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venerdì 7 agosto 2015

VALLE DEL CAFFARO



La Valle del Caffaro è percorsa dall'omonimo fiume che nasce nel territorio di Breno dal Cornone di Blumone e si immette nel Chiese.

Attraversa l'intero territorio di Bagolino fino al lago d'Idro. Una parte del territorio montano della valle, nel comune di Bagolino, appartiene al comprensorio del Maniva.

Dal punto di vista orografico separa le Alpi Retiche meridionali, a nord, dalle Prealpi Bresciane e Gardesane, a sud.

Quando il clima glaciale lascia posto a quello temperato, che da origine a foreste di conifere, betulle e querce, le valli cominciano a coprirsi di boschi e gli animali assumono l’aspetto attuale.
L’ambiente, così trasformato e migliorato, è pronto ad accogliere l’uomo che si dedica alla caccia e alla raccolta di frutti.

La raccolta di cereali spontanei induce l’uomo alla loro coltivazione e di conseguenza al primo addomesticamento di animali.
In Italia questo processo di sviluppo tarda a venire cosicché l’uomo specialmente nell’arco alpino mantiene ancora, sino al quinto-terzo millennio a.C., il suo arcaico stato di raccoglitore di frutti e di cacciatore.
Nella valle si hanno tracce dell’esistenza dell’uomo dall’era paleolitica.
A questo punto la ricerca di una collocazione delle genti che abitavano il territorio di Bagolino, mancando al riguardo notizie attendibili, può ricalcare le orme di un popolo che, sin dalla preistoria, documenta l’esistenza di una civiltà che va organizzandosi in una valle vicina: la Valle Camonica.
Questo popolo infatti potrebbe aver dato i natali al primo nucleo di uomini, cacciatori e pastori, che si fermeranno poi stabilmente nella valle di Bagolino.

I graffiti camuni che dagli esperti sono fatti risalire al 6000-5000 a.C. raffigurano solo animali. Non è ancora possibile sapere se in questa epoca l’uomo si sia già stabilito in Valle Camonica o vi arrivi sporadicamente per battute di caccia.

Con il passare del tempo le incisioni rupestri diventano sempre più complesse. Con l’avvento in Italia delle colonie greche e romane ha inizio per la civiltà camuna il lento decadimento, che culminerà con la conquista e la sottomissione di questo popolo da parte dei dominatori romani.

Verso il 170 a.C. i Romani arrivano anche in territorio bresciano e sottomettono i Galli Cenomani, probabili fondatori di Brescia, che da tempo (360 a.C. circa) sono diventati i signori dei luoghi.
Questi avevano vinta la popolazione bresciana, non tutta, poiché alcune tribù al comando di Reto si erano ribellate. Codeste, inferiori di forza devono ritirarsi sulle Alpi, da loro chiamate Retiche, dove Finirono per l’unirsi alle genti che già abitavano i nostri monti. Trascorsi alcuni decenni, verso l’89 a.C., i Galli Cenomani completano la loro fusione con i conquistatori ottenendo così la cittadinanza romana. Nel territorio bresciano vi sono però alcune popolazioni montane, i Camuni i Triumplini e i Vennoni, abitatori questi ultimi della Valle Sabbia, che fedeli alle loro antiche tradizioni non vogliono sottostare al dominio romano.
Valorosa e tenace è la difesa dei valligiani che, dopo anni di durissime battaglie, devono piegare il capo davanti alle aquile romane dei generali Livio Druso e Tiberio mandati dall’Imperatore a conquistare le Valli bresciane.
I Romani, seppure vincitori, rendono onore a queste popolazioni alpine incidendo anche i loro nomi sul trofeo di Turbia, presso Monaco, eretto in onore dell’Imperatore Augusto.
Su questo trofeo compaiono i 44 nomi dei popoli vinti e tra questi sono annoverati i Triumplini ed i Camuni. Non compaiono i Sabini.

Fra gli dei adorati nella vallata del Caffaro si ricordano, Tunol, Saturno, Tor, Bergino, il dio Pane, cui venivano sacrificati i più bei capi d’agnello, la dea Cerere, alla quale venivano offerti i frutti della terra e il dio Termine. A quest’ultima divinità si dice che fossero consacrate le montagne e le vette; questo dio proteggeva anche i confini delle proprietà. Si racconta come le vittime, a lui immolate, venissero legate a grossi anelli fissati su altissime rupi e che uno di questi anelli fosse stato ritrovato presso la Berga (cima Caldoline).

Con l’instaurazione del potere ecclesiastico la chiesa trasforma gli usi dei tempi fino a sostituirsi all’Impero Romano in decadenza.

Gli antichi Pagi romani diventavano Pievi, chiese plebane, circoscrizioni territoriali con il compito di sovraintendere la vita religiosa ed amministrativa dei paesi sotto la loro giurisdizione, mentre i Municipi mutano in Diocesi.
I primitivi dei adorati nelle vallate sono così “sostituiti” dal Dio di Gesù Cristo e dai Santi che vengono a prendere, in certo qual modo, le difese del Paese.

Il territorio italiano nel frattempo è diviso da lotte interne fra i guelfi ed i ghibellini.

La città di Brescia ed i suoi territori vengono conquistati dalla casa Viscontea il cui dominio dura fino all’anno 1404 quando subentra al potere il ghibellino Pandolfo Malatesta.

Bagolino che ha combattuto al fianco di Galvano da Nozza passa dopo la pace di Ferrara avvenuta nel 1443, in cui i Visconti riconoscono a Venezia il territorio bresciano, sotto il governo veneto.

I Conti di Lodrone riprendono il loro potere su Bagolino (1441 e segg.)
Nonostante che parecchi bagossi abbiano preso parte alle battaglie in favore della Repubblica Veneta, il Doge F. Foscari vuole ricompensare i Lodroni, suoi valenti alleati, donando loro il feudo di Muslone, la contea di Cimbergo, il Passo di Baremone e, esaudendo le aspettative dei Conti, la tanto ambita terra di Bagolino (ducale 11-41441).
La Serenissima però si riserva la piena sovranità sul paese e quindi anche il diritto di una eventuale revoca del feudo ai Lodroni.

Bagolino passa nuovamente alla Repubblica Veneta (1472 e segg.)
Il Doge Nicolò Tron poichè i Signori di Lodron, che nel frattempo con il Diploma Comitale del 6 aprile 1452 erano stati insigniti del titolo di Conti, vengono meno ai loro impegni, ascoltando le ragioni dei bagolinesi revoca loro, nel luglio del 1472, il dominio del paese restituendo così a Bagolino la sua indipendenza.
Ai Lodroni la Repubblica di Venezia, come riconoscimento dei servigi resi, dona la Valle di Vestino.

I Tedeschi calano in Italia attraverso il Piano d’Oneda (1509 e segg.)
Dal 1509 al 1517 la Repubblica di Venezia entra in guerra contro i Francesi e gli Spagnoli e subisce delle sconfitte.

Bagolino si ribella ad un ennesimo sopruso dei Conti di Lodrone (1540 e segg.)
L’astio ed i bocconi amari ingoiati nel tempo, uniti all’ennesima angheria dei Conti di Lodrone, porta i bagossi ad una sanguinosa rivolta (1554).
Il sopruso è fatto dai Conti ai danni di alcuni mercanti del paese, Battista e Bese Benini e Vincenzo Gogella, per questioni finanziarie.

In quei secoli il paese non ha pace; oltre alle innumerevoli guerre nelle quali viene coinvolto in seguito ai mutamenti politici, Bagolino è stremata anche da terribili epidemie (1347-1478-1577-1630) e dalla grande carestia in cui perdono la vita migliaia di persone.

I Conti nel 1673 tentano di reimpossessarsi di Bagolino e tanto maneggiano e brogliano che riescono temporaneamente a riottenerne la signoria. La Serenissima informata dal Comune su particolari maneggi che i Conti vogliono in danno del paese, restituisce a Bagolino la sua indipendenza.
I Conti per reazione fanno bandire tutti i bagossi dal territorio trentino con un editto imperiale che viene letto nella piazza di Lodrone.

Con la decadenza della Repubblica di Venezia della quale il trattato di Campoformio del 7 ottobre 1797 decreta la fine, i territori del bresciano passano sotto il dominio di Napoleone che, combattendo contro gli austriaci, conquista la Lombardia.
Il 26 maggio 1796 Napoleone è a Brescia. Parte dei bresciani e dei bergamaschi ribelli, segretamente appoggiati dai francesi, costituiscono la Repubblica Provvisoria Bresciana aggregata nel 1801 alla Cisalpina. Le Valli e la Riviera che parteggiano per la Repubblica di Venezia sono costrette ad arrendersi alle truppe dei generale Chevallier che mettono a ferro e fuoco i paesi di Barghe e Vestone.

Durante le alterne vicende e le lotte tra franco-austriaci, in una delle tante battaglie, una compagnia di croati in ritirata si ferma a Bagolino per circa una mese, presso il ponte Prada. 1 soldati si uniscono poi al loro generale, il Wunser, che con altri 30.000 sta attraversando il Pian d’Oneda per combattere contro i francesi.
Nelle battaglie di Lonato, di Castiglione e Montichiari i tedeschi vengono sconfitti.
Durante la ritirata, una compagnia alemanna si ferma in paese e fissa il campo nella chiesa di S. Rocco e nel prato del Consiglio (Riva dei Bus). La compagnia rimane fino a che le truppe francesi giunte a Storo, non la obbligano a ritirarsi.
Partiti i tedeschi arrivano in paese i francesi. Gli ufficiali trovano alloggio presso case benestanti mentre la truppa si ferma a palazzo Stagnoli, (che allora era del Comune), nella Chiesa di S. Rocco, dell’Adamino e nei prati vicini.

La Cisalpina è sostituita dal Regno Italico, nato il 7 marzo 1805, e i territori bresciani conoscono un periodo di relativa pace.
Durante il Regno Italico la provincia viene divisa in dipartimenti; Bagolino fa parte del distretto di Vestone compreso nel dipartimento del Mella.

Quando Napoleone I è costretto ad abdicare la Lombardia passa sotto l’impero austro-ungarico. Bagolino viene presidiata dai tedeschi sino al 1815.
Sotto la dominazione austriaca vengono costituite le province divise in distretti ed in comuni. Le strade della valle che durante l’ultimo periodo della dominazione veneta erano rimaste pressoché abbandonate, vengono restaurate.
La strada che da Monte Suello porta a Bagolino viene assunta a totale carico dello Stato con decreto del Vicerè Ranieri. In occasione della venuta in Valle Sabbia dell’arciduca Ranieri viene posta, nel 1823, la prima pietra per la costruzione del ponte Prada di Bagolino.
Di questi anni è anche un originale progetto per l’ampliamento della mulattiera che da Bagolino porta al Maniva.

Il territorio bresciano è percorso da una ventata di idee liberali e patriottiche.
I patrioti continuano a cospirare ed a fomentare la popolazione fino alla rivoluzione del 1848. Anche i valligiani si armano, pronti a difendere la patria.
Il 5 aprile si diramò l’ordine di “cancellare ogni stemma o segnale che alluda all’espulsa tirannide” e che “su tutte le torri abbia a sventolare la bandiera nazionale” (U. Vaglia).
Arrivati i Sardo-Piemontesi in Provincia, sul Caffaro si deve proteggere, alle spalle l’esercito impegnato sul Mincio.
Al comando del colonnello piemontese Allemandi partono numerosi valsabbini che il 9 aprile varcano il confine trentino; occupano Condino e arrivano a Stenico. Qui le truppe ricevono l’ordine di retrocedere ed i soldati, come continua il Vaglia: “stanchi e logori, stremati dalla fame, privi d’ogni materiale bellico, consci d’essere usati in movimenti d’azione senza ordine e senza un piano minimamente studiato”, vanno all’attacco ma vengono costretti, dagli austriaci, a piegare sino a Ponte Caffaro dove un battaglione, al comando del Beretta, occupa Prada e Bagolino.

A pochi anni dall’armistizio di Salasco dell’agosto 1848 Bagolino, alla ripresa delle ostilità (1859), si trova ad essere sulla linea di demarcazione dei due eserciti. La linea” passa dal paese, continua per Idro e Lavenone e, attraverso la cresta che separa la Valle Degana dalla valle di Toscolano finisce a Maderno.
I valligiani, provati dalla triste esperienza del 1848 e dalle dure condizioni economiche, accolgono la ripresa delle ostilità con entusiasmo e responsabilità; si sperano, sotto le patrie bandiere, tempi migliori.
I “Cacciatori delle Alpi” al comando del generale Cialdini combattono per conquistare la Rocca d’Anfo ed il presidio dei confini tirolesi.
Una colonna della divisione Cialdini dopo aver espugnato alla baionetta il Maniva discende alle spalle della Rocca dove, unendosi alle altre truppe che arrivano per la strada di Anfo, occupa parte della fortezza.

Dopo la costituzione del Regno d’Italia del 1861 si vuole liberare il Veneto dal dominio asburgico. I valligiani superato lo scoraggiamento, il ricordo delle battaglie e i disagi economici, finiscono con ben accogliere i combattenti garibaldini.
Nella zona del Caffaro le operazioni militari iniziano il 25 giugno e si protraggono sino al 4 luglio, giorno della battaglia di Montesuello.

Non sono ancora spenti gli echi delle battaglie del Caffaro che i valligiani devono partire per la guerra “d’Africa” combattuta tra Italia e Abissinia.
I nostri vengono reclutati per lo più nel Corpo degli Alpini, istituito con legge 12 ottobre 1872, che riuniva 15 compagnie reclutate in zone montagnose con il compito di guardia ai valichi e, assegnati al quinto reggimento, come battaglioni Vestone, Edolo, Tirano, Morbegno.

Le vicende degli ultimi anni hanno provato duramente i bagolinesi che hanno visto i loro territori, specialmente quelli di Ponte Caffaro, interamente devastati. Ma non basta.
L’Italia, reduce dalla conquista libica, viene coinvolta nella prima guerra mondiale. Gli italiani, prima neutrali, cedono agli interventisti: Partito Repubblicano, Partito Socialista, Fascio d’Azione Rivoluzionaria, Partito Radicale, Movimento Futurista ecc..
Il 23 maggio 1915 a mezzanotte l’Italia si schiera contro l’Austria.
I monti di Bagolino e la zona del Caffaro che si trovano sulla linea di confine sono i primi teatri di combattimenti.
La guerra, in prevalenza di trincea, attua il principio ‘Ai fare l’aquila” cioè di conquistare e tenere le vette per essere padroni delle valli.
Verso il Passo Termine, al confine con il territorio trentino, ancora oggi sono visibili i resti di costruzioni militari, di trincee e di reticolati arrugginiti muti testimoni di una lunga guerra di logoramento.
La frazione di Ponte Caffaro nella notte dei 24 maggio 1915 vede passare sul suo ponte, posto a confine con l’Austria, i bersaglieri seguiti dagli alpini (5 battaglione) e dal fanti (62 reggimento) che si avviano alla conquista dei trentino.
Gli abitanti del Piano sono costretti a rifugiarsi, quando le battaglie si fanno più cruente, nel capoluogo.
Come quella volta che sono obbligati a rientrare a Bagolino per evitare il fuoco incrociato dei cannoni austriaci piazzati sul Forte Cariola, sul Forte Lardaro e sul Forte Corno, e dei “pezzi” italiani che tirano dal Forte Baremone e dalla Rocca d’Anfo.
Il 1918 è un anno tragico per gli abitanti di Ponte Caffaro. 1 cannoni dislocati su Forte Por vomitano un fuoco continuato sulla piccola frazione posta a confine.
La gente è svelta a fuggire ed a rifugiarsi in aperta campagna, nelle cantine, a Bagolino.
Le case vengono distrutte, la chiesa ed il paese bersagliati dal fuoco; miracolosamente tra gli abitanti non si contano vittime.
Dopo i “caldi” giorni dell’estate del 1918, finita la guerra, la gente di Ponte Caffaro può tornare a varcare il ponte che questa volta congiunge le sponde in uno stesso Stato che, come scrive il Biati “aveva sì rivendicato la sua frontiera, ma allo stesso tempo, aveva ingigantito i suoi problemi, portando la popolazione ad un esasperato malcontento, preparatore di nuove, deleterie avventure”.

Tra le due guerre l’Italia conosce il regime dittatoriale fascista di Benito Mussolini

Dopo vent’anni di pace relativa inizia un’altra terribile guerra: la Seconda Guerra Mondiale il cui ricordo è ancora vivo e bruciante nei superstiti. A Bagolino la popolazione soffre i dolori, i disagi e le privazioni che sempre accompagnano tristi eventi.

Il territorio ecomuseale  della valle del Caffaro corrisponde all’intera estensione territoriale del Comune di Bagolino, comprendendo anche la frazione Ponte Caffaro.

Dominato dall’imponente corno del Blumone, il territorio di Bagolino è attraversato dal fiume Caffaro, che nasce al Passo del Termine e, scendendo nella conca del Gaver in un alternarsi di ripidi pendii e falsi piani, giunge al paese, per poi affluire nel fiume Chiese nei pressi del Lago d’Idro.

Caratteristica peculiare del centro storico di Bagolino è la disposizione delle case, di notevole altezza, addossate una all’altra con portici, sottopassaggi, piccole terrazze, ballatoi, inferriate in ferro battuto, affreschi murali, solai in legno.
Le vie che percorrono il borgo sono strette, selciate con acciottolato e porfido, interrotte da numerose scalinate che conducono alla parte alta del paese.

Elementi del patrimonio culturale immateriale di Bagolino sono il Carnevale, il Bagoss (formaggio locale) e il dialetto.


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lunedì 11 maggio 2015

IL FIUME CAFFARO



Il Caffaro è un fiume della provincia di Brescia, appartenente al bacino del Lago d'Idro. Nasce dal Cornone di Blumone, presso il Passo del Termine nel territorio di Breno, all'interno del Parco regionale dell'Adamello. Percorre la Valle del Caffaro bagnando Bagolino ed alcune frazioni e si immette nel Chiese poco prima che quest'ultimo entri nel lago d'Idro, in località Ponte Caffaro. Segna per un breve tratto il confine con la provincia di Trento (comune di Storo).

Affluenti principali sono il Riccomassimo, il Rio Frèi, il Dazare, il Bruffione, il Lajone, il Sanguinera, il Vaia, il Dasdanè, il Racigande, il Berga ed il Leprazzo.

Le acque del Caffaro vengono sfruttate per la produzione di energia idroelettrica.

Torrente molto acquatico con tuffi possibili vista la grande quantità di acqua e profondità delle vasche. Alcuni tuffi li troviamo sul percorso mentre altri si possono creare arrampicandosi sui lati del canyon, l' acqua è abbastanza pulita mentre il greto del torrente un po' meno, non troppo fredda. Torrente fisicamente impegnativo per i lunghi tratti nel letto del torrente e qualche nuotata. Non ha molti passaggi divertenti, le calate sono quasi inesistenti se non un paio obbligatorie, per il resto si riesce a fare quasi tutto senza corda. Arrivati alla diga dove ci aspetta un bel tuffo da una decina di metri siamo quasi arrivati alla fine del canyon. Proseguiamo sul greto e seguiamo il torrente che gira verso destra e sorpassiamo la centrale elettrica, dopo di che ci ritroveremo sotto al ponte in ferro.



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LE FRAZIONI DI BAGOLINO : PONTE CAFFARO

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Ponte Caffaro è una frazione del comune di Bagolino ed è posta a nord del Lago d'Idro nella piccola piana chiamata Pian d'Oneda, dove i fiumi Chiese e Caffaro si immettono nel lago. È il luogo dove si combatté il 25 giugno 1866 la battaglia di Ponte Caffaro tra le forze garibaldine e austriache.

Il Caffaro che dà nome alla frazione fa da confine con la frazione di Lodrone di Storo (TN) in Trentino-Alto Adige.

I primi documenti scritti che riguardano Bagolino risalgono al 1.000 d.C. e "parlano" di un territorio posto a sud del paese chiamato Pian d'Oneda in località Ponte Caffaro. Questo piano, che in seguito entrerà a far parte dei territorio di Bagolino, era un luogo paludoso ed insalubre formato dal delta dei fiume Caffaro e le acque del lago d'Idro.
Verso l'anno 1100, è incerto il momento preciso, e più d'una sono le versioni, sembra che queste terre siano state donate al Monastero di S. Pietro in Monte di Serle da re franchi o longobardi che, sotto il loro dominio, rafforzarono il culto cristiano.
I Monaci ebbero il compito di bonificare il territorio e di costruirvi un ostello per i viandanti che passavano numerosi su quella strada.
Anche i bagolinesi dovevano transitare per quel luogo. Prima di costruire il ponte di Prada, l'unica via per andare a Brescia - in alternativa a quella che passava per il valico del Maniva - era rappresentata dal ponte di Romanterra; si costeggiava a destra il Caffaro sino al bivio delle Armadure, dove per la strada detta "Bagozzina" si giungeva in Pian d'Oneda.
Un'altra versione vuole che queste terre siano state affidate ai Benedettini dagli Uomini di Storo, Darzo, Lodrone; Bovile e Villa di Ponte, antichi paesi scomparsi in seguito ad inondazioni, che nell'anno mille all'incirca avrebbero incaricato i Monaci di sanare l'intero Piano e di costruirvi un Ostello ed una Chiesa in onore di S. Giacomo.
A comprova di ciò il Panelli asserisce che la notizia era riportata in una lettera da lui trovata, scritta da un certo G. Bonardelli, il 20 marzo 1597, al parroco Manzoni.
L'unico brano di questo invito, che si data intorno all'anno 1000 è quello trascritto dal Panelli nel suo manoscritto:
"... rogamus vos domine Pater Abbas de Monte, ut veniatis in locus nostri de casalis et ibi edificetis ecclesia et Monasterum in onore sti Jacopi apostoli Majori, et ibi permaneatis laborando in honore Dei... "
Un altra testimonianza dice che i Monaci subentrarono solo verso il 1213 poiché sino a quell'anno l'intero piano era affittato ad un certo Petro de Tosino ed altri di Anfo, con un canone di 8 libre d'argento in moneta milanese (Odorici).
Di fatto i Benedettini iniziano la bonifica cercando di risanare tutta la zona con ampie piantagioni di ontani (ones) che daranno poi il nome a quella terra: Pian d'Oneda. I Benedettini costruiscono anche una chiesa che viene dedicata a S. Giacomo patrono dei pellegrini, ed un ospizio gratuito ("Xenodochio'9 per dare rifugio e ristoro ai tanti viandanti che transitavano per quella strada.
I contadini che aiutano i Monaci a coltivare il Piano abitano in piccole cascine dette "caselle" che sorgono vicino alla Chiesa.

Dal 1861 al 1918 qui vi passava il confine tra Regno d'Italia e Austria Ungheria, dopo che per secoli era stato il punto di confine tra Repubblica di Venezia, a cui fu sempre fedele e Contea principesca del Tirolo, dopo la parentesi napoleonica fu confine tra il Lombardo Veneto e l'Impero d'Austria.

A Ponte Caffaro ogni anno si svolge una nuotata di 2 km nel lago d'Idro e una manifestazione velistica nazionale. Nella frazione si trova la Chiesa di San Giacomo di cui si hanno notizie dall'IX secolo.

Nei pressi si trova il sacrario militare di Monte Suello che ricorda il luogo della battaglia fra garibaldini e austriaci.

Dopo la bonifica del Pian d'Oneda completata nel 1863 si rende necessaria, causa l'aumento dell apopolazione stabile, la costruzione di una nuova chiesa in luogo del millenario eremo di San Giacomo ormai insufficiente e situato fuori muro rispetto al nucleo del paese.
La decisione viene presa nell'inverno del 1873 da un gruppo di padri di famiglia riuniti in casa del curato.
A donare il terreno su cui sorgerà la parrocchiale è la signora Bignota ved. Scalvini mentre il progetto viene affidato all'architetto Pellini di Varese che disegna la chiesa su copia del duomo di Breno. Alla costruzione concorre il popolo che offe calce e sabbia in misura sufficiente anche per le murature dell'anno dopo. Manovali e muratori, a titolo gratuito, scavano le fondamenta; in meno di due mesi i muri della parrocchiale sono già alti m. 1.20 con una minima spesa di L 830. Sopravvengono difficoltà finanziarie talchè viene organizzata una questua in loco e nei paesi vicini che porta i suoi frutti: la Fabbriceria di Bagolino offre un assegno di L 1.100; i f.lli Fenoli raccolgono offerte in piante di larice e abete necessarie per i lavori; il parroco di San Giacomo rinuncia al suo stipendio che versa al Comitato, al suo vitto provvedono a turno le famiglie del paese. Nel limite della loro disponibilità le donne donano le uova che in quei tempi difficili costituiscono preziosa moneta di scambio per piccoli acquisti (bottoni, refe, ecc.); seguono altre offerte anche dai paesi vicini.
Grazie ai numerosi contributi la Parrocchiale viene portata a termine nell'anno 1880:
A ricordo dei lavori resta un'epigrafe scritta sull'arcata del volto:

ERECTIONI PERVENIT
OPTATIS AUSPICATISQUE
DIEBUS JIUBILEI EPISCOPALIS
PII PAPAE IX

La nuova chiesa è ancora congiunta con la Parrocchiale di Bagolino da cui dipende e bisognerà attendere sino all'anno 1958 quando, con il decreto ufficiale del Vescovo Giacinto Tredici, la chiesa di Ponte Caffaro viene eletta a parrocchia indipendente e divisa dalla Parrocchiale di San Giorgio in Bagolino.

All'erigenda chiesa di Ponte Caffaro che prende il titolo di Parrocchiale di san Giuseppe, informa il Dionisi, vengono assegnati beni mobili per l'importo di di L 1.200.000 e beni immobili quali: casa di canonica abitazione mapp. n. 8376; terreno al mapp. n. 3995 prato arborato di Ea. 023.90; mapp. n. 9625 (fabbr. acc. urbano Ea. 0.0010 R.D - R.A..) ceduto dalla fabbriceria parrocchiale di Bagolino.

A ricordo di questo avvenimento il decreto vescovile recita: "in memoria di questo dismembramento ed erezione ed in segno di riconoscenza verso la chiesa matrice di San giorgio in Bagolino, quello che sarà il Parroco di San giuseppe in Ponte Caffaro inviterà il Parroco di Bagolino nel giorno del titolare o in altra festa solenne a celebrare la S. Messa ed a cantare i Vespri".

Conserva gli affreschi del Trainini che adornano il presbiterio ed i medaglioni della volta ed una tela di Josephus Salviatus (G. Porta) che rappresenta la Madonna col Bambino.

E' documentato che a Ponte Caffaro, in cima alla strada dei Palus, vi era una chiesetta dedicata a San Valentino, protettore contro le febbri maligne che infestavano la zona.
La chiesetta era ancora esistente nella seconda metà del secolo XVII. Un estimo sel Pian d'Oneda del 1674 da le misure e la pianta della chiesa, braccia 11x6, e della sacrestia, braccia 7x6".
Fappani cita anche il testamento di Francesco q. Vincenzo Fanzoni detto Gogella (luglio 1705) dove si legge che vengano disposti 100 troni per San Valentino "che si va fabbricando".
Dopo che un'inondazione del Caffaro avvenuta nel 1840 distrugge la chiesetta, il culto di San Valentino viene trasferito in una cappella di San Giacomo ora adibita a sacrestia.

L'Eremo di San Giacomo situato sull'antica strada reale che conduce nel Trentino si presenta, oggi, come un insolito quadro d'altri tempi.
Fondato verso il decimo secolo, unitamente ad un ostello per pellegrini, dai monaci Benedettini di San Pietro in Monte Orsino di Serle che avevano il compito di bonificare la zona.
La chiesa è ricca di storia data la sua ubicazione: costruita su terra di confine fu spesso il centro di violente contese tra il Comune di Bagolino ed i Conti di Lodrone che, come signori dei luoghi, rivendicavano il possesso del Pian d'Oneda, terra su cui sorge la chiesa.
San Giacomo rivestì sempre una grande importanza per la diocesi di Trento che già nel tredicesimo secolo, in persona del Vescovo Vanga, sollecitava i fedeli con indulgenze per ottenere elemosine ed aiuti per restaurare la chiesa e l'ostello. I bagolinesi si occupavano del mantenimento della chiesa e pagavano ogni domenica un curato perché celebrasse una messa in San Giacomo; il Comune si faceva carico di nominare un "massaro" che provvedeva ad amministrare la chiesa ed i beni annessi, compresa l'osteria.
Si elencano di seguito alcuni eventi nei quali fu coinvolta questa chiesa:

24 LUGLIO 1475: i Lodrini portano un loro sacerdote a celebrare la messa e i bagolinesi vengono presi ad Archibugiate. Il giorno dopo, festa di San giacomo, i bagossi si presentano armi alla mano e i Conti devono allontanarsi.

25 LUGLIO 1476: i Conti di Lodrone tentano di impedire la celebrazione della festa del patrono: i bagossi scendono nel Piano con 300 uomini armati, ma i Lodroni se ne sono già andati.

16 APRILE 1477: la Serenissima intima, pena una multa di mille ducati a Bagolino e di duemila ai Lodroni, la cessazione di lotte e uccisioni tra i contendenti.

ANNO 1520: per permettere la festa del patrono i Conti di Lodrone pretendono dal Comune la somma di 60 ducati; Bagolino si oppone. I Lodroni allora si portano in San Giacomo e ivi feriscono un oste e la moglie. La repubblica di Venezia, informata dell'accaduto, attua l'embargo e vieta il passaggio sul suo territorio delle vettovaglie dirette ai Lodroni. I Conti sono costretti a patteggiare con i bagossi.

28 LUGLIO 1535: il Comune, rimarcando l'importanza politica e religiosa che aveva la chiesa di San Giacomo, arriva addirittura ad imporre multe salate ai paesani che non partecipano alla festa del Patrono.

5 AGOSTO 1535: i Conti di Lodrone pugnalano nell'ostello di San Giacomo, un certo Giovanni Ambrosi di Bagolino.

ANNO 1569: non solo i rappresentanti di ogni famiglia devono portare armi proprie, ma il Comune stesso elegge annualmente i "capi per la festa di San Giacomo" e altri uomini a quali vengono date delle armi che nell'anno 1569 erano: tre armi d'asta, cinque archibugi, uno schioppo. In più venivano eletti appositi incaricati con il compito di potare le bandiere e "sonar li tamburi".

16 FEBBRAIO 1636: viene tolto l'interdetto voluto per motivi politico-amministrativi dal Vescovo di Trento E. Madruzzo, nel 1633, che impediva di celebrare la messa in San Giacomo.

I bagolinesi continuarono a frequentare la loro antica chiesa che ancora nella seconda metà dl diciannovesimo secolo ospitava stabilmente fino alla costruzione della nuova chiesa di San Giuseppe in Ponte Caffaro, un coadiutore parrocchiale dedito a celebrar messa, alle confessioni, ai battesimi, alla predicazione cristiana e all'insegnamento scolastico.

La chiesa millenaria si presenta con la facciata a capanna ed un pronao a tre arcate, aggiunto nel 1600, che reca ancora tracce di antichi affreschi; all'esterno del portico, sulla destra, compare un grande San Cristoforo mentre, al centro, vi era il leone alato simbolo di Venezia. Il campanile, della seconda metà del diciannovesimo secolo, alto sei metri, sostituisce quello più vecchio, alto solo tre metri, che non permetteva al suono delle campane di raggiungere tutti gli abitanti del Piano. L'antico ostello posto accanto alla chiesa reca impresso, sulla porta, lo stemma di Bagolino.

Della primitiva costruzione la chiesa, a navata unica, conserva l'abside ed i gradini che discendono nell'ex cappella dedicata al culto di San Valentino, oggi sacrestia.

La navata, con le capriate del tetto sostenute da due archi, riceve una pioggia di luce dalle finestre che corrono alte lungo le pareti della chiesa. L'interno spoglio e suggestivo nella sua semplicità, conservava chiusa nella soasa lignea dell'abside una preziosa tela, ora nella parrocchia di Ponte Caffaro, unica opera rimasta in territorio bresciano del pittore Josephus Salviatus (G. Porta). Il quadro che raffigura la Madonna col Bambino ed i Santi marco, Filippo Valentino e Jacopo è stato acquistato dal Comune di Bagolino nell'anno 1568.

L'altare di sinistra era dedicato alla Madonna di San Luca e conservava un dipinto, oggi collocato sull'altare maggiore, che raffigurava in copia la taumaturga Madonna di Bagolino. La coppia dipinta agli inizi del diciasettesimo secolo per il Cpnvento di bagolino, è opera del Raminca (pittore locale). Questo quadro sfuggito al saccheggio del Convento avvenuto durante il tempo della Cisalpina, dopo alterne vicende, viene donato alla chiesa di San Giacomo nel 1860 dai discendenti di M. Dagani detto "Scagn" che, nel frattempo, ne erano venuti in possesso.

Sotto la sacrestia di sinistra si può vedere la cappella dedicata ai santi Filippo Neri e Antonio da Padova.
Interessanti sono gli affreschi della volta.
Ricca e armonica è la soasa dell'unico altare che racchiude una tela con i due Santi e la Vergine.




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