Visualizzazione post con etichetta pietra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pietra. Mostra tutti i post

domenica 28 giugno 2015

SALTRIO



Saltrio è un comune  della provincia di Varese che si può già definire montano, per scoprire la sua storia legata a martelli e scalpelli, gli attrezzi con cui “picasass”, ma anche grandi scultori come Pompeo Marchesi hanno portato la loro arte in giro per il mondo e un antico fossile a cui il paese ha dato il suo nome.

La collocazione geografica del comune, alle pendici dei monti Orsa e Sant’Elia e del monte Poncione d’Arzo si caratterizza come una lingua di terreno che rientra nel territorio svizzero.
Il paese, reso comune autonomo nel 1953 dopo un connubio durato sin dal 1928 con Viggiú, ha costantemente diviso la propria identitá tra la provincia di Como e quella, istituita nel 1927, di Varese, entrando a far parte di quest’ultima pur rimanendo nella Diocesi di Como fino al 1982, data di passaggio alla Diocesi Ambrosiana.
Derivato probabilmente dal latino saltus, con significato di “bosco”, il nome del paese sin dalle prime memorie storiche riporta alle attività estrattive della pietra calcarea, detta comunemente “pietra cenerina” a causa del colore grigio.
Attualmente le cave sono tutte abbandonate, mentre le maggiori attivitá economiche poggiano sul frontalierato verso la Confederazione Elvetica e su qualche attività artigiana.
Numerosi sono stati i Saltriesi, scalpellini, marmisti e ornatisti, che nel corso dei secoli hanno abbellito con la loro arte incisoria palazzi, basiliche romane e cattedrali, come il Duomo di Milano.
Cessata via via l’attività estrattiva, gli abitanti di Saltrio, specie a partire dalla fine dell’Ottocento, conobbero la via dell’emigrazione verso paesi stranieri, soprattutto verso gli Stati Uniti, sebbene dovesse di lì a poco iniziare il moto migratorio da altre regioni d’Italia verso Saltrio.
Attualmente, il fenomeno è stato assorbito dal frontalierato e la popolazione di Saltrio è per la maggior parte impiegata in Svizzera o nei centri vicini.

Essendo paese di confine fino alla fine degli anni 50 Saltrio annoverava fra i suoi abitanti molte persone addetta al trasporto del contrabbando di sigarette, caffè, zucchero.
Sulle pendici di monti Orsa e Poncione si possono vedere ancora oggi cave da cui nel passato si estraeva la famosa "Pietra di Saltrio" che veniva usata per la realizzazione di colonne, portali, scalini, etc.
Girando per Saltrio ancora oggi si possono vedere portoni di accesso alle corti decorate con tale pietra lavorata in modo più o meno artistico.

Mancano di Saltrio notizie storiche di qualche rilievo anche se la zona è comunque interessata da insediamenti di sicura antichità come dimostrano i molti ritrovamenti di epoca romana a Stabio, Ligornetto, Clivio, Viggiù, Arcisate (molte lapidi, monete, ecc.). Saltrio in particolare deve avere avuto una certa importanza per le sue cave di pietra, dato che la pietra di Saltrio si ritrova già usata nel rivestimento delle mura romane di Milano (datate circa al 32 - 27 a.C.).
E' una pietra calcare dal bell'aspetto grigio cenere, grana compatta. Il suo impiego perdura per tutto il medioevo, anche in luoghi lontani, come nel Chiostro di Piona (sul Lago di Como), alla Certosa di Pavia - ove la pietra dominante è tuttavia quella d'Angera, nel Duomo di Lugano, sino ad alcuni impieghi moderni nel cimitero di Staglieno a Genova ed al Monumentale a Milano.

Nel medioevo il paese gravitava sulla ricca pianura del Mendrisiotto, ove prendeva man mano importanza quella che sarà la "Strada d'Europa" collegante Milano con Chiasso, Lugano, il Gottardo, Lucerna, Basilea, Zurigo e la Renania. E' la strada che seguono nel XV - XVI sec. le armate mercenarie svizzere al servizio dei signori italiani; le stesse armate che, sfruttando la superiorità del momento, conquisteranno in varie riprese le terre dell'attuale Canton Ticino, sottoponendole ai Cantoni primitivi e poi via via agli altri Cantoni d'Oltralpe.
Quello che diventerà il confine tra le due nazioni si attesta al limite attuale nel 1526, quando anche la Pieve di Balerna viene riconosciuta agli Svizzeri; Saltrio e Clivio rimangono con il Ducato di Milano e quindi con l'Italia.

Questa è stata quindi terra di scalpellini e scultori la cui crescita fu certamente favorita dalla ricchezza di pietra da taglio (Cave di Arzo e di Viggiù oltre che di Saltrio) ma anche da quel clima culturale da cui trassero origine, se non i primitivi "maestri comacini", le ininterrotte schiere di artisti che dai "maestri campionesi" in poi percorsero tutta l'Italia e molti paesi esteri.

Pompeo Marchesi nacque a Saltrio il 7 agosto 1783, figlio di Gerolamo di Saltrio, e di Caterina Tamburini, di Brunello, e morì a Milano l'8 febbraio 1858.
Avviato alla scultura dall'esempio del padre, sentendo una forte vocazione artistica, studio all'Accademia di Brera di Milano dove ebbe come maestro lo scultore Giuseppe Franchi. All'età di 21 anni, nel 1804, dopo aver ultimato gli studi a Brera,  su segnalazione della Commissione per la cultura di Brera al Ministero dell'Interno, fu inviato a Roma come Alunno pensionato presso la locale Accademia diretta da Antonio Canova.
Nel 1810, Pompeo Marchesi ritornava a Milano dove iniziò la sua carriera artistica con le prime opere presso il Duomo di Milano.
Nel 1826, su precedente consiglio del Canova, fu chiamato a succedere a Camillo Pacetti alla cattedra di scultura di Brera che tenne fino al 1852 con molto onore, formando una folta schiera di alunni fra i quali i viggiutesi Giosuè Argenti, Guido Butti e Luigi Buzzi Leone.
I Milanesi lo chiamavano "el Dio dei piccaprei" e si interessavano ai suoi lavori prima ancora che fossero compiuti. Notevolissimo fu il suo contributo al sorgere della Galleria di Arte Moderna di Milano dove, in una sala riservata, si conservano di lui ben 95 opere.

Luigi Marchesi, figlio di Carlo Gerolamo Marchesi e di Caterina Tamburini, nasce a Saltrio il 16 aprile 1799; il padre scultore della fabbrica del Duomo di Milano, in ancor giovane età lo porta con se a Milano facendogli frequentare l'Accademia di Brera nella quale conseguì risultati brillanti e si rilevò uno dei migliori allievi.
Nel 1818 venne premiato nel concorso di seconda classe, per figura, disegno e plastica; nel 1819 ricevette un secondo premio per un disegno che rappresentava Cefalo e Procri, presentato sotto il motto "Intanto con maniere alme e devote. Spria lalma infelice del mio volto".
Nel 1823 entrò a far parte degli scultori del Duomo di Milano assieme ad altri giovani scultori usciti dall'Accademia di Brera: Benedetto CACCIATORI, Giovanni PIAZZA, Gerolamo RUSCA, Abbondio SANGIORGIO, Francesco SOMAINI, i quali nel corso della loro carriera artistica faranno scrivere pagine bellissime, storiche e culturali dell'arte scultorea milanese.
Manterrà l'incarico per circa quarant'anni, durante i quali vennero commissionate oltre trenta statue di piccola, media e grandezza naturale, delle quali le più importanti sono: San Mario, San Calimero, San Patrizio e Sant'Ignazio di Loyola.
A Saltrio nella Cappella di famiglia sono conservati due busti eseguiti nel 1838 che ritraggono i genitori, purtroppo in parte deturpati.

La Cappella della SS. Trinità, così denominata perchè al suo interno custodisce la statua omonima, rappresenta un raro documento artistico trasmessoci dai nostri antenati.
La statua è opera di un maestro non meglio identificato, ma appartenente ai "Giudici", una delle più illustri casate saltriesi, che per vari secoli fu protagonista dell'attività estrattiva della nostra pietra.
Da notare che nelle cappelle della Valceresio e del Varesotto le sacre figure: Gesù, la Madonna, i Santi, le simbologie cristiane, vengono rappresentate pittoricamente, mentre in quella saltriese la rappresentazione è di pietra.
Dobbiamo porre particolare attenzione a questa statua della SS. Trinità, realizzata agli inizi del '500, perchè potrebbe passare inosservata essendo collocata in una località periferica lontana dai luoghi dove fu intensa l'attività artistica e scultorea.
La statua della SS. Trinità appare molto complessa, ed una critica pur affrettata non può essere più che positiva per quello che l'artista ha saputo realizzare.
A conclusione il complesso statuario meriterebbe un più approfondito studio al fine di scoprire come il Magistro abbia saputo accostare e conciliare le sue concezioni artistiche con un dogma fondamentale della Fede Cristiana.
La Cappella presenta ampia apertura ad arco, al centro in alto è collocato in un tondo il simbolo della SS. Trinità "Le tre dita" in pietra di Saltrio.
Lungo tutto il frontale sono collocati due gradoni per accedervi all'interno, è chiusa da un parapetto dell'altezza di circa un metro e mezzo in pietra con lavori ornamentali dell'epoca. Si riscontra una inferriata, con accesso posto al centro, per cui la cappella rimane completamente aperta, in modo che il passante o il visitatore possa avere un'ampia visione delle opere contenute.
Tutto il complesso dell'altare è in pietra grigia di Saltrio, al centro si riscontra un ovale, il cui interno è in macchia vecchia di Arzo o broccatello.
La nicchia è sostenuta da un gradone o ripiano per tutta la lunghezza dell'altare è pure in pietra grigia locale.
La base di sostegno ha una altezza di circa trenta centimetri, in cui si possono notare delle incisioni alquanto smunte e da decifrare, al centro un ulteriore basamento con finalità ornamentali.
Le due colonne laterali di un consistente spessore, sostengono il cappello a forma semicircolare, chiusa da una serraglia rettangolare ed al centro semicurva.
Si notano quattro piccoli incastri in tondo ovale, due al centro delle colonne, due sotto la serraglia pure in broccatello.
Una cordonatura in pietra grigia corre lungo le pareti laterali e frontale.
La statua della SS. Trinità mostra il Padre Eterno con una folta barba, tiene lo sguardo verso l'alto, il capo è interamente coperto dalla capigliatura, dalle spalle scende il manto che copre parzialmente il corpo con delle pieghettature convergenti al centro, e si intravedono solo le estremità delle dita.
Al centro del corpo è scolpita la Croce con Gesù Crocifisso, che tiene il capo inclinato, sulla parte superiore della croce è posata la colomba, infine ai lati degli avvolgimenti che si possono definire delle nubi che circondano il Padre Eterno in cielo.

La chiesa parrocchiale, dedicata ai Santi Gervaso e Protaso, è il nucleo storico intorno al quale nel 1517 la comunitá si rende autonoma per la somministrazione dei sacramenti principali.
Pur non essendo disponibili notizie sulla fondazione del primo edificio di culto, ne conosciamo alcune vicissitudini, legate ai restauri e agli ampliamenti succedutisi nel corso dei secoli.
Un fulmine, che colpí la chiesa nel 1759, fu infatti all’origine della demolizione dell’antica parrocchiale e della ricostruzione della navata centrale.
Restauri interni ed esterni, come l’aggiunta delle due navate laterali e del coro dietro l’altare maggiore, vennero compiuti verso la fine del XVIII secolo per culminare nel rifacimento della facciata, che risale, nel suo aspetto attuale, al 1887.

La Chiesetta di San Giorgio posta su di un poggio a circa 570 metri sul livello del mare. Dalla struttura ed architettura sembra che le sue origini risalgano al '700, mentre il campanile porta una data (1848) che forse è da identificare come l'anno del suo restauro.
Da Saltrio attraverso facili sentieri segnalati dalla comunità montana della Valceresio si può raggiungere la sommità del monte Orsa (2 ore per una facile strada sterrata) oppure l'ingresso delle antiche cave che si trovano alla base del monte Pravello (che sta alle spalle del monte Orsa). Scendendo dal monte Orsa verso Viggiù si incontrano le profonde gallerie e camminamenti costruiti durante la prima guerra mondiale come linea di difesa in caso di invasione tedesca/austriaca attraverso la Svizzera.

La linea Cadorna è il sistema difensivo costruito a inizio Prima Guerra Mondiale per contrastare un'eventuale invasione austro-tedesca dalla Svizzera. C'è un sentiero ben attrezzato, segnalato come itinerario anche sul sito tematico della Provincia.

Sotto il colle San Giorgio c'è una caverna che fungeva da ricovero logistico (la linea dista una trentina di minuti a piedi): "c'erano quattro gallerie d'accesso, oggi rimane accessibile solo questa, usata come cantina, perché mantiene temperatura costantemente fresca"
La piazzetta centrale del paese si chiama Piazza Monumento, per la presenza del monumento ai Caduti.

Il gigantesco edificio della colonia montana ex INAM, usata per l'ultima volta nell'estate del 1979. Passata al Ministero del Tesoro, è stata venduta ad un privato svizzero..
Cascina Luraschi, costruita nel 1935, passata all'Inam nel 1939, abbandonata da un anno e mezzo dopo che se ne è andato l'ultimo contadino. Sui silos per le granaglie si intravede ancora l'ombra del fascio littorio, cancellato dopo il 1945.

La maggioranza della popolazione è di religione cristiana appartenenti principalmente alla Chiesa cattolica; il comune ha quattro edifici di culto amministrati da una sola parrocchia dei Santi Gervaso e Protaso, e appartiene oggi all'Arcidiocesi di Milano, ma la sua storia è del tutto particolare: Saltrio è appartenuta fin dal Medioevo alla Diocesi di Como, tanto che nel borgo è in uso il rito romano, rappresentata in loco dal prevosto di Riva San Vitale attraverso la vicina Arzo. L'anomalia si generò nel 1516 allorquando, in seguito al Trattato di Friburgo, tutto il resto del territorio plebaneo passò alla Svizzera: quando nel 1884 il governo svizzero decise la nazionalizzazione delle istituzioni religiose, e fu creata la Diocesi di Lugano, Saltrio si trovò isolata dalla propria diocesi e, caso unico in Lombardia, priva di un prevosto di riferimento. Alla situazione si cercò di mettere una pezza dichiarando il paese vicariato foraneo di sé stesso, ma fu solo nel 1982 che Carlo Maria Martini mise ordine al problema cambiando diocesi alla parrocchia uniformandola a quelle italiane ad essa circostanti.
L'altra confessione cristiana presente è quella evangelica dal 1950 circa.

Nel 1996 nella cava Salnova vennero ritrovate le prime ossa di quello che è il primo grande dinosauro carnivoro italiano: il Saltriosauro.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-prealpi-varesine.html



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



venerdì 26 giugno 2015

VIGGIU'

.


Viggiù è un comune della provincia di Varese famoso per i suoi pompieri.
Le indagini storiografiche su Viggiù fanno pensare a due ipotesi circa la sua origine. L'una lo vedrebbe affondare le proprie radici nelle popolazioni orobiche dell'età protostorica, l'altra riterrebbe il paese fondato, probabilmente, da Giulio Cesare, da cui il nome romano Vicus Juli (vale a dire paese di Giulio), trasformatosi, con il passare del tempo, in Vicluvium, quindi Vigloeno, Vigue e alla fine Viggiù.

A sostegno della seconda tesi vi sono alcuni reperti archeologici, tra cui alcune lapidi ed un coperchio di sarcofago risalenti all'epoca romana, ritrovati sul colle San Martino, ed una tradizione orale, secondo la quale, la località Cascina Vidisello sarebbe stata costruita attorno alle rovine di un accampamento romano.

A caratterizzare la storia del paese, è stato soprattutto la presenza sul territorio di giacimenti di pietre e marmi di estrema facilità di lavorazione. La famosa "Pietra di Viggiù" era una delle tante pietre estratte dalle colline limitrofe. Essa veniva utilizzata come materiale da costruzione e da decorazione ed in passato portò il territorio ad essere un luogo di grande importanza artistica. Sullo sfruttamento delle cave si organizzò l'intera economia locale, fin dal Medioevo. Alcune conseguenze sarebbero state, in estrema sintesi, da un punto di vista sociale la formazione su base familiare di maestranze specializzate nell'estrazione e nella lavorazione dei materiali lapidei e, sotto il profilo geografico, la strutturazione del territorio in terrazzamenti, onde conciliare l'attività estrattiva con quella agricola.

Artigiani prima, poi anche abili artisti e creatori, i viggiutesi, anche utilizzando la loro pietra locale, si fecero presto conoscere in tuta la penisola. Si pensi che già dal XII secolo, gli artisti viggiutesi facevano parte della Confraternita dei Maestri Comacini. Dal 1500 sino alla metà del Seicento, vere e proprie colonie di "artieri" viggiutesi erano presenti a Roma per pregevoli esecuzioni artistiche ed architettoniche.

Fra i principali artisti si ricordano i Butti, i Giudici, i Longhi, i Piatti, gli Argenti ed i Galli. Una vera e propria schiera di personaggi che diedero fama a Viggiù come Paese degli Artisti. Il primo Consiglio comunale fu eletto nel 1823. I borghi di Clivio e Saltrio gli furono temporaneamente annessi da Napoleone e Mussolini.

Numerosi sono i tesori di Viggiù. Fra essi da ricordare il centro storico, unico nel suo genere, caratterizzato dalle tipiche case a corte, con ingressi ornati da artistici portali in pietra, in cui trovavano spazio i laboratori degli scalpellini.
All’ingresso del paese, il museo Enrico Butti che raccoglie le opere dell’insigne scultore viggiutese, uno tra i massimi protagonisti della scultura italiana tra ‘800 e ‘900. Posta su una collina, all’interno di uno splendido parco la gipsoteca fu voluta dallo stesso Butti. Nel medesimo contesto si trovano oltre alla Casa-Studio dello scultore, il Museo degli Artisti viggiutesi del Novecento.
Nel cuore del paese c’è, in una graziosa cornice di verde, Villa Borromeo, elegante edificio tardo-neoclassico, meta ideale per escursioni quotidiane. Nel giardino hanno collocazione sia la scuderia, oggi sede del museo dei Picasass che l’orangerie, adibita a sede del Museo della scultura viggiutese dell’Ottocento.

Il centro storico è caratterizzato da numerosissimi portali realizzati in pietra di Viggiù, i quali davano accesso alle caratteristiche corti, in cui si svolgeva la vita e l’attività della comunità viggiutese. Di particolare rilievo è il portale seicentesco della casa che fu della famiglia Marinoni.,al n. 23 di via Roma. Portale di forma semplice, ma allo stesso tempo, ricchissima. L’arco, appoggiato su due piedritti d’imposta è dolcemente curvato e serpeggiante nel tipico stile barocco. Ove spicca la chiave di volta, ornata da fogliame, in cui viene riprodotto il monogramma di Cristo associato all’iniziale del cognome della nobile famiglia. Nel fregio dell’arco, con arte finissima, sono raffigurate scene di caccia al cervo con cacciatori a cavallo che seguono i guida cani. Oltre alla caccia descritta si vede, nascosta tra le foglie dell’arco, una  vipera che insidia un usignolo, un topolino che rosicchia una castagna ed una cinciallegra che becca una ciliegia.
Percorrendo le vie del paese, si possono visitare: la Chiesa di San Martino, con l’elegante portale e la semplice struttura, la Chiesa del Rosario, arricchita da dipinti del pittore viggiutese Carlo Maria Giudici, la Chiesa parrocchiale di Santo Stefano Protomartire, con l’imponente campanile di Martino Longhi il Vecchio e decorata da opere di Luigi Bottinelli, Guido Butti, Elia Vincenzo Buzzi ed altri, ed ancora, la Chiesa di Santa Maria Nascente detta “della Madonnina”, edificata nel 1718, la Chiesa della Madonna della Croce, con la facciata in stile bramantesco, al cui interno si trovano opere di diversi artisti viggiutesi. Fuori dall’abitato, sulla sommità di un colle, la Chiesa dedicata a Sant’Elia.
Nella frazione di Baraggia è possibile visitare la Chiesa San Giuseppe, con dipinti di Antonio Piatti e la Chiesa di San Siro nel cui coro si possono ammirare affreschi cinquecenteschi.

Numerose sono le chiese arricchite dalle opere degli artisti locali. Nel cuore del paese, in una graziosa cornice di verde, Villa Borromeo (di proprietà comunale), elegante edificio tardo-neoclassico, meta ideale per le escursioni quotidiane dei viggiutesi. La villa, con pianta a "C" è aperta con un cortile rivolto verso via Roma; tale delimitazione è ottenuta mediante un leggero colonnato che, nella parte centrale, rientra, formando una specie di esedra, così da facilitare la veduta e la sosta. La parte dell'edificio prospettante verso il parco ha un disegno molto lineare; l'ingresso principale è arricchito da un austero porticato, sorretto da pesanti colonne tuscaniche. Nel giardino ha collocazione la scuderia, dalla pianta circolare, decorata lungo le pareti da teste equine in terracotta (oggi sede del Museo dei Picasass); oltre a questo edificio, sono visibili le testimonianze dell'antica orangerie, dal 2007 sede del Museo della Scultura viggiutese dell'Ottocento che espone opere di: Angelo Bottinelli, Antonio Bottinelli, Luigi Buzzi Leone, Giuseppe Buzzi Leone, Antonio Argenti, Giosuè Argenti. La villa attualmente è utilizzata per esposizioni artistiche estemporanee, organizzate nel periodo estivo.

Sicuramente da visitare anche il complesso del Museo Enrico Butti che è composto da diverse collezioni di opere dei famosi scultori viggiutesi quali Enrico Butti, Giacomo Buzzi Reschini, Nando Conti, Luigi Bottinelli, Vincenzo Cattò, Gottardo Freschetti ed Ettore Cedraschi.

Infine merita una visita la Cascina Vidisello, che si trova sulla sommità di un piccolo rilievo e che è caratterizzata da terrazzamenti coltivati. Sembra che tale struttura sia sorta sopra i resti di un antico accampamento romano e risulta censita nel Catasto di Maria Teresa d'Austria. Di proprietà della famiglia Buzzi, l'attuale struttura presenta una tipologia ad "U", con corte interna, dove dominano alcuni porticati e loggiati che sono a testimonianza del suo specifico legame con le attività agricole. Belli gli affreschi decorativi sulle pareti del porticato inferiore.

La pietra di Viggiù è una fine arenaria (pietra calcarea) di colore grigio paglierino estratta dalle cave della Val Ceresio in provincia di Varese, nei pressi del paese. La pietra è stata indicata in passato con numerose e diverse definizioni dai geologi, ma era comunemente suddivisa dai viggiutesi in pietra piombina, la più resistente e adatta all'edilizia, pietra grigia e rossetta, per ornati, e pietra gentile, per rivestimenti. Questo materiale era preferito dagli scultori perché gelivo, duttile allo scalpello e resistente nel corso degli anni, e ben si prestava a fini esecuzioni decorative.

Le cave della Val Ceresio fornivano ai lapicidi locali molte altre varietà di pietra rustica: a Saltrio ad esempio era reperibile la pietra bianco bigia, per vasche da bagno, esportata in tutta l’Italia settentrionale, la pietra cinerina, per decorazioni, e la pietra nera, per monumenti sepolcrali; ad Arzo il pregiato marmo omonimo, rosso o bel ghiaccio, per la realizzazione di arredi di interno; a Brenno la pietra grigia omonima sfruttata nel corso dell’intero Ottocento per la decorazione di prestigiosi sedi pubbliche private milanesi e piemontesi, “che si presta tanto per gli usi più umili della vita, come per effigiarvi il Garibaldino del Monumento dei Cacciatori delle Alpi, a Varese, ed il cavallo marino di Vincenzo Vela, che si ammira alla Veneria, presso Torino” (Zanzi, 1891).

L'estrazione della pietra rappresenta il primo momento dell'attività dei picasass.
La pietra estratta nel territorio viggiutese è di varie qualità: appartengono al Lias inferiore la Calcarenite Oolitica a grana fine bigia e rosetta e la Calcarenite a grana grossa con l'Arenaria. Le predette si trovano in tutte le cave, mentre, la gentile, Calcarenite finissima e la Piombina, calcare compatto, si trovano solo nelle cave di Piamo.
Il Fior di Sant'Elia, calcare marnoso dalle tonalità molto delicate e di pregio, è simile al Calcare roseo d'Arzo, sulle pendici a Sud-Est del monte stesso.
Sotto il paese, verso Ovest, nelle zone denominate Val di Borgo, Valera, Piamo, Tassera vi è questa imponente massa di arenaria che fornì la ricchezza del borgo, alimentando l'antica industria.
Sono territori di bellezza bizzarra e pittoresca: i viggiutesi vi hanno lasciato in piedi massi, tagliati in forma di gran pilastri quadrati, i quali hanno l'aspetto di un grande porticato. All'interno di tali formazioni, gli scalpellini lavoravano protetti dalle intemperie.

Il Colle di S. Elia è la meta preferita sia dai locali sia dai villeggianti, con l'omonima chiesetta.
Si possono visitare le trincee del massiccio Orsa-Pravello che furono costruite per  esigenze di difesa del territorio nazionale da un possibile attacco tedesco, che avrebbe potuto esser messo in atto attraversando il territorio della Confederazione Elvetica, negli anni del primo conflitto mondiale, venne realizzata una fitta serie di camminamenti, cunicoli e postazioni per batterie di mitragliatrici e cannoni lungo il versante Nord del massiccio Orsa-Pravello.
Oggi queste posizioni di difesa sono utile contributo per il gitante domenicale o l'appassionato camminatore che, seguendone i percorsi, può avere un interessante colpo d'occhio verso la Svizzera ed il lago Ceresio.
Seguendo l'andamento sinuoso del sistema difensivo si può percorrere un tragitto lungo il crinale del massiccio, partendo dalla cima del monte Orsa per arrivare sino alla cima del monte Pravello. A tal scopo, si consiglia di percorrere l'itinerario N.2 della Valceresio.
Dal 2010, il massiccio Orsa-Pravello, per la rilevanza dei giacimenti fossiliferi e paleontologici, fa parte del patrimonio Mondiale dell’UNESCO.
Altre escursioni nel territorio viggiutese sono dirette verso la valle della Bevera, una vera "fetta di mondo perduto", per gli alti valori naturalistici di questo lembo di territorio del Varesotto ancora integro.
Le cave di pietra di Viggiù, attualmente non più attive, presenti un po' ovunque nel cuore delle circostanti colline, sono uno splendido esempio di architettura industriale, per la loro audace composizione a trincea interrata.

Tra le manifestazioni più caratteristiche ritroviamo il Palio dei Rioni che si svolge nel mese di giugno. Il palio vive ormai da diversi decenni e continua ad essere parte integrante della tradizione di Viggiù, Saltrio e Clivio. La celebrazione della Festa patronale di Santo Stefano, con bancarelle nelle vie del centro storico e spettacolo pirotecnico nella cornice della Valceresio generalmente si tiene la seconda domenica del mese di luglio, anche se la cadenza da considerare sarebbe quella del 3 agosto. Il 3 agosto, infatti, è il giorno nel quale si ricorda il ritrovamento delle ossa di Santo Stefano che normalmente viene festeggiato il 26 dicembre. La quarta domenica di settembre si svolge la manifestazione “Pittori e scultori nei cortili” che trasforma i cortili del centro storico in vere e proprie gallerie d’arte all’aperto.
A Baraggia, il 17 gennaio, si svolge la tradizionale Festa patronale di S. Antonio Abate. In tale occasione si allestiscono bancarelle lungo via Indipendenza e vengono sfornati i tradizionali pani benedetti di S. Antonio. Immancabile il tradizionale falò.

Il Palio dei rioni, nato per iniziativa delle associazioni sportive locali e dei fondatori dei vari rioni tra cui ricordiamo il cliviese Dott. Amerigo Monti, comunemente chiamato "Meco", milanese d'origine e cliviese di adozione che svolse la sua attività di medico condotto sino a metà degli anni '70.

Il Dott. Monti, appassionato vernacoliere, alla fine degli anni' 60 fu uno tra i sostenitori dell'idea di creare un torneo di gare che, nel periodo estivo unisse agonisticamente i paesi di Viggiù, Saltrio e Clivio. La manifestazione si svolgeva sotto l'egida e con il patrocinio dell’Azienda Autonoma di Soggiorno di Viggiù Saltrio e Clivio e la collaborazione delle società sportive locali.            

La prima edizione del 1969 vide scendere in campo 8 rioni, che traevano i loro nomi dagli antichi toponimi che caratterizzavano le diverse località e suddividevano i consensi dei tre paesi: Viggiù era suddivisa in 4 rioni: Brusolino (colori sociali verde e nero), Cantonaccio (colori sociali: giallo e blu), Carobi (colori sociali: bianco e rosso) e Corgnana (colori sociali: bianco e azzurro);  a Baraggia c'era il rione San Siro (colori sociali rosso e nero), Saltrio era suddivisa tra il rioni Val da Gromm (colori sociali: nero e bianco) e Valmegia (colori sociali: bianco e nero) mentre Clivio era formata da un solo rione denominato Stalett (colore sociale: giallo).

La competizione estiva generalmente veniva iniziava con una serata d'apertura ricca di eventi che, all’inizio, si svolgeva lungo le vie di Viggiù per concludersi nella vecchia piazza mercato, oggi denominata piazza Artisti Viggiutesi.

Mentre i componenti vestivano e sfilavano con i colori che contraddistinguevano i rioni, un piccolo gruppo vestiva i panni di antiche dame e cavalieri. La sfilata era allietata da rinomati gruppi di animazione tra cui ricordiamo gli sbandieratori astigiani "Gli amìs de la pera", trampolieri di Bergamo, la fanfara dei Bersaglieri in congedo di Varese, le Majorettes di Oleggio e molte altre animazioni d'eccezione.

La kermesse era animata dagli indimenticabili Pierino Fontana, Giacomo Lagravinese e Gottardo Ortelli, Presidente dell'Azienda Autonoma, che a questa manifestazione hanno donato il loro cuore. In alcune occasioni venivano convocate attrazioni d'eccezione: Ettore Andenna, Nanni Svampa, il sassofonista Viggitese Fausto Papetti, Orietta Berti e Little Tony che facevano di questa manifestazione un evento veramente unico.

Le gare si svolgevano nei tre paesi: a Viggiù, nel vecchio campo sportivo di via Turconi, venivano disputate le gare d'atletica che a partire dalla metà degli anni '70 si svolsero nel campo sportivo di Clivio. La corsa ciclistica femminile si dipanava lungo un circuito che abbracciava le strade del centro, animate da un folto pubblico di sfegatati spettatori. Oltre a queste gare si svolgeva anche la tradizionale staffetta di S. Elia che, ancora oggi, rappresenta il cuore della manifestazione.

A Saltrio, si svolgeva l'animato torneo di calcio che tra tifosi sfegatati vedeva contrapporsi le squadre degli otto rioni.

La manifestazione si concludeva la domenica pomeriggio con la tradizionale corsa degli asini che vedeva contrapporsi i vari rioni lungo un percorso che si dipanava tra le vie del cuore di Viggiù; la sera dello stesso giorno aveva luogo anche la sfilata finale con la consegna del palio al rione vincitore.

La manifestazione proseguì ininterrottamente sino al 1981 quando la magia della kermesse, per varie incomprensioni, si interruppe.

A fine degli anni 80 il Palio rinacque con il nome Walzer dei rioni ma vide il numero dei rioni parzialmente ridotto: Viggiù si divideva in due sole parti i Crusitt (colori sociali blu e rosso) e i Madunit (Colori sociali bianco e verde) e traevano i loro nomi dalle due chiese del paese.

Bisogna arrivare all’anno 2000 affinché si ritorni all’originale denominazione  della rassegna: Palio dei Rioni e, in quest’occasione,  anche i rioni di Saltrio, vennero raggruppati per formare il nuovo rione San Giorgio (colori sociali bianco e nero) che trae il suo nome dall'antica chiesa di San Giorgio.

Il palio conserva e ripropone le sue gare tradizionali e arricchisce l'offerta sempre di nuove competizioni tra cui ricordiamo la camminata dei rioni che vede partecipare, ad ogni edizione 2-3000 cittadini che con la loro folta presenza fanno vincere il rione che annovera il più alto numero di partecipanti. Ogni anno il Comitato Palio di Rioni cura la stampa di un libretto, realizzato grazie al contributo degli sponsor locali, che illustra le varie discipline del palio e racconta, attraverso le immagini d’archivio, le storie delle precedenti edizioni.

Tra i personaggi da ricordare: Rosetta del Bosco presidente del rione Carobi che portò per ben due volte alla vittoria dell’ambito gagliardetto, Ughetto Roncoroni instancabile animatore del rione Brusolino e del Viggiù Calcio, Giovanni Sodano, presidente del rione Cantonaccio e Franco Danzi del rione Corganana, nel cui ricordo viene ancora oggi disputata la staffetta di Sant’Elia e tra le atlete, la mitica “Pallino” protagonista di tutte le competizioni ciclistiche femminili e tantissimi altri che hanno reso indimenticabile questa manifestazione.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-prealpi-varesine.html






FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



mercoledì 24 giugno 2015

MOLTRASIO



Moltrasio è un comune della provincia di Como posto sulla sponda occidentale del lago di Como.

Vi sono diverse teorie sull'origine del nome, almeno tre, di cui una a sua volta si diversifica.
La prima dice che il nome originale era Monte Larice o Monte dei Larici, poi, essendo stato raso al suolo, divenne Monte Raso, quindi Moltrasio. Sulla causa c'è chi dice sia dovuta ad un incendio, chi invece al seguito di una battaglia coi nemici di Torno. Una seconda versione parla di luogo dove si ricavava la malta (nel dialetto locale molta). Infine c'è chi attribuisce il nome al fatto di trovarsi tra i monti..

Sul territorio di Moltrasio sono stati fatti alcuni ritrovamenti archeologici: un'ascia di rame databile a circa 2000-2500 anni fa, un pavimento romano a mosaico e alcuni oggetti.

Un'ascia di rame databile intorno al 2500-2000 a.C. dimostra la presenza umana già in quei lontani tempi. Fu trovata in uno strato di argilla nel 1895 durante i lavori di ampliamento del cimitero. In quell'occasione furono portati alla luce anche un pavimento romano a mosaico e alcune monete romane.
Nel 1910, nella frazione di Vergonzano, furono trovate due tombe gallo-romane nelle quali si rinvennero, oltre agli scheletri, coltelli di ferro e braccialetti di bronzo.
Il primo documento conosciuto che presenta il paese come un comune risale al 1058. Le adunanze degli abitanti (almeno dal XIII secolo) si tenevano sotto il "coperto" davanti alla chiesa di San Martino. Nel 1292 Moltrasio ebbe il titolo di borgo. Nel 1405 Giovanni Maria Visconti concesse ai moltrasini la cittadinanza comasca e con essa alcuni privilegi.
Nel 1522 Torno, schierata con Francesi e Svizzeri, fu saccheggiata dai soldati spagnoli e ducali. I Tornaschi, a loro volta, attaccarono e saccheggiarono Moltrasio, schierata con i loro nemici.
Il paese fu colpito dalla peste del 1630. La tradizione racconta che diversi moltrasini lasciarono le loro case per rifugiarsi all'Alpe del Segrèe, ma non sfuggirono alla morte. Per timore del contagio furono dati alle fiamme anche i registri parrocchiali. Nel 1578 il paese contava 550 abitanti. Dopo la peste, nel 1632 la popolazione era di sole 177 persone. Diventeranno 426 nel 1671 e 502 nel 1758.
Durante l'epidemia di colera del 1854, i malati vennero ricoverati nella chiesa di Sant'Agata, trasformata in lazzaretto.
La pietra di Moltrasio era un tempo largamente utilizzata in zona. Oggi l'attività di estrazione è abbandonata.
In passato erano attivi alcuni mulini.

Nell'ultima guerra Moltrasio è stata teatro, soprattutto su i suoi monti, della guerra partigiana con la presenza di alcuni gruppi collegati alla brigata Garibaldi. Al termine sempre le sue valli vicine alla Svizzera sono state percorse da decine e decine di uomini che per arrotondare i magri stipendi e per permettere ai figli un futuro migliore, portavano i sacchi con merce di contrabbando. Il fenomeno è terminato quando questa attività è stata dominata da uomini che "giravano con la pistola". Si raccontano ancora alcune fughe molto ardite e pittoresche da parte di spalloni braccati dai finanzieri.
Nell'era moderna Moltrasio rimane un luogo dove molte persone continuano a svolgere attività e lavori di cui in altri paesi si è persa la presenza.

La Chiesa dei SS Martino ed Agata è situata nella centrale frazione di “Borgo”, la facciata, in pietra locale, fu realizzata nel 1935 in seguito ad un ampliamento. Tutto l’esterno della Chiesa compresa la facciata, sono stati da poco restaurati. All’interno è ricca di numerosi dipinti e stucchi eseguiti in varie epoche. Non è sicura la data della sua costruzione ma un atto notarile documenta la sua esistenza già nel 1207. Gli affreschi più antichi presenti nel presbiterio ed in tre medaglioni dell’abside risalgono al secolo XVII e vennero realizzati dai fratelli Recchi, la cappella laterale dedicata alla  reliquia della Sacra Spina e  l’altare maggiore sono arricchiti da dipinti di Giovan Mauro Della Rovere detto “Il Fiamminghino”,  da ammirare è sicuramente la splendida pala del pittore Alvise Donati eseguita nel 1507, che è, senza dubbio, l’opera artisticamente più preziosa conservata in questa chiesa.

La splendida chiesa di Sant’Agata, è la più antica testimonianza di architettura romanico–Lombarda nel territorio. E’ situata nella frazione Vignola, lungo il percorso dell’antica via Regia e la sua costruzione risale alla seconda metà dell’ XI secolo. La si raggiunge dal lago salendo la spettacolare “Scala Santa” e svoltando quindi a sinistra per “Pos Palaz”. Nel Quattrocento la chiesa subì alcune modifiche alla struttura e venne ingrandita. Durante i restauri eseguiti nel 2006 si verificarono altri importanti ritrovamenti: un affresco del primo ‘500 con raffigurati il Cristo pantocratore e ai lati i santi Rocco e Antonio Abate e dei lacerti da affreschi medioevali.

La Chiesa Regina Pacis si trova nella frazione di Tosnacco ed è stata edificata tra il 1945 e il 1946.
Nel piazzale davanti alla chiesa di Tosnacco è posto un crocefisso in bronzo che venne fuso dal pittore e scultore locale Franco Pizzotti. Il crocifisso rimase fino agli anni '60 sulla tomba dei genitori. Quando fu rimosso dal cimitero di Moltrasio, il figlio del pittore, Marino Pizzotti, lo donò alla Parrocchia in ricordo del padre.
 
L'oratorio di San Rocco, di presunte origini quattrocentesche, fu restaurato in epoca barocca, come evidenzia il grazioso portale sormontato da un'elegante cimasa in stucco con una testa di putto e piccole volute. Esso é fiancheggiato da finestrelle sagomate e sovrastato da un medaglione con rocailles recante l'intitolazione della chiesa al Santo di Montpellier. L'interno presenta una sola navata con abside poligonale, dove una ricca incorniciatura in stucco inquadra sull'altare maggiore un affresco assai guasto raffigurante la Vergine col Bambino tra i SS. Rocco e Sebastiano* di Giovanni Paolo Recchi. Questo era stato coperto da un quadro recente in occasione di restauri nel 1926.

Lungo il viale che si affaccia sul lago, poco distante da Piazza San Rocco (imbarcadero), é stato posto il monumento a Vincenzo Bellini, il grande musicista catanese che soggiornò a lungo a Moltrasio, dove compose alcuni brani delle musiche de La straniera e de La sonnambula.
Moltrasio ha voluto ricordare Bellini con questo monumento, voluto e finanziato dalla signora Lillian Villinger Sacchi, già presidente del Circolo Bellini e realizzato dallo scultore Massimo Clerici, che vive e opera a Moltrasio.

Moltrasio è situato sulla riviera occidentale nel primo bacino del lago di Como. Per le sue famose ville, dimore anche di personalità illustri, i suoi giardini, il clima mite e soleggiato ed il panorama incantevole, è definito una delle perle del Lario.E’ costituito da tante caratteristiche frazioni che dal lago salgono fino ai monti. Di Moltrasio sono famose le antiche “cave di pietra moltrasina” ancora visibili percorrendo il “Sentee di Sort”. La pietra di Moltrasio, vanto dei Maestri Comacini, è stata utilizzata a Moltrasio per costruire i numerosi crotti, ove si conservava fresco e frizzante il buon vino locale, oggi privati e non più visitabili. I caratteristici terrazzamenti realizzati con muri a secco, sono  presenti ancora oggi, se pur in numero minore a causa dell’accrescimento edilizio, non più utilizzati come vigneti, ma come orti o giardini privati.
Subito dopo l’anno 1000, Moltrasio vive la sua epoca di maggiore splendore. E’ in questo periodo che vengono realizzati i monumenti più antichi del paese.

Ghita era una bella ragazza di Moltrasio. Un giorno era andata a Cernobbio a trovare dei parenti ed era rimasta da loro fino a tardi. Sulla via del ritorno si imbatte in un malintenzionato contrabbandiere svizzero. Lei vorrebbe tirar dritto, ma lo sconosciuto con un ghigno da demonio si mosse per abbrancarla; la Ghita, lesta più ancor di lui, spiccò un salto nel burrone e quel tristo che la stava per afferrare cadde giù con lei. Ghita si salvò perché i suoi vestiti si impigliarono tra i rovi e la trattennero, mentre il cattivo precipitò. Da quella sera, quando il tempo è burrascoso, proprio come quella notte in cui avvenne il triste caso, si vede un fuoco dove il contrabbandiere era caduto: che sia il suo spirito oppure il demonio condannato qui a far penitenza?


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-prealpi-comasche.html




.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



domenica 10 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO D' ISEO : SARNICO



Un piccolo borgo affacciato sul lago, un paese con una lunga tradizione, un nome conosciuto in tutto il mondo grazie al legame con i grandi motoscafi.
E’ questo e molto di più Sarnico, cittadina dai quasi 7.000 abitanti che sorge e si affaccia sul Lago d’Iseo, a metà tra la provincia di Bergamo e quella di Brescia: la cittadina è stata costruita proprio nel punto in cui le acque del Lago d’Iseo defluiscono verso la pianura attraverso il fiume Oglio.

Il suo territorio, occupato in gran parte da edifici residenziali, è stato solo leggermente contaminato da insediamenti industriali i quali hanno sempre preferito il comune limitrofo di Villongo dal quale la ricchezza prodotta confluiva cospicua. I recenti insediamenti residenziali hanno occupato gran parte delle rimanenti aree inutilizzate e anche le residue attività industriali hanno cambiato sede.

Alla spalle dell'abitato si vedono i resti di una cava, pressoché abbandonata, della famosa "pietra di Sarnico", dominata sulla cime del colle dalla Rocca. Queste lastre verticali, che arricchiscono il paesaggio senza mortificarlo, sono visibili da molti chilometri di distanza e indicano la via direttrice per raggiungere il lago stesso.

I primi insediamenti umani hanno un’origine databile tra il neolitico e l’età del bronzo, come testimoniano i resti, rinvenuti sul fondo del lago, di un primitivo villaggio strutturato su palafitte.

Con il passare del tempo gli abitanti si trasferirono sulla terraferma, tanto che in epoca romana sulle rive lacustri erano presenti stanziamenti fissi, dovuti soprattutto all’esistenza di importanti strade di collegamento con le città di Bergamo e Brescia, nonché con la Val Camonica, che favorirono il commercio nella zona.

I primi documenti che attestano l’esistenza del paese risalgono invece all’anno 862, quando con una concessione l’imperatore Ludovico II autorizzò lo sfruttamento ittico del lago in favore di alcuni monasteri presenti in territorio bresciano.

Altri documenti attestano che, nell’anno 1081, qui venne costruito un monastero dell’ordine dei cluniacensi, di cui però oggi non resta alcuna traccia.

Il medioevo non vide il paese al centro delle lotte tra fazioni guelfe e ghibelline, rimanendo in una posizione più tranquilla e defilata rispetto ai centri limitrofi. Ciononostante il paese venne abbellito da numerosi edifici caratteristici del tempo, quali castelli e torri, in previsione di eventuali attacchi.

Con l’avvento della repubblica di Venezia, il paese acquisì un certo prestigio sia a livello economico, per via dei commerci sviluppati dai veneti, ma soprattutto amministrativo, dato che la Serenissima lo eresse a capoluogo del circondario, denominato Contea della Valcalepio.

In epoca più recente, precisamente nel risorgimento, il paese fu al centro di una sommossa mazziniana contro il dominatori asburgici, promossa da patrioti bergamaschi, che però non riuscì a dare i risultati sperati e passata alla storia con il nome di "fatti di Sarnico".

Il lago d’Iseo, garantisce a Sarnico notevoli e suggestivi paesaggi, nonché la possibilità di svolgere attività sportive quali wind-surf, canottaggio, sci nautico e numerose altre attività da svolgersi sullo specchio d’acqua che bagna il paese. Esiste anche la possibilità di effettuare gite a bordo delle motonavi, che permettono di raggiungere le altre località lacustri, nonché di degustare le prelibatezze eno-gastronomiche della zona.

Anche sotto il punto di vista artistico il paese non ha nulla da invidiare ad altri centri: già noto in epoche lontane, conserva una torre medievale e la rocca dei Zucchellis, risalente al XIII secolo della quale si possono ammirare parti della cinta muraria e della torre. Di tale periodo sono anche i resti dei castelli di Castione e dei Marenzi, comprendente una torre ora adibita a campanile nella chiesetta di San Paolo..

La Torre di San Paolo svetta fiera come fausto simbolo della medioevale origine: appartenuta alle antiche mura, oggi è adibita a campanile. Il centro storico è salotto della vita urbana: la prinicipale via Lantieri mostra colorate vetrine e ristoranti, le piazze ospitano esposizioni d’arte, eventi canori ed il famoso Festival degli artisti di strada. La sera il lungolago di Sarnico, spavaldamente da libero sfogo al mondano passeggio di centinaia di giovani in cerca di ritrovi dove abbandonarsi al ventaglio di passioni e spensieratezze, tipiche di una magica notte d’estate. Di giorno invece, è una soleggiata e ariosa passeggiata con porticciolo turistico e bar dove rinfrescarsi sorseggiando una fresca bevanda o un gustoso gelato. Bellissime dimore come Villa Faccanoni, Villa Surre, Villa Passeri , presentano facciate con decorazioni liberty sinonimo di opulenza. E’ affascinante passeggiare per le viuzze del centro storico e addentrarsi in vicoli silenziosi che custodiscono gelosamente tesori di architettura quattrocentesca come la piccola Chiesa di San Paolo, costruita sulle vestigia del Castello dei Marenzi nel 1428 , si trova nell’anonima piazzetta. L’ingresso, sormontato da un portale in pietra di Sarnico, si trova sul lato lungo della costruzione . All’interno affreschi del ‘400 .
Poco distante si trova la Pinacoteca Gianni Bellini nata grazie alla donazione da parte di Don Gianni Bellini di circa 150 opere per la maggior parte quadri d’epoca compressa tra il 1500 e il 1700. La pinacoteca è collocata nella parte più antica di Palazzo Gervasoni, uno stabile del XV sec. sito nel punto più alto del centro storico di Sarnico. Un tempo convento di suore, divenuto poi residenza, “Palazzo Gervasoni”. Poco a Monte del centro Storico, in Piazza Redentore, si trova la Parrocchiale del ‘700 dedicata a San Martino di Tours, ricca di decorazioni e dipinti tra cui il pregevole quadro che rappresenta “ San Martino e l’imperatore Valentiniano”. A pochi metri dalla Parrocchiale si trova la Cappella di San Rocco dove anticamente cioè fino al 1809, prima della costruzione del cimitero, venivano seppelliti i morti. La chiesetta dei Santi Nazario e Rocco in frazione Castione del 1300, internamente ed esternamente ci sono pregevoli affreschi.
Alle spalle del centro abitato di Sarnico a circa 400mt quota, in posizione panoramica sul lago, si sviluppa il sentiero Forcella-Molere. Dal Parcheggio delle Poste, in corso Europa, si percorre la via Faletto, per poi proseguire sul sentiero denominato “Percorso della Madonna”. In poco tempo si raggiunge il Bivio della Forcella, il percorso prosegue svoltando a sinistra. Il paesaggio circostante è incantevole e la vegetazione conferisce al luogo la tipica atmosfera mediterranea. Durante il tragitto si incontra la Cappelletta consacrata alla Vergine, la Chiesetta degli Alpini, La Rocca de’ Zucchellis e verso la fine del sentiero la Chiesetta dei Santi Nazario e Rocco.

La chiesa parrocchiale è un imponente edificio religioso poco a monte del nucleo medievale costruito nel ‘700, dove si trovava l’antica parrocchiale quasi totalmente abbattuta, e dedicata a San Martino di Tours. La facciata è arricchita da statue dedicate ai Santi: S. Martino, S. Carlo e S.Maria Assunta. Il campanile costruito con conci di pietra regolari a pianta quadrata risale al XV sec., nel 1869 fu sopraelevato. L’interno a navata centrale presenta lesene e capitelli corinzi. Pregevoli quadri raffigurano “San Martino e l’Imperatore Valentiniano”.
La Chiesa di San Paolo la si raggiunge seguendo la via S.Paolo, dalla via Lantieri del centro storico. Costruita nel 1429 sulle vestigia del castello di Sarnico. I restauri avvenuti nel XVII e ne XVIII hanno compromesso lo stile originario. La zona adibita ad altare si trova davanti l’ingresso. L’interno a una navata conserva interessanti affreschi del ‘400.
La chiesa di San Nazario e Rocco è  del 1627; si trova sulla riva sinistra del torrente Guerra. Poco è rimasto dell’originale struttura dopo gli interventi del ‘400. Sono di notevole rilevanza gli affreschi dell’esterno come la “Madonna con Bambino” e quelli antichissimi dell’interno “Madonna con Bambino e S. Giovanni Battista” , “S. Giacomo il Maggiore” e “S. Nazario Vescovo”.

La Pinacoteca Bellini nasce da una donazione di circa 150 opere per la maggior parte quadri, d’epoca compresa tra il 1500 e il 1700, che un grande estimatore e amante dell’arte, Don Gianni Bellini, ha raccolto nella sua vita per donarli poi alla Comunità di Sarnico, di cui fa parte. Si tratta di 128 tra tele e tavole tra le quali spiccano opere di Palma il Giovane, Alessandro Magnasco, Antonio Cifrondi, Carlo Ceresa, Nicolas Regnier, Francesco Cairo. Oltre ai dipinti fanno parte della donazione pregiati mobili d’epoca, alcune importanti statue marmoree e lignee e 4 crocifissi “processionali”, uno in legno e tre in rame argentato. La pinacoteca è collocata nella parte più antica di Palazzo Gervasoni, uno stabile del XV sec. sito nel punto più alto del centro storico di Sarnico.

La torre medievale si trova su un lato della piazzetta della chiesa di San Paolo (sec XII-XIII), nel cuore del centro storico. E’ conosciuta anche con il nome ” Torre dell’orologio”. E’ quanto resta del castello di Sarnico. E’ formato da grossi conci di pietra squadrati e una apertura visibile dalla piazzetta. La torre è sormontata da un campanile a due livelli: il primo contiene cella campanaria, nel secondo si trova l’orologio a cui deve il nome.
La torre civica si trova all’inizio della via Buelli nel centro storico di Sarnico. La torre appartenuta alle mura antiche risale al XII sec. all’interno vi sono tre sale su tre livelli comunicanti tramite scala in legno.Attualmente viene usata per mostre ed eventi culturali.
La villa Faccanoni è stata costruita nel 1907 su progetto dell’architetto Giuseppe Sommaruga ed é uno degli esempi di architettura liberty lombardi. L’interno comprende vari ambienti a più livelli ricchi di decorazioni finemente curati. Di notevole effetto la decorazione dell’esterno e lo splendido giardino. La villa si trova in prossimità del lago, quindi è ben visibile avvicinandosi alla costa con una imbarcazione

Il sentiero “Forcella Molere” si sviluppa lungo il crinale del colle alle spalle del centro urbano di Sarnico, a circa 400 mt di quota, in una posizione panoramica sul lago d’Iseo. Il sentiero inizia dalla via Falletto, vicino l’ufficio delle Poste di Sarnico. Proseguendo oltre, il sentiero si fa strada tra olivi e cipressi fino ad raggiungere una cappelletta. Da qui si può ammirare un bellissimo panorama sull’abitato. Ancora oltre fino alla Chiesetta degli alpini. Ancora più avanti ed il percorso raggiungerà la “Rocca dè Zucchellis” antico avamposto di difesa del territorio, costruito nella seconda metà del XIII secolo. Il percorso termina nei pressi della Chiesetta di San Nazario e San Rocco.

Il lido Più vicino al centro storico è il “Lido Fontani”, un’area verde pubblica di 8000 mq che ospita la chiesetta Stella Maris. E’ ritrovo di molti giovani e di praticanti di sport acquatici. Il “Lido Fosio” si trova invece in zona diga, si tratta di un’area verde pubblica di 10.000 mq ideale per rilassarsi e prendere il sole.
Il più grande e frequentato è il “Lido Nettuno” che si trova sulla strada per Predore ed è collegato al centro storico grazie ad una pista ciclopedonale . L’area alberata di 22.000 mq è ben servita da Bar, Pizzeria, groglieria, area pic-nic, noleggio sdraio, campo calcetto, campo beach volley, bocce, parco giochi, parcheggio. E’ vietato l'accesso ai cani, è vietato accendere fuochi, è vietata la pesca.

Sarnico diventa teatro, con le migliaia persone che richiama lo spettacolo di “Scior, Picaprede e Pescadur”, una grande rappresentazione teatrale itinerante che racconta attraverso il narrare di gente comune mille anni di storia. Storia del lago e delle tradizioni sarnicesi.
Ma è teatro anche per il Busker Festival, la rassegna che porta in tre giorni oltre 200 spettacoli ed esibizioni ad opera di artisti di strada internazionali.
Senza dimenticare la grande musica, con il “Sebino Summer Festival” che ogni anno, nel mese di luglio, porta a Sarnico e su tutto il lago d’Iseo una Master Class di alto perfezionamento musicale svolta da docenti di fama internazionale per giovani musicisti italiani e stranieri.

Per molti anni Sarnico è stato uno dei poli d'eccellenza della cantieristica sportiva con i cantieri Riva.
La Sarneghera è gara podistica non competitiva che si svolge l'ultima domenica del mese di giugno.
la processione della Madonna di Stella Maris accompagnata da Barche illuminate e spettacolo pirotecnico si svolge il 3º sabato di luglio.
Il Sarnico Busker Festival - Il Festival degli artisti di strada si svolge ogni anno nell'ultimo week end di luglio.
La Fiera degli uccelli e Mostra canina si svolge il 15 agosto.
La festa dello Sport - 3 giorni di sport con 40 associazioni sportive - 40 discipline
Rock'n Sarnek, presso il Lido Nettuno si svolge ogni anno nel primo weekend estivo.

Le Ferrovie Turistiche Italiane, tramite la sezione FBS – Ferrovia del Basso Sebino, dal 1994 organizza percorsi con treni turistici in collaborazione con Trenitalia, RFI, Le Nord, Navigazione Lago d’Iseo e Parco Regionale dell’Oglio con destinazione privilegiata il lago d’Iseo, la Franciacorta, la Valcalepio e la Valcamonica.
L’iniziativa denominata TrenoBlu si svolge secondo un calendario d’esercizio consolidato, ma è anche possibile organizzare escursioni per gruppi, aziende, associazioni, con programmi personalizzati su richiesta. Il viaggio in treno, spesso abbinato poi ad un’escursione in battello sul lago d’Iseo o ad un pranzo a base di prodotti tipici, è solitamente effettuato con automotrici diesel d’epoca.
Numerose sono anche le giornate in cui, lungo la linea che costeggia il Fiume Oglio, in un contesto ambientale a tratti particolarmente suggestivo (dal 1988 tutelato come Parco Regionale), torna a sbuffare una storica locomotiva a vapore con le sue carrozze d’epoca e tutto il suo fascino antico, capace di riportare indietro nel tempo.

Circa cinque secoli fa, un singolare frate, Teofilo Folengo, scrisse un poema comico, nel quale le muse ispiratrici della sua arte vivevano fra monti di formaggio, fiumi di brodo, laghi di zuppa, mari di guazzetto, e così via… Questo frate soggiornò a lungo presso il santuario di S. Maria del Giogo, in una località panoramica sui monti sovrastanti Sulzano.
Non ci è dato di sapere se il goloso fra’ Teofilo, osservando dall’alto il lago d’Iseo, abbia fantasticato sulle sue prelibatezze gastronomiche. Le pescose acque ospitano pesci deliziosi al palato: sardine, cavedani, tinche, coregoni, pesci persici e tante altre varietà.
Alcune (sardine e cavedani) a Monte Isola vengono messe ad essiccare al sole, per poi essere conservate sott’olio. Volgendo lo sguardo verso le pendici delle alture digradanti verso il lago, ci sono numerosi uliveti, dalle cui olive si trae, nei frantoi di Marone e Sulzano, un olio dal sapore delicato.
E più in alto, verso i monti che circondano il lago, ci sono le zone di produzione dei formaggi di montagna. Il monte Bronzone, che sovrasta Predore e Tavernola, da’ il nome ad un gradevole formaggio “stracchino” a pasta molle.  I monti sopra Marone ospitano le malghe dove si produce un formaggio a pasta dura, il Casolet.
Verso le alture di Monte Isola, ci sono i luoghi dove si trova un raro salame leggermente affumicato. Nelle valli prossime al lago si raccolgono in autunno abbondanti castagne, ci si dedica all’apicoltura ed alla coltivazione di piccoli frutti di bosco. Apprezzate acque minerali sgorgano da sorgenti poco distanti (a Gaverina ed a Boario Terme).
Volgendo lo sguardo verso la parte meridionale del Sebino,si trova una corona di colli assolati dove maturano le uve che danno grandi vini bianchi e rossi, nella aree della Franciacorta e della Valcalepio ed un prezioso spumante rinomato a livello internazionale (il Franciacorta docg). I colli bergamaschi sono invece un tradizionale luogo di produzione di grappa. Famosa è la “tinca al forno” di Clusane.
Potremo gustare la tradizionale polenta (a base di farina di mais) accompagnata da cacciagione, funghi oppure amalgamata con il formaggio (polenta taragna); potremo gustare i casoncelli (ravioli ripieni di carne, formaggio, verdure), gustosi salumi di produzione locale e tanti altri piatti che utilizzano carne bovina o di animali da cortile.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/i-laghi-lombardi-il-lago-d-iseo.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



domenica 19 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN PIETRO A CASTELVECCANA



L'imponente facciata della chiesa parrocchiale, edificata sopra un luogo di culto più antico, si ha notizia che risalga circa al 1200.
La leggenda narra che il campanile in stile romanico fù edificato con le pietre di riporto provenienti dalla Rocca di Caldè, che una volta sorgeva sulla sommità del monte.
Passando l'arco alla sinistra della chiesa ci si addentra nel borgo antico percorrendo la caratteristica via Martiri Zampori, tra alte mura e pietre a vista, si può scendere a livello della strada provinciale per Laveno.

Non è possibile fissare una data di origine della più grande chiesa di Castelveccana, popolarmente chiamata San Pietro. Dall’archivio parrocchiale e dall’archivio della Curia milanese risulta che le notizie più remote risalgono al 1250. E’ comunque certo che nel 1455 la chiesa di San Pietro fu visitata da Gabriele Sforza, nel 1569 da un delegato di Carlo Borromeo, nel 1578 e 1580 da San Carlo in persona che la eresse a parrocchia staccandola da Porto. Nel corso dei secoli la chiesa ha subito varie modifiche di cui la più sostanziale nel 1800: la facciata, che in origine era rivolta a lago, venne portata a levante, dove prima esisteva l’abside. Lo stile della chiesa è tardo rinascimentale con espressioni di barocco sia nell’interno che nella facciata. Un magnifico esemplare è l’altare del Settecento, stupendo per una gamma policroma di marmi intarsiati. Le pitture sono recenti e pregevoli, opere di Rivetta, eseguite tra il 1945 e il 1953, mentre le decorazioni sono dei cugini milanesi Monti. Uno di questi altari, dedicato alla Madonna, è molto antico: secondo la tradizione sarebbe stato trasportato dalla chiesa del castello che si ergeva sulla Rocca. Nota come “San Celso in Arce”, quella chiesa fu fatta demolire per abbandono del Cardinale Federico Borromeo nel 1596. La chiesa deve il suo nome dalla dedica ai SS. Apostoli Pietro e Paolo.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/04/le-citta-del-lago-maggiore-castelveccana.html

.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



sabato 18 aprile 2015

LA PIETRA DI ANGERA



La pietra di Angera è una roccia sedimentaria (dolomia).

Colore rosa, giallo, bianco; grana finissima; elevata porosità con cavità uniformemente distribuite. Componenti: dolomite.

Appartiene alla serie sedimentaria delle Alpi meridionali; formazione della "Dolomia principale" (periodo Triassico).

Le cave sono ubicate presso l'abitato di Angera sulla sponda orientale del lago Maggiore. Una pietra simile si trova sulla sponda occidentale (Arona).

L’impiego fu notevole fin dall'età comunale sia per le strutture che per le decorazioni, grazie anche alla facilità di lavorazione e alla buona scolpibilità. Nel Seicento le cave furono abbandonate probabilmente per non compromettere la stabilità della sovrastante rocca dei Borromeo e la coltivazione riprese solo saltuariamente. In particolare si ricordano le decorazioni del cortile dell’Ospedale Maggiore (ora Università Statale – inizio XVII secolo) e della facciata della chiesa della Certosa di Milano (secolo XVI). Altri esempi milanesi sono le facciate di San Fedele e di San Raffaele entrambe del secolo XVII. Nel Cimitero Monumentale (seconda metà XIX secolo) fu utilizzata per le basi delle colonne degli edifici principali. Fu utilizzata anche a Pavia sia nelle murature che nelle decorazioni di edifici religiosi (San Pietro in Ciel d'Oro, chiesa e palazzo Ducale della Certosa) e di edifici civili (Collegio Borromeo) e a Parma (facciata di S. Giovanni Evangelista, inizio XVII secolo).
Erosione superficiale fino a disgregazione, possibilità di solfatazione con formazione di croste.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/04/le-citta-del-lago-maggiore-angera.html




.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



martedì 7 aprile 2015

IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI DESENZANO

.


Il Civico Museo Archeologico di Desenzano del Garda, intitolato a Giovanni Rambotti, è stato inaugurato nel 1990. L'idea di istituire un museo archeologico dedicato alla preistoria del lago di Garda era già maturata agli inizi degli anni '80 in seguito agli importanti risultati conseguiti con gli scavi condotti da Renato Perini al Lavagnone e alla clamorosa scoperta di un aratro pressoché completo, risalente agli inizi dell'antica età del Bronzo; al recupero di materiali raccolti da appassionati locali nelle numerose palafitte sommerse lungo le rive meridionali del lago: Gabbiano di Manerba, Corno di Sotto, Porto Galeazzi, Lugana Vecchia e Maraschina; all'acquisizione da parte del comune di Desenzano della collezione dell'avv. Mosconi, formata con i materiali scoperti al Lavagnone all'epoca dell'estrazione della torba; alle sistematiche raccolte di superficie effettuate sempre al Lavagnone in occasione delle periodiche arature principalmente da parte di Ettore Merici; all'attività del Gruppo Archeologico di Desenzano (G.A.D.) e del gruppo "La Palafitta", che con assidue prospezioni del territorio di Desenzano e di Lonato, andava rivelando per la prima volta l'esistenza di numerosi siti del Mesolitico sparsi nell'area dell'anfiteatro morenico benacense. Inoltre presso il museo sono conservati i materiali rinvenuti nel corso degli scavi, ancora in corso, dell'Università degli Studi di Milano presso la palafitta del Lavagnone. 
Il museo negli ultimi anni è andato gradualmente trasformandosi, incrementando le collezioni, con particolare riguardo al fenomeno delle palafitte. Lo spazio espositivo si è ampliato con l'introduzione di nuove sale, inaugurate nel 2015. 

Durante il periodo Mesolitico si utilizzavano per lo più sostanze coloranti e oggetti ornamentali, in particolare conchiglie marine e d’acqua dolce, vertebre di pesci, canini di cervo, frammenti di ossa o ciottoli utilizzati come ciondoli di collane o bracciali nei capi di vestiario. A Riparo Gaban sono stati rinvenuti manufatti artistici che erano stati posizionati all’interno di buche manomesse già in età mesolitica. Si conosce anche una sepoltura che è stata ritrovata nel sito di Mondelav de Sora, a 2150 m di altitudine. L’inumato era un uomo mesolitico, appartenente al tipo Cro-Magnon già presente in Europa durante il Paleolitico superiore. La parte inferiore del corpo era ricoperta di pietre vulcaniche e marna calcarea. Sul lato destro vi erano tracce di ocra rossa, su quello sinistro un gruppo di 33 reperti, tra cui alcuni strumenti di selce, ciottoli di calcare, un arpione e altri manufatti in osso e corno.

Tra i suoi reperti, sono presenti alcuni oggetti in legno come vasi, piatti e frammenti di travi; numerosi sono gli oggetti in pietra ricavati dall'arte della scheggiatura, come le parti di un telaio in legno.
L’istituto ospita l’aratro completo più antico del mondo il quale risalirebbe all'età del Bronzo (2000 a.C.).

Fin dal paleolitico i cacciatori usavano ornarsi con gioielli realizzati con pietre e conchiglie, questa usanza continuò per molto tempo, fino alla scoperta dei metalli. Nelle epoche più antiche si usavano soprattutto collane e ciondoli, usati sia dalle donne che dagli uomini. Si pensa che ad essi fosse attribuito un valore apotropaico, ovvero per tenere lontano spiriti maligni. Dall’età del bronzo si aggiunsero anche bracciali, catenelle, anelli, e spilli di varie forme. Sono stati ritrovati reperti molto rari di pendagli ricavati da denti di animali e da pezzi di conchiglie. Nell’Attica e nella media età del bronzo viene attestato che c’era l’uso di monili d’osso ottenuti probabilmente dalla lavorazione di minerali; inoltre viene attestato anche l’uso di tecniche più avanzate e un gusto più raffinato (lo confermano i reperti di collane di calcite ritrovate nelle tombe). Tra i gioielli che usavano nell’antichità sono stati trovati reperti di fibule. La fibula era una sorta di spilla per fermare gli indumenti (maschili e femminili). Quest’oggetto può avere più funzioni in base al tipo di abbigliamento. Essa entra in uso grazie alle popolazioni mediterranee e dell’Europa continentale a partire dalla tarda età del bronzo.

La casa veniva costruita su palafitte, le più antiche su pali singoli. L’acqua era bassa per poter costruire palafitte, che spesso venivano posizionate su rive dove la costruzione era più agevole. Per costruire si usava un plinto, nel quale si infilava un palo. Si costruivano le case su palafitte per difendersi dagli attacchi di animali selvaggi e da frequenti inondazioni. A Fiavè (in provincia di Trento) sono stati ritrovati due villaggi, i quali risalgono uno al Bronzo Medio Avanzato, l’altro al Bronzo Antico e Medio.

Il primo villaggio, quello risalente al Bronzo Antico e Medio, si trovava a circa cento metri dall’antica sponda meridionale del laghetto. Le palafitte ritornate alla luce erano costituite di legno di abete rosso e varie specie di larice, alberi che formavano grandi e fitti boschi, che circondavano il villaggio preistorico. I pali usati erano per la maggior parte a sezione circolare, ma erano stati costruiti anche pali di diverso modello, per esempio quadrangolari, poligonali e varie altre forme. È difficile risalire alla struttura delle abitazioni e ricostruire la planimetria del villaggio. I pali erano lavorati soprattutto sulla sommità, perciò è sulle punte di essi che è avvenuto il maggior deterioramento. Si pensa che le abitazioni poggiassero sull’impalcato aereo sopra lo specchio d’acqua, anche se non si è sicuri della forma e della disposizione delle capanne. Riassumendo, l’unica cosa certa è che si trattava di case su pali con impalcato aereo a breve distanza dalla riva dell’antico laghetto o su una fascia spondale che durante le piene rimaneva allagata.
Nel secondo modello di villaggio, risalente al Bronzo Medio Avanzato, i pali verticali sono infissi al fondo per soli due metri e collegati tali da formare un reticolo di pali ed essere così stabile. Questo villaggio, anche se più recente, sfortunatamente non è stato riportato al meglio alla luce. La forma e le dimensioni di ogni abitazione non erano costanti: infatti la loro pianta poteva essere rettangolare, o leggermente trapezoidale; le pareti probabilmente erano a graticcio intonacate di argilla.

All’interno del museo civico Giovanni Rambotti si trovano diversi reperti che mostrano il grado di evoluzione in ambito agricolo. Tra questi citiamo:

l’aratro più antico ritrovato in Europa (Bronzo Antico, circa 2000 a. C.)
grandi sassi usati come macine per schiacciare il grano (metodo poco salutare, poiché le scaglie di pietra si mischiavano con il grano e provocavano danni all’organismo e ai denti quando venivano ingerite)
grandi ciotole dove conservare il grano
piccole falci di pietra con le quali tagliavano il grano
Dai resti organici trovati sui reperti si è potuto capire quali tipi di alimenti venivano coltivati: cereali, leguminose, orzo e grano.
Sono stati rinvenuti diversi strumenti di pietra scheggiata il cui uso non è stato definito con precisione. Data la loro forma si pensa fossero utilizzati per tagliare la carne, lavorare il legno e dare forma alle pelli. Ci sono delle classificazioni comuni per gli strumenti del Paleolitico medio superiore, per il Mesolitico, per il Neolitico e in parte per l’età del Rame e del Bronzo. Le tipologie fondamentali degli strumenti sono le seguenti: bulini, grattatoi, lame a dorso, punte a dorso, troncature, perforatori, armature geometriche, punte e pezzi scagliati. Le lame e le punte a dorso avevano il bordo affilato e possono essere paragonate ai nostri coltelli taglienti. Possiamo paragonare i bulini agli scalpelli, in quanto servivano per scalfire il legno, osso e corno e per eseguire incisioni a scopo decorativo. I perforatori erano utili per forare il legno, l’osso e la pelle. Le lame denticolate servivano per decorticare e squadrare il legno e per preparare le frecce. Tra gli strumenti più facili da comprendere in relazione al loro uso ci sono le punte destinate a essere immanicate come cuspidi di freccia o come lame di pugnale.

Al museo Archeologico G. Rambotti di Desenzano del Garda, tra i numerosi reperti, sono presenti alcuni oggetti in legno come vasi, piatti e frammenti di travi, conservatisi perché immersi nel fango delle sponde del lago, utilizzato originariamente come base per la costruzione delle palafitte. Più numerosi sono gli oggetti in pietra ricavati dall’arte della scheggiatura, come parti di un telaio in legno. Dopo lo sviluppo di quest’ultima si arriva alla scoperta del rame nativo (cioè rame duro sotto forma di pietra), una novità per gli uomini dell’epoca, e la scheggiatura di questo metallo era rozza e primitiva, a causa della poca conoscenza del materiale. Questo era il metodo di lavorazione che si usava nell’antichità, infatti la fusione non era ancora utilizzata.

Inizia così l’età del rame (4000 a.C. circa), chiamata anche calcolitico. Si passa alla metallurgia nell’età del bronzo, che inizia nel 3500 a.C., quando il metallo fuso viene fatto raffreddare dentro stampi di argilla per farne oggetti utili. Ad esempio viene usato per creare asce dal valore più simbolico che riguardante l’utilizzo pratico e indicavano l'importanza di personaggi come i capi dei villaggi che inoltre possedevano più oggetti in metallo. Molto comuni erano anche i gioielli come spille riccamente decorate, sfarzosi orecchini e collane elaborate che usavano le donne dell’epoca sia durante le festività sia tutti i giorni.






FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



Post più popolari

Elenco blog AMICI