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domenica 28 giugno 2015

LA CHIESA DI SAN GIORGIO A SALTRIO



La Chiesa di S. Giorgio è collocata su una piccola altura posta a nord del nucleo abitato. L’edificio, di forma e volute ben articolati, presenta le murature originarie in pietra locale, mentre appaiono evidenti i successivi interventi di restauro. La struttura settecentesca ha infatti subito modifiche. Il timpano della facciata rivela l’origine ottocentesca e sul campanile è segnata la data del 1848. Il risalto di questa Chiesa è dato, più che dalle sue caratteristiche architettoniche, alla sua collocazione con l’ambiente circostante, cui si lega con rara armonia. Al di sotto della Chiesa, nel ventre della collinetta, si trovano delle camere che forse ospitavano armi automatiche ed un salone centrale che doveva fungere da magazzino. Vi si accede seguendo le tracce di una trincea che si diparte a lato della Chiesa. Era questo l’estremo punto difensivo della Linea Cadorna nel Varesotto prima delle fortificazioni del comasco che iniziavano sopra Cernobbio.

Essendo costruita in una zona collinare e panoramica, sul colle omonimo, la sua ubicazione rimaneva alquanto distante dal centro del paese; si poteva, quindi, avere l'impressione che fosse destinata all'abbandono.
L'attaccamento dei saltriesi verso la chiesa aveva motivazioni secolari e profonde; una testimonianza di rilievo è che sul lato sinistro vi è la cappella denominata "Della Madonna di Loreto", sul cui frontale da tempo immemorabile si trovano dipinte la Madonna di Loreto con la Santa Casa.
I saltriesi, in gran parte scalpellini dediti al lavoro nelle cave, data la loro forte devozione, nel giorno dedicato alla Madonna di Loreto, (il 10 dicembre), manifestavano sentimenti di fervida fede, affinché essa li proteggesse dal duro e pericoloso lavoro estrattivo che svolgevano nelle profonde cavità..
Il periodo più significativo in tal senso fu il XVIII secolo: le due chiese erano sprovviste di altari e balaustre, e così essi vennero collocati contemporaneamente in entrambe.
Tra il 1825 e il 1830 Pompeo Marchesi, fece dono del mezzo rilievo della "Deposizione del Salvatore o della Pietà", collocato nella Cappella posta sul lato destro; contemporaneamente venne eseguito l'altare.
Nel 1846 un violentissimo temporale con lampi e tuoni si abbattè sul lato di levante della chiesa, distruggendo il campanile e parte della cappella della Madonna di Loreto, con la conseguenza di gravi lesioni al dipinto.
I notevoli danni subiti e le costose spese per riportare la chiesa alle sue antiche origini suscitarono tra la popolazione non poco sconforto e preoccupazione, tanto da ventilarne un possibile abbandono.
Il campanile fu restaurato nel 1848, i restanti lavori vennero ultimati nel 1851.
Il 7 settembre il Vescovo Mons. Carlo Romanò la consacrò.
Sulla facciata principale venne posta una lapide che reca la scritta:
"Il religioso popolo di Saltrio, con generose offerte e con assiduo lavoro, in questa chiesa nuova, sulla vecchia eretta il Vescovo di Como consacrava, il 7 settembre 1851".
Verso la metà del XIX secolo (1855 - 1860), la fabbriceria venne nella determinazione di creare un portichetto sul lato nord. Il progetto venne contestato da parte delle autorità preposte alla tutela del patrimonio artistico, adducendo che veniva modificata la sua antica formazione architettonica; esso venne in seguito approvato solo con delle modifiche. I motivi erano più che giustificati.
Il 1917 vede l'Italia in guerra contro l'Impero Austro-ungarico: si teme che essa venga aggredita alle spalle, con l'invasione della Svizzera neutrale da parte delle truppe austriache.
L'Alto Comando Militare ordinò la costruzione di fortificazioni, definite poi la "Linea Cadorna", lungo tutto il confine italo-svizzero per un tratto di circa 200 chilometri.
Saltrio è un paese di confine: si tenne ovviamente conto della sua posizione collinare, e venne, quindi, soggetto alle previste fortificazioni.
Punto di riferimento strategico fu il Monte Orsa, ove vennero costruite postazioni, camminamenti, gallerie che si affacciano sul lato nord e che permettevano di avere sotto controllo la zona del lago Ceresio.
Sul Monte Croce si fecero camminamenti, postazioni e piazzole; anche il colle San Giorgio e la chiesa non rimasero immuni. Lungo tutto il perimetro del colle vennero tracciati camminamenti e postazioni, mentre sotto la chiesa si crearono quattro gallerie convergenti al centro.
Nella zona la chiesa di San Giorgio è stata l'unica ad essere stata sottoposta ad opere di fortificazioni.
Nel 1923 il parroco Don Luigi Vittani notò che la chiesa era priva della statua di San Giorgio, al quale la chiesa era stata dedicata; la commissionò ad un artista della Val Gardena e il 16 dicembre essa venne solennemente collocata sull'altare maggiore.
Nel 1997 il parroco Don Giorgio Ponti effettuò alcune opere conservative e migliorative: l'installazione della luce elettrica, l'imbiancatura, la pulitura degli affreschi, la lucidatura del pavimento.
La chiesa, ad inizio del secondo millennio, con i suoi cinquecento anni di vetustà, si trova in uno stato ottimale di conservazione, continua ad essere un punto di riferimento storico-religioso, conserva opere di un certo valore artistico.
Doverosamente si esprime gratitudine ai parroci che furono nei secoli preposti alla guida della parrocchia: essi non mancarono di prestare attenzione ad una chiesa tanto amata dai saltriesi, i quali con notevoli sacrifici contribuirono ad abbellirla e si adoperarono per la sua conservazione.
Tutto il contesto dell'altare è stato realizzato in due periodi: l'altare risale al 1735, l'Ancona nel 1923, allorquando venne collocata la statua lignea di San Giorgio.

Nel pallio ai quattro angoli sono inseriti quattro angeli in maiolica di Saltrio, al centro una croce pregevolmente elaborata detta "Croce di San Andrea".

Vi sono state incise le iniziali S.G. (San Giorgio); ai lati compaiono angioletti in maiolica di Saltrio e sopra la serraglia un lavoro scultoreo con al centro un tondo ornamentale in maiolica di Saltrio. Risulta che è stata eseguita dal marmorino Luigi Emerici.
Balaustre, base, cimasa, piastroni: maiolica di Saltrio.
Piastrini di rosso d'Arzo.
La Statua di San Giorgio è un'opera lignea dell'artista gardeanese Giuseppe Scalz di San Ulrico di Val Gardena. Presenta il Santo a cavallo, vestito da soldato romano, con il manto rosso svolazzante; mostra un bel volto giovanile, è rappresentato nell'atto di trafiggere con la spada il drago. La statua è di ottima esecuzione artistica: vi si notano le capacità di un personaggio che si dedica all'arte lignea.
La cappella della Madonna di Loreto trae le origini in un periodo imprecisato, certamente remoto, in cui i saltriesi decisero di far affrescare la parete centrale con un dipinto raffigurante la Madonna di Loreto e la Santa Casa.
L'altare, invece, risale al 1748; è in stile barocco ma subì una modificazione a causa di un fulmine che si abbattè nel 1846 ai lati della cappella.
Il dipinto della Madonna di Loreto è indubbiamente di un dipinto antico, di ignoto autore; è segnalata la sua esistenza per la prima volta nel 1702.
Nel 1846, a causa di un violento temporale abbattutosi sulla Cappella della Madonna di Loreto, fu gravemente lesionato, per cui si rese necessario ridimensionarlo.
L'affresco mostra la casa, sulla quale è dipinta la Madonna: ha un volto ben tratteggiato, il manto scende dal capo e copre interamente il corpo. Sul braccio sinistro posa Gesù Bambino, sorridente con in mano lo scettro.

Le ricerche effettuate hanno accertato che le opere scultoreee degli angeli sono il prototipo di quelli che si trovano presso la chiesa parrocchiale di Affori (Milano); sono in stile neoclassico, risalenti al 1862 ad opera di Luigi Marchesi.
L'Angelo a destra dell'altare tiene le mani incrociate al centro del corpo, ha il volto abbassato, dal capo scendono i capelli ben regolati, attorcigliati e cadenti sulle spalle. Il manto, che partendo dalle spalle copre interamente il corpo fino alla sommità dei piedi, ha notevoli pieghettature molto ricche che dal fianco sinistro vanno verso quello destro.
L'Angelo a sinistra dell'altare ha una formazione pressoché identica; tiene il bel volto abbassato, le mani al centro in atteggiamento di preghiera, i capelli sono pure ben regolati e coprono le spalle.
Il manto, che parte dalla spalla destra, lascia intravedere il braccio sinistro nudo ma copre interamente il resto del corpo fino alla sommità dei piedi. In centro ha notevoli pieghettature, in particolare la parte che poggia sul braccio sinistro.
Le ali dei due angeli sono ben proporzionate ed hanno le medesime particolarità ornamentali.
Cappella della Deposizione di Gesù dalla croce o della Pietà conserva il mezzo rilievo di Pompeo Marchesi risalente al 1830 circa.
Essa era completamente spoglia, in quell'epoca, ed i saltriesi decisero di erigervi un altare.
Il riquadro che racchiude è a forma rettangolare priva di ornamento, salvo nella parte superiore priva di serraglia; per gran parte della lunghezza sono collocati i tipici lavori ornamentali neoclassici usati da Pompeo Marchesi.

Pompeo Marchesi nel 1826 realizzò la colossale statua della Deposizione di Gesù dalla croce o della Pietà per il Santuario di Saronno, ottenendo unanimi consensi e plauso. Forte del lusinghiero successo, pensò di realizzarne alcune in varie forme, tra le quali il mezzo rilievo conservato a Saltrio.
Esso presenta le medesime caratteristiche della Pietà di Saronno: mostra Giovanni che sostiene Gesù con le mani sotto il braccio destro, mentre tiene la testa ed il volto poggiato sul capo della Madonna. A tergo le due donne piangenti. In basso la scritta: "Dono dello scultore cav. Pompeo Marchesi alla sua cara Patria".
Lo studioso Andrea Spiriti, nell'esprimere un giudizio critico sulle opere eseguite, afferma che il tutto rappresenta lo stile severo della statutaria greca e può essere accostato alle opere michelangiolesche.
I due angioletti collocati ai lati dell'altare sono in stile neoclassico ed in marmo di Saltrio; ambedue tengono le mani incrociate, hanno un bel volto, la capigliatura ritorta e ben ordinata. I vestiti coprono la metà del corpo, lasciando intravedere il nudo alle estremità dei piedi.
Le ali sono alquanto elaborate.
Possono essere attribuite a Luigi Marchesi, in quanto è possibile fare un confronto con quelli collocati ai lati dell'altare della Madonna di Loreto, in cui si intravedono le medesime caratteristiche.

Sotto la volta centrale, in un ampio cerchio, è affrescata la simbologia cristiana rappresentata da: l'uomo, l'aquila, il bue, il leone. Incomprensibile la mancanza dell'agnello, cosicchè la parte centrale è affrescata da un ornato a forma esagonale finemente elaborato verso cui convergono quattro filari di fiori che via via vanno assottigliandosi.
Le estremità del cerchio sono contrapposte da affrescature ornamentali a due a due identiche.
Non si hanno notizie del pittore, rimasto ignoto, ma si concorda che abbia dimostrato una ottima genialità e buona capacità artistica.
La pavimentazione centrale è a forma circolare, in marmo cenerino di nero di Saltrio, a quadretti rettangolari che via via vanno restringendosi verso il piccolo tondo centrale. L'opera risale al finire dell'800 ed è eseguita dal Marmista Sartorelli.
Del tutto originale la sua lucidatura, che ha messo in risalto l'efficace contrasto dei colori dei marmi.



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SALTRIO



Saltrio è un comune  della provincia di Varese che si può già definire montano, per scoprire la sua storia legata a martelli e scalpelli, gli attrezzi con cui “picasass”, ma anche grandi scultori come Pompeo Marchesi hanno portato la loro arte in giro per il mondo e un antico fossile a cui il paese ha dato il suo nome.

La collocazione geografica del comune, alle pendici dei monti Orsa e Sant’Elia e del monte Poncione d’Arzo si caratterizza come una lingua di terreno che rientra nel territorio svizzero.
Il paese, reso comune autonomo nel 1953 dopo un connubio durato sin dal 1928 con Viggiú, ha costantemente diviso la propria identitá tra la provincia di Como e quella, istituita nel 1927, di Varese, entrando a far parte di quest’ultima pur rimanendo nella Diocesi di Como fino al 1982, data di passaggio alla Diocesi Ambrosiana.
Derivato probabilmente dal latino saltus, con significato di “bosco”, il nome del paese sin dalle prime memorie storiche riporta alle attività estrattive della pietra calcarea, detta comunemente “pietra cenerina” a causa del colore grigio.
Attualmente le cave sono tutte abbandonate, mentre le maggiori attivitá economiche poggiano sul frontalierato verso la Confederazione Elvetica e su qualche attività artigiana.
Numerosi sono stati i Saltriesi, scalpellini, marmisti e ornatisti, che nel corso dei secoli hanno abbellito con la loro arte incisoria palazzi, basiliche romane e cattedrali, come il Duomo di Milano.
Cessata via via l’attività estrattiva, gli abitanti di Saltrio, specie a partire dalla fine dell’Ottocento, conobbero la via dell’emigrazione verso paesi stranieri, soprattutto verso gli Stati Uniti, sebbene dovesse di lì a poco iniziare il moto migratorio da altre regioni d’Italia verso Saltrio.
Attualmente, il fenomeno è stato assorbito dal frontalierato e la popolazione di Saltrio è per la maggior parte impiegata in Svizzera o nei centri vicini.

Essendo paese di confine fino alla fine degli anni 50 Saltrio annoverava fra i suoi abitanti molte persone addetta al trasporto del contrabbando di sigarette, caffè, zucchero.
Sulle pendici di monti Orsa e Poncione si possono vedere ancora oggi cave da cui nel passato si estraeva la famosa "Pietra di Saltrio" che veniva usata per la realizzazione di colonne, portali, scalini, etc.
Girando per Saltrio ancora oggi si possono vedere portoni di accesso alle corti decorate con tale pietra lavorata in modo più o meno artistico.

Mancano di Saltrio notizie storiche di qualche rilievo anche se la zona è comunque interessata da insediamenti di sicura antichità come dimostrano i molti ritrovamenti di epoca romana a Stabio, Ligornetto, Clivio, Viggiù, Arcisate (molte lapidi, monete, ecc.). Saltrio in particolare deve avere avuto una certa importanza per le sue cave di pietra, dato che la pietra di Saltrio si ritrova già usata nel rivestimento delle mura romane di Milano (datate circa al 32 - 27 a.C.).
E' una pietra calcare dal bell'aspetto grigio cenere, grana compatta. Il suo impiego perdura per tutto il medioevo, anche in luoghi lontani, come nel Chiostro di Piona (sul Lago di Como), alla Certosa di Pavia - ove la pietra dominante è tuttavia quella d'Angera, nel Duomo di Lugano, sino ad alcuni impieghi moderni nel cimitero di Staglieno a Genova ed al Monumentale a Milano.

Nel medioevo il paese gravitava sulla ricca pianura del Mendrisiotto, ove prendeva man mano importanza quella che sarà la "Strada d'Europa" collegante Milano con Chiasso, Lugano, il Gottardo, Lucerna, Basilea, Zurigo e la Renania. E' la strada che seguono nel XV - XVI sec. le armate mercenarie svizzere al servizio dei signori italiani; le stesse armate che, sfruttando la superiorità del momento, conquisteranno in varie riprese le terre dell'attuale Canton Ticino, sottoponendole ai Cantoni primitivi e poi via via agli altri Cantoni d'Oltralpe.
Quello che diventerà il confine tra le due nazioni si attesta al limite attuale nel 1526, quando anche la Pieve di Balerna viene riconosciuta agli Svizzeri; Saltrio e Clivio rimangono con il Ducato di Milano e quindi con l'Italia.

Questa è stata quindi terra di scalpellini e scultori la cui crescita fu certamente favorita dalla ricchezza di pietra da taglio (Cave di Arzo e di Viggiù oltre che di Saltrio) ma anche da quel clima culturale da cui trassero origine, se non i primitivi "maestri comacini", le ininterrotte schiere di artisti che dai "maestri campionesi" in poi percorsero tutta l'Italia e molti paesi esteri.

Pompeo Marchesi nacque a Saltrio il 7 agosto 1783, figlio di Gerolamo di Saltrio, e di Caterina Tamburini, di Brunello, e morì a Milano l'8 febbraio 1858.
Avviato alla scultura dall'esempio del padre, sentendo una forte vocazione artistica, studio all'Accademia di Brera di Milano dove ebbe come maestro lo scultore Giuseppe Franchi. All'età di 21 anni, nel 1804, dopo aver ultimato gli studi a Brera,  su segnalazione della Commissione per la cultura di Brera al Ministero dell'Interno, fu inviato a Roma come Alunno pensionato presso la locale Accademia diretta da Antonio Canova.
Nel 1810, Pompeo Marchesi ritornava a Milano dove iniziò la sua carriera artistica con le prime opere presso il Duomo di Milano.
Nel 1826, su precedente consiglio del Canova, fu chiamato a succedere a Camillo Pacetti alla cattedra di scultura di Brera che tenne fino al 1852 con molto onore, formando una folta schiera di alunni fra i quali i viggiutesi Giosuè Argenti, Guido Butti e Luigi Buzzi Leone.
I Milanesi lo chiamavano "el Dio dei piccaprei" e si interessavano ai suoi lavori prima ancora che fossero compiuti. Notevolissimo fu il suo contributo al sorgere della Galleria di Arte Moderna di Milano dove, in una sala riservata, si conservano di lui ben 95 opere.

Luigi Marchesi, figlio di Carlo Gerolamo Marchesi e di Caterina Tamburini, nasce a Saltrio il 16 aprile 1799; il padre scultore della fabbrica del Duomo di Milano, in ancor giovane età lo porta con se a Milano facendogli frequentare l'Accademia di Brera nella quale conseguì risultati brillanti e si rilevò uno dei migliori allievi.
Nel 1818 venne premiato nel concorso di seconda classe, per figura, disegno e plastica; nel 1819 ricevette un secondo premio per un disegno che rappresentava Cefalo e Procri, presentato sotto il motto "Intanto con maniere alme e devote. Spria lalma infelice del mio volto".
Nel 1823 entrò a far parte degli scultori del Duomo di Milano assieme ad altri giovani scultori usciti dall'Accademia di Brera: Benedetto CACCIATORI, Giovanni PIAZZA, Gerolamo RUSCA, Abbondio SANGIORGIO, Francesco SOMAINI, i quali nel corso della loro carriera artistica faranno scrivere pagine bellissime, storiche e culturali dell'arte scultorea milanese.
Manterrà l'incarico per circa quarant'anni, durante i quali vennero commissionate oltre trenta statue di piccola, media e grandezza naturale, delle quali le più importanti sono: San Mario, San Calimero, San Patrizio e Sant'Ignazio di Loyola.
A Saltrio nella Cappella di famiglia sono conservati due busti eseguiti nel 1838 che ritraggono i genitori, purtroppo in parte deturpati.

La Cappella della SS. Trinità, così denominata perchè al suo interno custodisce la statua omonima, rappresenta un raro documento artistico trasmessoci dai nostri antenati.
La statua è opera di un maestro non meglio identificato, ma appartenente ai "Giudici", una delle più illustri casate saltriesi, che per vari secoli fu protagonista dell'attività estrattiva della nostra pietra.
Da notare che nelle cappelle della Valceresio e del Varesotto le sacre figure: Gesù, la Madonna, i Santi, le simbologie cristiane, vengono rappresentate pittoricamente, mentre in quella saltriese la rappresentazione è di pietra.
Dobbiamo porre particolare attenzione a questa statua della SS. Trinità, realizzata agli inizi del '500, perchè potrebbe passare inosservata essendo collocata in una località periferica lontana dai luoghi dove fu intensa l'attività artistica e scultorea.
La statua della SS. Trinità appare molto complessa, ed una critica pur affrettata non può essere più che positiva per quello che l'artista ha saputo realizzare.
A conclusione il complesso statuario meriterebbe un più approfondito studio al fine di scoprire come il Magistro abbia saputo accostare e conciliare le sue concezioni artistiche con un dogma fondamentale della Fede Cristiana.
La Cappella presenta ampia apertura ad arco, al centro in alto è collocato in un tondo il simbolo della SS. Trinità "Le tre dita" in pietra di Saltrio.
Lungo tutto il frontale sono collocati due gradoni per accedervi all'interno, è chiusa da un parapetto dell'altezza di circa un metro e mezzo in pietra con lavori ornamentali dell'epoca. Si riscontra una inferriata, con accesso posto al centro, per cui la cappella rimane completamente aperta, in modo che il passante o il visitatore possa avere un'ampia visione delle opere contenute.
Tutto il complesso dell'altare è in pietra grigia di Saltrio, al centro si riscontra un ovale, il cui interno è in macchia vecchia di Arzo o broccatello.
La nicchia è sostenuta da un gradone o ripiano per tutta la lunghezza dell'altare è pure in pietra grigia locale.
La base di sostegno ha una altezza di circa trenta centimetri, in cui si possono notare delle incisioni alquanto smunte e da decifrare, al centro un ulteriore basamento con finalità ornamentali.
Le due colonne laterali di un consistente spessore, sostengono il cappello a forma semicircolare, chiusa da una serraglia rettangolare ed al centro semicurva.
Si notano quattro piccoli incastri in tondo ovale, due al centro delle colonne, due sotto la serraglia pure in broccatello.
Una cordonatura in pietra grigia corre lungo le pareti laterali e frontale.
La statua della SS. Trinità mostra il Padre Eterno con una folta barba, tiene lo sguardo verso l'alto, il capo è interamente coperto dalla capigliatura, dalle spalle scende il manto che copre parzialmente il corpo con delle pieghettature convergenti al centro, e si intravedono solo le estremità delle dita.
Al centro del corpo è scolpita la Croce con Gesù Crocifisso, che tiene il capo inclinato, sulla parte superiore della croce è posata la colomba, infine ai lati degli avvolgimenti che si possono definire delle nubi che circondano il Padre Eterno in cielo.

La chiesa parrocchiale, dedicata ai Santi Gervaso e Protaso, è il nucleo storico intorno al quale nel 1517 la comunitá si rende autonoma per la somministrazione dei sacramenti principali.
Pur non essendo disponibili notizie sulla fondazione del primo edificio di culto, ne conosciamo alcune vicissitudini, legate ai restauri e agli ampliamenti succedutisi nel corso dei secoli.
Un fulmine, che colpí la chiesa nel 1759, fu infatti all’origine della demolizione dell’antica parrocchiale e della ricostruzione della navata centrale.
Restauri interni ed esterni, come l’aggiunta delle due navate laterali e del coro dietro l’altare maggiore, vennero compiuti verso la fine del XVIII secolo per culminare nel rifacimento della facciata, che risale, nel suo aspetto attuale, al 1887.

La Chiesetta di San Giorgio posta su di un poggio a circa 570 metri sul livello del mare. Dalla struttura ed architettura sembra che le sue origini risalgano al '700, mentre il campanile porta una data (1848) che forse è da identificare come l'anno del suo restauro.
Da Saltrio attraverso facili sentieri segnalati dalla comunità montana della Valceresio si può raggiungere la sommità del monte Orsa (2 ore per una facile strada sterrata) oppure l'ingresso delle antiche cave che si trovano alla base del monte Pravello (che sta alle spalle del monte Orsa). Scendendo dal monte Orsa verso Viggiù si incontrano le profonde gallerie e camminamenti costruiti durante la prima guerra mondiale come linea di difesa in caso di invasione tedesca/austriaca attraverso la Svizzera.

La linea Cadorna è il sistema difensivo costruito a inizio Prima Guerra Mondiale per contrastare un'eventuale invasione austro-tedesca dalla Svizzera. C'è un sentiero ben attrezzato, segnalato come itinerario anche sul sito tematico della Provincia.

Sotto il colle San Giorgio c'è una caverna che fungeva da ricovero logistico (la linea dista una trentina di minuti a piedi): "c'erano quattro gallerie d'accesso, oggi rimane accessibile solo questa, usata come cantina, perché mantiene temperatura costantemente fresca"
La piazzetta centrale del paese si chiama Piazza Monumento, per la presenza del monumento ai Caduti.

Il gigantesco edificio della colonia montana ex INAM, usata per l'ultima volta nell'estate del 1979. Passata al Ministero del Tesoro, è stata venduta ad un privato svizzero..
Cascina Luraschi, costruita nel 1935, passata all'Inam nel 1939, abbandonata da un anno e mezzo dopo che se ne è andato l'ultimo contadino. Sui silos per le granaglie si intravede ancora l'ombra del fascio littorio, cancellato dopo il 1945.

La maggioranza della popolazione è di religione cristiana appartenenti principalmente alla Chiesa cattolica; il comune ha quattro edifici di culto amministrati da una sola parrocchia dei Santi Gervaso e Protaso, e appartiene oggi all'Arcidiocesi di Milano, ma la sua storia è del tutto particolare: Saltrio è appartenuta fin dal Medioevo alla Diocesi di Como, tanto che nel borgo è in uso il rito romano, rappresentata in loco dal prevosto di Riva San Vitale attraverso la vicina Arzo. L'anomalia si generò nel 1516 allorquando, in seguito al Trattato di Friburgo, tutto il resto del territorio plebaneo passò alla Svizzera: quando nel 1884 il governo svizzero decise la nazionalizzazione delle istituzioni religiose, e fu creata la Diocesi di Lugano, Saltrio si trovò isolata dalla propria diocesi e, caso unico in Lombardia, priva di un prevosto di riferimento. Alla situazione si cercò di mettere una pezza dichiarando il paese vicariato foraneo di sé stesso, ma fu solo nel 1982 che Carlo Maria Martini mise ordine al problema cambiando diocesi alla parrocchia uniformandola a quelle italiane ad essa circostanti.
L'altra confessione cristiana presente è quella evangelica dal 1950 circa.

Nel 1996 nella cava Salnova vennero ritrovate le prime ossa di quello che è il primo grande dinosauro carnivoro italiano: il Saltriosauro.



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