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martedì 12 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO D' IDRO : IDRO

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Idro è un comune sparso italiano della provincia di Brescia, in Lombardia. Situato in valle Sabbia, all'estremità meridionale del lago omonimo. Il comune appartiene alla comunità montana della Valle Sabbia. Sede comunale è la frazione di Crone.

La storia di Idro è indissolubilmente legata a quella del lago, le cui vicende nel corso dei secoli hanno interessato direttamente quelle del comune, caratterizzandone l’evoluzione dal punto di vista socio-economico.
Secondo alcune fonti epigrafiche i primi abitanti della Valle Sabbia sono stati i Sabini, mentre una loro tribù, gli Edrani, erano stanziati sulle rive del lago di Idro. Non tutti gli storici, però, concordano su questo aspetto. L’unica cosa certa è che i Reti nel primo millennio A.C. erano stanziati nell’area compresa tra le valli trentine e il cremonese.
I Romani arrivano in Valle Sabbia nel 117 A.C. quando il console Quinto Marcio Re porta a termine una spedizione contro gli Stoni. Resti romani sono stati rinvenuti in località Castel Antico di Idro nel 1975.
Proprio il villaggio retico-romano di “Ponte” (oggi Castel Antico) è stato il motore abitativo dell’area lacustre. Qui si organizza la pieve cristiana, una delle più vaste della Diocesi di Brescia, che si spinge fino alla conca di Valvestino, comprendendo Treviso e Capovalle, territori ricchi di boschi.
Nel periodo medioevale l’insieme di interessi e la loro difesa riuniscono i valligiani per “vicinanza” di insediamento nella Vicinia, sotto la garanzia del reciproco giuramento, vincolati dall’uso e dalla proprietà di terreni comuni, stretti dall’obbligo della mutua difesa in un nucleo quasi chiuso ad influenze esterne e ad immigrazione di nuovi abitanti, uniti dal vincolo religioso intorno alla chiesa. La pieve, oltre che luogo di culto, diventa struttura sociale, elemento essenziale della vicinia. La crisi alimentare del XIV secolo contribuisce all’estensione della forma associativa del comune rurale, che via via assorbe le funzioni della forma vicinale. Tuttavia, le specifiche funzioni delle vicinie non tramontano con il Medioevo. Solo nel 1803 alcune disposizioni napoleoniche declassano le vicinie dal loro stato di enti di diritto pubblico, ma esse continuano a vivere e a conservare alcune importanti funzioni nella vita associata di Valle per molto tempo ancora.
Nel corso dei secoli, lentamente ma inesorabilmente, la sede della Pieve si sposta dalla riva destra del lago a quella di sinistra seguendo l’evoluzione urbanistica dell’abitato che andava sviluppandosi in posizione più lontana dal tracciato della “strada valleriana” per motivi di sicurezza. La nuova Pieve, costruita sul luogo di un’antica cappella longobarda dedicata a San Michele è pronta nel 1557.
Idro ha sperimentato, come il Bresciano, la lunga appartenenza alla Repubblica Veneta, passando in quel Dominio ufficialmente nel 1454. Da tale anno, sino al 1797, ha fatto parte della “Quadra di Montagna” della “Magnifica Patria” di Salò con i paesi della Valle Sabbia in sinistra idraulica del fiume Chiese.
Nel corso del 1800, poi, come “Terra di confine” Idro è stato coinvolto attivamente nelle guerre risorgimentali.
Lo stemma del Comune di Idro rappresenta un’idra con sette teste, un mostro mitologico legato alla presenza dell’acqua.
Non è ben chiara la ragione di tale stemma ne ben note le cause del consolidarsi di una presenza mitologica sino a diventare l’emblema di una comunità.

La leggenda che sta alla base della raffigurazione narra delle fatiche sopportate da Ercole, che, passando da queste parti, incontrò una terribile idra con sette teste.
Il mostro doveva incutere grande timore se l’eroe dovette impiegare tutta la sua forza, quasi divina, per domarlo e per tagliare le diverse teste, una ad una.
La leggenda, sicuramente legata alla presenza del lago, vissuto dalle antiche popolazioni del luogo, come gli Eridiani, come presenza non sempre benigna per le sue tempeste particolarmente forti e pericolose si è via via consolidata nel tempo intrecciando le sue sorti a quelle delle nascenti borgate, unite nella comunità di Idro.
Anzi, proprio durante il Medioevo, quando le leggende hanno avuto larga strada nell’immaginario della gente semplice, la storia dell’idra, figurazione forse derivata dalla inclinazione al femminile del nome Idro, si è definitivamente consolidata.
Un dato è certo.
Nel 1700 era già simbolo della vicinia di Idro anche se la formalizzazione dello stemma secondo la pratica ministeriale è assai recente.

Nello specchio centrale della cantoria dell’organo nella Chiesa parrocchiale di San Michele, l’idra trova a stento lo spazio ove allungare tutte le sue teste.
Questa cantoria è opera dell’ingegno e dello scalpello dei Pialorsi di Levrange, più conosciuti come “Boscaì”.
La datazione della scultura dovrebbe essere posteriore al 1730 e prima del 1750.
E’ quasi sicuramente dell’intagliatore Giovanni Battista che, con il padre Francesco ed ancora più con il figlio Antonio, lavorò moltissimo alle soase ed allo splendido tabernacolo dell’altare maggiore.
Questa è la prima rappresentazione documentata dello stemma di Idro, la più originale e la più artistica.
Ma se nel 1730 veniva addirittura scolpito in un arredo della Chiesa parrocchiale, ciò significa che intorno al mito dell’idra si ritrovava la comunità che viveva il “suo” lago come un elemento di vita, di sussistenza economica, esorcizzando i pericoli che da esso provenivano, immaginando di averli eliminati con l’uccisione del mostro che abitava nelle acque.
Ed il nome stesso del paese, cioè Idro, all’origine della leggenda.
Alcuni lo dicono derivato dal greco Ydor=acqua; altri dal supposto latino Litulum (piccola spiaggia) attraverso poi le forme Lidoro, Lidro, L’Idro; altri ancora dall’antico ligure Edrus; c’è invece chi lo mette in riferimento alla documentata presenza dell’antica tribù degli Edrani.
Una cosa è certa: è lo stesso paese a dare il nome al Lago e non viceversa.
E dal nome “Idro” è via via derivata questa stratificazione mitologica che ha successivamente legato il nome del paese a questo mitologico mostro unendo poi gli effetti di questa terribile presenza alla stessa natura del lago.
Oggi questa idra, che è dimostrazione certa della presenza di popolazioni intorno al lago sin dai tempi remoti, è simbolo della unione della civica comunità.
Gli Edrani prima, i Romani del centro di Pontis poi,  i cristiani della prestigiosa Pieve ed infine la comunità odierna hanno sempre improntato la loro vita alla presenza del lago che è stato fonte di problemi e di speranze.

Nel comune vi è una sede dell'Associazione nazionale marinai d'Italia intitolata a Carlo Fecia di Cossato. La frazione di Crone ha un porticciolo turistico intitolato a Mario Tonni, nato nel 1930 a Provaglio Val Sabbia e scomparso nel 2005, unico ammiraglio della val Sabbia nella storia della Marina Militare. La cerimonia di intitolazione del Porto del lago d’Idro all'ammiraglio di divisione Mario Tonni si è tenuta in occasione della ricorrenza del 53º Anniversario del Gruppo ANMI e dell'inaugurazione della nuova sede sociale e del 150° dell’Unità d’Italia, a Idro il 7-8 maggio 2011. alla cerimonia hanno presenziato il sindaco di Idro Giuseppe Nabaffa, che ha invitato 25 Sindaci della Valsabbia tra cui il presidente della comunità montana e sindaco di Provaglio, paese nativo dell’ammiraglio Tonni, Ermanno Pasini in rappresentanza della Comunità della Valsabbia. La manifestazione ha visto anche la partecipazione degli alunni delle scuole di Idro Val Sabbia. Alla cerimonia erano anche presenti il capitano di vascello Andrea Tonni, addetto militare in India, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka e il contrammiraglio Bruno Tonni, rispettivamente figlio e nipote dell'ammiraglio Mario Tonni.




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LE CITTA' DEL LAGO D' IDRO : ANFO

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Anfo (in origine Damphus) è un comune italiano della provincia di Brescia, in Lombardia, sul Lago d'Idro. Il comune appartiene alla Comunità Montana della Valle Sabbia.
Anfo sorge sulla sponda destra del lago d'Idro o Eridio, alla foce del torrente Re che scende dal monte Melino.

Anfo, data la sua posizione geografica, è fiorente località turistica e possiede buone capacità ricettive.
La montagna che sovrasta l'abitato invoglia a bellissime escursioni (Baremone, Meghè, Zeno, Porle, Brele e Monte Censo), che conducono a punti panoramici con ampie vedute del bacino del lago d'Idro e, nei giorni più limpidi, offrono uno splendido colpo d'occhio sul gruppo del Brenta.Vi si possono gustare piatti tipici locali come la tinca coi roei (piselli), i filetti di pesce persico, le aôle e la polenta taragna.

Le rive, paludose e malsane, dove oggi sorge l'abitato di Anfo, furono lentamente bonificate in periodo medioevale dai frati Benedettini del monastero di S. Pietro in Monte Orsino di Serle, che le cedettero poi ai padri Bianchi di S. Francesco Romano di Rodengo Saiano, quindi ai Padri di S. Lorenzo Giustiniano di Monte Oliveto in Brescia.
Alla loro opera tenace, difficle e insalubre, si deve la prima trasformazione degli acquitrini in prati e coltivi, la regolarizzazione dei torrenti, il consolidamento dei terreni franati dai monti che avvolgono il comune alle spalle.
Il nome Anfo appare per la prima volta in documenti del secolo XI. Era un povero paese di contadini e boscaioli. Solo nel 1429 poté acquistare, da gente di Bagolino, la montagna di Baremone per l'alpeggio, ove ancora oggi si continua a fare, con metodi tradizionali, il formaggio detto "Bagoss".
Ma l'alpeggio e il taglio della legna, pure favorito dall'industria del ferro fiorente in Valle Sabbia, non potevano corrispondere alle esigenze economiche della popolazione, per cui, nel 1531, gli abitanti azzardarono affrontare la pesca nel lago, malgrado i severi divieti stabiliti dal comune di Idro che, da tempo immemorabile, vantava diritti di pesca, di navigazione e difesa del lago stesso.
La contesa fra i due comuni rivieraschi (Anfo e Idro) assunse spesso aspetti drammatici, sia per il puntiglio dei contendenti, sia perché inclusi in diverse guirisdizioni amministrative (Idro dipendeva dal Provveditore di Salò, Anfo dai Rettori di Brescia), sia infine perché, approfittando della situazione, i conti di Lodrone colsero il momento propizio per estendere la loro presenza sul lago d'Idro.
I Lodroni infatti costruirono in quegli anni la rocca di S. Giovanni e le pescherie nel golfo di Camerella a Bondone, che affittarono a pescatori di Anfo.
Inoltre fecero costruire forni di ferro in Anfo, sollevando le gelosie e le preoccupazioni dei Bagolinesi. Questi ricorsero al Doge che, accogliendo l'istanza, impose ai Lodroni di abbandonare i forni. Così, dopo varie vicende, la contesa si concluse nel 1555 con un compromesso proposto dal conte Lodovico Calini al Provveditore di Salò e ai Rettori di Brescia; ma solo il 10 ottobre 1579 fu firmata la scrittura fra i due comuni, per cui, nel nome dello Spirito Santo, dovevano rimettere tutte le offese, controversie e dispiaceri passati.

Un documento particolarmente importante per la conoscenza della vita comunale di Anfo è dato dagli Statuti, riformati verso la metà del secolo XVI, essendo stati dispersi i precedenti in periodi tempestosi.
Lo studio e la stesura degli Statuti erano stati affidati a tre cittadini: Gottardo Brunori, Girolamo Mabellini e Bartolomeo Zanetti.
Dagli Statuti risulta che il comune era amministrato da sei consoli eletti dall'assemblea dei vicini, convocata il primo gennaio di ogni anno: ognuno dei consoli restava in carica due mesi, era aiutato da consiglieri, dal notaio e da altri ufficiali eletti a seconda delle necessità.
Appartenevano al comune l'osteria e il molino, oltre all'amministrazione del lascito di G. Battista Treboldi.
Gli Statuti erano severi nel mantenere il rispetto dell'autorità, imponendo l'osservanza di feste religiose, il buon comportamento durante le funzioni, "il bando alle bestie che fossero andate sul sagrato", la partecipazione con la croce alla processione della Pieve di Idro nel giorno dell'Ascensione.
Caduta la Repubblica Veneta, Anfo fu incluso nel Distretto XVII di Vestone.

Si suppone che il luogo fosse occupato nell'antichità dagli indigeni. Non vi sono però documenti che certifichino l'utilizzo della Rocca d'Anfo in epoca romana, dunque la storia va fatta iniziare dall’alto Medioevo. Dove oggi sorge il sito eretto nel 1450 dalla Serenissima Repubblica di Venezia, allora esisteva una fortezza deputata al controllo dei passaggi di merci e persone lungo al via di collegamento fra la pianura bresciana e il territorio teutonico. Alcuni ricercatori ritengono che la Rocca sia stata edificata su una preesistente fortezza di origine longobarda.

La Rocca d’Anfo è un complesso militare fortificato eretta nel secolo XV dalla Repubblica di Venezia nel Comune di Anfo, sul lago d’Idro, e posta a guardia del vicino confine
di Stato con il Principato vescovile di Trento. Edificata sul pendio del monte Censo su una superficie di 50 ettari, la Rocca fu rimaneggiata più volte dagli ingegneri di Napoleone Buonaparte e da quelli italiani, ma perse il suo valore strategico nel 1918, quando il Trentino passò definitivamente al Regno d'Italia . Dopo il 1860 l'esercito austriaco in contrapposizione alla Rocca, iniziò la costruzione del Forte d'Ampola a Storo e di quello di Lardaro. Adibita dall’esercito italiano a caserma per l'addestramento dei militari di leva, la Rocca fu anche luogo di detenzione e polveriera; fu dismessa nel 1975, ma restò vincolata al Ministero della Difesa fino al 1992.

La costruzione della fortezza di Rocca d’Anfo fu voluta nel 1450 dalla Repubblica di Venezia, che governò il territorio bresciano della Val Sabbia dal 1426 al 1797. Il compito di progettare e sovraintendere ai lavori di costruzione fu affidato al conte Gian Francesco Martinengo, “valoroso condottiero e valente ingegnere militare”. di Barco di Orzinuovi. In questo modo si cestinarono definitivamente i progetti originari dei Visconti di Milano, precedenti dominatori di queste terre, che prevedevano la fortificazione del confine con il Trentino lungo il fiume Caffaro a nord del rio Riperone, o l’eventuale ripristino e ampliamento del luogo fortificato posto sul dosso di Sant’Antonio di Caster situato nel Comune di Bagolino nei pressi di Monte Suello. I lavori durarono fino al 1490 e secondo alcuni ricercatori il nuovo complesso difensivo fu edificato su una precedente fortezza di origine longobarda.
Nel periodo veneziano, tutte le esigenze della Rocca, così come per tutte le altre fortificazioni, erano supervisionate dai Collegio dei Savi, poi dal 1542 la Serenissima diede l'incarico a due senatori con il titolo di Provveditori alle fortezze, portati a tre nel 1579. Il comando militare della struttura era affidato ad un patrizio con il titolo di provveditore, alle cui dipendenze vi era un capitano, una trentina di soldati e qualche bombardiere. Il presidio militare era soggetto per la milizia al capitano di Brescia e, per la logistica, al Podestà.
Delle originarie edificazioni viscontee sono ancor visibili solamente la doppia cinta muraria superiore, in quanto, con l’avvento dell’era napoleonica, le mutate tecniche belliche imposero una completa revisione di tutta la struttura fortificata.

Il generale François De Chasseloup-Laubat (1754-1833), ispettore delle fortificazioni, a seguito della pace di Lunéville sottoscritta dalla Francia e Austria il 9 febbraio 1801, ordinò al fine di completare la difesa e l'occupazione dell'Italia la fortificazione di Peschiera, Taranto, Alessandria, Mantova e la Rocca d'Anfo. L'ordine d'operazione era giunto direttamente da Napoleone Buonaparte preoccupato di garantire il controllo alle sue truppe della strada che univa Trento alla città di Brescia.
Il Primo Console di Francia si era subito reso conto dell'importanza strategica della vecchia fortezza per la "difesa dello Stato", ma la Rocca mostrava i segni decadenti di tante guerre sostenute. Quindi Napoleone diede ordine al suo generale François De Chasseloup-Laubat di provvedere all'ammodernamento delle disastrate strutture "senza ritardi e senza riguardo per la stagione".
Il progetto fu affidato ad ingegneri del genio militare di grande esperienza: prima al barone colonnello, comandante del Corpo Ingegneri, François Nicolas Benoit Haxo (1774-1838) e successivamente al colonnello François Joseph Didier Liedot. Gli ingegneri militari napoleonici abbandonarono saggiamente le strutture venete dando il via ad un grandioso progetto di ampliamento che aveva come fulcro il costone roccioso leggermente posto più a nord.
Questi affrontarono l’opera approntando preliminarmente una cartografia particolareggiata del luogo, adattando mirabilmente le strutture alla natura scoscesa e selvaggia del territorio, secondo le nuove teorie della famosa “Ecole Polytechnique” dell’esercito francese di Parigi. Il Liedot distribuì le varie batterie su piccole terrazze ricavate dallo scavo della roccia e proteggendole per mezzo di una grande Lunetta (la Rocca Alta) nella parte superiore dotata di casematte di artiglieria e fucileria. La strada Trento-Brescia che passava alla base della Rocca, secondo il progetto mai realizzato, doveva essere interrotta da profondi fossati e resa transitabile da ponti levatoi.
I progetti elaborati dai due tecnici francesi rappresentano una tappa fondamentale nella storia della cartografia. I lavori ebbero inizio nel 1802 e in soli 10 anni, nel 1812, furono portati a termine. La spesa sostenuta di militari francesi di 2,5 milioni di franchi testimoniano lo sforzo di fare della Rocca d’Anfo una delle più grandiose e possenti fortezze d’Europa. La caduta dell’impero napoleonico impedì il completamento dell’opera nella sua parte medioinferiore. Le integrazioni delle strutture, fino all’assetto definitivo attuale, vennero effettuate prima dagli Austriaci e poi portate a termine dal Regno d'Italia, dal 1860 al 1914 circa.

La Rocca è costituita da una trincea fortificata in direzione del paese di Anfo, difesa da una caserma detta Rocca Vecchia, a sua volta sovrastata dalla batteria veneta; entrambe dominate da un corpo di guardia, posto a 200 metri sul livello del lago e collegato alla batteria da un muro con feritoie e gradini. Verso il “nemico” Trentino si sviluppava una serie di batterie e casermette, sovrapposte a scalinata. A nord esisteva uno scosceso burrone.
Queste batterie di difesa erano chiamate:
batteria Tirolo, a 100 metri sul lago;
batteria Rolando, a 150 metri sul lago;
batteria Belvedere Superiore a 250 metri sul lago.
ridotto costituito da una Lunetta, detta Rocca Alta, che collegava i due fronti precedenti, a 200 metri sul lago, e conteneva una caserma e una batteria casamattate;
a 50 metri, sotto la Lunetta, c’era la batteria Bonaparte, poi ribattezzata Anfo, a difesa dela strada fra Rocca Vecchia e la batteria Tirolo.
sul tutto ad una altezza di 300 metri, sovrastava una torre rotonda a due piani.
Trincee, piazzole, rampe, strade coperte, polveriere, stalle per i muli, alloggi per la truppa e cisterne dell’acqua completavano la logistica della fortezza.
Il complesso di queste costruzioni militari è distribuito in una fascia di terreno di forma triangolare, di cui un lato corrisponde all’incirca ad un chilometro di riva del Lago d’Idro. Il resto si sviluppa sul versante orientale del monte Censo, fino quasi alla sua cima, con un dislivello che varia dai 371 metri sul livello del mare dalla riva del Lago ai 1050 metri dal vertice.

Di notevole interesse turistico la parrocchiale, l'oratorio di S. Antonio, la conca di Barèmo e la vetta del Cènso (per ammirare la vallata da Treviso a Condino con super vista sull'intero lago d'Idro). E' meta di notevole flusso turistico estivo ( campeggi e residence). E' del tutto privo di industrie.

Tra i personaggi recenti più illustri spicca la figura della serva di Dio, suor Irene Stefani, morta in concetto di santità il 31 ottobre 1930, di cui attualmente si è concluso il processo per la causa di beatificazione.



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lunedì 11 maggio 2015

LA CHIESA DEI SANTI GERVASIO E PROTASIO A BARDOLINO

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La chiesa è citata fin dal 1598 sorge a metà del promontorio roccioso prospiciente il paese, un tempo risiedeva un eremita (romét) incaricato di avvisare gli abitanti di Bagolino in caso di principi di incendio suonando a martello le campane.
Il piccolo complesso è formato anche dall'abitazione dell'eremita (dove si trova anche la cisterna nella quale, secondo la tradizione popolare, nascono i bambini) il campanile e l' "osteria", modestissimo ostello per i visitatori. Nel 1653 la chiesa venne ampliata e l'interno decorato con affreschi.

La facciata della chiesa è a capanna, all'interno due parti nettamente separate: la prima, ampia e con le capriate scoperte, la seconda, che ha funzioni di presbiterio, intonacata e affrescata. Nel 1653 la chiesa fu ampliata e abbellita con affreschi e marmi che formano l'arco di accesso con stelle, fiori in rilievo; di marmo sono anche i gradini dell'altare. La pala è una copia della Madonna con S. Gervasio e Protaso di Giovanbattista Motella e coglie il paese raffigurato in tutti i suoi particolari: la torre del vecchio comune, nel quartiere di Cavril, la chiesa sovrastante la borgata e a destra il quartiere di Visnà. L'originale del quadro si trova presso la casa di riposo S. Giuseppe. La soasa è sobria ma elegante; purtroppo la parte centrale del timpano è stata trafugata. Gli affreschi che si trovano entro le lunette della parete del presbiterio raffigurano: i Santi Gervasio e Protaso che vegliano il sonno di S. Ambrogio, il martirio di S. Protaso, quello di S. Gervasio e la venerazione dei due santi. Sono in buono stato con colori di stravagante vivacità.
Benché alcune figure siano sproporzionate, i visi, in modo particolare quelli degli aguzzini, sono di un realismo truce e ricordano quelli di Esine, del Romanino.




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BEATA LUCIA VERSA

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La grossa mole che sovrasta il paese è l'antico convento fondato dalla Beata Versa Da Lumi nel 1517. Nel tempo ha subito varie trasformazioni, ora è casa di riposo.
Ingloba una chiesetta dedicata al Sacro Cuore di Gesù dove si può vedere la pala della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio di Gianbattista Motella e un'assunzione di Maria al cielo di anonimo.

I Versa, una famiglia facoltosa di Bagolino, diventati poi Versa Dalumi compaiono in numerosi documenti del ricco gubernerio comunale (archivio).

La tradizione vuole che Lucia figlia di Zoan de Versa e di Maria sia nata nel 1499.

Si legge ne ”L’ Informatione” “Essendo detta madre Suor Lucia di età di sedici anni de buona vita dedicata a servar verginità, era devotissima de Idio et della gloriosa vergine Maria et tutta spirituale attendeva ali digiuni et continue orationi et discipline: et andò crescendo in questa bona disposizione et sante devotioni fin ali anni vinti sei, sempre più frequentando le orationi et devotioni sue… la gloriosa Maria pareva la exortasse a continuar le orationi sue et ritirarsi dal commercio del seculo… si risolse de ritirarsi sopra la terra de Bagolino in locho pocho discosto da quella.”, si evince che, essendo documentata la costruzione della primissima parte del convento nel 1515, probabilmente Lucia è nata nel 1489.

La famiglia le fece “molto contrasto” perché non comprendeva come “così sola, giovane e di vago aspetto se ne volesse vivere in un luogo così solitario et rimoto… non era abitaculo alcuno da poter stare…”, ma trovando nell’amica Maffea de Macinata, una compagna che perseguiva lo stesso ideale, si ritirarono sotto un grosso masso che formava un anfratto naturale il località Ronco, costruirono una tettoia di legno, posarono un immagine del Signore e della Madonna e “ dimoravano exercitandosi nelle continue orationi digiuni et penitencie vivendo la magior parte del tempo de alcune erbe, castagne et cose simili ed delle pie elemosine che li venivano esser datte, perché non avevano cosa alcuna…” si legge inolte “Fu co’ le elemosine, che li venivan fatte, fabricata una capeleta… nel quale luocho lì concorreva delle altre giovine vergine che desiderava retirarsi medesimamente co’ loro…”.

Nel 1516 Lucia si reca a Brescia, meta è il Convento di S. Alessandro centro della riforma dell’Ordine Servita in Alta Italia, scopo presentarsi al Padre Priore pregandolo “si compiacesse di riceverla all’habito”, il Priore contattato Padre Capirola di Brescia, Vicario generale, che avuta conferma, dopo sopralluogo, “che Bagolino era luogo ben abitato et idoneo per fondarvi il convento“, diede il nulla obstat.

Suor Lucia avuta la veste de “Monaga de Santa Maria de Pietà” dà vita alla nuova comunità, composta all’inizio da 5 compagne, in una casetta costruita sopra il grande sasso del Ronco.

Il comune partecipa attivamente all’ampliamento della prima sede espropriando a Zoan de Foi il terreno per erigere la chiesa “si dovessi tore ditto terreno per fare essa giessia (chiesa) et sagrato, volendo o non volendo… esso Zoanne… “,.

La costruzione del convento richiama nuove vocazioni sono 36 nel 1522, la struttura diventa insufficiente e Suor Lucia acquista un terreno in quel di Gavardo, pensando di edificare un altro monastero, ma il Vescovo Mons. Paolo Zane, feudatario di Gavardo, le intima, pena la scomunica di sospendere tale azione.

Il 23 settembre 1524 Suor Lucia muore.





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LA CHIESA DI SAN LORENZO A BAGOLINO



La chiesa di S. Lorenzo, un tempo cappella dell'antico cimitero, conserva della primitiva costruzione solo l'abside e i resti di due finestre gotiche, murate. Fu distrutta più volte da incendi (nel 1779 e nel 1915): è stata ristrutturata recentemente conservando le strutture che le erano state date nel rifacimento del 1924.

Il primo altare di destra ha una tela dell'Itagliani raffigurante il martirio di S: Lucia.
Nel secondo possiamo ammirare S. Antonio abate del Ridolfi.
Di fronte c'è il quadro più famoso di A. Moreschi il pittore di Bagolino del '1600. La La Natività  è una copia di quella del Savoldo conservata nella pinacoteca di Brescia.
Nel primo nicchione di sinistra vi trova posto un'altra tela del Moreschi raffigurante Gesù presentato al tempio.
Nella porta di sinistra ora murata è collocata una lunetta proveniente dalla chiesa degli Adamino che raffigura la stessa famiglia offrente la chiesetta alla Madonna.Anonima è la pala dell'abside racchiusa in una pregevole soasa, con la Madonna tra S. Giuseppe e S. Lorenzo. Di tutti gli altri quadri non si conosce l'autore.




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LA CHIESA DI SAN ROCCO A BAGOLINO

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La chiesa di San Rocco è una chiesa situata all'ingresso dell'abitato di Bagolino, a fianco della Strada Statale 669 che porta al passo di Crocedomini. Venne eretta dopo la peste del 1478, per ringraziare il santo al quale essa è dedicata per la cessazione del flagello e per porre sotto la sua protezione l'intera comunità. Grande interesse riveste, al suo interno, il ciclo di affreschi realizzato dal pittore camuno Giovanni Pietro da Cemmo, artista che segna nelle valli bresciane il passaggio dalla pittura gotica a quella rinascimentale.

Dopo la metà del XVI secolo la chiesa dovette ormai sembrare troppo angusta e modesta alla ricca comunità bagolinese. Si decise così di innalzare il campanile: i lavori, affidati al comasco Cristoforo di Osten, terminarono nel 1565. Poco dopo, nel 1577, fu ordinato l'ampliamento della navata dandone incarico al "Magister Comino da Sabbio", che modificò la larghezza della navata e vi aggiunse, secondo le prescrizioni ricevute due nuove campate
Al termine dei lavori, nel 1585, la chiesa fu solennemente consacrata dal vescovo di Trento.

Anche l'apparato decorativo della chiesa, con gli affreschi di Giovanni Pietro da Cemmo, dovette sembrare troppo modesto e fu sacrificato nel XVII secolo a vantaggio di grandi altari dorati di gusto barocco, oggi visibili nelle ampie nicchie laterali della navata.

Tra la fine dell'ottocento e gli inizi del novecento furono eseguiti nuovi lavori improntati ad un discutibile gusto neo gotico. Fu giustapposto alla facciata della chiesa un pronao con archi a sesto acuto; venne inoltre realizzata nella navata una falsa volta, sempre in forme goticheggianti, con una pesante tinteggiatura in azzurro, al posto della precedente copertura lignea del tetto a capanna.

L'impianto decorativo che va dall'arco santo, alla parete di fondo ed alla volta del presbiterio stesso, ubbidisce ad un complesso programma iconografico suggerito verosimilmente da qualche dotto religioso. Il visitatore che entra nella chiesa vede per prima cosa la raffigurazione dell' Annunciazione sull'arco santo, con la scena dell' Angelo annunziante sul rinfianco sinistro e quella della Vergine annunziata sul destro; in mezzo, in una mandorla di luce, sta la figura dell' Eterno che ha deciso di inviare il Figlio per la redenzione del genere umano. Se l 'Annunciazione è l'episodio che segna l'inizio della vita terrena di Gesù, la grandiosa scena della Crocifissione, che lo spettatore osserva sulla parete di fondo del presbiterio, ne racconta il tragico epilogo.

Avanzando poi verso l'altare, lo spettatore nota, nel sottarco, le figure di dodici Sibille, nelle quali la mitologia religiosa medievale ha voluto vedere le profetesse che, in ogni luogo della terra, predissero la venuta di Cristo (sono 12 anziché 10, come d'abitudine, per stabilire una stretta simmetria con i 12 "profeti minori").

Alzando poi lo sguardo verso la volta a crociera, lo spettatore vede nelle sue vele le grandi e statuarie figure dei quattro Evangelisti, testimoni della venuta di Cristo e dei suoi insegnamenti. Ad agevolarne la identificazione - identificazione non semplicissima visto che Giovanni si mostra con una solenne barba bianca ed appare come il più vecchio dei quattro – sono raffigurati nei pennacchi della volta, su di un lato, i simboli del tetramorfo; sull'altro lato sono poste invece le figure dei quattro Dottori della chiesa, che diedero forma di dottrina agli insegnamenti di Cristo. Più in basso nei pennacchi, sono posti otto tondi monocromi che corrono tutt'intorno alla volta; in essi si riconoscono scene bibliche che valgono a sottolineare la continuità tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento: narrano – con una iconografia poco consueta – la storia dell'umanità da Adamo a Lamech, il quinto discendente di Caino.

Solo dopo aver meditato su tali scene che parlano della venuta e del sacrificio di Cristo e del ruolo della sua Chiesa, lo spettatore potrà osservare, spostandosi prima sull'uno e poi sull'altro lato del presbiterio, la raffigurazione della vita dei due santi taumaturghi, San Rocco e San Sebastiano, invocati a protezione dalla peste. Il racconto pittorico della edificante vita dei due santi ne ripercorre gli eventi salienti, resi popolari dalla Leggenda Aurea.

Sulla parete di sinistra, quella destinata a San Rocco, trova oggi sistemazione, in una parte ormai rovinata delle pitture, una Madonna col Bambino tra Sant'Antonio Abate e San Giovanni Evangelista, affresco staccato proveniente da una cascina del territorio di Bagolino, attribuito alla scuola del Da Cemmo.

Il linguaggio pittorico di Giovan Pietro palesa, innanzi tutto, nel rigore plastico di derivazione mantegnesca e nell'avvenuta assimilazione dell'uso della prospettiva, il debito artistico verso il bresciano Vincenzo Foppa, padre nobile della pittura rinascimentale lombarda, ancora in piena attività all'altezza degli anni degli affreschi della chiesa di San Rocco.
Si può notare, in particolare, come l'Angelo annunziante ricordi da vicino l'analoga figura che il Foppa, nel 1468, aveva affrescata nella Cappella Portinari.

Si è altresì sottolineato l'eclettismo del pittore camuno, il suo attardarsi sulla poetica del gotico internazionale, il suo affacciarsi sulla grande pittura toscana, il suo interesse per l’arte nordica. Si osserva, sotto questo profilo, come la figura della Vergine annunziata (rovinata nei panneggi della veste azzurra) evochi, nella tenera soavità del volto, l'aspetto delle dame care al gotico internazionale, mentre l'ambientazione e la meticolosa descrizione degli oggetti che popolano la stanza richiamano la cifra stilistica dell'arte nordica.

La scena della Crocifissione, costipata di persone e di cavalli, entra più volte nella produzione del Da Cemmo: la troviamo anche a Borno, nella chiesa dell'Annunciata, e ad Esine, nella chiesa di Santa Maria Assunta. La raffigurazione della Crocifissione richiede all'artista un particolare impegno: nei cicli di affreschi essa deve rappresentare infatti il punto culminante, quello più denso di pathos.

A proposito della versione di Bagolino si è acutamente osservato che:

« ...  appare divisa in due zone:la parte alta, con le tre croci, è immersa in un’atmosfera silenziosa ed immobile ; ai piedi della croce vi è, al contrario, una folla di personaggi,, un vero mare di teste e di corpi in movimento che fa da sfondo ai protagonisti. La capacità del pittore di conferire ai propri personaggi una ben definita personalità è evidentissima anche nell’uso di particolari effetti cromatici: il grande dolore interiore di Maria, avvolta in un manto nero, è sottolineato dall'abbraccio delle pie donne vestite con abiti dalle vivaci tonalità rosse e gialle. »
Un brano del ciclo di affreschi di particolare interesse e di suggestivo sapore gotico cortese, è dato dai ritratti delle dodici Sibille che Giovan Pietro dipinge nel sottarco, ognuna con una scritta che ne palesa il nome e che evidenzia una sentenza profetica a lei associata.
Le dodici Sibille danno luogo ad una gustosa sfilata di vesti e di acconciature del tempo, non priva verve ironica. Troviamo, ad esempio, la Sibilla Cumana che si compiace del suo abito fiorentino, mentre la Sibilla Europa fa sfoggio sul proprio capo di un tipico hennin di forma conica che potrebbe essere uscito dal pennello di un pittore fiammingo.

Se gli affreschi del Da Cemmo costituiscono l'aspetto artistico di maggior interesse, vale la pena prestare attenzione anche ai cinque altari barocchi posti nelle grandi nicchie della navata, se non altro per apprezzare quali drastici cambiamenti di gusto si operarono tra la fine del XVI e poi durante il XVII secolo, e per capire come doveva apparire l'interno della chiesa di San Rocco fino a non molte decadi fa.
Si consideri che il secondo altare di destra, dedicato a San Rocco (composto da elementi di epoche diverse, con cinquecenteschi dipinti su tavola e secentesche statue lignee) ricopriva, nel presbiterio, la scena della Crocifissione. Altri due altari – il terzo ed il quarto di destra – erano posti ai lati dell'arco santo e nascondevano interamente le due figure dell'Annunciazione.

La realizzazione delle soase lignee dorate è verosimilmente opera di intagliatori delle valli bresciane; i dipinti sono opera di artisti minori che, tuttavia, dovevano incontrare il gusto dei committenti. Tra di essi troviamo anche una donna, la pittrice Anna Baldissera vissuta nel '600, autrice della pala con San Carlo Borromeo tra i santi Faustino e Giovita, posta nel primo altare di destra.




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IL FIUME CAFFARO



Il Caffaro è un fiume della provincia di Brescia, appartenente al bacino del Lago d'Idro. Nasce dal Cornone di Blumone, presso il Passo del Termine nel territorio di Breno, all'interno del Parco regionale dell'Adamello. Percorre la Valle del Caffaro bagnando Bagolino ed alcune frazioni e si immette nel Chiese poco prima che quest'ultimo entri nel lago d'Idro, in località Ponte Caffaro. Segna per un breve tratto il confine con la provincia di Trento (comune di Storo).

Affluenti principali sono il Riccomassimo, il Rio Frèi, il Dazare, il Bruffione, il Lajone, il Sanguinera, il Vaia, il Dasdanè, il Racigande, il Berga ed il Leprazzo.

Le acque del Caffaro vengono sfruttate per la produzione di energia idroelettrica.

Torrente molto acquatico con tuffi possibili vista la grande quantità di acqua e profondità delle vasche. Alcuni tuffi li troviamo sul percorso mentre altri si possono creare arrampicandosi sui lati del canyon, l' acqua è abbastanza pulita mentre il greto del torrente un po' meno, non troppo fredda. Torrente fisicamente impegnativo per i lunghi tratti nel letto del torrente e qualche nuotata. Non ha molti passaggi divertenti, le calate sono quasi inesistenti se non un paio obbligatorie, per il resto si riesce a fare quasi tutto senza corda. Arrivati alla diga dove ci aspetta un bel tuffo da una decina di metri siamo quasi arrivati alla fine del canyon. Proseguiamo sul greto e seguiamo il torrente che gira verso destra e sorpassiamo la centrale elettrica, dopo di che ci ritroveremo sotto al ponte in ferro.



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IL MONTE SUELLO

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Posto sul lungo crinale che separa la Valle della Berga dal Lago d’Idro, il Monte Suello diede il proprio nome a una famosa battaglia della terza guerra d’indipendenza che vide contrapposti fra loro due reggimenti dei Volontari Italiani di Garibaldi e gli austriaci dell’8° Divisione del generale Von Kuhn.

Il generale von Kuhn aveva predisposto un piano offensivo per espugnare la Rocca d'Anfo in tre direttrici d'attacco ordinando al tenente colonnello Heribert Höffern von Saalfeld di occupare il 30 giugno Riccomassimo, Monte Macao, Vessil e Col Bruffione e di proseguire il 1º luglio a Bagolino, facendo delle diversioni verso il Passo del Maniva e Passo di Crocedomini sopra Breno; al centro dello schieramento, al capitano Ludwig von Gredler con quattro compagnie della brigata di Bruno Freiherr von Montluisant e una compagnia di volontari viennesi-tirolesi, di attestarsi, per la giornata del 2, nella Valle del Chiese a Monte Suello con il compito di sbarrare il passo alla fortezza di Rocca d'Anfo e infine a sud, al tenente colonnello Hermann Thour von Fernburg con la sua mezza brigata, dopo essersi assicurato il controllo di tutti i passi della Valle di Ledro (Passo Nota e Tremalzo), di occupare Magasa, Turano e la Val Vestino, il 1º luglio, e il 2, per il monte Vesta e Manos, rispettivamente sopra Bollone e Capovalle, di procedere al completo accerchiamento della Rocca d'Anfo scendendo a Treviso e a Idro. L'operazione in Val Camonica fu invece affidata alla mezza brigata del maggiore Alexander von Metz.

Il generale Giuseppe Garibaldi, la mattina del 3 luglio, osservando da Rocca d'Anfo i movimenti degli austriaci che occupavano la chiesetta di Sant'Antonio nei pressi di Ponte Caffaro ordinò perentoriamente al colonnello Clemente Corte, comandante della 4ª Brigata Volontari Italiani, composta dal 1º e dal 3º Reggimento, supportata dal 1º Battaglione Bersaglieri genovesi del maggiore Antonio Mosto e una Batteria di artiglieria da montagna del Regio esercito, di “cacciare quei mosconi” dalle loro posizioni.

Alle 14.00 del pomeriggio si accesero i primi violenti scontri. Il colonnello Corte avanzò con sei compagnie del 1º Reggimento in colonna per quattro sulla strada che sale a Bagolino fiancheggiato a sinistra, sulle falde del monte, dalla compagnia di Bersaglieri genovesi, e sostenuto alle spalle da una sezione di artiglieria e dalla riserva del 3º Reggimento di Giacinto Bruzzesi. Gli austriaci, circa 868 uomini, inquadrati in quattro compagnie di Kaiserjäger, la 31ª, 32ª, 35ª e 36ª, del VI Battaglione della mezza Brigata del colonnello Heribert Höffern von Saalfeld comandati dal capitano Ludwig von Gredler, appostati strategicamente sulle falde del monte e distesi lungo la strada cominciarono a sparare all'avanzata delle camicie rosse.

Alcuni ufficiali furono subito uccisi o colpiti, lo stesso generale Garibaldi accorso sul posto fu ferito alla coscia sinistra da un maldestro suo soldato e, sostenuto dal capitano Ergisto Bezzi, fu immediatamente trasportato nei pressi di un casolare di San'Antonio per essere curato dal medico palermitano Enrico Albanese e da Jessie White Mario e successivamente trasferito all'interno della Rocca d'Anfo.

Gli austriaci imbaldanziti, credendo di avere la vittoria a portata di mano, iniziarono ad avanzare minacciosamente lungo le pendici del monte con tutte le loro forze, cinque compagnie di 7-800 uomini, costringendo i garibaldini a mettersi “al coperto dai fuochi troppo micidiali del nemico ed a cui era impossibile di rispondere”. Poco prima, alle ore 13.00, una colonna austriaca al comando del capitano Schiffler era avanzata minacciosamente sulla strada di Ponte Caffaro fino alla chiesa di San Giacomo, ove era caduta sotto il tiro di due cannoncini delle due imbarcazioni della Dogana di confine operante in prossimità delle sponde del lago d'Idro. Alle 15.00 gli austriaci furono fermati da il contrassalto di una Compagnia dei Bersaglieri genovesi con il concorso di quattro pezzi di artiglieria.

Tutto sembrava perso per gli italiani premuti dall'ultimo assalto nemico, anche se tra le file degli austriaci si annoveravano caduti e feriti tra cui il capitano Spagnoli, comandante della 31ª e 32ª Compagnia, che ferito ad un occhio dovette ritirarsi dal combattimento cedendo il comando al capitano Walter. La giornata fu salvata, come ebbe a dichiarare Giuseppe Garibaldi, per “il sangue freddo e il coraggio” del colonnello Giacinto Bruzzesi che occupate le alture di Sant'Antonio vi posizionò due cannoni della Batteria da montagna del Regio esercito iniziando un tiro micidiale sulla colonna degli austriaci e infine lanciò un ultimo risolutivo assalto con sette compagnie. Gli austriaci cedettero all'impeto e in breve furono costretti, verso le 19.00, a ritirarsi sul dosso del Monte Suello che poi abbandonarono furtivamente nel corso della notte, coperti in retroguardia dal capitano Schiffler e dalla 1ª Compagnia Tiragliatori volontari viennesi-tirolesi (Wien-Tiroler Scharfschützen), riparando a Ponte Caffaro e Lodrone e poi successivamente una parte nei forti di Lardaro, l'altra in quello d'Ampola.

Più a nord anche il colonnello Heribert Höffern von Saalfeld, che aveva tentato inutilmente da Bagolino di raggiungere la Valle di Levrazzo per piombare alle spalle degli italiani, aveva cominciato la ritirata su posizioni più arretrate, azione completata il 4 luglio sulla malga di Bruffione e la retrocessione successiva verso Roncone e i Forti di Lardaro.

Lo stesso generale Giuseppe Garibaldi descrisse così nelle sue "Memorie" i fatti accaduti in quella giornata: "Per un pezzo tutto andava bene, ed il nemico ripiegava davanti alla bravura dei nostri; ma essendo esso rinforzato dalle riserve che coronavano le alture di monte Suello, e trovando i nostri militi posizioni sempre più formidabili, furono alla fine fermati nel loro slancio. Infine la giornata restò indecisa, e si rimase nelle posizioni sotto monte Suello. Ferito alla coscia sinistra, fui obbligato a ritirarmi".

L’esito della battaglia rimase in ogni modo incerto per molte ore e il Corte, temendo un contrassalto della mezza brigata del colonnello Hermann Thour von Fernburg a Moerna, ordinò l’immediata ritirata di tutti reparti operanti nella Val Vestino al comando del maggiore Luigi Castellazzo e quella dei suoi uomini nella Rocca d'Anfo.

Durante la notte dal 3 al 4 arrivarono di rinforzo ad Anfo i primi reparti del 9º Reggimento di Menotti Garibaldi, e nel giorno successivo, il 1º Battaglione di questo comandato dal maggiore Enrico Cairoli, occupò la vetta di Monte Suello, mentre il 2º Battaglione si stabilì a presidio di Bagolino.

Con quest'ultima operazione si concludeva quasi completamente il piano predisposto dal generale Von Kuhn che non raggiungeva gli obiettivi preventivati, ossia la cacciata degli italiani dal Trentino mediante l'accerchiamento della Rocca d'Anfo, mentre l'unica azione austriaca ancora in atto e di una certa entità rimaneva quella in Valcamonica. Gli italiani con la vittoria occupavano la piana del fiume Chiese, la Val Vestino apprestandosi a porre l'Assedio del Forte d'Ampola e la marcia di avvicinamento verso i forti di Lardaro.

Le truppe volontarie italiane accusarono 70 morti (3 ufficiali), 266 feriti (14 ufficiali), 22 dispersi. I dati sono discordanti per quanto riguarda le perdite nemiche che, secondo fonti italiane, furono di 15 morti (1 ufficiale) e 43 (2 ufficiali) feriti mentre le relazioni militari austriache riportano 10 morti e 18 feriti.

Il sacrario di Monte Suello venne eretto a ricordo dei caduti garibaldini.

Il 19 marzo 1879 per iniziativa di alcuni patrioti e veterani della battaglia si teneva un’adunanza nel teatro di Vestone al fine di pianificare l’edificazione di un sacrario per raccogliere le spoglia dei volontari che non avevano ancora ricevuto degna sepoltura: infatti i caduti vennero seppelliti all’indomani dello scontro del 3 luglio frettolosamente sotto pochi centimetri di terra in nove fosse comuni contrassegnate da croci di legno a lato della strada per Bagolino e li rimasero fino al 1879 quando i poveri resti furono portati nella chiesa di San Giacomo posta sulla strada per Ponte Caffaro e ricomposti grazie all’interessamento del dott. Luigi Riccobelli di Vestone. Nella chiesa di San Giacomo per un certo periodo si celebrò messa per commemorare la battaglia, la cui data “3 luglio 1866” è dipinta sul campanile della stessa.

Nell’adunanza del 1879 venne deciso di creare due comitati, uno onorario a Firenze presieduto dal generale Clemente Corte ed uno esecutivo a Vestone presieduto dal ex maggiore Giuseppe Guarnieri, anima del progetto. Nel 1883 dopo regolare bando vinse il progetto dell’architetto Armano Pagnoni, tecnico del comune di Bagolino e cominciarono i lavori di costruzione dell’Ossario che terminarono nel 1884.

L’imperversare di una epidemia di colera fece slittare l’inaugurazione al 5 luglio 1885, giornata nella quale i feretri furono traslati dalla chiesetta di Sant’Antonio, (lì portati nella precedente giornata del 4 luglio dalla chiesa di San Giacomo) fino all’ossario e con atto notarile lo stesso giorno la proprietà passava alla Deputazione provinciale di Brescia, la quale ne assumeva la custodia e relativa manutenzione. Nel 1907 il monumento venne dotato di una cancellata su tre lati che fu completata sul lato a lago nel 1914.

L’ossario di Monte Suello sorge sul luogo dove l’architetto Armanno Pagnoni venne catturato dagli austriaci proprio nella battaglia del 3 luglio 1866. Infatti ancora giovanissimo e all’insaputa della famiglia prese parte alle operazioni belliche e fatto prigioniero. Dopo un anno di detenzione nel castello del Buon Consiglio a Trento venne liberato in uno scambio di prigionieri e poté rientrare in patria.

Il monumento in stile bizantino si presenta esternamente in pianta quadrata rivestito di graniti e piastre in calcare, sormontato da un tetto conico di forma piramidale, ricoperto di piastre in piombo. Sono presenti una serie di lapidi che ricordano gli scontri avvenuti a Monte Suello nel 1848 e nel 1866. La sala interna o edicola è di forma ottagonale con intercolonne in lavagna e avelli riportanti i nomi dei caduti in marmo di botticino. Al centro dell’edicola campeggia un busto in marmo di carrara raffigurante Giuseppe Garibaldi, interessante opera dello scultore rezzatese Pietro Faitini. Il cancello di entrata in ferro e ghisa fu disegnato e donato da Francesco Glisenti. Nella parte semi-interrata è presente una cripta con volta a botte che racchiude i resti dei caduti.




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LA CHIESA DI SAN GIORGIO A BAGOLINO

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Chiesa parrocchiale e monumento principale del paese per la sua mole, ma soprattutto perché racchiude le maggiori testimonianze della storia di Bagolino.

Edificata nel ‘600 in soli tre anni dall’architetto G. Battista Lantana (1561-1627), risulta essere terza per grandezza della provincia bresciana, tanto che fu chiamata Cattedrale in Montagna.
Al suo interno vi sono opere di grandi artisti come: Tiziano, Tintoretto, Palma il Giovane, Torbido, Pietro Mera lì raccolti per testimoniare la grandezza della Repubblica di Bagolino.

I lavori subirono un rallentamento durante la peste del 1630, così la chiesa, nonostante fosse affrescata da Palma il Giovane in alcune parti della navata e certi altari fossero già collocati, presentava ancora la volta del presbiterio e il catino absidale incompiuti. I lavori proseguirono dopo la peste, usando del materiale che doveva essere trasportato da Condino, e nel 1636 la chiesa fu completamente terminata. Ripresero così a lavorarvi pittori e affrescatori per completare la decorazione. Il "Duomo" di Bagolino sovrasta dall'alto il paese che sembra tutto raccolto ai suoi piedi a semicerchio (le due estremità del cerchio si ingrossano e formano i due quartieri: Visnà dalla parte destra della chiesa e Cevril dalla parte sinistra). La facciata, massiccia, è a capanna adornata da semplici graffiti, interrotta solo da una semplicissima trifora e scandita da un elegante pronao formato da sette archi che danno un suggestivo effetto di pieno nella parte alta e di vuoto nell'inferiore. Probabilmente si risente nel gusto l'influenza di Venezia. Il materiale e la mano d'opera per la costruzione del portico sono stati forniti dalla famiglia Versa. Si legge sul basamento della lesena dell'arco di accesso di sinistra del pronao: MARTI + VERSA - F. SVO - FILIOL? - DA - B. Gli stessi Versa donarono contemporaneamente il portale di sinistra. Il campanile innalzato nel 1681 ne sostituisce uno precedente che sorgeva a fianco dell'entrata di destra e termina con una cupola che appoggia sopra un tamburo ottagonale. Da dipinti anonimi e del Moreschi si vede che la cima terminava con un'alta guglia, distrutta probabilmente dall'incendio del 1779.

L'interno si presenta come un grande vano a botte liscia illuminato da otto finestroni semicircolari corrispondenti alle otto cappelle laterali, quattro per lato, intervallate da doppie lesene che contribuiscono a dare una sensazione di maggiore altezza, ciò che altrimenti mancherebbe in una chiesa a vano-unico con volta a botte. Il presbiterio anch'esso coperto a botte, ma più basso, si conclude con un'abside semicilindrica che all'esterno si presenta poligonale. Si hanno contemporaneamente una sensazione di vasto e monumentale, accentuata anche dalle quadrature architettoniche di Sandrini e Viviani, e una sensazione di raccoglimento e sacro, creata dall'unica navata e dagli alti nicchioni laterali. Sensazioni tipiche di centralità e di maestosità post tridentine e secentesche. Infatti la prepositurale di Bagolino rientra nelle numerose chiese costruite nella provincia bresciana nel '600 che seguono lo schema composito e strutturale delle chiese del tardo '500 cioè a vano unico e volta a botte, diffusosi dopo il Concilio di Trento.
La volta è affrescata, secondo il gusto e le strutture tipiche del XVII sec., di cui Tommaso Sandrini (1575 - 1630), caposcuola delle quadrature in Brescia, è l'autore. Con straordinaria bravura egli riuscì a creare una perfetta illusione ottica così da raddoppiare l'altezza della navata incorporando gli otto finestroni. Le colonne delle logge appoggiate su mensole sembrano continuare le lesene delle pareti e aumentano così la sensazione verticale della navata. Camillo Rama (1585 - 1630) è l'autore degli affreschi inseriti nelle quadrature. Nella prima è raffigurato il martirio di S. Virgilio vescovo di Trento; nella seconda la gloria della Vergine Maria. Queste due, affollate di personaggi bloccati in atteggiamenti stereotipati, non sono preferibili al terzo medaglione, sempre dello stesso autore dove la tragica e semplice scena di S. Giorgio che uccide il drago è, al contrario, dinamica. L'ultima scena: la Sacra Famiglia, fu aggiunta da Gaetano Cresseri durante i restauri del 1898. Sempre il rama, alunno di Palma il Giovane, continuò l'opera affrescando i restanti nicchioni e le scene dell'esodo situate tra le doppie lesene. Nel primo nicchione di destra troviamo l'altare di legno più sobrio di tutta la chiesa, formato da tre piani; la mensa vera e propria, un'alzata che incorpora due quadri di piccole dimensioni (S. Angela Merici e la beata Versa Da Lumi) e un altro basamento sul quale poggiano due colonne tortili che sostengono una trabeazione adornata da tre angioletti; la soasa, come la tela, doveva essere senz'altro già nella chiesa precedente, la tela, S. Agostino e S. Monica con la Vergine e il Bambino, è sempre stata attribuita a Pietro Ricchi, detto il Lucchese, però da un serio confronto con le opere di questo autore presenti a Bagolino e nella provincia, l'attribuzione risulta insostenibile. Fappani l'attribuisce a Pietro Marone, al quale rimandano parecchie caratteristiche: il manierismo, tipico nel bresciano a cavallo tra il XVI e XVII sec., e i colori di gusto veneto. Nel secondo nicchione di destra, in un altare ligneo barocco, troviamo inserito un quadro: S. Lorenzo tra S. Giovanni battista e S. Pietro, attribuito a Francesco Torbido. L'altare testimonia in maniera chiara il gusto per secentesco dell'"horror vacui"; infatti non esiste un piano liscio ma tutta la composizione e persino le colonne sono arricchite di motivi floreali (nastri, ghirigori), tanto che a malapena si intravedono i tre angioletti che fingono di sorreggere il quadro e gli altri nove e le tre testine inseriti nell'esuberanza soasa. Deliziose figure negli intrecci sono l'omino con le larghe "braghe" secentesche, a destra, e la donna con la collanina di coralli rossi (tipica tra le nostre contadine) a sinistra, nella parte bassa della soasa. In una scritta posta in alto si leggono l'anno 1662, e il nome del committente. L'attribuzione a Torbido non fu molto facile, anche se già il Vasari ne parlava: "... e fece (Torbido) una tavola che fu portata a Bagolino, terra delle montagne di Brescia". In seguito, forse per un errore di trascrizione, e confondendolo con il soprannome del pittore, il Da Pozzo lo assegnò a Battista del Moro, genero e allievo del Torbido soprannominato, appunto, il Moro. Ma il volto di S. Pietro assorto nella lettura è tra gli esempi più felici della ritrattistica del Torbido, una specialità nella quale era particolarmente aprezzato. Questo dipinto, caldo e luminoso nel colore, è databile tra il 1525 e il 1530; non è ancora rotto infatti dalle cadenze manieristiche di Giulio Romano, che influenzò più tardi il pittore. Il Torbido fu eclettico, aperto alle più varie suggestioni; in questo quadro si riscontra l'influsso del latti negli angeli e del Giorgione nella calma tranquillità dei personaggi, sottolineata dai colori tipici della scuola veneta, ma qui il gusto, il canone delle figure è un pò rozzo, più provinciale. Ai lati dell'altare, sulle pareti del nicchione, spiccano le figure affrescate di S. Geronimo e S. Ilarione e le allegorie della Carità, Fede e Speranza, sicuramente attribuibili a Palma il Giovane che lavorò pure agli affreschi del nicchione di sinistra (S. Anna e S. Gioacchino, le storie di Giuditta e Oloferne). Purtroppo l'artista non potè completare la sua opera dato che morì un anno dopo il termine della costruzione della chiesa e venne sostituito da Camillo Rama. Le belle figure dei Santi, proporzionate e illuminate dalla tipica luce di Palma il Giovane, non possono minimamente essere accostate alle goffe e bloccate figure affrescate nei restanti nicchioni.
Tra il secondo e terzo nicchione si trova un pulpito con bassorilievo raffigurante Cristo che predica alla folla, opera di un anonimo intagliatore del '600. L'opera anche se criticabile per la sproporzione delle figure, il groviglio dei personaggi, le loro teste grosse, ricorda l'ingenua freschezza dell'opera dei Naifs. La tradizione vuole che il viso del Cristo sia il ritratto del padre Borra che predicò nella Quaresima del 1624.
Nel 3° nicchione vediamo una soasa barocca: in alto campeggiano quattro angioletti che terminano la soasa formata da due robuste e ricche colonne. La tela centrale, trasportata dalla chiesa di S. Lorenzo nel 1804 e adattata all'altare (perdendo la sua forma centinata con l'aggiunta di due strisce ai lati) rappresenta la Sacra Famiglia con S. Rocco, S. Aniano, S. Marco e S. Sebastiano. L'autore è Pietro Rosa, allievo del Tiziano ma per il suo eclettismo questo quadro fu per parecchio tempo attribuito a diversi pittori. Nel dipinto si vede S. Marco che chiama dal dischetto di calzolaio S. Aniano; da notare la semplice ma efficace natura morta del dischetto, raffigurato con tutti gli attrezzi che mostra una tipica impronta di pittura bresciana. Affiancano la scena S. Sebastiano a destra e S. Rocco a sinistra. In alto la Sacra Famiglia è di impronta tizianesca. Nella base delle due colonne due quadretti: a sinistra S. Gaetano, a destra la B. Orsola che non hanno un grande valore artistico e probabilmente sono opera di Bernardino Boni, pittore bresciano del '700.
L'altare di stucco e marmo del 4° nicchione è semplice, arricchito nella parte superiore da due angioletti che indicano la lapide posta al centro del timpano. Vi campeggia la tela che raffigura Cristo risorto tra Santi, opera di Giacomo Barbello (sul cartiglio che esce dal libro in basso a sinistra si legge: "G. JACOBUS BARBELLUS CREMENSIS PINGEBAT 1643"). La luce è particolarissima e si differenzia da quella che abbiamo visto nelle altre tele: qui è protagonista; cadendo dall'alto forma i panneggi e le figure e mette in risalto i colori tenui ma efficaci dei manti. Questi dimostra la provenienza dell'artista dalla scuola bolognese.
L'organo, posto in cantoria "in cornu epistolae", è opera dei fratelli Serassi, la più importante famiglia di organi lombardi operanti nel XVIII e XIX sec. e sostituì quello degli Antegnati (fine '500) che fu gravemente rovinato dall'ncendio del 1779.
Le quadrature della volta dell'abside e del presbiterio furono eseguite da Ottavio Viviani, dopo la morte dei precedenti artisti a causa della peste del 1630. L'incoronazione di Maria Vergine è del Lucchese ed è ben inserita nelle quadrature barocche. Anche questi affreschi furono danneggiati dall'incendio dell'organo e, nel restauro del 1890 hanno perso in gravità e solennità.
L'altare maggiore, opera dell'abate Gaspare Turbini, è maestoso ed elegante grazie al verde antico del marmo sottolineato da quello bianco e impreziosito dai bronzi dorati (1794 - 99). La pala fu, come si legge in basso, donata nel 1703 dal rev. Andrea buccio al pittore Andrea Celesti; rappresenta in alto la SS: Trinità e sotto S. Giorgio che uccide il drago. Interessante il confronto fra questa scena e quella affrescata da C. Rama nella volta. Nell'affresco secentesco vi è movimento, i colori sono cupi ed oltre i personaggi essenziali vi è solo un tocco macabro negli scheletri sparsi sul terreno. Nel quadro del Celesti i personaggi sono più numerosi: in alto la SS. Trinità, in basso S. Giorgio che non si cura più del drago, già ferito, la tipica dama del '700 non è molto turbata dalla presenza del mostro e un putto regge lo scudo. Sullo sfondo un arioso e bel paesaggio, crea un'aria quasi irreale e gioiosa.
Non sempre esposto è un paliotto con 8 Santi, la Vergine con S. Rocco e S. Antonio tra motivi floreali. L'opera è formata da rettangoli di cuoio cuciti assieme. L'autore è probabilmente del posto, visto il materiale grezzo usato e l'ingenuità della composizione, però si tratta di una valida testimonianza di arte popolare.
Nel 4° nicchione di sinistra perfettamente inserita in un altare di stucco e marmo, c'è una crocifissione lignea. Al centro, su un cielo cupo, spicca una croce con la bella e proporzionata figura del Cristo. Il Crocifisso composto e curato nei particolari contrasta con le altre statue che stanno ai piedi della croce; qui i visi sono gonfi, deformi, bloccati in una smorfia di dolore, forse per sottolineare la differenza tra la pace del Cristo e la perturbabilità e la passione degli uomini. Tale differenza è probabilmente casuale dato che gli autori sono diversi: infatti le figure tozze, le mani grosse, i capelli molto più mossi dei tre fedeli, ricordano le figure trentine, non si avvicinano alla perfezione del corpo del Cristo, modellato con gusto e armonia rinascimentali.
Nella cimasa troviamo un quadretto del Lucchese raffigurante S. Michele che libera le anime del Purgatorio.
Il 3° nicchione di sinistra racchiude più opere: vi è collocata la Madonna di S. Luca, l'altare è detto anche del S. Rosario perché la pala è circondata dai 15 misteri. Le pareti affrescate da Palma il Giovae. La soasa è il capolavoro di Giacomo Faustini, intagliatore della bassa bresciana e non può reggere il confronto con i Boscaì, più validi e famosi suoi contemporanei. Due eleganti statue che reggono senza sforzo una ricca e elaborata cimasa, sono appoggiate su alti plinti, affiancati da due angeli; il tutto è sostenuto da altre cariatidi in posa sforzata oppure inginocchiate, accostate da due figurette danzanti in bassorilievo, rivolte verso l'immagine della Madonna di S. Luca. Al centro c'è la tela del Gandino, inserita in quadretti dipinti sulla stessa tela, ognun con la sua cornice, raffiguranti i misteri del rosario. Nella parte bassa un affollamento di personaggi nella processione che si snoda tra le due figure di S. Domenico e S. Caterina. La leggenda racconta che il quadro della Madona di S. Luca fu preso nel castello dei conti di Lodrone, distrutto durante una ribellione dei bagossi, ma il quadro continuava a tornare al suo posto primitivo e solo dopo una solenne processione rimase nella chiesa di S. Giorgio. La tavola è opera di uno dei "madonnari" che stabilitisi, a Venezia, tramandarono per parecchi secoli questo tipo di pittura (dal XIV al XIX sec.). G. Panazza colloca questo quadro tra la fine del XV sec. e l'inizio del XVI, definendo l'opera "uno dei più raffinati esemplari prodotti in questo campo". La tavola originale comunque viene scoperta ogni cinque anni con solenni cerimomie e quella che si vede è solo una copia.
Nel secondo nicchione di sinistra, trasportato nel 1804 da S. Rocco e inserito in una semplice soasa secentesca, troviamo una tela, attribuita al Tintoretto, che rappresenta in alto la SS. Trinità, al centro S. Basilio attorniato da S. Sebastiano, S. Bernardo, S. Marco e S. Rocco, tutti illuminati dalla luce emanata dalla SS. Trinità. Il quadro è discusso: dallo Zenucchini è attribuito al Tintoretto (gli fu commissionato nel 1585 dai massari di S. Rocco di Bagolino);, la Zanetti invece lo fa iniziare dal Tintoretto e concludere da Marco Pellegrino, suo migliore allievo; il Panazza nomina solo Marco Pellegrino. Probabilmente il quadro è nato sotto la direzione del maestro e suoi dovrebbero essere i bozzetti prepartori.
Nel 1° nicchione di sinistra, sempre in una soasa secentesca, troviamo una tela di Camillo Rama. Le tre figure, S. Carlo, S. Domenico e S. Lorenzo, vivono in forma propria su uno sfondo unicolore che sottolinea maggiormente la loro solitudine.
Nella parete di fondo, sopra la porta principale, c'è un enorme quadro (60mq), di Pietro Marone, che originariamente si trivava nel refettorio dei canonici regolari della parrocchia di S. Giovanni a Brescia, e venne portata qui nel 1804 (il monastero era stato soppresso nel 1784). In questa tela è chiarissima l'influenza del Veronese; a lui rimandano la scena del convito inserita in un ambiente architettonico, la concezione gioiosa, il colore limpido, l'accostamento delle tinte semplici e naturali.

Nella chiesa di San Giorgio di Bagolino viene custodita un'antica immagine della Madonna, ritenuta taumaturgica, che la tradizione vuole dipinta dall'evangelista San Luca.
La leggenda narra che il quadro fu trasportato in Italia nel 1093 dai Conti di Lodrone (Signori di Bagolino) reduci dalle crociate.

Essi collocarono l'effigie nel loro Castello e nel 1444, quando l'edificio fu distrutto da una sommossa popolare, l'icona, rinvenuta dai Bagossi, venne portata nella Parrocchiale. Di lì, poco dopo, per ben due volte il quadro misteriosamente sparì e fu sempre ritrovato presso le macerie del castello. I Bagossi per tenere al sicuro questa immagine sacra costruirono un'arca dorata, chiusa da cinque serrature (le cui chiavi sono ora affidate al Prevosto e ai rappresentanti delle 4 Diaconie in cui è suddiviso il paese), e la posero sull'altare del Rosario nella chiesa di San Giorgio.

Ogni quinquennio o in occasioni particolari la Madonna di San Luca viene con grande solennità pubblicamente esposta alla venerazione dei fedeli ed è portata in processione per le vie del paese.

La Vergine effigiata nel quadro regge sul braccio il Bambin Gesù che con la mano destra impartisce la benedizione e con la sinistra tiene un cartiglio.

L'immagine sacra è dipinta a tempera con fondo oro su una tavola di legno di cedro incurvata. Gli esperti hanno attribuito quest'opera a un anonimo “madonnaro” del XIV secolo, ma la credenza popolare continua a ritenerla eseguita da San Luca e le assegna un grande valore protettivo per l'intera comunità.

I Bagossi ricordano ancora, ad esempio, la processione pubblica con la Madonna di San Luca che ebbe luogo nel lontano 1623: Bagolino in quell'anno era tormentato dalla siccità. Gli abitanti pregarono la loro protettrice e finalmente piovve. Voti a quest'immagine sacra furono rivolti dagli abitanti del paese in occasione di guerre (1859, 1866, 1915-18, 1940-45), di epidemie che colpirono uomini (colera 1855) e animali (afta 1902), per scongiurare inondazioni (1882, 1890) o invocare il bel tempo (1901).

Nel 1926, in segno di devozione popolare, ottenuto il consenso del Pontefice, alle teste della Madonna e del Bambino furono applicate due preziose corone d'oro, offerte dai fedeli. Anche in quell'occasione i festeggiamenti in onore della Madonna di San Luca durarono più giorni (dal 19 al 21 settembre).




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LE FRAZIONI DI BAGOLINO : PONTE CAFFARO

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Ponte Caffaro è una frazione del comune di Bagolino ed è posta a nord del Lago d'Idro nella piccola piana chiamata Pian d'Oneda, dove i fiumi Chiese e Caffaro si immettono nel lago. È il luogo dove si combatté il 25 giugno 1866 la battaglia di Ponte Caffaro tra le forze garibaldine e austriache.

Il Caffaro che dà nome alla frazione fa da confine con la frazione di Lodrone di Storo (TN) in Trentino-Alto Adige.

I primi documenti scritti che riguardano Bagolino risalgono al 1.000 d.C. e "parlano" di un territorio posto a sud del paese chiamato Pian d'Oneda in località Ponte Caffaro. Questo piano, che in seguito entrerà a far parte dei territorio di Bagolino, era un luogo paludoso ed insalubre formato dal delta dei fiume Caffaro e le acque del lago d'Idro.
Verso l'anno 1100, è incerto il momento preciso, e più d'una sono le versioni, sembra che queste terre siano state donate al Monastero di S. Pietro in Monte di Serle da re franchi o longobardi che, sotto il loro dominio, rafforzarono il culto cristiano.
I Monaci ebbero il compito di bonificare il territorio e di costruirvi un ostello per i viandanti che passavano numerosi su quella strada.
Anche i bagolinesi dovevano transitare per quel luogo. Prima di costruire il ponte di Prada, l'unica via per andare a Brescia - in alternativa a quella che passava per il valico del Maniva - era rappresentata dal ponte di Romanterra; si costeggiava a destra il Caffaro sino al bivio delle Armadure, dove per la strada detta "Bagozzina" si giungeva in Pian d'Oneda.
Un'altra versione vuole che queste terre siano state affidate ai Benedettini dagli Uomini di Storo, Darzo, Lodrone; Bovile e Villa di Ponte, antichi paesi scomparsi in seguito ad inondazioni, che nell'anno mille all'incirca avrebbero incaricato i Monaci di sanare l'intero Piano e di costruirvi un Ostello ed una Chiesa in onore di S. Giacomo.
A comprova di ciò il Panelli asserisce che la notizia era riportata in una lettera da lui trovata, scritta da un certo G. Bonardelli, il 20 marzo 1597, al parroco Manzoni.
L'unico brano di questo invito, che si data intorno all'anno 1000 è quello trascritto dal Panelli nel suo manoscritto:
"... rogamus vos domine Pater Abbas de Monte, ut veniatis in locus nostri de casalis et ibi edificetis ecclesia et Monasterum in onore sti Jacopi apostoli Majori, et ibi permaneatis laborando in honore Dei... "
Un altra testimonianza dice che i Monaci subentrarono solo verso il 1213 poiché sino a quell'anno l'intero piano era affittato ad un certo Petro de Tosino ed altri di Anfo, con un canone di 8 libre d'argento in moneta milanese (Odorici).
Di fatto i Benedettini iniziano la bonifica cercando di risanare tutta la zona con ampie piantagioni di ontani (ones) che daranno poi il nome a quella terra: Pian d'Oneda. I Benedettini costruiscono anche una chiesa che viene dedicata a S. Giacomo patrono dei pellegrini, ed un ospizio gratuito ("Xenodochio'9 per dare rifugio e ristoro ai tanti viandanti che transitavano per quella strada.
I contadini che aiutano i Monaci a coltivare il Piano abitano in piccole cascine dette "caselle" che sorgono vicino alla Chiesa.

Dal 1861 al 1918 qui vi passava il confine tra Regno d'Italia e Austria Ungheria, dopo che per secoli era stato il punto di confine tra Repubblica di Venezia, a cui fu sempre fedele e Contea principesca del Tirolo, dopo la parentesi napoleonica fu confine tra il Lombardo Veneto e l'Impero d'Austria.

A Ponte Caffaro ogni anno si svolge una nuotata di 2 km nel lago d'Idro e una manifestazione velistica nazionale. Nella frazione si trova la Chiesa di San Giacomo di cui si hanno notizie dall'IX secolo.

Nei pressi si trova il sacrario militare di Monte Suello che ricorda il luogo della battaglia fra garibaldini e austriaci.

Dopo la bonifica del Pian d'Oneda completata nel 1863 si rende necessaria, causa l'aumento dell apopolazione stabile, la costruzione di una nuova chiesa in luogo del millenario eremo di San Giacomo ormai insufficiente e situato fuori muro rispetto al nucleo del paese.
La decisione viene presa nell'inverno del 1873 da un gruppo di padri di famiglia riuniti in casa del curato.
A donare il terreno su cui sorgerà la parrocchiale è la signora Bignota ved. Scalvini mentre il progetto viene affidato all'architetto Pellini di Varese che disegna la chiesa su copia del duomo di Breno. Alla costruzione concorre il popolo che offe calce e sabbia in misura sufficiente anche per le murature dell'anno dopo. Manovali e muratori, a titolo gratuito, scavano le fondamenta; in meno di due mesi i muri della parrocchiale sono già alti m. 1.20 con una minima spesa di L 830. Sopravvengono difficoltà finanziarie talchè viene organizzata una questua in loco e nei paesi vicini che porta i suoi frutti: la Fabbriceria di Bagolino offre un assegno di L 1.100; i f.lli Fenoli raccolgono offerte in piante di larice e abete necessarie per i lavori; il parroco di San Giacomo rinuncia al suo stipendio che versa al Comitato, al suo vitto provvedono a turno le famiglie del paese. Nel limite della loro disponibilità le donne donano le uova che in quei tempi difficili costituiscono preziosa moneta di scambio per piccoli acquisti (bottoni, refe, ecc.); seguono altre offerte anche dai paesi vicini.
Grazie ai numerosi contributi la Parrocchiale viene portata a termine nell'anno 1880:
A ricordo dei lavori resta un'epigrafe scritta sull'arcata del volto:

ERECTIONI PERVENIT
OPTATIS AUSPICATISQUE
DIEBUS JIUBILEI EPISCOPALIS
PII PAPAE IX

La nuova chiesa è ancora congiunta con la Parrocchiale di Bagolino da cui dipende e bisognerà attendere sino all'anno 1958 quando, con il decreto ufficiale del Vescovo Giacinto Tredici, la chiesa di Ponte Caffaro viene eletta a parrocchia indipendente e divisa dalla Parrocchiale di San Giorgio in Bagolino.

All'erigenda chiesa di Ponte Caffaro che prende il titolo di Parrocchiale di san Giuseppe, informa il Dionisi, vengono assegnati beni mobili per l'importo di di L 1.200.000 e beni immobili quali: casa di canonica abitazione mapp. n. 8376; terreno al mapp. n. 3995 prato arborato di Ea. 023.90; mapp. n. 9625 (fabbr. acc. urbano Ea. 0.0010 R.D - R.A..) ceduto dalla fabbriceria parrocchiale di Bagolino.

A ricordo di questo avvenimento il decreto vescovile recita: "in memoria di questo dismembramento ed erezione ed in segno di riconoscenza verso la chiesa matrice di San giorgio in Bagolino, quello che sarà il Parroco di San giuseppe in Ponte Caffaro inviterà il Parroco di Bagolino nel giorno del titolare o in altra festa solenne a celebrare la S. Messa ed a cantare i Vespri".

Conserva gli affreschi del Trainini che adornano il presbiterio ed i medaglioni della volta ed una tela di Josephus Salviatus (G. Porta) che rappresenta la Madonna col Bambino.

E' documentato che a Ponte Caffaro, in cima alla strada dei Palus, vi era una chiesetta dedicata a San Valentino, protettore contro le febbri maligne che infestavano la zona.
La chiesetta era ancora esistente nella seconda metà del secolo XVII. Un estimo sel Pian d'Oneda del 1674 da le misure e la pianta della chiesa, braccia 11x6, e della sacrestia, braccia 7x6".
Fappani cita anche il testamento di Francesco q. Vincenzo Fanzoni detto Gogella (luglio 1705) dove si legge che vengano disposti 100 troni per San Valentino "che si va fabbricando".
Dopo che un'inondazione del Caffaro avvenuta nel 1840 distrugge la chiesetta, il culto di San Valentino viene trasferito in una cappella di San Giacomo ora adibita a sacrestia.

L'Eremo di San Giacomo situato sull'antica strada reale che conduce nel Trentino si presenta, oggi, come un insolito quadro d'altri tempi.
Fondato verso il decimo secolo, unitamente ad un ostello per pellegrini, dai monaci Benedettini di San Pietro in Monte Orsino di Serle che avevano il compito di bonificare la zona.
La chiesa è ricca di storia data la sua ubicazione: costruita su terra di confine fu spesso il centro di violente contese tra il Comune di Bagolino ed i Conti di Lodrone che, come signori dei luoghi, rivendicavano il possesso del Pian d'Oneda, terra su cui sorge la chiesa.
San Giacomo rivestì sempre una grande importanza per la diocesi di Trento che già nel tredicesimo secolo, in persona del Vescovo Vanga, sollecitava i fedeli con indulgenze per ottenere elemosine ed aiuti per restaurare la chiesa e l'ostello. I bagolinesi si occupavano del mantenimento della chiesa e pagavano ogni domenica un curato perché celebrasse una messa in San Giacomo; il Comune si faceva carico di nominare un "massaro" che provvedeva ad amministrare la chiesa ed i beni annessi, compresa l'osteria.
Si elencano di seguito alcuni eventi nei quali fu coinvolta questa chiesa:

24 LUGLIO 1475: i Lodrini portano un loro sacerdote a celebrare la messa e i bagolinesi vengono presi ad Archibugiate. Il giorno dopo, festa di San giacomo, i bagossi si presentano armi alla mano e i Conti devono allontanarsi.

25 LUGLIO 1476: i Conti di Lodrone tentano di impedire la celebrazione della festa del patrono: i bagossi scendono nel Piano con 300 uomini armati, ma i Lodroni se ne sono già andati.

16 APRILE 1477: la Serenissima intima, pena una multa di mille ducati a Bagolino e di duemila ai Lodroni, la cessazione di lotte e uccisioni tra i contendenti.

ANNO 1520: per permettere la festa del patrono i Conti di Lodrone pretendono dal Comune la somma di 60 ducati; Bagolino si oppone. I Lodroni allora si portano in San Giacomo e ivi feriscono un oste e la moglie. La repubblica di Venezia, informata dell'accaduto, attua l'embargo e vieta il passaggio sul suo territorio delle vettovaglie dirette ai Lodroni. I Conti sono costretti a patteggiare con i bagossi.

28 LUGLIO 1535: il Comune, rimarcando l'importanza politica e religiosa che aveva la chiesa di San Giacomo, arriva addirittura ad imporre multe salate ai paesani che non partecipano alla festa del Patrono.

5 AGOSTO 1535: i Conti di Lodrone pugnalano nell'ostello di San Giacomo, un certo Giovanni Ambrosi di Bagolino.

ANNO 1569: non solo i rappresentanti di ogni famiglia devono portare armi proprie, ma il Comune stesso elegge annualmente i "capi per la festa di San Giacomo" e altri uomini a quali vengono date delle armi che nell'anno 1569 erano: tre armi d'asta, cinque archibugi, uno schioppo. In più venivano eletti appositi incaricati con il compito di potare le bandiere e "sonar li tamburi".

16 FEBBRAIO 1636: viene tolto l'interdetto voluto per motivi politico-amministrativi dal Vescovo di Trento E. Madruzzo, nel 1633, che impediva di celebrare la messa in San Giacomo.

I bagolinesi continuarono a frequentare la loro antica chiesa che ancora nella seconda metà dl diciannovesimo secolo ospitava stabilmente fino alla costruzione della nuova chiesa di San Giuseppe in Ponte Caffaro, un coadiutore parrocchiale dedito a celebrar messa, alle confessioni, ai battesimi, alla predicazione cristiana e all'insegnamento scolastico.

La chiesa millenaria si presenta con la facciata a capanna ed un pronao a tre arcate, aggiunto nel 1600, che reca ancora tracce di antichi affreschi; all'esterno del portico, sulla destra, compare un grande San Cristoforo mentre, al centro, vi era il leone alato simbolo di Venezia. Il campanile, della seconda metà del diciannovesimo secolo, alto sei metri, sostituisce quello più vecchio, alto solo tre metri, che non permetteva al suono delle campane di raggiungere tutti gli abitanti del Piano. L'antico ostello posto accanto alla chiesa reca impresso, sulla porta, lo stemma di Bagolino.

Della primitiva costruzione la chiesa, a navata unica, conserva l'abside ed i gradini che discendono nell'ex cappella dedicata al culto di San Valentino, oggi sacrestia.

La navata, con le capriate del tetto sostenute da due archi, riceve una pioggia di luce dalle finestre che corrono alte lungo le pareti della chiesa. L'interno spoglio e suggestivo nella sua semplicità, conservava chiusa nella soasa lignea dell'abside una preziosa tela, ora nella parrocchia di Ponte Caffaro, unica opera rimasta in territorio bresciano del pittore Josephus Salviatus (G. Porta). Il quadro che raffigura la Madonna col Bambino ed i Santi marco, Filippo Valentino e Jacopo è stato acquistato dal Comune di Bagolino nell'anno 1568.

L'altare di sinistra era dedicato alla Madonna di San Luca e conservava un dipinto, oggi collocato sull'altare maggiore, che raffigurava in copia la taumaturga Madonna di Bagolino. La coppia dipinta agli inizi del diciasettesimo secolo per il Cpnvento di bagolino, è opera del Raminca (pittore locale). Questo quadro sfuggito al saccheggio del Convento avvenuto durante il tempo della Cisalpina, dopo alterne vicende, viene donato alla chiesa di San Giacomo nel 1860 dai discendenti di M. Dagani detto "Scagn" che, nel frattempo, ne erano venuti in possesso.

Sotto la sacrestia di sinistra si può vedere la cappella dedicata ai santi Filippo Neri e Antonio da Padova.
Interessanti sono gli affreschi della volta.
Ricca e armonica è la soasa dell'unico altare che racchiude una tela con i due Santi e la Vergine.




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