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venerdì 26 giugno 2015

VIGGIU'

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Viggiù è un comune della provincia di Varese famoso per i suoi pompieri.
Le indagini storiografiche su Viggiù fanno pensare a due ipotesi circa la sua origine. L'una lo vedrebbe affondare le proprie radici nelle popolazioni orobiche dell'età protostorica, l'altra riterrebbe il paese fondato, probabilmente, da Giulio Cesare, da cui il nome romano Vicus Juli (vale a dire paese di Giulio), trasformatosi, con il passare del tempo, in Vicluvium, quindi Vigloeno, Vigue e alla fine Viggiù.

A sostegno della seconda tesi vi sono alcuni reperti archeologici, tra cui alcune lapidi ed un coperchio di sarcofago risalenti all'epoca romana, ritrovati sul colle San Martino, ed una tradizione orale, secondo la quale, la località Cascina Vidisello sarebbe stata costruita attorno alle rovine di un accampamento romano.

A caratterizzare la storia del paese, è stato soprattutto la presenza sul territorio di giacimenti di pietre e marmi di estrema facilità di lavorazione. La famosa "Pietra di Viggiù" era una delle tante pietre estratte dalle colline limitrofe. Essa veniva utilizzata come materiale da costruzione e da decorazione ed in passato portò il territorio ad essere un luogo di grande importanza artistica. Sullo sfruttamento delle cave si organizzò l'intera economia locale, fin dal Medioevo. Alcune conseguenze sarebbero state, in estrema sintesi, da un punto di vista sociale la formazione su base familiare di maestranze specializzate nell'estrazione e nella lavorazione dei materiali lapidei e, sotto il profilo geografico, la strutturazione del territorio in terrazzamenti, onde conciliare l'attività estrattiva con quella agricola.

Artigiani prima, poi anche abili artisti e creatori, i viggiutesi, anche utilizzando la loro pietra locale, si fecero presto conoscere in tuta la penisola. Si pensi che già dal XII secolo, gli artisti viggiutesi facevano parte della Confraternita dei Maestri Comacini. Dal 1500 sino alla metà del Seicento, vere e proprie colonie di "artieri" viggiutesi erano presenti a Roma per pregevoli esecuzioni artistiche ed architettoniche.

Fra i principali artisti si ricordano i Butti, i Giudici, i Longhi, i Piatti, gli Argenti ed i Galli. Una vera e propria schiera di personaggi che diedero fama a Viggiù come Paese degli Artisti. Il primo Consiglio comunale fu eletto nel 1823. I borghi di Clivio e Saltrio gli furono temporaneamente annessi da Napoleone e Mussolini.

Numerosi sono i tesori di Viggiù. Fra essi da ricordare il centro storico, unico nel suo genere, caratterizzato dalle tipiche case a corte, con ingressi ornati da artistici portali in pietra, in cui trovavano spazio i laboratori degli scalpellini.
All’ingresso del paese, il museo Enrico Butti che raccoglie le opere dell’insigne scultore viggiutese, uno tra i massimi protagonisti della scultura italiana tra ‘800 e ‘900. Posta su una collina, all’interno di uno splendido parco la gipsoteca fu voluta dallo stesso Butti. Nel medesimo contesto si trovano oltre alla Casa-Studio dello scultore, il Museo degli Artisti viggiutesi del Novecento.
Nel cuore del paese c’è, in una graziosa cornice di verde, Villa Borromeo, elegante edificio tardo-neoclassico, meta ideale per escursioni quotidiane. Nel giardino hanno collocazione sia la scuderia, oggi sede del museo dei Picasass che l’orangerie, adibita a sede del Museo della scultura viggiutese dell’Ottocento.

Il centro storico è caratterizzato da numerosissimi portali realizzati in pietra di Viggiù, i quali davano accesso alle caratteristiche corti, in cui si svolgeva la vita e l’attività della comunità viggiutese. Di particolare rilievo è il portale seicentesco della casa che fu della famiglia Marinoni.,al n. 23 di via Roma. Portale di forma semplice, ma allo stesso tempo, ricchissima. L’arco, appoggiato su due piedritti d’imposta è dolcemente curvato e serpeggiante nel tipico stile barocco. Ove spicca la chiave di volta, ornata da fogliame, in cui viene riprodotto il monogramma di Cristo associato all’iniziale del cognome della nobile famiglia. Nel fregio dell’arco, con arte finissima, sono raffigurate scene di caccia al cervo con cacciatori a cavallo che seguono i guida cani. Oltre alla caccia descritta si vede, nascosta tra le foglie dell’arco, una  vipera che insidia un usignolo, un topolino che rosicchia una castagna ed una cinciallegra che becca una ciliegia.
Percorrendo le vie del paese, si possono visitare: la Chiesa di San Martino, con l’elegante portale e la semplice struttura, la Chiesa del Rosario, arricchita da dipinti del pittore viggiutese Carlo Maria Giudici, la Chiesa parrocchiale di Santo Stefano Protomartire, con l’imponente campanile di Martino Longhi il Vecchio e decorata da opere di Luigi Bottinelli, Guido Butti, Elia Vincenzo Buzzi ed altri, ed ancora, la Chiesa di Santa Maria Nascente detta “della Madonnina”, edificata nel 1718, la Chiesa della Madonna della Croce, con la facciata in stile bramantesco, al cui interno si trovano opere di diversi artisti viggiutesi. Fuori dall’abitato, sulla sommità di un colle, la Chiesa dedicata a Sant’Elia.
Nella frazione di Baraggia è possibile visitare la Chiesa San Giuseppe, con dipinti di Antonio Piatti e la Chiesa di San Siro nel cui coro si possono ammirare affreschi cinquecenteschi.

Numerose sono le chiese arricchite dalle opere degli artisti locali. Nel cuore del paese, in una graziosa cornice di verde, Villa Borromeo (di proprietà comunale), elegante edificio tardo-neoclassico, meta ideale per le escursioni quotidiane dei viggiutesi. La villa, con pianta a "C" è aperta con un cortile rivolto verso via Roma; tale delimitazione è ottenuta mediante un leggero colonnato che, nella parte centrale, rientra, formando una specie di esedra, così da facilitare la veduta e la sosta. La parte dell'edificio prospettante verso il parco ha un disegno molto lineare; l'ingresso principale è arricchito da un austero porticato, sorretto da pesanti colonne tuscaniche. Nel giardino ha collocazione la scuderia, dalla pianta circolare, decorata lungo le pareti da teste equine in terracotta (oggi sede del Museo dei Picasass); oltre a questo edificio, sono visibili le testimonianze dell'antica orangerie, dal 2007 sede del Museo della Scultura viggiutese dell'Ottocento che espone opere di: Angelo Bottinelli, Antonio Bottinelli, Luigi Buzzi Leone, Giuseppe Buzzi Leone, Antonio Argenti, Giosuè Argenti. La villa attualmente è utilizzata per esposizioni artistiche estemporanee, organizzate nel periodo estivo.

Sicuramente da visitare anche il complesso del Museo Enrico Butti che è composto da diverse collezioni di opere dei famosi scultori viggiutesi quali Enrico Butti, Giacomo Buzzi Reschini, Nando Conti, Luigi Bottinelli, Vincenzo Cattò, Gottardo Freschetti ed Ettore Cedraschi.

Infine merita una visita la Cascina Vidisello, che si trova sulla sommità di un piccolo rilievo e che è caratterizzata da terrazzamenti coltivati. Sembra che tale struttura sia sorta sopra i resti di un antico accampamento romano e risulta censita nel Catasto di Maria Teresa d'Austria. Di proprietà della famiglia Buzzi, l'attuale struttura presenta una tipologia ad "U", con corte interna, dove dominano alcuni porticati e loggiati che sono a testimonianza del suo specifico legame con le attività agricole. Belli gli affreschi decorativi sulle pareti del porticato inferiore.

La pietra di Viggiù è una fine arenaria (pietra calcarea) di colore grigio paglierino estratta dalle cave della Val Ceresio in provincia di Varese, nei pressi del paese. La pietra è stata indicata in passato con numerose e diverse definizioni dai geologi, ma era comunemente suddivisa dai viggiutesi in pietra piombina, la più resistente e adatta all'edilizia, pietra grigia e rossetta, per ornati, e pietra gentile, per rivestimenti. Questo materiale era preferito dagli scultori perché gelivo, duttile allo scalpello e resistente nel corso degli anni, e ben si prestava a fini esecuzioni decorative.

Le cave della Val Ceresio fornivano ai lapicidi locali molte altre varietà di pietra rustica: a Saltrio ad esempio era reperibile la pietra bianco bigia, per vasche da bagno, esportata in tutta l’Italia settentrionale, la pietra cinerina, per decorazioni, e la pietra nera, per monumenti sepolcrali; ad Arzo il pregiato marmo omonimo, rosso o bel ghiaccio, per la realizzazione di arredi di interno; a Brenno la pietra grigia omonima sfruttata nel corso dell’intero Ottocento per la decorazione di prestigiosi sedi pubbliche private milanesi e piemontesi, “che si presta tanto per gli usi più umili della vita, come per effigiarvi il Garibaldino del Monumento dei Cacciatori delle Alpi, a Varese, ed il cavallo marino di Vincenzo Vela, che si ammira alla Veneria, presso Torino” (Zanzi, 1891).

L'estrazione della pietra rappresenta il primo momento dell'attività dei picasass.
La pietra estratta nel territorio viggiutese è di varie qualità: appartengono al Lias inferiore la Calcarenite Oolitica a grana fine bigia e rosetta e la Calcarenite a grana grossa con l'Arenaria. Le predette si trovano in tutte le cave, mentre, la gentile, Calcarenite finissima e la Piombina, calcare compatto, si trovano solo nelle cave di Piamo.
Il Fior di Sant'Elia, calcare marnoso dalle tonalità molto delicate e di pregio, è simile al Calcare roseo d'Arzo, sulle pendici a Sud-Est del monte stesso.
Sotto il paese, verso Ovest, nelle zone denominate Val di Borgo, Valera, Piamo, Tassera vi è questa imponente massa di arenaria che fornì la ricchezza del borgo, alimentando l'antica industria.
Sono territori di bellezza bizzarra e pittoresca: i viggiutesi vi hanno lasciato in piedi massi, tagliati in forma di gran pilastri quadrati, i quali hanno l'aspetto di un grande porticato. All'interno di tali formazioni, gli scalpellini lavoravano protetti dalle intemperie.

Il Colle di S. Elia è la meta preferita sia dai locali sia dai villeggianti, con l'omonima chiesetta.
Si possono visitare le trincee del massiccio Orsa-Pravello che furono costruite per  esigenze di difesa del territorio nazionale da un possibile attacco tedesco, che avrebbe potuto esser messo in atto attraversando il territorio della Confederazione Elvetica, negli anni del primo conflitto mondiale, venne realizzata una fitta serie di camminamenti, cunicoli e postazioni per batterie di mitragliatrici e cannoni lungo il versante Nord del massiccio Orsa-Pravello.
Oggi queste posizioni di difesa sono utile contributo per il gitante domenicale o l'appassionato camminatore che, seguendone i percorsi, può avere un interessante colpo d'occhio verso la Svizzera ed il lago Ceresio.
Seguendo l'andamento sinuoso del sistema difensivo si può percorrere un tragitto lungo il crinale del massiccio, partendo dalla cima del monte Orsa per arrivare sino alla cima del monte Pravello. A tal scopo, si consiglia di percorrere l'itinerario N.2 della Valceresio.
Dal 2010, il massiccio Orsa-Pravello, per la rilevanza dei giacimenti fossiliferi e paleontologici, fa parte del patrimonio Mondiale dell’UNESCO.
Altre escursioni nel territorio viggiutese sono dirette verso la valle della Bevera, una vera "fetta di mondo perduto", per gli alti valori naturalistici di questo lembo di territorio del Varesotto ancora integro.
Le cave di pietra di Viggiù, attualmente non più attive, presenti un po' ovunque nel cuore delle circostanti colline, sono uno splendido esempio di architettura industriale, per la loro audace composizione a trincea interrata.

Tra le manifestazioni più caratteristiche ritroviamo il Palio dei Rioni che si svolge nel mese di giugno. Il palio vive ormai da diversi decenni e continua ad essere parte integrante della tradizione di Viggiù, Saltrio e Clivio. La celebrazione della Festa patronale di Santo Stefano, con bancarelle nelle vie del centro storico e spettacolo pirotecnico nella cornice della Valceresio generalmente si tiene la seconda domenica del mese di luglio, anche se la cadenza da considerare sarebbe quella del 3 agosto. Il 3 agosto, infatti, è il giorno nel quale si ricorda il ritrovamento delle ossa di Santo Stefano che normalmente viene festeggiato il 26 dicembre. La quarta domenica di settembre si svolge la manifestazione “Pittori e scultori nei cortili” che trasforma i cortili del centro storico in vere e proprie gallerie d’arte all’aperto.
A Baraggia, il 17 gennaio, si svolge la tradizionale Festa patronale di S. Antonio Abate. In tale occasione si allestiscono bancarelle lungo via Indipendenza e vengono sfornati i tradizionali pani benedetti di S. Antonio. Immancabile il tradizionale falò.

Il Palio dei rioni, nato per iniziativa delle associazioni sportive locali e dei fondatori dei vari rioni tra cui ricordiamo il cliviese Dott. Amerigo Monti, comunemente chiamato "Meco", milanese d'origine e cliviese di adozione che svolse la sua attività di medico condotto sino a metà degli anni '70.

Il Dott. Monti, appassionato vernacoliere, alla fine degli anni' 60 fu uno tra i sostenitori dell'idea di creare un torneo di gare che, nel periodo estivo unisse agonisticamente i paesi di Viggiù, Saltrio e Clivio. La manifestazione si svolgeva sotto l'egida e con il patrocinio dell’Azienda Autonoma di Soggiorno di Viggiù Saltrio e Clivio e la collaborazione delle società sportive locali.            

La prima edizione del 1969 vide scendere in campo 8 rioni, che traevano i loro nomi dagli antichi toponimi che caratterizzavano le diverse località e suddividevano i consensi dei tre paesi: Viggiù era suddivisa in 4 rioni: Brusolino (colori sociali verde e nero), Cantonaccio (colori sociali: giallo e blu), Carobi (colori sociali: bianco e rosso) e Corgnana (colori sociali: bianco e azzurro);  a Baraggia c'era il rione San Siro (colori sociali rosso e nero), Saltrio era suddivisa tra il rioni Val da Gromm (colori sociali: nero e bianco) e Valmegia (colori sociali: bianco e nero) mentre Clivio era formata da un solo rione denominato Stalett (colore sociale: giallo).

La competizione estiva generalmente veniva iniziava con una serata d'apertura ricca di eventi che, all’inizio, si svolgeva lungo le vie di Viggiù per concludersi nella vecchia piazza mercato, oggi denominata piazza Artisti Viggiutesi.

Mentre i componenti vestivano e sfilavano con i colori che contraddistinguevano i rioni, un piccolo gruppo vestiva i panni di antiche dame e cavalieri. La sfilata era allietata da rinomati gruppi di animazione tra cui ricordiamo gli sbandieratori astigiani "Gli amìs de la pera", trampolieri di Bergamo, la fanfara dei Bersaglieri in congedo di Varese, le Majorettes di Oleggio e molte altre animazioni d'eccezione.

La kermesse era animata dagli indimenticabili Pierino Fontana, Giacomo Lagravinese e Gottardo Ortelli, Presidente dell'Azienda Autonoma, che a questa manifestazione hanno donato il loro cuore. In alcune occasioni venivano convocate attrazioni d'eccezione: Ettore Andenna, Nanni Svampa, il sassofonista Viggitese Fausto Papetti, Orietta Berti e Little Tony che facevano di questa manifestazione un evento veramente unico.

Le gare si svolgevano nei tre paesi: a Viggiù, nel vecchio campo sportivo di via Turconi, venivano disputate le gare d'atletica che a partire dalla metà degli anni '70 si svolsero nel campo sportivo di Clivio. La corsa ciclistica femminile si dipanava lungo un circuito che abbracciava le strade del centro, animate da un folto pubblico di sfegatati spettatori. Oltre a queste gare si svolgeva anche la tradizionale staffetta di S. Elia che, ancora oggi, rappresenta il cuore della manifestazione.

A Saltrio, si svolgeva l'animato torneo di calcio che tra tifosi sfegatati vedeva contrapporsi le squadre degli otto rioni.

La manifestazione si concludeva la domenica pomeriggio con la tradizionale corsa degli asini che vedeva contrapporsi i vari rioni lungo un percorso che si dipanava tra le vie del cuore di Viggiù; la sera dello stesso giorno aveva luogo anche la sfilata finale con la consegna del palio al rione vincitore.

La manifestazione proseguì ininterrottamente sino al 1981 quando la magia della kermesse, per varie incomprensioni, si interruppe.

A fine degli anni 80 il Palio rinacque con il nome Walzer dei rioni ma vide il numero dei rioni parzialmente ridotto: Viggiù si divideva in due sole parti i Crusitt (colori sociali blu e rosso) e i Madunit (Colori sociali bianco e verde) e traevano i loro nomi dalle due chiese del paese.

Bisogna arrivare all’anno 2000 affinché si ritorni all’originale denominazione  della rassegna: Palio dei Rioni e, in quest’occasione,  anche i rioni di Saltrio, vennero raggruppati per formare il nuovo rione San Giorgio (colori sociali bianco e nero) che trae il suo nome dall'antica chiesa di San Giorgio.

Il palio conserva e ripropone le sue gare tradizionali e arricchisce l'offerta sempre di nuove competizioni tra cui ricordiamo la camminata dei rioni che vede partecipare, ad ogni edizione 2-3000 cittadini che con la loro folta presenza fanno vincere il rione che annovera il più alto numero di partecipanti. Ogni anno il Comitato Palio di Rioni cura la stampa di un libretto, realizzato grazie al contributo degli sponsor locali, che illustra le varie discipline del palio e racconta, attraverso le immagini d’archivio, le storie delle precedenti edizioni.

Tra i personaggi da ricordare: Rosetta del Bosco presidente del rione Carobi che portò per ben due volte alla vittoria dell’ambito gagliardetto, Ughetto Roncoroni instancabile animatore del rione Brusolino e del Viggiù Calcio, Giovanni Sodano, presidente del rione Cantonaccio e Franco Danzi del rione Corganana, nel cui ricordo viene ancora oggi disputata la staffetta di Sant’Elia e tra le atlete, la mitica “Pallino” protagonista di tutte le competizioni ciclistiche femminili e tantissimi altri che hanno reso indimenticabile questa manifestazione.



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DUMENZA



Dumenza è un comune della provincia di Varese ed è costituito dalle frazioni di Runo, Due Cossani, Stivigliano, Trezzino, Vignone e Torbera e da altre diverse località.

Il territorio è attraversato dal Rio Colmegnino, che nasce in località Regordallo (Due Cossani) dal monte Colmegnino e si getta nel Lago Maggiore a livello della frazione Colmegna di Luino. La valle così scavata prende però il nome di Val Dumentina (anche chiamata valle Smeralda per i suoi colori verdeggianti). A nord del Colmegnino si staglia il Monte Lema, che coi suoi 1624 metri s.l.m. è un'ottima vetta panoramica, la più alta del Luinese, servito da una funivia sul lato svizzero, da Miglieglia. Dumenza infatti confina con la Svizzera e ospita un valico pedonale in località Palone (Dumenza). A nord, invece, confina con la Val Veddasca, alla quale si accede proseguendo lungo la strada provinciale 6.
Diverse teorie giustificano il toponimo. La più probabile è che derivi da un nome di persona: negli elenchi dei "fuochi" (cioè delle famiglie) del comune, tra alcuni capofamiglia si presenta infatti il nome di Dugmentio. Potrebbe derivare da dux mensae o da loco mensa. Solamente in un documento storico, di altro comune, appare infatti come Locomenza.
I primi rudimentali insediamenti edilizi risalgono all’epoca delle invasioni barbariche. La Valle, grazie al suo aspetto morfologico, avrebbe potuto rappresentare rifugio sicuro per i fuggiaschi abitatori dei villaggi rivieraschi spesso saccheggiati e messi a ferro e fuoco da squadroni di uomini crudeli e senza scrupoli. Ciò che ci porta a un’epoca concreta sono le due mensole a forma di teste, una maschile e una femminile che, casualmente ritrovate dal parroco Don Giuseppe Parapini, erano in passato murate sotto l’architrave in pietra che apriva la porta principale della chiesa di S. Giorgio.

Il campanile innalzato in varie epoche e datate “anno 909” collocano i primi insediamenti in epoca remota. Viene logico supporre che, se nell’anno 909 gli abitanti di Dumenza diedero corso all’erezione di una torre così imponente, sicuramente doveva già esistere in loco un piccolo villaggio con un congruo numero di abitanti. Risale infatti a quei secoli IX e X, l’istituzione sul Verbano, di una struttura di “Corti Regie” che gestivano i beni fiscali.

La Valtravaglia, in cui si era formata una “Castellanza”, inglobò anche questi territori. Nonostante a tutt’oggi vi siano pareri discordanti riguardo ai confini precisi delimitanti la Valtravaglia, la collezione di antichi appunti e fogli sparsi del parroco Binda di Castello Valtravaglia (e che probabilmente erano in origine parte dell’ora perduto archivio della canonica di Bedero) ci fornisce un elenco dei territori che allora la costituivano, in cui ritroviamo anche Dumenza.
Re Liutprando, salito al potere verso la metà del 700, fece dono delle terre della Valtravaglia al monastero di S. Pietro in Ciel D’Oro di Pavia.
In epoca feudale la Lombardia fu divisa in territori che l’imperatore concedeva a quei nobili che ne facevano richiesta.
Alcuni documenti ritrovati ci inducono a fare alcune considerazioni che hanno una certa importanza.
Lanfranco "Rubeus" monaco in San Pietro in Ciel d’Oro che, con un atto rogato il 28 agosto del 1289 nello stesso monastero, viene designato dall’abate come successore, in caso di morte, del presbitero Federico allora rettore di San Pietro in Lavena e in precarie condizioni di salute, anzi nel documento si dice che Lanfranco dovrà reggere e governare i beni del monastero anche nel caso in cui il rettore non sia più in grado di svolgere adeguatamente i suoi compiti dandone al più presto notizia all’abate.
Nel 1290 il 9 dicembre, Lanfranco viene nominato, dall’abate Rolando e dai rappresentanti del capitolo, nunzio, procuratore e "sindicus" per tutte le cause e i negozi che il monastero dovrà concludere nel distretto di Milano e di Como e per riscuotere tutte le spettanze nei detti territori "(Rolandus) fecit et constituit Lafrancum Rubeum de Lavena suum nunzium et procuratorem et sindicum et quicquid alius as causas et negocia que et quas habet vel habiturus est cum aliqua persona vel personis, collegio et universitate in infrascriptis pactibus et contractis in et districtus Mediolani e districtus Cumarum et in illis partibus et ad colligendum et requirendum omnes fructus et reditus, census et gaudimenta que et quas habet vel habere videtur" In pratica Lanfranco si troverà ad essere procuratore generale del monastero pavese per la riscossione di decime e tributi e per l’amministrazione in genere dei beni nei territori di Como e Milano.
Primo feudatario della Val Travaglia fu nel 1416 il principe Lotario Rusca che ridusse il titolo di principe a quello di conte, facendosi cedere queste terre dal duca Maria Visconti in cambio di alcune terre del comasco.
Dal 1513 al 1526 il paese era dominato dagli Svizzeri. Dopo di che, fino al 1538, compare qual feudatario a Luino il conte e senatore Gian Battista Pusterla.
La terre di Valtravaglia Luino, Porto valtravaglia, Castel Veccana, Musadino, Muceno, Ticinallo, Brezzo, Bedero, Rogiano, Brissago e Mesenzana furono cedute dal conte Rusca coll'assenso regio al Cavaliere Pietro Antonio Lonati a cui restarono fino all'estinzione dei Lonati verso il 1598. Luino con la Valtravaglia inferiore era passata ai Lonati avanti il 1524 essendo stato dato qual pegno di dote da Galeazzo Rusca a sua figlia Laura moglie di Paolo Lonato, il cui figlio cav. Pietro Antonio Lonato possedette questo feudo fino al 1598.
L'ultimo feudatario di Rusca fu ucciso a Gorgonzola nei primi del 1570 e da allora tornarono alla Regia Ducal Camera tutti i feudi ad eccezione di quella parte assegnata ai Lonati, così come descritto dall'istrumento di fedeltà 23 Dicembre 1570 atto rogato da Silvestro Scappa. Il dominio dei Rusca proseguì fino al 1583, anno della morte dell’ultimo discendente. I feudi tornati alla Camera furono poi assegnati dal re di Spagna a Giovanni Marliani col titolo di Conte con il decreto datato 2 Dic 1583 e la donazione fu riconosciuta dal Senato di Milano il 15 Genn 1584.
La famiglia Crivelli conservò il feudo fino al 1796, anno in cui giunse in Italia Napoleone, il quale abolì il sistema feudale.

A nord-est il paese di Dumenza è sovrastato dal Monte Lema che con i suoi 1624 msl, è la vetta panoramica più alta del Luinese. Dalla sua verde terrazza naturale si dominano molte vallate del Lago Maggiore, del Luganese e buona parte della Pianura Padana, la vista in'oltre spazia dalla catena del Monte Rosa fino alle vette del San Gottardo.
Il Monte Lema è un punto ideale per la partenza dei deltaplanisti e amanti del parapendio. Normalmente gli amanti di queste discipline, scendono dal versante svizzero sfruttando le correnti ascensionali che durante le giornate soleggiate sono sempre presenti.

A Dumenza, si possono fare magnifiche passeggiate piu' o meno impegnative, transitando per i percorsi "3V" della "Via Verde Varesina", oppure percorrendo i diversi sentieri naturalistici della zona. Tutti questi sentieri sono percorribili a piedi, a cavallo o tramite mountain bicke. Attraversando faggeti, castagneti ed alcune abetaie, si possono raggiungere diversi alpeggi, i più interessanti dei quali sono:
Alpe Pradecolo (rifugio Campiglio), Alpone (agriturismo), Alpe Pragaletto, Alpe Roccolo, Alpe Cortesel, Alpe Morandi, Alpe Pian di Runo, Alpe Fontana, Alpe Pro Bernard, Alpe Buis e naturalmente la vetta del Monte Lema.
La cima del Monte Lema è raggiungibile, in auto fino a quota 1200 dell'Alpe Pradecolo dove vi e' un magnifico ristorante con una fantastica terrazza panoramica, poi tramite dei sentieri praticabili a piedi, in mountain bicke o a cavallo.
La cima del Monte Lema è raggiungibile a piedi in circa 3 ore partendo dalla frazione di Trezzino, percorrendo la gradinata del Santuario di Trezzo fino ad Astano (Svizzera) poi seguendo i sentieri svizzeri con una bellissima e inconfondibile segnaletica.
Da Dumenza si può raggionere la vetta del Monte Lema in 30 minuti, una ventina di minuti in auto passando dal Valico di Palone (confine svizzero), si attraversano i villaggi di Sessa, Astano, Novaggio e Miglieglia da dove parte la funivia che raggiunge, in una decina di minuti, la vetta del Monte Lema.

Stivigliano mantiene intatta la propria conformazione medievale, con viuzze strette e case addossate tra loro. È visibile una vecchia torretta che si affaccia sulla Val Dumentina, a scopo evidentemente militare.

Runo è posta a nordovest del centro abitato, lungo la strada per Due Cossani.
Runo fu un antico comune del Milanese.
Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 230 abitanti, in seguito alle riforme dell'imperatrice Maria Teresa inglobò la frazione di Stivigliano. Nel 1786 Runo con Stivigliano entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera Provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799.
Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 285 abitanti. Nel 1809 il municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse per la prima volta a Dumenza, ma il Comune di Runo fu tuttavia ripristinato con il ritorno degli austriaci. Nel 1853 risultò essere popolato da 302 anime, salite a 315 nel 1871, mentre nel 1921 si registrarono 384 residenti. Fu il regime fascista a decidere nel 1928 di sopprimere definitivamente il comune, unendolo definitivamente a Dumenza riprendendo l'antico modello napoleonico.
La torre campanaria della chiesa di San Giorgio pare avesse avuto ruolo militare nel periodo precedente il mille, durante le diverse invasioni barbariche: la strada, infatti, che da Varese portava a Luino e poi a Dumenza, era l'unica che accedeva a Bellinzona, non esistendo il lungo lago. Probabilmente faceva parte di un sistema di torri lungo queste valli, delle quali quella di Runo è l'unica superstite.
A Runo è nato il celebre pittore Bernardino Luini, allievo di Leonardo da Vinci: il cognome autentico "degli Scappi" è stato soppiantato. Nato qualche anno dopo, un suo parente, Bartolomeo Scappi a Roma nella prima metà del Cinquecento divenne cuoco insigne al servizio di ben tre papi.
Runo è il luogo d'origine dei vari rami della famiglia Trezzini sciamati verso le finitime località svizzere di Sessa, Lanera, e Astano dove nacque il celebre architetto e urbanista Domenico Trezzini, nel 1703 incaricato dallo zar Pietro il Grande di edificare la sua nuova capitale russa sulle rive della Neva, San Pietroburgo.
Due Cossani è posta a nordovest del centro abitato, lungo una strada che poi si inerpica verso Curiglia con Monteviasco.
Cossano fu un antico comune del Milanese.
Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 172 abitanti, nel 1786 Cossano entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799.
Alla proclamazione del regno d'Italia napoleonico nel 1805 risultava avere 222 abitanti.Nel 1809 il municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse ad Agra, ma il comune di Cossano fu tuttavia ripristinato con il ritorno degli austriaci.
Nel 1853 risultò essere popolato da 301 anime, scese a 289 nel 1871, quando il municipio aveva cambiato nome da otto anni in Due Cossani, per il rio che, discendendo da Agra, lo divide nelle due parti di Cosan de chi e di Cosan de là, confluendo poi nel rio Colmegnino.
Nel 1921 si registrarono 385 residenti. Fu il regime fascista a decidere nel 1928 di sopprimere definitivamente il comune, unendolo stavolta a Dumenza.

Il nucleo storico di Dumenza è caratterizzato da case rurali con ampi ballatoi soleggiati.
Percorrendo le viuzze di Runo e Stivigliano si puo’ notare gli innumerevoli affreschi che abbelliscono le facciate delle abitazioni. A partire dall’anno 1978, valenti pittori, per iniziativa del C.O.R.A. (Com. Org. Runo per l’Affresco) hanno dedicato alla nostra zona le loro preziose opere d'arte.
Percorrendo il centro abitato di Runo, particolarmente le vie Concordia, IV Novembre e Monte Grappa, sembra di trovarsi in lunghi saloni di esposizione.
Ai lati delle anguste stradine, che serbano ancora la loro catteristica antica, una moltitudine di opere in affresco Clicca per ingrandire deliziano lo sguardo. L’iniziativa scaturì nel 1978, dalla perspicacia di un gruppo di persone dalle idee lungimiranti. Non poteva che sbocciare in tutta la sua gagliarda prosperità, proprio in in quel luogo che vide il natale del grande Maestro Raffaele Casnedi.

La bella e grande chiesa di San Giorgio, entro la quale si sente ancora quel gradito sentore di antico che maggiormente consente l'avvicinamento al "Divino" che entro quelle mura si venera, ebbe le sue origini nel lontano 1213. L'opera venne sicuramente promossa da un gruppetto di frati venuti in valle per la conversione delle anime,. Di certo abbiamo cio' che vediamo e cioe' la lapide che ricorda la sua consacrazione che avvenne nel 1574 e i Decreti che in quella occasione il Cardinale Carlo Borromeo, lascio' al parroco Battista Ascontino da Ascona. Nell'ingiallito libro custodito nell'archivio parrocchiale , Don Ascontino trascrisse i Decreti ricevuti.

Le prime notizie della chiesa di san Nazaro risalgono al 1217, quando esisteva gia la Chiesa di San Giorgio, la quale pero' risultava scomoda per i fedeli di Dumenza. Con la costruzione di questa di S. Nazaro vennero agevolati anche i pochi abitanti dei paesi limitrofi e dei cascinali sparsi non solo sul versante italiano ma anche su quello svizzero. La costruzione venne eseguita all'insegna del volontariato e della gratuita'.

Dumenza, borgo situato alle propaggini delle Prealpi Lombarde, a ridosso del Lago Maggiore, , al centro della Val Dumentina chiamata anche Valle Smeralda per i suoi colori verdeggianti. Dumenza dista circa 90 Km da Milano, 35 Km da Varese e 25 km da Lugano nella vicina Svizzera. Il territorio comunale, abitato originariamente da tribù celtiche poi assorbite dall’espansione romana, è caratterizzato da zone coltivate, folti boschi di castagni e faggi, nonché pascoli ed alpeggi sui monti circostanti.

Il Weekend Celtico si tiene ogni anno in prossimità del Solstizio d’Estate ed è ospitato in un’area verde dedicata dove viene allestito un villaggio celtico. Il ricco programma prevede laboratori su arti e mestieri dell’epoca, ricostruzione di scene di vita quotidiana, esposizione di utensili e manufatti, dimostrazioni e stages di combattimento e danza. E ancora giochi celtici, conferenze, mostre, proiezioni, stand gastronomici con degustazione di antiche ricette e bevande, animazioni ed attività didattiche per bambini, mercatino dell’artigianato celtico, e, la sera, concerti di musica tradizionale scozzese e irlandese, spettacoli di danza, e il rito druidico dell’accensione del fuoco, e, infine, anche la possibilità di partecipare a visite guidate nei boschi circostanti ed ai luoghi dei ritrovamenti celtici.

La Val Dumentina ha visto il passaggio di alcuni pittori:

Bernardino Luini - 1480 / 90 - 1532 Solo recentemente sembrano state accertate le origini del piu' illustre figlio dumentino: Bernardino Scappi piu' noto come Bernardino Luini, uno fra i piu' grandi pittori rinascimentali.

Raffaele Casnedi - 1822 - 1892 Ultimo dei grandi maestri comacini, in contrasto con il padre che voleva si dedicasse al ramo alberghiero, frequento’ l’Accademia di Brera dove si distinse per il suo valore artistico vincendo fra l'altro il premio Mylius con l'opera " La scuola di Leonardo". In seguito fu nominato professore aggiunto dell'Accademia di Brera.

Giuseppe Terruggia (Giusep da Congera 1871 – 1955) Inizio’ la sua lunga carriera a Milano quando da ragazzo segui’ alcuni corsi di disegno presso l’Accademia di Brera. Nella zona e’ possibile ammirare in numerose case private ed esercizi pubblici le sue bellissime opere.

Raffaele Galli Nato nel 1912 a Firenze da genitori Runensi. Da ragazzo apprese i primi rudimenti della pittura presso la Soc. Operaia di Runo. In seguito, per motivi di studio, si trasferi’ a Milano dove frequento’ la Scuola Superiore d’arte del Castello diretta dal Prof. Esodo Pradella, affino’ in seguito la tecnica pittorica e grafica nello studio del Prof. Malugani.

Virginio Marchesi Nato a Runo nel 1923 e genovese d’adozione. Iscritto alla FIAF (Federazione Italiana Arti Figurative). Ha partecipato a diverse personali e a molte estemporanee, riscuotendo sempre validi consensi di critica e pubblico.

Pietro Piazza Nato nel 1935 a Parigi da genitori Runensi. Ha frequentato gli studi d’arte presso la Sorbona di Parigi. A Runo si dedico’ principalmente al chiarismo creando parecchie opere ora sparse in parecchie collezioni private italiane svizzere e francesi.

Antonio Barozzi (Tognign) Autore di numerosi affreschi fra i quali alcuni nella chiesa di San Giorgio e nell' ex salone del circolo di Dumenza. Fu l'autore anche dello stemma della repubblica sul frontone della "cappella" civica in piazza Diaz, sfortunatamente ora non piu visibile perche' ricoperto durante l'ultimo restauro.

Pietro Grassi (Pierino) Lavoro' parecchi anni a Milano in una cooperativa come decoratore dove in seguito ne divento' presidente. Rientrato a Dumenza decoro' parte della Parrocchiale di San Giorgio, quella di Due Cossani, la chiesetta di Pradecolo e molte abitazioni della zona. Lavoro' parecchio anche a Trarego, Cannero e Cannobio sulla sponda piemontese del Lago Maggiore.

A Dumenza, l'8 ottobre 1881, nacque Vincenzo Peruggia, il pittore decoratore divenuto celebre per aver rubato la Gioconda la notte tra il 20 e il 21 agosto del 1911, poi da lui riconsegnata ad un celebrre antiquario di Firenze. Fu processato in Italia e la sua condanna venne poi ridotta per decisione del re d'ITalia, considerato il fine ideale di retituire un capolavoro alla Patria. In tal senso intervenne a suo favore anche Gabriele D'Annunzio.


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domenica 10 maggio 2015

I LAGHI LOMBARDI : IL LAGO D' IDRO

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Il lago d'Idro o Eridio è un lago di origine glaciale sito nella provincia di Brescia ai confini con il Trentino. Posto a 368 metri sul livello del mare è formato dalle acque del fiume Chiese che ne è anche l'emissario. La sua superficie è di 10,9 km² e raggiunge una profondità massima di 122 metri.

I più antichi abitanti della Val Sabbia e del lago sembrano essere stati i Liguri, antica popolazione che occupava il nord Italia occidentale prima del 2000 a.c., l'area è posta sotto dominio Romano dall'anno 16 a.c.. La Valle e di conseguenza la zona lacustre vennero evangelizzate tra il VI e il VII secolo. Nel XV secolo, a opera della Repubblica di Venezia, venne edificata la Rocca d'Anfo, complesso militare fortificato che dal pendio del monte Censo domina l'intero lago. Il lago d'Idro è uno dei primi laghi naturali italiani a essere regolato da uno sbarramento artificiale costruito nel corso degli anni venti, e gestito in concessione dalla Società Lago d'Idro (SLI) fino alla scadenza del 24 ottobre 1987. Da allora è in corso un confronto a volte aspro fra le varie autorità competenti, le popolazioni rivierasche, l'ENEL che deriva acqua per la centrale idroelettrica di Carpeneda e i contadini della pianura per l'irrigazione. Il lago costituisce un serbatoio artificiale, alla quota massima di 370 m s.l.m. di 850 milioni di m3. Dal 1996 al 2001 a titolo di sperimentazione è stato imposto il minimo deflusso vitale e sono state ridotte le escursioni artificiali del lago da 7 a 3,25 m.

Nelle acque del lago è abbondante la presenza di lucci, persici, anguille e alborelle.

Sulle sue rive si possono trovare specie di uccelli acquatici e migratori, tra i quali: Svasso maggiore, folaghe, germani reali, gabbiani, porciglioni, tarabusini, aironi cenerini, martin pescatori e usignoli di fiume.

Il fiume Chiese, le cui sorgenti vengono alimentate dal Gruppo dell'Adamello, è il principale immissario e l'unico emissario del lago. Il Chiese si immette nel bacino lacustre nel comune di Bondone (località Baitoni) in Trentino, ed esce dal lago nel comune di Idro in provincia di Brescia. Altro immissario è il torrente Re di Anfo, interamente compreso nel territorio del comune di Anfo in provincia di Brescia. Il fiume Caffaro s'immette nel Chiese poco prima che quest'ultimo entri nel lago.

Il lago è interamente balneabile (al 2014). Le condizioni attuali del lago tuttavia destano più di una preoccupazione a causa della gravità dei fenomeni di eutrofizzazione dovuti all'assenza di un collettore fognario e per l'intenso sfruttamento delle sue acque da parte della centrale idroelettrica di Carpeneda e per uso irriguo.

Il lago d'Idro non può essere percorso per tutto il suo perimetro con automezzi perché, sulla sponda orientale, la strada che parte da Idro termina 5 km dopo, nella frazione di Vesta e solo un sentiero permette il collegamento con Baitoni, frazione del comune di Bondone. La sponda occidentale è attraversata dalla Strada statale 237 del Caffaro che entra nei centri abitati di Idro, Anfo e Ponte Caffaro per poi entrare in territorio trentino. Durante il periodo estivo è presente un servizio di trasporto con un battello che collega le località di Crone, Anfo, Ponte Caffaro, Vesta e Vantone.

Il porticciolo turistico di Crone, sede del comune di Idro è stato intitolato alla memoria dell'ammiraglio Mario Tonni, nato nel 1930 a Provaglio Val Sabbia e scomparso nel 2005, unico ammiraglio della Val Sabbia nella storia della Marina Militare.

L'altitudine e la posizione geografica del lago d'Idro fanno sì che non ci sia mai l'afa insopportabile tipica della stagione estiva. Nelle ore pomeridiane, momento in cui si registrano le temperature più elevate, soffia sempre e costantemente l'Ander, vento assolutamente non fastidioso per i bagnanti e allo stesso tempo gioia per chi pratica vela, surf e kite surf. In tarda mattinata e nelle prime ore pomeridiane il vento non è molto forte consentendo in questo modo ai meno esperti di imparare gli sport di vela, nelle ore successive invece il vento si rinforza per la gioia dei più esperti. La mattina invece il lago d'Idro registra calma piatta.

Le sue acque sono inoltre la meta prediletta di numerosi pescatori per la loro pescosità. Per poter pescare è sufficiente munirsi di una licenza di pesca valida per la Regione Lombardia che si può comodamente ottenere presso qualsiasi Ufficio Postale intorno al lago facendo un versamento di pochi euro, in questo modo si ottiene una licenza “turistica” valida per  2 mesi. I pesci che si trovano nel lago sono i seguenti: persico, lucci, cavedani, anguille e alborelle. Ulteriore caratteristica del lago è l'assenza di zanzare grazie alla presenza costante del vento nelle ore pomeridiane ed al movimento naturale e costante della corrente stessa delle acque del lago.

Il lago d'Idro offre la possibilità di praticare lo sport a diretto contatto con la natura, potendosi misurare con essa con gioia e salutare fatica. Grazie alla costante presenza dell'Ander, il vento che soffia da sud a nord nelle ore pomeridiane, il lago d'Idro è percorso in lungo e il largo da wind-surf e barche a vela, mentre solo la parte settentrionale del lago a Ponte Caffaro, dove il vento ha maggiore pressione, è dedicata agli amanti del kite surf. La mattina sul lago non soffia un alito di vento e diventa terreno ideale per la pratica del canottaggio, diverse società sportive infatti vengono sul lago d'Idro ogni anno per allenarsi.

Non mancano le pareti di roccia per la pratica del free climbing, non solo sul lago d'Idro, ma anche in altre vicine località della valle. Molto bella sul lago è la falesia “corna di Fenere” raggiungibile in 5 minuti a piedi dalla stupenda spiaggia di Vesta. La falesia sorge a pochi metri sul livello del lago: panorama stupendo, roccia calcarea variegata, ottima chiodatura con golfari resinati, tutte le vie sono contrassegnate e dispongono di cavo fisso alla base. Per i ciclisti su strada o fuori strada ci sono itinerari di ogni durata e difficoltà, potendo risalire le montagne circostanti il lago, attraverso passi e stradine di montagna poco trafficate dai mezzi motorizzati. Ci sono inoltre due punti di lancio per il parapendio, tanti infatti sono gli appassionati di questo sport estremo che ogni anno giungono sul lago d'Idro. Ci si può lanciare dal Monte Alpo (1508 m) sopra a Baitoni e dal Monte Stino (1466 m) sopra a Capovalle, facilmente raggiungibili.

Ulteriore attività molto spettacolare che si può praticare nelle immediate vicinanze del lago d'Idro è il canyoning a Storo (7 km dal lago d'Idro) nel torrente Palvico: una splendida discesa in ambiente molto acquatico, in un crescendo di emozioni con salti (fino a 7-8 metri), toboga, calate nel vuoto, nuotate in acque tranquille e cristalline. Inizialmente il canyoning presenta una serie di piccoli tuffi e toboga fino ad una piccola centrale idroelettrica, che offre una via d'uscita prima della fantastica progressione finale. La seconda parte, breve ma intensa, presenta in progressione una calata di 15 metri, una seconda calata di circa 20 metri e due tuffi prima di una bellissima ed emozionante calata finale, di oltre 50 metri.Diversi sono gli itinerari che si possono fare a cavallo con guide specializzate attraverso i monti a sud e a est del lago d'Idro attraversando la Val Vestino fino a giungere sull'Alto Garda. Gite molto belle attraverso sentieri, boschi e prati fioriti con soste in agriturismi attrezzati per ospitare sia cavalli che cavalieri.

Il lago d'Idro trova la sua espressione culturale attraverso i suoi paesi di origine medievale, le chiese e fortezze militari. I paesi che si affacciano intorno al lago d'Idro, un tempo villaggi di pescatori, mantengono ancora intatti la loro bellezza storica, con stradine strette e ramificate, porticati e cortili. Molto caratteristici in questo senso sono i paesi di Anfo, Lemprato e Crone.
A Lemprato nel 1980 in località "Castello antico" sono stati trovati i resti di un antico villaggio retico-romano, così come delle lapidi romane sono state rinvenute sulla riva del lago e conservate oggi nella antica chiesa Santa Maria ad Undas di Pieve Vecchia risalente al 1200.

A Ponte Caffaro invece merita una visita il borgo di San Giacomo risalente al IX secolo. La chiesa di San Giacomo all'epoca meta di pellegrini, era gestita dai frati benedettini che insegnarono agli abitanti del luogo a coltivare e bonificare la paludosa Pian d'Oneda. Meravigliosa inoltre è la chiesa parrocchiale di Bagolino, la chiesa di San Giorgio del 1600 che con la sua mole sovrasta il centro storico di Bagolino. Al suo interno si possono ammirare le opere di grandi artisti come Tiziano e Tintoretto. Bagolino è un paese montano di rara bellezza di origine medievale con case molto alte addossate una all'altra, con portici, scalinate, sottopassaggi, affreschi murali, soffitte di legno, vicoli in ciottolato e porfido, stupenda espressione di architettura medievale.

Dal punto di vista culturale, il fiore all'occhiello del lago d'Idro è sicuramente la Roca d'Anfo, fortezza militare eretta nel XV secolo dalla Repubblica di Venezia e ristrutturata nel 1800 durante l'occupazione francese su espressa richiesta di Napoleone Bonaparte ed usata come quartier generale da Giuseppe Garibaldi durante la battaglie di Monte Suello nel 1866. Testimonianza della battaglia di Monte Suello si trovano inoltre lungo la strada provinciale che da località S. Antonio sale verso Bagolino dove è stato eretto l’Ossario che raccoglie i resti dei garibaldini caduti nello scontro e un piccolo cippo che ricorda il ferimento di Garibaldi alla coscia.  Della Rocca d'Anfo si possono ammirare le Batterie Veneziane e Napoleoniche, l'antica scalinata Veneta che conta 600 gradini di granito, i lunghi cunicoli scavati nella roccia e l'Osservatorio che si trova nella parte più alta della Rocca ed è un vero proprio gioiello dell'architettura militare napoleonica.

Il lago d’Idro e le sue montagne offrono passeggiate di qualsiasi durata e livello di difficoltà attraverso sentieri semplici per amatori ed impegnativi per i più appassionati. I sentieri che partono dal lago d'Idro sono il più delle volte stretti e ripidi, ma il panorama che si può vedere durante la loro percorrenza è di una tale bellezza da far dimenticare la fatica. I sentieri più apprezzati sono: quello delle “Cascate” che parte dal centro abitato di Crone (370 m) fino giungere sulla sommità del Perlè a 1031 m d'altitudine; quello del “Dosso Sassello” (1006 m) con un itinerario tutto panoramico che collega i paesi di Pieve Vecchia (370 m) e Anfo (370 m); quello dei “Contrabbandieri” (400 m) che costeggia la parte nord orientale e più selvatica del lago ed è l'unico collegamento tra i paesi di Vesta (370 m) e Baitoni (370 m). Con una mezzora d'automobile percorrendo la strada Provinciale in direzione del Passo Crocedomini (1985 m), attraverso i monti posizionati a nord-ovest rispetto al lago, si giunge in Gaver (1511 m), nota località sciistica locale durante l'inverno e paradiso per gli appassionati di trekking da primavera ad autunno. Dalla piana del Gaver si possono raggiungere laghetti alpini e rifugi percorrendo sentieri di incomparabile bellezza. Di maggior richiamo sono le passeggiate al “Lago della Vacca” presso il Rifugio “Tita Secchi” (2362 m) e ai “Laghetti di Bruffione” (1888 m). Ulteriori stupende gite si possono fare nel vicino Trentino, in particolare nella Val di Daone a tre quarti d'ora di macchina dal lago d'Idro, presso il rifugio “Val di Fumo” (1995 m), una passeggiata per tutta la famiglia molto apprezzata non solo per sua facile percorrenza, ma soprattutto per la bellezza del paesaggio.  Ma queste sono solo alcune delle innumerevoli escursioni che si possono fare nelle immediate vicinanze del lago d'Idro, tutte ben segnalate e facilmente raggiungibili con pochi minuti d'automobile.

Lo stesso discorso vale per la mountaibike con la differenza che non occorre utilizzare l'automobile. Le strade che partono dal lago il più delle volte si collegano a sentieri e mulattiere sterrate potendo percorrere circuiti misti di diversi km, tali da soddisfare i ciclisti più esigenti. In particolare si consiglia l'itinerario ad ovest del lago, sopra Anfo (370 m), che dal passo Baremone (1450 m) e il successivo passo Maniva (1669 m) giunge fino al passo Crocedomini (1985 m) per poi ritornare al lago d'Idro attraversando il caratteristico centro abitato di Bagolino (778 m). Oppure l'itinerario a sud e a est del lago che da Lemprato (370 m) collega Treviso Bresciano (681 m), Capovalle (937 m) e la Val Vestino (980 m). Particolarmente belli e impegnativi sono inoltre i percorsi in quota (1800 m), tutti su sterrato, che si trovano nei monti tra la Val del Chiese e la Valle del Caffaro. Ma anche questi sono solo alcuni esempi dei numerosi itinerari che si possono percorrere in mountainbike intorno al lago d'Idro.
Molto apprezzata è la ferrata sopra a Casto che dista 15 km dal lago d'Idro. La via ferrata di Casto è un circuito che si sviluppa ad anello e necessita di circa tre ore per essere completato. Sono presenti tratti medi e alcuni difficili e spesso interrotti da facili sentieri che nel caso di necessità permettono di tornare alla partenza in modo veloce. Sono inoltre presenti due ponti tibetani molto divertenti e da segnalare è anche il passaggio presso la "stretta di Luina", un canyon naturale scavato nella roccia.

I piatti tipici sono i “malfatti”, le paste al Bagoss o con salse al salmì, lo “spiedo bresciano”, le salamine ai ferri, le grigliate di carne, gli stufati di selvaggina, le fritture e i filetti di pesce persico, la trota ai ferri o alla mugnaia, la polenta con la farina di Storo e il famoso e squisito formaggio Bagoss, con l'abbinamento degli ottimi vini delle vicine e rinomate località a vocazione vinicola come il Trentino, il Garda e la Franciacorta.

La Riserva naturale provinciale “Lago d’Idro” tutela la piccola porzione di costa trentina, o almeno una sua considerevole parte, quella cioè dove ancora si conservano porzioni significative degli originari habitat costieri e lacustri: questi ambienti si sviluppano naturalmente là dove terra e acqua sfumano lentamente e impercettibilmente l’una nell’altra, ad esclusione di quei tratti di costa dove ripide pareti rocciose precipitano dentro l’acqua.
Si tratta di ecosistemi fondamentali per il lago: ospitando gran parte della sua biodiversità sia vegetale che animale, e svolgono insostituibili funzioni vitali – quali la depurazione delle acqua – indispensabile per la qualità della vita nel lago e nell’intero territorio.
Il maggior pregio naturalistico è la grande presenza di uccelli acquatici e migratori, sia stanziali che di passo o svernanti. La specie di gran lunga più spettacolare e facile da osservare è lo Svasso maggiore, che nidifica con parecchie coppie nella laguna creata con l’intervento di rinaturalizzazione. Ci sono poi Folaghe, Gallinelle reali, Porciglioni, Tarabusini, Nitticore, Aironi cenerini, Martin pescatori, Usignoli di fiume, uccelli di canna e molti altri. Particolarmente degna di nota è la presenza dell’Upupa e di una numerosa colonia di Rondini presso la località Idroland.




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