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sabato 27 giugno 2015

LE CHIESE DI VIGGIU'

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L'edificio primitivo della Chiesa Parrocchiale di Santo Stefano Protomartire, in forme romaniche, venne innalzato all'estremità del paese al termine della corona di case, che costituivano un ampio ed alto anfiteatro verso la Valceresio.
La chiesa fu ampliata nel XV secolo fino a raggiungere le attuali dimensioni: tre ampie navate, suddivise in quattro campate, delimitate agli estremi da sei colonne monolitiche in pietra di Saltrio e sormontate da capitelli.
L'intervento che segnò maggiormente la struttura dell'edificio, fu la trasformazione tardo-cinquecentesca a cura dell'architetto viggiutese Martino Longhi 'il vecchio', il quale ne realizzò la facciata con l'ampio portico ed il campanile dall'imponente mole, che raggiunge l'altezza di 45 metri.
La chiesa, ormai definita nelle sue forme rinascimentali, veniva successivamente abbellita lungo il lato sinistro da alcune cappelle.
All'inizio della navata sinistra si incontra la cappella seicentesca intitolata a San Giovanni Battista e Sant'Orsola.
Nell'architettura sono chiarissimi i segni caratteristici del manierismo lombardo.
L'altare, eretto nel 1763, inquadra una tela seicentesca che raffigura l'Assunzione in cielo di Maria tra i santi: Giovanni Battista e Orsola in primo piano, cui fanno da sfondo Santa Caterina e Sant'Apollonia sulla destra, San Lorenzo e San Sebastiano sulla sinistra; in basso a sinistra si può vedere il ritratto di Sebastiano Longhi, committente della tela.
Significative, poi, anche le tele del morazzoniano Isidoro Bianchi, che ornano le pareti laterali della cappella: a sinistra il martirio di S. Orsola, a destra la decollazione del Battista.
Nelle lunette della volta vengono riproposte, ad affresco, le scene dei martiri dei santi cui è dedicata la cappella. La volta con ricchi stucchi seicenteschi, ha al centro un immagine a rilievo del Padre Eterno.
Proseguendo verso l'altare maggiore si trova la settecentesca cappella della Madonna del Carmelo; l'altare, in marmi policromi, realizzato su disegno dell'architetto viggiutese Carlo Maria Giudici, conserva, oltre alla statua lignea della "Madonna del Carmelo", altre due statue lignee del XVII secolo, dedicate a San Francesco ed a Santa Caterina egiziaca.
Alle pareti tele d'autore ignoto con a sinistra la nascita della Madonna e a destra la nascita del Messia; nella volta scene relative alla vita di Maria: a sinistra la presentazione di Maria al tempio, a destra, lo sposalizio della Vergine.
Nella cappella del Santo Cuore, in origine dedicata a Santa Caterina d'Alessandria,c'è un altare del 1780, opera del viggiutese Stefano Argenti, su disegno dell'architetto Gabriele Longhi. La statua del S. Cuore, in marmo di Carrara, è opera novecentesca dello scultore Luigi Bottinelli; la parete di sinistra reca un affresco con le nozze mistiche di Santa Caterina.
La navata di sinistra termina con l'altare del Crocifisso, con l'ancona eseguita nel 1727, da Onorato Buzzi e ornata sulla sommità da putti e sudario, opera di Elia Vincenzo Buzzi.
L'altare maggiore, in mezzo all'ampio presbiterio, risale alla prima metà del Settecento (1737-1739) ed è opera di Giovan Battista Giudici.
A destra dell'altare maggiore sorge il settecentesco altare dedicato a San Giuseppe, in origine dedicato a San Rocco, della cui struttura architettonica fanno parte due angioletti, opera del noto scultore viggiutese Elia Vincenzo Buzzi.
Sulla parete della navata destra si trova l'altare dedicato all'Annunciazione che fu realizzato nel 1764, su disegno di Carlo Maria Giudici, è sormontato da una tela, donata dal noto architetto viggiutese, Flaminio Ponzio, rappresenta "l'Annunciazione a Maria Vergine" tra angeli cantori e musici.
Una lapide sotto l'avanportico della chiesa ricorda come, lunedì 30 ottobre 1413, Sigismondo di Lussemburgo, figlio di Carlo IV, già da tre anni eletto re dei Romani, dalla chiesa di Santo Stefano datò una lettera regia con la quale rendeva nota la sua scelta della città di Costanza come sede di un Concilio Generale, indetto per porre fine allo scisma che affliggeva la Chiesa e per dipanare la confusa situazione provocata dalla contemporanea presenza sul trono di Pietro di tre papi: Papa Gregorio XII, Papa Giovanni XXIII e Papa Benedetto XIII.
La chiesa, all'inizio degli anni '50, su progetto dell'architetto Enrico Castiglioni, venne ampliata con una nuova e capiente aula, sul lato sinistro del presbiterio; all'interno della sua architettura, dalle moderne linee sinuose, trova collocazione un'interessante tela seicentesca, raffigurante il "Martirio di S. Stefano".
Il piazzale antistante la chiesa è dovuto, per la parte sinistra a lavori di bonifica del vecchio cimitero, mentre per la parte destra ad un intervento di progettazione di Gabriele Longhi che chiude, con ampi muri di sostegno, il dislivello della parte antistante la chiesa.
La festività che celebra il Santo Patrono, contrariamente alla tradizione che vuole tale rito il 26 dicembre, si svolge il 3 agosto in ricordo del rinvenimento delle ossa del santo avvenuto in tale data.

La chiesa di San Martino sorge su una piccola altura, un tempo quasi completamente terrazzata e coltivata (oggi incolta verso Sud ed edificata verso Nord), situata a meridione del nucleo abitato.
Lungo la strada di accesso alla chiesa sorgono le cappelle della via Crucis, con bassorilievi bronzei, opera novecentesca dello scultore viggiutese Giacomo Buzzi Reschini.
L'area in cui sorge la chiesa, secondo la tradizione e le testimonianze archeologiche, ha sempre costituito un luogo di particolare rilievo anche al tempo dei Romani, testimoniato dalla scoperta di monete romane e dai resti di un sarcofago tardo-romano, rinvenuto nei dintorni e visibile all'esterno della chiesa.
Durante il seicento divenne cappella privata della famiglia dei Longhi, che svolgeranno un ruolo di primo piano nell'architettura della Roma seicentesca, che la adibì a mausoleo di famiglia e la arricchirono di arredi sacri e preziosi.
La chiesa, con elegante portale cinquecentesco (con al centro lo stemma dei Longhi), ha pianta ad aula profonda e riflette al suo interno la semplicità che ne caratterizza la parte esterna; le pareti, senza alcuna decorazione, illuminate a mezzogiorno da due semplici finestre ogivali, conducono lo sguardo dell'osservatore verso la pala dell'altare, che rappresenta la Crocifissione.

Il nome della chiesa della Madonna della Croce si riferisce alla collocazione della medesima in prossimità di un quadrivio, spazio in cui, nell'antichità, si solevano edificare cappelle o altri popolari luoghi di culto.
Della chiesa della Madonna della Croce, chiamata anche beata Vergine dell'Assunta, si hanno notizie sul finire del secolo XV, i primi interventi di ampliamento sono avvenuti nel corso della prima metà del Settecento. La facciata, in chiaro stile bramantesco, fu realizzata verso la metà dell’Ottocento su disegno di Giacomo Buzzi Leone. Le parti di maggior rilievo sono: portali, finestre, elementi architettonici in pietra di Viggiù; ai lati della facciata, medaglioni in terracotta dello scultore Luigi Buzzi Leone raffiguranti: a sinistra Mosè, a destra Davide.
È una specie di Pantheon dei Viggiutesi illustri; al suo interno si riscontrano diversi stili, dal barocco dell'altare al neoclassico di alcune statue, sino ai rilievi in stile moderno.
Appoggiati alla parete di sinistra si trovano il monumento al Giureconsulto Paolo Piazza, opera del figlio scultore Giovanni, segue il monumento a Antonio Buzzi Quattrini (1807), dello scultore Stefano Butti, segue, dello stesso autore e l’altare di Sant'Apollonia, con statua in gesso, di stile neoclassico. Sulla parete destra trova collocazione un’Annunciazione del viggiutese Nando Conti.
L'altare principale fu eseguito in stile barocco, su disegno dell'architetto Gabriele Longhi e dallo stesso donato alla chiesa.
L'affresco al centro dell'altare, pur avendo subito dei ritocchi nel corso del tempo, attrae il visitatore per la sua composizione e la vivacità dei colori. Dipinto da un ignoto artista, verso la fine del XV secolo, è attribuito alla scuola del Bergognone. Rappresenta la "Vergine col Bambino", seduta sopra un ricco "trono" di stile gotico.
Ai fianchi dell'altare, sulla parete, fra decorazioni a stucco, si trovano i dipinti dei Santi Lorenzo e Stefano, risalenti ai primi dell'800. Sulla volta dell'altare si trova l'affresco raffigurante la SS. Trinità, mentre, in quella dell'aula, l'Assunzione di Maria in Cielo, con agli angoli i Quattro Evangelisti, opera della maturità dello scultore viggiutese Stefano Butti.
Prima di uscire dalla chiesa si noti la bella e comoda loggia, che il defunto conte Renato Borromeo aveva fatto costruire per assistere alle funzioni religiose, collocandovi nel centro l'antico motto di famiglia in latino: "HUMILITAS". Il modesto campanile a tre campane, fu eretto nel 1859, in sostituzione del precedente a vela

La chiesa di Santa Maria Nascente, comunemente chiamata della Madonnina si trova centro storico, inserita nelle contrade più antiche del paese, lungo la strada che porta verso il colle Sant'Elia. Venne edificata nel 1718, sul luogo dove sorgeva una piccola cappella votiva eretta quale ex voto contro la peste.
La semplice facciata, con elegante portale e due finestre dalle modanature leggermente sinuose, è fiancheggiata dallo svettante campanile, innalzato nel 1750, che termina con una copertura a pianta ottagonale, che corona in maniera leggiadra la cella campanaria.
Il semplice interno, con pianta a croce latina, conserva le statue dei Santi che maggiormente sono legati alla fede dei Viggiutesi: Santa Lucia, Sant'Orsola e San Carlo Borromeo.
L’altare neoclassico, nel braccio sinistro della croce, è dedicato a Santa Lucia, patrona dei Picasass viggiutesi. La statua della Santa è opera dello scultore viggiutese Antonio Bottinelli (1850-1898), autore di diverse opere per la Fabbrica del Duomo, tra cui, una statua di San Carlo. L’altare maggiore, con finissimi intagli e rilievi, in stile neoclassico, è arricchito dalle statue di Maria Santissima Orante, opera di Stefano Butti, con ai lati altre due statue: San Giovanni di Guido Butti e San Luca di Antonio Galli, rinomati artisti viggiutesi dell’Ottocento. Alla base, medaglioni con ritratti eseguiti dal giovane scultore Giovanni Piazza. Tale altare, del 1825, realizzato, gratuitamente, da un gruppo di artisti viggiutesi, su disegno dell’architetto del Duomo di Milano Giacomo Pestagalli, sostituisce quello più antico, che viene venduto alla parrocchia di Meride.

La costruzione della chiesa della Beata Vergine del Rosario fu voluta per ospitare i padri domenicani (inquisitori) che provenivano dal convento di Como e, durante la Quaresima, offrivano il proprio apostolato di preghiera.
Si hanno notizie dell'edificio sin dal 1539, in esso avevano sede i padri domenicani ed i membri della Confraternita del Santo Rosario. Tra la fine del seicento e l’inizio del secolo successivo, per un contrasto con i padri domenicani, ospitati nella medesima struttura, si inizia, a cura dei confratelli, ad edificare un nuovo oratorio dedicato a san Pietro Martire, alla Madonna delle Grazie e del Rosario. La progettazione dell’edificio, nel 1618 è dovuta al noto architetto viggiutese Onorio Longhi. Per problemi finanziari, il progetto non sarà portato a termine e le strutture verranno demolite a metà del 700. Abbandonato questo progetto, si decide di investire tutte le forze per il rinnovo del vecchio edificio che assume quindi l’aspetto attuale.
La chiesa della Madonna del Rosario sorge ai piedi della collina della Pessina, dalle cui pendici si può notare il contrasto tra la semplice facciata della chiesa ed il leggiadro campanile, coronato dall’aerea statua stellata della Vergine.
Al suo interno, cupole, volte, colonne policrome, lesene, trabeazioni e leggere loggette sono a coronamento degli affreschi e delle tele che ne arricchiscono le pareti ed il soffitto. Alla parete di sinistra è appesa una tela del viggiutese Carlo Maria Giudici, raffigurante il "Battesimo di Sant'Agostino alla presenza di Santa Monica", mentre quella di destra (che sino al 1993 recava una pregevole tela di Francesco Salviati, ora alla Pinacoteca di Brera, raffigurante la "Deposizione di Cristo"), reca, ora, una tela dallo stesso soggetto ma, di autore ignoto e meno prestigioso. Il soffitto è decorato con affreschi del noto pittore viggiutese Carlo Maria Giudici. L’altare maggiore, di forme neoclassiche, è coronato dalle pregevoli statue in gesso: a sinistra di Re David e a destra il Profeta Isaia, dello scultore Gaetano Matteo Monti di Ravenna.

La chiesa di Sant'Elia si trova sulla sommità del colle dedicato all'omonimo profeta, a 665 metri di altitudine. Eremo cluniacense, dipendente dal priorato di Vertemate, come risulta da un decreto di Papa Urbano II (risalente al 1095), nel XIII secolo, era l'unica chiesa della diocesi ambrosiana dedicata al Santo Profeta. Non resta nessuna testimonianza dell'antico cenobio, in quanto l'edificio odierno è frutto di una serie di trasformazioni, operate nel corso del XVI secolo e XVII secolo. Dopo l'invasione dei lupi cervieri, del 1504, la chiesa divenne meta di pellegrinaggio da molti paesi del circondario, cosicché nel 1687 si rese necessario costruire una nuova strada per facilitare la salita dei pellegrini che aumentavano considerevolmente di anno in anno.
Un ampio ed arioso portico, aperto verso valle, coronato da tre archi a tutto sesto, immette all'interno dell'edificio, che si presenta in maniera abbastanza inconsueta rispetto alle altre chiese viggiutesi in quanto è totalmente affrescato sulle pareti ed anche sul soffitto. La pianta della chiesa è ad aula con una cappella per ogni lato, oltre a quella dell'altare maggiore. La cappella maggiore, presenta un altare settecentesco, dall'elegante cornice in pietra, che racchiude l'affresco raffigurante il "profeta Elia che viene portato in cielo" dal biblico carro di fuoco; anche le pareti laterali dell'abside e il soffitto sono affrescate con le storie del profeta. La cappella sul fianco sinistro, dedicata a San Giuseppe, e quella sul lato destro, dedicata all'Immacolata, risalgono entrambe al XVII secolo. La cappella di sinistra ospita una tela del pittore C. Cane, raffigurante San Giuseppe, quella di destra è occupata dal simulacro ligneo dell'"Immacolata che schiaccia il peccato", in forma di serpente.
La navata è decorata lungo le pareti con le Storie del profeta Elia e, sulla volta, con la Trasfigurazione, realizzate dal noto pittore svizzero Francesco Antonio Giorgioli di Meride, all'inizio del Settecento.
Durante il periodo primaverile ed estivo il colle Sant'Elia è meta di pellegrinaggio da parte di oratori limitrofi, che organizzano appunto le "oratoriadi", gare agonistiche fra i vari oratori della Valceresio (Viggiù, Saltrio, Clivio, Arcisate, Bisuschio, Besano). Le gare principali nelle quali gli oratori si sfidano sono: Bandiera (due squadre sono sparse nel bosco, una deve proteggere la bandiera mentre l'altra squadra deve riuscire a rubarla e portarla nel suo campo); il Palo della cuccagna; la Caccia al tesoro; Calcio; varie gare di corse e staffette. In queste giornate di festa e furore agonistico vengono imbandite lunghe tavole di legno massiccio con offerta culinaria di pasta e costine, rito a cui nessuno riesce a sottrarsi.
Nel 1965 un fulmine abbatté il campanile, che venne riedificato all'inizio degli anni 70.

La chiesa parrocchiale di San Giuseppe si trova nella frazione di Baraggia. Costruita nella prima metà del secolo XX su progetto dell'architetto Zanchetta, ha un aspetto essenziale, nella semplice facciata e nello slanciato campanile. Al suo interno, a pianta longitudinale ad unica navata, è da segnalare, nella cappella dell'altare maggiore, una tela del noto pittore viggiutese (attivo nel Novecento) Antonio Piatti, raffigurante San Giuseppe; sempre del Piatti è la tela raffigurante Sant'Antonio abate, che si trova nella cappella sul lato sinistro della chiesa.
In onore di questo Santo, lungo le vie di Baraggia, si anima, nel mese di gennaio, una vivissima sagra popolare.

L'antica chiesa di San Siro con annesso convento, forse dipendente dal cenobio di Sant'Elia, sorge al limite meridionale del territorio comunale. L'edificio, per il quale, negli anni 80, vennero iniziati i lavori di rinforzo della struttura, oggi, attende un delicato intervento volto al restauro, alla valorizzazione ed alla salvaguardia dell'interessantissimo ciclo di affreschi che decora la calotta absidale.
L'aula, con una sobria facciata, aperta da un'unica porta, ha al suo culmine l'insolita apertura oculare, schermata dai raggi di un rosoncino in pietra. Sul lato sinistro della facciata poggia anche il leggero campanile che la innalza verso il cielo.
All'interno la navatella non ha alcuna decorazione pittorica, ad eccezione degli affreschi, datati da alcuni storici al XV secolo, che occupano l'abside. Una Teoria di otto Santi, tra i quali San Rocco e Sant'Ambrogio circonda l'immagine della Vergine che, con estrema dolcezza, tiene in braccio il Bambino. Nel catino absidale troneggia un Cristo Pantocratore, in una mandorla di elegante fattura, con ai lati gli Evangelisti: a sinistra Giovanni e Matteo, a destra Luca e Marco.
Lo stato di degrado degli stabili, un tempo adibiti a convento, e del terreno circostante offusca la bellezza di questo edificio, che conserva vive testimonianze d'arte e di fede.



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domenica 14 giugno 2015

LA CHIESA DEI SANTI NAZARO E CELSO A BRESCIA



La chiesa fu fatta costruire nel lontano 395, quando il Vescovo Gaudenzio fece costruire una piccola cappella, per conservare le reliquie dei Santi Nazaro e Celso, provenienti da Milano. Nel XI secolo si parla in qualche documento di questa “cappella”, divenuta ormai chiesa.
Per alcuni secoli la chiesa è stata “collegiata” . Vi servivano all’inizio 5 sacerdoti, che vivevano sotto la regola di S. Agostino. Col tempo i canonici arrivarono a 11. Dovevano solo confessare senza predicare. La chiesa faceva da riferimento per i numerosi abitanti della campagna a sud di Brescia. Diventata parrocchia, San Nazaro e Celso fa parte dell’unità parrocchiale del centro storico di Brescia.
L’attuale edificio fu fatto erigere tra il 1752 e il 1780, e acquisì le monumentali forme classicheggianti. Al suo interno nel presbiterio si conserva un’opera pittorica tra le più importanti della città il “Polittico Averoldi”, commissionato a Tiziano Vecellio da Altobello Averoldi, Vescovo bresciano, nel 1520.
Il maestoso interno è a navata unica , con una serie di cappelle laterali
Le forme imponenti e classicheggianti le furono conferite nella seconda metà del Settecento. La navata propriamente detta è separata da 2 enormi colonne corinzie dal vestibolo d’ingresso. Per ogni lato ci sono cinque cappelle, che ospitano dipinti preziosi, da segnalare le opere del Moretto e Romanino.
Nella chiesa sono anche conservate le sculture funerarie commissionate nel 1522, da Averoldi, per la propria tomba
I Santi Nazaro e Celso sono martiri romani. Subirono il martirio a Milano, durante la persecuzione di Nerone e furono sepolti a Porta Romana. Nel 395 il grande Vescovo di Milano Sant’Ambrogio, fece riesumare i resti, assieme ad altri martiri per darne degna sepoltura, Ambrogio in quell’anno donò una reliquia dei due martiri al Vescovo di Brescia San Gaudenzio.

La facciata neoclassica è imponente, e presenta otto colonne corinzie con a capo un timpano triangolare attorno al quale sono presenti sette statue richiamanti altrettante figure religiose di santi.

L'interno è a navata unica con cinque cappelle minori per lato, un ampio presbiterio e un'abside semicircolare. In testa alla navata si apre un vasto pronao che fa da atrio d'ingresso alla navata stessa, dalla quale è separato mediante due colonne corinzie giganti che fungono da portale d'ingresso interno. La copertura è data da una volta a botte unghiata su tutta la navata, cupola su base ellittica sul presbiterio e infine semicupola sull'abside. Decora le pareti una successione unitaria di lesene corinzie che inquadrano le cappelle e sorreggono una trabeazione continua, sulla quale si imposta la volta.

Nella chiesa e nei locali della collegiata sono custodite numerose e importanti opere d'arte, raccolte e commissionate dal Capitolo nel corso dei secoli e per la maggior parte preservate dopo l'integrale ricostruzione settecentesca. Fra di esse si ricordano:

Il Polittico Averoldi, capolavoro giovanile di Tiziano, datato 1522 e commissionato da Altobello Averoldi, nunzio apostolico a Venezia. Opera di chiara derivazione michelangiolesca, è un polittico composto da cinque tavole raffiguranti il Cristo risorto (al centro), i Santi Nazaro, in basso a destra, e Celso, in basso a sinistra, accompagnato da San Sebastiano e dal committente Altobello Averoldi, mentre in alto troviamo la scena dell'Annunciazione a Maria divisa in due riquadri: l'Angelo annunciante a sinistra e la Vergine annunciata a destra. L'opera, oltretutto, arrivò in sostituzione di un polittico di Vincenzo Foppa, del quale oggi rimane la Natività di Gesù nella chiesa di Santa Maria Assunta a Chiesanuova, quartiere nella zona ovest di Brescia e due pannelli laterali raffiguranti Santa Apollonia e San Giovanni Battista, oggi custoditi nella Pinacoteca Tosio Martinengo.
Incoronazione della Vergine con i santi Michele Arcangelo, Giuseppe, Francesco d'Assisi e Nicola di Bari del Moretto, secondo altare sinistro, databile al 1534 circa. Eseguita negli anni della sua maturità artistica, l'opera rappresenta il punto d'arrivo dell'evoluzione stilistica del Moretto in fatto di pale d'altare, diventando la maggiore opera di questo periodo e uno dei massimi capolavori di tutta la sua carriera artistica. Il dipinto era il pannello principale di un polittico, oggi smembrato e conservato parte nella chiesa e parte nella casa canonica.
Cristo in passione con Mosè e Salomone del Moretto, terzo altare destro, databile al 1541-1542. L'opera, spesso giudicata di bassa qualità e tensione spirituale dalla critica storica e moderna, si colloca nella piena maturità artistica del pittore e cede ormai il passo a forme più manieriste, perdendo molte caratteristiche dell'arte rinascimentale giovanile. Eseguita su commissione della scuola del Santissimo Sacramento attiva nella chiesa, possiede un accento notevolmente didattico, dato in particolare dalle iscrizioni sulle lapidi rette dai personaggi.
Adorazione dei pastori con i santi Nazaro e Celso del Moretto, quarto altare sinistro, databile al 1540 circa.
Madonna col Bambino tra i santi Lorenzo e Agostino di Paolo da Caylina il Vecchio, databile tra il 1460 e il 1480.
Polittico di San Rocco di Antonio Gandino, 1590 circa.
Martirio di san Bartolomeo, di Antonio Zanchi, post 1680
Adorazione dei Magi di Giambattista Pittoni, 1740.
Morte di san Giuseppe di Francesco Polazzo, 1738

Sulla cantoria in Cornu Evangelii, situata sulla parete sinistra del presbiterio, vi è l'organo Amati-Fusari e Frigerio, ossia il risultato della riforma, compiuta nel 1925, del precedente strumento opera di Luigi Amati, costruito nel 1803, modificato da Angelo Amati nel 1875 e da Diego Porro e Giovanni Maccarinelli nel 1889. La mostra è collocata entro una ricca nicchia cassettonata incorniciata fra due lesene corinzie dipinte a finto marmo con dorature; essa è costituita da un'unica cuspide con ali laterali formata dalle canne appartenenti al registro di Principale 8'. L'organo è a trasmissione pneumatica-tubolare ed ha due tastiere di 58 tasti ciascuna e una pedaliera di 27 note.




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lunedì 8 giugno 2015

LA BASILICA DI SAN MARTINO A MAGENTA

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La basilica di San Martino è la Chiesa principale della città di Magenta.

Nella basilica di San Martino, ha attualmente sede il Decanato di Magenta che a livello di gestione dell'Arcidiocesi di Milano, costituisce uno dei moderni compartimenti territoriali del milanese, che va a sostituire alcune antiche funzioni della vicina Pieve di Corbetta.

I membri del consiglio decanale sono costituiti dai parroci e dai sacerdoti del decanato.

L'idea di costruire un nuovo tempio per Magenta fu avanzata da don Cesare Tragella (prevosto vicario foraneo del paese dal 1885 al 1910) per assolvere a due doveri: la necessità di dare alla cittadinanza, in continua crescita, un nuovo tempio e la commemorazione dei caduti per la gloriosa battaglia del 4 giugno 1859, il cui successo coinvolgeva ancora attivamente i magentini.

Il progetto della chiesa, dedicata a san Martino di Tours e san Gioacchino, fu affidato all'architetto Alfonso Parrocchetti che ne fece un'opera neorinascimentale, impostata su una navata centrale più ampia e due laterali più strette e più basse, con una lunghezza di 87 metri, una lunghezza al transetto di 30 metri e l'altezza del tiburio di 57 metri, dimensioni che la rendono la più ampia della diocesi dopo il duomo di Milano.

La prima pietra venne posata nel 1893 e, superate le difficoltà tecniche ed economiche grazie alla manovalanza gratuita fornita dai parrocchiani, i lavori di costruzione della struttura furono terminati nel 1901, permettendo la celebrazione della prima messa su un altare improvvisato. La monumentale opera venne consacrata il 24 ottobre 1903 dal Cardinale Andrea Ferrari il quale tuttavia vietò il trasporto delle ossa dei caduti della battaglia all'interno della chiesa, facendo così venire a meno uno dei motivi principali che avevano portato all'edificazione della struttura.

Il complesso architettonico fu dotato di una torre campanaria alta 72 metri anch'essa in stile neorinascimentale italiano, opera di Benedetti per la parte artistica e dell'ingegner Monti per la parte strutturale, inaugurata il 15 novembre 1913 dall'arcivescovo di Milano cardinal Andrea Ferrari.

I lavori di costruzione della facciata, progettata dall'architetto Mariani, iniziarono nel 1932 e terminarono solo nel 1959 per le difficoltà economiche derivate dalla mancanza di fondi e dagli eventi bellici. La facciata venne inaugurata il 4 giugno dello stesso anno dall'arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI); il 3 marzo 1948 arrivò il riconoscimento ecclesiastico da parte del papa Pio XII con l'elevazione della chiesa a basilica romana minore.

In questa chiesa, nel 1955, si è svolto il matrimonio tra Santa Gianna Beretta Molla e il marito Pietro.

Il 30 settembre 2012, il cardinale Angelo Scola ha celebrato una messa con tutto il decanato di Magenta, in occasione della memoria del 90º anniversario dalla nascita di santa Gianna Beretta Molla (patrona della famiglia).

La facciata della basilica è stata costruita fra il 1932 e il 1959 su progetto dell'architetto Mariani. Con struttura a salienti, è decorata con bassorilievi raffiguranti Scene della vita di san Martino. Al centro, vi è il grande portale centrale, dotato di un protiro ad arco poggiante su quattro colonne in stile corinzio; nella lunetta che le sovrasta trova posto un bassorilievo raffigurante il Battesimo di san Martino, mentre ai lati delle stesse sono collocate nelle rispettive nicchie le statue degli apostoli Pietro e Paolo.

Sopra il portale vi è il rosone circolare scolpito. Questo raffigura la Gloria di san Martino e presenta la figura del santo più grande rispetto alle altre che lo circondano. Sopra le due navate laterali, più basse rispetto a quella centrale e dotate di una trifora e un portale con lunetta ciascuna, vi sono due statue raffiguranti i due vescovi milanesi Sant'Ambrogio (sulla navata di sinistra) e San Carlo Borromeo (sulla navata di destra).

All'incrocio con il transetto, si eleva il tiburio con tamburo illuminato da ampie bifore e sormontato dalla statua del Cristo Redentore realizzata in lamina di rame sbalzato e dorato . Di fianco all'abside si trova la torre campanaria.

L'interno della basilica, a croce latina, è suddiviso in tre navate da due file di colonne corinzie marmoree.

L'altare maggiore, progettato dall'architetto Parrocchetti, è un'importante opera realizzata con marmi policromi ed una mensa poggiante su quattro colonne di marmo bianco, tra le quali si trova un bassorilievo di metallo raffigurante l'ultima cena ed il ciborio, sormontato da una statua del Cristo risorto.

Negli anni sessanta del XX secolo è stato realizzato il nuovo pavimento in marmi policromi.

L'interno della basilica ha trovato definitivo compimento negli anni novanta del XX secolo con l'ampliamento, fin sotto la cupola, del presbiterio costituito dalla sede presidenziale, dall'ambone e dall' altare basilicale realizzati in marmo bianco e bassorilievi in bronzo.

Nel braccio sinistro del transetto si trova la cappella dedicata alla Madonna del Rosario progettata sempre dal Parrocchetti; l'altare fu realizzato in legno dall'artigiano Galli. Ai lati di questa cappella ve ne sono altre due, minori, dedicate a San Francesco ed a San Giuseppe.

Nel braccio destro del transetto è situata la cappella di Santa Crescenzia, opera del Parrocchetti; l'altare fu realizzato dall'artigiano Miramonti in legno dipinto, come pure l'urna contenente i resti della martire. Ai lati di questa cappella ve ne sono altre due, più piccole, dedicate al Sacro Cuore ed al Santo Crocifisso.

Tra i numerosi affreschi che arricchiscono la basilica, si ricordano quelli realizzati all'inizio del XX secoelo da Valtorta e dai suoi discepoli. La cupola viene affrescata invece da Conconi di Como negli anni '60 con profeti maggiori e minori e con i quattro evangelisti.

Sulla cantoria in controfacciata, in una monumentale cassa realizzata dall'artigiano magentino Corneo, si trova l'organo a canne costruito nel 1860 dalla casa organaria Prestinari per la vecchia chiesa e collocato in quella nuova nel 1904; in tale occasione lo strumento venne completamente revisionato e ampliato dal milanese Giovanni Bressani, che vi aggiunse l'Organo Eco. La mostra d'organo è di 35 canne divise in 3 campate e disposte a cuspide in ogni rispettiva campata, la canna maggiore corrisponde al Fa-1 (12') Principale 8' Bassi del Grand'Organo. L'organo, ripristinato con un restauro concluso nel 1991, è a trasmissione meccanica e dispone di due tastiere: la prima, corrispondente all'Organo Eco, di 61 note reali con estensione dal Do1 al Do6; la seconda, corrispondente al Grand'Organo, di 68 note reali con estensione dal Fa-1 al Do6 con la spezzatura fra i registri di basso ed i registri di soprano tra Si2 e Do3. Pedaliera retta di 27 note reali con estensione dal Do1 al Re3. Le manette che comandano i vari registri sono collocate in tre colonne, due alla destra della consolle e una alla sinistra, pedaloni per la Combinazione Libera alla Lombarda al Grand'Organo, per il Tiratutti del Ripieno al Grand'Organo e per il Tiratutti del Ripieno all'Organo Eco. Frontalmente, sopra la pedaliera, si trovano la staffa per l'espressione all' Organo Eco e tre pedaletti rispettivamente per l'unione delle tastiere, l'unione della seconda tastiera al pedale, ed il Rullante.

Nell'abside maggiore, sopra un'apposita cantoria lignea, si trova un secondo organo a canne, utilizzato per l'accompagnamento durante la liturgia. Lo strumento, costruito nel 1903 a trasmissione meccanica da Giovanni Bressani, è stato elettrificato e dotato di una nuova consolle negli anni novanta del XX secolo.

L'antico altare Maggiore, ricco di marmi e di bronzi cesellati e dorati (un'Ultima Cena, alla Leonardo da Vinci; la profezia di Malachia 1, 10-11, con l'abrogazione del culto antico). Sulla parete poi dirimpetto a S. Martino, è affrescato Papa Leone XIII (1878-1903) che in­dica, avendone parlato in diversi suoi scritti, la santa famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria. Il nuovo altare Maggiore, usato per le celebrazioni (mentre quello antico è usato per la conservazione dell'Eucaristia), altrettanto ricco di marmi e bronzi cesellati e dorati: riportano le rappresentazioni della morte e resurrezione di Gesù Cristo sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento (agnello pasquale, offerta in sacrificio di Isacco, offerta di pane da parte di Melchisedech). L'angelo che si vede all'ambone dove si proclama la Parola di Dio è invece quello, appunto, che al sepolcro di Cristo, vuoto, ne annuncia la resurrezione.

Partendo dalle porte delle sacrestie, prima a Est, poi a Ovest ci sono i seguenti altari: S. Francesco, S. Maria, S. Giuseppe, Sacro Cuore, S. Crescenzia, Santissimo Crocifisso. Sono gli elementi che più direttamente si ricollegano all'antica chiesa parrocchiale di S. Martino, un tempo collocata in piazza Kennedy. In particolare quello di S. Crescenzia, con le reliquie della compatrona (con S. Martino, patrono principale di Magenta), arrivate da Roma il 7 gennaio 1817. L'Altare di S. Maria, Madre di Dio, Nostra Signora della Vittoria (del bene sul male) e Regina della Pace: contiene una statua della Madonna del 1838 c.a che, col Bambino, non porge il Rosario, ma dei collari con medaglie asburgiche della metà del Settecento con le quali la Madonna è invocata come Regina della Pace. Quello del Crocifisso, che tale e quale si trovava nell'antica S. Martino. Contiene il Crocifisso un tempo collocato sopra l'altare Maggiore in legno della vecchia S. Martino. Quando agli inizi dell'Ottocento lo fecero, in quella chiesa, di marmo, salvarono il Crocifisso, al quale costruirono un apposito altare (che è quello che vediamo ancora oggi in Basilica). Dell'antico altare Maggiore in legno della vecchia S. Martino ci sono arrivate anche le statue cinquecentesche, raffiguranti degli angeli, che ora si trovano sull'altare di Santa Crescenzia.

Partendo dal pavimento della facciata, si presentano, magnifici tondi con il ritratto a bassorilievo dei seguenti santi: Luigi Gonzaga, Giovanna d'Arco, Rosa da Lima, Agnese, Filippo Neri, Giuseppe, Caterina da Siena, Vincenzo de' Paoli, Madonnina del Monte Grappa, Teresa del Bambin Gesù, Teresa d'Avila, Fran­cesco d'Assisi, Crescenzia, Sebastiano.
Di fianco alla porta centrale, le due statue con S. Pietro e S. Paolo.
Ai lati delle statue partono due lesene con motivi ornamentali, tra i quali, in quella di sinistra, una volta saliti di fianco alla lunetta col battesimo di S. Martino, lo stemma della famiglia Crivelli, legata a Magenta, che ha dato alla Chiesa Papa Urbano III; in quella di destra lo stemma dei Mazenta, diventato stemma comunale, che ha dato i natali a illustri personaggi ecclesiastici, tra i quali Faustino Mazenta, e non, tutti benemeriti della Città, per esempio nella costruzione della chiesa di S. Biagio prima e nella fondazione dell'istituto delle Madri Canossiane poi.
Due grandi tondi, ai lati esterni del cartiglio con "Basilica Romana Minore": a sinistra, San Giuseppe Cafasso, a destra San Giovanni Bo­sco. Sopra ci sono le statue di Sant'Ambrogio e di San Carlo: sono i due patroni della diocesi di Milano. Infine nei due tondi ai lati del rosone, a sinistra, il Prevosto Luigi Crespi, ideatore della facciata e di buona parte delle pitture interne; a destra, il Prevosto Cesare Tragella, ideatore della chiesa parrocchiale e dell'ornamentazione dell'antico altare Maggiore.


La basilica possiede un concerto di 8 campane in La2 Maggiore, fuso nel 1964 da Paolo Capanni di Castelnovo ne' Monti (RE). Le campane suonano a sistema ambrosiano.

Nel 1858 il campanile della vecchia chiesa di San Martino venne dotato di un concerto di sei campane in Sib2 Maggiore, fuse da Felice Bizzozero di Varese, interamente donato dall'arciduca Massimiliano d’Austria, al quale era dedicata la campana maggiore, del peso di 2420 kg. All’inizio del XX secolo, consacrata la nuova prepositurale di San Martino e San Gioacchino ed abbattuta la vecchia chiesa, si decise per la costruzione di una nuova torre campanaria. Le sei campane del campanile della vecchia chiesa di San Martino vennero trasferite sulla nuova torre campanaria ed il concerto venne esteso da sei ad otto campane, con l’aggiunta di due campane minori. Nel 1943, durante la requisizione bellica della seconda guerra mondiale, vennero asportate le due campane maggiori e la campana minore. Al termine del conflitto venne rifuso l’intero concerto da Carlo Ottolina e figli di Seregno (MB), ed inaugurato 12 ottobre 1947 in occasione dell'attribuzione a Magenta del titolo di città. Il nuovo concerto non soddisfava le aspettative e nel 1964 si decise per una sua nuova rifusione, in tonalità La2 Maggiore.



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martedì 2 giugno 2015

IL DUOMO DI CASTIGLIONE DELLE STIVIERE

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Collocata in bella posizione panoramica, la chiesa venne innalzata nel 1761 e dedicata ai Santi Nazario e Celso dal milanese Giovanni Battista Groppi. Il solenne e luminoso interno, a tre navate con ampio transetto, offre tele rilevanti tra cui: Santa Rosalia del monregalese Pietro Novelli e Sposalizio di Santa Caterina del bolognase Camillo Procaccini, entrambe del primo '600. Alla base dei gradinid'accesso al presbiterio è situato il sepolcro di Marte Tana di Santena Gonzaga, madre di San Luigi Gonzaga. Nell'ampio sagrato orlato da cipressi è una riproduzione in bronzo della Pieta Rondanini di Michelangelo, collocata nel 1959, centenario della Battaglia di Solferino e San Martino; nel Duomo infatti, sul sagrato e nelle strade del centro, vennero traspostati a migliaia i feriti che beneficiarono delle cure delle donne castiglionesi, animate da Don Lorenzo Barzizza al motto "tutti fratelli" e cioè senza discriminazione di parte. Assistendo casualmente a quello spettacolo di umana solidarietà, il ginevrino Henri Dunant ne trasse ispirazione per fondare la Croce Rossa Internazionale.

A fianco del Duomo sorge la piccola Chiesa dei Disciplini, fondata da Aloisio Gonzaga, nonno del Santo, nella prima metà del Cinquecento e cara alla storia dei Gonzaga di Castiglione. Il 3 marzo 1590 nella chiesa san Luigi tenne il sermone sull’Eucarestia.

Alla sinistra del presbiterio, vi è l'organo a canne, costruito nel 1925 da Natale Balbiani. Lo strumento, a trasmissione pneumatico-tubolare, ha due tastiere di 58 note ciascuna ed una pedaliera concava di 30 note.



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martedì 26 maggio 2015

LA CHIESA DEI SS. MAGI A LEGNANO

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Fu costruita alla fine del Seicento per volere dei fratelli Lampugnani e dedicata ai Re Magi. L’edificio era probabilmente un oratorio per qualche famiglia nobiliare. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la chiesa, danneggiata dai bombardamenti, dovette essere in parte ricostruita. Dalla prima costruzione il monumento ha subito numerose trasformazioni, in particolare le tre opere di rifacimento più importanti sono avvenute nel XX secolo. Nel 1986 l’edificio di culto è diventato Chiesa parrocchiale ed è stato ampliato per rendere possibile l’accesso agli abitanti del quartiere, aumentati notevolmente durante gli anni Novanta del Novecento. La Chiesa ha una sola navata con l’abside e all’interno è possibile ammirare un dipinto rappresentante l’adorazione dei Magi di Gian Giacomo e Francesco Lampugnani. Questa tela è una copia di un quadro secentesco opera di Giulio Cesare Procaccini che fu in seguito traslato a Milano. In tempi più recenti, la chiesa è stata ridipinta internamente e adornata con decorazioni del pittore Emilian Nicula rappresentanti alcuni momenti della vita di Gesù e 12 piccoli quadri rappresentanti i 12 apostoli. Sul portale esterno della chiesa si può notare un altorilievo di bronzo che rappresenta l'adorazione dei Santi Magi. Annesso all'edificio è presente un centro parrocchiale, che è stato inaugurato il 4 ottobre 1992. Un centro parrocchiale è stato annesso nel 1992 alla struttura che, più tardi, è stata ridipinta e decorata. La torre campanaria conta tre campane di diversi diametri.
La prima, che è la più vecchia, è stata realizzata nel 1855, mentre le altre due sono le più recenti e risalgono al 1877.

Il 7 ottobre 2014 il sagrestano ha suonato per l'ultima volta le campane manualmente. Dal 13 ottobre 2014 è entrato in funzione un sistema di controllo automatizzato.

Il vano delle campane viene illuminato ogni sera dalle 19 alle 24. Durante le festività è possibile notare dei nastri colorati che dal campanile sovrastano il viale d'accesso all'oratorio. Durante la fiaccolata d'apertura dell'oratorio, il campanile viene illuminato con i colori della contrada Legnarello (giallo e rosso).




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lunedì 11 maggio 2015

LA CHIESA DEI SANTI GERVASIO E PROTASIO A BARDOLINO

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La chiesa è citata fin dal 1598 sorge a metà del promontorio roccioso prospiciente il paese, un tempo risiedeva un eremita (romét) incaricato di avvisare gli abitanti di Bagolino in caso di principi di incendio suonando a martello le campane.
Il piccolo complesso è formato anche dall'abitazione dell'eremita (dove si trova anche la cisterna nella quale, secondo la tradizione popolare, nascono i bambini) il campanile e l' "osteria", modestissimo ostello per i visitatori. Nel 1653 la chiesa venne ampliata e l'interno decorato con affreschi.

La facciata della chiesa è a capanna, all'interno due parti nettamente separate: la prima, ampia e con le capriate scoperte, la seconda, che ha funzioni di presbiterio, intonacata e affrescata. Nel 1653 la chiesa fu ampliata e abbellita con affreschi e marmi che formano l'arco di accesso con stelle, fiori in rilievo; di marmo sono anche i gradini dell'altare. La pala è una copia della Madonna con S. Gervasio e Protaso di Giovanbattista Motella e coglie il paese raffigurato in tutti i suoi particolari: la torre del vecchio comune, nel quartiere di Cavril, la chiesa sovrastante la borgata e a destra il quartiere di Visnà. L'originale del quadro si trova presso la casa di riposo S. Giuseppe. La soasa è sobria ma elegante; purtroppo la parte centrale del timpano è stata trafugata. Gli affreschi che si trovano entro le lunette della parete del presbiterio raffigurano: i Santi Gervasio e Protaso che vegliano il sonno di S. Ambrogio, il martirio di S. Protaso, quello di S. Gervasio e la venerazione dei due santi. Sono in buono stato con colori di stravagante vivacità.
Benché alcune figure siano sproporzionate, i visi, in modo particolare quelli degli aguzzini, sono di un realismo truce e ricordano quelli di Esine, del Romanino.




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venerdì 1 maggio 2015

I SANTI PATRONI DI BREBBIA : PIETRO E PAOLO

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Dopo che si fu manifestato risorto ai suoi discepoli,  quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. 
E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».
Gv 21,15-19

Due apostoli e due personaggi diversi, ma entrambi fondamentali per la storia della Chiesa del primo secolo così come nella costruzione di quelle radici dalle quali si alimenta continuamente la fede cristiana. Pietro, nato a Betsaida in Galilea, era un pescatore a Cafarnao. Fratello di Andrea, divenne apostolo di Gesù dopo che questi lo chiamò presso il lago di Galilea e dopo aver assistito alla pesca miracolosa. Da sempre tra i discepoli più vicini a Gesù fu l'unico, insieme al cosiddetto «discepolo prediletto», a seguire Gesù presso la casa del sommo sacerdote Caifa, fu costretto anch'egli alla fuga dopo aver rinnegato tre volte il maestro, come questi aveva già predetto. Ma Pietro ricevette dallo stesso Risorto il mandato a fare da guida alla comunità dei discepoli. Morì tra il 64 e il 67 durante la persecuzione anticristiana di Nerone. San Paolo, invece, era originario di Tarso: prima persecutore dei cristiani, incontrò il Risorto sulla via tra Gerusalemme e Damasco. Baluardo dell'evangelizzazione dei popoli pagani nel Mediterraneo morì anch'egli a Roma tra il 64 e il 67.

Simone, figlio di Giona e fratello di Andrea, primo tra i discepoli professò che Gesù era il Cristo, Figlio del Dio vivente, dal quale fu chiamato Pietro. Paolo, Apostolo delle genti, predicò ai Giudei e ai Greci Cristo crocifisso. Entrambi nella fede e nell’amore di Gesù Cristo annunciarono il Vangelo nella città di Roma e morirono martiri sotto l’imperatore Nerone: il primo, come dice la tradizione, crocifisso a testa in giù e sepolto in Vaticano presso la via Trionfale, il secondo trafitto con la spada e sepolto sulla via Ostiense.

Il 29 di giugno la Chiesa commemora la solennità liturgica degli Apostoli.

Simone era un pescatore di Betsaida (Lc 5,3; Gv 1,44), che si era più tardi stabilito a Cafarnao (Mc 1,2 1.29). Il fratello Andrea lo introduce al seguito di Gesù (Gv 1,42); ma probabilmente Simone era stato preparato a questo incontro da Giovanni Battista. Il Cristo gli cambia nome e lo chiama «Pietra» (Mt 16,17-19; Gv 21,15-17), per realizzare nella sua persona il tema della pietra fondamentale. Simon Pietro è uno dei primi testimoni che vede la tomba vuota (Gv 20,6) ed ha una speciale apparizione di Gesù risorto (Lc 24,34).
Dopo l’ascensione egli prende la direzione della comunità cristiana (At 1,15; 15,7), enuncia le linee programmatiche della Buona Novella (At 2,14-41) e, per diretto intervento dello Spirito Santo, è il primo a prendere coscienza della necessità di aprire la Chiesa ai pagani (At 10—11).
Questa missione spirituale non lo libera dalla condizione umana, né dalle deficienze dei suo temperamento (cf, ad es.: Mt 14,30; Gv 13,6; 18,10).
Paolo non esita a contraddirlo nella famosa discussione di Antiochia (At 15; Gal 2,11-14), per invitarlo a liberarsi dalle pratiche ebraiche. Pare infatti che su questo punto Pietro abbia tardato ad aprire lo spirito e che egli tendesse a considerare i cristiani di origine pagana come una comunità inferiore a quella dei cristiani di origine ebraica (At 6,1-2). Quando viene a Roma, Pietro diviene l’apostolo di tutti. Allora egli compie pienamente la sua missione di «pietra angolare», riunendo in un solo «edificio» i Giudei ed i pagani e suggella questa missione con il suo sangue.

Paolo, dopo la conversione sulla strada di Damasco, percorre, in quattro o cinque viaggi, il Mediterraneo. Fa il primo viaggio in compagnia di Barnaba (At 13—14): partono da Antiochia, si fermano nell’isola di Cipro e poi percorrono l’Asia Minore, l’attuale Turchia. Dopo il convegno degli apostoli a Gerusalemme, Paolo inizia un secondo viaggio, questa volta espressamente quale «inviato» dei «Dodici» (At 15,36—18,22). Riattraversa l’Asia Minore, evangelizza la Frigia e la Galazia ove si ammala (Gal 4,13). Passa poi in Europa assieme a Luca e fonda la comunità di Filippi (Grecia settentrionale). Dopo un periodo di prigionia evangelizza la Grecia: ad Atene la sua missione si incaglia davanti ai filosofi; a Corinto fonda la comunità che gli dà più fastidi. Poi rientra ad Antiochia.
Un terzo viaggio (At 18,23—21,17) lo riporta alle Chiese fondate nella attuale Turchia, specialmente a Efeso, poi in Grecia e a Corinto. Di passaggio a Mileto, annuncia agli anziani le sue prove imminenti. Infatti, poco dopo il suo ritorno a Gerusalemme, è arrestato dagli Ebrei e imprigionato (At 21). Essendo cittadino romano, Paolo si appella a Roma.
Intraprende così un quarto viaggio, verso Roma, ma non più in stato di libertà (At 21—28). Raggiunge Roma verso l’anno 60 o 61; è trattenuto in prigione fin verso il 63; intanto, approfittando di alcune facilitazioni, entra in frequente contatto con i cristiani della città e scrive le « lettere della prigionia ».
Liberato dalla prigione nel 63, compie, probabilmente, un ultimo viaggio in Spagna (Rm 15,24-28) o verso le comunità dirette da Timoteo e da Tito, ai quali scrive delle lettere che lasciano intravedere la sua prossima fine. Arrestato e di nuovo imprigionato, Paolo subisce il martirio intorno all’anno 67.

Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro.
Il Signore Gesù scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l'incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l'intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l'intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell'universalità e dell'unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E' ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un'altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l'incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l'unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell'amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell'amore ciò che avevi legato per timore.
E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro.




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LA CHIESA DEI SS. PIETRO E PAOLO A BREBBIA

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La Chiesa di S.Pietro di Brebbia è una delle chiese romaniche più belle della zona di Varese, di essa si ha documentazione dal X secolo, in cui viene specificato che fu edificata nel V.

La pieve di Brebbia o pieve dei Santi Pietro e Paolo di Brebbia (Plebis Brebiae o Plebis sancti petri et pauli brebiae) era il nome di un'antica pieve dell'arcidiocesi di Milano e del ducato di Milano con capoluogo Brebbia.

I patroni erano i santi Pietro e Paolo che vengono ancor'oggi festeggiati in città il 29 giugno. A loro è tuttora dedicata la chiesa prepositurale di Brebbia.

Il primo documento storico che riporta esplicitamente la presenza di un'organizzazione plebana a Brebbia è un atto di permuta del 22 giugno 999, ma il nome di un prevosto ci perviene solo in epoche più tarde.

Nel 1148 la pieve accolse per la prima volta una dipendenza monastica del monastero di Sant'Ambrogio di Milano che si sviluppò attorno al santuario di San Sepolcro di Ternate, il quale passò poi agli agostiniani e nel XV venne definitivamente ceduto ai benedettini di San Pietro in Gessate. Altrove, sempre nella pieve, si instaurarono carmelitani e cluniacensi che fecero crescere sempre più il prestigio dell'antica pieve.

Secondo la "Notitia cleri" del 1398, la canonica di Brebbia comprendeva a quell'epoca un prevosto e ben diciotto canonici, il che si può dire che fosse quasi un unicum in tutta la regione lombarda, anche se alcuni critici moderni hanno ritenuto essere troppo elevato questo numero e quindi poco verosimile dal momento che solo nel 1455, l'arcivescovo Gabriele Sforza valutò appena otto canonici ed il prevosto. Già quando la macchina del concilio di Trento si era avviata, alla visita del visitatore apostolico Melchiorre Crivelli del 1545, era stata ravvisata la presenza di un vicecurato che aveva funzioni di sostituire il prevosto, il quale quindi non risiedeva in paese, contravvenendo a quelle norme che San Carlo Borromeo avrebbe in seguito fortemente voluto.

Malgrado la ricchezza della sua pieve, la città di Brebbia era quasi praticamente spopolata e tale si trovava all'epoca della visita dell'arcivescovo milanese Carlo Borromeo nel 1574. Giudicando quindi inadatto l'assetto urbano per ospitare un'istituzione tanto importante come la pieve, fu egli stesso il 6 ottobre di quello stesso anno a stabilire che le funzioni plebane venissero trasportate a Besozzo. Oggi il suo territorio ricade sotto il decanato di Besozzo e comprende 28 parrocchie su un'area di 98,04 km² e una popolazione di 42.701 abitanti nel 1972.

Diversa sorte ebbe invece la coestensiva pieve secolare e laica nella quella si articolava la Provincia del Ducato di Milano: la pieve civile raccoglieva ventiquattro comuni. I mutamenti ecclesiastici non influenzarono infatti per nulla l'ambito amministrativo civile, rispetto al quale Brebbia fu il capoluogo della propria pieve per altri due secoli: fu l'invasione di Napoleone del 1797 e la conseguente riforma amministrativa voluta dai rivoluzionari giacobini al suo seguito a determinare la soppressione dell'antico compartimento territoriale, sostituendolo con un nuovo e moderno distretto avente sede a Besozzo.

Risalente alla fine del XII secolo, la chiesa dei SS. Pietro e Paolo a Brebbia è degna di nota per la raffinatezza del paramento murario che, costituito da blocchi di serizzo, granito e pietra d'Angera, crea piacevoli effetti cromatici.

Secondo la tradizione, la prima chiesa di Brebbia sarebbe stata fondata, intorno al V secolo, da S. Giulio, l'evangelizzatore, insieme al fratello Giuliano, del lago Maggiore e di quello di Orta.

La decorazione ad affresco di questa chiesa, che si sviluppa soprattutto nella zona absidale e sulla parete destra, è cresciuta e si è completata nel tempo, con l'apporto di singoli artisti, come risultato di un'attività e di un sentimento collettivi, scegliendo via via il linguaggio più aggiornato e meglio collaudato. Il desiderio di aggiornamento degli artisti vuole, infatti, anche in queste chiese "di periferia", che il linguaggio della pittura sia efficace, comunicativo dei temi e della sensibilità dell'epoca, sino alla massima espressività possibile.

Gli affreschi della zona absidale della chiesa di S. Pietro, vera e propria "mescolanza e composizione" di diverse mani di maestri, sono quelli meno leggibili, a causa della caduta di vaste zone di colore e del sovrapporsi di strati di intonaco, elemento, questo, che ricorre di frequente negli affreschi di tipo devozionale.

Il catino absidale è dominato dalla figura centrale di Cristo, racchiusa all'interno di una mandorla dai colori dell'arcobaleno, circondata da un concerto angelico; nel registro superiore dell'abside si trova una serie di Apostoli, disposti a coppie, ai lati di una Crocifissione; nel registro inferiore, sono affrescate coppie di Santi, tra cui riconosciamo S. Antonio Abate, S. Sebastiano, S. Vittore e S. Bernardino da Siena; un'altra Crocifissione, in alto a destra accanto alla finestra centrale, compare "bruscamente" nello spazio absidale, slegata stilisticamente e tematicamente dalle altre figure dipinte; sotto di essa troviamo un'altra scena frammentaria, con lo stesso soggetto, ma con differenti caratteri stilistici, infine, sul lato sinistro della stessa finestra ci sono una Madonna in trono con Bambino e S. Pietro.

Un gruppo di santi, ritrovati durante i restauri del 1963-1964, si trova sulla parete di fondo nella navata destra. Un tempo sovrastavano un altare addossato a questa parete e dedicato a S. Stefano, più volte nominato nelle visite pastorali della fine del Cinquecento. I santi raffigurati sono Paolo, Antonio Abate, che compare due volte consecutivamente, Stefano e Bartolomeo.
L'immagine di Bartolomeo santo taumaturgo e guaritore di infermi, è molto ben conservata nel disegno e soprattutto nei vivaci e squillanti colori.

Proseguendo lungo la parete della navata destra, troviamo un brano affrescato particolarmente interessante: si tratta di un'architettura dipinta con discreto senso spaziale, composta da un loggiato sorretto ai lati da due esili colonnine, con al centro la Vergine in trono con il Bambino, affiancata da quattro santi. Il motivo architettonico, che illusionisticamente imita la struttura di un altarolo per la preghiera, appare unificato dal pavimento con losanghe di colore rosa chiaro. La Madonna è affiancata da S. Rocco e S. Sebastiano, tradizionalmente invocati contro la peste, e da altri due santi: un guerriero, forse S. Giorgio e un imperatore, forse identificabile come S. Enrico. Ai lati, esternamente al finto loggiato, ci sono infine le due immagini di S. Antonio a destra e di un Santo Vescovo a sinistra.

La parte superiore del finto altare è costituita da un timpano dominato al centro dalla figura di S. Pietro con ai lati due committenti inginocchiati.
Ai lati del timpano notiamo altre due scene. S. Giulio compare in alto a destra e, secondo un'iconografia tradizionale, è in atto di scacciare dall'Isola d'Orta i mostri che la infestavano, uno dei quali è dipinto sotto le sembianze di un drago marino. Il culto di San Giulio è molto vivo nella zona del Lago d'Orta e nell'Alto Partic.

Nella scena a sinistra, invece, è rappresentato un Santo vescovo, con la mano levata a benedire, davanti ad un cavallo condotto da un uomo in armatura. Si tratta sicuramente di S. Eligio, ricordato non solo per la sua attività di orafo e monetiere di corte, prima della consacrazione, ma anche per una leggenda diffusa a partire dal XIV secolo, che gli attribuisce la facoltà di guarire e proteggere i cavalli. Nel contado a sud Ovest di Varese restano ampie tracce iconografiche della devozione verso Eligio: a Monate un affresco evoca la potenza taumaturgica del Santo, all'eremo di Santa Caterina del Sasso compare Sant'Eligio affiancato dalla figura di Sant'Antonio.

Più volte nominato è anche l'altare di Simonino, posto a destra della porta del coro, oggi scomparso insieme con gli affreschi che ritraevano il martire "infante nudo flagellato dai Giudei".
Forse essi si trovano tuttora sotto lo strato di intonaco che ricopre la parte finale della navata, e da cui affiorano i resti di una composizione con S. Nicola e il miracolo dei tre fanciulli. Questo soggetto, era abbastanza diffuso nella zona: ne abbiamo un esempio nel battistero di Varese e uno tardo-quattrocentesco nell'abside di S. Donato a Sesto Calende, che presenta notevoli analogie con il frammento di Brebbia.




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lunedì 9 marzo 2015

CASTELLO VISCONTEO DI PAVIA

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Il castello Visconteo di Pavia fu costruito nel 1360 da Galeazzo II Visconti. I Visconti vollero anche disegnare un grandioso parco di caccia, che si estendeva originariamente per una decina di chilometri, fino alla Certosa di Pavia; oggi parte del territorio del parco è ancora presente, ma non più collegato al castello, e chiamato Parco della Vernavola.

La costruzione di una “cittadella” fortificata a ovest del nuovo edificio, sull’area limitrofa a S. Pietro in Ciel d’Oro, permise di sviluppare gli aspetti residenziali anziché quelli militari: in effetti, più che una fortezza, il Castello di Pavia fu soprattutto la splendida sede di una corte raffinata, come è ancora possibile intuire dalle grandi bifore esterne, dall’aereo loggiato del cortile e dagli affreschi delle sale interne, elementi che rispecchiano il gusto del gotico internazionale. Nella seconda metà del XIV e nel XV secolo il maniero fu un importante centro di produzione artistica. Di particolare bellezza il decoro con imprese viscontee sul cielo stellato della “Sala Azzurra”, le figure del Cristo morto e dei Santi nell’originaria cappella a piano terreno, i motivi a tappezzeria e le immagini muliebri su sfondo di rose.

Teatro della celebre battaglia che si combatté nel Parco nel 1525, mutilato nel lato nord dalle artiglierie francesi nel 1527 durante il sacco della città e successivamente divenuto caserma, il Castello di Pavia è stato acquistato dal Comune, restaurato negli anni ’20 e ’30 del XX secolo e, a partire dal secondo dopoguerra, è divenuto sede dei Musei Civici e ospita a la civica Pinacoteca Malaspina.


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