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martedì 7 aprile 2015

IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI DESENZANO

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Il Civico Museo Archeologico di Desenzano del Garda, intitolato a Giovanni Rambotti, è stato inaugurato nel 1990. L'idea di istituire un museo archeologico dedicato alla preistoria del lago di Garda era già maturata agli inizi degli anni '80 in seguito agli importanti risultati conseguiti con gli scavi condotti da Renato Perini al Lavagnone e alla clamorosa scoperta di un aratro pressoché completo, risalente agli inizi dell'antica età del Bronzo; al recupero di materiali raccolti da appassionati locali nelle numerose palafitte sommerse lungo le rive meridionali del lago: Gabbiano di Manerba, Corno di Sotto, Porto Galeazzi, Lugana Vecchia e Maraschina; all'acquisizione da parte del comune di Desenzano della collezione dell'avv. Mosconi, formata con i materiali scoperti al Lavagnone all'epoca dell'estrazione della torba; alle sistematiche raccolte di superficie effettuate sempre al Lavagnone in occasione delle periodiche arature principalmente da parte di Ettore Merici; all'attività del Gruppo Archeologico di Desenzano (G.A.D.) e del gruppo "La Palafitta", che con assidue prospezioni del territorio di Desenzano e di Lonato, andava rivelando per la prima volta l'esistenza di numerosi siti del Mesolitico sparsi nell'area dell'anfiteatro morenico benacense. Inoltre presso il museo sono conservati i materiali rinvenuti nel corso degli scavi, ancora in corso, dell'Università degli Studi di Milano presso la palafitta del Lavagnone. 
Il museo negli ultimi anni è andato gradualmente trasformandosi, incrementando le collezioni, con particolare riguardo al fenomeno delle palafitte. Lo spazio espositivo si è ampliato con l'introduzione di nuove sale, inaugurate nel 2015. 

Durante il periodo Mesolitico si utilizzavano per lo più sostanze coloranti e oggetti ornamentali, in particolare conchiglie marine e d’acqua dolce, vertebre di pesci, canini di cervo, frammenti di ossa o ciottoli utilizzati come ciondoli di collane o bracciali nei capi di vestiario. A Riparo Gaban sono stati rinvenuti manufatti artistici che erano stati posizionati all’interno di buche manomesse già in età mesolitica. Si conosce anche una sepoltura che è stata ritrovata nel sito di Mondelav de Sora, a 2150 m di altitudine. L’inumato era un uomo mesolitico, appartenente al tipo Cro-Magnon già presente in Europa durante il Paleolitico superiore. La parte inferiore del corpo era ricoperta di pietre vulcaniche e marna calcarea. Sul lato destro vi erano tracce di ocra rossa, su quello sinistro un gruppo di 33 reperti, tra cui alcuni strumenti di selce, ciottoli di calcare, un arpione e altri manufatti in osso e corno.

Tra i suoi reperti, sono presenti alcuni oggetti in legno come vasi, piatti e frammenti di travi; numerosi sono gli oggetti in pietra ricavati dall'arte della scheggiatura, come le parti di un telaio in legno.
L’istituto ospita l’aratro completo più antico del mondo il quale risalirebbe all'età del Bronzo (2000 a.C.).

Fin dal paleolitico i cacciatori usavano ornarsi con gioielli realizzati con pietre e conchiglie, questa usanza continuò per molto tempo, fino alla scoperta dei metalli. Nelle epoche più antiche si usavano soprattutto collane e ciondoli, usati sia dalle donne che dagli uomini. Si pensa che ad essi fosse attribuito un valore apotropaico, ovvero per tenere lontano spiriti maligni. Dall’età del bronzo si aggiunsero anche bracciali, catenelle, anelli, e spilli di varie forme. Sono stati ritrovati reperti molto rari di pendagli ricavati da denti di animali e da pezzi di conchiglie. Nell’Attica e nella media età del bronzo viene attestato che c’era l’uso di monili d’osso ottenuti probabilmente dalla lavorazione di minerali; inoltre viene attestato anche l’uso di tecniche più avanzate e un gusto più raffinato (lo confermano i reperti di collane di calcite ritrovate nelle tombe). Tra i gioielli che usavano nell’antichità sono stati trovati reperti di fibule. La fibula era una sorta di spilla per fermare gli indumenti (maschili e femminili). Quest’oggetto può avere più funzioni in base al tipo di abbigliamento. Essa entra in uso grazie alle popolazioni mediterranee e dell’Europa continentale a partire dalla tarda età del bronzo.

La casa veniva costruita su palafitte, le più antiche su pali singoli. L’acqua era bassa per poter costruire palafitte, che spesso venivano posizionate su rive dove la costruzione era più agevole. Per costruire si usava un plinto, nel quale si infilava un palo. Si costruivano le case su palafitte per difendersi dagli attacchi di animali selvaggi e da frequenti inondazioni. A Fiavè (in provincia di Trento) sono stati ritrovati due villaggi, i quali risalgono uno al Bronzo Medio Avanzato, l’altro al Bronzo Antico e Medio.

Il primo villaggio, quello risalente al Bronzo Antico e Medio, si trovava a circa cento metri dall’antica sponda meridionale del laghetto. Le palafitte ritornate alla luce erano costituite di legno di abete rosso e varie specie di larice, alberi che formavano grandi e fitti boschi, che circondavano il villaggio preistorico. I pali usati erano per la maggior parte a sezione circolare, ma erano stati costruiti anche pali di diverso modello, per esempio quadrangolari, poligonali e varie altre forme. È difficile risalire alla struttura delle abitazioni e ricostruire la planimetria del villaggio. I pali erano lavorati soprattutto sulla sommità, perciò è sulle punte di essi che è avvenuto il maggior deterioramento. Si pensa che le abitazioni poggiassero sull’impalcato aereo sopra lo specchio d’acqua, anche se non si è sicuri della forma e della disposizione delle capanne. Riassumendo, l’unica cosa certa è che si trattava di case su pali con impalcato aereo a breve distanza dalla riva dell’antico laghetto o su una fascia spondale che durante le piene rimaneva allagata.
Nel secondo modello di villaggio, risalente al Bronzo Medio Avanzato, i pali verticali sono infissi al fondo per soli due metri e collegati tali da formare un reticolo di pali ed essere così stabile. Questo villaggio, anche se più recente, sfortunatamente non è stato riportato al meglio alla luce. La forma e le dimensioni di ogni abitazione non erano costanti: infatti la loro pianta poteva essere rettangolare, o leggermente trapezoidale; le pareti probabilmente erano a graticcio intonacate di argilla.

All’interno del museo civico Giovanni Rambotti si trovano diversi reperti che mostrano il grado di evoluzione in ambito agricolo. Tra questi citiamo:

l’aratro più antico ritrovato in Europa (Bronzo Antico, circa 2000 a. C.)
grandi sassi usati come macine per schiacciare il grano (metodo poco salutare, poiché le scaglie di pietra si mischiavano con il grano e provocavano danni all’organismo e ai denti quando venivano ingerite)
grandi ciotole dove conservare il grano
piccole falci di pietra con le quali tagliavano il grano
Dai resti organici trovati sui reperti si è potuto capire quali tipi di alimenti venivano coltivati: cereali, leguminose, orzo e grano.
Sono stati rinvenuti diversi strumenti di pietra scheggiata il cui uso non è stato definito con precisione. Data la loro forma si pensa fossero utilizzati per tagliare la carne, lavorare il legno e dare forma alle pelli. Ci sono delle classificazioni comuni per gli strumenti del Paleolitico medio superiore, per il Mesolitico, per il Neolitico e in parte per l’età del Rame e del Bronzo. Le tipologie fondamentali degli strumenti sono le seguenti: bulini, grattatoi, lame a dorso, punte a dorso, troncature, perforatori, armature geometriche, punte e pezzi scagliati. Le lame e le punte a dorso avevano il bordo affilato e possono essere paragonate ai nostri coltelli taglienti. Possiamo paragonare i bulini agli scalpelli, in quanto servivano per scalfire il legno, osso e corno e per eseguire incisioni a scopo decorativo. I perforatori erano utili per forare il legno, l’osso e la pelle. Le lame denticolate servivano per decorticare e squadrare il legno e per preparare le frecce. Tra gli strumenti più facili da comprendere in relazione al loro uso ci sono le punte destinate a essere immanicate come cuspidi di freccia o come lame di pugnale.

Al museo Archeologico G. Rambotti di Desenzano del Garda, tra i numerosi reperti, sono presenti alcuni oggetti in legno come vasi, piatti e frammenti di travi, conservatisi perché immersi nel fango delle sponde del lago, utilizzato originariamente come base per la costruzione delle palafitte. Più numerosi sono gli oggetti in pietra ricavati dall’arte della scheggiatura, come parti di un telaio in legno. Dopo lo sviluppo di quest’ultima si arriva alla scoperta del rame nativo (cioè rame duro sotto forma di pietra), una novità per gli uomini dell’epoca, e la scheggiatura di questo metallo era rozza e primitiva, a causa della poca conoscenza del materiale. Questo era il metodo di lavorazione che si usava nell’antichità, infatti la fusione non era ancora utilizzata.

Inizia così l’età del rame (4000 a.C. circa), chiamata anche calcolitico. Si passa alla metallurgia nell’età del bronzo, che inizia nel 3500 a.C., quando il metallo fuso viene fatto raffreddare dentro stampi di argilla per farne oggetti utili. Ad esempio viene usato per creare asce dal valore più simbolico che riguardante l’utilizzo pratico e indicavano l'importanza di personaggi come i capi dei villaggi che inoltre possedevano più oggetti in metallo. Molto comuni erano anche i gioielli come spille riccamente decorate, sfarzosi orecchini e collane elaborate che usavano le donne dell’epoca sia durante le festività sia tutti i giorni.






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giovedì 5 marzo 2015

LA CROCE DI ARIBERTO DI INTIMIANO

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Ariberto da Intimiano (Intimiano, 970 circa – Milano, 16 gennaio 1045) fu arcivescovo di Milano nella prima metà dell'XI secolo. Portò il potere temporale vescovile a livelli mai raggiunti prima e innalzò ulteriormente il prestigio della diocesi di Milano, anche se alla sua morte si vedevano già i segni del declino di questo potere.

Ariberto era figlio del nobile feudatario Gariardo. A Intimiano la famiglia di Ariberto possedeva una corte incastellata, quindi una corte il cui proprietario cominciava ad esercitare il districtus, il potere civile sul territorio circostante.

Nell'anno 1007 il suddiacono Ariberto era custos (non sappiamo bene in che cosa consistesse di preciso questo ruolo di custode) della chiesa plebana di Galliano, esistente dal V secolo e intitolata a san Vincenzo. Ariberto fece fare dei lavori di ristrutturazione, vi ritrovò delle reliquie di santi, e fu committente di un ciclo di affreschi, in cui egli stesso è effigiato.

Prete almeno dal 1016, nel 1018 Ariberto venne eletto arcivescovo di Milano. La sua scelta era avvenuta in seguito ad un intervento dei maggiorenti della città (i capitanei, principali vassalli episcopali), ma anche per una concessione dell'imperatore Enrico II. Il 28 marzo 1018 venne ordinato in Cattedrale. Una fonte tedesca, l'anonimo Annalista sassone, afferma che Ariberto era praepositus della Chiesa milanese, non tanto indicando una funzione specifica, quanto per dire che egli era il membro più in vista del clero milanese.

L'arcivescovo di Milano non ha mai avuto un titolo comitale come legittimazione del suo potere, eppure in un diploma di Enrico III il Nero si afferma che Ariberto disponeva a un suo cenno di tutto ciò che avveniva nel Regno d'Italia. Nel 1019 partecipò alla dieta di Strasburgo e chiese formalmente all'imperatore Enrico II il Santo di scendere in Italia. Per comprendere quale fosse l'autorità anche civile di cui godeva l'arcivescovo Ariberto in quel periodo, si pensi che il marchese Ugo, conte del distretto di Milano, quindi quello che oggi definiremmo il "funzionario pubblico", teneva i suoi giudizi nel palazzo arcivescovile, per concessione e in presenza dell'arcivescovo stesso.

Ariberto partecipò al sinodo di Pavia del 1022, convocato dall'imperatore Enrico II e da papa Benedetto VIII per affrontare la questione della riforma del clero. In questa sede si affrontò anche la questione del clero ammogliato, che a Milano costituiva ancora la norma, ma da un punto di vista esplicitamente economico (il problema dei servi delle chiese, poi ordinati preti, che si sposavano con donne libere, generando quindi dei figli liberi che poi reclamavano una eredità dai possedimenti delle chiese stesse: come reazione il sinodo proibì il matrimonio di tutti i chierici, disposizione ampiamente disattesa nei decenni seguenti).

Nel 1026, a Milano, fu Ariberto a incoronare re d'Italia Corrado II il Salico.

Nel 1028 Ariberto era impegnato nella visita della diocesi suffraganea di Torino: interrogando il capo di un gruppo religioso sospettato di eresia, l'arcivescovo venne a sapere che gli abitanti di Monforte d'Alba (oggi in provincia di Cuneo) interpretavano in modo allegorico il dogma trinitario, negavano la necessità dei sacramenti e quindi del clero: molto probabilmente questa popolazione aveva abbracciato il catarismo. In quello stesso anno, forze militari alle dipendenze di Ariberto espugnarono il castello di Monforte: l'intera popolazione della zona venne deportata a Milano e invitata ad abiurare la propria fede. La maggior parte di loro rifiutò e venne arsa sul rogo. La zona di Milano in cui gli eretici di Monforte vennero imprigionati, da allora porta il nome del paese di provenienza delle vittime: Corso Monforte.

Ariberto incarna lo spirito espansionistico di Milano nell'XI secolo, un espansionismo che si inquadra in un momento di fermento dell'intera società milanese dell'epoca e che si concretizzò in una estensione del potere temporale della Chiesa ambrosiana su altri territori dell'Italia settentrionale.

Nel 1025 alla dieta di Costanza, Ariberto ottenne il diritto di potere investire anche temporalmente il vescovo di Lodi come capo della città, e difatti alla prima occasione (1027) mise sulla cattedra di Lodi un canonico milanese, Ambrogio II di Arluno, suscitando l'ira della città lombarda.

Ariberto aiutò inoltre l'imperatore Corrado II a vendicarsi contro Pavia per la distruzione del palazzo regio attuata dalla città nel 1024. Si confermava così la secolare opposizione tra Milano e Pavia.

Al confine ovest della diocesi, Ariberto stabilì un saldo controllo sul monastero di Arona Il possesso del monastero e il controllo del castrum permisero ad Ariberto di annettere alla diocesi di Milano altri territori che fino ad allora appartenevano alla diocesi di Novara.

Oltre che con Lodi, Pavia e Novara, Ariberto ebbe modo di scontrarsi anche con Cremona: Ariberto mandò suo nipote Gariardo ad invadere una pieve cremonese, la corte e l'intera pieve di Arzago d'Adda. Quando nel 1030, alla morte del vescovo di Cremona Landolfo, venne eletto dai Cremonesi il vescovo Ubaldo, Aribaldo pose come condizione per l'ordinazione di Ubaldo stesso l'accettazione dell'occupazione fatta da Gariardo. L'imperatore Corrado II impose ad Ariberto di restituire a Cremona quei territori, ma quando Corrado rientrò in Germania, Ariberto tornò ad invadere la pieve di Arzago, cominciando anzi a esigere anche le rendite di altre due pievi cremonesi, Misano e Fornovo. L'obiettivo di Ariberto era quello di ampliare l'area della giurisdizione milanese anche alla zona allora abbastanza confusa dell'Isola Fulcheria, per arrivare poi al Po e controllare così i traffici dei beni preziosi che passavano dal fiume.La tomba di Ariberto si trova nella prima campata della navata esterna destra del duomo di Milano. Il sarcofago dell'arcivescovo è sormontato da una copia del famoso Crocifisso in lamina di rame dorato (l'originale si trova nel Museo del Duomo), donato originariamente da Ariberto al monastero cittadino di San Dionigi (oggi distrutto).

Una riproduzione della "Croce di Ariberto" è anche il simbolo della vittoria nel Palio di Legnano, corsa ippica che si svolge ogni anno nella città lombarda. La contrada vincitrice potrà esporre questa croce per un anno intero nella chiesa rionale, fino alla successiva edizione del palio.

La croce di Ariberto, detta anche Crocione, rappresenta l' ambito "premio" che la contada si aggiudica il palio ha il diritto di conservare per un anno intero all'inteno della propria chiesa.
La Croce che viene sistemata sul Carroccio e che passa di mano ad ogni edizione del palio è in realtà  una copia dell' originale, presente sul Carroccio in occasione della Battaglia di Legnano nel 1176.
La "vera" Croce di Ariberto è conservata a Milano, al museo del Duomo; si tratta di un crocefisso (rame dorato sbalzato su una base di legno) commissionato alla metà  dell'undicesimo secolo dall'arcivescovo di Milano Ariberto D'Intimiano come ornamento per il suo monumento funebre (nel monastero di San Luigi) ma che poi i milanesi decideranno di utilizzare come ideale simbolo di fede da issare sul Carroccio nella battaglia contro il Barbarossa.
La Croce di Ariberto rappresenta un Cristo sofferente con ai due lati, all'estremità  dei bracci corti, le figure della Vergine e di San Giovanni; sotto i piedi del Cristo, sistemata su un supporto a scacchiera, compare poi la figura dello stesso Ariberto.
La copia fu invece eseguita sotto la supervisione di un pittore legnanese, Gersam Turri, nel 1935, con modalità  di fabbricazioni differenti; è costituita da formelle in gesso sulle quali è stato spruzzato a caldo uno strato di rame, seguendo un procedimento inventato proprio a Legnano per l'occasione.
Le parti di rame sono poi state trattate e dorate in modo da assumere un aspetto il più possibile simile all'originale. Anche le dimensioni della Croce di Ariberto "legnanese" sono differenti da quelle dell'originale; un espediente voluto dalla Soprintendenza milanese per evitare che la copia (di misura più piccola) potesse essere scambiata per la vera Croce ospitata sul Carroccio nella battaglia del 1176.


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