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venerdì 22 maggio 2015

SANTA RITA

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Rita da Cascia, (Margherita Lotti Roccaporena, 1381 – Cascia, 22 maggio 1457), monaca agostiniana a Cascia (PG), fu proclamata santa da papa Leone XIII nel 1900.

Molta parte della vita di Rita risulta oscura dal punto di vista della documentazione storica. Tra le pochissime fonti più o meno coeve, si annoverano l'iscrizione e le immagini dipinte sulla "cassa solenne" (datata 1457), il Codex miraculorum (elenco di miracoli registrato dai notai su richiesta del comune di Cascia, preceduto da una breve biografia scritta dal notaio Domenico Angeli, anch'essa del 1457), e una tela a sei scomparti con episodi della vita (1480 circa). La prima ricostruzione agiografica completa a noi giunta risale soltanto al 1610, ad opera di padre Agostino Cavallucci, agostiniano. Su tale testo si modelleranno tutte le successive biografie della santa. Cavallucci si basò sulla tradizione orale (in particolare quella interna al monastero di Cascia e quella degli abitanti di Roccaporena), e sulle poche fonti iconografiche precedenti, probabilmente servendosi, per il resto, di topoi agiografici consolidati.

Il luogo di nascita è concorde per Roccaporena, una frazione montagnosa a circa cinque chilometri da Cascia (provincia di Perugia), all'epoca uno dei castelli ghibellini facenti parte del contado del comune di Cascia. Le date di nascita e morte sono incerte. Esse dipendono dall'altezza cui si pone la data di morte, ovvero il 1447 per alcuni, o il 1457 per altri, dopo quarant'anni di vita monacale. Da qui si risale, per la nascita, al 1371, o al 1381.
Secondo le biografie tradizionali, Rita nacque da Antonio Lotti e Amata Ferri, genitori già anziani, molto religiosi, nominati dal Comune come "pacieri di Cristo" nelle lotte politiche e familiari tra guelfi e ghibellini, e in discrete condizioni economiche, come proprietari di terreni agricoli

Un giorno i genitori di Rita si erano recati al lavoro dei campi, portando con se la bambina, e l'avevano adagiata all'ombra di un albero.

Era delizioso il mirare la piccola Rita dentro un cestino di vimini; ora dormiva ed ora apriva gli occhietti ed agitava le manine.

Non era sola; l'Angioletto la custodiva. Ecco apparire un folto sciame di api e circondarla; parecchie di esse le entrarono nella boccuccia e vi deposero il miele, però senza pungerla.

Nel frattempo un mietitore, che lavorava in quei pressi, con la falce si era fatto un taglio alla mano.

Lasciò il lavoro e corse verso Cascia per la medicazione. Passando vicino alla bambina e vedendo quello sciame di api, si fermò un istante ed agitando le mani tentò di liberarla da quell'assalto pericoloso.

Improvvisamente la mano cessò di sanguinare e la ferita si chiuse. Il miracolato mandò grida di gioia e di stupore, tanto che accorsero i genitori di Rita. Le api allora si sbandarono.

Verificato il prodigio della mano e quello delle api, che non avevano punto la bocca della piccina, padre e madre di Rita s'inginocchiarono presso il cesto di vimini e ringraziarono Dio.

Rita avrebbe desiderato farsi monaca tuttavia ancor giovanetta (circa a 13 anni) i genitori, oramai anziani, la promisero in sposa a Paolo Ferdinando Mancini, un uomo conosciuto per il suo carattere rissoso e brutale. S. Rita, abituata al dovere non oppose resistenza e andò in sposa al giovane ufficiale presumibilmente verso i 17-18 anni.

Dal matrimonio fra Rita e Paolo nacquero due figli gemelli maschi; Giangiacomo Antonio e Paolo Maria che ebbero tutto l'amore, la tenerezza e le cure dalla mamma. Rita riuscì con il suo tenero amore e tanta pazienza a trasformare il carattere del marito e a renderlo più docile.

La vita coniugale di S. Rita, dopo 18 anni, fu tragicamente spezzata con l'assassinio del marito, avvenuto in piena notte, presso la Torre di Collegiacone  mentre tornava a Cascia.

Rita fu molto afflitta per l'atrocità dell'avvenimento, cercò dunque rifugio e conforto nell'orazione con assidue e infuocate preghiere nel chiedere a Dio il perdono degli assassini di suo marito.
Contemporaneamente S. Rita intraprese un'azione per giungere alla pacificazione, a partire dai suoi figlioli, che sentivano come un dovere la vendetta per la morte del padre.
Rita si rese conto che le volontà dei figli non si piegavano al perdono, allora la Santa prego il Signore offrendo la vita dei suoi figli, pur di non vederli macchiati di sangue. "Essi moriranno a meno di un anno dalla morte del padre".

I due figli, da lì a breve, morirono di malattia, quasi contemporaneamente. Tale sventura avvenne forse in un periodo compreso tra il 1401 e il 1403.

Abbandonata anche dai parenti del marito, Rita decise di prendere i voti ed entrare nel monastero agostiniano di Santa Maria Maddalena, a Cascia. Chiese per tre volte inutilmente il noviziato, che le venne rifiutato per ragioni non chiare; alcuni biografi pensano che rapprensentasse un ostacolo la presenza di una parente del marito mai vendicato tra le monache. Tuttavia, con tenacia, fede e preghiera, Rita convinse la famiglia Mancini ad abbandonare ogni proposito di vendetta. Dopo aver riconciliato i Mancini con le fazioni degli assassini, Rita riuscì ad entrare in monastero intorno al 1407. Secondo la tradizione agiografica che si rifà alla biografia di Cavallucci, Rita, in piena notte, venne portata in volo dal cosiddetto "scoglio" di Roccaporena (altura dove andava spesso a pregare) fino dentro le mura del monastero di Cascia dai suoi tre santi protettori (Agostino, Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, quest'ultimo canonizzato soltanto nel 1446).

Le monache convinte dal prodigio e dal suo sorriso, la accolsero fra di loro e qui Rita vi rimase per 40 anni immersa nella preghiera.

Sempre secondo Cavallucci, la badessa del monastero mise a dura prova la vocazione e l'obbedienza di Rita, facendole annaffiare un arbusto di vite secco, presente nel chiostro del monastero. Il legno, dopo un po' di tempo, riprese vita e dette frutto. Nello stesso chiostro, oggi, è presente una vite risalente al XIX secolo.
Durante i quarant'anni di vita monacale, Rita non solo si dedicò alla preghiera, a penitenze e a digiuni nel monastero, ma uscì spesso per andare in servizio a poveri e ammalati di Cascia.

Era il Venerdì Santo del 1432, S. Rita tornò in Convento profondamente turbata, dopo aver sentito un predicatore rievocare con ardore le sofferenze della morte di Gesù e rimase a pregare davanti al crocefisso in contemplazione. In uno slancio di amore S. Rita chiese a Gesù di condividere almeno in parte la Sue sofferenze. Avvenne allora il prodigio: S. Rita fu trafitta da una delle spine della corona di Gesù, che la colpi alla fronte. Fu uno spasimo senza fine. S. Rita portò in fronte la piaga per 15 anni come sigillo di amore.

Per Rita gli ultimi 15 anni furono di sofferenza senza tregua, la sua perseveranza nella preghiera la portava a trascorrere anche 15 giorni di seguito nella sua cella "senza parlare con nessuno se non con Dio", inoltre portava anche il cilicio che le procurava sofferenza, per di più sottoponeva il suo corpo a molte mortificazioni: dormiva per terra fino alla fine quando si ammalo e rimase inferma negli ultimi anni della sua vita.

A circa 5 mesi dal trapasso di Rita, un giorno di inverno con la temperatura rigida e un manto nevoso copriva ogni cosa, una parente le fece visita e nel congedarsi chiese alla Santa se desiderava qualche cosa, Rita rispose che avrebbe desiderato una rosa dal suo orto. Tornata a Roccaporena la parente si reco nell'orticello e grande fu la meraviglia quando vide una bellissima rosa sbocciata, la colse e la portò a Rita.

Cosi S. Rita divenne la Santa della "Spina" e la Santa della "Rosa".

S. Rita prima di chiudere gli occhi per sempre, ebbe la visione di Gesù e della Vergine Maria che la invitavano in Paradiso. Una sua consorella vide la sua anima salire al cielo accompagnata dagli Angeli e contemporaneamente le campane della chiesa si misero a suonare da sole, mentre un profumo soavissimo si spanse per tutto il Monastero e dalla sua camera si vide risplendere una luce luminosa come se vi fosse entrato il Sole. Era il 22 Maggio del 1447.

S. Rita da Cascia è stata beatificata ben 180 anni dopo il suo decesso e proclamata Santa a 453 anni dalla sua morte.

In seguito a numerosi episodi “impossibili” quali guarigioni o apparizioni di api , fiori e frutti nei luoghi frequentati da Rita durante l’arco della sua vita, i suoi devoti la definiscono la santa delle “cose impossibili” e a lei si rivolgono per ottenere grazie che ritengono difficili da realizzare.Per rinnovare la forza di questo messaggio di pace e fratellanza, Cascia ogni anno si illumina di decine di migliaia di fiaccole il 21 maggio notte, per rievocare il momento del trapasso di Rita avvenuto nel 1457.

Nella storia dei Santi non è nuovo il fenomeno delle api. Anche attorno alla culla di Sant'Ambrogio e di San Giovanni Crisostomo, detto « Bocca d'oro », volitarono sciami di api, simboleggiando, secondo l'interpretazione degli storici, il dolce miele dell'eloquenza, che sarebbe uscito dalla loro bocca.

Rita non sarebbe diventata una banditrice del Vangelo, non avrebbe avuto il dono dell'eloquenza come i due Santi or ora nominati; in lei il miele delle api po­trebbe significare, secondo il giudizio dei biografi, il miele spirituale della grazia di Dio.

Le api riapparvero nel monastero di Cascia quando Rita morì, non più bianche, ma nere, quasi in segno di cordoglio. Dopo parecchi secoli le api sono ancora lì e sono chiamate le « messaggere alate di Santa­ Rita ».

Il prodigio delle api ha ispirato pittori e poeti, cosicchè si hanno molti quadri e poesie, che rievocano quanto avvenne alla Santa nella campagna di Rocca Porena.


Il suo corpo venne collocato dapprima in una cassa semplice, detta "cassa umile", e non fu mai inumato a causa dell'immediata devozione dalla quale venne investito. I primi miracoli vennero registrati dai notai nel Codex miraculorum (Codice dei miracoli) a partire dal 1457 e fino al 1563 (in totale, quarantasei miracoli). In seguito ad un incendio, nel 1457, venne realizzata la cosiddetta "cassa solenne", decorata con immagini della Santa e con un breve testo in dialetto casciano quattrocentesco che riassume gli ultimi anni della sua vita. La cassa è ancora oggi conservata nella cella dove morì, nella parte antica del monastero di Cascia. Nel 1743 la salma fu traslata in un'urna in stile barocco, e nel 1947 nell'attuale teca di vetro all'interno della basilica.

La venerazione di Rita da Cascia da parte dei fedeli iniziò subito dopo la sua morte e fu caratterizzata dall'elevato numero e dalla qualità degli eventi prodigiosi, riferiti alla sua intercessione, tanto che acquisì l'allocuzione di "santa degli impossibili". La sua beatificazione avvenne, però, dopo varie vicissitudini, soltanto nel 1628, 180 anni dopo la sua morte, durante il pontificato di Urbano VIII, già vescovo di Spoleto. Leone XIII, nel 1900, la canonizzò come santa. I credenti suoi devoti la chiamano "santa degli impossibili", perché dal giorno della sua morte sarebbe "scesa" al fianco dei più bisognosi, realizzando per loro miracoli prodigiosi, eventi altrimenti ritenuti irrealizzabili. La devozione popolare cattolica per santa Rita è tuttora una delle più diffuse al mondo, ma, fin dal 1600 e per opera degli agostiniani, è particolarmente radicata, oltre che in Italia, in Spagna, Portogallo e America Latina.

Con la riforma dell'anno liturgico del Martirologio Romano, il 22 maggio, sua festività, è diventata memoria.

I resti della santa sono conservati a Cascia, all'interno della basilica di Santa Rita, facente parte dell'omonimo santuario e fatta erigere tra il 1937 e il 1947. Il corpo è rivestito dall'abito agostiniano cucito dalle monache del monastero, come voluto dalla badessa Maria Teresa Fasce, e posto in una teca all'interno della cappella in stile neobizantino.
Ricognizioni mediche effettuate nel 1972 e nel 1997 hanno confermato la presenza, sulla zona frontale sinistra, di tracce di una lesione ossea aperta (forse osteomielite), mentre il piede destro mostra segni di una malattia sofferta negli ultimi anni di vita, forse associata ad una sciatalgia. Era alta 1 metro e 57 cm. Il viso, le mani e i piedi sono mummificati, il resto del corpo, coperto dall'abito agostiniano, è in forma di semplice scheletro.








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giovedì 14 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN MAURIZIO A MONZA

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L’edificio religioso sorge sul luogo ove era ubicato il convento di S.Margherita fondato dagli Umiliati nel XIII secolo con il nome di "Puteo Vaghetto".
La chiesa fu edificata nel 1736 su progetto attribuito all’architetto lombardo Giovanni Antonio Quadrio.

Inizialmente misto, dalla fine del Trecento è occupato da una comunità soltanto femminile, che con il tempo assorbe altre comunità umiliate monzesi. Nel 1469 una nuova chiesa dedicata  alle Sante Margherita e Caterina sorge al posto dell'oratorio medievale. Nel Cinquecento, per volere dell'arcivescovo Carlo Borromeo, entrano a far parte della comunità anche le monache di S.Maria Maddalena in Monza, e vi rimangano sino alla morte del santo.
Il monastero deriva la sua fama dalla vicenda della monaca di Monza, Narrata dal Manzoni nei Promessi Sposi. Marianna de Leyva, nata a Milano in Palazzo Marino, a 14 anni è rinchiusa nel convento di S.Margherita e a 16 diventa monaca benedettina con il nome di battesimo della madre, Virginia Maria.
Nel 1597 incontra per la prima volta Gian Paolo Osio (l'Egidio manzoniano), la relazione dura dieci anni e si conclude nel 1608 con la condanna a morte dell'Osio e la reclusione di suor Virginia, per tredici anni, nel ritiro delle prostitute pentite di Milano, dove muore nel 1652.

L’impianto classicheggiante della facciata in cotto è vivacizzato dalla presenza del portale marmoreo, nobile esempio di barocchetto lombardo.
La chiesa, con impianto a navata unica suddivisa in sei campate, all’interno è riccamente decorata.

La chiesa, agli inizi del XVIII secolo, è in condizioni tanto precarie che, nel 1736, si rende necessario un rifacimento totale, forse conservando soltanto i muri perimetrali dell'edificio quattrocentesco. Il 18 luglio 1738 i lavori sono ultimati l'arciprete di Monza, Giuseppe Antonio Vicini, concede l'autorizzazione alla benedizione.

Nel 1785, dopo la soppressione del monastero e la sconsacrazione della chiesa, gli immobili subiscono vari passaggi di proprietà con diverse destinazioni. Nel 1875 gli edifici conventuali a meridione sono venduti alle suore Preziosine, che vi risiedono tuttora, successivamente il chiostro a settentrione viene abbattuto e nel 1956 il condominio che sorge accanto all'antico portichetto d'ingresso cancella le ultime vestigia. La chiesa invece è acquistata nel 1881 dal Duomo di Monza, che vi trasferisce il titolo dell'antica S.Maurizio, destinata alla distruzione per l'ampliamento della via Ferdinandea (oggi Vittorio Emanuele).

La facciata, con profilo a capanna, in mattoni a vista con fregi in marmo, è percorsa da due fasce marcapiano alte e aggettanti, che la dividono in due ordini sovrapposti e staccano il secondo ordine dal timpano sormontato da tre statue. Coppie di lesene in entrambi gli ordini inquadrano specchiature a profilo mistilineo. Il portale è affiancato da due colonne in granito sulle quali si posa la struttura in risalto del timpano, di marmo bianco, leggermente inarcato in cui campeggia un medaglione centrale con un busto della Madonna, mentre due figure allegoriche, la Speranza e la Fede, sono adagiate sopra i salienti.

Al portale è sovrapposto un finestrone, nel registro superiore, mentre sul culmine della facciata si erge la statua di S.Margherita, contraddistinta dalla croce e dal drago, affiancata da due angiolotti alle estremità del timpano. Facciata e rilievi costituiscono l'episodio conclusivo della ricostruzione settecentesca, rispondono ai caratteri del barocchetto lombardo e sono attribuiti all'architetto Giacomo Quadrio.

L'interno del tempio è ad aula unica, con due altari laterali realizzati in occasione della ripresa ottocentesca del culto: quello di sinistra è dedicato alla Madonna e la pala è un affresco quattrocentesco staccato dalla chiesa distrutta di S.Maurizio, quello di destra a S. Margherita. In origine la navata era divisa da un muro trasversale per distinguere lo spazio pubblico da quello riservato alle monache e il presbiterio era delimitato da una balaustra, secondo una tipologia diffusa nelle chiese monastiche del tempo della Controriforma. Dopo la soppressione del 1785 il muro trasversale è demolito e lo spazio interno risulta scandito in sei campate da lesene con capitelli compositi, sui quali si posa la spessa trabeazione alla base della copertura tagliata da archi trasversali a tutto sesto.

Nella seconda e nella quinta campata la volta si innesta su due lunette sfondate da ampie finestre, mentre il robusto arco fra la terza e la quarta campata segna la posizione in cui si alzava il muro divisorio. L'altare Maggiore, ricostruito nel 1881, è collocato fra la quinta e la sesta campata. Dell'antico coro rimangono soltanto cinque stalli settecenteschi addossati a ciascuna delle pareti del presbiterio e altri cinque alla parete di fondo.

Sulle pareti della navata sono disposte alcune pale settecentesche provenienti dalla chiesa distrutta di S.Maurizio: il Martirio di S.Maurizio e le Anime del Purgatorio soccorse dai fedeli, attribuite ad Antonio Maria Ruggeri, nella seconda campata; la Flagellazione e l'Incoronazione di spine, attribuite a Giovanni Battista Gariboldi, nella quinta. Sulla parete sinistra della terza campata è collocata la tela raffigurante Cristo fra i SS. Maurizio, Bernardino e Giovanni Battista, eseguito da Ambrogio Brambilla nel 1569.

Di notevole importanza è la decorazione ad affresco delle coperture, che conservano l'impostazione originale in due aule tagliate dal tramezzo, ciascuna con una volta centrale a vela fra due a botte.

Gli autori dei dipinti delle prime tre campate sono Carlo Innocenzo Carloni e i quadraturisti Carlo Perrucchetti e Giuseppe Castelli Junior, che intervengono fra il 1740 e il 1742. Carloni esegue il medaglione centrale della volta a vela, con un'Assunta, dipinta in prospettiva fortemente scorciata dal basso, e le grandi nicchie nelle volte a botte con le sacre allegorie della Purezza, della Speranza, della Carità e della Fede, accompagnate ciascuna da un angioletto. Le figure eleganti, la tavolozza chiara e tersa, appartengono alla maturità artistica del Carloni, impegnato nello stesso periodo ad affrescare le navate laterali del Duomo di Monza. Anche le architetture a monocromo e i fregi dorati dei quadraturisti ci rimandano a un lavoro da loro eseguito in Duomo, nella Cappella del Corpus Domini, nel 1742.

Le pitture dalla quarta alla sesta campata sono attribuite a Francesco Antonio Bonacina, figura minore del barocchetto lombardo, quadraturista come dimostra il prevalere della decorazione architettonica. Bonacina dipinge al centro della volta a vela un medaglione con una Gloria angelica e nelle volte a botte, sopra una lunga balaustra che sovrasta la trabeazione, quattro grandi mensole, con esuberanza di elementi decorativi, e altrettante nicchie a conchiglia in cui trovano riparo piccoli busti di sante; S.Caterina d'Alessandria, con l'attributo della ruota alla base della mensola, S.Margherita d'Antiochia con drago e teschio leonino, S.Cecilia con canne d'organo, S.Barbara - contraffatta nell'Ottocento - con la torre.

Degno di nota è l'organo settecentesco a mantice, sulla parete della controfacciata. All'esterno, a sinistra, sopravvive il portico di ingresso del convento con la buca per la ruota.



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LA VILLA MIRABELLO DI MONZA



La Villa Mirabello, mirabile esempio di architettura e dimora seicentesca, preesistente alla creazione del Parco, venne costruita verso la metà del XVII secolo dalla famiglia Durini, la quale aveva acquistato il feudo di Monza nel 1648.

Propulsore fu Giuseppe Durini, figlio cadetto di Giacomo, che commissionò la costruzione del-la Villa all'ingegner Gerolamo Quadrio. I lavori iniziarono nel 1656 e terminarono nel 1675.
Si racconta che la Villa sia stata costruita sulle rovine di un antico castello di proprietà dei de Leyva, nobile famiglia d'origine spagnola, da cui nacque Virginia Maria de Leyva, meglio conosciuta come la Monaca di Monza.

Il periodo d'oro di villa Mirabello, tra XVII e XVIII secolo, è legato alla famiglia Durini, ricchi banchieri milanesi: l'edificio fu costruito per volere del conte Giuseppe Durini (1612-1671), che acquistò nel 1652 un terreno a Vedano, chiamato il Mirabello, con annesso un edificio. La villa, tra 1666 e 1675, venne costruita su disegno di Gerolamo Quadrio, uno dei maggiori architetti della seconda metà del Seicento, responsabile della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano. La reale conformazione dell'edificio preesistente non è certa; probabilmente situato in corrispondenza dell'attuale corpo centrale, nelle varie trasformazioni vennero inglobati settori importanti di muri vecchi. L'impianto seicentesco di villa Mirabello è molto simile all'attuale, per quanto riguarda il nucleo centrale ad U; l'ampia corte, sulla quale si affaccia il fronte principale, era attraversata da un viale rettilineo d'accesso ed era suddivisa in aiuole, di forma regolare e simmetrica, secondo i canoni del giardino all'italiana. La cappella, a pianta centrale, anch'essa su disegno di Quadrio, fu conclusa nel 1673. Nel 1715 la villa subì danni per un incendio al quale seguì, in breve tempo (1715), un ripristino. Dopo vari passaggi di proprietà per eredità, negli anni tra 1776 e 1788, divenne la residenza preferita del cardinale Angelo Maria Durini (1725-1796). Il cardinale la rese luogo di cultura e di incontri mondani, tanto da commissionare anche la costruzione di un edificio poco distante, villa Mirabellino, per ospitare i suoi illustri invitati. Durante questo arco temporale furono apportate modifiche all'apparato decorativo esterno, al loggiato del primo piano (chiusura) ed allo scalone monumentale. Quest'ultimo conservò l'aspetto originario, ma subì modifiche ai portali degli ingressi con timpani curvilinei e cornici di pietra. Il cardinale intervenne, inoltre, nella cappella, dove fece costruire una nuova tribuna e modificò l'apparato decorativo, togliendo le statue dei quattro evangelisti e chiudendo le nicchie entro cui erano contenute. Fece anche costruire i balconcini in testa alle ali della villa, con motivi analoghi a quelli dell balcone centrale, e due torrette, laterali al fronte principale, usate una come belvedere, l'altra come campanile a servizio della cappella.
Dal 1793 la villa non fu più abitata se non saltuariamente; nel 1806 divenne proprietà del Real Governo, come possedimento all'interno del parco di Monza, recentemente costruito per volontà del vicerè Eugenio di Beauharnais. In questo periodo, oltre alle funzioni di rappresentanza, in villa si ebbero usi agricoli e spazi per l'amministrazione del territorio. Il corpo centrale subì un lento decadimento, mentre si ampliarono le parti rustiche. L'edificio divenne in seguito proprietà dei Savoia, fu ben tenuta fino all'attentato ad Umberto I (1900). Ceduta (1919) al Demanio che la destinò all'Opera Nazionale Combattenti, l'edificio venne sottoposto, da allora in poi, a numerosi cambi di destinazione e passaggi di proprietà. Nel 1920, in particolare, fu data in gestione alla SIRE, Società per l'Incoraggiamento delle Razze Equine. Hanno continuato intanto a mutare d'aspetto le corti rustiche: nel 1962-63 furono costruiti due corpi di fabbrica a sud, uno a forma di I e l'altro a forma di L. Nel 1925 il prato, che congiungeva le ville Mirabello e Mirabellino venne trasformato in ippodromo, con conseguente stravolgimento della zona e con soppressione del cannocchiale, formato da un viale di carpini, tra i due edifici. Quando, nel 1935, divennero proprietari i Comuni di Monza e Milano, il Mirabello fu deputato a sede degli uffici amministrativi del Parco; solo recentemente vi vennero insediate attività culturali; dal 1987 un'ala della villa ospita infatti il CREDA (Centro Ricerche e Documentazione ambientale), dal 1993 la Biblioteca del Parco.

Nonostante l'incuria e i numerosi cambi d'uso che hanno comportato ampi rimaneggiamenti internamente rimangono ambienti di grandissimo pregio con ambienti stuccati e affrescati a motivi architettonici ed episodi mitologici, soffitti a volta generalmente a padiglione in muratura, oppure finte volte in incannicciato o solai lignei a cassettone. Le pareti sono in muratura, le pavimentazioni in parte cambiate in parte ancora originali, in medoni di cotto. La copertura è a falda con struttura a capriate e manto in coppi. Le corti rustiche hanno: pianta a U quella nord, e pianta ad L quella sud con muri perimetrali in laterizio e solai in legno. Il centro ippico Santa Maria è caratterizzato da uno schema planimetrico ad L con muri in laterizio e copertura a quattro falde in coppi. Il monza polo club è costituito da due corpi che formano una T, con muri perimetrali in laterizio.

La villa si trova all'interno del Parco di Monza, sul ciglio discendente verso la valle del fiume Lambro, in posizione dominante rispetto ai boschi sottostanti. L'edificio è collegato alla vicina villa Mirabellino tramite uno scenografico viale alberato, recentemente ricostituito, e si presenta oggi come un insieme di fabbricati racchiusi entro una cinta muraria. Il blocco più antico e nobile è quello centrale, sviluppato sull'asse est-ovest con conformazione ad U, ove le ali separano la corte nobile dai cortili di servizio laterali, a nord e a sud.
Il fronte principale della villa, verso la corte d'onore, è messo in evidenza nella sua parte centrale da un un portico su colonne a tre fornici e dal sovrastante balcone, coronato da un timpano triangolare. Due volumi laterali più bassi, leggermente sporgenti verso la corte, connettono il corpo descritto alle ali laterali, più semplici dal punto di vista decorativo, interrotte al centro da passaggi coperti a volta che consentono l'accesso ad una cappella, nell'ala nord, e alle scuderie, in quella opposta; conducono pertanto alle corti rustiche. La cappella risulta completamente inglobata nella struttura della villa, segnalata all'esterno solo dal portale in pietra; all'interno lo spazio ha struttura ottagonale con volta ellittica. Ai lati del corpo centrale si innalzano due torrette, una adibita a campanile della chiesa, l'altra usata come belvedere. Anche la distribuzione interna di villa Mirabello risponde a criteri di assialità, gli ambienti si dispongono simmetricamente sull'asse ovest-est; risultano in infilata allineati il portico d'ingresso e il salone centrale a doppia altezza, che si affaccia sul giardino posteriore verso il Lambro. Al lato del portico d'ingresso uno scalone d'onore, con balaustra in arenaria finemente lavorata, conduce all'ammezzato e al primo piano nobile. Nonostante l'incuria e i numerosi cambi d'uso dell'edificio, che hanno comportato ampi rimaneggiamenti, internamente rimangono ambienti di grandissimo pregio, stuccati e affrescati con motivi architettonici ed episodi mitologici, con soffitti a volta, generalmente a padiglione, in muratura, oppure con finte volte in incannicciato, o ancora solai lignei a cassettone, decorati con rosette dipinte e borchiette dorate.
Attorno al nucleo più antico, si sono aggiunti altri corpi di fabbrica, diversamente databili: superato il passaggio, nell'ala nord si incontra dapprima il "cortile degli stalloni", poi un secondo cortile a portici, di forma rettangolare, con un piccolo galoppatoio. Anche a sud si trovano spazi analoghi: dopo la corte rustica, vi sono tre edifici in cui ha sede la Monza Polo Club. Verso est è situato il giardino della villa, cintato da mura.




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