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domenica 24 maggio 2015

LA CHIESA MATER ORPHANORUM A LEGNANO

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La chiesa della Mater Orphanorum si trova  nel rione di Mazzafame e contiene opere d'arte ispirate al Mater Orphanorum e a S. Girolamo Emiliani, fondatore dell'ordine dei Somaschi.
La donazione da parte del commendatore Augusto Barlocco di un vasto terreno di oltre diecimila metri quadrati nel rione di Mazzafame, sul lato destro di via Ciro Menotti, rese possibile il decollo di una grande istituzione religiosa e sociale. Il 20 settembre 1951 poteva infatti essere inaugurata la prima costruzione del villaggio dell'Opera Mater Orphanorum istituita, in una casa presa in affitto a Castelletto di Cuggiono, l'8 settembre 1945 dal padre somasco don Antonio Rocco. Il sacerdote, nello spirito del fondatore della congregazione, san Girolamo Emiliani, si prefiggeva l'accoglienza e l'assistenza di povere fanciulle orfane. Accanto all'istituto si pensò così di realizzare un santuario che potesse servire a questa comunità ma anche gli abitanti del territorio circostante. Fu incaricato del progetto l'architetto milanese Emilio Tenca. La prima pietra fu posta il 26 settembre 1954 dal vicario arcivescovile mons. Giuseppe Schiavini e si decise di dedicare il tempio , primo in Italia, alla Beata Vergine madre degli orfani. I lavori procedettero spediti, tanto che il 4 dicembre 1955 il cardinale Montini, arcivescovo di Milano, benedisse il santuario. Il 1° maggio 1958 il vescovo di Lourdes mons. Pietro Maria Thèas donò alla Mater Orphanorum un frammento di roccia della grotta in occasione del centenario delle gloriose apparizioni il santuario fu consacrato con una solenne cerimonia il 29 ottobre 1995 dal cardinale Carlo Maria Martini nel 50° anniversario della pia associazione laicale religiosa Mater Orphanorum, che nel frattempo aveva ampliato il suo villaggio accogliendo, oltre alle orfanelle, anche anziane nella casa di riposo Padre Pio. La benemerita Opera, oltre alla Procura Generale a Roma e la direzione a Milano, attualmente ha 8 istituti in Italia, 6 nel centro e Sud America e una in Africa. La congregazione delle oblate della Mater Orphanorum ebbe nel 1985 il decreto di riconoscimento di ente di diritto pontificio. La chiesa presenta linee architettoniche sobrie con mattoni a vista e una originale facciata con pronao movimentato da tre archi.L'interno è una sola navata che termina con una grande nicchia absidale in mosaico che fa sfondo all'altare e richiama un cielo stellato. Nella fascia interna dell'arco che delimita la nicchia sono raffigurati in quindici scene i misteri del Santo Rosario affrescati dal pittore comasco Conconi.



La pala d'altare è costituita da un dipinto su tela, suggerito da Padre Rocca fin dal 1942 e realizzato tre anni dopo dal pittore Bonaventura Veneziani; raffigura la Madonna circondata da orfani con San Girolamo Emiliani inginocchiato in atto di preghiera. Dello stesso autore è un altro pregevole dipinto posto nella prima cappella di sinistra per chi entra. Nella duplice simbologia esso rappresenta, nella parte superiore, la chiesa portante con al centro la Madonna, mediatrice universale di tutte le grazie, circondata da angeli e santi; nella parte inferiore le chiesa militante guidata da Papa Pio XII, l'autore ha inserito nella tela, oltre a padre Rocco, anche alcuni personaggi laici di Legnano, benefattori dell'Opera Mater Orphanorum. Nelle altre due cappelle di destra, rispetto all'altare, sono collocate tele che ritraggono San Giuseppe e San Antonio, eseguite nel 1958 da Mosè Turri junior. Un altro dipinto di questo autore (la Vergine col Bambino) si trova in sacrestia. Sulla parte posta a destra dell'altare a lato della porta della sacrestia, si può ammirare anche una tela del '600 di ignoto, pervenuta in dono al santuario che raffigura la Regina del Santo Rosario con Santa Caterina, San Domenico e Pio V. Sulla parete di fondo ai due lati dell'ingrasso si trovano dipinti dei pittori Ardinghi (1961) e del greco Kiorens (1928). Il soffitto della chiesa è decorato, con la tecnica a graffito, e raffigura un maestoso trionfo di angeli. Di un certo pregio artistico è anche il portale in bronzo, opera dello scultore Alberto Ceppi di Meda, inaugurato il 29 settembre 1996.Sul battente di destra la Vergine degli orfani con un gruppo di bimbi e in alto lo stemma dei padri somaschi; sull'altro battente San Girolamo Emiliani, fondatore nel 1528, dell'Ordine dei servi dei poveri, poi chiamati somaschi. Di epoca più recente(giugno 1976) rispetto alla costruzione del tempio e di linee ardite che ben si armonizzano col santuario, è il maestoso campanile di 42 metri in cemento a vista. Volutamente il progettista, architetto della chiesa Emilio Tenca, lo stesso autore della chiesa, non volle inglobarlo nell'edificio sacro, ma lo ha fatto innalzare isolato a ovest. La croce di ferro e rame che sovrasta il campanile, alta due metri e 20, fu eseguita su disegno dello scultore Ezio Asnaghi di Milano. Ai piedi del campanile è collocato un gruppo di bronzo "Madonna con San Girolamo", opera dello stesso Asnaghi. Nel 1977 sono state fuse per la cella campanaria sette campane, opere artistiche dello scultore Ettore Marinelli, titolare anche dell'omonima pontificia fonderia. Ciascuna campana è corredata di immagini e simboli pertinenti. Il campanone riproduce il quadro del Veneziani che domina l'altare maggiore, le altre campane rispettivamente sono dedicate a San Girolamo Emiliani, al Concilio Vaticano II, all'Anno Santo 1975, a San Giuseppe, a Santa Teresa del Bambino Gesù e l'ultima ai Santi angeli custodi. La consacrazione delle campane è avvenuta il 16 marzo 1979 da parte del cardinale monsignor.Giovanni Colombo. Questo tempio (il solo della città di Legnano in cui le Messe si celebrano in rito romano) ha assolto per 35 anni il ruolo di unico ruolo di culto per il vasto quartiere Mazzafame, prima che fosse ultimata nel 1990, la chiesa della nuova parrocchia dedicata al beato Cardinale Ferrari.
Un caro saluto a tutte le suore e i bimbi ospitati che la Mater Orphanorum li protegga.




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giovedì 14 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN MAURIZIO A MONZA

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L’edificio religioso sorge sul luogo ove era ubicato il convento di S.Margherita fondato dagli Umiliati nel XIII secolo con il nome di "Puteo Vaghetto".
La chiesa fu edificata nel 1736 su progetto attribuito all’architetto lombardo Giovanni Antonio Quadrio.

Inizialmente misto, dalla fine del Trecento è occupato da una comunità soltanto femminile, che con il tempo assorbe altre comunità umiliate monzesi. Nel 1469 una nuova chiesa dedicata  alle Sante Margherita e Caterina sorge al posto dell'oratorio medievale. Nel Cinquecento, per volere dell'arcivescovo Carlo Borromeo, entrano a far parte della comunità anche le monache di S.Maria Maddalena in Monza, e vi rimangano sino alla morte del santo.
Il monastero deriva la sua fama dalla vicenda della monaca di Monza, Narrata dal Manzoni nei Promessi Sposi. Marianna de Leyva, nata a Milano in Palazzo Marino, a 14 anni è rinchiusa nel convento di S.Margherita e a 16 diventa monaca benedettina con il nome di battesimo della madre, Virginia Maria.
Nel 1597 incontra per la prima volta Gian Paolo Osio (l'Egidio manzoniano), la relazione dura dieci anni e si conclude nel 1608 con la condanna a morte dell'Osio e la reclusione di suor Virginia, per tredici anni, nel ritiro delle prostitute pentite di Milano, dove muore nel 1652.

L’impianto classicheggiante della facciata in cotto è vivacizzato dalla presenza del portale marmoreo, nobile esempio di barocchetto lombardo.
La chiesa, con impianto a navata unica suddivisa in sei campate, all’interno è riccamente decorata.

La chiesa, agli inizi del XVIII secolo, è in condizioni tanto precarie che, nel 1736, si rende necessario un rifacimento totale, forse conservando soltanto i muri perimetrali dell'edificio quattrocentesco. Il 18 luglio 1738 i lavori sono ultimati l'arciprete di Monza, Giuseppe Antonio Vicini, concede l'autorizzazione alla benedizione.

Nel 1785, dopo la soppressione del monastero e la sconsacrazione della chiesa, gli immobili subiscono vari passaggi di proprietà con diverse destinazioni. Nel 1875 gli edifici conventuali a meridione sono venduti alle suore Preziosine, che vi risiedono tuttora, successivamente il chiostro a settentrione viene abbattuto e nel 1956 il condominio che sorge accanto all'antico portichetto d'ingresso cancella le ultime vestigia. La chiesa invece è acquistata nel 1881 dal Duomo di Monza, che vi trasferisce il titolo dell'antica S.Maurizio, destinata alla distruzione per l'ampliamento della via Ferdinandea (oggi Vittorio Emanuele).

La facciata, con profilo a capanna, in mattoni a vista con fregi in marmo, è percorsa da due fasce marcapiano alte e aggettanti, che la dividono in due ordini sovrapposti e staccano il secondo ordine dal timpano sormontato da tre statue. Coppie di lesene in entrambi gli ordini inquadrano specchiature a profilo mistilineo. Il portale è affiancato da due colonne in granito sulle quali si posa la struttura in risalto del timpano, di marmo bianco, leggermente inarcato in cui campeggia un medaglione centrale con un busto della Madonna, mentre due figure allegoriche, la Speranza e la Fede, sono adagiate sopra i salienti.

Al portale è sovrapposto un finestrone, nel registro superiore, mentre sul culmine della facciata si erge la statua di S.Margherita, contraddistinta dalla croce e dal drago, affiancata da due angiolotti alle estremità del timpano. Facciata e rilievi costituiscono l'episodio conclusivo della ricostruzione settecentesca, rispondono ai caratteri del barocchetto lombardo e sono attribuiti all'architetto Giacomo Quadrio.

L'interno del tempio è ad aula unica, con due altari laterali realizzati in occasione della ripresa ottocentesca del culto: quello di sinistra è dedicato alla Madonna e la pala è un affresco quattrocentesco staccato dalla chiesa distrutta di S.Maurizio, quello di destra a S. Margherita. In origine la navata era divisa da un muro trasversale per distinguere lo spazio pubblico da quello riservato alle monache e il presbiterio era delimitato da una balaustra, secondo una tipologia diffusa nelle chiese monastiche del tempo della Controriforma. Dopo la soppressione del 1785 il muro trasversale è demolito e lo spazio interno risulta scandito in sei campate da lesene con capitelli compositi, sui quali si posa la spessa trabeazione alla base della copertura tagliata da archi trasversali a tutto sesto.

Nella seconda e nella quinta campata la volta si innesta su due lunette sfondate da ampie finestre, mentre il robusto arco fra la terza e la quarta campata segna la posizione in cui si alzava il muro divisorio. L'altare Maggiore, ricostruito nel 1881, è collocato fra la quinta e la sesta campata. Dell'antico coro rimangono soltanto cinque stalli settecenteschi addossati a ciascuna delle pareti del presbiterio e altri cinque alla parete di fondo.

Sulle pareti della navata sono disposte alcune pale settecentesche provenienti dalla chiesa distrutta di S.Maurizio: il Martirio di S.Maurizio e le Anime del Purgatorio soccorse dai fedeli, attribuite ad Antonio Maria Ruggeri, nella seconda campata; la Flagellazione e l'Incoronazione di spine, attribuite a Giovanni Battista Gariboldi, nella quinta. Sulla parete sinistra della terza campata è collocata la tela raffigurante Cristo fra i SS. Maurizio, Bernardino e Giovanni Battista, eseguito da Ambrogio Brambilla nel 1569.

Di notevole importanza è la decorazione ad affresco delle coperture, che conservano l'impostazione originale in due aule tagliate dal tramezzo, ciascuna con una volta centrale a vela fra due a botte.

Gli autori dei dipinti delle prime tre campate sono Carlo Innocenzo Carloni e i quadraturisti Carlo Perrucchetti e Giuseppe Castelli Junior, che intervengono fra il 1740 e il 1742. Carloni esegue il medaglione centrale della volta a vela, con un'Assunta, dipinta in prospettiva fortemente scorciata dal basso, e le grandi nicchie nelle volte a botte con le sacre allegorie della Purezza, della Speranza, della Carità e della Fede, accompagnate ciascuna da un angioletto. Le figure eleganti, la tavolozza chiara e tersa, appartengono alla maturità artistica del Carloni, impegnato nello stesso periodo ad affrescare le navate laterali del Duomo di Monza. Anche le architetture a monocromo e i fregi dorati dei quadraturisti ci rimandano a un lavoro da loro eseguito in Duomo, nella Cappella del Corpus Domini, nel 1742.

Le pitture dalla quarta alla sesta campata sono attribuite a Francesco Antonio Bonacina, figura minore del barocchetto lombardo, quadraturista come dimostra il prevalere della decorazione architettonica. Bonacina dipinge al centro della volta a vela un medaglione con una Gloria angelica e nelle volte a botte, sopra una lunga balaustra che sovrasta la trabeazione, quattro grandi mensole, con esuberanza di elementi decorativi, e altrettante nicchie a conchiglia in cui trovano riparo piccoli busti di sante; S.Caterina d'Alessandria, con l'attributo della ruota alla base della mensola, S.Margherita d'Antiochia con drago e teschio leonino, S.Cecilia con canne d'organo, S.Barbara - contraffatta nell'Ottocento - con la torre.

Degno di nota è l'organo settecentesco a mantice, sulla parete della controfacciata. All'esterno, a sinistra, sopravvive il portico di ingresso del convento con la buca per la ruota.



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lunedì 2 marzo 2015

MARTINITT MILANO

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Martinitt è un'istituzione di assistenza milanese la cui origine risale al XVI secolo. Martinitt è, in milanese, il plurale di Martinett.

San Gerolamo Emiliani, figlio di un senatore veneziano, dopo la propria liberazione dalla prigionia di guerra (da lui ritenuta miracolosa), rientrò a Venezia, devolse tutti suoi averi ai poveri e radunò tutti gli orfani in una sua proprietà lagunare.

Della cosa venne a conoscenza il duca Francesco II e nel 1528 gli offrì la possibilità di radunare gli orfani milanesi presso l'oratorio di San Martino, in un palazzo nell'attuale via Manzoni, all'angolo con via Morone. I ragazzi orfani vennero così chiamati Martinitt, mentre le ragazze vennero chiamate Stellinn ("Stelline"). La data convenzionale della nascita dei Martinitt comunque risale al 1532 mentre per quanto riguarda il nome Martinin al singolare Martinitt plurale, riguarda i locali dati dallo Sforza in prossimità della allora chiesa intitolata a San Martino collocata in zona Manzoni a Milano. Federico Borromeo, su suggerimento di suo cugino san Carlo Borromeo, gli offrì a sua volta lo Spedale dei Mendicanti, che divenne in seguito l'orfanotrofio femminile.

Nel 1772 gli orfani lasciarono via Manzoni e si trasferirono, su disposizione di Maria Teresa d'Austria, nell’area del convento di San Pietro in Gessate. In questa nuova sede i ragazzi sarebbero potuti rimanere fino ai 18 anni ed imparare un mestiere.

Ma quando Napoleone prese Milano nel 1796 trasformò la sede di San Pietro in ospedale militare. I Martinitt allora si trasferirono in alcuni locali di Brera e poi nell’ex convento di San Francesco Grande. Nel 1803 i Martinitt tornarono nella vecchia sede di via Manzoni che li vide, nel 1848, come staffette degli insorti negli scontri delle Cinque giornate di Milano, spostandosi da una barricata all'altra.

Una nuova sede dei Martinitt, in via Pitteri 56, venne inaugurata nel 1932 da Benito Mussolini.

Oggi l'Ente è stato trasformato in Azienda di servizi alla persona Istituti Milanesi Martinitt e Stelline e Pio Albergo Trivulzio.

Il 19 gennaio del 2009 è stato inaugurato il Museo Martinitt e Stelline dedicato agli orfani milanesi.

La storia, tramandata grazie ai preziosi archivi dell'Azienda di Servizi alla Persona Istituti Milanesi Martinitt e Stelline e Pio Albergo Trivulzio, appassiona ogni tipologia di fruitore, dal bambino all'anziano, dallo storico al matematico.
I documenti dell'Archivio Storico sono fisicamente consultabili come i volumi della biblioteca storica, sui cui testi studiavano i Martinitt.
 L’origine di questo nome è dovuto al fatto che Federico Borromeo, cugino del più noto Carlo, fondò l’Ospedale dei Mendicanti che poi diventerà l’Orfanatrofio della Stella, da cui Stelline. L’opera del fondatore continua a elargire i suoi frutti, immaginiamoci come doveva essere la vita per un bambino/a a quei tempi, se orfani o abbandonati, voleva dire la fame, la strada, con tutto ciò che questa, di negativo, poteva rappresentare, anche se nel 1772 dovettero trasferirsi al convento di San Pietro in Gessate. Qui i ragazzi rimanevano sino al compimento del diciottesimo anno d’età, avendo così modo di istruirsi nel leggere e nello scrivere, e imparando un mestiere, utile per riuscire ad andare a bottega e guadagnarsi il pane. Poi arrivò Napoleone, il quale rese, anche a loro, la vita più difficile. Poi, siccome tutto ha fine e tutto passa, anche lui passò, e i Martinitt fecero ritorno nella loro prima sede. Parlando di quei ragazzi, non si può non ricordare la loro eroica partecipazione, come staffette da una barricata all’altra, nelle Cinque Giornate di Milano. Nel 1884 è fondata la Società di Mutuo Soccorso degli ex Martinitt. Vorrei qui ricordare, fra gli altri, due personaggi divenuti poi famosi, che hanno fatto parte dei Martinitt, E. Bianchi, industriale delle bici e automobili; biciclette con cui hanno pedalato corridori famosi, e A. Rizzoli, fondatore della notissima casa editrice. Proprio quest’ultimo racconta com’è stata la sua entrata nell’istituzione. Appena entrati, si era sottoposti a una visita medica e, se non vi erano malattie in atto o sintomi preoccupanti ma tutto era in regola, si veniva indirizzati al magazzino, dove un inserviente riforniva l’utente di lenzuola e coperte.

Poi era consegnata la divisa, con la severa raccomandazione di tenerla sempre in ordine, pulita e, soprattutto, di non perderla, altrimenti erano guai. La divisa era composta di: pantaloni di panno con striscia rossa lungo tutto il fianco, una camiciola, un cravattino rosso, le calze, un paltoncino che arrivava un po’ sopra il ginocchio e un berretto con visiera, su cui figurava uno stemma e il numero di matricola. Questo numero era anche quello che si doveva cucire su ogni indumento, in modo da non confondere le proprie cose con quelle degli altri; proprio come si faceva, e probabilmente ancora si fa, per i ragazzi/e che vanno in colonia. Inutile dire che le camerate erano stanzoni enormi, con più di quaranta letti, così come il refettorio, molto grande e capiente. Naturalmente nelle camerate il riscaldamento era semplicemente un sogno.
Martinitt celebri
Angelo Rizzoli, fondatore dell'omonima casa editrice Rizzoli Editore
Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica che produce e commercializza occhiali
Edoardo Bianchi, fondatore dell'omonima azienda produttrice di biciclette e automobili F.I.V. Edoardo Bianchi
Roberto Cozzi, Medaglia d'Oro al Valor Militare Prima Guerra Mondiale morto nella Battaglia dei Tre Monti.

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