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mercoledì 30 dicembre 2015

MONTEMEZZO

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Montemezzo  è un comune situato a mezza costa lungo le pendici del monte Berlinghera ed è formato dai due principali centri abitati di Burano e Montalto. Il ritrovamento di massi coppelliformi dimostra che la zona fu abitata fin dalla preistoria. Dal sec. XVI agli inizi del XIX subì massicciamente il fenomeno dell'emigrazione per lo più verso la città di Palermo da cui furono importate usanze e tradizioni vive ancora oggi. La localtà Montalto si trova sulla Via dei Monti Lariani, un percorso di trekking lungo 125 km, che collega le località montane disseminate sui pendii della sponda ovest del lago. Dalla loc. S. Bartolomeo si può raggiungere la cima del Monte Berlinghera.

La Chiesa di S. Martin fu eretta in posizione dominante le acque del lago, con ampio panorama verso le foci dell’Adda, del Mera ed il Pian di Spagna.
Riconosciuta come una delle chiese maggiormente affrescate della zona, divenuta parrocchiale nel 1480, con campanile dell’ultimo 500.
All’interno, nella zona absidale, sono affrescati una “Crocifissione” ed un “Giudizio Universale” attribuiti ad Aurelio Luini, figlio del celebre Bernardino che usò, pare, i cartoni che il padre aveva utilizzato per affrescare la chiesa di Santa Maria degli Angeli di Lugano.
Affresco di rilevante importanza è anche “La battaglia di Murat” ispirazione del Fiamminghino, simbolica figurazione del trionfo della fede cattolica su quella luteranense.
Gli altri affreschi delle cappelle, tra cui uno del Caracciolo di Vercana, l’altare di sinistra, parte dei paramenti sacri ed una lampada in argento sono omaggio degli emigrati locali in Sicilia.



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lunedì 28 dicembre 2015

GERA LARIO

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Gera Lario è il comune più a nord sulla riva settentrionale del Lago di Como. Il grazioso lungolago passa alla zona ricreativa con un porto turistico, spiaggia del mare con una riva del lago fortificato, molto grande prato, una piscina pubblica, scuola di surf con noleggio attrezzature e parco giochi per bambini.  La posizione rivolta a sud è un buon punto di partenza per escursioni su entrambi i lati del lago, alla Valtellina, e per sfidare montagna escursioni fino alle vicine villaggi di montagna sopra e Bugiallo.

L'edificio quattrocentesco della chiesa parrocchiale di S. Vincenzo rientra nello schema delle altre chiese altolariane coeve, ad unica ampia navata con tetto a travature in vista impostato su tre arconi in muratura che scendono fino a terra. A chiudere il presbiterio quadrato con volte costolonate, scende una grande parete affrescata appena aperta, al centro, da un arco trionfale a tutto sesto. La facciata a capanna ha un oculo tondo nell'alto e due lunghe finestre acute trilobate a lato del portale che fu protetto in epoca più tarda da un pronao su due colonne in «molera». Il rosso del cotto che contorna le tre finestre e quello degli archetti acuti che decorano anche tutto il giro sottogronda dell'edificio e del pronao sono una nota di colore sull’uniformità. Le due lesene che scendono dall'alto della facciata dandole movimento senza peraltro sottintendere ora una corrispondente partitura interna, s'interrompono, nel nostro edificio, alla muratura romanica, già fianco sud della primitiva chiesa di Gera. Il portale, che si apre in questa muratura, è ancora quello del secondo edificio romanico, già orientato come il quattrocentesco, e riutilizza a sua volta alcuni marmi scolpiti del precedente portale di cui sopravvive lì vicino un avanzo di arco murato, già ingresso laterale del primissimo edificio. All'infuori di questi resti, la chiesa di Gera appartiene, come s'è detto, al «tipo» delle chiese quattrocentesche dell'Alto Lago: Gravedona con Santa Maria delle Grazie, le vecchie parrocchiali di Livo (S. Giacomo) e di Dosso Liro (S. Pietro in Costa), quelle di Peglio e di Garzeno (ora scomparsa la prima e rimaneggiata la seconda), di Stazzona, Brenzio e Montemezzo. Una fioritura che risale dalle sponde del lago ai paesi della montagna e che si spiega storicamente con l'aumento della popolazione ed un suo maggior benessere dopo l'annessione di tutta la regione al Ducato di Milano al termine dell'irrequieto periodo comunale. Gera risulta eretta in parrocchia solamente nel 1587 dal Vescovo Antonio Volpi, ma secondo lo studioso comasco Monti Santo l'edificio fu costruito nel 1467 , contemporaneamente cioè alle Grazie di Gravedona con la quale appunto, pur essendo di minor imponenza, ha precisi punti di contatto. Una croce affrescata in rosso, del tipo che solitamente veniva usato per documentare la consacrazione di una chiesa, e riapparsa ora sul secondo pilastro di destra sotto ad un avanzo di intonaco affrescato con una cinquecentesca testa di S. Ambrogio, confermerebbe comunque una consacrazione anteriore al secolo XVI. Come l'architettura, così anche la decorazione pittorica accomuna tutte queste chiese. Costruite, come s'è visto, verso la metà del secolo XV, esse vengono quasi completamente ricoperte di affreschi ad incominciare dalla fine dello stesso secolo fin oltre la metà del seguente. Essendo quasi contemporanei fra di loro e distribuiti in un'area molto circoscritta, è ovvio che nella loro massa questi pittori appartengano alla stessa scuola, o almeno alla stessa corrente pittorica: scuola lombarda nella scia del Luini, caratterizzata da uno o da pochi maestri che ripetono loro stessi ed impostano negli aiuti i medesimi schemi nella costruzione della impalcatura di finte architetture e di deco-razioni a girali, raffaellesche e festoni dei riquadri. L'affresco, in particolare a Gera ed a Montemezzo riempie completamente l'abside, dalle pareti alla volta, poi trasborda allo stesso modo su tutto l'arco trionfale, e scende in due fasce regolari lungo le pareti della navata. A Gera stupisce per la ricchezza e complessità soprattutto nella zona presbiteriale, che è pur preparata dal complesso della navata, dove purtroppo, sulla parete sinistra furono cancellati fra il Sette e l'Ottocento parecchi dei riquadri cinquecenteschi: se ne intravede ancora la vecchia incorniciatura archeggiata, come le Sante Margherita e Marcella, o rettilinea, come per il S. Michele, o il nome del santo che vi era prima effigiato, come per l'Angelo e Tobia, oppure riaffiora il primo sotto al secondo dipinto, come per le stigmate di S. Francesco. Ad un altro pittore locale, Antonio Maria Caracciolo, detto il Caracciolo da Vercana (nato a Caino di Vercana, sopra Domaso, il 23 marzo 1727), si potrebbero attribuire i rifacimenti nella parete sinistra della navata, e qualche tela degli altari, come lo stesso pittore lasciò memoria fra il 1748 ed il 1775 in un suo libro manoscritto ora nell'Archivio parrocchiale di Vercana. Di un pennello migliore invece dovrebbe essere l'Arcangelo S. Michele, che consiste in una copia a fresco quasi fedele della pala d'altare della parrocchiale di Cremia, per la quale si fa addirittura il nome di Paolo Veronese. In questo più antico ciclo, che ora fortunatamente dà ancora il tono alla decorazione di tutta la chiesa, sembra di riconoscere tre diverse mani. Un buon pittore cinquecentesco affresca sulla parete centrale del presbiterio, sopra ed attorno al polittico della stessa epoca, le figure dell'Eterno Padre e dei martiri diaconi Vincenzo e Stefano; sulle due pareti laterali, a fianco delle finestre, i quattro dottori della Chiesa, Ambrogio, Agostino, Gerolamo e Gregorio; sulle spalle dell'arco trionfale i santi Pietro e Paolo, cui sovrappone i preziosi cartigli con la data del suo lavoro - 1546 - e la precisazione che gli offerenti erano i barcaioli di Gera riuniti nella loro numerosa corporazione.
La chiesa della Nostra Signora di Fatima edificata nel 1634 in centro del paese per rendere più comoda la partecipazione della popolazione alle funzioni religiose, fu decorata con il contributo dei pescatori che versavano il guadagno della pesca effettuata nei giorni festivi dopo aver soddisfatto l'obbligo del precetto. L'edificio venne invaso dal fango e gravemente danneggiato dalla tragica alluvione dell'8 agosto 1951 che provocò la morte di 17 cittadini di Gera Lario. Ristrutturata dopo dieci anni di lavoro, fu consacrata nel 1963 dal Vescovo di Como Felice Bonomini come "Santuario dei pescatori". Successivamente il Santuario venne visitato dal Vescovo di Fatima, Venancio Pereira, che consacrò i due altari laterali dando inizio ad un gemellaggio spirituale tra Gera e Fatima. Nel Santuario, ora meta di pellegrinaggi e d'incontri, è conservata un'effigie della Vergine proveniente da Fatima e benedetta a Roma in San Pietro nel 1959 da Papa Giovanni XXIII.

Uno scavo ha permesso di individuare fondamentali dati planimetrici relativi all'edificio della Pieve di Olonio, uno dei più importanti centri di culto dell'alto lago. Sono state individuate almeno quattro fasi. La prima, più profonda, è relativa a strutture di età tardo romana, con materiali di IV secolo, tra i quali una bella moneta costantiniana. Il rispetto delle strutture sovrapposte ha impedito l'ampliamento dello scavo: le planimetrie rimangono quindi molto incomplete. La seconda fase documenta la costruzione ad Olonium di un piccolo edificio per il culto cristiano: un oratorio rettangolare con abside semicircolare, ampliato - nella terza fase - prolungando la navata verso N-W. Una rara moneta in rame del VI secolo conferma la datazione del sacello paleocristiano. Nella quarta fase, probabilmente protoromanica, l'edificio, nel quale possiamo riconoscere la Pieve nota dalle fonti letterarie, venne monumentalizzato, con una pianta a tre navate (una, laterale, corrisponde al primitivo sacello), con tre absidi. L'ultima fase sembra abbia interessato l'abside centrale, che venne sistemata a pianta rettangolare, con copertura a volta. Lo scavo ha permesso di dare una nuova lettura alle vicende del centro preromano (dei Vicani Aneuniates) posto a controllare la chiusura settentrionale del lago di Como, sul quale erano possibili solo traffici via acqua. Un edificio a pianta quadrangolare, con peristasi (non sappiamo se a colonne o a pilastri, o addirittura in materiale deperibile, in legno), scoperto alla fine del secolo scorso e interpretato come mausoleo, può oggi essere inteso come cultuale, nella tradizione degli edifici sacri nel mondo celtico, spesso in rapporto con il culto delle acque e collocati a sacralizzare «il passaggio»: guadi, traghetti, ponti. Accanto a questo supposto centro cultuale preromano si formò un agglomerato, con funzioni amministrative e civili, legate alle riscossione dei pedaggi, all'assistenza dei viaggiatori, all'amministrazione del modesto comprensorio agricolo tra i due laghi. Gli edifici sotto il sacello e la Pieve sono certamente relativi a questa fase, nella quale venne anche sistemata la strada per la Valtellina, della quale sono state individuate tracce delle potenti arginature che le permettevano di attraversare la piana paludosa. La cristianizzazione portò alla creazione del sacello, poi trasformato in una grande chiesa: la posizione importantissima del sito, che controlla tutte le comunicazioni verso la Rezia (l'attuale Svizzera) e la Valtellina, portò alla creazione della Pieve, tra le più importanti del lago. Il destino di Olonium era però legato al progressivo spostamento del corso dell'Adda, che originariamente sboccava nel lago di Mezzola, ma che progressivamente si spostava verso occidente e poi verso Sud, avvicinandosi sempre di più all'insediamento. Soprattutto nel XIV e XV secolo la situazione divenne insostenibile per gli abitanti di Olonium: lo scavo ha rivelato come il fianco stesso della chiesa venisse erosa dalle acque del fiume. Alla costante minaccia delle inondazioni si aggiungeva il flagello della malaria. Nel 1444 veniva deciso il trasferimento della Pieve nel vicino paese di Sorico (dove già era un'antica chiesa, altomedievale). A Olonio rimase una torre, con un piccolo presidio di soldati, a controllare il passaggio dell'Adda (non ancora il Mera), frequentato soprattutto dai contrabbandieri e chiuso da pali piantati sul fondo e da catene. Ma anche la torre, nel XVI secolo, venne distrutta nel corso delle operazioni militari degli Svizzeri, che premevano verso il lago e il territorio lombardo. A non molto distanza, nei primissimi anni del secolo successivo, la poderosa struttura del Forte di Fuentes raccolse l'eredità militare di Olonio. Infine, nel XIX secolo, il corso dell'Adda venne spostato verso Sud, direttamente nel lago di Como. Si ponevano così le premesse per la bonifica della piana tra i due laghi e per la ripresa, dalla fine dell'800, degli insediamenti nel sito che nascondeva i resti dell'antica Olonium.
Sul territorio comunale sono presenti diverse cappellette ed edicole votive a testimonianza del radicamento del sentimento religioso nella comunità locale. Sulla piazza principale e nelle contrade si trovano anche antiche case che propongono in facciata affreschi raffiguranti soggetti sacri.

Nella zona a lago, nel 1957 è stato eretto un faro votivo, nei pressi del porticciolo turistico. Il manufatto è situato nella zona devastata nel 1951 dall’alluvione che provocò diciassette vittime e la devastazione dell’intero paese, a memoria del tragico evento. Il faro costituisce un esempio unico di tali architetture nel litorale dell’alto lago, è un punto di particolare emergenza visuale ben identificabile dall’ ampio bacino dell’Alto lago e dalle alture circostanti il paese, che connota la sponda di Gera Lario divenendone il simbolo.


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sabato 26 dicembre 2015

LA VALTELLINA

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La Valtellina è un’ampia regione alpina che corre tra Italia e Svizzera, Lombardia e Cantone dei Grigioni, per quasi 200 Km, proprio al centro delle Alpi, ideale confine tra il Nord e il Sud dell’Europa. Il territorio della provincia di Sondrio, che comprende Valtellina e Valchiavenna, le due vallate principali, si divide in cinque aree, ognuna delle quali ha caratteristiche e peculiarità proprie, pur mantenendo una cultura comune e condivisa: l’Alta Valtellina, con Bormio, Livigno e Valfurva; la Media Valtellina, con Tirano, Teglio, Aprica e Grosio; il Sondriese, con il capoluogo e la Valmalenco; la Bassa Valtellina, con Morbegno e le sue valli, la costiera dei Cech; la Valchiavenna, con Chiavenna, il lago di Novate Mezzola e la Valle Spluga. Fiumi, torrenti e laghi alpini sono una costante del paesaggio valtellinese. I due versanti, quello retico e quello orobico, sono molto diversi tra loro. Le alpi Retiche, a Nord, raggiungono quote elevate, fino ai quattromila metri del pizzo Bernina, e accolgono poche ampie vallate, tra cui la Valmasino, la Valmalenco, la Valgrosina e la svizzera Valposchiavo. Alle pendici i monti sono caratterizzati da una vasta zona di vigneti terrazzati. Sul versante Sud le prealpi Orobie contano numerose vallate laterali, un ambiente più selvaggio, fitti boschi e una quota media delle cime che non supera i tremila metri. L’area del Distretto Culturale non è estesa all’intera provincia di Sondrio bensì limitata alla Valtellina, con esclusione della Valchiavenna, e comprende 65 dei 78 comuni.

La vallata fu colonizzata, fin da epoche antichissime, da popolazioni di origini celtiche, liguri ed etrusche. In particolare Virgilio, Plinio il giovane (comasco) e Marziale narrano di come, in età pre-romana, i primi insediamenti ligustici ed etruschi avevano importato in Valtellina la vite dalle zone delle Cinque Terre e della Lunigiana.

L'antichissimo popolo dei Liguri si stanziò appunto, oltre che su una lunga costa che andava da Marsiglia a Luni, lungo la dorsale appenninica settentrionale, su entrambi i versanti delle Alpi Occidentali. Raggruppati in stirpi o tribù, in particolare i Liguri Stazielli, acquisirono - dato che conoscevano già la vite - dai Greci i primi rudimenti di vinificazione.

Potrebbero dunque essere stati dei Galli Liguri ad introdurre il vitigno "Nebbiolo" in Valtellina, quando la colonizzarono. Il loro passaggio attraverso la Val Chiavenna diede allora l'appellativo "chiavennasco" al vitigno originale. Ma questa è solo una mera ipotesi.

La Valtellina dopo aver fatto parte dell'Impero Romano finì nel 568 d.C. sotto il dominio longobardo. Numerosi gruppi arimannici si stanziarono in queste terre, fra i quali i Crotti potenti arimanni Longobardi, cioè guerrieri Longobardi a cavallo, che nell'Alto Medioevo da Bergamo si stabilirono in questo territorio, contribuendo con il proprio nome alla toponomastica di varie zone della Valtellina. In seguito fu la volta del dominio del popolo dei Franchi, per poi passare sotto i vescovi principi.

Durante il Medioevo la Valtellina seguì le sorti della restante Lombardia. Essa fu sempre soggetta dal punto di vista ecclesiastico ai vescovi di Como, mentre civilmente dopo essere stata soggetta al Comune di Como e al vescovo di Como venne incorporata verso la metà del XIV secolo nel Ducato di Milano. Gli abitanti dei vicini Grigioni, che già erano entrati più volte in Valtellina, nel 1512, approfittando delle invasioni straniere che avevano preso avvio nel 1494, la occuparono tutta pur garantendo alle popolazioni locali il rispetto degli antichi privilegi e consuetudini. Il 27 giugno 1512, con il Giuramento di Teglio, la Valtellina venne ufficialmente annessa ai Grigioni. Gli svizzeri istituirono una struttura amministrativa costituita da un capitano di valle che risiedeva a Sondrio e che veniva sostituito ogni quattro anni, mentre gli altri due terzieri venivano retti da un podestà di durata biennale. A parte erano governati il ricco contado di Chiavenna e quello di Bormio che avevano alle spalle una lunga storia di indipendenza e autogoverno.

Il dominio grigione durò dal 1512 al 1797. Anzi, fino al 1525-1526 il dominio delle Tre Leghe comprendeva anche le tre pievi del Lario superiore (Dongo, Gravedona e Sorico, con i comuni circostanti), la pieve (disabitata in buona parte dopo un'alluvione) di Olonio (grosso modo corrispondente all'attuale Pian di Spagna) e la zona tra Colico e l'abbazia di Piona. Questi territori furono riconquistati da Giovanni Giacomo de' Medici, castellano di Musso, e ceduti dalle Tre Leghe con il trattato di Ilanz, concluso nella primavera del 1526 con la mediazione di Francia, Venezia e del papa. Nello stesso periodo le Tre Leghe accolsero la riforma protestante, ed il cattolicesimo divenne minoritario (sebbene consentito) a nord delle Alpi.

Durante questo periodo la Valtellina fu teatro di gravi scontri tra cattolici e protestanti. Anche in Valtellina erano numerosi i cristiani che avevano abbracciato la confessione riformata; questi protestanti valtellinesi potevano beneficiare anche della protezione dei magistrati inviati in valle dai Grigioni, come pure dell'arrivo di libri e di pastori attraverso le vie commerciali. I Grigioni vedevano con favore un allontanamento religioso della valle dalla Spagna, allora dominatrice del Ducato di Milano e una delle potenze principali dell'Europa cattolica nel XVII secolo.

Da Poschiavo la prima stamperia grigionese, nonostante il volere contrario del papa e del re di Spagna, distribuiva opere di autori riformati che giungevano in tutta Italia; la Valtellina era peraltro notoriamente aperta a quegli italiani che erano costretti a fuggire per sospetto di eresia: ad esempio Camillo Renato che fu a Traona, a Chiavenna e in altre località della valle negli anni quaranta del XVI secolo.

A confronto con la dominazione esercitata dai Confederati elvetici su quella parte di Lombardia che oggi costituisce il Canton Ticino, il governo dei Grigioni sulla Valtellina si mostrò in alcuni momenti più rigido e assunse anche chiare tendenze anticattoliche. In effetti, mentre i Confederati, cattolici per i 9/12simi, consideravano i territori acquisiti come terre sottomesse ma autonome, i Grigioni, vivendo in territori più poveri, ambivano all'annessione vera e propria della molto più fertile Valtellina. In questa prospettiva, anche l'elemento religioso poteva assumere valenze politiche, dal momento che un'adesione massiccia della Valtellina alla riforma poteva separarla dalla sua antica rete relazionale lombarda, comasca e cattolica.

Fu per questa ragione che le Tre Leghe appoggiarono l'adesione di diversi loro sudditi valtellinesi alla riforma (che, si noti, generalmente non proveniva dal nord delle Alpi, ma soprattutto da ex-ecclesiastici cattolici italiani che trovavano rifugio nelle vallate alpine). In alcuni casi i provvedimenti, formalmente volti a garantire la pacifica convivenza tra le due confessioni, finirono con l'avere ricadute particolarmente vessatorie per la parte cattolica. Soprattutto, la maggioranza della popolazione rimasta cattolica non tollerò di dovere condividere con i riformati le chiese parrocchiali, o di cedere alle comunità protestanti alcuni edifici di culto secondari, di proprietà pubblica, cui spesso era anche annesso un beneficio ecclesiastico (ciò poteva accadere anche in comunità dove i riformati erano molto pochi: bastava che ci fossero otto membri di Chiesa perché fosse garantito loro l'uso di un luogo di culto e il mantenimento di un pastore).

Con l'andare degli anni, l'avversione dei cattolici verso i protestanti, rinfocolata dai predicatori francescani e domenicani inviati in Valtellina da san Carlo Borromeo, raggiunse livelli critici. Fu la morte, in seguito a tortura, dell'arciprete di Sondrio Nicolò Rusca a sancire definitivamente la rottura tra la comunità riformata e quella cattolica. I cattolicissimi spagnoli avevano peraltro un forte interesse a transitare liberamente per la Valtellina, potendo così mettere in diretta relazione i possedimenti italiani degli Asburgo di Spagna con quelli imperiali degli Asburgo d'Austria aggirando la sempre più potente Venezia. Il governatore spagnolo di Milano finanziò largamente un gruppo di valtellinesi, guidati da Gian Giacomo Robustelli di Grosotto che si pose a capo di una congiura che nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1620 sfociò nel cosiddetto Sacro Macello di Valtellina.

In quella sola notte tutti i protestanti di Tirano, Teglio e Sondrio vennero trucidati o bruciati vivi dalle milizie cattoliche (solamente un piccolo gruppo di 70 persone di Sondrio riuscì a salvarsi rifugiandosi in Engadina). In totale perirono tra i 600 e i 700 protestanti valtellinesi. Questo funesto massacro segnò la fine dell'interventismo grigionese in campo religioso e della predicazione riformata in Valtellina: di conseguenza, anche il dominio delle Tre Leghe smise di essere fonte di rancore per i valtellinesi. Al contrario, parte delle élite locali spinsero per fare della valle una quarta Lega al pari con le altre tre: queste speranze non si concretizzarono mai per la freddezza al riguardo delle prime tre Leghe, e poi per l'arrivo di Napoleone Bonaparte che pose termine al dominio grigionese.

Durante il tardo Cinquecento e il primo Seicento in Valtellina si diffuse, più che in ogni altra zona dell'arco alpino italiano, la coltura del grano saraceno, che conserva tuttora un ruolo importante nella cucina locale. Secondo una leggenda, riportata dal folclore locale, la diffusione di questa pianta originaria dell'Asia minore, fu favorita dalla presenza di schiave circasse o turche (poi prese in moglie) presso il comune di Grosio.

Nel 1797 Napoleone Bonaparte separò definitivamente la Valtellina dai Grigioni e la unì alla Repubblica Cisalpina. La valle seguì quindi, durante l'epoca napoleonica le vicende dell'intera Lombardia quale parte poi della Repubblica Italiana (1802-1805) e, in seguito, del Regno d'Italia guidato da Napoleone stesso e dal viceré Eugenio di Beauharnais.

Con la sconfitta di Napoleone gli Svizzeri tentarono di riprendersi la Valtellina (insieme alla Valchiavenna). Per contrastare tale operazione, i valtellinesi inviarono al Congresso di Vienna due delegati e quando dopo molti tentennamenti, il 27 aprile 1814, le truppe svizzere cercarono di scendere dalla val Bregaglia su Chiavenna, la valle risultò essere ormai già occupata dagli austriaci. Gli Svizzeri si ritirarono pertanto senza combattere.

Nei mesi seguenti, al Congresso di Vienna sembrò inizialmente che le pretese degli Svizzeri alla restituzione della Valtellina trovassero il consenso dei vincitori. Alla fine la valle fu lasciata tuttavia al Regno Lombardo-Veneto e, dunque, in sostanza all'Austria, la quale, probabilmente, voleva assicurarsi il controllo dei passi alpini, in primis lo Stelvio. A tale esito contribuirono anche le lentezze degli Svizzeri, motivate dai dubbi sullo status da accordare alla valle (cantone autonomo o parte del Canton Grigioni) e sull'ostilità dei protestanti ad ammettere nella Confederazione un ulteriore cantone cattolico.

Nel 1859 a seguito della seconda guerra di indipendenza italiana la Valtellina fu annessa al Regno di Sardegna e, dunque, nel 1861 divenne parte del nuovo Regno d'Italia.

L'alta Valtellina fu marginale teatro di scontri durante la prima guerra mondiale (in particolare passo dello Stelvio e Ortles). Documenti dell'esercito elvetico stilati tra il 1870 ed il 1918 (come per esempio il rapporto del colonnello Arnold Keller) indicano piani avanzati d'invasione della Valtellina (così come della val d'Ossola) sia a livello di tattiche difensive che offensive. Con queste manovre gli elvetici intendevano difendere i fianchi del Canton Ticino in caso di conflitto italo-svizzero. Prima e durante la Grande Guerra, fu costruita una linea difensiva italiana per impedire un eventuale sfondamento del fronte attraverso la neutrale Svizzera (linea Cadorna).

Alla fine della seconda guerra mondiale doveva diventare l'ultima roccaforte della Repubblica Sociale Italiana: si pensava infatti di raggruppare tutte le forze repubblichine in Valtellina creando il "Ridotto Alpino Repubblicano", cosa che non avvenne, perché tutto l'apparato militare e paramilitare fascista si sciolse dopo il 25 aprile 1945.

Nell'estate del 1987 la Valtellina fu sconvolta da una serie di drammatici eventi naturali che causarono alcuni morti e numerosissimi danni all'intera valle. Il giorno 28 luglio 1987 l'abitato di Sant'Antonio Morignone, frazione del comune di Valdisotto, rimase sepolto sotto una vastissima frana staccatasi improvvisamente dal vicino Pizzo Coppetto. L'enorme quantità di rocce e detriti accumulatisi sul fondovalle a causa della frana ostruì il letto del fiume Adda. Per garantire il regolare deflusso delle acque, nei mesi seguenti la Protezione Civile fu costretta a realizzare un percorso in gallerie sotterranee come alternativa all'originale letto del fiume, mentre per assicurare un costante controllo della situazione la Regione Lombardia decise di installare una rete di osservazione, progettata e realizzata da una società di monitoraggio ambientale, costituita da 14 stazioni di monitoraggio.

Settore molto tradizionale, attualmente legato a figure del passato come lo spazzacamino e l'arrotino, che scendevano nelle città (come Milano) a trovar fortuna.

Attualmente si può considerare fiorente l'attività di produzione del pezzotto, un tappeto costituito di scarti di tessuto intrecciati con filo di canapa.

Estratto e lavorato fin dai primi secoli dopo l'anno mille, il serpentino scisto della Valmalenco è stato oggetto di un fiorente commercio, che continua tuttora, che lo identifica da sempre con la zona geografica della Valtellina.

I principali valichi della Valtellina, sono lo Stelvio (che con i suoi 2758 metri è il più alto d'Italia e il secondo in Europa), spesso protagonista del Giro d'Italia, che porta in val Venosta (Alto Adige), il passo del Gavia (2621 m) verso l'Alta val Camonica, il passo San Marco verso la val Brembana e quello dell'Aprica (1200 m) verso la val Camonica di Edolo, il Passo del Mortirolo (1.852 m) verso la Val Camonica.

La montagna valtellinese offre numerosissime opportunità sia per gli escursionisti sia per gli alpinisti, tradizionali e free climbers. In valle si trovano numerose rinomate stazioni sciistiche quali Aprica, Bormio, Caspoggio e Chiesa in Valmalenco.
Infine, una località turistica e stazione sciistica è Livigno che in termini strettamente geografici, si trova al di fuori della Valtellina, essendo al di là del crinale delle Alpi, ma che è parte integrante della provincia di Sondrio. Altre stazioni sciistiche di più piccole dimensioni, facilmente raggiungibili da Morbegno e Sondrio, come Pescegallo e Prato Valentino, consentono la fruizione dell'offerta in un contesto più raccolto e familiare.

In questa valle si trovano anche diverse sorgenti termali calde, una ai Bagni di Masino e una con sette sorgenti ai Bagni di Bormio. In queste località vi sono quattro stabilimenti termali, uno nella prima e tre nella seconda.

La Valtellina accoglie il settore lombardo del Parco nazionale dello Stelvio (dai laghi di Cancano a tutta la Valfurva), nonché il Parco regionale delle Alpi Orobie.

La Valtellina, assieme ai territori di Monferrato, Langhe e Roero è stata ufficialmente candidata per essere inclusa nella lista del Patrimonio mondiale dell'umanità dell'UNESCO, ma a differenza dei citati territori vinicoli piemontesi alla fine non è stata inserita.
Alcune tra le più rinomate località sciistiche, quali Bormio, Livigno, Santa Caterina, Madesimo in Valchiavenna, Chiesa Valmalenco e Aprica si trovano in questo territorio ed offrono oltre 400 km di piste dedicate allo sci alpino e più di 200 km allo sci nordico.

Ricca di arte e cultura, la Valtellina testimonia il suo glorioso passato di crocevia per l’Europa con numerose chiese, palazzi, torri e castelli.

Le sue vallate sono l’ideale sia per la mountain bike sia per chi è alla ricerca di itinerari storici o naturalistici.

Per chi ama lo sport la Valtellina offre bellissimi scenari per dedicarsi all’ alpinismo e all’ arrampicata, al nordik walking e numerosi torrenti dove poter praticare il canyoning e il rafting.

La gastronomia riveste un ruolo di primo piano con, su tutti, i famosi Pizzoccheri, la Bresaola e il Bitto. Famosa per la produzione vinicola che terrazza gran parte dei suoi pendii e per quella di mele, la Valtellina è ricca di sapori che sapranno soddisfare ogni palato.


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venerdì 25 dicembre 2015

SAMOLACO



Samolaco è un comune alle porte della Valchiavenna. Qui le alpi Lepontine vengono a spegnersi precipitando, quasi, nella bassa piana della Mera, faccia a faccia con le alpi Retiche, che mostrano il loro volto più aspro e selvaggio, ed insieme solare, nel versante orientale della Valchiavenna. Qui le estreme propaggini del lago di Como si incontra(va)no con la piana posta sul limite meridionale della Valchiavenna: Samolaco, appunto, da “summo lacu”, “alla sommità del lago”, e così era in passato, prima che disastrose alluvioni portassero, nel 1520, alla separazione dell’attuale lago di Novate Mezzola dall’alto Lario ed allo spostamento a sud della sua estremità superiore.
Qui celebrano le loro eterne nozze acqua e terra, in un connubio che è insieme esplosione di aspri dissidi e tessitura di profondissime armonie: le abbondanti precipitazioni (oltre 3000 mm annui) regalano al versante montuoso di Samolaco una straordinaria ricchezza di corsi d’acqua e sorgenti, che, insieme all’azione dei ghiacciai del quaternario, terminata 30.000 anni fa, ne hanno modellato la ricca venatura di valli e vallecole ed il ritmico alternarsi di colline moreniche presso il piano.
Qui la civiltà della parola ha disegnato uno dei più singolari confini fra le parlate del “bric(h)’” (così suona il “no” sul lato occidentale della Mera) e del “minga” (il diniego sul lato orientale del fiume), confine forse meno perentorio di quanto comunemente si crede, ma di certo ben radicato nell’immaginario popolare.
Qui la storia di grandi movimenti d’arme, dalla calata del Barbarossa a quella delle dei Lanzichenecchi nella funesta guerra dei Trent’Anni, si è incontrata, come una tangente incontra una curva, toccandola, solo, senza reciderla, con i quieti e faticosi ritmi di un’antichissima civiltà contadina, impegnata a La chiesa di S. Pietro a Samolaco. Di qui passava l’antichissima strada regia (poi denominata “Regina”) che da Como saliva a Chiavenna, per poi valicare le alpi e portare a Coira: vi transitavano, incrociandosi, incontrandosi, mercanti, pellegrini, soldati.
Qui la fede cristiana si è, per la prima volta, incontrata con i remotissimi culti dei “pagi”, attraverso la figura del martire Fedele, soldato della legione Tebea martirizzato nel 298 d.C. in località Torretta. Qui il curioso camminatore può incontrare i molteplici segni di una vita al cui ricordo siamo forse ancora affezionati, come il vivente può essere affezionato a ciò che non vive più.
In origine il termine Samolaco si riferiva ad un nucleo di pescatori posto sulla rive settentrionali del Lario, probabilmente poco distante, ad ovest, degli attuali resti della chiesa di S. Giovanni all’archetto, di origine romanica (fu edificata probabilmente intorno al 1000). Ne parla già un resoconto di viaggio di Antonino Pio, imperatore romano dal 138 al 161 d.C., e lo citano documenti successivi, nelle varianti di Summus lacus, Summolaco, Somolego, Semolego e Samolico. Nel Medioevo Samolaco fu importante pieve (cioè circoscrizione religiosa che unificava più parrocchie, ma anche unità La Mera nei pressi della confluenza nel lago di Novate Mezzola. Della pieve di Samolaco facevano parte anche Gordona e Colorendo. Essa, a sua volta, apparteneva alla porta San Lorenzo, insieme alle pievi di Sondrio, Berbenno, Chiavenna, Ardenno, Olonio. Nel secolo successivo, però, e precisamente nel 1335, con la dominazione dei Visconti, che erano divenuti signori di Como, fu assorbita da Chiavenna. Un documento del 1436 attesta che l’“universitas loci et territori Semologo, Vallis Clavenne” faceva ormai parte, amministrativamente, della Valchiavenna.
È proprio in questo secolo che Samolaco, come nucleo a sé stante, scomparve, probabilmente per le conseguenze di violenti fenomeni di origine alluvionale (frane e smottamenti) provocati dai torrenti Casenda e Meriggiana. Di questa scomparsa parla anche Giovanni Guler von Weinceck, governatore di Valtellina per le Tre Leghe nel 1587-88 ed autore di una nota descrizione di Valtellina e Valchiavenna edita a Zurigo nel 1618, con il titolo di “Raetia”. Scrive, al riguardo: “Proseguendo verso nord s’incontrano le rovine di un borgo, in antico assai rinomato, detto Samolaco: che significa all’estremo del lago… Di Samolaco fa menzione Antonino Augusto nel suo itinerario, dove egli scrive che da Muro, I ruderi della chiesa di S. Giovanni all'Archetto. In antico questo paese fu assai fiorente; ma nel Medio-evo le intemperie e le altre cause aprirono a poco a poco, in alto sul monte, un pauroso scoscendimento che di quando in quando franava in basso, non cessando la sua opera deleteria sino al giorno in cui col pietrisco minuto, con ciotoli e con enormi macigni distrusse totalmente ogni edificio del borgo: così che oggi si può scorgere a mala pena dove il paese sorgesse. Restano soltanto, sul posto dell’antica Samolaco, i ruderi di alcune torri ed una parte della chiesa che era stata eretta in onore di S. Giovanni. In questo luogo fu martirizzato S. Fedele dai sicari di Massimiano".
Dopo la rovina del nucleo originario, il termine “Samolaco” passò a designare l’insieme, l’intarsio, si potrebbe dire, dei nuclei posti a nord-ovest, nord e nord-est di quello originario, che incontriamo percorrendo l’attuale strada provinciale Trivulzia che corre parallela alla ss. 36 dello Spluga sul lato occidentale della piana della Mera. Nel secolo XV sono già attestati, infatti, gli abitati di Monastero, Sorboggia, Silvaplana, Paiedo, L’Era, Ronco, Roncilione (Ronscione), Fontanedo, Pozzolo, Bedolina, Nogaredo, Casenda, del Manco, Cusciago, del Bono, Pedemonte, Cadampino, Casaccia, Cesura. Ronscione e Monastero formavano una vicinanza a sé, con propri boschi e alpeggi, e proprie adunanze.
Il comune di Samolaco compare per la prima volta in un documento del 1301 insieme a quelli di Chiavenna, Mese, Prata, Valle  (Val San Giacomo), e viene citato negli Statuti di Como del 1335 come “comune loci de Somologo”. Sulla base dei suoi ordinamenti, capo della comunità stava il console, eletto dai capifamiglia, durava in carica un anno, proveniva di volta in volta dalle diverse frazioni, convocava e presiedeva i consigli, riscuoteva e amministrava le entrate e rappresentava il comune nei consigli di giurisdizione e di contado. Era assistito, nella sua opera di governo, dai maggiorenti delle principali frazioni, che si riunivano, con intervento del notaio, a Silvaplana (l’attuale San Pietro). Si riuniva, inoltre, periodicamente anche un consiglio generale degli uomini del comune o del popolo di Samolaco, che era formato dai capifamiglia del comune, i quali erano convocati dal console nella piazza “avanti la chiesa di Sant’Andrea”, per discutere ed approvare le questioni fondamentali della vita della comunità: l’elezione del console e del consiglio di comunità, l’incanto per il dazio del pane, l’affitto dei beni comunali, la lettura degli ordini comunali.
Il consiglio generale decideva anche in alcune materie di culto ed eleggeva il consiglio di comunità di Samolaco, il quale, a sua volta, provvedeva all’elezione degli ufficiali (officiali) di comunità: tre stimatori (uno per terziere) “per formare le liste e cavare li conti”; due provisionari, con il compito di La bassa piana della Mera (versante occidentale). La validità dell’assemblea era condizionata dalla presenza della “maggior parte” dei capi­famiglia.

Modesto era il rilievo economico di Samolaco agli inizi del Cinquecento: gli estimi ne valutavano il “reddito” in 2 lire, decisamente inferiore a quello dei vicini comuni di Mese e Prata (entrambi con 13 lire) e di Gordona (12 lire). Un’economia, dunque, di sussistenza o poco più, centrata sulla coltivazione del castagno e di orzo, miglio, segale, panìco e legumi, cui si univa l’essenziale integrazione dei latticini e della carne degli animali allevati; del resto, ancora al tempo dell’inizio della dominazione viscontea, nel 1335, la totalità della popolazione apparteneva al ceto dei servi della gleba o al più a quello degli artigiani, mentre assenti erano i nobili.
Gli inizi del Cinquecento segnarono, però, un momento di fondamentale importanza per questa terra: proprio nel 1500 i Francesi si impadronirono di Milano ed estesero per dodici anni il loro dominio sulla Valchiavenna. Gian Giacomo Trivulzio, condottiero al loro servizio, venne nominato conte di Chiavenna e promosse un ampio lavoro di bonifica del piano di Samolaco, facendo scavare due canali dal lago verso nord per lo scolo delle acque e la canalizzazione del basso corso dei torrenti Boggia e Mengasca. Si costituì, così, sui terreni bonificati, un’ampia fattoria che venne denominata “La Trivulzia”. Nel 1512 ai Francesi si sostituirono le Tre Leghe Grigie, signore di Valtellina e Valchiavenna fino al 1797, e la meritoria opera si interruppe: erano, però, poste le basi per un primo moto di spostamento al piano di parte della popolazione contadina, anche perché i Grigioni concessero, nel 1541, la Trivulzia in enfiteusi perpetua ai comuni della valle, suscitando le proteste del Vescovo di Como.
Della Trivulzia e del suo progressivo degrado parla, nella già citata “Raetia”, anche Giovanni Guler von Weinceck, scrivendo: “Tornando dalla montagna verso il piano, vediamo sorgere alcune case, dette la Trivulzia, perché furono costruite da G. Giacomo Trivulzio, per lo sfruttamento della vasta pianura circostante, la quale allora era pingue ed asciutta, mentre in seguito si ricoprì in parecchi punti di canneti, di muschi e paludi. Dal lago giunge fino alla Trivulzia un canale navigabile: per cui si può accedervi tanto per terra che per acqua. Qui ancora il Trivulzio, usufruendo di questi ottimi pascoli, Era. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.itteneva un allevamento di stalloni e cavalli. Ma quando questi terreni pervennero nelle mani dei Grigioni, il canale, di cui non c’era più bisogno, si interrò e le fattorie caddero in rovina.”
La collocazione della Trivulzia, però, potrebbe anche essere diversa: forse coincide con l'ampia piana più a sud, denominata "prèe dal pòort", fra la frazione di Nogaredo e la Mera. Quel che è certo è che il Trivulzio pensò di sfruttare la tenuta anche a fini militari, introducendovi l'allevamento di una razza pregiata di cavalli andalusi, che fu, molto dopo, incrociata con quella avelignese dell'Alto Adige, dando origine al pregiato ceppo "Samolaco-avelignese" che è uno dei vanti locali.

Nel secolo successivo, il Seicento, la vita della comunità fu segnata dai grandi eventi che toccarono ed anche sconvolsero le valli dell’Adda e della Mera, soprattutto durante la rovinosa Guerra dei Trent’Anni, che le vide per un lungo periodo al centro delle contese geopolitiche fra l’asse cattolico dell’Impero asburgico e della Spagna, da una parte, e l’alleanza fra protestanti e Francia, dall’altra. Le due forze si contendevano il controllo strategico delle vie di accesso dal milanese ai territorio di Germania e parte del loro confine coincideva proprio con quello meridionale di Samolaco: il comune, infatti, dal 1512 era, con Valtellina e Valchiavenna, possesso delle Tre Leghe Grigie, di confessione riformata ed alleate della Francia, mentre a sud del confine, che passava per la Val della Porta e saliva fino alla cima del monte Belinghera (m. 1930), si aprivano i possessi del Ducato di Milano, dominato dagli Spagnoli. La popolazione contadina si strinse alla sua terra, sul versante montuoso, fra Paiedo, Piazzaberdogna e Sorboggia, mentre il piano era percorso dalle soldatesche delle due parti ed interessato a La facciata della chiesa di S. Pietro.
Il punto più basso di questo periodo oscuro coincise certamente con la calata dei famigerati Lanzichenecchi (mandati dall’imperatore Ferdinando II per difendere i propri diritti sul Ducato di Mantova) lungo la Valchiavenna: costoro, nonostante fossero cattolici e portassero spesso al seguito le proprie donne e bambini, operarono tali razzie e violenze, durante la sosta che precedette la calata nel Milanese, da essere definiti, dal Lavizari, le soldatesche “più barbare e rapaci, che da molto tempo inondassero l’Italia”. L’esito più funesto del loro passaggio fu, però, la terribile epidemia di peste, descritta a Milano dal Manzoni, che infierì dal 1629 al 1631, riducendo, secondo alcuni, la popolazione di Valtellina e Valchiavenna a poco più di un quarto. La stima più attendibile parla, comunque, di una riduzione della popolazione della Valchiavenna da 18.000 a poco più di 8.000 abitanti.
Venne, infine, la sospirata pace, con il capitolato di Milano, del 1639, che sancì che “nella Valtellina e nei due contadi (sc. di Chiavenna e di Bormio) non vi dovesse essere altra religione, che non fosse la cattolica”.
Un quadro sintetico di Samolaco nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: “La terza parochia del lato dritto si chiama Samolico, perché quivifinisce il Lario. Questa terra, se bene ha un decano, è però parte della comunità di Novato. È vicecura et la chiesa è di S. Pietro: ha alcune contrate alle radici del monte et nel monte ancora, verso Gordona, dalla quale dista quatro miglia: cioè Vigazolo, Casendro, Fiera (dov'è unmonticello con un oratorio di S. Andrea, dove altre volte v'era un castello delli Triulsi di Milano, nel qual luoco ancora, secondo la traditione dell'antico, v'era il tempio di Venere); Paié con l'oratorio di S. Francesco, in mezzo la montagna sopra Samolico, dal qual luoco per sentieri et longhi si va a Sorico; Chiesa di S. Andrea ad Era. .
L'aria è cattiva: il territorio è assai fertile di grano et di castagne, non però di vino, essendo puoco et cattivo. A Samolico fu amazato dalli littoridi Diocletiano et Massimiano, imperatori, S. Fedele martire, il corpo delquale finanzi 700 anni fu transportato a Como da Ubaldo vescovo.
Tra Gordona et Samolico, a mezzo il monte, sopra una acuta rupe si vede una torre del pan perduto, quale serviva per avisar la città di Milanocon fumo et fiamma, notata nell'altre torri subsequenti di quella valle et del lago di Conio et del castello Baravetello , sì che in termine d'un'hora si sapea se v'era qualche novità di guerra, o pericolo delli vicini Reti, over Francesi. Appresso questa torre scorre un grosso rivo dalla montagna, qual si chiama Boggia, nel letto del quale altre volte si cavava l'argento. Nel piano puoco lontano dalla Boggia, v'è Selvapiana con una chiesa di S. Pietro, quale appartiene a Samolico. Et con il territorio di Samolico finisce il contado di Chiavena nel fianco dritto della Mera.”

La ripresa demografica, dopo il tracollo dovuto alla peste, si fece sentire solo a partire dal Settecento, anche grazie all’introduzione dal milanese della viticoltura, della patata e del granoturco. Questo, detto dialettalmente “formentóom”, divenne ben presto un elemento fondamentale della civiltà contadina, ancora oggi spesso identificata con l’alimentazione a base di polenta; del resto, un antico detto popolare afferma “desc’ dòt puléent e pö l’è fésc’ta”, cioè “diciotto polente, poi è festa” (nel senso La chiesa di Sant'Andrea al Mot. che per sei giorni si mangia polenta tre volte al giorno, poi viene la domenica). Queste brevi note sull’economia agricola di Samolaco non sarebbero complete senza la menzione dell’allevamento del baco da seta, introdotto nel Cinquecento, e di quello dei cavalli avelignesi, di cui sopra si è detto, apprezzati, per docilità e resistenza, soprattutto sui percorsi di montagna.
Fra Seicento e Settecento il comune di Samolaco si organizzò in terzieri: il terziere di sotto (o di San Pietro, dal 1719) era formato dalle squadre di Selvapiana e Monastero; il terziere di mezzo (o di Sant’Andrea, dal 1741) era formato dalle squadre di L’Era e Nogaredo, Fontana e Montenovo; il terziere di sopra, infine, era costituito da Paiedo.
Un quadro sintetico della situazione del paese a metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: ”A chi giù naviga per l'Adda, gli si presenta davanti, Sommo Laco, come Antonino Augusto nel suo Itinerario l'appella, o sia Samolico, come corrottamente fu poi nominato, così detto perchè stà in capo del Lago, e giace a gradi 46. minuti 8. di latitudine secondo l'Anville. Le sue Vicinanze sono Vigazzolo, Gasenda, Era, Pajedo, Selvapiana, Monasterio, Rogoredo, Roncione, e Monte Novo. In Era era un Castello detto di S. Andrea, edificatovi dal Magno Trivulzio. Nel Monte Novo era pure una Torre Panperduto appellata, poco distante dal Fiumicello chiamato Bogia, che mette capo nella Mera: e nella Pianura son tuttavia molte Fabbriche, che si chiamano alla Trivulzia, per esser tutti que' Luoghi un tempo da esso Magno Trivulzio posseduti.”
Poi, alla fine del Settecento venne la bufera napoleonica, che ridisegnò la carta politica dell’Europa. La Valchiavenna venne inserita nella Repubblica Cisalpina prima e nel regno d’Italia poi. Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, del maggio del 1801, Samolaco era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario. Nel successivo regno d’Italia (1805), Samolaco venne ad appartenere al IV cantone di Chiavenna, come comune di III classe, che contava 1.321 abitanti. Nel 1807 figurava costituito dalle frazioni di San Pietro o Selvapiana (150 abitanti), Roncilione (125), Monastero (63), Schenone (41), Nogaredo (17), Era (44), Montenuovo (28), Fontanedo (25), Casenda (22), Vigazolo (36), Paiedo (176), Somaggia (95).

Caduto Napoleone, la Valchiavenna fu inglobata nel regno Lombardo-Veneto, dominio degli Asburgo d’Austria. Samolaco era comune del VII distretto di Chiavenna e, nel 1853, con le frazioni di Somaggia, San’Andrea e Pajedo, contava 1179 abitanti. I nuovi dominatori promossero la costruzione della prima carrozzabile per lo Spluga (1818-1822), da cui trassero grandi vantaggi gli allevatori di cavalli di Samolaco. L’altra faccia della medaglia era, però, il temutissimo servizio militare nell’esercito imperiale, cui dovevano sottostare, per ben sette anni, i giovani sorteggiati, una vera iattura per le famiglie che si vedevano sottrarre per così lungo tempo una manodopera preziosissima. Dopo la seconda guerra di Indipendenza gli Austriaci furono cacciati dal milanese e nel 1861 venne proclamato il Regno d’Italia, nel quale entrò anche Samolaco, con i suoi 1305 abitanti.
La Ca' Pipeta, o Pipetta, nei boschi sopra S. Pietro. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.itLa seconda metà dell’Ottocento, tuttavia, non fu facile per la comunità samolicana: anche per effetto di nuove tasse, la precarietà della situazione economica di molte famiglie determinò un’accelerazione del flusso migratorio, ora indirizzato verso le americhe, tanto che, come scrivono Amleto Del Giorgio, Andrea Paggi nell’Inventario dei toponimi di Samolaco (cfr. nota bibliografica), “negli ultimi decenni del secolo, si può dire, praticamente tutte le famiglie samolachesi avevano almeno un membro in America”. Il flusso emigratorio ebbe però un risvolto di cui tutti gli abitanti di Samolaco sono estremamente orgogliosi: Martino Illia partì da Ronscione, presso S. Pietro, per emigrare in Argentina nel 1882, dove divenne artigiano ed imprenditore; suo figlio, Arturo Umberto Illia, nato nel 1900, si laureò in medicina e nell'ottobre del 1663 divenne presidente della Repubblica Argentina. Purtroppo la sua presidenza fu prematuramente interrotta, nel giugno del 1966, da un golpe militare, ma lasciò un indelebile ricordo di onestà e rettitudine.
Le rimesse degli emigranti diedero un considerevole impulso all’economia del comune, così come un ruolo importante rivestirono l’arginatura della Mera, la costruzione della linea ferroviaria Colico - Chiavenna (1886) e quella del primo ponte sul fiume (póont de lera, chiamato anche ponte Nave, 1886). Qui, anticamente, il lago raggiungeva il suo punto più settentrionale, e di qui, dunque, passavano piccoli navigli (questo spiega la denominazione di ponte Nave). Nel medesimo periodo proseguì e venne completata la bonifica della piana della Mera (1880-1910).

Il Novecento si aprì in un clima complessivamente positivo, cui contribuirono la costruzione della strada comunale Somaggia – Era - S. Pietro - S. Cassiano (1911) e l’apertura della latteria sociale. Samolaco contava, nel 1901, 1920 abitanti. Venne, però, ben presto la prima guerra mondiale, che si portò via 30 soldati di Samolaco; ancor più grave fu l’effetto della terribile epidemia di influenza spagnola che infierì subito dopo la sua conclusione (1818), mietendo diverse decine di vittime.

Negli anni venti l’emigrazione cambiò la sua direttrice: non più le Americhe, ma l’Australia.

Negli ultimi anni ha ritrovato slancio il tradizionale allevamento del cavallo avelignese di Samòlaco, derivato da intricati incroci di razze, che garantisce resistenza. docilità e attitudine alla montagna.
   
L'antico nucleo di Casenda, ben conservato nella sua struttura tradizionale, si trova allo sbocco dell'omonima valle dove l'abitato di Paiedo (886 m), ora abbandonato, presenta tracce di notevole antichità.
 
A valle di Casenda, nei pressi di Vigazzolo sorgeva il porto romano di Summolacu (ossia "alla sommità del lago"), a cui si giungeva anche per via di terra, proseguendo lungo un tratto di strada Regina, poi completamente abbandonata, di cui si vedono ora solo delle tracce in vicinanza della chiesa, pure abbandonata; di S. Giovanni alI'Archetto, con resti di muri romanici.
 
Lungo una strada secondaria che passa dai nuclei abbandonati di Fontanedo, Ronco e Montenuovo, si può raggiungere Era (213 m), ricca di prati, sede comunale di Samolaco, da cui si sale alla chiesa medioevale di S. Andrea (400 m), che conserva interessanti affreschi del sec. XVI ed altri realizzati dal Macolino.
L'ampio panorama che vi si gode diede al luogo importanza strategica per il controllo sulla valle.
Si prosegue sulla Trivulzia, attorno alla quale sorgono frazioni nate con la bonifica del piano; fino a San Pietro (255 m), allo sbocco della vai Mengasca. Il nucleo più caratteristico si trova attorno alla chiesa secentesca dall'imponente campanile, mentre si dice che la torretta medioevale di Colombee abbia ospitato il Barbarossa.
 
Fra castagneti e alcuni vigneti si sale lungo la val Mengasca attraverso la 'via dei crotti', una mulattiera lungo la quale venivano e vengono tuttora utilizzate cantine naturali molto fresche con temperatura pressochè costante per tutto l'anno, denominate crotti, si può proseguire poi fino alle località  di Monastero e di Santa Teresa, località un tempo abbandonate ed ora in parte recuperate, in un paesaggio ricco di bellezze naturali.
Lungo il sentiero che conduce alla torre di Segname, con breve una deviazione, è possibile visitare la Cà Pipeta, un grande riparo interamente costruito sottoroccia, anticamente adibito con molta probabilità anche ad abitazione, all'interno della costruzione, in stato di abbandono sono presenti diversi locali e sono ancora visibili i resti di una antica stufa.


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mercoledì 23 dicembre 2015

SAN GIACOMO FILIPPO



San Giacomo Filippo è un comune situato nella Valle Spluga, detta anche Valle di San Giacomo. Nel suo territorio si trova uno dei più noti santuari mariani della provincia, il Santuario della Madonna della Misericordia di Gallivaggio con un alto campanile non annesso al santuario.
La Val San Giacomo dall'inizio del Duecento fino al 1815 era un comune unico diviso in tre terzieri:
terziere di dentro di Isola con i quartieri di Isola, Madesimo, Pianazzo e le squadre di Teggiate e Rasdeglia;
terziere di mezzo di Campodolcino, con i quartieri di Campodolcino, Fraciscio, Starleggia, Vhò e Portarezza;
terziere di fuori di San Giacomo, con i quartieri di San Giacomo (con le squadre di San Giacomo, Mescolana, Dalò, La Motta) Monti di San Bernardo [con le squadre Streccio, Pos Costa, Martinon, Scanabèch (oggi San Rocco), Drogho, Filigheggio, Ronchascio, Valesegna] Monti di Olmo e Sommarovina (squadre di Olmo, Sommarovina, Albareda, Costa), Lirone (squadre di Lirone, Cimaganda o Somganda, Gallivaggio o Gallivascio, Avero).
La suddivisione in terzieri viene ripresa nella bandiera della Val San Giacomo divisa in tre fasce orizzontali, ognuna delle quali è a sua volta divisa in quattro strisce di colore nero, verde, rosso e giallo che simboleggiano i quartieri di ogni terziere. Al centro compare uno scudetto rettangolare con l'immagine di San Giacomo, con la scritta “Vallis San Jacobi” (la bandiera originale è conservata presso la chiesa di San Giacomo Filippo).

Il Santuario di Gallivaggio fu costruito per ricordare l'apparizione della Madonna in cui la Vergine Maria apparve il 10 ottobre 1492 a due fanciulle mentre raccoglievano castagne.
Era allora, come oggi, un luogo orrido rinserrato tra le rupi di altissimi monti, ai piedi di una precipite e spoglia scogliera che non per nulla la gente chiama "móta séca". Dal ciglione roccioso cadevano massi ciclopici, come testimoniano quelli di cui sono disseminate le selve appena a monte della chiesa.
Allora, nel Quattrocento, la località di Gallivaggio era isolata, poco sopra l'alveo del Liro, che rumoreggia sul fondovalle cercando una via tra il materiale alluvionale che reca con furia il torrente Avero quando è gonfio d'acqua. Nei castagneti, sotto lo spoglio strapiombo, si arrivava per ardui sentieri più adatti alle capre che agli uomini.
La tradizione racconta che in quello scenario selvaggio la Madonna della Misericordia affidò alle due giovani un messaggio accorato. "Se i peccatori non si convertiranno, il mondo non potrà durare a lungo". La punizione divina sarebbe stata certa se i peccatori non si fossero ravveduti e se non si fosse osservato il precetto festivo. Infatti la Vergine raccomandò ancora di rispettare la domenica, in suo onore e di suo Figlio, a iniziare dai vesperi del sabato. "E così egli esaudirà le mie suppliche a vostro vantaggio ed io non mi stancherò di pregare con maggiore ardore per i peccatori".
Seguirono numerosi prodigi. Sul luogo dello straordinario avvenimento fu costruita una cappella, presto sostituita da una prima chiesa che fu poi abbattuta per erigere l'attuale santuario consacrato nel 1615.

Il Santuario di Gallivaggio, detto "Santuario della Madonna della Misericordia" è considerato il centro spirituale della Valchiavenna. Situato a 800 mt. di altezza il Santuario è raggiungibile dalla Strada Statale dello Spluga, pochi chilometri oltre il centro abitato di S.Giacomo Filippo. La costruzione attuale è la terza sorta sul luogo in cui il 10 ottobre 1492 la Madonna apparve a due ragazze che si erano recate nelle selve a raccogliere castagne, affidando loro un messaggio di pace e speranza. Subito dopo l'apparizione fu eretta una cappella lignea sostituita poi con una in muratura.
L'attuale Santuario fu eretto tra il 1598 e il 1603, mentre il campanile, isolato rispetto all'edificio venne costruito nel 1731. La facciata è semplice con tetto a capanna, l'interno è a tre navate con volta a crociera sostenute da colonne monolitiche di granito. Al suo interno sono due pregevoli oli su tela: l'Incoronazione della Madonna di Paolo Camillo Landriani detto il Duchino (1606) e la Crocefisso tra frati francescani e cappuccini di Cesare Ligari (1739). Il presbiterio e le cappelle sono decorate da affreschi di Domenico Caresana di Cureglia in Ticino (1605-1606), mentre l'aula fu decorata da Luigi Tagliaferri di Pagnona (Lecco) nel 1884.
Di particolare interesse è l'organo donato nel 1673 da valligiani emigrati a Palermo. Ai piedi dell'altare nel 1970 è stato posto il masso di granito su cui è apparsa la Madonna. L'altare maggiore è opera Barocca e nella nicchia che vi sta sopra è collocato un pregevole gruppo ligneo dorato e dipinto raffigurante l'apparizione, una Madonna con Bambino e due fanciulle realizzato nel 1631, incoronato nel 1742 e successivamente resturato nel 1993. Le due corone poste sul gruppo ligneo sono delle imitazioni; le originali si possono ammirare visitando il Museo del Tesoro a Chiavenna presso la Collegiata di San Lorenzo. L'ampio piazzale antistante la costruzione è stato lastricato nel 1992 in occasione del quattrocentenario dell'apparizione.
E' possibile accedere al Santuario anche attraverso una scalinata di settantadue scalini in granito con in cima una croce, anch'essa in granito con un Cristo in bronzo. Particolare è l'ambiente naturale in cui è collocato, caratterizzato da una parete strapiombante che lo sovrasta, chiamata dagli abitanti del luogo "mòta séca”.

La Chiesa di San Giacomo, nominata nel 1119, con fonte battesimale a partire dal 1460. Ancora nel 1178 essa figura come unica chiesa esistente in tutta la val San Giacomo.
Nella chiesa parrocchiale si segnalano l’altare maggiore in legno scolpito e dorato, quello laterale destro della Madonna, di lavorazione simile con telette dei misteri del Rosario, pregevoli affreschi sulla controfacciata, attribuiti a Pietro Bianchi di Como (1700) e sulla volta, opera di Eliseo Fumagalli di Delebio (1915). Sulla parete destra il pittore Giovan Battista Macolino, originario di Gualdera di Fraciscio, eseguì nel 1644 un dipinto con la Madonna, il bambino e personaggi locali. Un raro affresco della seconda metà del '400 è sulla facciata della casa parrocchiale: raffigura la Madonna con il bambino tra i santi Giacomo e Guglielmo, mentre nell'angolo è inginocchiato l'offerente, il vice curato Pietro della Maria di Prata.

Il santuario di San Guglielmo di Orenga (o di Orezia), eremita lariano vissuto nel XIII secolo e morto nel 1290, situato sulla riva destra del torrente Liro.
La frazione di San Bernardo ai Monti.
Il ponte di ferro lungo la strada Statale a pochi metri da Gallivaggio, che è stato recentemente sostituito da un più moderno ponte prefabbricato a due corsie.
Gli alberi di castagno in cui la zona è molto ricca.

Càrden è il nome che viene dato in Valle Spluga agli edifici costruiti in legno e sormontati da un tetto a due falde ricoperto da piote locali, lastre grezze ottenute dallo gneiss e deriva dal nome dialettale chjardàn che vuol dire incastro. L’origine del termine si rifà alla definizione latina di opus cardinatum , tecnica costruttiva che utilizzava travi lignee o tronchi grezzi, sovrapposti e incastrati negli angoli, così a formare un blocco autoreggente ed elastico che Vitruvio descrive “simile a pira, intrecciata alternando travi trasverse” . Il termine tedesco “Blockbau” (costruzione a blocco) è analogo e del tutto appropriato. A seconda della disponibilità locale si utilizzavano alberi di abeti, larici o castagni a quote più basse. Sulla base della lavorazione dei tronchi si può riconoscere la destinazione d’uso del càrden: tronchi scortecciati per il fienile e tronchi squadrati per le abitazioni. Sul territorio interessato dal progetto si possono incontrare diverse tipologie costruttive di questi affascinanti edifici rurali. Diverse sono le condizioni che determinano la varietà tipologica: la destinazione d’uso, la conformazione del territorio e la convivenza con altre forme strutturali (gli edifici compositi). Non è facile classificare tipologicamente questi edifici, a grandi linee possiamo distinguere i fienili semplici o sovrastanti una stalla o altro spazio destinato ad attività rurale (cantina, casera, deposito attrezzi, locale per la macellazione e lavorazione delle carni,ecc. ), le dimore semplici a tutto legno o solo in parte e poi gli edifici compositi dove la parte residenziale convive con la parte destinata a fienile, a stalla e ad altre attività rurali.


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martedì 22 dicembre 2015

ARGEGNO



Argegno è un comune della provincia di Como.

Noto centro turistico, Argegno è situata in un'ampia insenatura della sponda occidentale del Lario, allo sbocco della Val d'Intelvi. Il clima è mite anche nel periodo invernale. La bella posizione panoramica consente di spaziare con la vista sul lago, a nord fino al promontorio di Bellagio e a sud fino a Nesso. Di sicura origine romana, deve il suo nome al console Publio Cesio Archigene. Un tempo il borgo di Argegno era parte di un sistema difensivo che si protraeva fino all'antica villa di Lenno e all'Isola Comacina per ostacolare il passaggio degli invasori.
Molto pittoresco è l'antico borgo del paese che, attraversato dal torrente Telo, è diviso in due parti collegate da un vecchio ponte in pietra a sesto acuto. Da Argegno si può salire in funivia sino a Pigra (881 m.) situata su di un altopiano da cui si gode una bella vista sul lago. Da qui si può proseguire per la Valle della Camoggia, all'interno dell'oasi di Argegno-Cima della Duaria, zona protetta. Sempre da Argegno, parte la strada che percorre la Val d'Intelvi.

L'origine romana del paese è attestata da alcuni ritrovamenti di lapidi, le cui iscrizioni fanno riferimento al console Publio Cesio Archigene. Argegno 1335 si consegnò insieme a tutti i comuni di Como ai signori di Milano e divenne proprietà dei Visconti.

Posto in un punto di rilevante importanza strategica, l'abitato è stato fin dalla antichità un centro fortificato inserito in un vasto sistema difensivo.
Nel medioevo vi furono eretti due castelli. Uno di questi, costruito nel 1270 da Antonio Castello seguace dei guelfi Vittani fu roccaforte nelle sanguinose lotte contro i ghibellini Rusconi. Tale opera viene ricordata nei secoli XI e XII nella cornaca delle guerre civili comensi e lariani. Il forte faceva parte di una linea di difesa ed era collegato con quelli di Sala, Lezzeno e Nesso.
L'altro castello con torre, detta dei Viscardi, (nobile famiglia del tempo) fu eretto al centro del paese; la torre, ultima testimonianza del fabbricato, crollò nell'anno 1876. La parte inferiore è attualmente adibita ad abitazione.

Località turisticamente rilevante che fa da ingresso alla Valle lntelvi. Del suo storico passato conserva un ponte romano-medievale sul fiume Telo e resti di fortificazioni nel centro storico.Chiesa principale è la nuova parrocchiale della Trinità, edificata in stile neoromanico all'inizio del '900 (la chiesa antica fu abbattuta per far posto alla piazza e al porto).L'oratorio di S. Anna sulla strada per Schignano, costeggiata da cappelle, risale al XVII sec. e conserva pregevoli stucchi di G.B.Barberini, dipinti di Isidoro Bianchi e preziosi altari in scagliola.Qui entrò in funzione la prima linea di filobus d'ltalia, nel 1908.Oggi da Argegno una funivia porta in pochi minuti allo spettacolare belvedere di Pigra (800 m.), da cui lo sguardo può spaziare dal primo  bacino del lago fino ai monti dell'Alto Lario e alle dolomitiche Grigne.Tra Argegno e Nesso il Lario raggiunge la massima profondità: 411 m.

La Parrocchia della SS Trinità risale agli inizi del XX secolo e fu consacrata nel 1929.
E' una costruzione in stile neo romanico con facciata a capanna abbellita da un rosone a vetri con figure di Santi, protiro, abside tonda e campanile.

Costruita su progetto dell'ingegnere Cesare Nava, fu eretta in sostituzione della vecchia chiesa posta nel centro del paese. Come testimoniano le lapidi poste sul lato destro all'interno, l'opera costò tanto impegno e sacrificio al sacerdote Don Epifanio Cattaneo. Sorge presso l’estuario del fiume Telo, un po’ distante dal centro abitato, in un'ampia piazza in riva al lago. Risale agli inizi del sec. XX e fu consacrata il 24 agosto 1929 dal Vescovo Adolfo Pagani. E' una costruzione in stile neo-romanico con facciata a capanna abbellita da un rosone a vetri con figure di Santi. Sul fronte della chiesa sono raffigurati in mosaico i quattro Evangelisti, il patrono di Como Sant’Abbondio e Sant'Anna patrona di Argegno, donati dalla famiglia Giussani. Si nota pure una lunetta in mosaico con Gesù adolescente e tre pecorelle donata in memoria di Peroni Raimonda.
L’interno è ad una sola navata con tetto a capanna. Il catino dell’abside ospita un mosaico raffigurante la SS. Trinità e venne collocato nel settembre 1972. Il tabernacolo, l’altare e I'ambone, sono opera dello scultore Gian Luigi Giudici di Valmorea (Como). Gli otto pannelli e le quattro lampade dello stesso scultore, furono collocate nel maggio 1977. Sul tabernacolo è raffigurata la Cena di Emmaus. La mensa dell'altare è sostenuta da dodici figure di Apostoli, ai quattro angoli gli Evangelisti.
L'ambone rappresenta Gesù che annunzia la buona novella dalla barca di Simone. Ai lati dell’altare maggiore si trovano la Statua della Madonna e la Statua di San Giuseppe. Sotto la statua della Madonna, in legno e appartenente alla vecchia chiesa, quattro scene che ricordano la missione della donna: sposa, madre, educatrice, assistente dei bisognosi. Sotto la Statua di San Giuseppe con Gesù fanciullo,  quattro gruppi rappresentanti del lavoro artigianale: contadino, muratore, falegname, pescatore.
Sul lato destro e sinistro della navata si trovano le statue di Santa Teresina, Sant’Antonio e Sacro Cuore. Molto pregevoli sono le due acquasantiere in granito che sostengono il palco in legno che ospita l’organo della vecchia chiesa, opera di Vincenzo Mascioni di Cuvio.
Le vetrate sono state offerte dalle famiglie di Argegno; in cambio si sono riservate il privilegio di dedicarle ad un santo particolarmente amato. Sulla parete sinistra si può ammirare, dopo un sapiente restauro, una grande tela seicentesca raffigurante la Natività, proveniente dalla vecchia chiesa. I primitivi altari (maggiore e laterali) in marmo e legno, sono stati sostituiti nell’anno 1973 con altri in granito levigato. Annessa alla chiesa, con ingresso dal lato sinistro dell’altare maggiore, si trova la sacrestia, dal lato destro si accede al campanile. Affiancate alla chiesa ci sono l’oratorio e la casa parrocchiale.

A tre chilometri da Argegno, sulla provinciale che sale a Schignano, sorge il Santuario di Sant'Anna, ma in realtà dedicato alla Madonna di Gelpio.
Si crede che la costruzione della chiesa sia stata originata da un voto espresso dalla popolazione in tempo di peste. Prima esisteva una cappella dedicata alla Vergine. In seguito attorno alla cappella si costruì la chiesa ampliata in vari tempi e terminata prima del 1600.

L'immagine della Madonna di Gelpio è inserita in un'edicola dell'altare maggiore fatto in scagliola policroma, mentre la statua di Sant'Anna si trova in un altare laterale. Anticamente eraraggiungibile attraverso una mulattiera che esiste tutt'ora, tagliata a strapiombo nella ripidissima valle del Telo e costellata di piccole edicole religiose. Prima esisteva una cappella dedicata alla Vergine.
In seguito, attorno alla Cappella si costruì la Chiesa, ampliata in vari tempi. È un fatto che circa nella prima metà del 1600, la chiesa era finita e decorata; lo dimostrano gli affreschi che l’abbelliscono, opera di Isidoro Bianchi nato a Campione nel 1602 e morto pure a Campione nel 1662. Il pregio di Sant’Anna è dato soprattutto da questi affreschi ben conservati e dalle decorazioni in stucco. Isidoro Bianchi, nel ciclo pittorico dei suoi affreschi, illustra la vita della Madonna che ottiene il trionfo con l'Assunzione in Cielo, dipinto dominante della volta centrale; l'artista ripete affreschi già dipinti altrove come l’Incoronazione della Vergine. che richiama quella affrescata alla Caravina e gli Angeli Osannanti al suono dell'organo che si trovano anche a Campione, Brenzio e alla Caravina. Con gli affreschi meritano attenzione le fini decorazioni a stucco bianco che incorniciano dipinti dando effetto di animazione. Dagli Angeli alle grandi statue in stucco di Gioacchino ed Anna è tutto un movimento di ornati che raggiungono nelle cappelle laterali di Sant' Anna e di Sant’Antonio una tecnica veramente pregevole. Si pensa che queste decorazioni siano opera di G. Battista Barberini (Sec. XVII), nativo di Laino, coadiuvato da altri valenti stuccatori intelvesi. La facciata a capanna è caratterizzata da un portico con colonnine di granito. Il campanile porta la data 1824. La costruzione fu restaurata nel 1841. Nel giugno del 1969 Don Battista Taiana promuove il rifacimento del tetto in pietre di Malenco e il rinfresco degli stucchi rovinati per le infiltrazioni d'acqua, condotto dallo scultore Domenico Agostini di Milano.

Gli abitanti di Argegno e Schignano conservano una viva devozione a Sant'Anna e specie in occasione della sua festa, il 26 luglio, convengono numerosi attratti anche dalla località distensiva.

La Chiesa di San Sisinio, appena fuori dal paese sulla strada per San Fedele Intelvi, fino all'anno 1632 fu la matrice della vecchia chiesa SS Trinità. E' di origine romanica, rimaneggiata nel 600 e completata nel 700.
La chiesa ha una importanza storica in quanto sede del compitato rivoluzionario nell'insurrezione della Valle d'Intelvi contro gli austriaci nel 1848.

La facciata, arricchita da un elegante nartece, fu affrescata con l’immagine del Santo patrono, da Bernardino Barelli (Ponna 1762-1838).
L’interno, ad una sola navata con abside e quattro altari laterali, è arredato, tra l'altro, da alcuni mobili del ‘700 finemente intarsiati. I paliotti degli altari mostrano una scagliola policroma dei sec. XVII e XVIII a prova della valentia degli artigiani intelvesi. Gli affreschi, gli stucchi, le tele ad olio, un tabernacolo rinascimentale e i busti reliquiari lignei di S. Faustina e Liberata, fanno della Chiesa di San Sisinnio un vero gioiello che merita assolutamente una visita. Anche la storia si è soffermata a San Sisinnio. Infatti fu la sede del comitato provvisorio di insurrezione della Valle Intelvi durante i moti del 1848.

E' interessante una breve passeggiata nel vicolo Mulini dove verso il 1600 venne costruita la "Roggia Molinara". Era questa roggia un ingegnoso sistema di canalizzazione delle acque del Telo per fornire energia idraulica ai 4 mulini adibiti alla macinazione del frumento, del granoturco e delle castagne provenienti dalle selve della Valle d'Intelvi.
Questi opifici costeggianti l'ultimo tratto del fiume Telo fanno degna cornice allo splendido ponte romanico a sesto acuto, importantissima struttura della vecchia strada Regina.
Sul retro dell'allora mulino Toppi, ora adibito a panificio, si può notare incisa la data del 1605. Più avanti, all'angolo con via Garibaldi, un altro mulino, ora adibito ad abitazione, ostenta un vasto androne nel quale riposavano i quadrupedi in attesa del carico. Poco più in là il mulino Spinelli offre testimonianza di una interessante architettura. La roggia forniva energia anche ad una fiorente filanda ed incannatoio ora anch'essi trasformati in abitazioni.

Chi si inoltra, poi, nelle viuzze che a gradoni raggiungono la parte alta dell'abitato ha modo di osservare alcuni suggestivi aspetti delle costruzioni medioevali tipiche di un agglomerato rivierasco.
Questa caratteristica costituisce oggi la risorsa principale di Argegno che, dopo aver scoperto la propria vocazione al turismo, ha saputo ingrandirsi senza cancellare la passata fisionomia e inserendo in essa, armonicamente, alberghi e infrastrutture.


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lunedì 21 dicembre 2015

LAGO DI MEZZOLA

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Il lago di Mezzola è posto a settentrione del lago di Como, dal quale è separato dall'ultimo corso del fiume Mera che scorre nel lembo occidentale del Pian di Spagna, ultimo pianoro della Valtellina formatosi dai sedimenti deltizi dell'Adda e del Mera stesso.

Nell'antichità, fino al Medioevo, i due laghi erano uniti e il ramo settentrionale veniva detto Lago di Chiavenna. Ciò è testimoniato anche dal nome del paese di Samolaco, in epoca moderna diversi chilometri a nord del lago di Mezzola, ma anticamente era il Summo Laco del Lario, documentato anche nella Tavola Peutingeriana.

Il Lago di Mezzola è congiunto al Lario dal fiume Mera (un tempo era il corso dell'Adda, che sfociava più a nord, a Bocca d'Adda).
Sulle rive del lago, detto anche di Novate Mezzola (dal nome di un paese costiero), sono presenti i centri abitati di Novate Mezzola e Verceia, situati nella provincia di Sondrio e Dascio, piccola frazione di Sorico in provincia di Como.
Nel lago si immettono oltre al fiume Mera, il Codera e il fiume dei Ratti.

Il lago di Mezzola è popolato da numerose specie ittiche tra le quali la trota di lago, il lavarello (introdotto dai paesi del Nord-Europa), l'agone, il luccio, il persico, il persico sole, il cavedano, il pigo, la scardola, il triotto, il vairone, l'alborella, la sanguinerola, la carpa e la tinca, il Luccio Perca, la bottatrice e l'anguilla, rare savette e barbi, temoli discesi dal Mera.

Il lago di Mezzola rappresenta anche un punto di interesse per il birdwatching vista la notevole quantità di uccelli acquatici e limicoli che popola le sue sponde.

Anticamente la sponda occidentale era attraversata dall'Antica Via Regina e in prossimità della riva è stato eretto nel IX secolo il piccolo tempio romanico detto il san Fedelino sul luogo del martirio di san Fedele.

La Riserva naturale Pian di Spagna e Lago di Mezzola è un'area naturale protetta della Lombardia che comprende il lago di Mezzola e la zona tra questo ed il lago di Como detta Pian di Spagna.

La zona è un'area umida molto frequentata dalla fauna migratoria comprendente porzioni di territorio dei comuni di Sorico e Gera Lario nella provincia di Como, Verceia, Novate Mezzola e Dubino nella provincia di Sondrio. La sede ufficiale della Riserva si trova in Via La Torre a Sorico in un moderno e polifunzionale edificio.

Il Piano di Spagna è una pianura alluvionale, formatasi per l'apporto di materiale detrìtico da parte del fiume Adda. Migliaia di anni fa il Lago di Como era quindi tutt'uno con il Lago di Mezzola. Il toponimo di Samolaco ("Summus Lacus") lo sta ancora oggi a testimoniare. Abitato fin in epoca romana, come confermato dai ritrovamenti archeologici nella zona di Sant'Agata (dove un tempo sorgeva la romana Aneunia), il Piano di Spagna deve il suo nome al dominio spagnolo (sec. XVI-XVIII). Per la sua posizione strategica, questa pianura ospitò, a partire dal Medioevo, diverse fortificazioni, che vennero poi ampliate dagli spagnoli. Da qui infatti passava il confine tra i Grigioni, che controllavano la Valtellina, e il Ducato di Milano, allora sotto la corona di Spagna. Per questo motivo, il conte di Fuentes, governatore di Milano, decise di costruirvi un forte. Situato sulla collina settentrionale di Montecchio, il Forte di Fuentes fu in collegamento con altre postazioni difensive, come la Torre di Sorico, il Forte d'Adda (oggi stalla e quindi detto lo "Stallone"), la Torre di Curcio e quella di Fontanedo. Il Forte resistette ad attacchi di diversi eserciti e fu smantellato solo nel 1796, da parte di Napoleone Bonaparte per accondiscendere alle richieste dei vicini Grigioni. Nel 1916, durante la prima guerra mondiale, il Forte, fu inserito nell'ambito della Frontiera Nord, il sistema difensivo italiano verso la Svizzera, e per questo vide la realizzazione di una strada militare e di due appostamenti d'artiglieria blindati destinati a tirare sulle provenienze di Valtellina e Val Chiavenna, per compensare il disarmo del vicino Forte Montecchio Nord, avvenuto nel 1915. Oltre ai manufatti della Frontiera Nord oggi, del Forte di Fuentes, rimangono imponenti resti degli edifici e delle mura perimetrali, oggetto di recupero da parte degli operatori del Museo della Guerra Bianca che dal 2012 ne ha assunto la gestione in accordo con la Provincia di Lecco.

Il Piano di Spagna è noto per essere una tra le più importanti riserve naturali della Regione. Qui, tra i canneti e le tife, nidificano numerose specie di uccelli acquatici, di anfibi e dì rettili. Per avere una visione d'insieme dell'oasi naturale si può salire ad Albonico, frazione di Sorico. Da ricordare, infine, sulla sponda occidentale del Lago di Mezzola, lungo il tracciato dell'antica via Regina, l'oratorio di San Fedele (accessibile a piedi - h.1,30 - da Samolaco e, via barca, da Novate Mezzola), oratorio proto-romanico del sec. X, con affreschi coevi, sorto sul presunto luogo del martirio di S. Fedele

La superficie di lago, stagni e canali sono in parte nascoste dalla crescita delle ninfee (Nymphaea spp. e Nuphar lutea) con le loro foglie a lamina espansa, galleggianti. La maggior parte del Pian di Spagna è interessato da coltivi, soprattutto a mais, erba medica, loietto e prati da sfalcio, intervallati da filari di arbusti fruttiferi e da alberi sparsi come olmi, pioppi, ontani, salici e querce.

La fauna è formata principalmente da alzavole, folaghe, germani reali e nitticore.(cigno reale, folaga, gallinella d'acqua, ecc.),

Anfibi: tritone crestato, rana verde, rospo comune

Rettili: testuggine palustre, biscia dal collare, ramarro

La Riserva Naturale Pian di Spagna e Lago di Mezzola è stata istituita da Regione Lombardia nel 1983 in attuazione delle direttive contenute nella Convenzione di Ramsar (IRAN, 1971), aventi come finalità quelle di assicurare l’ambiente idoneo alla sosta e alla nidificazione dell’avifauna migratoria, di tutelare e mantenere le caratteristiche naturali e paesaggistiche della zona classificata umida, di disciplinare e controllare la fruizione dell’area a fini didattico-ricreativi e di valorizzare le attività socio-economiche presenti nell’area nel rispetto delle esigenze di conservazione dell’ambiente. Il territorio della Riserva Naturale Pian di Spagna – Lago di Mezzola è riconosciuto come Sito di importanza Comunitaria (Sic) e fa parte della Rete Ecologica europea “Natura 2000”, che rappresenta un complesso di luoghi caratterizzati dalla presenza di habitat e specie sia animali sia vegetali, di interesse comunitario, la cui fruizione è quella di garantire la sopravvivenza a lungo termine della biodiversità presente sul continente europeo.

Il Pian di Spagna si trova nella parte più settentrionale della Lombardia e costituisce la piccola pianura, estesa poco meno di 1600 ettari, posta alla confluenza della Valtellina e della Valchiavenna, tra il Lago di Mezzola e la porzione più settentrionale del Lago di Como. L’area è del tutto pianeggiante ed è posta a circa 200 metri sul livello del mare. L’area si estende  tra le province di Sondrio e Como e comprende cinque Comuni: Sorico e Gera Lario (Como), Dubino, Verceia e Novate Mezzola (Sondrio). Inoltre proprio nell’area del Pian di Spagna hanno origine tre gruppi montuosi dalle caratteristiche differenti: a nord-ovest le Alpi Lepontine con il versante roccioso del Monte Berlinghera (1930 metri di altitudine) che sembra scendere nel Lago di Mezzola;  a nord-est le Alpi Retiche con le cime granitiche che fanno da contorno alla Valle dei Ratti e alla Val Codera e con lo sperone roccioso squadrato del Sasso Manduino (2888 metri); a sud la lunga catena delle Alpi Orobie, con lo scenografico versante Nord del Monte Legnone (2609 metri) a chiudere l’orizzonte.

Il lago si inserisce fra due alti rilievi ad est ed ovest, mentre la vista spazia a nord lungo la valle del fiume Mera ed a sud sul Pian di Spagna. Insieme a quest'ultimo costituisce una delle poche oasi naturali intatti (riserva naturale Pian di Spagna e lago di Mezzola) nonostante l'aggressione del carico inquinante della Valchiavenna, notevolmente diluito pero' dal forte ricambio idrico del fiume Mera.

Per itinerari turistici conviene imbarcarsi a Gera Lario per due motivi: la comodita' del bel porticciolo turistico con moli in legno e la curiosita' di risalire il fiume Mera osservando sulla sinistra alcuni campeggi fra canneti e rive sabbiose, sulla destra i frequenti gruppi di cavalli al pascolo nel Pian di Spagna. Giunti in prossimita' del lago cominciano i canneti sulla destra e si giunge ad una ansa del fiume frequentata da decine di volatili che sostano in mezzo all'acqua.

Si costeggia la costa sinistra che si presenta subito imponente con rocce a strapiombo e qualche spiaggetta rocciosa dove non e' raro scorgere anche esemplari di volpe che scendono ad abbeverarsi nei piccoli torrenti che scendono nel lago. L'acqua e' piuttosto torbida, lagunosa.

Appena dopo l'ansa di Albonico si scorge una bella cascata con doppio salto, il primo finisce in una vasca a circa dieci metri di altezza, da cui poi l'acqua si getta nel lago. Sbarcando sotto la cascata si scorge sulla sinistra una corda lasciata da qualche "scalatore" per poter superare la prima parete rocciosa ed arrampicarsi fino alla vasca superiore della cascata.
Più avanti la costa si fa sempre più rocciosa, a tratti con il bosco che giunge a riva, fino ad arrivare sotto il "salto delle capre". Si tratta di uno sperone roccioso talmente verticale sull'acqua da renderne impressionante la vista dal basso, avvicinandosi in canoa. Sono riuscito a capire il motivo del nome "salto delle capre" quando, osservando la cima dello sperone, ho visto far capolino il muso di una capra che guardava giù incuriosita la mia strana imbarcazione gialla.

Appena dopo, la costa rocciosa lascia spazio al ritorno dei canneti e delle spiagge sabbiose dell'ansa dove si trova il molo di S. Fedelino. S. Fedelino e' una piccola chiesetta del X sec. raggiungibile solo via acqua. Una volta sbarcati, la si raggiunge lungo un sentiero sterrato che si diparte dal moletto per circa 200 metri fino a giungere in vista della chiesa disposta su una piccola roccia che guarda il fiume Mera.
Superata l'immissione del Mera comincia la costa urbanizzata del lago, costeggiata dalla strada e dalla linea ferroviaria. Il laghetto all'altezza dell'abitato di Novate Mezzola e' stagnante e maleodorante, non meritando di essere raggiunto nonostante si possa passare facilmente sotto il ponte stradale del paese. Il paesaggio si fa meno interessante; la riva e' inaccessibile fino ai giardini pubblici di Campo con una piccola darsena. Finalmente pero' si puo' godere la piena vista della parete rocciosa sulla costa ovest del lago che prima si poteva scorgere solo parzialmente.

Si percorre un tratto di costa rocciosa prima di Verceia, dove la strada e la ferrovia passano in galleria, per proseguire poi con un susseguirsi di proprieta' private sulla riva con relativi scivoli per barche. Continua la costa rocciosa all'altezza della seconda galleria stradale sopra una spiaggia di ciottoli.
Giunti alla riva sud cominciano i canneti del riempimento alluvionale che separa il lago di Mezzola da quello di Como. In questo tratto il fondale e' molto basso con tronconi di canne a pelo d'acqua ed il rischio di arenarsi spesso se non si pagaia piuttosto lontano dai canneti.

Numerose sono le colonie di volatili che stazionano sulle piccole isolette rocciose appena al largo del canneto. A questo punto si puo' riprendere il canale del fiume Mera per tornare a Gera Lario non fidando nell'aiuto della debole corrente di questo emissario..


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