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lunedì 4 maggio 2015

PERSONE DI PORLEZZA : LIVIA BIANCHI

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«Nel settembre 1943, accorreva con animo ardente nelle file dei partigiani, trasfondendo nei compagni di lotta il fuoco della sua fede purissima per la difesa del sacro suolo della Patria oppressa. Volontariamente si offriva per guidare in ardita ricognizione attraverso la impervia montagna una pattuglia che, scontratasi con un grosso reparto nemico impegnava dura lotta, cui essa, virilmente impugnando le armi, partecipava con leonino valore, fino ad esaurimento delle munizioni. Insieme ai compagni veniva catturata e sottoposta ad interrogatori e sevizie, che non piegarono la loro fede. Condannati alla fucilazione lei veniva graziata, ma fieramente rifiutava per essere unita ai compagni anche nel supremo sacrificio. Cadde sotto il piombo nemico unendo il suo olocausto alle luminose tradizioni di patriottismo nei secoli fornite dalle donne d'Italia.»
— Cima Valsolda, settembre 1943 - gennaio 1945.


Nata a Melara (Rovigo) nel 1919, fucilata il 21 gennaio 1945 a Porlezza (Como), casalinga, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Si sposò a soli sedici anni con un giovane di Revere (Mantova) che, chiamato alle armi e spedito al fronte durante la II guerra mondiale, cadde prigioniero degli Alleati. Rimasta sola con un figlio piccolo, senza marito e senza lavoro, sul finire del 1942 Livia raggiunse la propria famiglia, che si era frattanto trasferita a San Giacomo Vercellese. Qui trovò lavoro come bracciante in risaia, per poi trasferirsi a Torino, ove entrò in contatto con ambienti antifascisti.

In coincidenza con l’armistizio dell’8 settembre 1943 si unì alla lotta antifascista, inquadrata con il nome di battaglia di "Franca" nel gruppo "Umberto Quaino" della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici", fu operativa come staffetta porta-ordini e combattente nella regione montuosa del Lago di Lugano. Alla fine di novembre 1944, il centro antiribelli di Menaggio organizzò nella zona una vasta azione di rastrellamento impiegando 1400 uomini: lo scopo era di eliminare le formazioni partigiane nelle valli occidentali del basso Lario.

Per sfuggire alla cattura insieme ai compagni del distaccamento Quaino della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" Giuseppe Selva Falco, comandante, Angelo Selva Puccio, Angelo Capra Russo, Ennio Ferrari Carlino e Gilberto Carminelli Bill riuscirono a rifugiarsi in una baita all'Alpe vecchio. Riuscirono a sopravvivere in condizioni disumane alle intemperie dell'alta montagna fino a metà gennaio 1945. Stremati, scesero a valle rifugiandosi in casa di un antifascista loro conoscente. In seguito ad una soffiata, i militi circondano la casa nella notte del 20 gennaio e all'indomani, dopo un violento combattimento costringono alla resa il gruppo dallo scarseggiare delle munizioni e dalla falsa promessa di aver salva la vita.

Il gruppo di partigiani asserragliato nell'abitazione fu invece speditamente condotto al locale cimitero e schierato di fronte al muro di cinta per essere sommariamente passato per le armi. A Livia Bianchi fu offerta la grazia e la libertà in quanto donna, ciò che - come recita la motivazione della Medaglia d'oro al valore militare che le fu concessa alla memoria - ella rifiutò per la sua dignità di donna e di partigiana, restando unita ai compagni nel supremo sacrificio.




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mercoledì 1 aprile 2015

LA VILLA BIANCHI DI TOSCOLANO

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Storica dimora gardesana dove una compatta struttura ottocentesca si fonde armoniosamente con raffinati motivi in stile liberty, negli ampi saloni, decorati da affreschi, e arredi originali in perfetto stile Umbertino.

Fu sede del Partito Fascista Repubblicano e del Comando delle Brigate Nere con Alessandro Pavolini.


La villa Bianchi appartenente nel 18° secolo circa alla facoltosa famiglia dei Conti Bettoni di Bogliaco, insieme a numerose altre proprietà sparse per tutta la Riviera fino a Limone, non fu solo una casa di abitazione privata, ma fu adibita a vari usi industriali. Si presume che la famiglia Bettoni, nota per essere dedita alla esclusiva attività della coltivazione dei limoni, l’abbia anche usato per scopi inerenti a questa attività.

Nel 1849  in questo stabile vi era installata, probabilmente esistente già da diverso tempo, una piccola cartiera appartenente a Franco Veronese, appartenente ad una nota famiglia di Maderno risultante proprietaria, già dal 1811, di un’altra cartiera nella valle in località Maina di sotto, dove è sorto recentemente il Museo della carta. In questa piccola cartiera esistente in Via dell’Arco, ora Via Aquilani, venivano in quell’epoca impiegati ventinove operai e la produzione si riferiva a carta fine di gran qualità. Dallo stesso documento risulta che in questo stabile funzionasse anche un filatoio di “galete”(bozzoli dei bachi da seta) con 16 fornelli e 37 dipendenti, di Erculiano Veronese il quale gestiva, probabilmente nello stesso edificio, anche un torchio da olive.

Le suddette attività svolte in quest’edificio cessarono definitivamente nell’ultimo decennio dell’Ottocento, quando nel 1894 passò di proprietà ad un certo Generale Lamberti di Castelletto del Piemonte, il quale lo trasformò in abitazione privata. Per questo scopo  Lamberti provvide a lavori di ristrutturazione della facciata verso il lago, alla costruzione della torretta principale e a qualche aggiunta stile “liberty". In quel tempo non esisteva ancora la strada statale, che fu costruita qualche anno dopo, e quindi il giardino della villa confinava con il lago.

La villa Bianchi fu ristrutturata dal sig. Bianchi e, nell’anno 1925, fece anche completare la facciata a lago ed ai lati con significative decorazioni a “graffito” (particolare tecnica d’incisione eseguita con una punta su una superficie dura, mettendo allo scoperto un sottostante strato di colore diverso).

Intorno agli anni quaranta il palazzo fu ceduto ad una società immobiliare con a capo G. Battista Benoni, il quale fece eseguire numerosi lavori interni d’abbellimento. Fu verso la fine del 1940 che, per una disposizione governativa, conseguente alle necessità della guerra allora in corso, fu tolta l’artistica cancellata di ferro che cingeva il parco a lago lasciando solo l’attuale muretto. Nel 1942  Benoni chiamò il noto pittore salodiano Angelo Landi (1879-1944) a decorare con preziosi affreschi, tuttora esistenti, le pareti dello scalone che porta al primo piano nonché il soffitto della veranda, ora rovinato dalle infiltrazioni d’acqua, e di una saletta accanto. Gli affreschi dello scalone riproducono la “Leggenda di Engardina”, la mitica regina dei nani che, rapita dal dio delle acque, Nettuno, celato sotto le spoglie di un camoscio, con lui s’immerge nelle acque del Benaco donandovi il colore e lo splendore dei suoi lunghi capelli azzurri. Pochi mesi dopo che questi dipinti furono ultimati, e precisamente nell’ottobre 1943, quando Mussolini liberato dalla prigionia al Gran Sasso costituì la Repubblica Sociale Italiana, viene scelta la Riviera del Garda quale sede di questo nuovo governo ed a Maderno (anche se la Repubblica è ora comunemente chiamata di Salò) fissano la loro sede i principali uffici Ministeriali. Il Ministero dell’Interno, uno dei più importanti di ogni governo, s’installa nell’edificio scolastico mentre la Sede del Partito Fascista Repubblicano ed il Comando delle Brigate Nere è sistemata nella villa Benoni. La direzione di quest’importante ufficio politico è assunta da Alessandro Pavolini, ex Federale di Firenze, il quale fissa la sua abitazione presso la Villa Cavallero posta sul Lungolago di Maderno. Intorno a questo palazzo fu posto un servizio di sorveglianza continua composto da Agenti di Polizia alternati da gruppi di giovani fascisti chiamati “Bir el Gobi”, armati di mitra.

Verso la fine dell’aprile 1945, quando l’Italia settentrionale è raggiunta dalle forze alleate, gli uffici sono frettolosamente abbandonati ed inizia una fuga generale. Sul terrazzo superiore della villa Benoni i fascisti appiccarono fuoco a numerosi documenti. Pavolini fu poi catturato e ucciso dai partigiani a Dongo il 28 aprile e la sua salma, successivamente, fu esposta in Piazzale Loreto accanto a quella di Mussolini ed altri gerarchi.

Dopo alcuni anni dal termine della guerra  Benoni cedette il palazzo alla famiglia Piva, già proprietaria dell’Albergo Maderno, la quale, dopo opportune modifiche, lo trasformò in Albergo. In un primo tempo fu chiamato Albergo Palace, mentre dal 1965 prese definitivamente il nome di Albergo Golfo.


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lunedì 2 marzo 2015

MARTINITT MILANO

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Martinitt è un'istituzione di assistenza milanese la cui origine risale al XVI secolo. Martinitt è, in milanese, il plurale di Martinett.

San Gerolamo Emiliani, figlio di un senatore veneziano, dopo la propria liberazione dalla prigionia di guerra (da lui ritenuta miracolosa), rientrò a Venezia, devolse tutti suoi averi ai poveri e radunò tutti gli orfani in una sua proprietà lagunare.

Della cosa venne a conoscenza il duca Francesco II e nel 1528 gli offrì la possibilità di radunare gli orfani milanesi presso l'oratorio di San Martino, in un palazzo nell'attuale via Manzoni, all'angolo con via Morone. I ragazzi orfani vennero così chiamati Martinitt, mentre le ragazze vennero chiamate Stellinn ("Stelline"). La data convenzionale della nascita dei Martinitt comunque risale al 1532 mentre per quanto riguarda il nome Martinin al singolare Martinitt plurale, riguarda i locali dati dallo Sforza in prossimità della allora chiesa intitolata a San Martino collocata in zona Manzoni a Milano. Federico Borromeo, su suggerimento di suo cugino san Carlo Borromeo, gli offrì a sua volta lo Spedale dei Mendicanti, che divenne in seguito l'orfanotrofio femminile.

Nel 1772 gli orfani lasciarono via Manzoni e si trasferirono, su disposizione di Maria Teresa d'Austria, nell’area del convento di San Pietro in Gessate. In questa nuova sede i ragazzi sarebbero potuti rimanere fino ai 18 anni ed imparare un mestiere.

Ma quando Napoleone prese Milano nel 1796 trasformò la sede di San Pietro in ospedale militare. I Martinitt allora si trasferirono in alcuni locali di Brera e poi nell’ex convento di San Francesco Grande. Nel 1803 i Martinitt tornarono nella vecchia sede di via Manzoni che li vide, nel 1848, come staffette degli insorti negli scontri delle Cinque giornate di Milano, spostandosi da una barricata all'altra.

Una nuova sede dei Martinitt, in via Pitteri 56, venne inaugurata nel 1932 da Benito Mussolini.

Oggi l'Ente è stato trasformato in Azienda di servizi alla persona Istituti Milanesi Martinitt e Stelline e Pio Albergo Trivulzio.

Il 19 gennaio del 2009 è stato inaugurato il Museo Martinitt e Stelline dedicato agli orfani milanesi.

La storia, tramandata grazie ai preziosi archivi dell'Azienda di Servizi alla Persona Istituti Milanesi Martinitt e Stelline e Pio Albergo Trivulzio, appassiona ogni tipologia di fruitore, dal bambino all'anziano, dallo storico al matematico.
I documenti dell'Archivio Storico sono fisicamente consultabili come i volumi della biblioteca storica, sui cui testi studiavano i Martinitt.
 L’origine di questo nome è dovuto al fatto che Federico Borromeo, cugino del più noto Carlo, fondò l’Ospedale dei Mendicanti che poi diventerà l’Orfanatrofio della Stella, da cui Stelline. L’opera del fondatore continua a elargire i suoi frutti, immaginiamoci come doveva essere la vita per un bambino/a a quei tempi, se orfani o abbandonati, voleva dire la fame, la strada, con tutto ciò che questa, di negativo, poteva rappresentare, anche se nel 1772 dovettero trasferirsi al convento di San Pietro in Gessate. Qui i ragazzi rimanevano sino al compimento del diciottesimo anno d’età, avendo così modo di istruirsi nel leggere e nello scrivere, e imparando un mestiere, utile per riuscire ad andare a bottega e guadagnarsi il pane. Poi arrivò Napoleone, il quale rese, anche a loro, la vita più difficile. Poi, siccome tutto ha fine e tutto passa, anche lui passò, e i Martinitt fecero ritorno nella loro prima sede. Parlando di quei ragazzi, non si può non ricordare la loro eroica partecipazione, come staffette da una barricata all’altra, nelle Cinque Giornate di Milano. Nel 1884 è fondata la Società di Mutuo Soccorso degli ex Martinitt. Vorrei qui ricordare, fra gli altri, due personaggi divenuti poi famosi, che hanno fatto parte dei Martinitt, E. Bianchi, industriale delle bici e automobili; biciclette con cui hanno pedalato corridori famosi, e A. Rizzoli, fondatore della notissima casa editrice. Proprio quest’ultimo racconta com’è stata la sua entrata nell’istituzione. Appena entrati, si era sottoposti a una visita medica e, se non vi erano malattie in atto o sintomi preoccupanti ma tutto era in regola, si veniva indirizzati al magazzino, dove un inserviente riforniva l’utente di lenzuola e coperte.

Poi era consegnata la divisa, con la severa raccomandazione di tenerla sempre in ordine, pulita e, soprattutto, di non perderla, altrimenti erano guai. La divisa era composta di: pantaloni di panno con striscia rossa lungo tutto il fianco, una camiciola, un cravattino rosso, le calze, un paltoncino che arrivava un po’ sopra il ginocchio e un berretto con visiera, su cui figurava uno stemma e il numero di matricola. Questo numero era anche quello che si doveva cucire su ogni indumento, in modo da non confondere le proprie cose con quelle degli altri; proprio come si faceva, e probabilmente ancora si fa, per i ragazzi/e che vanno in colonia. Inutile dire che le camerate erano stanzoni enormi, con più di quaranta letti, così come il refettorio, molto grande e capiente. Naturalmente nelle camerate il riscaldamento era semplicemente un sogno.
Martinitt celebri
Angelo Rizzoli, fondatore dell'omonima casa editrice Rizzoli Editore
Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica che produce e commercializza occhiali
Edoardo Bianchi, fondatore dell'omonima azienda produttrice di biciclette e automobili F.I.V. Edoardo Bianchi
Roberto Cozzi, Medaglia d'Oro al Valor Militare Prima Guerra Mondiale morto nella Battaglia dei Tre Monti.

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