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sabato 16 maggio 2015

IL CANALE VILLORESI

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Eugenio Villoresi  nato a Monza nel 1810  e laureato in matematica  a Pavia, fin  dal suo primo impiego   ebbe modo di occuparsi di problemi di irrigazione in una azienda agricola.  La convinzione di poter migliorare la situazione di aridità dei terreni dell'alta pianura milanese, attingendo acqua dal lago Maggiore,  divenne lo scopo del suo lavoro e della sua vita.

Iniziò  la progettazione nel 1868 ed ottenne  la  concessione dal Ministero delle Finanze per derivare acqua dal Lago di Lugano e dal Lago Maggiore, attraverso i fiumi Tresa e Ticino e  costruire due canali per irrigazione,  per  navigazione dei barconi e per produrre forza motrice.

Per opposizione di proprietari terrieri venne presto  abbandonato il progetto  riguardante il lago di Lugano, mentre i lavori per derivare acqua dal lago Maggiore iniziarono nel 1877.

Eugenio Villoresi  morì  nel 1879  senza aver potuto portare a termine il canale.  Nel frattempo l'impegno finanziario sostenuto aveva ridotto drasticamente  il suo patrimonio e gli eredi furono costretti a cedere i diritti alla "Società Italiana per le Condotte d‘Acqua"  di Roma,  che portò a compimento l'opera  con inaugurazione del primo tratto nel 1884 e completamento nel 1891.

Il  Villoresi prende le acque dal fiume Ticino,  tramite la diga del Pan Perduto, nel comune di Somma Lombardo, in località Maddalena. ( bellissimo e tranquillo luogo) . Dopo aver percorso 86 chilometri, per la maggior parte nella provincia di Milano ma interessando anche le provincie di Varese e   Monza Brianza, si  immette nel fiume Adda   in comune di Cassano D'Adda.

Già nel 1150 si era  iniziata la costruzione di un canale che avrebbe dovuto portare le acqua  del lago Maggiore fino a Milano.  Ma l'onerosità dell'opera  e alcuni errori di progettazione costrinsero ad abbandonare i lavori già iniziati  (esiste ancora parte dello scavo nei boschi di Vizzola Ticino). Da qui il nome "Pan Perduto", ossia fatiche al vento - soldi sprecati.

Il Canale Villoresi permette la distribuzione finale delle acque su un territorio di circa 60.000 ettari. La rete irrigua è costituita da 22 canali derivatori per una lunghezza di 120 km. e da 270 canali diramatori per oltre 800 Km. (canali secondari e terziari).

Il canale si sviluppa orizzontalmente da ovest verso est, nell'alta pianura di Milano. Il canale Villoresi è situato a nord del naviglio Martesana e fu completato nel 1890, in un'epoca successiva a quella del meno imponente naviglio della Martesana, (che ebbe nome dal Contado attraversato, ‘Navilio nostro de Martexana’), terminata nel suo primo tratto (dall’Adda alla Cassina de' Pomm dove incontrava il Seveso) nel 1471. Nel suo percorso il canale interseca, sovrappassando e talvolta cedendo parte delle sue acque, i numerosi corsi d'acqua minori della zona a nord di Milano. Essi sono il torrente Arno o Arnetta, il fiume Olona, il torrente Bozzente, il torrente Lura, il torrente Guisa, il torrente Nirone, il torrente Cisnara, il torrente Lombra, il torrente Garbogera, il fiume Seveso il fiume Lambro, il torrente Molgora, il torrente Trobbia, il rio Vallone ed il naviglio della Martesana. Dal Seveso all'Adda lambisce i comuni che fanno da confine sud della Brianza. A Monza il canale dà il nome all'omonimo Parco creato nel luglio 2010, oltre che al Parco del Grugnotorto-Villoresi tra i comuni di Paderno Dugnano e Cinisello Balsamo.

Sul canale Villoresi ha competenza il Consorzio di bonifica Est Ticino Villoresi.

I lavori di realizzazione cominciarono nel 1877 e vennero completati nel 1890. Nonostante l'irrigazione fosse lo scopo principale dell'opera, la costruzione di alcune conche di navigazione lo rese parzialmente accessibile a barconi per il trasporto di sabbia.

Il canale si estende per 86 km e irriga un bacino di 85.000 ettari; attraverso 120 bocche e rami secondari, estesi per circa 130 km, che diventano 1400 se si considerano anche i canali di terza grandezza.

Negli ultimi anni è in progetto e parzialmente in corso di attuazione una sorta di parco sovraccomunale ad indirizzo agricolo e naturalistico, lungo le rive del canale, contornate da boschi e campi coltivati; lo scopo del parco sarà quello di preservare flora, fauna ed attività agricole dipendenti dal corso d'acqua artificiale. Attualmente però esiste solamente in alcuni tratti, come tra Arconate e Garbagnate Milanese, una pista ciclabile che, quando sarà ultimata, rappresenterà la spina dorsale dell'intera cintura di verde che attraverserà da ovest ad est le province di Milano e Monza-Brianza.

Il canale Villoresi ha una ricchissima fauna ittica che comprende grandi quantità di scardole, persici reali, triotti, alborelle, barbi italici e barbi canini, tinche, carpe, lucci, lucioperca, bottatrici, cavedani, pesci gatto, Storioni cobici, cagnette e ghiozzi padani, la quasi totalità dei quali si riversano dal fiume Ticino.

Ogni anno, durante i periodi autunnali ed invernali di asciutta del canale Villoresi, avviene una raccolta preventiva delle specie ittiche rimaste intrappolate nel canale che non potrebbero altrimenti sopravvivere.
 
I percorsi delle piste ciclabili, privi di difficoltà, percorribili da tutti e certamente d’interesse, rientrano nelle prospettive di valorizzazione delle alzaie dei corsi d’acqua da sempre auspicate dai cicloturisti; è inoltre da considerarsi una via di collegamento veloce  tra i vari Comuni bagnati dal canale.
Il percorso verso il Ticino ha un interesse prevalentemente connesso al paesaggio agricolo spesso intatto del nord-ovest milanese, il canale costruito ai lati dei piccoli borghi  presenti, consente con brevi deviazioni il raggiungimento dei centri storici di quelle che ora sono piccole cittadine non prive di interesse.
Il percorso verso l' Adda è certamente più urbanizzato ma permette di raggiungere Monza centro o il parco di Villa Reale, con tranquillità e lontano dal traffico, suggestive le cascatelle che si incontrano attraversando la città.




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lunedì 16 marzo 2015

LA VETTABBIA

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La roggia Vettabbia o Vettabia è un canale agricolo in cui si raccolgono le acque derivanti dal Seveso e dalla Mollia, a sud di Milano.

La Roggia Vettabbia nasce in epoca romana, durante le opere di convogliamento delle acque provenienti da nord Milano; il canale riprendeva in parte il corso naturale del Seveso e venne creato con funzioni di scarico delle acque del Seveso deviato a Milano, della Mollia e di altri corsi d'acqua minori. Sfocia nel Lambro in prossimità di Melegnano.

L'origine del nome si rifà probabilmente al termine latino vectabilis (capace di trasportare) in quanto navigabile in epoca antica e una delle ipotesi avanzate sulle ragioni della deviazione dell'Olona a Milano ci dice sia stata quella di aumentare la portata della Vettabbia stessa. A quei tempi i due corsi d'acqua si riunivano alla Vetra, nel luogo dove oggi esiste la piazza omonima, nei pressi della basilica di San Lorenzo. La Vettabbia fu poi, fino alla copertura nel 1929, lo scaricatore principale della fossa interna, dalla quale usciva nei pressi di porta Lodovica. Subito a sud di questa, ha ricevuto fino al 1786 il flusso del cavo Redefossi, scaricatore delle piene della Martesana e del Seveso ed era una costante minaccia, con le sue esondazioni spesso disastrose. Fu proprio il progetto elaborato dall'ingegner Pietro Parea, ingaggiato da un gruppo di "utenti della Vettabbia", a risolvere il problema delle inondazioni provocate dal Redefossi, prolungandolo sino quasi a Melegnano. Attualmente scarica le acque del Grande Sevese e parte di quelle della Darsena che riceve dall'emissario Ticinello e una porzione delle acque depurate di Nosedo.

Superato il problema delle esondazioni, il cavo Vettabbia divenne il tranquillo canale irriguo che è ancora oggi, anche se prima di cominciare a scorrere nelle campagne attraversa a cielo aperto la città per un lungo tratto, probabilmente il più lungo dopo quelli del Naviglio Grande e del naviglio Pavese. Appare con acque limpide in via Carlo Bazzi a Morivione, nell'ex-area OM (Quartiere Spadolini), tra prati ben curati, percorsi pedonali e ciclabili, edifici moderni e piccole vecchie case ristrutturate. Morivione era un antico borgo dove si festeggiava San Giorgio patrono dei lattai e delle latterie e la leggenda dice che prenda il nome dal bandito Vione che ai tempi di Luchino Visconti (signore di Milano) ne taglieggiava e impediva i commerci con la città e nel borgo nel 1349 fu giustiziato per squartamento (qui morì Vione); alla fine dell'Ottocento vi avevano sede la più grande riseria del Milanese e una grossa fornace, che si approvvigionava d'argilla nei dintorni, e un secolo dopo venne la grande fabbrica di veicoli industriali. Attraversata la via Ripamonti, si addentra nel Vigentino e qui, in una laterale senza sbocco, tra via Rutilia e via Serio, sul lato destro troviamo un mulino risalente al XVII secolo. Il restante percorso nell'abitato cittadino è ricco di anse, ma passata via dell'Assunta il canale si inoltra nella campagna rettilineo fino a Vaiano Valle, una frazione agricola di Milano. Sfiora poi Nosedo e sempre con lunghi segmenti diritti giunge a Chiaravalle Milanese. Siamo nell'area del Parco Agricolo Sud Milano, ulteriormente impreziosita da parchi locali che valorizzano gli antichi borghi e i monumenti insigni che ospitano o colgono l'occasione di moderne infrastrutture di non facile impatto (come il depuratore di Nosedo, uno dei più grandi d'Europa) per raggiungere importanti risultati paesaggistici e ambientali.

Uscendo dall'ambito comunale milanese, la Vettabbia attraversa il territorio e il centro abitato di San Donato e il territorio di San Giuliano sul quale incontra l'abbazia benedettina di Viboldone. Avvicinandosi a Melegnano compie un'ampia ansa a nord, sottopassa la via Emilia alla Rampina, e sfocia nel Lambro a nord della città, in una vasta area boscata che ospita anche un'oasi del WWF. Un tempo, secondo le testimonianze storiche, qui sorgeva il porto Portus mediolanensis) dove si svolgevano intensi scambi da e per Milano.

Negli ultimi decenni del XX secolo, la Vettabbia offriva un evidente esempio del generale malgoverno della natura: le sue acque, che pure nei secoli precedenti avevano veicolato i reflui fognari di Milano nelle campagne fertilizzandoli e arricchendoli, erano così cariche di inquinanti di origine industriale da non potere più essere usate nell'irrigazione; persino il bestiame alimentato con il foraggio ottenuto si ammalava. Prati, marcite e risaie vennero espiantati e si diffuse il mais praticamente in forma di monocultura; ora, soprattutto dopo l'entrata in funzione del sistema depurativo di Milano, la situazione è in netto miglioramento e tornano, in diversi casi, le coltivazioni tradizionali. Ora, dopo i buoni risultati ottenuti, le idee e le iniziative si moltiplicano e dalla Regione viene la proposta di un "percorso verde" che partendo dal Parco delle Basiliche a Milano possa raggiungere Melegnano attraversando l'intera valle e coinvolgendo anche le vicine aree del Ticinello e del Lambro meridionale.


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IL CAVO DIOTTI

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Il Cavo Diotti è un canale artificiale costruito nel 1787 che sfocia nel torrente Bevera. Le acque del canale provengono da sorgenti presenti nel Canton Ticino e nel territorio di Viggiù. Il Cavo prende il nome da Luigi Diotti, che volle l'opera e ne finanziò la realizzazione. Il Cavo Diotti transita in Valceresio, nel territorio di Viggiù, in provincia di Varese, per poi sfociare nel torrente Bevera, che è un affluente dell'Olona.

Il Cavo Diotti fu voluto dall'avvocato Luigi Diotti per irrigare le sue proprietà. Diotti era una grande possidente terriero che, in precedenza, aveva ricoperto la carica di "commissario del fiume", cioè quella funzione attribuita dal Senato di Milano che prevedeva un'attività di controllo nei confronti degli utilizzatori delle acque del fiume Olona. I fondi terrieri da lui posseduti si trovavano anche a Pantanedo, che era l'utenza finale del Cavo Diotti. Diotti, per realizzare l'opera, chiese ed ottenne il permesso dall'imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria.

Il progetto fu però foriero di polemiche: nel 1783, 32 utilizzatori delle acque del fiume si opposero strenuamente sostenendo che il prelevamento d'acqua sarebbe stato superiore alla sua introduzione. Diotti chiese nuovamente l'appoggio dell'imperatore, che ottenne insieme all'approvazione del progetto da parte della Regia Camera. Dato l'appoggio governativo, il consorzio del fiume Olona cedette ed il 17 marzo 1786 diede il permesso per l'avvio dei lavori di costruzione. Per il Cavo che avrebbe portato il suo nome, Diotti riuscì ad accaparrarsi le migliori fonti del territorio di Viggiù e del Canton Ticino. Le opere di costruzione furono completate nel febbraio del 1787.

Anche quando il Cavo entrò in funzione, le polemiche non si placarono. Per decenni ci furono delle dispute sulla quantità d'acqua immessa - che molti giudicavano insufficiente a causa del sistema di misurazione - e sullo stato manutentivo della zona delle sorgenti dell'Olona, dove il Cavo Diotti immetteva acqua. Inoltre, Diotti chiedeva di poter estrarre la quasi totalità dell'acqua immessa, mentre il consorzio pretendeva invece che l'estrazione considerasse il regime di magra del fiume. La disputa si risolse solo nel 1862, con il versamento di 61.493 lire al consorzio come risarcimento per i maggiori prelievi d'acqua e per la manutenzione della zona delle sorgenti.

Il tratto meridionale del Cavo Diotti, cioè quello che estraeva a Castegnate l'acqua dell'Olona precedentemente immessa, venne poi interrato nel 1918 in seguito alla forte urbanizzazione della zona agricola di Pantanedo. Dato che la richiesta d'acqua per scopi irrigui si era quasi azzerata, questa parte del Cavo Diotti non venne infatti più adoperata. Alcuni tratti del canale sono ancora esistenti nei comuni di Nerviano e Lainate; a Parabiago il Cavo Diotti è stato utilizzato come sede del collettore che porta le acque reflue al depuratore consortile.

Il tratto del Cavo Diotti che prelevava acqua a Castegnate, finché fu in funzione, rappresentò la derivazione artificiale più importante dell'Olona.

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sabato 21 febbraio 2015

I NAVIGLI



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I Navigli sono un sistema di canali irrigui e navigabili, con baricentro Milano, che metteva in comunicazione il lago Maggiore, quello di Como e il basso Ticino aprendo al capoluogo lombardo le vie della Svizzera e dell'Europa nordoccidentale, dei Grigioni e dell'Europa nordorientale e, infine, quella del Po verso il mare. Col regime regolare delle acque dei navigli si irrigarono e resero produttive vastissime aree, collegandosi con l'opera di bonifica iniziata dai monaci delle abbazie a sud della città già nel X secolo. La costruzione dell'intero sistema è durata dal XII al XIX secolo. La Cerchia dei Navigli, o fossa interna, rappresentava la "cerniera" cittadina che consentiva il funzionamento del sistema nel suo complesso.

I navigli che fanno parte del sistema dei Navigli milanesi sono:

Naviglio Grande
Naviglio Pavese
Naviglio Martesana
Naviglio di Paderno
Naviglio di Bereguardo

Alla storia del sistema come l'intendiamo oggi, c'è una doverosa premessa, perché la deviazione di corsi d'acqua e lo scavo di canali artificiali iniziò a Milano assai prima. La città sorge al centro della fascia delle risorgive tra Ticino e Adda in un'area ricchissima d'acque che defluiscono tutte a sudest. È fondata, secondo Tito Livio, da Belloveso, principe dei Biturgi, durante il regno di Tarquinio Prisco, nel 590 a.C. in un luogo pianeggiante e asciutto adatto alle grandi adunate di preghiera (medelhen, santuario): gli unici corsi d'acqua riferibili all'area dei pochi ritrovamenti archeologici del periodo sono il Nirone, che ha le sue sorgenti nella parte nordorientale dell'attuale città (piazzale Firenze) e il Rile de Crosa o Mollia che raccoglieva alcune rogge provenienti da nord.

Nel 222 a.C. i Romani conquistano Milano e la città si allarga accrescendo il proprio fabbisogno idrico. Il Seveso è il fiume che transita più vicino alle mura e ancora in epoca repubblicana viene in parte deviato verso la città. Per scaricare le sue acque esauste viene costruito il primo canale artificiale milanese, la Vettabbia che sfocia nel Lambro a Melegnano.

Giunto grosso modo all'altezza dell'attuale via Larga, a causa di una depressione naturale, il Seveso formava un ampio bacino (ne sarebbero tra l'altro testimoni antichi toponimi come via Poslaghetto e via Pantano): qui vi sarebbe stato il "porto di Milano" in comunicazione, tramite la Vettabbia appunto, con il Lambro, il Po e quindi il mare. Di questo collegamento fa menzione nell'XI secolo Landolfo Seniore nella sua Historia Mediolanensis, mentre una "patente" di Liutprando re dei Longobardi 690-740 parla di un porto tra Lambro e Po. Ancora a favore della tesi, due ritrovamenti, uno in piazza Fontana e l'altro in via Larga, di un lungo manufatto romano (un pavimento litico su palafitte) che appare come una banchina portuale. Il materiale, costituito da lastre in serizzo di due metri e mezzo e pali di rovere, è conservato al Civico Museo di Storia naturale. Da ultima, una considerazione sulla deviazione dell'Olona dal suo alveo naturale fino alla confluenza con la Vettabia che pare del tutto superflua se non fatta per arricchire la portata di quest'ultima a favore della sua navigabilità.

Tutta la storia iniziò nel 1152, quando Guglielmo da Guintellino, un ingegnere militare genovese al servizio di Milano, fece costruire un canale difensivo da Abbiategrasso a Landriano, sul Lambro. La lunga contesa tra Milano e il Barbarossa era agli inizi e Pavia era alleata dell'imperatore e il canale doveva proteggere Milano proprio dalle incursioni dei pavesi. È tra il 1156 e il 1158 che lo stesso Guglielmo da Guintellino fa erigere i bastioni della città e dal fossato da cui si era estratta la terra per innalzarli, si crea la fossa che sarà allagata e che diventerà, dopo più di due secoli, navigabile e che sarà "interna" solo dopo la costruzione delle Mura spagnole nel XVI secolo. Distrutta nel 1158 ad opera del Barbarossa fu prontamente ricostruita per essere nuovamente distrutta quattro anni dopo sempre dal Barbarossa. Il tracciato del fossato ricostruito nel 1167 corrisponde alle attuali vie Fatebenefratelli, Senato, San Damiano, Visconti di Modrone, Francesco Sforza, Santa Sofia, Molino delle Armi, De Amicis, Carducci, Piazza Castello e via Pontaccio. Nel 1171 venne costruita una chiusa fra P.ta Ticinese e la Pusterla di S. Eufemia per regolare l'acqua nella fossa e controllarne il deflusso nella Vettabbia

Con le invasioni barbariche le strutture idrauliche caddero in disuso e gran parte dei territori tra Milano e Pavia si ricoprirono di boschi, acque stagnanti e terre incolte. Nella prima metà del XII secolo era già cominciata la paziente opera di bonifica da parte dei monaci cistercensi che riattivarono l'irrigazione, recuperando le strutture romane come la Vettabbia, e successivamente rettificarono il Ticinello, il fossato di frontiera che i milanesi avevano derivato dal Ticino per difendersi da Pavia. Qualche decennio più tardi, si affiancarono i Benedettini e gli Umiliati, un movimento religioso con aderenti chierici e laici, seguitissimo a Milano, che diffuse rigidi costumi e un'indefessa vita di lavoro e comunità che univano al recupero delle terre la trasformazione dei prodotti.

Stabilizzata la pace con l'impero, Milano accentua il suo dominio su un territorio sempre più vasto. Nel 1177  a Tornavento sul Ticino iniziano i lavori per la derivazione di un canale verso Milano: non più un'opera difensiva, ma una grande infrastruttura civile. Forse pensata per irrigare vaste estensioni di terra o forse già concepita come canale navigabile o per entrambe le cose: gli storici non hanno, su questo, un'opinione univoca.

All'inizio del XIII secolo vennero derivate anche le acque dell'Adda nel canale della Muzza per scopi irrigui. L'opera lunga e complessa, che non toccava minimamente gli interessi milanesi, risultò di grande importanza per Lodi e il Lodigiano. In questa epoca si diffuse fra i proprietari residenti in pianura la consuetudine di lasciar scorrere nei propri terreni le "altrui acque" utilizzandole anche per far muovere le ruote idrauliche (mulini, torcitoi e altri opifici). Oltre alle funzioni irrigue in questo periodo sul Naviglio Grande si intensificarono quelle di navigazione, prima a tratti e poi sull'intero percorso: nel 1211 il canale (ora noto come Navigium de Gozano) era giunto a Milano, precisamente a Sant'Eustorgio vicino a porta Ticinese, e nel 1272, dopo i lavori ordinati da Beno de' Gozzadini, reso completamente navigabile.

Risale al 1386 la posa della prima pietra del Duomo al quale Gian Galeazzo Visconti aveva destinato i marmi ricavati dalle cave di Candoglia sul Toce, quasi al suo sbocco nel Lago Maggiore. La pietra e gli altri materiali da costruzione giungevano a Milano per via d'acqua, ma ancora lontani dalla destinazione. Si scavò un approdo (laghetto di Santo Stefano) il più vicino possibile al cantiere, lungo la fossa resa navigabile e a questa si collegò il naviglio. Si poneva però il problema del superamento del dislivello fra i due corsi d'acqua; si ricorse dapprima a un meccanismo complesso, lento e costoso che con la temporanea costruzione di una diga a valle dei barconi transitati, impedisse il regolare deflusso e alzasse il livello del bacino a monte, sospendendo nel frattempo ogni emissione d'acqua a scopi irrigui, suscitando problemi e rimostranze. Furono due ingegneri della Fabbrica del Duomo, Filippino degli Organi e Aristotele Fioravanti a risolvere il problema mettendo a punto una conca permanente, la prima al mondo. È la Conca di Viarenna, ma siamo già nel 1438. Nello frattempo (1359) fu costruito il Navigliaccio, aperto a spese pubbliche servì ad irrigare il parco del Castello di Pavia di Galeazzo II e un altro aqueducto portò le acque dell'Adda al castello di Porta Giovia a Milano per bagnare un altrettanto grandioso giardini.

L'anno della svolta decisiva fu il 1457. Dopo la caduta dei Visconti e la breve parentesi della Repubblica Ambrosiana, era duca Francesco Sforza. Fu lui ad ordinare la costruzione del Naviglio della Martesana (già decretata nel 1443 da Filippo Maria Visconti, ma mai intrapresa) e ad imprimere il passo giusto ai lavori per completare quello di Bereguardo (iniziato nel 1420). Il disegno era ambizioso, collegare l'Adda a Milano e, tramite la cerchia dei Navigli della città, l'Adda al Ticino: la Martesana fu il primo canale programmato in funzione della navigazione e dell'irrigazione progettato dall'architetto idraulico Bertola da Novate. Allo stesso architetto venne anche commissionata la direzione dei lavori di Bereguardo anch'esso studiato, oltre che per l'irrigazione delle campagne, per permettere la navigazione. Le difficoltà di superare il dislivello fra il terrazzo ed il fiume impedirono il completamento fino alla riva del Ticino.

In questo periodo di grandi realizzazioni idrauliche giunse a Milano Leonardo da Vinci. Non fu l'inventore delle conche, come qualcuno erroneamente ancora pretende, ma ne perfezionò la tecnica ed impiegò per primo, nella lettura e nello studio dei corsi d'acqua, la prospettiva a volo d'uccello.

Era duca di Milano Lodovico il Moro quando il collegamento tra Martesana e fossa interna fu realizzato nel 1496 e Leonardo era ancora a corte, ma non fece a tempo a elaborare progetti per realizzare un canale che superando le rapide dell'Adda consentisse il congiungimento diretto con il Lario. Li compilò e li consegnò nel 1518 a Francesco I che nel 1500, sconfitto il Moro, si era impadronito del ducato. Erano troppo arditi per l'epoca e ci vollero quasi due secoli per aprire il Naviglio di Paderno e più di due per collegare Milano a Pavia.

Per la realizzazione del Naviglio di Paderno, Francesco I donò alla città diecimila ducati. I tentativi furono numerosi e non riusciti: particolarmente drammatico quello dell'architetto, idraulico e pittore Giuseppe Meda, conclusosi con la morte del progettista (1591) che aveva immaginato una conca (il castello d'acqua) con un salto di ben 18 metri. Il Naviglio di Paderno sarà reso navigabile soltanto nel 1777 e quello Pavese nel 1819. Entrambi, per un capriccio della sorte, saranno inaugurati da viceré austriaci.

Si è detto della Muzza e va sottolineato come il canale nella sua secolare evoluzione sia stato protagonista prima nella bonifica di terre altrimenti paludose e non coltivabili e poi nella loro irrigazione: era un ramo morto dell'Adda ed è, ancora oggi, il canale con la maggiore portata sul territorio nazionale.

Il canale Villoresi, ultimo nato, ha cambiato e resa redditiva l'intera agricoltura dell'Alto Milanese e, da solo, irriga una superficie superiore a quella dei tre navigli milanesi messi assieme. Il suo incile alla diga del Panperduto a Somma Lombardo, sul Ticino, ha cambiato quello del Naviglio Grande che ora nasce praticamente dal canale industriale che esce com il Villoresi dal Panperduto e alimenta tre centrali idroelettriche e raffredda la centrale termoelettrica di Turbigo.

Il 3 marzo 1928 viene chiesto al Ministero dei Lavori Pubblici, con esito positivo, il permesso di copertura della cosiddetta "fossa interna", ossia del tratto di naviglio da Piazza San Marco fino a Porta Genova. La decisione era motivata da nuove necessità viabilistiche ed igieniche, date dagli scarichi abusivi degli immobili adiacenti nella fossa interna anziché nella rete fognaria. La copertura dei navigli negli anni avvenne tra il 1929 e il 1930, creando un anello di strade che ne prese il posto e che fu chiamato Cerchia dei Navigli, il quale, snodandosi dalla Stazione nord a piazza Castello, via Pontaccio, San Marco, via Fatebenefrarelli, piazza Cavour, via Senato, via San Damiano, via Visconti di Modrone, via Francesco Sforza, via Santa Sofia, via Molino delle Armi, via de Amicis e via Carducci per ritrovarsi a fianco della stazione Nord in piazza Cadorna, divenne la circonvallazione interna di Milano, benché già all'epoca venisse definito "cappio al collo", anziché "anello", per via del suo brevissimo raggio, che portava il traffico automobilistico in centro città. La spesa da parte del Comune per la copertura fu di oltre 27 milioni di Lire. Visconti di Modrone risparmiò sulle spese di miglioria, riducendole del 18%. In realtà, il percorso navigabile non coincideva in tutto e per tutto con quello stradale, ma aveva un tracciato che da porta Nuova, attraverso la conca delle Gabelle, quella di san Marco, il laghetto e la via omonima, raggiungeva all'inizio di Fatebenefratelli il canale che circumnavigava la città in senso orario (acque discendenti) fin a Via De Amicis: da qui, il naviglio del Vallone piegava all'esterno (ansa verso sinistra) e discendeva, attraverso la conca di Viarenna, fino alla darsena di porta Ticinese per raggiungere i navigli Grande e Pavese. Quest'ultimo tratto fu coperto qualche anno più tardi ed è proprio quello che oggi si vorrebbe riaprire come monumento vivente alla straordinaria epoca che la città ha vissuto grazie ai suoi navigli.

L'arco di cerchio mancante a completare l'intero percorso, in quanto non asservito alla navigazione, ebbe una storia diversa legata in qualche modo alle vicende del Castello Sforzesco (di porta Giovia), al suo fossato e alle molte trasformazioni che esso subì nei secoli. Fino a quando la fossa interna fu puramente difensiva, il fossato del castello ne era parte integrante. Da nord l'acqua scendeva per via Pontaccio e si incanalava con quella proveniente da rogge, fontanili e fonti che sgorgavano nell'area attorno all'attuale Arena che cingevano il castello arricchendosi con altre provenienti da nord ovest (l'attuale area di Musocco). Uscivano dal castello dal vertice meridionale e, attraverso la spianata dell'attuale piazza Cadorna (stazione Nord) si incanalavano per via Carducci. La storia racconta che lungo questo percorso si inoltrasse la "Magna", la reggia galleggiante di Filippo Maria, l'ultimo duca della dinastia dei Visconti, figlio cadetto di Gian Galeazzo. Aveva ereditato un regno e un esercito per la quasi contemporanea morte del fratello Giovanni Maria e del condottiero Facino Cane, di cui sposò la matura vedova: fu buon governante, ma superstizioso, crudele e terrorizzato dalle possibili congiure a suo danno e si spostava tra i castelli di Milano, Abbiategrasso Cusago e Pavia solo per via d'acqua, per affari di stato o semplicemente per raggiungere le sue amanti (numerose malgrado la salute malferma e un corpo che lo sosteneva a malapena). Dapprima su percorsi incerti per rogge e canali che discendevano fino al Naviglio Grande, poi dal 1445 attraverso la conca di Sant'Ambrogio, appositamente costruita nell'attuale via Carducci (ramo Vercellino), e la conca di Viarenna.

Il primo documento ufficiale a parlare di copertura dei navigli è stato il Piano Regolatore Generale di Milano (piano Beruto) approvato nel 1884: ci vollero quasi cinque decenni perché si avviassero i lavori che però, una volta partiti, marciarono speditamente. La città ne giovò in ammodernamento, ma cambiò completamente fisionomia e perse il suo volto di "città d'acqua". Da Luca Beltrami a Riccardo Bacchelli a Empio Malara, molti commentatori hanno sostenuto che il cambiamento e l'adeguamento alle esigenze di mobilità e di sviluppo si sarebbero potute ottenere senza stravolgere la personalità stessa della città. A intervalli di tempo si riparla di una possibile riapertura dei navigli, l'ultima proposta è avvenuta in occasione dei preparativi per l'Expo 2015. La mancanza di mezzi economici ha sempre bloccato lo sviluppo di ogni seria proposta di ripristino, anche parziale, delle vie d'acqua cittadine.


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