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giovedì 25 giugno 2015

IL MONTE SAN GIORGIO

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La piramide rocciosa del Monte San Giorgio, con i suoi 1097 metri di altezza, sorge a cavallo tra la Lombardia e il Canton Ticino, tra i due rami meridionali del Lago di Lugano, Porto Ceresio (Italia) e Capolago (Svizzera).
Il versante italiano comprende i comuni di Besano, Clivio, Porto Ceresio, Saltrio e Viggiù per una superficie di 2.064,48 ettari.
Il Monte San Giorgio è caratterizzato dalla presenza di almeno sei livelli fossiliferi di eccezionale qualità, risalenti a 230-245 milioni di anni fa, corrispondenti al periodo Triassico medio. Dal XIX secolo ad oggi sono stati rinvenuti 21.000 esemplari fossili di pesci, invertebrati marini, rettili e piante che hanno permesso di studiare la storia e l’evoluzione di numerose specie animali e vegetali, alcune delle quali esclusive del Monte San Giorgio. Una gestione disciplinata della risorsa ha portato alla realizzazione di un corpus di esemplari di straordinario valore, ben documentato e catalogato, che rende il Monte San Giorgio un punto di riferimento per gli studi del Triassico medio. Gli esemplari fossili più significativi sono esposti nei musei di Besano (Italia) e di Meride (Svizzera).

Dal 2 agosto 2010 la parte italiana del Monte San Giorgio è entrata nella Lista del Patrimonio Naturale Mondiale dell’Unesco, completando il riconoscimento che era stato attribuito nel 2003 alla parte in territorio svizzero.
Il Monte San Giorgio rappresenta la migliore testimonianza di una storia geologica risalente a 230-245 milioni di anni fa e, attraverso le migliaia di fossili rinvenuti dal XIX secolo fino ai giorni nostri, ha permesso di studiare l’evoluzione di alcune specie animali e vegetali.
L’area montuosa a forma di piramide del Monte San Giorgio, adiacente al Lago di Lugano, è la migliore sequenza fossilifera per la vita marina del Triassico Medio (245-230 milioni di anni fa).

Durante il periodo geologico Triassico (252–201 milioni di anni fa) le terre emerse erano riunite in un unico grande supercontinente, la Pangea, circondata da un immenso oceano chiamato Panthalassa. A cavallo dell’equatore un braccio di questo oceano si insinuava profondamente al centro della Pangea, dando origine a un antico mare, la Tetide, che separava due grande continenti: la Gondwana a sud e la Laurasia a nord.
Più precisamente la Tetide comprendeva due bacini di età diversa, la Paleotetide a nord e la Neotetide a sud, separati da una striscia di terra formata da molte piccole placche, chiamata continente Cimmerico. All’estremità occidentale della Tetide si sarebbe svolta la storia del Monte San Giorgio e di tutte le Alpi meridionali.
La situazione paleogeografica nel Triassico Medio con il supercontinente Pangea e la Tetide, una parte dell'Oceano Panthalassa.

Durante il Triassico Medio (247-237 milioni di anni fa) il Monte San Giorgio era il fondale di un mare poco profondo situato al margine occidentale della Tetide. L’ambiente era caratterizzato dalla presenza di isolotti e banchi di sabbia fine, che separavano la costa dal mare aperto, formando una sorta di laguna o bacino più o meno isolato. Il paesaggio poteva ricordare quello odierno delle Bahamas o delle Maldive: un arcipelago di isolotti e atolli “corallini”, non lontano da vulcani attivi. Con la differenza che le estese strutture carbonatiche sommerse non erano prodotte da coralli coloniali (che nel Triassico Medio erano ancora rari), bensì da altri organismi come le alghe calcaree del genere Diplopora.

Il Monte San Giorgio si è formato durante la nascita delle Alpi, quando, 95 di milioni di anni fa, l'antica placca “africana” iniziò a spostarsi verso nord, comprimendo progressivamente l’antica placca “eurasiatica”. La poderosa spinta del blocco africano provocò una serie di sollevamenti e corrugamenti nella zona di collisione, sul margine meridionale della quale si trovava l'area del Monte San Giorgio. L’antico fondale marino venne così sospinto verso l’alto, permettendogli di emergere dalle acque e dare origine alla montagna che oggi conosciamo.
Oggi il monte San Giorgio si presenta come una montagna vagamente piramidale di circa 1’000 metri di altezza, formata da strati sovrapposti di rocce di varia natura inclinati verso sud di circa 30°. Queste rocce si sono formate in condizioni ambientali e in epoche geologiche molto diverse. Le rocce più antiche sono costituite da gneiss precedenti al periodo Carbonifero (il cosiddetto “zoccolo cristallino”) ma, sebbene formino il basamento dell’intero edificio montuoso, non sono praticamente visibili in quanto si trovano quasi interamente al di sotto del livello del Lago Ceresio. Sopra di esse poggiano i poderosi strati rocciosi di origine vulcanica del periodo Permiano (andesiti, rioliti), ai quali fa seguito l’altrettanto imponente serie di rocce sedimentarie ricche di fossili dei periodi Triassico e Giurassico (calcari, dolomie, marne, argilliti bituminose ecc.).

Il Monte San Giorgio fa parte geologicamente della più estesa "Serie delle Alpi Meridionali" (o “Sudalpino”), comprendente rocce sedimentarie che si estendono da circa 320 milioni di anni fa all’epoca attuale. Fra le località più note, situate in un'area molto ristretta attorno al Monte San Giorgio o sul monte stesso, si citano per esempio: il Carbonifero di Manno e dell'Alpe Logone; il Permiano di Cuasso al Monte, di Arosio-Mugena nel Luganese e del basamento del Monte San Giorgio; le unità del Triassico della Valcuvia, del Luganese e del Monte San Giorgio stesso; la serie giurassica dell'area di Tremona-Arzo-Saltrio-Viggiù; le formazioni giurassiche del Monte Generoso, delle Gole della Breggia, le formazioni del Paleogene della “Gonfolite lombarda” (Conglomerato di Como) che si spingono fino al piede del Monte San Giorgio-Orsa-Pravello nella zona di Malnate-Gaggiolo; gli sparsi ma significativi affioramenti di Pliocene marino del Varesotto e del Ticino meridionale; la copertura glaciale e fluviale del Quaternario. Questa particolare situazione di complementarietà del Monte San Giorgio costituisce un importante valore aggiunto per il giacimento fossilifero del Triassico Medio sia dal punto di vista scientifico sia da quello didattico.

La litostratigrafia del Monte San Giorgio comprende varie unità rocciose che si suddividono in due gruppi distinti, lo zoccolo o basamento cristallino e il ricoprimento sedimentario. Muovendosi verso la vetta del Monte s'incontrano formazioni rocciose più recenti. Qui di seguito presenteremo velocemente le singole unità rocciose facendo riferimento, dove possibile, alle condizioni paleogeografiche vigenti durante la deposizione delle singole formazioni.

Basamento cristallino: (pre Carbonifero, > 359 Ma; Ma = milioni d'anni) il basamento cristallino insubrico è costituito da una roccia metamorfica. È costituito da gneiss derivanti dal metamorfismo di rocce di origine sedimentaria (paragneiss) e magmatica (ortogneiss). Questa unità non è comunque visibile in quanto affiora unicamente ad un livello assai basso, incontrando la topografia sotto il livello del lago Ceresio.
Rocce magmatiche vulcaniche, andesiti, rioliti e tuffi: (Permiano, 260-299 Ma) salendo da Riva San Vitale in direzione del Serpiano la prima litologia che si incontra è costituita da un'andesite assai degradata chiamata porfirite mentre più in alto affiora una roccia riolitica detta porfido quarzifero. Queste rocce sono d’origine vulcanica; esse si sono formate grazie alla rapida cristallizzazione del magma a livello della superficie terrestre. La presenza di queste rocce indica che il Sottoceneri del remoto Permiano faceva parte di una terra emersa interessata da fenomeni vulcanici. Ad occhio nudo è assai facile distinguere le due rocce vulcaniche. Le porfiriti presentano un colore di degradazione rosso-violaceo e una tessitura microcristallina omogenea. Il porfido quarzifero mostra invece un colore di degradazione marroncino chiaro ed una tessitura leggermente porfirica (vi sono almeno due generazioni di minerali con granulometria diversa). I minerali più grandi sono costituiti da feldspato (bianco) e da biotite (nera) immersi in una matrice assai fine. Mineralogicamente le due rocce si differenziano essenzialmente per un maggiore contenuto in quarzo all’interno dei porfidi.
Servino: (Permiano superiore, 260 Ma) questa litologia di spessore assai inferiore rispetto alle due precedenti risulta sovente nascosta dal ricoprimento quaternario ed è difficilmente osservabile. In quest'area si presenta come breccia arkosica, con clasti di origine riolitica, quindi vulcanica, caratterizzata da una granulometria variabile e componenti spigolose immerse in una matrice sempre d‘origine vulcanica a granulometria assai più fine. Serie sedimentaria triassica (203-251 Ma): questo periodo geologico fu caratterizzato dall’apertura di numerose fratture all’interno del supercontinente Pangea. Tra il continente africano a sud e quello euroasiatico a nord si formò un bacino nel quale si insinuò partendo da Est un braccio di mare chiamato Tetide. Il bacino della Tetide continuò poi ad allargarsi sino a raggiungere la sua estensione massima nel Giurassico inferiore (183-200 Ma). Questo fatto spiega il passaggio nella sequenza litostratigrafica del Monte San Giorgio dalle rocce magmatiche vulcaniche del basamento) a quelle del ricoprimento sedimentario in cui sono visibili le stratificazioni originarie e numerosi fossili.
Formazione di Bellano (Anisico inferiore): depositi silico-clastici conglomeratici e arenacei. Si tratta di depositi alluvionali che indicano un incremento dell'attività tettonica con emersione e fenomeni erosivi.
Dolomia del San Salvatore(Anisico medio-superiore-Ladinico): si tratta di depositi marini di piattaforma carbonatica, che testimoniano l'inizio di un'ulteriore fase di trasgressione marina. La dolomia che troviamo al San Giorgio è ciò che resta di un'antica barriera corallina che separava il bacino del San Giorgio dal mare aperto. Essa è quindi formata dalle componenti calcitiche poi dolomitizzate degli organismi marini che vivevano sulla barriera, tra cui bivalvi (organismi a doppia conchiglia), coralli e alghe rosse. Facendo delle sezioni sottili di questa roccia è possibile osservare al microscopio i resti fossili di questi organismi.
Calcare di Meride (Ladinico): i processi estensionali che all’inizio del Triassico avevano portato alla spaccatura della Pangea continuano ingrandendo ulteriormente il bacino della Tetide che diventa sempre più profondo. La crescita della barriera corallina s’arresta a causa del suo sprofondamento al di sotto della zona fotica del mare. Sopra gli scisti bituminosi della laguna del San Giorgio si deposita un’altra unità sedimentaria carbonatica, il calcare di Meride. Il calcare costituisce un’unità geologica assai omogenea con stratificazioni di spessore variabile interrotte da aulcuni sedimentari ricchi in scisto bituminoso e da altri costituiti da bentonite giallastra. La bentonite è una roccia tufacea di struttura plastica derivante dalla compattazione di ceneri vulcaniche sui fondali del mare triassico. Gli scisti bituminosi comprendono gli strati della Cava inferiore (pesci attinotterigi come Saurichthys, rettili saurotterigi), della Cava superiore (pesci attinotterigi, notosauri) e della Cassina (Saurichthys, il rettile Tanystropheus, notosauri).
Scisti bituminosi (Anisico terminale-Ladinico basale): la Zona limite bituminosa pure chiamata Formazione di Besano è l’unità sedimentaria che ha reso famoso il Monte San Giorgio dal punto di vista geologico e soprattutto paleontologico. Essa costituisce infatti uno fra i migliori esempi al mondo di un particolare giacimento fossilifero chiamato giacimento di conservazione (sottotipo: stagnazione; tipo di biofacies: letalpantostrato). La laguna del San Giorgio era nel lontano triassico un lembo di mare della Tetide protetto dal mare aperto grazie alla barriera corallina del San Salvatore. La profondità massima della laguna si situava tra 50 e 100 metri, le acque erano calde e relativamente calme, tanto da rappresentare un ambiente favorevole per la vita di numerosi anfibi e pesci. Negli scisti bituminosi sono stati ritrovati resti fossili tipici della terraferma come rami di conifere primitive, pollini di conifere ed altre gimnosperme, e resti di rettili tipicamente terrestri. Questo fatto testimonia quindi che la laguna era paleogeograficamente situata nei pressi della terra emersa. Gli scisti bituminosi sono dei sedimenti di colore nero assai ricchi in bitume derivante dall’alto contenuto in sostanze organiche. Normalmente è difficile ottenere dei sedimenti ricchi in sostanze organiche perché queste in presenza d'ossigeno vengono rapidamente degradate. Si pensa quindi che le condizioni sul fondale della laguna fossero anossiche e abiotiche. Quindi gli strati d’acqua vicini al fondale non presentavano alcuna forma di vita e le carcasse di pesci ed anfibi si conservavano a lungo. La zona limite bituminosa ha uno spessore di 16 metri ed è costituita da un’alternanza di strati chiari di dolomia proveniente dalla barriera corallina del San Salvatore (30 cm) e strati scuri più sottili di scisto bituminoso che presentano una stratificazione assai fine detta laminazione. Il processo di deposizione di questi ultimi sedimenti richiede un lasso di tempo assai lungo, tanto che in pochi millimetri sono racchiusi migliaia di anni. Principali ritrovamenti fossili di vertebrati: pesci attinotterigi, sauri della specie Cyamodus hildegardis (Placodontia), pesci ossei simili all'attuale Latimeria, Saurichthys, il retile terrestre Ticinosuchus, squali (Chondrichthyes), Tanystropheus, notosauri e ittiosauri.
Calcare di Meride superiore (Kalkschieferzone degli autori svizzeri) (Ladinico superiore): comprende una serie di stratificazioni calcaree scistose dove sono stati ritrovati resti di pesci attinotterigi e di rettili notosauri.
Marna del Pizzella (Carnico): marne grigie fogliettate, marne bituminose nerastre, talora con resti di pesci e crostacei, con intercalazioni di strati più carbonatici di spessore da centimetrico a decimetrico. L'unità costituisce un orizzonte spesso poche decine di metri, di solito caratterizzato morfologicamente per la maggiore erodibilità rispetto alle unità sotto- e soprastanti, assai più competenti.
Dolomia principale (Norico): la trasgressione marina continuò nel tardo Triassico. In quel periodo si depositò uno spesso pacchetto di roccia carbonatica poi dolomitizzata, la cosiddetta dolomia principale che affiora oggi sul Poncione d'Arzo. Durante la massima estensione della Tetide, nel Giurassico si depositarono rocce sedimentarie prevalentemente pelagiche. Il sistema estensionale a questo punto cambiò orientamento e assunse un trend Est-Ovest portando alla formazione di numerose fessure orientate Nord-Sud. Nel Mendrisiotto è possibile osservare sedimenti di mare profondo vicino a sedimenti tipici di zone d’acqua bassa. La sequenza sedimentaria del Monte Generoso e della Breggia fa parte del primo gruppo mentre la breccia d’Arzo del secondo.
Breccia d’Arzo: si tratta di una breccia sedimentaria a tessitura porfirica con clasti macroscopici dolomitici spigolosi, provenienti dalla Dolomia principale, immersi in una matrice sedimentaria a grana fine e colore rosato. La colorazione della matrice è d'origine secondaria, quindi successiva alla deposizione, e va ricondotta all'ossidazione dei minerali d'ematite presenti nel sedimento. Questa roccia fa parte della cosiddetta Serie di Tremona. Movimenti estensionali portarono alla fessurazione delle rocce carbonatiche già solidificate. Queste fessure sotto la spinta idrostatica dell'acqua vennero rapidamente riempire con i sedimenti più giovani depositatisi sopra la dolomia e con pezzi frantumati della dolomia stessa, si parla in questo caso di fessure d'iniezione. Nella regione d'Arzo, la breccia mostra in alcuni punti ben sei generazioni distinte di fessurazione e conseguente riempimento. I resti fossili comprendono brachiopodi, crinoidi e ammoniti.
Rosso Ammonitico (Toarciano medio-superiore): all’interno del Bacino Lombardo cessarono alla fine del Toarciano i processi tettonici estensionali e una fase regressiva del livello del mare seguì il massimo trasgressivo del Toarciano inferiore. I tassi di sedimentazione si ridussero da alcune centinaia di metri a soli 10 metri per milione d'anni. In aree rialzate all’interno di bacini poco profondi si depositarono i calcari marnosi nodulari e le marne rossastro-verdognole ad alto contenuto fossilifero (ammoniti e bivalvi) della serie condensata Rosso Ammonitico (Concesio). Durante la deposizione si verificarono eventi di non-sedimentazione o di erosione del sedimento molle superficiale (riesumazione) che veniva colonizzato da organismi di infauna e epifauna.

Più di 200 Milioni d'anni or sono sul fondo di una laguna subtropicale profonda sino a 100 m si depositarono le rocce sedimentarie del Monte San Giorgio. Le condizioni climatiche della remota laguna del Monte San Giorgio ricordano le condizioni presenti attualmente ai Caraibi con una temperatura dell'acqua compresa tra i 22 e i 25 °C. Tra zone d'acqua bassa, banchi sabbiosi e isole vi erano alcune lagune isolate dal mare aperto, poco profonde e dai fondali caratterizzati da acque poco ossigenate. Gli animali morti finivano sui fondali della laguna e venivano successivamente ricoperti da fango. Per questo motivo si ritrovano al giorno d'oggi scheletri fossili completi. Se i fondali marini avessero costituito un ambiente favorevole alla vita, le carcasse sarebbero ben presto state divorate e gli scheletri si sarebbero inesorabilmente degradati. All'interno della fanghiglia i batteri distrussero lentamente la pelle e le parti molli delle carcasse. Si conservarono invece gli scheletri pressati degli animali che permisero di ricostruire con precisione l'aspetto dell'animale. Il clima tropicale era contrassegnato da periodi di piogge monsoniche. Col trascorrere del tempo si passò da un ambiente acquatico salino, tipico della Zona limite bituminosa bassa e media, ad un regime d'acqua sempre meno salina nella parte alta della Zona limite bituminosa.

Sino ad oggi sono stati ritrovati oltre 10'000 esemplari fossili tra cui 30 specie distinte di rettili, 80 specie di pesci, 100 specie d'invertebrati e numerosi fossili microscopici. Tra i ritrovamenti più recenti v'è uno tra i primi insetti fossili a livello mondiale d'origine triassica (Tintorina meridensis, una "Zanzara" lunga 17 mm). La maggior parte dei ritrovamenti proviene dalla Zona limite bituminosa. Particolarmente ricca di fossili è la parte centrale di questo pacchetto roccioso che originariamente veniva cavata nelle cave della Val Porina e delle Tre Fontane. Tra i ritrovamenti principali s'annoverano gli ittiosauri (grandi sauri marini), i placodonti e numerosi pesci come i Chondrichthyes. Provenienti dagli stessi strati sedimentari vi sono Paranothosaurus, altri Sauropterygi, vari esemplari di Tanystropheus e l'unico sauro di grandi dimensioni esclusivamente terrestre, il Ticinosuchus. Nelle rocce argillose i fossili vertebrati presentano un grado di conservazione assai buono e scheletri completi. Nei banchi di dolomia è possibile ritrovare resti di invertebrati, alcune alghe calcaree e rare piante come conifere (Volzia). Grazie alla presenza di numerosi fossili guida come Ammoniti e conchiglie del genere Daonella è stato possibile datare con precisione l'età della Zona limite bituminosa che risale al Trias intermedio, tra l'Anisico e il Ladinico. Datazioni assai precise dei minerali di zircone contenuti in uno strato di cenere vulcanica (bentonite) hanno permesso di stabilite un'età di 241-242 Mio d'anni. Negli strati più recenti del Trias intermedio del Monte San Giorgio appaiono fossili di rettili e pesci, comunque il numero ridotto di tali ritrovamenti indica un peggioramento delle condizioni di vita. Negli strati sedimentari della Cassina sono stati ritrovati grandi fossili di Neusticosaurus edwardsii (noto anche con il nome desueto di Pachypleurosaurus), esemplari di Ceresiosaurus, Macrocnemus e Tanystropheus nonché vari pesci ossei del genere Saurichthys. Negli strati più giovani del Calcare di Meride sono stati trovati piccoli pesci, granchi, resti di piante e un Lariosaurus.

Gli strati di scisti bituminosi ricchi in sostanze fossili, sono stati sfruttati in passato per l'estrazione di combustibile (1774-1790) e di gas destinato all'illuminazione della città di Milano (1830). Più tardi a partire dal 1902 su territorio italiano, e dal 1909, data di fondazione della Società anonima "Miniere Scisti Bituminosi di Meride e Besano", su territorio svizzero, venne estratto dalle rocce bituminose un olio dalle grandi proprietà terapeutiche e curative, il Saurolo (Ammonium sulfosaurolicum). In località Serpiano, a Tre Fontane e in Val Porina videro la luce numerose miniere i cui cunicoli nel 1948 raggiunsero 2 km. Dalla roccia era possibile estrarre l'8% di olio, 8-9% di gas impuri e 2-3% di fluidi ricchi in ammoniaca. Durante la seconda guerra mondiale si studiò la possibilità di estrarre carburante da queste rocce. Ulteriori studi dimostrarono però che i costi di produzione avrebbero superato di ben 10 volte il prezzo dei prodotti allora in commercio. La produzione andò comunque avanti e in quegli anni vennero trattate da 36 a 626 tonnellate di scisti, che permisero la produzione di 3-50 tonnellate di olio. Si calcolò che le riserve sicure di materia prima s'aggiravano attorno a 1.6 milioni di tonnellate, corrispondenti a 128'000 tonnellate d'olio. La roccia veniva trasportata nella fabbrica dello Spinirolo a Meride dove, seguendo un brevetto della Società Anonima, veniva in una prima fase "distillata a secco". Successivamente l'olio veniva purificato con acido solforico seguendo un processo detto di solfonazione e assumeva così una maggiore consistenza che lo rendeva simile ad un altro unguento chiamato ittiolo. Il Saurolo aveva grandi poteri asettici, era perlopiù utilizzato per curare malattie della pelle e conobbe una grande diffusione tra le truppe italiane durante le campagne militari d'Africa. Poco dopo la seconda guerra mondiale la concorrenza sempre più agguerrita di prodotti esteri impose la chiusura degli stabilimenti di Meride.
Nel comune di Arzo si estrae tutt'oggi una breccia sedimentaria comunemente chiamata Marmo d'Arzo. L'inizio dell’attività estrattiva presso le cave risale attorno al 1300 mentre da oltre 200 anni, le cave sono gestite dalla famiglia Rossi, la quale si occupa dell’estrazione e della lavorazione del "marmo". A partire dagli anni ’20, grazie a moderni strumenti di lavoro quali il monolama e la fresa, la ditta Rossi di ha reso efficace e produttiva l’attività nelle cave. La Breccia ha origine come detto all'inizio del Giurassico (Lias), dove movimenti estensionali della crosta portarono alla fessurazione subacquea della roccia e al conseguente riempimento delle fessure con brecce sedimentarie (fessure d'iniezione). La roccia si presenta perlopiù in un affascinante mosaico di colori e compare in 6 differenti varietà. La Macchiavecchia è una roccia eterogeneo composta da frammenti di granulometria variabile di rocce del Trias superiori o del Lias inferiore. Presenta un aspetto screziato e vivace e tonalità variabili tra rossa, gialla, e grigia. Il Rosso di Arzo si contraddistingue per il colore rosso intenso e la struttura omogenea, mentre il Broccatello ha una colorazione rossastra sino a grigiastra. Il Venato, infine, è percorso da venature e sfumature (viene per questo chiamato, in dialetto, Vinaa). Il "marmo" di Arzo viene impiegato in ambiti fra i più disparati: per la decorazione di opere importanti quali chiese, cappelle, palazzi pubblici e ville, oppure come materiale per l’arredamento o per la realizzazione di oggetti di varia forma e natura.
Le rocce facenti parte della zona porfirica sono tagliate da numerose intrusioni di tipo filoniano. Nella regione del Serpiano è presente un arricchimento filoniforme ricco in barite, fluorite e ankerite che venne sfruttato tra il 1942 ed il 1944 per l'estrazione di tali minerali. L'estrazione di 746 tonnellate di roccia ricca in barite si concentrò dapprima in superficie e poi in galleria per concludersi poi a soli 10 metri di profondità a causa di una faglia. Questo giacimento non ha più alcun significato commerciale.
Cosparse omogeneamente su tutto il territorio del Monte vi sono varie cave di calcare e di tufi calcarei da tempo cadute in disuso.

I rettili rappresentano la fauna più spettacolare del Monte San Giorgio e contano circa 25 specie, per lo più marine, con diversi gradi di adattamento alla vita acquatica.
Tra queste spiccano per numero gli eosaurotterigi, che presentano caratteristici arti a forma “di pagaia”, come nel caso del Ceresiosaurus che poteva misurare fino a 3 metri di lunghezza, o del più piccolo Neusticosaurus (30–100 cm), di cui il Ceresiosaurus si cibava. Altri celebri rappresentanti di questo gruppo sono Serpianosaurus, Lariosaurus e Nothosaurus, quest’ultimo un predatore dalla possente dentatura, che con quasi 4 metri di lunghezza doveva trovarsi in cima alla catena alimentare.
Un grande esemplare di Ceresiosaurus con sette piccoli scheletri di Neusticosaurus della formazione del Calcare di Meride (lunghezza della lastra 2.5 m).

Tra i rettili meglio adattati alla vita in mare figurano gli ittiosauri. Dotati di un lungo rostro, di una pinna caudale verticale e di arti trasformati in vere e proprie pinne, ricordavano un po’ i delfini di oggi. I fossili ritrovati con maggiore frequenza appartengono al genere Mixosaurus, ittiosauri primitivi mediamente di un metro di lunghezza, che si cibavano principalmente di cefalopodi simili a calamari (Phragmoteuthidae). Più rari sono gli ittiosauri di dimensioni maggiori, come il Cymbospondylus di circa 4 metri di lunghezza e il Besanosaurus di quasi 6 metri, il più grande rettile finora rinvenuto sul Monte San Giorgio, scoperto nel 1992 dal Museo di storia naturale di Milano durante lo scavo paleontologico a Sasso Caldo in Territorio italiano.

Un rettile marino assai singolare era il Tanystropheus, un protorosauro che poteva raggiungere i cinque metri di lunghezza: aveva infatti un collo particolarmente lungo (un po’ come le giraffe) e cacciava soprattutto cefalopodi.

Un gruppo di rettili particolare era pure quello dei placodonti, come Paraplacodus o Cyamodus, che possedevano denti piatti e ovali in grado di schiacciare i gusci e i carapaci degli organismi marini e che si erano dunque specializzati nel nutrirsi di molluschi e crostacei.

Accanto ai famosi rettili, i giacimenti di fossili del Monte San Giorgio sono ricchi soprattutto di pesci: circa 50 sono infatti le specie finora descritte. Numerose sono state rinvenute in stadi di crescita diversi e, talvolta, è stato addirittura possibile accertarne il sesso. I fossili del Monte San Giorgio permettono di seguire l’evoluzione di questo gruppo di organismi sull’arco dei milioni di anni, con l’apparizione di numerosi gruppi che sono all’origine della fauna attuale.

I pesci cartilaginei, come gli squali (Acronemus, Acrodus), hanno fornito soltanto pochi, ma molto interessanti reperti incompleti (soprattutto denti e spine di sostegno delle pinne), in quanto il loro scheletro mal si conserva durante i processi di fossilizzazione.

I pesci ossei hanno invece fornito molte migliaia di reperti. Tra le forme più affascinanti figurano Ticinepomis e Holophagus, due pesci celacantidi del gruppo dei sarcopterigi imparentati a forme ancora oggi viventi come Latimeria, un “fossile vivente” presente nell’Oceano Indiano.

Il gruppo meglio rappresentato è quello degli attinotterigi. Tra i pesci di taglia più modesta (3-10 cm) troviamo per esempio i piccoli Habroichthys, Prohalecites, Peltopleurus, Peripeltopleurus e Pholidopleurus che si nutrivano presumibilmente di plancton e di piccoli organismi costieri. Di dimensioni maggiori (fino a circa 80 cm) e dotati di dentatura robusta figurano invece Archaeosemionotus, Colobodus e Crenilepis. Tra quelli di taglia ancora maggiore troviamo Birgeria (fino a 120 cm), grosso pesce resistente nel nuoto in mare aperto e Saurichthys, un predatore veloce simile nella forma agli odierni lucci e barracuda. Alcuni esemplari di Saurichthys contenenti embrioni, mostrano che i pesci appartenenti a questo genere dovevano partorire piccoli già formati e non deporre uova, come più frequentemente accade.

I conodontofori sono un misterioso gruppo che si è estinto alla fine del Triassico. Fin quasi alla fine del XX secolo di essi si conoscevano soltanto i minuscoli apparati boccali detti conodonti (da 0.1 a 4 mm), giacché il ritrovamento del primo animale completo risale al soltanto 1983. Grazie alle nuove scoperte si ritiene che i conodontofori fossero organismi vertebrati simili ai pesci, lunghi 5-10 cm, imparentati con le odierne lamprede. Sul Monte San Giorgio sono stati rinvenuti diversi tipi di conodonti in cosiddetti clusters (i primi noti per il Triassico), per esempio nelle argilliti bituminose della parte media della Formazione di Besano.

Oltre ai più noti rettili e pesci, i giacimenti fossiliferi del Monte San Giorgio hanno fornito anche numerose specie di invertebrati marini, grazie ai quali è stato possibile meglio comprendere le condizioni ambientali dell’epoca, e datare con precisione diversi livelli a vertebrati. Gli invertebrati, infatti, soprattutto nella Formazione di Besano, sono più frequenti dei vertebrati e sono conservati in molti più livelli fossiliferi di quelli in cui si trovano i vertebrati. In particolare lo studio strato-per-strato della successione cronologica delle faune a bivalvi e ammonoidi della formazione di Besano, realizzato negli anni ’60, consentì di mettere a punto un sistema di datazione relativa che è stato per alcuni decenni un riferimento internazionale per il passaggio Anisico-Ladinico.
Molti molluschi (bivalvi, gasteropodi e cefalopodi) sono conservati per lo più soltanto le impronte, in quanto i loro gusci calcarei si sono dissolti durante i processi di fossilizzazione. Per ricostruirne la forma e poterla studiare, gli scienziati devono riempire con silicone le cavità lasciate nella roccia dalla dissoluzione della loro conchiglia.

Tra i bivalvi figurano per esempio Peribositra, dalla piccola conchiglia tondeggiante, e soprattutto diverse specie di Daonella, un genere più grande molto diffuso nei mari del Triassico Medio. I gasteropodi, pure presenti, non sono invece stati studiati in modo approfondito.
Tra i cefalopodi figurano varie specie e generi di ammonoidi, un gruppo di organismi estinto imparentato con l’attuale Nautilus. I generi più importanti sono Parakellnerites, Stoppaniceras, Ticinites, Serpianites, Repossia, Nevadites, Chieseiceras e Eoprotrachyceras, tutti importanti fossili-guida per la datazione relativa delle rocce nelle quali sono contenute.

I crostacei sono rari nella Formazione di Besano (Antrimpos, Atropicaris) e nel Calcare di Meride, fatta salvo il livello di Scheltricc (Meridecaris) e la Kalkschieferzone, dove sono più frequenti e dove anzi possono comparire in massa, come nel caso del piccolo “gamberetto” Schimperella. Tra le altre specie sono da citare le esterie o branchiopodi (Laxitextella), microscopici crostacei bivalvi di circa 0.5 cm di lunghezza.

Le più recenti indagini, condotte dal Museo cantonale di storia naturale, hanno permesso di studiare anche gli organismi più minuti del plancton marino, in particolare i radiolari (protozoi unicellulari di pochi decimi di millimetro con guscio siliceo). Si tratta di buoni fossili-guida, tali cioè da consentire una datazione precisa dell’età delle rocce.
Le indagini hanno finora interessato 73 specie e hanno portato alla scoperta di 7 nuove specie per la scienza appartenenti ai generi Sepsagon, Novamuria, Eptingium, Parentactinosphaera e Pessagnollum. Le nuove scoperte consentono di comprendere più a fondo l’evoluzione di questi organismi in un periodo che fu determinante per la loro differenziazione, oggi ben documentato sul Monte San Giorgio meglio che in qualunque altro luogo al mondo.

Nei giacimenti marini del Monte San Giorgio sono stati scoperti anche frammenti di piante terrestri (rametti, foglie, coni), ciò che suggerisce la presenza della terraferma o isole non molto lontano. In particolare si tratta di frammenti di equiseti del genere Equisetites, di felci con semi (un gruppo di piante completamente estinto) appartenenti al genere Ptilozamites, di cicadofite del genere Taeniopteris, così come di conifere dei generi Voltzia e Elatocladus. Grazie a queste indicazioni è oggi possibile supporre che, in un clima caldo di tipo monsonico, le foreste sulla costa venissero spazzate da ricorrenti tempeste che trasportavano frammenti di vegetali sul fondale del bacino.

Nel 1998 ricercatori dell'Università di Milano scoprirono per la prima volta un insetto fossile appartenente al gruppo degli Efemerotteri: chiamata Tintorina, è comunemente nota come la “zanzara” del Monte San Giorgio. Il ritrovamento di Tintorina è molto importante perché si tratta del primo ritrovamento di questo gruppo di organismi che si sta rivelando molto differenziato sul Monte San Giorgio.
 
Nel 1999 anche ricercatori dell'Università di Zurigo scoprirono, in altri strati più vecchi, due nuovi insetti (un coleottero e una libellula), mentre nel 2010 il Museo cantonale di storia naturale di Lugano rinvenne i resti fossili di tre insetti senza ali, appartenenti al genere Dasyleptus. Questo genere rientra in un sottogruppo estinto degli insetti Archeognati, i Monura, che fino ad allora si riteneva scomparso molto tempo prima, in occasione dell'estinzione di massa al termine del Permiano (252 milioni di anni fa). Dasyleptus presenta notevoli analogie con il genere attuale Petrobius, un piccolo abitante degli anfratti rocciosi costieri che si nutre prevalentemente di alghe e che è conosciuto per essere un agile corridore e saltatore. Il confronto con le forme attuali porta quindi a ritenere che tali insetti abitassero la terraferma e che fossero diffusi lungo il litorale marino.



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domenica 3 maggio 2015

I LAGHI LOMBARDI : IL LAGO DI MONATE



Una bella fanciulla di Osmate di nome Bianca era innamorata di un soldato che si trovava al fronte. Bianca era fedele al suo innamorato e respingeva senza incertezza qualsiasi altra proposta di matrimonio. Anche quella avanzata dal giovane feudatario che la voleva in sposa. Giovane, bello, ricco e potente chissà quante fanciulle si sarebbero gettate ai suoi piedi per averlo in marito. Ma Bianca non ne voleva sapere. Il giovane non accettò di essere respinto e meditò di vendicarsi quanto prima. Ecco cosa escogitò. Qualche giorno dopo un araldo attraversò il paese leggendo urgentissime "grida" che promettevano la testa mozzata a chi le avesse disattese: era proibito a chicchessia, pena la tortura e poi la morte, di rifornire di acqua Bianca e sua madre.
La povera Bianca fu così costretta ad approvigionarsi alla fonte del Monteggia. Se non che, dopo qualche tempo, la madre della ragazza si ammalò e venne colpita da febbre elevata, il che la portava a bere con una certa frequenza. Bianca, disperata, pensò di andare al castello e supplicare il feudatario di non far cadere sulla madre la punizione che aveva voluto infliggerle per il suo rifiuto.
Giunta al castello, si fece annunciare, entrò nel cortile e si gettò piangendo ai piedi del giovane tiranno che rimase impassibile, a braccia conserte, ascoltando il suo racconto. La risposta del castellano fu secca e spietata: "L'odio genera odio,: che quella strega di tua madre muoia pure assetata!".
La ragazza allora si alzò in piedi e con il busto eretto pronunciò terribili parole che coprirono anche gli ululati del vento: "Che tu sia maledetto! Che siano maledetti tutti coloro che ti stanno vicini e ti sostengono. Per aver negato un sorso d'acqua a una povera vecchia tu morirai dannato e per l'eternità sarai tormentato da una sete insaziabile. Che il cielo ne sia testimone!".
Il temporale si trasformò in uragano e divenne sempre più violento. Nessuno a palazzo si accorse che il pozzo del cortile cominciava a rigurgitare acqua allagando dapprima la corte, poi il castello stesso e infine tutti i suoi possedimenti. All'alba tutto cessò e il silenzio regnava su un nuovo paesaggio: era nato il laghetto di Monate.


I comuni che confinano con il lago sono Cadrezzate, Comabbio, Osmate e Travedona-Monate. Il lago è alimentato da sorgenti sotterranee ed alcune rogge tra cui il Rio Freddo, ha un unico emissario nel torrente Acquanegra che sfocia nel lago Maggiore nel comune di Brebbia in località Sabbie d'Oro. Le acque sono in genere abbastanza limpide con alcuni tratti in cui tendono ad opacizzarsi assumendo una colorazione lagunare. Sulle rive sono presenti ampi tratti a canneto che si alternano con fitta boscaglia.

La pesca fu una delle attività economiche principali delle popolazioni in riva al lago. I diritti di pesca vennero acquistati nel 1652 dai Biglia, nobili milanesi, che li cedettero nel 1783 al marchese e duca Pompeo Litta Arese. Nell'Ottocento passarono ai Borghi (che avevano acquistato anche il Lago di Comabbio) e nel 1898 l'ing. Pio Borghi cominciò a gestire la pesca con moderni criteri di allevamento e di immissione di pesce selezionato. Vennero introdotti il persico trota, la trota arcobaleno, il coregone, il persico sole.

La conformazione del lago e il fatto che le sue rive fossero per lo più private, ha contributo a mantenerlo pulito: il lago di Monate, oggi, è uno dei pochi bacini di origine glaciale ad essere balneabile. Il lago infatti è molto frequentato da bagnanti soprattutto nei lidi attrezzati con affitto di pedalò e canoe. Inoltre è vietata la navigazione alle imbarcazioni a motore. Tra le manifestazioni va ricordata la Festa della Madonna della neve il primo fine settimana di agosto con i tradizionali fuochi d'artificio sul lago il lunedì e la famosissima cuccagna sul lago la domenica pomeriggio.

Il lago di Monate costituisce senz'altro uno dei gioielli più preziosi di quella collana di laghi che caratterizzano in modo inequivocabile il panorama del varesotto.

Formatosi in epoca glaciale ( quaternario artico – ghiacciaio Verbano), il lago di Monate è circondato da colline moreniche e alimentato dalle acque di polle sorgive.

La sua posizione è parte integrante del sistema di bacini lacuali composta dal lago di Comabbio a meridione, quello di Varese a levante e del lago Maggiore a ponente, nonchè della bassa pianura delle torbiere della Brabbia, di Inarzo e di Cazzago.

Ha un solo emissario, il torrente Acquanegra che esce a Travedona e dopo un lungo e tortuoso viaggio attraverso le ondulazioni intermoreniche e aver toccato i comuni di Biandronno, Bregano, Malgesso, Brebbia ed Ispra, sfocia nel lago Maggiore.

In passato questo torrente fu anche chiamato Roggia Vidona e le sue acque furono sfruttate per muovere le pale di diversi mulini a Travedona e a Biandronno, nonchè la cartiera Stefanini presso Ispra.
La conformazione delle sue rive e la loro forte privatizzazione ha contribuito almeno in parte a evitare che il lago di Monate (come purtroppo è avvenuto per molti altri laghi) fosse accerchiato da insediamenti industriali e dal turismo d'assalto, con le note conseguenze sulla qualità delle acque. Grazie anche ad una previdente e saggia ordinanza, in forza alla quale è vietata la navigazione a motore, il lago è tuttora uno dei pochissimi bacini di origine glaciale balneabile.

Il lago di Monate, unitamente a quello di Comabbio, è sempre stato considerato un'importante fonte di risorse alimentari ed i suoi diritti di pesca sono sempre stati proprietà di grandi famiglie (Biglia, Litta, Arese, Besozzi, Ponti, Borghi, Crespi) che con lo scopo di incrementarne il patrimonio ittico introdussero nuove specie importate dall'estero (persico-trota,trota-arcobaleno, coregone) che si aggiunsero ai pesci nostrani.
Venne altresì avviata un'attività commerciale per la coltivazione e la vendita di piante acquatiche e palustri, molte delle quali importate dalle Americhe e che hanno trovato un perfetto habitat in queste acque e che ancora oggi, a distanza di più di mezzo secolo dalla cessazione di questa attività, continuano ad abbellire le sponde del lago.

Notevoli sono stati i ritrovamenti palafitticoli nel lago di Monate, in particolare in tre stazioni presitoriche denominate, Sabbione , Pozzolo e Occhio, dove gli scavi hanno dato la possibilità di portare alla luce utensili, oggetti vari e persino piroghe monoxile datate 2.500 a.C.

La stazione del Sabbione si trova nel comune di Cadrezzate a circa 50 m dalla riva e si estende per una lunghezza di 140 m da nord a sud ed una larghezza media di 50m da est a ovest con una superficie complessiva di circa 7000 mq a forma di rettangolo con il lato lungo parallelo alla costa, ad una profondità media da 2 a 6 metri.

La stazione del Pozzolo è posta anch’essa nel comune di Cadrezzate a circa 30 m dalla spiaggia-parco nella zona prospicente il cimitero, l’insediamento si stende su una superficie di 600 mq, con una larghezza di 20 m ed una lunghezza di 30 m, presentando le medesime caratteristiche morfologiche del Sabbione. La vegetazione subacquea ha invaso gran parte della superficie, ostacolando notevolmente ogni tentativo di ricerca.

La stazione dell’Occhio si trova nel territorio di Travedona Monate, a sinistra dell’attuale lido di Monate, a 30 m dalla riva e ad una profondità variabile tra 2 e 5 m.. Ha una forma irregolarmente rettangolare con un lato parallelo alla costa di circa 30 m ed un’estensione verso il lago di 20 m. Il complesso è caratterizzato da un grande ammasso di cumuli sassosi, da cui emergono le estremità dei pali, ben squadrati, che si elevano fino a 30 cm dal fondo del lago.
Numerosi sono i reperti archeologici recuperati negli insediamenti palafitticoli nel corso delle ricerche effettuate verso la fine dell’Ottocento. Il raschiamento del fondo, effettuato per lo più con una draga, per prelevare i manufatti, ha compromesso però ogni informazione sull’esatta giacitura dei reperti e quindi la loro datazione stratigrafica. I reperti sono costituiti da vasellame domestico con decorazioni plastiche ottenute con l’impressione di unghie o polpastrelli.

Tra i materiali non ceramici si trovano colatoi, rocchetti, pesi di telaio mentre numerosi sono gli strumenti in pietra. In porfido, granito o calcare vi sono mazze, ottenute da ciottoli sui quali è stata praticata una scanalatura trasversale per fissare il manico.

Numerosi sono anche le macine in pietra che venivano utilizzate per la lavorazione dei semi di corniolo e altri, mediante macinelli.

Abbondante è lo strumentario in selce, rappresentato da strumenti “foliati” come punte di freccia, raschiatoi, armature di falcetto, ma sono presenti anche strumenti su scheggia e su lama, come grattatoi e bulini.

Gli oggetti in bronzo non sono molto frequenti e poche le forme rappresentate: asce, spilloni, pugnali, armi, aghi, lesine.

L’insieme di questi reperti, pur nella mancanza di una datazione stratigrafica, fornisce indicazioni sull’economia delle popolazioni che hanno abitato il lago di Monate nell’età del Bronzo medio e recente ( dal sedicesimo al dodicesimo secolo a.C.) e consente di affermare che le attività economiche erano principalmente l’agricoltura, la caccia, la raccolta, la tessitura e l’allevamento. I resti vegetali, per lo più nocciolo, corniolo, ghiande e more, fanno pensare che accanto ad un’economia agricola fosse presente la raccolta di prodotti naturali usati per l’alimentazione.

I ritrovamenti di forme di fusione, crogioli, ugelli, testimoniano una limitata attività legata alla lavorazione del bronzo mentre una grande quantità di fusarole, rocchetti e pesi di telaio, documentato la tessitura, probabilmente legata alle esigenze della comunità.

I reperti sono depositati nei musei di Varese, Como, Gallarate e Legnano.

Nel lago sono state ritrovate anche 3 piroghe, scavate da un unico tronco di legno:

La prima è stata scoperta il 10 giugno 1895 da alcuni pescatori in località Cassinella, tra il Moncucco e Travedona Monate ed è depositata al Museo Civico di Como.

La seconda venne rinvenuta nel 1900 in località imprecisata e venne depositata a Varano presso la famiglia Borghi.


La terza piroga fu recuperata nel 1971 ed è depositata presso i Musei Civici di Varese.



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venerdì 17 aprile 2015

IL MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO NATURALISTICO DI SESTO CALENDE

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Il Museo Civico di Sesto Calende é ospitato nell'ottocentesco palazzo municipale, che si affaccia sulla sponda lombarda del Ticino.

La sua storia inizia nel 1949, con la costituzione della Societá Storico Artistica Cesare da Sesto, dedicata al pittore leonardesco di origine sestese. Il sodalizio promuove la ricerca archeologica e storico artistica, con l’obiettivo di creare un museo locale in grado di conservare e valorizzare in loco i reperti ritrovati nel territorio. Nel 1954 viene allestita, in collaborazione con l'allora Soprintendenza alle Antichitá e i Musei Civici di Varese, la prima mostra archeologica, che costituirá il nucleo originale della raccolta.

La vocazione archeologica che ha contraddistinto i primi anni di attivitá del gruppo viene prematuramente abbandonata. La Societá nel contempo istituisce il Premio Nazionale della Giovane Pittura, che permette di acquisire alcune importanti opere contemporanee, a cui negli anni si aggiungeranno lasciti e donazioni. L'impegno di alcuni soci porta nel 1975 alla sistemazione del materiale archeologico in una saletta del Municipio.

Oggi il Museo di Sesto Calende fa parte del SiMArch, il Sistema Museale Archeologico della Provincia di Varese.

La raccolta contenuta nel museo è costituita da oggettistica e da reperti archeologici, soprattutto corredi di antiche tombe, il tutto disposto in ordine cronologico: si tratta di ritrovamenti avvenuti soprattutto negli anni '60, anni delle più importanti campagne di scavo nell'area compresa tra Sesto Calende, Golasecca e Castelletto sopra Ticino.

Si parte con vasi, coppe e urne molto semplici e lineari, per passare poi ad una produzione di suppellettili più raffinate e ricche, che rappresentano l'evoluzione della Cultura di Golasecca nelle sue varie fasi, dal IX al V sec. a.C.. Oltre a testimonianze di attività domestiche, di prodotti per l'igiene e l'abbigliamento, il pezzo che sembra richiamare maggiormente l'attenzione del visitatore è la Tomba del Tripode, sepolcro femminile rinvenuto nel 1977 nella necropoli in località Mulini Bellaria, e contenente il corredo funerario della defunta ancora in buone condizioni, tra cui una vaschetta in bronzo sorretta appunto da una struttura a 3 aste in ferro, terminanti a forma di gambe umane.

All'interno del museo sono altresì custoditi reperti precedenti la Cultura di Golasecca e appartenenti all'età del Bronzo, nonché altro materiale successivo, dai primissimi sec. a.C. (tomba di età gallica) fino all'epoca medioevale (lastre decorate dall'Abbazia di San Donato).

Da non perdere la Sezione Naturalistica con la ricca collezione di fossili che espone il ricco affioramento di conchiglie fossili plioceniche di Cheglio, a testimonianza di una ricca fauna di invertebrati marini.


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domenica 8 marzo 2015

IL BREMBO

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Il fiume Brembo (Brèmb in dialetto bergamasco) è un corso d'acqua di 74 km della Lombardia; è un affluente di sinistra dell'Adda che scorre completamente nel territorio della Provincia di Bergamo.

Il Brembo nasce da quattro rami sorgentizi. Il principale sgorga ai piedi del Pizzo del Diavolo di Tenda, presso l'omonimo laghetto, nelle prealpi Orobiche, ed è denominato Brembo di Carona. Un altro ramo proviene dal bacino del Pizzo Rotondo ed è denominato Confluente di Cambrembo. Il terzo ramo ha origine dal bacino del Corno, a nord di Foppolo. Il Confluente di Cambrembo e il Brembo di Foppolo si congiungono presso Valleve, originando il Brembo di Valleve. Il Brembo di Valleve si unisce al Brembo di Carona, presso Branzi, originando il Brembo Orientale o Brembo di Branzi. Il Brembo di Branzi riceve inoltre le acque del torrente Valsecca. A Lenna il Brembo di Branzi si unisce al Brembo Occidentale o Brembo di Olmo, che nasce ai piedi del Monte Azzarini, presso Mezzoldo. Il Brembo di Olmo è poi alimentato dai torrenti Mora (che proviene dal Passo di San Marco) e Stabina; quest'ultimo percorre la Valtorta. A Lenna si può dire che inizi il "vero" Brembo, visto che tutti i rami sorgentizi che lo formano si sono riuniti. Il Brembo prosegue percorrendo la Val Brembana, dove viene alimentato da diversi corsi d'acqua, i più importanti dei quali per la loro portata sono il Parina, l'Enna o Taleggia che scende dalla Val Taleggio e si congiunge al Brembo nel centro abitato di San Giovanni Bianco, l'Ambria, che scende dalla Valle Serina, il Brembilla che forma la Valle Brembilla e sfocia nel Brembo presso i ponti di Sedrina, l'Imagna, presso Villa d'Almè, ed il Dordo, nell'Isola bergamasca.

Il Brembo è un affluente di sinistra dell'Adda, dove finisce il suo percorso nei pressi di Crespi d'Adda, esattamente tra i comuni di Capriate San Gervasio, Canonica d'Adda e Vaprio d'Adda, sul confine tra le province di Bergamo e Milano. Il Brembo rappresenta il maggior affuente dell'Adda per portata.

Nel corso dei secoli il fiume ha dato luogo a diverse disastrose alluvioni. La prima di cui si ha notizia è avvenuta il 17 ottobre 1230, se ne ricordano altre di violente nel 1493, 1523, 1646, 1793, 1830, 1882 e l'ultima nel 1987 che causò ingenti danni ai paesi brembani. La più disastrosa fu quella del 30 agosto 1493 che distrusse 24 ponti, lasciando in valle solo quello di Sedrina (allora chiamato ponte di Zogno).

Milioni di anni fa albeggiava in Valle Brembana un caldo sole tropicale.Il ritrovamento di testimonianze fossile che lo attestano richiama l'attenzione di numerosi ricercatori che studiano l'avvicendamento delle ere geologiche.

Tutto si può ricondurre a 20 milioni di anni fa, quando il mare Mediterraneo era assai più vasto di oggi ed era collegato in modo esteso ed aperto con gli oceani Atlantico e Indiano. L'Italia non esisteva e l'Europa e l'Africa erano più piccole di oggi essendo costituite solo dal loro nucleo centrale. In particolare l'Europa era formata dalle attuali pianure della Russia europea, della Polonia, della Germania e della Francia. Questo stato di cose si conservò in modo abbastanza stabile fino a 50 milioni di anni fa, allorché iniziò il graduale scivolamento del continente africano verso quello europeo.

Ciò portò ad un corrugamento delle superfici terrestri e alla nascita delle catene montuose dei Pirenei, delle Alpi e dei Balcani. Gli Appennini sorsero dalle acque dell'antico Mediterraneo qualche milione di anni dopo. In modo contemporaneo questo scivolamento produsse anche l'effetto di chiudere il Mediterraneo verso Gibilterra e verso la Siria e la Turchia trasformandolo in un immenso lago salato asciutto. Solo pochi milioni di anni fa, sempre a causa dell'avvicinamento dell'Africa all'Europa, si aprì una profonda fessura verso Gibilterra e le acque dell'Atlantico si riversarono nel Mediterraneo riempendolo e conferendogli in mille anni di tempo un aspetto simile a quello odierno. L'ultimo assestamento importante risale a circa 20.000 anni fa allorché uno sprofondamento del Bosforo mise in collegamento il nuovo Mediterraneo con il mar Nero, anche se in misura più limitata rispetto ad epoche remote. Le acque fredde e dolci del nord della Russia attraverso il mar Nero e l'Egeo confluirono nel Mediterraneo abbastandone la temperatura e la salinità. Con questo evento il bacino del Mediterraneo assunse una configurazione geografica e climatica vicina a quella odierna e divenne adatto ad ospitare l'uomo primitivo più evoluto, HOMO SAPIENS, da cui attraverso vicende preistoriche e storiche abbastanza note si sviluppò la civiltà umana sino ai nostri giorni. Riesce difficile immaginare quali siano state le condizioni della Terra prima della comparsa dell'uomo specie in epoche tanto lontane nel tempo da risultare quasi inconcepibili per la mente umana. Eppure a grandi linee queste gigantesche trasformazioni sono veramente accadute e alcune importantissime prove di queste evoluzioni si sono rinvenute anche in Valle Brembana e in modo particolare a partire dal 1976 nel territorio di Zogno. Si tratta del ritrovamento di numerosi pesci, rettili e vegetali fossili, ricondotti dagli esperti a circa 220 milioni di anni fa (Triassico Superiore) che dimostrano come in epoche tanto lontane in Valle Brembana, e segnatamente a Zogno, vi fossero un mare non molto profondo, piuttosto caldo e salato, con coste frastagliate e lotti lussureggianti di vegetazione del tutto simili a quelli che si trovano presso le scogliere coralline negli attuali oceani Atlantico e Pacifico. I pesci e i rettili man mano morivano, si depositavano sul fondo dell'antico Mediterraneo.

Poiché questo fenomeno si prolungò nel tempo per molti milioni di anni ciò produsse strati di depositi organici spessi decine di metri e in certi casi anche di centinaia di metri che nel corso dei millenni si pietrificarono grazie alle sostanze chimiche presenti nell'acqua. Quando 50 milioni di anni fa, per le cause già descritte, incominciò a nascere la catena Alpina, gli strati di roccia più profondi, che costituivano per così dire le radici delle Alpi, sollevandosi sollevarono anche gli strati di roccia sedimentaria soprastanti, cioè il fondo del mare contenente i fossili. In modo irregolare zone di questi strati fossiliferi furono portate in superficie a contatto con l'aria.

L'azione dei ghiacciai, dei fiumi e delle piogge nel corso dei millenni raschiò la superficie o pelle di questi strati fino a far affiorare le impronte degli organismi pietrificati. Al di sopra di questi strati più profondi, che hanno potuto raggiungere la superficie in modo occasionale e solo in pochi punti della Val Brembana (oltre a Zogno ci sono limitati affioramenti anche in Valle Brembilla e in Valle Imagna), ci sono altri strati sedimentari che si sono depositati in tempi successivi, quindi si tratta di strati meno antichi. Alcuni di questi come epoca si depositarono pochi milioni di anni prima che incominciassero a innalzarsi le Alpi da fondo dell'antico Mediterraneo.

Questo è il motivo per cui in tutte le Prealpi Orobiche, in modo speciale in tutta la Val Brembana, si trovano facilmente fossili di conchiglie di svariatissimi tipi, lumachelle, gasteropodi di ogni dimensione, ricci di mare, piccoli coralli e altri invertebrati. Abbastanza noti, molto belli e di grandi dimensioni (circa 80 cm) sono vari gasteropodi presenti nei monti che fiancheggiano i cosiddetti Piani di Scalvino poco a valle del paese di Lenna. Il bilancio della ricerca legittima l'auspicio che tutti i fossili della Valle Brembana si possano raccogliere in un'unica istituzione museale, capace di attivare lo studio e la ripresa sistematica degli scavi nei giacimenti fossiliferi che promettono la scoperta di altre importanti testimonianze scientifiche.

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