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domenica 3 maggio 2015

L'ISOLINO VIRGINIA

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L'Isolino Virginia è un triangolo di terra assai suggestivo situato a pochi metri dalla riva occidentale del Lago di Varese, nel territorio di Biandronno; solo uno stretto canale detto Ticinello lo separa dalla terraferma.

La superficie del luogo (9200 m2) è quasi interamente coperta da una lussureggiante vegetazione che ospita numerosi animali selvatici tra cui la folaga, il germano, lo svasso, il tarabusino e la gallinella d'acqua: essi trovano tra i folti canneti che prosperano lungo le rive l'ambiente ideale per vivere in assoluta tranquillità. La flora è composta da salici, querce, ontani neri, ninfee, pungitopo e alcuni esemplari rari come il cipresso calvo delle paludi. Essendo uno dei siti più famosi della preistoria europea, l'area è sottoposta a vincolo.

L’8 Giugno del 1652 il lago di Varese che si chiamava “lago di Bodio,Azzà,Calcinate,Gavirate e Bardello”, venne acquistato dal Conte Francesco Biglia, nel XVI secolo l’Isola di San Biagio “Isoletta” non fu inclusa e rimase di proprietà dei conti Besozzi dove vi era una “casina di caccia”, nel 1779 il lago di Varese passò di proprietà a Pompeo Litta Visconti Arese con la moglie Maria Elisabetta Visconti Borromeo.Pompeo Litta, innamorato dell’ameno lago, acquistò il 20 Luglio 1822 l’Isola di San Biagio/San Nazario dagli eredi Besozzi-Castellani de Merani ribattezzandola Isola Camilla in onore della moglie.

Costruirono una piccola casa sui resti dell’antica chiesetta di San Biagio, appassionati della natura nella silente Oasi, l’arricchirono di vegetazione e di fauna lacustre, fu un punto di ritrovo degli illustri ospiti come il conte Carlo Gaetano di Caisruch arcivescovo di Milano, il Principe generale Carlo Swarzenberg, il Duca degli Abruzzi Luigi Amedeo, il Ministro degli Esteri On. Tittoni. Nel 1865 venne acquistata dal dr Andrea Ponti e nel 1878 venne ribattezzata Virginia in onore della moglie Marchesa Virginia Ponti Pigna, nel 1881 il comune di Biandronno, riconobbe al senatore Ponti il diritto esclusivo di pesca, venne costruito uno chalet dove ospitare gli innumerevoli amici, venne dedicato un museo allestito dal Prof. Pompeo Castelfranco in collaborazione del Ponti.

Negli anni '60 dell'Ottocento studi compiuti dall'abate Antonio Stoppani rivelarono la presenza di un insediamento preistorico. Pazienti ricerche portarono alla luce uno dei più importanti siti palafitticoli del Neolitico, risalente all'incirca al 3500 a.C. Furono recuperati manufatti in quarzo, lamine in selce e ossidiana, cuspidi di freccia. Dal 1962 la donazione del marchese Ponti ha sancito il passaggio della proprietà al Comune di Varese.

La villetta eretta dai Ponti nella seconda metà dell'Ottocento è oggi sede di un piccolo Museo Preistorico, che dipende del Museo Civico Archeologico di Villa Mirabello: qui è conservata parte della raccolta di reperti rinvenuti sull'isola; il restante materiale archeologico è esposto nei Musei Civici di Varese. Il Museo Ponti, visitabile solo da aprile a ottobre durante i fine settimana e nei giorni festivi, è raggiungibile in barca da Biandronno con un servizio pubblico, ma ci sono attracchi anche per mezzi privati. È possibile prenotare visite guidate durante tutto il periodo dell'anno.

Nel parco archeologico è presente un percorso didattico all'aperto dove, nei pressi del bar-ristorante aperto tutto l'anno, è esposto un calco di struttura neolitica datata tramite un tronco d'acero 4800-4680 a.C. Questo sentiero strutturato didatticamente illustra la preistoria del Lago di Varese, le sue genti, la vita che conducevano: in particolare è possibile approfondire l'uso che le popolazioni stanziali facavano delle caratteristiche abitazioni sull'acqua, le palafitte.




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martedì 7 aprile 2015

IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI DESENZANO

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Il Civico Museo Archeologico di Desenzano del Garda, intitolato a Giovanni Rambotti, è stato inaugurato nel 1990. L'idea di istituire un museo archeologico dedicato alla preistoria del lago di Garda era già maturata agli inizi degli anni '80 in seguito agli importanti risultati conseguiti con gli scavi condotti da Renato Perini al Lavagnone e alla clamorosa scoperta di un aratro pressoché completo, risalente agli inizi dell'antica età del Bronzo; al recupero di materiali raccolti da appassionati locali nelle numerose palafitte sommerse lungo le rive meridionali del lago: Gabbiano di Manerba, Corno di Sotto, Porto Galeazzi, Lugana Vecchia e Maraschina; all'acquisizione da parte del comune di Desenzano della collezione dell'avv. Mosconi, formata con i materiali scoperti al Lavagnone all'epoca dell'estrazione della torba; alle sistematiche raccolte di superficie effettuate sempre al Lavagnone in occasione delle periodiche arature principalmente da parte di Ettore Merici; all'attività del Gruppo Archeologico di Desenzano (G.A.D.) e del gruppo "La Palafitta", che con assidue prospezioni del territorio di Desenzano e di Lonato, andava rivelando per la prima volta l'esistenza di numerosi siti del Mesolitico sparsi nell'area dell'anfiteatro morenico benacense. Inoltre presso il museo sono conservati i materiali rinvenuti nel corso degli scavi, ancora in corso, dell'Università degli Studi di Milano presso la palafitta del Lavagnone. 
Il museo negli ultimi anni è andato gradualmente trasformandosi, incrementando le collezioni, con particolare riguardo al fenomeno delle palafitte. Lo spazio espositivo si è ampliato con l'introduzione di nuove sale, inaugurate nel 2015. 

Durante il periodo Mesolitico si utilizzavano per lo più sostanze coloranti e oggetti ornamentali, in particolare conchiglie marine e d’acqua dolce, vertebre di pesci, canini di cervo, frammenti di ossa o ciottoli utilizzati come ciondoli di collane o bracciali nei capi di vestiario. A Riparo Gaban sono stati rinvenuti manufatti artistici che erano stati posizionati all’interno di buche manomesse già in età mesolitica. Si conosce anche una sepoltura che è stata ritrovata nel sito di Mondelav de Sora, a 2150 m di altitudine. L’inumato era un uomo mesolitico, appartenente al tipo Cro-Magnon già presente in Europa durante il Paleolitico superiore. La parte inferiore del corpo era ricoperta di pietre vulcaniche e marna calcarea. Sul lato destro vi erano tracce di ocra rossa, su quello sinistro un gruppo di 33 reperti, tra cui alcuni strumenti di selce, ciottoli di calcare, un arpione e altri manufatti in osso e corno.

Tra i suoi reperti, sono presenti alcuni oggetti in legno come vasi, piatti e frammenti di travi; numerosi sono gli oggetti in pietra ricavati dall'arte della scheggiatura, come le parti di un telaio in legno.
L’istituto ospita l’aratro completo più antico del mondo il quale risalirebbe all'età del Bronzo (2000 a.C.).

Fin dal paleolitico i cacciatori usavano ornarsi con gioielli realizzati con pietre e conchiglie, questa usanza continuò per molto tempo, fino alla scoperta dei metalli. Nelle epoche più antiche si usavano soprattutto collane e ciondoli, usati sia dalle donne che dagli uomini. Si pensa che ad essi fosse attribuito un valore apotropaico, ovvero per tenere lontano spiriti maligni. Dall’età del bronzo si aggiunsero anche bracciali, catenelle, anelli, e spilli di varie forme. Sono stati ritrovati reperti molto rari di pendagli ricavati da denti di animali e da pezzi di conchiglie. Nell’Attica e nella media età del bronzo viene attestato che c’era l’uso di monili d’osso ottenuti probabilmente dalla lavorazione di minerali; inoltre viene attestato anche l’uso di tecniche più avanzate e un gusto più raffinato (lo confermano i reperti di collane di calcite ritrovate nelle tombe). Tra i gioielli che usavano nell’antichità sono stati trovati reperti di fibule. La fibula era una sorta di spilla per fermare gli indumenti (maschili e femminili). Quest’oggetto può avere più funzioni in base al tipo di abbigliamento. Essa entra in uso grazie alle popolazioni mediterranee e dell’Europa continentale a partire dalla tarda età del bronzo.

La casa veniva costruita su palafitte, le più antiche su pali singoli. L’acqua era bassa per poter costruire palafitte, che spesso venivano posizionate su rive dove la costruzione era più agevole. Per costruire si usava un plinto, nel quale si infilava un palo. Si costruivano le case su palafitte per difendersi dagli attacchi di animali selvaggi e da frequenti inondazioni. A Fiavè (in provincia di Trento) sono stati ritrovati due villaggi, i quali risalgono uno al Bronzo Medio Avanzato, l’altro al Bronzo Antico e Medio.

Il primo villaggio, quello risalente al Bronzo Antico e Medio, si trovava a circa cento metri dall’antica sponda meridionale del laghetto. Le palafitte ritornate alla luce erano costituite di legno di abete rosso e varie specie di larice, alberi che formavano grandi e fitti boschi, che circondavano il villaggio preistorico. I pali usati erano per la maggior parte a sezione circolare, ma erano stati costruiti anche pali di diverso modello, per esempio quadrangolari, poligonali e varie altre forme. È difficile risalire alla struttura delle abitazioni e ricostruire la planimetria del villaggio. I pali erano lavorati soprattutto sulla sommità, perciò è sulle punte di essi che è avvenuto il maggior deterioramento. Si pensa che le abitazioni poggiassero sull’impalcato aereo sopra lo specchio d’acqua, anche se non si è sicuri della forma e della disposizione delle capanne. Riassumendo, l’unica cosa certa è che si trattava di case su pali con impalcato aereo a breve distanza dalla riva dell’antico laghetto o su una fascia spondale che durante le piene rimaneva allagata.
Nel secondo modello di villaggio, risalente al Bronzo Medio Avanzato, i pali verticali sono infissi al fondo per soli due metri e collegati tali da formare un reticolo di pali ed essere così stabile. Questo villaggio, anche se più recente, sfortunatamente non è stato riportato al meglio alla luce. La forma e le dimensioni di ogni abitazione non erano costanti: infatti la loro pianta poteva essere rettangolare, o leggermente trapezoidale; le pareti probabilmente erano a graticcio intonacate di argilla.

All’interno del museo civico Giovanni Rambotti si trovano diversi reperti che mostrano il grado di evoluzione in ambito agricolo. Tra questi citiamo:

l’aratro più antico ritrovato in Europa (Bronzo Antico, circa 2000 a. C.)
grandi sassi usati come macine per schiacciare il grano (metodo poco salutare, poiché le scaglie di pietra si mischiavano con il grano e provocavano danni all’organismo e ai denti quando venivano ingerite)
grandi ciotole dove conservare il grano
piccole falci di pietra con le quali tagliavano il grano
Dai resti organici trovati sui reperti si è potuto capire quali tipi di alimenti venivano coltivati: cereali, leguminose, orzo e grano.
Sono stati rinvenuti diversi strumenti di pietra scheggiata il cui uso non è stato definito con precisione. Data la loro forma si pensa fossero utilizzati per tagliare la carne, lavorare il legno e dare forma alle pelli. Ci sono delle classificazioni comuni per gli strumenti del Paleolitico medio superiore, per il Mesolitico, per il Neolitico e in parte per l’età del Rame e del Bronzo. Le tipologie fondamentali degli strumenti sono le seguenti: bulini, grattatoi, lame a dorso, punte a dorso, troncature, perforatori, armature geometriche, punte e pezzi scagliati. Le lame e le punte a dorso avevano il bordo affilato e possono essere paragonate ai nostri coltelli taglienti. Possiamo paragonare i bulini agli scalpelli, in quanto servivano per scalfire il legno, osso e corno e per eseguire incisioni a scopo decorativo. I perforatori erano utili per forare il legno, l’osso e la pelle. Le lame denticolate servivano per decorticare e squadrare il legno e per preparare le frecce. Tra gli strumenti più facili da comprendere in relazione al loro uso ci sono le punte destinate a essere immanicate come cuspidi di freccia o come lame di pugnale.

Al museo Archeologico G. Rambotti di Desenzano del Garda, tra i numerosi reperti, sono presenti alcuni oggetti in legno come vasi, piatti e frammenti di travi, conservatisi perché immersi nel fango delle sponde del lago, utilizzato originariamente come base per la costruzione delle palafitte. Più numerosi sono gli oggetti in pietra ricavati dall’arte della scheggiatura, come parti di un telaio in legno. Dopo lo sviluppo di quest’ultima si arriva alla scoperta del rame nativo (cioè rame duro sotto forma di pietra), una novità per gli uomini dell’epoca, e la scheggiatura di questo metallo era rozza e primitiva, a causa della poca conoscenza del materiale. Questo era il metodo di lavorazione che si usava nell’antichità, infatti la fusione non era ancora utilizzata.

Inizia così l’età del rame (4000 a.C. circa), chiamata anche calcolitico. Si passa alla metallurgia nell’età del bronzo, che inizia nel 3500 a.C., quando il metallo fuso viene fatto raffreddare dentro stampi di argilla per farne oggetti utili. Ad esempio viene usato per creare asce dal valore più simbolico che riguardante l’utilizzo pratico e indicavano l'importanza di personaggi come i capi dei villaggi che inoltre possedevano più oggetti in metallo. Molto comuni erano anche i gioielli come spille riccamente decorate, sfarzosi orecchini e collane elaborate che usavano le donne dell’epoca sia durante le festività sia tutti i giorni.






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