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venerdì 15 maggio 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA IN STRADA A MONZA

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La chiesa di Santa Maria in strada si trova nel centro storico di Monza, in via Italia. Sorge su un antico convento dei Frati Francescani detti "della Penitenza", che permisero che venisse convertito in un oratorio nel 1348. Da un manoscritto del cronista Bonincontro Morigia si deduce che la costruzione venne iniziata nel 1357. Annessa alla chiesa si trova un piccolo chiostro.

La chiesa riecheggia nel nome l'antica "contrada Strata" (oggi via Italia), cioè lastricata, che dal centro del borgo conduceva a Milano. Edificata a partire dal 1348, quando venne concesso ai Terziari francescani di ridurre ad oratorio un edificio preesistente, fu consacrata nel 1357. Una seconda fase edilizia riguardante il campanile e la facciata risale allo scadere del secolo, quando i francescani monzesi si unirono agli Agostiniani di Milano (1393). Attorno al 1420 all'originario edificio limitato all'attuale navata (con copertura a capriate ancora visibile nel sottotetto) e coro, la cui copertura fu allora rifatta con volte costolanate, vennero aggiunte l'abside poligonale e la sacrestia. Trasformazioni sostanziali si ebbero nel XVII secolo (1610) con l'introduzione della volta a botte, il rivestimento a stucco della volta del coro e l'apertura di nuove finestre; mentre al secolo successivo risalgono le decorazioni in stile barocchetto. Con l'avvento del governo napoleonico il convento venne soppresso e la chiesa chiusa. Il primo, dopo alterne vicende, divenne sede di un istituto scolastico, la seconda riaperta al culto, venne restaurata a partire dal 1870 dall'architetto Carlo Maciachini che intervenne principalmente sulla facciata integrandone alcune parti (l'arco ogivale del portale, le edicole centrali della fascia mediana, le formelle in cotto) e rifacendone altre (gli estradossi del portale, le lesene angolari in pietra). A lui si deve anche il completamento della cella campanaria che, frutto di totale invenzione, si accorda stilisticamente alle altre parti dell'edificio, mentre del tutto arbitraria appare la sostituzione del portale secentesco.

Il campanile, sulla destra guardando la facciata, originariamente alto quanto la facciata, è decorato con bifore, archetti pensili e cuspide aggiunti dal Maciachini.

L'interno della chiesa è diviso nell'ampia aula rettangolare, il coro semiottagonale e il presbiterio. Gli altari secondari, sui lati della Chiesa, sono decorati con affreschi, tra cui la pala del Trasporto dell'icona della Madonna del Buon Consiglio del 1756 di Francesco Ferrario. L'Altare Maggiore risale al 1756 ed è costituito da marmo, pietre dure e bronzi. Di particolare pregio sono gli affreschi del presbiterio e del coro, realizzati da Giambattista Gariboldi, tra cui un'Assunzione della Vergine (nel presbiterio) e una Gloria di S.Agostino (nel coro).

La facciata a capanna, con la parte superiore a vento, è scandita in quattro ordini da fasce marcapiano. Nel primo si apre il portale la cui ogiva è profilata da una decorazione in cotto; nel secondo si snoda una serie di edicole lobate che presentano lo stesso motivo delle bifore archiacute ai lati del rosone nell'ordine successivo. Questi ultimi elementi sono riquadrati da formelle in terracotta che sottolineano sia l'andamento simmetrico della composizione sia la valenza decorativa assunta dalla superficie muraria, del resto ben esplicitata anche nell'acroterio. Qui una doppia fascia di archetti intrecciati corre lungo il sottotetto, racchiudendo la preziosa edicola con pinnacoli fiancheggiata da due rosoncini. In essa è collocato il gruppo scultoreo della Vergine con Bambino (copia dell'originale attualmente in deposito presso il Museo del Duomo), databile attorno al terzo decennio del XV secolo e ricollegabile alla statuaria del duomo di Milano. Contatti col capoluogo possono essere proposti anche per l'impianto della facciata, affine a quella di S. Marco, ma anche, e soprattutto al completamento campionese di quella del duomo cittadino.
In un andito sotto la cella campanaria, comunicante con la chiesa e ora accessibile direttamente dalla strada, venne rinvenuta alla fine degli anni '50 del '900 una serie di dipinti murali. Sulla parete di fondo, incorniciata da un doppio motivo floreale e a dentelli, è affrescata una Crocifissione recentemente restaurata. Brulle rocce sormontate da un castello turrito delimitano la scena in cui spicca l'alta croce affiancata dalla Vergine e san Giovanni. Lungo il bordo inferiore dell'affresco che segue il profilo curvilineo della vasta nicchia sottostante, si intravede una mano appoggiata ad un legno chiaramente identificabile in una croce. Questo particolare farebbe ritenere la nostra una replica del medesimo soggetto originariamente ad un livello inferiore. L'ignoto autore, a conoscenza del medesimo soggetto presente negli oratori milanesi, di cui ne riecheggia l'impianto, è avvicinabile all'affresco  di una Madonna e santi e una Crocifissione sulla controfacciata di S. Cristoforo a Milano. Le forme allungate dallo scarso vigore plastico e il panneggio ridotto a puro grafismo suggerirebbero una datazione tarda alla fine del XIV, inizio XV secolo. Ad avvalorare tale ipotesi, oltre alle considerazioni stilistiche, va anche aggiunto il fatto che proprio alla fine del secolo risale la costruzione del campanile (ricordato per la prima volta nel 1402) che potrebbe aver comportato dei cambiamenti anche in questa struttura (come testimonierebbe la sovrapposizione ricordata), ed essere quindi assunto come termine post quem per la datazione. Nell'attigua parete sinistra, mutilata dall'apertura di un ampio passaggio per la sacrestia, si colgono esigui resti di buon livello di un'Annunciazione che si sovrappone ad un frammento di sinopia raffigurante la parte superiore di una croce e ad un'altra sinopia con una Crocifissione, assimilabile nell'impaginazione al vicino affresco d'identico soggetto.




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domenica 3 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO DI VARESE : GAVIRATE

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Gavirate  è un comune italiano della provincia di Varese in Lombardia disposto lungo le rive del Lago di Varese, a cui un tempo dava il nome, in posizione quasi di controllo, è una cittadina dalle origini antichissime.

Oltre alle frazioni maggiori, Voltorre e Oltrona al Lago, comprensiva della località Groppello, che fino al 16 settembre 1927 erano comuni autonomi, Gavirate ha al suo interno ben quattro nuclei cittadini indipendenti: Armino, Pozzolo, Fignano e Gavirate .

Per quanto riguarda l’etimologia del nome del comune sono state formulate diverse ipotesi. Secondo alcuni esso risalirebbe a origini latine, per altri avrebbe origini celtiche. Il paese risulta indicato con il termine Gavirado in un documento del re longobardo Liutprando, databile 713, con “Guairà” in riferimento al casato di Carlo V (1558), con “Guirate” relativamente al casato di Maria Teresa d'Asburgo (1722).

Il territorio gaviratese fu abitato fin dal VII millennio a.C., come dimostrato dai ritrovamenti palafitticoli sulle rive dell’odierno lago di Varese. L'area dell'odierno comune venne sottoposta al dominio gallico a partire dagli inizi del IV secolo a.C. e nel corso del II secolo a.C. venne occupata dai romani, divenendo parte della provincia della Gallia Cisalpina nell’89 a.C.

Relativamente al periodo alto medievale è importante il ritrovamento di un diploma dell'anno 713 in cui il re longobardo Liutprando ha legato il borgo di Gavirate al monastero di San Pietro in ciel d'oro di Pavia. Per quanto riguarda il periodo basso medievale risulta rilevante, nel XII secolo, l’insediamento di alcuni monaci dell’ordine monastico Fruttuariense nel chiostro Voltorre.

Gavirate, a partire dal 1500, come tutto il Ducato di Milano, fu interessato da saccheggi e dalle invasioni di truppe mercenarie durante il conflitto franco-spagnolo. Nel XVI secolo, in seguito alla diffusione delle peste bubbonica, venne edificato un sito, il lazzaretto, in cui venivano seppellite le vittime dell’epidemia.

Gavirate, dopo la morte del re di Spagna Carlo II e il successivo trattato di Rastadt del 1714, passò dalla dominazione spagnola a quella austriaca. Durante questo periodo, significativo è il governo di Maria Teresa d'Asburgo, nel corso del quale si ebbe una rilevante ripresa socio-economica, incentivata anche dalla creazione del primo catasto della zona. Il Governo Napoleone fece di Gavirate un centro di aggregazione distrettuale, attettendogli buona parte dei comuni confinanti, ma l'esperimento ebbe bruscamente fine nel 1815 col ritorno degli austriaci. Fu proprio l'amministrazione tedesca ad autorizzare l'elezione del primo Consiglio Comunale nel 1824.

Nel 1927 il comune, parte della provincia di Como, passa alla provincia di Varese.

Il mercato di Gavirate risale alla prima metà del secolo XVI. Il 20 giugno 1539 Carlo V concesse al signore di Brebbia e di Gavirate il diritto di istituire un mercato ogni venerdì, con le esenzioni e i privilegi connessi. Le ragioni di tale concessione vanno ricercate nel fatto che gli spagnoli volevano "risarcire" il territorio gaviratese, danneggiato a causa delle razzie connesse al conflitto franco-spagnolo.

Gli anni successivi videro un'espansione del mercato, che, nella seconda metà del XVI secolo, divenne centro di scambio commerciale per bestiame e prodotti agricoli per tutta l'area circostante; in particolare in esso si tenevano, due volte l'anno, nei mesi di luglio e ottobre, le fiere.

Il mercato si tiene ancora oggi al venerdì, come vuole la tradizione.

La chiesa parrocchiale di San Giovanni Evangelista conserva un artistico organo del 1901, opera di Vincenzo Mascioni di Azzio.

All'inizio degli anni '80 il Comune ha deciso di ristrutturare la Villa De Ambrosis, che aveva acquisito nel 1974. La ristrutturazione della splendida villa, situata non lontano dal Municipio e costituita da un elegante quadriportico, ha dato vita alla nuova sede della biblioteca comunale, inaugurata nel 1997.

Nell'ampia struttura è stato ricavato uno spazio da adibire a Sala Consiliare. La sala, ampia e luminosa, predisposta per le sedute del Consiglio Comunale, ha una capienza di circa 100 posti e ospita importanti incontri. Si tengono, per esempio, concerti, incontri con autori, conferenze, reading, letture animate per bambini, esposizioni, mostre e iniziative culturali di vario genere.

Il Parco Morselli sorge nelle vicinanze della chiesa della Santissima Trinità ed è così chiamato in memoria dello scrittore Guido Morselli, che donò il terreno al Comune di Gavirate. Vi si trovano una zona giochi per bambini, un’area pic-nic ed un percorso ginnico. Spettacolare è il panorama visibile dal punto più alto del Parco, dove è possibile ammirare il Lago di Varese, le Alpi piemontesi e le Prealpi varesine.
Il museo della pipa è il primo museo della pipa in Italia, costruito verso la fine degli Anni Settanta da Alberto Paronelli, il quale decise di esporre i numerosi pezzi raccolti durante i suoi viaggi all'estero. Oggi la parte espositiva conta una decina di sale, attrezzate con circa 30.000 pezzi, che comprendono pipe, utensili, macchinari, volumi cartacei, porcellane e terrecotte. Tra le più significative collezioni si ricordano pipe precolombiane del Messico e dell'America Centrale, pipe francesi e pipe scolpite a mano. All'interno di questo museo è inoltre possibile prendere parte a incontri, scambi culturali e dibattiti con gli esperti in questa materia.

Il Chiostro di Voltorre in Gavirate, proprietà della Provincia di Varese dalla fine degli anni Settanta, è situato lungo una delle direttrici di penetrazione tra il nord Europa e il Contado del Seprio, verso Milano.
Nel Medioevo il Chiostro era cuore di un complesso monastico fiorente, avamposto nelle Prealpi della riforma benedettina promossa da Guglielmo da Volpiano, fondatore della potente Abbazia di Fruttuaria, da cui Voltorre dipendeva nel XII secolo. Le prime notizie sull'esistenza dell'ecclesia Vulturni risalgono, infatti, a un privilegio pontificio rilasciato nel 1154 all'Abbazia di San Benigno di Fruttuaria, nonostante la chiesa, dedicata a San Michele - il cui culto era largamente diffuso nel Medioevo, grazie all'impulso impresso dalla devozione longobarda - fosse stata sicuramente edificata in epoca precedente. Una recente campagna archeologica ha infatti individuato quanto resta delle fondamenta di due absidi, databili rispettivamente al V e VI secolo, sulle cui rovine fu edificata la chiesa romanica, risalente alla fine dell'XI secolo. Di dimensioni ridotte, è composta di una sola navata, con abside semicircolare, ornata da una cornice di archetti pensili, caratteristici del linguaggio romanico; la facciata, invece, risistemata in epoca successiva, non porta memoria del passato medievale.

In posizione disassata rispetto alla chiesa, si erge la torre campanaria, sorta intorno al XII secolo. Il massiccio volume quadrangolare, rifinito agli angoli, come di consueto, con conci di pietra di ampia dimensione, è alleggerito da alcune feritoie e monofore e da un'ampia cella campanaria, nella quale era collocata una campana tardomedievale firmata da Magister Blasinus di Lugano.

Il corpo di fabbrica principale è costituito dal chiostro. Esso è collocato dietro la chiesa - la cui abside venne parzialmente inglobata nel perimetro del chiostro stesso - e risulta orientato su un asse lievemente diverso, formando un quadrilatero irregolare. Appare citato per la prima volta nel 1202, in un'epoca assai florida nella storia del priorato: la sua costruzione, protrattasi per alcuni anni, come suggerito dalle lievi differenze stilistiche, doveva essere assai recente. Basandosi sui caratteri architettonici dei diversi lati si può presumere che la costruzione sia cominciata da quello occidentale - che presenta stilemi più arcaici - proseguendo con quelli meridionale e orientale, per concludersi con il lato settentrionale, che si mostra più progredito, nell'uso del cotto e degli archi a tutto sesto, in sostituzione della trabeazione.

La costruzione del chiostro è legata allo scultore locale Lanfranco da Ligurno, vissuto alle fine del XII secolo e impegnato anche nel cantiere della chiesa di S. Maria del Monte a Velate. La sua firma, infatti, compare su un capitello del lato orientale accompagnata dal termine "magister", particolare che induce a ritenerlo il progettista dell'intero chiostro. I capitelli sono caratterizzati da una grande varietà di forme e decorazioni - che spaziano dalle tipologie più elementari ad altre di tipo complesso, con motivi geometrici, stilizzazioni del mondo vegetale, protomi umane o animali, esseri fantastici - anche se nel complesso si possono ricondurre ad una matrice unica, risalente al tardo romanico lombardo e alla versione che ne diedero i Maestri Comacini.

La comunità monastica insediata a Voltorre osservava la Regola di San Benedetto ed era governata da un priore nominato dagli Abati di Fruttuaria, che ne controllavano e regolavano, oltre alla vita religiosa, l'attività economica e amministrativa. I priori di Voltorre rivestirono per oltre un secolo e mezzo un ruolo rilevante nella zona, compiendo per conto degli abati visite periodiche ai monasteri soggetti, per giudicare, sanzionare, ricevere giuramenti di obbedienza e riscuotere i censi. Nella prima metà del XIII secolo, all'apice della sua storia, la comunità era piuttosto numerosa, composta da oltre venti persone tra monaci e conversi (laici impegnati a lavorare per il monastero). In seguito il numero cominciò a diminuire, finché alcuni documenti del XV secolo rivelano che la comunità non superava ormai i due o tre membri.

Nel 1333 l'assegnazione in commenda - il commendatario era estraneo alla vita monastica e non risiedeva in loco - del priorato di Voltorre segnò, come di consueto, la sua lenta decadenza. Il commendatario Alessandro Sforza lo cedette così, nel 1519, al pontefice Leone IX, che a sua volta lo attribuì ai Canonici Lateranensi - un ordine di chierici che osservava la regola agostiniana - di Santa Maria della Passione, i quali trasformarono Voltorre in una vera e propria azienda agricola. La loro gestione portò a Voltorre rinnovato vigore: in particolare, grazie all'opera del canonico Raffaele Appiani, ricordata da un'epigrafe del 1640, furono messe in opera svariate sistemazioni, tra cui quelle del terreno digradante verso il lago e della corte rurale, che fu estesa intorno agli edifici del monastero, per meglio supportare la funzione ormai preponderante del complesso. Tra Seicento e Settecento venne inoltre ristrutturata la chiesa, che fu sopraelevata, ingrandita con l'aggiunta di una cappella e dotata di una nuova facciata e di un apparato decorativo barocco.

Nel 1798, nell'ambito della politica d'espropriazione dei beni appartenenti ai latifondi monastici, il governo francese tolse il beneficio ecclesiastico, mettendo in vendita il chiostro e gran parte degli edifici circostanti. Gli atti catastali degli anni successivi evidenziano un continuo frazionamento del complesso, che perde completamente la sua unitarietà, diventando residenza rurale e deposito di attrezzi agricoli di privati cittadini.

Verso la fine del XIX secolo si cominciò a comprendere il valore dell'intero complesso e alla sorte di Voltorre si interessarono numerosi esponenti del mondo della cultura, dall'architetto Luca Beltrami al pittore Luigi Conconi, allo scultore Ludovico Pogliaghi, i quali si adoperarono per avviare una campagna di restauri. Cominciarono così nei primi anni del Novecento numerose trattative tra la Soprintendenza e i proprietari delle varie porzioni del chiostro, per eseguire opere di manutenzione. Nell'ottobre del 1913, però, a causa di un improvviso incendio che provocò gravi danni alle strutture claustrali e la distruzione di parte dei capitelli e delle colonnine, le trattative si interruppero, per riprendere nel dopoguerra, quando lo Stato riuscì finalmente ad acquistare una parte del chiostro e, nel 1929, a cominciarne il restauro. Nel 1954 la Provincia di Varese comprò una parte del monumento e nel 1978 entrò in possesso della restante porzione, grazie all'affidamento della quota appartenente al Demanio.

Oggi il chiostro, completamente restaurato, è sede di attività culturali ed espositive legate alla sua storia e all'arte contemporanea.

Dal punto di vista geologico il territorio su cui sorge Gavirate è costituito in gran parte da roccia calcarea sedimentaria di origine marina, stratificatasi nel corso dell’era mesozoica. Sollevamenti tettonici successivi - era cenozoica - hanno dato origine, nell’ambito del più vasto fenomeno dell’orogenesi alpina, all’attuale massiccio del Campo dei Fiori, alle cui pendici si trova Gavirate. La parte più bassa del territorio che si affaccia sul lago ed è sede delle frazioni di Voltorre e Oltrona, è costituita perlopiù da detriti alluvionali, portati dai movimenti dei ghiacciai nell’era quaternaria. Altra rilevante caratteristica geologica è rappresentata dal carsismo. Le rocce ricche di calcare sono facilmente erose dall'azione sia meccanica che chimica dell'acqua: in esse, col passar degli anni, si creano grotte, gallerie e anfratti che presentano le tipiche caratteristiche ipogee del territorio carsico, ovvero stalattiti e stalagmiti. Il torrente Tinella, situato nella zona compresa tra Benedetto di Oltrona-Groppello e la strada comunale, ha dato così origine al tunnel denominato “Ponte del Diavolo”, una galleria carsica lunga 18 metri. La galleria è preceduta da una cascatella con cui il torrente Molina confluisce nel Tinella.

La fauna e la flora sono una fusione di quella tipica lacustre e boschiva. La fertile zolla del territorio gaviratese è in superficie ricca di humus, ciò permette la crescita di piante ad alto fusto come castani, betulle, faggi, ontani neri, querce, acacie, frassini, ciliegi e noccioli nei pendii più bassi. Nel sottobosco sono presenti fiori delicati come l'anémone epatico, il ciclamino, il bucaneve, l'ellèboro, il garofano, l'iris, il mughetto, la potentilla e il narciso; comuni sono anche i funghi porcini, i finferli e la velenosa amanita falloide. Avvicinandosi alle rive del lago, tra le specie più caratteristiche si possono trovare canneti, ninfee, nannuferi, millefogli d’acqua e castagne di lago. Per quanto riguarda la fauna, il territorio del Campo dei Fiori ospita una certa quantità di mammiferi quali ad esempio ermellini, faine, donnole, puzzole, lepri, ricci, scoiattoli, pipistrelli, tassi e volpi. Vi sono poi numerosi uccelli stanziali, come gazze, tarabusini, cormorani, nibbi bruni, cigni, starne, germani reali, folaghe; e migratori, come allodole, beccacce, averle, storni, tordi, e capinere. La fauna ittica è costituita da specie più comuni quali il carassio, la scardola, il luccio, il pesce gatto, il lucioperca, il pesce persico e il siluro che, pur essendo una specie non originaria del luogo, è ormai molto comune. Il siluro non è l’unica specie invasiva presente. Si deve notare per esempio che il gambero rosso proveniente dalla Louisiana ha soppiantato il gambero autoctono, andando a modificare l'ecosistema. Tra le specie tipiche del lago troviamo anche la rana verde, la raganella, la rana di Lataste, la natrice dal collare, il gerro, la libellula imperatore, la damigella e il ditisco.

Gavirate offre diversi esempi di progetti ecologici. Tra questi spicca per importanza la divisone tra acque chiare e acque scure dei canali fognari, che permette una migliore depurazione idrica (ordinanza comunale n°L.152/99). Un’altra disposizione del comune prevede che tutte le nuove abitazioni dovranno essere dotate di un impianto fotovoltaico, che permetta una parziale autosufficienza. Questo progetto è stato attuato anche dal centro commerciale gaviratese “Campo dei Fiori”, che ha implementato pannelli fotovoltaici sul tetto della struttura, in modo da fornire più della metà dell’energia elettrica necessaria per la sua operatività. In conformità con questo ideale ecologico è stata anche realizzata CasaKyoto. Il suo basso consumo energetico è garantito, per esempio, da: recuperatori di calore ad elevata efficienza, diversi strati di cappotto isolante di ultima generazione abbinati a vetrate isolanti basso-emissive, pannelli solari per il riscaldamento dell’acqua e celle fotovoltaiche.

Durante il periodo del Carnevale si svolge una sfilata di carri allegorici e maschere. La sfilata rende omaggio a Re Scartozz, personaggio legato ad una antica leggenda gaviratese.

La festa della zucca si svolge nel mese di ottobre sul lungolago di Gavirate. In occasione di questo evento vengono esposte zucche, trattori d'epoca e vecchi attrezzi agricoli.

Nel mese di luglio la ProLoco di Gavirate organizza varie giornate dedicate alla musica rock e metal, con la tradizionale festa del Liffrock e Balabiott.

La mostra dei presepi, allestita all'interno di un vagone ferroviario, raccoglie numerose opere costruite con diversi materiali e realizzate da esperti, per ripercorrere la storia della natività in tutto il mondo. La mostra vede la collaborazione del Comune di Gavirate e di FerrovieNord.

Il Raduno nazionale della Vespa Piaggio raggruppa da tutta Italia i possessori di questo mezzo. Il raduno, che generalmente avviene nel mese di luglio, prevede un percorso a tappe nei comuni limitrofi. Il percorso termina a Gavirate con una premiazione.

Nel mese di agosto vengono realizzati vari spettacoli pirotecnici.

Nel comune di Gavirate sono presenti un centinaio di società produttive, di cui un piccolo numero di livello industriale, un numero più ampio di dimensione artigianale (piccole e medie imprese). Il settore secondario comprende aziende attive nei campi: alimentare, chimico, manifatturiero, metallurgico, meccanico ed edile. Per quanto riguarda il settore terziario degne di nota sono l'emittente televisiva Telesettelaghi, aziende di elaborazione informatica e diversi istituti di credito. Accanto a questi due settori, l'agricoltura e l'allevamento sono ancora praticati sul territorio. Il primo gennaio 2007 il comune di Gavirate è entrato a far parte del progetto "Competitività regionale e occupazione", che, con l'aiuto di fondi comunitari, ha lo scopo di aumentare l'occupazione e la concorrenza nel mercato del lavoro.

L'European Training Center (ETC), gestito dall'Australian Sports Commission, situato nel comune di Gavirate, fornisce supporto per diversi sport, tra cui canotaggio, canoa, kayak, ciclismo, calcio, vela, beach volley, pallacanestro, nuoto, triathlon, rugby, golf e tennis. Si tratta di un centro sportivo destinato all'allenamento degli atleti olimpici australiani. La provincia di Varese è stata scelta dagli atleti australiani per le sue buone condizioni climatiche, per la vicinanza all'aeroporto di Malpensa e per la presenza di numerose strutture sportive.

Era il 1960 quando la Canottieri IGNIS cominciò a solcare le acque del Lago di Varese. La Canottieri Gavirate è tra le prime società nazionali sia per la stima a livello federale sia per i risultati nel proprio settore agonistico. Atleti provenienti dalla società gaviratese hanno partecipato a:

Giochi olimpici
Sidney 2000: Giovanni Calabrese nel doppio senior;
Atene 2004: Elia Luini nel doppio pesi leggeri;
Giochi Paralimpici
Pechino 2008: Graziana Saccocci e Alessandro Franzetti.

L'Atletica Gavirate è una società nata nel 1991 con l'idea di realizzare un gruppo amatoriale giovanile che portasse l'atletica nel territorio comunale. Il gruppo è composto da circa 100 atleti iscritti nelle varie categorie e nelle seguenti discipline: corsa di velocità, corsa di mezzofondo, corsa ad ostacoli, salto in lungo, salto in alto, getto del peso, tiro del giavellotto, del vortex e lancio del disco e del martello.

Il Gavirate Calcio, fondato nel 1992, milita da parecchi anni nel calcio dilettantistico. Attualmente la prima squadra sta affrontando il campionato di Promozione. La società vanta un ricco settore giovanile per ogni fascia d'età.

La pista ciclopedonale del Lago di Varese, realizzata intorno allo stesso lago, comprende i comuni di: Gavirate, Varese, Buguggiate, Azzate, Galliate Lombardo, Bodio Lomnago, Cazzago Brabbia, Biandronno e Bardello. La pista è lunga 28,1 km e presenta una pendenza media inferiore al 5%; è stata recentemente collegata con la pista ciclopedonale del Lago di Comabbio. Da qualche anno i comuni sopracitati prendono parte al progetto "Abbracciamo il lago", nel tentativo di entrare nel Guinness dei Primati. In questo evento, che vede la partecipazione di residenti e turisti, si cerca di ricoprire l'intera lunghezza della pista tenendosi per mano.

Persone legate a Gavirate:
Francesco Besozzi, notaio in Milano, committente al Luini degli affreschi della Cappella Besozzi nella Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore in Milano, nativo di Gavirate;
Giuseppe Ferrari, filosofo, deputato di Gavirate al Parlamento del Regno d'Italia;
Guido Morselli, scrittore;
Gildaldo Bassi, fotografo;
Gianni Rodari, scrittore;
Franco Cassano, musicista e compositore;
Manuel De Peppe, attore, cantante, musicista e compositore;
Renato Guttuso, pittore;
Elia Luini, campione del mondo di canottaggio;
Giuseppe Scalarini, vignettista;
Tamara Donà, conduttrice televisiva e radiofonica;
Maria Volpi Nannipieri, in arte Mura, scrittrice.
Cameron Wurf, ciclista e campione del mondo Under 23 di canottaggio.



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martedì 17 marzo 2015

L' ABBAZIA DI MIRASOLE

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Mirasole è un'abbazia della prima metà del XIII secolo, che si trova presso Milano, nel comune di Opera.

Era una delle cascine-abbazie tenute dall'ordine degli Umiliati, che si dedicavano alla coltivazione dei campi e alla fabbricazione di panni di lana con sistemi innovativi per l'epoca: Mirasole possedeva le uniche macchine del circondario che rendevano possibile la trasformazione della lana in feltro.

Intorno all'abbazia e alle sue attività economiche si sviluppò il centro di Opera.

L'ordine fu soppresso nel 1582 e l'abbazia fu officiata dagli Olivetani. I beni passarono al Collegio Elvetico. Nel 1797, l'intera struttura dell’Abbazia venne assegnata da Napoleone in proprietà alla 'Fondazione Policlinico' di Milano che, anche sotto l'impulso dell'Associazione per l'Abbazia di Mirasole, costituitasi nel 1981, ne curò i restauri. Vi si tengono in ottobre concerti di musica sacra.

Il 22 febbraio 2013, cinquecento anni dopo la partenza degli ultimi inquilini religiosi dell’abbazia, la Fondazione Policlinico di Milano ha affidato il complesso monastico in comodato gratuito per 99 anni all’ordine dei Canonici regolari premostratensi.

Il complesso si articola intorno ad una corte, con l'ingresso sormontato da una torre duecentesca, su cui si affacciano i laboratori e gli edifici agricoli, il chiostro quattrocentesco (restituito alla sua originaria bellezza con i restauri iniziati negli anni 80, è destinato ad ospitare la biblioteca medico-storica e la quadreria dei benefattori dell'Ospedale Maggiore di Milano, al quale appartiene l'intero complesso da quando l'Ordine degli umiliati fu soppresso) e la chiesa, dedicata a Santa Maria Assunta (XIV secolo).

La facciata della chiesa, rivolta a sud, simbolicamente, suggerisce lo sguardo rivolto a Cristo, come sole della vita. È caratterizzata da un rosone e da due bassorilievi in terracotta risalenti alla fine del XIV secolo raffiguranti un "Agnus Dei", antica insegna degli Umiliati, e la celebrazione di una Messa. L’interno, a navata unica, presenta nel presbiterio una volta affrescata con le figure dei quattro Evangelisti, mentre sulla parete di fondo troviamo la Santissima Trinità, circondata da angeli, e la Vergine Assunta (affresco databile tra il 1460 e il 1470). Sul lato est troviamo una cappella dedicata alla Natività della Vergine, (1575-76).

Il chiostro presenta un porticato scandito da archi e colonne in pietra, su una delle quali poggia un capitello con scolpito lo stemma di Mirasole, un sole raggiante dal volto umano delimitato dalla falce di luna, entrambi legati ai lavori agricoli (ora simbolo della Provincia di Milano).

Qui si trovavano il refettorio e l’aula delle riunioni, a sud gli spazi amministrativi dell’Abbazia, a nord la sagrestia, la sala capitolare e, infine, dopo il passaggio verso gli orti, la sala del priore con un’imponente colonna centrale.

Gli Umiliati sono un ordine sacerdotale che ebbe origine da un profondo desiderio di rinnovamento spirituale e morale e da un forte desiderio di ritorno a un Cristianesimo incorrotto. Le loro comunità erano formate da intere famiglie che si dedicavano alla lavorazione della lana. Quando papa Innocenzo III li riconobbe ufficialmente come ordine, essi si suddivisero in tre "classi": la prima, formata da frati e suore, la seconda da laici e la terza da coloro che, pur seguendo i principi degli Umiliati, vivevano con le proprie famiglie.

Il loro credo: lavorare per assolvere a un dovere morale da perseguire con dedizione, in totale silenzio con le sole pause per i pasti e per le preghiere.

Negli insediamenti degli Umiliati, la collocazione degli edifici ruota attorno alla corte agricola: chiesa, chiostro, abitazioni, luoghi di lavoro costituiscono un tutt'uno. Una specie di monastero-cascina, con ingresso fortificato come il Castello di Carpiano. Questo schema a Mirasole è rimasto ben visibile ancora oggi.

L'ordine fu soppresso nel 1582.

La vita dell’Ordine Premostratense, fondato da San Norberto di Prémontré, si organizza intorno a comunità, detti priorati, i quali, una volta che abbiano raggiunto un certo numero di fratelli e un’autonomia economica e trovato una casa stabile, possano diventare abbazie autonome.


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lunedì 9 marzo 2015

L' ABBAZIA DI MORIMONDO

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L'abbazia di Morimondo è un'abbazia cistercense sita a pochi chilometri da Milano, in località Morimondo, ai confini con il territorio di Pavia.

Pur essendo la quarta fondazione italiana e la prima in Lombardia (1134), la chiesa abbaziale si scosta da tutte le altre edificazioni cistercensi del XII secolo. L'aver rinviato la costruzione della chiesa fino al 1182 ha fatto sì che fruisse delle esperienze precedenti. Infatti, Morimondo è un esempio di architettura cistercense già evoluta verso lo stile gotico, com’è sottolineato dall'uso della volta a crociera ogivale, che può creare anche campate rettangolari. Infatti nella navata centrale, esse non sono a base quadrata, ma rettangolare, e ad ognuna di esse corrisponde una campata quadrata nelle navate laterali aumentando perciò il senso di verticalità. Inoltre la grandezza di Morimondo è dovuta alla presenza di ben otto campate, diversamente dalle chiese abbaziali precedenti normalmente più piccole. Ma la maestosità della chiesa di Morimondo è data anche dalla totale essenzialità, e dal senso di ordine dei mattoni a vista. Il Rinascimento ed il Barocco non hanno alterato lo stile e l'ordine del XII secolo.

Nel chiostro nonostante gli inserimenti successivi (la costruzione dei tre porticati nel 1500-1505 e la sopraelevazione dei lati nord ed ovest verso la metà del XVIII secolo), è ancora leggibile la tipologia del complesso monastico con l'usuale distribuzione degli ambienti. Tra questi vanno ricordati: la sala capitolare che mantiene integralmente le sue caratteristiche originarie, e il refettorio con la cucina che si presentano in una splendida veste seicentesca.

Un'altra peculiarità dell'abbazia è quella di essere edificata su più piani a ridosso di un avvallamento. Il piano del chiostro in tutta la parte monastica è il terzo sopra due livelli costituiti da ampie sale costruite con volte sostenute da un susseguirsi di colonne, inoltre, sopra la sala capitolare, è ancora esistente il dormitorio dei monaci (originariamente un'unica sala). Questa elevazione di piani è integralmente esistente verso est e sud, ma riguardava anche il lato dei conversi. Visto da est e da sud il monastero quindi si presenta come un'imponente costruzione di quattro piani. Nonostante i saccheggi, i terremoti, nonché le modifiche seicentesche e la soppressione (1798), il monumento è sopravvissuto e con esso sono vivi i valori per i quali fu costruito.

L'attuale coro ligneo, eseguito nel 1522 da Francesco Giramo, un artista di Abbiategrasso, in sostituzione degli stalli originari, costituisce un interessante esempio di arredo ligneo rinascimentale sia per la struttura compatta e architettonica, modellata secondo gli schemi diffusi dal Bramante in Lombardia, sia per la tecnica delle figurazioni, disegnate con incisioni eseguite con ferro rovente e riempite con una pastiglia scura. Fu luogo di preghiera come evocato dai simboli rappresentati. Sebbene derivati dall'antichità classica secondo il gusto rinascimentale, essi rappresentavano valori spirituali come la generosità dei doni di Dio (il cesto di frutta) o l'azione salvifica di Cristo (i pesci).

L'abbazia di Morimondo, inizia la sua storia il 4 ottobre 1134 con l'arrivo di un gruppo di monaci fondatori provenienti dalla casa-madre di Morimond, in Francia. Accolti inizialmente a Coronate, a circa un miglio dalla sede definitiva, i monaci scelsero poi il luogo per la costruzione del loro monastero, e l'11 novembre 1136, quando si trasferirono a Morimondo, il cenobio doveva essere già parzialmente costruito e abitabile. Nei primi anni la comunità ebbe una progressiva espansione nel numero delle vocazioni, tanto che in breve furono fondate due abbazie: ad Acquafredda presso Como nel 1153 e a Casalvolone presso Novara nel 1169.

Un segno notevole dell'intensa spiritualità è testimoniato dalla fiorentissima attività dello Scriptorium, finalizzata alla costituzione della biblioteca monastica, e alla dotazione iniziale di testi fondamentali delle due nuove filiazioni. Anche dal punto di vista dell'attività agraria si ebbe una notevole espansione con un gran numero di grange insediate su un territorio di 36.000 pertiche milanesi (circa 24 km²).

L'edificazione della chiesa fu iniziata nel 1182, ritardata rispetto all'edificazione del monastero a causa di controversie con la pieve di Casorate, e terminata nel 1296. Nel 1237 e nel 1245 per le incursioni delle truppe imperiali pavesi, che saccheggiarono il monastero riducendolo ai minimi termini, i lavori di costruzione dovettero subire lunghe interruzioni probabilmente di alcuni anni.

Nel XIV secolo si registra un certo declino dovuto a cause esterne, come il saccheggio del 1314, o come la trasformazione in commenda nel 1450, peraltro comune a tutte le abbazie, sotto il cardinale Giovanni Visconti. Tra gli abati commendatari più insigni va ricordato il cardinale Giovanni de' Medici (futuro papa Leone X), che nel 1499, prendendo a cuore la riforma della vita spirituale di Morimondo inviò dall'abbazia cistercense di Settimo Fiorentino otto monaci per rivitalizzare la vita monastica.

Il 1564, segna un'altra tappa importante perché l'abbazia viene eretta parrocchia da san Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano. Nel Seicento l'abate Antonio Libanori (1648-1652) di Ferrara si impegnò per la rinascita culturale e spirituale di Morimondo. La soppressione, avvenuta il 31 maggio 1798 sulla scia della Rivoluzione francese, pose fine alla presenza dei monaci cistercensi e causò la totale dispersione del patrimonio codicologico.

Dal 1805 al 1950 la vita religiosa venne animata da sacerdoti ambrosiani. Nel 1941 l’arcivescovo di Milano, il beato cardinale Ildefonso Schuster, in visita pastorale all'abbazia, constatatone lo stato di abbandono, volle riportare nel cenobio la vita religiosa. Prima vennero contattati i Trappisti delle Tre Fontane a Roma e in seguito, nel 1950, la Congregazione degli Oblati di Maria Vergine si stabilì nel monastero.

Nel 1991 il cardinale Carlo Maria Martini affidò alla Congregazione dei Servi del Cuore Immacolato di Maria la cura pastorale della parrocchia con un nuovo invito a rilanciare l'abbazia di Morimondo come centro di spiritualità e di iniziative pastorali.

Con la costituzione della Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo, nel 1993 si assiste a un rilancio di Morimondo con la valorizzazione del patrimonio spirituale e culturale dell'abbazia e del monachesimo di Cîteaux in generale.

Dal 2006 è il clero diocesano che nella figura di Padre Mauro Loi assicura la continuità nel mantenere vivo lo scopo di questo luogo fondato da un piccolo gruppo di monaci francesi nel 1134: realizzare un posto di incontro tra Dio e l'uomo.

Il 17 aprile 1993 è stata istituita la Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo, fondazione privata senza scopo di lucro che ha ottenuto il riconoscimento del Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali in data 12/07/1994 (Registrazione 149, Protocollo numero 1800/a). La fondazione prende nome dalle note di possesso dei codici miniati prodotti all'interno dello scriptorium monastico nel dodicesimo e tredicesimo secolo.

Gli scopi della Fondazione sono la valorizzazione culturale e spirituale dell'Abbazia di Morimondo e la promozione di attività per il recupero strutturale e architettonico di tutto il complesso monastico.

Attraverso la Fondazione e i suoi operatori è possibile visitare l’intero complesso monastico che è museo regionale.

Nel dicembre 2007 la Regione Lombardia ha riconosciuto ufficialmente il complesso monastico come museo regionale, gestito dalla Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo.

Il museo è suddiviso in due sezioni:

- il Museo dell'Abbazia, nato per valorizzare e far conoscere i vari ambienti del complesso monastico

- il Civico Museo Angelo Comolli, finalizzato a conservare i cartoni dell'artista e a farne conoscere l'opera.

Il museo dell'abbazia è costituito dagli ambienti stessi dell'abbazia cistercense di Morimondo: la struttura del cenobio è ancora in gran parte quella medioevale del dodicesimo e tredicesimo secolo, con modifiche e parziali rifacimenti dei secoli quindicesimo, sedicesimo e diciassettesimo. La maggior parte dei restauri è stata eseguita nel ventesimo secolo; un'ulteriore campagna è giunta a conclusione nel 2009, restituendo alla fruizione del pubblico l'intero complesso monastico.

Sono oggi visitabili il chiostro, la sala capitolare, le sale di lavoro dei monaci, la sala dei fondatori, il loggiato, il refettorio, il dormitorio; gli ambienti si sviluppano su quattro livelli edificativi. Alcuni ambienti sono disponibili come sale conferenze ed espositive.

La vita quotidiana dei monaci è la dimensione dove si sviluppa la loro vocazione sotto la guida della Regola e dell'abate. La loro è una vita in comune, cioè una vita dove si condividono le responsabilità e le fatiche, dove la comunità è motivo per vivere il Vangelo. Anche a Morimondo la prima comunità fu di dodici monaci più il loro abate, come indicato nei consuetudinari cistercensi. L'identità tra vita quotidiana e Vangelo è testimoniata dalle somiglianze tra la chiesa e gli ambienti di vita comune.

Non solo essi condivisero l'osservanza alla Regola e la spiritualità acquisita nel tempo di formazione e del noviziato, ma anche le decisioni e le fatiche concrete iniziali, come la scelta del luogo più adatto per erigere il nuovo monastero. Era necessaria la presenza di acque per le coltivazioni e per l'allevamento del bestiame e di un bosco, quale fonte di legna, necessaria per scaldare o cuocere e per erigere le prime strutture architettoniche. Il disboscamento fu perciò uno dei primi lavori della comunità.
La legna soprattutto servì all'inizio per il cantiere edile: le grandi arcate del cenobio poterono essere erette grazie alle centine realizzate dai maestri carpentieri. Poi doveva servire come materiale per le attrezzature e come energia combustibile per le varie officine. Il cantiere edile non fu realizzato solo dai monaci, poiché essi erano insufficienti e forse impreparati all'uso del cotto. Furono incaricate maestranze locali che, sotto la guida dei monaci, realizzarono architettonicamente ciò che doveva riflettere la loro spiritualità.

Con il termine di "grangia" (da granica, ovvero deposito di grano) veniva indicato un insediamento rurale produttivo. Poteva nascere sulle basi di strutture agricole già esistenti, oppure essere costruita ex novo. La grangia aveva grande autonomia rispetto alla sede abbaziale che l'aveva costituita, nonostante fosse stato messo come capo un converso, un laico che, dopo aver fatto voto di povertà e dopo aver donato i propri beni al monastero, diventava membro della comunità monastica. Col crescere della struttura e del numero dei monaci, aumentarono le esigenze. La fonte principale di sostegno materiale fu il lavoro agricolo che veniva realizzato attraverso le grange, che fungevano sia da deposito di granaglie e attrezzature sia da ricovero dei conversi.

Per aiutare i monaci sacerdoti nelle attività manuali, nacque la vocazione del monaco  converso: uomini adulti che pur non avendo seguito gli studi per essere ordinati sacerdoti, condividevano l'ideale monastico vivendo nella comunità. Portando le loro competenze professionali nel monastero, essi contribuirono alla rapida espansione dell'Ordine. Il lavoro non serviva solo per il cibo e per il commercio, ma anche per esprimere la carità a favore dei viandanti e dei pellegrini che bussavano per ottenere aiuto e cibo.
Al di là di qualche compito specifico, tutti i membri della comunità avevano un ruolo attivo nella giornata, scambiandosi i turni settimanalmente. In cucina vi era bisogno ogni giorno di chi aiutasse il cuoco. La dieta era rigorosamente povera. Occorreva sfornare il pane, preparare i pasti a base di verdure e legumi, oltre che curare i formaggi che venivano dai caseifici delle grange. A fianco della cucina vi era il refettorio: la collocazione dei tavoli e la presenza di un pulpito richiamavano lo spazio della chiesa. I monaci mangiavano due volte d'inverno (le giornate erano più corte) e tre volte d'estate (le giornate erano più lunghe e il lavoro dei campi richiedeva più energie).
Ma altre erano le mansioni al servizio della comunità: il cellario era colui che con l'amorevolezza di un padre, doveva sovrintendere alla prosperità della comunità: curava i conti, inventariava i beni, teneva i rapporti con le grange, provvedeva a ciò che serviva nel monastero: dal cibo per i pasti all'acquisto degli attrezzi agricoli, alle manutenzioni e alle riparazioni nel monastero e nelle grange, e curare le spese di costruzione (notevoli nel primo periodo).
Anche all'interno della comunità c'erano varie mansioni e ruoli che venivano svolti in luoghi specifici: primo la sala dei monaci ove aveva sede lo Scriptorium. Qui monaci esperti preparavano le pergamene dalle pelli di pecora e altri invece si occupavano della trascrizione. I codici cistercensi sono caratterizzati da una redazione severa, leggibile, con chiari segni di interpunzione e decorata da iniziali sobrie e per lo più senza dorature. Scrittura e miniature seguono per più di un secolo uno stile unitario e costante in tutta Europa, distinto dalle mode correnti.

Come in ogni abbazia anche a Morimondo vi era una intensa vita di studio. Ciò è confermato dalla produzione effettuata nel corso dei primi secoli: il primo catalogo di codici fu iniziato nel 1170/1172 con una cinquantina di testi e poi continuato fino all'inizio del XIII secolo, arrivando a circa 90 volumi. Nell'armarium della comunità (cioè nella biblioteca) vi erano diverse categorie di libri: da quelli liturgici ai testi sacri alla Regola di San Benedetto. Tutti costituivano l'alimento per la preghiera comune. La maggiore quantità riguardava i commenti alla Sacra Scrittura dei Padri della Chiesa, che formavano la colonna portante dello studio del monaco.

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