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mercoledì 1 aprile 2015

BARTOLOMEO BORTOLAZZI

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Bartolomeo Bortolazzi nacque a Toscolano (oggi comune di Toscolano Maderno in provincia di Brescia) ridente borgata della sponda occidentale del Lago di Garda il 3 marzo del 1772, da Domenico di Giacomo e Apollonia Lombardi. Al momento della nascita del piccolo Bartolomeo, Toscolano faceva parte, come quasi tutta la provincia, della Repubblica di Venezia e godeva di un fiorente artigianato che, particolarmente nel settore della lavorazione della carta, divenne vera e propria industria, soprattutto per merito delle famiglie Agnelli di Toscolano e Monselice di Maderno. Le cartiere del Lago di Garda fornivano, a quel tempo, i due quinti del prodotto cartario della Lombardia ed erano tenute in grande considerazione dal governo Veneto.
Giovanetto, Bartolomeo dovette, seppure a malincuore, seguire le orme del padre Domenico per apprendere il mestiere del cartaio. Era un mestiere poco gradito dal piccolo Bartolomeo che aveva un carattere inquieto più propenso a sognare che a lavorare la carta e con una prepotente passione per la musica, tanto da diventare in brevissimo tempo, un ottimo suonatore di mandolino, stimato e ammirato dai suoi compaesani e dagli amici delle borgate vicine.
Esaltato dai successi ottenuti, Bartolomeo divenne sempre più ansioso e inquieto. La sua famiglia, il suo paese, il suo lago, gli erano troppo angusti; egli voleva trovare nuovi spazi, conoscere altri paesi, altra gente, e portare la sua musica altrove.
Questo sogno si avverò nel 1790 quando, in compagnia dei suoi amici Bazzani e Lena, suonatori di chitarra e Pietro Ferrari, cantore di arie buffe, abbandonò il tetto natio: aveva 18 anni.
L’avventura era cominciata percorrendo paesi e città dell’Italia del Nord, tenendo concerti nelle piazze,nelle osterie e nei teatri.
Il successo fu immediato, applausi e denaro consentirono all’allegra brigata di condurre una vita lieta e spensierata. Non soddisfatti del felice inizio dell’avventura, vollero andare oltre e decisero di varcare i confini per trasferirsi in Francia. Anche in terra francese gli allegri musicisti ebbero successi e denaro; ma ben presto il fuoco della Rivoluzione, che aveva sconvolto la Francia e l’Europa, incominciò a scaldare l’aria e pose frettolosamente fine alla vita lieta e spensierata di Bartolomeo e dei suoi amici, costringendoli in gran fretta a lasciare la Francia e cercare lidi più sicuri e tranquilli. Ritornati a Toscolano, dopo breve tempo furono ripresi dalla febbre dell’avventura e partirono alla volta del Tirolo, da dove passarono in Austria visitando le città più importanti dell’Impero fino a raggiungere Vienna.
Anche qui non mancarono successi e riconoscimenti che permisero loro di condurre una vita senza preoccupazioni economiche.
Fu a Vienna che Bortolazzi ebbe la fortuna di incontrare il “celebre pianista Colò di Riva di Trento che, favorevolmente impressionato dal talento di Bartolomeo, lo avviò a seri studi musicali e letterari”.
Tali studi furono affrontati dal Bortolazzi con amore e intelligenza pronta e vivace. Verso il 1794 Bortolazzi si sposò Margherita Leonardi, nato presumibilmente in un paese del Trentino. Nel 1795 tornò a Toscolano dove risiedeva la moglie che era in attesa di un bambino (come apprendiamo dal “libro dei battezzati dal 1775 al 1813” e tuttora in possesso della Parrocchia di Toscolano). Il figlio nacque il 29 marzo 1796 e gli fu imposto il nome di Giacomo Giuseppe. La nascita del figlio e gli studi compiuti con il generoso maestro Colò favoriscono in modo positivo l’inizio della carriera di Bortolazzi.
A Vienna – scrive  Valentini - : “andavano a gare nel prodigare al nostro Bortolazzi inviti, nel offrirgli impieghi e protezioni, nel regalargli denaro e onoreficienze, tutti rapiti dalla bella arte del suo strumento, dalla facilità, eleganza e melodia delle sue composizioni che improvvisava a bizzeffe”. Nel 1799 Bortolazzi si trasferì a Londra, forse invitato da una loggia massonica. Difatti, presso il British Museum, si trovano alcune composizioni vocali dedicate ai “fratelli della Loggia dei Pellegrini”. Ed è a Londra che egli incontrò, nel 1799, il giovane compositore slovacco Johann Nepomuk Hummel (1778-1837), che gli dedicò il famoso concerto per mandolino e orchestra (ora reperibile presso il British Museum). Evidentemente il giovane Hummel rimase affascinato dal virtuosismo di Bortolazzi, tanto da dedicargli il concerto, che nella stesura, risente dei consigli che gli vennero suggeriti dal Bortolazzi, soprattutto per quanto riguarda il modo di trattare la scrittura dello strumento.
Il mandolino era abbastanza conosciuto a Londra, in quanto Giovanni Battista Gervasio aveva tenuto un concerto nel 1768 e Pietro Leone aveva fatto pubblicare in quegli anni il metodo per mandolino. Inoltre lo strumento era stato impiegato da Haendel (1748), da Arne (1764) e da altri compositori. È’ probabile che Bortolazzi, durante la sua permanenza a Londra, che durò dal 1799 al 1802. Abbia avuto l’occasione di conoscere alcuni musicisti che si trovavano in quella città in quegli anni. Fra questi il celebre Giovanni Battista Viotti (1755-1824), il celebre tenore e compositore Luigi Asioli e la celebre cantante Giuseppina Grassini ed altri.
Alla fine del 1802 Bortolazzi ritornò a Vienna e si preparò a partire per la Germania per una serie di concerti in compagnia del figlio Giacomo Giuseppe.
Il 2 settembre 1803 il giornale “Leipziger Allgemeine Musikalische Zeitung” ci informa di un concerto di Bortolazzi a Dresda “…di Bortolazzi, il musicista di mandolino, dico soltanto che fa davvero molto. Che razza di povero arnese è mai questo strumento che può emettere soltanto una specie di frinire di grilli, nessun tono mantenuto, niente di cantabile”. A questo proposito Konrad Wölki osserva che “la tecnica mandolinistica del tempo non faceva uso del tremolo, e conseguentemente, trattava lo strumento solo con lo staccato. Questa rinuncia al tremolo non va comunque intesa come una limitazione espressiva, come d’altronde l’antica musica per liuto aveva già dimostrato attraverso i secoli”. A distanza di un mese un altro giornale, l’”Allgemeine Musikalische Zeitung” così descrisse un altro concerto di Bortolazzi: “… il Sig. Bortolazzi virtuoso di mandolino … di mandolino? Ripetono increduli scuotendo la testa molti lettori. Proprio così. E’ vero che in Germania il mandolino ha poco credito se suonato da mani poco abili, ma il signor Bortolazzi dimostra pienamente come spirito, sentimento, gusto e solerzia instancabili possano far parlare anche uno strumento insignificante in mani esperte. I suoi concerti con accompagnamento dell’orchestra non sono molto interessanti, ma le sue variazioni e simili piccoli pezzi (accompagnati, e bene, sulla chitarra dal figlioletto di sette anni) così come le sue improvvisazioni, sono degni di ascolto e molto gradevoli. Solo un italiano può essere capace di rendersi interessante con così poco: il signor Bortolazzi ha composto dei pezzi per il suo strumento ed altri ne compariranno presto”.
E’ interessante osservare che, mentre nella recensione del concerto di Dresda, il mandolino era descritto come un “… povero arnese” solo capace di “emettere una specie di frinire di grilli”, il giornalista di Lipsia sottolinea che il mandolino è uno strumento insignificante soltanto nelle mani di suonatori incapaci. Grazie al virtuosismo e alla tenacia di Bortolazzi, lentamente i musicisti abbandonarono i propri pregiudizi nei confronti del mandolino. La sua fortunata e intensa attività concertistica influì notevolmente a fare apprezzare il mandolino e il suo repertorio.
Il giornale “Musikalische Allgemaine” di Branschweig scriveva: “Il 15 novembre il mandolinista Bortolazzi ci ha riservato un semplice ma intenso piacere. La sua mirabile capacità esce esaltata dopo questo concerto”.
Nel 1804, a Berlino. Suonò accompagnato con la chitarra del figlio Giacomo Giuseppe di 8 anni, le variazioni tratte da un tema dell’opera “La bella molinara” di Giovanni Paisiello. Tre settimane dopo egli si esibì a Lipsia e anche in questa occasione scrive il giornale “… intratteneva piacevolmente i suoi ascoltatori riscuotendo un caloroso ed entusiastico successo”. Bortolazzi non era l’unico esecutore nei suoi concerti, ma divideva il programma con altri musicisti.
Nel concerto eseguito a Berlino nel 1804, veniva “presentato per la prima volta un quartetto per archi di Dussek”.
Nel 1805 la famiglia di Bortolazzi ritornò a Vienna dove tenne molti concerti e lavorò come insegnate di mandolino e chitarra e come compositore. L’ultimo resoconto sulla vita di Bortolazzi a Vienna risale all’8 aprile 1805.
A Vienna il mandolino era ormai di casa, basti pensare che Beethoven, che vi si era trasferito nel 1782, aveva scritto nel 1796 le sue composizioni per mandolino e clavicembalo. I giornali si occuparono con assiduità delle esecuzioni del “celebre mandolinista Bortolazzi” che dimostrava sempre “molta abilità, leggerezza e delicatezza”.
La stima dei viennesi fu un incoraggiamento a Bortolazzi per stabilire a Vienna la sua residenza definitiva.
La sua attività di concertista, di insegnante e compositore, gli consentivano una vita tranquilla e serena con la sua famiglia.
Konrad Wölki, che è stato il più tenace e appassionato studioso della vita e dell’opera di Bortolazzi, ci informa che dopo il 1814 non si trovano più notizie di lui.
Qualcuno ha sollevato l’ipotesi che sia ritornato in Italia, ma questa notizia non trova alcuna conferma. L’unica notizia relativa alla sua scomparsa la riscontriamo nel libro del Valentini che racconta: “ …Non sazio mai di onori, di luci e di avventure, volle traversare l’oceano per amore, dicesi, di una bella peccatrice coronata, di cui aveva sprezzato l’amore nei giorni degli splendidi trionfi di Dresda e che a lui tendeva pur sempre le sue braccia desiose. Per naufragio, con la moglie e con l’unico figlio, miseramente periva nel 1820, cinquantenne appena”.
Tutte le ricerche di ulteriori notizie sulla sua scomparsa non hanno avuto fino ad oggi, alcun esito positivo. Particolarmente importante è il contributo dato da Bortolazzi alla letteratura del mandolino e della chitarra.
Le sue composizioni testimoniano uno stile elegante e scorrevole, che però non sa mai andare in profondità. Nei lavori per mandolino è posta in risalto la melodia, mentre l’armonia è semplicissima e scolastica. Le sue composizioni hanno però un grande significato storico, perché ci informano sul modo di suonare il mandolino nei primi anni del XIX secolo.


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LA FAMIGLIA PAGANINI

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Paganino Paganini nato a Brescia nella metà del XV secolo, si trasferì a Venezia sin dalla più giovane età; entrò ufficialmente nel campo dell'editoria dal 1483, per poi unirsi in società l'anno successivo con gli editori Bernardino Benali e Giorgio Arrivabene.

Tornò autonomo nel 1487, anno in cui stampò e pubblicò il suo primo lavoro autonomo, ovvero una copia del Messale Romano (pubblicato per la prima volta nel 1474). Negli anni che seguirono si dedicò alla stampa di diverse opere riguardanti teologia e giurisprudenza, ma le opere che più lo caratterizzano furono le stampe degli scritti di Fra' Luca Pacioli, delle quali figurano i celebri Summa de arithmetica (1494) e De Divina Proportione (1509).

Intorno al 1516 avrebbe pubblicato la prima copia stampata in assoluto del Corano, in caratteri arabi; di fatto di essa non è rimasta più nessuna copia, contrariamente alle altre opere del Paganini: molte testimonianze affermano che ogni singola copia sia stata distrutta su ordine del Papa.

Nel 1517 tornò col figlio Alessandro e la moglie nella sua terra d'origine, nel bresciano, dove fondò una propria tipografia all'interno del monastero sull'Isola del Garda e dove pubblicò due nuove opere teologiche che riportano l'indicazione della vicina città di Salò; in seguito si stabilì nella località di Toscolano, attualmente frazione del comune di Toscolano-Maderno. Qui continuò la collaborazione col figlio, anch'egli tipografo ed editore, iniziata già nel 1506 e che durò sino al 1525, dedita alla stampa di classici latini e italiani di piccolo formato. Una delle ultime opere principali di Paganino fu il Vergerio (1526). Nei suoi ultimi anni di vita si trasferì più a monte, nella località di Cecina, anch'essa attualmente frazione di Toscolano-Maderno, dove morì nel 1538.

Alessandro Paganini era un editore innovativo e stampante che è stato recentemente accreditato dagli storici del libro, con l'invenzione della collana editoriale, cioè, un ciclo di pubblicazioni che condividono le stesse caratteristiche editoriali e presentazione. La notevole caratteristica distintiva della prima collezione di Paganini era il loro piccolo formato. Infatti, l'edizione 1515 di Dante nel 24mo molto compatto è unica tra le edizioni di Dante nel Rinascimento. Faceva parte di una serie iniziata nello stesso anno che includeva del Petrarca Rime, Arcadia di Jacopo Sannazaro e il dialogo di amore neoplatonico di Pietro Bembo, Gli Asolani. Questo programma editoriale può essere considerata una elaborazione innovazioni Aldus 'all'inizio del secolo, sia per il piccolo formato e per gli eleganti caratteri che sono a metà strada tra corsivo romano. La scelta delle opere segue anche Aldus. Il loro pubblico cortese previsto è chiaramente indicato dai soggetti ai quali i singoli titoli sono dedicati, abbracciando alcune delle figure più importanti del Rinascimento italiano aulico della società, tra cui Isabella d'Este, Giovanni Aurelio Augurelli, e Pietro Bembo. Di Paganini 1515 Dante è dedicato a non meno di Giulio de 'Medici, divenuto poi Papa Clemente VII (1523-1534).

Paganini ha pubblicato due stati della Commedia in 24mo, comunemente noto come "Dantini," uno con le pagine numerate in romano e l'altro con numeri arabi.


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GIUSEPPE ZANARDELLI

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Onorevoli colleghi! Chiamato dal Vostro suffragio a questo altissimo Ufficio, io, nella commozione in me destata da così solenne dimostrazione di benevolenza e di fiducia, sento innanzi tutto il bisogno di porgervi l'omaggio sincero del mio più fervido ringraziamento, assicurandovi essere la gratitudine il sentimento che vibra più gagliardo nell'animo mio.
Se volessi pensare alle difficoltà dell'Ufficio medesimo, il quale esige le doti più diverse e che quasi si escludono fra loro; se dovessi, perciò, consultare soltanto le povere mie forze, dovrei pregarvi di volermi dispensare da un onere sì grave. Ma, d'altra parte, sarebbe sconoscenza il venir meno al vostro appello indulgente e generoso; ed io, ammaestrato dall'esempio dei miei insigni predecessori che mi studierò di imitare, obbedisco ai voleri della Camera, accettando l'arduo incarico di dirigere le sue deliberazioni. Io conosco l'estensione de' miei doveri, e porrò tutti i miei sforzi ad adempierli. Primissimo fra essi reputo quello della più assoluta imparzialità.
Ebbi altra volta l'onore di questo seggio, ed ho sicura coscienza che l'imparzialità, la neutralità fra i partiti non ho dimenticato giammai. Mi considerai e mi considero Presidente non della maggioranza ma della Camera,  custode inflessibile del suo regolamento a favore di tutti e contro tutti, in ciò che mira a mantenere l'ordine e la calma delle discussioni, come in ciò che mira a proteggerne la libertà. Di questa libertà della tribuna io sento in cuore tutto il rispetto,  sento l'imperiosa necessità; ché le istituzioni libere vivono di luce, di pubblicità, di discussione, di contraddizione. Io con tutte le mie forze invoco che la nostra tribuna sia alta, libera, non infrenata che dal rispetto ch'essa deve a sé stessa, dal disdoro che è serbato a chi ne abusa, dall'autorità morale di chi presiede all'Assemblea.
Affinché adunque mi sia reso meno difficile il mandato conferitomi, io ho bisogno di tutta la vostra cooperazione. Nulla mi gioverebbero la vostra benevolenza, la vostra amicizia di cui sono felice e orgoglioso; nulla il voto lusinghiero con cui mi avete qui chiamato, se non avessi l'aiuto vostro costante, quotidiano, efficace: nulla io potrei colle meschine mie forze senza una continua vostra adesione la quale sorregga, avvalori il potere di cui la Camera volle affidarmi l'esercizio.
Ed ora dedichiamoci ai lavori parlamentari con quella operosità cui, inaugurando la ventesima Legislatura, ha fatto appello l'amatissimo Re, di cui la prima parola ieri rivoltaci fu parola di affetto per le libere istituzioni: magnanimo affetto mercè cui la Monarchia nazionale, rivendicatrice dell'indipendenza e presidio dell'unità della patria, può a buon diritto gloriarsi che le gioie della Reggia siano le gioie della Nazione.
In pari tempo il discorso inaugurale, accennando ai disegni di legge a favore delle classi lavoratrici, ha richiamato il vostro pensiero verso l'opera di riparazione attesa dai miseri, la quale deve compiere nella Legislazione un grande dovere di giustizia e di solidarietà.  L'equità nell'ordine sociale, la libertà nell'ordine politico; in altri termini, una società giusta, ed un Governo libero, ecco una degna mèta segnata dalla parola reale alle Vostre deliberazioni.
Questo Governo libero mediante gli atti Vostri soltanto può dare benefici frutti; ché negli ordini costituzionali non havvi vita che dove il Parlamento la porta; e questa vita di continua discussione e sindacato, come rialza e fortifica lo spirito pubblico, così nelle sue forme tutelari è suprema guarentigia di provvide e mature risoluzioni.
Con simili guarentigie si riesce a creare quello spirito di legalità il quale è del pari necessario nei privati cittadini e nei pubblici poteri; mentre il rigido rispetto, la religiosa osservanza della legge deve tutto dominare presso un popolo geloso de' suoi diritti e della sua dignità.
I destini della patria, carissimi colleghi, sono affidati ai vostri onori ed ai vostri intelletti. Non havvi nazione che non abbia provato crudeli sventure; non havvi nazione la cui grandezza non abbia immensamente costato di pianto, di sangue, di rude lavoro, e non abbia avuto mestieri del corso di secoli per trionfare. E tale trionfo dev'essere pure serbato all'Italia: dove il popolo è invidiato modello di temperanza e di abnegazione: e dove è modello di valore quell'esercito che anche nelle condizioni più infelici scrisse recenti pagine d'eroismo di cui potrebbe aver vanto la storia militare di qualsiasi popolo guerriero.  Ora se noi, attinta l'ispirazione ai solenni verdetti de' comizi elettorali; se noi in questo recinto, a nessun'altra gara intenti che a quella della devozione al pubblico bene, coll'unione delle forze, coll'armonia dei poteri costituzionali, faremo opera di saggezza, di patriottico ardore, di disinteresse o sacrificio individuale, daremo a noi stessi il prezioso sentimento di un alto dovere nobilmente adempiuto, e alla patria dilettissima la promessa di universale onoranza e rispetto, di liete e splendide fortune.
Invito gli onorevoli segretari e questori ad occupare i loro posti al banco della Presidenza.
(I segretari ed i questori occupano i loro seggi)

 Seduta inaugurale della XX legislatura, il 6 aprile 1897

Giuseppe Zanardelli (Brescia, 26 ottobre 1826 – Maderno, 26 dicembre 1903) è stato un patriota e politico italiano.

Nacque il 29 ottobre 1826 , primo di quindici figli, da Giovanni Zanardelli e Margherita Caminada. Frequentò il Liceo classico Arnaldo di Brescia e si laureò in giurisprudenza all'Università di Pavia, come alunno del Collegio Ghislieri.

Combattente nei Corpi Volontari Lombardi durante la guerra del 1848 prese parte alla campagna del Trentino come milite nella colonna cremonese comandata da Gaetano Tibaldi, distinguendosi nella battaglia di Sclemo presso Stenico. Tornò a Brescia dopo la sconfitta di Novara e, per un certo periodo, si mantenne insegnando diritto. Collaborò al giornale Il Crepuscolo, con saggi di economia politica.

Nel 1849 partecipò all'insurrezione delle dieci giornate di Brescia contro il governo austriaco.

Il 29 febbraio del 1860 fu affiliato alla Massoneria nella prestigiosa Loggia romana "Propaganda Massonica" del Grande Oriente d'Italia. Eletto deputato nello stesso anno, ricevette vari incarichi amministrativi, ma si dedicò attivamente alla carriera politica solo a partire dal marzo 1876 quando la Sinistra, di cui era stato esponente di spicco, andò al potere.

Ministro dei Lavori Pubblici nel primo governo Depretis del 1876, si dimise per alcune divergenze sulla gestione delle convenzioni ferroviarie. Ministro dell'Interno nel governo Cairoli del 1878, si occupò del progetto di riforma del diritto di voto.

Nominato ministro della Giustizia nel governo Depretis del 1881, riuscì a portare a termine la stesura del nuovo Codice di Commercio e a far approvare la normativa sul lavoro femminile e minorile. Congedato da Depretis nel 1883, rimase all'opposizione e diede vita alla "pentarchia"; nel 1887 entrò nuovamente nel governo dello stesso Depretis, sempre come ministro della Giustizia, rimanendo allo stesso dicastero anche nel successivo governo Crispi, fino al 6 febbraio 1891.

Durante questo periodo avviò una riforma del sistema giudiziario e fece approvare il primo codice penale dell'Italia unita, considerato tra i più liberali e progrediti tra quelli vigenti all'epoca: il codice Zanardelli venne presentato alla Camera nel novembre 1887, pubblicato il 22 novembre 1888, promulgato il 30 giugno 1889 ed entrò in vigore il 1º gennaio 1890. Tra l'altro, per sua iniziativa personale, si giunse all'abolizione della pena di morte.

Nella Relazione al Re Zanardelli si diceva convinto che «le leggi devono essere scritte in modo che anche gli uomini di scarsa cultura possano intenderne il significato; e ciò deve dirsi specialmente di un codice penale, il quale concerne un grandissimo numero di cittadini anche nelle classi popolari, ai quali deve essere dato modo di sapere, senza bisogno d'interpreti, ciò che dal codice è vietato». Zanardelli riteneva che la legge penale non dovesse mai dimenticare i diritti dell'uomo e del cittadino e che non dovesse guardare il delinquente come un essere necessariamente irrecuperabile: non occorreva solo intimidire e reprimere, ma anche correggere ed educare.

Alla caduta del governo Giolitti nel 1893 Zanardelli tentò strenuamente, ma senza successo, di formare un nuovo Gabinetto. Eletto presidente della Camera nel 1892 e nel 1897, ricoprì quest'incarico fino al dicembre 1897, quando accettò il portafoglio della Giustizia nel governo Rudinì, ma fu presto costretto a dimettersi a causa dei dissensi con il collega di governo Visconti Venosta sulle misure da prendere per impedire il ripetersi delle agitazioni popolari del maggio 1898.



Nella seduta inaugurale della XX legislatura, il 6 aprile 1897, l'Assemblea elegge per la seconda volta alla Presidenza della Camera Giuseppe Zanardelli, con 303 voti su 431 votanti. Nel discorso di insediamento, che pronuncia nella seduta del 7 aprile, esordisce ringraziando nuovamente coloro che hanno voluto dimostrargli tanta fiducia. Ribadisce quindi di essere il Presidente non della maggioranza bensì dell'Assemblea, «custode inflessibile del suo regolamento a favore di tutti e contro tutti, in ciò che mira a mantenere l'ordine e la calma delle discussioni, come in ciò che mira a proteggerne la libertà». Per essere all'altezza del suo compito deve però necessariamente poter contare sulla cooperazione dei colleghi. Solo un'Assemblea operosa, prosegue, potrà dar seguito al desiderio espresso dal Re nel discorso della Corona di offrire sollievo alle classi lavoratrici attraverso leggi giuste. Nelle indicazioni del sovrano l'obiettivo delle deliberazioni deve essere «l'equità nell'ordine sociale, la libertà nell'ordine politico», vale a dire una società giusta ed un Governo libero. Ne consegue che ai cuori e agli intelletti di tutti i deputati sono affidati i veri destini della patria.

Dopo essere tornato alla presidenza della Camera, abbandonò nuovamente il posto per poter prendere parte attiva alla campagna ostruzionistica del 1899-1900 contro il progetto di legge sulla pubblica sicurezza. Questa presa di posizione gli valse l'appoggio dell'estrema Sinistra nella formazione (dopo la caduta del governo Saracco) di un nuovo governo, che rimase in carica 991 giorni, dal 15 febbraio 1901 al 3 novembre 1903.

Nella seduta del 17 novembre 1898 l'Assemblea elegge per la terza ed ultima volta Giuseppe Zanardelli alla Presidenza della Camera, con 190 voti su 339 votanti. Nel discorso per il suo insediamento alla Presidenza si coglie l'eco delle vicende politiche dei mesi precedenti. Zanardelli ricorda, infatti, di aver lottato contro le proposte di modifica del Regolamento e riafferma di voler osservare con scrupolo la più assoluta imparzialità. Ripete poi ciò che aveva affermato al momento della seconda elezione, e cioè che la tribuna parlamentare può essere frenata soltanto «dal rispetto che essa deve a sé stessa, dal disdoro serbato a chi ne abusa, dall'autorità morale della Presidenza». Proprio per questo, ora che la minaccia delle sanzioni disciplinari è finalmente caduta, la libertà di parola, la più ampia che lo Statuto consenta, deve tuttavia riconoscere nella legge fondamentale il suo limite. Si augura infine che la Camera scriva una pagina durevole nella storia legislativa della Nazione, promuovendo una politica riformatrice, assecondando cioè nella libertà e nel rispetto della tranquillità pubblica «quelle correnti popolari in cui si manifestano tante legittime aspirazioni».

Le sue precarie condizioni di salute non gli consentirono tuttavia di portare a termine grandi opere. La proposta di legge sul divorzio, sebbene già approvata dalla Camera, dovette essere ritirata per la forte opposizione popolare.

Negli ultimi anni di carriera Zanardelli focalizzò l'attenzione sulla questione del Mezzogiorno: nel settembre 1902 intraprese un viaggio attraverso la Basilicata - una delle regioni allora più povere d'Italia - per constatare personalmente i problemi legati al Sud della penisola. Il suo resoconto di viaggio sarà fondamentale per l'approvazione della legge speciale per la Basilicata (il 23 febbraio 1904), uno dei primi esempi di intervento straordinario dello Stato nel Mezzogiorno.

Si congedò definitivamente dalla scena politica, a causa di una malattia terminale, dando le dimissioni da Primo ministro il 3 novembre 1903. Morì poco più di un mese dopo.


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GIUSEPPINA COBELLI

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Nata a Maderno nel 1898 e morta a Barbarano di Salò nel 1948 Giuseppina Cobelli era figlia di Giuseppe da Maderno e di Maria Bazzani da Gardone. Primogenita di quattro fratelli, sin da giovanissima si trasferì a Gardone con la famiglia che esercitò le mansioni di custodia della "Villa Cargnacco" del tedesco Prof.Thode. Quando nel 1921 divenne  la dimora di D'Annunzio, la famiglia Cobelli dovette traslocare in un'altra abitazione di Gardone perché il Poeta desiderava la tranquillità.
Iniziò lo studio del pianoforte con l'aiuto della Prof.ssa Maria Molinari di Gardone ed ebbe la fortuna di esercitarsi - durante la sua permanenza a "Cargnacco"- con il pianoforte Steinway del proprietario sig.Thode che era appartenuto a Liszt noto compositore, pianista e direttore d'orchestra ungherese.

Scoperta dal musicologo Giacomo Benvenuti, fu inviata dallo stesso a Bologna, dove studiò canto con il prof. Giuseppe Arrigoni, ma anche in Baviera sotto la guida di Jacques Stuckgold.
Debuttò nel 1924 ad Amsterdam ne La Gioconda di Amilcare Ponchielli nel corso della prima tournée olandese. Nel 1925, per la "prima" italiana si esibì al Comunale di Piacenza, chiamata da Umberto Giordano per la ripresa de La cena delle beffe dopo la prima scaligera.

Fu tra le principali interpreti wagneriane degli anni venti-trenta, particolarmente apprezzata per la grande forza comunicativa, l'assoluta padronanza di mezzi vocali non comuni e la straordinaria presenza scenica. Eccelse in La Valchiria, Tristano e Isotta, Lohengrin e Parsifal.

Fu altresì grandissima Tosca, Fedora, Santuzza e, probabilmente, la più grande Adriana Lecouvreur prima dell'avvento di Magda Olivero. Il suo repertorio comprese anche La cena delle beffe, Fedra, L'amore dei tre re, Risurrezione, La Wally, Otello, Andrea Chénier, Francesca da Rimini, per citare alcuni dei quaranta titoli rappresentati. Fu la prima interprete di Zoraima ne La notte di Zoraima di Italo Montemezzi alla Scala nel 1931 e la prima interprete di Silvana, espressamente voluta da Ottorino Respighi e dal librettista Claudio Guastalla, ne La fiamma al Teatro Reale dell'Opera di Roma nel gennaio 1934.

La sua carriera, comunque prossima al termine, venne troncata dalla sordità, della quale si riscontrano le prime tracce nel 1932. Va ricordata anche per essere stata l'unica artista a calcare il palcoscenico dotata di un apparecchio acustico, e ciò nel pieno della sua carriera. Cantò assieme ai tenori Miguel Fleta, Georges Thill, Ettore Parmeggiani, Aureliano Pertile, Galliano Masini, Beniamino Gigli, Renato Zanelli, Giacomo Lauri-Volpi, Francesco Merli, ai baritoni Carlo Galeffi, Titta Ruffo, Gino Bechi, ai bassi Nazzareno De Angelis, Alexander Kipnis, Tancredi Pasero: fra i direttori con cui lavorò Arturo Toscanini, Victor de Sabata, Ettore Panizza, Tullio Serafin Siegfried Wagner, Otto Klemperer, Gino Marinuzzi,Antonio Guarnieri, Vittorio Gui. I teatri maggiormente frequentati furono la Scala di Milano (16 ruoli), il Reale dell'Opera di Roma (13 ruoli) e il Teatro Colón di Buenos Aires (8 ruoli nel corso delle stagioni 1927/1931).

Il comune di Toscolano Maderno, per ricordare ed onorare questa grande artista ha posto sull'ingresso dell'attuale Hotel Milano (casa in cui è nata la Cobelli) una targa con foto.


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LA VILLA CAPRERA DI TOSCOLANO

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Fu sede della Guardia Nazionale Repubblicana e luogo di detenzione di numerosi antifascisti.

In Via S.Pietro, tratto di una ripida e stretta stradina con il selciato in cubetti di porfido che si stacca dal crocevia di Via Benamati per salire in collina verso Montemaderno, si trova, sulla destra,  “Villa Caprera” il cui nome è ancora abbastanza visibile sulla facciata esterna rivolta verso il paese. Questo stabile, fino al termine dell’ultima guerra, era sinonimo di “Carabinieri”, perché qui vi era la sede della Caserma dell’Arma.
Anticamente la villa faceva parte del Convento dei Padri Serviti che si trovava più in basso, dove si può tuttora ammirare all’interno un antico e bellissimo chiostro dell’attuale casa Bulgheroni. Un tempo i due fabbricati erano uniti da un sotterraneo che evitava il passaggio esterno. Annessa al Convento di Via S.Pietro esisteva una chiesetta dedicata al predetto Santo. Da un documento ritrovato a Firenze dal Rev. Padre Sostegno risulta che la chiesetta sarebbe stata costruita nel giugno 1467.  Convento e chiesa sono ricordati dallo storico Silvan Cattaneo nelle sue “Dodici giornate” come luogo “amenissimo”.
Papa Alessandro VII il 29 aprile 1656 soppresse il convento e concesse alla Repubblica di Venezia la vendita dei beni, affinché se ne servisse in difesa del regno di Candia (l’attuale Creta) minacciato dalle armi ottomane. Il convento fu venduto all’asta pubblica al Duca Carlo II Gonzaga (per mezzo del suo procuratore Don Ludovico Aranella con atto 20 agosto 1659, rog. Francesco Viani, notaio in Maderno). al prezzo di trecento “doble di lire ventotto l’una”, con l’obbligo di far celebrare annualmente nella chiesa di S.Pietro Martire dodici messe per la perpetuità del serenissimo Dominio ed altre 243, pure annue, al servizio della popolazione, e di corrispondere  372 lire di livelli annui. I beni venduti furono:il Serraglio, con palazzina diroccata, il convento con annessa chiesa di S.Pietro e relativi arredi, l'orticello e casetta adiacenti il convento, alcuni boschi nelle contrade Gazzo, Selve, Pra da Fa, altri terreni in contrada Cantone, S.Pietro, Follino, Broli, Vigna, Parguga, Valle di Sur.
A testimonianza rimasta del mondo di allora è una colonna in pietra con capitello istoriato del tutto simile a quelle esistenti nella chiesa Monumentale romanica di Maderno.
Si tratta, infatti, di una delle quattro colonne che, in occasione della sistemazione e trasformazione della chiesa monumentale avvenuta dopo il 1469, furono assegnate alla costruenda Chiesa di S.Pietro  dei Padri Serviti con deliberazione della Pieve di S.Andrea in data 19 luglio 1493. Attualmente la colonna sostiene un ballatoio dove, fino ai primi anni del secolo scorso, si trovava una piccola celletta in muratura che custodiva la campana della chiesetta.
Agli inizi del secolo scorso la proprietà dello stabile passò ad un certo Lucchini, poi ai Belloni che abbatterono la chiesetta divenuta pericolante, in seguito a Crescini che l’affittò all’Arma dei Carabinieri, mentre ora è di proprietà privata.
Oltre alla colonna in pietra, pochi altri sono i segni rimasti a testimoniare la presenza di un luogo sacro a S.Pietro, e nessuno per confermare la data in cui ha cessato l’attività.
Sono membri di un ordine religioso, sorto a Firenze nel 1240, che professa un culto particolare per la Vergine Maria.
Si dice che il gruppo dei fondatori dei Padri Serviti fu invitato dalla Vergine Maria, apparsa loro contemporaneamente in visione il 15 agosto 1233, alla fondazione di quest’ordine.
Da Firenze si ritirarono presto al Montesenario che divenne il centro principale dell’ordine, che sin dall’inizio seguì la regola di S.Agostino. Esso è dedito alla custodia dei santuari di Maria fra i quali i più celebri sono quello della S.Annunziata a Firenze e quello della Madonna di Monteberico presso Vicenza. L’ordine fu definitivamente approvato da Benedetto XI° l’11 febbraio 1304 e si diffuse rapidamente in Italia, Francia, Germania, poi in Asia e in Spagna.
I teologi di casa Savoia e i consultori della repubblica veneta erano scelti tra i serviti. L’ordine vanta una larga schiera di cardinali, vescovi e d’altri dignitari ecclesiastici.
Fra i serviti innalzati agli altari, oltre ai sette santi fondatori canonizzati nel 1888 (Buonfiglio dei Monaldi, Giovanni di Buonagiunta, Bartolomeo degli Amidei, Ricoveri dei Lippi-Ugoccioni, Benedetto dell’Antella, Gherardino di Sostegno e Alessio dè Falconieri) vi sono anche S.Filippo Benizi, S.Pellegrino Laziosi e S.Giuliana Falconieri.


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LA VILLA BIANCHI DI TOSCOLANO

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Storica dimora gardesana dove una compatta struttura ottocentesca si fonde armoniosamente con raffinati motivi in stile liberty, negli ampi saloni, decorati da affreschi, e arredi originali in perfetto stile Umbertino.

Fu sede del Partito Fascista Repubblicano e del Comando delle Brigate Nere con Alessandro Pavolini.


La villa Bianchi appartenente nel 18° secolo circa alla facoltosa famiglia dei Conti Bettoni di Bogliaco, insieme a numerose altre proprietà sparse per tutta la Riviera fino a Limone, non fu solo una casa di abitazione privata, ma fu adibita a vari usi industriali. Si presume che la famiglia Bettoni, nota per essere dedita alla esclusiva attività della coltivazione dei limoni, l’abbia anche usato per scopi inerenti a questa attività.

Nel 1849  in questo stabile vi era installata, probabilmente esistente già da diverso tempo, una piccola cartiera appartenente a Franco Veronese, appartenente ad una nota famiglia di Maderno risultante proprietaria, già dal 1811, di un’altra cartiera nella valle in località Maina di sotto, dove è sorto recentemente il Museo della carta. In questa piccola cartiera esistente in Via dell’Arco, ora Via Aquilani, venivano in quell’epoca impiegati ventinove operai e la produzione si riferiva a carta fine di gran qualità. Dallo stesso documento risulta che in questo stabile funzionasse anche un filatoio di “galete”(bozzoli dei bachi da seta) con 16 fornelli e 37 dipendenti, di Erculiano Veronese il quale gestiva, probabilmente nello stesso edificio, anche un torchio da olive.

Le suddette attività svolte in quest’edificio cessarono definitivamente nell’ultimo decennio dell’Ottocento, quando nel 1894 passò di proprietà ad un certo Generale Lamberti di Castelletto del Piemonte, il quale lo trasformò in abitazione privata. Per questo scopo  Lamberti provvide a lavori di ristrutturazione della facciata verso il lago, alla costruzione della torretta principale e a qualche aggiunta stile “liberty". In quel tempo non esisteva ancora la strada statale, che fu costruita qualche anno dopo, e quindi il giardino della villa confinava con il lago.

La villa Bianchi fu ristrutturata dal sig. Bianchi e, nell’anno 1925, fece anche completare la facciata a lago ed ai lati con significative decorazioni a “graffito” (particolare tecnica d’incisione eseguita con una punta su una superficie dura, mettendo allo scoperto un sottostante strato di colore diverso).

Intorno agli anni quaranta il palazzo fu ceduto ad una società immobiliare con a capo G. Battista Benoni, il quale fece eseguire numerosi lavori interni d’abbellimento. Fu verso la fine del 1940 che, per una disposizione governativa, conseguente alle necessità della guerra allora in corso, fu tolta l’artistica cancellata di ferro che cingeva il parco a lago lasciando solo l’attuale muretto. Nel 1942  Benoni chiamò il noto pittore salodiano Angelo Landi (1879-1944) a decorare con preziosi affreschi, tuttora esistenti, le pareti dello scalone che porta al primo piano nonché il soffitto della veranda, ora rovinato dalle infiltrazioni d’acqua, e di una saletta accanto. Gli affreschi dello scalone riproducono la “Leggenda di Engardina”, la mitica regina dei nani che, rapita dal dio delle acque, Nettuno, celato sotto le spoglie di un camoscio, con lui s’immerge nelle acque del Benaco donandovi il colore e lo splendore dei suoi lunghi capelli azzurri. Pochi mesi dopo che questi dipinti furono ultimati, e precisamente nell’ottobre 1943, quando Mussolini liberato dalla prigionia al Gran Sasso costituì la Repubblica Sociale Italiana, viene scelta la Riviera del Garda quale sede di questo nuovo governo ed a Maderno (anche se la Repubblica è ora comunemente chiamata di Salò) fissano la loro sede i principali uffici Ministeriali. Il Ministero dell’Interno, uno dei più importanti di ogni governo, s’installa nell’edificio scolastico mentre la Sede del Partito Fascista Repubblicano ed il Comando delle Brigate Nere è sistemata nella villa Benoni. La direzione di quest’importante ufficio politico è assunta da Alessandro Pavolini, ex Federale di Firenze, il quale fissa la sua abitazione presso la Villa Cavallero posta sul Lungolago di Maderno. Intorno a questo palazzo fu posto un servizio di sorveglianza continua composto da Agenti di Polizia alternati da gruppi di giovani fascisti chiamati “Bir el Gobi”, armati di mitra.

Verso la fine dell’aprile 1945, quando l’Italia settentrionale è raggiunta dalle forze alleate, gli uffici sono frettolosamente abbandonati ed inizia una fuga generale. Sul terrazzo superiore della villa Benoni i fascisti appiccarono fuoco a numerosi documenti. Pavolini fu poi catturato e ucciso dai partigiani a Dongo il 28 aprile e la sua salma, successivamente, fu esposta in Piazzale Loreto accanto a quella di Mussolini ed altri gerarchi.

Dopo alcuni anni dal termine della guerra  Benoni cedette il palazzo alla famiglia Piva, già proprietaria dell’Albergo Maderno, la quale, dopo opportune modifiche, lo trasformò in Albergo. In un primo tempo fu chiamato Albergo Palace, mentre dal 1965 prese definitivamente il nome di Albergo Golfo.


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IL SANTUARIO DI SUPINA

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Il santuario di Supina, dedicato alla Vergine Annunciata, è un esempio di architettura religiosa tardo quattrocentesca eretta sul terreno della contrada di Supina, località del comune di Toscolano Maderno, paese del bresciano affacciato sul lago di Garda.

Il nome dell'architettura deriva da quello del terreno su cui fu costruita ma l'interpretazione etimologica dello stesso è stata oggetto di recente dibattito. Infatti, supina deriva dal termine latino supina che significa "inclinata in dolce pendio" ma può anche richiamare alla mente il significato del termine supino dell'italiano moderno ovvero "sdraiato sulla schiena". La prima interpretazione risulta essere la più accreditata visto l’ubicazione della struttura e considerata la successiva conversione dell'edificio a luogo di devozione alla Vergine Annunciata rispetto alla data di costruzione; la seconda rispecchia l'esigenza di voler sottolineare l'importanza di un atteggiamento di penitenza che il voto alla Vergine richiede al fedele visitatore. Quest'ultima risulta tuttavia quella più ricordata dai fedeli che ancora vi si recano in pellegrinaggio.

La contrada di Supina, nel territorio del comune di Toscolano Maderno, è situata a circa 800 metri dal livello del lago esattamente dove si incontrano il monte Castello e la piana delle Brede. Così come all’epoca della costruzione del santuario, le frazioni più vicine con chiese attive al culto e alla celebrazione sono quelle di Cabiana, nell’area di Gaino e di Cecina. La conformazione montagnosa della zona e la dislocazione dei vari paesi che da sempre caratterizza questi luoghi, hanno reso e rendono tuttora la tale contrada un punto strategico di incontro per i residenti di Cabiana, Cecina, Cervano e Palada. Sembra infatti che sia stata proprio per questa ragione che il comune di Toscolano sulla fine del XIV secolo ordinò la costruzione della chiesa.

Non se ne conosce la data effettiva ma il nome della contrada compare per la prima volta in due trattati livellari risalenti al 1430. Si suppone quindi che in quell’anno il comune acquistò il terreno e successivamente fece costruire la chiesa, inizialmente quindi comunale e non di voto. Il cambiamento avvenne un secolo dopo, più precisamente intorno al 1567 o 1568 in attuazione di un voto emesso dal comune stesso durante un’epidemia di peste petecchiale che colpì la zona. A circa dieci anni più tardi risale la prima di una lunga serie di pellegrinaggi mensili che incominciarono a svolgersi da Toscolano a Supina ogni 25 del mese in memoria della festa dell’Annunciazione del 25 di marzo. Le processioni continuarono a questo ritmo fino alla fine del XVIII secolo, periodo nel quale da mensili diventarono annuali. Infatti la vita religiosa della chiesa fu alimentata a partire dal 1578 dal patrimonio della famiglia Sgrafignoli, ricchi commercianti della zona. Promotore di quest’iniziativa fu Battista Sgrafignoli fabbricante locale di carta che per devozione alla Vergine oltre a dar il via alla celebrazione quotidiana di una messa, dispose nel suo testamento che la cartiera di sua proprietà fosse venduta e che con parte del ricavato si incominciassero i lavori di ampliamento ed abbellimento della struttura. Con la restante parte si sarebbero dovute invece pagare le commissioni al sacerdote affinché le celebrazioni quotidiane continuassero. Il nipote Ippolito Sgrafignoli fu colui che nel 1583 diede effettivamente il via ai lavori che per i successivi due secoli forgiarono la struttura e l’aspetto della chiesa che si può tutt’oggi ammirare.

Tra il 1686 ed il 1889 la struttura accolse anche eremiti che si alternarono nella sua custodia. Due di essi, Giovanni Battista Archetti (in servizio in questo luogo dal 1711 al 1754) e Giovanni Battista Calcinardi (dal 1770 al 1789) furono sepolti nella chiesa, come risulta dai registri comunali dell’epoca la cui copia si trova tutt’oggi conservata nella cosiddetta "casa degli eremiti" sovrastante la cappella di destra, oggi saletta museale.

Molte iniziative si ebbero nel 1836 a proseguire, quando per esempio, nello stesso anno, si diffuse il colera e gli abitanti di Toscolano videro nella forma abbastanza lieve del morbo un segno di protezione della Vergine. Inoltre la loro devozione continuò a mostrarsi in periodi di siccità per invocare la pioggia o in concomitanza di calamità. L’apporto dato dal capitale della famiglia Sgrafignoli fu così fondamentale e vitale al mantenimento della chiesa e delle sue ricchezze artistiche che, quando l’ultimo erede della famiglia scomparve nel 1815, seguito poi dall’usufruttuario Giacomo Andreoli e dal suo erede, conte Giuseppe Bernini, iniziò per la chiesa un periodo di decadenza.

Le intemperie e l’elevato tasso di umidità della zona resero necessari diversi interventi di manutenzione e restauro, primi dei quali si effettuarono intorno al 1836 anno dell’epidemia di colera. I due interventi principali riguardarono il pavimento, lavoro che comportò la copertura o la distruzione delle tombe dei due eremiti, oggi non più localizzabili, ed il rimaneggiamento dell’arco trionfale secondo gusti dell’epoca che comportò la scomparsa della decorazione originale. Il secondo più significativo restauro incominciò invece nel 1997 e terminò nel 2005. Su iniziativa dell'Associazione Amici del Santuario di Supina (A.A.S.S.) in collaborazione con il comune di Toscolano, da sempre proprietario della chiesa, ci si occupò del restauro del tetto e dei dipinti su tela. L’opera fu finanziata anche dalla Regione Lombardia e dall'Unione europea. Grazie all’opera di un benefattore e sempre ai fondi raccolti dall’A.A.S.S. nel 2009 e nel 2010 furono eseguiti gli ultimi due interventi che chiusero definitivamente il ciclo di lavori di recupero e valorizzazione dell’antico aspetto dell'oratorio. In particolare l’attenzione fu rivolta alla cappella di sinistra rispetto all'abside dedicata a Santa Lucia. Il risultato sembra infatti aver reso all’edificio l’antico splendore originario che in parte il primo restauro aveva rovinato.

L’oratorio di Supina si presenta dalla strada costiera del lago come una costruzione di colore giallo grigio, quasi un’abitazione, che si staglia a circa metà altezza del versante ovest del monte Castello, circondata da boschi, ulivi e rocce. Il campanile, costruito nel 1664, fiancheggia la struttura sul lato sinistro in corrispondenza dell’antico abside, unica parte della chiesa che risulta completamente rivolta verso oriente, caratteristica che rispecchia il rispetto della tradizione cattolica di orientare gli edifici di culto nella direzione in cui si trova il luogo della nascita di Cristo.

La struttura centrale è a pianta rettangolare e risulta essere delimitata a nord, in corrispondenza del lato destro dell'abside, dalla sacrestia (oggi stanza con volta a botte adibita all'allestimento del presepio durante le festività natalizie), che fu fatta costruire in attuazione di un decreto di San Carlo Borromeo nel 1581, e dalla casa degli eremiti (1664), in parte innalzata a lato della chiesa ed in parte sopra la sacrestia. Attorno all'abside si notano due rigonfiamenti dovuti alla presenza delle due cappelle laterali inserite sulla fine del XVI secolo (1583 c.a.).

L'orientamento generale dell'intera struttura segue quello del campanile, anche se la direzione dell’abside risulta essere leggermente più a sud rispetto allo stesso. Probabilmente la pendenza del terreno rese difficile un orientamento più preciso. Allo stesso modo comportò l’inserimento di una scalinata in corrispondenza dell’entrata principale, posta sulla facciata ovest della chiesa durante i lavori di prolungamento della struttura. Difatti la pianta originaria dell’oratorio non prevedeva né la sacrestia, né le cappelle laterali, né la casa degli eremiti e né la parte iniziale dell’attuale navata centrale. La planimetria rettangolare risultava quindi assai più schiacciata di quella odierna. Il portale principale disposto sulla facciata ovest, semplice e lineare sulla quale si apre un oculo nella parte superiore dove si nota il profilo a capanna del tetto,fu costruito nel XVII secolo assieme al secondo portale disposto sul lato sud.

L'interno è costituito da un'unica navata suddivisa in tre campate da due grandi archi tardo romanici di leggere tendenza gotica che termina in un'abside sempre romanico poligonale, il cui soffitto è suddiviso a vele da una volta a crociera. Appena prima dell’abside si incontrano sui lati due cappelle tardo cinquecentesche: quella di destra rispetto all’abside fu dedicata in un secondo tempo a santa Lucia; mentre quella di sinistra un tempo fu custodia della raffigurazione dell’Assunzione in cielo e Incoronazione della Vergine. La pianta originale prevedeva solo una campata, che con gli ampliamenti disposti da Ippolito Sgrafignoli nel 1583 fu riprodotta altre due volte, rendendo la suddivisione che tutt’oggi si presenta. Questo, così come l’assenza di affreschi e ornamenti preziosi contemporanei alla costruzione della chiesa, dimostra l’originaria semplicità della struttura, luogo prima di tutto di culto e preghiera. L’unica ricchezza presente, e non successiva alla nascita della chiesa, è la statua della Madonna in trono ancora presente oggi databile infatti alla seconda metà del XV secolo. Il Bambino da lei sorretto fu invece aggiunto più tardi probabilmente in sostituzione di quello originale di cui non si hanno notizie. Alla base della balaustra di marmo (aggiunta nel XVIII secolo assieme alla cantoria, all’organo ed alla ancona dorata in cui ancor oggi si presenta la statua della Vergine) che separa l’ultima campata dall’abside sui due lati, si trova un’iscrizione fatta dipingere da Ippolito Sgrafignoli all’interno di cartigli affrescati che testimoniano la conclusione dei lavori il 3 luglio 1590 ad opera dello stesso. Le pareti laterali, sempre durante i primi lavori di abbellimento di fine XVI secolo, sono arricchite di decorazioni pittoriche realizzate secondo un progetto unitario che, procedendo da sinistra, una volta entrati dal portale principale, mostra una serie di episodi del ciclo di vita di Maria. Le rappresentazioni sono dipinte su tela eseguite con colori a tempera su fondo in calce che tende ad imitare gli affreschi parietali riproducenti arabeschi, finte architetture e le solenni figure statuarie dei telamoni-erme, rappresentanti, secondo le ultime interpretazioni, i dodici profeti minori. Non tutte le tele sono presenti oggi lungo le pareti, due tra quelle mancanti (raffiguranti la Crocifissione e la Pentecoste) vennero infatti rimosse nel XVIII per la collocazione della cantoria e dell’organo (la sua presenza è attestata solo fino al 1930), pezzi che furono introdotti per rendere più solenni le celebrazioni. Oggi, alla luce dell’ultimo intervento di restauro, si può notare la posizione in cui queste tele un tempo si mostravano in quanto si è deciso di richiamarne l’ubicazione riproducendo solo la continuità tonale con gli arabeschi di sfondo. Un altro dei dipinti mancanti fu sostituito perché troppo danneggiato tra il 1668 ed il 1756 dalla tela raffigurante Santa Lucia (nella cappella di destra) e rappresentava La Visitazione di Maria ad Elisabetta; un altro riproducente la Natività di Gesù era collocato accanto al portale laterale sulla parete sud, rimosso a causa della collocazione del pulpito, recentemente spostato.

Il soffitto originariamente era a capriate lignee con travatura in legno a vista e copertura con piastrelle di cotto mentre oggi si presenta la variante proposta durante i lavori disposti da Ippolito Sgrafignoli: l’intera superficie è ricoperta di 72 formelle di legno dipinte a tempera anch’esse come gli affreschi recentemente restaurate ed impermeabilizzate. Le infiltrazioni d’acqua sono infatti sempre state alcune della cause principali di danneggiamento dei colori e dei materiali nel corso dei secoli. Al centro di ogni formella è rappresentato il rosone classico di colore giallo scuro mentre attorno ad esso si sviluppano figure mitologiche alate e grottesche. Su entrambi i lati degli archi romanici divisori, in corrispondenza degli angoli sono rappresentate otto figure umane, quattro femminili e quattro maschili. Le prime si fronteggiano sui lati interni dei due archi e sono state interpretate come raffiguranti le sibille; ognuna regge un rotolo di pergamena su cui è riportata un’iscrizione purtroppo non leggibile, che non permette quindi di identificare le sibille con i propri nomi. Le seconde invece sono poste sui lati esterni e guardano quindi rispettivamente il portale principale e l’abside.

Un altro ciclo di affreschi particolarmente importante è quello dato dai cinque tondi presenti nelle vele sul soffitto dell’abside. In ciascun tondo sono rappresentati i profeti maggiori, rispettivamente nei due tondi di destra Ezechiele e Geremia, mentre in quelli di sinistra Isaia e Daniele. Il quinto tondo occupa una posizione centrale e rappresenta abbastanza stranamente il profeta minore Michea mentre sorregge una pergamena riportante la scritta latina “nella casa della polvere cospargetemi di polvere”. L’eccezione viene interpretata come la volontà di trasmettere al visitatore devoto entrando in chiesa un senso di penitenza immediato.

Il santuario può essere raggiunto in macchina, meglio se adatta a strade sterrate, seguendo le indicazioni che dalla Gardesana Occidentale, in prossimità del ponte Lefà, poco prima della frazione di Bogliaco, comune di Gargnano, salgono lungo la collina fino alla spiazo immerso nel verde che antecede la facciata principale. A piedi, può essere raggiunta seguendo l’antico percorso che in pellegrinaggio i primi devoti erano soliti seguire. Un bouquet di sentieri e segnalazioni si snodano da Cecina, Gaino e Fornico.

Dal parcheggio di Cecina si prende Via Cecina proseguendo per il centro storico. Dopo circa 150 mt prima del volto si sale a sinistra per delle scalette prima, e per un sentiero sterrato di scaglia rossa lombarda poi, fino in Via Caronte a Cussaga. Alla santella si gira a destra tra gli uliveti, percorrendo la stradina di Via Cussaga, e dopo circa 80 mt, si tiene la sinistra per la località Stignaga. Si prosegue diritti per la Bassa Via del Garda fino in località Scarpera, si prosegue  a sinistra salendo per Cervano. Superato il borgo di Cervano si prosegue fino alla santella dedicata alla Madonna degli Angeli, dopo 50 mt si sale a sinistra per la Chiesetta della Madonna di Supina. Si scende a destra e poi subito a sinistra fino alla Località Zenner, si prosegue sulla destra e si ritorna sempre tenendo la destra per Mornaga; l’itinerario prosegue per una stradina  sterrata con vista dall’alto del campo di Golf, si passa per la Cappella di Santo Nero dedicata a S. Agostino d’Ippona  fino al borgo di Cecina, attraversando tutto il caratteristico borgo fino al parcheggio.

La chiesa viene aperta solamente la prima domenica di ogni mese ad eccezione di novembre, in cui la celebrazione della messa avviene la seconda, o per rare occasioni di incontro tra esperti ed amanti di architettura religiosa.



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TOSCOLANO MADERNO

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Toscolano-Maderno è un comune italiano della provincia di Brescia, in Lombardia. Rispetto al capoluogo è in posizione nord-est a una distanza di circa 40 chilometri. È situato sulla sponda bresciana, quindi occidentale, del lago di Garda. Fa parte del parco regionale dell'Alto Garda Bresciano. In questo comune si trova il monte Pizzocolo.

Toscolano e Maderno sono due centri ben distinti, divisi dal torrente Toscolano, che furono comuni autonomi fino al 1928.

Toscolano, in particolare, vanta origini romane, testimoniate dai resti di una grande villa di cui, oggi, si possono vedere parti di pavimento decorato a mosaico e che sarebbe stata di proprietà del console bresciano Marco Nonio Macrino. La chiesa parrocchiale di Toscolano, fondata nel 1571 e dedicata ai santi Pietro e Paolo, fu per lungo tempo sede estiva della diocesi di Brescia. Essa contiene un importante ciclo pittorico dell'artista veneziano Andrea Celesti.

Nella parte finale della valle del fiume Toscolano, a partire dal 1300 si è sviluppata l'industria della carta, tra i primi e più importanti luoghi in Europa. Per questo tale tratto di valle è chiamato "valle delle Cartiere". Come testimonianza esiste un documento datato 17 ottobre 1381 che ha come oggetto la convenzione tra i comuni di Maderno e Toscolano (allora divisi) con la quale si fissano in nove punti le norme per la suddivisione e l'utilizzo delle acque del fiume.

Sul terreno denominato Supina sorge un santuario, appunto il Santuario di Supina eretto alla fine del Quattrocento.

Le coltivazioni storiche sono quella dell'ulivo, degli agrumi (limoni in particolare), della vite. Sono presenti sul territorio comunale alcuni frantoi per la produzione di olio di oliva.

Meno di una decina sono i pescatori rimasti in attività, essi usano le caratteristiche piccole (5 m) imbarcazioni munite di modesti motori fuoribordo. I pesci pescati nel lago sono l'agone, l'alborella, l'anguilla, la bottatrice, il barbo, la carpa, il carpione, il cavedano, il coregone lavarello, il luccio, il persico reale, il persico sole, la tinca, la trota, il vairone.

L'industria più importante, presente dal 1300 fino ad oggi, è quella della produzione della carta. Tutt'oggi è operante la Cartiera di Toscolano, del Gruppo Marchi (che nel 2006 ha assorbito il Gruppo Burgo), la quale occupa un'area di circa 100 ettari e circa 400 dipendenti.

Altra industria importante, storicamente presente a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, è quella del turismo. Attualmente sono circa una cinquantina le strutture ricettive suddivise tra alberghi, agriturismi, campeggi e bed&brekfast.

Il turismo, specialmente a Maderno, è frequente d'estate, grazie ai bellissimi paesaggi che offre il lungolago. Molti lo definiscono lo scorcio migliore del Garda per l'acqua che circonda entrambi i paesi.

Toscolano-Maderno è attraversato dalla Gardesana Occidentale che collega Brescia a Trento e che nel tratto fra Salò e Riva del Garda affianca la costa del lago di Garda.

È inoltre presente un servizio di traghetti ed aliscafi con servizio passeggeri per i vari porti del lago e che permette di traghettare auto e corriere da Maderno per Torri del Benaco sulla sponda veronese.

Il Polo Cartario di Maina Inferiore è un affascinante complesso produttivo trasformato in sede espositiva e museale. Al suo interno si ripercorrono le tappe della storia della produzione cartaria dalle origini al Novecento, attraverso un suggestivo percorso di visita che dal nucleo cinquecentesco della fabbrica, nel quale sono riprodotti macchinari e attrezzature caratteristici della produzione della carta dal XV al XVIII secolo, si snoda nelle ampie sale superiori, dedicate all’evoluzione della produzione nelle prime fasi della Rivoluzione Industriale.

In esposizione anche reperti provenienti dagli scavi archeologici condotti nella Valle delle Cartiere, alcune filigrane prodotte tra XVI e XVIII secolo e una collezione di libri stampati dai Paganini, illustri stampatori con bottega a Toscolano e Venezia nella prima metà del Cinquecento.

La Cartiera di Toscolano nacque per volere delle ditte Andrea Mafizzoli e la F.lli Mafizzoli che, già possessori di stabilimenti nella valle delle Cartiere, volevano costruire una nuova cartiera a lago per la fabbricazione della carta non più con gli stracci ma con la pasta di legno. I lavori iniziarono nel 1906 e la cartiera fu inaugurata nel 1910.

Durante la seconda Guerra Mondiale dall’ottobre 1943 all’aprile 1945, Toscolano Maderno fu sede delle principali istituzioni della Repubblica Sociale Italiana.

Hotel Golfo, ex Villa Bianchi: sede del Partito Fascista Repubblicano e del Comando delle Brigate Nere con Alessandro Pavolini.
Villa Caprera: sede della Guardia Nazionale Repubblicana e luogo di detenzione di numerosi antifascisti.
Ex Villa Cavallero, lungolago di Maderno: abitazione e ufficio personale di Pavolini.
Hotel Bristol, Lungolago Maderno. Questo imponente edificio sorse verso la fine dell’Ottocento, con il nome di Villa Margherita. Nel 1909 fu adibito ad albergo e fu chiamato Strand Hotel Bristol. Dal 1943 al 1945 fu requisito ed adibito ad alloggio per le numerose personalità al seguito del governo Mussolini.
Le scuole elementari erano la sede del Ministero dell’Interno. Qui, oltre agli uffici della Polizia, c’era l’ufficio di Herbert Kappler, Maggiore delle SS.
Villa Gemma: di proprietà della famiglia Triboldi di Brescia, sulla statale per Fasano, ospitò il Ministro dell’Interno Buffarini e il Ministro dell’Educazione Nazionale prof. Carlo Alberto Biggini.
Ex Villa Bassetti, ora condominio posto sul confine con Gardone Riviera: sede dell’ambasciata tedesca. Fu bombardata il 4 dicembre 1944 da aerei alleati.
Villa Mimosa, località Bornico: sede del Comando militare tedesco.
Villa Sirenella, via Aquilani, Maderno: abitazione del Console della Milizia G. Battista Riggio, che fu poi uno dei membri del Tribunale Speciale di Verona che condannò a morte Galeazzo Ciano e altri gerarchia
Casa Bonaspetti: sede del Reparto Autonomo di Polizia Repubblicana composto da agenti ausiliari locali.
Campeggio di Toscolano: contro il muro di cinta, dove ora vi sono i campi da tennis, fu sistemato l’autoreparto.
Terreno agricolo Andreoli: nei pressi del ponte di Toscolano fu accampata la Compagnia Autonoma “Bir el Gobi” comandata dal cap. Giuseppe Ciolfi.

Questo comune ospitò personaggi famosi.
Giuseppina Cobelli, famosa cantante lirica nata a Maderno nel 1898. Nel 1925 iniziò una brillante carriera artistica, che la vide protagonista nei più noti teatri internazionali. Morì prematuramente a causa di un male inguaribile nel 1948.

Di origini Madernesi era Osvaldo Cavandoli (1920-2007), famoso disegnatore. E’ lui l’autore dell’originale personaggio che nasce e vive in un unico tratto bianco che diventò il protagonista de “La Linea” e del famoso spot pubblicitario della Lagostina.

Giuseppe Zanardelli, madernese di adozione, morto nella sua villa a Maderno nel 1903, fu più volte ministro nel Governo De Pretis e Presidente della Camera dei Deputati e del Consiglio. Scrisse il codice penale abolendo la pena di morte.

Andrea Celesti famoso pittore di origine veneziana, si trasferì a Toscolano nel 1688 a causa di problemi con la Repubblica di Venezia. Proprio qui iniziò un’intensa attività artistica che lo portò alla realizzazione di grandi opere per le Chiese di Toscolano, Salò e dintorni. Celesti fu conteso dalla nobiltà bresciana per la sua ricerca sugli effetti luministici che otteneva adattando ambientazioni buie squarciate da luci isolate.

Paganino-Paganini, originario di un piccolo borgo bresciano, si trasferì a Toscolano nel 1519 dopo aver avviato un’attività tipografica editoriale a Venezia. Il figlio Alessandro diventa un rinomato tipografo per le sue qualità di incisore. La sua impresa più bizzarra fu la stampa del Corano in arabo che segnò anche la fine della sua carriera.

Don Giuseppe Avanzini, sacerdote, matematico illustre e specialista nella scienza idraulica nato a Gaino nel 1753, morto a Padova nel 1827. Una lapide lo ricorda all’interno della chiesa parrocchiale di Toscolano.

Già nel 1490 Isabella d’Este, moglie di Francesco Gonzaga di Mantova, soggiornava a Toscolano. Il duca di Mantova, Vincenzo I Gonzaga nel 1606 decise di costruire a Maderno un palazzo per la villeggiatura (Palazzo Gonzaga). Nel 1659 uno degli ultimi successori acquistò all’asta il Serraglio, una vasta area verde con l’annessa palazzina che fu collegata a palazzo Gonzaga da una galleria sotterranea che permetteva ai duchi e ai loro ospiti di raggiungere il Serraglio e di tenere lì le loro feste private.

Bartolomeo Bortolazzi nato a Toscolano il 3 marzo del 1772, dimostrò fin da giovanetto una forte passione per la musica tanto da diventare in brevissimo tempo un ottimo suonatore di mandolino, stimato e ammirato. Le sue composizioni testimoniano uno stile elegante e scorrevole, in cui è posta in risalto la melodia, mentre l’armonia è semplice e scolastica. Le sue composizioni hanno però un grande significato storico, perché ci informano sul modo di suonare il mandolino nei primi anni del XIX secolo.

Uno splendido lungolago, che circonda tutto il promontorio di Toscolano Maderno, permette una rilassante passeggiata a lago camminando, pattinando o andando in bicicletta. Numerose sono le spiagge: due sono completamente attrezzate, le altre sono libere.
Molteplici sono le escursioni a piedi e in mountain bike che offre il territorio intorno. Piacevoli camminate in mezzo ad olivi centenari, godendo del paesaggio mozzafiato che il lago ogni giorno regala o escursioni più impegnative fino alla cima del Pizzocolo da dove si gode di una vista a 360 gradi o all’interno del Parco dell’Alto Garda Bresciano nella valle delle Camerate per arrivare fino a Campei di Cima.

A Toscolano Maderno montagna e lago formano un tutt’uno e per ogni mese dell’anno, a seconda della stagione, è possibile praticare innumerevoli attività sportive immersi nei variegati colori che la natura crea.
Si può scegliere tra vela, canoa, surf, nuoto, immersioni subacquee, escursioni a piedi e a cavallo, arrampicate su roccia, golf, trekking, mountain bike, tiro con l’arco e molto altro ancora.
Numerose sono le associazioni sportive o gli operatori locali disponibili per corsi e lezioni con possibilità di escursioni guidate e noleggio attrezzature.
Varie le manifestazioni sportive, talvolta anche a carattere internazionale, tra cui: la Gardalonga (maratona remiera), tornei di calcio, bocce, gare di bicicletta, duathlon e per il 2014 la prima edizione di XGardaman, triathlon con la mountainbike, unico in Italia e uno dei pochi al mondo.


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