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sabato 11 aprile 2015

LA CENTOMIGLIA

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Durante il mese di settembre il Lago di Garda diventa scenario di una delle più importanti gare veliche d'Europa: la Centomiglia, la più lunga regata  in acque interne a livello europeo. La prima edizione dell'ormai rinomatissima regata si svolse l'8 e il 9 settembre del 1951.

Quell'anno vinse lo scafo Airone di Umberto Peretti Colò, della Compagnia della Vela di Venezia. La partenza, dal porticciolo di Bogliaco è uno spettacolo imperdibile: il bianco delle vele si staglia contro l'azzurro del cielo; gli scafi galleggiano sulle acque dorate del lago, che già dal primo mattino riflettono i caldi raggi  del sole. Molti eventi collaterali  si svolgono attorno alla Centomiglia: concerti, manifestazioni, feste in piazza.

Un'atmosfera unica per godere appieno delle bellezze del territorio, immergendosi nei colori e nei sapori tipici del Garda Bresciano.

È indicata come la regata più lunga che si svolge in Europa su acque interne. Il nome ricorda quello della Mille Miglia, rinomata corsa automobilistica; anche in questo caso la formula della partecipazione è libera. Il percorso varia in funzione della tipologia e della lunghezza delle imbarcazioni. I monoscafi partono tradizionalmente dal porticciolo di Bogliaco di Gargnano per risalire il lago fino a Torbole, viaggiare verso Sud a Desenzano e tornare infine a Gargnano.

Molto numerosi i concorrenti: gli scafi in gara nelle edizioni più recenti sono nell'ordine dei duecento, mentre negli anni migliori si sono superati i trecento iscritti. Le imbarcazioni competono divise in multiple classi e per il premio in tempo assoluto, che viene assegnato al primo scafo a tagliare il traguardo. Partecipano alla regata anche la classe velica dei libera del Garda, una classe open, molto veloce ed estremamente tecnica.

Nel 1989 nasce la Centomiglia Cup i cui concorrenti sono i diversi vincitori delle precedenti edizioni della Centomiglia. Altre importanti competizioni veliche che si svolgono sul Lago di Garda sono i trofei Gorla, Marchi, Castellani e Omboni, che dal 1996 si svolgono nell'arco di una settimana chiamata 100 Week.








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venerdì 10 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN MARTINO A GARGNANO



Nella parte alta del paese, sulla statale, si erge neoclassica Chiesa di San Martino del Vantini che contiene le pale dell'antica pieve.

La Chiesa parrocchiale di San Martino nella sua attuale forma ellittica e dimensione (m. 68,65 x m. 23,35), risale al 1837 ed è opera dell'architetto bresciano Rodolfo Vantini di Brescia. In precedenza, nello stesso luogo, sorgeva forse un edificio romano sacro più antico, si suppone del sec XI. La facciata è caratterizzata da un atrio a robusti colonnati. In origine all'interno la chiesa presentava tre navate e otto altari, mentre oggi è ridotta ad un'unica navata e cinque sono gli altari. L'Ultima Cena, attribuita alla scuola del Veronese, altri quadri di Giovanni Andrea Bertanza, del veneziano Andrea Celesti, di Gianbettino Cignaroli e opere di scuola Lombarda del sec. XV animano la chiesa. Di pochi decenni precedente la chiesa è l'alto ed elegante campanile, costruito nel 1722. L'organo (1811) è, invece, opera del mantovano Luigi Montesanti; esso fu restaurato e ammodernato da Don Cesare Sora di Pontevico nell'anno 1906.

Nella Settecentesca Chiesa della Santa Trinità (conosciuta come Santuario del Crocefisso) sono conservati 24 pali processionali, con i simboli della Passione intagliati nel legno. Ogni cinque anni, una processione in onore del Crocefisso Miracoloso attraversa i paesi della Parrocchia.


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LA CHIESA DI SAN FRANCESCO A GARGNANO

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La Chiesa fu eretta nel 1289 dai frati francescani, arrivati a Gargnano per volere del Vescovo di Brescia. L'esterno conserva la sua impronta romanica, interpretata alla maniera francescana, cioè in stile semplice e povero. Sulla facciata, a forma di capanna, si nota una statua votiva (1301) raffigurante l'immagine di Sant'Antonio da Padova. L'interno della chiesa, che custodisce dipinti di Giovanni Andrea Bertanza e Andrea Celesti, era originariamente diviso in tre navate, in seguito demolite per essere ridotte ad una sola, probabilmente tra il sec. XVII e il sec. XVIII. Sul lato destro dell'edificio sorge il Chiostro dell'antico convento francescano. Costruito nella prima metà del sec. XIV, esso si presenta come un piccolo cortile a pianta quadrata, circondato da un portico ad archi inflessi di impostazione veneta, poggianti sui capitelli delle colonne cilindriche. Il Chiostro custodisce anche due antiche tracce di età romana, ritrovate a Gargnano: una lapide (rinvenuta nel 1837) è dedicata a Nettuno, mentre una piccola ara onora Revino, divinità locale. Ancora nel chiostro si può scorgere con sorpresa lo stemma marmoreo quattrocentesco del Comune di Gargnano, individuato dalle iniziali C.G.: Communitatis Gargnani. Il blasone rappresenta una lupa rampante che tiene fra le zampe un giglio , sormontato da una corona capovolta. Nel 1879 il convento diventa proprietà della Società Lago di Garda, che lo adatta a magazzino degli agrumi; solo nel 1912 il governo italiano riconosceva la chiesa monumento nazionale.

In una bolla del pontefice Nicolò IV del 1289 la si cita, in quanto il pontefice concede l'indulgenza di un anno e 40 giorni ai visitatori: "Ecclesiam S: Francisci F.F. minorum de Garignano".
A quella data dunque i lavori di costruzione del convento dovevano essere già terminati (in quanto F.F. sta secondo gli studiosi per Frati Francescani). Di conseguenza, la chiesa era già officiata. Fra Giuseppe Gelmina, ultimo guardiano del convento, nel 1769 (prima della soppressione) scrive in una relazione al Governo Veneto che nell'archivio del convento non è conservato nessun documento inerente alla costruzione.
Nel 1800, da una relazione del parroco di Gargnano, risultano essere presenti all'interno della chiesa otto altari. Attualmente se ne possono contare solo sei. Il più articolato e scultoreo risulta essere quello dedicato all'Immacolata. Decorato da marmi di vari colori, è chiuso in alto dalle figure del Padre Eterno e di Gesù Cristo che reggono il Mondo. Nella nicchia vi è una statua marmorea dell'Immacolata attribuita alla bottega del bergamasco Andrea Fantoni. Sulla parete di destra è posta una lapide (1954) in occasione del centenario della proclamazione del Dogma dell'Immacolata Concezione.
Con atto 18 luglio 1879 del notaio C.A. Feltrinelli il convento passò di proprietà dal Comune e dalla congregazione di carità, alla Società Lago di Garda che lo adattò a magazzino degli agrumi. La chiesa e il chiostro assunsero con il passare degli anni un aspetto di abbandono e degrado, causa anche al continuo cedimento della sponda lato lago.
Nel 1894 vennero poste sul campanile tre nuove campane. Nel 1914, alcuni anni dopo che il Governo Italiano riconobbe al complesso il titolo di monumento nazionale, lo storico scrittore locale A. Cozzaglio definiva il tutto: "un fosco e lugubre avanzo monastico del medioevo".
L'interno della chiesa, originariamente era a tre navate, fu ridotto nei secoli XVII e XVIII ad una sola navata di stile corinzio-monastico. Sopra la porta maggiore tre grandi tele, rappresentano la Visita dei Pastori, la Fuga in Egitto e l'Adorazione dei Magi. Le tele sono di scuola lombarda fine XVI secolo.

La facciata della chiesa si presenta costituita da diversi materiali che permettono di leggere la stratificazione storica dell'edificio. Si può dividere in 3 parti: una fascia inferiore protetta di intonaco di malta, una fascia centrale in pietra locale squadrata a vista e una fascia superiore intonacata con malta cementizia terminante con la copertura. Al centro della facciata si nota il bello e antico portale in pietra bianca, con lavorazioni a profilo gotico e con capitelli a fascia obliqua ad arco.
Il pregio della facciata, oltre che per i suoi materiali, è dovuto anche a questa statua che raffigura Sant'Antonio da Padova, recante la data 1301, con la seguente iscrizione: "MCCCI SANCTUS ANTONIUS ILLUMINAVIT UNO OCULO FRATREM DELAYORUM DE LAUDE FACTOREM HUIUS OPERIS". Si tratta di una statua votiva in seguito alla miracolosa restituzione della vista ad un frate, Antonio Delay. Pur non rivelandosi il frate scultore un grande artista, la piccola statua ha un suo valore storico.
Oltre alla statua di Sant'Antonio, anche sul lato settentrionale, ai lati della porta secondaria dalla quale si accede all'interno della chiesa, si trovano due frammenti lapidei. Sul lato destro guardando la porta c'è un bassorilievo in marmo rosso di Verona, raffigurante la Madonna Incoronata in adorazione del Bambin Gesù, datato intorno alla metà del Quattrocento; di fattura molto semplice le due figure sono sproporzionate nelle forme.
L'altro bassorilievo, considerato più importante, è situato a sinistra della porta secondaria. In pietra bianca di forma poligonale a 5 lati, probabilmente costituiva il sopraporta di una cappelletta oggi demolita. In esso è raffigurato San Francesco in ginocchio nell'atto di ricevere le stigmate dal Serafino alato. Si nota anche la figura di Frate Elia che assiste alla scena. Sullo sfondo, una chiesetta (forse la Chiesuola della Verna) dove secondo la tradizione San Francesco ha ricevuto le stigmate. Gli studiosi d'arte locali, nel bassorilievo, hanno rilevato i caratteri dell'arte duecentesca facendolo risalire alla fine del XIII secolo o agli inizi XIV. Si tratterebbe di un'opera contemporanea al Sant'Antonio della facciata. Se fosse confermata questa datazione, il bassorilievo sarebbe di notevolissima importanza poiché si tratterebbe di un'opera precedente all'affresco giottesco della Basilica Superiore di Assisi. Altri studiosi collegano questa frammentaria scultura intorno alla seconda metà del Quattrocento.
A fianco della chiesa è collocato un sarcofago dalla struttura tradizionale e semplice; appoggia su 4 colonnine tozze sistemate sopra un'alta base quadrata. Semplicemente liscio, con coperchio a duplice spiovente con anelli in ferro e gli angoli adornati da rosette.
Non si conosce la data del sarcofago, ma come si rileva dal frammento di Arcosolio accanto, nel 1302 doveva già essere collocato all'ingresso del monastero. Venne probabilmente posto nell'attuale ubicazione nel 1854, quando per allargare e sistemare la strada fu distrutto buona parte del'Arcosolio, di cui ora rimane soltanto l'imposta di sinistra.

I sei altari che attualmente si trovano all'interno della chiesa sono tutti decorati con marmi e pregevoli mosaici. Troviamo quindi: l'Altare Maggiore, l'Altare dell'Immacolata, l'Altare di Sant'Antonio, l'Altare di San Giuseppe, l'Altare degli Angeli Custodi, e l'Altare di Santa Maria Maddalena.

L'Altare Maggiore fu dichiarato privilegiato nel 1758, è tutto di marmo intarsiato, sormontato dal tempietto sostenuto da piccole colonne con capitelli. Venne costruito il 4 giugno 1702 per munificenza di Stefano Cattaneo come risulta dall'iscrizione murata dietro di esso. L'Altare Maggiore precedente, nel 1580 fu fatto spostare in avanti da San Carlo Borromeo par lasciare spazio al coro e quello di Sant'Antonio fu addossato alla parete. Sempre durante la visita di San Carlo Borromeo si accenna a altri due altari ora non più esistenti: Altare di San Bernardino e Altare di San Ludovico.
Ancora un particolare dell'Altare dell'Immacolata. Posta in una nicchia sopra l'Altare omonimo la statua marmorea dell'immacolata si può attribuire alla scuola del Fantoni fine XVII secolo.
L'Altare degli Angeli Custodi presenta uno splendido l'intarsio dei marmi a mosaico. Sopra l'altare una pala del '600, sempre inerente all'Angelo Custode.
La pala sull'Altare di Sant'Antonio, con il santo che tiene Gesù Bambino ai piedi di Maria, è opera di Giovanni Grossi. Questo altare venne costruito per volontà della nobile Caterina Bernini come dimostrano le lapidi murate ai lati dell'altare entrambe del 1715.
Nella cappella a sinistra dell'Altare Maggiore si trova l'Altare di Santa Maria Maddalena, sopra vi è collocata la statua lignea della Santa. L'ancona della statua di Santa Maria Maddalena che riporta la data del 1601. Accanto un'altra lapide il cui contenuto dell'iscrizione è più o meno identico alle precedenti la data però è 5 anni prima e più precisamente 1710. Davanti ad alcuni altari si trovano delle sepolture di antiche famiglie del luogo.

Affiancato al lato sud della Chiesa di San Francesco, l'omonimo chiostro è da attribuire storicamente alla prima metà del XIV secolo. Si presenta come un piccolo cortile a pianta quadrata (19 metri di lato), circondato da un caratteristico portico ad archi con lobi e controcurve di chiara derivazione veneziana. E' l'esempio più antico nella provincia di Brescia.
Al centro del chiostro esisteva anticamente un pozzo che venne sostituito da un gelso e successivamente da un cipresso. Tutti i capitelli sono diversi fra loro, con decorazioni di agrumi, fiori e foglie delle più svariate forme, uccelli, pesci, teste di frati e teste di leoni. Prezioso il portale che risale alla fine del XV secolo e che mette il chiostro in comunicazione la sacrestia della Chiesa di San Francesco.

In pietra nera di Torbole, la fascia esterna è decorata con eleganti tralci di foglie e fiori intrecciati, sormontati sui due lati dalle figure dell' Angelo Nunziante e la Vergine Annunciata. Gli ultimi lavori di restauro del chiostro furono eseguiti nel 1922.
Le mura perimetrali del chiostro sono ricchi di lapidi antichissime; la più vecchia del 1302, a seguire 1427 e 1753. Anche sul pavimento dei porticati vi sono parecchie vecchie lapidi di famiglie del Comune di Gargnano, a testimonianza che molte di loro (soprattutto nobili) chiedevano di essere sepolte nel chiostro.
All'interno del chiostro ci sono inoltre due are di notevole importanza, in quanto uniche testimonianze dell'epoca romana a Gargnano.
La prima, di fattura elegante, è dedicata al dio protettore del luogo, Revino. Riporta la scritta: REVINO SACR PPI V.S.L.M.,interpretata dagli studiosi: Revino Sacrum PPI Votum Solvit Libens Merito. L'ara è stata datata I° secolo d.C. e sempre secondo gli studiosi l'incisione venne eseguita per lo scioglimento di un voto che un rivierasco sottoscrisse con le sole iniziali del suo nome: PPI.
La seconda ara, di fattura più rozza, è dedicata al dio Nettuno ed è stata datata III° secolo d.C.
Il destino di tutto questo è la demolizione per far posto a un condominio, nonostante il Ministero della Pubblica Istruzione (con la legge nr. 20 del giugno 1909 - art. 5.) abbia dichiarato il chiostro monumento nazionale, in data 10 febbraio 1912.

Di particolare interesse storico, è conservata presso l'Archivio di Stato di Venezia. Fu disegnata da Andrea Pollini il 7 dicembre 1769, riporta la pianta dei 3 piani e il prospetto del Convento.
Venezia a partire dal 1766 riduce gli ecclesiastici bloccando il numero delle vestizioni. Il 9 settembre 1768, un decreto del Governo Veneto stabilisce che gli ordini regolari siano sottoposti ad autorità vescovile e che le vestizioni siano consentite solo dopo il compimento dei 21 anni di età; dispone inoltre che vengano soppressi i conventi e gli ospizi con meno di 12 religiosi o non forniti di entrate sufficienti al proprio mantenimento. Nel bresciano furono soppressi i seguenti conventi appartenenti all'Ordine Francescano: San Pietro di Bienno, Santa Maria delle Grazie di Calcinato e San Francesco di Gargnano; in totale, ne furono soppressi una quindicina. Il convento era provvisto di una propria limonaia e venivano lavorate anche le olive.
La Palizzata della Vergogna chiamata così dai cittadini di Gargnano la palizzata di paglia pressata, lunga un sessantina di metri, che delimita tutta l'area dei lavori. Alcuni cittadini hanno cominciato a scrivere su semplici fogli di carta i loro pensieri. All'inizio dell'estate del 2010 la palizzata è stata ricoperta da pannelli fotografici che spiegano la storia di Gargnano con una rielaborazione al computer di come sarà il luogo a lavori ultimati.


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LA FAMIGLIA FELTRINELLI

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Gargnano deve molto alla famiglia Feltrinelli che provvide alla costruzione dell'ospedale, degli asili infantili e altre opere benefiche. Le due ville padronali Feltrinelli hanno ospitato Mussolini ed il suo governo della "Repubblica di Salò".


Il figlio di Giangiacomo, Carlo Feltrinelli, ha ereditato la proprietà della casa editrice; nel 1999 ha scritto una biografia del padre intitolata Senior Service (dalla marca dei sigari preferiti da Giangiacomo Feltrinelli), che contiene anche accenni sulla storia della famiglia Feltrinelli.

Gargnano era la sede estiva della famiglia di Faustino Feltrinelli, magnate del legname i cui figli Angelo, Giuseppe e Giacomo costruirono, nel 1892 quello che oggi è il Grand Gotel a Villa Feltrinelli. Il loro impero economico ebbe origine dalle foreste del nord Italia, Austria, Ungheria e Turchia, per lanciarli fino alla borsa valori di Milano. Angelo, risiedeva per la maggior parte dell’anno a Gargnano (ne fu anche il Sindaco per 15 anni), mentre Giacomo (1829-1913) lanciava la famiglia in affari in tutta Europa ed oltre, fornendo il legname per la costruzione di ferrovie nel sud Italia ed in Turchia, fondando, nel 1890 anche una banca privata.
Gli interventi a favore di Gargnano, da parte dei Feltrinelli furono numerosi e importanti, tra i quali: La Casa di Riposo e Ospedale, nel 1903; la strada tra Gargnano, Gavazzo, Sasso e Liano, nel 1913 e la scuola elementare, nel 1921. il loro nipote, Carlo Feltrinelli (1881 – 1935) espanse ulteriormente le immense fortune della famiglia. Fu un abile finanziere oltre che presidente della Edison elettrica e dell’Istituto di Credito Italiano. Si sposò con Giovanna Gianzone, una severa e rigida signora soprannominata “Ufficiale Prussiano”, forse a causa del monocolo che sempre indossava avendo perso il suo occhio destro durante una caccia. Ebbero due figli: Gianciacomo ed Antonella. Come ricompensa per il loro contributo all’economia del Nord Italia il re Vittorio Emanuele II, nel 1940, conferì alla famiglia il titolo di Marchesi di Gargnano. Al ramo gargnanese della famiglia, fu conferito il titolo di Conti di Gerla. Dopo la sua requisizione da parte di Mussolini, alla fine della seconda guerra mondiale, Giangiacomo ed Antonella  rientrarono in possesso di Villa Feltrinelli.
Come proprietario della casa editrice Feltrinelli, (una tra le più grandi e rinomate d’Italia), Giangiacomo pubblicò, tra gli altri, “Il Dottor Divago”, di Boris Pasternak e “Il Gattopardo”, di Tomasi di Lampedusa portando all’attenzione del mondo intellettuale italiano, materiale fino ad allora ignorato. Più tardi, come appartenente al Partito Comunista Italiano, Giangiacomo incontrò Fidel Castro e, candidato per le elezioni politiche utilizzò la casa di  Gargnano come piattaforma per la sua propaganda politica . Più tardi, Giangiacomo morì, pare nel tentativo di minare un traliccio elettrico. Oggi, le sorti della casa Editrice Feltrinelli sono rette dal figlio Carlo, che Giangiacomo ebbe dalla moglie Inge.

La famiglia Feltrinelli è una famiglia imprenditoriale italiana. Originaria di Gargnano, paese dell’alto Lago di Garda, si arricchì con il commercio di legnami per le costruzioni. Trasferitisi a Milano, i Feltrinelli furono protagonisti dell’espansione edilizia del capoluogo lombardo e della costruzione della rete ferroviaria nazionale. Estesero i loro interessi nella finanza e fondarono un istituto di credito (Banca Feltrinelli). Nel secondo dopoguerra concentrarono i loro interessi nella casa editrice omonima, fondata da Giangiacomo Feltrinelli nel 1954.

Secondo Giannalisa Gianzana, moglie di Carlo Feltrinelli (classe 1881, omonimo del nipote), i Feltrinelli erano originari di Feltre (feltrinèi, nel dialetto locale) e discendenti di tal Guido da Feltre; in realtà, si tratta probabilmente solo di un’ipotesi derivante dal loro cognome e dal fatto che si occupassero di legname, abbondante nel Bellunese. Si trattava di una famiglia agiata, anche se Giacomo Feltrinelli, iniziatore della loro fortuna, non poté dedicarsi agli studi, al contrario dei suoi dodici fratelli, avviati alle libere professioni.

La prima azienda fu la Legnami Feltrinelli, segheria di tronchi impiantata a Gargnano dal capostipite Faustino Feltrinelli (1781-1848), agli inizi del XIX secolo. I figli Carlo, Angelo, Pietro e Giacomo, su iniziativa di quest'ultimo, fondarono a Desenzano del Garda, nel 1846, il deposito legnami Fratelli Feltrinelli; l’attività era quella di commercio di tronchi e semilavorati di legno, ricavati dalle foreste dell’alto Garda, della Val Vestino e del Trentino.

Giacomo Feltrinelli si trasferì a Milano, dove nel 1857 fu fondata la Ditta F.lli Feltrinelli Legnami, che nel giro di una decina di anni diventò protagonista della vita economica della città. L’ascesa economica dei Feltrinelli fu molto rapida e fu favorita dal forte sviluppo edilizio del capoluogo lombardo e dalla costruzione della rete ferroviaria italiana: specializzati nel legno d’abete, i Feltrinelli fronteggiarono una fortissima domanda di legname d'opera, quali traversine ferroviarie e travi "uso Trieste" o "uso Fiume". Per soddisfare tale domanda furono acquisiti boschi e foreste in Carinzia ed in Transilvania, ed i Feltrinelli estesero le loro attività anche all’estero, con sedi e rappresentanze commerciali in molti paesi.

Nel 1889 Giacomo Feltrinelli, assieme al nipote Giovanni (1855-1896), fondò a Milano una banca privata, la banca Feltrinelli. Nel 1896 la banca intervenne con dei capitali in sostegno dell’azienda elettrica Edison, sventando l’entrata nella compagine azionaria di soci tedeschi: i Feltrinelli diventarono così tra i maggiori azionisti della Edison, entrando in rapporto con esponenti dell’alta borghesia milanese come i Pirelli ed i Falck. Dal 1907 la banca Feltrinelli partecipò alla progettazione ed alla realizzazione del Quartiere Industriale Nord Milano, cioè dell’ampia area industriale, con relative residenze per gli operai, situata tra la zona della Bicocca e Sesto San Giovanni. Nel paese natale di Gargnano i Feltrinelli stabilirono la loro residenza estiva (la Villa Feltrinelli sulle sponde del lago di Garda) ed avviarono un cotonificio. Quando Giacomo Feltrinelli morì, nel 1913, fu ricordato dai giornali come “l’uomo più ricco di Milano”. Senza figli, le attività di famiglia furono suddivise tra i pronipoti Carlo, Pietro (1885-1913), Giuseppe (1883-1918) ed Antonio (1887-1942).

Carlo Feltrinelli (1881-1935) fu personaggio di spicco nella finanza italiana tra gli anni ’20 e ’30; si occupò prevalentemente della Banca Feltrinelli (nel 1919 ribattezzata Banca Unione) e delle relative partecipazioni. Fu presidente e consigliere d’amministrazione di decine di società; tra gli altri incarichi, presidente della Edison (1930-1935) e del Credito Italiano (1928-1935), del quale la Banca Unione era il maggiore azionista. Nel 1935 morì dopo avere manifestato un malore in seguito ad una discussione avuta con Alberto Beneduce, che gli aveva imposto di dimettersi dalla presidenza del Credito Italiano, rilevato nel frattempo dall’IRI. Carlo Feltrinelli ebbe due figli, Antonella e Giangiacomo, che ereditarono gli immobili e la parte finanziaria (Banca Unione) del patrimonio di famiglia.

Dei fratelli di Carlo, Pietro e Giuseppe morirono ancora giovani; Antonio invece, che deteneva il pacchetto di maggioranza della Feltrinelli Legnami, visse per lo più sul lago di Garda, dedicandosi alla pittura. Sopravvisse di qualche anno al fratello Carlo, ed essendo senza figli, lasciò in eredità la Feltrinelli Legnami e la sua parte di patrimonio all’Accademia dei Lincei, che impiegò il “Fondo Antonio Feltrinelli” per istituire il Premio Feltrinelli, da assegnare a chi sia distinto nelle arti o nelle scienze, sul modello del Premio Nobel.

Giangiacomo Feltrinelli nacque nel 1926 e la sorella Antonella nel 1927: erano quindi ancora bambini quando il padre Carlo morì. Nel suo testamento Carlo Feltrinelli aveva nominato il figlio Giangiacomo erede dei tre quarti del suo patrimonio, e con il compimento della maggiore età, nel 1947, maturò il pieno diritto di disporre di tali beni. Nel 1949 fondò la Biblioteca Giangiacomo Feltrinelli, nonché l'Istituto per la storia del Movimento Operaio, in cui raccolse cimeli ed opere letterarie di argomento socialista e comunista, e nel 1954 la Casa editrice Feltrinelli, che diventerà la Giangiacomo Feltrinelli Editore. La Banca Unione fu controllata dai Feltrinelli fino al 1968, quando fu rilevata da Michele Sindona; secondo alcune interpretazioni a spingere Sindona all’acquisto fu lo IOR, azionista di minoranza di Banca Unione e “imbarazzato” dalla coabitazione con un socio comunista. Nel 1969, quando Giangiacomo Feltrinelli entrò in clandestinità, la sua terza moglie Inge Schönthal ne prese il posto alla guida della casa editrice. Nel 1974 viene costituita giuridicamente con DPR n. 423 del 27 aprile 1974 la fondazione Istituto Giangiacomo Feltrinelli.


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CESARE LIEVI

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Cesare Lievi (Gargnano, 1952) è un regista teatrale, poeta e drammaturgo italiano.

Dopo gli studi di filosofia fondò con il fratello Daniele (scenografo e architetto, 1951-1990) il Teatro dell’acqua nella sua città natale per il quale realizzarono Paesaggio con Barbablù di Tieck (nel 1984 presentato alla Biennale di Venezia).
Venticinque anni fa i fratelli Daniele e Cesare Lievi davano vita a Gargnano, sul lago di Garda, a un sodalizio intellettuale e a un progetto culturale destinato a entrare nella storia del teatro mondiale. Tutto cominciò nel salone di una vecchia caserma in disarmo con Quanto costa il ferro?  messo in scena da Cesare per aiutare il fratello e i suoi compagni all’esame di maturità. Arrivano subito dopo i primi successi internazionali, soprattutto in Germania e in Austria. Scomparso prematuramente Daniele, Cesare prosegue il lavoro registico. Oggi è considerato da molti l’erede di Strehler.

Ha fatto parte della redazione della rivista di poesia Niebo, diretta da Milo De Angelis e ha tradotto poesie dal tedesco (attività che ha continuato a fare). Tra le messe in scena di quel periodo, particolare successo ebbe lo spettacolo tratto dal Barbablù di Georg Trakl, che nel 1984 fu presentato alla Biennale di Venezia. L'anno successivo presentò a Francoforte La miniera di Falun di Hugo von Hofmannsthal, a cui seguirono negli anni successivi diverse regie in Austria e Germania tra cui Il ritorno a casa di Cristina di Hofmannsthal (1987), Sonata di fantasmi di August Strindberg (1988), Il nuovo inquilino di Eugène Ionesco (1988), Käthchen von Heilbronn di Heinrich von Kleist (1988), Enrico IV di Luigi Pirandello (1989), Il tempo e la stanza di Botho Strauss (1990), Il principe costante di Calderón de la Barca (2001), Erano tutti miei figli di Arthur Miller (2002). Nel 1996 è diventato direttore artistico del Teatro Stabile di Brescia. Nel 1997 ha diretto Graziano Piazza in Dreck - Schifo, opera di Robert Schneider,

Direttore artistico del Centro teatrale bresciano dal 1996 al 2010 (il 2 luglio la direzione andò ad Angelo Pastore, già consulente dal 2000). Introdusse una linea di abbattimento delle barriere convenzionali tra teatro di tradizione e teatro sperimentale, progettando spettacoli per spazi non teatrali alla ricerca di sempre nuove fasce di pubblico.
Tra le altre cose, ha scritto per il Centro, Fotografia di una stanza, Il mio amico Baggio (storia di due ragazzi brasiliani venuti in Italia in cerca di fortuna), La badante («Ho visto con quale durezza reagì mia madre alla prima badante che le affiancammo e visto che già avevo dedicato due opere all’identità bresciana che cambia in rapporto agli stranieri ho voluto concludere quest’ideale trilogia»).

Il più tedesco dei nostri registi, l’uomo che considera la Germania una sua nicchia sentimental-culturale, avendovi lavorato per anni» (Osvaldo Guerrieri).
Nel 2009 curò la regia di Cenerentola di Rossini al Metropolitan di New York. Vinse nello stesso anno il Premio Ubu al miglior testo drammaturgico con La badante, e il Premio Unesco alla Cultura. Successivamente nominato Sovraintendente e Direttore artistico per la Prosa del Teatro Nuovo Giovanni da Udine per gli anni 2010 e 2011.

È attualmente professore di Regia presso il Dipartimento di Storia dell'Arte, della Musica e dello Spettacolo dell'Università degli Studi di Milano.

Nel 2009 vince il Premio Ubu come miglior testo drammaturgico con La badante.

È stato nominato Sovraintendente e Direttore artistico per la Prosa del Teatro Nuovo Giovanni da Udine per gli anni 2010 e 2011.


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ERIKA BLANC

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Erika Blanc, pseudonimo di Enrica Colombatto (Gargnano, 23 luglio 1942), è un'attrice italiana.

Si trasferisce all'inizio degli anni '60 a Roma per lavorare nel cinema, debutta nel 1965 nel film Agente 077 missione Bloody Mary, diretta da Sergio Grieco. Sarà la prima pellicola di una lunga serie di lavori cinematografici, che la porteranno a recitare anche in teatro e per la televisione.

È nel cast della fiction Carabinieri. Nel 2010 entra a far parte della serie televisiva di Rai 1 Una musica silenziosa per la regia di Ambrogio Lo Giudice.

Nel teatro ha lavorato frequentemente con il suo compagno di vita Alberto Lionello, sino alla morte di lui.

Ha una figlia anch'essa attrice - Barbara Blanc - nata dalla sua unione con il regista Bruno Gaburro.



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giovedì 9 aprile 2015

ALESSANDRO BETTONI

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Alessandro Bettoni Cazzago (Brescia, 7 novembre 1892 – Roma, 28 aprile 1951) è stato un cavaliere italiano, militare di carriera partecipò ai Giochi olimpici di Londra 1948 ed è l'atleta italiano che vanta il maggior numero di partecipazioni a concorsi ippici internazionali e nazionali.

Alessandro Bettoni conte Cazzago nacque in una nobile famiglia bresciana, figlio del senatore Federico. Compì gli studi classici presso il reale collegio Carlo Alberto di Moncalieri.

Abbracciata la carriera militare, entrò come volontario nell'arma di cavalleria. Capitano nella grande guerra, combatté sul Carso e fu decorato della medaglia d'argento al valor militare e di due medaglie di bronzo. Nel 1920 diventò effettivo presso il 3º Reggimento "Savoia Cavalleria" divenendone, nel 1942, comandante con il grado di colonnello. Partecipò alla campagna di Russia con il CSIR e il 24 agosto 1942 comandò la Carica di Isbuscenskij contro reparti corazzati russi. L'azione passò alla storia della cavalleria mondiale come l'ultima carica effettuata contro reparti regolari e per tale gesto fu nuovamente decorato della medaglia d'argento al valor militare e della croce dell'Ordine militare di Savoia.

Dopo l'8 settembre 1943 aderì alla Resistenza bresciana al nazifascismo partecipando alla costituzione della formazione partigiana delle Brigate fiamme verdi. Sospettato dai fascisti, entrò in clandestinità ma il 22 agosto del 1944 fu arrestato e internato a Lumezzane. Nell'aprile del 1945 fu comandante militare di Brescia impedendo arbitrarie uccisioni fra le parti in conflitto e inoltre fu delegato del Corpo volontari della libertà presso il Comando Alleato. Rientrato fra i ranghi dell'esercito ne fu allontanato nel 1947 in quanto, fedele alla monarchia, si rifiutò di prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica italiana.

Morì a Roma nel 1951 poche ore dopo aver partecipato al concorso ippico, a lui dedicato, in piazza di Siena.

Atleta ippico, partecipò negli anni '30 a oltre 65 concorsi internazionali ippici e 141 nazionali. Vinse il Concorso ippico internazionale "Piazza di Siena" a Roma nel 1929 e nel 1940, partecipò alle Olimpiadi di Londra del 1948. Tra il 1929 e il 1939 conquistò 384 premi, 253 coppe e 62 trofei.



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PIETRO BELLOTTO

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Bellotto Pietro nacque a Volciano, sulla riva bresciana del lago di Garda, nel 1627, morì a Gargnano del Garda nel 1700 fu un pittore italiano, attivo durante il periodo Barocco.

Studiò a Venezia nella fiorente scuola del padovano Girolamo Forabosco, che seguì specialmente come ritrattista e come figurista. Dipinse soprattutto vecchi e vecchie, con accuratezza, ma con minore pastosità del maestro e con predilezioni per le tinte ceree e notturne, in cui precedette Bernardo Bellotto, che si deve ritenere suo nipote, al pari di un altro Pietro Bellotto vedutista, forse di lui fratello, che si era trapiantato a Nantes intorno al 1768, detti entrambi Canaletto per via della madre, sorella del celebre Antonio. Il suo fare si vede specialmente nell'Uomo che legge della Pinacoteca di Brera, assegnatogli per antica attribuzione, e nella Vecchia che fila, la cosiddetta Lachesi di Stoccarda (firmata e datata 1654), a cui corrispondeva una mezza figura di vecchio, conservataci in copia nel museo di Feltre. Agli Uffizî se ne ha l'autoritratto, del pari firmato e datato 1651. Ed è sua in Palazzo Ducale, nella sala dello scrutinio, la Storia di Margaritino.

La sua prima produzione di ritratti e di figure fantasiose venne accolta favorevolmente e gli garantì una certa notorietà anche al di fuori del capoluogo veneto.

Tra i suoi protettori figurarono importanti personaggi dell'epoca, come ad esempio il cardinale Mazzarino, il papa AlessandroVIII, la principessa Adelaide di Savoia.

Dopo un soggiorno all'estero, a Monaco di Baviera, ottenne l'incarico di soprintendente alle Gallerie di Città da parte del duca di Mantova Ferdinando Gonzaga.

Tra le sue opere più emblematiche si annoverarono la Presa e distruzione del castello turco Margariti in Albania, su ambientazione storica ed eseguito seguendo l'influenza del maestro Forabosco, pur senza eguagliarne la qualità per le tinte, per i particolari e per l'impostazione compositiva.

Le doti del Bellotto si espressero al meglio nelle raffigurazioni fantasiose, che valorizzarono i chiaroscuri, le analisi dei dettagli e soprattutto la novità di un realismo quasi caricaturale, come evidenziarono Autoritratto (1658) e Luchesi (1654). Nella chiesa di San Domenico, a Capodistria, con il pittore Stefano Celesti, realizzò i Misteri del Rosario.

Nella sua ricerca di una realizzazione artistica veristica, Bellotto venne influenzato dalla pittura popolaresca del Keil, anche se nell'ultimo periodo tenderà verso un humour talvolta grottesco e brutale.

Sebbene il nome di Pietro sia da tempo conosciuto agli studiosi, le sue opere non sono mai state oggetto di un'analisi che ponesse in risalto le peculiari caratteristiche stilistiche, mettendole a confronto con quelle dei dipinti degli altri componenti il clan dei Canal: Bernardo Canal, Antonio Canal, Bernardo Bellotto.
A Tolosa dove il 25 marzo 1749 si unì in matrimonio con Françoise Lacombe, dalla quale aveva avuto una figlia, Barbe, battezzata alla vigilia delle nozze (Mesuret 1952, p. 170). Dal matrimonio nacquero altri due figli di cui uno, dal nome sconosciuto, fu pittore di anatomia e ritrattista. Negli anni 1755, 1760, 1765, 1774 e 1790 i dipinti di Bellotti (il cognome venne francesizzato anche in Beloty) furono esposti al Salon dell'Académie Royale de Peinture, Sculpture et Architecture di Tolosa. Il più importante Salon fu quello del 1765 nel quale vennero presentati, sotto il n. 35 del catalogo, «Vingt petits Tableaux, par Belloti, peintre, qui sont de Vues en perspective». Di questo nutrito gruppo di vedute ben diciassette tele, tutte misuranti 37x48 cm, sono state individuate da Robert Mesuret nel castello di Merville, presso Tolosa, nella collezione del marchese di Beaumont.
Le vedute, finora pubblicate solo in piccola parte, raffigurano varie città europee, tra cui Venezia, Firenze, Roma, Milano Genova, Malta, Marsiglia, Versailles, L'Aia, e sembrano quasi tutte derivate da stampe. Altri dipinti della stessa serie mostrano l'interno di una chiesa, un lago, un porto di mare al tramonto con edifici d'invenzione capricciosa.
Tra le vedute di Venezia esposte al Salon del 1765, quella raffigurante Il molo con la Piazzetta e il palazzo Ducale si basa sul prototipo di Antonio Canal nella collezione del duca di Norfolk (Constable, Links 1989, n. 104), mentre quella con San Giorgio Maggiore verso la riva degli Schiavoni deriva, con minime variazioni nelle figure, dalla corrispondente acquaforte di Michele Marieschi facente parte della serie pubblicata nel 1741.
I dipinti di Bellotti sono quasi sempre derivati da stampe. Per quanto riguarda le vedute veneziane, il pittore utilizzò le raccolte di Michele Marieschi (1741), di Antonio Visentini (1742) e del Canaletto (1745-1746), mentre per i capricci si avvalse anche delle incisioni di Fabio Berardi derivate da dipinti del Canaletto.

Lavorò in Germania (a Monaco specialmente), a Milano e a Mantova, oltreché nel Veneto, ma, ad onta dei guadagni, morì in miseria.


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GIOVANNI BEATRICE

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Giovanni Beatrice, soprannominato dai locali "Zanzanù" o "Zuan Zanone" (Giovanni Zanone), nacque a Gargnano in contrada San Francesco nel 1576, dall'oste Giovanni Maria Beatrice della famiglia dei "Zanon" e dalla prima delle sue tre mogli, Anastasia. La parentela dei Beatrice, altrimenti soprannominata "degli Zannoni", occupava di certo un ruolo non secondario nel contesto politico e sociale di Gargnano se, sul finire del Cinquecento, Giovan Maria, padre di Giovanni, veniva ripetutamente eletto membro del consiglio cittadino.

La sua registrazione di battesimo ci fornisce i primi dati biografici: “Alli 23 aprile 1576. Giovane figliolo de Giovane Maria fi. de Zuan Beatris et Anastasia sua consorte; fu batezato per me predetto Rocco et tenne procuratorio nomine Andrea de Biglieli di Summacampagna, diocesi veronese, in luogo di Veroneso de Veronesi de Massegno”.

Dalla moglie Caterina ebbe numerosi figli: Anastasia nata nel 1598, Margherita nel 1599, Pietro Antonio nel 1601, Anastasia nel 1602, Elisabetta Antonia nel 1604, Giovan Maria nel 1608.

Se si pensa che nel 1610 la moglie Caterina venne bandita mentre era incinta, si può ragionevolmente supporre che, nonostante i numerosi bandi che l’avrebbero colpito nel corso di questi anni, egli non perse mai il contatto con il territorio, godendo pure di una certa protezione da parte di alcuni settori della popolazione.

Agì con una banda di complici, detta "degli Zannoni", ed una fitta rete di connivenze anche alto locate, nella Riviera di Salò, territorio della Repubblica di Venezia, e nell'Alto Garda del principato vescovile di Trento uccidendo, rubando e taglieggiando chiunque. Divenne in breve con le sue imprese criminali il terrore della popolazione e la preoccupazione dei provveditori veneti.

Le prime notizie del Beatrice risalgono al 24 marzo 1602, quando a Bogliaco nel corso di una parata militare della "cernite", la milizia popolare veneta, della quale faceva parte, ferì a pugnalate, con la complicità dello zio Giovanni Francesco Beatrice detto "Lima", Francesco Sette di Maderno, figlio di Riccobono acerrimo rivale della propria famiglia e uccisero un amico del Sette che era intervenuto a difesa.

I due assassini fuggiaschi furono successivamente banditi da tutti i territori della Serenissima, ma nonostante tutto godevano di alte protezioni se nel 1605 gli "Zannoni" erano ospiti di Giovanni Gaudenzio Madruzzo, capitano della Rocca di Riva del Garda e imparentato con il principe vescovo di Trento, Carlo Gaudenzio Madruzzo.

Questo primo e convulso periodo venne segnato dall’uccisione del padre Giovan Maria, avvenuta nel 1605 ad opera di alcuni suoi nemici. Un periodo che avrebbe ricordato in una sua memoria stesa quasi sul finire della sua vita:

“Il padre di me Giovanni Zannoni della Riviera di Salò, qual faceva ostaria in quella terra, passo ordinario di Alemagna per quelli che discendono per il lago, e dalla quale traeva il vitto di tutta la sua povera famiglia, mentre egli viveva quieto, fondato una solenne pace con giuramento firmata, sopra il sacramento dell’altare, fu empiamente trucidato da alcun della Riviera. Per questa sì inhumana e barbara attione, dubitando io Giovanni sudetto di non esser sicuro dalla fellonia d’huomini sì crudeli, indotto dalla disperatione, risolsi di vendicare sì grave offesa e d’assicurare la propria vita, presa la via dell’armi, vendicai con morti d’inimici la perdita del padre et la privatione del modo di sostener la famiglia mia; per le quali operationi restai bandito e continuandosi da nostri inimici le persecutioni, anch’io rispondendo con nuove vendette, tirando uno dietro all’altro, hebbi gran numero di bandi”

Tutta la vicenda, che ebbe come protagonista deciso e spietato il giovane Zanzanù, è infatti comprensibile solo alla luce di una dura contrapposizione che si accese negli anni 1602-1605 tra le famiglie Beatrice di Gargnano e quella Sette di Monte Maderno. Una contrapposizione che, molto probabilmente, traeva origine da una rivalità, per motivi d’onore, tra i figli di Giovan Maria Beatrice e quelli di Riccobon Sette, un agiato possidente di Vigole a Monte Maderno. Il ferimento di Francesco Sette da parte di Giovanni Beatrice non si costituì comunque come l’elemento scatenante della lotta senza quartiere che negli anni successivi avrebbe visto le due famiglie fronteggiarsi l’una contro l’altra.

Tra la primavera e l’estate del 1603 sia Riccobon che Francesco Sette subivano i contraccolpi dell’azione repressiva condotta dal provveditore di Salò e dalle magistrature veneziane contro il rispettivo figlio e fratello Giacomo, colpito da diverse sentenze di bando per l’accusa di omicidio compiuto nei confronti di alcuni suoi avversari. Per la protezione ed aiuto accordati a Giacomo, Riccobon Sette finiva in carcere a Salò, mentre il fratello Francesco veniva a sua volta colpito da un bando che in teoria lo costringeva ad allontanarsi da tutto lo Stato.

La situazione precipitò agli inizi della primavera del 1603, quando Giacomo Sette venne ucciso il 14 aprile a Armo da un suo complice, Eliseo Baruffaldo di Val Vestino, che ne portò la testa a Salò per il rituale riconoscimento. Furono forse questi gli avvenimenti che spinsero Riccobon Sette a ristabilire la pace con i Beatrice di Gargnano. L’atto di pace venne stipulato nell’agosto 1603 nel monastero di San Francesco di Gargnano, ad opera di fra Tiziano Degli Antoni, comune amico di entrambe le parti. A rappresentare i Beatrice c’era lo stesso Giovan Maria, mentre per la fazione avversaria s’impegnava l’arciprete di Gargnano Bernardino Bardelli, cognato di Riccobon Sette. Riccobon Sette, difatti, era ancora in carcere, mentre il figlio Francesco era bandito. A far precipitare la situazione fu comunque l’uccisione di quest’ultimo ad opera di alcuni cacciatori di taglie.

Il 16 giugno 1604 Riccobon Sette, ancora in carcere a Salò, si rivolgeva ai rappresentanti della Magnifica Patria, lamentando la perdita dei due figli e la difficile situazione in cui si ritrovava. All’uscita dal carcere di Riccobon Sette (nel giugno del 1604) la contrapposizione tra le due famiglie si riaccese. L’omicido di Giovan Maria Beatrice ad opera di sicari inviati dall’arciprete di Gargnano spinse il conflitto ad esiti estremi.

Negli anni 1605-1607 il Beatrice compì infatti diversi colpi di mano contro i suoi avversari e nemici, riuscendo sempre a sfuggire ai numerosi agguati tesigli dai cacciatori di taglie che erano sulle sue tracce. Non fu così per due suoi compagni, Eliseo Baruffaldo e Giovan Pietro Sette detto Pellizzaro che nel novembre del 1606 vennero uccisi da alcuni cacciatori di taglie e da alcuni nemici del Beatrice che il Provveditore generale in Terraferma, in tutta segretezza, aveva inviato sulle loro tracce. I due vennero uccisi l’11 novembre 1606 in un agguato notturno teso sopra i monti di Gargnano e le loro teste mozzate vennero esposte nella piazza di Salò per il loro riconoscimento.

La spirale di violenza venutasi a creare di seguito alla faida tra le due famiglie contribuì a definire l’immagine di Zanzanù, soprattutto a partire dagli anni 1608-09, quando era ormai impossibilitato a difendersi ricorrendo alle vie ordinarie della giustizia. Gli vennero così attribuiti molti delitti di cui di certo non era responsabile (come le rapine e i furti). L’avrebbe ricordato lui stesso, nel 1616 in una sua supplica diretta al Consiglio dei dieci: "Confesso esser reo di molti bandi, tutti però per delitti privati et niuno per minima attinentia di cose publiche e di stato, né con conditione escluso dalla presente parte, né meno con carico di risarcire alcuno, ma siami ben anco lecito il dire che, essendo stati commessi molti eccessi da altri sotto il nome mio, di quelli essendo fuori di speranza di potermi liberare, già mai non ho curato di scolparmi."

Il 13 febbraio 1609 a Tremosine aggredì e ferì a scopo di rapina il medico Oliviero, uccise Gabriele Leonesio e rubò un archibugio in una casa. Fuggito a Limone sul Garda, nella notte fra il 13 e il 14 cadde in un agguato al porto di Riva del Garda, ove la banda capitanata dallo zio Giovanni Francesco "Lima" fu bersagliata dal bandito Alessandro Remer di Malcesine che intendeva impossessarsi delle taglie. Giovanni Beatrice si salvò gettandosi nel lago e fuggendo a nuoto, mentre il fratello Michele Zanon, Bernardo e Giovanni Battista Pace detto "Parolotto" di Salò furono uccisi.

Giovanni Francesco "Lima", benché ferito ad una coscia, riuscì a rifugiarsi a Limone sul Garda, ove raggiunto dal Remer il giorno dopo, fu ucciso a schioppettate e poi barbaramente decapitato. L’agguato del Remer poté essere condotto a buon successo grazie all’azione congiunta del Provveditore Benedetti e del mercante Alberghino Alberghini di Salò che, dietro promessa dell’impunità, riuscirono a convincere uno degli uomini del Beatrice a tradire i compagni e a rivelare la presenza della banda a Riva del Garda.


La Vallata del Droanello in Val Vestino vista dal ponte di Legnago. A destra corre il confine con il Comune di Gargnano e nel XVII secolo era confine di stato tra il Principato vescovile di Trento e la Repubblica di Venezia.Qui, nel novembre del 1606 furono uccisi da cacciatori di taglie Eliseo Baruffaldo di Val Vestino e Giovan Pietro Sette detto Pellizzaro, complici del Zanzanù.
L’azione più eclatante di Giovanni Beatrice avvenne il 29 maggio 1610, quando fu coinvolto, secondo le accuse della magistratura veneta, nell'uccisione nel duomo di Salò del magistrato bresciano Bernardino Ganassoni, podestà del luogo, che assisteva alla messa solenne in onore a sant'Ercolano, l'assassinio fu attuato materialmente da Antonio Bonfadino che sparò a bruciapelo, e nonostante la presenza dei soldati di scorta riuscì a fuggire. Nei giorni successivi Beatrice tentò di avvicinare i rappresentanti bresciani giunti a Salò nel corso dell’istruzione del processo. Ad essi il bandito riferiva che, in cambio della grazia, avrebbe rivelato i principali responsabili dell’uccisione del Ganassoni.

Il coinvolgimento di Giovanni Beatrice nell’omicidio del podestà Bernardino Ganassoni fu in realtà opera di una convergenza di interessi che vide come protagonisti il provveditore Giovan Battista Loredan, il mercante Alberghino Alberghini e, successivamente, lo stesso provveditore e inquisitore Oltre Mincio Leonardo Mocenigo. Il Loredan era infatti preoccupato che non emergessero i gravi retroscena che avevano condotto all’omicidio del podestà: il coinvolgimento del temuto bandito avrebbe infatti reso definitivamente irrecuperabile la posizione processuale di Martin Previdale e degli altri imputati, che in precedenza erano entrati in un aspro conflitto con lui e con lo stesso podestà. Il mercante Alberghino Alberghini, presente a Salò ai primi di giugno del 1610, insieme alla banda di cacciatori di taglie guidata da Alessandro Remer, perseguiva il medesimo obbiettivo, mirando a sua volta a coinvolgere i due fratelli Bonifacio ed Ambrogio Ceruti. Giunto in Riviera nei primi giorni di ottobre del 1610, Leonardo Mocenigo, avallò prontamente l’operato del Loredan condannando al patibolo uno dei falsi testimoni coinvolti nel processo.

Tra i suoi rifugi montani si ricorda la grotta detta "Cùel Zanzanù" in località Martelletto nei pressi di Droane in Val Vestino, luogo in cui uccisero e depredarono, secondo quanto scritto in una relazione del provveditore Lunardo Valier del 15 aprile 1606 ed inviata al Senato di Venezia. Il 29 settembre 1611 sequestrò con dieci complici il facoltoso Stefano Protasio di Toscolano nascondendolo in attesa del riscatto in una grotta dell'entroterra gardesano.

Nonostante la dura repressione messa in atto da Antonio Mocenigo, capitano di Brescia, contro il banditismo imperante nella Riviera di Salò mediante l'esecuzione di alcune condanne a morte, la confisca dei beni e la messa al bando dai territori della Serenissima dei favoreggiatori del Beatrice (tra questi figura anche la moglie del Zanzanù, Caterina in attesa di un figlio), costui continuava imperterrito nelle sue imprese criminali. Tra il 1602 e il 1609 la banda "Zanoni" derubò i "cavallari", i viandanti sulla pubblica strada, assaltò le barche sul lago di Garda cariche di merci, taglieggiò e tiranneggiò la popolazione rurale, svaligiò i "monti di pietà" di Manerba del Garda e Portese portando via 6.000 scudi e uccise, secondo le stime del bandito Alessandro Remer di Malcesine, circa 200 persone.

Braccato dal provveditore Giovanni Barbaro, Zanzanù riparò dapprima nel ducato di Parma, offrendosi come mercenario per Ranuccio I Farnese con il grado di luogotenente di fanteria, poi si spostò nel Cremonese fino al 1614.

Ritornato nella Riviera nel 1615 riprese le sue attività criminali. Il 24 giugno 1615 il provveditore e Capitano di Salò, Marco Barbarigo, informava il Senato che lo Zanzanù era riparato in Val Vestino, giurisdizione dei signori conti di Lodrone, e "habbia fatti prigioni due preti di quella valle et messagli grossa taglia conducendoli seco". Il 27 giugno, nel comune di Capovalle, la banda Beatrice si scontrò con un reparto di cappelletti in servizio di ordine pubblico, dopo un furioso conflitto a fuoco fu ferito gravemente il luogotenente del governatore Vucocrutt.

L’attività repressiva condotta contro il Beatrice in tale periodo è attestata dalle sentenze pronunciate dal Provveditore e Capitano della Riviera Marco Barbarigo tra il giugno e il luglio del 1615. L’azione del provveditore si rivolse soprattutto nei confronti dei numerosi sostenitori del bandito, che non disdegnavano di aiutarlo e di ospitarlo nonostante le severe pene da lui minacciate a più riprese. In particolare furono condannate due donne di Gargnano che, incuranti delle gravi conseguenze, furono bandite perché, come recitava la sentenza, furono “così ardite et temerarie di partirsi dalle proprie case et andar a rallegrarsi con detto Zanone della sua venuta dentro li confini, nel luoco di san Martin territorio di Gargnan, toccandoli la mano et facendogli diverse accoglienze”.

L'anno successivo, nel 1616, Beatrice propose ai comuni di Tremosine e Maderno in cambio del suo arruolamento al servizio della Repubblica di Venezia impegnata nella guerra di Gradisca contro l'Austria, il pagamento di una consistente somma di ducati.

Fu proprio la comunità di Gargnano a presentare nel giugno del 1616 una supplica del Beatrice perché fosse inoltrata ai Capi del Consiglio dei dieci. In essa il famoso bandito, cogliendo l’opportunità della guerra in corso con gli Arciducali, si offriva insieme ad alcuni suoi compagni “di venir a servire dove piacerà alla Serenità Vostra destinarmi e ne’ più importanti pericoli con sei huomini di stato alieno a proprie spese per sei mesi e con la persona mia poi per qualche altro tempo condecente". Anche se la proposta non venne accolta essa comunque rivela il desiderio del temuto bandito di ritornare nei luoghi in cui aveva vissuto serenamente la sua giovinezza.

Il 17 agosto 1617 in seguito ad un tentativo di sequestro del facoltoso Giovanni Cavalieri di Tignale, fu inseguito da giovani armati del paese fino alla Valle del Gianech e dopo una furioso scontro a fuoco che causò quattro morti fra i banditi e sei fra i Tignalesi, Beatrice cadde per ultimo. Il suo corpo fu portato a Salò il giorno 19. Appeso alla forca fu esposto al pubblico fino alla consumazione, mentre la testa fu consegnata a Brescia alle autorità.

Allo scontro partecipò gran parte della popolazione adulta dei sei villaggi che componevano la comunità di Tignale. Tra i cinque caduti nel corso della sanguinosa battaglia ci furono pure alcuni dei più anziani ed agiati uomini della comunità, che, evidentemente, erano maggiormente motivati a chiudere i conti con il famoso fuorilegge. Zanzanù fu ucciso quasi certamente da Antonio Bertolaso di Aer, il quale insieme al cugino Girolamo Gasperini di Maderno e al gruppo di soldati che li accompagnavano, raggiunse i banditi che stavano tentando la loro ultima via di fuga. Zanzanù e i suoi due compagni, sopravvissuti agli scontri precedenti, di fronte al sopraggiungere degli uomini di Gargnano, erano infatti stati costretti ad arretrare e a trovare un ultimo ed improvvisato rifugio nella valletta delle Monible.

In realtà il proveditore di Salò non si accontentò di istruire la pratica consueta per la concessione delle taglie e dei benefici. Insospettito dal numero dei morti tra i sei villaggi che componevano la comunità di Tignale ordinò un’inchiesta per verificare se ci fossero state delle complicità o degli aiuti da parte di alcuni settori della popolazione locale nei confronti del bandito ucciso.

Anche se tale sospetto non fu accertato, l’inchiesta rivela la connaturata diffidenza delle autorità nei confronti degli evidenti appoggi ed aiuti che una parte non esigua della gente più umile della Riviera del Garda da tempo offriva al Beatrice.

La controversa e leggendaria figura di Giovanni Beatrice è ricordata ancor oggi dalla popolazione della zona dell'Alto Garda e di Val Vestino, qui, difatti, i figli nati fuori dal matrimonio sono ancora detti “fiöi del Zanzanù”, figli di Zanzanù.

Se alcuni non hanno esitazione ad additarlo come il terribile bandito autore di numerosissimi omicidi e di efferate azioni, altri ritengono che la sua figura godette di una certa simpatia e di consenso tra la gente. E, nonostante la presenza dell’ex voto che sembra dimostrare il contrario, questi ultimi ritengono “che a dar la caccia al brigante furono sì dei popolani, ma istigati o prezzolati proprio da quei signorotti (nobili, possidenti, ricchi mercanti) contro i quali Zanzanù si accaniva”.

Anche a Salò la sua figura venne ricordata per esprimere il valore del provveditore Giustiniano Badoer. In una delle due iscrizioni che ancora alla fine del Seicento erano affisse sotto la loggia pubblica si menzionava tale “prodigiosa e immanitatis belluam” che aveva imperversato per ben tre lustri nella Riviera del Garda.


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LE CITTA' DEL GARDA : GARGNANO

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Gargnano  è un comune italiano della provincia di Brescia, in Lombardia. È situato nell'Alto Garda e comprende all'interno il Parco regionale dell'Alto Garda Bresciano.

Il nome del paese compare per la prima volta in un documento del 937 come Garniano, forse derivato dal personale latino Garenius. Documenti di Tito Livio e lapidi, testimoniano la presenza di Etruschi, Celti, Cenomani e Romani.
Dal 1350 al 1426 il territorio di Gargnano fu dominio dei Visconti come capoluogo di quadra nella Magnifica Patria, per poi seguirne la storia sotto il dominio della Repubblica di Venezia. Successivamente alla scomparsa della Riviera sarà annesso alla Repubblica bresciana di cui ne seguirà le sorti sotto la dominazione napoleonica, come capoluogo di cantone, e poi asburgica fino al Regno d'Italia.

Dopo le invasioni barbariche, il comune di Gargnano fu ceduto alla Cattedrale di Verona da parte del Vescovo Eriprado.

Con l'arrivo di S. Francesco sul Benaco venne costruito nel 1100 un convento e nel 1280 una chiesa con un bellissimo portale dedicato a S. Francesco.

Nel 1331 Giovanni di Boemia rendeva Gargnano feudo della famiglia Castelbarco, per poi passare sotto ai Visconti e poi sotto la Repubblica di Venezia.

Successivamente alla scomparsa della Riviera Gargnano sarà annesso alla Repubblica Bresciana seguendone le sorti sotto la dominazione napoleonica, prima come capoluogo di cantone e poi come dominio asburgico fino al Regno d'Italia.

Più recentemente Gargnano deve molto alla famiglia Feltrinelli. Grazie ai Feltrinelli venne eretto oltre l'ospedale, anche degli asili ed altri edifici di pubblica utilità.

Le due ville dei Feltrinelli ospitarono anche Mussolini ed il suo governo.

Essendo il comune più esteso dell'Parco Alto Garda Bresciano, Gargnano è la capitale della Vela Gardesana e meta ambita da chi ama il lago, la natura, i paesaggi incontaminati.

Il suo entroterra montuoso e quasi interamente ricoperto da boschi mentre la collina ospita piccoli paesi che meritano una visita.

L'atmosfera che si respira a Gargnano è mediterranea, grazie ai suoi ulivi, orti, giardini e alle antiche limonaie.

Il paese accoglie i turisti con il suo chiostro gotico dell'ex convento di San Francesco, fondato nel 1221.

Sul porto di Gargnano si affacciano vari edifici in alcuni dei quali sono murate palle di cannone a ricordo del bombardamento navale subito nel 1866.

Lasciato il centro storico, con il suo ex Palazzo comunale del Traffegnini del 1581, si può ammirare Villa Feltrinelli o Villa del Duce che ospitò Mussolini durante i giorni della Repubblica di Salò.

Nella parte alta del paese, sulla statale, si erge neoclassica Chiesa di San Martino del Vantini che contiene le pale dell'antica pieve.

Si raggiunge poi verso nord l'isolata chiesetta romanica di San Giacomo in Calì, l'edificio più antico di Gargnano, con affreschi di scuola veronese e trentina del Trecento. Per visitarla rivolgersi al portone di fianco alla chiesa.

Appena si arriva a Gargnano si notano le le limonaie, alti pilastri che puntano il cielo, tutti in fila, racchiusi su tre lati da bianche muraglie di pietra, testimonianza di un'economia un tempo unica e fiorente, oggi reliquie museali tenute in vita dal Parco Alto Garda e da pochi appassionati che coltivano limoni.

Le limonaie sono state costruite per rendere possibile la coltivazione degli agrumi in climi relativamente freddi. Intorno agli anni 1850/1855 a Gargnano si concentravano circa la metà delle limonaie presenti su tutta la riviera.

La Chiesa di  San Francesco a Gargnano costruita nel 1289 presenta nella facciata una statua di Sant'Antonio del frate Antonio Delay datata 1301. Nella cappella di destra ci sono resti di pitture  risalenti probabilmente alla fine del 1200. Tra i vari quadri si può ammirare un Martirio di Santo Stefano del Bertanza e tre grandi tele del cinquecento.

Il chiostro trecentesco si caratterizza per eleganti archi di gusto veneziano, retti da capitelli scolpiti con teste di frati, leoni, pesci, oltre che cedri e limoni. Gli agrumi scolpiti nei capitelli testimoniano la tradizione secondo la quale furono i frati francescani a portare sul lago di Garda la coltivazione degli agrumi.

All'ingresso si trova il sarcofago di Argilo di Gargnano. Sul portale rinascimentale sono invece scolpiti episodi della vita di Gesù. Il chiostro purtroppo è attualmente chiuso al pubblico.
Gli amanti della vela non possono perdersi la celebre Centomiglia, la più famosa regata al mondo che si svolge in acque interne.

Oltre a delle belle passeggiate lungo i vicoli di Gargnano, si possono fare delle escursioni in mountain bike nell'entroterra o dedicarsi ad ogni tipo di sport.

Gli amanti della buona tavola possono gustare ottimi piatti a base di pesce di lago pescato ogni notte e venduto la mattina seguente in Piazza.

Inoltre non mancano rinomati formaggi, come quelli di Costa e Briano e il pregiato olio extra vergine d'oliva, prodotto dalle varietà casaliva e leccino e dalla rara varietà Gargnà.

Importante anche la produzione dei capperi, che qui sorgono spontanei dai muri in pietra, arricchendo il paesaggio con i loro fiori.

A Gargnano ha sede nel palazzo Feltrinelli il Centro d'Ateneo per la promozione della lingua e cultura italiana (CALCIF) dell'Università degli Studi di Milano.

Vi si trovava, inoltre, l'Istituto Statale d'Arte del Garda.

Persone legate a Gargnano
Giovanni Beatrice, detto Zanzanù, e Eliseo Baruffaldo, briganti del XVII secolo.
Pietro Bellotto, pittore barocco.
Lorenzo Fiorini, Domenico Pattuccelli e Tommaso Chiaromonte, garibaldini volontari nell'Esercito meridionale di Giuseppe Garibaldi nel corso della campagna militare del 1860.
Alessandro Bettoni Cazzago, militare, partigiano e atleta ippico. Nel 1940 vinse il concorso ippico internazionale "Piazza di Siena" e nel 1942, colonnello del 3º Reggimento "Savoia Cavalleria", comandò la carica di Isbuscenskij durante la campagna di Russia, che è stata una delle ultime della storia militare della Regia cavalleria.
Erika Blanc, attrice.
Cesare Lievi regista teatrale, poeta e drammaturgo.
Benito Mussolini, durante la Repubblica Sociale Italiana (detta impropriamente Repubblica di Salò) visse nella Villa delle Orsoline (Villa Feltrinelli).
David Herbert Lawrence, visse a Gargnano dal 18 settembre 1912 al 30 marzo 1913 con la compagna Frieda Weekley von Richthofen.
Uto Ughi, violinista.
Oscar Ghiglia, chitarrista.


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