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mercoledì 20 maggio 2015

IL SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE DEI MIRACOLI A SARONNO

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Il santuario della Beata Vergine dei Miracoli, venne eretto nel 1498 dal popolo di Saronno per dare degna ospitalità al simulacro della Madonna del miracolo (una statua della seconda metà del XIV secolo, posta allora in una cappella sulla strada Varesina) ritenuta dispensatrice di miracolose guarigioni. Il territorio lombardo si arricchiva così di un nuovo santuario mariano che divenne presto meta importante di devozione e che si arricchì con il tempo di formidabili tesori d'arte.

Nel gennaio 1923 papa Pio XI elevò il santuario al rango di basilica minore.

L'8 maggio 1498, per iniziativa della comunità saronnese, fu avviata la edificazione del Santuario nel sito in cui già sorgeva una cappella (detta "del miracolo") che era divenuta oggetto di speciale devozione in virtù della fede popolare nella "portentosa guarigione" avvenuta nel 1447 ed in altre che la seguirono.

Il Santuario di Saronno sorge a seguito della guarigione miracolosa di un giovane del borgo di nome Pietro Morandi detto "Pedretto", che soffriva da parecchi anni di una grave forma di sciatica che lo immobilizzava sul suo pagliericcio non consentendogli di camminare. Siamo negli anni attorno al 1460 e non oltre il 1462. All'incrocio tra la strada Varesina, chiamata, allora, strada di Lugano perché quivi giungeva la strada che da Monza, attraversando Saronno, portava e porta verso il Ticino per raggiungere il Piemonte, vi era una piccola cappella, una piccola edicola, con una statua della Madonna con in braccio il Bambino Gesù; una statua di terracotta datata nella seconda metà del trecento. Davanti a questa capelletta, in una fredda notte d'inverno, "in una invernata", così sta scritto, avvenne il miracolo. Il povero Pedretto era costretto a letto da circa sei anni quando una notte, mentre si tormenta dal dolore spasimando, la sua cameretta si illumina di un improvviso fulgore, dentro il quale appare una bellissima Donna che per tre volte gli dice:

"Pietro, se brami guarire, va' alla cappella di strada Varesina, edifica un tempio là dove sorge il simulacro della Madonna, i mezzi non mancheranno giammai..."
Chiamati i suoi, manifestò loro il proposito di recarsi alla cappella, mentre un vigore improvviso gli si diffuse per tutta la persona. Giunto sul luogo indicatogli dalla Signora il Pedretto cominciò a pregare e poi, sopraffatto dalla stanchezza, si addormentò. Quando si svegliò era ormai l'alba e si si trovò completamente guarito. Riconoscente alla Madonna, si dette da fare per esaudire il desiderio di Maria: la costruzione del Santuario fu terminata nel 1511. I documenti dell'archivio storico ci dicono che molte altre guarigioni seguirono alla prima.

I saronnesi vollero rendere grazie alla Madonna e, dopo la costruzione di alcune chiesette, andate presto in rovina, soprattutto perché l'afflusso dei devoti di Saronno e dei pellegrini, che giungeva da tutto il contado, era in continuo crescendo, l'8 maggio 1498 iniziarono i lavori di costruzione della prima parte dell'attuale basilica, quella orientale. Il Campanile del Santuario di Saronno è risultato uno dei più belli e più antichi della Lombardia.

L'afflusso dei fedeli e dei pellegrini era ormai così alto da non consentire a tutti di entrare in chiesa durante le funzioni religiose. Ciò è documentato dalle numerose richieste di autorizzazione a celebrare all'aperto inoltrate alla Curia arcivescovile di Milano. Sappiamo che il Concilio di Trento aveva proibito la celebrazione della Messa al di fuori della chiesa, per celebrare all'aperto occorreva la dispensa. Così gli amministratori del Santuario (sei deputati, eletti dalla popolazione saronnese) decisero di ampliare la chiesa, allungandola. Tra il 1560 e il 1578, in due periodi successivi, la chiesa venne allungata con cinque campate su tre navate. Dopo 168 anni dalla fondazione la costruzione, l'abbellimento e la decorazione del Santuario erano finalmente terminati. I saronnesi avevano fatto costruire una chiesa che destava l'ammirazione di tutti.

Il Santuario di Saronno alla fine del 1600 possedeva terreni per 3.000 pertiche milanesi e 14 case. E tutto questo sino all'arrivo in Italia di Napoleone e la costituzione della Repubblica Cisalpina, quando vennero incamerati i beni degli enti ecclesiastici, e tra questi anche quelli del Santuario. A questa rapina, si aggiunga, nel 1817, l'abolizione dei deputati da parte del governo austriaco del Lombardo Veneto; la lenta ripresa si ebbe solo agli inizi del XX° secolo.

Anzitutto è bene sottolineare che la guarigione del giovane Pedretto non è frutto di una invenzione o di una leggenda, è provato da un documento ufficiale della Chiesa: il "Processo informativo canonico sull'origine del Santuario di S.Maria de Miracoli di Saronno". Processo voluto da S.Carlo Borromeo, allora arcivescovo di Milano che, in ottemperanza alle disposizioni del Concilio di Trento, volle testimonianze e verifiche che dimostrassero, senza alcun dubbio, l'origine miracolosa dell'evento straordinario da cui ebbe origine il Santuario. In quel secolo era forte l'irrisione degli eretici per ogni evento soprannaturale attribuito alla Madonna e ai santi.
Il processo canonico si tenne a Saronno il 6 aprile 1578 e vennero raccolte le deposizioni giurate dei testimoni, come si legge nel documento redatto al termine del processo. Il processo venne istruito perché i primi documenti sull'origine del Santuario erano andato perduti. A Saronno dal 23 agosto 1576 al 23 marzo 1577 infierì la peste, che causò tanti morti tra i cittadini. Durante questa infausta evenienza, i monatti, entrati in casa Visconti, dove vi era un appestato, bruciarono suppellettili e incartamenti. Tra questi anche la raccolta fatta da Gio Batta Visconti comprendente molti documenti riguardanti i primi anni di vita del Santuario. Per fortuna non tutto andò perduto, perché gran parte delle carte si trovavano presso la sala del capitolo dei deputati.

Da alcuni passi delle deposizioni dei testimoni possiamo leggere:

"Et così essendo divulgato questo miracolo d'intorno i popoli cominciorno a concorrere alla divozione".

Sono i primi pellegrini che, nella seconda metà del 1400, venivano a venerare la Beata Vergine e a chiederle le grazie e a vedere il miracolato.

Si legge ancora:
"Questa benedetta Madonna ha fatto et continua a fare delli miracoli, et ci sono stati portati di gran voti, come tavolette, scanse et simili, per gratie che là ha fatto".

A dimostrare la continuità dei Miracoli il primo storico del santuario, Luigi Sampietro, accenna alle tavole e ai voti antichi di grande valore che ornavano di gloria l'altare di Nostra Signora, senza indicare il tempo e le persone che ottennero le grazie.

Ecco alcuni miracoli avvenuti lungo i secoli.

Cristoforo Brasca, colpito da tempo da paralisi nelle gambe, invano ricorse ai mezzi suggeriti dalla scienza. Ma, con fervida fede invocata la grazia dalla Madonna di strada Varesina, il 12 marzo 1533 guari per miracolo.
In S.Maria al Pasquirolo di Rho, nel convento degli Agostiniani, frate Daniele da Nudoli, infetto alla gola, restò impossibilitato di proferire parola e di prendere cibo. Dichiarato inguaribile dai medici, implorò la Vergine dei Miracoli di Saronno, ed in tre giorni rimase completamente risanato. Il 27 marzo 1536 scioglieva il suo voto.
Nei vigneti dei conti Pirro e Vitaliano Visconti Borromeo di Lainate, i bruchi infestavano le viti e ne consumavano perfino i tralci: a scampare al flagello, i Visconti Borromeo ricorsero alla Nostra Signora facendo voto di offrire ogni anno due brente di vino bianco. Fatto il voto, i bruchi scomparvero il 17 giugno 1575. Ma l'erede Fabio dimenticò l'esecuzione del voto ed il vigneto venne di nuovo infestato dai bruchi. Allora anch'egli rinnovò il voto, e cessò l'infestazione. Grato alla Vergine, si recò in Santuario con l'offerta, seguendo la processione ed assistendo alla S.Messa di ringraziamento celebrata solennemente dal curato di Lainate. Nel 1610 Giambattista Visconti, notaio di Saronno, delirava per la febbre acutissima. I medici disperavano della sua guarigione. Ma il Visconti si rivolse a Maria con grande fede, e d'improvviso guari e Le offerse un bel voto. Nel 1630, Giampietro Terruzzi, corriere del re cattolico per lo Stato di Milano, dimorando a Madrid per affari, si ammalò con pericolo di morte. Invocando l'aiuto della Madonna di Saronno, guarì perfettamente. Nell'anno seguente, Michelangelo Prevosti, doratore della navata maggiore del Santuario, con altri artisti eseguiva i lavori sull'impalcatura. Quando scoppia un temporale e la folgore gli guizza dinanzi strappandogli di mano gli arnesi. Fu un momento di terrore per lui e per gli altri; ma la Vergine invocata li lasciò tutti incolumi. G.Battista Maestri di Saronno, anno 1633, si infermò a morte per un'ulcera maligna. Nella festa dell'Assunta il Maestri si raccolse in profonda preghiera e nello stesso giorno il tumore scomparve. Fabrizio Pallavicini della Valtellina, diretto a Milano, giunto a Saronno (anno 1634) si ammalò gravemente. Fece ricorso alla Madonna, e guarì miracolosamente. In segno di riconoscenza Le offri un voto e si accostò ai Sacramenti all'altare della Vergine. In una notte del 1635, G.Battista Terragni da Mariano, prestinaio in Saronno, d'improvviso venne assalito da un sicario, che gli scaricò sul petto tre colpi d'archibugiata. Alla scarica fatale il Terragni implorò il patrocinio della Madonna, verso la quale nutriva una grande devozione. Le palle gli forarono la giubba e la camicia senza punto ferirlo. Sull'alba del mattino si prostrò riconoscente all'altare della Vergine e Le offri una tavoletta d'argento. Angelo Chiodi, da molti anni era infestato dagli spiriti maligni. Nel 1644 si fece esorcizzare da un religioso dell'Ordine di S.Agostino. Il Padre agostiniano comandò al demonio in virtù della Madonna dei Miracoli di Saronno di uscire dall'ossesso e lo spirito maligno lo lasciò libero. Nel 1650 Bernardo Soldani, prevosto di Gerenzano, colpito da febbre maligna e spedito dai medici, si preparava alla morte. Un cappellano del Santuario lo consiglia di ricorrere con fiducia alla Beata Vergine. Il Soldani accetta il consiglio con grande fede, e la febbre scompare.

Nicolò Pessina, napoletano, soldato in Como, nel 1656 per la febbre ossea gli si rattrappirono la gambe tanto da non poter più camminare. Una notte, tormentato da atroci dolori, fu ricreato dalla Vergine apparsagli che gli disse: "Se vuoi guarire ricorri con fiducia alla Madonna di Saronno".

Il Pessina con fervida fede a Lei si rivolge e ottiene la guarigione. A ricordo del miracolo portò le sue grucce all'altare della Madonna e fece giurata deposizione dinanzi ai testimoni. Erasmo Caimi, Prevosto di S.Maria della Scala di Milano, il 22 febbraio 1662, da Milano passava per Saronno in pariglia diretto a Turate, quando i destrieri s'impennarono e, liberi dalle briglie, si danno a precipitoso cammino. Il Caimi nell'imminente pericolo di essere travolto dalla vettura, si raccomanda l'anima a Dio e con fervida supplica invoca la Madonna di Saronno, il cui tempio scorgeva da lontano. D'un tratto i cavalli si arrestarono ed Erasmo si porta al tempio per far celebrare la Messa solenne di ringraziamento.

Una tavoletta rievocava, un tempo, il ricordo del fulmine scoppiato il 29 luglio 1715, che, percorrendo la tribuna e l'atrio dell'altare maggiore, strisciò intorno ai fedeli genuflessi, mandando scintille di fuoco. In tanto spavento i devoti invocarono la Madonna e il fulmine scomparve senza lesione di alcuno. Frate Francesco Cavagna, dei Conventuali, residente in S.Francesco di Saronno, sale sul campanile l'8 settembre del 1723. Raggiunto il primo piano, si sfasciano le tavole e precipita a capofitto. Più morto che vivo viene trasportato al Convento. Si dispera di salvarlo; ma frate Francesco si raccomanda alla Beata Vergine e in breve ricupera perfetto vigore.
Un Sacerdote venne colpito da morbo fatale che lo minacciava della vita. Fiducioso implorò la guarigione e la Madonna lo esaudì. La tavoletta della grazia ricevuta segnava il 10 ottobre 1741. Nel 1748 un saronnese venne travolto dalle acque del torrente Lura con pericolo di annegarsi. Invocata la Vergine, restò incolume.

E non si finirebbe più, se si volesse anche solo accennare alle grazie ed ai prodigi che la Madonna dei Miracoli ha operato. Quello che s'è scritto è solo qualche fiore del vastissimo giardino.

Non va passato però sotto silenzio il fatto seguente che è degno di essere tramandato alla grata memoria dei posteri. La cronaca dell'epoca, con la penna di D.Edoardo Benetti, lo narrò cosi:

"Correvano le ardenti giornate della Liberazione in quell'aprile 1945... D'un tratto la nostra Cittadina fu scossa da una sparatoria improvvisa e uomini d'arme passavano per le vie invitando i cittadini a ritirarsi nelle case. "I tedeschi!" si gridava, "I tedeschi! Una colonna vagante sta per entrare in città!".
Il Prevosto Mons.Antonio Benetti era già accorso là donde provenivano gli spari: dal settore del Santuario. Aveva con sé l'Olio Santo... Non si sa mai! Giunse cosi al posto di blocco tenuto dai "rossi" (e proprio da un Comandante Rossi) a cinquanta metri dal Santuario, all'imbocco della strada per Uboldo. Che cos'era accaduto? Qualche cosa di strano certamente, spiegava il Comandante, ancora tutto emozionato... Avvistata una Colonna motorizzata che avanzava sparando a tutto spiano, il Comandante - come era suo dovere - aveva ordinato il fuoco dalle due mitragliatrici di lato... Ma queste - provate egregiamente cinque minuti prima - si rifiutavano di sparare, inceppandosi a un tempo ambedue, come inchiodate da una forza arcana... La temuta e creduta colonna nemica altro non era che una Colonna di "azzurri" di Legnano, venuta in visita amichevole, e che sparava a salve in segno di giubilo, come aveva precedentemente mandato ad avvertire da una staffetta. Ma la staffetta aveva perso la strada!... Tutti vi riconobbero un tratto di particolare assistenza della cara Madonna, che a pochi metri di distanza dal suo bel Santuario, aveva voluto evitare un terribile fatto di sangue.


Nella storia del Santuario vi sono state parecchie occasioni che hanno richiamato grandi folle di pellegrini.

La prima si ebbe come conseguenza della peste che infierì tra il 1576 e il 1577, detta anche peste di S.Carlo. Il morbo era giunto a Saronno da Milano e colpì pesantemente tutta la zona. Del borgo morirono 307 persone, un numero molto elevato corrispondente a un sesto della popolazione. I saronnesi si rivolsero alla loro Madonna, perché facesse cessare il flagello e il 23 marzo 1577 si riunirono i capi famiglia nella chiesa parrocchiale e fecero voto solenne e perpetuo di digiunare la vigilia della festa dell'Annunciazione (25 marzo) e, il giorno della festa, di recarsi processionalmente al Santuario "con le pute vergini et ogni una con una candela in mano come al suo comodo et offrirgli alla Madonna de miracoli et il curato habbi a raccompagnare detta processione et dire la S. Messa". Così si legge nella cronaca dell'epoca: "E perché il voto fosse perpetuo fu rogato un istrumento notarile da notaio Batta Pusterla di Tradate". Da quel giorno la peste cessò. Nei paesi vicini si sparse la notizia del voto e la cessazione del morbo. Corsero allora a frotte gli abitanti dei centri abitati vicini e anche abbastanza lontani con processioni penitenziali per implorare la grazia anche per i loro paesi e ad offrire la cera. Il voto fatto fu sempre rispettato dai saronnesi nei secoli, e ancora oggi viene celebrata la Festa del Voto, non più con la solenne processione e a partire dagli anni cinquanta, con una Messa solenne concelebrata dal prevosto e dai parroci della città. Il concorso di fedeli è sempre molto elevato, che non offrono più la cera, un tempo bene prezioso, ma fanno offerte tante e generose.

Un'altra grande manifestazione religiosa, che interessò l'intera diocesi ambrosiana, fu quella della traslazione del simulacro della Vergine dalla cappella del primo miracolo all'interno del Santuario, il 10 settembre 1581. Traslazione voluta e officiata da S.Carlo Borromeo. La cappelletta era stata abbellita con un piccolo altare e contornata da un portico. San Carlo volle che la statua miracolosa troneggiasse sull'altare maggiore del Santuario. Per l'occasione il santo arcivescovo chiese ed ottenne dal papa Gregorio XIII l'indulgenza plenaria per tutti i fedeli che avessero pregato, in quel giorno, in Santuario. Il 6 settembre indirizzò a tutta la diocesi una lettera pastorale precisando i motivi dell'evento straordinario: spingere ad una maggior devozione mariana, lucrare la indulgenza plenaria, rendere l'onore dovuto alle immagini sacre, in particolare a quella della Madonna di Saronno. Fece affiggere un manifesto in tutta la diocesi. Invitò tutta diocesi a partecipare alla solenne cerimonia. ecco un brano, molto significativo della lettera pastorale: "Et acciochè questa solenne translatione riesca con maggior divotione, ricordiamo che i popoli venghino processionalmente, et che ciascuno Vicario Foraneo, et Curati procurino che dette processioni si faccino da popoli secondo i nostri ricordi, cioè con ogni studio di divotione et pietà, con modestia christiana, con prece, et orationi sante, et con distintione degli uomini, et donne". L'afflusso dei pellegrini e dei devoti fu enorme. Leggiamo nella cronaca della giornata:"... la dominica con numero infinito di tutte le parti et stato non solo (il ducato di Milano) ma di quello di fori dello stato ancora, che in questo borgo non vi era luogo per alloggiarli come ancho di capirli, nonostando le provvisione incredibile di cibarie fate, oltra l'infinità di maleficiati (ammalati) che vi concorsero per l'intercessione della Beata Vergine Maria et presentia del Santo furono liberati".
La processione fu oltremodo solenne e attraversò le vie del borgo e S.Carlo "seguitando sempre esso Santo detta processione pontificalmente vestito con una mano sulla bara" (il carro a quattro ruote su cui troneggiava la statua della Beata Vergine), carro tirato da sei cavalli bianchi. Scrivono ancora i cronisti che il santo arcivescovo era "circondato et quasi assediato d'immemorabile popolo che non si poteva la processione continuare." Fu evento memorabile nella storia del Santuario. La spinta di riforma dei costumi venuta a seguito del Concilio di Trento e, per nostra diocesi, dall'opera di S. Carlo Borromeo prima e del card. Federico Borromeo poi, ha portato anche al Santuario di Saronno un fervore spirituale di grande importanza, che ha segnato profondamente la sua vita anche nei secoli futuri.

Nel 1652, Luigi Sanpietro, che per trent'anni fu prefetto del Santuario, ci ha lasciato scritto che i saronnesi si recavano al Santuario per ben quindici volte in processione. Queste iniziavano il 25 marzo per la festa del voto, si susseguivano sino all'8 di settembre, festa della Natività di Maria SS. Le processioni solenni venivano fatte nelle festività della Madonna, mentre le altre processioni o erano organizzate dalle varie confraternite o in anniversari particolari, come ad esempio il giorno di S.Vittore con la processione nella campagne che si concludeva al Santuario. Tra queste la più suggestiva era certo quella che si svolgeva la notte del Giovedì Santo.

In verità non si è ancora ritrovato il documento che rechi il nome dell'architetto che concepì il progetto iniziale del santuario con una pianta a croce latina, formata dai locali dell'abside, del presbiterio, dell'antipresbiterio, dell'aula sormontata dal tiburio e dalla cupola e dalle due cappelle laterali. La fruizione dell'edificio era tuttavia pensata in senso inverso rispetto alle tradizionali chiese medievali a croce latina, in modo da sottolineare la centralità della volta come struttura circolare sotto la quale si raccoglieva idealmente la comunità ecclesiale.

La planimetria ed i suoi rapporti proporzionali attentamente studiati (con riferimenti espliciti alla sezione aurea) mostra, per il progetto, la paternità di un architetto di profonda cultura umanistica e stilisticamente legato a modelli già diffusi in Lombardia: si è formulata l'ipotesi che possa trattarsi di Giovanni Antonio Amadeo (impegnato in quegli anni nella fabbrica del Duomo di Milano).

Accanto al santuario fu costruita (entro il 1507) la casa dei "deputati" (che componevano un organismo elettivo incaricato di sovrintendere all'amministrazione dei beni ed alla "fabbrica" dell'edificio sacro); pochi anni dopo (1511-16) venne innalzato il campanile, alto 47 metri, progettato dall’architetto Paolo della Porta, ritenuto tra i più belli della Lombardia e preso a modello per numerosi altre chiese.

L'ipotesi è avvalorata dal fatto che dalla documentazione superstite si apprende con certezza che Amadeo fu il progettista dell'elegante tiburio (ultimato nel 1508) che conferisce all'intero edificio l'impronta inconfondibile del rinascimento lombardo. Il tiburio presenta esteriormente 24 eleganti finestre, determinate da 12 bifore corrispondenti al tamburo dodecagonale che copre una cupola di 8 lati generati dall'inserimento di quattro spicchi angolari su un alzato fondato su 4 piloni d'angolo, secondo il tradizionale schema costruttivo ad quadratum, secondo una semplice progressione aritmetica (4+8+12 = 24) che si sviluppo dal basso verso l'alto, dal quadrato dell'aula al cerchio della cupola, dalla Terra al Cielo.

Il crescente afflusso dei fedeli, dopo alcuni anni, portò i deputati del Santuario ad intraprendere un progetto di ampliamento con la costruzione di un edificio a tre navate che si sviluppano su cinque campate. I nuovi lavori iniziarono nel 1556, ma proseguirono con relativa lentezza, visto che nel 1566 erano costruite solo tre delle cinque campate previste e che la facciata aveva una sistemazione del tutto provvisoria.

Fu san Carlo Borromeo – di cui va ricordato l'attaccamento al santuario della Beata Vergine dei Miracoli – a dare impulso alla ripresa dei lavori. Per completare i lavori si doveva, tra l'altro, demolire la superstite "cappelletta del Miracolo", persistente ai primi lavori del 1498. San Carlo officiò personalmente il rito solenne – avvenuto il 19 settembre 1581 – della traslazione all’interno del santuario dell'antica statua trecentesca della Madonna.

Alla progettazione della facciata fu chiamato l'architetto Pellegrino Tibaldi, più noto come il Pellegrini. La costruzione iniziò nel 1596 e durò sino al 1613. Lo stile adottato dal Pellegrini si ispira a canoni classici, tardo rinascimentali, ed è fortemente teso a sottolineare la maestosità dell'edificio sacro. La ricchezza dei motivi ornamentali (con colonne, lesene, due grandi cariatidi che affiancano il portale di ingresso, fregi, balaustre, le statue nelle alte nicchie laterali, ecc.) produce un complesso architettonico di grande solennità.

Furono avanzati, subito dopo il completamento della facciata, rilievi critici da parte di quei deputati che la giudicavano "alquanto tozza", in contrasto con l'armoniosa eleganza del tiburio. Nel 1630, per ovviare alla supposta pesantezza della facciata, Carlo Buzzi progettò il rialzo della balaustra mistilinea che regge la statua dell'Assunta e quelle di due coppie di angeli che suonano la tromba. Il progetto rimase a lungo sulla carta e fu realizzato solo nel 1666.

Completate le eleganti architetture rinascimentali del primo santuario, si iniziò quasi subito a convocare una serie di artisti, tra i migliori attivi in quel tempo nel ducato lombardo, per i lavori di decorazione interna.

Si alternarono o si trovarono a collaborare tra loro pittori quali Bernardino Luini (1525 – 1532), Cesare Magni (1533), Gaudenzio Ferrari (1535 – 1545), Bernardino Lanino (1547); scultori del legno quali Andrea da Milano -detto anche Andrea da Saronno (1527 – 1536)-, Giulio Oggioni (1539); ma anche valenti plasticatori, battitori del ferro ed altro ancora.

Il primo grande artefice che legò il proprio nome al santuario di Saronno fu Bernardino Luini: a lui si deve il complesso degli affreschi che ornano le pareti dell'abside, del presbiterio, dell'antipresbiterio e di quelle sottostanti la cupola; sue sono anche le figure sulla volta della cappella del Cenacolo, ed un Natività posta nel chiostro.

Le principali opere eseguite per il santuario mariano riguardano doverosamente la vita della Madonna. Nell'antipresbiterio sono poste le scene dello Sposalizio della Vergine e di Gesù tra i Dottori; mentre nel presbiterio (o Cappella Maggiore) troviamo le scene dell'Adorazione dei Magi e della Presentazione di Gesù al Tempio: esse costituiscono uno dei punti più alto raggiunti da Luini come autore di opere a fresco.

Riconosciamo, nell'impaginazione di queste scene, la grande vena narrativa di Bernardino, con una moltitudine di personaggi, disposti su piani diversi, che si mostrano nei loro coloratissimi abbigliamenti; hanno volti di vivace espressività e paiono muoversi in un'atmosfera calma e suadente. Se, ad esempio, si osserva lo Sposalizio della Vergine, si rimane colpiti dall'epressione dei pretendenti delusi: non c'è in essi nessun segno di rancore, anzi si palesa un accenno di sorriso ottenuto utilizzando ad affresco la tecnica dello "sfumato" ideata da Leonardo. Il pittore milanese dimostra qui quello stile delicatissimo, vago ed onesto nelle figure sue che il Vasari gli riconosce proprio in relazione agli affreschi di Saronno.
È stata sottolineata la grande padronanza delle tecniche prospettiche che il Luini dimostra di saper applicare nelle scene citate. In particolare, un sapiente uso dell'illusionismo prospettico fa sì che lo spettatore, percorrendo in un senso e nell'altro i due ambienti, abbia l'impressione che le figure dipinte sulle scene gli vengano incontro.

La Cappella Maggiore risponde ad un progetto iconografico ed artistico unitario che non conosce cedimenti e che lega strettamente tra loro soluzioni pittoriche ed architettoniche. I due grandi dipinti dell’Adorazione dei Magi e della Presentazione di Gesù al Tempio sono delimitati da paraste aggettanti, con capitelli in pietra grigio-azzurra, che reggono archi in cotto: adagiate su tali archi, Bernardino ha dipinto le quattro figure aeree delle Sibille (considerate profetesse dell’annuncio evangelico) con i loro cartigli.

Tra le finestre, nelle lunette della volta a botte sono collocati in coppie — secondo una iconografia molto diffusa — i Quattro evangelisti ed i Quattro Dottori della Chiesa. Completano il complesso programma decorativo otto figure monocrome (o "seppie") poste sulle lesene della cappella: sono le rappresentazioni allegoriche Virtù teologali e cardinali alle quali si aggiunge l'allegoria della Pace.

Scomparso Bernardino Luini (1532), a continuare la sua opera negli impegnativi affreschi della cupola, fu chiamato Gaudenzio Ferrari (1534), che stava allora ultimando gli affreschi in San Cristoforo a Vercelli.

Il 28 settembre 1534 Gaudenzio Ferrari firma il contratto per i lavori nella cupola di Santa Maria dei Miracoli di Saronno. Inizia gli affreschi nel 1535 e li termina nel luglio dell'anno dopo, ma continuerà ad operare anche negli anni successivi, per le sculture lignee di Dio Padre, della Vergine Assunta, dei Profeti e delle Sibille, ed infine per i tondi sotto la cupola che potè solo cominciare; li finì il suo allievo Bernardino Lanino. Come nel Sacro Monte di Varallo, Gaudenzio opera sia come pittore che come scultore; al Sacro Monte prevale la scultura, qui la pittura. Il numero delle "giornate" necessarie a realizzare l'affresco erano state contate durante un restauro di diversi anni fa: settantanove; ma durante un restauro più recente ne sono state contate cento. Poche comunque, a dimostrazione sia della attenta preparazione iniziale, sia della velocità di esecuzione: la tecnica dell'affresco gli era assolutamente congeniale, e nel restauro più recente sono state scoperte nei panni degli angeli delle finiture in stucco rivestite di oro zecchino.
Nell'interno della cupola c'è un grande coro angelico disposto su quattro cerchi concentrici. E' il concerto di angeli più affollato che si conosca; gli strumenti musicali presenti sono oltre cinquanta, e ci sono persino degli strumenti musicali provenienti dal Nuovo Mondo, ed altri di pura invenzione, che, a detta di qualche esperto musicale potrebbero anche suonare, e non c'è da stupirsi: la cultura musicale era in quell'epoca assai diffusa fra gli artisti: Leonardo venne a Milano anche perché era famoso per la maestria nel suonare il liuto.
In Gaudenzio c'è, come sempre, grande chiarezza narrativa, perché si era abituato al Sacro Monte di Varallo ad organizzare scene in pittura e scultura comprensibili ai pellegrini. "Meglio dei corpi ritraeva gli animi", disse bene di lui il Lanzi, anche se forse voleva essere una critica. Al suo modo di dipingere ma soprattutto di raccontare è sensibile Lorenzo Lotto, nei suoi anni lombardi, i più felici della sua vita. Gaudenzio opera quasi sempre in provincia, fra il Piemonte e la Lombardia, continuando ad essere attento alle novità di Leonardo, Raffaello e Durer, ma senza mettere in crisi la sua vera natura.
Il nome più appropriato per la rappresentazione nella cupola di Saronno sarebbe "L'Assunzione della Vergine", ma è in fondo giusto che sia nota come "Concerto d'Angeli", anche per motivi legati all'utilizzo della chiesa, che all'origine era a pianta centrale. I fedeli si radunavano quasi tutti sotto la cupola, ed erano molto frequenti le messe cantate, in cui il canto terrestre dei fedeli era in sintonia con l'orchestra angelica della cupola. Inoltre, era un Santuario "dei Miracoli", quindi la liturgia seguiva l'entusiasmo e le aspettative dei fedeli, che erano spesso pellegrini che venivano da lontano, fiduciosi in un miracolo, proprio come al Sacro Monte.
Circa dieci anni prima il Correggio aveva affrescato la cupola del Duomo di Parma con lo stesso tema, "L'Assunzione della Vergine". Il raffronto è interessante, specie dopo che le due cupole sono state entrambe restaurate; nel Correggio prevale il movimento turbinoso, danzante, degli angeli, ed i cerchi divengono delle spirali ascendenti verso lo spazio infinito; in Gaudenzio l'attenzione è sempre rivolta al popolo sottostante: prevale la sodezza terrestre, anche l'arguzia narrativa, la curiosità nella rappresentazione.




Il principale intagliatore che lavorò al Santuario fu Andrea da Milano (che, proprio in virtù dell’ampia attività qui svolta, è anche detto "Andrea da Saronno"); a lui si devono innanzi tutto i due gruppi scultorei — pesantemente ridipinti — che occupano le cappelle laterali, a fianco dell'aula della cupola.

In accordo con la spiritualità francescana che condizionò vivamente i lavori al santuario (si tenga presente che i deputati avevano affidato ai frati minori la celebrazione delle funzioni religiose) le statue dovevano favorire la immedesimazione dei fedeli con la vita di Cristo.

Nella cappella sinistra — sulla cui volta il Luini aveva dipinto figure di Angeli con i simboli della Passione — è raffigurato, con potente teatralità, il Cenacolo (1531). L'ambientazione della scena è fortemente suggestiva, con gli apostoli – colti, secondo il modello di Leonardo, nel preciso momento in cui Gesù annuncia che sarà tradito – intenti a discutere tra loro od a guardare increduli il Maestro. Risulta evidente, dalla postura delle figure scolpite, dalla scelta dei colori e dai panneggi delle vesti, come Andrea si collochi nella vasta schiera degli emuli del Cenacolo vinciano cercando, per quanto gli è possibile, di catturare la vibrante drammaticità presente del dipinto.

Alle spalle del gruppo, lungo i tre lati della cappella, si trovano grandi tele di Camillo Procaccini (1598): quelle laterali raffigurano gli episodi dell'Orazione nell'orto e del Bacio di Giuda, quella di fondo presenta una suntuosa scena di Servitori e vasellame che contrasta in modo disturbante con la semplicità della mensa del Cenacolo.

Il gruppo del Compianto sul Cristo morto (o della Deposizione dalla Croce) occupa la cappella destra. Andrea da Milano riprende un tema a quei tempi assai diffuso nei gruppi scultorei ispirandosi verosimilmente al modello di Agostino de Fondulis nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro a Milano. Il gruppo appare oggi, in alcune sue parti, poco coerente (ad esempio nelle figure, più piccole, degli angeli che portano i simboli della Passione). Esso ha subito infatti varie risistemazioni; inizialmente comprendeva un numero molto più ampio di statue che componevano scene diverse della Passione: oltre al Compianto, la scena del Calvario (con i ladroni sulla Croce) e quella della Discesa al Limbo.Nel "Museo del Santuario" si possono ammirare le statue superstiti di una Figura maschile dolente e della Gitana.

Dopo il suo arrivo al santuario (1535), è Gaudenzio Ferrari a guidare il lavoro degli intagliatori nella decorazione della cupola. Andrea da Milano realizza la figura del Padre Eterno al centro della cupola, ed inizia ad intagliare quella della Madonna Assunta, posta all'altezza del tamburo (essa è poi completata da Battista da Milano, 1537).

La realizzazione (1539) delle 22 statue di Profeti e Sibille poste nelle nicchie del tamburo della cupola viene invece affidata ad un altro abile intagliatore, Guido Oggioni, allievo di Andrea.

Per completare il resoconto delle opere che Andrea da Milano ha realizzato per il santuario, si devono citare anche le statue delle Sante Lucia, Agata, Maria Maddalena, Liberata, Marta e quella di San Giovanni poste nell'abside con i busti di Re Davide, Salomone, Abacuc e Isaia.

Il campanile fu concluso nel 1516 e venne dotato di due campane. Agli inizi del 1555 la primitiva campana maggiore si ruppe e venne rifusa nello stesso anno. Nel 1567 risultano esserci sul campanile ben tre campane, la mezzana delle quali si ruppe alla fine dello stesso anno. Questa venne rifusa il 28 febbraio 1568. Le tre campane vennero rifuse per farne due più grosse, fusione che avvenne il 13 gennaio 1585. Non è noto il nome del fonditore, ma è lo stesso che fuse nel 1582 la campana posta nella torre dei monaci della basilica di Sant'Ambrogio a Milano. Nel 1617, per dar maggior decoro e per differenziare maggiormente le suonate, si decise per la fusione di una nuova campana, più grande delle due esistenti. La fusione avvenne in loco dal fonditore Nicola Bonavilla. Contemporaneamente venne fusa una campanella, da usare come richiamo. Queste due vennero posizionate nella lanterna, una sopra l’altra. Ma la campana maggiore già nel 1619 si crepò, e venne rifusa, questa volta a Milano, sempre da Nicola Bonavilla. Questa campana durò poco, infatti nel 1639 risultava stonata a causa di una crepa e vennero interpellati diversi fonditori, tra cui ancora Nicola Bonavilla, che venne subito scartato. Vennero scelti invece i fonditori milanesi Lorenzo e Pietro Paolo Mirri, che rifusero la campana a Milano nel 1640.

Nel 1903 vennero sostituiti i ceppi lignei con ceppi in ghisa e nel 1922, nel corso del restauro della torre, venne rifatto il castello, portando la campana maggiore dalla lanterna alla cella inferiore con le altre due. La campana usata come richiamo rimase nella lanterna fino all’ottobre 2010, quando, essendo in disuso, venne calata dal campanile e posta nel chiostro del santuario. L’intonazione del concerto risulta similare a Mib3 Maggiore anche se vi sono delle evidenti discrepanze tonali tra le tre campane, dovute al fatto che il concetto di “concerto” secondo una scala musicale in Italia nasce circa un secolo dopo la fusione di queste campane.

Il concerto è montato a sistema ambrosiano ed è composto di tre campane in Mib3 Maggiore:

la campana minore (nota Sol3), è stata fusa in loco nel 1585 dai maestri locali e suona per difendere il popolo dai mali (diametro 987 mm)
la campana mezzana (nota Fa3), è stata fusa in loco nel 1585 dai maestri locali e suona per render lode alla Madonna dei Miracoli, patrona (diametro 1097 mm)
la campana maggiore (nota Mi♭3), è stata rifusa più volte a seguito di crepe e porta come data 1640, e suona a lode di Cristo Risorto (diametro 1257 mm)
Nel chiostro vi è una campana montata a mezzo ambrosiano, fusa insieme al vecchio campanone Bonavilla nel 1617, suonante un Fa♯4 (diametro 513 mm)

Nel 1594 si decise di dotare il Santuario di una piccola torretta per ospitare l’orologio. Questa era dotata di una campanella per il battito delle ore, anch’essa fusa nel 1594. Nel 1650, in seguito ad un sopralzo del portico, per ragioni di estetica si decise di ampliare la torre dell’orologio, con le stesse fattezze della prima, lo stesso orologio e la stessa campana. Nel 1668, nel corso di una riparazione dell’orologio, venne rifatta la cella campanaria.

Nel 1757, siccome l’orologio continuava ad essere irregolare e la sua riparazione era costosa e non poteva essere garantita, si decise di costruire un nuovo orologio, da posizionare però sul campanile del santuario, quindi la torre dell’orologio venne abbattuta e della campana non si hanno più notizie. Ma nel 1769, allo scadere del contratto di manutenzione del nuovo orologio, si decise per la ricostruzione di una nuova torre apposita e il trasferimento dell’orologio su questa. La nuova torre venne costruita dov’era la precedente. Nell’agosto 1769 venne comprata una campana, che però venne subito consegnata ai fratelli Francesco ed Innocenzo Bonavilla di Milano, che la rifusero con l’aggiunta di altro bronzo per ottenere le due nuove campane per le ore:
Campana delle mezzore, suonante un Mi♭4 crescente, fusa dai fratelli Bonavilla di Milano nel 1769 (diametro 551,5 mm)
Campana delle ore, suonante un Re♭4, fusa dai fratelli Bonavilla di Milano nel 1769 (diametro 639 mm).




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mercoledì 1 aprile 2015

IL SANTUARIO DI SUPINA

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Il santuario di Supina, dedicato alla Vergine Annunciata, è un esempio di architettura religiosa tardo quattrocentesca eretta sul terreno della contrada di Supina, località del comune di Toscolano Maderno, paese del bresciano affacciato sul lago di Garda.

Il nome dell'architettura deriva da quello del terreno su cui fu costruita ma l'interpretazione etimologica dello stesso è stata oggetto di recente dibattito. Infatti, supina deriva dal termine latino supina che significa "inclinata in dolce pendio" ma può anche richiamare alla mente il significato del termine supino dell'italiano moderno ovvero "sdraiato sulla schiena". La prima interpretazione risulta essere la più accreditata visto l’ubicazione della struttura e considerata la successiva conversione dell'edificio a luogo di devozione alla Vergine Annunciata rispetto alla data di costruzione; la seconda rispecchia l'esigenza di voler sottolineare l'importanza di un atteggiamento di penitenza che il voto alla Vergine richiede al fedele visitatore. Quest'ultima risulta tuttavia quella più ricordata dai fedeli che ancora vi si recano in pellegrinaggio.

La contrada di Supina, nel territorio del comune di Toscolano Maderno, è situata a circa 800 metri dal livello del lago esattamente dove si incontrano il monte Castello e la piana delle Brede. Così come all’epoca della costruzione del santuario, le frazioni più vicine con chiese attive al culto e alla celebrazione sono quelle di Cabiana, nell’area di Gaino e di Cecina. La conformazione montagnosa della zona e la dislocazione dei vari paesi che da sempre caratterizza questi luoghi, hanno reso e rendono tuttora la tale contrada un punto strategico di incontro per i residenti di Cabiana, Cecina, Cervano e Palada. Sembra infatti che sia stata proprio per questa ragione che il comune di Toscolano sulla fine del XIV secolo ordinò la costruzione della chiesa.

Non se ne conosce la data effettiva ma il nome della contrada compare per la prima volta in due trattati livellari risalenti al 1430. Si suppone quindi che in quell’anno il comune acquistò il terreno e successivamente fece costruire la chiesa, inizialmente quindi comunale e non di voto. Il cambiamento avvenne un secolo dopo, più precisamente intorno al 1567 o 1568 in attuazione di un voto emesso dal comune stesso durante un’epidemia di peste petecchiale che colpì la zona. A circa dieci anni più tardi risale la prima di una lunga serie di pellegrinaggi mensili che incominciarono a svolgersi da Toscolano a Supina ogni 25 del mese in memoria della festa dell’Annunciazione del 25 di marzo. Le processioni continuarono a questo ritmo fino alla fine del XVIII secolo, periodo nel quale da mensili diventarono annuali. Infatti la vita religiosa della chiesa fu alimentata a partire dal 1578 dal patrimonio della famiglia Sgrafignoli, ricchi commercianti della zona. Promotore di quest’iniziativa fu Battista Sgrafignoli fabbricante locale di carta che per devozione alla Vergine oltre a dar il via alla celebrazione quotidiana di una messa, dispose nel suo testamento che la cartiera di sua proprietà fosse venduta e che con parte del ricavato si incominciassero i lavori di ampliamento ed abbellimento della struttura. Con la restante parte si sarebbero dovute invece pagare le commissioni al sacerdote affinché le celebrazioni quotidiane continuassero. Il nipote Ippolito Sgrafignoli fu colui che nel 1583 diede effettivamente il via ai lavori che per i successivi due secoli forgiarono la struttura e l’aspetto della chiesa che si può tutt’oggi ammirare.

Tra il 1686 ed il 1889 la struttura accolse anche eremiti che si alternarono nella sua custodia. Due di essi, Giovanni Battista Archetti (in servizio in questo luogo dal 1711 al 1754) e Giovanni Battista Calcinardi (dal 1770 al 1789) furono sepolti nella chiesa, come risulta dai registri comunali dell’epoca la cui copia si trova tutt’oggi conservata nella cosiddetta "casa degli eremiti" sovrastante la cappella di destra, oggi saletta museale.

Molte iniziative si ebbero nel 1836 a proseguire, quando per esempio, nello stesso anno, si diffuse il colera e gli abitanti di Toscolano videro nella forma abbastanza lieve del morbo un segno di protezione della Vergine. Inoltre la loro devozione continuò a mostrarsi in periodi di siccità per invocare la pioggia o in concomitanza di calamità. L’apporto dato dal capitale della famiglia Sgrafignoli fu così fondamentale e vitale al mantenimento della chiesa e delle sue ricchezze artistiche che, quando l’ultimo erede della famiglia scomparve nel 1815, seguito poi dall’usufruttuario Giacomo Andreoli e dal suo erede, conte Giuseppe Bernini, iniziò per la chiesa un periodo di decadenza.

Le intemperie e l’elevato tasso di umidità della zona resero necessari diversi interventi di manutenzione e restauro, primi dei quali si effettuarono intorno al 1836 anno dell’epidemia di colera. I due interventi principali riguardarono il pavimento, lavoro che comportò la copertura o la distruzione delle tombe dei due eremiti, oggi non più localizzabili, ed il rimaneggiamento dell’arco trionfale secondo gusti dell’epoca che comportò la scomparsa della decorazione originale. Il secondo più significativo restauro incominciò invece nel 1997 e terminò nel 2005. Su iniziativa dell'Associazione Amici del Santuario di Supina (A.A.S.S.) in collaborazione con il comune di Toscolano, da sempre proprietario della chiesa, ci si occupò del restauro del tetto e dei dipinti su tela. L’opera fu finanziata anche dalla Regione Lombardia e dall'Unione europea. Grazie all’opera di un benefattore e sempre ai fondi raccolti dall’A.A.S.S. nel 2009 e nel 2010 furono eseguiti gli ultimi due interventi che chiusero definitivamente il ciclo di lavori di recupero e valorizzazione dell’antico aspetto dell'oratorio. In particolare l’attenzione fu rivolta alla cappella di sinistra rispetto all'abside dedicata a Santa Lucia. Il risultato sembra infatti aver reso all’edificio l’antico splendore originario che in parte il primo restauro aveva rovinato.

L’oratorio di Supina si presenta dalla strada costiera del lago come una costruzione di colore giallo grigio, quasi un’abitazione, che si staglia a circa metà altezza del versante ovest del monte Castello, circondata da boschi, ulivi e rocce. Il campanile, costruito nel 1664, fiancheggia la struttura sul lato sinistro in corrispondenza dell’antico abside, unica parte della chiesa che risulta completamente rivolta verso oriente, caratteristica che rispecchia il rispetto della tradizione cattolica di orientare gli edifici di culto nella direzione in cui si trova il luogo della nascita di Cristo.

La struttura centrale è a pianta rettangolare e risulta essere delimitata a nord, in corrispondenza del lato destro dell'abside, dalla sacrestia (oggi stanza con volta a botte adibita all'allestimento del presepio durante le festività natalizie), che fu fatta costruire in attuazione di un decreto di San Carlo Borromeo nel 1581, e dalla casa degli eremiti (1664), in parte innalzata a lato della chiesa ed in parte sopra la sacrestia. Attorno all'abside si notano due rigonfiamenti dovuti alla presenza delle due cappelle laterali inserite sulla fine del XVI secolo (1583 c.a.).

L'orientamento generale dell'intera struttura segue quello del campanile, anche se la direzione dell’abside risulta essere leggermente più a sud rispetto allo stesso. Probabilmente la pendenza del terreno rese difficile un orientamento più preciso. Allo stesso modo comportò l’inserimento di una scalinata in corrispondenza dell’entrata principale, posta sulla facciata ovest della chiesa durante i lavori di prolungamento della struttura. Difatti la pianta originaria dell’oratorio non prevedeva né la sacrestia, né le cappelle laterali, né la casa degli eremiti e né la parte iniziale dell’attuale navata centrale. La planimetria rettangolare risultava quindi assai più schiacciata di quella odierna. Il portale principale disposto sulla facciata ovest, semplice e lineare sulla quale si apre un oculo nella parte superiore dove si nota il profilo a capanna del tetto,fu costruito nel XVII secolo assieme al secondo portale disposto sul lato sud.

L'interno è costituito da un'unica navata suddivisa in tre campate da due grandi archi tardo romanici di leggere tendenza gotica che termina in un'abside sempre romanico poligonale, il cui soffitto è suddiviso a vele da una volta a crociera. Appena prima dell’abside si incontrano sui lati due cappelle tardo cinquecentesche: quella di destra rispetto all’abside fu dedicata in un secondo tempo a santa Lucia; mentre quella di sinistra un tempo fu custodia della raffigurazione dell’Assunzione in cielo e Incoronazione della Vergine. La pianta originale prevedeva solo una campata, che con gli ampliamenti disposti da Ippolito Sgrafignoli nel 1583 fu riprodotta altre due volte, rendendo la suddivisione che tutt’oggi si presenta. Questo, così come l’assenza di affreschi e ornamenti preziosi contemporanei alla costruzione della chiesa, dimostra l’originaria semplicità della struttura, luogo prima di tutto di culto e preghiera. L’unica ricchezza presente, e non successiva alla nascita della chiesa, è la statua della Madonna in trono ancora presente oggi databile infatti alla seconda metà del XV secolo. Il Bambino da lei sorretto fu invece aggiunto più tardi probabilmente in sostituzione di quello originale di cui non si hanno notizie. Alla base della balaustra di marmo (aggiunta nel XVIII secolo assieme alla cantoria, all’organo ed alla ancona dorata in cui ancor oggi si presenta la statua della Vergine) che separa l’ultima campata dall’abside sui due lati, si trova un’iscrizione fatta dipingere da Ippolito Sgrafignoli all’interno di cartigli affrescati che testimoniano la conclusione dei lavori il 3 luglio 1590 ad opera dello stesso. Le pareti laterali, sempre durante i primi lavori di abbellimento di fine XVI secolo, sono arricchite di decorazioni pittoriche realizzate secondo un progetto unitario che, procedendo da sinistra, una volta entrati dal portale principale, mostra una serie di episodi del ciclo di vita di Maria. Le rappresentazioni sono dipinte su tela eseguite con colori a tempera su fondo in calce che tende ad imitare gli affreschi parietali riproducenti arabeschi, finte architetture e le solenni figure statuarie dei telamoni-erme, rappresentanti, secondo le ultime interpretazioni, i dodici profeti minori. Non tutte le tele sono presenti oggi lungo le pareti, due tra quelle mancanti (raffiguranti la Crocifissione e la Pentecoste) vennero infatti rimosse nel XVIII per la collocazione della cantoria e dell’organo (la sua presenza è attestata solo fino al 1930), pezzi che furono introdotti per rendere più solenni le celebrazioni. Oggi, alla luce dell’ultimo intervento di restauro, si può notare la posizione in cui queste tele un tempo si mostravano in quanto si è deciso di richiamarne l’ubicazione riproducendo solo la continuità tonale con gli arabeschi di sfondo. Un altro dei dipinti mancanti fu sostituito perché troppo danneggiato tra il 1668 ed il 1756 dalla tela raffigurante Santa Lucia (nella cappella di destra) e rappresentava La Visitazione di Maria ad Elisabetta; un altro riproducente la Natività di Gesù era collocato accanto al portale laterale sulla parete sud, rimosso a causa della collocazione del pulpito, recentemente spostato.

Il soffitto originariamente era a capriate lignee con travatura in legno a vista e copertura con piastrelle di cotto mentre oggi si presenta la variante proposta durante i lavori disposti da Ippolito Sgrafignoli: l’intera superficie è ricoperta di 72 formelle di legno dipinte a tempera anch’esse come gli affreschi recentemente restaurate ed impermeabilizzate. Le infiltrazioni d’acqua sono infatti sempre state alcune della cause principali di danneggiamento dei colori e dei materiali nel corso dei secoli. Al centro di ogni formella è rappresentato il rosone classico di colore giallo scuro mentre attorno ad esso si sviluppano figure mitologiche alate e grottesche. Su entrambi i lati degli archi romanici divisori, in corrispondenza degli angoli sono rappresentate otto figure umane, quattro femminili e quattro maschili. Le prime si fronteggiano sui lati interni dei due archi e sono state interpretate come raffiguranti le sibille; ognuna regge un rotolo di pergamena su cui è riportata un’iscrizione purtroppo non leggibile, che non permette quindi di identificare le sibille con i propri nomi. Le seconde invece sono poste sui lati esterni e guardano quindi rispettivamente il portale principale e l’abside.

Un altro ciclo di affreschi particolarmente importante è quello dato dai cinque tondi presenti nelle vele sul soffitto dell’abside. In ciascun tondo sono rappresentati i profeti maggiori, rispettivamente nei due tondi di destra Ezechiele e Geremia, mentre in quelli di sinistra Isaia e Daniele. Il quinto tondo occupa una posizione centrale e rappresenta abbastanza stranamente il profeta minore Michea mentre sorregge una pergamena riportante la scritta latina “nella casa della polvere cospargetemi di polvere”. L’eccezione viene interpretata come la volontà di trasmettere al visitatore devoto entrando in chiesa un senso di penitenza immediato.

Il santuario può essere raggiunto in macchina, meglio se adatta a strade sterrate, seguendo le indicazioni che dalla Gardesana Occidentale, in prossimità del ponte Lefà, poco prima della frazione di Bogliaco, comune di Gargnano, salgono lungo la collina fino alla spiazo immerso nel verde che antecede la facciata principale. A piedi, può essere raggiunta seguendo l’antico percorso che in pellegrinaggio i primi devoti erano soliti seguire. Un bouquet di sentieri e segnalazioni si snodano da Cecina, Gaino e Fornico.

Dal parcheggio di Cecina si prende Via Cecina proseguendo per il centro storico. Dopo circa 150 mt prima del volto si sale a sinistra per delle scalette prima, e per un sentiero sterrato di scaglia rossa lombarda poi, fino in Via Caronte a Cussaga. Alla santella si gira a destra tra gli uliveti, percorrendo la stradina di Via Cussaga, e dopo circa 80 mt, si tiene la sinistra per la località Stignaga. Si prosegue diritti per la Bassa Via del Garda fino in località Scarpera, si prosegue  a sinistra salendo per Cervano. Superato il borgo di Cervano si prosegue fino alla santella dedicata alla Madonna degli Angeli, dopo 50 mt si sale a sinistra per la Chiesetta della Madonna di Supina. Si scende a destra e poi subito a sinistra fino alla Località Zenner, si prosegue sulla destra e si ritorna sempre tenendo la destra per Mornaga; l’itinerario prosegue per una stradina  sterrata con vista dall’alto del campo di Golf, si passa per la Cappella di Santo Nero dedicata a S. Agostino d’Ippona  fino al borgo di Cecina, attraversando tutto il caratteristico borgo fino al parcheggio.

La chiesa viene aperta solamente la prima domenica di ogni mese ad eccezione di novembre, in cui la celebrazione della messa avviene la seconda, o per rare occasioni di incontro tra esperti ed amanti di architettura religiosa.



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