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venerdì 26 giugno 2015

VIGGIU'

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Viggiù è un comune della provincia di Varese famoso per i suoi pompieri.
Le indagini storiografiche su Viggiù fanno pensare a due ipotesi circa la sua origine. L'una lo vedrebbe affondare le proprie radici nelle popolazioni orobiche dell'età protostorica, l'altra riterrebbe il paese fondato, probabilmente, da Giulio Cesare, da cui il nome romano Vicus Juli (vale a dire paese di Giulio), trasformatosi, con il passare del tempo, in Vicluvium, quindi Vigloeno, Vigue e alla fine Viggiù.

A sostegno della seconda tesi vi sono alcuni reperti archeologici, tra cui alcune lapidi ed un coperchio di sarcofago risalenti all'epoca romana, ritrovati sul colle San Martino, ed una tradizione orale, secondo la quale, la località Cascina Vidisello sarebbe stata costruita attorno alle rovine di un accampamento romano.

A caratterizzare la storia del paese, è stato soprattutto la presenza sul territorio di giacimenti di pietre e marmi di estrema facilità di lavorazione. La famosa "Pietra di Viggiù" era una delle tante pietre estratte dalle colline limitrofe. Essa veniva utilizzata come materiale da costruzione e da decorazione ed in passato portò il territorio ad essere un luogo di grande importanza artistica. Sullo sfruttamento delle cave si organizzò l'intera economia locale, fin dal Medioevo. Alcune conseguenze sarebbero state, in estrema sintesi, da un punto di vista sociale la formazione su base familiare di maestranze specializzate nell'estrazione e nella lavorazione dei materiali lapidei e, sotto il profilo geografico, la strutturazione del territorio in terrazzamenti, onde conciliare l'attività estrattiva con quella agricola.

Artigiani prima, poi anche abili artisti e creatori, i viggiutesi, anche utilizzando la loro pietra locale, si fecero presto conoscere in tuta la penisola. Si pensi che già dal XII secolo, gli artisti viggiutesi facevano parte della Confraternita dei Maestri Comacini. Dal 1500 sino alla metà del Seicento, vere e proprie colonie di "artieri" viggiutesi erano presenti a Roma per pregevoli esecuzioni artistiche ed architettoniche.

Fra i principali artisti si ricordano i Butti, i Giudici, i Longhi, i Piatti, gli Argenti ed i Galli. Una vera e propria schiera di personaggi che diedero fama a Viggiù come Paese degli Artisti. Il primo Consiglio comunale fu eletto nel 1823. I borghi di Clivio e Saltrio gli furono temporaneamente annessi da Napoleone e Mussolini.

Numerosi sono i tesori di Viggiù. Fra essi da ricordare il centro storico, unico nel suo genere, caratterizzato dalle tipiche case a corte, con ingressi ornati da artistici portali in pietra, in cui trovavano spazio i laboratori degli scalpellini.
All’ingresso del paese, il museo Enrico Butti che raccoglie le opere dell’insigne scultore viggiutese, uno tra i massimi protagonisti della scultura italiana tra ‘800 e ‘900. Posta su una collina, all’interno di uno splendido parco la gipsoteca fu voluta dallo stesso Butti. Nel medesimo contesto si trovano oltre alla Casa-Studio dello scultore, il Museo degli Artisti viggiutesi del Novecento.
Nel cuore del paese c’è, in una graziosa cornice di verde, Villa Borromeo, elegante edificio tardo-neoclassico, meta ideale per escursioni quotidiane. Nel giardino hanno collocazione sia la scuderia, oggi sede del museo dei Picasass che l’orangerie, adibita a sede del Museo della scultura viggiutese dell’Ottocento.

Il centro storico è caratterizzato da numerosissimi portali realizzati in pietra di Viggiù, i quali davano accesso alle caratteristiche corti, in cui si svolgeva la vita e l’attività della comunità viggiutese. Di particolare rilievo è il portale seicentesco della casa che fu della famiglia Marinoni.,al n. 23 di via Roma. Portale di forma semplice, ma allo stesso tempo, ricchissima. L’arco, appoggiato su due piedritti d’imposta è dolcemente curvato e serpeggiante nel tipico stile barocco. Ove spicca la chiave di volta, ornata da fogliame, in cui viene riprodotto il monogramma di Cristo associato all’iniziale del cognome della nobile famiglia. Nel fregio dell’arco, con arte finissima, sono raffigurate scene di caccia al cervo con cacciatori a cavallo che seguono i guida cani. Oltre alla caccia descritta si vede, nascosta tra le foglie dell’arco, una  vipera che insidia un usignolo, un topolino che rosicchia una castagna ed una cinciallegra che becca una ciliegia.
Percorrendo le vie del paese, si possono visitare: la Chiesa di San Martino, con l’elegante portale e la semplice struttura, la Chiesa del Rosario, arricchita da dipinti del pittore viggiutese Carlo Maria Giudici, la Chiesa parrocchiale di Santo Stefano Protomartire, con l’imponente campanile di Martino Longhi il Vecchio e decorata da opere di Luigi Bottinelli, Guido Butti, Elia Vincenzo Buzzi ed altri, ed ancora, la Chiesa di Santa Maria Nascente detta “della Madonnina”, edificata nel 1718, la Chiesa della Madonna della Croce, con la facciata in stile bramantesco, al cui interno si trovano opere di diversi artisti viggiutesi. Fuori dall’abitato, sulla sommità di un colle, la Chiesa dedicata a Sant’Elia.
Nella frazione di Baraggia è possibile visitare la Chiesa San Giuseppe, con dipinti di Antonio Piatti e la Chiesa di San Siro nel cui coro si possono ammirare affreschi cinquecenteschi.

Numerose sono le chiese arricchite dalle opere degli artisti locali. Nel cuore del paese, in una graziosa cornice di verde, Villa Borromeo (di proprietà comunale), elegante edificio tardo-neoclassico, meta ideale per le escursioni quotidiane dei viggiutesi. La villa, con pianta a "C" è aperta con un cortile rivolto verso via Roma; tale delimitazione è ottenuta mediante un leggero colonnato che, nella parte centrale, rientra, formando una specie di esedra, così da facilitare la veduta e la sosta. La parte dell'edificio prospettante verso il parco ha un disegno molto lineare; l'ingresso principale è arricchito da un austero porticato, sorretto da pesanti colonne tuscaniche. Nel giardino ha collocazione la scuderia, dalla pianta circolare, decorata lungo le pareti da teste equine in terracotta (oggi sede del Museo dei Picasass); oltre a questo edificio, sono visibili le testimonianze dell'antica orangerie, dal 2007 sede del Museo della Scultura viggiutese dell'Ottocento che espone opere di: Angelo Bottinelli, Antonio Bottinelli, Luigi Buzzi Leone, Giuseppe Buzzi Leone, Antonio Argenti, Giosuè Argenti. La villa attualmente è utilizzata per esposizioni artistiche estemporanee, organizzate nel periodo estivo.

Sicuramente da visitare anche il complesso del Museo Enrico Butti che è composto da diverse collezioni di opere dei famosi scultori viggiutesi quali Enrico Butti, Giacomo Buzzi Reschini, Nando Conti, Luigi Bottinelli, Vincenzo Cattò, Gottardo Freschetti ed Ettore Cedraschi.

Infine merita una visita la Cascina Vidisello, che si trova sulla sommità di un piccolo rilievo e che è caratterizzata da terrazzamenti coltivati. Sembra che tale struttura sia sorta sopra i resti di un antico accampamento romano e risulta censita nel Catasto di Maria Teresa d'Austria. Di proprietà della famiglia Buzzi, l'attuale struttura presenta una tipologia ad "U", con corte interna, dove dominano alcuni porticati e loggiati che sono a testimonianza del suo specifico legame con le attività agricole. Belli gli affreschi decorativi sulle pareti del porticato inferiore.

La pietra di Viggiù è una fine arenaria (pietra calcarea) di colore grigio paglierino estratta dalle cave della Val Ceresio in provincia di Varese, nei pressi del paese. La pietra è stata indicata in passato con numerose e diverse definizioni dai geologi, ma era comunemente suddivisa dai viggiutesi in pietra piombina, la più resistente e adatta all'edilizia, pietra grigia e rossetta, per ornati, e pietra gentile, per rivestimenti. Questo materiale era preferito dagli scultori perché gelivo, duttile allo scalpello e resistente nel corso degli anni, e ben si prestava a fini esecuzioni decorative.

Le cave della Val Ceresio fornivano ai lapicidi locali molte altre varietà di pietra rustica: a Saltrio ad esempio era reperibile la pietra bianco bigia, per vasche da bagno, esportata in tutta l’Italia settentrionale, la pietra cinerina, per decorazioni, e la pietra nera, per monumenti sepolcrali; ad Arzo il pregiato marmo omonimo, rosso o bel ghiaccio, per la realizzazione di arredi di interno; a Brenno la pietra grigia omonima sfruttata nel corso dell’intero Ottocento per la decorazione di prestigiosi sedi pubbliche private milanesi e piemontesi, “che si presta tanto per gli usi più umili della vita, come per effigiarvi il Garibaldino del Monumento dei Cacciatori delle Alpi, a Varese, ed il cavallo marino di Vincenzo Vela, che si ammira alla Veneria, presso Torino” (Zanzi, 1891).

L'estrazione della pietra rappresenta il primo momento dell'attività dei picasass.
La pietra estratta nel territorio viggiutese è di varie qualità: appartengono al Lias inferiore la Calcarenite Oolitica a grana fine bigia e rosetta e la Calcarenite a grana grossa con l'Arenaria. Le predette si trovano in tutte le cave, mentre, la gentile, Calcarenite finissima e la Piombina, calcare compatto, si trovano solo nelle cave di Piamo.
Il Fior di Sant'Elia, calcare marnoso dalle tonalità molto delicate e di pregio, è simile al Calcare roseo d'Arzo, sulle pendici a Sud-Est del monte stesso.
Sotto il paese, verso Ovest, nelle zone denominate Val di Borgo, Valera, Piamo, Tassera vi è questa imponente massa di arenaria che fornì la ricchezza del borgo, alimentando l'antica industria.
Sono territori di bellezza bizzarra e pittoresca: i viggiutesi vi hanno lasciato in piedi massi, tagliati in forma di gran pilastri quadrati, i quali hanno l'aspetto di un grande porticato. All'interno di tali formazioni, gli scalpellini lavoravano protetti dalle intemperie.

Il Colle di S. Elia è la meta preferita sia dai locali sia dai villeggianti, con l'omonima chiesetta.
Si possono visitare le trincee del massiccio Orsa-Pravello che furono costruite per  esigenze di difesa del territorio nazionale da un possibile attacco tedesco, che avrebbe potuto esser messo in atto attraversando il territorio della Confederazione Elvetica, negli anni del primo conflitto mondiale, venne realizzata una fitta serie di camminamenti, cunicoli e postazioni per batterie di mitragliatrici e cannoni lungo il versante Nord del massiccio Orsa-Pravello.
Oggi queste posizioni di difesa sono utile contributo per il gitante domenicale o l'appassionato camminatore che, seguendone i percorsi, può avere un interessante colpo d'occhio verso la Svizzera ed il lago Ceresio.
Seguendo l'andamento sinuoso del sistema difensivo si può percorrere un tragitto lungo il crinale del massiccio, partendo dalla cima del monte Orsa per arrivare sino alla cima del monte Pravello. A tal scopo, si consiglia di percorrere l'itinerario N.2 della Valceresio.
Dal 2010, il massiccio Orsa-Pravello, per la rilevanza dei giacimenti fossiliferi e paleontologici, fa parte del patrimonio Mondiale dell’UNESCO.
Altre escursioni nel territorio viggiutese sono dirette verso la valle della Bevera, una vera "fetta di mondo perduto", per gli alti valori naturalistici di questo lembo di territorio del Varesotto ancora integro.
Le cave di pietra di Viggiù, attualmente non più attive, presenti un po' ovunque nel cuore delle circostanti colline, sono uno splendido esempio di architettura industriale, per la loro audace composizione a trincea interrata.

Tra le manifestazioni più caratteristiche ritroviamo il Palio dei Rioni che si svolge nel mese di giugno. Il palio vive ormai da diversi decenni e continua ad essere parte integrante della tradizione di Viggiù, Saltrio e Clivio. La celebrazione della Festa patronale di Santo Stefano, con bancarelle nelle vie del centro storico e spettacolo pirotecnico nella cornice della Valceresio generalmente si tiene la seconda domenica del mese di luglio, anche se la cadenza da considerare sarebbe quella del 3 agosto. Il 3 agosto, infatti, è il giorno nel quale si ricorda il ritrovamento delle ossa di Santo Stefano che normalmente viene festeggiato il 26 dicembre. La quarta domenica di settembre si svolge la manifestazione “Pittori e scultori nei cortili” che trasforma i cortili del centro storico in vere e proprie gallerie d’arte all’aperto.
A Baraggia, il 17 gennaio, si svolge la tradizionale Festa patronale di S. Antonio Abate. In tale occasione si allestiscono bancarelle lungo via Indipendenza e vengono sfornati i tradizionali pani benedetti di S. Antonio. Immancabile il tradizionale falò.

Il Palio dei rioni, nato per iniziativa delle associazioni sportive locali e dei fondatori dei vari rioni tra cui ricordiamo il cliviese Dott. Amerigo Monti, comunemente chiamato "Meco", milanese d'origine e cliviese di adozione che svolse la sua attività di medico condotto sino a metà degli anni '70.

Il Dott. Monti, appassionato vernacoliere, alla fine degli anni' 60 fu uno tra i sostenitori dell'idea di creare un torneo di gare che, nel periodo estivo unisse agonisticamente i paesi di Viggiù, Saltrio e Clivio. La manifestazione si svolgeva sotto l'egida e con il patrocinio dell’Azienda Autonoma di Soggiorno di Viggiù Saltrio e Clivio e la collaborazione delle società sportive locali.            

La prima edizione del 1969 vide scendere in campo 8 rioni, che traevano i loro nomi dagli antichi toponimi che caratterizzavano le diverse località e suddividevano i consensi dei tre paesi: Viggiù era suddivisa in 4 rioni: Brusolino (colori sociali verde e nero), Cantonaccio (colori sociali: giallo e blu), Carobi (colori sociali: bianco e rosso) e Corgnana (colori sociali: bianco e azzurro);  a Baraggia c'era il rione San Siro (colori sociali rosso e nero), Saltrio era suddivisa tra il rioni Val da Gromm (colori sociali: nero e bianco) e Valmegia (colori sociali: bianco e nero) mentre Clivio era formata da un solo rione denominato Stalett (colore sociale: giallo).

La competizione estiva generalmente veniva iniziava con una serata d'apertura ricca di eventi che, all’inizio, si svolgeva lungo le vie di Viggiù per concludersi nella vecchia piazza mercato, oggi denominata piazza Artisti Viggiutesi.

Mentre i componenti vestivano e sfilavano con i colori che contraddistinguevano i rioni, un piccolo gruppo vestiva i panni di antiche dame e cavalieri. La sfilata era allietata da rinomati gruppi di animazione tra cui ricordiamo gli sbandieratori astigiani "Gli amìs de la pera", trampolieri di Bergamo, la fanfara dei Bersaglieri in congedo di Varese, le Majorettes di Oleggio e molte altre animazioni d'eccezione.

La kermesse era animata dagli indimenticabili Pierino Fontana, Giacomo Lagravinese e Gottardo Ortelli, Presidente dell'Azienda Autonoma, che a questa manifestazione hanno donato il loro cuore. In alcune occasioni venivano convocate attrazioni d'eccezione: Ettore Andenna, Nanni Svampa, il sassofonista Viggitese Fausto Papetti, Orietta Berti e Little Tony che facevano di questa manifestazione un evento veramente unico.

Le gare si svolgevano nei tre paesi: a Viggiù, nel vecchio campo sportivo di via Turconi, venivano disputate le gare d'atletica che a partire dalla metà degli anni '70 si svolsero nel campo sportivo di Clivio. La corsa ciclistica femminile si dipanava lungo un circuito che abbracciava le strade del centro, animate da un folto pubblico di sfegatati spettatori. Oltre a queste gare si svolgeva anche la tradizionale staffetta di S. Elia che, ancora oggi, rappresenta il cuore della manifestazione.

A Saltrio, si svolgeva l'animato torneo di calcio che tra tifosi sfegatati vedeva contrapporsi le squadre degli otto rioni.

La manifestazione si concludeva la domenica pomeriggio con la tradizionale corsa degli asini che vedeva contrapporsi i vari rioni lungo un percorso che si dipanava tra le vie del cuore di Viggiù; la sera dello stesso giorno aveva luogo anche la sfilata finale con la consegna del palio al rione vincitore.

La manifestazione proseguì ininterrottamente sino al 1981 quando la magia della kermesse, per varie incomprensioni, si interruppe.

A fine degli anni 80 il Palio rinacque con il nome Walzer dei rioni ma vide il numero dei rioni parzialmente ridotto: Viggiù si divideva in due sole parti i Crusitt (colori sociali blu e rosso) e i Madunit (Colori sociali bianco e verde) e traevano i loro nomi dalle due chiese del paese.

Bisogna arrivare all’anno 2000 affinché si ritorni all’originale denominazione  della rassegna: Palio dei Rioni e, in quest’occasione,  anche i rioni di Saltrio, vennero raggruppati per formare il nuovo rione San Giorgio (colori sociali bianco e nero) che trae il suo nome dall'antica chiesa di San Giorgio.

Il palio conserva e ripropone le sue gare tradizionali e arricchisce l'offerta sempre di nuove competizioni tra cui ricordiamo la camminata dei rioni che vede partecipare, ad ogni edizione 2-3000 cittadini che con la loro folta presenza fanno vincere il rione che annovera il più alto numero di partecipanti. Ogni anno il Comitato Palio di Rioni cura la stampa di un libretto, realizzato grazie al contributo degli sponsor locali, che illustra le varie discipline del palio e racconta, attraverso le immagini d’archivio, le storie delle precedenti edizioni.

Tra i personaggi da ricordare: Rosetta del Bosco presidente del rione Carobi che portò per ben due volte alla vittoria dell’ambito gagliardetto, Ughetto Roncoroni instancabile animatore del rione Brusolino e del Viggiù Calcio, Giovanni Sodano, presidente del rione Cantonaccio e Franco Danzi del rione Corganana, nel cui ricordo viene ancora oggi disputata la staffetta di Sant’Elia e tra le atlete, la mitica “Pallino” protagonista di tutte le competizioni ciclistiche femminili e tantissimi altri che hanno reso indimenticabile questa manifestazione.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-prealpi-varesine.html






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mercoledì 10 giugno 2015

I MUSEI DI MANTOVA

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Il Museo Diocesano Francesco Gonzaga nasce in risposta a due esigenze importanti: da un lato come tutela della vasta quantità di oggetti sacri e arredi liturgici confluiti in sacrestie e oratori in seguito a riforme religiose, estinzioni di confraternite, abbandoni di chiese e cappelle, dall'altro come strumento divulgativo al pubblico del patrimonio artistico ecclesiastico inteso come rapporto tra cultura, arte e liturgia.
Raccogliendo in un'unica sede espositiva il patrimonio artistico, culturale e religioso di tutto il territorio della Diocesi mantovana, il Museo assolve da una parte la fondamentale funzione di conservazione e di catalogazione dell'opera d'arte, dall'altra quella non meno importante di esporre l'opera stessa alla fruizione pubblica.
Inserendo le opere d'arte sacra (tele, statue, oreficerie, corali miniati, paramenti,…) in un percorso museale viene conservato il riferimento alla chiesa d'origine e alla memoria della devozione popolare, e si sottolinea la continuità storica della Chiesa sul territorio.
Numerose opere affluite dalle parrocchie della Diocesi, che ne rimangono proprietarie, sono non di rado utilizzate per le liturgie solenni. L'idea di adibire parte del monastero di Sant'Agnese dei Padri Agostiniani a sede espositiva nacque grazie all'interessamento di monsignor Luigi Bosio negli anni Settanta e all'impegno di monsignor Ciro Ferrari nel decennio successivo.
La mostra del 1974 “Tesori d'arte nella città dei Gonzaga” rivelò la straordinaria ricchezza del patrimonio artistico della Diocesi di Mantova, ponendosi come antecedente della formazione del Museo Diocesano di Arte Sacra.

La legge istitutiva del Corpo Nazionale Vigili del Fuoco del 1941 prevedeva la realizzazione di un museo storico. Tuttavia, solo molti anni dopo, il Comando provinciale Vigili del Fuoco di Mantova riusciva a realizzare questo obiettivo, raccogliendo e restaurando mezzi e materiali di varie epoche attraverso acquisizioni nelle caserme dei Vigili del Fuoco di tutta Italia.
Nel 1991, in occasione del 50° anniversario dell'istituzione, veniva inaugurato il primo museo storico italiano dei Vigili del Fuoco. Il museo è stato allestito in alcuni edifici del complesso monumentale del Palazzo Ducale di Mantova, adibiti anticamente in parte a uso militare e scuderie (ex caserma Gonzaga), in parte riconducibili a una struttura teatrale (ex Teatro vecchio).
Il museo si sviluppa su quattro ampie sale collegate tra di loro da grandi aperture ad arco e raccoglie mezzi e testimonianze dal XVIII al XX secolo, consentendo di cogliere la straordinaria evoluzione tecnica dei mezzi del Corpo dei Vigili del Fuoco in questi secoli.
Nella prima sala (ex scuderie) sono esposti i mezzi più antichi, tra cui una pompa a mano del XVIII secolo che veniva azionata dai cittadini riuniti come volontari. Tra le curiosità, una bicicletta dei pompieri dotata di manichetta e varie moto, semplici o con sidecar.
Nella seconda e terza sala sono disposti automezzi storici, anfibi, autopompe anche di grandi dimensioni: particolare interesse destano le scale in acciaio, tra cui una lunga 26 metri ancora in perfette condizioni ideata dal tedesco Conrad Dietrich Magirus. Nella quarta sala si possono ammirare uniformi di varie epoche, i primi estintori a polvere antesignani degli odierni a schiuma, caschi di varie epoche e paesi e, al centro della sala, un elicottero del 1956. Sono inoltre esposti su tutto il percorso museale molteplici documenti, quali fotografie e articoli di giornali.

Il Museo Tazio Nuvolari, affidato dal Comune all’Automobile Club di Mantova, erede testamentario dei trofei e della memoria di Nuvolari, è stata debitamente ristrutturata al fine di adeguare i locali dell’ex Archivio storico a luogo di conservazione e fruizione delle memorie del “Mantovano volante”. I lavori, condotti su progetto dell’architetto Franco Mondadori, sono stati interamente finanziati dall’associazione “Amici del Museo Tazio Nuvolari Onlus” a cui hanno aderito molti privati e aziende mantovane. Il risultato è un dono alla cittadinanza che non solo potrà finalmente rivivere le gesta sportive di uno dei mantovani più illustri, ma anche visitare un edificio storico rinascimentale, fino ad ora inaccessibile al pubblico.

Nel palazzo liberty di via Calvi, progettato dall'architetto mantovano Aldo Andreani nel 1913, sede centrale della Camera di Commercio di Mantova, è stata collocata la significativa collezione d'arte di proprietà camerale. Si tratta di un prestigioso gruppo di dipinti antichi e di una sostanziosa raccolta di quadri e sculture del XX secolo, testimonianza della vita artistica mantovana intesa nella sua linea maggiore.
Le opere d'arte della collezione camerale sono l'autobiografia di una cultura, di un'epoca, di una città, Mantova, che è un esempio particolare della congiunzione tra cultura ed economia. Le opere antiche sono composte dai Ritratti dei Consoli dell'anno 1450 , affreschi attribuibili a Gerolamo di Giovanni da Camerino, che traggono ispirazione diretta dai modelli aulici degli “Uomini illustri”; dalle Cinque figure allegoriche dipinte da Giorgio Anselmi negli anni 1772-1773 per celebrare il governo virtuoso ed illuminato di Maria Teresa d'Austria; dal Cristo morto di Felice Campi del 1794.
La collezione del ‘900 annovera molti dei nomi eccellenti della pittura e della scultura mantovana del secolo. Evidente è la predilezione per il paesaggio ed i soggetti lombardi che attraversa le scuole e tutti gli orientamenti della pittura locale: il novecentesimo anni Venti, il realismo elegiaco, il chiarismo, le nuove tendenze degli anni Sessanta. Infine è presente una cospicua serie di opere di ispirazione astratta. Con l'istituzione del Premio “Camera di Commercio – Francesco Bartoli”, alla memoria del grande studioso e critico d'arte mantovano, l'Ente acquisisce ogni anno, a seguito di una valututazione autorevole ed autonoma di una commissione di esperti, opere nuove che vanno ad arricchire ulteriormente la collezione.

Nel Palazzo Valenti Gonzaga ha sede la Galleria Museo Valenti Gonzaga. I locali sono costituiti da oltre 500 mq; sono strutturati come "open space" e si compongono della "Galleria" d`ingresso, della Camera del "Figliuol Prodigo", della "Cappella", della "Stanza del Trionfo del Tempo sulla Fama" e della "Stanza degli Stemmi".
Tutti gli ambienti sono costellati ed impreziositi da affreschi attribuiti al pittore fiammingo di Anversa Frans Geffels (1625-1694) e da 18 statue, che si ritengono essere opera dello scultore - stuccatore comasco Giovan Battista Barberini (1625-1691).
La facciata del Palazzo è opera dell`architetto Nicolò Sebregondi (1595-1652) (lo stesso autore della Villa Favorita, fatta costruire dal Duca di Mantova Ferdinando Gonzaga (1587-1626), figlio secondogenito di Vincenzo I ed Eleonora de`Medici).
La Galleria Museo Valenti Gonzaga si estende e comprende inoltre, un piccolo giardino pensile ed i quattrocenteschi, ampi locali rustici (ghiacciaia, farineria e refettorio).

Il museo permanente della Gazzetta di Mantova raccoglie la testimonianza dei 350 anni di storia del giornale della città, il quotidiano più antico d'Italia e si trova al primo piano del palazzo di piazza Mozzarelli 7 a Mantova: la linotype, la macchina di costruzione americana usata in tipografia fino al 1981, è stata collocata all'ingresso, un monumento all'editoria moderna, che trasformava gli articoli in righe di piombo.
Del numero più antico della Gazzetta arrivato ai giorni nostri, risalente al 27 novembre 1665, è esposta una copia perfetta, dato che l'originale è conservato presso l'Archivio di Stato di Modena.

Il Museo della Città di Palazzo San Sebastiano ha sede nel cinquecentesco omonimo Palazzo di proprietà comunale. Il museo fu inaugurato il 19 marzo 2005.
Il palazzo fu edificato tra il 1506 e il 1508 per essere la dimora preferita del marchese Francesco II Gonzaga, il quale vi morì nel 1519. Gerolamo Arcari e Bernardino Ghisolfo ne diressero i lavori e incaricati delle decorazioni degli ambienti interni furono pittori come Lorenzo Leonbruno, Matteo e Lorenzo Costa il Vecchio. Nel salone superiore vi erano le nove tele del Mantegna raffiguranti i Trionfi di Cesare, oggi conservate a Hampton Court presso Londra.
Già dopo la morte del committente, pur rimanendo residenza signorile il palazzo non ebbe più il ruolo privilegiato riconosciutogli da Francesco II: gli arredi e i quadri più preziosi vennero trasferiti in altra sede, e la residenza fu data in uso ai rami laterali della famiglia quali i Gonzaga di Novellara, di Gazzuolo e di Castiglione delle Stiviere. In questo palazzo il futuro S. Luigi Gonzaga cedette la primogenitura al fratello Rodolfo. Il palazzo viene dimenticato ritornando d'interesse pubblico a partire dalla metà del Settecento, quando il governo austriaco lo adibì a deposito e a caserma. Tale utilizzo ne accelerò il degrado con la pressoché totale sparizione delle decorazioni murarie. Anche la struttura originaria venne pesantemente manomessa, in particolare quando nel 1883 il Palazzo venne utilizzato come lazzaretto. Altre ristrutturazioni ci furono nel XX secolo, divenendo l'edificio sede di bagni pubblici, di una colonia elioterapica, di scuole, di depositi e di circoli ricreativi.
Il recupero iniziò nel 1999 con l'obiettivo di ripristinare per quanto possibile il progetto originale e recuperare almeno in parte le decorazioni murarie interne ed esterne. Il restauro ha permesso di recuperare preziosi frammenti degli affreschi che decoravano esternamente il Palazzo, seguendo il gusto tipico degli edifici mantovani della seconda metà del quattrocento. I restauri si sono conclusi nel 2003 riproponendo al pubblico la Loggia dei marmi e cicli di affreschi nella Camera del Crogiuolo, nella Camera delle Frecce e nella Camera del Sole.
I terremoti dell'Emilia del 2012 hanno provocato danni ad alcune sale del palazzo gonzaghesco.
Nel Museo della Città sono esposte una parte delle opere appartenenti alle Collezioni Civiche che già nell'Ottocento costituivano il Museo Patrio. Quanto proposto ha l'ambizione di raccontare i momenti più emblematici della storia di Mantova e rappresentarne la sua grande civiltà artistica. Sette sono le sezioni tematiche:
La città e l'acqua - Piano Terra, Loggia dei marmi
Emblematica gentilizia - Piano Terra, Sala del Porcospino e Sala del Crogiolo
La città del Principe - Primo Piano, Sala dei Trionfi
Il culto dell'antico - Primo Piano, Camera de' Brevi
La rinascita dell'antico, Mantova quasi Roma - Primo Piano, Sala delle Frecce
I "Trionfi di Cesare" del Mantegna - Primo Piano, Sala Est
Esempi di pittura a Mantova tra Quattrocento e Cinquecento - Secondo Piano, Galleria Superiore
Il Museo del Risorgimento di Mantova fu inaugurato il 3 marzo del 1903 nel 50º anniversario del martirio di Belfiore. Dopo diverse sedi e vicissitudini, nel 2005 le raccolte del Museo del Risorgimento, privo di sede, sono state formalmente accorpate al nuovo Museo della Città di Palazzo San Sebastiano.

L'Accademia nazionale virgiliana, è stata fondata nel 1768 da Maria Teresa d'Asburgo imperatrice d'Austria, unitamente al figlio, Giuseppe II d'Asburgo, futuro imperatore. veniva decisa la denominazione di Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere. Essa è la più antica e prestigiosa istituzione culturale tuttora esistente in Mantova.
Denominata con decreto datato 4 marzo 1768, "Reale accademia di scienze e belle lettere", l'istituzione era strutturata alla stregua di una scuola universitaria, articolata in differenti discipline e classi, e traeva origine dal secolare filone di sodalizi culturali risalenti alla signoria Gonzaga (come nel caso della Accademia dei Timidi poi detta degli Invaghiti).
Fu durante l'occupazione francese di Mantova, che sotto l'impulso del governatore della città, il generale napoleonico de Miollis, che l'accademia assunse la denominazione di Virgiliana, in onore di Publio Virgilio Marone. Nel 1983 l'Accademia ha assunto altresì la qualifica di Nazionale.
L'Accademia è ospitata nel palazzo di fondazione cinquecentesca, restaurato dall'architetto neoclassico Paolo Pozzo. Al suo interno è possibile ammirare il teatro di Antonio Bibiena, inaugurato nel 1769 e dove Mozart suonò tredicenne il 16 gennaio 1770.
L'Accademia è composta da 90 accademici ordinati in tre classi: lettere e arti, scienze matematiche fisiche e naturali e scienze morali. Ad essi si aggiungono 60 soci corrispondenti, 20 per ciascuna classe.
Oltre alla rassegna annuale "Atti e Memorie", l'Accademia cura la pubblicazione di varie collane, edite dalla casa editrice Leo S. Olschki di Firenze.
Attuale presidente è Piero Gualtierotti succeduto a Giorgio Zamboni.

L'area dove sorge ora il museo archeologico, all'interno del perimetro del Palazzo Ducale di Mantova, dalla metà del ‘500 alla fine del '800 ospitava la sede del teatro di Corte dei Gonzaga . Divenuta di proprietà comunale, vi fu edificato il mercato dei Bozzoli dei bachi da seta, poi destinato al commercio ortofrutticolo ed infine donato dal comune di Mantova al Ministero per i Beni e le Attività Culturali affinché se ne cominciasse la ristrutturazione e la trasformazione in museo archeologico destinato a raccogliere i numerosi reperti provenienti dagli scavi nella provincia di Mantova.
Il progetto del restauro si è posto l'obiettivo di conservare le caratteristiche ambientali e architettoniche di un notevole esempio di architettura paleoindustriale di fine '800, mantenendone l’aspetto esterno originario, la struttura interna del tetto a capriate sorretto da pilastri disposti su due file. L'enorme edificio originario è ora tagliato da tre solai allo scopo di un utilizzo razionale dello spazio interno.
Pur utilizzando solo parzialmente l'edificio restaurato, nel museo è già proposta l'esposizione di collezioni di reperti che spaziano dal neolitico e dall'età del bronzo, all'epoca etrusca, celtica, romana, medievale e rinascimentale, materiali tutti rinvenuti nel territorio mantovano. Dall'11 aprile 2014 sono definitivamente esposti all'interno di una teca in cristallo gli Amanti di Valdaro, due scheletri del neolitico ritrovati presso Valdaro in prossimità di Mantova nel 2007, così denominati perché i due scheletri, un uomo e una donna, furono rinvenuti abbracciati.

Gli Amanti di Valdaro, talvolta chiamati anche amanti di Mantova, sono due scheletri del neolitico ritrovati presso Valdaro in prossimità di Mantova nel 2007. Il nome dato ai resti umani perché i due scheletri, un uomo e una donna, sono stati rinvenuti abbracciati tra loro, anche con gli arti inferiori.
Nel febbraio del 2007 la sovraintendenza ai beni culturali di Mantova comunicava il ritrovamento di una sepoltura neolitica nell'ambito degli scavi su una villa romana in zona Valdaro nel comune di San Giorgio di Mantova. L'eccezionalità del ritrovamento consisteva nel fatto che i due scheletri rinvenuti erano stati sepolti di fianco, faccia a faccia, incrociandoli in un abbraccio che coinvolgeva anche gli arti inferiori. Si tratta dell'unico esempio di sepoltura doppia (bisoma) in Italia Settentrionale. Le foto dei due scheletri provocarono grande emozione popolare e diedero grande celebrità al ritrovamento. A ciò contribuì anche l'approssimarsi della festa di San Valentino durante la quale su molti media, ovunque nel mondo, furono pubblicate come simbolo d'amore eterno le foto dei due amanti.
Gli amanti di Valdaro hanno avuto un forte impatto sulla cultura popolare anche fuori dall'Italia, addirittura la band anarco-metal Quitting Heaven nel 2009 ha espressamente dedicato loro una canzone dal titolo Skeleton Kiss (il bacio dello scheletro).
Fin dall'inizio si pose con insistenza il problema di dare una collocazione espositiva ai due scheletri anche per incentivare il turismo museale a Mantova sulla scia di quanto avvenne a Bolzano per Ötzi la mummia di Similaun. A varie riprese sono stati esposti eccezionalmente durante eventi celebrativi a Mantova, come ad esempio durante il Festivaletteratura nel 2011. Infine, a sette anni dal ritrovamento, l'11 aprile 2014 sono stati definitivamente esposti all'interno di una teca in cristallo al Museo archeologico nazionale di Mantova.

L'Apollo di Mantova, con le sue varianti, è tra le prime forme di statuaria del tipo Apollo citaredo, in cui il dio solare raffigurato in piedi tiene la cetra nel suo braccio sinistro. Il primo esempio di questa tipologia di scultura greca è stato rinvenuto a Mantova e della città ha pertanto assunto anche il nome.
Questo Apollo è una copia imperiale romana datato tra la fine del I secolo e l'inizio del II, modello esemplare di Neoatticismo ispirato da un presunto originale in bronzo realizzato all'incirca verso la metà del V secolo a.C.; ha uno stile del tutto simile alle pere derivanti dalla scuola di Policleto, ma leggermente più arcaico. La cetra se ne stava appoggiata al braccio sinistro esteso in avanti.
Nell'esemplare conservato al museo del Louvre ed alto 1,13 m. rimane un frammento indicante la torsione fatta assumere dallo strumento musicale contro il muscolo bicipite brachiale del dio in posizione tesa.
In seguito sono state trovate più di una dozzina di repliche dello stesso tipo e fattura, tra cui quelle principali sono conservate al museo archeologico nazionale di Napoli (un bronzo trovato a Pompei antica) e al museo archeologico nazionale di Mantova. L'originale andato perduto sarebbe stato, come detto, prodotto in bronzo; a volte è stato indicato in qualità di possibile autore il maestro di Fidia, Egia o Egesia, ma non esistono esempi superstiti del suo lavoro a poter fare da modello comparativo.
Un'altra copia in ottone di epoca romana si trova al Fogg Art Museum, la più antica struttura museale d'arte dell'università di Harvard.

La collezione della Banca Agricola Mantovana costituisce, unitamente a quella formata dal Re d'Italia Vittorio Emanuele III ed esposta a Palazzo Massimo in Roma, la più completa raccolta di antiche monete e medaglie di Mantova e dei Gonzaga.
La collezione iniziò a formarsi nel 1986 con l'acquisizione della raccolta del notaio Casero di Milano, nella quale confluirono molti esemplari di proprietà di Giulio Superti Furga di Canneto S/Oglio (Mantova), rinomato studioso di numismatica.
Seguì nel 1993, l'acquisizione della prestigiosa collezione del Conte Alessandro Magnaguti (1887-1966), un erudito e facoltoso nobile mantovano che in quasi mezzo secolo costituì una importante raccolta di monete e medaglie dei Gonzaga, vincolata dal Ministero dei Beni Culturali perchè giudicata "di eccezionale interesse artistico e storico", e rappresentata nei volumi VII, VIII e IX di Ex Nummis Historia.
Altri esemplari acquisiti sul mercato antiquariale completano quella che è considerata oggi, con i suoi 2160 pezzi esposti, il più vasto museo visibile al mondo di monete e medaglie di Mantova e dei Gonzaga. Lo splendido stato di conservazione e la straordinaria rarità di molti esemplari, spesso unici ed inediti, costituiscono un patrimonio inestimabile.
Tra i vari artisti che hanno realizzato le monete e medaglie per la famiglia Gonzaga si ricordano Pisanello, Bartolo Talpa, Leone Leoni, Gaspare Molo e Gian Cristoforo Romano.
Alcune postazioni multimediali consentono al visitatore di comprendere al meglio il percorso espositivo, che illustra gli otto secoli di testimonianza storica ponendo in risalto gli esemplari di particolare qualità artistica.
La Biblioteca numismatica, costituita dalle principali opere di riferimento delle varie epoche storiche, è a disposizione, per la consultazione, nella Biblioteca della Fondazione Banca Agricola Mantovana situata nello stesso palazzo.
Nella Biblioteca sono disponibili gli otto volumi, pubblicati dalla Banca Agricola Mantovana con l'Electa di Milano, nei quali viene descritta e illustrata l'intera collezione, oltre agli esemplari mancanti.
I libri sono disponibili per la consultazione presso la Biblioteca numismatica della Fondazione Banca Agricola Mantovana.
La Galleria è stata realizzata nella sede della Fondazione Banca Agricola Mantovana, in un ambiente unico a pianta rettangolare allungata, di quattro metri di larghezza e ventiquattro di lunghezza, uno spazio ben dimensionato per la nuova funzione espositiva.
La Galleria ospita circa settanta quadri del '900 mantovano, una selezione di opere tratte dalla quadreria di proprietà della Fondazione Banca Agricola Mantovana.
Il progetto (a cura di "Studio Ambiente" dell'arch. Eristeo Banali) muove dalla necessità d'aumentare le superfici (pareti) per l'esposizione delle opere, intervenendo senza coinvolgere le strutture e la funzionalità dell'ambiente.



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