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venerdì 1 maggio 2015

I SANTI PATRONI DI BREBBIA : PIETRO E PAOLO

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Dopo che si fu manifestato risorto ai suoi discepoli,  quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. 
E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».
Gv 21,15-19

Due apostoli e due personaggi diversi, ma entrambi fondamentali per la storia della Chiesa del primo secolo così come nella costruzione di quelle radici dalle quali si alimenta continuamente la fede cristiana. Pietro, nato a Betsaida in Galilea, era un pescatore a Cafarnao. Fratello di Andrea, divenne apostolo di Gesù dopo che questi lo chiamò presso il lago di Galilea e dopo aver assistito alla pesca miracolosa. Da sempre tra i discepoli più vicini a Gesù fu l'unico, insieme al cosiddetto «discepolo prediletto», a seguire Gesù presso la casa del sommo sacerdote Caifa, fu costretto anch'egli alla fuga dopo aver rinnegato tre volte il maestro, come questi aveva già predetto. Ma Pietro ricevette dallo stesso Risorto il mandato a fare da guida alla comunità dei discepoli. Morì tra il 64 e il 67 durante la persecuzione anticristiana di Nerone. San Paolo, invece, era originario di Tarso: prima persecutore dei cristiani, incontrò il Risorto sulla via tra Gerusalemme e Damasco. Baluardo dell'evangelizzazione dei popoli pagani nel Mediterraneo morì anch'egli a Roma tra il 64 e il 67.

Simone, figlio di Giona e fratello di Andrea, primo tra i discepoli professò che Gesù era il Cristo, Figlio del Dio vivente, dal quale fu chiamato Pietro. Paolo, Apostolo delle genti, predicò ai Giudei e ai Greci Cristo crocifisso. Entrambi nella fede e nell’amore di Gesù Cristo annunciarono il Vangelo nella città di Roma e morirono martiri sotto l’imperatore Nerone: il primo, come dice la tradizione, crocifisso a testa in giù e sepolto in Vaticano presso la via Trionfale, il secondo trafitto con la spada e sepolto sulla via Ostiense.

Il 29 di giugno la Chiesa commemora la solennità liturgica degli Apostoli.

Simone era un pescatore di Betsaida (Lc 5,3; Gv 1,44), che si era più tardi stabilito a Cafarnao (Mc 1,2 1.29). Il fratello Andrea lo introduce al seguito di Gesù (Gv 1,42); ma probabilmente Simone era stato preparato a questo incontro da Giovanni Battista. Il Cristo gli cambia nome e lo chiama «Pietra» (Mt 16,17-19; Gv 21,15-17), per realizzare nella sua persona il tema della pietra fondamentale. Simon Pietro è uno dei primi testimoni che vede la tomba vuota (Gv 20,6) ed ha una speciale apparizione di Gesù risorto (Lc 24,34).
Dopo l’ascensione egli prende la direzione della comunità cristiana (At 1,15; 15,7), enuncia le linee programmatiche della Buona Novella (At 2,14-41) e, per diretto intervento dello Spirito Santo, è il primo a prendere coscienza della necessità di aprire la Chiesa ai pagani (At 10—11).
Questa missione spirituale non lo libera dalla condizione umana, né dalle deficienze dei suo temperamento (cf, ad es.: Mt 14,30; Gv 13,6; 18,10).
Paolo non esita a contraddirlo nella famosa discussione di Antiochia (At 15; Gal 2,11-14), per invitarlo a liberarsi dalle pratiche ebraiche. Pare infatti che su questo punto Pietro abbia tardato ad aprire lo spirito e che egli tendesse a considerare i cristiani di origine pagana come una comunità inferiore a quella dei cristiani di origine ebraica (At 6,1-2). Quando viene a Roma, Pietro diviene l’apostolo di tutti. Allora egli compie pienamente la sua missione di «pietra angolare», riunendo in un solo «edificio» i Giudei ed i pagani e suggella questa missione con il suo sangue.

Paolo, dopo la conversione sulla strada di Damasco, percorre, in quattro o cinque viaggi, il Mediterraneo. Fa il primo viaggio in compagnia di Barnaba (At 13—14): partono da Antiochia, si fermano nell’isola di Cipro e poi percorrono l’Asia Minore, l’attuale Turchia. Dopo il convegno degli apostoli a Gerusalemme, Paolo inizia un secondo viaggio, questa volta espressamente quale «inviato» dei «Dodici» (At 15,36—18,22). Riattraversa l’Asia Minore, evangelizza la Frigia e la Galazia ove si ammala (Gal 4,13). Passa poi in Europa assieme a Luca e fonda la comunità di Filippi (Grecia settentrionale). Dopo un periodo di prigionia evangelizza la Grecia: ad Atene la sua missione si incaglia davanti ai filosofi; a Corinto fonda la comunità che gli dà più fastidi. Poi rientra ad Antiochia.
Un terzo viaggio (At 18,23—21,17) lo riporta alle Chiese fondate nella attuale Turchia, specialmente a Efeso, poi in Grecia e a Corinto. Di passaggio a Mileto, annuncia agli anziani le sue prove imminenti. Infatti, poco dopo il suo ritorno a Gerusalemme, è arrestato dagli Ebrei e imprigionato (At 21). Essendo cittadino romano, Paolo si appella a Roma.
Intraprende così un quarto viaggio, verso Roma, ma non più in stato di libertà (At 21—28). Raggiunge Roma verso l’anno 60 o 61; è trattenuto in prigione fin verso il 63; intanto, approfittando di alcune facilitazioni, entra in frequente contatto con i cristiani della città e scrive le « lettere della prigionia ».
Liberato dalla prigione nel 63, compie, probabilmente, un ultimo viaggio in Spagna (Rm 15,24-28) o verso le comunità dirette da Timoteo e da Tito, ai quali scrive delle lettere che lasciano intravedere la sua prossima fine. Arrestato e di nuovo imprigionato, Paolo subisce il martirio intorno all’anno 67.

Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro.
Il Signore Gesù scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l'incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l'intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l'intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell'universalità e dell'unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E' ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un'altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l'incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l'unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell'amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell'amore ciò che avevi legato per timore.
E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro.




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LE SABBIE D' ORO DI BREBBIA

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La "Sabbie d'Oro" è una bella spiaggia sul Lago Maggiore ricca di canneti che ospitano specie arboree rare come l'ontano nero e diverse specie di anfibi, come il tritone crestato.

Le Sabbie d’Oro sono collocate sulla sponda lombarda del Lago Maggiore tra la foce del Fiume Bardello e quella del Torrente Acquanegra, in località Bozza (Comune di Brebbia). Il confine orientale corrisponde alla SP 69, quello occidentale coincide con le sponde del Lago Maggiore, mentre a ridosso dei confini settentrionale e meridionale sono presenti alcune abitazioni. Il territorio di questo SIC coincide con quello di una delle quattro porzioni che costituiscono la ZPS “Canneti del Lago Maggiore”. Sito di notevole rilevanza naturalistica per la presenza di habitat strettamente collegati tra di loro e appartenenti alla stessa serie evolutiva. Si osservano, infatti, vegetazioni palustri comprendenti canneti, boscaglie dense a Salix cinerea e boschi igrofili a dominanza di Populus alba, Salix alba e Alnus glutinosa. Il canneto presente è uno dei pochi rimasti nel Lago Maggiore. Il sito ospita una ricca e significativa componente avifaunistica. Tutta l’area è compressa dell’avanzata degli insediamenti antropici ed è esposta a rischio di colmature. L’impatto principale sul sito è quello legato alla fruizione turistico-ricreativa e all’espansione delle zone residenziali limitrofe. L’area è caratterizzata da una successione vegetazionale igrofila che si instaura a partire dalle sponde del lago e in funzione delle diverse condizioni di disponibilità di acqua. In prossimità delle sponde lacustri, si può osservare la presenza del lamineto e del fragmiteto a dominanza di Phragmites australis, seguiti da formazioni igrofile a Salix cinerea e quindi da boschi igrofili a dominanza di Alnus glutinosa.  Le formazioni forestali risultano concentrate soprattutto nella porzione nordorientale del luogo. Il cariceto è altresì ben rappresentato.




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IL LAGHETASCH DI BREBBIA

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Lo stagno del "Laghetàsc" è un'area umida estremamente rilevante, che si contraddistungue per la presenza di castagneti e querceti, cui si affiancano le conifere originarie delle paludi dell'America Settentrionale. In quest'area tranquilla vivono indisturbati il picchio rosso, l'allocco e lo scoiattolo. Bella zona per passeggiate a piedi e in mountain bike.

Il sentiero che circonda il Laghetàsc fa parte delle “Vie Verdi del Verbano”. Si può raggiungere, provenendo sia da Brebbia che da Ispra, percorrendo un sentiero attraverso boschi.

Si è formato a seguito delle depressioni che si sono formate tra un rilievo e l’altro, di origine glaciale.
Dal momento che il terreno è argilloso qui l’acqua non viene assorbita completamente e ristagna, dando luogo alla classica torbiera. In passato si sono trovati alcuni resti di palafitte come è successo anche a Mombello e sul Lago di Varese. Ma questa è una torbiera particolare perchè, oltre ai salici ed ai canneti, in mezzo all’acqua si ergono in tutta la loro altezza diversi esemplari di Taxodium Distichum, detti anche Cipressi Calvi delle Paludi o Tassodi. Per la loro maestosità e bellezza sono stati classificati come monumenti naturali dalla Provincia di Varese. Si tratta di una specie non endemica ma di origini americane, introdotta dal proprietario (l’area è ancora oggi privata ma ad accesso libero) tanti anni fa, che qui si è evidentemente trovata bene. Il tassodio è una conifera particolare perchè vive nell’acqua ed è caduca, dunque perde le foglie d’inverno, e da qui si capisce perché l’aggettivo “calvo” del nome. D’autunno si tinge di tutte le tonalità del rosso e del giallo prima di perdere la sua chioma. Il fusto massiccio è scanalato alla base ed assomiglia alla zampa di un elefante, la base del tronco forma strutture a contrafforte, gli pneumatofori, che permettono la circolazione dell’aria anche all’interno delle radici che sono sott’acqua, sono dunque i “polmoni” dell’albero. Il tronco conserva anche una certa somiglianza con quello del Tasso, di cui si conserva un esemplare monumentale al Parco di Villa Augusta a Varese. Si tratta di un albero che difficilmente si trova in Italia mentre invece è molto diffuso sulle sponde del Mississipi e del Missouri negli USA. In primavera sulle sponde del laghetto si sente il fragoroso gracidare delle rane che fa intuire l’esistenza di un variegato mondo sommerso, sotto le calme acque paludose.




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IL MUSEO DELLA PIPA A BREBBIA

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Una formidabile collezione di pipe scolpite, alcune delle quali vere e proprie sculture in miniatura; pezzi in porcellana decorata a mano, esemplari unici scolpiti nella schiuma di mare e nella radica.Il Museo della Pipa di Brebbia: una raccolta di valore inestimabile, vero fiore all'occhiello della storia industriale della provincia di Varese.

Il museo della pipa di Brebbia è nato nel 1979 per volere del Ragionier Enea Buzzi  che cominciò la raccolta delle pipe nel dopo guerra all'inizio per studiare la concorrenza poi seguì una fase di raccolta disordinata e quasi ossessiva delle più disparate pipe per forme, anno di fabbricazione e provenienza, ma, via via che il tempo passava, cominciò ad effettuare ricerche sull'evoluzione della pipa sin dal suo inizio nelle diverse culture.
Dopo aver raccolto circa 6.000 pipe seguì la fase più difficile e laboriosa dedicata alla classificazione.
Sentiva inoltre la necessità ed il piacere di rendere pubblici i suoi studi ed il risultato del frutto del suo lavoro di ricerca e classificazione.
Ma Enea Buzzi non si limitò solamente a raccogliere pipe antiche, ma anche pubblicazioni, libri e riviste rilegandole per annate e di conseguenza il museo di Brebbia è unico nel suo genere poichè raccoglie non solo svariate migliaia di pipe ma le pubblicazioni effettuate in tutto il mondo sulle pipe e uno studio accurato sul design diviso per vari periodi.

Si comincia con le pipe calumet degli indiani d'America che furono i precursori dei fumatori di pipa e tabacco per passare ad un ampia raccolta di pipe di schiuma di mare (principalmente di produzione austriaca), di gesso e terracotta principalmente italiane, francesi e olandesi.
Alle tradizionali pipe in porcellana Austro-Ungariche si aggiungono le prime realizzazioni francesi e britanniche di pipe in radica sino al primo timido e poi sempre piu travolgente successo delle pipe in radica per merito della produzione italiana.
Non mancano tante stramberie come le pipe a sigaro studiate per i motociclisti (avevano un fornello interno con un pigiatabacco a molla) le “radiator” ovvero le pipe con un fornello "aerato" per poter tenere in mano agevolmente le proprie pipe nei climi caldi; pipe con bocchini telescopici per fumare più fresco; pipe con due fornelli e valvole per poter gustare in tempo reale diverse miscele, mini pipe ad acqua; brevetti di ogni genere per rendere più semplice o forse per complicare ancor di più) la difficile arte di fumare la pipa.
Completa la collezione delle curiosità un formidabile assortimento di pipe scolpite, alcune vere piccole sculture fra cui delle pipe con cappello riproducenti famosi personaggi dell'epoca.

Recentemente Brebbia ha acquisito una nuova collezione di pipe che ha trovato la sua giusta e degna collocazione presso il Museo della pipa: la prestigiosa collezione di Franz Schuchardt. La collezione è composta da 195 pezzi unici che vanno dal diciannovesimo agli inizi del ventesimo secolo. Formata da 42 pezzi in schiuma di mare, 86 pezzi in porcellana finissima con decorazioni a mano, 29 pezzi in radica scolpita e 38 pezzi di vari materiali, la collezione è unica nel suo genere e di valore inestimabile. Iniziò la sua raccolta nei primi anni del ‘900 sfruttando, per acquistare le sue pipe, i suoi innumerevoli viaggi di lavoro in tutto il mondo. Fu il suo un meticoloso lavoro di  ricerca  di cura e  di accudimento, basti pensare che provvedeva lui stesso al mantenimento in perfetto stato di ogni sua pipa, fumandone ogni giorno a turno una diversa e, se era necessario, provvedeva da solo alla riparazione e all’eventuale restauro.La preziosità dei pezzi e l’amore con cui sono stati conservati sono un grande esempio di amore per la pipa da parte di un grande appassionato.La collezione conservata fino ad oggi con cura dal nipote Dieter Prange è costituita da 195 pezzi compresi tra il diciannovesimo secolo ed i primi anni del ventesimo, formata da 42 pezzi in schiuma di mare, 86 in porcellana finissima con decorazioni a mano, 29 in radica (la maggior parte scolpite) e 38 di vario genere (metallo, pietra,terracotta,etc.)

Gianni Brera è  stato un personaggio molto amato dagli italiani: scrittore, critico, giornalista sportivo, ma soprattutto grande appassionato ed esperto di calcio, ha incantato i telespettatori con la sua verve e la sua dialettica.
Nel 2002, nel decennale della scomparsa, il suo comune d’adozione, Milano, gli ha dedicato la vecchia Arena Civica ed il comune natio, Bosisio Parini in provincia di Lecco, gli ha intitolato la piazza principale. Questo dimostra che ha lasciato un ricordo indelebile a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.
Gianni Brera è per noi importante soprattutto come fumatore. Grandissimo fumatore di sigari toscani e di pipa non rinunciava mai al tabacco sia in pubblico che in privato. Uno dei suoi più grandi crucci era di non riuscire a gustare la parte migliore del toscano, la “cicca”.
A suo parere non esisteva una pipa che avesse un fornello con la conicità giusta per poter fumare le spuntature del toscano e sufficientemente leggera da poter essere trattenuta tra i denti senza avere la “masticazione da bagonghi”, come diceva lui.
Fu così che, grazie all’amicizia fra Gianni Brera ed Enea Buzzi naque la serie “Brera”, che ebbe un grandissimo successo di vendita nonostante fosse decisamente una pipa piccola, mentre a quei tempi, si parla degli anni settanta, andavano di moda pipe artigianali molto grosse  e pesanti.
Non abbiamo potuto inserire Gianni Brera tra i nostri “Grandi Designers” perchè non è più tra noi, ma potete ammirare i suoi disegni, progetti e la sua amata collezione di pipe perchè abbiamo avuto l’opportunità di inserirli nel Museo della Pipa di Brebbia
Per un caso fortunato la Provincia di Varese ha deciso di acquistare la collezione completa delle pipe di Gianni Brera, donata dagli eredi alla fondazione culturale di Bosisio Parini, e di cederla al nostro museo, per accrescerne il valore ed il prestigio dato che è una testimonianza della storia industriale della provincia di Varese.
La produzione della pipa era infatti per il Varesotto una delle attività principali che dava lavoro a moltissimi addetti .
Due modelli originali disegnati da Gianni Brera: una piccola Calabash che deve avere il foro di tiraggio curvo ed una Dublino fortemente asimmetrica.
Sono modelli estremamente armoniosi eleganti e moderni, nonostante siano stati disegnati più di venti anni fa, come attualissimi sono i modelli piccoli classici e leggeri della sua collezione, a ricordarci la sua innata classe.

Non avendo materia prima, cioè la radica che è pianta tipica della macchia mediterranea, le pipe cinesi sono realizzate in ciliegio.
Quelle fiammate, cioè con la vena orientata dalla base del fornello e che lo circonda con una venatura regolare e parallela e che è la gioia dei fumatori più esigenti in queste pipe, è abilmente dipinto a mano.



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IL TORRENTE ACQUANEGRA

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Il Torrente Acquanegra è l'unico emissario del Lago di Monate.

Sfocia nel Lago Maggiore in località Lavorascio (Ispra) dopo aver attraversato i comuni di Travedona-Monate, Biandronno, Bregano, Malgesso, Brebbia e Ispra. In passato le sue acque alimentavano diversi mulini, in particolare nel comune di Travedona-Monate.

Il torrente scorre nell'alta pianura alluvionale attraversando un territorio piuttosto antropizzato e coperto in prevalenza da boschi radi di latifoglie. L'alveo ampio e basso ha un substrato di fondo costituito prevalentemente da sabbia e fango, e si presenta con andamento a meandri, dovuti alla minima pendenza e turbolenza delle acque, che favorisce la formazione di notevoli depositi di detrito organico fine e grossolano.

I dati pluriennali sull'andamento mensile delle portate del corso d'acqua, mostrano un valore di media annua intorno agli 0,73 mc/s ed un regime idrologico di tipo pluviale, con una morbida principale ad aprile-maggio e due periodi di magra, in agosto e dicembre.

Il popolamento ittico del corso d'acqua, non è particolarmente ricco e mostra la predominanza di specie resistenti quali il cavedano e il gobione. La trota fario è presente e rappresentata da individui adulti, frutto dei vari ripopolamenti ittici effettuati nell'ambito della gestione ittica. Di un certo rilievo è la presenza della lampreda padana, specie protetta e in diminuzione nel suo areale di distribuzione.



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LA CHIESA DEI SS. PIETRO E PAOLO A BREBBIA

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La Chiesa di S.Pietro di Brebbia è una delle chiese romaniche più belle della zona di Varese, di essa si ha documentazione dal X secolo, in cui viene specificato che fu edificata nel V.

La pieve di Brebbia o pieve dei Santi Pietro e Paolo di Brebbia (Plebis Brebiae o Plebis sancti petri et pauli brebiae) era il nome di un'antica pieve dell'arcidiocesi di Milano e del ducato di Milano con capoluogo Brebbia.

I patroni erano i santi Pietro e Paolo che vengono ancor'oggi festeggiati in città il 29 giugno. A loro è tuttora dedicata la chiesa prepositurale di Brebbia.

Il primo documento storico che riporta esplicitamente la presenza di un'organizzazione plebana a Brebbia è un atto di permuta del 22 giugno 999, ma il nome di un prevosto ci perviene solo in epoche più tarde.

Nel 1148 la pieve accolse per la prima volta una dipendenza monastica del monastero di Sant'Ambrogio di Milano che si sviluppò attorno al santuario di San Sepolcro di Ternate, il quale passò poi agli agostiniani e nel XV venne definitivamente ceduto ai benedettini di San Pietro in Gessate. Altrove, sempre nella pieve, si instaurarono carmelitani e cluniacensi che fecero crescere sempre più il prestigio dell'antica pieve.

Secondo la "Notitia cleri" del 1398, la canonica di Brebbia comprendeva a quell'epoca un prevosto e ben diciotto canonici, il che si può dire che fosse quasi un unicum in tutta la regione lombarda, anche se alcuni critici moderni hanno ritenuto essere troppo elevato questo numero e quindi poco verosimile dal momento che solo nel 1455, l'arcivescovo Gabriele Sforza valutò appena otto canonici ed il prevosto. Già quando la macchina del concilio di Trento si era avviata, alla visita del visitatore apostolico Melchiorre Crivelli del 1545, era stata ravvisata la presenza di un vicecurato che aveva funzioni di sostituire il prevosto, il quale quindi non risiedeva in paese, contravvenendo a quelle norme che San Carlo Borromeo avrebbe in seguito fortemente voluto.

Malgrado la ricchezza della sua pieve, la città di Brebbia era quasi praticamente spopolata e tale si trovava all'epoca della visita dell'arcivescovo milanese Carlo Borromeo nel 1574. Giudicando quindi inadatto l'assetto urbano per ospitare un'istituzione tanto importante come la pieve, fu egli stesso il 6 ottobre di quello stesso anno a stabilire che le funzioni plebane venissero trasportate a Besozzo. Oggi il suo territorio ricade sotto il decanato di Besozzo e comprende 28 parrocchie su un'area di 98,04 km² e una popolazione di 42.701 abitanti nel 1972.

Diversa sorte ebbe invece la coestensiva pieve secolare e laica nella quella si articolava la Provincia del Ducato di Milano: la pieve civile raccoglieva ventiquattro comuni. I mutamenti ecclesiastici non influenzarono infatti per nulla l'ambito amministrativo civile, rispetto al quale Brebbia fu il capoluogo della propria pieve per altri due secoli: fu l'invasione di Napoleone del 1797 e la conseguente riforma amministrativa voluta dai rivoluzionari giacobini al suo seguito a determinare la soppressione dell'antico compartimento territoriale, sostituendolo con un nuovo e moderno distretto avente sede a Besozzo.

Risalente alla fine del XII secolo, la chiesa dei SS. Pietro e Paolo a Brebbia è degna di nota per la raffinatezza del paramento murario che, costituito da blocchi di serizzo, granito e pietra d'Angera, crea piacevoli effetti cromatici.

Secondo la tradizione, la prima chiesa di Brebbia sarebbe stata fondata, intorno al V secolo, da S. Giulio, l'evangelizzatore, insieme al fratello Giuliano, del lago Maggiore e di quello di Orta.

La decorazione ad affresco di questa chiesa, che si sviluppa soprattutto nella zona absidale e sulla parete destra, è cresciuta e si è completata nel tempo, con l'apporto di singoli artisti, come risultato di un'attività e di un sentimento collettivi, scegliendo via via il linguaggio più aggiornato e meglio collaudato. Il desiderio di aggiornamento degli artisti vuole, infatti, anche in queste chiese "di periferia", che il linguaggio della pittura sia efficace, comunicativo dei temi e della sensibilità dell'epoca, sino alla massima espressività possibile.

Gli affreschi della zona absidale della chiesa di S. Pietro, vera e propria "mescolanza e composizione" di diverse mani di maestri, sono quelli meno leggibili, a causa della caduta di vaste zone di colore e del sovrapporsi di strati di intonaco, elemento, questo, che ricorre di frequente negli affreschi di tipo devozionale.

Il catino absidale è dominato dalla figura centrale di Cristo, racchiusa all'interno di una mandorla dai colori dell'arcobaleno, circondata da un concerto angelico; nel registro superiore dell'abside si trova una serie di Apostoli, disposti a coppie, ai lati di una Crocifissione; nel registro inferiore, sono affrescate coppie di Santi, tra cui riconosciamo S. Antonio Abate, S. Sebastiano, S. Vittore e S. Bernardino da Siena; un'altra Crocifissione, in alto a destra accanto alla finestra centrale, compare "bruscamente" nello spazio absidale, slegata stilisticamente e tematicamente dalle altre figure dipinte; sotto di essa troviamo un'altra scena frammentaria, con lo stesso soggetto, ma con differenti caratteri stilistici, infine, sul lato sinistro della stessa finestra ci sono una Madonna in trono con Bambino e S. Pietro.

Un gruppo di santi, ritrovati durante i restauri del 1963-1964, si trova sulla parete di fondo nella navata destra. Un tempo sovrastavano un altare addossato a questa parete e dedicato a S. Stefano, più volte nominato nelle visite pastorali della fine del Cinquecento. I santi raffigurati sono Paolo, Antonio Abate, che compare due volte consecutivamente, Stefano e Bartolomeo.
L'immagine di Bartolomeo santo taumaturgo e guaritore di infermi, è molto ben conservata nel disegno e soprattutto nei vivaci e squillanti colori.

Proseguendo lungo la parete della navata destra, troviamo un brano affrescato particolarmente interessante: si tratta di un'architettura dipinta con discreto senso spaziale, composta da un loggiato sorretto ai lati da due esili colonnine, con al centro la Vergine in trono con il Bambino, affiancata da quattro santi. Il motivo architettonico, che illusionisticamente imita la struttura di un altarolo per la preghiera, appare unificato dal pavimento con losanghe di colore rosa chiaro. La Madonna è affiancata da S. Rocco e S. Sebastiano, tradizionalmente invocati contro la peste, e da altri due santi: un guerriero, forse S. Giorgio e un imperatore, forse identificabile come S. Enrico. Ai lati, esternamente al finto loggiato, ci sono infine le due immagini di S. Antonio a destra e di un Santo Vescovo a sinistra.

La parte superiore del finto altare è costituita da un timpano dominato al centro dalla figura di S. Pietro con ai lati due committenti inginocchiati.
Ai lati del timpano notiamo altre due scene. S. Giulio compare in alto a destra e, secondo un'iconografia tradizionale, è in atto di scacciare dall'Isola d'Orta i mostri che la infestavano, uno dei quali è dipinto sotto le sembianze di un drago marino. Il culto di San Giulio è molto vivo nella zona del Lago d'Orta e nell'Alto Partic.

Nella scena a sinistra, invece, è rappresentato un Santo vescovo, con la mano levata a benedire, davanti ad un cavallo condotto da un uomo in armatura. Si tratta sicuramente di S. Eligio, ricordato non solo per la sua attività di orafo e monetiere di corte, prima della consacrazione, ma anche per una leggenda diffusa a partire dal XIV secolo, che gli attribuisce la facoltà di guarire e proteggere i cavalli. Nel contado a sud Ovest di Varese restano ampie tracce iconografiche della devozione verso Eligio: a Monate un affresco evoca la potenza taumaturgica del Santo, all'eremo di Santa Caterina del Sasso compare Sant'Eligio affiancato dalla figura di Sant'Antonio.

Più volte nominato è anche l'altare di Simonino, posto a destra della porta del coro, oggi scomparso insieme con gli affreschi che ritraevano il martire "infante nudo flagellato dai Giudei".
Forse essi si trovano tuttora sotto lo strato di intonaco che ricopre la parte finale della navata, e da cui affiorano i resti di una composizione con S. Nicola e il miracolo dei tre fanciulli. Questo soggetto, era abbastanza diffuso nella zona: ne abbiamo un esempio nel battistero di Varese e uno tardo-quattrocentesco nell'abside di S. Donato a Sesto Calende, che presenta notevoli analogie con il frammento di Brebbia.




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LE CITTA' DEL LAGO MAGGIORE : BREBBIA

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Brebbia è un comune italiano di 3.360 abitanti della provincia di Varese in Lombardia. Fa parte della zona collinare della provincia di Varese (zona ovest) e il suo territorio è bagnato dal Lago Maggiore. Fa parte del Medio Verbano Orientale.

Ha una "forte" zona industriale e anche molti campi ad uso agricolo, in alcuni dei quali si sta recuperando l'antica coltivazione del Fagiolo di Brebbia diventato anche Presidio Slow Food. Brebbia inoltre fa parte della zona agraria numero 3 della Provincia di Varese (Valli del medio Verbano).

Il termine greco "Brabia", equivale a vittoria o premio di vittoria ed in senso traslato significa anche cosa bella e decorosa. A prova di ciò tale nome bene si addice al luogo, posto com'è fra due laghi, il Maggiore e quello di Varese.
Secondo un'altra derivazione il nome Brebbia deriverebbe da "Plebia", a sua volta derivato dal latino "Plebs", che significa plebe.
La spiegazione più verosimile è quella che fornisce lo storico N. Sormanni. Egli sostiene che il nome Brebbia deriva dalla caratteristica che il paese conserva tuttora. A Brebbia, infatti, esiste una località denominata dalla tradizione popolare "Paù", vocabolo dialettale che tradisce la voce italiana paludi. E' un terreno acquitrinoso e palustre, dove avevano sede le antiche terme e i bagni pubblici. Orbene, i latini designavano col vocabolo "Brevia" quei luoghi paludosi che si trovavano nelle immediate adiacenze dei luoghi ove precisamente le acque sono basse: "Brevia dicere ubi acquae sunt breves".
Successivamente, i barbari, che erano soliti cambiare, la lettera V in B ed anche in P, pronunciavano "Brebia" e talvolta "Brepia", termini che si incontrano nei documenti storici e notarili.

Quali siano stati i primi abitanti risulta abbastanza difficile individuarlo. Alcuni storici concordano nell'affermare che essi fossero popoli palafitticoli, provenienti dalla Svizzera. Gli scavi condotti in Angera dal professor Vincenzo Fusco dell'Università di Milano, hanno permesso di accertare che questa sponda del lago Maggiore fu sede di insediamenti umani fin dall'età mesolitica, 8000 - 7000 a.C. e fanno ritenere che anche i colli e la pianura di Brebbia furono frequentati da quelle popolazioni di tempi così remoti.

Dai ritrovamenti fossili, si dedusse che si trattava di popolazioni abbastanza civili; infatti, mentre facevano uso della pietra per costruire armi e oggetti vari, utilizzavano metalli, come il bronzo, conoscevano anche la giadeite (roccia impiegata per la fabbricazione di asce) e l'ossidiana (roccia che si rinviene solitamente nell'isola di Lipari, in Sardegna, nei Balcani e in Ungheria).

Le numerose testimonianze sulle abitazioni, dimostrano che essi trovarono certamente luoghi adatti a Monate, Varano e Biandronno; qui infatti, avevano a disposizione laghi a sponda bassa e non soggetta ad eccessivi sbalzi di magra e di piena. Luoghi favorevoli erano anche i piccoli stagni, quali la torbiera detta del Pavidolo posta ai piedi del Castellaccio, sul lato Sud del colle di Brebbia Superiore.

Depongono in questo senso gli oggetti venuti alla luce, nella seconda metà dell'800, durante gli scavi per l'estrazione della torba proprio nella piccola torbiera del Pavidolo.

Secondo altri storici, i primi abitatori delle nostre terre sarebbero stati i Liguri, popolo che avrebbe esteso il suo dominio dal mare sino alle sponde del Verbano. Una conferma indiretta verrebbe fornita da una lapide rinvenuta ad Angera ed ora di proprietà della Famiglia Borromeo. Essa proverebbe che Angera, prima ancora di Starona, era denominata Vico Sebrino o Vicolo dei Sebrini e fra gli studiosi pare che questo nome sia di origine ligure.

In seguito alle grandi migrazioni Nord-Sud, celtiche e galliche, i Liguri furono battuti e si ritirarono esclusivamente su quella terra che prese nome da essi: la Liguria, mentre sui territori lasciati liberi, si stabilirono i Galli, che vi rimasero fino al 221 a.C., fino a quando vi giunsero i Romani. Questi, infatti, divenuti padroni di tutta l'Italia Centrale e Meridionale, si volsero a settentrione, da loro chiamata Gallia Cisalpina.

Nel 532 di Roma - 221 a.C., i Romani, guidati dai consoli Cornelio Scipione e Claudio Marcello, penetrarono nella Pianura Padana e, vinto ogni ostacolo, occuparono Milano e poi Como, le due roccaforti dei Galli.

Con la sorprendente calata di Annibale in Italia, alla testa dell'esercito Cartaginese, furono annullate gran parte delle conquiste romane della Gallia Cisalpina e i Galli tentarono di scrollarsi di dosso il giogo di Roma, ma dopo la vittoria romana di Capua e quella definitiva di Zama (Africa 202 a.C.), con la scomparsa di Annibale, i Romani tornarono nelle nostre terre assoggettandole definitivamente. Fu così, che da allora (187 a.C.) le nostre contrade, dapprima occupate dai Liguri, e poi dai Galli, divennero Romane e costituirono l'undicesima provincia d'Italia, chiamata Insubria.

Giulio Cesare, divenuto arbitro di Roma, largheggiò ancor più verso le città della Gallia, fino ad innalzarle alla dignità di Municipio (49 a.C.) e più tardi, Augusto dichiarò l'Insubria, parte integrante dell'Italia e dell'Impero.
Completata così la romanizzazione teorica, ufficiale, non si fece attendere troppo quella pratica e reale con la costruzione di strade, ponti acquedotti, case, templi, ville teatri, ed altre opere di pubblica utilità e con la promulgazione di provvide leggi che resero fiorente il territorio, tanto più che, a poco a poco, queste regioni divennero le mete preferite di riposo e di soggiorno dei nobili Romani.
La particolare importanza che Brebbia ebbe durante la dominazione romana, la si desume da numerose epigrafi, incise su lapidi rinvenute in loco e descritte dal tedesco Mommsen.

Come testimonia un antichissimo manoscritto che si trova presso l'archivio vescovile di Novara, il Cristianesimo giunse a Brebbia intorno al 387 d.C. Come conferma la storia e la tradizione popolare, il primo apostolo delle nostre terre, fu S. Giulio col fratello Giuliano.
I risultati furono mirabili: in poco tempo la maggioranza dei Brebbiesi rinunciò al paganesimo e si fece cristiana. Così Brebbia, che prima era il centro del paganesimo di tutta la vasta zona circonvicina, divenne il centro del Cristianesimo.

Brebbia tenne fede alla nuova religione e divenne una delle Pievi più importanti, anzi la pieve per eccellenza, titolo che si confuse facilmente col suo nome proprio. Ecco perché in molti documenti posteriori si ha "Plebia", o "Blebia" per Brebia.

Con la caduta l'impero romano d'occidente (476 d.C.), si susseguirono invasioni barbariche, alcune delle quali furono particolarmente feroci nel combattere e nel distruggere tutto ciò che sapeva di romano. Verso la metà del V secolo, nella Gallia c'erano i Visigoti, seguirono i Franchi o Borgognoni, gli Alemanni, i Turingi ed infine, vennero tutti spazzati dai Franchi, che ristabilirono l'unità della Gallia, non più Romana, bensì barbarica o Franca, sebbene influenzata dalla civiltà romana, ancora vigorosissima.

Durante le invasioni barbariche, la giurisdizione di quasi tutta l'Insubria passò agli Arcivescovi di Milano. Nacque così la Pieve e la Collegiata di Brebbia. Presso il pievano si stabilirono come cooperatori, altri sacerdoti per modo che già ai primi tempi Brebbia divenne anche sede di una Collegiata col titolo di S. Pietro, col Preposto e diciotto canonici.
La Pieve di Brebbia acquistò sempre più prestigio e, tra il 1200 e il 1500 si estese ai paesi limitrofi, quali: Gavirate, Ternate, Biandronno, Cazzago, Besozzo, Monvalle, Laveno, Cadrezzate, Comabbio, Bogno, Comerio, Santo Sepolcro (Ternate) e altri: Monate-Ispra-Barra che allora erano tutt'uno con Brebbia.
Tale primato rimase a Brebbia fino a che S. Carlo, verificato lo stato di abbandono e di incuria in cui si trovava la Pieve e la Prepositura (1567 d.C.), conferì a Besozzo, l'autorità di pieve (1574 d.C.), aggregando buona parte dei benefici alla Chiesa di S. Tommaso di Milano.

Il periodo medioevale dunque, fu caratterizzato da due elementi che polarizzarono la vita economica e sociale del luogo: il primo fu la presenza del castello con le giurisdizioni arcivescovili, il secondo fu il fatto d'essere Brebbia capopieve e di conseguenza avere un'importanza anche economica, grazie alla Chiesa e canonica di S. Pietro.
Il castello, denominato "Il Castellaccio" si ergeva su un colle che si eleva un'ottantina di metri rispetto al terreno circostante, ma che domina un'ampia regione. Elemento caratterizzante la vita economica di Brebbia nel medioevo fu lo sfruttamento dei corsi d'acqua, come il fiume Bardello, con la costruzione di mulini per la macina delle granaglie o per il taglio della legna. Il tipo più comune di casa d'abitazione era simile a quello riscontrabile in località "ad Cadonega", cioè una semplice costruzione.

In taluni casi si avevano strutture più complesse che fanno supporre un'attività agricola rivolta alla produzione di vino.

Un primo significativo strumento di conoscenza della situazione patrimoniale e agricola di Brebbia fu certamente il perticato rurale del 1558: un'imposta che fissava una certa somma per pertica di terra.

Brebbia contava 7000 pertiche divise tra proprietari laici ed enti ecclesiastici.
I nobili possessori di terre risiedevano a Milano o a Besozzo e tra i pochi possidenti abitanti a Brebbia molti erano mugnai e abitavano in località Ronchée.
Un quarto dell'intero territorio comunale era classificato come arativo, una parte era tenuta a vigneti, un'altra a prati e pascoli ed infine una buona area era paludosa.
Alla fine del cinquecento si registrò un calo della popolazione dovuto probabilmente a due epidemie di peste. In questo periodo la vita media si aggirava intorno ai quarantacinque anni.

Un'ulteriore epidemia "la Peste Manzoniana" si verificava nella prima metà del 1600 a seguito delle invasioni Spagnole e Francesi. Questa colpì anche Brebbia tra il 1629 e il 1631 con una drastica diminuzione della popolazione, tanto che nel 1636 si contavano solo 45 "fuochi" o nuclei familiari.

I grandi proprietari terrieri e gli enti religiosi continuarono a mantenere in questo periodo un importante presenza nel territorio di Brebbia. Estremamente interessante diventa lo studio delle mappe predisposte all'inizio del settecento per tutto lo stato di Milano con una scala approssimata di 1:2000 secondo l'unità di misura del trabucco milanese (2,6 m circa). Per ogni appezzamento, infatti, veniva indicato il numero di mappa, il perticato, la qualità del terreno e della coltura e segni convenzionali differenti.
Analizzando le mappe, pur mancanti di alcuni edifici, si ha una chiara visione di come doveva essere Brebbia nel Settecento. L'abitato appare molto ridotto e concentrato intorno alla chiesa di S. Pietro e del Castellaccio. Numerosi appaiono i mulini che costituivano gran parte dell'economia del tempo. Con l'editto Teresiano del 10 Ottobre 1757 e, successivamente, con l'editto di Leopoldo II del 10 Gennaio 1791, Brebbia risultava ancora capo pieve e rientrava nella giurisdizione della Provincia di Como.

Nella seconda metà del settecento un grande movimento di riforme scosse l'organizzazione generale della società negli stati governati dagli Asburgo. Soprattutto con il piano di riforma del governo e dell'amministrazione dello Stato di Milano si ebbe il primo tentativo di mettere ordine nei governi locali. Un'ulteriore evoluzione della vita amministrativa la si ebbe quando le truppe francesi entrarono in Lombardia alla fine del settecento e furono adottate le leggi francesi: Brebbia divenne comune di terza classe nell'epoca napoleonica.
Con l'Unità d'Italia si mantenne la divisione in province e Brebbia continuò a dipendere da quella di Como. L'amministrazione comunale era retta da consiglieri comunali eletti dai cittadini che avessero compiuto i 21 anni e pagassero almeno 5 lire di contribuzioni dirette. La Giunta municipale, eletta dal Consiglio comunale, era composta dal Sindaco, da due assessori effettivi e due supplenti.
Ben 218 erano invece gli uomini arruolati nella Guardia Nazionale, corpo d'armata che doveva garantire la difesa delle comunità dai pericoli esterni e dall'evenienza di disordini.
Una relazione del sindaco Passera, inviata nel 1861 al Regio verificatore censuario di Gavirate, informava che a Brebbia c'erano 1142 abitanti, suddivisi nelle frazioni principali: Centro 433, Brebbia Superiore 222, Ronchée ed uniti 123, Bozza con molino 75, Ghigerima ed uniti 157, Marzée 79, Ronco 53.
La scuola era divisa in due classi, maschile e femminile, del solo grado inferiore; era affidata a due insegnanti, un maschio ed una femmina e gli scolari che frequentavano erano 50 (25 maschi e 25 femmine).
L'economia era ancora prevalentemente agricola con produzione di frumento, segale, avena e miglio; c'era anche una nutrita produzione di gelsi per alimentare i bachi da seta.
Il mestiere più praticato era quello del contadino (144 unità) ma era sorprendente anche il numero dei mugnai (26); si contavano anche 6 calzolai, 6 fabbri, 5 muratori, 4 campanari, 4 falegnami, 3 sarti, 2 osti, 1 tessitore, un commerciante, un prestinaio, un macellaio, un pastore, un pollivendolo, un pescatore.

Una parte del territorio era boschivo e di proprietà privata. Le prime attività industriali, legate alla forza motrice dell'acqua del Bardello erano: 2 cartiere, 1 sega di legna, 1 torchio d'olio e 12 molini da macina.
Le strade comunali avevano uno sviluppo di circa 13 km sul territorio.

Con la costruzione di un canale di 700 m tra le anse del fiume Bardello, all'altezza di Brebbia, nel 1893, l'imprenditore Achille Buzzi attivava la prima centrale idroelettrica della Lombardia con cui assicurava la forza motrice per la sua tessitura di Gavirate e la pubblica illuminazione delle piazze di Brebbia, Olginasio, Biandronno e Gavirate.

Nei primi anni del 1900 diede un forte impulso alla vita sociale del paese una prestigiosa figura religiosa: don Luigi Mari con la creazione di una Cassa Rurale, una Scuola di disegno per muratori, la Società di S. Giulio e la Lega del Lavoro.

Nel 1904 nasceva il Circolo familiare di Brebbia Superiore e nel 1905 compariva la prima farmacia, che dopo alterne vicende divenne stabile nel 1912 quando venne acquistata dal dott. Demetrio Ullio. A partire dal 1908 e per molti anni ebbe sede nella frazione di Ronchée e si trasferì nell'attuale sede solo nel 1967.

Il 23 marzo 1914, promossa e voluta dal senatore Giulio Adamoli di Besozzo, entrava in funzione la tranvia elettrificata Varese-Angera che portò in questa zona gli effetti del moderno mezzo che aveva trasformato il sistema dei collegamenti intorno a Varese, facilitandone i trasporti.

La prima guerra mondiale richiese a Brebbia un notevole contributo di uomini e di sangue (considerato rispetto al numero degli abitanti), uno dei più gravi subito dai comuni italiani per numero di caduti: i brebbiesi che non tornarono dal fronte furono ben 65 di cui 61 soldati e 4 Caporal Maggiore.

Tra le due guerre Brebbia assistette alle prime sostanziali immigrazioni di intere famiglie provenienti dalla Valtellina e da alcune zone del Veneto che incrementarono il numero dei residenti (da 1227 abitanti del 1861 si era passati a 2101 nel 1901 e 2210 nel 1921) e portarono in Paese nuovi costumi e usanze.

Con l'emanazione della legge 4 febbraio 1926 e non senza qualche dissidio locale, venne soppresso il Consiglio comunale, sostituito dal Podestà e Consulta municipale e prese il via il periodo del regime fascista.

Il difficile periodo della Repubblica sociale e i giorni della liberazione, nella primavera del 1945, trascorsero senza gravi turbamenti.

Dopo le elezioni del 1946, Mario Bricarello fu riconfermato Sindaco e la prima giunta comunale era composta dagli assessori Giovanni Podestà, Oreste Paolo Caglio, Ernesto Roncari e Augusto Betti.

Nel Referendum del 2 giugno 1946 il Paese scelse in maggioranza (662 voti) la Repubblica anche se i nostalgici della Monarchia erano rimasti ancora numerosi (451 voti).

Il confine con Besozzo è segnato in gran parte dal fiume Bardello. Esso è un emissario del Lago di Varese e un immissario del Lago Maggiore. In passato le sue acque hanno azionato le pale di molti mulini, uno dei quali è ancora funzionante in località Piona; attualmente alimenta alcune cartiere, una stamperia di tessuti e il Canale Buzzi, che dà forza motrice ad una arcaica turbina che genera corrente elettrica. Su confine col comune di Travedona scorre invece il torrente Acquanegra, che è emissario del Lago di Monate ed immissario del Lago Maggiore.

Il Paese è costituito da un nucleo centrale: "Brebbia Centro" e 3 frazioni: Brebbia Superiore - Ronchée e Bozza", ciascuna formata da località e antiche cascine che hanno conservato la loro caratteristica denominazione:

Brebbia Centro: Vaticano (Cantûn Pisûn) caratterizzato dalla grotta di Lourdes, Preölegie, Borghetto (Bûrghet), Frecc, Gesioeu;
Brebbia Superiore: Castellaccio (ur Castelasc), Roncaccio, Cascina Bara, Marzée, Mirabella (Mirébéle), Torbiera;
Ronchée: Piona (Piûne), Sué, Campagna, Bosco grosso;
Bozza: Bozza lago (Böze), Bozza mulino, Mulino nuovo (Mûrin noeuv), Ghigerima inferiore (Ghigérimé), Ghigerima superiore, Motta Pivione;
e altri Mirasole (Miresö), Vignetta (Vignéte), Ronco, Paû, San Martin, Laghetasch, Piner spésé.

Brebbia si colloca tra lambito tipico dei laghi intermorenici e la sponda del lago Maggiore. Del primo conserva i moderati rilievi di origine glaciale a volte poggianti su formazioni rocciose più antiche (Brebbia Superiore) mentre nelle depressioni formatesi tra i rilievi, i terreni argillosi favoriscono il ristagno delle acque (zona detta del "laghetasch" e zona bassa). La seconda si presenta con andamento pianeggiante e con sponda sabbiosa.

Il "Laghetasch" è un'area umida-torbosa con presenza di livelli dacqua variabili che si trova il colle di Motto Pivione. Diversi decenni orsono, il proprietario vi introdusse dei "taxodium", piante idrofile, che, svettano per la loro imponenza. Infatti, grazie alla loro particolare attitudine a respirare attraverso le radici cave emergenti, hanno trovato un habitat ideale nella piccola torbiera, tanto da propagarsi in diverse direzioni.

Con riferimento alla vegetazione, mentre la piana di Brebbia è utilizzata come area seminativa di frumento, mais, orzo, avena, segale, le colline sono ricoperte da boschi di castagni, con abeti, pini, betulle, noccioli, aceri, robinie, frassini faggi e sambuco. Nei prati e brughiere crescono ranuncoli, tarassaco, piantaggine, rabarbaro, trifoglio, pratoline, gerani e garofani selvatici e una varietà di graminacee che consente due o tre fienagioni nella bella stagione. In riva al Verbano e lungo la foce del Bardello crescono salici bianchi, ontani, canne palustri, tife e l'ambiente naturale si offre alla nidificazione di anatre e alcune specie di trampolieri.

La fauna è costituita da lepri, fagiani, qualche volpe, scoiattoli, ghiri, ricci, topi di campagna, talpe, bisce, merli, rondini, passeri, corvi, gabbiani, anatre e qualche airone.

La chiesa dei Santi Pietro e Paolo, edificio romanico del XII secolo costruito sulle fondamenta di una più piccola chiesa del VII secolo e probabilmente sui resti di un antico tempio pagano. L'aspetto più notevole della chiesa è dato dall'accuratezza del paramento murario, realizzato con blocchi di serizzo, granito e pietra d'Angera, dalla ricchezza di lavorazioni del portale meridionale e dalla presenza, all'interno, di un affresco con il ciclo della Passione che non ha precedenti in territorio varesino.

Il Museo della Pipa - Pipe Brebbia S.r.l. nato nel 1979 che rende pubblica una collezione privata di pipe (include una collezione di pipe di Gianni Brera) e di oggetti e scritti correlati realizzata dal fondatore della Pipe Brebbia, Enea Buzzi.

Il laghetàsc, piccola torbiera paludosa situata sul Motto Pivione a Brebbia, in mezzo ad un castagneto. Nello stagno crescono diverse piante di cipresso calvo delle paludi. Il sentiero che circonda il Laghetàsc fa parte delle Vie Verdi del Verbano.

Stupende sono le Sabbie d'Oro di Brebbia - Costa occidentale del Lago Maggiore.





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martedì 21 aprile 2015

IL FIUME BARDELLO

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Il bacino idrografico del Fiume Bardello raccoglie le acque provenienti dal bacino del Lago di Varese e le convoglia nel Lago Maggiore. Esso occupa un’area piuttosto limitata, estesa in senso longitudinale, nella parte nord-occidentale del territorio della provincia.
Il Fiume Bardello costituisce un ambiente epipotamale, con vocazione a Ciprinidi reofili.

Il Fiume Bardello nasce come emissario del Lago di Varese, presso il comune di Bardello, a 238 m s.l.m. e, descrivendo un percorso sinuoso lungo 12,1 km con una pendenza media del 0,4 %, dopo aver raccolto le acque di un modesto numero di affluenti minori, esso sfocia nel Lago Maggiore in località Bosco Grande, sul confine tra i comuni di Brebbia e di Monvalle.

L’ambiente è epipotamale, con andamento sinuoso, scarsa pendenza dell’alveo e substrato di fondo prevalentemente costituito da ciottoli, ghiaia e sabbia. Esso si presenta dunque vocato ad ospitare Ciprinidi reofili e, in virtù del collegamento con i laghi, altre specie più tipicamente lacustri.
L’andamento delle portate medie mensili calcolate sui dati relativi al pluriennio 1978-95 mostra un regime idrologico tipicamente pluviale, con due periodi di morbida, a maggio (principale) e ad ottobre (secondario), e due periodi di magra, in agosto (principale) e dicembre (secondario).

Esso attraversa una valle antropizzata subendo lungo tutto il suo percorso numerosi impatti dovuti a scarichi civili, industriali e agricoli cui si aggiungono, a tratti, interventi di sistemazione idraulica (briglie, canalizzazioni, argini rinforzati) e di derivazione idrica.

La comunità ittica appare diversificata e numericamente piuttosto consistente, costituita da specie reofile e limnofile, di cui la maggior parte poco esigente rispetto alla qualità ambientale.
Sono state in particolare rinvenute 13 specie ittiche, tra cui la più abbondante risulta essere il cavedano. Seguono: gobione, pesce persico e persico sole. Sono inoltre presenti: alborella, anguilla, cagnetta, cobite comune, ghiozzo padano, lucioperca, persico trota, pesce gatto, scardola.



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