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giovedì 20 agosto 2015

VISITANDO ROVATO

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Il Castello di Rovato per oltre mezzo millennio di movimentate vicende storiche ebbe un ruolo cruciale di piazzaforte e godette la rarissima fortuna di serbare così a lungo quasi intatta la sua genuina struttura.
Costruito non su una collina, ma su un rialzo del terreno, dovuto alla terra riportata e alle macerie delle primitive costruzioni, era intersecato da sotterranei e difeso da una grande fossa – ancora oggi visibile – dell’ampiezza di una decina di metri che attingeva l’acqua dal cosiddetto “Pozzo lungo” situato nelle vicinanze.
Proprio alla fine del trecento il Castello Medievale fu ulteriormente munito di difese con tre giri concentrici di mura fortificate.
Nel 1470 Venezia, interessata ad aumentare la resistenza e la potenza del Castello, dispose l’innalzamento di cinque torrioni, con l’aggiunta di casematte e rivellini. Le torri come le mura erano realizzate in corsi ordinati di blocchi squadrati di ceppo del Monte Orfano. Oggi ne rimangono solo tre: quello a nord fu distrutto nel 1796 e quello a sud intorno al 1840, per far posto ai portici del Vantini.
Il Castello di Rovato con le sue mura venete è da collocare tra i più illustri esempi d’architettura castrense italiana, inoltre, in corrispondenza della porta meridionale e di quella settentrionale (demolite nell’Ottocento e in parte conservate nel sottosuolo della Piazza del Mercato ) conserva due bastioni che sono da annoverare tra i primissimi dell’architettura militare italiana.

Il convento dell’Annunciata sorge nel 1449 dalla richiesta di due frati di Brescia, Giuseppe Barisello e Giacomo Inverardi, che ottennero dal comune di Rovato e dal vescovo Pietro Monte, il permesso di poter costruire un convento sul monte Orfano, nel luogo dove anticamente sorgeva una cappella dedicata a S.Maria Annunciata.

Dal 1452 si costituì la prima comunità, composta da undici frati, e nel giro di alcuni decenni il convento crebbe in dimensioni e importanza: nel 1464 terminarono i lavori del chiostro e continuarono le celebrazioni delle principali feste dedicate alla Madonna, che fecero del convento un vero e proprio santuario mariano. Nel 1503 terminarono i lavori della chiesa e nel 1507, data della consacrazione, furono completati tutti gli altri locali.

Negli anni della costruzione e in quelli successivi non mancò mai l’appoggio della comunità civile, testimoniato dalla documentazione di numerosi lasciti di terre o denaro a beneficio del convento.  Intorno al 1540 fu commissionato ad un grande artista bresciano, Girolamo Romanino, il grande affresco dell’ Annunciazione per il catino dell’abside.

Con la soppressione della congregazione dell’Osservanza nel 1570, il convento passò sotto la giurisdizione delle Provincia Veneta e vi rimase fino al 1772, anno della soppressione da parte della repubblica di Venezia.

Fino a tale data il convento assunse il ruolo fondamentale di centro formativo, per la cultura, la religione e il lavoro agricolo, ospitando, oltre alla comunità di circa quindici frati, importanti scrittori, matematici e ricercatori bresciani.

Dopo la soppressione, per circa tre secoli il convento non ospitò più alcuna comunità, fino all’opera tenace di mons. Zenucchini che nel 1960 consentì ai servi di Maria di riscattare il convento.

La struttura del convento è ancora quella originaria del 1449: vi si accede attraverso un loggetta in stile quattrocentesco, e si articola su due piani attorno a un chiostro di forma rettangolare. Le celle dei frati sono collegate al loggiato tramite delle porte posizionate sulla parete esterna dell’edificio.

La chiesa, che si trova sul lato settentrionale dell’intero complesso, ha l’accesso principale da un porticato quattrocentesco, che fu modificato nel Seicento.

All’interno presenta diversi affreschi raffiguranti l’Annunciazione e scene della storia dell’Ordine dei Servi di Maria. Nell’area compresa tra il presbiterio e l’abside si alternano opere artistiche di particolare rilevanza: l’ Annunciazione  dipinta dal Romanino; un Crocefisso ligneo del XV secolo realizzato da un artista dalla scuola di Donatello e un San Sebastiano da alcuni attribuito al Mantegna. Nel sottarco della prima cappella, residuo gotico quattrocentesco, vi è poi la serie dei  Cinque profeti minori attribuiti a Liberale da Verona.

Le origini della chiesa di S.Michele sono molto antiche: gli indizi derivanti dagli affreschi interni della fine del XIV secolo fanno riferimento ai Santi Filastro e Gaudenzio, attivi nel IV secolo e destinatari probabilmente della prima dedicazione della chiesetta.

Testimonianze più sicure provengono dal VI secolo, periodo in cui i Longobardi, arrivati in Franciacorta, si installano sulla cima del monte e dedicano la chiesa, situata sopra una sorgente, al loro patrono S.Michele.

Nel VII secolo la riorganizzazione del territorio spinge a costruire luoghi di culto più accessibili ai fedeli, ma ciò non toglie importanza alla chiesa di S.Michele che continua ad essere un punto di riferimento per i pastori che portano le pecore sul monte Orfano nel periodo della tosatura e della vendita della lana (dettaglio che fa presumere l’esistenza del mercato di Rovato già in quel periodo).

La struttura della chiesa viene leggermente modificata nel IX-X secolo, e acquista l’aspetto attuale: una chiesa di piccole dimensioni, ad una navata rettangolare coperta da capriate a vista e da un abside semicircolare, costruita in muratura di conci irregolari di conglomerato del monte Orfano.

All’interno lo spazio curvo del catino dell’abside presenta degli affreschi del XV secolo che si sono conservati fino ad ora grazie ad una copertura di calce viva risalente al 1500-1600, periodo in cui la chiesa divenne lazzaretto per gli appestati. Gli affreschi riproducono la Natività al centro, due figure dell’arcangelo Michele ai lati e un Cristo pantocratore verso l’alto.

Nel 1927 viene notificato al comune di Rovato che la chiesa di S.Michele è stata dichiarata monumento nazionale. Sottratta ad un lungo periodo di abbandono, la chiesa viene restaurata nel 1981 dall’associazione AVIS di Rovato.

L’attuale chiesa di S. Rocco era da tempi immemorabili dedicata a S. Martino, il vescovo di Tours padre del monachesimo prebenedettino. Questo culto si diffuse probabilmente nel periodo longobardo e resistette fino al XV secolo quando venne sostituito da quello attuale. Le motivazioni di questo cambiamento si trovano da un lato nell’affievolirsi degli influssi monastici e quindi di culti e devozioni proprie, e dall’altro dal continuo ripetersi di epidemie e calamità, in particolare la peste, rispetto alla quale S. Rocco era riconosciuto come protettore e liberatore. Nel 1477 , dieci anni dopo la devastante epidemia di peste del 1467-1468, un’invasione di locuste portò un’altra epidemia per cui, a imitazione della scelta di Brescia di votarsi a S. Rocco, anche Rovato dedicò la sua chiesa al santo.

L’attuale edificio corrisponde all’incirca a quello del XV secolo, periodo in cui iniziano le opere di rifacimento, che proseguono per diversi decenni. Dalla struttura medievale restano invariati alcuni elementi come l’orientamento e l’abside semicircolare suddiviso da lesene e pilastri, mentre viene modificata nel la navata centrale, cui vengono aggiunte quattro arcate, e le pareti in cui furono aperte quattro finestre. All’interno vengono fatti dipingere degli affreschi in stile cinquecentesco, che si sono frammentati nel corso del tempo per via di mutilazioni e cadute.

Nel XVIII secolo si procedette con un ulteriore rifacimento interno per adattare l’edificio al gusto corrente: alla navata centrale fu aggiunta una volta a botte e il presbiterio fu riorganizzato; si modificò la facciata in stile settecentesco e si aggiunsero due altari laterali, il campanile, la sagrestia e , a fine secolo, una cantoria con organo.

Un secolo dopo venne modificata anche la soffittatura, abbassandola e decorandola con stucchi.

In periodo di guerra la chiesa fu utilizzata per farne un accantonamento di soldati e, a fine guerra, venne restaurata.

Al 1975, infine, risale la scoperta di alcuni affreschi rimasti nascosti per secoli.

L’originaria chiesa di S. Stefano, alle pendici del monte Orfano, si presume sia stata costruita dai Longobardi nel 700 d.C. con la funzione di diaconia lungo un’antica via romana che univa Brescia a Milano. Di questa antica origine la chiesa ha mantenuto soltanto l’orientamento lungo l’asse est-ovest, utile alla guardia della strada che conduceva alla chiesa di S.Michele e al soccorso dei viandanti che transitavano sulle vie per Milano e per la Franciacorta. Delle strutture murarie di quel periodo non è rimasto alcun elemento.

Dei secoli successivi sono rimaste invece moltissime tracce visibili: l’abside semicircolare costruita con ciottoli, conci, mattoni e malta è la parte più antica della chiesa e risale almeno all’ XI secolo; il presbiterio al suo interno presenta invece affreschi databili al XIV secolo. La differenza di fattura fra le pareti divisorie interne alla chiesa porta anche a ipotizzare che in origine avesse un’unica navata centrale cui successivamente furono aggiunte due navate laterali, probabilmente per far fronte al progressivo aumento dei fedeli. Nel XIV secolo, sebbene non si potesse parlare di vera e propria “parrocchia”, S.Stefano era certamente la prima sede giuridica della cura delle anime.

Per  circa quattro secoli la chiesa non subì ulteriori modifiche. Solo dal 1886 si decise per una serie di restauri che riportarono alla luce la bellezza degli affreschi del XIV e XV secolo e che diedero forma alla chiesa che oggi possiamo ammirare.

All’interno, sull’altare, in un trono marmoreo di stile neogotico, è dipinta secondo i canoni giotteschi la Madonna con il Bambino Gesù, simbolo della devozione mariana della chiesa di S.Stefano.

Sul catino della cappella principale è invece raffigurato il Cristo Pantocratore, seduto su un arcobaleno tra i simboli dei quattro evangelisti. Alla destra del catino vi è raffigurato un paesaggio montuoso che ritrae proprio il monte Orfano , con il Convento dell’Annunciata a mezza costa e la chiesetta di S.Michele in alto.

Il palazzo comunale di Rovato ha origini remote che sembrano precedere quelle del Castello tardo quattrocentesco. Quest’ultimo infatti venne costruito durante il dominio veneto sulla base del castrum romano,  in modo da inglobare nelle sue mura una porzione urbana. Attualmente il Palazzo Comunale ha sede in un complesso architettonico articolato in tre blocchi principali, aventi differenti caratteristiche e datazioni: un blocco sito in via Lamarmora presumibilmente tardo-quattrocentesco, un altro sempre in via Lamarmora che risale al quattrocento e l’ultima porzione posta tra vicolo delle Rose e vicolo delle Cantine, costruito tra il duecento e il trecento. La tradizione vuole che in una porzione del Palazzo Comunale, si trovasse anche l’abitazione del celebre artista Alessandro Bonvicino detto il Moretto. Il Palazzo Comunale ha subito una ristrutturazione nel 2003; oltre agli interventi prettamente struttuali, sono stati restaurati anche gli elementi lapidei della facciata, i soffitti decorati a cassettoni e i numerosi affreschi presenti all’interno. Da segnalare l’abbondante utilizzo della pietra di Sarnico, il caratteristico porticato di tre fornici e la luminosa loggia di tre luci architravate, oggi chiuse da vetrate formate da colonne ioniche accoppiate. Le decorazioni dei soffitti lignei appaiono per lo più realizzati a secco con colori a tempera.

I Porcellaga erano una famiglia originaria di Iseo, che si era arricchita attraverso il commercio di bestiame e aveva potuto acquistare delle proprietà a Rovato e a Roncadelle, assieme al titolo nobiliare di conti.

L’idea che guidò la costruzione del palazzo era quella di una cinquecentesca villa di campagna diversa dal solito. Il progetto originario infatti prevedeva un solo piano a terra, con soffitti altissimi, e una specie di ammezzato alto, entrambi protetti da un porticato alto quanto il tetto. I locali che solitamente venivano posizionati al primo piano vennero allocati nella torre che si innalza accanto al palazzo .

All’esterno si presentano una cinta fortificata con delle basse torrette rotonde agli angoli, e una facciata che si innalza verso monte sopra un sperone in muratura che va scemando in altezza. Sulla facciata ci sono sette finestre con inferriate inginocchiate in ferro quadro, interrotte da una porta con cornice in pietra di Sarnico che si apre sopra ad un piccolo cavalcavia conducente al broletto superiore.

All’estremità della facciata si staglia un portale in pietra di Sarnico che costituisce la porta di ingresso all’interno del palazzo. L’entrata veramente imponente si apre sotto all’elevatissimo porticato, sul quale si affacciano finestre e portalini, tutti con cornice di pietra, e sui cui muri si intravedono i resti di affreschi del tempo.

All’interno un salone principale con un grande camino immette nelle altre sale, tutte a volta, attraverso delle porte con stipiti in pietra di Sarnico. In una sola sala si possono ammirare degli affreschi, di periodo settecentesco.

La torre rettangolare presenta all’esterno tre tipi di aperture diverse per tre diversi lati della torre. All’interno vi è una rampa di scala che assieme a un ripostiglio occupa la parte rivolta a sera, mentre tre stanze, una sopra l’altra occupano  la parte principale della torre.

Nel XVII secolo il palazzo venne acquistato dalla famiglia Roncalli che vi abitò fino all’arrivo della famiglia Quistini nei primi del Settecento e che abitò il palazzo per i successivi due secoli.

Attualmente la proprietà è divisa fra due famiglie.

L’attuale chiesa di S.Maria assunta è una ricostruzione di fine Cinquecento di una chiesa già esistente almeno dal 1395, data di una pergamena in cui compare il nome del castello di Rovato e della chiesa di S.Maria.

Nel 1585 iniziarono i lavori di ricostruzione della chiesa per opera dell’architetto Giulio Todeschini e si conclusero intorno al 1592. La chiesa fu poi consacrata nel 1625. La ricostruzione fu possibile grazie all’opera di rinnovamento intrapresa da S.Carlo Borromeo che sostò a lungo a Rovato durante il periodo delle visite alle parrocchie della Franciacorta.

Nel secolo successivo la chiesa subì degli altri restauri  per essere adattata ai gusti del tempo: nella metà del XIX secolo il prevosto don carlo Angelini convocò l’illustre Rodolfo Vantini, che già aveva progettato la piazza del mercato di Rovato, per intraprendere una massiccia opera di restauro.

Attualmente all’esterno la chiesa presenta ancora gli antichi volumi massicci della prima ricostruzione tardo rinascimentale: la facciata mostra un massiccio portale in legno, inserito in uno stipite in pietra di Sarnico arricchito da un protiro ispirato allo stile del Bramante. I fianchi della chiesa sono intervallati dai volumi sporgenti delle cappelle e mostrano ancora gli intonaci originali a calce che recano tracce di un antico decoro ad affresco che ricopriva l’intera superficie.

L’interno della parrocchia ha conservato gli elementi planimetrici ed estetici antichi, pur lasciando spazio ai restauri ottocenteschi che hanno arricchito notevolmente le decorazioni.

Un elemento caratteristico è il campanile, ricavato da una vicina torre del XVI secolo.

Piazza Cavour altrimenti detta piazza Vantini, dal nome del celebre architetto Rodolfo Vantini che la progettò su richiesta del prevosto Angelini nell’Ottocento, è ora il cuore di Rovato e la seconda piazza semicircolare in pendenza più grande d’Italia.

Fu ideata come piazza destinata alle attività commerciali, vocazione testimoniata dal maestoso portico che in origine ospitava una serie di negozi delimitati dalle arcate che lo compongono; al piano superiore di ogni negozio era annesso un appartamento con una soffitta per la stiva delle merci. Ancora oggi il porticato ospita diverse attività commerciali al piano terra e appartamenti ai piani superiori.

Al centro del porticato, all’imbocco di via Castello, si erge un grande arco che sotto i suoi piedi nasconde i resti dell’antico rivellino (la fortificazione difensiva aggiunta alle mure venete) demolito proprio per consentire la costruzione della nuova piazza del mercato.

Fino a circa un decennio fa piazza Cavour, assieme alle vicine piazza Palestro e piazza Montebello, è stata infatti il luogo di svolgimento dello storico mercato merceologico del Lunedì, secondo la volontà del prevosto Angelini che ai tempi decise di individuare un luogo per lo svolgimento del mercato che fosse allo stesso tempo dignitoso e decoroso.


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sabato 27 giugno 2015

MARZIO



Marzio è un comune della provincia di Varese situato fra la Valganna e la Valceresio, era attraversato dalla Frontiera Nord, il sistema difensivo italiano verso la Svizzera, impropriamente noto come Linea Cadorna, di cui ancora oggi si possono visitare diversi manufatti.

Tranquilla e soleggiata località montana, Marzio è situata lungo uno stretto terrazzo morenico sul pendio del monte omonimo (878 mt.), dal quale si gode una stupenda vista sulla Svizzera e sul sottostante Lago Ceresio.
Marzio, che deve la sua fama di frequentato soggiorno turistico di villeggiatura, alla mitezza del suo clima nel periodo estivo, è sfiorato dal torrente Trallo, che sorge dai Monti Piambello (1129 mt.) e da un suo affluente, il quale scende poi in Valganasca per gettarsi infine nel lago.
Immerso nel verde di boschi prealpini e prati, questo attrezzato centro climatico a 728 mt. di altezza conta circa 300 abitanti e si estende su una superficie di 1,98 kmq., compresa anche la frazione di Roncate sulla strada provinciale per Ardena - Brusimpiano.

Il clima favorevole, asciutto d'inverno e particolarmente dolce d'estate, grazie a una costante ventilazione da nord e all'abbondante vegetazione in cui è immerso il paese, attira numerosi turisti soprattutto nel periodo estivo, quando le diverse associazioni presenti sul territorio organizzano spettacoli di intrattenimento.
Per gli amanti del trekking, o solo per chi vuole fare una passeggiata immerso nel verde dei boschi e godere di alcuni "punti panoramici",   è possibile seguire diversi, facili sentieri che partono tutti dal paese.

Incerta è l'origine del nome del paese. Secondo alcune fonti deriverebbe da toponimo gallico "mac", tenacemente conservato nel dialetto locale, che significa "piccolo villaggio" composto da povere capanne fatte di pali intrecciati, con pareti ad impasto di terra e di copertura di strame.
La presenza gallica è anche documentata nel vicino paese di Ardena, dove sono state rinvenute tombe e altri reperti tra cui un vaso a trottola dalle fattezze etrusche con l'iscrizione "kusikoi" in caratteri nord-Etruschi.
In documenti delle Pievi di Varese e della Valcuvia, risalenti al periodo fra il XII e il XVI secolo, compare alcune volte la località di Maggio, altra probabile trascrizione latina del toponimo riferibile a questo, paese a partire dal XVII secolo. Nei registri parrocchiali di Lavena nella parrocchia del paese (1647), risulta scritto come "Marcio" e poi Marzio.
Il più antico insediamento umano in questo centro, localizzato in particolare nella frazione di Roncate, risalirebbe all'Alto Medioevo, quando Marzio segue le sorti dei Contado dei Seprio.
Nel XII secolo fa parte della Valtravaglia e quindi appartiene ai Rusca, per essere poi inglobato nel Feudo della Quattro Valli, passando infine sotto il dominio dei Marliani e dei Crivelli prima della soppressione dei feudi nel 1796.

Il poeta dialettale varesotto Speri Della Chiesa Iemoli lo chiamò conca de smerald e lo dipinse con queste parole:«Qui too bosch rigoglios e pien d'ombria con qui maggion de vera tant gradua quel frecas che fa l’acqua, in armonia al ziffolá del merlo, lì sul praa. L’è un insema de roba insci fataa insci bei insci pien de poesia che a no commouves ghe veo ves malaa d’ipocondria».
Si può godere dell’intatto contesto naturale di Marzio grazie agli svariati itinerari montani, intrapresi con grande soddisfazione dai turisti che, soprattutto d’estate, raggiungono mete quali la Capanna di San Giovanni, la Madonna degli Alpini, le Rocce Rosse, il Sasso Paradiso, il Sasso Bolle (a 997 metri di altitudine) o la suggestiva frazione abbandonata di Roncate, a cui si aggiungono i numerosi e puri torrenti le cui acque sono densamente abitate dalle trote.

Le vie d’accesso a Marzio sono solo due, una sita a nord-est, che collega il paese con Brusimpiano, l’altra a sud-ovest che porta alla Valganna.Eppure l’afflusso turistico al borgo, sin dall’inizio del secolo scorso, è stato cospicuo e i visitatori vi hanno costruito signorili ville, impreziosite da giardini e parchi. Sono poi sorti gli alberghi e le annesse strutture comunali atte a facilitare il flusso di turisti, il tutto a testimonianza di quanto il paese sia in grado di attrarre visitatori, grazie alle sue qualità naturali. Ma neanche quelle artistiche sono da sottovalutare, in special modo quelle religiose.

La chiesa parrocchiale in stile Barocco, sorta tra il 1736 e il 1739 è dedicata a San Sebastiano. La costruzione è sorta sul luogo di un precedente tempietto risalente con ogni probabilità al 1500.
La parrocchiale, inaugurata nel 1739, come ricorda una lapide all'interno, fu consacrata successivamente, il 9 giungo 1779, dal Vescovo di Como. L'altare in marmi pregiati è attribuito alla scuola viggiunese e reca lo stemma dei Menefoglio. Nell'interno della chiesa vi sono interessanti dipinti settecenteschi di scuola lombarda. Di maggior pregio la tavola lignea con San Sebastiano e le tele raffiguranti la Comunione dei Santi, Sant'Antonio Abate e da Padova con le Sante Apollonia, Agata e Lucia. 
Apprezzabili anche, ai fianchi dell'altare, due affreschi del pittore contemporaneo Francesco Tomea, in cui sono rappresentate la Resurrezione di Lazzaro e San Pietro tra i poveri, eseguiti nel 1945. Degne di nota anche le vetrate del pittore milanese Lavagnini, messe in opera tra il 1945 e il 1960, con l'immacolata, San Giulio D'Orta, San Francesco d'Assisi e San Carlo Borromeo.
Inoltre, sulla facciata della canonica, il pittore Renato Reggiori di Varese ha dipinto una mappa dei sentieri di Marzio.

Il centro del paese, tra viuzze e scalinate, è caratterizzato da antiche dimore patrizie di notevole interesse architettonico. Queste dimore, appartenute a famiglie tradizionali locali come i Menefoglio, i Righini, i Maffei, risalgono in genere tra il 1600 e il 1700.
Fuori dal nucleo è presente una zona residenziale, composta per lo più di ville dotate di ampi giardini e parchi, risalenti agli anni compresi tra fine 800 e inizio 900.
In questi parchi e giardini sono presenti essenze botaniche esotiche che hanno raggiunto particolare bellezza; vi troviamo cedri atlantici e himalaiani, thuje, sequoie dell'America del Nord e araucarie sudamericane.

Di fronte al paese si nota subito l'imponenza del Monte Generoso attorniato a destra dal Monte San Giorgio e a sinistra dal Monte Sighignola.
A sud si domina l'intera conca della valle e ad ovest il Monte Piambello (1100 metri), un cono vulcanico in roccia di porfido, attivo fino a 250 milioni di anni fa e la cui colata lavica, ora ricoperta di boschi cedui, scende verso il centro della valle in direzione di Brusimpiano sulla sponda dei lago di Lugano.
C'è da osservare che l'intera valle è percorsa da una frattura geologica, che segue la direzione est-ovest, chiamata "faglia di Marzio" e che segna la demarcazione tra il Monte Marzio, composto da roccia calcarea di origine sedimentaria, il Monte Piambello e il Monte Derta, entrambi di rocce rosse di porfido di origine vulcanica (lave acide effusive ricche di quarzo).
Nei suoi dintorni Marzio offre pittoreschi punti panoramici raggiungibili attraverso piacevoli percorsi praticabili in ogni stagione.
Osservatori interessanti sono i belvedere sul Monte Marzio da cui si domina parte del Lago di Lugano e i monti ticinesi, dal Lema, ai Denti della Vecchia, al San Salvatore.

Si può inoltre ammirare lo stretto di Lavena e il bacino davanti a Ponte Tresa, da cui esce il fiume che fa da confine tra Italia e Svizzera, e il panorama spazia sulla pianura di Agno fino al Monte Ceneri.

Dal Monte Deserta è possibile abbracciare con l'occhio il Lago di Lugano da Morcote a Brusimpiano fino al golfo di Agno.

A sud ovest lo sguardo spazia verso la Valcuvia e sullo sfondo si staglia maestoso il Monte Rosa.

La tradizione del Canto del Maggio, di chiare origini pagane, si svolge il primo maggio per festeggiare l'arrivo della bella stagione.
A Marzio le prime notizie di questa tradizione risalgono a due secoli fa. Inizialmente partecipavano al canto solo le ragazze, più tardi si sono aggiunti anche i ragazzi.
Ancora oggi il giorno precedente alla festa viene prelevato un ramo di ciliegio selvatico in fiore che successivamente viene addobbato con i nastri e i fiocchi che una volta servivano alle ragazze per abbigliarsi. Il primo maggio il ramo fiorito viene portato di casa in casa dai ragazzi che intonano il Canto del Maggio.
Un tempo si cantavano frasi augurali differenziate per ogni singola famiglia, con strofe appositamente pensate per il sacerdote, il sindaco, la maestra, ecc. Gli abitanti del paese per ringraziare i ragazzi offrivano uova e salumi.
In passato era molto importante l'aspetto gastronomico di questa tradizione poiché, al termine dell'inverno, nelle famiglie più povere le ristrettezze alimentari si facevano sentire e la possibilità di una cena più ricca del solito era cosa molto gradita soprattutto ai ragazzi. Ogni anno a turno una mamma si prestava per organizzare la cena che si trasformava in una grande festa.
Con quanto ricevuto venivano preparate grandi frittate che erano poi consumate dai partecipanti in un'abitazione privata, poiché allora i ragazzi non erano soliti frequentare luoghi pubblici.
In seguito, poiché la maggior parte degli abitanti non lavorava più la terra e non allevava più animali, alle uova fu sostituito il denaro. Con il denaro raccolto era organizzato un pellegrinaggio la cui meta è stata per molti anni la Madonna di Caravaggio. Ancora oggi numerosi marziesi ricordano che da bambini non si allontanavano quasi mai dal paese e il pellegrinaggio era la sola possibilità di fare una piacevole gita alla scoperta del mondo.

La Vigilia di Natale, prima della messa di mezzanotte nello spazio sottostante la piazza, gli Alpini bruciano un imponente falò.
La tradizione, della cui origine si è persa traccia, vuole che serva per riscaldare la venuta di Gesù Bambino nella notte di Natale.
In origine il falò si svolgeva proprio a fianco della Chiesa, ma dopo l'asfaltatura della piazza fu spostato nella sua posizione attuale.
Un tempo il falò veniva preparato dai ragazzi che, già da San Martino, cominciavano raccogliere le fascine fatte con le stoppie del granoturco.

San Sebastiano, a cui è intitolata la chiesa parrocchiale, è il patrono del paese di Marzio.
Questa festa è legata alle origini del paese: non appena costituita la prima comunità ci si è proccupò subito di nominare come patrono San Sebastiano.
Nei tempi passati la festa si celebrava il 20 gennaio, anche se cadeva in giorno feriale. Attualmente invece è stata trasferita alla domenica più vicina a questa data.
Oltre alla Messa solenne del mattino, nel pomeriggio ha luogo la processione eucaristica per le vie del paese.
Caratteristica della festa è il tradizionale incanto delle offerte a beneficio della chiesa di Marzio in cui sono messi all'asta i prodotti offerti dalla popolazione.


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CUASSO AL MONTE

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Cuasso al Monte è un comune della provincia di Varese posto ai piedi del Monte Piambello, quasi dirimpettaio a Besano, si estende su una superficie di circa 16,43 km² (è tra i comuni più estesi della provincia di Varese, con altitudini ricomprese fra 274 e i 1129 metri s.l.m., ossia con un'escursione altimetrica complessiva di 855 metri). Il territorio comunale è separato da una sottile striscia di terra dal Lago di Lugano. Il territorio è costituito dalle frazioni di Cuasso al Lago, Cuasso al Piano (diviso in Cuasso al Piano di Sopra e Cuasso al Piano di Sotto), Borgnana, Cavagnano, su un altopiano che domina la Val Cavallizza, a sud-ovest di Cuasso al Monte. Tutti i centri sono caratterizzati dalla presenza di edifici costruiti con la pietra locale dal caratteristico colore rosato.

Da un punto di vista idrico, il territorio comunale è parte del bacino idrografico principale del Lago Maggiore e del bacino secondario del Lago di Lugano. I corsi d'acqua di Cuasso al Monte sono:

il torrente Valle Cavallizza, che scende dal versante orientale del monte Piambello e del Poncione di Ganna, defluendo poi verso est e confluendo nel torrente Valle Brivio. Dopo la confluenza, il nome cambia in torrente Bolletta o San Pietro. Si getta poi nel Lago di Lugano. Ha i seguenti affluenti: Cavallizza, valle della Marenna, Valle Cantivada, Valle Fanchetto, Valletta del Fo, Vallaccio del Fo, Valle Bossero-Spino, Valle Vampira, Valle Tassera, Valle San Giovanni, Valle Molino.
il torrente Valle Murante, che, di modeste dimensioni, ha i seguenti affluenti: Valle Froda, Valle Pasquè, Valle Cantivada, Torrente Valle Gerosa e un affluente che proviene dalla piana di Cavagnano.
il torrente Valle Borsago, che si compone di due affluenti: il torrente Valle Valletta e l'altro non identificato con un nome.
il fosso Reporiora, alimentato dal Rio Vallone e da altri immissari minori.
Nel 1200 compare per la prima volta il “Locus Cuvaxi” (Posto nel covo) intendendosi la Rocca (“Castelasc”) edificata dai Longobardi su di una precedente costruzione di epoca romana, ed usata nel Medioevo come ricovero per i villici durante le incursioni delle genti Retichee Grigioni.

Il Comune di Cuasso al Monte e’ suddiviso in una serie di frazioni che meritano una visita per il variare della tipologia ambientale e per particolari architettonici. Cuasso al Piano e’ costituito da nuclei abitati, in certo qual modo differenziati, a quote differenti, data la morfologia del territorio. Il primo di questi nuclei, Cuasso al Piano di Sopra (370 m. circa) e’ disposto lungo la via che sbocca sulla strada comunale che conduce a Cuasso al Monte; il secondo, Cuasso al Piano di Sotto (300 m. circa) si trova raccolto intorno al bivio costituito dalla strada che porta a Porto Ceresio e quella che collega i due nuclei. Il nucleo originario di Borgnana si trova collocato a lato della strada che, salendo da Cuasso al Piano, conduce a Cuasso al Monte. Tra gli elementi significativi all’interno dell’abitato di Borgnana, emerge sicuramente l’affresco situato in una piccola cappella affacciata su una strada: la Madonna col Bambino e un Santo, realizzato con maestria e finezza sia nel disegno sia nello studio cromatico. Questo elemento, insieme con la Chiesa della Beata Vergine Immacolata, a breve distanza dall’abitato, testimonia la devozione che animava i suoi abitanti.
Il nucleo abitato originario di Cuasso al Monte risulta collocato ad una sola quota (circa 520 m. s.l.m.), su di un pendio rivolto a Sud-Est, l’identita’ dell’abitato di Cuasso al Monte e’ rappresentata dall’uso di materiali da costruzione locali (porfido e pietra), utilizzati anche per la realizzazione di elementi quali portoni, scale, architravi, modanature, e dalla rete di vicoli e stradine che lo percorrono interamente. Al suo interno e’ rilevante la presenza del cinquecentesco Palazzo Sabaino, casa di residenza e, in seguito, di villeggiatura dell’ omonima famiglia, proprietaria di numerosi terreni nei dintorni. E’ opportuno segnalare anche la presenza di numerosi affreschi, molti dei quali ormai illeggibili e degradati, a carattere generalmente sacro: tra questi, interessante e’quello raffigurante la Madonna col Bambino, datato 1776.

A Cuasso al Monte nel 1635 venne edificato un convento, detto il Deserto per la sua posizione isolata tra boschi di faggio, affidato ai Carmelitani Scalzi. Passato in proprietà alla nobile famiglia Dandolo nel XIX secolo, ospitò personaggi quali Giacomo Leopardi, Tommaso Grossi, Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Oggi l'edificio è un moderno ospedale specializzato nella riabilitazione cardiopolmonare e nella riabilitazione post-infartuale.

Notevole nell'omonima località, è la presenza dei ruderi del Castelasc, una rocca ancora visibile, che fu parte del sistema di fortificazioni del Seprio. Secondo gli studiosi è valida l'ipotesi che il castello sia confrontabile per la complessa pianta con il Castello di Warkworth, sito nel Northumberland in Inghilterra.

Sul territorio del comune di Cuasso al Monte, nel 1880 vennero aperte le prime cave di porfido rosso, un materiale unico in Europa per colore, durezza e resistenza agli agenti atmosferici, molto utilizzato nelle pavimentazioni naturali (il famoso "sampietrino" rosso).

Altre attività degne di nota sono: VILLA MIRALAGO che è l'unico centro lombardo per la cura dei disordini alimentari (bulimia, anoressia nervosa) ubicato in località Cuasso al Lago, la VALCERESIO COSTRUZIONI EDILI( edilizia pubblica e privata, progettazione e recupero beni ambientali e storici ), la Edilcuasso, la Cava Bonomi, la Cava Bianchi (in seguito Mantegazza). La funzione primaria di queste piccole attività estrattive di porfido rosso, a gestione familiare, era quella di fornire agli abitanti del luogo un valido materiale da costruzione per realizzare muri di sostegno, divisori e di terrazzamento. Oggi il porfido di Cuasso viene esportato nella penisola italiana, in Austria, Germania, Paesi Bassi e Svizzera, trovando applicazione in architettura come materiale da pavimentazione, rivestimento e finitura architettonica.

La principale squadra di calcio della città è F.C. Cuassese che milita nel girone A varesino di 3ª Categoria. È stato fondato nel 1965 da Carnevali Sergio, Molinari Natale e un gruppo di amici appassionati a questo sport: ancora oggi, a cinquant'anni di distanza, Carnevali e Molinari conservano le cariche sociali.




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venerdì 26 giugno 2015

DUMENZA



Dumenza è un comune della provincia di Varese ed è costituito dalle frazioni di Runo, Due Cossani, Stivigliano, Trezzino, Vignone e Torbera e da altre diverse località.

Il territorio è attraversato dal Rio Colmegnino, che nasce in località Regordallo (Due Cossani) dal monte Colmegnino e si getta nel Lago Maggiore a livello della frazione Colmegna di Luino. La valle così scavata prende però il nome di Val Dumentina (anche chiamata valle Smeralda per i suoi colori verdeggianti). A nord del Colmegnino si staglia il Monte Lema, che coi suoi 1624 metri s.l.m. è un'ottima vetta panoramica, la più alta del Luinese, servito da una funivia sul lato svizzero, da Miglieglia. Dumenza infatti confina con la Svizzera e ospita un valico pedonale in località Palone (Dumenza). A nord, invece, confina con la Val Veddasca, alla quale si accede proseguendo lungo la strada provinciale 6.
Diverse teorie giustificano il toponimo. La più probabile è che derivi da un nome di persona: negli elenchi dei "fuochi" (cioè delle famiglie) del comune, tra alcuni capofamiglia si presenta infatti il nome di Dugmentio. Potrebbe derivare da dux mensae o da loco mensa. Solamente in un documento storico, di altro comune, appare infatti come Locomenza.
I primi rudimentali insediamenti edilizi risalgono all’epoca delle invasioni barbariche. La Valle, grazie al suo aspetto morfologico, avrebbe potuto rappresentare rifugio sicuro per i fuggiaschi abitatori dei villaggi rivieraschi spesso saccheggiati e messi a ferro e fuoco da squadroni di uomini crudeli e senza scrupoli. Ciò che ci porta a un’epoca concreta sono le due mensole a forma di teste, una maschile e una femminile che, casualmente ritrovate dal parroco Don Giuseppe Parapini, erano in passato murate sotto l’architrave in pietra che apriva la porta principale della chiesa di S. Giorgio.

Il campanile innalzato in varie epoche e datate “anno 909” collocano i primi insediamenti in epoca remota. Viene logico supporre che, se nell’anno 909 gli abitanti di Dumenza diedero corso all’erezione di una torre così imponente, sicuramente doveva già esistere in loco un piccolo villaggio con un congruo numero di abitanti. Risale infatti a quei secoli IX e X, l’istituzione sul Verbano, di una struttura di “Corti Regie” che gestivano i beni fiscali.

La Valtravaglia, in cui si era formata una “Castellanza”, inglobò anche questi territori. Nonostante a tutt’oggi vi siano pareri discordanti riguardo ai confini precisi delimitanti la Valtravaglia, la collezione di antichi appunti e fogli sparsi del parroco Binda di Castello Valtravaglia (e che probabilmente erano in origine parte dell’ora perduto archivio della canonica di Bedero) ci fornisce un elenco dei territori che allora la costituivano, in cui ritroviamo anche Dumenza.
Re Liutprando, salito al potere verso la metà del 700, fece dono delle terre della Valtravaglia al monastero di S. Pietro in Ciel D’Oro di Pavia.
In epoca feudale la Lombardia fu divisa in territori che l’imperatore concedeva a quei nobili che ne facevano richiesta.
Alcuni documenti ritrovati ci inducono a fare alcune considerazioni che hanno una certa importanza.
Lanfranco "Rubeus" monaco in San Pietro in Ciel d’Oro che, con un atto rogato il 28 agosto del 1289 nello stesso monastero, viene designato dall’abate come successore, in caso di morte, del presbitero Federico allora rettore di San Pietro in Lavena e in precarie condizioni di salute, anzi nel documento si dice che Lanfranco dovrà reggere e governare i beni del monastero anche nel caso in cui il rettore non sia più in grado di svolgere adeguatamente i suoi compiti dandone al più presto notizia all’abate.
Nel 1290 il 9 dicembre, Lanfranco viene nominato, dall’abate Rolando e dai rappresentanti del capitolo, nunzio, procuratore e "sindicus" per tutte le cause e i negozi che il monastero dovrà concludere nel distretto di Milano e di Como e per riscuotere tutte le spettanze nei detti territori "(Rolandus) fecit et constituit Lafrancum Rubeum de Lavena suum nunzium et procuratorem et sindicum et quicquid alius as causas et negocia que et quas habet vel habiturus est cum aliqua persona vel personis, collegio et universitate in infrascriptis pactibus et contractis in et districtus Mediolani e districtus Cumarum et in illis partibus et ad colligendum et requirendum omnes fructus et reditus, census et gaudimenta que et quas habet vel habere videtur" In pratica Lanfranco si troverà ad essere procuratore generale del monastero pavese per la riscossione di decime e tributi e per l’amministrazione in genere dei beni nei territori di Como e Milano.
Primo feudatario della Val Travaglia fu nel 1416 il principe Lotario Rusca che ridusse il titolo di principe a quello di conte, facendosi cedere queste terre dal duca Maria Visconti in cambio di alcune terre del comasco.
Dal 1513 al 1526 il paese era dominato dagli Svizzeri. Dopo di che, fino al 1538, compare qual feudatario a Luino il conte e senatore Gian Battista Pusterla.
La terre di Valtravaglia Luino, Porto valtravaglia, Castel Veccana, Musadino, Muceno, Ticinallo, Brezzo, Bedero, Rogiano, Brissago e Mesenzana furono cedute dal conte Rusca coll'assenso regio al Cavaliere Pietro Antonio Lonati a cui restarono fino all'estinzione dei Lonati verso il 1598. Luino con la Valtravaglia inferiore era passata ai Lonati avanti il 1524 essendo stato dato qual pegno di dote da Galeazzo Rusca a sua figlia Laura moglie di Paolo Lonato, il cui figlio cav. Pietro Antonio Lonato possedette questo feudo fino al 1598.
L'ultimo feudatario di Rusca fu ucciso a Gorgonzola nei primi del 1570 e da allora tornarono alla Regia Ducal Camera tutti i feudi ad eccezione di quella parte assegnata ai Lonati, così come descritto dall'istrumento di fedeltà 23 Dicembre 1570 atto rogato da Silvestro Scappa. Il dominio dei Rusca proseguì fino al 1583, anno della morte dell’ultimo discendente. I feudi tornati alla Camera furono poi assegnati dal re di Spagna a Giovanni Marliani col titolo di Conte con il decreto datato 2 Dic 1583 e la donazione fu riconosciuta dal Senato di Milano il 15 Genn 1584.
La famiglia Crivelli conservò il feudo fino al 1796, anno in cui giunse in Italia Napoleone, il quale abolì il sistema feudale.

A nord-est il paese di Dumenza è sovrastato dal Monte Lema che con i suoi 1624 msl, è la vetta panoramica più alta del Luinese. Dalla sua verde terrazza naturale si dominano molte vallate del Lago Maggiore, del Luganese e buona parte della Pianura Padana, la vista in'oltre spazia dalla catena del Monte Rosa fino alle vette del San Gottardo.
Il Monte Lema è un punto ideale per la partenza dei deltaplanisti e amanti del parapendio. Normalmente gli amanti di queste discipline, scendono dal versante svizzero sfruttando le correnti ascensionali che durante le giornate soleggiate sono sempre presenti.

A Dumenza, si possono fare magnifiche passeggiate piu' o meno impegnative, transitando per i percorsi "3V" della "Via Verde Varesina", oppure percorrendo i diversi sentieri naturalistici della zona. Tutti questi sentieri sono percorribili a piedi, a cavallo o tramite mountain bicke. Attraversando faggeti, castagneti ed alcune abetaie, si possono raggiungere diversi alpeggi, i più interessanti dei quali sono:
Alpe Pradecolo (rifugio Campiglio), Alpone (agriturismo), Alpe Pragaletto, Alpe Roccolo, Alpe Cortesel, Alpe Morandi, Alpe Pian di Runo, Alpe Fontana, Alpe Pro Bernard, Alpe Buis e naturalmente la vetta del Monte Lema.
La cima del Monte Lema è raggiungibile, in auto fino a quota 1200 dell'Alpe Pradecolo dove vi e' un magnifico ristorante con una fantastica terrazza panoramica, poi tramite dei sentieri praticabili a piedi, in mountain bicke o a cavallo.
La cima del Monte Lema è raggiungibile a piedi in circa 3 ore partendo dalla frazione di Trezzino, percorrendo la gradinata del Santuario di Trezzo fino ad Astano (Svizzera) poi seguendo i sentieri svizzeri con una bellissima e inconfondibile segnaletica.
Da Dumenza si può raggionere la vetta del Monte Lema in 30 minuti, una ventina di minuti in auto passando dal Valico di Palone (confine svizzero), si attraversano i villaggi di Sessa, Astano, Novaggio e Miglieglia da dove parte la funivia che raggiunge, in una decina di minuti, la vetta del Monte Lema.

Stivigliano mantiene intatta la propria conformazione medievale, con viuzze strette e case addossate tra loro. È visibile una vecchia torretta che si affaccia sulla Val Dumentina, a scopo evidentemente militare.

Runo è posta a nordovest del centro abitato, lungo la strada per Due Cossani.
Runo fu un antico comune del Milanese.
Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 230 abitanti, in seguito alle riforme dell'imperatrice Maria Teresa inglobò la frazione di Stivigliano. Nel 1786 Runo con Stivigliano entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera Provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799.
Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 285 abitanti. Nel 1809 il municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse per la prima volta a Dumenza, ma il Comune di Runo fu tuttavia ripristinato con il ritorno degli austriaci. Nel 1853 risultò essere popolato da 302 anime, salite a 315 nel 1871, mentre nel 1921 si registrarono 384 residenti. Fu il regime fascista a decidere nel 1928 di sopprimere definitivamente il comune, unendolo definitivamente a Dumenza riprendendo l'antico modello napoleonico.
La torre campanaria della chiesa di San Giorgio pare avesse avuto ruolo militare nel periodo precedente il mille, durante le diverse invasioni barbariche: la strada, infatti, che da Varese portava a Luino e poi a Dumenza, era l'unica che accedeva a Bellinzona, non esistendo il lungo lago. Probabilmente faceva parte di un sistema di torri lungo queste valli, delle quali quella di Runo è l'unica superstite.
A Runo è nato il celebre pittore Bernardino Luini, allievo di Leonardo da Vinci: il cognome autentico "degli Scappi" è stato soppiantato. Nato qualche anno dopo, un suo parente, Bartolomeo Scappi a Roma nella prima metà del Cinquecento divenne cuoco insigne al servizio di ben tre papi.
Runo è il luogo d'origine dei vari rami della famiglia Trezzini sciamati verso le finitime località svizzere di Sessa, Lanera, e Astano dove nacque il celebre architetto e urbanista Domenico Trezzini, nel 1703 incaricato dallo zar Pietro il Grande di edificare la sua nuova capitale russa sulle rive della Neva, San Pietroburgo.
Due Cossani è posta a nordovest del centro abitato, lungo una strada che poi si inerpica verso Curiglia con Monteviasco.
Cossano fu un antico comune del Milanese.
Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 172 abitanti, nel 1786 Cossano entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799.
Alla proclamazione del regno d'Italia napoleonico nel 1805 risultava avere 222 abitanti.Nel 1809 il municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse ad Agra, ma il comune di Cossano fu tuttavia ripristinato con il ritorno degli austriaci.
Nel 1853 risultò essere popolato da 301 anime, scese a 289 nel 1871, quando il municipio aveva cambiato nome da otto anni in Due Cossani, per il rio che, discendendo da Agra, lo divide nelle due parti di Cosan de chi e di Cosan de là, confluendo poi nel rio Colmegnino.
Nel 1921 si registrarono 385 residenti. Fu il regime fascista a decidere nel 1928 di sopprimere definitivamente il comune, unendolo stavolta a Dumenza.

Il nucleo storico di Dumenza è caratterizzato da case rurali con ampi ballatoi soleggiati.
Percorrendo le viuzze di Runo e Stivigliano si puo’ notare gli innumerevoli affreschi che abbelliscono le facciate delle abitazioni. A partire dall’anno 1978, valenti pittori, per iniziativa del C.O.R.A. (Com. Org. Runo per l’Affresco) hanno dedicato alla nostra zona le loro preziose opere d'arte.
Percorrendo il centro abitato di Runo, particolarmente le vie Concordia, IV Novembre e Monte Grappa, sembra di trovarsi in lunghi saloni di esposizione.
Ai lati delle anguste stradine, che serbano ancora la loro catteristica antica, una moltitudine di opere in affresco Clicca per ingrandire deliziano lo sguardo. L’iniziativa scaturì nel 1978, dalla perspicacia di un gruppo di persone dalle idee lungimiranti. Non poteva che sbocciare in tutta la sua gagliarda prosperità, proprio in in quel luogo che vide il natale del grande Maestro Raffaele Casnedi.

La bella e grande chiesa di San Giorgio, entro la quale si sente ancora quel gradito sentore di antico che maggiormente consente l'avvicinamento al "Divino" che entro quelle mura si venera, ebbe le sue origini nel lontano 1213. L'opera venne sicuramente promossa da un gruppetto di frati venuti in valle per la conversione delle anime,. Di certo abbiamo cio' che vediamo e cioe' la lapide che ricorda la sua consacrazione che avvenne nel 1574 e i Decreti che in quella occasione il Cardinale Carlo Borromeo, lascio' al parroco Battista Ascontino da Ascona. Nell'ingiallito libro custodito nell'archivio parrocchiale , Don Ascontino trascrisse i Decreti ricevuti.

Le prime notizie della chiesa di san Nazaro risalgono al 1217, quando esisteva gia la Chiesa di San Giorgio, la quale pero' risultava scomoda per i fedeli di Dumenza. Con la costruzione di questa di S. Nazaro vennero agevolati anche i pochi abitanti dei paesi limitrofi e dei cascinali sparsi non solo sul versante italiano ma anche su quello svizzero. La costruzione venne eseguita all'insegna del volontariato e della gratuita'.

Dumenza, borgo situato alle propaggini delle Prealpi Lombarde, a ridosso del Lago Maggiore, , al centro della Val Dumentina chiamata anche Valle Smeralda per i suoi colori verdeggianti. Dumenza dista circa 90 Km da Milano, 35 Km da Varese e 25 km da Lugano nella vicina Svizzera. Il territorio comunale, abitato originariamente da tribù celtiche poi assorbite dall’espansione romana, è caratterizzato da zone coltivate, folti boschi di castagni e faggi, nonché pascoli ed alpeggi sui monti circostanti.

Il Weekend Celtico si tiene ogni anno in prossimità del Solstizio d’Estate ed è ospitato in un’area verde dedicata dove viene allestito un villaggio celtico. Il ricco programma prevede laboratori su arti e mestieri dell’epoca, ricostruzione di scene di vita quotidiana, esposizione di utensili e manufatti, dimostrazioni e stages di combattimento e danza. E ancora giochi celtici, conferenze, mostre, proiezioni, stand gastronomici con degustazione di antiche ricette e bevande, animazioni ed attività didattiche per bambini, mercatino dell’artigianato celtico, e, la sera, concerti di musica tradizionale scozzese e irlandese, spettacoli di danza, e il rito druidico dell’accensione del fuoco, e, infine, anche la possibilità di partecipare a visite guidate nei boschi circostanti ed ai luoghi dei ritrovamenti celtici.

La Val Dumentina ha visto il passaggio di alcuni pittori:

Bernardino Luini - 1480 / 90 - 1532 Solo recentemente sembrano state accertate le origini del piu' illustre figlio dumentino: Bernardino Scappi piu' noto come Bernardino Luini, uno fra i piu' grandi pittori rinascimentali.

Raffaele Casnedi - 1822 - 1892 Ultimo dei grandi maestri comacini, in contrasto con il padre che voleva si dedicasse al ramo alberghiero, frequento’ l’Accademia di Brera dove si distinse per il suo valore artistico vincendo fra l'altro il premio Mylius con l'opera " La scuola di Leonardo". In seguito fu nominato professore aggiunto dell'Accademia di Brera.

Giuseppe Terruggia (Giusep da Congera 1871 – 1955) Inizio’ la sua lunga carriera a Milano quando da ragazzo segui’ alcuni corsi di disegno presso l’Accademia di Brera. Nella zona e’ possibile ammirare in numerose case private ed esercizi pubblici le sue bellissime opere.

Raffaele Galli Nato nel 1912 a Firenze da genitori Runensi. Da ragazzo apprese i primi rudimenti della pittura presso la Soc. Operaia di Runo. In seguito, per motivi di studio, si trasferi’ a Milano dove frequento’ la Scuola Superiore d’arte del Castello diretta dal Prof. Esodo Pradella, affino’ in seguito la tecnica pittorica e grafica nello studio del Prof. Malugani.

Virginio Marchesi Nato a Runo nel 1923 e genovese d’adozione. Iscritto alla FIAF (Federazione Italiana Arti Figurative). Ha partecipato a diverse personali e a molte estemporanee, riscuotendo sempre validi consensi di critica e pubblico.

Pietro Piazza Nato nel 1935 a Parigi da genitori Runensi. Ha frequentato gli studi d’arte presso la Sorbona di Parigi. A Runo si dedico’ principalmente al chiarismo creando parecchie opere ora sparse in parecchie collezioni private italiane svizzere e francesi.

Antonio Barozzi (Tognign) Autore di numerosi affreschi fra i quali alcuni nella chiesa di San Giorgio e nell' ex salone del circolo di Dumenza. Fu l'autore anche dello stemma della repubblica sul frontone della "cappella" civica in piazza Diaz, sfortunatamente ora non piu visibile perche' ricoperto durante l'ultimo restauro.

Pietro Grassi (Pierino) Lavoro' parecchi anni a Milano in una cooperativa come decoratore dove in seguito ne divento' presidente. Rientrato a Dumenza decoro' parte della Parrocchiale di San Giorgio, quella di Due Cossani, la chiesetta di Pradecolo e molte abitazioni della zona. Lavoro' parecchio anche a Trarego, Cannero e Cannobio sulla sponda piemontese del Lago Maggiore.

A Dumenza, l'8 ottobre 1881, nacque Vincenzo Peruggia, il pittore decoratore divenuto celebre per aver rubato la Gioconda la notte tra il 20 e il 21 agosto del 1911, poi da lui riconsegnata ad un celebrre antiquario di Firenze. Fu processato in Italia e la sua condanna venne poi ridotta per decisione del re d'ITalia, considerato il fine ideale di retituire un capolavoro alla Patria. In tal senso intervenne a suo favore anche Gabriele D'Annunzio.


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mercoledì 24 giugno 2015

MOLTRASIO



Moltrasio è un comune della provincia di Como posto sulla sponda occidentale del lago di Como.

Vi sono diverse teorie sull'origine del nome, almeno tre, di cui una a sua volta si diversifica.
La prima dice che il nome originale era Monte Larice o Monte dei Larici, poi, essendo stato raso al suolo, divenne Monte Raso, quindi Moltrasio. Sulla causa c'è chi dice sia dovuta ad un incendio, chi invece al seguito di una battaglia coi nemici di Torno. Una seconda versione parla di luogo dove si ricavava la malta (nel dialetto locale molta). Infine c'è chi attribuisce il nome al fatto di trovarsi tra i monti..

Sul territorio di Moltrasio sono stati fatti alcuni ritrovamenti archeologici: un'ascia di rame databile a circa 2000-2500 anni fa, un pavimento romano a mosaico e alcuni oggetti.

Un'ascia di rame databile intorno al 2500-2000 a.C. dimostra la presenza umana già in quei lontani tempi. Fu trovata in uno strato di argilla nel 1895 durante i lavori di ampliamento del cimitero. In quell'occasione furono portati alla luce anche un pavimento romano a mosaico e alcune monete romane.
Nel 1910, nella frazione di Vergonzano, furono trovate due tombe gallo-romane nelle quali si rinvennero, oltre agli scheletri, coltelli di ferro e braccialetti di bronzo.
Il primo documento conosciuto che presenta il paese come un comune risale al 1058. Le adunanze degli abitanti (almeno dal XIII secolo) si tenevano sotto il "coperto" davanti alla chiesa di San Martino. Nel 1292 Moltrasio ebbe il titolo di borgo. Nel 1405 Giovanni Maria Visconti concesse ai moltrasini la cittadinanza comasca e con essa alcuni privilegi.
Nel 1522 Torno, schierata con Francesi e Svizzeri, fu saccheggiata dai soldati spagnoli e ducali. I Tornaschi, a loro volta, attaccarono e saccheggiarono Moltrasio, schierata con i loro nemici.
Il paese fu colpito dalla peste del 1630. La tradizione racconta che diversi moltrasini lasciarono le loro case per rifugiarsi all'Alpe del Segrèe, ma non sfuggirono alla morte. Per timore del contagio furono dati alle fiamme anche i registri parrocchiali. Nel 1578 il paese contava 550 abitanti. Dopo la peste, nel 1632 la popolazione era di sole 177 persone. Diventeranno 426 nel 1671 e 502 nel 1758.
Durante l'epidemia di colera del 1854, i malati vennero ricoverati nella chiesa di Sant'Agata, trasformata in lazzaretto.
La pietra di Moltrasio era un tempo largamente utilizzata in zona. Oggi l'attività di estrazione è abbandonata.
In passato erano attivi alcuni mulini.

Nell'ultima guerra Moltrasio è stata teatro, soprattutto su i suoi monti, della guerra partigiana con la presenza di alcuni gruppi collegati alla brigata Garibaldi. Al termine sempre le sue valli vicine alla Svizzera sono state percorse da decine e decine di uomini che per arrotondare i magri stipendi e per permettere ai figli un futuro migliore, portavano i sacchi con merce di contrabbando. Il fenomeno è terminato quando questa attività è stata dominata da uomini che "giravano con la pistola". Si raccontano ancora alcune fughe molto ardite e pittoresche da parte di spalloni braccati dai finanzieri.
Nell'era moderna Moltrasio rimane un luogo dove molte persone continuano a svolgere attività e lavori di cui in altri paesi si è persa la presenza.

La Chiesa dei SS Martino ed Agata è situata nella centrale frazione di “Borgo”, la facciata, in pietra locale, fu realizzata nel 1935 in seguito ad un ampliamento. Tutto l’esterno della Chiesa compresa la facciata, sono stati da poco restaurati. All’interno è ricca di numerosi dipinti e stucchi eseguiti in varie epoche. Non è sicura la data della sua costruzione ma un atto notarile documenta la sua esistenza già nel 1207. Gli affreschi più antichi presenti nel presbiterio ed in tre medaglioni dell’abside risalgono al secolo XVII e vennero realizzati dai fratelli Recchi, la cappella laterale dedicata alla  reliquia della Sacra Spina e  l’altare maggiore sono arricchiti da dipinti di Giovan Mauro Della Rovere detto “Il Fiamminghino”,  da ammirare è sicuramente la splendida pala del pittore Alvise Donati eseguita nel 1507, che è, senza dubbio, l’opera artisticamente più preziosa conservata in questa chiesa.

La splendida chiesa di Sant’Agata, è la più antica testimonianza di architettura romanico–Lombarda nel territorio. E’ situata nella frazione Vignola, lungo il percorso dell’antica via Regia e la sua costruzione risale alla seconda metà dell’ XI secolo. La si raggiunge dal lago salendo la spettacolare “Scala Santa” e svoltando quindi a sinistra per “Pos Palaz”. Nel Quattrocento la chiesa subì alcune modifiche alla struttura e venne ingrandita. Durante i restauri eseguiti nel 2006 si verificarono altri importanti ritrovamenti: un affresco del primo ‘500 con raffigurati il Cristo pantocratore e ai lati i santi Rocco e Antonio Abate e dei lacerti da affreschi medioevali.

La Chiesa Regina Pacis si trova nella frazione di Tosnacco ed è stata edificata tra il 1945 e il 1946.
Nel piazzale davanti alla chiesa di Tosnacco è posto un crocefisso in bronzo che venne fuso dal pittore e scultore locale Franco Pizzotti. Il crocifisso rimase fino agli anni '60 sulla tomba dei genitori. Quando fu rimosso dal cimitero di Moltrasio, il figlio del pittore, Marino Pizzotti, lo donò alla Parrocchia in ricordo del padre.
 
L'oratorio di San Rocco, di presunte origini quattrocentesche, fu restaurato in epoca barocca, come evidenzia il grazioso portale sormontato da un'elegante cimasa in stucco con una testa di putto e piccole volute. Esso é fiancheggiato da finestrelle sagomate e sovrastato da un medaglione con rocailles recante l'intitolazione della chiesa al Santo di Montpellier. L'interno presenta una sola navata con abside poligonale, dove una ricca incorniciatura in stucco inquadra sull'altare maggiore un affresco assai guasto raffigurante la Vergine col Bambino tra i SS. Rocco e Sebastiano* di Giovanni Paolo Recchi. Questo era stato coperto da un quadro recente in occasione di restauri nel 1926.

Lungo il viale che si affaccia sul lago, poco distante da Piazza San Rocco (imbarcadero), é stato posto il monumento a Vincenzo Bellini, il grande musicista catanese che soggiornò a lungo a Moltrasio, dove compose alcuni brani delle musiche de La straniera e de La sonnambula.
Moltrasio ha voluto ricordare Bellini con questo monumento, voluto e finanziato dalla signora Lillian Villinger Sacchi, già presidente del Circolo Bellini e realizzato dallo scultore Massimo Clerici, che vive e opera a Moltrasio.

Moltrasio è situato sulla riviera occidentale nel primo bacino del lago di Como. Per le sue famose ville, dimore anche di personalità illustri, i suoi giardini, il clima mite e soleggiato ed il panorama incantevole, è definito una delle perle del Lario.E’ costituito da tante caratteristiche frazioni che dal lago salgono fino ai monti. Di Moltrasio sono famose le antiche “cave di pietra moltrasina” ancora visibili percorrendo il “Sentee di Sort”. La pietra di Moltrasio, vanto dei Maestri Comacini, è stata utilizzata a Moltrasio per costruire i numerosi crotti, ove si conservava fresco e frizzante il buon vino locale, oggi privati e non più visitabili. I caratteristici terrazzamenti realizzati con muri a secco, sono  presenti ancora oggi, se pur in numero minore a causa dell’accrescimento edilizio, non più utilizzati come vigneti, ma come orti o giardini privati.
Subito dopo l’anno 1000, Moltrasio vive la sua epoca di maggiore splendore. E’ in questo periodo che vengono realizzati i monumenti più antichi del paese.

Ghita era una bella ragazza di Moltrasio. Un giorno era andata a Cernobbio a trovare dei parenti ed era rimasta da loro fino a tardi. Sulla via del ritorno si imbatte in un malintenzionato contrabbandiere svizzero. Lei vorrebbe tirar dritto, ma lo sconosciuto con un ghigno da demonio si mosse per abbrancarla; la Ghita, lesta più ancor di lui, spiccò un salto nel burrone e quel tristo che la stava per afferrare cadde giù con lei. Ghita si salvò perché i suoi vestiti si impigliarono tra i rovi e la trattennero, mentre il cattivo precipitò. Da quella sera, quando il tempo è burrascoso, proprio come quella notte in cui avvenne il triste caso, si vede un fuoco dove il contrabbandiere era caduto: che sia il suo spirito oppure il demonio condannato qui a far penitenza?


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SCHIGNANO



Schignano è un comune della provincia di Como ed è costituito da un insieme di frazioni, tra le quali la più grande e popolosa è quella di Occagno, che si incontra all'entrata del territorio comunale provenendo da Argegno sul Lago di Como. È posizionato nella Val d'Intelvi e il suo punto più alto si trova in corrispondenza della cima del monte Sasso Gordona, a 1.410 m s.l.m. L'abitato nelle sue varie frazioni è posto in una conca chiusa da altri monti: il Gringo, il Monte Comana, il Treviglio, il Pizzo della Croce (il più elevato con i suoi 1.491 metri), ed il Monte San Zeno

Nel territorio comunale è stata rinvenuta una spada in ferro con fodero, databile circa al 120 a.C., oggi visibile al Museo archeologico Paolo Giovio di Como.
Schignano è un bel paese montano ubicato ad un'altitudine di 650 mt s.l.m, circondato da una serie di monti che gli fanno da corona, come il monte Comana , il Sasso Gordona, il Crocione ed il Monte di San Zeno. Proprio per la sua ubicazione è meta turistica conosciuta ed apprezzata.Il paese è composto da una serie di frazioni sviluppate sulle pendici del Sasso Gordona: Occagno è la frazione più popolata, costituita da un antico borgo al cui interno si sviluppano una serie di viottoli lastricati che si aprono in piacevoli piazzette circondate da antiche case ristrutturate con i balconi fioriti. Ad Occagno si trova il Municipio, l'Ufficio postale, La Casa parrocchiale, la scuola materna e la scuola elementare.
Ad Occagno si trova la chiesa centrale di San Giovanni dove è costudita la statua della Pietà di epoca ottocentesca. Tutte le altre frazioni sono raggiungibili percorrendo una comoda strada comunale: Perla, Vesbio, Posa, Chignolo, Almanno, Retegno, Auvrascio ed in ultimo Molobbio.
Le montagne che s'innalzano alle spalle del paese, un tempo luogo di alpeggi e pascoli, oggi sono mete escursionistiche di facile accesso: da Schignano si sale a Posa in auto e da qui parte una mulattiera che in un'ora e mezza porta a Binate dove c'è un bel rifugio del CAI. La vetta del Sasso Gordona è un'altra interessante meta, dalla cui vetta si può ammirare un'ampio e bellissimo panorama.

Il paese è conosciuto per il suo carnevale, momento di festa e di allegria, che fino a qualche decennio fa segnava il momento di coloro che dovevano partire per i lontani luoghi di lavoro. La conclusione del carnevale per molti era il segnale che era giunto nuovamente il tempo di emigrare, per poi tornare solo verso la fine di novembre come recita un sapiente proverbio intelvese “A sant’Andrea, boia i can, vegn a cà tùc i maestràn”.

A Schignano, la manifestazione del carnevale si sviluppa secondo un modulo teatrale arcaico, quello della contrapposizione. Il rituale che va in scena è giocato sull’opposizione tra due diverse maschere, i Bèi e i brùt, i belli e i brutti. Sono questi gli attori principali di una rappresentazione incentrata su di una divisione sociale, la rivalità tra due anime antiche, ma ancori vitali, ma mai sepolto passato. Si recita su un palco costituito dalla piazza principale del paese, dai suoi vicoli interni e n on manca il pubblico in primo luogo la gente di Schignano, la quale ogni anno intravede ancora oggi nel carnevale le proprie radici culturali. A primo impatto la struttura teatrale appare rigorosa nei tempi e modi di svolgimento, ma al suo interno ci sono ampi spazi di libertà e di fantasia, nel senso che le maschere dei belli e soprattutto dei brutti hanno ampi margini interpretativi, consentendo a ciascuna maschera di liberare la propria immaginazione e di sprigionare il suo personale estro.

Il bello o meglio chiamato in schignanese mascarùn è il personaggio che attira la prima attenzione dello spettatore con i suoi atteggiamenti e la sua superba voglia di esibire se stesso, nello splendore del suo costume finemente confezionato da abilissime mani, ed ornato di tutto punto con pizzi foulards, collane ed ori quasi a voler far sembrare ancora più maestoso il gran pancione chiamato bùtasc che lo caratterizza, composto da bellissime stoffe dai colori forti, ha poi in testa un cappello rivestito da fiori variamente colorati e completato dai bindèi un fascio di nastri colorati che si allungano sulla schiena, completa poi il tutto la maschera nei suoi dolci e gentili lineamenti.

Il bello vuole apparire ed ostentare la sua ricchezza ed a rafforzare il tutto contribuisce anche il suo signorile modo di muoversi tra la gente e di rapportarsi con le altre maschere, si pavoneggia ed esibisce agli astanti oggetti per lo più inutili.  Ad annunciare il suo arrivo  e la sua presenza il suono delle bronze, 4 campane legate alla vita dall’argentino e piacevole suono.

Sono la sua superbia e la sua ostentata importanza che gli danno il ruolo del signore.

In totale contrapposizione al bello c’e il brutto, personaggio sgraziato e povero il suo costume è fatto di stracci, vecchie scarpe e cappelli deformati, indossa a volte tute da lavoro imbottite ed il suo pancione a differenza di quello del bello è cadente e deformato. Il suo è un andare incostante alle volte stanco ed alle volte frenetico quasi a ricercare una rivalsa sul bello che cerca sempre di relegarlo agli angoli, molte volte improvviso e quasi sempre imprevedibile. La maschera ha i lineamenti molto forti e marcati alle volte ne esalta le malformità con bocche storte, denti mancanti o nasi sproporzionati, con coloriture forti per lo più nere. Porta con sé oggetti strani e malfunzionanti, scope, gerle, alle volte l’abito è finito da pelli animali a sottolinearne ancor di più la miseria, ma l’oggetto più ricorrente è la valigia  con dentro poche cose vecchie, stancamente e tristemente portata come quella dell’emigrante. Lo si sente arrivare al suono delle “cioche” campanacci mal suonanti fatti di ferraglia, con un suono poco gradevole e alle volte sordo.

Tra questi due personaggi apparentemente nemici, ma che celano sotto la maschera una complicità che li rende inseparabili, si pone spesso la “ciocia”,ciocia_e_bel un personaggio femminile ma interpretato da un uomo, moglie e serva del mascarùn, tenuta legata e tirata con una corda, porta con sé una cesta dove tiene un po’ di lana con il fuso e la rocca, gli antichi attrezzi che si usavano per filare la lana, a testimoniare il suo continuo ed incessante lavoro anche quando costretta dal bello lo deve seguire. Il suo costume consiste nei poveri vestiti che caratterizzavano gli abiti delle donne di un tempo, calze di lana, gli zoccoli, la sottana una gonna lunga ed una camicia, lo scialle di lana e il fazzoletto in testa; è l’unica maschera parlante del carnevale, ed il suo è un continuo inveire contro il marito, il bello, che da sempre la tiene costretta, e gli ricorda che se lui è ricco è grazie a lei, ma lui nonostante i continui lamenti continua a trascinarsela, corteggiando le altre donne prendendola in giro e mostrandola quasi come un trofeo, ed ogni tanto grazie all’incursione dei brutti che d’improvviso la rubano al bello vive brevissimi ed effimeri istanti di libertà.

Ci sono poi i “sapor” due personaggi vestiti di lunghe pelli di pecora con in testa un cappello conico sempre di pelli di pecora, hanno lunghi baffi e portano con se una borraccia e un’ascia di legno. Il loro ruolo è quello di aprire e guidare il corteo, con passo marziale da gendarmi. In mezzo a loro con il compito di sorvegliare il corteo c’è la “sigurta” , la sicurezza, porta un cappello militare, ed indossa una mantella sopra la quale pone una fascia con la scritta “sigurta”. Conosce le persone mascherate e per loro garantisce.

Al di fuori delle maschere più prettamente tradizionali salina altre maschere e ci sentiamo di riproporre una comune frase che riassume lo spirito carnevalesco schignanese” Per la gente di Schignano andare in maschera è un fatto istintivo. Uno va a casa, rovescia la giacca, si tinge un po’, mette un  cappello al rovescio ed è in maschera”.

Un momento importante, soprattutto per i belli, è la vestizione.  Si incomincia all’alba, i primi incominciano alle quattro di mattina per essere pronti verso le sette, e qui le donne più brave svolgono il loro fondamentale compito nascosto cucendo e ricamando.

Si incomincia indossando un paio di pantaloni ricavati con una stoffa colorata con motivi floreali dai toni forti, calze di lana e scarpe pesanti e se è il caso anche le ghette, perché il carnevale si svolge con ogni condizione di tempo. Vengono poi sistemate in vita le quattro bronze, quattro campane legate con nodi, ad un’unica corda, sistemate in modo da risultare due davanti e due dietro, la corda viene poi passata sulle spalle incrociandola in modo da scaricare il peso, circa 8 chili, su di esse. Ora bisogna passare alla parte più importante ed impegnativa, la costruzione del butasc. Si indossa una gonna che viene risvoltata all’insù e cucita all’altezza delle spalle, lasciando due aperture per le braccia; la gonna viene poi riempita con foglie di faggio. Bisogna ora abbellire la pancia, cucendo foulards in modo da ricoprirla quasi totalmente per poi appuntarci sopra centri ricamati, pizzi e della bigiotteria, va qui ricordato che un tempo si usavano gli ori di famiglia.

Alla base del pancione quasi a nascondere le bronze, viene cucita una balza di pizzo.

Si infilano ora sulle braccia i “manazìn”, delle mezze manica di lana colorata lavorate a mano, fermate all’altezza del gomito con dei lacci infiocchettati.

Si infila la maschera, si indossa il cappello con due lacci che penzolano dalla tesa che servono per essere annodati sotto il naso della maschera, sostenendola e fissandola al viso.

Molto meno impegnativa la vestizione del brutto, si indossano un paio di vecchi pantaloni si legano i campanacci in vita si costruisce il butasc che non deve avere una forma precisa, si cuciono qualche straccio, maschera cappello ed è fatta.

Coma già detto il carnevale comincia di prima mattina, ed è il bello che con la lanterna gira le vie del paese quando è ancora buio, e con le sue bronze annuncia il carnevale. Con la luce si incontra anche qualche brutto e si è gia ne vivo.

Nel primo pomeriggio ci si ritrova tutti in piazza San Giovanni. Qui sulla facciata della casa opposta alla chiesa è appeso seduto su una sedia il “Carlisep”, personaggio centrale che entrerà in scena alla fine del corteo. Qui a far compagnia alle maschere c’è la fughèta”, un gruppo di sei sette strumenti a fiato che riscaldano il clima.

Intanto nelle vie superiori si radunano i brutti, attendono il momento propizio per piombare insieme sulla piazza scompigliando e creando confusione. La sigurta e i sapor seguiti dalla bandella s’incamminano e formano il corteo mascherato che si dirige verso la frazione di Retegno prima e Auvrascio poi. Durante il tragitto le maschere continuano a inscenare i loro teatrini, a volte riposano, si tolgono la maschera per poi riprendere con il ritmo. Il corteo fa poi ritorno in piazza San Giovanni.

Intanto il Carlisep, è stato rimosso. Questo fantoccio è  la personificazione del carnevale, la sua maschera è quella di un brutto.

Si tratta ora di andare a riprenderlo, quindi il corteo infila le vie di Occagno che portano in Cima, la parte più alta della frazione. Qui entra in gioco il Carlisep che ora non è più un fantoccio ma una persona, in genere un coscritto che tra dicembre e gennaio ha festeggiato la vegèta, e sdraiato su una scala portata in spalla dagli altri coscritti scende nella piazzetta di cima. Incomincia una fase frenetica del carnevale, le maschere si muovono con più frenesia, e la ciocia si lamenta di questa morte, dando la colpa al bello, che intravede la fine del carnevale.

Il corteo è tornato ora in piazza della chiesa, e lungo la piazza tra la gente si apre un varco; poi all’improvviso il carlisep balza in piedi e per evitare il rogo, scappa attraverso la piazza inseguito dalle maschere. Ripreso e riportato al punto di partenza, tenta una nuova fuga ma alla fine è definitivamente ripreso. La seconda volta viene risostituito con il fantoccio che viene portato al salone del Carpigo per il ballo serale sulle note della fughèta. Verso le 23.30 ricompaiono i belli con la tradizionale lanterna, si riforma il corteo che riporterà per mano dei coscritti il Carlisep in piazza San Giovanni, dove viene deposto al centro della piazza e improvvisamente gli viene dato fuoco,  ci si abbassa ora la maschera, il carnevale è finito.

Caratteristica molto importante del carnevale di Schignano sono le maschere lignee, portate sul volto per nascondere l’identità e completare il travestimento. Sono uniche e vere opere d’intaglio, realizzate per mano di artisti locali in genere comuni persone che per passione si sono cimentate a scolpire le maschere di legno. Nello svolgimento del carnevale, tutte le figure ne portano rigorosamente una di legno. Si possono quindi individuare due tipologie di maschere: quella del “bello” e quella del “brutto”, dai caratteri significativamente diversi. Sono maschere che avvolgono completamente il viso di chi le porta perché molto incavate e ruotano nelle fattezze generali attorno alla realizzazione del naso.

Quella del bello è molto curata nella lavorazione e di frequente esprime un senso di distacco rispetto a ciò che sta attorno oppure tradisce una vena di ironia per cui chi la osserva può sentirsi a disagio.

Contribuisce molto a creare tale effetto la cavità degli occhi e soprattutto il disegno delle labbra, sempre finemente delineate, leggermente aperte. Rughe ben marcate sulla fronte, agli angoli della bocca attorno agli occhi, completano la rappresentazione molto realistica di un viso.

La maschera del brutto è giocata su di una maggiore durezza dei lineamenti, ma soprattutto a volte su di una maggiore deformazione del viso, nel senso che il naso può essere sproporzionato, storto, gli occhi non simmetrici, la bocca più aperta e storta. Ad accentuare il suo carattere a volte inquietante e a volte addirittura pauroso, è poi il colore: nero, verde bruno.

Il legno più frequentemente usato è il ceppo di noce in quanto è meno duro ma soprattutto non scheggia. Il tempo necessario per realizzare una maschera si calcola attorno alle 50-60 ore. Si incomincia il lavoro seduti sulla cavra, una sorta di cavalletto con sedile e una smorza di legno per bloccare la maschera in lavorazione, poi coi vari attrezzi si procede nella lavorazione.



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martedì 23 giugno 2015

ALBAVILLA



Albavilla è un comune della provincia di Como situato nel Triangolo Lariano fa parte della Comunità Montana del Triangolo Lariano.
Il territorio di Albavilla, come tutto il resto del Piano d’Erba, è stato abitato dall’uomo fin dall’età neolitica: reperti di questa era sono stati rinvenuti nella grotta del Buco del Piombo e nelle torbiere di Bosisio e Pusiano. Non si sa se i primi abitanti fossero Orobi, Etruschi o Umbri, ma da alcuni ritrovamenti si evincono alcuni elementi di origine celtica.Tracce di questi antichi insediamenti sono rimaste nella nostra toponomastica: il Montorobio prende il nome probabilmente dagli Orobi, “viventi sui monti” così denominati da Catone, giunti dall’Europa centrale, che nella zona portarono l’uso di costruire le loro abitazioni su palafitte (resti ne sono stati ritrovati nei laghi di Pusiano e Montorfano). Vicino al Montorobio si trova una località denominata Castlasc, il cui nome sembrerebbe indicare che possa essere stata sede di antichi “castellieri”, recinti di difesa con all’interno abitazioni, risalenti all’età del ferro.
Nel corso dei secoli si sono stabiliti in queste zone Liguri, Etruschi, Umbri (o Isombri o Insubri, da cui la denominazione Insubria, risalente al 1100 a.C.). Dal nord verso la metà del VI secolo a.C. giunsero popolazioni celtiche, che si fusero coi popoli preesistenti dando origine ai Galli cisalpini che si scontrarono per due secoli coi romani, finchè questi fecero dell’Italia settentrionale una provincia romana, alla quale concessero la cittadinanza nell’89 a.C.
Numerosi i reperti di epoca romana, tombe con monete, terrecotte, bronzi, venuti alla luce un po’ in tutte le zone del paese. Lo storico cinquecentesco Alciato (alzatese) collocava in Albavilla la villa dell’ “Alsium” o “Albium”, dimora prediletta dal generale e console romano Virginio Rufo. Una vecchia tradizione vuole che soggiornasse ad Albavilla anche Cicerone, ospite di un Roscio da lui difeso con successo da un’accusa di omicidio. Altri ospiti illustri si ipotizza siano stati i due Plini (il Vecchio e il Giovane), Crito Venno, Ipsulla. E con questo ruolo di “villa” si spiega l’etimologia del nome Albavilla, la vecchia Villalbese, l’antico Vicus Alpensis o l’ancor più antica Villa Albensis, tutte indicanti una località di riposante soggiorno in zona di pascoli montani. Dal terzo secolo in poi ci fu un susseguirsi di invasioni da parte dei barbari: Franchi, Alemanni, Goti, Visigoti, Vandali, Unni, Longobardi. A questi secoli risalgono probabilmente i ruderi delle fortificazioni che esistevano nel Buco del Piombo. Scarsi i documenti di questo periodo: si sa che Albavilla sotto il governo longobardo franco apparteneva alla Pieve di Incino, facente parte del contado della Martesana.
La frazione di Carcano che potrebbe dovere il suo nome ad un duca longobardo, di sicuro fu centro di un capitanato brianteo, sede di un castello. In questo castello nel 1160 si asserragliarono i sostenitori dell’imperatore Federico Barbarossa  in guerra contro Milano e i comuni suoi alleati. Il castello con due rocche sorgeva sull’area attualmente occupata dalla chiesa e dal cimitero ed era difeso per tre lati da un profondo vallo naturale, rimanendo accessibile solo verso Tassera. Il 9 agosto si combattè con alterne vicende la battaglia di Carcano-Tassera. Vittoriosi i milanesi all’inizio, prese poi il sopravvento il Barbarossa che distrusse il carroccio, simbolo dei liberi comuni. I milanesi ricevettero però rinforzi da Erba ed Orsenigo ribaltando l’esito della battaglia. Federico si diresse al Baradello di Como, abbandonando a se stessi i suoi sostenitori asserragliati nel castello di Carcano. I milanesi mantennero invano l’assedio al castello per quasi un mese, abbandonandolo il primo di settembre per rientrare a Milano. Solo molto più tardi il castello cadde nelle mani dei milanesi che lo distrussero completamente. Nel 1183, con la pace di Costanza tra Comuni ed imperatore, i paesi con la Martesana furono annessi a Milano.
Sotto la dominazione spagnola nei secoli XVI e XVII ci fu un generale  impoverimento, decaddero il commercio, l’agricoltura e l’artigianato. La popolazione conobbe la miseria, aggravata dalle ruberie dei banditi, dalle carestie e dalle pestilenze.  Nel 1707 subentrò il dominio austriaco che, salvo un breve ritorno spagnolo nel 1745-46 e la parentesi francese del dominio napoleonico, durò fino al 1859. La situazione migliora: vengono ridotte le tasse, adottate riforme amministrative, favoriti commercio e agricoltura. Sotto il governo di Maria Teresa nel 1755 si stabilì un nuovo metodo di amministrazione comunale: i possidenti di ogni comune si riunivano in “Convocato” due volte al mese per decidere sulle nomine e sulle spese del comune. Le riunioni si tenevano a Villalbese nella sala maggiore della casa parrocchiale detta “Sala comunale” e nella piazza attigua denominata “Praello”. La popolazione si raddoppiò in un trentennio passando da 554 abitanti a 1056 (1760), grazie anche all’assorbimento di Saruggia che prima faceva comunità a sé.
Del ventennio della dominazione francese (1796-1814) resta un ricordo toponomastico: l’Alpe del Viceré prese infatti il suo nome da Eugenio di Beauharnais, figliastro di Napoleone, Viceré d’Italia. Il Viceré aveva infatti comprato l’Alpe per tenerci i suoi cavalli. Nel 1800  Villalbese con il distretto di Erba passò definitivamente a far parte delle provincia di Como.
Nel 1859 il comune fu annesso al Regno d’Italia. Nei decenni successivi il paese subì un’importante trasformazione economico-sociale, passando da villaggio prevalentemente dedito all’agricoltura a centro importante dell’industria serica e centro di villeggiatura.
Il 14 giugno del 1928 Carcano e Villalbese si fusero in un unico comune che prese il nome di Albavilla. Nel 1931 Molena, Ferrera ed altri cascinali vennero assorbiti da Albavilla, da cui già dipendevano ecclesiasticamente.
Nel 1914 viene aperto l'attuale viale Matteotti e nel 1934- 1935 la strada che conduce all'Alpe del Vicerè, ultimata la quale si ha la costruzione di un “Villaggio alpino per i Figli degli Italiani all'Estero”.
Nel 1939 la sede dell'attuale palazzo comunale (risalente al 1896), viene ampliata. Anche gli impianti di approvvigionamento e distribuzione delle acque sono oggetto di interventi e di rifacimenti: acquedotto del Cosia con prelievo presso la diga di Leana (1907), Molena e Carcano (1937), sorgenti di Alserio (1959), rinnovo della rete di distribuzione (1961).
Il paese si dota di mezzi di comunicazione che vanno a sostituire le vecchie diligenze a cavalli: autocorriera sulla linea Como-Erba-Canzo-Asso e nel 1911 la tranvia Como-Erba che verrà successivamente prolungata fino a Lecco. La tranvia verrà sostituita nel 1955 da un servizio con pullman. Il comune stanziò anche una somma per la ferrovia Milano-Erba, inaugurata nel 1880.
Il primo cittadino del paese a essere nato nel 1928 è Ampelio Corti al quale è stato consegnato un attestato di riconoscimento.
Il paese durante buona parte del Novecento ha rappresentato un centro di villeggiatura soprattutto per numerosi turisti brianzoli e milanesi, grazie a luoghi quali l'Alpe del Vicerè con l'Albergo La Salute.
L'afflusso turistico è andato via via calando per ridursi ai soli turisti domenicali, richiamati dall'Alpe del Vicerè o dalle iniziative (sagre e fiere), come la festa dei Crotti, organizzata in paese, che richiamano ogni volta moltissime persone.
L'agricoltura e l'allevamento del bestiame, salvo qualche caso sono quasi scomparse, così come la crisi dell'industria serica che ha portato alla chiusura delle storiche filande (Civati, Rejna, Porro, Borselli, Giobbia, Feloy e ultima la Dubini), che offrivano occupazione agli abitanti di Albavilla.
Attualmente le attività produttive, che si concentrano prevalentemente nella parte sud del territorio, sono concentrate sulla meccanica, la tessitura-tintoria, edilizia, florovivaistica, falegnameria e sul terziario.
Numerose sono le scoperte archeologiche avvenute ad Albavilla a dimostrazione della dimora dei Romani e dei vari popoli che li precedettero nel territorio.
Nel 1957 nella grotta detta "Tanun" in valle Cosia, vennero ritrovati due strumenti litici assegnati ad un complesso paleolitico di facies musteriana. Altro monumento di una certa antichità è il masso-avello di Parravicino, che venne giudicato una tomba gallica.
Altre tombe galliche o celtiche vennero alla luce qua e là sul territorio, ma veramente ricchissima puo' dirsi la terra di sepolcri romani. La zona di Ferrera in avanti puo' considerarsi addirittura una necropoli romana, tante furono e sono le tombe scoperte.
Una vera collezione di bronzi imperiali, coniati nei primi 4 secoli dell'era cristiana è affiorata in superficie. Fra di essi figurano monete di Augusto, Claudio, Domiziano, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Faustina, Commodo, ecc.: le più antiche di zecca romana, le più moderne delle zecche di Treviri, Arles, Sirmio, Sciscia, Costantinopoli ed Aquileja.
Nel 1829 sui colli venne ritrovato un sepolcro contenente un medio bronzo di Augusto, due vasi ed alcune olle ripiene d'ossa; all'interno su un marmo inferiore c'era un titoletto scolpito con scritto "Crito Venno".

Nella Cascina Lodorina, nell'Aprile 1902, negli scavi per la costruzione di un crotto, si trovò una tomba costituita da cellette di rozze lastre, contenente tre vasi in terracotta, una moneta romana irriconoscibile e un ago crinale in bronzo.
Nel 1914 nella sistemazione dell'attuale viale Matteotti, per un più agevole raccordo con la provinciale, giunti al sito "Coetta" alla profondità di circa 80 cm. trovarono una tomba senza coperchio, con i lati formati da quattro lastroni di sarizzo e col fondo pavimentato di tegoloni del tipo romano. Contaneva solo uno scheletro ed un'aforetta, giudicata successivamente di periodo romano assai tardo, cioè del quinto secolo d.C.
Nel 1951, scavando per un impianto d'acqua in via Dante è stato messo allo scoperto un antico sepolcro di epoca incerta. La tomba era alla profondità di soli 20 cm. dall'acciottolato stradale e disposta parallelamente alla soglia del portone d'ingresso di una casa molto antica. Era una tomba a cassetta, formata cioè da rozzi sfaldoni di pietra locale e di dimensioni normali; il fondo era costituito da terreno argilloso. Non conteneva altro che poche ossa ed un teschio friabili.
Nel febbraio 1964, durante lavori di scavo per la costruzione di una casa in località Gallett di Ferrera è stato rinvenuto in cocci il contenuto di una tomba romana franata nel terreno.
La tomba, piccola, a pozzetto e composta da ciottoli a secco, conteneva un olpe in terracotta, di cui era salva una parte  di collo con ansa a nastro e alcuni cocci; un vaso con decorazioni a graffito, pure in cocci; due patere delle quali era rimasto ben individuabile il fondo e qualche parte.
Nessuno degli oggetti risultò ricomponibile, dato il forte numero di cocci mancanti; la diversità delle ceramiche ha fatto inoltre pensare alla possibilità che il materiale rinvenuto appartenesse a due tombe diverse.
I contorni dei cocci, molto levigati, davano a vedere di essere rimasti a lungo sottoterra e non spaccati di fresco, per cui si è avanzata l'ipotesi che la tomba sia stata aperta anticamente e manomessa.
Nel 1973 sono venuti alla luce, sempre nella zona di Ferrera, alcuni corredi di una necropoli romana andata in gran parte distrutta lungo via Panoramica, e poco più tardi in via S. Maria di Loreto due tombe in sfaldoni di pietra locale prive di corredo e datate ad età medievale e lì vicino una tomba romana datata all'età giulio-claudia.
Molti altri sono stati i ritrovamenti tra cui, di recente, quelli avvenuti in diversi punti di una vasta area coltivata a prato ubicata alla periferia di Albavilla nella località denominata Molena, nei pressi della chiesetta della "Madonna di Loreto". Alcuni smottamenti del terreno avevano messo in luce, nella primavera del 2004, una stratigrafia archeologica, in particolare una delle frane aveva messo in evidenza un tratto di muratura assieme a frammenti di embrici ed alcuni reperti ceramici di età romana. Essendo la zona interessata in quel periodo da un progetto di costruzione della nuova casa di riposo "Opera Pia Roscio", il Ministero per i Beni e le Attività Culturali decise di eseguire una campagna di indagini preventive nell'autunno dello stesso anno. L'indagine venne eseguita mediante saggi; due di essi hanno evidenziato una presenza antropica ben evidente consistente nel rinvenimento di strutture quali una cisterna per acqua, parte di un ambiente, una vasca e un successivo gruppo di sepolture. La zona è stata così dichiarata di interesse archeologico e quindi sottoposta a tutte le disposizioni di tutela.

Eugenio di Beauharnais, figliastro di Napoleone Bonaparte e da lui nominato Vicerè d'Italia, amava molto soggiornare presso la sua residenza estiva in riva al lago di Pusiano, l'attuale Palazzo Carpani-Beauharnais. Durante il periodo del suo viceregno, nel 1810 il Principe aveva acquistato l'ampio pianoro che si allarga sui contrafforti del Monte Bolettone - oggi chiamato appunto "Alpe del Vicerè" - per farvi costruire un grande fabbricato per il soggiorno estivo dei suoi famosi e preziosi cavalli. In seguito, dopo alterne vicende, la zona passò in proprietà al Conte Turati (Alpe Turati) e divenne poi un alpeggio per la "carica" del pascolo stagionale, mentre la struttura venne trasformata in albergo per villeggianti, (Albergo la "Salute"). Negli anni Trenta, per la salubrità dell'aria e per la posizione di questi luoghi, nelle immediate vicinanze era stato costruito un Campeggio dell'Opera Nazionale Balilla, che poi fu trasformato in un grande villaggio alpino. Durante le fasi più cruciali della seconda Guerra mondiale, qui alloggiarono l'Accademia Navale, l'Accademia Aeronautica e le "SS" italiane; il villaggio venne successivamente distrutto da un bombardamento aereo degli Angli-americani nel febbraio-marzo del 1945.
Tutta l'area riveste una eccezionale impresa paleontologica, dovuta all'affioramento di una successione rocciosa di età giurassica inferiore (180 - 200 milioni di anni fa), caratterizzata da una notevole ricchezza di Ammoniti (Molluschi Cefalopodi marini fossili). Oltre all'interesse paleontologico, questa zona è anche peculiare per la sua morfologia carsica: le rocce calcaree del substrato sono infatti interessate da fenomeni di tipo carsico , determinati dall'azione corrosiva delle acque piovane rese "aggressive" dalla presenza di anidride carbonica disciolta, con formazione di cavità, grotte e voragini. Il complesso "Alpe del Vicerè - Buco del Piombo" è uno dei più interessanti dal punto di vista speleologico di tutta la Lombardia.

Oggi il comune di Albavilla, dopo un paziente recupero aziendale , ha attrezzato l'area con alcune strutture ricreative per i gitanti che nel periodo estivo vanno in cerca di qualche ora di relax a contatto con la natura, trasformandola in un piccolo parco che dispone di parcheggi, barbecue in pietra, tavoli e panchine in legno. La vicina presenza poi di ristoranti tipici e rifugi alpini, soddisfa le aspettative dei più esigenti e degli appassionati di trekking. Chi si ferma all'Alpe del Vicerè per una giornata rilassante, può raggiungere la vicina chiesetta di S.Rita, dove sono allestiti alcuni pannelli didattici sulla flora, sulla fauna e sulla storia della zona.

Il Buco del Piombo è un vero e proprio museo naturale all'aperto, che presenta molteplici motivi di interesse.
Dal punto di vista geologico il Buco del Piombo è scavato quasi totalmente nel calcare detto Maiolica, formazione sedimentaria di origine marina depositatasi sul fondo di un antico oceano durante l'ultimo periodo dell'era Mesozoica, il Cretaceo. Si tratta di una roccia calcarea bianca compatta e ben stratificata, che presenta inclusioni di selce, una roccia silicea. La denominazione della grotta può essere ricondotta probabilmente alla caratteristica patina di alterazione di colore grigiastro che si forma sugli affioramenti di Maiolica. L'origine di questa cavità è legata a fenomeni di tipo carsico, determinati dall'azione "corrosiva" delle acque piovane - rese aggressive dalla presenza di anidride carbonica disciolta - sulle rocce calcaree facilmente fratturabili ed erodibili che costituiscono l'ossatura geologica del Triangolo Lariano. Questa incessante opera ha portato, nel corso di milioni di anni, alla formazione di un intrico di gallerie che si snodano sotto il pianoro dell'Alpe del Viceré. L'insieme di tali gallerie costituisce appunto il complesso carsico "Alpe del Viceré", di cui il Buco del Piombo è solo una parte. L'ingresso è imponente e scenografico: misura 45 m di altezza per 38 di larghezza, ed è occupato per buona parte da una coltre di detriti residui di un antico riempimento e dei rimaneggiamenti antropici iniziati già in epoche storiche. Anche l'interno della grotta è un ambiente molto particolare; le acque che scolano sulle pareti e sulla volta contengono in soluzione sali minerali calcarei che si depositano dando origine a stalattiti, stalagmiti e complicate concrezioni levigate. Acque scorrono anche nella caverna, o ristagnano in piccole raccolte, dal livello estremamente variabile, espressione del complesso sistema drenante carsico. La grotta è colonizzata da una microfauna molto peculiare, costituita da forme tipicamente cavernicole, cioè strettamente adattate a questo ambiente, tra cui Planarie, piccoli Crostacei, Miriapodi, e, tra gli Insetti, alcuni Collemboli e Coleotteri Carabidi.
Uno dei motivi di notorietà del Buco del Piombo è legato al ritrovamento del cosiddetto "Banco degli Orsi", un notevole accumulo di ossa dell'Ursus spelaeus, mammifero plantigrado che si estinse attorno a 18.000-20.000 anni fa durante l'ultima avanzata glaciale. Ma anche l'uomo, nei secoli, ha lasciato le sue tracce in questa grotta. Durante il Paleolitico Medio e Superiore, gruppi di cacciatori nomadi frequentarono, seppur saltuariamente, il Buco del Piombo: ne sono testimonianza numerosi manufatti litici (prevalentemente schegge in selce) ritrovati all'interno. Nel vestibolo, a più riprese, sono stati inoltre rinvenuti frammenti ceramici ed altri materiali di epoca romana (sec. IV-VI d.C.) e medioevale, quando la grotta fu fortificata con la costruzione di un ampio fabbricato che ne sbarrava l'ingresso. La struttura era protetta da quattro ordini di mura ed era costituita da diversi piani sovrapposti, come testimoniano gli incavi allineati lungo le pareti che alloggiavano le travature sostenenti i pavimenti ed i soffitti. Infatti il Buco del Piombo fu più volte utilizzato come rifugio per gli abitanti di Erba durante le ripetute vicende belliche che travagliarono la zona nel Medioevo, oppure come ricovero provvisorio per sfuggire a pestilenze.

Il profilo del monte Bolettone è facilmente riconoscibile ad occhio nudo dalla città di Milano e dalla pianura, per l'inconfondibile filare di abeti, che dalla cima scende verso valle. La cresta del monte Bolettone è spartiacque e divide a nord il comune di Albavilla dal comune di Faggeto Lario, a ovest dal comune di Albese con Cassano, a est dal comune di Erba. A sud vi è la vallata di Albavilla in cui scorre il fiume Cosia che, sulle pendici del Bolettone, ha le sue sorgenti.
In vetta, nel 1964, per opera del Gruppo Bolettone, è stata posizionata una croce a perenne protezione della vallata sottostante. Poco sotto la vetta vi è l'omonimo rifugio.
Il sentiero principale che conduce alla vetta parte dall'Alpe del Vicerè, risalendo le pendici del monte Broncino. Si tratta di un ampio e ripido sentiero che nel tratto iniziale è interamente all'interno del bosco, mentre nell'ultima parte, attraversa i prati presenti sulla sommità del monte. La vetta è raggiungibile in circa 60 minuti. Possibili varianti sono il sentiero che sale in vetta dalla Capanna Mara o il sentiero che sale dalla Capanna San Pietro (per chi proviene da Brunate, seguendo la Dorsale del Triangolo Lariano).

La diga di Leana è una diga ad arco-gravità in calcestruzzo costruita tra l'ottobre 1967 e il luglio 1968 nel territorio del comune di Albavilla lungo il corso del torrente Cosia.
In realtà ad inizio 1900 esisteva già uno sbarramento eseguito a scopo di accumulo acqua e approvvigionamento idrico del comune, ma negli anni sessanta, viene prevista la demolizione e ricostruzione con un nuovo sbarramento in calcestruzzo.
I lavori di costruzione del nuovo sbarramento in località Leana, lungo il corso del torrente Cosia, prendono il via nell'ottobre del 1967, vengono interrotti nella stagione invernale da fine novembre a marzo 1968, e vengono ultimati nel luglio 1968.
Lo sbarramento in calcestruzzo è di tipo ad arco-gravità, presenta un'altezza massima di 5m e crea un invaso artificiale di profondità massima 4m, per un'estensione di 850 m², con capacità del bacino di 1500m³.
Dall'invaso una condotta di adduzione porta l'acqua al comune di Albavilla.

Il lago di Alserio è caratterizzato dalla presenza di specie vegetali e animali tipiche delle zone umide: per quanto riguarda la flora, si segnalano ninfee, piante acquatiche e canneti, mentre le sponde sono caratterizzate da prati e boschi cedui. Per quanto riguarda la fauna, esistono numerose specie di anfibi e rettili, quali la rana, il rospo, le bisce d'acqua. Sulle rive sono presenti una notevole varietà di uccelli: svasso maggiore, germano reale, la gallinella d'acqua, e l'airone cinerino.

I boschi che circondano l'abitato, sono composti prevalentemente da alberi cedui come castagno, rovere, faggio, betulla, frassino, acero ma in alcune zone (Alpe del Vicerè), per opere di rimboschimento sono stati piantumati anche abeti, pini e larici.
Numerose specie di piante erbacee e di flora protetta, tipica di tutta la zona del Triangolo Lariano, tra i quali si ricordano: narciso, primula, giaggiolo, giglio, rosa gallica, campanula barbata, ciclamino delle Alpi, bucaneve, pungitopo.
Per quanto riguarda il narciso, in tempi non tanto lontani venivano organizzate delle vere e proprie raccolte (narcisate): al giorno d'oggi la raccolta è vietata, trattandosi di flora protetta.
Nel sottobosco, anche per chi non è un "Fungiatt" (in dialetto locale), o esperto cercatore di funghi, è possibile trovare funghi quali porcini o mazze di tamburo
Nei boschi, la fauna in cui a volte è possibile imbattersi, è rappresentata da lepri, piccoli roditori, scoiattoli, caprioli, cinghiali. Nelle zone più impervie anche rapaci, quali la poiana e il falco.
Per gli appassionati di trekking o di mountain bike, nei boschi sono disponibili dei percorsi di varie difficoltà, sia a partire dall'abitato e sia dalla zona dell'Alpe del Vicerè.

Il palazzo comunale è tornato nell'edificio di piazza Roma dal maggio 2010: dagli anni novanta infatti, la sede del municipio si trovava nella villa Giamminola, una villa acquisita dal comune negli anni settanta.
Per le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia, l'illuminazione notturna disegna un tricolore sulla facciata.
La Chiesa di San Vittore Martire è la chiesa principale dell'abitato.
Riguardo alla fondazione della Parrocchia di San Vittore Martire di Villalbese, non si hanno notizie certe, dato che i registri incominciano dalla seconda metà del XVI secolo: una cappella dedicata a "San Vittore Martire" esisteva da tempo, come dimostra uno scritto del 1398.
Parte di questa cappella era quella chiamata "Chiesa Vecchia", che fino all'inizio del Novecento esisteva perpendicolarmente dietro la "Chiesa Nuova" costruita nella prima metà del XVIII secolo; con l'ampliamento di quest'ultima, l'antica struttura è stata demolita nel 1914.
In seguito all'aumento della popolazione nel 1912-1913, si decide per l'ampliamento della struttura utilizzando le aree occupate dall'abside, dal campanile e dalle sacrestie della chiesa precedente "Chiesa Vecchia" e dal giardino e parte della casa parrocchiale che viene restaurata.
I lavori prendono il via nel 1914 e nel gennaio 1916 iniziano le celebrazioni delle prime funzioni religiose.
Nella struttura predomina lo stile rinascimentale: l'iconografia è a forma di croce, con i bracci laterali che terminano in absidi semicircolari, minori di quelli della navata longitudinale.
La cupola è di pianta poligonale e si appoggia su otto lesene. Nella seconda metà del XVI secolo, la chiesa aveva il campanile innestato in un fianco della facciata. Nel 1727 con la costruzione della nuova parrocchiale viene costruito anche il campanile della "Chiesa Nuova", situato sul lato opposto a quello della torre attuale. Nel 1917, ad ampliamento avvenuto, il nuovo campanile torna ad occupare la posizione a lato monte. il campanile ospita 8 campane ambrosiane in Sib2 della Barigozzi di Milano fuse nel 1950.

La Chiesetta di Santa Maria di Loreto risale all'epoca medioevale, ed è situata in posizione panoramica nella frazione di Molena.
Le sue origini risalgono al XII secolo come testimonia l'abside. Confrontando la vecchia iconografia con quella attuale, si nota una sostanziale diversità: doppia navata con due absidi affiancate nella parte terminale ed il campanile innestato al centro della facciata.
Il riadattamento dell'edificio così com'è oggi, si completa nella prima metà del XVII secolo. Nei secoli si sono susseguiti lunghi periodi di abbandono, fino a quando negli anni ottanta vengono completati i lavori di restauro.

La Chiesetta dei Santi Cosma e Damiano è situata nella frazione di Corogna, e risale alla fine del XIV secolo: presenta un'unica navata con abside semicircolare, con affiancato il suggestivo campanile medioevale.
Gli interventi di restauro risalgono al 1977 e al 1983 e hanno restituito alle facciate la veste originaria, con pietre squadrate a vista, in cui sono state scoperte due antiche finestrelle absidali, che erano state otturate.

I crotti sono delle costruzioni rurali "a volta", dal cui fondo in roccia fuoriescono getti di aria fresca, che mantengono la temperatura durante l'anno costante a 12 °C - 14 °C.
Le montagne di Albavilla sono un rilievo calcareo, con presenza di cavità e cunicoli originatisi in seguito al fenomeno del carsismo: in questi cunicoli circolano sia acqua che aria, ma nella maggior parte dei crotti è solo l'aria fresca a fuoriuscire, ad eccezione del crotto Italia dove fuoriesce anche acqua che viene raccolta in una vasca.

Situato nel centro storico del paese, la Foce (“Fous” in dialetto locale), è un antico lavatoio utilizzato in tempi passati per il lavaggio del bucato.
Un antico proverbio albavillese recita: “" Quand al vegn la Fous d'està, la stagion la va a maa. ", ad indicare che la stagione non era propizia se scorreva l'acqua nel periodo estivo.

La festa dei Crotti viene organizzata il primo e secondo weekend di ottobre, lungo le vie del paese un percorso passa per i vari crotti: visita dei crotti di Albavilla con possibilità di degustazione di prodotti tipici. All'evento si affiancano iniziative che variano di anno in anno: esposizione di attrezzi agricoli e dimostrazione delle attività agricole di un tempo, esposizione quadri, pizzi e merletti, vendita di prodotti tipici, servizio ristorazione.

Il Trofeo Jack Canali è una corsa podistica che si tiene ogni anno nel mese di maggio, con partenza dal centro del paese a quota 430 m s.l.m. e arrivo in vetta al monte Bollettone a 1320 m s.l.m.: 6,7 km su sentieri e mulattiere di montagna per un dislivello di 890 m.

“Camminata non competitiva sui sentieri del monte Bollettone”, che si tiene ogni anno nel mese di settembre: un anello di circa 12 km che dall'Alpe del Vicerè gira intorno al monte Bollettone: la prima parte del percorso porta alla baita Patrizi e alla bocchetta di Lemna, quindi sentiero dei faggi, e arrivo alla capanna Mara, con discesa fino al punto di partenza.

La Giubiana è una festa tradizionale della Lombardia, sentita specialmente in Brianza, nell'Altomilanese, nel varesotto e nel comasco che consiste nel mettere al rogo un fantoccio vestito di stracci; il rituale rappresenta simbolicamente la fine della cattiva stagione.

In paese sono presenti impianti sportivi sia pubblici e privati: si contano la palestra comunale e due palestre private, campetti da calcetto e da tennis, campo da calcio dell'oratorio e piscine all'aperto in struttura privata.
I numerosi sentieri presenti che si snodano a partire dal centro dell'abitato, permettono di praticare trekking e mountain bike, e nei mesi invernali, neve permettendo, ciaspolate, immersi nella natura del Triangolo Lariano.



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