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mercoledì 17 giugno 2015

LA CHIESA DI SANTA ELISABETTA A CARAVAGGIO

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La chiesa di Santa Elisabetta, risalente all'incirca al 1600 vi sono annessi un campanile coevo ed un edificio che fu sede del monastero delle Agostiniane, la cui presenza in città è testimoniata a partire dal 1480. Il monastero venne chiuso nel 1805, durante la dominazione francese; le monache estromesse si trasferirono a Crema, nel monastero di Santa Maria.

La facciata barocca della chiesa è stata attribuita all'architetto caravaggino Fabio Mangone. L'interno è a una sola navata, con un ricco altare e buone tele; nel coro si trova un seicentesco crocefisso ligneo proveniente dalla scomparsa Chiesa di San Defendente. Coevo alla chiesa, il campanile. Il monastero venne chiuso nel 1805 dai francesi con l'estromissione delle monache che si trasferirono a Crema nel monastero di Santa Maria. Il chiostro del Convento costruito in mattoni, senza intonaco, fa ora parte della casa parrocchiale. Il cortile interno ha su tre lati un portico con volte a crociera. Nel XIX secolo fu eretto un muro che ha diviso il cortile in due parti.








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domenica 24 maggio 2015

LA CHIESA MATER ORPHANORUM A LEGNANO

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La chiesa della Mater Orphanorum si trova  nel rione di Mazzafame e contiene opere d'arte ispirate al Mater Orphanorum e a S. Girolamo Emiliani, fondatore dell'ordine dei Somaschi.
La donazione da parte del commendatore Augusto Barlocco di un vasto terreno di oltre diecimila metri quadrati nel rione di Mazzafame, sul lato destro di via Ciro Menotti, rese possibile il decollo di una grande istituzione religiosa e sociale. Il 20 settembre 1951 poteva infatti essere inaugurata la prima costruzione del villaggio dell'Opera Mater Orphanorum istituita, in una casa presa in affitto a Castelletto di Cuggiono, l'8 settembre 1945 dal padre somasco don Antonio Rocco. Il sacerdote, nello spirito del fondatore della congregazione, san Girolamo Emiliani, si prefiggeva l'accoglienza e l'assistenza di povere fanciulle orfane. Accanto all'istituto si pensò così di realizzare un santuario che potesse servire a questa comunità ma anche gli abitanti del territorio circostante. Fu incaricato del progetto l'architetto milanese Emilio Tenca. La prima pietra fu posta il 26 settembre 1954 dal vicario arcivescovile mons. Giuseppe Schiavini e si decise di dedicare il tempio , primo in Italia, alla Beata Vergine madre degli orfani. I lavori procedettero spediti, tanto che il 4 dicembre 1955 il cardinale Montini, arcivescovo di Milano, benedisse il santuario. Il 1° maggio 1958 il vescovo di Lourdes mons. Pietro Maria Thèas donò alla Mater Orphanorum un frammento di roccia della grotta in occasione del centenario delle gloriose apparizioni il santuario fu consacrato con una solenne cerimonia il 29 ottobre 1995 dal cardinale Carlo Maria Martini nel 50° anniversario della pia associazione laicale religiosa Mater Orphanorum, che nel frattempo aveva ampliato il suo villaggio accogliendo, oltre alle orfanelle, anche anziane nella casa di riposo Padre Pio. La benemerita Opera, oltre alla Procura Generale a Roma e la direzione a Milano, attualmente ha 8 istituti in Italia, 6 nel centro e Sud America e una in Africa. La congregazione delle oblate della Mater Orphanorum ebbe nel 1985 il decreto di riconoscimento di ente di diritto pontificio. La chiesa presenta linee architettoniche sobrie con mattoni a vista e una originale facciata con pronao movimentato da tre archi.L'interno è una sola navata che termina con una grande nicchia absidale in mosaico che fa sfondo all'altare e richiama un cielo stellato. Nella fascia interna dell'arco che delimita la nicchia sono raffigurati in quindici scene i misteri del Santo Rosario affrescati dal pittore comasco Conconi.



La pala d'altare è costituita da un dipinto su tela, suggerito da Padre Rocca fin dal 1942 e realizzato tre anni dopo dal pittore Bonaventura Veneziani; raffigura la Madonna circondata da orfani con San Girolamo Emiliani inginocchiato in atto di preghiera. Dello stesso autore è un altro pregevole dipinto posto nella prima cappella di sinistra per chi entra. Nella duplice simbologia esso rappresenta, nella parte superiore, la chiesa portante con al centro la Madonna, mediatrice universale di tutte le grazie, circondata da angeli e santi; nella parte inferiore le chiesa militante guidata da Papa Pio XII, l'autore ha inserito nella tela, oltre a padre Rocco, anche alcuni personaggi laici di Legnano, benefattori dell'Opera Mater Orphanorum. Nelle altre due cappelle di destra, rispetto all'altare, sono collocate tele che ritraggono San Giuseppe e San Antonio, eseguite nel 1958 da Mosè Turri junior. Un altro dipinto di questo autore (la Vergine col Bambino) si trova in sacrestia. Sulla parte posta a destra dell'altare a lato della porta della sacrestia, si può ammirare anche una tela del '600 di ignoto, pervenuta in dono al santuario che raffigura la Regina del Santo Rosario con Santa Caterina, San Domenico e Pio V. Sulla parete di fondo ai due lati dell'ingrasso si trovano dipinti dei pittori Ardinghi (1961) e del greco Kiorens (1928). Il soffitto della chiesa è decorato, con la tecnica a graffito, e raffigura un maestoso trionfo di angeli. Di un certo pregio artistico è anche il portale in bronzo, opera dello scultore Alberto Ceppi di Meda, inaugurato il 29 settembre 1996.Sul battente di destra la Vergine degli orfani con un gruppo di bimbi e in alto lo stemma dei padri somaschi; sull'altro battente San Girolamo Emiliani, fondatore nel 1528, dell'Ordine dei servi dei poveri, poi chiamati somaschi. Di epoca più recente(giugno 1976) rispetto alla costruzione del tempio e di linee ardite che ben si armonizzano col santuario, è il maestoso campanile di 42 metri in cemento a vista. Volutamente il progettista, architetto della chiesa Emilio Tenca, lo stesso autore della chiesa, non volle inglobarlo nell'edificio sacro, ma lo ha fatto innalzare isolato a ovest. La croce di ferro e rame che sovrasta il campanile, alta due metri e 20, fu eseguita su disegno dello scultore Ezio Asnaghi di Milano. Ai piedi del campanile è collocato un gruppo di bronzo "Madonna con San Girolamo", opera dello stesso Asnaghi. Nel 1977 sono state fuse per la cella campanaria sette campane, opere artistiche dello scultore Ettore Marinelli, titolare anche dell'omonima pontificia fonderia. Ciascuna campana è corredata di immagini e simboli pertinenti. Il campanone riproduce il quadro del Veneziani che domina l'altare maggiore, le altre campane rispettivamente sono dedicate a San Girolamo Emiliani, al Concilio Vaticano II, all'Anno Santo 1975, a San Giuseppe, a Santa Teresa del Bambino Gesù e l'ultima ai Santi angeli custodi. La consacrazione delle campane è avvenuta il 16 marzo 1979 da parte del cardinale monsignor.Giovanni Colombo. Questo tempio (il solo della città di Legnano in cui le Messe si celebrano in rito romano) ha assolto per 35 anni il ruolo di unico ruolo di culto per il vasto quartiere Mazzafame, prima che fosse ultimata nel 1990, la chiesa della nuova parrocchia dedicata al beato Cardinale Ferrari.
Un caro saluto a tutte le suore e i bimbi ospitati che la Mater Orphanorum li protegga.




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domenica 10 maggio 2015

LE SANTE DI LOVERE : SANTA VINCENZA GEROSA

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Vincenza (Caterina) Gerosa (Lovere, 29 ottobre 1784 – Lovere, 20 giugno 1847) è stata una religiosa italiana, cofondatrice (insieme a Bartolomea Capitanio) dell'Istituto delle suore della carità, dette di Maria Bambina. È stata proclamata santa da papa Pio XII nel 1950.

Caterina Gerosa nasce a Lovere nel 1784 in una famiglia facoltosa, nella quale con i genitori Gianantonio e Giacomina Macario vivono anche gli zii paterni, associati nel commercio delle pelli. Prima di quattro sorelle, viene presto coinvolta negli affari, dove rivela diligenza e spiccate capacità.

Cresciuta in un contesto profondamente cristiano, coltiva con entusiasmo la sua vita di fede, rivelando una grande passione per il Crocifisso da cui attinge forza e serenità per affrontare le contraddizioni e le prove familiari.

Tra i genitori e gli zii di Caterina Gerosa erano perciò molto frequenti i malumori e i litigi. Col crescere negli anni la santa ne sofferse atrocemente. Non riuscendo ad impedirli si rifugiava ai piedi del crocifìsso per attingere da Lui consolazione e forza.
Lo zio Ambrogio apprezzò l'intelligenza e la serietà della nipote e l'avviò, dopo la scuola elementare, a passare la giornata al banco di bottega e al mercato accanto a sé. Prima dell'alba, però, ella si recava in chiesa per ascoltare la Messa e fare la comunione. La sera, dopo le svariate occupazioni del giorno, vi ritornava per pregare per tutti i bisogni della famiglia e della società. In casa tutti ne ammiravano in silenzio la pietà perché, invece di farle trascurare i doveri, la rendeva più laboriosa, umile e mortificata. Benché erede di un grande patrimonio si adattava a zappare l'orto. A chi le manifestava la propria meraviglia, rispondeva: "Che volete? Devo fare la volontà di Dio". Vestiva abiti semplici e rattoppati; mangiava lo stretto necessario e, qualche volta, polenta e noci per dare ai mendicanti la sua parte di cibo; di notte si flagellava e restava a lungo prostrata sul pavimento.
A diciassette anni la Gerosa perdette il padre. Poco dopo ebbe il dolore di vedere confinare la propria madre a vivere da sola con i proventi della legittima e la proibizione, da parte degli zii, d'intrattenere relazioni con le figlie. Quando morì (1814) sull'Italia settentrionale si abbatté il flagello della carestia, al quale, tre anni dopo, si aggiunse quello del vaiolo e della febbre petecchiale. Sotto la direzione del prevosto Don Barboglio, la Gerosa fu in quel tempo un angelo consolatore per tanti poveri e malati. I testimoni dei processi asseriscono che "avrebbe dato via i muri per fare carità"; che andava ella stessa a mendicare per i bisognosi; che quattro volte la settimana offriva in casa sua un lauto pranzo a tredici poveri. Gli abitanti di Lovere la consideravano la principale loro consigliera tanto era retta, e mentre i poveri la chiamavano "zia", essi la chiamavano "signora". Caterina approfittò dell'ascendente che si era guadagnato con l'esercizio delle opere di misericordia per richiamare le giovani a una maggiore serietà di vita, i sacerdoti allo zelo delle anime e i peccatori alla frequenza dei sacramenti.
Alla morte dello zio Ambrogio (1822), tutto il patrimonio di casa Gerosa passò in proprietà della santa e in usufrutto della zia Bartolomea. Ignorando che cosa il Signore volesse da lei, la Gerosa largheggiò ancora di più nella paga agli operai e nel soccorso agli sventurati. Un giovane serio le aveva offerto la sua mano, ma ella, mostrandogli l'immagine di Sant'Agnese, gli aveva risposto che era già sposata. Le era stato rivolto l'invito (1819) di entrare tra le Figlie della Carità di S. Maddalena di Canossa (+1835), ma ella lo aveva rifiutato perché si riteneva indegna di appartenere ad una Congregazione Religiosa. A Lovere istituì (1821) la Congregazione Mariana per le fanciulle e un piccolo ospedale (1826), sotto la direzione di Bartolomeo Capitanio, la figlia del fornaio, uscita nel 1824 dal collegio delle Clarisse. Di entrambe le istituzioni ella riservò a sé soltanto le preoccupazioni dell'amministrazione. Le due sante si compresero e si completarono a vicenda nell'esercizio delle opere di carità. Ma mentre la Gerosa, impegnata a santificarsi nell'osservanza delle sue regole di terziaria francescana, non viveva che per l'Oratorio e l'Ospedale, la Capitanio, sotto la guida del suo confessore, il curato Don Angelo Bosio, aspirava a fondare una famiglia religiosa per l'educazione della gioventù e la cura dei malati. Ne parlò alla sua amica Gerosa che contava allora quarantacinque anni, ma costei, di temperamento timido, introverso, le rispose con la sua abituale umiltà: "Noi siamo buone a niente, dobbiamo vivere nascoste, contentarci di quel poco che Dio vuole". Tuttavia si piegò alle reiterate insistenze di Don Bosio convinta di fare così la volontà di Dio, e affrontò pazientemente la fiera opposizione dell'iraconda zia Bartolomea (+1843), contrarissima a che la nipote offrisse il suo patrimonio per l'acquisto della casa Gaia, adiacente all'ospedale e, dal 21-11-1832, sede dell'incipiente Istituto.
La Gerosa si mise alle dipendenze di Bartolomea, più intelligente e intraprendente. "Io sono entrata - le diceva - non per riposare, né per comandare, ma per lavorare, per essere la serva di tutte". In casa, nell'ospedale e nel piccolo orfanotrofio, istituito per dieci fanciulle povere del paese, non le mancavano di certo le più umili e faticose occupazioni.
Agli inizi, che facevano presagire un glorioso avvenire, Iddio aveva segnata una prova molto dolorosa per la Gerosa: la morte della Capitanio (+1833). Che avrebbe fatto senza di lei? Ebbe un momento di accorata nostalgia per la casa che aveva abbandonato, ma umile, sottomessa e docile come sempre ai consigli di Don Bosio, rimase al suo posto, mentre andava ripetendo: "Essi vogliono un'opera grande, io non la capisco, non la vedo. Farà Iddio". Più tardi, parlando della Capitanio, confesserà: "Essa era un'aquila per il suo fervore, per i suoi desideri e io invece un bue che sempre la tirava indietro". L'olocausto della fondatrice non tardò a suscitare una fioritura di vocazioni nell'Istituto da lei appena avviato. Caterina le formò alla vita religiosa esigendo apertamente da loro spirito di sacrificio e di povertà.
Compendiava tutta la sua ascetica dicendo sovente: "Chi sa il crocifisso sa tutto, chi non sa il crocifisso non sa nulla". E, per conto suo, continuava ad aspergere lo scarso cibo di cenere e di acqua, a tracciare per terra con la lingua grandi segni di croce, a fare uso di cilici e di flagelli, a pregare di notte a lungo con le braccia aperte o con le mani sotto le ginocchia, e a praticare fin allo scrupolo, nonostante i suoi cinquant'anni suonati, le esortazioni che Don Bosio faceva alla comunità nelle conferenze mensili. Le sarebbe piaciuto continuare ad indossare il suo grembiule, ma quando i superiori decisero di darle un divisa (1835) acconsentì a portare, con il nome di Suor Vincenza, la cuffia e il velo. Essendo rimasta in lei una spiccata tendenza a mostrarsi con l'abito succinto o con gli zoccoli di legno a persone ragguardevoli, a usare con esse termini poco cortesi e a compiere gesti non conformi alla buona creanza, Don Bosio non temeva di rimproverarla. "Che volete? - diceva allora. - Sono stata educata sotto il camino". Ovvero: "Che può fare di meglio un'ignorante?". La Gerosa non consentì di essere chiamata superiora, ma soltanto "la più vecchia" perché riteneva le sue prime cinque compagne più capaci di lei. Era ferma tuttavia nell'esigere da tutte la fedele osservanza delle regole; era sincera nel riprenderle privatamente dei difetti; era severa con chi mancava di semplicità. A nessuna permetteva pressioni sulle aspiranti alla vita religiosa. "Lo spirito del Signore - diceva - è come un leggero venticello che spira dove vuole. Egli è il padrone dei cuori, li tocca e li chiama. L'opera è sua. Egli sa quello che torna a nostro bene, quello che è necessario. Lasciamo fare a Dio, non preveniamo le sue disposizioni con il pericolo di guastarle". Esatta nel compimento dei suoi doveri, voleva che lo fossero tutte le suore. Ad esse ripeteva sovente: "Se non si mette buon fondamento, la casa cade".
Ben presto l'opera avrebbe varcato i confini del paese, ma nella sua umiltà Suor Vincenza non si stancava di ripetere: "Noi non siamo buone a niente, il nostro Istituto è da niente, l'infimo di tutti". Invece, nel colera scoppiato a Lovere nel 1836, le Suore di Carità diedero a vedere di quanto eroismo fossero capaci. La loro fama giunse lontano. A Bergamo il sacerdote Carlo Botta aveva ideato di raccogliere nel convento di Santa Chiara vecchie signore e povere fanciulle bisognose di assistenza. Si era perciò rivolto alla santa per avere alcune suore, ma ella ne era rimasta tanto accorata da ammalarne perché, secondo lei, l'Istituto doveva rimanere nella cerchia di Lovere. Iddio voleva invece che si diffondesse per tutto il mondo, specialmente dopo che Gregorio XVI lo approvò (1838).
Essendo stata riconfermata nella carica di superiora, invano Suor Vincenza ripeteva: "Io sono vecchia. Non sono buona ad altro che a guastare l'opera di Dio. Farò quello che potrò, ma nello stato di suddita: aiuterò, brigherò, ma non voglio responsabilità. La mia testa è balorda e buona a niente". Tutti sapevano invece che era dotata di molto buon senso, che era sempre pronta ad abbandonare la propria opinione per seguire quella di Don Bosio, direttore di ferrea volontà. Nel 1842 poté così mandare le sue religiose nell'ospedale fondato dalla contessa Laura Ciceri Visconti a Milano, ed erigere il primo noviziato della Lombardia accanto alla comunità impegnata nell'assistenza dei malati.
Prima di morire la santa stabilì 247 sue suore in 24 case, le visitò più volte, le diresse scrivendo loro: "Siate guidate dalla retta intenzione di piacere a Dio, e per piacergli abbiate una profonda umiltà, una inalterabile pazienza, un'illimitata carità". Temeva fino all'affanno che esse, pure e semplici, rimanessero vittime dei pericoli tra i quali esercitavano il loro apostolato. Per questo raccomandava loro: "Abbiate molto cuore, ma anche testa". Grande era il suo ascendente su tutte sia perché eroica nell'esercizio delle virtù, sia perché dotata del dono della profezia. Infiacchita dal lavoro e dalle penitenze, assalita da una tosse insistente e cavernosa che le impediva il respiro e il riposo, Suor Vincenza si mise a letto nel mese di maggio 1847 con la previsione di non alzarsi più. Lasciò per testamento un discreto patrimonio all'Istituto e stabilì vari legati pii. Libera ormai dalle terrene preoccupazioni, diceva alle suore che andavano a chiederle ordini: "Lasciatemi quieta, pensateci voi, io ho da morire, voglio pensare a prepararmi". Ai medici che si affannavano a cercare rimedi ai suoi mali diceva: "Lasciatemi andare in Paradiso, adesso è la mia ora". Morì dolcemente il 28-6-1847.
Pio XI al beatificò il 7-5-1933 e Pio XII la canonizzò il 18-5-1950. Le sue reliquie sono venerate a Lovere con quelle di S. Bartolomeo Capitanio nella cappella dell'Istituto.

La sua festa liturgica è il 28 giugno, mentre la Congregazione delle Suore di Maria Bambina e le diocesi di Brescia, Bergamo e Milano la ricordano il 18 maggio.






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