giacciono resti di alcune vittime della peste che colpì la città.
Il complesso Monastico di S. Bernardino da Siena fu consacrato nell'anno 1489, datando l'erezione appena dopo la morte del santo 1444 e la quasi immediata canonizzazione, avvenuta nel 1450 da parte del papa Nicolò V.
La Chiesa di San Giovanni, adiacente all'Ex Ospedale Convento dei Cistercensi nella centrale via Roma, è ormai sconsacrata ma presenta notevoli pregi architettonici conservati abilmente dai frati Cistercensi durante i lavori di ristrutturazione eseguiti nel 1600. La chiesa presenta una piazzetta cinta da un cancello dalla quale è possibile apprezzare la bellezza della facciata nonostante la sua altezza rispetto alla larghezza della piazza stessa. L'interno grazie alle lesene con capitello composito e alla complessa trabeazione col fregio a rilievo plasticato, che scorre sopra le stesse mostra una pregevole opera architettonica che esplica solennità ma anche raccoglimento. Il presbiterio è piuttosto breve, il coro semiottagonale, e l'altare in stile barocco è tutto di marmi intarsiati, degno di nota è un paliotto di scagliola con raffigurata l'apparizione della Vergine donato alla chiesa nell'anno 1710. L'edificio, ora di proprietà dell'Amministrazione Comunale è destinato ad ospitare, nel prossimo futuro, il Centro Studi su Michelangelo Merisi detto il Caravaggio che vedrà mostre a tema, la storia del Pittore, aule didattiche e un centro congressi.
La Chiesa di San Giuseppe sorge nel complesso agreste denominato "Montizzolo" ed è dedicata a San Giuseppe, seppur negli anni vi venne anche venerata Santa Eurosia. Viene restaurata diverse volte tra il 1674 e il 1748 come dimostra anche un mattone recante le date dei restauri, oggi si presenta con una navata e una piccola sagrestia. Spogliata nel 1970 degli arredi seicenteschi per renderla più moderna ed attuale, oggi viene curata dagli addetti ai cascinali del Montizzolo che provvedono anche alla Santa Messa.
La Chiesa di Santa Elisabetta risale al XVII secolo e vi sono annessi un campanile coevo ed un edificio che fu sede del monastero delle Agostiniane, la cui presenza in città è testimoniata a partire dal 1480.
La Chiesa di Santa Liberata è un piccolo edificio di culto dalla caratteristica pianta esagonale, situato a poca distanza dal centro storico cittadino, nel rione Seriola, appena fuori porta. Si ritiene che l'edificio abbia origini cinquecentesche; sugli affreschi conservati all'interno della struttura viene riportata la data 1540.
La Chiesa di Sant'Eusebio è caratterizzata da un'imponente facciata di matrice neoclassica, realizzata su progetto dell'architetto Carlo Ranzanico, al centro della quale si trova una cappella con affreschi di Enrico Scuri e Giovanni Moriggia. Sotto i portici che interessano tutta la facciata si trova, fra le altre, la tomba della famiglia Cavenaghi, dove si trovano le spoglie del pittore Luigi Cavenaghi, noto per la restaurazione dell'Ultima Cena di Leonardo da Vinci; il sepolcro è caratterizzato da una pregevole scultura del Danielli. Lo stesso porticato ospita la tomba di un altro artista locale, lo stesso Giovanni Moriggia, opera di Rustico Soliveri. Fra le altre opere di rilievo si segnalano un'opera di Enrico Butti, un busto di giovane donna sulla tomba Rocchi (opera dello Stertini), e due realizzazioni di Enrico Pancera, il Funerale Alpestre e una raffigurazione di Gesù Cristo in piedi su una pagina del Vangelo. Sono inoltre degne di nota una figura di donna di E. Girbafranti e una scultura di Cristo Risorto, in marmo bianco, opera di Barbieri. L'interno del cimitero di Sant'Eusebio ospita opere più recenti, fra cui la cappella dei Tadini, corredata di un mosaico di Trento Longaretti sul soffitto interno e di quattro sculture di Elia Aiolfi collocate sul perimetro, la cappella Foppa, con mosaici e vetrata dello stesso Longaretti, e la tomba Bianchi, caratterizzata dalla presenza di un Cristo in croce realizzato dal Ciminaghi.

L'Ospedale Vecchio e Monastero Cistercense furono la sede fino al 1971 dell'ospedale. È questo un corpo di fabbrica che fu annesso alla fine del Seicento al nucleo vero e proprio del Monastero di San Giovanni Battista affacciato su Via Roma, appartenuto prima all'Ordine degli Umiliati e dedicato ai Santi Pietro e Paolo; poi, soppresso l'Ordine nel 1582 da Papa Gregorio XIII, chiesa e convento vennero assegnati ai Cistercensi che vi si insediarono nel 1603 e nel ventennio successivo ristrutturarono il complesso nel modo in cui è ora visibile. La ristrutturazione attribuita in un primo tempo a Pellegrino Tibaldi, l'architetto del Santuario, sarebbe invece opera di Giulio Cesare Mangone (fratello di Fabio) uno dei maggiori architetti del barocco milanese. Parte dell'edificio annesso, che fu adibito ad ospizio, fu venduto verso la fine del 1800 all'Ospedale che, dopo la soppressione dell'ordine dei Cistercensi avvenuta nel 1798, acquistò anche l'immobile del Monastero.

Il Palazzo Gallavresi (o Palazzo della Marchesa) è uno degli edifici più antichi dell'intera città; si tratta di un edificio pubblico risalente con ogni probabilità alla seconda metà del XIII secolo, situato all'interno del centro storico. Dal 1947 è sede dell'amministrazione comunale, venne profondamente ristrutturato nel 1981.
La Villa Clelia si apre all'interno dell'omonimo parco ed è stata recentemente ristrutturata. Qui nacque nel 1869 Amilcare Bietti oculista di fama internazionale e autore di un trattato di oftalmologia ritenuto un testo fondamentale per la medicina. Morto nel 1930 ebbe un figlio, Giovanni Battista che ne seguì le orme con successo fino a diventare Direttore della Clinica Oculistica dell'Università di Roma nel 1955.
La Villa Rocchi, affacciata sulla Circonvallazione XXV aprile e protetta da un fossato, è appartenuta alla Famiglia Rocchi molto in vista in Città.

Il Viale che dal Santuario conduce al centro e termina all'Arco di Porta Nuova è lungo circa 1600 metri. Fino al 1694 non fu altro che un viottolo immerso negli acquitrini. In quell'anno iniziarono i primi lavori di livellamento della sede stradale che acquisì una sua prima fisionomia nel 1710 quando fu inaugurato l'Arco sopraddetto. Abbandonata al suo destino per quasi un secolo, nel 1803 la strada venne di nuovo livellata e vi si piantarono cinquecento ippocastani. Nel 1831 si posero altre piante e in due anni si ultimò il vialetto di destra. Quello di sinistra fu ultimato nel 1837 insieme a quello centrale; nell'occasione vi si piantarono altre mille piante. Il Viale fu inaugurato ufficialmente nel 1838 con un'illuminazione che durò tre notti consecutive. Di proprietà del Santuario, fu ceduto al Comune, regolato da una Convenzione, nel 1982.
Dei circa milleseicento ippocastani originari non ne rimasero che poco più di cinquecento, decimati da una malattia.
Arco di Porta Nuova, di costruzione settecentesca che adorna uno degli ingressi al centro storico della città; il viale che diparte dall'Arco, della lunghezza complessiva di circa due chilometri, congiunge il centro dell'abitato con il Santuario di Caravaggio. L'Arco fu eretto in occasione dell'Incoronazione della Beata Vergine al Santuario, concessa nel 1708 da Roma e celebrata nel 1710; fu terminato nel 1709 ed inaugurato nel 1710 in coincidenza con i festeggiamenti per l'incoronazione.
Porta Nuova fu di fatto il quinto accesso a Caravaggio che tra l'XI e il XII secolo aveva quattro Porte: Folcero, Seriola, Prata e Vicinato. Nel 1788 per la proibizione ad effettuare sepolture nel centro fu aperta Porta Specchio (in fondo all'attuale via Banfi) che conduce al Cimitero. Gli accessi danno sulla vecchia circonvallazione che con minime variazioni segue il tracciato del fosso difensivo che scorreva ai piedi delle mura medievali. Le mura furono abbattute nella seconda metà del XIX secolo; resta intorno a Caravaggio l'ampio fossato qui perfettamente visibile alla destra dell'Arco. Proprio alla fine di questo tratto, in una zona invisibile dalla strada, durante i lavori di sistemazione della spalla del fosso è stata rinvenuta nel 1995 la base di un torrione appartenente alle mura.

Poco prima del passaggio a livello, sulla destra, si apre Via Valle che conduce alla cappella campestre di San Bartolomeo dove una lapide ricorda i morti di peste del 1630. Le vittime, che furono sepolte in questo cimitero improvvisato, in quello di San Valeriano (sulla strada per Mozzanica, oggi ne sono scomparse le tracce), in quello di Sant'Eusebio (l'attuale cimitero), al Santuario e alle cascine Volte, furono secondo alcuni studiosi 1630, come l'anno nefasto, 3666 secondo quanto risulta dalla dicitura letta nella Cappella. L'ipotesi più accreditata è certamente la prima visto, tra l'altro, che nel 1608 Caravaggio contava circa quattromila abitanti.

La Stazione ferroviaria fu ammodernata intorno al '900. La linea Treviglio-Caravaggio-Cremona fu inaugurata nel maggio del 1863, un anno dopo i tumulti di protesta della popolazione caravaggina decisamente contraria a che la ferrovia tagliasse in due il viale, e per di più correndo su un terrapieno di un metro e trenta. La linea è stata elettrificata nel maggio del 1977.

La Casa littoria, o ex Casa del fascio, rappresenta una valida testimonianza architettonica del periodo fascista. L'edificio fu costruito tra il 1935 e il 1937 su progetto dell'architetto Alziro Bergonzo che in quegli anni aveva ottenuto l'incarico per numerose opere pubbliche del regime. Delle sue realizzazioni a Bergamo rimangono notevoli testimonianze: dalla casa Littoria (oggi casa della Libertà) alla fontana di Porta Nuova (detta Zuccheriera), fino al famoso cippo rosso poligonale dell'autostrada Milano-Bergamo. La Casa del fascio era in una sua minima parte dedicata alla rappresentatività; il resto era dedicato agli uffici di Federazione. Con la caduta del fascismo, divenuta un bene statale, la casa fu trasformata nel 1945 in alloggio per famiglie senzatetto.
Il Parco Comunale fu realizzato negli anni settanta sulle ceneri di un cappellificio e completamente rifatto nel 2001.
In Piazza Locatelli, detta Piazza Castello, dove sorge ora la Scuola elementare aveva la sua sede il Castello del borgo, una delle rocche più importanti e potenti della Gera d'Adda. Costruito in epoca ignota venne ampliato e ulteriormente fortificato anche nel secolo XV. Era una costruzione in mattoni, munita di torri, torrioni e ponti levatoi, con all'interno un grande cortile. Mal protetto da un sistema di fortificazioni di fatto inesistente, si dimostrò di scarsa utilità se è vero che già nel 1529 venne demolito per utilizzarne i materiali a scopo edilizio e la sua area convertita in giardino.
La Riserva naturale Fontanile Brancaleone è una riserva naturale parziale biologica che si estende su un territorio di circa 100 ha situato in località Gavazzolo, all'estremità settentrionale del territorio del comune di Caravaggio. Costituisce la principale risorgiva comunale. La riserva è caratterizzata dalla presenza di fauna invertebrata di grande interesse scientifico, in particolare il Niphargus stigocharis italicus e Niphargus transitivus dissonus, crostacei anfipodi di ambiente freatico, che rappresentano una vera rarità da tutelare. Nel fontanile sgorga acqua sorgiva data dalla confluenza tra numerose teste.

Il Museo navale Ottorino Zibetti, è un museo navale aperto gratuitamente al pubblico che ospita numerose riproduzioni di velieri, cimeli storici, antichi strumenti nautici, attrezzi navali, fossili marini, una biblioteca del mare e altri oggetti di interesse. Il museo fu inaugurato il 5 novembre 1978 grazie al lascito degli averi del dottor Ottorino Zibetti, grande collezionista di oggetti nautici, disposto dalla moglie, e si è arricchito con il passare del tempo grazie alle donazioni di altri privati cittadini ed enti pubblici.

Il teatro Amerighi fu un importante edificio del centro storico, costruito nel 1910 ed estremamente attivo nel primo dopoguerra; in stile liberty, presentava al suo interno palchi in legno rivestiti di velluto e divenne per alcuni decenni il fulcro della vita culturale cittadina. Fu però demolito poco dopo la seconda guerra mondiale.

La cucina tipica caravaggina rispecchia diversi elementi caratteristici della tradizione bergamasca, quali la genuinità e la semplicità. Fra i piatti caratteristici si menzionano: il riso bollito nel latte; le uova sode con cicorino e salame nostrano.
Il piatto tradizionalmente considerato rappresentativo della cucina bergamasca, la polenta, è presente nella gastronomia locale con numerosi accostamenti particolari; ad esempio con la lüganghina, una sorta di salame; con cotechini e lenticchie; con il latte freddo; con pucì (intingolo) e verza; con burro fuso, alla salvia e al formaggio.

Un piatto tipico di pasta è costituito dagli gnuchècc, della pasta sfoglia tagliata a quadratini e cotta in brodo con fagioli e cotenna di maiale. I piatti di carne includono la rüstizàda, un arrosto di carne fresca di maiale con cipolla ed una spruzzata di vino rosso.

Un altro elemento caratteristico della cucina bergamasca, il pane, è tradizionalmente tagliato a fette e cotto in brodo, per ottenere la panàda; se invece prima della bollitura viene grattugiato è noto come pan trìt. Il tradizionale pa' de' mèi è invece pane di farina di miglio, mais e frumento cotto nel latte e preparato soprattutto nella stagione invernale.

I dolci più caratteristici comprendono il biciulàt de la nóna, un buccellato (ciambella dolce) realizzato con farina, uova fresche, burro, zucchero e scorza di limone; gli ovis-moris, pasticcini di farina, burro, rosso d'uovo cotto, miele, sale e vaniglia; le fave dei morti, realizzate con mandorle, zucchero, albume e scorza di limone grattugiata; il pane dei morti, un dolce di pasticcini in polvere, uva sultanina, mandorle e nocciole triturate, zucchero e lievito in polvere.

Un prodotto agricolo caratteristico della zona è il cosiddetto popone, o "melone di Caravaggio"; esso presenta una polpa particolarmente gustosa e zuccherina, ed è da gustarsi fresco con pane e salame. Ancora più squisite sono le sàte e le satèle, anch'esse appartenenti alla famiglia delle cucurbitacee da mangiare con pane e prosciutto, crudo o cotto. Di interesse gastronomico anche il prosciutto di Caravaggio ultimamente sostenuto da Legambiente in una sua campagna contro la devastazione della Pianura padana.

La superficie agricola utilizzata è pari a circa l'84% del territorio complessivo di competenza del comune; il rimanente 16% rappresenta l'incolto, gli insediamenti abitativi e la superficie produttiva.

Oltre al centro abitato principale, il territorio comunale ospita due frazioni, Vidalengo (2,9 km a nord del capoluogo) e Masano .(3,5 km a nord-est). Appare inoltre rilevante il nucleo abitato che insiste sul Santuario di Caravaggio, situato circa 2 km a sud-ovest del centro cittadino, in una località talvolta indicata come Mezzolengo; tale area, ricca di attività turistiche e ricettive, sconfina nel territorio del confinante comune di Misano di Gera d'Adda.

Si segnala inoltre la presenza, nelle campagne circostanti Caravaggio, di numerosi cascinali, che assieme alle rogge, alle risorgive e alle marcite rappresentano un elemento caratteristico del paesaggio.

Il capoluogo del comune è sede di un mercato ambulante che si svolge ogni venerdì mattina, a partire dal 14 marzo 1477, quando fu organizzato per la prima volta dal duca Galeazzo Maria Sforza; con il passare dei secoli il mercato si è spostato dall'originaria piazza Griala, oggi notevolmente ristretta, alla centrale piazza Garibaldi, al viale papa Giovanni XXIII (verso la metà del XX secolo), fino all'attuale collocazione in via san Francesco d'Assisi.

Nel giorno di san Luca (il 18 ottobre), anticamente, si teneva un mercato bovino.

Nel territorio Comunale vi sono numerose aziende agricole di rilevanza economica, l'agricoltura è ormai d'avanguardia e gli allevamenti di bestiame si presentano moderni e produttivi. Gli allevamenti che insistono sul territorio sono soprattutto di bovini da latte, bovini da carne e suini, di quest'ultimi buona parte è dedicata alla produzione del Prosciutto di Parma. Non manca la produzione di ortaggi sia in campo che in serra. Degna di nota è la coltivazione biologica del riso. La campagna caravaggina si presenta particolarmente irrigua grazie alla presenza di diversi fontanili e numerose rogge.

In città è presente un'importante zona artigianale che conta diverse imprese artigiane consolidate ormai nel panorama economico della città. Importanti produzioni artigiane sono la lavorazione del ferro, del mobile d'arte (vi era una vera e propria scuola del legno), degli orologi, degli ombrelli, ecc. La città per anni ha avuto anche un ruolo importante nella produzione di cappelli e bottoni con ditte oggi purtroppo scomparse. Importante era anche l'industria ceramica che vedeva la produzione in loco sia di mattoni (fornaci) che di elettroceramiche (Imec) e che oggi vede aziende come la Ingrocer primeggiare nella forniture di ceramiche da posa sia tecniche che civili.

La Città di Caravaggio conta due Zone industriali una a Sud della Città e l'altra ad Est che possono contare sull'importante presenza di assi viari importanti quali la SS.11 e la S.P Rivoltana e sulla futura autostrada Bre.Be.Mi che avrà proprio un casello in prossimità della Z.I 2. Numerose sono le industrie importanti che negli anni hanno donato lustro alla Città ed hanno contribuito alla sua crescita sociale ed economica. Tra tante sono da segnalare nel campo lattiero - caseario la ditta Invernizzi e il caseificio Defendi conosciute a livello nazionale ed internazionale per la produzione di latticini. Nel campo chimico di importanza mondiale è la Isover del gruppo Saint-Gobain già nota al tempo come "Balzaretti Modigliani" e produttrice della famosa lana di vetro e di diversi isolanti unici nel genere. Di importanza rilevante sono anche diverse ditte che hanno sviluppato brevetti esclusivi che le hanno portate ad essere leader nel loro settore a livello internazionale, tra le tante Pontoglio Vincenza, Kahle Automation Srl, Bidachem, Meccanica Caravaggio, ecc.

La città ha sviluppato il turismo soprattutto intorno al Santuario della Madonna del Fonte che attira ogni anno quasi 3 Milioni di pellegrini da tutto il Mondo e che conta numerosi Santuari Minori sparsi dall'America Latina all'Europa. Parte del turismo tuttavia si sposta anche nel centro cittadino che ha indubbiamente molto da offrire. Intento delle ultime Amministrazioni è quello di portare ancora più turismo nel centro storico ed è per questo che ha in programma la costruzione del centro studi sul Caravaggio, di un nuovo teatro e di intensificare le iniziative culturali già ampiamente presenti sul territorio.

L'Unione Sportiva Caravaggio è la principale società calcistica di Caravaggio, fondata nel 1958 dalla fusione dell'Olimpia e della Veltro, i cui colori sociali sono il bianco e il rosso che rimandano all'emblema comunale. Attualmente milita in Serie D e gioca le partite interne allo stadio Comunale di Caravaggio (3000 posti) e presidente della società è Giovanni Mombrini. Il Gruppo Sportivo IRIS Or. Caravaggio è per anno di fondazione la seconda squadra della città, fondata nel 1965 è la società da sempre legata all'Oratorio che dopo un passato in III categoria FIGC ha rivolto le proprie attività nell'orbita del CSI. Il Foppa Fustelle nata come squadra del dopo-lavoro dell'azienda da cui prende il nome, è impegnata da diversi anni nei campionati dilettantistici del CSI. Il Football Club Caravaggio, più semplicemente nota come FC, è l'ultima nata, ed attualmente è al quarto anno di militanza in III categoria FIGC, dopo aver vinto un campionato provinciale dilettanti CSI. Numerosissime sono poi le squadre di calcio a 5 che svolgono le loro attività nelle palestre cittadine.

In città esistono due squadre di atletica leggera, l'Estrada e la Libertas, la prima si fregia di importanti riconoscimenti in ambito nazionale vantando una palmarès di tutto rispetto, la seconda è importante a livello regionale ed ha anche ottenute splendidi risultati in campo Nazionale.

Altre importante realtà sportiva locale è quella dell'ASD Basket 86 Caravaggio, nata nel 1985, che ogni anno organizza attività di pallacanestro per oltre 150 ragazzi, dai 6 ai 19 anni, e la cui prima squadra milita attualmente in promozione.

Non mancano in città società che investono anche in altri Sport, in questo ambito importante è l'apporto del G.S. Iris Or. Caravaggio, che oltre al sopracitato settore calcio, il gruppo sportivo impegna atleti ed atlete anche nelle discipline della pallavolo e della ginnastica artistica.

Ricorrenze:
I fuochi d'artificio di santa Liberata, il 18 gennaio
Festa dell'Angelo, con processione al Santuario: secondo giorno di Pasqua
Festa dell'apparizione della Beata Vergine del Sacro Fonte: 26 maggio
Festa dei Santi patroni di Caravaggio, Fermo e Rustico: 9 agosto
Festa di san Francesco d'Assisi: in via san Francesco, il 4 ottobre
Sagra di santa Liberata: nel rione Seriola, il 18 gennaio
Festa di san Bartolomeo: in via Valle, il 24 agosto
"IO CARAVAGGIO" Festeggiamenti per la ricorrenza della nascita di Michelangelo Merisi da Caravaggio: 29 settembre
Sagra a Masano e Vidalengo: terza domenica di ottobre.
Altre sagre anticamente molto sentite, ma progressivamente cadute in disuso includono la Sagra dè Fursér (nel rione Folcero, la seconda domenica di giugno), la sagra di san Defendente (il 2 gennaio) e quella di sant'Anna (il 26 luglio). A settembre, in occasione del palio dei rioni, viene organizzata la tradizionale "Corsa dei purselì".



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