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lunedì 10 agosto 2015

VALVESTINO



Valvestino è un comune sparso della provincia di Brescia.

Valvestino è situato nella valle omonima, tra la Valle Sabbia e il Lago di Garda. È composto dalle cinque frazioni di Armo, Bollone, Moerna, Persone e Turano. La sede municipale si trova nel paese di Turano. È uno dei nove comuni membri della Comunità Montana Parco Alto Garda Bresciano con sede a Gargnano e il suo territorio comprende la parte nord del lago di Valvestino.

Sull'origine del toponimo Val Vestino esistono varie ipotesi interpretative e secondo il geografo trentino Ottone Brentari la Val Vestino prenderebbe il nome dai monti Vesta e Stino che la chiudono nella parte sud occidentale, mentre per lo storico bresciano monsignor Paolo Guerrini, concordando con Claudio Fossati di Maderno, la vuole da Vest: luogo scosceso e boscoso. Altri ricercatori invece sostengono la derivazione da Ve, ossia da quei prati posti di fronte a nord al Molino di Bollone fino alla chiesetta di San Rocco a Moerna e Stino, il monte che sovrasta l'abitato di Moerna e in linea diretta con Ve.

Secondo la linguista Claudia Marcato, il toponimo sarebbe un composto di valle più Vestino, nome locale confrontabile con l'oronimo Vesta, il poleonimo Vestone e altri toponimi lombardi simili, "che sono da ritenere di origine incerta" e richiamano alcuni nomi personali come Vestus, Vestius, Vestonius (e Vestino anche l'etnico Vestini, popolo italico del centro della penisola). Sono in effetti attestati i nomi personali di origine celtica Vistus, Vistalus, Vestonius, Vessonius.

Un'ultima ipotesi di Natale Bottazzi, asserisce che l'origine del nome Vestino è ascrivibile alla voce latina “vastus” che significa luogo desolato. Sembra che non vi sia nessuna assonanza con l'antico popolo dei Vestini stanziati nell'Abruzzo e sottomessi dai Romani nell'89 a.C. anche se alcune analogie sono sorprendenti, tra queste il culto per la dea Vesta, il richiamo al nome del dio umbro Vestico, il "dio-libagione" associato al culto della terra dispensatrice di frutti e l'origine dell'etnonimo che secondo alcuni sarebbe formato dalle voci celtiche "Ves" che significa fiume o acqua e da "Tin" che significa paese indicando in tal modo un "paese delle acque", visto che il territorio occupato dai Vestini era particolarmente ricco di corsi d'acqua e sorgenti, come lo è anche la Val Vestino. Curiosa rimane anche la somiglianza con il toponimo della Valle del Vestina sita in Toscana nel comune di Monte San Savino o del comune veronese di Vestenanova.

Nel comune di Valvestino, il 21 e 22 settembre 2008, contemporaneamente al comune di Magasa si è tenuto il referendum per chiedere alla popolazione di far parte integrante della regione Trentino-Alto Adige sotto la provincia di Trento. Il risultato è stato positivo nonostante l'elevato quorum richiesto dal referendum (maggioranza degli aventi diritto al voto).

Il 7 ottobre 2009 il senatore Claudio Molinari, del Partito Democratico, ha presentato un disegno di legge per il ritorno del Comune di Valvestino e Magasa nella Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol.

Il 18 maggio 2010 il Consiglio regionale Trentino-Alto Adige approvava quasi all'unanimità dei votanti una mozione per l'aggregazione alla Regione dei comuni di Magasa, Valvestino e Pedemonte attivando la Giunta per "sollecitare nelle sedi competenti, il tempestivo e positivo esame dei Disegni di legge costituzionale" depositati in Parlamento a Roma e il 14 aprile del 2015 il Consiglio regionale della Lombardia si esprimeva allo stesso modo approvando la mozione che esprimeva parere favorevole al passaggio al Trentino dei due comuni.

Una suggestiva e tortuosa strada che richiede attenzione, ma che ripaga ampiamente l'impegno con scorci panoramici dove la bellezza della natura è assolutamente coinvolgente, sale da Gargnano, sul Lago di Garda, in Valvestino. Un itinerario che propone panorami inaspettati unitamente ad una vegetazione che passa gradatamente da oleandri e olivi, tipicamente mediterranei, ai boschi di rovere e orniello fino ai faggi, agli aceri ed ai pini silvestri per raggiungere poi gli alti pascoli. Insenature verdi e rocce incombenti si rincorrono e si specchiano nel lago artificiale di Valvestino formato dalla grande diga costruita nel 1962. Un fiordo che si incunea nelle montagne dove le acque e la vegetazione diventano un tutt'uno.Interamente compresa nel Parco dell'Alto Garda bresciano e di notevole importanza ambientale anche per la presenza di flora endemica oggetto di studi già dal 1700, la Valvestino è anche ricca di storia. Abitata sin dalla preistoria, luogo di transito per i romani, e parte del ducato longobardo, essa fu, dall'XI secolo, feudo dei conti di Lodrone prima e sotto il dominio del principato vescovile di Trento poi. Da sempre terra di confine, dopo la dominazione asburgica, divenne italiana nel 1915. Percorsi e sentieri ben segnalati di interesse paesaggistico, naturalistico ma anche storico e militare ne illustrano le caratteristiche. Visitare i piccoli borghi che ne compongono i due comuni è una piacevole scoperta.
Il comune di Valvestino è composto dalle frazioni di Turano -Armo -Moerna -Persone e Bollone.

La zona sarebbe stata anticamente abitata dagli Stoni, popolo euganeo che pose la propria sede a Vestone. Seguirono gli Etruschi, una cui necropoli, secondo anonime annotazioni del secolo scorso, sarebbe stata rinvenuta ad Armo. I Galli cenomani costruirono case e fortificazioni, tra cui il castello di Turano, antecedente rispetto a quello eretto nel 1240 da Bonifacino di Bollone.

Sulla scorta dei reperti gallici rinvenuti in buona quantità nel Trentino occidentale e specialmente a Storo e a Tiarno di sotto fino alla lontana stazione di Peio in Val di Sole, si può discretamente dedurre che essi abitassero anche la Valle di Vestino lasciando il ricordo nei toponimi terminanti in -one come Bollone, Persone, Cablone, Caplone, Bondorìe, Lodrone.
Dato il modo di costruire i loro piccoli centri abitati e fortificati ad essi si possono pur far risalire i castelli o castellieri di Vico e Zumie in Capovalle, il Castello di Turano (toponimo preesistente alla costruzione di Bonifacino di Bollone nel 1240) il castello, divenuto poi Rocca Pagana, a Magasa con visibili muri a secco, il Castello di Cadria dominante la valle del Droanello.
Anche i toponìmi Magasa e Cadria sarebbero di origine celtica o gallica.
Si riconosce ai Cenomani il merito di aver dato notevole sviluppo all’agricoltura e specialmente all’allevamento del bestiame; pare anzi che ad essi sia dovuta l’introduzione e la diffusione dei bovini dì razza bigia.
Al contrario degli altri Galli, mantennero ottime relazioni con Roma anche se, nel 197 a.C., il console Gneo Pompeo Strabone concesse l’ìus romano (colonia romana) e nel 49 a.C. la cittadinanza romana con la lex Roscia; ma tutto riguardava la pianura fino alle colline: Roma non aveva ancora preso effettivo possesso della Valle e dei paesi limitrofi. Le nostre vai li erano continua zone di passaggio e di provvisorio accam pamento per gli Stoni, i Trìdentini, i Lepontini ed altri popoli che continuavano a far scorrerie in pianura e a moiestare i nuovi padroni.

La Valle di Vestino divenne sicuro dominio di Roma nel 15 a.C., allorché i figliastri di Augusto, Tiberio e Druso, portarono a compimento la nota guerra netica che vide domate tutte le popolazioni delle Valli Camonica e Trompia, del Trentino occidentale fino alle Alpi.
Così la Valle venne a far’ parte dell’impero romano per circa 500 anni ed inscritta alla tribù Fabia di Brescia unitamente alla Giudicarie, la Valle Sabbia, la VaI di Ledro, il territorio del Garda con Arco e Riva: il confine con la tribù Papiria di Trento avrebbe dovuto essere il fiume Sarca. Fu prima colonia romana e, nel primo secolo dopo Cristo, ebbe la cittadinanza romana.
In tutte le vallate di questa zona fino a Trento stanziava la XXI legione Rapaces, a presidio delle vie di comunicazione e a difendere gli abitanti dalle incursioni dei montanari ribelli e dei ladroni. La parte più alta del colle o dosso di Turano ove, dalla fine del 1500, sorge la chiesetta di San Rocco, conserva il nome di TORRE: ciò facilmente comprova che vi fu costruito un fortilizio romano dal quale poter controllare gran parte della Valle; si può ben ritenere che essa venisse demolita o per costruire nuove case o da Bonifacio da Bollone per la fortificazione del Castello di Turano.
L’esigua popolazione, con la venuta dei legionari romani, fu aperta a migliori relazioni con la Riviera del Garda, con la Valle Sabbia e con il Basso Trentino.
Incominciò un lungo periodo dì benessere e di pace favorevole specialmente allo sfruttamento degli estesi pascoli ed all’utilizzazione del legname ricavato dal le fitte selve che ricoprivano gran parte della Valle, Il presidio militare di Turano, le piccole proprietà terriere divennero pagi e vici (villaggi) e si fecero, per quei tempi, discretamente numerose.
Così i discendenti degli Etruschi e degli Steni e gli ultimi Cenomani assorbirono lentamente la civiltà, i costumi, la religione, la lingua romana.
Pochi, oltre il toponimo predetto, sono i ricordi romani: tombe romane rinvenute a Magasa-Capetel nel 1885 con monete e lucerne funerarie; il tutto fu portato nel Collegio di Desenzano da don Bartolomeo Venturini, ma purtroppo più nulla è colà reperibile; si hanno pure un peso di stadera romana del III secolo d .C. e una moneta romana dell’imperatore Maximino Pio Germanico (235-238 d.C.) trovata nel 1969 presso la Chiesa di San Giovanni Battista di Turano: è proprietà di un privato della Riviera, mentre il peso è custodito nel museo romano di Brescia. Di romano ci parlano I’ex castello di Magasa, ribattezzato Rocca Pagana, il Cingolo Rosso e le frazioni Vico e Vie di Capovalle.

Le persecuzioni, anche se furono seme di altri cristiani, ritardarono la diffusione del Cristianesimo che solo nel 313, con l’imperatore Costantino, ebbe libertà di culto; divenne religione di Stato con Teodosio, finché nel 415 l’imperatore Onorio comandò che le reliquie e le memorie dell’idolatria fossero abolite e distrutte,
Non si deve vedere la piccola valle di Vestino, con i finitimi paesi e valli, tutta cristiana nell’ultimo periodo romano; tutto fu lento e difficile per superare l’idolatria al gallico dio Bergirmo e ai romani Saturno, protettore dell’agricoltura, ai Mani, protettori della casa, a Pane, dio dei pastori, e a Flora e Proserpina, dee delle biade.
La tradizione vuole che la Valle sia stata convertita al Cristianesimo da San Vigilìo vescovo di Trento e martirizzato in Valle Rendena il 26 giugno del 400 dopo dodici anni di episcopato. Egli era giunto nella sede tridentina partendo da Milano: pertanto si è portati a credere, dalle chiese a lui dedicate, che il suo primo contatto sia stato con le popolazioni del Garda: Punta di San Vigilio, San Vigilio a Tignale e a Droane, San Vigilio in VaI Trompia sono una discreta catena entro la quale influì direttamente e, ancor meglio, con i suoi discepoli.

Nel 1185, il Conte Enrico d’Eppan cede i suoi possedimenti nelle Giudicarie al Vescovo di Trento, Alberto I. Tra i suoi vassalli figura Calapinus miles de Lodrone.
Emergono – nel frattempo – sempre più duri i contrasti tra Brescia e Trento, con l’investitura che, nel 1189, il vescovo Corrado fa agli illustri uomini di Storo del Castello e corte di Lodrone, con il patto però che non vengano ceduti ai bresciani.
Un secolo e mezzo appresso, Lodovico – il Conte del Tirolo – concede a Raimondo Lodrone i feudi di Bollone, Cadria e Droane. Questi vengono riconosciuti nel marzo 1363 da Albrigino e Pederzotto Lodrone, come provenienti dalla Contea del Tirolo e investiti dal Duca Rodolfo d’Austria il 13 gennaio 1396.
Un dominio, quello dei Lodrone, che si esprime nell’esercizio del diritto civile e criminale, con riscossione di tributi vassallatici da parte delle popolazioni locali sia in denaro che in natura. I paesi della Valle hanno un’amministrazione indipendente (Cadria è frazione di Magasa) e solo per le decisioni generali fanno riferimento al Generale Consiglio della Valle, che si riunisce a Turano.

Nel 1753, l’Impero d’Austria e la Repubblica di Venezia trovano un accordo per la delimitazione della linea di confine del Tirolo meridionale, che comprende la Valvestino. Il proclama viene emanato il 17 giugno, dopo i lavori della Commissione di Rovereto, cui sono presenti – in rappresentanza dell’Impero – il conte Paride di Wolckenstein e Giuseppe Ignazio de Hormayr. Per Venezia c’è il commissario Francesco Morosini.
A Rovereto, «rivolta con pari impegno l’attenzione al perpetuo stabilimento della reintrodotta pace», si decide che ogni anno, tra Pasqua e Pentecoste, dovrà essere esposto il proclama che si riferisce alle due comunità, austriaca e veneta. Vengono fissati i confini perché «se ne conservi presente la memoria e in caso di qualche mutazione questa si renda immediatamente osservabile in modo che non resti per l’avvenire alcun pretesto di ignoranza». Verranno quindi posti dei termini da revisionare ogni due anni, ma senza che vi sia pregiudizio per la strada comune o i sentieri. Si stabilisce che se la linea di confine viene oltrepassata «per ignoranza» da animali o pastori, non vi debbano essere «rappresaglie come accaduto per il passato, con tumulto popolare e toccando campana a martello».
Fissati i confini nel convegno di Rovereto, questi vengono resi visibili materialmente con la messa in opera di cippi in pietra dell’altezza di circa 80 centimetri e larghezza di 40. Ciascuno di essi porta un numero progressivo e l’indicazione dell’anno: 1753. È un lavoro che richiede costi che non vengono sollecitamente liquidati. Si fa sentire, per primo, il notaio Gio Pietro Marzadri che, il 27 settembre 1753, invia la nota spese per le «mercedi meritate» nell’operazione di stesura dei confini, per un totale di lire 14. Passano tre anni finché, nel 1756, è la Comunità di Magasa a rivendicare il rimborso delle spese per la revisione dei terreni a confine.
Dopo il 1796, la Valle assiste al passaggio di francesi ed austriaci.
Sono giorni caotici, aggravati dall’impossibilità di acquistare derrate alimentari nella Riviera bresciana del Garda a causa delle scorribande di briganti: in genere sbandati bresciani, veneti e bergamaschi. Condizioni alle quali si aggiungono ulteriori balzelli che gravano sulla gente per «spese belliche e contribuzioni somministrate ai Francesi di ragione propria della predetta Comunità  fiorini 1.920 da pagarsi ogni anno nel giorno della stipulazione del presente…». E’ il 1801 e l’evento va ad aggiungersi alla torrida estate che pochi anni prima – nel 1798 – aveva inaridito i raccolti, provocato un’epidemia di bovini e suini, cui era seguita una carestia.

1807: altra calamità naturale. Ne parla il tremosinese Tiboni:

«per istraordinaria impetuosa inondazione, i fianchi de’ monti si aprirono e franarono. Ogni convalle divenne torrente, onde il fiume [S. Michele o Campione] uscì dal suo letto e, sormontando le rive per tutto ove trovava pianura, si spanse, divelse e portò seco alberi antichi, scavò e travolse enormi macigni, abbatté i ponti, e tutto il fondo della Valle fu orrendamente sconvolto. E si reputò gran favore del cielo che veruno sia in tante rovine rimasto vittima».

L’evento ha ripercussioni anche sulla Valvestino. È in atto, infatti, ad inizio Ottocento, un fiorente commercio di materiale ferroso trasportato a Magasa e Cadria da Lorina di Tremosine.

La condizione economica della Valle è preoccupante.

Nel 1807, «stante la sua situazione produrrà all’incirca some di frumento 80,20 di segala, orzo galatico di poco buona qualità 70, sorgo turco 100, il tutto sufficiente per tre mesi all’anno. Mancano avena e formenton negro giungono dalla Riviera some 1.500 di miglio. Non vi è coltura di viti. Ufficialmente i boschi sparsi qua e là non ammettono misura certa. Per calcolo di approssimazione avranno l’estensione di 2.000 passi circa di sterile prodotto. I boschi non furono mai divisi in taglio ordinato e non esiste coltura forestale. Nella Valle non esiste commercio a motivo che le legne sono scarse e tardi giungono a maturazione. Egualmente, si può calcolare con difficoltà l’estensione dei pascoli e delle zone prative dei monti, perché questa Valle è per la maggior parte scoscesa. Gli abitanti, esclusi i pochi necessari al lavoro in campagna, devono cercare di guadagnare altrove da vivere. Non esistono manifatture, fabbriche o filande. Oltre ai poverissimi, la parte bisognosa della Valle ammonta a circa un quarto che sono occupati a guadagnarsi il vitto con fatiche giornaliere. La pulizia della campagna è affidata alla vigilanza di persone preposte, i camperai. Esiste qualche forno, ma provvisorio e solo per il bisogno del paese, vi si fabbricano mattoni d’occasione per il solo tetto, cioè fornaci per coppi e mattoni e calchere per calce. Non esiste alcuna cava di pietra, le case sono di sassi, ad eccezione del tetto».

Una realtà tragica, confermata dalla lettura di un contemporaneo documento del 1806: dalla “Tabella di coscrizione” delle persone obbligate alla classificata steora (del Distretto della giurisdizione della Val di Vestino) per il mese di novembre 1806, risulta che i contribuenti del Comune sono 247. Di questi, 61 figurano con la qualifica di operaio. Compare poi «un contadino con una vacca», 11 «contadini con due vacche», due «con tre vacche», uno «con 12 vacche», uno «con cinque vacche», due «con quattro vacche», uno «con sei vacche» ed anche tre «operai con tre vacche».
Tra le note a margine emergono preoccupanti situazioni personali: «senza dote e senza assegno vedovile», «vive con la terra già venduta e in più aggravato da debiti», «senza dote e senza pensione», «le vacche vengono mantenute con fieno altrui», «vacche mantenute con fieno la maggior parte comprato».

Alla statistica segue una nota esplicativa: «in questa classificazione sono state poste molte famiglie nella classe dei contadini perché possiedono una o l’altra vacca. Verità di fatto si è che la ristrettissima campagna viene coltivata dalle donne e gli omeni più della terza parte sono necessitati a portarsi nel limitrofo Regno d’Italia a procacciarsi il vitto mancante nel paese. In generale poi la totale posizione di questa valle è interamente montuosa ed alpestre, non produce vino di sorta, il terreno è sterile zappativo selvatico che appena porta a maturità, produce grano per tre mesi all’anno e gli abitanti sono costretti ad entrare in certi Paesi in tempo d’estate a procacciarsi vitto e impiego».

Un momento cruciale è segnato dal Congresso di Vienna (1814-1815) che, in parte, riporta l’Europa alla situazione pre-napoleonica. Risulta penalizzata Venezia, che finisce con l’essere sottomessa all’Austria. I domini della Serenissima subiscono in parte la stessa sorte e la Valle, che viene incorporata alla Contea principesca del Tirolo, fa ora riferimento al Capitanato Circolare di Rovereto.
I Conti di Lodrone si vedono restituire la proprietà feudale. Vi rinunciano il 29 giugno 1826.
La condizione economica della Valle peggiora: è di stenti e miseria ancora peggiori rispetto ad una ventina di anni avanti. Una congiuntura aggravata dalla carestia degli anni 1816-18l76.
Sono comunque attive calchere, fornaci da laterizi, fucine, cave di pietra nera. Si consolida la coltivazione del granoturco e, in breve, a seguito dell’occupazione francese, quella della patata e dei fagioli. I cereali finiscono al mulino di Magasa. Con il noce viene prodotto il mobilio e, con i suoi frutti, olio da illuminazione.
Tra le principali attività, figurano quelle del boscaiolo e del carbonaio come purtroppo attesta l’elevato numero di incidenti.
Qualche equivoco nasce attorno alla coltivazione del tabacco. Il 17 giugno 1859 la Pretura di Condino chiarisce che «la luogotenenza è venuta in cognizione che in molti Comuni è invalsa l’opinione che si può, nel corrente anno, coltivare liberamente tabacco per proprio uso, come negli anni 1848 e 1849. Si incarica di avvertire la popolazione di quei comuni nei quali fosse introdotta tale erronea opinione che la coltivazione del tabacco senza permesso è vietata».

Nel 1859 è in atto la Seconda Guerra d’Indipendenza che consegna la Lombardia al Piemonte.
L’Austria ammassa truppe al confine e il Capo Comune di Magasa viene raggiunto da un invito del Comune di Bondone.
Visto «il numero straordinario di militari accantonati nel territorio di Bondone che esige grande quantità di viveri e specialmente di carni, avendo questo Comune fino ad ora somministrato più di 15 armente, e converrà continuare, così si ordina anche a codesto Comune di prestare soccorso spontaneo col somministrare almeno tre armente da macello. Queste dovranno essere previamente peritate da persona intendente ed il Comune deve garantire a nome del Distretto il prezzo da pagarsi entro tre o quattro mesi corrispondendo frattanto l’interesse del 6% al venditore. Non si dubita che codesto Comune vorrà rifiutare tale requisizione, d’altronde spontanea, giacché in caso diverso verrebbero requisite forzosamente dalla forza armata, non senza subire le gravi conseguenze dispiacevoli a lui e dannose per i suoi amministratori».
In seguito, a Magasa giunge l’invito della Pretura di Condino a provvedere sollecitamente nel «fornire l’occorrente alle truppe sul monte Tombea e Comblone, specie vino, acquavite ed altri generi di cui abbisogna il militare», utilizzando per il trasporto «i muli per le provviste di carne da macello».
Nel 1862, la situazione di conflitto tra Austria e l’Italia continua a creare preoccupazioni.
Energico il richiamo della Pretura di Condino: «Per ordine superiore si avverte codesto Comune che attese le attuali relazioni politiche non si può tollerare senza una autorizzazione superiore le corrispondenze immediate fra i comuni tirolesi e quelli del Piemonte e che quindi, qualora le circostanze richiedessero una corrispondenza ufficiosa fra comuni di confine, il rispettivo comune avrà a rivolgersi alla soprascritta».
Una condizione, quella di terra di confine, che ingenera continui equivoci, specie per l’eventuale renitenza al servizio militare.
Nel 1889, Giovanni e Antonio Pace «appena sono entrati nel paese di Magasa essendo reduci dall’America si presentarono al Capo Comune affinché questo voglia fare cenno col rimettere il presente all’inclito Imperiale Regio Capitanato di Tione affinché questo voglia interporsi presso le autorità militari che gli sia più inclita la pena, la più mite essendo essi come refretari».
Assistenza medica carente, istruzione garantita da qualche persona più colta degli altri o dai preti che suppliscono anche all’assenza di notai dopo l’abolizione del collegio notarile della Valle. Chi non vuole ricorrere al clero si reca a Condino.
Modesta l’alimentazione: perlopiù polenta, pane e minestra, latte.
Intanto, crescono i contatti commerciali tra la Valle e l’Italia dove, tra il 1860 e il 1880, l’aumento della produzione agraria è il dato fondamentale dell’economia.
Il problema economico dell’Italia di quel periodo è, in verità, dato dalla mole crescente dei consumi, da porre in relazione con l’incremento fortissimo della popolazione passata dai 25 milioni del 1860 a oltre 29 milioni di vent’anni appresso.
Negli anni tra la Seconda e la Terza Guerra di Indipendenza (1859-1866), tra la frontiera italiana e quella austriaca della Valle vengono edificate alcune caserme.
L’Italia ne costruisce, per la Guardia di Finanza, al Casello di Dogana sul dosso della valle Rio di Vincerì, vicino allo sbarramento dell’attuale diga di Valvestino, a Cocca Veglie, nella zona di Capovalle, nelle vicinanze del Rio Secco, nelle vicinanze del passo Vesta e nella zona di Boccapaolone, in territorio di Gargnano.
Verso la fine dell’Ottocento, l’economia della Valle si basa sull’emigrazione. Gode di maggiore considerazione chi viaggia con passaporto austriaco.

Secondo lo storico bresciano Gabriele Rosa, la Valle di Vestino, «la più ricca di prodotti montani», versa a Gargnano intorno a mille quintali all’anno di carbone, che viene mandato fino a Torino, e offre pascolo a circa mille pecore.
Il gardesano Claudio Fossati descrive così la Valle, a fine Ottocento.
«Nessuna strada carreggiabile mette nella Valle, ma il sentiero più antico e più comodo è certamente quello che da Toscolano sale a ritroso del fiume e mette, in poco meno di sei ore, a Turano. Privi di industrie e di commerci, gli abitanti più agiati si dedicano all’allevamento del bestiame che hanno numeroso e di buona razza ed al caseificio, mentre i poveri validi emigrano in primavera nelle vicine province dell’Impero ed in Lombardia a esercitare il mestiere del carbonaio e taglialegna, nei quali sono abilissimi. Frugali e onesti, ritornano a tardo autunno ai loro monti con un gruzzolo di risparmi bastanti a svernare la famiglia. Anche i più poveri posseggono una casetta, l’orto e qualche palmo di terreno che viene lavorato a vanga dalle donne. I boschi comunali forniscono i poveri di legna per le famiglie e pascolo a qualche capra. Tutti sanno leggere e scrivere; hanno in generale ingegno acuto o parola immaginosa e facile, naturale disposizione a studiare ed apprendere, onde avviene che fra quei pastori e carbonai emersero spesso persone di vaglia. La criminalità è quasi affatto sconosciuta in Valle. Il solo contrabbando fomentato dalle ingiuste tariffe, dai facili guadagni, dalla povertà degli abitanti, è stimolo a violare le leggi. Le cime dei monti sono coperte di ricchi pascoli ove, durante l’estate, si nutriscono 600 vacche indigene premiatissime, circa 700 capre e altrettante pecore. Anche i prodotti del caseificio e il bestiame vengono esportati di preferenza per le vie di Gargnano. Fino a pochi anni fa i pascoli comunali, come anticamente, erano goduti insieme da Consorzi, cioè dei vari proprietari di bestiame i quali contribuivano un tanto per capo al municipio: ora la necessità di fare calcolo su somme determinate e certe fece dai comuni dare il sopravvento al sistema delle locazioni a lungo termine, perciò i più facoltosi dispongono essi soli dell’alpe con discapito dei piccoli allevatori. Sempre così: i governi aristocratici favoriscono i più poveri, i democratici i più danarosi. Strana fortuna delle parole. La popolazione è intelligente ma poco e mal nutrita, e traente origine da pochi ceppi, perciò è molto consanguinea e deve subire la triste influenza degli incroci. Tale situazione di fatto, sebbene gli effetti debbono essere stati contrariati dalla bontà dell’aria, dall’assenza di complicazioni sifilitiche, ha fatto espandere in Valle la scrofola e l’anemia che mietono vittime a preferenza sulle giovinette. Il dialetto della Valle è il bresciano con qualche rara forma trentina. Come tanti altri montanari pronunciano l’esse in principio di parola. Gli uomini vestono cappellaccio a cono con berretta di refe, camicia di lino aperta sul petto, brache a giustacuore di stoppa filata e tessuta in casa, gambiere di pignolato e zoccoli o scarpe basse. Le donne vestono succinte con la vita molto alta, come alla moda dell’Impero; sono resistenti alle fatiche: camminatrici, spesso accompagnano i mariti o vanno a visitarli e ad aiutarli alle baite, lontane sette o più ore di cammino, recando in spalla i bambini nelle loro culle di vimini, di assicelle di abete. Tre volte la settimana, un postino sale da Storo, il paese di notevoli dimensioni più vicino alla Valle, con lo scopo di distribuire le lettere che impiegano oltre sei giorni per giungere a destinazione. Per un pacchetto ci vogliono 14 giorni».
In merito all’istruzione, è diffusa l’abitudine di sottrarre i bambini alla frequenza scolastica.
Nel 1884, l’Imperiale Regio Capitanato di Tione scrive: «In non pochi comuni di questo Distretto si lamenta l’inconveniente che i genitori affidano i loro figli ancora obbligati alla frequentazione della scuola a terze persone, specialmente ad arrotini, spazzacamini, ecc. i quali li conducono il più delle volte in Stati esteri. Saranno avvertiti i genitori che l’obbligo della frequentazione della scuola dura fino all’età di 14 anni compiuti e che soltanto i fanciulli dell’età di 12 anni possono, da questo Capitanato, venire dispensati dall’ulteriore frequentazione dalla scuola, purché l’abbiano frequentata per sei anni (legge scolastica del 14 maggio 1869)».

Nel dicembre 1908, i comuni della Valle approvano all’unanimità i piani di Giulio Angelini, ispettore forestale di Brescia, per il rimboschimento di vaste plaghe boschive ormai denudate e quasi completamente improduttive. La posa di lanci e pino nero d’Austria dura dal 1900 al 1914.
Nel 1910, sorge a Magasa una cooperativa di consumo. Chiude nel 1930 per essere rilanciata nel 1933, ma ha vita breve.
Con la prima guerra mondiale, la Valle diviene italiana. Il 26 maggio 1913 entra in Turano una compagnia di soldati italiani ed i carabinieri occupano la gendarmeria lasciata dagli austriaci. Gli italiani «entrano prima per Moerna, Persone, Cadria, Magasa e vanno a posarsi sui prati di Magasa e quindi Tombea». I bersaglieri entrano in Magasa provenienti da Tignale, Cadria, Bocca Paolone e Costa di Gargnano.
Una Cassa Rurale aveva aperto i battenti nel 1910. Due anni prima un’analoga iniziativa era decollata a Moerna e nel 1921 anche Turano ha la sua Cassa Rurale, tuttora operativa sotto la denominazione di Banca di Credito Cooperativo di Bedizzole e Turano Valvestino.
Il 1914 potrebbe essere l’anno buono per la costruzione dell’impianto telefonico nella Valle, autorizzato dal Ministero del Commercio austriaco.
Tutto sembra procedere a dovere, ma la “Post telegrafen Direction di Innsbruk”, il 28 dicembre, scrive:
«La costruzione di un impianto telefonico nella Valle di Vestino si sarebbe incominciata coi lavori tosto che fosse stato disponibile un corrispondente numero di lavoratori adatti e fossero stati pronti i pali. In seguito al subentrare immediato della situazione creata dalla guerra non può purtroppo venire più mantenuta. Le condizioni finanziarie dello Stato non permettono più spese rilevanti per la costruzione di impianti telegrafici o telefonici; l’Imperiale Regio Ministero del Commercio ha perciò disposto che ora simili costruzioni telefoniche, fino a nuovi ordini, possono venire promesse solo quando gli interessati siano disposti a pagare anticipatamente l’introito tasse dell’ammontare di tutto l’importo della spesa di costruzione, che nel caso attuale importano 7.300 corone. Il rimborso di questo importo che sarebbe da dedicarsi senza interesse, verrebbe effettuato colla consegna degli introiti-tasse dei parlatori della Valle di Vestino agli interessati. Questo stato di cose durerà per lo meno per tutto il 1915; probabilmente però dovranno risentirne anche i prossimi anni. Essendoché escluso che gli interessati della Valle di Vestino siano o verranno ad essere in grado di dedicare il suddetto importo per la costruzione del telefono colà, la costruzione dell’impianto telefonico per la Valle di Vestino deve venire prorogata a tempo indeterminato».
Nell’autunno 1913 riprende l’insegnamento nelle sette scuole della Valle, con insegnanti del posto o inviati dal Commissariato Civile. Il Commissariato provvede anche a dispensare dalla frequenza alle lezioni i ragazzi che devono lavorare nei campi in primavera. Esonero anche in occasione dei tridui e per la festa patronale.
Ripresa l’attività abituale dopo la Grande Guerra, la gente della Valle ritorna ai lavori consueti, in specie l’allevamento. Riprende la coltivazione del foraggio, dei cereali, di patate e ortaggi.
Carbonai e boscaioli lavorano sul posto o emigrano.
Permane una situazione di disagio sotto l’aspetto sanitario: prosegue l’assistenza dei medici militari dopo il 1918, poi, nel 1924, ecco un medico condotto.
I Comuni di Armo, Bollone, Moerna, Persone, Turano e Magasa vengono unificati il primo marzo 1929. Nel 1931, il nuovo Comune prende il nome di Valvestino. Successivamente, in periodo fascista, la Valvestino entra a fare parte della provincia di Brescia, nel 1934.
Dal primo gennaio 1948, Magasa torna a formare Comune a se.
La carrozzabile che collega Magasa agli altri nuclei abitati della Valle viene messa a punto tra il 1931 e il 1932, negli anni – quindi – immediatamente successivi alla grave crisi economica mondiale del 1929 che riducono la possibilità di ricorrere all’emigrazione.
Una boccata di ossigeno per l’occupazione giunge dalla costruzione della Gardesana Occidentale nel suo tratto da Gargnano a Riva (1929-1931) e della Navazzo-Magasa (1934), tronco stradale, quest’ultimo, necessario per rivitalizzare la Valle. Il progettista è Federico Cozzaglio.
Il servizio di autocorriera da Magasa a Gargnano è operativo dal 1933.
La strada di collegamento con Cadria viene realizzata tra il 1958 ed il 1968.
Dal 1942 al 1946 opera nella Valle un cantiere per la raccolta della resina dei pini, denominata Resinera.
Un nuovo e notevole impulso alla vita della Valle viene offerto dal 1939 al 1962 con la costruzione della diga che sbarra il torrente Toscolano.

L'emigrazione valvestinese nei territori del Principato vescovile di Trento è documentata in atti notarili, già a partire dal XIII secolo, ove i valligiani compaiono come testimoni in compravendite, nelle successioni ereditarie o nelle deliberazioni delle comunità che li ospitavano. Il nome del primo valligiano compare in una pergamena del 1202, quando, lunedì 18 novembre, ad Arco di Trento, in un terreno di proprietà dei sacerdoti della Pieve di Santa Maria, un certo diacono Laçari "de Vestino" presenzia come testimone alla vendita di "un fitto annuo di due gallette di frumento corrisposto da Otebono figlio di Marsilio arciere" tra l'arciprete della stessa pieve e il presbitero Isacco. Sempre ad Arco, il 21 novembre del 1257, un altro valvestinese, "Odorici de Valvestino" testimonia alla stesura delle ultime volontà di Zavata, figlio del fu Antonio da Caneve. Una compravendita del 17 aprile 1277 avvenuta a Civezzano, nei pressi di Trento, rivela anche in quel luogo una presenza di emigranti di Valle, difatti una certa "domina Bonafemina", moglie del defunto notaio Martino "de Vestino", comprò per 4 lire veronesi un casale agricolo sito a Vallorchia.

Nella cittadina di Riva del Garda si stabilì una piccola ma operosa comunità di emigrati. Il 23 febbraio 1371, sotto il porticato del Comune, "Tonolo condam Iohannis de Vestino" riunito in pubblico consiglio con altri cittadini di Riva, su mandato del podestà Giovanni di Calavena per conto di Cansignorio della Scala, vicario imperiale di Verona, Vicenza e della stessa Riva, partecipa all'elezione dei procuratori della comunità. Altro caso è quello di "Antonii sartoris de Vestino condam Melchiorii" che il 12 febbraio 1417 è convocato per l'elezione dei procuratori della comunità rivana nella vertenza con gli uomini di Tenno che si oppongono al pagamento delle collette dei beni posseduti nel loro territorio. Tra il 1400 e il 1500 una forte emigrazione di mano d'opera costituita da mastri muratori, falegnami e lapicidi proveniente dai laghi lombardi interessò Verona e la sua provincia e in special modo la Valpolicella; una parte di questi emigranti era originaria della Val Vestino ed alcuni operarono nell'edificazione di casa Capetti a Prognol di Marano di Valpolicella.

Un'emigrazione stagionale come carbonai in Val di Fiemme è attestata invece il 29 maggio 1522 quando a Cavalese Bartolomeo Delvai, "scario", concede in locazione per un anno a Giovanni Zeni di Val Vestino il taglio del legname nei boschi di Scales e nel 1569 a Mestriago in Val di Sole con Valdino fu Giovanni de Vianellis di Magasa.

Bonifacino da Bollone vissuto nei primi decenni del Duecento. Fu un condottiero ghibellino e castellano di Turano e Bollone. Nel 1240 fu investito da Sodegerio da Tito, podestà di Trento su mandato dell'imperatore Federico II di Svevia, del permesso di edificare un castello sul dosso di Turano per difendere la Valle dalle incursioni dei guelfi bresciani.
Il sacerdote-brigante don Giovanni Antonio Marzadri (Gargnano, 1568 ca.-Salò, 4 luglio 1609), figlio di Tommaso di Turano. Ex rettore della Pieve di San Giovanni a Turano dal 1594 al 1603, fu bandito dai territori della Serenissima il 19 agosto 1603 dal provveditore veneto di Salò, Filippo Bon, per aver commesso omicidi e nefandezze varie. Rivale della banda di Giovanni Beatrici detto Zanzanù di Gargnano, fu da costui il 19 dicembre 1608 assediato nel campanile di Pieve di Tremosine e poi, grazie all'intervento della popolazione locale, consegnato alla giustizia. Interrogato dal provveditore ammetterà di essere un bandito e fu giustiziato sulla pubblica piazza di Salò nella mattina del 4 luglio 1609.
Eliseo Baruffaldo (o Baruffaldi), vissuto tra il XVI e il XVII secolo, fu un noto brigante della banda di Giovanni Beatrice detto Zanzanù di Gargnano che si macchiò, tra il 1602 e il 1617, di oltre 200 omicidi compiuti nell'Alto Garda. Eliseo Baruffaldo nell'estate del 1603 uccise Giacomo Sette detto il Chierico, nemico giurato di Giovanni Beatrice e noto bandito di Maderno; ne portò la testa per il rituale riconoscimento al fine di poterne incassare la taglia al provveditore veneto di Salò e di usufruire inoltre della facoltà di liberarsi da un bando che gli era stato comminato negli anni precedenti dalla magistratura veneta. Baruffaldo fu a sua volta ucciso nel 1606 assieme a Giovan Pietro Sette detto Pellizzaro da alcuni cacciatori di taglie e da alcuni nemici del Beatrice che il Provveditore generale in Terraferma, Benedetto Moro, in tutta segretezza, aveva inviato sulle loro tracce. I due vennero catturati e poi uccisi sul posto l’11 novembre 1606 in un agguato notturno teso nella Vallata del Droanello, a Lignago e al Covolo del Martelletto, e le loro teste mozzate vennero esposte nella piazza di Salò per il loro riconoscimento.
Don Bartolomeo Corsetti, nacque a Turano il 5 giugno del 1597 da Michele e Zuannina, presbitero benacense, curato a Muslone di Gargnano poi preposito e vicario foraneo di San Pietro di Liano nel Comune di Roè Volciano. Nel 1683 pubblicava a Brescia, in latino, lo scritto “Memorie dell'antica Casa di Lodrone” dedicandola al nobile bresciano monsignor Carlantonio Luzzago, vicario capitolare e generale della diocesi di Brescia per ben 36 anni.
Il notaio Domenico Salvadori vissuto tra la fine del Seicento e il 1700: nel 1709 "Dominicus filius quondam Michaelis de Salvadoribus de Bollono Vallis Vestini caesarea auctoritae notarius; et anno 1712 (Magasiae)", operava in Valle.
La famiglia Andreoli di Armo che, nel capostipite Donato, trovò nel corso del Settecento fortuna e ricchezza a Toscolano nella produzione della carta presso la cartiera di Maina Superiore nella Valle delle Cartiere.
Antonio Marzadri, sacerdote. Nacque a Turano il 2 aprile 1721; fu curato a Molveno nel 1768 e premissario a Bollone nel 1789 e nel 1793, infine curato a Turano nel 1786 e a Moerna dal 1793. Nel 1798, insieme a Francesco Rizzi detto Spezier, speziale di Moerna, fu arrestato e carcerato in Trento nel Castello del Buonconsiglio, con la terribile accusa di tradimento di Stato, probabilmente compromesso a causa di fatti, a noi oscuri, legati all'invasione napoleonica del 1797, ma il 15 settembre 1798 entrambi furono dichiarati innocenti dal Consiglio di Trento e tali furono dichiarati nella "Gazzetta di Trento" del 18 settembre al foglio numero 75. Morì a Moerna nel 1803.
Dottor Leopoldo Bartolomeo Corsetti, primo medico chirurgo di Val Vestino, nacque il 21 febbraio del 1788 da Martino e Domenica Giorgi. Studiò medicina all'università di Pavia con i professori Berda e Antonio Scarpa laureandosi il 21 gennaio del 1822 e servì la Valle sempre gratuitamente, così risulta scritto nell’Archivio Parrocchiale di Turano. Ebbe una vita travagliata. Morì il 15 ottobre del 1853 e fu sepolto nel locale cimitero di San Rocco.
Andrea Springhetti (Cles, 25 gennaio 1815-Levico Terme, 22 maggio 1876), sacerdote e patriota. Parroco di Turano, nell'aprile del 1848, con lo scoppio della prima guerra di indipendenza, fu tra i propugnatori dell'adesione dei comuni valvestinesi all'unità d'Italia e al Governo provvisorio bresciano. Capellano dei Corpi Volontari Lombardi sul monte Stino, fu condannato a morte dagli austriaci e costretto alle dimissioni da sacerdote il 18 novembre 1848 e a riparare a Brescia e poi in Piemonte come cappellano militare dell'esercito sabaudo. Usufruì dell'amnistia dell'agosto del 1849. Parroco a Condino fu rimosso dal posto per le insistenze della polizia austriaca presso il vescovo di Trento. Ritiratosi a Levico Terme come prete privato, le sue mosse furono continuamente sorvegliate dalle autorità di polizia e nel 1866, con l'invasione del Trentino fu "qualificato come favoreggiatore aperto con parole e con fatti all'invasione, come seduttore dei parrocchiani perché essi abbraccino il partito della rivolta consigliando l'arresto dei più devoti cittadini dell'Austria".
Don Bartolomeo Corsetti nacque a Turano il 20 settembre del 1823, figlio di Bartolomeo e Domenica Stefani di Magasa, sorella del noto professor don Giovanni Stefani morto a Parigi. Frate cappuccino nell'arcidiocesi di Trento col nome di padre Bernardo da Turano, si secolarizzò il 3 aprile del 1865. Fu sacerdote a Persone, Treviso Bresciano e nel mantovano a Castellucchio. Ereditò dallo zio professor Stefani varie opere in francese che, con altre, donò al convento dei cappuccini di Condino. Morì a Turano il 20 giugno del 1903 e una campana della chiesa di San Rocco, a quando si raccontava in paese, portava il suo nome.
Don Pietro Porta (1832-1923) il botanico di Moerna.
L'operaio Domenico Corsetti (1869-?) di Turano fu il primo emigrante valvestinese documentato che sbarcò nel 1880 negli Stati Uniti d'America nel centro di smistamento di Castle Clinton a New York a soli 11 anni d'età, presumibilmente con il padre.


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sabato 1 agosto 2015

CONCESIO



Concesio è un comune posto all'ingresso della Val Trompia, noto soprattutto per essere stato il paese natale di papa Paolo VI.

Concesio è situato nella bassa Valle Trompia, ai piedi del Monte Spina, che ne delimita i confini a nord-est con il comune di Lumezzane, e del Monte Stella che lo separa, a ovest, dal comune di Gussago.

Il Mella è il fiume che scorre anche nel comune di Concesio.

Nasce sui Monti Maniva, Colombine e Corna Blacca per poi confluire dopo circa 96 km nel fiume Oglio all'interno della stessa provincia.

Denominato "la Mèla" dagli abitanti dei paesi che attraversa, il corso d'acqua deriva il suo nome dal latino Mel o Mellis che significano miele, forse ad indicare le antiche qualità ed abbondanza che lo distinguevano. Fino ad alcuni decenni fa Concesio ha sempre avuto uno stretto rapporto con il fiume Mella che, essendo un corso perenne e dalla portata praticamente costante, ha ricoperto un ruolo fondamentale nell'economia della Valle sia in campo agrario (grazie ai numerosissimi canali di irrigazione costruiti fin dal Medioevo) che industriale, oltre che per uso privato nelle case dei cittadini. Naturalmente il fiume è stato anche portatore di numerosi problemi: in passato, infatti, non sono mancate alluvioni e distruzioni. Cause principali:

i torrenti che scaricavano l'acqua piovana nel fondovalle in modo irregolare;
la mancanza di argini delimitati che non impediva l'esondazione e la creazione di zone paludose, nonché la distruzione di edifici e ponti.
Questi problemi sono stati risolti solo tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, con la costruzione intensificata di argini e protezioni in rete di ferro e pietre di fiume. L'ultima tragica alluvione risale al 1850. Importante da ricordare la presenza, più nota in antichità, di slarghi ed isolotti al centro del fiume, che permettevano il transito con carichi leggeri dove non fosse possibile con ponti. Al giorno d'oggi, sfortunatamente, il problema principale (in continuo aumento) riguarda il fattore inquinamento.

L'origine toponomastica del nome Concesio è probabilmente da ricercare nel termine "concaesa" che indica l'operazione di taglio dei boschi cedui: il territorio che divideva la città di Brescia e la Val Trompia era infatti molto ricco di legname che veniva tagliato ed utilizzato per la costruzione dei tetti delle abitazioni o per il riscaldamento durante i freddi inverni.
Il nome di Concesio (Conces(i)us) appare per la prima volta in un'epigrafe ritrovata ad Augusta, in Sicilia, anche se pare che un nome simile fu inciso su monete d'argento, risalenti al VI secolo, e riconducibili alle tribù galliche dei boi, o comunque transpadani.

Il territorio di Concesio è sempre stato conteso tra valligiani e cittadini privandolo per secoli e secoli d'una propria identità sociale. Gli abitanti stessi, boscaioli in prevalenza (o semplici contadini), vennero contesi da ambo le parti fino alla certa conquista romana. Questo travaglio storico non permise la costituzione d'un centro di aggregazione sociale, la nascita d'un villaggio, per cui non è possibile reperire documenti comprovanti l'esistenza d'un centro abitato diviso tra città e valle.
Nonostante questo tuttavia è possibile, anzi probabile, che il villaggio o pagus fosse più trumplino, cioè ligure o reto-ligure, che cenomane, ma è anche molto improbabile che conservasse a lungo intatte tali caratteristiche, stando gomito a gomito con la città prima celtica, ma ben presto italicizzata, anzi romanizzata anche nella composizione etnica.
Il famoso trofeo delle Alpi (CIL-V-7817) che elenca i nomi dei popoli vinti e sottomessi ad Augusto, comincia proprio con i Trumplini, a cui seguono immediatamente i Camuni. Infatti quando già da tempo la città di Brixia era romana, le popolazioni delle valli finitime erano ancora praticamente indipendenti; Augusto decise di sottometterle stabilmente con operazioni militari che ebbero la caratteristica di vere e proprie guerre più che di azioni di “polizia” interna. Per quanto riguarda la Valle Trompia, le truppe romane al comando di Publio Silio Nerva partirono da Brixia, nel 16 a.C., e forse mossero proprio da Concesio se, come è probabile, questo era l'avamposto dei romani verso la valle; nel 15 a.C. le operazioni si allargarono nella cosiddetta guerra retica condotta da Druso.
"Videre Rhaeti bella sub Alpibus / Drusum gerentem et Videlici" cantava Orazio (Od. IV 17-18), ma intanto la sorte dei Trumplini era già compiuta; se ci sia stata da parte loro qualche ribellione o minaccia alla città è cosa su cui non tutti gli studiosi sono d'accordo. Secondo alcuni le operazioni belliche non partirono da Brixia, ma Silio Nerva sarebbe venuto dall'Istria a marce forzate e, sconfitti i Trumplini (ribelli), si volse poi contro i Camuni.
In questa guerra il territorio, oggi Concesio, ebbe una parte importante solo se lo si pensa come punto di rifornimento all'esercito proteso a conquistare la Valle ribelle. Qualora stesse nascendo un primitivo agglomerato di case, con aspetti sociali tipici, le truppe romane insediatisi distrussero o modificarono radicalmente il carattere proprio di chi si era insediato stabilmente in questa zona boschiva.
Certo i Trumplini diedero del filo da torcere ai Romani, Brixiani compresi, se proprio loro aprono la serie dei popoli montani sconfitti da Augusto per mano dei suoi luogotenenti; e, una volta vinti, furono trattati, almeno in apparenza, assai duramente. Ci racconta Plinio che, dopo la sconfitta, furono dichiarati Venales, cioè schiavi vendibili con le famiglie e tutte le loro cose; ma i Romani erano usi in questi casi a far la voce grossa; applicare poi le terribili ipotetiche sanzioni... era un altro discorso.
Naturalmente tutte queste vicende riguardano Concesio solo indirettamente, se è vero che il villaggio fu integrato abbastanza presto nel territorio della città, municipio o colonia che fosse; ma proprio la sua particolare posizione ci impedisce di affermare con certezza se seguì fin dall'inizio tutte le vicende amministrative di Brixia. Comunque quando i Roscii vengono ricordati dai loro liberti nell'epigrafe a Giove protettore dei loro possessi in Concesio, tutti i Trumplini sono ormai da dodici anni cittadini romani a pieno diritto e, almeno da questo punto di vista, non c'è più differenza alcuna fra la città, Concesio e il resto della Valle; questa era già percorsa allora come oggi da una strada di notevole traffico, e proprio vicino a Concesio, ne sarebbe indizio il caratteristico toponimo Levata.

La storia Medioevale di Concesio presenta una caratteristica costante in moltissime terre di Lombardia, data cioè la permanenza di un vasto ceto dirigente nei Comuni rurali, come in quelli cittadini, di un vero e proprio patriziato. Questi nuclei di cittadini originari amministravano con il criterio "Bonus pater familias" la vita Comunale e i beni del patrimonio comune particolarmente abbondanti nella zona montana e silvestre di Concesio.
La vita, regolata dal suono delle campane, trascorreva serenamente in un'atmosfera di religiosità fondata sulla fede di questo laborioso popolo e sulla onestà dei costumi. Si trattava veramente di "nobiltà".
Il bosco ceduo che per secoli aveva servito la città di Brescia (e borgate limitrofe), si veniva man mano riducendo per far posto alla campagna, alle primissime officine che iniziavano a battere il ferro. Il vecchio nucleo veniva pian piano ingrandendosi fino a raggiungere un vero e proprio "loco trumplino", la presenza della «Pieve» che, qui costruita e già ampliata nel X sec., fu molto importante nella storia del paese perché facilitava l'aggregarsi di famiglie che dalla vicina città venivano a cercare lavoro in questo lembo di terra.
La strada principale della frazione Concesio dell'omonimo Comune, là dove si affaccia l'antico palazzo dei Conti di Lodrone (passato successivamente ai Montini e nel quale il 26 settembre 1897 vide la luce sua Santità Paolo VI, la più fulgida gloria della terra bresciana), porta da lunghi anni il nome di Rodolfo da Concesio. Con questa singolare figura di magistrato medioevale, si ricordava anche una storica famiglia le cui vicende può essere che si identifichino con quelle del luogo di origine e da essa certamente denominato.
Nel 1124 era console un Gandolfo da Concesio; seguendo poi le vicende del libero Comune di Brescia in questo secolo, accanto ai nomi dei gloriosi Valvassori ed Oprando Brusato vincitori della guerra che dal loro titolo feudale prende il nome, troviamo nel 1177 un da Concesio ricordato in modo tutt'altro che lusinghiero. Infatti Adelongo da Concesio e Adamo da Ome, furono severamente puniti da Ardiccio, preoccupato di rimettere ordine nel Governo e nella finanza.
Con Rodolfo da Concesio (uno dei promotori della resistenza al Barbarossa e della Battaglia di Legnano, 29/5/1176), firmatario tra gli altri per Brescia della "pace di Costanza", il nome della famiglia entra in un importante capitolo della storia nazionale ed europea. Rodolfo da Concesio figurerebbe tra i nobili bresciani che parteciparono alla Crociata del 1189. La notizia riferita in una cronachetta del Lauri stampata alla fine del '500, non trova però conferma in altri documenti.
Un'altra notizia di quell'anno, molto interessante ai fini della storia di Concesio, è che nel 1189 il Vescovo di Trento infeudava Lodrone ai Setauri, con il patto che essi non facessero alcuna vendita o cessione di terre ai bresciani. E come i Lodrone abbiano tenuto fede all'impegno è ampiamente dimostrato dagli acquisti che in seguito fecero nelle nostre valli, ed anche a Concesio dove ben presto si spinsero.
Nel sec. XII vediamo ricordata la casa posseduta dai da Concesio in Brescia, ed un altro personaggio della famiglia, Corrado, valoroso oppositore nel 1237 alle truppe imperiali di Federico II in Montichiari. Ma com'è noto la resistenza bresciana fu vana. Né maggior fortuna arrise nel 1260 a Patrizio da Concesio, podestà di Milano, deposto dalla carica in seguito alla assunzione di Martino della Torre, alla signoria cittadina.
Si può dire, senza paura di smentite, che la nobile famiglia dei «da Concesio» (ricordiamo anche Pattuccio di Concesio capitano del popolo a Firenze negli anni 1256/57 che aveva costretto alla rinuncia il ghibellino bolognese Brancaleone degli Andalò), ha scritto delle degnissime pagine nella storia non solo di Brescia ma anche delle vicine città lombarde, in modo particolare Milano. Mancano documenti intorno ad altre loro benemerenze, ma, da quanto avvenuto, si può intuire che questi nobili furono sempre amanti della libertà e della pace. Tali virtù, è indubbio, saranno rifulse nella borgata di Concesio che sempre si onorò, conservandolo, di quel nome in cui si unisce e si confonde la reciproca storia.

Agli inizi del sec. XV, come testimonia il registro delle entrate e spese della Camera di Pandolfo Malatesta signore di Brescia e Bergamo, si trovano nomi di personaggi della famiglia già ricordata dei da Concesio, insieme a quelli dei nobili agresti aventi dimora e beni nel Comune, alcuni di essi sono: Agostino de Soldo, Bertolino de Cirellis, Cristoforo de Castro, Giovannino Tamarate, Pecino de Villa. Questi nobili famiglie si spinsero fino in questa terra, non lontana dalla città, per l'acquisto di terre coltivabili, o per costruirvi delle piccole case ove passare in tranquillità i mesi più caldi dell'anno. La loro venuta fu di grande beneficio per tutti coloro che già qui vi abitavano poiché riuscì a dare lavoro a molti contadini, a molte donne in servizio e, anzi, la popolazione aumentò in fretta a causa di sempre nuove richieste di manodopera spicciola.
Alcune di queste famiglie sussisteranno ancora nei successivi decenni come prova il Registro Veneto dei Nobili estimati nel territorio bresciano tra il 1426 e il 1498, pubblicato dal Monti della Corte. E' interessante notare come si siano aggiunte altre famiglie, i nomi delle quali sussistono tutt'ora: De Rovetta, Petrinellis, De Zanottis, De Pasqualibus, Zapis (Zappa), De Lodrono (Lodrone), Fiorini provenienti dalla Valle Camonica, De Furno, De Bertolinus (Bertoloni), De Miliolis (Miglioli). Anche queste famiglie, provenienti da varie località, con le loro ricchezze, non solo economiche, portarono nuova linfa alla Comunità. Se per lunghi secoli questa terra d'incontro tra la città di Brescia e la Valle era nominata solo per il suo prezioso legname, grazie a questi nuovi insediamenti ora assume anche un posto di competenza nella storia bresciana.      
Concesio venne duramente provata dall'alluvione del fiume Mella nel 1856. Il fiume che tanto aveva dato a questa terra nei secoli precedenti, sembrò in un breve volgere di tempo, riprendersi tutto. I campi vennero allagati e il raccolto distrutto, le officine che forgiavano il ferro vennero gravemente danneggiate dalla furia dell'acqua che non risparmiò le case che si trovavano lì vicine. I Concesiani scriveranno nobili pagine di carità cristiana e di umana solidarietà anche in quelle tragiche ore, quando tutto ormai sembrava finito. Il coraggio degli abitanti di Concesio permise l'immediata ricostruzione delle case distrutte, delle officine danneggiate, dei campi infangati. Le nobili famiglie che qui avevano possedimenti ritornarono per aiutare nella rinascita un paese che, cambiato ormai per sempre, si presentava alla storia, pronto a scrivere nuove pagine da consegnare ai posteri. Oggi questo piccolo quadrato geografico di terra è noto a tutto il mondo: le attività agricole (anche se oggi si sono di molto ridotte) e soprattutto quelle industriali (che sono, al contrario, in piena espansione), il fervore di vita religiosa e caritativa fanno sì che Concesio possa degnamente meritare, per quello che ha potuto dire anche nella storia, una considerazione ed essere additato ad esempio.
Nessun titolo, comunque, né di città laboriosa, né tantomeno di città progressista farebbe onore a questo industrioso centro della provincia di Brescia, quanto quello che tutto il mondo, ammirato, gli riconosce: essere la terra che ha dato i natali all'illustre Pontefice Massimo Paolo VI.

Palazzo Montini è situato all'imbocco dell’antico borgo di Concesio, sulla strada che dalla città portava in Valle Trompia. E' una dimora signorile quattrocentesca che nonostante abbia subito trasformazioni e aggiunte successive lungo i secoli, ha mantenuto intatto il suo impianto originale. Una meridiana, all'interno del cortile, con la scritta "Aeternitatem horas labentes indico" porta la data del 1658 indicando così" un'ulteriore periodo nel quale si sono succeduti interventi che comunque non hanno modificato il progetto originario. Questi rifacimenti e aggiunte si protraggono fino al 1900 circa. La struttura è quella di una tipica casa signorile di campagna con la rimessa per le carrozze, il pozzo per l'acqua, il piccolo portico per gli attrezzi agricoli ed un piccolo giardino ombreggiato per il ristoro dalla calura estiva. Essa sorge a ridosso di una verde collinetta chiamata Colle della verdura. Massiccia e ampia, elegante e rustica insieme, offriva un rifugio solido e sicuro dai boschi limitrofi che a volte potevano riservare brutte sorprese ed un ambiente ideale per il lavoro non solo agricolo ma politico e sociale.
Questa casa venne fatta costruire dalla famiglia Lodron. I Lodron appartenevano ad una nobile famiglia proveniente da Trento, qui giunti verso la fine del XII sec. perché investiti del Feudo sito nella periferia della città comprendente il borgo di Concesio. Tra i Conti di Lodron figurano anche due vescovi: Francesco Lodrone del 1600 e Sebastiano Lodrone del 1643, ambedue battezzati nella Parrocchiale di S. Antonino e sepolti nell'attiguo oratorio di San Rocco di proprietà della famiglia stessa fino alla costruzione della nuova chiesa dedicata al Santo francese.
La costruzione originaria quattrocentesca è l'edificio a tre piani che si affaccia sull'attuale via Rodolfo da Concesio. E' stata costruita a forma rettangolare e alcuni particolari costruttivi e decorativi sono ancora esistenti e ben visibili, come le cornici alle finestre di facciata al piano terra in sfondato con archi inflessi (ha la sagoma dello scudo sannitico rovesciato), all'interno è possibile vedere ancora oggi i peducci delle volte e poi il tipo delle volte stesse. I soffitti del secondo piano a travetti lacunari con tavolette dipinte terminali indicano chiaramente lo stile elegante del '400. Sopra il portone d'ingresso nel XVII secolo venne costruito uno splendido balcone in ferro battuto inginocchiato che abbellisce e dona ancor più eleganza e stile all'intero edificio.
Varcato il portone, ci si trova sotto un ampio portico che immette nel giardino interno; qui una piccola porta, collocata sulla sinistra, conduce a due locali rustici a volta, intramezzati alla fine del secolo scorso, con un corrispondente portico a mattina. A monte di questi la tipica sala grande di soggiorno, la caminada, con volta a crociera assai simile alla seguente verso mattina. Fra i due locali lo stretto vano della scala originaria. La scala maggiore attuale venne ricavata nel Seicento nel vano di tre sale sovrapposte nel corpo principale. Altre aggiunte, che possono essere assegnate alla riforma della casa avvenuta sempre nel XVII secolo, sono il portico di quattro campate dalle colonne tozze e tre altri locali che completano il fabbricato a mattina.
Al primo piano la disposizione delle stanze segue con esattezza quella del piano terreno. La parte quattrocentesca è a locali con volte a crociera, come le sottostanti. La parte seicentesca è notevole soprattutto per la decorazione pittorica. Nei soffitti delle due sale in estremo est vi sono medaglioni centrali che recano i simboli del sole e dell'aquila, quest'ultima col motto In sublimis securitas. Più importante invece è la galleria impostata sul portico a monte, che presenta un soffitto a travetti decorati ed un'alta fascia con dodici piccoli medaglioni con paesaggi e macchiette entro i cartigli, di ottima mano, rappresentanti i mesi ed i segni dello zodiaco. Degna di nota è pure un'altra sala, sita in un corpo aggiunto a sud, costruita e decorata nel Settecento la cui volta è suddivisa in medaglie a stucco ed affrescate: la centrale con la Notte e l'Aurora, quelle d'angolo con putti, di discreto pittore nell'orbita dello Scalvini. Il secondo piano, nella parte verso sud venne rispettato dalle varie trasformazioni ed infatti i locali presentano tutti il soffitto a travetti, mensolette terminali, lacunari e tavolette dove vi si possono ancora leggere parti dei dipinti attribuibili al sec. XV.

Muovendosi verso l'interno del paese troviamo la Pieve, una chiesa fondata nel IX secolo, sulle rovine di un luogo di culto preesistente, forse un oratorio, alla quale venne poi aggiunto un piccolo cimitero e qualche costruzione correlata, che diede il nome alla zona (frazione) di Concesio in cui si trova: la Pieve di Concesio. Consacrata nel 1540 da monsignor Gerolamo Vascherio, e dedicata a Sant'Antonino di Piacenza, la chiesa mantiene ancora la forma e la posizione di allora.
Il 31 gennaio del 1650 venne donato dall'arciprete Caradelli, il primo organo, mentre più tardi, dal 1727 al 1730, Giovan Battista Marchetti, architetto del Duomo nuovo di Brescia, realizzò, su incarico della parrocchia, le cappelle del SS. Sacramento, e le due adiacenti dedicate a San Carlo Borromeo e a Santa Caterina d'Alessandria. Nel presbiterio campeggia l'altare maggiore, che colpisce per la propria maestosità, mentre sullo sfondo è raffigurato il Martirio di Sant'Antonino, opera del bolognese Giovan Gioseffo Dal Sole. La navata di destra contiene l'altare di San Lorenzo, con un dipinto di Cristo Spirante realizzato dal bresciano Daniele Olmi nel 1733, mentre a seguire troviamo l'altare di Pietro Scalvini, dedicato a Maria Assunta, che contiene un affresco riguardante l'assunzione di Maria, considerato da molti, uno dei più bei capolavori del Settecento bresciano.

L'oratorio di San Rocco, edificato sicuramente prima del 1500, era un luogo di preghiera della famiglia Lodron. Al suo interno possiamo trovare affreschi di Jacopo Palma il Giovane, come "Madonna col Bambino e i santi Rocco, Girolamo, Elena e Sebastiano", incastonato in soasa lignea dorata, contenuta tuttora nella chiesa di San Rocco a Concesio. Nel 1928 venne costruita a lato una chiesa più grande predominando così sulla più piccola, ma più antica costruzione, che in seguito divenne abitazione privata, anche se nella controfacciata "moderna", compaiono due affreschi appartenenti all'oratorio originale.

Un altro oratorio, quello di Sant'Andrea, situato presso la frazione chiamata Antegnago o Artegnago, dedicato al santo apostolo contribuirà a rinominare la frazione da Angegnago appunto in Sant'Andrea. È posto al di sotto del livello stradale, e tutt'oggi difficilmente visibile per via della posizione nei confronti della carreggiata stradale, viene fatto risalire intorno al XV secolo, così come il piccolo campanile annesso, che venne però ristrutturato nel 1620. Oggi è agibile, e completamente restaurata.

Nella zona di San Vigilio troviamo la chiesa di San Vigilio al monte, una piccola costruzione, situata in prossimità del colle principale di San Vigilio, che alcuni studiosi ipotizzano possa risalire al 500, e possa aver contenuto delle reliquie del santo a lei dedicata: San Vigilio. Al suo intero troviamo affreschi (presumibilmente) cinquecenteschi, oltre che una statua di San Rocco del 1700.

La parrocchia di San Vigilio, intitolata a San Gregorio, e venne costruita nei primi anni del Trecento, e poi ristrutturata nel 1632. Al suo interno è presente una tela di una tela Paolo Caylina il Giovane del 1540, la Madonna col Bambino tra Santa Caterina da Siena ed un'altra santa domenicana, insieme ad altre tele ed affreschi seicenteschi e settecenteschi.

Un particolare ruolo artistico-religioso è svolto dal santuario della Madonna della Stella, posto sul colle della Selva, poi rinominato della Stella, proprio grazie alla presenza del santuario mariano, tra San Vigilio, Cellatica e Gussago. Realizzato nei primi del Cinquecento, al suo interno sono custoditi quadri e sculture di indubbio valore artistico, realizzate tra il 1500 e il 1700. Tra gli artisti maggiori che abbellirono questo luogo troviamo il Romanino e Luciano Minguzzi.

La chiesa di Santa Giulia a Costorio venne realizzata verso fine Ottocento, per rispondere alla crescita continua della popolazione residente, ma la cui struttura originale viene fatta risalire al XVI secolo, come cappelletta dedicata alla Maria Vergine e a Santa Giulia martire. Venne inaugurata il 3 settembre del 1912, e finalmente intitolata alla Santa martire in Corsica. La facciata, divisa in tre parti da grossi cornicioni, presenta richiami ad elementi settecenteschi, oltre che quattro finte colonne ornamentali. All'interno troviamo la pala de La Madonna col bambino e I Santi Giulia, Lucia e Francesco D'Assisi, disegnati da Jacomo Ferrabosco nel 1688.

Attualmente Concesio è diviso in 8 frazioni distinte, ma confinanti una con l'altra, offrendo quasi sempre una certa soluzione di continuità del territorio.

Nella zona sud-est, confinante con il comune di Bovezzo, troviamo la frazione di Antegnago, o meglio conosciuta come Sant'Andrea, nata all'incirca nel XV secolo per via dell'oratorio da cui poi prenderà anche il nome.

A mezzogiorno troviamo la frazione della Stocchetta, facente capo anche al comune di Brescia, e il cui nome risale al tempo dei longobardi, quand'era chiamata "Cà d'Esem", ovvero "Casa d'Esimo".
Il nome Stocchetta deriva dalla probabile presenza nella zona d'una piccola fabbrica di stocchi, ovvero piccoli pugnali. Quest'ipotesi è accreditata anche da una satira di Vittorio Alfieri, il quale apostrofava le donne sue contemporanee per l'ostentata scollatura sul petto.

Campagnole è una frazione situata tra la "Stocchetta" e "Ca' de Bosio", e si caratterizza per l'esigua presenza di insediamenti abitativi per favorire uno sviluppo più che altro industriale. In passato la zona era adibita all'agricoltura, e alla pastorizia, oltre che alla pesca, data la vicinanza con il fiume Mella. Da qui il nome Campagnole.

Le Roncaglie sono la zona che congiunge "Sant'Andrea" e "Campagnole" dalla "Pieve di Concesio". Oggi è caratterizzata da un discreto insediamento urbano, tenuto conto della situazione scoscesa e sconnessa del terreno, dovuta alla vicinanza con il monte Spina. Questa sua natura collinare gli è valso l'appellativo di Roncaglie.

La Pieve di Concesio prende il nome dalla chiesa edificata sul suo territorio, anche se documenti storici sul suo conto, dimostrano che questa zona era già insediata molto tempo prima. È il cuore del paese, sia per la disposizione geografica che dal punto di vista storico. Da qui infatti, partì il motore che sviluppò il paese moderno.

Qui nacque Rodolfo da Concesio, magistrato medievale che fu tra i promotori della resistenza a Barbarossa, e firmatario della pace di Costanza.

San Vigilio situato in un'insenatura che dalla Val Trompia porta alla Franciacorta, ed attualmente confinante con i comuni di Cellatica e Gussago, era comune autonomo già nel 1297, e fu annesso al territorio comunale di Concesio nel 1928.

Gli elementi storici riguardo a questa frazione risalgono almeno all'epoca romana, e per alcuni versi la sua storia differisce quasi integralmente da quella di Concesio paese.

Costorio è l'ultima di Concesio prima del comune di Villa Carcina, ed è situato nella strozzatura che il fiume Mella dà con le colline circostanti. L'origine di questa frazione è attribuibile ai primi del Cinquecento quando venne edificata la piccola cappella dedicata a Santa Giulia. Ovviamente la forma e la densità abitativa attuali sono molto diverse da quelle che aveva all'epoca, quando ancora era una località agricola, più che altro di passaggio per raggiungere la Val Trompia.

Lo sviluppo che ha permesso lo stato attuale delle cose è databile nei primi anni del 1830, quando lavori di ammodernamento della Via Triumplina, permisero di ampliare le soluzioni urbane preesistenti, e di fare di Costorio una vera e propria frazione.

Concesio è famosa soprattutto per aver dato i natali il 26 settembre 1897 a Giovanni Battista Montini, che fu il 262º papa dal 21/06/1963 al 06/08/1978 con il nome di Paolo VI. Beatificato da papa Francesco il 19 ottobre 2014.

In tempi antichi fu patria di nascita di rilevanti personaggi come i principi-vescovi di Gurk, Sebastian e Franz von Lodron.

Inoltre Concesio è stata dimora per molti altri personaggi illustri, come Girolamo Sangervasio, patriota italiano, residente nella frazione Campagnola, Luigi Rizzardi, volontario garibaldino nei Mille, vissuto e morto a San Vigilio, Fausto Bertoglio, ciclista vincitore del Giro d'Italia nel 1975, e Mario Balotelli, calciatore del Liverpool che il 13 agosto 2008 ha ricevuto, dall'allora sindaco Diego Peli, la cittadinanza italiana. Legata a Concesio è anche la giornalista de Il Sole 24 ORE Cristina Balotelli, sorella del calciatore Mario, inviata in Afganistan.

A Concesio nacque anche Giovanni Battista Bosio, arcivescovo di Chieti e Vasto.

La principale squadra di calcio della città è Concesio Calcio A.S.D. che milita nel girone D lombardo di Promozione. È nato nel 1974.




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venerdì 24 luglio 2015

ESINO LARIO

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Esino Lario è un comune della Val d'Esino, ad una quota di 910 metri d'altezza.

L'origine del nucleo abitativo è documentato da ritrovamenti archeologici. La natura carsica rende inoltre il territorio di Esino Lario ricco di testimonianze dell'orogenesi alpina con fossili, massi erratici e grotte, di cui la più celebre è la Ghiacciaia del Moncodeno. Il territorio comunale fa parte della Comunità Montana della Valsassina, Valvarrone, Val d'Esino e Riviera ed è interamente compreso nel Parco Regionale della Grigna Settentrionale.
Sorto in una posizione dominante ed al contempo protetto dalle invasioni esterne, Esino è sempre stato crocevia di incontri e scambi, grazie a cui ha saputo svilupparsi nei secoli, pur mantenendo intatti cultura, riti e tradizioni tramandate sino ad oggi.
Tracce tangibili dello scorrere del tempo sono i segni del passato che ancora oggi caratterizzano il paese: dai numerosi massi erratici disseminati in tutto il territorio ai fossili e minerali della Grigna – già studiati da Antonio Stoppani; dai reperti archeologici celtici e romani ai centri storici di Esino Superiore o Crès (di origine celtica) e di Esino Inferiore o Psciach (romana); dalla Torre di avvistamento alle antiche vie di comunicazione ancora oggi praticabili che collegano Esino agli abitati di Lierna e di Varenna.
La presenza dell'uomo nel territorio è documentata fin dal periodo eneolitico. A Esino i ritrovamenti archeologici sono particolarmente consistenti a partire dal V secolo a.C. e mostrano che il territorio era un punto di passaggio di una delle principali vie di comunicazione: quella che seguendo la riva orientale del lago, raggiunge Colico e le valli dell'Adda e dell'Imera; a causa delle strapiombanti rocce fra Mandello e Bellano, da Lierna la strada saliva a Ortanella (attualmente frazione di Esino) per scendere poi a Vezio e a Bellano. Tale è la ragione della remota importanza di Esino. Col tempo numerosissime strade minori intersecano, per ragioni economiche, il territorio. I ritrovamenti archeologici testimoniano di numerose tombe e necropoli celtiche a Esino Lario. Il territorio rappresentava un punto strategico con distaccamenti di guerrieri-pastori. Solamente sotto Augusto vennero sottomessi all'Impero Romano i popoli interni delle Alpi. Per difendersi dalle scorrerie dei barbari, i romani apprestarono linee protettive di capisaldi che comunicavano tra loro con fuochi notturni e con fumate diurne. Il castello di Esino – di cui oggi resta una torre – era uno dei punti fortificati inserito in una catena difensiva. Altri reperti archeologici con tombe di inumati documentano il periodo. Si ritiene che in quei tempi sia sorta la primitiva chiesetta castrense di S. Vittore Martire.

Caduto l'impero, dopo le dominazioni degli Eruli di Odoacre e dei Goti di Teodorico, i Bizantini conquistarono l'Italia con una guerra lunga e disastrosa. Subito dopo i Longobardi calarono dai passi del Friuli e nel 569 conquistarono Milano. Un contingente Bizantino, al comando del magister militum Francione, si arroccò sul Lario, nella speranza di una riscossa contro i Longobardi. Per 20 anni resistette, evitando ai territori del Lario le grandi rappresaglie seguite alla morte del re Alboino e accogliendo ricchi profughi romani. Alla fine Francione dovette riparare nell'isola Comacina e, dopo sei mesi di assedio, arrendersi. Conquistato il territorio, il re longobardo Autari vi pose molti centri militari di Arimanni per guardare i confini verso i Franchi di Austrasia. L'azione congiunta di questi e dei Bizantini, obbligò Autari a riparare a Pavia, dove morì. La consorte, Teodolinda, sposò allora Agilulfo che ricacciò i nemici e sottomise i duchi traditori. La regina Teodolinda cerca di condurre il suo popolo, ariano, al cattolicesimo e fa costruire chiese dedicate a santi anti-ariani nei centri allemannici. Molte ne sorgono nel territorio del Lario, tra le quali probabilmente anche San Pietro di Ortanella. I Longobardi lasciarono che le popolazioni locali continuassero a lavorare la terra direttamente, pretendendo, quale tributo, la terza parte dei prodotti che venivano incamerati nelle "sale". Ai margini dei due abitati di Esino il nome ancora vivo di "sal" indica i punti di raccolta, così come "gagg" indica il bosco che dava legname agli Allemanni.

I Carolingi, seguiti nel dominio ai Longobardi, non mutarono l'ordinamento di questi, sostituendo solo i duchi sconfitti con conti franchi. Il feudalesimo raggiunse le sue forme più caratteristiche: semi deserte le città, insicure le strade, i castelli con le loro "corti" divennero i punti di dominio. Mentre ad esse erano adibiti i servi della gleba, le antiche popolazioni dei villaggi continuano a vivere sul proprio territorio mantenendo i vasti beni comuni e versando la "tertia". Nella seconda metà del nono secolo troviamo Lecco a capo di un comitato e quindi di una marca di confine. Si erano frattanto formate le Pievi Ecclesiastiche; e Esino appartenne a quella di Varenna. Seguì il fosco periodo di lotta tra i re italici di origine franca. In quegli anni il territorio era predato dagli Ungheri e vengono infittite le torri di protezione anche nel Lario orientale. Alla fine gli Ungheri sono sgominati dall'imperatore Ottone il Grande, che, poi, adotta la politica di concedere ai vescovi i feudi, per eliminare l'ereditarietà, il che fu germe della lotta col Papa per le investiture.

Morto senza eredi, Ottone, ultimo conte di Lecco, il Comitato si trova sotto il dominio dell'Arcivescovo di Milano. Il Presule, per meglio governare gli ormai immensi possessi, ne subinfeuda parecchi. Mentre il Castello di Lecco viene tenuto in amministrazione diretta, la Valsassina, Esino e Perledo vengono subinfeudati alla famiglia Della Torre, con sede in Primaluna. Nel primo secolo di questo millennio, in Milano si manifestarono contro il clero simoniaco e concubino le azioni popolari della "patalia", con ripercussioni anche nelle terre della Valsassina. Si andarono, frattanto, delineando i primi urti per la preminenza fra le varie città. Fra il 1117 e il 1127 vi fu una guerra decennale, per terra e per lago, fra Milano e Como che giunse ad investire anche la Valsassina. Il conflitto si concluse con la distruzione della città lariana.

Verso la fine del XII secolo, con il rafforzarsi delle classi produttrici si sviluppano i liberi comuni. Si costituisce la Comunità Generale della Valsassina, a cui Esino appartiene. Essa detta i suoi statuti, derivandoli dalle antiche consuetudini. Ogni villaggio viene amministrato dalla propria Vicinanza, formata dai capi-famiglia: ad Esino vi appartengono sovente anche delle donne. Un rappresentante unico dei due Comuni, inferiore e superiore, fa poi parte del Consiglio della Comunità Generale che aveva sede in Introbio. Ivi, nel palazzo del pretorio, veniva amministrata la giustizia civile criminale, inizialmente dai Consoli, più tardi da un podestà.

Dopo la distruzione di Milano ad opera del Barbarossa, l'isola Comacina, a lei fedele, viene rasa al suolo dai comaschi: gli abitanti si rifugiano a Varenna e nella valle di Esino. Battuto l'Imperatore a Legnano, dopo non molti anni Federico II cerca la rivalsa e, a sua volta, sconfigge i milanesi nella battaglia di Cortenuova. Corse in loro aiuto Pagano della Torre, che li ripara nei propri possedimenti nelle montagne della Valsassina. Per riconoscenza, Pagano viene in seguito eletto Capitano del popolo di Milano e comincia così l'ascesa della sua famiglia, guelfa, che incontra la violenta opposizione dei Visconti ghibellini. La lotta di parte sconvolge per un secolo l'intero territorio e dà luogo a violente faide. I Della Torre, a cui il Lario orientale è alleato, vengono alla fine sopraffatti con il tradimento, e si instaura la Signoria Viscontea.

Nella prima metà del Quattrocento la politica di espansione di Venezia conduce a urti armati con Milano e il territorio del Lario Orientale ne è largamente interessato. Anche quando, morto l'ultimo Visconti, il ducato passa agli Sforza, la lotta continua. Mentre nella Valsassina, caduta per tradimento la Rocca di Baiedo, cade in mano veneziana, Esino e la Muggiasca si mantengono fedeli a Milano, respingendo, il 22 gennaio 1453, un poderoso assalto dei nemici che volevano raggiungere la riviera del lago. La guerra si conclude nel 1454, dopo la riconquista della Rocca di Baiedo con il trattato di Lodi, a cui seguirono 50 anni di pace, durante i quali l'economia fiorisce e raggiunge grande sviluppo la produzione del ferro, cavato nell'Alto Varrone. Esino faceva parte della squadra dei monti, fornendo carbone tratto dal legname dei suoi boschi per i forni fusori della Valsassina.

Nei primi decenni del secolo XVI, il Lario orientale è corso dagli eserciti impegnati nella contesa tra Francia e Spagna. Un avventuriero, Gian Giacomo Medici, detto il Meneghino, tenta di costituirsi un principato sul Lario e con una flotta tiene a lungo in scacco le forze di Francesco II Sforza. Bellano viene saccheggiata e imperversa la carestia in ogni villaggio. Morto senza eredi il duca, il milanese passa agli spagnoli nel 1535. Seguono due secoli di progressivo decadimento: le carte valsassinesi e di Esino rivelano miseria, soprusi, ruberie e ingiustizie. L'unico bagliore di luce sono le due visite pastorali del Carlo Borromeo: S.Carlo sale a Esino nel 1565 e nel 1582; di lui si tramanda ancora il ricordo. La peste del 1630 miete molte vittime in Valsassina; cinquanta nella sola Esino. Lungo il restante del secolo, poi, è un continuo stillicidio di morte per stenti e per fame. Nella seconda metà del 1600, nonostante gli antichi privilegi, la Valsassina diviene feudo camerale e, sempre osteggiati, per un secolo i conti Monti riscuotono le gabelle.

Il passaggio della Lombardia all'Austria, avvenuto agli inizi del 1700, riporta l'ordine: a poco a poco il territorio si riprende anche economicamente, raggiungendo, nella seconda metà del secolo, grazie al governo di Maria Teresa e dei suoi successori, un discreto benessere. Aiuti e provvidenze fanno rifiorire l'arte del ferro; la coltura del baco da seta viene incrementata. L'Imperatrice pone a capo delle Amministrazioni locali i primi Deputati dell'Estimo, ossia i maggiori possessori. Il notevole benessere vigente sopisce a ogni reazione. Anche la Rivoluzione francese viene accolta con freddezza. Gli avvenimenti che seguono sconvolgono l'antico ordine di cose: gli statuti ereditati dai tempi comunali scompaiono e, al ritorno definitivo degli austriaci, dopo vari mutamenti, la Valsassina, divenuta parte del Lombardo-Veneto, perde completamente la sua autonomia. Benché gli austriaci continuino a governare con saggezza e realizzino opere pubbliche di grande importanza, quali la strada della Riviera e la sistemazione del corso dell'Adda, i semi rivoluzionari cominciano a dare i loro frutti e si va a poco a poco creando una sorda ostilità contro lo straniero. A formare tale stato d'animo concorre il crollo dell'industria ferriera, che non poteva ormai più reggere a quella d'oltralpe, avvantaggiata dall'impiego del carbone minerale e da più ricche ed agevoli miniere.

Pur piccolo comune e allora assai povero, Esino partecipa ai movimenti risorgimentali. Avuta notizia della rivolta di Milano del 1848, un gruppo di animosi, dopo essersi fatto benedire dal parroco, scende a Lecco e si unisce ai volontari di quel borgo per correre in aiuto dei milanesi impegnati nelle cinque giornate. Al ritorno degli austriaci, i più accesi vengono trattenuti per qualche tempo in prigione a Bellano. Intorno al 1859 si costituisce la Guardia Nazionale Italiana con armi, uniformi e banda musicale. Pietro Pensa, giovane studente, partecipa come volontario alle campagne di Sicilia e di Napoli e viene decorato di medaglia di bronzo. Purtroppo, i primi 50 anni del regno d'Italia segnano per tutto il territorio tempi assai duri. La legna non più richiesta per il carbone necessario ai forni fusori, può solo essere venduta lontano e veniva rizzata a lago, con tremende fatiche, per essere imbarcata e condotta a Lecco. Il suo valore era irrisorio. Non molto più felice era la vicina Valsassina: ogni paese si chiude in una miserabile autarchia, e l'antico spirito comunitario lascia luogo a diffidenze e a contese continue per pochi metri di confine. La subglaciazione in corso, riducendo i coltivi, e l'aumento demografico spingono presto all'emigrazione. A gruppi di tre, quattro persone per volta si parte per l'America del Sud, poi per la California: qualche centinaio di esinesi si trasferisce così, definitivamente, nel nuovo continente. Nonostante tale decadenza, alcune opere vengono realizzate: vennero ben acciottolate le strade verso il lago e verso la montagna, per una lunghezza di una ventina di chilometri; alla fine del secolo e nel 1903 vengono anche costruiti due acquedotti per le pubbliche fontane del paese. Fatto importante: la cura dei bambini non cessa mai; asili e scuole continuarono a funzionare, perpetuando una gloriosa tradizione di Esino, che dalla fine del 1500, con una scuola gestita, grazie a lasciti, dal Comune e condotta dal Parroco, vince, esempio unico più che raro, l'analfabetismo.

I caduti di Esino nella Prima guerra mondiale sono 23, 125 i combattenti, di cui 7 decorati al valore con quattro medaglie d'argento e tre di bronzo. Dopo la guerra, un'importante opera dà avvio alla trasformazione dell'economia locale da silvo-pastorale a turistica: viene aperta la carrozzabile Varenna-Perledo-Esino inaugurata nel 1925. La riunione dei due Comuni, inferiore e superiore, che nel 1927 formano il nuovo comune di Esino Lario, con l'unificazione delle scuole segna l'inizio di un'ascesa che non ha paragoni. Nel 1927 viene costruito il primo acquedotto per dare acqua alle abitazioni, nel 1930 l'attuale cimitero. La seconda guerra mondiale dà una battuta d'arresto. Numerosi sono i combattenti e sei i caduti. La guerra partigiana coinvolge il paese ed è preziosa l'opera del Parroco Don Giovanni Battista Rocca e degli amministratori civici, per benessere del paese. Nel 1958 viene allargata e pavimentata la carrozzabile dal lago, nel 1957 viene aperta la strada per la frazione di Ortanella, nel 1959 quella per la frazione di Cainallo, nel 1969 viene realizzata la congiunzione con la Valsassina. Dopo successivi potenziamenti dell'acquedotto effettuati dal 1950 al 1967, nel 1975 viene inaugurato il grande acquedotto della Valsassina. Nel 1970 viene inaugurata da nuova scuola intitolata allo scultore ospite ad Esino Michele Vedani, nel 1974 sistemato il primo depuratore per fogna, nel 1975 rinnovato il Municipio. Aumenta la capacità ricettiva del paese grazie ad investimenti della popolazione locale e vedono avviate attività artigianali.


Persone legate a Esino Lario:
Don Giovanni Battista Rocca (Rovagnate 1891- Esino Lario 1965), cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia, parroco di Esino dal 1927 al 1965, patriota, umanista, scrittore, botanico, docente della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Como, fondatore nel 1936 della Scuola degli Arazzi di Esino Lario e nel 1947 del Museo delle Grigne.
Enrico Mino (-1977), Generale di Corpo d'Armata, Comandante dell'Arma dei Carabinieri, figlio del medico condotto nato e sepolto a Esino Lario.
Pietro Pensa (1906-1996), ingegnere, scrittore e amministratore pubblico. Sindaco di Esino Lario, tra le tante opere prodotte ha realizzato la strada Esino-Valsassina, la “Prealpina Orobica”, l’acquedotto di Esino e il Museo delle Grigne.
Abate Antonio Stoppani (Lecco 1824- Milano 1891) sacerdote rosminiano, geologo, paleontologo e patriota. Avvia lo studio dei fossili di Esino Lario, trascorrendo lunghi periodi di ricerca nel comune.
Michele Vedani (1874-1969), scultore. Trascorre lunghi periodi estivi e realizza la Via Crucis di Esino Lario.

Storicamente la principale attività economica di Esino Lario è legata alla coltivazione dei boschi di faggio e carpine. Esino Lario faceva parte della squadra dei monti, il gruppo di comuni e territori delle Grigne che forniva carbone di legna per la produzione del ferro in Valsassina. La gestione dei boschi come bene comune è una peculiarità di Esino rispetto ai territori vicini; i boschi ancora oggi appartengono al Comune e sono suddivisi per l'utilizzo tra i residenti e trasmessi parzialmente per diritto ereditario. La fine dell'attività estrattiva del minerale di ferro in Valsassina mise in crisi le attività legate alle carbonaie.


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giovedì 23 luglio 2015

ZOGNO



Zogno è un comune che si trova nella bassa Valle Brembana su un declivio tra il versante orientale del Monte Zucco (1232 m s.l.m.) e un'ansa del fiume Brembo.
Il capoluogo si estende lungo la strada di fondovalle, sulla sponda orografica destra del fiume Brembo, mentre gli altri centri abitati sono dislocati prevalentemente sulla sponda sinistra.

I reperti della "Bùsa de Andrea" (andros = uomo) sono le preziose testimonianze della vita a Zogno in tempi lontanissimi. Si tratta di resti di sepolture collettive (veri e propri ossari, corredi funebri, oggetti di ornamento) relativi ad un tempo che partiva dalla metà del III millennio fino al XIX secolo A.C.. Piuttosto oscura è invece l'origine etimologica del toponimo. Forse deriva da un aggettivo in "ogno" da "Zov" ("Giogo"), come a dire il paese del valico, oppure da un nome personale "Jovonius". Sopra Zogno è un villaggio detto Sum Zogno, cioè Sommo Zogno, e questo confermerebbe il riscontro che si ha nel cognome Sonzogni tanto ricorrente nel Comune.

Le prime notizie storiche relative a Zogno risalgono al 1102 per cui si può ipotizzare un nucleo abitato già in epoca longobarda.

In età comunale (iniziata nel bergamasco dopo il concilio di Milano del 1098), sebbene Zogno non fosse altro che un modestissimo comune rurale, organizzò comunque la sua vita politica e amministrativa secondo le nuove istituzioni. Non vi sono indicazioni di una cerchia di mura, ma vengono indicate tre porte della città: porta del Turchet, porta del Rissolo e porta della Foppa.

Più tardi nel 1304 verranno stabiliti i suoi confini. Nel 1144, in una bolla di Papa Lucio II, si fa menzione, per la prima volta , della chiesa di S. Lorenzo, attestandone la dipendenza ai canonici di S. Alessandro. Essa venne indicata quale chiesa parrocchiale fino al 1431, quando sui ruderi del castello si cominciò a costruire l'attuale struttura terminata nel 1452. Le lotte fra guelfi e ghibellini segnarono gli anni tra il 1340 e il 1420, rendendo ancora più difficile una vita fatta di privazioni. Un primo accenno di cambiamento vi fu solo a partire dal 1428, quando l'area bergamasca venne ammessa alla Repubblica di Venezia. Fu durante tale periodo che Zogno cominciò ad acquistare una tale importanza affermandosi gradualmente anche sugli altri comuni della valle, in concomitanza con Serina sede di vicariato. Le migrazioni verso territori più ricchi non contribuiva a migliorare lo stato di depressione economica dell'area. Nel 1592 Alvis Priuli progettava la Priula destinata a migliorare la comunicazione con la Valtellina e i Grigioni. La strada da un lato giovò ai collegamenti con Bergamo e dall'altro era spesso rovinata dalle piene del fiume.

Alla fine del Cinquecento Zogno aveva già un apparato amministrativo comunale e un consiglio di 17 persone che eleggeva un console. Le falde interne alle famiglie più nobili e la decadenza politica che caratterizzò il Seicento non impedirono che opere pubbliche di notevole importanza venissero portate a termine nella prima metà del secolo. Veniva costruito il ponte che univa Romacolo a Foppa (Chiamato ponte dei frati) distrutto successivamente con la piena del 1834, mentre nel 1627 fu la volta dello spostamento più a valle della roggia Traini, formata con acqua derivata dal Brembo fra Foppa e le Tre Fontane. Nel 1630 si diffondeva nuovamente la peste e nel 1646 un violentissimo diluvio indusse la popolazione a fare un voto promettendo di non frequentare più osterie, ne di giocare. Nel 1652 vengono soppressi da Papa Innocenzo X tutti quei conventi che, per lo scarso numero di religiosi, non riescono a gestire con decoro le loro chiese, tra questi il convento dell'ordine dei serviti di Santa Maria, i cui beni passano successivamente alle Vergini Francescane Terziarie di Romacolo (che ai tempi si occupavano dell'educazione e dell'istruzione dei giovani). La guerra di successione spagnola coinvolse anche il Comune di Zogno nei primi anni del XVIII secolo. La popolazione autorizzata ad armarsi, riuscì a scoraggiare più volte gli attacchi delle truppe tedesche potendo così godere di una relativa tranquillità. Nel frattempo l'attività economica, specializzatasi nell'industria della carta e nella produzione degli ami da pesca, non subiva cambiamenti di sorta, continuando secondo i ritmi dei secoli precedenti. La strada Priula aveva indubbiamente giovato a Zogno, poiché rappresentava da secoli maggiore movimento e nuove vie di comunicazione.

Altra data storica negli annali del paese è il 1759, anno di assunzione alla porpora di Giuseppe Alessandro  Furietti, nato a Bergamo ma di origini zognesi. Alla fine del secolo, si diffondevano le idee della Rivoluzione Francese e Zogno entrava nelle due repubbliche Cisalpine. Nel 1802 si costituiva la Repubblica Italiana e nel 1805 Napoleone era proclamato re. Intanto Zogno vedeva sempre più riconosciuta la sua importanza divenendo capoluogo della Valle Brembana. Tra il 1814 e il 1859 si instaurò il governo austriaco. E' di questi anni un'epidemia di colera che stroncò molte vite, inducendo tutti i padri di famiglia ad un pubblico e solenne voto per sè e i loro dipendenti, di celebrare in perpertuo, come giorni festivi di precetto, il 10 Agosto ( festa di S. Lorenzo) e il 16 dello stesso mese festa di S. Rocco. Scomparsa l'industria della lana e quella della seta, accanto alla permanente industria della carta, era sorta una notevole produzione del cemento con cave verso Sedrina ed Ambria.  Alla fine del secolo pertanto Zogno si arricchiva di nuove istituzioni civili e utili opere pubbliche. Da ricordare la strada che apriva il transito al collegamento dai ponti di Sedrina alla Valle Taleggio nel 1861, la costruzione dell'asilo infantile Cavagnis nel 1882 e la costruzione di una seconda centrale elettrica lungo il Brembo nel 1903 (la prima risale al 1901 presso Clanezzo).

Nel 1907 veniva fondata la manifattura di Valle Brembana e nel 1915 scoppiava la Prima Guerra Mondiale, nella quale l'Italia entrava a fianco di Francia e Inghilterra. Anche Zogno dava il suo contributo di valore e di vite umane. Cinquantotto giovani zognesi perivano durante la guerra e a loro memoria venne eretto il monumento dei caduti disegnato da Bortolo Belotti. Con l'avvento del fascismo vennero soppresse le elezioni amministrative, il consiglio comunale e i sindaci, sostituiti dal podestà di nomina governativa e con ampi poteri amministrativi. Nel 1929 gli antichi comuni di Poscante, Endenna, Stabello, Spino al Brembo e Grumello Dé Zanchi entravano a far parte del Comune di Zogno. In seguito a questo accorpamento la popolazione aumentava e nel 1931 risultava essere di 6811 abitanti. Era il Giugno 1940 e lo stato fascista dichiarava guerra a Francia e Inghilterra, alleandosi alla Germania. Scoppiava così la Seconda Guerra Mondiale, conclusasi cinque anni dopo e che costava a moltissimi uomini, molti caduti o dispersi in Russia. L'immediato dopoguerra vide un lento ma costante tentativo di rinascita, edilizia, artigianato e commercio intanto riprendevano quota con una crescita lenta ma progressiva. Molti capannoni e officine a conduzione familiare e artigianale nascevano e si sviluppavano negli anni ‘50 e ‘60, diventando anche delle efficienti e competitive fabbriche. Venivano completate alcune opere stradali, soprattutto verso Endenna, Ambria, Somendenna, e Grumello. Nel 1981 è stato costruito il viadotto di Sedrina.

Zogno dette alla luce anche personaggi di notevole spessore come il grande poeta dialettale Pietro Ruggeri da Stabello e l'onorevole Bortolo Belotti insigne storico, sua e' la monumentale Storia di Bergamo e dei Bergamaschi.


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