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giovedì 25 giugno 2015

IL MONTE SAN GIORGIO

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La piramide rocciosa del Monte San Giorgio, con i suoi 1097 metri di altezza, sorge a cavallo tra la Lombardia e il Canton Ticino, tra i due rami meridionali del Lago di Lugano, Porto Ceresio (Italia) e Capolago (Svizzera).
Il versante italiano comprende i comuni di Besano, Clivio, Porto Ceresio, Saltrio e Viggiù per una superficie di 2.064,48 ettari.
Il Monte San Giorgio è caratterizzato dalla presenza di almeno sei livelli fossiliferi di eccezionale qualità, risalenti a 230-245 milioni di anni fa, corrispondenti al periodo Triassico medio. Dal XIX secolo ad oggi sono stati rinvenuti 21.000 esemplari fossili di pesci, invertebrati marini, rettili e piante che hanno permesso di studiare la storia e l’evoluzione di numerose specie animali e vegetali, alcune delle quali esclusive del Monte San Giorgio. Una gestione disciplinata della risorsa ha portato alla realizzazione di un corpus di esemplari di straordinario valore, ben documentato e catalogato, che rende il Monte San Giorgio un punto di riferimento per gli studi del Triassico medio. Gli esemplari fossili più significativi sono esposti nei musei di Besano (Italia) e di Meride (Svizzera).

Dal 2 agosto 2010 la parte italiana del Monte San Giorgio è entrata nella Lista del Patrimonio Naturale Mondiale dell’Unesco, completando il riconoscimento che era stato attribuito nel 2003 alla parte in territorio svizzero.
Il Monte San Giorgio rappresenta la migliore testimonianza di una storia geologica risalente a 230-245 milioni di anni fa e, attraverso le migliaia di fossili rinvenuti dal XIX secolo fino ai giorni nostri, ha permesso di studiare l’evoluzione di alcune specie animali e vegetali.
L’area montuosa a forma di piramide del Monte San Giorgio, adiacente al Lago di Lugano, è la migliore sequenza fossilifera per la vita marina del Triassico Medio (245-230 milioni di anni fa).

Durante il periodo geologico Triassico (252–201 milioni di anni fa) le terre emerse erano riunite in un unico grande supercontinente, la Pangea, circondata da un immenso oceano chiamato Panthalassa. A cavallo dell’equatore un braccio di questo oceano si insinuava profondamente al centro della Pangea, dando origine a un antico mare, la Tetide, che separava due grande continenti: la Gondwana a sud e la Laurasia a nord.
Più precisamente la Tetide comprendeva due bacini di età diversa, la Paleotetide a nord e la Neotetide a sud, separati da una striscia di terra formata da molte piccole placche, chiamata continente Cimmerico. All’estremità occidentale della Tetide si sarebbe svolta la storia del Monte San Giorgio e di tutte le Alpi meridionali.
La situazione paleogeografica nel Triassico Medio con il supercontinente Pangea e la Tetide, una parte dell'Oceano Panthalassa.

Durante il Triassico Medio (247-237 milioni di anni fa) il Monte San Giorgio era il fondale di un mare poco profondo situato al margine occidentale della Tetide. L’ambiente era caratterizzato dalla presenza di isolotti e banchi di sabbia fine, che separavano la costa dal mare aperto, formando una sorta di laguna o bacino più o meno isolato. Il paesaggio poteva ricordare quello odierno delle Bahamas o delle Maldive: un arcipelago di isolotti e atolli “corallini”, non lontano da vulcani attivi. Con la differenza che le estese strutture carbonatiche sommerse non erano prodotte da coralli coloniali (che nel Triassico Medio erano ancora rari), bensì da altri organismi come le alghe calcaree del genere Diplopora.

Il Monte San Giorgio si è formato durante la nascita delle Alpi, quando, 95 di milioni di anni fa, l'antica placca “africana” iniziò a spostarsi verso nord, comprimendo progressivamente l’antica placca “eurasiatica”. La poderosa spinta del blocco africano provocò una serie di sollevamenti e corrugamenti nella zona di collisione, sul margine meridionale della quale si trovava l'area del Monte San Giorgio. L’antico fondale marino venne così sospinto verso l’alto, permettendogli di emergere dalle acque e dare origine alla montagna che oggi conosciamo.
Oggi il monte San Giorgio si presenta come una montagna vagamente piramidale di circa 1’000 metri di altezza, formata da strati sovrapposti di rocce di varia natura inclinati verso sud di circa 30°. Queste rocce si sono formate in condizioni ambientali e in epoche geologiche molto diverse. Le rocce più antiche sono costituite da gneiss precedenti al periodo Carbonifero (il cosiddetto “zoccolo cristallino”) ma, sebbene formino il basamento dell’intero edificio montuoso, non sono praticamente visibili in quanto si trovano quasi interamente al di sotto del livello del Lago Ceresio. Sopra di esse poggiano i poderosi strati rocciosi di origine vulcanica del periodo Permiano (andesiti, rioliti), ai quali fa seguito l’altrettanto imponente serie di rocce sedimentarie ricche di fossili dei periodi Triassico e Giurassico (calcari, dolomie, marne, argilliti bituminose ecc.).

Il Monte San Giorgio fa parte geologicamente della più estesa "Serie delle Alpi Meridionali" (o “Sudalpino”), comprendente rocce sedimentarie che si estendono da circa 320 milioni di anni fa all’epoca attuale. Fra le località più note, situate in un'area molto ristretta attorno al Monte San Giorgio o sul monte stesso, si citano per esempio: il Carbonifero di Manno e dell'Alpe Logone; il Permiano di Cuasso al Monte, di Arosio-Mugena nel Luganese e del basamento del Monte San Giorgio; le unità del Triassico della Valcuvia, del Luganese e del Monte San Giorgio stesso; la serie giurassica dell'area di Tremona-Arzo-Saltrio-Viggiù; le formazioni giurassiche del Monte Generoso, delle Gole della Breggia, le formazioni del Paleogene della “Gonfolite lombarda” (Conglomerato di Como) che si spingono fino al piede del Monte San Giorgio-Orsa-Pravello nella zona di Malnate-Gaggiolo; gli sparsi ma significativi affioramenti di Pliocene marino del Varesotto e del Ticino meridionale; la copertura glaciale e fluviale del Quaternario. Questa particolare situazione di complementarietà del Monte San Giorgio costituisce un importante valore aggiunto per il giacimento fossilifero del Triassico Medio sia dal punto di vista scientifico sia da quello didattico.

La litostratigrafia del Monte San Giorgio comprende varie unità rocciose che si suddividono in due gruppi distinti, lo zoccolo o basamento cristallino e il ricoprimento sedimentario. Muovendosi verso la vetta del Monte s'incontrano formazioni rocciose più recenti. Qui di seguito presenteremo velocemente le singole unità rocciose facendo riferimento, dove possibile, alle condizioni paleogeografiche vigenti durante la deposizione delle singole formazioni.

Basamento cristallino: (pre Carbonifero, > 359 Ma; Ma = milioni d'anni) il basamento cristallino insubrico è costituito da una roccia metamorfica. È costituito da gneiss derivanti dal metamorfismo di rocce di origine sedimentaria (paragneiss) e magmatica (ortogneiss). Questa unità non è comunque visibile in quanto affiora unicamente ad un livello assai basso, incontrando la topografia sotto il livello del lago Ceresio.
Rocce magmatiche vulcaniche, andesiti, rioliti e tuffi: (Permiano, 260-299 Ma) salendo da Riva San Vitale in direzione del Serpiano la prima litologia che si incontra è costituita da un'andesite assai degradata chiamata porfirite mentre più in alto affiora una roccia riolitica detta porfido quarzifero. Queste rocce sono d’origine vulcanica; esse si sono formate grazie alla rapida cristallizzazione del magma a livello della superficie terrestre. La presenza di queste rocce indica che il Sottoceneri del remoto Permiano faceva parte di una terra emersa interessata da fenomeni vulcanici. Ad occhio nudo è assai facile distinguere le due rocce vulcaniche. Le porfiriti presentano un colore di degradazione rosso-violaceo e una tessitura microcristallina omogenea. Il porfido quarzifero mostra invece un colore di degradazione marroncino chiaro ed una tessitura leggermente porfirica (vi sono almeno due generazioni di minerali con granulometria diversa). I minerali più grandi sono costituiti da feldspato (bianco) e da biotite (nera) immersi in una matrice assai fine. Mineralogicamente le due rocce si differenziano essenzialmente per un maggiore contenuto in quarzo all’interno dei porfidi.
Servino: (Permiano superiore, 260 Ma) questa litologia di spessore assai inferiore rispetto alle due precedenti risulta sovente nascosta dal ricoprimento quaternario ed è difficilmente osservabile. In quest'area si presenta come breccia arkosica, con clasti di origine riolitica, quindi vulcanica, caratterizzata da una granulometria variabile e componenti spigolose immerse in una matrice sempre d‘origine vulcanica a granulometria assai più fine. Serie sedimentaria triassica (203-251 Ma): questo periodo geologico fu caratterizzato dall’apertura di numerose fratture all’interno del supercontinente Pangea. Tra il continente africano a sud e quello euroasiatico a nord si formò un bacino nel quale si insinuò partendo da Est un braccio di mare chiamato Tetide. Il bacino della Tetide continuò poi ad allargarsi sino a raggiungere la sua estensione massima nel Giurassico inferiore (183-200 Ma). Questo fatto spiega il passaggio nella sequenza litostratigrafica del Monte San Giorgio dalle rocce magmatiche vulcaniche del basamento) a quelle del ricoprimento sedimentario in cui sono visibili le stratificazioni originarie e numerosi fossili.
Formazione di Bellano (Anisico inferiore): depositi silico-clastici conglomeratici e arenacei. Si tratta di depositi alluvionali che indicano un incremento dell'attività tettonica con emersione e fenomeni erosivi.
Dolomia del San Salvatore(Anisico medio-superiore-Ladinico): si tratta di depositi marini di piattaforma carbonatica, che testimoniano l'inizio di un'ulteriore fase di trasgressione marina. La dolomia che troviamo al San Giorgio è ciò che resta di un'antica barriera corallina che separava il bacino del San Giorgio dal mare aperto. Essa è quindi formata dalle componenti calcitiche poi dolomitizzate degli organismi marini che vivevano sulla barriera, tra cui bivalvi (organismi a doppia conchiglia), coralli e alghe rosse. Facendo delle sezioni sottili di questa roccia è possibile osservare al microscopio i resti fossili di questi organismi.
Calcare di Meride (Ladinico): i processi estensionali che all’inizio del Triassico avevano portato alla spaccatura della Pangea continuano ingrandendo ulteriormente il bacino della Tetide che diventa sempre più profondo. La crescita della barriera corallina s’arresta a causa del suo sprofondamento al di sotto della zona fotica del mare. Sopra gli scisti bituminosi della laguna del San Giorgio si deposita un’altra unità sedimentaria carbonatica, il calcare di Meride. Il calcare costituisce un’unità geologica assai omogenea con stratificazioni di spessore variabile interrotte da aulcuni sedimentari ricchi in scisto bituminoso e da altri costituiti da bentonite giallastra. La bentonite è una roccia tufacea di struttura plastica derivante dalla compattazione di ceneri vulcaniche sui fondali del mare triassico. Gli scisti bituminosi comprendono gli strati della Cava inferiore (pesci attinotterigi come Saurichthys, rettili saurotterigi), della Cava superiore (pesci attinotterigi, notosauri) e della Cassina (Saurichthys, il rettile Tanystropheus, notosauri).
Scisti bituminosi (Anisico terminale-Ladinico basale): la Zona limite bituminosa pure chiamata Formazione di Besano è l’unità sedimentaria che ha reso famoso il Monte San Giorgio dal punto di vista geologico e soprattutto paleontologico. Essa costituisce infatti uno fra i migliori esempi al mondo di un particolare giacimento fossilifero chiamato giacimento di conservazione (sottotipo: stagnazione; tipo di biofacies: letalpantostrato). La laguna del San Giorgio era nel lontano triassico un lembo di mare della Tetide protetto dal mare aperto grazie alla barriera corallina del San Salvatore. La profondità massima della laguna si situava tra 50 e 100 metri, le acque erano calde e relativamente calme, tanto da rappresentare un ambiente favorevole per la vita di numerosi anfibi e pesci. Negli scisti bituminosi sono stati ritrovati resti fossili tipici della terraferma come rami di conifere primitive, pollini di conifere ed altre gimnosperme, e resti di rettili tipicamente terrestri. Questo fatto testimonia quindi che la laguna era paleogeograficamente situata nei pressi della terra emersa. Gli scisti bituminosi sono dei sedimenti di colore nero assai ricchi in bitume derivante dall’alto contenuto in sostanze organiche. Normalmente è difficile ottenere dei sedimenti ricchi in sostanze organiche perché queste in presenza d'ossigeno vengono rapidamente degradate. Si pensa quindi che le condizioni sul fondale della laguna fossero anossiche e abiotiche. Quindi gli strati d’acqua vicini al fondale non presentavano alcuna forma di vita e le carcasse di pesci ed anfibi si conservavano a lungo. La zona limite bituminosa ha uno spessore di 16 metri ed è costituita da un’alternanza di strati chiari di dolomia proveniente dalla barriera corallina del San Salvatore (30 cm) e strati scuri più sottili di scisto bituminoso che presentano una stratificazione assai fine detta laminazione. Il processo di deposizione di questi ultimi sedimenti richiede un lasso di tempo assai lungo, tanto che in pochi millimetri sono racchiusi migliaia di anni. Principali ritrovamenti fossili di vertebrati: pesci attinotterigi, sauri della specie Cyamodus hildegardis (Placodontia), pesci ossei simili all'attuale Latimeria, Saurichthys, il retile terrestre Ticinosuchus, squali (Chondrichthyes), Tanystropheus, notosauri e ittiosauri.
Calcare di Meride superiore (Kalkschieferzone degli autori svizzeri) (Ladinico superiore): comprende una serie di stratificazioni calcaree scistose dove sono stati ritrovati resti di pesci attinotterigi e di rettili notosauri.
Marna del Pizzella (Carnico): marne grigie fogliettate, marne bituminose nerastre, talora con resti di pesci e crostacei, con intercalazioni di strati più carbonatici di spessore da centimetrico a decimetrico. L'unità costituisce un orizzonte spesso poche decine di metri, di solito caratterizzato morfologicamente per la maggiore erodibilità rispetto alle unità sotto- e soprastanti, assai più competenti.
Dolomia principale (Norico): la trasgressione marina continuò nel tardo Triassico. In quel periodo si depositò uno spesso pacchetto di roccia carbonatica poi dolomitizzata, la cosiddetta dolomia principale che affiora oggi sul Poncione d'Arzo. Durante la massima estensione della Tetide, nel Giurassico si depositarono rocce sedimentarie prevalentemente pelagiche. Il sistema estensionale a questo punto cambiò orientamento e assunse un trend Est-Ovest portando alla formazione di numerose fessure orientate Nord-Sud. Nel Mendrisiotto è possibile osservare sedimenti di mare profondo vicino a sedimenti tipici di zone d’acqua bassa. La sequenza sedimentaria del Monte Generoso e della Breggia fa parte del primo gruppo mentre la breccia d’Arzo del secondo.
Breccia d’Arzo: si tratta di una breccia sedimentaria a tessitura porfirica con clasti macroscopici dolomitici spigolosi, provenienti dalla Dolomia principale, immersi in una matrice sedimentaria a grana fine e colore rosato. La colorazione della matrice è d'origine secondaria, quindi successiva alla deposizione, e va ricondotta all'ossidazione dei minerali d'ematite presenti nel sedimento. Questa roccia fa parte della cosiddetta Serie di Tremona. Movimenti estensionali portarono alla fessurazione delle rocce carbonatiche già solidificate. Queste fessure sotto la spinta idrostatica dell'acqua vennero rapidamente riempire con i sedimenti più giovani depositatisi sopra la dolomia e con pezzi frantumati della dolomia stessa, si parla in questo caso di fessure d'iniezione. Nella regione d'Arzo, la breccia mostra in alcuni punti ben sei generazioni distinte di fessurazione e conseguente riempimento. I resti fossili comprendono brachiopodi, crinoidi e ammoniti.
Rosso Ammonitico (Toarciano medio-superiore): all’interno del Bacino Lombardo cessarono alla fine del Toarciano i processi tettonici estensionali e una fase regressiva del livello del mare seguì il massimo trasgressivo del Toarciano inferiore. I tassi di sedimentazione si ridussero da alcune centinaia di metri a soli 10 metri per milione d'anni. In aree rialzate all’interno di bacini poco profondi si depositarono i calcari marnosi nodulari e le marne rossastro-verdognole ad alto contenuto fossilifero (ammoniti e bivalvi) della serie condensata Rosso Ammonitico (Concesio). Durante la deposizione si verificarono eventi di non-sedimentazione o di erosione del sedimento molle superficiale (riesumazione) che veniva colonizzato da organismi di infauna e epifauna.

Più di 200 Milioni d'anni or sono sul fondo di una laguna subtropicale profonda sino a 100 m si depositarono le rocce sedimentarie del Monte San Giorgio. Le condizioni climatiche della remota laguna del Monte San Giorgio ricordano le condizioni presenti attualmente ai Caraibi con una temperatura dell'acqua compresa tra i 22 e i 25 °C. Tra zone d'acqua bassa, banchi sabbiosi e isole vi erano alcune lagune isolate dal mare aperto, poco profonde e dai fondali caratterizzati da acque poco ossigenate. Gli animali morti finivano sui fondali della laguna e venivano successivamente ricoperti da fango. Per questo motivo si ritrovano al giorno d'oggi scheletri fossili completi. Se i fondali marini avessero costituito un ambiente favorevole alla vita, le carcasse sarebbero ben presto state divorate e gli scheletri si sarebbero inesorabilmente degradati. All'interno della fanghiglia i batteri distrussero lentamente la pelle e le parti molli delle carcasse. Si conservarono invece gli scheletri pressati degli animali che permisero di ricostruire con precisione l'aspetto dell'animale. Il clima tropicale era contrassegnato da periodi di piogge monsoniche. Col trascorrere del tempo si passò da un ambiente acquatico salino, tipico della Zona limite bituminosa bassa e media, ad un regime d'acqua sempre meno salina nella parte alta della Zona limite bituminosa.

Sino ad oggi sono stati ritrovati oltre 10'000 esemplari fossili tra cui 30 specie distinte di rettili, 80 specie di pesci, 100 specie d'invertebrati e numerosi fossili microscopici. Tra i ritrovamenti più recenti v'è uno tra i primi insetti fossili a livello mondiale d'origine triassica (Tintorina meridensis, una "Zanzara" lunga 17 mm). La maggior parte dei ritrovamenti proviene dalla Zona limite bituminosa. Particolarmente ricca di fossili è la parte centrale di questo pacchetto roccioso che originariamente veniva cavata nelle cave della Val Porina e delle Tre Fontane. Tra i ritrovamenti principali s'annoverano gli ittiosauri (grandi sauri marini), i placodonti e numerosi pesci come i Chondrichthyes. Provenienti dagli stessi strati sedimentari vi sono Paranothosaurus, altri Sauropterygi, vari esemplari di Tanystropheus e l'unico sauro di grandi dimensioni esclusivamente terrestre, il Ticinosuchus. Nelle rocce argillose i fossili vertebrati presentano un grado di conservazione assai buono e scheletri completi. Nei banchi di dolomia è possibile ritrovare resti di invertebrati, alcune alghe calcaree e rare piante come conifere (Volzia). Grazie alla presenza di numerosi fossili guida come Ammoniti e conchiglie del genere Daonella è stato possibile datare con precisione l'età della Zona limite bituminosa che risale al Trias intermedio, tra l'Anisico e il Ladinico. Datazioni assai precise dei minerali di zircone contenuti in uno strato di cenere vulcanica (bentonite) hanno permesso di stabilite un'età di 241-242 Mio d'anni. Negli strati più recenti del Trias intermedio del Monte San Giorgio appaiono fossili di rettili e pesci, comunque il numero ridotto di tali ritrovamenti indica un peggioramento delle condizioni di vita. Negli strati sedimentari della Cassina sono stati ritrovati grandi fossili di Neusticosaurus edwardsii (noto anche con il nome desueto di Pachypleurosaurus), esemplari di Ceresiosaurus, Macrocnemus e Tanystropheus nonché vari pesci ossei del genere Saurichthys. Negli strati più giovani del Calcare di Meride sono stati trovati piccoli pesci, granchi, resti di piante e un Lariosaurus.

Gli strati di scisti bituminosi ricchi in sostanze fossili, sono stati sfruttati in passato per l'estrazione di combustibile (1774-1790) e di gas destinato all'illuminazione della città di Milano (1830). Più tardi a partire dal 1902 su territorio italiano, e dal 1909, data di fondazione della Società anonima "Miniere Scisti Bituminosi di Meride e Besano", su territorio svizzero, venne estratto dalle rocce bituminose un olio dalle grandi proprietà terapeutiche e curative, il Saurolo (Ammonium sulfosaurolicum). In località Serpiano, a Tre Fontane e in Val Porina videro la luce numerose miniere i cui cunicoli nel 1948 raggiunsero 2 km. Dalla roccia era possibile estrarre l'8% di olio, 8-9% di gas impuri e 2-3% di fluidi ricchi in ammoniaca. Durante la seconda guerra mondiale si studiò la possibilità di estrarre carburante da queste rocce. Ulteriori studi dimostrarono però che i costi di produzione avrebbero superato di ben 10 volte il prezzo dei prodotti allora in commercio. La produzione andò comunque avanti e in quegli anni vennero trattate da 36 a 626 tonnellate di scisti, che permisero la produzione di 3-50 tonnellate di olio. Si calcolò che le riserve sicure di materia prima s'aggiravano attorno a 1.6 milioni di tonnellate, corrispondenti a 128'000 tonnellate d'olio. La roccia veniva trasportata nella fabbrica dello Spinirolo a Meride dove, seguendo un brevetto della Società Anonima, veniva in una prima fase "distillata a secco". Successivamente l'olio veniva purificato con acido solforico seguendo un processo detto di solfonazione e assumeva così una maggiore consistenza che lo rendeva simile ad un altro unguento chiamato ittiolo. Il Saurolo aveva grandi poteri asettici, era perlopiù utilizzato per curare malattie della pelle e conobbe una grande diffusione tra le truppe italiane durante le campagne militari d'Africa. Poco dopo la seconda guerra mondiale la concorrenza sempre più agguerrita di prodotti esteri impose la chiusura degli stabilimenti di Meride.
Nel comune di Arzo si estrae tutt'oggi una breccia sedimentaria comunemente chiamata Marmo d'Arzo. L'inizio dell’attività estrattiva presso le cave risale attorno al 1300 mentre da oltre 200 anni, le cave sono gestite dalla famiglia Rossi, la quale si occupa dell’estrazione e della lavorazione del "marmo". A partire dagli anni ’20, grazie a moderni strumenti di lavoro quali il monolama e la fresa, la ditta Rossi di ha reso efficace e produttiva l’attività nelle cave. La Breccia ha origine come detto all'inizio del Giurassico (Lias), dove movimenti estensionali della crosta portarono alla fessurazione subacquea della roccia e al conseguente riempimento delle fessure con brecce sedimentarie (fessure d'iniezione). La roccia si presenta perlopiù in un affascinante mosaico di colori e compare in 6 differenti varietà. La Macchiavecchia è una roccia eterogeneo composta da frammenti di granulometria variabile di rocce del Trias superiori o del Lias inferiore. Presenta un aspetto screziato e vivace e tonalità variabili tra rossa, gialla, e grigia. Il Rosso di Arzo si contraddistingue per il colore rosso intenso e la struttura omogenea, mentre il Broccatello ha una colorazione rossastra sino a grigiastra. Il Venato, infine, è percorso da venature e sfumature (viene per questo chiamato, in dialetto, Vinaa). Il "marmo" di Arzo viene impiegato in ambiti fra i più disparati: per la decorazione di opere importanti quali chiese, cappelle, palazzi pubblici e ville, oppure come materiale per l’arredamento o per la realizzazione di oggetti di varia forma e natura.
Le rocce facenti parte della zona porfirica sono tagliate da numerose intrusioni di tipo filoniano. Nella regione del Serpiano è presente un arricchimento filoniforme ricco in barite, fluorite e ankerite che venne sfruttato tra il 1942 ed il 1944 per l'estrazione di tali minerali. L'estrazione di 746 tonnellate di roccia ricca in barite si concentrò dapprima in superficie e poi in galleria per concludersi poi a soli 10 metri di profondità a causa di una faglia. Questo giacimento non ha più alcun significato commerciale.
Cosparse omogeneamente su tutto il territorio del Monte vi sono varie cave di calcare e di tufi calcarei da tempo cadute in disuso.

I rettili rappresentano la fauna più spettacolare del Monte San Giorgio e contano circa 25 specie, per lo più marine, con diversi gradi di adattamento alla vita acquatica.
Tra queste spiccano per numero gli eosaurotterigi, che presentano caratteristici arti a forma “di pagaia”, come nel caso del Ceresiosaurus che poteva misurare fino a 3 metri di lunghezza, o del più piccolo Neusticosaurus (30–100 cm), di cui il Ceresiosaurus si cibava. Altri celebri rappresentanti di questo gruppo sono Serpianosaurus, Lariosaurus e Nothosaurus, quest’ultimo un predatore dalla possente dentatura, che con quasi 4 metri di lunghezza doveva trovarsi in cima alla catena alimentare.
Un grande esemplare di Ceresiosaurus con sette piccoli scheletri di Neusticosaurus della formazione del Calcare di Meride (lunghezza della lastra 2.5 m).

Tra i rettili meglio adattati alla vita in mare figurano gli ittiosauri. Dotati di un lungo rostro, di una pinna caudale verticale e di arti trasformati in vere e proprie pinne, ricordavano un po’ i delfini di oggi. I fossili ritrovati con maggiore frequenza appartengono al genere Mixosaurus, ittiosauri primitivi mediamente di un metro di lunghezza, che si cibavano principalmente di cefalopodi simili a calamari (Phragmoteuthidae). Più rari sono gli ittiosauri di dimensioni maggiori, come il Cymbospondylus di circa 4 metri di lunghezza e il Besanosaurus di quasi 6 metri, il più grande rettile finora rinvenuto sul Monte San Giorgio, scoperto nel 1992 dal Museo di storia naturale di Milano durante lo scavo paleontologico a Sasso Caldo in Territorio italiano.

Un rettile marino assai singolare era il Tanystropheus, un protorosauro che poteva raggiungere i cinque metri di lunghezza: aveva infatti un collo particolarmente lungo (un po’ come le giraffe) e cacciava soprattutto cefalopodi.

Un gruppo di rettili particolare era pure quello dei placodonti, come Paraplacodus o Cyamodus, che possedevano denti piatti e ovali in grado di schiacciare i gusci e i carapaci degli organismi marini e che si erano dunque specializzati nel nutrirsi di molluschi e crostacei.

Accanto ai famosi rettili, i giacimenti di fossili del Monte San Giorgio sono ricchi soprattutto di pesci: circa 50 sono infatti le specie finora descritte. Numerose sono state rinvenute in stadi di crescita diversi e, talvolta, è stato addirittura possibile accertarne il sesso. I fossili del Monte San Giorgio permettono di seguire l’evoluzione di questo gruppo di organismi sull’arco dei milioni di anni, con l’apparizione di numerosi gruppi che sono all’origine della fauna attuale.

I pesci cartilaginei, come gli squali (Acronemus, Acrodus), hanno fornito soltanto pochi, ma molto interessanti reperti incompleti (soprattutto denti e spine di sostegno delle pinne), in quanto il loro scheletro mal si conserva durante i processi di fossilizzazione.

I pesci ossei hanno invece fornito molte migliaia di reperti. Tra le forme più affascinanti figurano Ticinepomis e Holophagus, due pesci celacantidi del gruppo dei sarcopterigi imparentati a forme ancora oggi viventi come Latimeria, un “fossile vivente” presente nell’Oceano Indiano.

Il gruppo meglio rappresentato è quello degli attinotterigi. Tra i pesci di taglia più modesta (3-10 cm) troviamo per esempio i piccoli Habroichthys, Prohalecites, Peltopleurus, Peripeltopleurus e Pholidopleurus che si nutrivano presumibilmente di plancton e di piccoli organismi costieri. Di dimensioni maggiori (fino a circa 80 cm) e dotati di dentatura robusta figurano invece Archaeosemionotus, Colobodus e Crenilepis. Tra quelli di taglia ancora maggiore troviamo Birgeria (fino a 120 cm), grosso pesce resistente nel nuoto in mare aperto e Saurichthys, un predatore veloce simile nella forma agli odierni lucci e barracuda. Alcuni esemplari di Saurichthys contenenti embrioni, mostrano che i pesci appartenenti a questo genere dovevano partorire piccoli già formati e non deporre uova, come più frequentemente accade.

I conodontofori sono un misterioso gruppo che si è estinto alla fine del Triassico. Fin quasi alla fine del XX secolo di essi si conoscevano soltanto i minuscoli apparati boccali detti conodonti (da 0.1 a 4 mm), giacché il ritrovamento del primo animale completo risale al soltanto 1983. Grazie alle nuove scoperte si ritiene che i conodontofori fossero organismi vertebrati simili ai pesci, lunghi 5-10 cm, imparentati con le odierne lamprede. Sul Monte San Giorgio sono stati rinvenuti diversi tipi di conodonti in cosiddetti clusters (i primi noti per il Triassico), per esempio nelle argilliti bituminose della parte media della Formazione di Besano.

Oltre ai più noti rettili e pesci, i giacimenti fossiliferi del Monte San Giorgio hanno fornito anche numerose specie di invertebrati marini, grazie ai quali è stato possibile meglio comprendere le condizioni ambientali dell’epoca, e datare con precisione diversi livelli a vertebrati. Gli invertebrati, infatti, soprattutto nella Formazione di Besano, sono più frequenti dei vertebrati e sono conservati in molti più livelli fossiliferi di quelli in cui si trovano i vertebrati. In particolare lo studio strato-per-strato della successione cronologica delle faune a bivalvi e ammonoidi della formazione di Besano, realizzato negli anni ’60, consentì di mettere a punto un sistema di datazione relativa che è stato per alcuni decenni un riferimento internazionale per il passaggio Anisico-Ladinico.
Molti molluschi (bivalvi, gasteropodi e cefalopodi) sono conservati per lo più soltanto le impronte, in quanto i loro gusci calcarei si sono dissolti durante i processi di fossilizzazione. Per ricostruirne la forma e poterla studiare, gli scienziati devono riempire con silicone le cavità lasciate nella roccia dalla dissoluzione della loro conchiglia.

Tra i bivalvi figurano per esempio Peribositra, dalla piccola conchiglia tondeggiante, e soprattutto diverse specie di Daonella, un genere più grande molto diffuso nei mari del Triassico Medio. I gasteropodi, pure presenti, non sono invece stati studiati in modo approfondito.
Tra i cefalopodi figurano varie specie e generi di ammonoidi, un gruppo di organismi estinto imparentato con l’attuale Nautilus. I generi più importanti sono Parakellnerites, Stoppaniceras, Ticinites, Serpianites, Repossia, Nevadites, Chieseiceras e Eoprotrachyceras, tutti importanti fossili-guida per la datazione relativa delle rocce nelle quali sono contenute.

I crostacei sono rari nella Formazione di Besano (Antrimpos, Atropicaris) e nel Calcare di Meride, fatta salvo il livello di Scheltricc (Meridecaris) e la Kalkschieferzone, dove sono più frequenti e dove anzi possono comparire in massa, come nel caso del piccolo “gamberetto” Schimperella. Tra le altre specie sono da citare le esterie o branchiopodi (Laxitextella), microscopici crostacei bivalvi di circa 0.5 cm di lunghezza.

Le più recenti indagini, condotte dal Museo cantonale di storia naturale, hanno permesso di studiare anche gli organismi più minuti del plancton marino, in particolare i radiolari (protozoi unicellulari di pochi decimi di millimetro con guscio siliceo). Si tratta di buoni fossili-guida, tali cioè da consentire una datazione precisa dell’età delle rocce.
Le indagini hanno finora interessato 73 specie e hanno portato alla scoperta di 7 nuove specie per la scienza appartenenti ai generi Sepsagon, Novamuria, Eptingium, Parentactinosphaera e Pessagnollum. Le nuove scoperte consentono di comprendere più a fondo l’evoluzione di questi organismi in un periodo che fu determinante per la loro differenziazione, oggi ben documentato sul Monte San Giorgio meglio che in qualunque altro luogo al mondo.

Nei giacimenti marini del Monte San Giorgio sono stati scoperti anche frammenti di piante terrestri (rametti, foglie, coni), ciò che suggerisce la presenza della terraferma o isole non molto lontano. In particolare si tratta di frammenti di equiseti del genere Equisetites, di felci con semi (un gruppo di piante completamente estinto) appartenenti al genere Ptilozamites, di cicadofite del genere Taeniopteris, così come di conifere dei generi Voltzia e Elatocladus. Grazie a queste indicazioni è oggi possibile supporre che, in un clima caldo di tipo monsonico, le foreste sulla costa venissero spazzate da ricorrenti tempeste che trasportavano frammenti di vegetali sul fondale del bacino.

Nel 1998 ricercatori dell'Università di Milano scoprirono per la prima volta un insetto fossile appartenente al gruppo degli Efemerotteri: chiamata Tintorina, è comunemente nota come la “zanzara” del Monte San Giorgio. Il ritrovamento di Tintorina è molto importante perché si tratta del primo ritrovamento di questo gruppo di organismi che si sta rivelando molto differenziato sul Monte San Giorgio.
 
Nel 1999 anche ricercatori dell'Università di Zurigo scoprirono, in altri strati più vecchi, due nuovi insetti (un coleottero e una libellula), mentre nel 2010 il Museo cantonale di storia naturale di Lugano rinvenne i resti fossili di tre insetti senza ali, appartenenti al genere Dasyleptus. Questo genere rientra in un sottogruppo estinto degli insetti Archeognati, i Monura, che fino ad allora si riteneva scomparso molto tempo prima, in occasione dell'estinzione di massa al termine del Permiano (252 milioni di anni fa). Dasyleptus presenta notevoli analogie con il genere attuale Petrobius, un piccolo abitante degli anfratti rocciosi costieri che si nutre prevalentemente di alghe e che è conosciuto per essere un agile corridore e saltatore. Il confronto con le forme attuali porta quindi a ritenere che tali insetti abitassero la terraferma e che fossero diffusi lungo il litorale marino.



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sabato 16 maggio 2015

IL CANALE VILLORESI

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Eugenio Villoresi  nato a Monza nel 1810  e laureato in matematica  a Pavia, fin  dal suo primo impiego   ebbe modo di occuparsi di problemi di irrigazione in una azienda agricola.  La convinzione di poter migliorare la situazione di aridità dei terreni dell'alta pianura milanese, attingendo acqua dal lago Maggiore,  divenne lo scopo del suo lavoro e della sua vita.

Iniziò  la progettazione nel 1868 ed ottenne  la  concessione dal Ministero delle Finanze per derivare acqua dal Lago di Lugano e dal Lago Maggiore, attraverso i fiumi Tresa e Ticino e  costruire due canali per irrigazione,  per  navigazione dei barconi e per produrre forza motrice.

Per opposizione di proprietari terrieri venne presto  abbandonato il progetto  riguardante il lago di Lugano, mentre i lavori per derivare acqua dal lago Maggiore iniziarono nel 1877.

Eugenio Villoresi  morì  nel 1879  senza aver potuto portare a termine il canale.  Nel frattempo l'impegno finanziario sostenuto aveva ridotto drasticamente  il suo patrimonio e gli eredi furono costretti a cedere i diritti alla "Società Italiana per le Condotte d‘Acqua"  di Roma,  che portò a compimento l'opera  con inaugurazione del primo tratto nel 1884 e completamento nel 1891.

Il  Villoresi prende le acque dal fiume Ticino,  tramite la diga del Pan Perduto, nel comune di Somma Lombardo, in località Maddalena. ( bellissimo e tranquillo luogo) . Dopo aver percorso 86 chilometri, per la maggior parte nella provincia di Milano ma interessando anche le provincie di Varese e   Monza Brianza, si  immette nel fiume Adda   in comune di Cassano D'Adda.

Già nel 1150 si era  iniziata la costruzione di un canale che avrebbe dovuto portare le acqua  del lago Maggiore fino a Milano.  Ma l'onerosità dell'opera  e alcuni errori di progettazione costrinsero ad abbandonare i lavori già iniziati  (esiste ancora parte dello scavo nei boschi di Vizzola Ticino). Da qui il nome "Pan Perduto", ossia fatiche al vento - soldi sprecati.

Il Canale Villoresi permette la distribuzione finale delle acque su un territorio di circa 60.000 ettari. La rete irrigua è costituita da 22 canali derivatori per una lunghezza di 120 km. e da 270 canali diramatori per oltre 800 Km. (canali secondari e terziari).

Il canale si sviluppa orizzontalmente da ovest verso est, nell'alta pianura di Milano. Il canale Villoresi è situato a nord del naviglio Martesana e fu completato nel 1890, in un'epoca successiva a quella del meno imponente naviglio della Martesana, (che ebbe nome dal Contado attraversato, ‘Navilio nostro de Martexana’), terminata nel suo primo tratto (dall’Adda alla Cassina de' Pomm dove incontrava il Seveso) nel 1471. Nel suo percorso il canale interseca, sovrappassando e talvolta cedendo parte delle sue acque, i numerosi corsi d'acqua minori della zona a nord di Milano. Essi sono il torrente Arno o Arnetta, il fiume Olona, il torrente Bozzente, il torrente Lura, il torrente Guisa, il torrente Nirone, il torrente Cisnara, il torrente Lombra, il torrente Garbogera, il fiume Seveso il fiume Lambro, il torrente Molgora, il torrente Trobbia, il rio Vallone ed il naviglio della Martesana. Dal Seveso all'Adda lambisce i comuni che fanno da confine sud della Brianza. A Monza il canale dà il nome all'omonimo Parco creato nel luglio 2010, oltre che al Parco del Grugnotorto-Villoresi tra i comuni di Paderno Dugnano e Cinisello Balsamo.

Sul canale Villoresi ha competenza il Consorzio di bonifica Est Ticino Villoresi.

I lavori di realizzazione cominciarono nel 1877 e vennero completati nel 1890. Nonostante l'irrigazione fosse lo scopo principale dell'opera, la costruzione di alcune conche di navigazione lo rese parzialmente accessibile a barconi per il trasporto di sabbia.

Il canale si estende per 86 km e irriga un bacino di 85.000 ettari; attraverso 120 bocche e rami secondari, estesi per circa 130 km, che diventano 1400 se si considerano anche i canali di terza grandezza.

Negli ultimi anni è in progetto e parzialmente in corso di attuazione una sorta di parco sovraccomunale ad indirizzo agricolo e naturalistico, lungo le rive del canale, contornate da boschi e campi coltivati; lo scopo del parco sarà quello di preservare flora, fauna ed attività agricole dipendenti dal corso d'acqua artificiale. Attualmente però esiste solamente in alcuni tratti, come tra Arconate e Garbagnate Milanese, una pista ciclabile che, quando sarà ultimata, rappresenterà la spina dorsale dell'intera cintura di verde che attraverserà da ovest ad est le province di Milano e Monza-Brianza.

Il canale Villoresi ha una ricchissima fauna ittica che comprende grandi quantità di scardole, persici reali, triotti, alborelle, barbi italici e barbi canini, tinche, carpe, lucci, lucioperca, bottatrici, cavedani, pesci gatto, Storioni cobici, cagnette e ghiozzi padani, la quasi totalità dei quali si riversano dal fiume Ticino.

Ogni anno, durante i periodi autunnali ed invernali di asciutta del canale Villoresi, avviene una raccolta preventiva delle specie ittiche rimaste intrappolate nel canale che non potrebbero altrimenti sopravvivere.
 
I percorsi delle piste ciclabili, privi di difficoltà, percorribili da tutti e certamente d’interesse, rientrano nelle prospettive di valorizzazione delle alzaie dei corsi d’acqua da sempre auspicate dai cicloturisti; è inoltre da considerarsi una via di collegamento veloce  tra i vari Comuni bagnati dal canale.
Il percorso verso il Ticino ha un interesse prevalentemente connesso al paesaggio agricolo spesso intatto del nord-ovest milanese, il canale costruito ai lati dei piccoli borghi  presenti, consente con brevi deviazioni il raggiungimento dei centri storici di quelle che ora sono piccole cittadine non prive di interesse.
Il percorso verso l' Adda è certamente più urbanizzato ma permette di raggiungere Monza centro o il parco di Villa Reale, con tranquillità e lontano dal traffico, suggestive le cascatelle che si incontrano attraversando la città.




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venerdì 8 maggio 2015

TORBIERE D' ISEO

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La riserva naturale Torbiere del Sebino è una delle riserve naturali regionali istituite dalla regione Lombardia.

Area naturale che ha avuto origine dall'attività di estrazione della torba, è ubicata a sud della sponda meridionale del lago d'Iseo a 185 m s.l.m e costituisce la zona umida più importante per estensione e significato ecologico della provincia di Brescia.

Appartiene istituzionalmente alla regione Lombardia che l'ha affidata in gestione ad un consorzio tra la provincia di Brescia, la comunità montana del Sebino e i comuni sul cui territorio essa si trova: il comune di Iseo, quello di Provaglio d'Iseo e quello di Corte Franca.

È stata dichiarata "zona umida di importanza internazionale" secondo la convenzione di Ramsar. Importante il monastero di San Pietro in Lamosa, di ordine cluniacense nel comune di Provaglio d'Iseo.

A seguito della comparsa del lago d'Iseo, avvenuta sul finire dell'ultima era geologica, il Quaternario, compresa fra settantamila e diecimila anni fa e del progressivo ritiro delle acque, nella zona a sud del Sebino rimase una depressione paludosa intermorenica caratterizzata da distese acquitrinose, che più avanti vennero chiamate Torbiere. Con il trascorrere dei millenni l'abbondante vegetazione cresciuta permise la crescita di uno spesso strato di torba, il quale andò via via sostituendosi all'acqua trasformando la zona in un'estensione di prati umidi.

Alla fine del Settecento, con la scoperta che la torba, una volta essiccata, aveva una resa calorica superiore alla legna, anche se inferiore al carbone, e con l’avvento delle prime attività industriali legate alla seta, iniziò l’estrazione massiccia della torba da utilizzarsi come combustibile nelle filande di Iseo e come combustibile per uso domestico. Fu però dalla metà dell'ottocento che iniziò lo sfruttamento del giacimento in modo massiccio quando, più precisamente nel 1862 , il consorzio torinese "Società Italiana Torbe" acquistò la maggior parte delle Torbiere.

La torba divenne col passare degli anni un materiale prezioso per l'economia della zona dato che era in grado di sostituire quasi completamente l'utilizzo del carbone, per il quale l'importazione era fra l'altro molto costosa. Prima dell'avvento del petrolio e dell'energia elettrica veniva infatti utilizzata per molteplici scopi: nelle filande, nelle fornaci, come uso domestico per riscaldare le abitazioni e in alcuni casi veniva utilizzata anche per alimentare i treni della Ferrovia Brescia-Iseo-Edolo fino alla prima guerra mondiale.

La riduzione dell’interesse verso questo combustibile e la completa trasformazione di flora e fauna della zona, portarono verso il 1950 all’abbandono delle attività estrattive della torba ed iniziarono invece le operazioni di scavo per l’argilla, per la fabbricazione di mattoni. Queste operazioni terminarono negli anni settanta, a seguito dell'introduzione dei primi vincoli di salvaguardia ambientali.

La formazione di torba è progredita senza ostacoli fino all’intervento dell’uomo. La parte centrale è costituita da una distesa pianeggiante ricoperta da erbe dure e taglienti, prevalentemente carici, che hanno uno scarsissimo valore nutritivo e quindi non possono essere utilizzate per il pascolo. Gli alberi ad alto fusto sono scarsi; alcune zone sono ancora allagate mentre in altre, dove il terreno è cedevole ed intriso di acqua, la palude tende a riprendere il sopravvento specie nei periodi piovosi.

Nelle zone periferiche si trova una cintura di canna palustre e, dove il suolo è maggiormente consolidato, ci sono dei piccoli appezzamenti di terra nei quali il costante sfalcio delle dure erbe palustri ha privilegiato le foraggere. Alcuni terreni di modesta estensione, sono stati messi a coltura in seguito ad intervento di drenaggio e canalizzazione delle acque. Questo paesaggio è destinato a cambiare quando si scopre che la torba, una volta essiccata, ha una resa calorica superiore alla legna, anche se inferiore al carbone, ed alcune famiglie cominciano ad utilizzarla per il riscaldamento domestico. Già alla fine del ‘700 si sperimenta l’uso della torba come combustibile nelle filande di Iseo. È dalla metà dell’800 però, che inizia lo sfruttamento del giacimento in modo massiccio, il lavoro sistematico di scavo iniziò nel 1862, quando il consorzio torinese “Società Italiana Torbe” , acquistò la maggior parte delle Torbiere superiori.

Subito dopo seguì lo sfruttamento dei proprietari del lato meridionale. Il lavoro era svolto manualmente, con il metodo dell’escavazione ad umido, infatti tolto il primo strato di erba e terra, con uno spessore variabile da pochi cm fino a circa mezzo metro, compariva subito l’acqua . Era quindi necessario procedere all’escavazione con uno strumento affilato, a forma di gabbia, lungo circa 90 cm. e montato su un manico di quattro-cinque metri, detto Luccio, simile a una vanga.

Lavorava in Torbiera prevalentemente manodopera locale che era organizzata in piccole squadre composte da quattro o cinque operai: uno scavatore ed un aiutante, che estraevano dei grossi parallelepipedi andando sempre più in profondità, fino a raggiungere il fondo del giacimento; da un caricatore-tagliatore, il quale aveva il compito di ridurre la torba in pezzi più piccoli, utilizzando un coltellaccio, facilitandone così il trasporto; da un paio di trasportatori (detti “cavalli”) che avevano il compito di spostare, con una carriola, il materiale estratto in zone apposite, dove veniva disposto in muretti per una iniziale essiccazione. In seguito i pani di torba venivano ricoverati in magazzini vicini alla zona dello scavo. Quando, tra gli anni ’30 e ’40, la Torbiera era ormai stata in larga parte trasformata in Lame allagate, venivano utilizzate due grosse barche per trasportare i pani dai muretti ai magazzini. Il vecchio edificio per lo stoccaggio della torba esiste ancora e si trova nel comune di Iseo, non lontano dal luogo dove sorgerà il nuovo centro visite. I braccianti lavoravano dall’alba al tramonto dato che venivano pagati “a cottimo”, cioè in base al quantitativo di torba estratta. Gli scavatori lavoravano a piedi nudi per avere una maggiore presa sul terreno sdrucciolevole e spingevano il luccio nel fango con la sola forza delle braccia e della schiena. Si trattava, come si può immaginare, di un lavoro stagionale molto duro e faticoso ma spesso era l’unica alternativa per sfuggire alla miseria.

I lavori di eliminazione del terriccio iniziavano in Febbraio e, da Marzo ad Agosto, si procedeva all’estrazione della torba che era di diversa qualità ed età e variava a seconda del sito dello scavo. Quella che giaceva sotto la cotica erbosa, ad una profondità di circa 40 cm. sotto terra, era considerata di buona qualità ma presentava un elevato residuo di cenere perchè intrisa di limo.
Nella zona sotto il Monastero lo strato torboso era più superficiale e, per effetto della compressone, si era trasformato in “lignite torbosa”, con una maggiore resa calorica. L’area delle Lamette non fu completamente sfruttata: la sua torba di più recente formazione era più leggera ed aveva una resa troppo scarsa; venne comunque estratta tra gli anni ’60 e ’70, per rifornire i florovivaisti.
La torba era un materiale prezioso per l’economia della zona dato che poteva sostituire l’utilizzo del carbone, la cui importazione era molto costosa. Prima dell’era del petrolio e dell’energia elettrica venne usata per molteplici scopi: nelle fornaci, nelle filande, negli opifici, per riscaldare le abitazioni e perfino per alimentare i treni della ferrovia Brescia-Iseo-Edolo fino alla prima guerra mondiale. Venne molto richiesta anche durante l’ultima guerra. Il suo utilizzo cessò completamente intorno agli anni ’50, periodo in cui il paesaggio della zona era completamente trasformato e con esso anche la flora e la fauna in esso esistente. All’interno della Riserva vi sono alcune vasche profonde fino a 10-15 mt. e dall’aspetto più limpido, in alcune delle quali è tuttora permesso pescare: da queste vasche è stata estratta, in epoca più recente, l’argilla per la fabbricazione dei mattoni.

Il quadro vegetazionale della Riserva attualmente è molto diversificato rispetto a quello che si presentava un secolo fa’, quando Lame e Lamette rappresentavano un ambiente uniforme formato da una prateria umida, le Lame, e da un folto canneto con specchi residui occupati dal lamineto e magnocariceto, le Lamette.
L’escavazione della torba ha radicalmente alterato il paesaggio vegetale originario, mettendo in crisi, in conseguenza della riduzione del loro habitat, numerose specie che lo caratterizzavano. Essa ha avuto tuttavia il merito di aver contribuito alla realizzazione di un insieme di piccoli ambienti differenti che si intersecano fra loro dando luogo ad un “mosaico ecologico” complesso e di grande valore biologico.
Il fattore che influisce maggiormente sugli ambienti presenti nella Riserva e di conseguenza sulle specie che ci vivono, è la profondità dell’acqua. In relazione, quindi, a questo fattore, nella Riserva si riscontrano varie tipologie vegetazionali. Si trovano, inoltre, a seconda del diverso tipo di substrato e del quantitativo di nutrienti disponibili situazioni particolari a volte piuttosto circoscritte.

Nelle acque abbastanza profonde, si rinviengono delle vegetazioni sommerse improntate da specie radicanti sul fondo quali: la vallisneria (Vallisneria spiralis), la peste d’acqua comune (Elodea canadensis), il ceratofillo comune (Ceratophyllum demersum), il millefoglio d’acqua comune e ascellare (Myriophyllum spicatum e M. verticillatum), la brasca increspata, l’erba tinca e la brasca comune (Potamogeton crispus, P. lucens e P.natans).
In acque di media profondità si rinviene una vegetazione, il lamineto, formata da specie flottanti e tappezzanti, come la lenticchia d’acqua (Lemna spp.), e/o da specie vistose a foglie galleggianti ma con radici ancorate al suolo, come la ninfea bianca (Nymphaea alba) e quella gialla (Nuphar lutea). In questo ambiente, in alcune zone, si rinviene una curiosità, l’erba vescica delle risaie (Utricularia australis), specie acquatica e carnivora dai fiori giallo oro e foglie provviste di vescicole di cui la pianta si serve per catturare microrganismi.
Nelle acque basse e presso le rive (se sono digradanti), la formazione tipica e più diffusa è quella dominata dalla cannuccia di palude (Phragmites australis), talvolta preceduta da cortine con tife (Typha latifolia e T. angustifolia) e giunchi di palude (Schoenoplectus lacustris).
Nelle aree periodicamente inondate, frequenti nelle Lamette, a ridosso del canneto, è presente una vegetazione a grandi carici (Carex spp.), molto caratteristica, a dominanza di Carex elata. Qui si rinvengono anche la salcerella (Lythrum salicaria), il caglio delle paludi (Galium palustre), il falasco (Cladium mariscus) e la felce di palude (Thelypteris palustris), quest’ultima indicatrice delle potenzialità della vegetazione verso il bosco igrofilo ad ontano nero (Alnus glutinosa).
Ai margini del canneto oltre ai carici si possono osservare anche le splendide fioriture del giaggiolo acquatico o iris giallo (Iris pseudacorus), del giunco fiorito (Butomus umbellatus), dell’erba scopina (Hottonia palustris) e del coltellaccio maggiore (Sparganium erectum).
Nella Riserva sopravvivono, inoltre, alcuni lembi di praterie igrofile a zigolo comune (Cyperus longus), che rappresentavano l’aspetto originario delle Lame; ed è anche presente, accompagnato ai cariceti, il prato inondato (molinieto), che spesso ospita specie come l’aglio palustre (Allium angulosum) e, in condizioni più asciutte e con marcato intervento antopico, il prato pingue (l’arrenatereto).
Sono, infine, diffuse accenni di formazioni di bosco igrofilo, con salici, pioppi e ontani.
Nel territorio non mancano le specie esotiche invasive degli argini e briglie, come l’indaco bastardo (Amorfa fruticosa) e la pioggia d’oro maggiore (Solidago gigantea), il cui controllo è necessario per la conservazione della fitodiversità della Riserva Naturale.

L’area è particolarmente importante per gli uccelli acquatici nidificanti, svernanti e migratori. Tra le specie protette e di interesse comunitario che nidificano nel sito citiamo: l’airone rosso (Ardea purpurea), il falco di palude (Circus aeruginosus), il tarabusino (Ixobrychus minutus), il nibbio bruno (Milvus migrans), la nitticora (Nycticorax nycticorax), il voltolino (Porzana porzana), la schiribilla (Ponzana parva), la salciaiola (Locustella luscinioides).
Tra le specie svernanti e migratrici sono di particolare interesse il tarabuso (Botaurus stellaris), l’albanella reale (Circus cyaneus) e la moretta tabaccata (Aythya nyroca). Le Torbiere del Sebino sono inoltre uno dei pochi siti riproduttivi in Lombardia del basettino (Panurus biarmicus).
Le specie, invece, che più comunemente si possono osservare nella Torbiera, sono: il cigno reale (Cygnus olor), il cormorano (Phalacrocorax carbo), la gallinella d’acqua (Gallinula chloropus), la folaga (Fulica atra), lo svasso maggiore (Podiceps cristatus), il germano reale (Anas platyrhynchos), l’airone cenerino (Ardea cinerea), il cannareccione (Acrocephalus arundinaceus) e il pendolino (Remiz pendulinus).
La Riserva Naturale ospita 31 specie di uccelli (su un totale di 164 specie osservate) di interesse comunitario e quindi tutelati dalla Direttiva “Uccelli” 79/409/CEE, concernente la conservazione dell’avifauna selvatica; per questo è stata dichiarata “Zona di Protezione Speciale (ZPS)” dall’Unione Europea.

La presenza dei mammiferi nella Riserva è fortemente condizionata dalla ristrettezza dell’area protetta, dalla massiccia presenza di strade e centri abitati e, non meno importante, dalla mancanza di un vero e proprio bosco. Questi fattori condizionano pesantemente la possibilità di vita per tutti i mammiferi di medie e grandi dimensioni. Restano i cosiddetti “micromammiferi”, termine col quale si indica genericamente piccoli mammiferi appartenenti agli ordini degli Insettivori (es. toporagni), Roditori (topolino delle risaie) e Chirotteri (pipistrelli). La loro presenza è stata indagata dalle guardie ecologiche della Provincia di Brescia, con la supervisione degli esperti del Centro Studi Naturalistici Bresciani. La presenza di questi piccoli animali in Torbiera si è rivelata modesta tranne che per il surmolotto o ratto delle chiaviche (Rattus norvegicus). Questo dato è piuttosto preoccupante perchè la specie in questione è molto invadente ed aggressiva nei confronti di tutte le altre specie di micromammiferi.
Dalla ricerca è emerso che la maggior parte dei piccoli mammiferi è concentrata nelle piccolissime zone a bosco e nelle aree agricole nelle zone B e C della Riserva, oltre che nei fossi e nei campi della campagna limitrofa. In totale sono state trovate 3 specie di Insettivori: il toporagno comune (Sorex araneus), la crocidura minore (Crocidura suaveolens) e la crocidura ventre bianco (Crocidura leucodon); 5 Roditori: il topo selvatico (Apodemus sylvaticus), l’arvicola di Savi (Microtus savii), il moscardino (Moscardinus avellanarius), il topolino delle risaie (Micromys minutus) e l’arvicola terrestre (Arvicola terrestris). La presenza di queste ultime due specie è particolarmente significativa, dato che si tratta di animali strettamente legati alle zone umide. Il topolino delle risaie è una specie tipica del canneto, che poi si è adattata a vivere anche nelle colture cerealicole. È il più piccolo roditore europeo e misura circa 5 cm per il corpo, mentre altri 5 cm sono costituiti dalla coda, prensile, con la quale è in grado di arrampicarsi agilmente sui fili d’erba. Il Topolino delle risaie costruisce il suo nido proprio fra i ciuffi di erbe palustri, a poche decine di centimetri da terra, dove alleva da 4 a 6 piccoli per volta.

La popolazione ittica presente nella Riserva comprende sia specie autoctone di interesse comunitario (Direttiva “Habitat”) o protette dalle leggi regionali, come la tinca (Tinca tinca), il vairone (Telestes muticellus), il luccio (Esox cisalpinus), l’anguilla (Anguilla anguilla), il persico reale (Perca fluviatilis), il persico sole (Lepomis gibbosus), la scardola (Scardinius hesperidicus) e l’alborella (Alburnus arborella), sia specie introdotte in tempi più o meno recenti come la carpa (Cyprinus carpio), introdotta molti secoli fa dagli antichi Romani, il persico trota (Micropterus salmoides), introdotto più di 35 anni fa’, il pesce gatto (Ictalurus melas), introdotto più di 15 anni fa’, e il carassio (Carassius carassius).
Dopo l’introduzione del pesce gatto, pesce molto vorace e prolifico che una volta adulto ha ben pochi rivali, la struttura dell’ittiofauna si è profondamente modificata: ora essa è composta per metà da tale pesce, mentre le altre specie sono diminuite e presentano processi di senescenza.
Recentemente però è e stata rilevata la presenza in Torbiera di un altro superpredatore, ancora più invadente del pesce gatto: il siluro (Silurus glanis). Questa specie, introdotta nelle acque della Riserva in modo del tutto illegale, è originaria dei grandi fiumi dell’est europeo, può raggiungere dimensioni enormi ed è decisamente dannosa per l’equilibrio di qualsiasi ecosistema italiano, a maggior ragione se si tratta di un ambiente così ristretto come quello della Riserva, pertanto si spera di poterne limitare al massimo la diffusione.
Un altro dato emerso dalle ultime indagini è l’aumento del carassio, di cui si trovano anche esemplari di grosse dimensioni (fino a 2 Kg), e l’incremento del numero delle carpe legato al notevole aumento delle specie vegetali che vivono immerse nelle acque delle Lame.




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venerdì 1 maggio 2015

IL TORRENTE ACQUANEGRA

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Il Torrente Acquanegra è l'unico emissario del Lago di Monate.

Sfocia nel Lago Maggiore in località Lavorascio (Ispra) dopo aver attraversato i comuni di Travedona-Monate, Biandronno, Bregano, Malgesso, Brebbia e Ispra. In passato le sue acque alimentavano diversi mulini, in particolare nel comune di Travedona-Monate.

Il torrente scorre nell'alta pianura alluvionale attraversando un territorio piuttosto antropizzato e coperto in prevalenza da boschi radi di latifoglie. L'alveo ampio e basso ha un substrato di fondo costituito prevalentemente da sabbia e fango, e si presenta con andamento a meandri, dovuti alla minima pendenza e turbolenza delle acque, che favorisce la formazione di notevoli depositi di detrito organico fine e grossolano.

I dati pluriennali sull'andamento mensile delle portate del corso d'acqua, mostrano un valore di media annua intorno agli 0,73 mc/s ed un regime idrologico di tipo pluviale, con una morbida principale ad aprile-maggio e due periodi di magra, in agosto e dicembre.

Il popolamento ittico del corso d'acqua, non è particolarmente ricco e mostra la predominanza di specie resistenti quali il cavedano e il gobione. La trota fario è presente e rappresentata da individui adulti, frutto dei vari ripopolamenti ittici effettuati nell'ambito della gestione ittica. Di un certo rilievo è la presenza della lampreda padana, specie protetta e in diminuzione nel suo areale di distribuzione.



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martedì 21 aprile 2015

IL FIUME BARDELLO

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Il bacino idrografico del Fiume Bardello raccoglie le acque provenienti dal bacino del Lago di Varese e le convoglia nel Lago Maggiore. Esso occupa un’area piuttosto limitata, estesa in senso longitudinale, nella parte nord-occidentale del territorio della provincia.
Il Fiume Bardello costituisce un ambiente epipotamale, con vocazione a Ciprinidi reofili.

Il Fiume Bardello nasce come emissario del Lago di Varese, presso il comune di Bardello, a 238 m s.l.m. e, descrivendo un percorso sinuoso lungo 12,1 km con una pendenza media del 0,4 %, dopo aver raccolto le acque di un modesto numero di affluenti minori, esso sfocia nel Lago Maggiore in località Bosco Grande, sul confine tra i comuni di Brebbia e di Monvalle.

L’ambiente è epipotamale, con andamento sinuoso, scarsa pendenza dell’alveo e substrato di fondo prevalentemente costituito da ciottoli, ghiaia e sabbia. Esso si presenta dunque vocato ad ospitare Ciprinidi reofili e, in virtù del collegamento con i laghi, altre specie più tipicamente lacustri.
L’andamento delle portate medie mensili calcolate sui dati relativi al pluriennio 1978-95 mostra un regime idrologico tipicamente pluviale, con due periodi di morbida, a maggio (principale) e ad ottobre (secondario), e due periodi di magra, in agosto (principale) e dicembre (secondario).

Esso attraversa una valle antropizzata subendo lungo tutto il suo percorso numerosi impatti dovuti a scarichi civili, industriali e agricoli cui si aggiungono, a tratti, interventi di sistemazione idraulica (briglie, canalizzazioni, argini rinforzati) e di derivazione idrica.

La comunità ittica appare diversificata e numericamente piuttosto consistente, costituita da specie reofile e limnofile, di cui la maggior parte poco esigente rispetto alla qualità ambientale.
Sono state in particolare rinvenute 13 specie ittiche, tra cui la più abbondante risulta essere il cavedano. Seguono: gobione, pesce persico e persico sole. Sono inoltre presenti: alborella, anguilla, cagnetta, cobite comune, ghiozzo padano, lucioperca, persico trota, pesce gatto, scardola.



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lunedì 20 aprile 2015

VARARO



Vararo è una frazione del comune di Cittiglio, in provincia di Varese, situata a 725 m s.l.m.

Chi vuole vivere la montagna prealpina e scoprirne la bellezza può salire fino alla frazione di Vararo, Adagiato tra sogno e realtà, in una valle che ricorda gnomi, fate e folletti, consegna al turista una molteplicità di umori e fragranze, la possibilità di vivere una dimensione naturale dell'esistenza, lontano dai rumori assordanti del consumismo moderno. La suggestiva frazione di Cittiglio può essere di volta in volta poesia o racconto, studio o ricerca, amabile sintesi di valori usciti dalla bacchetta magica di un genio creativo. Vararo è un'isola felice, un luogo dov'è possibile riconciliarsi con se stessi e con l'ambiente, circondati dai silenzi di una montagna sempre nuova, sempre diversa, una sorta di scrigno che custodisce con cura i suoi tesori. Dai suoi vicoli contigui fino quasi a toccarsi, spiccano corti e portali, cascine, travi, balconi in legno, angoli riservati al silenzio, sentieri che salgono verso il Cuvignone, il Monte Nudo, il Sasso del Ferro, Sant'Antonio, Arcumeggia, zizaganti tra speroni rocciosi che emergono dal verde come la prua di una nave. Vararo è anche luogo scelto di artisti, scultori, amanti di un'antichità lignea che ha caratterizzato la cultura e l'architettura di fine ottocento. E' paradiso di cercatori di funghi, di castagne, di gente che vuole riappropriarsi di un artigianato scomparso, di amanti della natura, di chi è alla ricerca di un modo di vivere più umano. Baite sparse nel verde fanno da cornice alla vocazione narrativa del luogo. Greggi di pecore pascolano sotto l'occhio vigile del pastore, come una volta. Vararo è una bella realtà bucolica che mantiene intatti i suoi caratteri, regalando momenti di quiete e di serenità a chi ama il verde, la montagna, la sua cultura e la sua vita.

Un tempo comune autonomo, venne annesso al comune di Cittiglio nel 1927 (R.D. 12 agosto 1927, n. 2443).

Nel 1977 vi è stato girato il primo episodio del film Tre tigri contro tre tigri, con Renato Pozzetto.

Non é possibile datare i primi insediamenti umani nella zona, o la nascita di un nucleo abitativo perché non esistono i documenti, ma il testo più antico in cui viene nominato Vararo risale all'846, quando il nobile Eremberto concedette i propri terreni a pascolo agli abitanti del paese. Dopo questo documento Vararo rimase dimenticato per secoli, fino al 1558 quando ne vennero elencati i beni nel catasto di Carlo V. Nel 1636, i Lavenesi, spaventati dalla pericolosa e distruttiva avanzata francese, si rifugiarono a Vararo in massa portando con loro numerosi capi di bestiame (dai documenti sembra fossero più di duemila); questo arrivo improvviso, rese insufficienti i viveri ed il foraggio. Oltre a problemi di tipo alimentare si crearono anche problemi igienici, infatti per il gran numero di persone ed animali si scatenò una devastante epidemia di peste che decimò la popolazione. Tra la fine del 19° secolo e l'inizio del 20° si é raggiunto il picco storico di popolazione, con circa 300 abitanti, il cui numero però diminuì con la partenza dei ragazzi per vivere in altri paesi o per la 1° guerra mondiale, ormai alle porte.

Durante il ventennio fascista, nel 1927, Vararo, fino ad allora comune indipendente, venne annesso a quello di Cittiglio, come é tutt'oggi. negli anni della 2° guerra mondiale le montagne ed il paese divennero rifugio per i partigiani e, allo stesso tempo, vennero raggiunte dai nazisti. Infine nel 1986, Vararo é in tutto e per tutto parte di Cittiglio anche nella parrocchia.

La zona di Vararo gode di una biodiversità che spazia tra molte specie di animali e vegetali, al contrario della maggior parte delle zone abitate. Questa situazione è dovuta soprattutto alla presenza delle ampie zone boschive a ridosso dell'abitato, portando molti animali anche lungo le vie del paese.

Sono molto comuni scoiattoli e ghiri, che è facilissimo vedere correre tra i rami degli alberi e sui fili; inoltre è facile vedere, soprattutto nelle ore serali o mattutine, animali quali cervi, caprioli, cinghiali, mufloni e anche volpi o faine, o persino qualche lepre selvatica. oltre ai più comuni merli, passeri, pettirossi e tutte le specie di uccelli tipiche delle zone boschive, è facile notare anche falchi, poiane, civette e i piccoli codarossa. Oltre a questo accenno alla vita animale del posto (perchè la lista è esageratamente lunga), è utile sapere che è possibile incontrare orbettini, le cosiddette "ratere",serpenti non velenosi di media lunghezza di colore scuro, e vipere.

Anche nella flora si può spaziare tra moltissime specie, dai comuni faggi e castagni, fino ai cespugli di more e lamponi, passando per le tante varietà di fiori quali primule ,violette, segnatempo e molti altri.

L'attenzione di molte persone che vengono a visitare questa zona è invece focalizzata sulla gran varietà di funghi quali porcini, chiodini, mazze di tamburo, gambette, amaniti di tutti i tipi.

Il roseto di Vararo è un vecchio cascinale, situato a circa 500 m dal paese, che è stato ristrutturato e trasformato in edificio abitativo. Nel 1996 Martinello Dario, l'attuale proprietario, lo comprò, lo restaurò e si trasferì qui. Il terreno circostante all'edificio venne pulito dai rovi che l'avevano invaso, per coltivare la passione verso le piante (non solo in senso metaforico), fino ad arrivare ai quasi 3000 esemplari, tra rose e moltissime altre piante, che popolano il roseto. Le piante sono curate in maniera particolare dai proprietari  che assicurano loro diverse concimazioni l'anno (il terreno in quella zona è particolarmente roccioso) e molti altri trattamenti per mantenere le piante belle e rigogliose.

Una forte attrattiva per molti turisti è il "rally dei laghi", che annualmente corre sulla Strada Provinciale 8, tra Vararo e Castelveccana. Alla gara partecipano spesso auto di tutti i tipi, anche auto d'epoca, ma generalmente vetture di piccole dimensioni, più facili da controllare sulle strade strette.

La chiesa di San Bernardo è stata edificata nel 1796, dopo le continue suppliche degli abitanti del paese per la ristrutturazione della vecchia, all'ora in uno stato disastroso. E' posizionata in una posizione periferica rispetto all'abitato. La struttura architettonica è molto semplice, sviluppata su un'unica navata con una piccola abside semicircolare. Il campanile è addossato all'edificio e le campane sono ancora quelle della chiesa preesistente. All'esterno del portone principale è stato costruito un portico sorretto da due colonne e decorato da un affresco di san Bernardo. Altre decorazioni ad affresco sono posizionate sul lato esterno e all'interno sulla campata e sull'abside. In posizione retrostante all'altare si trovano le statue di San Bernardo, della Madonna con in braccio Gesù e di San Giuseppe. Ogni anno, nel mese di Agosto, si tiene la festa del santo patrono, alla quale, negli anni passati, partecipavano anche gli abitanti di Laveno, Cittiglio e di altri paesi.

Il parco giochi si trova in un'area sottostante alla chiesa e vi sono poste diverse giostre e anche dei tavoli per pranzare. La zona in cui adesso si trova il parco era ricoperta da rovi e arbusti e, solo grazie al lavoro degli abitanti del paese, è stata ripulita e vi sono state poste le giostre donate dall'associazione di Cittiglio "Amici di Vararo". Il parco è stato inaugurato nel 2005, dedicato a Diego Turuani, ragazzo deceduto negli anni novanta all'età di 19 anni per un incidente stradale.

La Madonnina è una statua rappresentante la Madonna, posizionata su un sasso a forma di torre (Sass de Turesela). Questa statuetta si trova nella località del Rü de Sela, punto d'incontro dei sentieri a nord ovest della Val Buseggia. La Madonna, posta in una zona sopraelevata al paese, ha lo sguardo rivolto verso esso, come a volerne proteggere gli abitanti. Il Rü de Sela è distante dal paese all'incirca 500 metri, quindi anche la Madonnina è facilmente raggiungibile attraverso un sentiero che inizia dalle ultime case del paese.

Il torrente San Giulio nasce dalla Fontana Mora, ultimi resti del Lago Moro, e scorre fino a valle, per confluire nel Boesio, a Cittiglio. Il torrente dà vita alle tre famose cascate di Cittiglio, che scendono a strapionbo lungo la valle scavata dallo stesso fiume. Nelle sue acque, come in quelle dei suoi affluenti, si possono trovare moltissime specie di animali, da insetti (per la maggior parte larve) a pesci (come trote e alborelle) e anfibi (principalmente girini di rane, rospi e salamandre).



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domenica 19 aprile 2015

IL TORRENTE GIONA

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Il Giona è un torrente che nasce dal Monte Tamaro, nel Canton Ticino in Svizzera nella Valle della Grassa di Dentro, a più di 1800 metri s.l.m. Dopo circa 2 km entra in territorio italiano, a quota 665 metri s.l.m. in provincia di Varese, nel comune di Veddasca. Attraversando una stretta gola, correndo lungo la Val Veddasca, possiede una pendenza media del 4,5% nei suoi 10,2 km di lunghezza, sfocia nel lago Maggiore a quota 193 metri s.l.m. nel comune di Maccagno, all'altezza del Parco Giona. Attraversa i comuni di Indemini in Svizzera e di Veddasca, Curiglia con Monteviasco, Dumenza e Maccagno in Italia. Durante il suo percorso tra le montagne coperte di boschi, riceve numerosi torrenti che contribuiscono ad aumentarne la portata mentre l'elevata pendenza dell'alveo rende le sue acque turbolente caratterizzate da un substrato di massi e ghiaia. Alcuni di questi torrenti sono il Laveree, il Ri, il Viascola o Viaschina e il Crana. La relativa abbondanza di portata solida, quindi, va a costituire vasti depositi alluvionali alla foce.

Il torrente Giona riveste particolare importanza dal punto di vista ittico per la qualità del suo habitat fluviale che ospita prevalentemente Salmonidi, Ciprinidi e Cottidi, in particolare trota fario, temolo, cavedano, vairone e scazzone.

Parte della portata del torrente viene sfruttata a fini idroelettrici, con due derivazioni. Il secondo impianto, in particolare, deve alimentare una centrale idroelettrica per la produzione annua di 3.500.000 kWh, con una tubazione in acciaio del diametro di 1,2 metri. L'impianto utilizza un dislivello di 40 metri per una portata media stimata di 3 metri cubi al secondo.

La qualità delle sue acque è moderatamente alterata dall'esistenza di inquinamento organico.


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giovedì 2 aprile 2015

IL PARCO ALTO GARDA BRESCIANO

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Il Parco regionale dell'Alto Garda Bresciano è un parco naturale istituito con legge Regionale nel 1989.

Il suo territorio si estende dalle sponde del Lago di Garda sino al lungo crinale montuoso che a Nord coincide con il confine fra Lombardia e Provincia di Trento (Valle di Ledro) e ad est con la Valle Sabbia, comprendendo nove comuni per un totale di circa 27.000 abitanti. La popolazione all'interno del parco non è omogenea; infatti, più della metà della popolazione vive nei comuni di Salò (la "capitale" del parco) e di Toscolano Maderno, i paesi più abitati. Al suo interno, nella valle principale, il Parco accoglie il Lago di Valvestino, invaso artificiale degli anni sessanta, sede di pesca sportiva. Il punto più alto del parco è il Monte Caplone che raggiunge i 1.976 metri s.l.m.

La riserva naturale dell'ex Lago di Bondo è compresa nel parco. Nel parco si svolgono attività agricole e zootecniche, con la presenza di un caseificio. Caratteristici sono i fienili di Cima Rest (1.200 m) nel comune di Magasa, con i tetti in paglia assai appuntiti (secondo alcuni di derivazione longobarda, secondo altri austro-ungarica), e la strada militare scavata lungo le creste di confine durante la prima guerra mondiale.

Il Parco Alto Garda Bresciano, con le rocce strapiombanti nel lago, gli ampi terrazzati, i sentieri e le strade panoramiche che si srotolano fra le valli, le montagne, i boschi ed i paesi dell'entroterra e della riviera è tra gli ambienti più incantevoli che la natura ha voluto regalarci. E' un dono di cui bisogna essere consapevoli, da preservare, da curare, ma anche da apprezzare meglio, scoprendo più nei dettagli l'infinità di risorse ambientali che ci offre.

Per millenni l'albero, il bosco, la vegetazione in generale, ha accompagnato l'uomo: per produrre il fuoco con cui scaldarsi, con cui cucinare e con cui fondere i metalli è necessaria la legna; con il legno si costruiscono dighe, città, mezzi di trasporto, utensili, mobili; la vegetazione distrutta regala all'agricoltore il suolo fertile per le sue colture; l'albero, i vegetali, producono l'ossigeno a noi necessario utilizzando l'anidride carbonica, tossica per noi; la vegetazione consolida il suolo, lo protegge dal ruscellamento erosivo delle acque e dall'azione di asportazione del vento, offre riparo agli animali.

Metà del territorio è coperto da boschi di querce, faggi, carpini, pini silvestri, abeti rossi e da mugheti. Gli habitat variano da quello alpino a quello sub-mediterraneo in prossimità del lago. In sintesi è possibile così tratteggiare la fisionomia vegetazionale: variante sub-mediterranea dell'Oleo-lentiscetum, Leccetum, Orno-ostryetum e Querco-carpinetum, Fagetum, Peccetum - Laricetum, Mugo-ericetum, Caricetum variae. Notevoli gli endemismi d'altura, dovuti all'isolamento delle cime durante la glaciazione würmiana. Fra tutti la Saxifraga tombeanensis, che prende il nome dal Monte Tombea, seconda cima del Parco (1.950 m). Discreta presenza di fossili. Nel Parco sono compresi 11.000 ha di foresta demaniale regionale (la maggiore estensione in Lombardia).

La flora è molto legata alla fauna: dal tipo di vegetazione dipende la presenza di una certa specie animale; ad esempio, dalla rocca del Garda fino a Desenzano è possibile distinguere una zona di canneto dove le canne emergono tra giunchi e carici costituendo la dimora ideale di insetti, molluschi acquatici ed alcuni tipi di pesci.

All'interno del parco ci sono circa 250 specie animali tra cui spicca il capriolo, il cervo, il camoscio, il muflone, il cinghiale e lo stambecco, quest'ultimo reintrodotto nel 1979. Numerosissimi anche gli uccelli tra cui vi è l'aquila reale. Fino al 1975 vi era anche la lontra.


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domenica 22 marzo 2015

L' OASI NATURALE DEL PIAN DI SPAGNA

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La Riserva naturale Pian di Spagna e Lago di Mezzola è un'area naturale protetta della Lombardia che comprende il lago di Mezzola e la zona tra questo ed il lago di Como detta Pian di Spagna.

La zona è un'area umida molto frequentata dalla fauna migratoria comprendente porzioni di territorio dei comuni di Sorico e Gera Lario nella provincia di Como, Verceia, Novate Mezzola e Dubino nella provincia di Sondrio. La sede ufficiale della Riserva si trova in Via La Torre a Sorico in un moderno e polifunzionale edificio.

Il Piano di Spagna è una pianura alluvionale, formatasi per l'apporto di materiale detrìtico da parte del fiume Adda. Migliaia di anni fa il Lago di Como era quindi tutt'uno con il Lago di Mezzola. Il toponimo di Samolaco ("Summus Lacus") lo sta ancora oggi a testimoniare. Abitato fin in epoca romana, come confermato dai ritrovamenti archeologici nella zona di Sant'Agata (dove un tempo sorgeva la romana Aneunia), il Piano di Spagna deve il suo nome al dominio spagnolo (sec. XVI-XVIII). Per la sua posizione strategica, questa pianura ospitò, a partire dal Medioevo, diverse fortificazioni, che vennero poi ampliate dagli spagnoli. Da qui infatti passava il confine tra i Grigioni, che controllavano la Valtellina, e il Ducato di Milano, allora sotto la corona di Spagna. Per questo motivo, il conte di Fuentes, governatore di Milano, decise di costruirvi un forte. Situato sulla collina settentrionale di Montecchio, il Forte di Fuentes fu in collegamento con altre postazioni difensive, come la Torre di Sorico, il Forte d'Adda (oggi stalla e quindi detto lo "Stallone"), la Torre di Curcio e quella di Fontanedo. Il Forte resistette ad attacchi di diversi eserciti e fu smantellato solo nel 1796, da parte di Napoleone Bonaparte per accondiscendere alle richieste dei vicini Grigioni. Nel 1916, durante la prima guerra mondiale, il Forte, fu inserito nell'ambito della Frontiera Nord, il sistema difensivo italiano verso la Svizzera, e per questo vide la realizzazione di una strada militare e di due appostamenti d'artiglieria blindati destinati a tirare sulle provenienze di Valtellina e Val Chiavenna, per compensare il disarmo del vicino Forte Montecchio Nord, avvenuto nel 1915. Oltre ai manufatti della Frontiera Nord oggi, del Forte di Fuentes, rimangono imponenti resti degli edifici e delle mura perimetrali, oggetto di recupero da parte degli operatori del Museo della Guerra Bianca che dal 2012 ne ha assunto la gestione in accordo con la Provincia di Lecco.

La Riserva Naturale si estende su un territorio da sempre conteso fra terra ferma e acqua; la peculiarità della sua posizione geografica, rende l’area ricca di interessanti spunti di osservazione, sia dal punto di vista naturalistico, sia da quello storico-culturale. Alla confluenza di due vallate, la Val Chiavenna a percorrenza nord-sud e la Valtellina, a percorrenza est-ovest, si è formata un’area pianeggiante di origine alluvionale, i cui confini sono delimitati dal Lago di Como, nella sua parte più settentrionale e dal Lago di Mezzola; i monti circostanti, che si raccordano con il piano, fanno da pittoresca cornice a questo lembo di pianura.

Gli interventi di recupero e bonifica di gran parte del territorio vennero effettuati dagli Austriaci nel corso del XIX ed ebbero come risultato la rettificazione dell’ultimo tratto del corso dell’Adda e lo scavo del canale Borgofrancone, le cui acque provengono dalle pendici del Monte Legnone. Gli interventi antropici volti a modificare il territorio, sono stati affiancati dai cambiamenti dovuti ai processi naturali di interramento del Lago di Mezzola, che non hanno mai avuto sosta, grazie anche al proliferare della tipica vegetazione di canneto.

La Riserva è popolata da numerosissimi invertebrati.Il regno di farfalle dalle tinte sgargianti come la Podalirio, scattanti e variopinte libellule, vespe, calabroni e una miriade di insetti acquatici. Sotto il livello dell’acqua, al riparo delle grandi foglie di ninfee e nannufari che compongono il lamineto, le larve degli insetti intrecciano furibonde lotte per la sopravvivenza.

Sulla superficie del lago e degli stagni pattinano agilmente gli Emitteri Gerridi, sotto la superficie dell’acqua, con altrettanta agilità si muovono le Notonette, i Ditischi e l’Idrometra. Per sfuggire ai voraci predatori del mondo sommerso, molti invertebrati adulti o allo stadio larvale sfruttano la vegetazione acquatica per nascondersi; altri invece, i Tricotteri (conosciuti come ‘portasassi’ o ‘portalegna’), si costruiscono, allo stadio di larva, un fodero di forma pressoché cilindrica, assemblando pezzettini di legna, conchiglie e sassi dell’ambiente circostante: una volta nascosti lì dentro, sono totalmente invisibili alle potenziali prede che, ignare, passano davanti all’apertura del fodero del Tricottero e ne subiscono l’agguato. Sulle rive sabbiose invece si rinvengono spesso le conchiglie spiaggiate di Molluschi bivalvi. Sotto i sassi o nel fango di alcune rogge e dei canali che confluiscono nel Pozzo di Riva si nasconde invece un ospite ormai raro ovunque: il gambero di fiume, crostaceo molto sensibile all’inquinamento la cui presenza è pertanto indice di buona qualità delle acque.

Sono in numero significativo anche le presenze ittiche, che nella riserva hanno trovato il loro habitat e rispecchiano sostanzialmente le presenze censite tipiche dei Laghi Prealpini: la trota fario, la trota iridea, l’agone, il lavarello, l’alborella, la carpa, il cavedano, il vairone, il pigo, il trotto, la scardola, la tinca, la bottatrice, l’anguilla, il luccio, il persico; molti di questi rientrano nel ricettario tipico della cucina del lago. La diversa profondità delle acque determina una differente distribuzione delle specie ittiche. In presenza di acque profonde, come quelle della porzione occidentale del Lago di Mezzola, si trova l’alborella, il lavarello, l’agone, il cavedano, la trota fario e lacustre. la parte orientale del bacino, caratterizzata da acque più basse, ricche di vegetazione , offre maggiori disponibilità di cibo a specie erbivore quali la scardola e la savetta. Ma anche alla bottatrice e al pigo che si nutrono rispettivamente di crostacei e di molluschi. Le acque a corso lento, con fondo fangoso e abbondante presenza di vegetazione, come quelle dei fossi, costituiscono l’habitat ideale della carpa e della tinca.

Vanno segnalati la Rana verde minore, la Raganella, il Tritone punteggiato e il Tritone crestato e il Rospo comune che in primavera compie lunghi e rischiosi spostamenti (sulle strade muoiono ogni anno centinaia di individui) per raggiungere i siti riproduttivi costituiti da pozze o piccoli corsi d’acqua. qui la femmina, le cui dimensioni sono notevolmente superiori a quelle del maschio, depone fino a 5 mila piccole uova, racchiuse in un lungo cordone trasparente, che viene ancorato alla vegetazione acquatica. Poco legata all’ambiente acquatico è anche la raganella, una minuscola rana dal colore verde brillante come quello delle foglie primaverili, che trascorre gran parte della sua esistenza perfettamente mimetizzata sui rami degli alberi, allontanandosi alla ricerca di piccole pozze solo per la breve parentesi riproduttiva. Posti alle estremità delle dita, la raganella è dotata di dischi adesivi che le consentono di arrampicarsi e saltare da un ramo all’altro con estrema facilità e le permettono quindi un particolare adattamento alla vita arboricola. Gli anfibi costituiscono un gruppo molto importante per la conservazione dell’ecosistema della riserva. Avendo fasi vitali che interessano sia gli ambienti umidi sia quelli terrestri, sono importanti indicatori ambientali dello stato di salute di habitat complessi dove costituiscono degli interessanti elementi di diversificazione e di biodiversità. Inoltre grazie al loro ruolo nella catena alimentare possono svolgere un importante azione di controllo nei confronti di vari insetti antropodi anche nocivi, oltre ad essere un’ottima fonte di cibo per varie specie di uccelli.
La Riserva è l’habitat naturale anche per la specie dei rettili. In particolare la Natrice tassellata e la Natrice dal collare, comunemente chiamata biscia d’acqua che preda essenzialmente anfibi. amanti degli ambienti secchi sono invece la Lucertola muraiola, il Ramarro,  il Biacco, che può raggiungere eccezionalmente i due metri di lunghezza. Presente anche la specie dell’’Orbettino.

Si possono osservare generalmente varie specie di Anatre tuffatrici (Moretta, Moriglione, Moretta Tabaccata, Quattrocchi) oppure Anatre di superficie (Germano reale, Alzavola, Marzaiola, Fischione), Cigni, Rallidi (Folaga), qualche rara anatra di mare (Orco Marino), Svassi, Strolaghe, Cormorani, Smerghi, Gabbiani e Mignattini; sui fiumi è facile osservare Anatre di superficie e tuffatrici, Cigni, Folaghe, Svassi, Cormorani, Gabbiani e Mignattini.

Sono comuni il Merlo acquaiolo, il Martin Pescatore e la Ballerina gialla; mentre lungo i canali colatori si possono osservare Anatre di Superfice, Rallidi  (Folaga, Gallinella d’ acqua, Voltolino, Porciglione, Schiribilla) e qualche Limicolo come il Piro Piro piccolo, Piro Piro culbianco, Piro Piro boschereccio, Beccaccino, Aironi, Tarabuso, Ballerina bianca, Ballerina gialla, Svasso maggiore e Tuffetto); nei canaletti si trovano Airone Cenerino, Beccaccino e Ballerine.
Le spiagge sono frequentate da Limicoli,  Charadridae  (Beccaccini, Corrieri, Pivieri) e Scolopacidae (Chiurli, Pittime, Pavoncelle, Piro Piro), Gabbiani e Cormorani.
I canneti sono l’habitat idoneo per Rallidi,  Tarabusi, qualche rapace, Migliarini, Cinciarelle, Storni, Pendolini, Rondini, Topini e Anatre di superficie.
Filari e siepi offrono cibo ad Averle, Tordi, Fringuelli, Cornacchie, Cince, Picchi e Capinere.
Si può confermare la nidificazione certa di almeno una coppia di Airone rosso, Re di Quaglie, Salciaiola, Bigia Padovana, Rigogolo, Upupa, Gufo comune, Cutrettola, Tarabusino e Voltolino.
Più facili da avvistare sono i rapaci magari quando volteggiano con ampie volute sfruttando abilmente le correnti ascensionali, come nel caso della poiana o del nibbio bruno, che raggiunge la Riserva in estate proveniente dai quartieri di svernamento africani. Si posono scorgere anche coppie di falchi, il comune gheppio e il falco cuculo. Sulle pareti rocciose che delimitano al sponda occidentale del Lago di Mezzola nidifica il falco pellegrino. Si ripetono poi i voli di caccia maestosi del falco pescatore e del falco di palude oltre che dell’albanella reale. Le pareti montuose che circondano la Riserva ospitano alcuni rapaci, quali: Nibbio bruno, Barbagianni, Gufo reale, Allocco, Astore e Poiana.

Troviamo il Tasso, la Faina, la Lepre, la Volpe, il più grande tra i predatori che si riproduce in tane scavate sui dossi sabbiosi al riparo da eventuali allagamenti. Presenti in Riserva anche numerosissimi micromammiferi, che vivono celati nell’erba o nella fitta rete di tane sotterranee. Fra tutti vi è il comune topo selvatico, ma anche l’arvicola terrestre, il toporagno comune. I Cervi e più raramente i Caprioli, scesi dalle pendici montuose circostanti occupano ormai da anni il Pian di Spagna e si muovono al suo interno in piccoli branchi. Piuttosto facile da individuare è la presenza della talpa per la sua abitudine di scavare complesse reti di gallerie sotterranee spingendo la terra in superficie a formare caratteristici cumuli. Infine, la Lontra, mustelide strettamente legato agli ambienti acquatici: presente fino a qualche decennio fa, ora è totalmente scomparsa.

Alcune delle specie floristiche caratteristiche delle acque libere vivono ancorate al fondale, formando estese praterie sommerse e ondeggiando nelle colonna d’acqua grazie all’elasticità dei tessuti che compongono il fusto, fra le più note vi sono Potamogeton e Helodea canadensis.
Altre, invece, galleggiano sulla superficie dell’acqua e presentano foglie a lamina espansa: le più conosciute sono sicuramente la ninfea bianca (Nymphaea alba) e il nannufaro (Nuphar lutea) che in primavera ornano l’intero corso di alcuni canali a lento scorrimento.
Il canneto è costituito quasi interamente da Phragmites australis, meglio conosciuta come ‘cannuccia di palude’: forma dei popolamenti molto fitti, in particolare lungo le sponde meridionali del Lago e spesso la si trova accompagnata da Typha latifolia, Typha angustifolia, Rorippa amphibia e Myosotis scorpioides. L’importanza del canneto è dovuta principalmente al ruolo di rifugio e habitat idoneo all’avifauna selvatica durante il periodo riproduttivo, oltre all’azione di progressivo interramento del corpo idrico in seguito all’avanzamento della copertura vegetazionale. Le specie floristiche più comuni che si possono trovare lungo i canali e i fossi sono Filipendula ulmaria, Stachys palustris, Calystegia sepium, Juncus effusus, Iris pseudacorus e Alisma plantago-aquatica.

E’ il regno della bella ninfea bianca che vive spesso associata a altre specie lungo l’area del canale di Borgofrancone. sono accompagnate anche dall’erba-vescica, singolare specie carnivora natante dotata di miriadi di vescicolette che catturano e digeriscono minuscoli animali acquatici.

Procedendo dalle zone a canneto verso l’interno si rinvengono praterie igrofile principalmente costituite da specie del genere Carex, che assumono una diversa densità e conformazione in relazione alla durata e alla frequenza dei periodi di immersione; dai cespi rigogliosi e isolati fra loro costituiti da Carex elata, tipica delle aree in cui il ristagno idrico è molto frequente e abbondante, si passa ai prati meno lungamente sommersi, più omogenei e compatti, caratterizzati da Carex vesicaria, Carex acutiformis, Carex hirta e Carex distans.
I cariceti sono spesso ricchi di altre specie tendenzialmente igrofile, quali Caltha palustris, Galium palustre, Eleocharis palustris e Lysimachia vulgaris,mentre alcune fra le specie che si rinvengono nei prati più interni, talvolta tenuti a sfalcio sono Molinia coerulea, Ranunculus acris, Poa palustris, Agrostis stolonifera, Lychnis flos-cuculi ed Equisetum palustre.

L’agricoltura, nel corso dei secoli, ha modificato profondamente la copertura arborea ed erbacea del Pian di Spagna e attualmente le tipologie di coltivi sono essenzialmente il mais, il prato stabile, la patata, l’erba medica e gli estesi pascoli per bovini ed equini.

I boschi di limitata estensione, sono costituiti da specie arboree igrofile com e Salix purpurea, Salix eleagnos, Salix alba, Alnus incana, Alnus glutinosa, Fraxinus excelsior e da specie arbustive fruttifere come Frangula alnus, Viburnum opulus, Sambucus nigra, Prunus spinosa, Euonymus europaeus, Cornus sanguinea e Rubus caesius, importanti per il sostentamento dei Passeriformi durante l’autunno. La farnia (Quercus robur), tipica quercia di pianura, trova un’espressione limitata rispetto all’espansione potenziale di queste latitudini ed è relegata, con individui per lo più isolati o piccoli boschi  sui suoli asciutti e profondi.
Negli ultimi anni è stato possibile confermare la presenza di Ophioglossum vulgatum, Ranunculus reptans, Cardamine pratensis, Littorella uniflora, Valeriana dioica, per segnalarne sono qualcuna.

Tra le piante acquatiche, più che la ninfea, pianta sicuramente a rischio, ma robusta, si segnala soprattutto la Utricularia vulgaris.


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